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88047 Nocera Terinese (Cz) – Via del Progresso, 7
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ISBN 978 - 88 - 904280 - 0 - 5
Elena Orlando
Il Mobbing Secondario
e gli effetti sulla prole in età evolutiva
Tesi di Laurea. Relatore Matteo Villanova
Ma. Per. Editrice
Introduzione
Questa tesi ha lo scopo di individuare i disturbi che un
genitore vittima di Mobbing provoca sulla prole in età evolutiva.
Abbiamo parlato convenzionalmente di “Mobbing
Secondario” perché si considerano come primari gli effetti
causati dal Mobbing sulla vittima, e secondari tutti gli effetti che
a sua volta la vittima provoca sulle persone che gli stanno
intorno.
Nello svolgimento della tesi ci siamo soffermati sugli
effetti del Mobbing Secondario nell’ambito familiare,
considerando come vittima di Mobbing un genitore e
individuando una serie di disturbi che potrebbero insorgere nella
prole in età evolutiva per effetto di un clima familiare
deteriorato.
E’ stato detto che il Mobbing avvelena la vita di milioni
di persone.
Definito una forma perversa di “terrorismo psicologico
sul luogo di lavoro”, il Mobbing appare come una realtà da
sempre conosciuta, ma solo da poco identificata e posta al centro
di discussioni e analisi. Il numero dei “mobbizzati” è in costante
aumento sia per l’espansione del fenomeno, sia per la presa di
coscienza che favorisce l’individuazione dei comportamenti
devianti.
Nel primo capitolo, l’evoluzione del Mobbing in
ambiente lavorativo è vista nei suoi stadi progressivi, nella
definizione giuridica e normativa, nella sua classificazione e
nelle diverse articolazioni. Inoltre, abbiamo trattato gli aspetti
che riguardano la salute, l’importanza della diagnosi, la
simulazione e la dissimulazione.
Nel secondo capitolo abbiamo introdotto il discorso del
Mobbing Familiare e del Mobbing Secondario, soffermandoci
sugli aspetti principali che riguardano le dinamiche
intrafamiliari e cercando di individuare le conseguenze negative
prodotte in ambiente familiare dalla presenza di una genitorialità
disturbata.
Nel terzo capitolo ci siamo soffermati sui disturbi
individuati, facendo riferimento al Manuale Diagnostico e
Statistico dei Disturbi mentali - DSM IV.
Il quarto capitolo è la parte conclusiva del lavoro, e
contiene appunti e riflessioni sulla formazione, sulla
prevenzione e sull’importanza delle terapie.
A corredo sono stati elaborati due casi specifici di
Mobbing, inseriti in Appendice. Il primo caso è relativo ad una
lavoratrice distaccata da un luogo di lavoro ad un altro, con
conseguente dequalificazione professionale; sottoposto a
Mobbing, il soggetto trasferisce le sue tensioni ed il suo disagio
all’interno della famiglia, con effetti negativi su due figlie in età
evolutiva. Il secondo caso riguarda un lavoratore coinvolto in un
ampio processo di ristrutturazione aziendale, con cambiamenti
radicali sul posto di lavoro; anche in questo caso gli effetti del
Mobbing subìto si ripercuotono sulla sfera familiare, e a soffrire
è, questa volta, un figlio di 12 anni.
Il fenomeno del Mobbing, oltre ad essere oggetto di
discussioni, saggi e testi accademici, ha ispirato pure una serie
di film. Per questo motivo, a conclusione della Tesi, sono stati
proposti due esempi esplicativi di come il fenomeno del
Mobbing viene rappresentato nel cinema: nel primo si vive il
vissuto dalla parte del mobbizzato, la vittima; nel secondo il
protagonista della pellicola è il mobber, il carnefice. Film
profondi, in grado di rappresentare in maniera sconcertante
cos’è il Mobbing e quali drammi sociali e umani esso determina.
Cap. I
1. Termine e definizioni di Mobbing
La parola deriva dall’inglese “to mob” (attaccare,
assalire, accalcarsi attorno a qualcuno) ed è presa in prestito
dall’Etologia, una scienza che studia il comportamento degli
animali. Più in particolare, il termine è stato usato dall’etologo
austriaco Konrad Zacharias Lorenz per descrivere il
comportamento di alcune specie animali, solite circondare
minacciosamente un membro del gruppo, al fine di allontanarlo.
In Etologia, il termine indica un meccanismo di difesa
grazie al quale un gruppo animale mantiene la sua omogeneità
ed espelle il “non simile”, mettendo in pratica comportamenti
lesivi che in alcuni casi portano fino alla distruzione
dell’individuo ritenuto “diverso/inadeguato”.
Il primo a parlare di Mobbing come condizione di
persecuzione psicologica in ambiente lavorativo è lo psicologo
svedese Heinz Leymann, il quale inizia a studiare il Mobbing in
Svezia a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. Da allora
in Nord Europa sono stati avviati diversi progetti di ricerca.
Leymann definì il Mobbing come una comunicazione
ostile e non etica, diretta sistematicamente da uno o più
lavoratori verso un soggetto che, a causa del fenomeno, è messo
in una condizione di essere senza difesa (Casula D., 2003, pag.
141).
Harald Ege, psicologo nato in Germania, definisce il
Mobbing come una “situazione lavorativa di conflittualità
sistematica, persistente e in costante progresso in cui una o più
persone vengono fatte oggetto di azioni ad alto contenuto
persecutorio da parte di uno o più aggressori in posizione
superiore, inferiore o di parità con lo scopo di provocare alla
vittima dei danni di vario tipo e gravità”.
Il Mobbing, considerato da alcuni una “patologia
sociale” che si origina da un processo distruttivo della persona
che nasce in un contesto di vessazione emozionale continuativa
e reiterata di comunicazione conflittuale e anche da
comportamenti apertamente o celatamente ostili, si configura nel
contesto relazionale dell’ambiente lavorativo tra lavoratori
(Villanova M., 2008, pag. 181).
Con la parola Mobbing intendiamo quindi una forma di
terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso
comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di
colleghi o superiori (mobber), contro una “vittima”
(mobbizzato).
In ambiente lavorativo, il fenomeno può assumere molteplici
forme:
• Emarginazione. L’isolamento è sempre psicologico, fatto
di non comunicazione, di ostilità più o meno espressa,
ma sovente è anche fisico-logistico, realizzandosi
attraverso il trasferimento della vittima in sedi
periferiche o l’assegnazione di stanze lontane da quelle
dei colleghi. Particolarmente grave è l’esclusione dai
flussi informativi, che priva progressivamente il soggetto
della conoscenza di quel che succede in azienda.
• Dequalificazione professionale. E’ il più classico metodo
di vessazione di matrice datoriale. Consiste
nell’assegnazione di incarichi meno importanti o di
mansioni totalmente diverse a quelle precedenti. Vi si
accompagna frequentemente la privazione di status o
comunque di vantaggi connessi alla perduta posizione.
• Accuse e sanzioni immotivate. Anche queste, formulate
spesso dal datore di lavoro (o dal superiore gerarchico)
davanti ai colleghi e ai clienti, sono finalizzate a svilire
sempre più la percezione del contributo produttivo della
vittima. Da parte dei colleghi, nel Mobbing in senso
proprio, il medesimo risultato può essere raggiunto
facendo circolare notizie negative, o anche attraverso
scherzi, magari pesanti (Dui P., 2004).
Nei casi più gravi si può arrivare anche al sabotaggio del
lavoro ed alla messa in atto di vere e proprie azioni illegali.
Lo scopo del soggetto che esercita Mobbing è quello di
escludere una persona che è ritenuta, o è divenuta in qualche
modo “scomoda”, attaccandola psicologicamente e socialmente
in modo da provocarne il licenziamento o da indurla alle
dimissioni volontarie.
Alcune ricerche hanno dimostrato che le cause del
terrore psicologico sul posto di lavoro vanno ben oltre i fattori
caratteriali: si fa Mobbing su una persona perché ci si sente
surclassati ingiustamente, oppure per invidia o gelosia, ma
anche per liberarsene, costringendola alle dimissioni senza che
si vengano a creare le condizioni per un intervento a difesa da
parte delle strutture sindacali.
Nonostante l’importanza assunta dal fenomeno, a oggi
non esiste una definizione giuridica di Mobbing, né una
normativa unitaria di tutela del lavoratore contro di esso.
Il concetto giuridico di “Mobbing”, da cui può essere
affetto un rapporto di lavoro subordinato, presuppone –
nell’accezione che va consolidandosi in dottrina e
giurisprudenza, pur con varietà di accentuazioni – una durevole
serie di reiterati comportamenti vessatori e persecutori rivolti nei
confronti del dipendente all’interno dell’ambiente di lavoro in
cui egli opera.
Comportamenti vessatori e persecutori capaci di
provocare in suo danno una situazione di reale, serio ed effettivo
disagio, che si concreta dunque in un danno ingiusto, incidente
sulla persona del lavoratore, ed in particolare sulla sua sfera
mentale, relazionale e psicosomatica.
L’illecito si può potenzialmente concretare con una
pluralità di comportamenti materiali ovvero anche di
provvedimenti, del tutto a prescindere dall’inadempimento di
specifici obblighi derivanti dalla normativa stabilita nei Contratti
di Lavoro (Tribunale Milano, sezione lavoro, 20 maggio 2000 e
Tribunale Milano, sezione lavoro, 11 febbraio 2002; Cassazione
civile, sezione lavoro, 6 marzo 2006 n. 4774 ).
2. Le Fasi del Mobbing
Il Mobbing non è una situazione stabile, ma un processo
in continua evoluzione. “Conflitto in costante e largamente
prevedibile progresso”, dice Harald Ege. Per questo motivo sono
stati proposti vari modelli di analisi e di interpretazione del
fenomeno. Quello più utilizzato è il modello a 4 fasi, elaborato
dal già citato Leymann e brevemente di seguito descritto.
• PRIMA FASE: caratterizzata da segnali premonitori.
Inaspettatamente coinvolge un lavoratore che diventa in
breve tempo bersaglio da parte di colleghi e/o superiori.
Talvolta il Mobbing è scatenato da una promozione o
avanzamento di carriera che riguarda la vittima, presa
ovviamente di mira dagli altri per invidia o gelosia.
• SECONDA FASE: Mobbing conclamato.
Veri e propri attacchi di vario tipo verso la vittima,
attacchi per lo più psicologici da parte di colleghi e/o
superiori.
• TERZA FASE: Errori ed abusi dell’amministrazione del
personale.
La vittima non riesce a fronteggiare gli attacchi che
ritiene immotivati. Seguono assenze sul posto di lavoro,
sempre più frequenti. L’azienda stessa viene coinvolta,
spesso con l’avvio di provvedimenti disciplinari a carico
dei lavoratori oppure con l’apertura di un’inchiesta
tendente a fare piena luce sul suo comportamento.
La vittima non viene difesa dai colleghi, che spesso, con
il loro atteggiamento, aggravano la situazione, riportando
ai superiori le distrazioni, gli errori e/o l’inefficienza
della vittima sul lavoro.
• QUARTA FASE: Esclusione dal mondo del lavoro.
L’azienda prende atto che il soggetto è
professionalmente inadeguato e lo mette da parte,
utilizzando lo strumento del demansionamento e
affidandogli solo incarichi secondari e di poco rilievo.
La vittima, sentendosi frustrata, inizia ad accusare i primi
sintomi di un malessere psico-fisico. E’ la fase
conclusiva, la quale può arrivare all’estromissione della
vittima dal contesto lavorativo nel quale opera.
Questo modello, prodotto e sviluppato in Svezia, non
risulta, però, facilmente applicabile in Italia, proprio in
considerazione del fatto che il sistema di norme e di valori che
regola il contesto lavorativo italiano è diverso dai sistemi
esistenti nel nord Europa.
Per tale motivo Ege, specializzato in psicologia del
lavoro e dell’organizzazione, studioso della materia, ha operato
degli aggiustamenti sul modello base (che conserva la sua
validità in maniera indiscutibile nell’area scandinava e
germanica), al fine di rendere il modello stesso più adatto
all’applicazione nella realtà lavorativa italiana.
Lo studioso tedesco ha così elaborato il “Modello
Italiano Ege”, che individua sei stadi progressivi di evoluzione
del Mobbing, adattati alla realtà del lavoro in Italia ed alla
personalità dell’italiano medio, legati logicamente tra loro e
preceduti da una sorta di pre-fase, denominata Condizione Zero
(osservatoriomobbing.org).
In particolare, Ege sviluppa uno schema che riassume
l’iter evolutivo del fenomeno, individua gli avvenimenti tipici
che si devono verificare nell’ambiente lavorativo affinché si
possa parlare di Mobbing, studia le reazioni dell’individuo in
rapporto alla sua indole e personalità e, infine, ne dimostra la
verosimiglianza ai casi concreti.
• CONDIZIONE ZERO: fase preliminare di conflitto.
Non è una vera e propria fase del Mobbing, però
costituisce un indispensabile presupposto che ci aiuta ad
analizzare e interpretare il fenomeno.
L’assenza, in Italia, di una cultura del lavoro (intesa
come mancanza di etica e di civiltà del lavoro) influenza
in modo negativo il clima e lo stile aziendale, la stessa
organizzazione del lavoro, la cura e la gestione delle
risorse umane; e questi aspetti finiscono per
caratterizzare le aziende italiane come luogo tipico di
conflittualità; sono poche, quelle che sfuggono a questa
regola.
Conflittualità e tensione generalizzata non costituiscono
Mobbing, ma sono fasi che tendono generalmente a
degenerare nel fenomeno; esse rappresentano un terreno
fertile per il suo sviluppo. Si tratta, in sostanza, di una
situazione di conflitto generalizzato, che vede tutti contro
tutti e non ha ancora una vittima cristallizzata. Non è del
tutto latente, ma si fa notare di tanto in tanto con banali
diverbi di opinione, discussioni, piccole accuse e
ripicche, manifestazioni del classico ed universalmente
noto tentativo di emergere rispetto agli altri.
Un aspetto è fondamentale: nella “condizione zero” non
c’è da nessuna parte la volontà di distruggere, ma solo
quella di elevarsi sugli altri; è la fase preliminare di
conflitto.
• PRIMA FASE: il conflitto mirato.
E’ la fase in cui si individua una persona verso la quale
indirizzare la conflittualità generale e le tensioni
aziendali, e questa persona finisce per diventare il capro
espiatorio di ogni problema. L’obiettivo non è più solo
quello di emergere, ma quello di mettere in difficoltà, o
addirittura distruggere l’avversario. Inoltre, il conflitto
non è più oggettivo e limitato agli aspetti della vita
lavorativa, ma si dirige molto spesso verso la sfera del
privato.
E’ una fase, però, in cui il Mobbing ancora non emerge e
non si sviluppa con chiarezza.
• SECONDA FASE: l’inizio del Mobbing.
In questa fase il Mobbing comincia ad essere esercitato
con sistematicità e si manifesta in maniera
inequivocabile la volontà di alcuni di colpire la vittima,
che è l’individuo prescelto oppure scomodo. Gli attacchi
da parte del mobber non causano ancora sintomi o
malattie di tipo psicosomatico sulla vittima, ma suscitano
un senso di disagio e fastidio. L’individuo colpito
percepisce un inasprimento delle relazioni con i colleghi
ed è portato ad interrogarsi su tale mutamento. Mentre
nella prima fase si aspetta un motivo per dare la colpa a
qualcuno, nella seconda fase si creano volutamente e
deliberatamente le condizioni per accusarlo o denigrarlo.
• TERZA FASE: primi sintomi psicosomatici.
La vittima comincia ad avvertire problemi di salute,
attraverso sintomi che si manifestano nelle forme più
disparate: senso di insicurezza, insonnia e problemi
digestivi, inappetenza, fino a raggiungere veri e propri
stati d’ansia e depressione.
Questa fase può protrarsi anche per un lungo periodo.
• QUARTA FASE: errori ed abusi da parte di terzi.
Il caso di Mobbing diventa di pubblico dominio e, in
questa fase, si aggiungono errori o abusi da parte di altri
lavoratori colleghi della vittima e, soprattutto, da parte
del datore di lavoro, il quale spesso, attraverso l’ufficio
del Personale, incappa in errori di valutazione nei
confronti della vittima colpita dal fenomeno. Un esempio
è quando le sempre più frequenti assenze per malattia del
lavoratore non vengono capite e sono considerate in
maniera diversa da parte dell’amministrazione del
personale stesso.
• QUINTA FASE: aggravamento delle condizioni di
salute.
In questa fase le condizioni di salute psico-fisica del
mobbizzato si aggravano e la vittima si trova a soffrire di
forme depressive più o meno gravi. In genere si ricorre
ad un periodo di cure attraverso psicofarmaci e terapie;
cure che troppo spesso hanno solo un effetto palliativo,
in quanto il problema sul lavoro non solo resta, ma tende
ad aggravarsi.
L’amministrazione del personale continua a commettere
errori, di solito dovuti alla mancanza di conoscenza del
fenomeno del Mobbing e delle sue caratteristiche, e di
conseguenza i provvedimenti presi nei riguardi del
lavoratore sono non solo inadatti, ma anche pericolosi e
controproducenti per la vittima stessa.
E’ la fase in cui il lavoratore finisce col convincersi di
essere la causa di tutto ciò che di negativo avviene
attorno a lui; oppure pensa di vivere in un mondo di
ingiustizie contro cui nessuno può nulla, precipitando
ancora di più nella depressione. E’ la fase in cui alle
vessazioni in ambiente lavorativo si aggiungono le
incomprensioni provenienti dal nucleo familiare, e si
sviluppa, così, il cosiddetto “Doppio Mobbing”.
• SESTA FASE: esclusione dal mondo del lavoro.
È la fase finale del percorso, che si manifesta con la
ricerca, da parte dell’individuo mobbizzato, di una via
d’uscita che lo porti all’esterno del tunnel nel quale si
trova.
Questa via d’uscita viene spesso trovata
nell’allontanamento dall’ambiente di lavoro nel quale il
Mobbing si è concretizzato. Un allontanamento che può
portare alle dimissioni volontarie, al licenziamento,
all’accettazione della mobilità o del prepensionamento.
Una forma più grave e drammatica può portare in casi
estremi allo sviluppo di manie ossessive, istinti di
vendetta sul mobber o, addirittura, al ricorso al suicidio.
3. Studi e Legislazione in Italia
Uno dei primi studiosi ad interessarsi del fenomeno nel
nostro Paese è stato il tedesco Harald Ege, collaboratore di
Heinz Leymann, lo psicologo svedese che per primo parlò di
Mobbing come condizione di persecuzione psicologica in
ambiente lavorativo.
Leymann era già stato in Italia, dove aveva tenuto una
conferenza sull’argomento, e sin da allora si era potuto
inquadrare il problema con maggiore chiarezza e
consapevolezza.
Nel 1996, a Bologna, Ege fondò “Prima – Associazione
Italiana contro Mobbing e Stress Psico-sociale”, allo scopo di
intervenire ed operare sulle problematiche connesse a questo
fenomeno, da un lato dedicandosi alla prevenzione delle cause
scatenanti, dall’altro offrendo assistenza e sostegno a coloro che
ne hanno subìto gli effetti. E negli ultimi decenni del secolo
scorso, anche in Italia si è iniziato a studiare il fenomeno in
maniera scientifica.
“Nessuno in Italia fino a pochissimo tempo fa sapeva
cos’è il Mobbing e il mio ruolo è stato (lo è ancora in tante
occasioni) principalmente quello di fornire le basi di questa
conoscenza, ricorrendo a volte a parole anche troppo semplici,
per far avvicinare per gradi e con pazienza chi avevo davanti
alla comprensione di questo problema”; così scrive Ege nella
premessa di uno dei suoi numerosi libri sul Mobbing pubblicati
nel nostro Paese.
Oggi, grazie anche al boom mediatico, si sente sempre
più spesso parlare dell’argomento ed il termine Mobbing è
diventato ormai di uso comune.
Si calcola che, solo in Italia, più di un milione e mezzo di
lavoratori soffrano per Mobbing; e l’incidenza territoriale del
fenomeno è, approssimativamente, così distribuita: 64%
nell’Italia settentrionale, 25% nell’Italia centrale, 6% nell’Italia
meridionale e 5% nelle isole maggiori (Casula D., 2003, pag.
142).
Si presuppone che i dati siano notevolmente sottostimati,
sia per la mancanza di un Osservatorio a livello Nazionale e
Regionale, sia perché molti episodi rimangono ancora nel
sommerso, in quanto non dichiarati per paura o per scarsa
consapevolezza del fenomeno.
Complessivamente, dovrebbe essere intorno a 4 milioni
il numero di coloro che, in Italia, sono indotti a mobbizzare i
colleghi, mentre su una cifra minima di 5 milioni è attestata la
quantità di persone in qualche modo coinvolte nel fenomeno,
come testimoni, spettatori, colleghi di lavoro, amici e familiari
delle vittime.
Altro esperto di Mobbing in Italia è il Dottor Renato
Gilioli, neuropsichiatra e medico del lavoro, Direttore del
Centro per il Disadattamento Lavorativo della Clinica di Milano.
In tale veste, Gilioli si occupa da oltre vent’anni di socialità
aziendale, aiutando migliaia di vittime “perseguitate” nei diversi
ambienti di lavoro. Nel Centro, istituito nel 1996, opera
un’equipe medica che si occupa di Mobbing nei suoi aspetti
clinici, diagnostici, terapeutici, riabilitativi e preventivi; e Gilioli
vi svolge attività di coordinamento.
Il medico italiano ha elaborato un protocollo diagnostico
interdisciplinare ed un questionario (C.D.L.) specifico per la
rilevazione del fenomeno Mobbing.
Il questionario consente un’attenta analisi della
situazione che interessa il soggetto analizzato, ed è composto da
40 items, suddivisi in tre aree: 1) attacchi alla persona; 2)
attacchi alla situazione lavorativa; 3) azioni punitive subìte; più
una parte finale dedicata ai dati anagrafici dell’interessato.
Il contributo dato da Renato Gilioli è importante anche
per quanto riguarda la prevenzione, ed il medico ha condotto, in
collaborazione con il figlio giornalista Alessandro Gilioli,
numerosi studi sull’argomento.
Nel 2000 padre e figlio hanno pubblicato un libro,
“Cattivi capi, cattivi colleghi. Come difendersi dal mobbing e
dal nuovo capitalismo selvaggio”, in cui il Mobbing viene
considerato “il male sociale del nostro tempo”. Le storie
raccontate nel volume imprimono nella mente del lettore
l’immagine di un mondo del lavoro che si manifesta nei suoi
aspetti peggiori, e coinvolgono nella trattazione aziende
pubbliche e private, uffici ministeriali, scuole, fabbriche, uffici e
persino una redazione di giornali, una tv privata, una casa di
cura e un’industria farmaceutica.
In Italia non esiste una legislazione specifica sul
Mobbing.
In Parlamento sono stati presentati diversi progetti di
legge. Cinque iniziative regolamentano la materia sotto il profilo
civile (disegno di legge n. 6410, dei deputati Benvenuto ed altri;
disegno di legge n. 4265, dei sen. Tapparo ed altri; disegno di
legge n. 4313, del sen. De Luca; disegno di legge n. 4512, del
sen. Tomassini; proposta di legge n. 4802, del sen. Magnalbò).
Altre tre iniziative regolamentano la materia sotto il profilo
penale (proposta di legge n. 1813, dei deputati Cicu ed altri;
proposta di legge n. 6667, del deputato Fiori; proposta di legge
n. 7265, dei deputati Volonté ed altri).
Le otto proposte tornano utili per: 1) valutare
positivamente l’individuazione e la condanna di quelli che
vengono considerati comportamenti persecutori, che è la prima
necessaria condizione per garantire una difesa delle vittime; 2)
definire illeciti i comportamenti persecutori, consistenti in
condotte tese a instaurare una forma di terrore psicologico; 3)
sottoporre questi comportamenti a sanzioni penali, che
comportano la reclusione fino a tre anni e la comminazione di
una multa. Inoltre, il progetto Fiori non è circoscritto al rapporto
di lavoro ma sanziona e punisce i comportamenti persecutori che
si manifestano e vengono attuati pure al di fuori dell’ambiente di
lavoro.
A livello comunitario, la risoluzione A5-0283/2001 della
Commissione Europea, dal titolo “Mobbing sul posto di lavoro”,
pur ammettendo che il fenomeno non si conosce nella sua reale
entità, ha ritenuto il Mobbing un grave problema che si
manifesta nel contesto della vita professionale. Per questo
motivo, la Commissione ha invitato gli Stati membri a prestare
al fenomeno maggiore attenzione e a rafforzare le misure per
farvi fronte. Il documento offre non solo una dettagliata analisi
del fenomeno, ma anche spunti per un successivo piano di
azione, e delinea le idee guida alle quali ogni Stato della
Comunità dovrà far riferimento.
In considerazione del vuoto legislativo esistente in
materia e vista la crescente domanda di tutela proveniente dai
lavoratori, la questione Mobbing a livello giurisprudenziale e
dottrinale è stata affrontata con l’utilizzo degli strumenti
legislativi vigenti: a) art. 35 della Costituzione (La Repubblica
tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la
formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni
internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro…
omissis…); b) art. 582 del Codice Penale (Chiunque cagiona ad
alcuno una lesione personale, dalla quale derivi una malattia del
corpo o della mente, è punito con la reclusione da tre mesi a tre
anni. Se la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni
… omissis… il delitto è punibile a querela della persona offesa);
c) art. 660 del Codice Penale (Chiunque, in un luogo pubblico o
aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza
o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo
è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a
euro 516); d) art. 2087 del Codice Civile (L’imprenditore è
tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che,
secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica,
sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità
morale dei prestatori di lavoro).
La direttiva quadro 89/391 della CEE, recepita in Italia
con il D. Lgs 626/94, prevede tra gli obblighi generali del datore
di lavoro la valutazione e l’intervento su ogni tipo di rischio e
quindi anche sulla violenza sul lavoro, sia fisica che psicologica.
Altra tutela, sempre a livello generico, viene offerta dalla legge
300/70, meglio conosciuta come “Statuto dei Lavoratori”.
In mancanza, dunque, di una definizione legislativa di
Mobbing, è la giurisprudenza del lavoro ad occuparsi del
fenomeno della persecuzione psicologica in azienda e, in
assenza di specifiche norme scritte dal legislatore, l’illecito
derivante e l’ingiustizia conseguente possono essere sanzionati
opportunamente con forme risarcitorie ed inibitorie, che offrono
tutela alla potenziale vittima.
Secondo alcuni studiosi, la prima sentenza che ha
affrontato un caso di Mobbing sul lavoro, qualificandolo come
tale, è la sentenza emessa il 6/10/99 dal Tribunale di Torino, in
cui per la prima volta, in giurisprudenza, si parla espressamente
di Mobbing (De Luca M.). La sentenza ravvisa nell’articolo
2087 del Codice Civile il fondamento della tutela per i lavoratori
vittime di comportamenti persecutori posti in essere
nell’azienda. Ma in merito a questa sentenza, Harald Ege precisa
che il dispositivo di Torino si riferisce ad una singola azione
perpetrata ai danni della ricorrente: affidamento di mansioni
spiacevoli.
Il termine Mobbing si ritrova poi nella sentenza n.
143/2000 della Cassazione, che qualifica il fenomeno come
“l’aggredire la sfera psichica altrui”.
Ma è con sentenza n. 84 della Sezione Lavoro del
Tribunale di Forlì, emessa il 23/02/2001, che si giunge, per la
prima volta in giurisprudenza, ad una compiuta analisi e
definizione del fenomeno Mobbing. E, guarda caso, in questa
causa Consulente Tecnico d’Ufficio è stato proprio Harald Ege.
In assenza di una specifica collocazione
nell’ordinamento giuridico, il sistema penale riconduce la lettura
del fenomeno e la rilevanza penale del danno da mobbing
all’interno di precise configurazioni delittuali. Tra queste si
segnalano: “ingiuria e diffamazione” (artt. 594, 595 c.p.);
“violenza privata” (art. 610 c.p.); “lesioni personali e percosse”
(artt. 582, 583 c.p.); “estorsione” (art. 629 c.p.). Inoltre, la
possibilità di applicazione del Mobbing nel diritto penale trova
ampio respiro in un intervento della Cassazione (Cass. pen., sez.
VI, 22 gennaio 2001, n. 10090), mediante il quale il legislatore
crea un parallelismo tra i maltrattamenti in famiglia (art. 572
c.p.) e quelli subìti sul posto di lavoro, investendo il datore di
lavoro della medesima autorità di chi riveste il ruolo genitoriale
(diritto.it).
Questa interpretazione consente di includere a pieno
titolo nelle condotte mobbizzanti, non solo le lesioni, le
percosse, le ingiurie, ma anche quegli atti di disprezzo e offesa
alla dignità personale che si risolvono in sofferenze morali.
4. Classificazione e articolazioni del Mobbing
La pratica del Mobbing sul posto di lavoro consiste nel
vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di
violenza psicologica o addirittura fisica.
Si possono distinguere differenti tipologie di Mobbing.
Una prima ed essenziale suddivisione potrebbe essere quella che
distingue Mobbing ambientale/orizzontale dal Mobbing
gerarchico/verticale. Vediamo nel dettaglio queste tipologie.
• Mobbing Orizzontale: viene fatto da colleghi di pari
grado, in genere per impedire ad uno o più colleghi
l’avanzamento di carriera. Può essere condotto
singolarmente o in gruppo.
• Mobbing Verticale: la condotta persecutoria viene
“dall’alto”, da colleghi di grado superiore, che spesso,
per mantenere determinati privilegi o per imporre la
propria autorità, esercitano arbitrariamente le loro
funzioni e assumono comportamenti aggressivi nei
confronti di una vittima.
Il Mobbing si può definire Strategico: laddove in
Imprese, Aziende ed Enti, nascono situazioni di instabilità,
dovute a cambiamenti, fusioni o riduzione del personale. In tali
contesti è frequente il ricorso al Mobbing Strategico come vero
e proprio strumento di difesa di un lavoratore rispetto ad un altro
e come strumento di riduzioni del personale.
Il Mobbing Strategico è, dunque, attuato
intenzionalmente per neutralizzare o allontanare definitivamente
dall’ambito lavorativo aziendale dipendenti considerati scomodi
oppure non più utili.
Il Mobbing Trasversale: coinvolge persone esterne
all’azienda, che in collaborazione con il mobber attuano
comportamenti discriminanti nei confronti del mobbizzato.
Il Mobbing Relazionale: si riferisce ai rapporti tra le
persone, e alcuni studiosi (Prof. E. Costa, Università degli studi
di Roma “La Sapienza”, Dipartimento di Scienze Psichiatriche)
lo considerano di tipo cognitivo e di tipo emozionale.
Il Mobbing Relazionale di tipo cognitivo si riferisce
principalmente a precise strategie di potere, e tende a mettere le
persone le une contro le altre, allo scopo di squalificare e
mettere in difficoltà le vittime designate, arrivando persino a
nascondere o travisare la comunicazione aziendale diretta,
spingendo il lavoratore verso l’errore.
Il Mobbing Relazionale di tipo emozionale si riferisce
principalmente alla sfera della personalità di ogni singolo
lavoratore. L’azione del mobber è volta a creare invidia, gelosia,
minaccia all’autostima; questo tipo di Mobbing, inoltre, fa leva
anche sulle differenze di genere, di cultura e di classe, ed è
finalizzato a bloccare carriere, togliere potere, rendere il
lavoratore impotente ed inaffidabile, fino ad estromettere il
soggetto dal processo lavorativo.
Harald Ege, nel corso dei suoi studi, ha evidenziato un
ulteriore aspetto del fenomeno, denominato il Doppio Mobbing.
Sono le vessazioni e le incomprensioni che nascono in famiglia
e che vanno ad aggiungersi a quelle subìte in ambiente
lavorativo. Pertanto, il Doppio Mobbing è un fenomeno che
l’individuo, già vittima sul posto di lavoro, può subire dalla
famiglia.
La vittima considera la famiglia l’unico ambiente nel
quale riversare l’ansia e la depressione. La famiglia diventa così
una sorta di rifugio dentro il quale l’individuo si illude di poter
cercare e trovare comprensione e protezione.
Infatti, il carico di tensioni portato dal mobbizzato
all’interno del nucleo familiare, in un primo momento, viene
compreso e tollerato; ma con il passare del tempo, l’individuo
viene ignorato, trascurato e alla fine colpevolizzato anche in
ambito familiare.
E’ successo che i membri del nucleo familiare, dapprima
comprensivi e disposti a fornire protezione al mobbizzato, hanno
abbandonato tale atteggiamento di tolleranza e solidarietà ed
hanno assunto comportamenti che alla fine tendono ad isolare il
familiare, considerandolo un peso ed un pericolo per se stessi e
per gli altri.
Si viene dunque a creare una frattura non solo
comunicativa, ma anche e soprattutto affettiva all’interno del
nucleo familiare; frattura che si trasforma in un vero e proprio
rapporto conflittuale, tale da non consentire più la sopportazione
del disagio provato dalla vittima. E tutto questo non fa che
peggiorare il disagio stesso. Si tratta naturalmente di un
processo inconscio: nessun componente sarà mai consapevole di
aver cessato di aiutare e sostenere il proprio caro.
A seguito di questi comportamenti, il mobbizzato si
troverà a ricoprire il ruolo di vittima due volte: prima
nell’ambito lavorativo (da parte dei colleghi e/o superiori), e poi
nel contesto familiare, in quanto abbandonato e allontanato dal
coniuge e dai figli. Il Mobbing a cui è sottoposto il soggetto è
raddoppiato. Per questo si parla di Doppio Mobbing: il
fenomeno non è solo presente in ambiente lavorativo, ma
continua, con altre modalità, anche a casa, in famiglia.
5. Mobbing e salute
Dopo aver definito il fenomeno del Mobbing nella
dimensione giuridica e nella realtà, dopo averne esaminato le
diverse classificazioni e gli aspetti legati alla legislazione
vigente, occorre porsi una domanda: Quali effetti produce, sulla
salute, una situazione lavorativa così opprimente?
Il Mobbing non è una malattia, ma può esserne la causa.
Dalla letteratura scientifica più recente, emerge il ruolo
determinante di situazioni negative di lavoro nello sviluppo di
sintomatologie di ordine psichico, psicosomatico e
comportamentale, le quali possono essere così sintetizzate:
• Sintomi psicopatologici: alterazioni dell’umore,
depressione, disturbi d’ansia, attacchi di panico, apatia,
irritabilità, flashback, incubi ricorrenti, insicurezza,
disturbi del sonno, iperallerta, melanconia, pensiero
intrusivo, perdita di iniziativa, problemi di
concentrazione, reazioni di evitamento, reazioni fobiche.
• Sintomi psicosomatici: attacchi d’asma, cefalee, crisi
anginose, crisi emicraniche, dermatite, disturbi
dell’equilibrio, dolori articolari e muscolari, gastralgie,
ipertensione arteriosa, palpitazione, perdita di capelli,
tachicardia, ulcere gastroduodenali.
• Sintomi comportamentali: aumento del consumo alcolico
e di farmaci, aumento del fumo, disfunzioni sessuali,
disturbi dell’alimentazione, isolamento sociale, reazioni
auto ed etero aggressive.
I disturbi appena elencati possono essere transitori, e
quindi si risolvono quando le condizioni di lavoro migliorano, o
quando la situazione cambia in modo positivo.
Nelle situazioni in cui, invece, il conflitto non ha una
soluzione, o, come spesso avviene, peggiora, i disturbi possono
strutturarsi in vere e proprie sindromi che rappresentano una
risposta disadattiva a stimoli esterni ed avversativi. Nei casi di
danno biologico da Mobbing è frequente riscontrare, secondo i
criteri del DSM-IV, i seguenti disturbi:
• la Sindrome da Disadattamento (SDD): è un malessere
soggettivo e disturbo emozionale che in genere
interferisce con il funzionamento e le prestazioni sociali
e che insorge nel periodo di adattamento ad un
significativo cambiamento di vita o ad un evento di vita
stressante (ICD-10 oppure, secondo il DSM IV, Disturbo
dell’Adattamento “DDA”).
• la Sindrome Post Traumatica da Stress (SPTS): è una
risposta ritardata protratta ad un evento stressante o ad
una situazione di natura eccezionalmente minacciosa o
catastrofica, in grado di provocare diffuso malessere in
quasi tutte le persone (ICD-10 oppure, secondo il DSM
IV, Disturbo Post Traumatico da Stress “DPTS”).
• Disturbo d’Ansia Generalizzato (DAG): è un malessere
caratterizzato da presenza di ansia e preoccupazione
eccessiva, le quali si manifestano per la maggior parte
del tempo per almeno sei mesi, nei riguardi di una
quantità di eventi o attività (ICD-10 oppure, secondo il
DSM IV, Disturbo d’Ansia Generalizzato “DAG”).
• Disturbo Distimico (DD): è caratterizzato da umore
cronicamente depresso, presente per la maggior parte del
giorno. Gli individui possono riferire la presenza
rilevante di riduzione degli interessi e di autocritica
(ICD-10 oppure, secondo il DSM IV, Disturbo Distimico
“DD”).
Come abbiamo più volte sottolineato, il mobbing non è
una condizione statica della situazione lavorativa, ma un
processo in continua evoluzione, con un suo regolare sviluppo;
per questa ragione, pure le conseguenze sulla salute delle vittime
evolvono progressivamente, con una variabilità di
sintomatologie che si sviluppano a seconda dei soggetti che
subiscono la persecuzione.
In alcuni casi, queste conseguenze possono riacutizzare o
slatentizzare patologie psicosomatiche e/o psicologiche
precedentemente accusate.
La patologia psichiatrica più riscontrata è un disturbo
dell’adattamento, che comprende una serie di sintomi che vanno
dall’ansia alla depressione. Le conseguenze possono essere
perdita dell’autostima, insonnia, anoressia, gastriti, fino a
portare nei casi più gravi al suicidio.
I medici definiscono le conseguenze del Mobbing come
danno esistenziale, cioè un peggioramento generale delle
condizioni di vita, con difficoltà a mantenere i rapporti sociali e
lavorativi e, a maggior ragione, a stringerne di nuovi.
Come abbiamo potuto notare, le conseguenze sono di tre
tipi: psicopatologiche, psicosomatiche, comportamentali.
Dopo l’emanazione della Direttiva europea del
26/4/2007 sulla violenza, le conseguenze principali subìte dalla
vittima sono riconducibili a quattro categorie: 1) disturbi
psicopatologici (disturbo post-traumatico da stress, disturbi di
ansia, disturbi dell’adattamento, depressione); 2) alterazione
dell’equilibrio socio-emotivo (stati di preallarme, isolamento,
ossessione, anestesia reattiva, depersonalizzazione); 3)
alterazioni psico-fisiologiche (disturbi del sonno, della
sessualità, gastrointestinali, senso di oppressione, cefalea,
vertigini, tachicardia, dermatosi); 4) disturbi del comportamento
(disturbi alimentari, disturbi da sostanze psicoattive,
aggressività).
Il tutto, con possibili alterazioni psicosomatiche degli
apparati digerente, respiratorio, cardiaco o osteo-articolare e
muscolare. In alcuni casi, inoltre, il senso di svilimento può
portare anche ad atti di autolesionismo o al suicidio.
6. Simulazione, dissimulazione e importanza della diagnosi
Gli effetti del mobbing sono considerati una vera e
propria malattia professionale, combinata ad un rischio
professionale, e di conseguenza possono essere connessi a
problematiche di risarcimento economico. In sede giudiziaria,
per la quantificazione del danno, sarà necessario definire
innanzitutto “l’apprezzabilità giuridica”, cioè la veridicità del
fatto, e dimostrare poi il nesso causale tra il fatto lesivo e il
danno psichico lamentato. Parliamo, pertanto, di simulazione e
di dissimulazione.
Il primo termine deriva dal latino “simulatio” e significa
finzione, inganno. Dalla medesima area semantica deriva il
secondo termine, “dissimulatio”.
La differenza fra simulazione e dissimulazione si trova
efficacemente enunciata nel volume Polyanthea del 1607, una
sorta di censimento dei lemmi ordinati alfabeticamente, opera
curata da Joseph Lang (Langius), che si colloca tra un dizionario
delle idee e un dizionario storico della lingua: “Simulo et
dissimulo ita differunt: simulamus enim esse ea quae non sunt,
dissimulamus ea non esse quae sunt”, che in italiano significa
“Simulare e dissimulare in questo differiscono: simuliamo,
infatti, quelle cose che non esistono, dissimuliamo quelle cose
che esistono”. (italica.rai.it).
Dal momento che è frequente la presentazione di istanze
di indennizzo economico simulate, che contengono false accuse
di mobbing con lo scopo di ricevere l’indennizzo, diventa
necessario riscontrare con strumenti obiettivi la veridicità dei
fatti esposti. E da qui nasce l’importanza della diagnosi.
Episodi di simulazione possono verificarsi in ambito
peritale, dopo la richiesta del giudice al fine di acquisire validi
elementi di giudizio. Pertanto, l’esperto deve essere in grado di
saper discernere le manifestazioni sintomatologiche reali, e
collegare poi queste eventuali sintomatologie a presunte accuse
di mobbing.
La simulazione, o l’amplificazione simulatoria in tema di
Mobbing, viene a realizzarsi allorquando si osservano
ostentazione monosintomatica e riproduzione ed imitazione di
sintomi singoli, isolati, spesso solamente riferiti e non correlabili
ad un reale contesto di situazioni mobbizzanti; inoltre, nei
colloqui con l’esperto, emergono spesso esibizione enfatica e
teatrale degli eventi vessatori e doviziosa elencazione reiterata
della sintomatologia, anziché la dignitosa e orgogliosa
occultazione e/o minimizzazione del vero mobbizzato.
Il soggetto espone con modo sfacciato e spesso puerile il
proprio vissuto all’interno del posto di lavoro, ed è facile per il
perito osservare la mancanza di quel tipico distacco
comunicazionale ed emozionale, che è caratteristico in soggetti
sottoposti effettivamente a fenomeni di Mobbing.
Infine, è possibile osservare la tendenza a richiamare
costantemente l’attenzione e la partecipazione emozionale
dell’osservatore, mediante frequenti citazioni degli eventi
vessatori subìti (Villanova M., 2008, pag. 184).
La tecnica della simulazione, come è ben capibile, viene
attuata dal lavoratore per ricevere un indennizzo; spesso ha
carattere vendicativo, e nasce dalla ripetuta opposizione da parte
dell’azienda alle richieste di aumenti di stipendio, di
trasferimenti o di avanzamenti di carriera.
Il soggetto finge dunque di aver subìto mobbing e giunge a far
causa all’azienda stessa, dalla quale spera di ottenere un
risarcimento che, nella sua immaginazione, serve a ripagarlo per
le negazioni, e non dagli effetti devastanti del Mobbing, in realtà
non subìto.
Più gravi, meno visibili, più subdoli sono invece i casi in
cui il mobbizzato è realmente vittima di un’azione vessatoria,
ma tende a dissimulare i sintomi: nasconde, cioè, le cose che
esistono.
La dissimulazione rende difficile l’individuazione di casi
di Mobbing. In questa situazione, il fenomeno risulta ancora più
difficile da combattere, e diventa quasi impossibile ogni
intervento, sia in ambito lavorativo su chi lo attua che a livello
psicologico, medico e legale su chi lo subisce.
L’evento Mobbing diventa così meno visibile, poiché non
palesato, non denunciato.
La dissimulazione accade in maniera più frequente di
quanto possiamo immaginare, e la vittima, normalmente, evita
di parlare con i familiari perché considera la sua situazione
frutto di un fallimento personale.
Spesso si è portati alla dissimulazione per vergogna, per
paura di essere giudicati o, fatto ancora più grave, per il terrore
di un inasprimento delle violenze e delle angherie subìte in
ambito lavorativo. In ambito familiare il mobbizzato, soprattutto
se uomo, dissimula per paura di “perdere” quel ruolo che l’uomo
tradizionalmente riveste quale capo famiglia.
In casi come questi la vittima tenderà a subire le
persecuzioni sul lavoro, mascherando tutta quella serie di
sintomi psicosomatici che ne derivano; però risulta difficile
dissimulare a lungo sia la tensione che i sintomi conseguenti al
Mobbing, e a lungo andare molti soggetti finiscono per fissarsi
sul tema del lavoro in modo ossessivo, al punto tale da
compromettere le proprie relazioni familiari e sociali.
Nei casi di dissimulazione, un ruolo fondamentale spetta
al medico di famiglia. Se il professionista è attento e
particolarmente scrupoloso, si accorge che qualcosa non
funziona e può decidere di indagare in modo più specifico sulle
cause dei disturbi riscontrati, estendendo la sua analisi anche
alle relazioni intercorrenti in un contesto lavorativo.
Una diagnosi completa e corretta deve comprendere una
valutazione clinica fondata su stato di salute del soggetto
interessato, anamnesi familiare, situazione occupazionale,
sociale e relazionale.
Gli strumenti necessari a soddisfare questi criteri sono:
• la specifica preparazione alla conduzione di colloqui
psicologico-psichiatrici mirati;
• l’impiego di strumenti di rilevazione della situazione di
Mobbing validi e sensibili, con particolare riferimento
all’organizzazione del lavoro all’interno dell’azienda;
• l’impiego di metodi psicodiagnostici;
• l’effettuazione di diagnosi sindromica.
In ogni caso, la diagnosi deve avvenire attraverso un
lavoro di equipe multidisciplinare, specialisti che operano in
parallelo e coordinati tra loro. (diritto.it).
In particolare, le figure del team di lavoro dovrebbero
interessare:
• Medico del Lavoro, con particolare riferimento
all’anamnesi lavorativa e all’analisi dell’organizzazione
del lavoro.
• Psicologo del Lavoro, per l’analisi e la valutazione dei
fattori di rischio, cosiddetti trasversali, in particolare
sociali e psicologici.
• Medico Psichiatra, per la diagnosi psichiatrica.
• Psicologo Clinico, per l’analisi e la valutazione delle
manifestazioni psicopatologiche attuali e/o pregresse,
attraverso la somministrazione di test mirati.
• Medico Legale, per la valutazione analitica della
sussistenza di un nesso di causalità e per
l’individuazione di un eventuale danno biologico.
La diagnosi, e la conseguente valutazione del danno,
sono elementi indispensabili per dar luogo ad azioni in ambito
giudiziario, ed il giudice, nella maggior parte dei casi, può
disporre una perizia (in ambito penale) o una consulenza tecnica
di ufficio c.t.u. (in ambito civile) per acquisire le informazioni
che richiedano una particolare competenza. Gli elementi
acquisiti sono necessari per la formulazione del giudizio.
Il consulente esprime “un parere tecnico motivato” e, in
casi come questi, il giudice può far ricorso pure alla disciplina
della psicologia giuridica, la quale, nell’occorrenza, svolge un
ruolo utile al diritto per l’enunciazione del giudizio.
Con il conferimento dell’incarico, l’esperto nominato dal
Tribunale è chiamato a rispondere ai quesiti posti dal giudice
per determinare l’insorgenza di un danno psichico da Mobbing,
con conseguente valutazione dell’integrità psicofisica del
soggetto. In particolare, il perito dovrà accertare i seguenti
parametri: 1) l’esistenza del danno da Mobbing; 2) la diagnosi
clinica; 3) il rapporto cronologico tra l’evento scatenante e il
danno stesso; 4) la dimensione temporale; 5) l’esclusione di
simulazioni o nevrosi da indennizzo; 6) la quantificazione del
danno ai fini della liquidazione.
Tecnicamente, il lavoro del consulente inizia con la
lettura degli atti che compongono il fascicolo (memorie di
avvocati, verbali di udienze precedenti, documentazione clinica
precedente, ecc.), e prosegue con la raccolta dell’anamnesi e con
il colloquio clinico. Viene, perciò, indagata la vita personale,
familiare e professionale del soggetto, con particolare
riferimento all’anamnesi occupazionale, la quale serve a
focalizzare l’attenzione su eventuali eventi psicostressanti che
nascono in ambiente di lavoro e che sono capaci di sprigionare
una forte carica di intensità lesiva.
Nel corso di quest’ultima indagine, saranno analizzati i
precedenti lavorativi del soggetto, la frequenza e le motivazioni
di eventuali cambiamenti del posto di lavoro, il livello di
soddisfazione lavorativa, il grado di integrazione sul posto di
lavoro, la definizione del momento di disagio nell’ambiente
lavorativo, la modalità d’esercizio di abuso, l’identificazione
degli autori, le risposte del soggetto mobbizzato e la descrizione
dell’evento ritenuto fonte del danno.
Obiettivo dei colloqui è delineare il decorso e i sintomi
del disturbo psichico, accertare lo stato anteriore del periziando
attraverso una ricostruzione dei fatti e degli episodi vissuti,
definire il rapporto cronologico tra evento e danno. I colloqui
possono essere estesi anche a colleghi di lavoro e/o datore di
lavoro, familiari e amici, in grado di descrivere, tramite la loro
testimonianza, la qualità della vita del soggetto e la rivelazione
delle sue funzioni prima dell’evento.
I dati anamnestici raccolti e l’osservazione dello stato
psichico del soggetto vengono poi confrontati con i risultati
della somministrazione di test psicodiagnostici, come
questionari di personalità, test proiettivi, scale di valutazione
dell’ansia e depressione, aggressività, disturbo post traumatico
da stress e amplificazione di sintomi psico-somatici.
Naturalmente non tutti i disagi derivanti dall’attività
professionale possono essere identificati come azioni di
Mobbing; molti atteggiamenti, infatti, sono falsamente
interpretati dal lavoratore come tali, ed azioni considerate
vessatorie, spesso, rientrano nella piena funzione di gestione da
parte del datore di lavoro. E’ pure importante non confondere
azioni mobbizzanti con la normale e fisiologica conflittualità
esistente tra colleghi, che è tipica in un ambiente di lavoro
competitivo, tenendo ben presente che le reazioni umane
dipendono molto dall’equilibrio che c’è tra i fattori stressanti e
la capacità dell’individuo di farvi fronte.
Ai fini di un risarcimento economico, in ambito peritale,
possono verificarsi anche episodi di simulazione; in questo caso
l’esperto deve essere in grado di saper discernere tra
manifestazioni sintomatologiche reali e false accuse di
Mobbing.
Alcuni autori ritengono i casi di simulazioni poco
frequenti; altri, invece, parlano di problema sottovalutato, in
quanto alcuni questionari per la rilevazione del fenomeno sono
formulati in modo tanto palese da consentire l’indicazione di
sintomi veri anche quando sono simulati.
Un metodo sicuro per escludere la simulazione e
l’enfatizzazione è accertare la coerenza fra i punteggi dei test, i
colloqui, i dati anamnestici, l’esame obiettivo del periziando
durante gli incontri e l’analisi degli atti che compongo il
fascicolo.
La valutazione peritale deve tenere conto anche della
dimensione temporale, perché, prolungando il periodo di
osservazione, si possono ottenere informazioni cliniche più
veritiere, in modo che la situazione sintomatologica tenda a
stabilizzarsi. A questo proposito, nel caso della valutazione per
danno da Mobbing, i tempi si prolungano fino a due anni,
proprio per il carattere di logoramento che questa tipologia
presenta.
Riguardo ai criteri di quantificazione del danno, in Italia
è assente un principio univoco di liquidazione; pertanto, si
possono solo individuare dei macro-metodi, anche se diversi
Tribunali hanno adottato specifiche tabelle proprie.
Il lavoro del consulente ha termine con la stesura per
iscritto della perizia, il mezzo di comunicazione con il quale
l’esperto espone al magistrato, o al giudice che gli ha affidato
l’incarico, le sue analisi e le conclusioni circa il caso.
Cap. II
1. Premessa
Abbiamo più volte sottolineato il fatto che il conflitto che
genera Mobbing sorge, si realizza e si consuma all’interno di un
luogo di lavoro. Questo risulta dall’applicazione del modello
elaborato dal prof. Harald Ege; il modello di riferimento più
accreditato e maggiormente utilizzato anche dalla
Giurisprudenza.
Abbiamo inoltre fornito una descrizione del cosiddetto
Doppio Mobbing, il quale indica la situazione in cui la vittima si
trova da un lato aggredita e vessata sul posto di lavoro, e
dall’altro privata della comprensione e dell’aiuto della famiglia.
In sostanza, il Mobbing si manifesta due volte, e questo
fenomeno è largamente presente in Italia, considerato pure il
ruolo particolare che la famiglia ricopre nella società nazionale.
Oltre che in ambito lavorativo, il Mobbing si manifesta
in altri contesti:
• Contesto scolastico.
Il fenomeno (che, come nel mondo del lavoro, può essere
orizzontale o verticale) si manifesta sotto forma di
“vessazione di branco”, una sorta di bullismo di gruppo
organizzato ai danni di un compagno di classe; oppure
come Mobbing verticale, “dall’alto”, ossia praticato da
un insegnante a danno di uno o più allievi.
E le azioni messe in atto possono essere, di volta in volta,
singole o associate: espressioni sistematicamente
denigratorie, provvedimenti disciplinari persecutori,
valutazioni o giudizi ingiustificatamente negativi.
• Contesto sociale.
Il fenomeno si manifesta tra amici, tra gruppi, tra bande
giovanili, tra circoli sportivi rivali e altro. Lo scopo è
quello di indurre all’autoallontanamento spontaneo un
membro del gruppo che non risulta più gradito o
accettato.
• Contesto familiare.
Il fenomeno si manifesta all’interno del nucleo familiare
e la forma più frequente colpisce le famiglie nei casi di
separazione/divorzio. Esso viene messo in pratica da
parte di un genitore nei confronti dell’altro, ed ha come
scopo quello di spezzare il legame con i figli. Questo
processo è noto come PAS (Sindrome da Alienazione
Parentale).
2. Mobbing Familiare
Fra i tre contesti che abbiamo appena accennato, quello
che ci interessa approfondire è il Mobbing Familiare, perché
questa tipologia di fenomeno, assieme al Mobbing in ambiente
lavorativo, concorre in forma maggiore, rispetto agli altri, ad
alimentare una serie di conseguenze che producono effetti
patologici non solo sulla vittima, ma all’interno delle relazioni
interpersonali e all’interno del gruppo familiare, e quindi pure
sulla prole in età evolutiva.
La figura del Mobbing familiare (altalex.com) ha trovato
spazio in una sentenza della Corte d’Appello di Torino del 21
febbraio 2000, con la quale i giudici di secondo grado hanno
sdoganato il fenomeno dall’ambito del diritto del lavoro perché
trovasse ingresso nel diritto di famiglia.
Definire il fenomeno del Mobbing in ambito familiare è
estremamente difficile, in quanto gli studi portati avanti dagli
psicologi si riferiscono quasi esclusivamente all’ambito del
lavoro, settore in cui l’uomo realizza la sua personalità così
come previsto dalla Costituzione. Sicuramente, possiamo
prendere in prestito la definizione di studiosi come Leymann,
elaborata descrivendo le ripercussioni di chi subisce un
comportamento sfavorevole e prolungato nel tempo nel proprio
ambito di lavoro da parte di colleghi e superiori. Dunque, il
fenomeno è individuato come una strategia prolungata nel
tempo, volta a svalutare la personalità del lavoratore mediante
l’attuazione di comportamenti coercitivi o di persecuzione
psicologica tanto da costringerlo nei casi più gravi alle
dimissioni.
In ambito familiare il Mobbing assume caratteristiche
meno definite e più complesse, stante la particolarità della
formazione sociale, in cui l’uomo esplica la propria personalità.
È noto, infatti, che la famiglia è la prima società naturale in cui
l’essere umano si esprime, e che i coniugi, con il matrimonio,
assumono obblighi ben precisi di fronte a se stessi e alla legge.
L’articolo 143 del Codice Civile (Con il matrimonio il
marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i
medesimi doveri. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla
fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione
nell’interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i
coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e
alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a
contribuire ai bisogni della famiglia) enuncia in maniera
lapidaria la parità degli stessi, rafforzando il dettato
costituzionale in tema. Ed il mancato rispetto degli obblighi di
coabitazione, collaborazione all’indirizzo familiare, fedeltà e
assistenza morale e materiale, può determinare il ricorso per
separazione e giustificare l’addebito al coniuge inadempiente.
Parliamo, quindi, di Mobbing Familiare quando uno dei
coniugi è portato ad attuare comportamenti o molestie psico-
fisiche che provocano all’altro coniuge la perdita dell’autostima
e della propria identità, fino a distruggerne la personalità e a
condurlo, spesso, verso un percorso di malattie fisiche.
Il fenomeno è poco conosciuto poiché questi
comportamenti, proprio perché attuati all’interno della vita
matrimoniale, difficilmente emergono o vengono portati alla
luce; uno dei momenti in cui il conflitto esplode in tutta la sua
violenza è nelle ipotesi di separazione della coppia.
3. Mobbing cosiddetto “Secondario”
L’avvento di un sistema economico e produttivo che
supera le mura domestiche e diventa sempre più globalizzato,
assieme all’applicazione di una tecnologia avanzata, hanno fatto
sì che l’impegno psichico richiesto sui posti di lavoro sia di gran
lunga superiore all’impegno fisico. Inoltre, le innovazioni ed i
cambiamenti che hanno interessato il mondo del lavoro hanno
fatto passare in secondo piano l’idea del “posto fisso”, e negli
ultimi anni si sono affermate modalità particolari, quali il lavoro
a tempo determinato, il part-time, il lavoro in affitto, il lavoro
interinale, il lavoro a progetto, etc.
Non c’è dubbio: questi cambiamenti, che da alcuni
possono essere vissuti come veri e propri fatti rivoluzionari,
hanno contribuito ad alimentare variabili ansiogene che possono
determinare disagio psichico sia a livello individuale che di
gruppo.
Il primo nucleo sociale che vive di riflesso tale problema
è sicuramente la famiglia.
In Italia il legame all’interno della famiglia è ancora molto forte;
in genere, i suoi componenti sono molto presenti e partecipano
alle vicende della vita quotidiana: i genitori si interessano al
percorso scolastico e professionale dei figli; i coniugi seguono,
in linea di massima, la rispettiva vita lavorativa; tutti
partecipano quasi in prima persona alle gioie e ai problemi.
L’istituzione “famiglia” - primo nucleo della società -
così concepita, rappresenta quello che può essere definito un
welfare familiare, in cui consigli, aiuti e protezione provengono
spesso in primo luogo dal contesto familiare, sempre pronto a
sorreggere, proteggere, aiutare e confortare i suoi membri.
E’ proprio la strutturazione di questo modello, che
consente al Mobbing di estendere i suoi effetti negativi sulla
famiglia, esponendo tutti i componenti ai riflessi devastanti
causati dalla presenza, nel nucleo abitativo, di un esponente fatto
oggetto di Mobbing. Riflessi devastanti che finiscono
inevitabilmente per causare effetti secondari sull’altro coniuge e
sui figli, e che vanno ad aggiungersi agli effetti principali subìti
dal mobbizzato.
Il Prof. Corsaro, insegnante di Socializzazione infantile e
Metodi etnografici di ricerca nell’Indiana University, scrive che
le famiglie stanno passando per un periodo di importante
ridefinizione e accomodamento ed i bambini, ovviamente,
risentono dell’influenza dei cambiamenti sociali recentemente
intervenuti e della crescente diversità delle famiglie nelle società
industrializzate e in quelle in via di sviluppo. Esiste una
tradizione consolidata di ricerca psicologica sugli effetti dello
sviluppo individuale dell’attaccamento e del legame emozionale,
delle pratiche di socializzazione e degli stili parentali, della crisi
della famiglia e del ruolo dei media. Il lavoro della psicologa
Judy Dunn sul coinvolgimento dei bambini nella vita familiare
con i genitori e i fratelli è stato rivoluzionario - afferma il
docente - e rappresenta uno dei pochi tentativi condotti nella
psicologia dello sviluppo per indagare da vicino l’importanza
delle relazioni interpersonali nel contesto della vita familiare per
lo sviluppo sociale ed emotivo. Molti dei comportamenti del
bambino nei primi anni di vita sono quindi motivati
dall’interesse soggettivo. Questo non significa sostenere che i
bambini ricercano semplicemente il proprio interesse, ma che
piuttosto desiderano diventare membri a pieno diritto delle
proprie famiglie. In quest’ottica, Dunn sostiene che “i bambini
sono motivati a comprendere le regole e i rapporti sociali nel
loro mondo culturale perché sentono la necessità di essere
efficaci nei loro rapporti familiari” (Corsaro W. A., 2003,
pag.107-112).
Alla domanda “Che cosa succede quando il mobbizzato
conclude la giornata di lavoro?”, Gilioli risponde: “Torna a casa
e si sfoga in famiglia. L’ambiente domestico, ancor più che gli
amici, è per gli italiani il luogo in cui si riversano tutte le ansie
accumulate nella giornata. Ci si sfoga, si cerca di alleggerirsi,
ma si fa peggio. La moglie, o il marito, che in un primo
momento sono comprensivi, poi è normale che non ce la
facciano più con queste ossessioni. E allora si creano dei veri
drammi” (Gilioli R., 1999).
La vittima soffre e trasmette la sua sofferenza e le sue
ansie a coniuge e figli; molto spesso sfogherà proprio su questi
ultimi la rabbia, l’insoddisfazione e la depressione che ha
accumulato sul posto di lavoro. Il mobbizzato, in un certo senso,
farà, inconsapevolmente, della famiglia la sua valvola di sfogo;
e la famiglia, a sua volta, si troverà ad assorbire tutta una serie di
frustrazioni e negatività.
La vittima, infatti, dopo aver subìto alienazione in
ambito lavorativo, e dopo essersi estraniata da ogni aspetto della
vita sociale ed extra professionale (cioè da ogni aspetto della
vita di relazione), mette in atto comportamenti simili anche in
ambito familiare, fino a produrre effetti negativi nella sfera più
intima dei suoi affetti e fino a coinvolgere e a pervadere
patologicamente anche la prole.
La perdita dell’autostima e del ruolo sociale, si sa,
comporta insicurezza, difficoltà relazionali e, per le fasce d’età
più avanzate, l’impossibilità di nuovi inserimenti lavorativi. Il
soggetto porta all’interno dell’ambito familiare il proprio stato
di grave disagio, e non sono rari i casi di separazioni e divorzi,
disturbi nello sviluppo psicofisico dei figli e disturbi nelle
relazioni sociali.
Abbiamo così parlato di Mobbing Secondario,
riferendoci a quei riflessi e ripercussioni che un soggetto vittima
di Mobbing riporta e riversa all’interno del proprio nucleo
abitativo, generando nei suoi componenti una serie di
problematiche più o meno gravi che investono la sfera
psicologica e comportamentale in ambito familiare. Una
caratteristica di Mobbing, quella secondaria, differente dal
Doppio Mobbing, a causa del quale l’individuo si viene a
trovare doppiamente vittima: prima bersagliata sul posto di
lavoro e poi privata di comprensione e abbandonata all’interno
del proprio nucleo familiare.
Per comodità di definizione, chiameremo “Mobbing
Secondario” questo fenomeno, e su questo aspetto svilupperemo
la restante parte del nostro lavoro.
Nel Secondario, la vittima di Mobbing tende a riversare
nel contesto familiare tutta una serie di ansie e frustrazioni
generate dai conflitti vissuti a causa del Mobbing. Il carico di
negatività generato dal fenomeno in ambito lavorativo (e -
perché no! - generato pure in altri ambiti: Mobbing Familiare),
finisce per ricadere sul partner e soprattutto sui figli, ed è facile
rendersi conto come una genitorialità disturbata possa correlarsi
con l’eventuale insorgere di disturbi a livello psicologico,
somatico e comportamentale nei figli.
Il mondo adulto, scrive Corsaro, per sua natura esercita
profondi effetti sull’infanzia ed i bambini riescono ad
appropriarsi di questa cultura per costruire il proprio mondo
(Corsaro W. A., 2003, pag. 259).
Per quanto riguarda l’insorgere di disturbi nei minori,
dunque, grande importanza viene attribuita ai contesti interattivi
più vicini all’ambito in cui il minore stesso vive. Ed il contesto
che più influenza l’ambito fondamentale di vita della prole in età
evolutiva è la famiglia; questo contesto, ovviamente, può essere
più o meno ottimale. Tenendo pure presente che fattori di ordine
storico, culturale, religioso e sociale influiscono sull’assetto
familiare, e questo non può non avere conseguenze sullo
sviluppo psicologico del bambino (Sanavio E.- Cornoldi C.,
2001, pag. 55-56).
Le forme attraverso le quali si manifestano in famiglia
gli effetti “secondari” del Mobbing sono molteplici, e rientrano
in una casistica di relazioni-incontri-scontri fra coniugi e figli
molto ampia. Nelle righe che seguono tenteremo di proporre
alcuni esempi e alcune dinamiche possibili.
Quando il mobbizzato viene abbandonato perché non gli viene
più riconosciuto il ruolo di “capo della famiglia” o, più
semplicemente, il ruolo di colonna portante, oppure quando egli
non è più ritenuto idoneo ad essere indicato come esempio per i
figli (Mobbing Doppio), allora si apre, per il mobbizzato stesso,
una fase di isolamento e/o annullamento tale che le persone a lui
vicine non riescono più a trovare un canale di comunicazione in
grado di tenerli ancora in contatto.
Nella famiglia, il dialogo e l’ascolto, ma soprattutto il
confronto, rappresentano un mezzo fondamentale per creare quel
senso di fiducia, quei sentimenti di affetto e di appartenenza che
i figli ricercano nei genitori.
La mancanza di comunicazione e peggio ancora di
affettività, il clima teso, le continue liti, ed il progressivo
allontanamento di una delle due figure genitoriali - a causa del
Mobbing Doppio - sono comportamenti che possono sfociare in
una serie di problematiche, più o meno gravi e più o meno
permanenti, che riguardano la prole.
La comunicazione intrafamiliare è un aspetto essenziale
nella formazione del carattere dei bambini. E fra le ripercussioni
più comuni che un genitore, vittima di Mobbing, può riportare
nel contesto familiare, c’è senza dubbio la compromissione di
queste dinamiche, causata da una serie di comportamenti che
generano, all’interno del nucleo familiare, ed in particolar modo
all’interno della diade genitore-figlio, un clima di costante
freddezza, che si alterna con accesi e violenti conflitti verbali.
In alcuni casi, comportamenti simili possono sfociare in
un atteggiamento spontaneo, di difesa, che è quello della
chiusura: ecco allora spuntare il mutismo, il non parlare e, nello
stesso tempo, il non riuscire ad ascoltare l’altro.
L’assenza di dialogo, o peggio il non riuscire ad
ascoltare, sono situazioni che non permettono ai bambini di
sviluppare un buon livello di autostima, senso critico e capacità
di interpretare in modo corretto eventi, situazioni e
comportamenti. Ed ecco comparire in famiglia gli effetti
secondari del Mobbing.
Pure la trascuratezza emozionale, fenomeno poco
studiato e difficile da documentare, contribuisce a creare disagio
nel bambino, il quale non è più in grado di comprendere le
disattenzioni - o la non disponibilità, seppur momentanea - da
parte del genitore; allora la prima difesa messa in atto dalla prole
è l’isolamento.
Ci sono casi in cui il mobbizzato preferisce tenere la
famiglia all’oscuro di quanto gli succede in ambito lavorativo,
per non coinvolgerla nei suoi problemi, per preservarla da
eventuali attacchi indiretti portati avanti dal mobber, oppure per
timore di perdere prestigio ed essere considerato dai propri cari
un incompetente, un incapace, un fallito o un vigliacco. Quando
non è più possibile mentire, per l’insorgenza di una malattia
fisica o perché le ripercussioni che il mobbing ha sulla vittima
sono ormai difficili da nascondere, allora il comportamento del
mobbizzato diventa aggressivo nei confronti del nucleo
familiare ed i primi a farne le spese sono i figli.
Anche nei casi estremi in cui la vittima vede e pratica il
suicidio come soluzione finale dei suoi problemi, e dei problemi
che potrebbe recare ai familiari, allora si manifestano, in forma
indiretta, gli effetti secondari del Mobbing sulla prole. E’ chiaro
che i figli subiscono un trauma, in presenza di questo evento
luttuoso, ed è chiaro che l’assenza del genitore, perduto
prematuramente e così violentemente, influirà negativamente
sullo sviluppo e sulla crescita.
A volte la persistenza dei disturbi psicofisici porta il
mobbizzato ad essere assente dal lavoro per periodi sempre più
prolungati: è la cosiddetta “sindrome da rientro al lavoro”, la
quale, nelle forme più accentuate, può portare alle dimissioni
volontarie o al licenziamento.
In questo caso, le conseguenze sociali, per la famiglia, possono
essere devastanti, perché essa rischia di subire un dissesto non
solo in termini di coesione interna, ma pure in termini
economici.
Trasferire all’interno di un nucleo familiare
destabilizzato tutte le tensioni negative vuol dire compromettere
i rapporti con gli altri componenti della famiglia. Aggiungere a
ciò anche i problemi di ordine finanziario, con il carico di costi
da sostenere per visite mediche, consumo di medicinali, sedute
di psicoterapia, o anche per spese legali (se il mobbizzato
chiama in giudizio il suo datore di lavoro), è una circostanza che
aggrava ulteriormente la dinamica dei rapporti all’interno della
famiglia, con conseguenze ancora una volta negative per gli
effetti secondari prodotti sulla prole.
Come abbiamo più volte sottolineato, il Mobbing agisce
nel contesto che forma l’esistenza e la personalità
dell’individuo; e quando la personalità aggressiva incontra la
vittima designata, vengono ad alterarsi sia le regole
dell’organizzazione del lavoro sia la rete di relazioni
interpersonali: è in questa fase che il Mobbing provoca sulla
vittima reazioni depressivo-ansiose, oppure scatena meccanismi
di aggressione che il mobbizzato si porterà dietro per tutto il
resto della vita.
Tale ricordo segnerà la loro esistenza lavorativa e sociale
nei giorni a venire, ed anche quando la vittima lascia in anticipo
(tramite il prepensionamento) un ambiente di lavoro vissuto
come minaccioso, deludente e alienante, dal quale è meglio
allontanarsi il più possibile, diventa estremamente difficile, ed a
volte impossibile, recuperare in ambito sociale i rapporti
personali danneggiati a causa del Mobbing. Il rischio di
considerarsi delle nullità e degli incapaci, o anche dei falliti in
campo professionale, è dietro l’angolo, e a farne le spese, ancora
una volta, è il nucleo familiare, con i suoi componenti più deboli
e più esposti. Anzi, lasciato l’ambiente di lavoro, l’unico campo
rimasto sul quale indirizzare il proprio sfogo e la propria rabbia
diventa proprio la famiglia.
Le forme e le modalità attraverso le quali il cosiddetto
Mobbing Secondario nasce e produce effetti sono, dunque,
numerose. Quelle proposte sono solo alcuni esempi di come
questo tipo particolare di fenomeno si manifesta all’interno della
famiglia. Restano da analizzare gli effetti che il Mobbing
Secondario produce sulla prole in età evolutiva.
4. Effetti del Mobbing Secondario sull’età evolutiva
Giovanni Bollea, padre della moderna neuropsichiatria
infantile, suddivide l’età evolutiva nei seguenti periodi
(Villanova M., 2008, pag. 16):
• prima infanzia, dalla nascita al secondo anno di vita;
• seconda infanzia o età prescolare, dalla fine del secondo
anno alle soglie dell’età scolare;
• terza infanzia o età scolare, da sei a dieci-undici anni;
• adolescenza, suddivisa in preadolescenza, undici-tredici
anni, e tarda adolescenza, dai quattordici ai sedici anni.
Queste suddivisioni si fondano sul presupposto che da un
periodo all’altro si verificano cambiamenti molto importanti
(camminare, parlare, ragionare ecc.), e tengono anche conto dei
cambiamenti ambientali (ad esempio, il passaggio dal mondo
familiare alla scuola) e della posizione che gli individui in quella
determinata età occupano nella società.
Lo sviluppo psichico e la crescita fisica sono quindi due
processi analoghi per la psicologia dell’età evolutiva; processi
che tendono al perfezionamento delle capacità dell’individuo, e
loro punto d’arrivo è la maturità. L’individuo è maturo quando
sul piano cognitivo, linguistico, affettivo, sociale non ha più le
caratteristiche infantili (guidamaturita.it).
Durante la fase dell’età evolutiva, le figure genitoriali
assumono un’importanza centrale nello sviluppo degli individui.
Come suggerisce la Teoria dell’Attaccamento, il bambino
costruisce la propria rappresentazione di sé, dell’altro e del
mondo esterno sulla base delle interazioni ripetute con le
principali figure d’accudimento; è per questo che i genitori
hanno una fondamentale importanza nell’organizzare la
personalità del bambino.
In sostanza, la genitorialità e l’età evolutiva
rappresentano due momenti del ciclo di vita fortemente
interconnessi e interagenti tra loro. I due individui in gioco, il
genitore e il bambino, seppur distinti nella loro individualità
personale e di ruolo, sono considerati in ugual misura attivi
partner co-costruttori della stessa interazione.
Si viene a creare, così, una circolarità di influenzamenti e
di adattamenti reciproci, che rendono la diade genitore-bambino
o la triade mamma-papà-bambino fortemente interdipendenti.
Infatti, la funzione genitoriale, così come esercitata dal genitore,
può avere molteplici influenze sia sullo sviluppo della prole in
generale che sulla modalità in cui verrà interiorizzata ed
esercitata a sua volta la funzione genitoriale dei figli. Allo stesso
modo, lo sviluppo e le caratteristiche del figlio hanno degli
effetti importanti sulle modalità di assunzione della funzione
genitoriale e dell’integrazione di questo ruolo nella propria
identità globale di adulto.
Detto questo, è facile comprendere come una
genitorialità disturbata possa correlarsi con l’eventuale
evoluzione patologica dei figli (genitorialita.it). Mentre una
genitorialità valida e competente - scrive il Prof. Villanova - è in
grado di offrire al bambino e all’adolescente, la possibilità di
percepirsi come essere separato, con una propria individualità, e
lo sostiene, o dovrebbe sostenerlo, nel percorso di
valorizzazione e conoscenza delle sue risorse e caratteristiche
personali.
“In sintesi - conclude Villanova - l’adulto competente è
colui che: incoraggia l’autostima; favorisce la presa di coscienza
dei bisogni e dei desideri e delle loro possibilità concrete di
realizzazione; aiuta a distinguere tra un sogno o meta idealizzata
e la costruzione di un progetto concreto, garantendo la
possibilità di sostegno in caso di richiesta o di necessità e
arginando le fughe in avanti o i ripiegamenti passivizzanti e
deresponsabilizzanti” (Villanova M., 2008, pag. 192).
I bambini sono le vittime maggiormente colpite dagli
effetti del Mobbing Secondario.
Le piccole vittime di questo fenomeno sono tutte accomunate da
gravi carenze nelle relazioni con le figure genitoriali, da una
immagine negativa di sé, da sfiducia, incertezza e fragilità
emotiva.
Un’analisi superficiale delle reazioni psicologiche
negative messe in atto dalla prole può indurre a sottovalutare i
segnali di disagio e può far apparire il percorso evolutivo quasi
normale, facendo pensare a cadute e carenze solo in alcune aree
dello sviluppo. Si rischia, in questi casi, di interpretare in modo
errato quei comportamenti e sintomi che, soprattutto nelle fasi
iniziali, si presentano in forma lieve e variano al mutare della
situazione familiare. Anche perché genitori violenti e trascuranti
(nel nostro caso genitori vittime di Mobbing) spesso assumono
essi stessi atteggiamenti contraddittori verso i figli, i quali
diventano oggetto a volte di odio, altre volte di amore e di
attenzioni (Di Blasio P., 2000, pag. 10).
Il tentativo di questo lavoro è quello di portare
l’attenzione sulle conseguenze psicologiche che il Mobbing
Secondario può determinare sulla prole in età evolutiva, nella
prospettiva di contribuire a far emergere le difficoltà nelle quali
può imbattersi un bambino in un contesto dove il genitore, a
causa del Mobbing subìto, risulta assente, distante, poco
comunicativo o eccessivamente presente e invadente.
I disturbi ricorrenti, generati da queste dinamiche
familiari, possono essere così riepilogati: 1) disturbi
dell’apprendimento; 2) disturbi del linguaggio; 3) disturbi
dell’evacuazione; 4) disturbi della condotta alimentare; 5)
disturbi del sonno; 6) disturbi dell’umore; 7) disturbi d’ansia; 8)
disturbo borderline di personalità; 9) disturbi da deficit
dell’attenzione e da comportamento dirompente; 10) altri
disturbi del comportamento.
Cap. III
1. Premessa
I disturbi presi in considerazione per l’analisi riguardante
la Tesi possono essere ricondotti ad una pluralità di cause:
fattori genetici, deficit intellettivi o motori, fattori ambientali,
ecc.; i disturbi ai quali faremo riferimento nel corso della
trattazione sono riferibili a cause ambientali, e più precisamente
a fattori che vengono generati in ambiente familiare e che
producono deprivazioni affettive, carenze di stimoli, mancanza
di comunicazione, episodi stressanti o traumatizzanti ed ogni
altro evento capace di alimentare disagio all’interno del nucleo
familiare.
I disturbi indicati non sono da sottovalutare, perché la
loro insorgenza nella prole in età evolutiva produce effetti
negativi non solo in ambiente familiare, ma pure nei rapporti di
socializzazione. Essi rappresentano una fonte di disagio e di
imbarazzo e spingono il soggetto colpito a vergognarsi e ad
evitare luoghi e situazioni dove possono essere messi in
difficoltà, limitando così le loro possibilità di frequentazione e
di socializzazione.
Per elencare i disturbi e per elaborarne l’analisi abbiamo
fatto riferimento al DSM IV, un “Manuale Diagnostico e
Statistico dei Disturbi mentali” che è tra i più utilizzati in campo
medico, psicologico e psichiatrico.
Il Manuale è uno strumento di diagnostica descrittiva; la
sua struttura segue un sistema multi assiale e divide i disturbi in
cinque ASSI, così ripartiti:
• I ASSE:
diagnosi di base: disturbi clinici, temporanei o
permanenti;
• II ASSE:
eventuali diagnosi associate;
• III ASSE:
condizioni mediche di salute fisica;
• IV ASSE:
condizioni psicosociali ed ambientali che contribuiscono
al disordine;
• V ASSE:
valutazione globale del funzionamento.
Questa breve parentesi sulla strutturazione del DSM IV è
ritenuta necessaria per illustrare il metodo di ricerca utilizzato
nell’individuazione della serie di disturbi trattati. Risulta palese
il fatto che sia stata prestata particolare attenzione al IV ASSE
del Manuale, che ci ha permesso di individuare e selezionare i
disturbi causati da eventi riconducibili a condizioni psicosociali
ed ambientali che si sviluppano in un contesto familiare
caratterizzato dalla presenza di un soggetto mobbizzato.
Fatta questa premessa, passiamo ad elencare ed
analizzare, nelle pagine che seguono, ogni singolo disturbo.
2. Analisi dei Disturbi
2.1 Disturbi dell’Apprendimento
La mancanza di una corretta comunicazione
intrafamiliare e le carenze riguardanti la sfera affettiva sono
fattori che, nella prole in età evolutiva, possono influenzare
negativamente lo sviluppo dell’autostima e possono provocare
senso di inadeguatezza di fronte alle richieste scolastiche e
demotivazione ad apprendere. Disturbi, dunque, la cui origine
non è solo riconducibile alla presenza di patologie quali
sofferenza cerebrale, alterazione delle percezioni, ritardo
mentale, problemi di lateralizzazione.
I disturbi dell’apprendimento vengono diagnosticati
quando i test standardizzati, somministrati individualmente, su
lettura, calcolo o espressione scritta, consegnano un risultato
significativamente al di sotto di quello previsto in base all’età,
all’istruzione e al livello di intelligenza.
I problemi di apprendimento interferiscono in modo
significativo sul rendimento scolastico e sulle attività della vita
quotidiana che richiedono capacità di lettura, di calcolo o di
scrittura; essi, infatti, concorrono a creare nei minori situazioni
di demoralizzazione, scarsa autostima e deficit nelle capacità
relazionali.
I disturbi dell’apprendimento sono: dislessia, disgrafia,
discalculia e disortografia.
Nel dettaglio:
• Dislessia o disturbo della lettura, si manifesta quando il
livello di capacità di leggere raggiunto (cioè, precisione,
velocità, o comprensione della lettura misurate da test
standardizzati somministrati individualmente) risulta
ridotto rispetto a quanto sarebbe adeguato all'età
cronologica del soggetto, ovviamente le difficoltà di
lettura non devono dipendere da alterazioni neurologiche
o deficit sensoriale o intellettivo.
Il dislessico ha difficoltà nel passaggio dalla percezione
del simbolo grafico alla comprensione del suo
significato.
Sul piano clinico è possibile notare che esso è
caratterizzato dalla confusione tra lettere e sillabe con
suono simile.
• Discalculia o disturbo del calcolo, la caratteristica
principale del Disturbo del Calcolo è una capacità di
calcolo (misurata con test standardizzati somministrati
individualmente sul calcolo o sul ragionamento
matematico) che si situa sostanzialmente al di sotto di
quanto previsto in base all’età cronologica del soggetto
ed in assenza di alterazioni neurologiche o difetti
riguardanti le capacità intellettive.
Si possono riscontrare lentezza, confusione nei concetti
numerici o incapacità di contare con precisione.
• Disgrafia o disturbo dell’espressione scritta, è una
capacità di scrittura (misurata con un test standardizzato
somministrato individualmente o con una valutazione
funzionale delle capacità di scrittura) che si situa
sostanzialmente al di sotto di quanto previsto in base
all’età cronologica del soggetto, in assenza di alterazioni
neurologiche o deficit intellettivi.
Si può presentare come difficoltà nella lettura dei simboli
con conseguente grafia irregolare e spesso poco
comprensibile.
• Disortografia è la difficoltà a tradurre correttamente i
suoni che compongono la parola in simbolo grafici, non
imputabile ad alterazioni neurologiche o deficit
intellettivi.
Si presenta con errori riconducibili a confusione tra
fonemi (es., F e V), confusione tra grafemi simili (es., p e
b), omissioni di parti della parola (es., tavolo e taolo),
inversioni delle sillabe nella parola (tavolo e talovo).
2.2 Disturbi del Linguaggio
La caratteristica principale dei disturbi specifici del
linguaggio è una compromissione dello sviluppo del linguaggio
espressivo. Le difficoltà di linguaggio interferiscono con i
risultati scolastici e con la comunicazione sociale, e in futuro
creano problemi anche in campo lavorativo. Come effetto del
Mobbing sulla prole, fra questi disturbi abbiamo individuato la
balbuzie.
Come ben sappiamo, la balbuzie è un difetto
nell’emissione della parola, e si presenta con alterazioni del
flusso e della cadenza, ripetizione o prolungamento di vocali o
consonanti e sillabe (es. ta ta ta tavolo).
In relazione al blocco, la balbuzie si presenta sotto diverse
forme:
• balbuzie tonica: quando, dopo una difficoltà iniziale con
prolungamenti del suono, la parola viene pronunciata in
modo improvviso ed esplosivo;
• balbuzie clonica: caratterizzata da ripetizioni del fonema
iniziale oppure dell’intera parola;
• balbuzie mista: quando sono presenti sia la forma tonica
che quella clonica con prolungamenti e ripetizioni;
• balbuzie palilalica: quando il soggetto ripete
spasmodicamente una sillaba non attinente alla frase che
si vuole pronunciare.
La consapevolezza della balbuzie coinvolge la sfera
emotiva del soggetto e complica diverse altre manifestazioni di
disagio: ansia, frustrazione, stress, fobie, senso di inferiorità; il
difetto, inoltre, può portare a reazioni vasomotorie quali
tachicardia, dispnea e sudorazione.
E’ evidente il collegamento con un ambiente interessato
dal Mobbing, ed è altrettanto evidente come un nucleo familiare
che ospita al suo interno un individuo vittima di Mobbing non
può che provocare e/o aggravare il problema. Non a caso la
foniatra francese Suzanne Borrel afferma che nel balbuziente c’è
sempre una componente psicologica caratterizzata da fragilità
emotiva nella relazione sociale.
2.3 Disturbi dell’Evacuazione
Questo disturbo è legato al controllo degli sfinteri,
uretrale ed anale.
La maturazione fisiologica ha un ruolo fondamentale
nell’acquisizione del controllo sfinterico; il raggiungimento
della maturazione fisiologica, però, non è il solo fattore da
prendere in considerazione, perché accanto ad essa esistono
fattori legati al contesto socioculturale nel quale vive il minore.
Alcune ricerche hanno dimostrato che, anche se è stato
acquisito un corretto controllo fisiologico degli sfinteri, fattori
come mancanza di affettività, pressioni sociali, ansia, stress e
carenze igieniche possono portare ad una regressione, dando
luogo al verificarsi di fenomeni di enuresi ed encopresi.
• Enuresi: ripetuta emissione di urine incontrollata o
voluta, durante il giorno o di notte, nel letto o nei vestiti.
• Encopresi: ripetuta evacuazione di feci in luoghi
inappropriati, per esempio, nei vestiti o sul pavimento.
I fattori psicologici sono quelli più frequentemente riconosciuti
come causa del disturbo. Spesso questi disturbi si manifestano
dopo episodi vissuti dal minore con disagio, dopo momenti di
crisi o situazioni di abbandono (reali o immaginate), per effetto
di frustrazioni ed ansia conseguenti ad eventi traumatici.
Attraverso l’enuresi e l’encopresi, il bambino attua una
sorta di protesa, attraverso la quale tenta di “ricatturare” su di sé
l’attenzione di un adulto, che egli vive come distante
affettivamente o addirittura assente.
2. 4 Disturbi della Condotta Alimentare
I disturbi dell’alimentazione sono caratterizzati dalla
presenza di alterazioni del comportamento alimentare.
Le cause dell’insorgere di tali disturbi sono diverse: il
desiderio, sempre più presente nel modo di vivere del nostro
tempo, di attenersi a specifici canoni di bellezza che spesso
privilegiano la magrezza; una malattia, che ha come
conseguenza un drastico dimagrimento; un evento stressante,
che sconvolge l’equilibrio psicofisico del soggetto.
In quest’ultima causa rientrano i disturbi alimentari che
nascono - o si amplificano - come effetto di un ambiente
familiare caratterizzato dalla presenza di un coniuge vittima di
Mobbing.
Infatti, in un contesto familiare teso, il cibo può assumere
diversi significati: in presenza di un genitore mobbizzato,
l’abitudine del “mangia e taci” è molto frequente ed è utilizzata
come forma di allontanamento e di distacco da parte del genitore
nei confronti del figlio; a questa abitudine spesso si associa pure
quella di demandare alla televisione il compito di intrattenere il
bambino. Proprio in funzione di questo particolare “uso”, il cibo
diventa un mezzo al quale il bambino ricorre per inviare
messaggi (di conferma o di rifiuto) alle figure genitoriali.
La letteratura concorda nella descrizione di
caratteristiche particolari nella famiglia delle anoressiche, dove
sembra molto frequente un’organizzazione piuttosto rigida e
dove la figura predominante è quella materna, soprattutto per
quanto riguarda l’ambito familiare e la cura dei figli (Fagiani M.
B., 2006, pag 128). “Si tratta sovente di donne che hanno
rinunciato ad attività extrafamiliari o avanzamenti di carriera per
cui, invece, avevano capacità e basi culturali e che si sentono
frustrate da queste rinunce volontarie o meno”, scrive Fagiani, la
quale aggiunge: “Esse compenserebbero questo insoddisfacente
stato di cose concentrando le loro cure sulle figlie alle quali
dedicherebbero ogni attenzione, ma che considererebbero loro
proprietà, mal tollerando aspirazioni all’indipendenza”.
E nelle pagine precedenti abbiamo anche visto che, fra le
possibili conseguenze del Mobbing in ambito lavorativo, ci sono
proprio la rinuncia ad attività extrafamiliari (dimissioni) ed i
mancati avanzamenti di carriera. In questa ottica, la scorretta
utilizzazione del cibo esprime un disagio, all’interno del quale il
cibo stesso diventa veicolo di comunicazione.
Nella classificazione dei disturbi alimentari sono
comprese due categorie specifiche: l’anoressia nervosa e la
bulimia nervosa. Caratteristica essenziale, comune ad entrambe
le categorie, è la presenza di una alterata percezione del peso e
della propria immagine corporea.
• Anoressia Nervosa: si manifesta attraverso un rifiuto di
mantenere il peso corporeo al di sopra del peso minimo
normale considerato per età e per altezza, oppure
incapacità di raggiungere il peso previsto durante il
periodo della crescita in altezza.
L’inizio dell’anoressia è solitamente graduale e,
rimanendo nel campo d’indagine riguardante la nostra
Tesi, il disturbo può nascere come forma di protesta nei
confronti dei genitori, e quindi come conseguenza di una
condizione di disagio vissuta all’interno dal nucleo
familiare.
La perdita di peso è controllata attraverso la riduzione
della quantità di cibo ingerita. Il peso può anche essere
tenuto sotto controllo mediante condotte di eliminazione,
come il vomito autoindotto e l’uso di lassativi e diuretici,
oppure attraverso eccessiva attività fisica.
• Bulimia Nervosa: si manifesta con la presenza di
abbuffate e metodi inappropriati e compensatori per
prevenire l’aumento di peso. Per abbuffata si intende una
condotta alimentare che si verifica attraverso
l’ingestione, in un determinato periodo di tempo, di una
quantità di cibo più grande rispetto a quanto la
maggioranza degli individui assumerebbe in circostanze
simili.
Per essere diagnosticato come bulimico, il soggetto deve
presentare un minimo di due episodi di abbuffate e di
comportamenti compensatori inappropriati alla
settimana, per un periodo di tempo di almeno tre mesi.
Caratteristica frequente, come nell’Anoressia, è il ricorso
a inappropriati comportamenti compensatori per
neutralizzare gli effetti dell’abbuffata; tra questi, quello
più frequentemente utilizzato è il ricorso al vomito
autoindotto.
2.5 Disturbi del Sonno
I disturbi si riscontrano quando il sonno fisiologico non
si manifesta nella sua forma corretta e possono derivare da varie
cause. E’ però dimostrato come l’insorgere di tali disturbi sia
frequente in soggetti che presentano sintomi di ansietà e
depressione dovuti, generalmente, a problemi interpersonali,
sociali e lavorativi. Ecco perché abbiamo inserito i disturbi del
sonno nell’elenco delle problematiche che possono interessare i
bambini come effetto del Mobbing vissuto da uno dei genitori e
riportato in famiglia.
La misurazione delle fasi del sonno avviene attraverso
l’uso di strumenti che effettuano il monitoraggio dei parametri
elettrofisiologici durante il sonno.
Nel sonno fisiologico le fasi REM (Rapid Eye
Movimenti, caratterizzato da attività elettrica rapida, come
rapidi risultano i movimenti oculari, e da rilassamento del tono
muscolare; in questa fase si manifesta l’attività di sogno) si
alternano a quelle del NONREM (detto anche calmo), di modo
che ad una fase NREM segue una fase REM.
I disturbi si distinguono in dissonnie e parasonnie.
• Dissonnie: sono disturbi primari dell’inizio o del
mantenimento del sonno, oppure disturbi dovuti ad
eccessiva sonnolenza. Sono caratterizzate da
un’alterazione della quantità, della qualità o della
sequenza temporale del sonno.
Vi sono tre principali tipi di dissonnie: 1) Insonnia
Primaria: si manifesta con la difficoltà ad iniziare o a
mantenere il sonno, oppure con la presenza di un sonno
non-ristoratore; 2) Disturbi dell’addormentamento: sono
molto frequenti nell’infanzia e si manifestano attraverso
il rifiuto dell’andare a dormire, con la conseguente messa
in atto di strategie mirate a tergiversare al momento di
coricarsi (esempio: attraverso la richiesta di
addormentarsi in compagnia di un genitore, dopo la
lettura di una favola o dopo rituali vari); 3) Ipersonnia
Primaria: è un eccesso di sonnolenza che può esprimersi
con episodi di sonnolenza diurni, prolungato sonno
notturno, difficoltà nel risveglio.
• Parasonnie: sono disturbi caratterizzati da
comportamenti anomali o da eventi fisiologici che si
manifestano durante il sonno. Sono inclusi nelle
parasonnie: 1) Disturbo da Incubi: la caratteristica è il
ripetuto manifestarsi di sogni terrificanti che portano ad
un brusco risveglio; 2) Disturbo da Terrore nel Sonno: è
una manifestazione ripetuta di terrore nel sonno,
caratterizzata da bruschi risvegli che cominciano di
solito con un grido di paura o con un pianto; 3)
Sonnambulismo: ripetizione di episodi di
comportamento motorio durante il sonno, come il
sollevarsi dal letto e il deambulare nelle vicinanze.
2. 6 Disturbi dell’Umore
La possibilità del riscontro di disturbi dell’umore in età
evolutiva è stata a lungo oggetto di controversie, soprattutto per
quanto riguarda l’età infantile. Oggi è riconosciuta la presenza
di alterazioni dell’umore, soprattutto quelle che fanno parte della
polarità depressiva, anche in età adolescenziale e infantile, e con
caratteristiche - almeno per quanto riguarda i sintomi -
pressoché sovrapponibili a quelle che si riscontrano in età
adulta, tanto che il DSM IV ne fornisce un’unica descrizione e
classificazione nosografica, limitandosi a sottolineare quei
sintomi che si riscontrano con particolare frequenza o specifiche
modalità nel bambino e nell’adolescente (Fagiani M. B., 2006,
pag. 171-172).
I disturbi hanno come caratteristica predominante
alterazione dell’umore e alterazioni della sfera affettiva. Essi
sono suddivisi in “episodi” e “disturbi”. Si parla di “episodi”
quando vi è la presenza continuativa di un determinato sintomo,
per un certo periodo di tempo; si parla invece di “disturbi”,
quando nella storia clinica del soggetto è presente uno o più
episodi. Inoltre, vengono a loro volta suddivisi in disturbi
depressivi (unipolari) e disturbi depressivi bipolari.
I disturbi dell’umore sono diversi, differenti per gravità,
temporalità e modalità di intervento. Nel proseguire il lavoro,
seguiamo la classificazione presente all’interno del DSM IV.
Episodi di Alterazione dell’Umore:
• Episodio Depressivo Maggiore: costituisce un fatto
transitorio, e la caratteristica essenziale è la depressione
dell’umore, o perdita di interesse o di piacere verso quasi
tutte le attività; il disturbo deve protrarsi per un periodo
di tempo di almeno 2 settimane. Nei bambini e negli
adolescenti l’umore può essere irritabile anziché triste;
possono emergere alterazioni dell’appetito, alterazioni
del sonno, continuo senso di stanchezza, facile
stancabilità, agitazione o rallentamento psicomotorio,
frequenti pianti, difficoltà di concentrazione.
• Episodio Maniacale: è definito da un periodo durante il
quale vi è un umore anormalmente e persistentemente
elevato, espanso o irritabile. Questo periodo deve durare
almeno una settimana. Nell’età evolutiva, all’episodio si
accompagnano problemi a livello scolastico e nei
rapporti interpersonali.
• Episodio Misto: è caratterizzato da un periodo di tempo,
di almeno una settimana, durante il quale risultano
soddisfatti i criteri sia per l’Episodio Maniacale che per
l’Episodio Depressivo Maggiore quasi ogni giorno.
• Episodio Ipomaniacale: è definito come un periodo
distinto durante il quale è presente un umore
persistentemente elevato, espanso o irritabile che dura
almeno 4 giorni. Negli adolescenti gli episodi
ipomaniacali possono essere associati con assenteismo
da scuola, comportamento antisociale, insuccesso
scolastico o uso di sostanze.
Disturbi Depressivi:
• Disturbo Depressivo Maggiore: caratterizzato da uno o
più Episodi Depressivi Maggiori. Può esordire ad ogni
età, con un’età media intorno ai 25 anni. Nei bambini
prepuberi, maschi e femmine sono ugualmente affetti.
• Disturbo Distimico: è un umore cronicamente depresso,
presente per la maggior parte del giorno, quasi ogni
giorno, accertato per un periodo di almeno 2 anni. Nei
bambini la durata minima richiesta è solo di un anno; il
disturbo spesso determina una bassa autostima e
compromissioni delle prestazioni scolastiche e delle
interazioni sociali; l’umore può essere irritabile anziché
depresso, e sovente prevale il pessimismo.
Disturbi Depressivi Bipolari:
• Disturbo Bipolare I: caratterizzato da un decorso clinico
con la presenza di uno o più Episodi Maniacali o Episodi
Misti.
• Disturbo Bipolare II: caratterizzato da un decorso clinico
con uno o più Episodi Depressivi Maggiori
accompagnati da almeno un Episodio Ipomaniacale.
• Disturbo Ciclotimico: è un’alterazione dell’umore
cronica fluttuante, con numerosi periodi con sintomi
ipomaniacali e numerosi periodi con sintomi depressivi.
2.7 Disturbi d’Ansia
L’ansia è un fenomeno esclusivamente psichico, e le
situazioni di ansia che investono il nucleo familiare finiscono
per creare comportamenti ansiosi anche nella prole in età
evolutiva.
Per ansia si intende l’anticipazione apprensiva di un
pericolo o di un evento negativo futuri, accompagnata da
sentimenti di disforia o da sintomi fisici di tensione. Gli
elementi esposti a rischio possono appartenere sia al mondo
interno che al mondo estero.
I disturbi d’ansia generano nei bambini sentimenti di
oppressione, associati a sentimenti di attesa verso avvenimenti
(reali o inventati) vissuti come spiacevoli. L’angoscia nei
bambini trova espressione attraverso il corpo, sotto forma di
sintomi somatici (cefalea, vomito, dolori addominali o degli arti)
oppure sotto forma di diminuzione delle capacità di attenzione
(distrazione, svogliatezza).
A partire dalla preadolescenza, verso gli undici/dodici
anni, l’angoscia si esprime attraverso crisi di collera,
atteggiamenti di continue richieste, alterazioni comportamentali.
I disturbi d’ansia che compaiono nei bambini in età
evolutiva sono simili ai disturbi che compaiono negli adulti,
tant’è vero che nel DSM IV sono descritti senza distinzione tra
le loro manifestazioni in età evolutiva ed in età adulta. Fra i
disturbi “diagnosticati nell’infanzia, nella fanciullezza e
nell’adolescenza”, trovano posto solo alcuni specifici disturbi
d’ansia, che si manifestano, appunto, solo in età evolutiva
(Fagiani M. B., 2006, pag. 157).
Solo che nei bambini questi disturbi assumono caratteristiche
specifiche, come le preoccupazioni relative alle prestazioni o
alla preparazione a scuola o negli eventi sportivi, anche quando
la prestazione non deve essere valutata da altri.
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Il Mobbing Secondario e gli effetti sulla prole in età evolutiva - Tesi di Laurea. Relatore Matteo Villanova – (2010) Ma. Per. Editrice

  • 1.
  • 2. © 2010 – Ma. Per. Editrice 88047 Nocera Terinese (Cz) – Via del Progresso, 7 tel. 348-0576847 ISBN 978 - 88 - 904280 - 0 - 5
  • 3. Elena Orlando Il Mobbing Secondario e gli effetti sulla prole in età evolutiva Tesi di Laurea. Relatore Matteo Villanova Ma. Per. Editrice
  • 4.
  • 5. Introduzione Questa tesi ha lo scopo di individuare i disturbi che un genitore vittima di Mobbing provoca sulla prole in età evolutiva. Abbiamo parlato convenzionalmente di “Mobbing Secondario” perché si considerano come primari gli effetti causati dal Mobbing sulla vittima, e secondari tutti gli effetti che a sua volta la vittima provoca sulle persone che gli stanno intorno. Nello svolgimento della tesi ci siamo soffermati sugli effetti del Mobbing Secondario nell’ambito familiare, considerando come vittima di Mobbing un genitore e individuando una serie di disturbi che potrebbero insorgere nella prole in età evolutiva per effetto di un clima familiare deteriorato. E’ stato detto che il Mobbing avvelena la vita di milioni di persone. Definito una forma perversa di “terrorismo psicologico sul luogo di lavoro”, il Mobbing appare come una realtà da sempre conosciuta, ma solo da poco identificata e posta al centro di discussioni e analisi. Il numero dei “mobbizzati” è in costante aumento sia per l’espansione del fenomeno, sia per la presa di coscienza che favorisce l’individuazione dei comportamenti devianti. Nel primo capitolo, l’evoluzione del Mobbing in ambiente lavorativo è vista nei suoi stadi progressivi, nella definizione giuridica e normativa, nella sua classificazione e nelle diverse articolazioni. Inoltre, abbiamo trattato gli aspetti che riguardano la salute, l’importanza della diagnosi, la simulazione e la dissimulazione. Nel secondo capitolo abbiamo introdotto il discorso del Mobbing Familiare e del Mobbing Secondario, soffermandoci sugli aspetti principali che riguardano le dinamiche
  • 6. intrafamiliari e cercando di individuare le conseguenze negative prodotte in ambiente familiare dalla presenza di una genitorialità disturbata. Nel terzo capitolo ci siamo soffermati sui disturbi individuati, facendo riferimento al Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali - DSM IV. Il quarto capitolo è la parte conclusiva del lavoro, e contiene appunti e riflessioni sulla formazione, sulla prevenzione e sull’importanza delle terapie. A corredo sono stati elaborati due casi specifici di Mobbing, inseriti in Appendice. Il primo caso è relativo ad una lavoratrice distaccata da un luogo di lavoro ad un altro, con conseguente dequalificazione professionale; sottoposto a Mobbing, il soggetto trasferisce le sue tensioni ed il suo disagio all’interno della famiglia, con effetti negativi su due figlie in età evolutiva. Il secondo caso riguarda un lavoratore coinvolto in un ampio processo di ristrutturazione aziendale, con cambiamenti radicali sul posto di lavoro; anche in questo caso gli effetti del Mobbing subìto si ripercuotono sulla sfera familiare, e a soffrire è, questa volta, un figlio di 12 anni. Il fenomeno del Mobbing, oltre ad essere oggetto di discussioni, saggi e testi accademici, ha ispirato pure una serie di film. Per questo motivo, a conclusione della Tesi, sono stati proposti due esempi esplicativi di come il fenomeno del Mobbing viene rappresentato nel cinema: nel primo si vive il vissuto dalla parte del mobbizzato, la vittima; nel secondo il protagonista della pellicola è il mobber, il carnefice. Film profondi, in grado di rappresentare in maniera sconcertante cos’è il Mobbing e quali drammi sociali e umani esso determina.
  • 7. Cap. I 1. Termine e definizioni di Mobbing La parola deriva dall’inglese “to mob” (attaccare, assalire, accalcarsi attorno a qualcuno) ed è presa in prestito dall’Etologia, una scienza che studia il comportamento degli animali. Più in particolare, il termine è stato usato dall’etologo austriaco Konrad Zacharias Lorenz per descrivere il comportamento di alcune specie animali, solite circondare minacciosamente un membro del gruppo, al fine di allontanarlo. In Etologia, il termine indica un meccanismo di difesa grazie al quale un gruppo animale mantiene la sua omogeneità ed espelle il “non simile”, mettendo in pratica comportamenti lesivi che in alcuni casi portano fino alla distruzione dell’individuo ritenuto “diverso/inadeguato”. Il primo a parlare di Mobbing come condizione di persecuzione psicologica in ambiente lavorativo è lo psicologo svedese Heinz Leymann, il quale inizia a studiare il Mobbing in Svezia a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta. Da allora in Nord Europa sono stati avviati diversi progetti di ricerca. Leymann definì il Mobbing come una comunicazione ostile e non etica, diretta sistematicamente da uno o più lavoratori verso un soggetto che, a causa del fenomeno, è messo in una condizione di essere senza difesa (Casula D., 2003, pag. 141). Harald Ege, psicologo nato in Germania, definisce il Mobbing come una “situazione lavorativa di conflittualità sistematica, persistente e in costante progresso in cui una o più persone vengono fatte oggetto di azioni ad alto contenuto persecutorio da parte di uno o più aggressori in posizione superiore, inferiore o di parità con lo scopo di provocare alla vittima dei danni di vario tipo e gravità”.
  • 8. Il Mobbing, considerato da alcuni una “patologia sociale” che si origina da un processo distruttivo della persona che nasce in un contesto di vessazione emozionale continuativa e reiterata di comunicazione conflittuale e anche da comportamenti apertamente o celatamente ostili, si configura nel contesto relazionale dell’ambiente lavorativo tra lavoratori (Villanova M., 2008, pag. 181). Con la parola Mobbing intendiamo quindi una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori (mobber), contro una “vittima” (mobbizzato). In ambiente lavorativo, il fenomeno può assumere molteplici forme: • Emarginazione. L’isolamento è sempre psicologico, fatto di non comunicazione, di ostilità più o meno espressa, ma sovente è anche fisico-logistico, realizzandosi attraverso il trasferimento della vittima in sedi periferiche o l’assegnazione di stanze lontane da quelle dei colleghi. Particolarmente grave è l’esclusione dai flussi informativi, che priva progressivamente il soggetto della conoscenza di quel che succede in azienda. • Dequalificazione professionale. E’ il più classico metodo di vessazione di matrice datoriale. Consiste nell’assegnazione di incarichi meno importanti o di mansioni totalmente diverse a quelle precedenti. Vi si accompagna frequentemente la privazione di status o comunque di vantaggi connessi alla perduta posizione. • Accuse e sanzioni immotivate. Anche queste, formulate spesso dal datore di lavoro (o dal superiore gerarchico) davanti ai colleghi e ai clienti, sono finalizzate a svilire sempre più la percezione del contributo produttivo della vittima. Da parte dei colleghi, nel Mobbing in senso
  • 9. proprio, il medesimo risultato può essere raggiunto facendo circolare notizie negative, o anche attraverso scherzi, magari pesanti (Dui P., 2004). Nei casi più gravi si può arrivare anche al sabotaggio del lavoro ed alla messa in atto di vere e proprie azioni illegali. Lo scopo del soggetto che esercita Mobbing è quello di escludere una persona che è ritenuta, o è divenuta in qualche modo “scomoda”, attaccandola psicologicamente e socialmente in modo da provocarne il licenziamento o da indurla alle dimissioni volontarie. Alcune ricerche hanno dimostrato che le cause del terrore psicologico sul posto di lavoro vanno ben oltre i fattori caratteriali: si fa Mobbing su una persona perché ci si sente surclassati ingiustamente, oppure per invidia o gelosia, ma anche per liberarsene, costringendola alle dimissioni senza che si vengano a creare le condizioni per un intervento a difesa da parte delle strutture sindacali. Nonostante l’importanza assunta dal fenomeno, a oggi non esiste una definizione giuridica di Mobbing, né una normativa unitaria di tutela del lavoratore contro di esso. Il concetto giuridico di “Mobbing”, da cui può essere affetto un rapporto di lavoro subordinato, presuppone – nell’accezione che va consolidandosi in dottrina e giurisprudenza, pur con varietà di accentuazioni – una durevole serie di reiterati comportamenti vessatori e persecutori rivolti nei confronti del dipendente all’interno dell’ambiente di lavoro in cui egli opera. Comportamenti vessatori e persecutori capaci di provocare in suo danno una situazione di reale, serio ed effettivo disagio, che si concreta dunque in un danno ingiusto, incidente sulla persona del lavoratore, ed in particolare sulla sua sfera mentale, relazionale e psicosomatica.
  • 10. L’illecito si può potenzialmente concretare con una pluralità di comportamenti materiali ovvero anche di provvedimenti, del tutto a prescindere dall’inadempimento di specifici obblighi derivanti dalla normativa stabilita nei Contratti di Lavoro (Tribunale Milano, sezione lavoro, 20 maggio 2000 e Tribunale Milano, sezione lavoro, 11 febbraio 2002; Cassazione civile, sezione lavoro, 6 marzo 2006 n. 4774 ). 2. Le Fasi del Mobbing Il Mobbing non è una situazione stabile, ma un processo in continua evoluzione. “Conflitto in costante e largamente prevedibile progresso”, dice Harald Ege. Per questo motivo sono stati proposti vari modelli di analisi e di interpretazione del fenomeno. Quello più utilizzato è il modello a 4 fasi, elaborato dal già citato Leymann e brevemente di seguito descritto. • PRIMA FASE: caratterizzata da segnali premonitori. Inaspettatamente coinvolge un lavoratore che diventa in breve tempo bersaglio da parte di colleghi e/o superiori. Talvolta il Mobbing è scatenato da una promozione o avanzamento di carriera che riguarda la vittima, presa ovviamente di mira dagli altri per invidia o gelosia. • SECONDA FASE: Mobbing conclamato. Veri e propri attacchi di vario tipo verso la vittima, attacchi per lo più psicologici da parte di colleghi e/o superiori. • TERZA FASE: Errori ed abusi dell’amministrazione del personale. La vittima non riesce a fronteggiare gli attacchi che ritiene immotivati. Seguono assenze sul posto di lavoro,
  • 11. sempre più frequenti. L’azienda stessa viene coinvolta, spesso con l’avvio di provvedimenti disciplinari a carico dei lavoratori oppure con l’apertura di un’inchiesta tendente a fare piena luce sul suo comportamento. La vittima non viene difesa dai colleghi, che spesso, con il loro atteggiamento, aggravano la situazione, riportando ai superiori le distrazioni, gli errori e/o l’inefficienza della vittima sul lavoro. • QUARTA FASE: Esclusione dal mondo del lavoro. L’azienda prende atto che il soggetto è professionalmente inadeguato e lo mette da parte, utilizzando lo strumento del demansionamento e affidandogli solo incarichi secondari e di poco rilievo. La vittima, sentendosi frustrata, inizia ad accusare i primi sintomi di un malessere psico-fisico. E’ la fase conclusiva, la quale può arrivare all’estromissione della vittima dal contesto lavorativo nel quale opera. Questo modello, prodotto e sviluppato in Svezia, non risulta, però, facilmente applicabile in Italia, proprio in considerazione del fatto che il sistema di norme e di valori che regola il contesto lavorativo italiano è diverso dai sistemi esistenti nel nord Europa. Per tale motivo Ege, specializzato in psicologia del lavoro e dell’organizzazione, studioso della materia, ha operato degli aggiustamenti sul modello base (che conserva la sua validità in maniera indiscutibile nell’area scandinava e germanica), al fine di rendere il modello stesso più adatto all’applicazione nella realtà lavorativa italiana. Lo studioso tedesco ha così elaborato il “Modello Italiano Ege”, che individua sei stadi progressivi di evoluzione del Mobbing, adattati alla realtà del lavoro in Italia ed alla personalità dell’italiano medio, legati logicamente tra loro e
  • 12. preceduti da una sorta di pre-fase, denominata Condizione Zero (osservatoriomobbing.org). In particolare, Ege sviluppa uno schema che riassume l’iter evolutivo del fenomeno, individua gli avvenimenti tipici che si devono verificare nell’ambiente lavorativo affinché si possa parlare di Mobbing, studia le reazioni dell’individuo in rapporto alla sua indole e personalità e, infine, ne dimostra la verosimiglianza ai casi concreti. • CONDIZIONE ZERO: fase preliminare di conflitto. Non è una vera e propria fase del Mobbing, però costituisce un indispensabile presupposto che ci aiuta ad analizzare e interpretare il fenomeno. L’assenza, in Italia, di una cultura del lavoro (intesa come mancanza di etica e di civiltà del lavoro) influenza in modo negativo il clima e lo stile aziendale, la stessa organizzazione del lavoro, la cura e la gestione delle risorse umane; e questi aspetti finiscono per caratterizzare le aziende italiane come luogo tipico di conflittualità; sono poche, quelle che sfuggono a questa regola. Conflittualità e tensione generalizzata non costituiscono Mobbing, ma sono fasi che tendono generalmente a degenerare nel fenomeno; esse rappresentano un terreno fertile per il suo sviluppo. Si tratta, in sostanza, di una situazione di conflitto generalizzato, che vede tutti contro tutti e non ha ancora una vittima cristallizzata. Non è del tutto latente, ma si fa notare di tanto in tanto con banali diverbi di opinione, discussioni, piccole accuse e ripicche, manifestazioni del classico ed universalmente noto tentativo di emergere rispetto agli altri. Un aspetto è fondamentale: nella “condizione zero” non c’è da nessuna parte la volontà di distruggere, ma solo
  • 13. quella di elevarsi sugli altri; è la fase preliminare di conflitto. • PRIMA FASE: il conflitto mirato. E’ la fase in cui si individua una persona verso la quale indirizzare la conflittualità generale e le tensioni aziendali, e questa persona finisce per diventare il capro espiatorio di ogni problema. L’obiettivo non è più solo quello di emergere, ma quello di mettere in difficoltà, o addirittura distruggere l’avversario. Inoltre, il conflitto non è più oggettivo e limitato agli aspetti della vita lavorativa, ma si dirige molto spesso verso la sfera del privato. E’ una fase, però, in cui il Mobbing ancora non emerge e non si sviluppa con chiarezza. • SECONDA FASE: l’inizio del Mobbing. In questa fase il Mobbing comincia ad essere esercitato con sistematicità e si manifesta in maniera inequivocabile la volontà di alcuni di colpire la vittima, che è l’individuo prescelto oppure scomodo. Gli attacchi da parte del mobber non causano ancora sintomi o malattie di tipo psicosomatico sulla vittima, ma suscitano un senso di disagio e fastidio. L’individuo colpito percepisce un inasprimento delle relazioni con i colleghi ed è portato ad interrogarsi su tale mutamento. Mentre nella prima fase si aspetta un motivo per dare la colpa a qualcuno, nella seconda fase si creano volutamente e deliberatamente le condizioni per accusarlo o denigrarlo. • TERZA FASE: primi sintomi psicosomatici. La vittima comincia ad avvertire problemi di salute, attraverso sintomi che si manifestano nelle forme più disparate: senso di insicurezza, insonnia e problemi
  • 14. digestivi, inappetenza, fino a raggiungere veri e propri stati d’ansia e depressione. Questa fase può protrarsi anche per un lungo periodo. • QUARTA FASE: errori ed abusi da parte di terzi. Il caso di Mobbing diventa di pubblico dominio e, in questa fase, si aggiungono errori o abusi da parte di altri lavoratori colleghi della vittima e, soprattutto, da parte del datore di lavoro, il quale spesso, attraverso l’ufficio del Personale, incappa in errori di valutazione nei confronti della vittima colpita dal fenomeno. Un esempio è quando le sempre più frequenti assenze per malattia del lavoratore non vengono capite e sono considerate in maniera diversa da parte dell’amministrazione del personale stesso. • QUINTA FASE: aggravamento delle condizioni di salute. In questa fase le condizioni di salute psico-fisica del mobbizzato si aggravano e la vittima si trova a soffrire di forme depressive più o meno gravi. In genere si ricorre ad un periodo di cure attraverso psicofarmaci e terapie; cure che troppo spesso hanno solo un effetto palliativo, in quanto il problema sul lavoro non solo resta, ma tende ad aggravarsi. L’amministrazione del personale continua a commettere errori, di solito dovuti alla mancanza di conoscenza del fenomeno del Mobbing e delle sue caratteristiche, e di conseguenza i provvedimenti presi nei riguardi del lavoratore sono non solo inadatti, ma anche pericolosi e controproducenti per la vittima stessa. E’ la fase in cui il lavoratore finisce col convincersi di essere la causa di tutto ciò che di negativo avviene attorno a lui; oppure pensa di vivere in un mondo di
  • 15. ingiustizie contro cui nessuno può nulla, precipitando ancora di più nella depressione. E’ la fase in cui alle vessazioni in ambiente lavorativo si aggiungono le incomprensioni provenienti dal nucleo familiare, e si sviluppa, così, il cosiddetto “Doppio Mobbing”. • SESTA FASE: esclusione dal mondo del lavoro. È la fase finale del percorso, che si manifesta con la ricerca, da parte dell’individuo mobbizzato, di una via d’uscita che lo porti all’esterno del tunnel nel quale si trova. Questa via d’uscita viene spesso trovata nell’allontanamento dall’ambiente di lavoro nel quale il Mobbing si è concretizzato. Un allontanamento che può portare alle dimissioni volontarie, al licenziamento, all’accettazione della mobilità o del prepensionamento. Una forma più grave e drammatica può portare in casi estremi allo sviluppo di manie ossessive, istinti di vendetta sul mobber o, addirittura, al ricorso al suicidio. 3. Studi e Legislazione in Italia Uno dei primi studiosi ad interessarsi del fenomeno nel nostro Paese è stato il tedesco Harald Ege, collaboratore di Heinz Leymann, lo psicologo svedese che per primo parlò di Mobbing come condizione di persecuzione psicologica in ambiente lavorativo. Leymann era già stato in Italia, dove aveva tenuto una conferenza sull’argomento, e sin da allora si era potuto inquadrare il problema con maggiore chiarezza e consapevolezza. Nel 1996, a Bologna, Ege fondò “Prima – Associazione Italiana contro Mobbing e Stress Psico-sociale”, allo scopo di
  • 16. intervenire ed operare sulle problematiche connesse a questo fenomeno, da un lato dedicandosi alla prevenzione delle cause scatenanti, dall’altro offrendo assistenza e sostegno a coloro che ne hanno subìto gli effetti. E negli ultimi decenni del secolo scorso, anche in Italia si è iniziato a studiare il fenomeno in maniera scientifica. “Nessuno in Italia fino a pochissimo tempo fa sapeva cos’è il Mobbing e il mio ruolo è stato (lo è ancora in tante occasioni) principalmente quello di fornire le basi di questa conoscenza, ricorrendo a volte a parole anche troppo semplici, per far avvicinare per gradi e con pazienza chi avevo davanti alla comprensione di questo problema”; così scrive Ege nella premessa di uno dei suoi numerosi libri sul Mobbing pubblicati nel nostro Paese. Oggi, grazie anche al boom mediatico, si sente sempre più spesso parlare dell’argomento ed il termine Mobbing è diventato ormai di uso comune. Si calcola che, solo in Italia, più di un milione e mezzo di lavoratori soffrano per Mobbing; e l’incidenza territoriale del fenomeno è, approssimativamente, così distribuita: 64% nell’Italia settentrionale, 25% nell’Italia centrale, 6% nell’Italia meridionale e 5% nelle isole maggiori (Casula D., 2003, pag. 142). Si presuppone che i dati siano notevolmente sottostimati, sia per la mancanza di un Osservatorio a livello Nazionale e Regionale, sia perché molti episodi rimangono ancora nel sommerso, in quanto non dichiarati per paura o per scarsa consapevolezza del fenomeno. Complessivamente, dovrebbe essere intorno a 4 milioni il numero di coloro che, in Italia, sono indotti a mobbizzare i colleghi, mentre su una cifra minima di 5 milioni è attestata la quantità di persone in qualche modo coinvolte nel fenomeno, come testimoni, spettatori, colleghi di lavoro, amici e familiari delle vittime.
  • 17. Altro esperto di Mobbing in Italia è il Dottor Renato Gilioli, neuropsichiatra e medico del lavoro, Direttore del Centro per il Disadattamento Lavorativo della Clinica di Milano. In tale veste, Gilioli si occupa da oltre vent’anni di socialità aziendale, aiutando migliaia di vittime “perseguitate” nei diversi ambienti di lavoro. Nel Centro, istituito nel 1996, opera un’equipe medica che si occupa di Mobbing nei suoi aspetti clinici, diagnostici, terapeutici, riabilitativi e preventivi; e Gilioli vi svolge attività di coordinamento. Il medico italiano ha elaborato un protocollo diagnostico interdisciplinare ed un questionario (C.D.L.) specifico per la rilevazione del fenomeno Mobbing. Il questionario consente un’attenta analisi della situazione che interessa il soggetto analizzato, ed è composto da 40 items, suddivisi in tre aree: 1) attacchi alla persona; 2) attacchi alla situazione lavorativa; 3) azioni punitive subìte; più una parte finale dedicata ai dati anagrafici dell’interessato. Il contributo dato da Renato Gilioli è importante anche per quanto riguarda la prevenzione, ed il medico ha condotto, in collaborazione con il figlio giornalista Alessandro Gilioli, numerosi studi sull’argomento. Nel 2000 padre e figlio hanno pubblicato un libro, “Cattivi capi, cattivi colleghi. Come difendersi dal mobbing e dal nuovo capitalismo selvaggio”, in cui il Mobbing viene considerato “il male sociale del nostro tempo”. Le storie raccontate nel volume imprimono nella mente del lettore l’immagine di un mondo del lavoro che si manifesta nei suoi aspetti peggiori, e coinvolgono nella trattazione aziende pubbliche e private, uffici ministeriali, scuole, fabbriche, uffici e persino una redazione di giornali, una tv privata, una casa di cura e un’industria farmaceutica. In Italia non esiste una legislazione specifica sul Mobbing.
  • 18. In Parlamento sono stati presentati diversi progetti di legge. Cinque iniziative regolamentano la materia sotto il profilo civile (disegno di legge n. 6410, dei deputati Benvenuto ed altri; disegno di legge n. 4265, dei sen. Tapparo ed altri; disegno di legge n. 4313, del sen. De Luca; disegno di legge n. 4512, del sen. Tomassini; proposta di legge n. 4802, del sen. Magnalbò). Altre tre iniziative regolamentano la materia sotto il profilo penale (proposta di legge n. 1813, dei deputati Cicu ed altri; proposta di legge n. 6667, del deputato Fiori; proposta di legge n. 7265, dei deputati Volonté ed altri). Le otto proposte tornano utili per: 1) valutare positivamente l’individuazione e la condanna di quelli che vengono considerati comportamenti persecutori, che è la prima necessaria condizione per garantire una difesa delle vittime; 2) definire illeciti i comportamenti persecutori, consistenti in condotte tese a instaurare una forma di terrore psicologico; 3) sottoporre questi comportamenti a sanzioni penali, che comportano la reclusione fino a tre anni e la comminazione di una multa. Inoltre, il progetto Fiori non è circoscritto al rapporto di lavoro ma sanziona e punisce i comportamenti persecutori che si manifestano e vengono attuati pure al di fuori dell’ambiente di lavoro. A livello comunitario, la risoluzione A5-0283/2001 della Commissione Europea, dal titolo “Mobbing sul posto di lavoro”, pur ammettendo che il fenomeno non si conosce nella sua reale entità, ha ritenuto il Mobbing un grave problema che si manifesta nel contesto della vita professionale. Per questo motivo, la Commissione ha invitato gli Stati membri a prestare al fenomeno maggiore attenzione e a rafforzare le misure per farvi fronte. Il documento offre non solo una dettagliata analisi del fenomeno, ma anche spunti per un successivo piano di azione, e delinea le idee guida alle quali ogni Stato della Comunità dovrà far riferimento.
  • 19. In considerazione del vuoto legislativo esistente in materia e vista la crescente domanda di tutela proveniente dai lavoratori, la questione Mobbing a livello giurisprudenziale e dottrinale è stata affrontata con l’utilizzo degli strumenti legislativi vigenti: a) art. 35 della Costituzione (La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro… omissis…); b) art. 582 del Codice Penale (Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale derivi una malattia del corpo o della mente, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni. Se la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni … omissis… il delitto è punibile a querela della persona offesa); c) art. 660 del Codice Penale (Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a euro 516); d) art. 2087 del Codice Civile (L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro). La direttiva quadro 89/391 della CEE, recepita in Italia con il D. Lgs 626/94, prevede tra gli obblighi generali del datore di lavoro la valutazione e l’intervento su ogni tipo di rischio e quindi anche sulla violenza sul lavoro, sia fisica che psicologica. Altra tutela, sempre a livello generico, viene offerta dalla legge 300/70, meglio conosciuta come “Statuto dei Lavoratori”. In mancanza, dunque, di una definizione legislativa di Mobbing, è la giurisprudenza del lavoro ad occuparsi del fenomeno della persecuzione psicologica in azienda e, in assenza di specifiche norme scritte dal legislatore, l’illecito derivante e l’ingiustizia conseguente possono essere sanzionati
  • 20. opportunamente con forme risarcitorie ed inibitorie, che offrono tutela alla potenziale vittima. Secondo alcuni studiosi, la prima sentenza che ha affrontato un caso di Mobbing sul lavoro, qualificandolo come tale, è la sentenza emessa il 6/10/99 dal Tribunale di Torino, in cui per la prima volta, in giurisprudenza, si parla espressamente di Mobbing (De Luca M.). La sentenza ravvisa nell’articolo 2087 del Codice Civile il fondamento della tutela per i lavoratori vittime di comportamenti persecutori posti in essere nell’azienda. Ma in merito a questa sentenza, Harald Ege precisa che il dispositivo di Torino si riferisce ad una singola azione perpetrata ai danni della ricorrente: affidamento di mansioni spiacevoli. Il termine Mobbing si ritrova poi nella sentenza n. 143/2000 della Cassazione, che qualifica il fenomeno come “l’aggredire la sfera psichica altrui”. Ma è con sentenza n. 84 della Sezione Lavoro del Tribunale di Forlì, emessa il 23/02/2001, che si giunge, per la prima volta in giurisprudenza, ad una compiuta analisi e definizione del fenomeno Mobbing. E, guarda caso, in questa causa Consulente Tecnico d’Ufficio è stato proprio Harald Ege. In assenza di una specifica collocazione nell’ordinamento giuridico, il sistema penale riconduce la lettura del fenomeno e la rilevanza penale del danno da mobbing all’interno di precise configurazioni delittuali. Tra queste si segnalano: “ingiuria e diffamazione” (artt. 594, 595 c.p.); “violenza privata” (art. 610 c.p.); “lesioni personali e percosse” (artt. 582, 583 c.p.); “estorsione” (art. 629 c.p.). Inoltre, la possibilità di applicazione del Mobbing nel diritto penale trova ampio respiro in un intervento della Cassazione (Cass. pen., sez. VI, 22 gennaio 2001, n. 10090), mediante il quale il legislatore crea un parallelismo tra i maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.) e quelli subìti sul posto di lavoro, investendo il datore di
  • 21. lavoro della medesima autorità di chi riveste il ruolo genitoriale (diritto.it). Questa interpretazione consente di includere a pieno titolo nelle condotte mobbizzanti, non solo le lesioni, le percosse, le ingiurie, ma anche quegli atti di disprezzo e offesa alla dignità personale che si risolvono in sofferenze morali. 4. Classificazione e articolazioni del Mobbing La pratica del Mobbing sul posto di lavoro consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica. Si possono distinguere differenti tipologie di Mobbing. Una prima ed essenziale suddivisione potrebbe essere quella che distingue Mobbing ambientale/orizzontale dal Mobbing gerarchico/verticale. Vediamo nel dettaglio queste tipologie. • Mobbing Orizzontale: viene fatto da colleghi di pari grado, in genere per impedire ad uno o più colleghi l’avanzamento di carriera. Può essere condotto singolarmente o in gruppo. • Mobbing Verticale: la condotta persecutoria viene “dall’alto”, da colleghi di grado superiore, che spesso, per mantenere determinati privilegi o per imporre la propria autorità, esercitano arbitrariamente le loro funzioni e assumono comportamenti aggressivi nei confronti di una vittima. Il Mobbing si può definire Strategico: laddove in Imprese, Aziende ed Enti, nascono situazioni di instabilità, dovute a cambiamenti, fusioni o riduzione del personale. In tali contesti è frequente il ricorso al Mobbing Strategico come vero e proprio strumento di difesa di un lavoratore rispetto ad un altro e come strumento di riduzioni del personale.
  • 22. Il Mobbing Strategico è, dunque, attuato intenzionalmente per neutralizzare o allontanare definitivamente dall’ambito lavorativo aziendale dipendenti considerati scomodi oppure non più utili. Il Mobbing Trasversale: coinvolge persone esterne all’azienda, che in collaborazione con il mobber attuano comportamenti discriminanti nei confronti del mobbizzato. Il Mobbing Relazionale: si riferisce ai rapporti tra le persone, e alcuni studiosi (Prof. E. Costa, Università degli studi di Roma “La Sapienza”, Dipartimento di Scienze Psichiatriche) lo considerano di tipo cognitivo e di tipo emozionale. Il Mobbing Relazionale di tipo cognitivo si riferisce principalmente a precise strategie di potere, e tende a mettere le persone le une contro le altre, allo scopo di squalificare e mettere in difficoltà le vittime designate, arrivando persino a nascondere o travisare la comunicazione aziendale diretta, spingendo il lavoratore verso l’errore. Il Mobbing Relazionale di tipo emozionale si riferisce principalmente alla sfera della personalità di ogni singolo lavoratore. L’azione del mobber è volta a creare invidia, gelosia, minaccia all’autostima; questo tipo di Mobbing, inoltre, fa leva anche sulle differenze di genere, di cultura e di classe, ed è finalizzato a bloccare carriere, togliere potere, rendere il lavoratore impotente ed inaffidabile, fino ad estromettere il soggetto dal processo lavorativo. Harald Ege, nel corso dei suoi studi, ha evidenziato un ulteriore aspetto del fenomeno, denominato il Doppio Mobbing. Sono le vessazioni e le incomprensioni che nascono in famiglia e che vanno ad aggiungersi a quelle subìte in ambiente lavorativo. Pertanto, il Doppio Mobbing è un fenomeno che l’individuo, già vittima sul posto di lavoro, può subire dalla famiglia. La vittima considera la famiglia l’unico ambiente nel quale riversare l’ansia e la depressione. La famiglia diventa così
  • 23. una sorta di rifugio dentro il quale l’individuo si illude di poter cercare e trovare comprensione e protezione. Infatti, il carico di tensioni portato dal mobbizzato all’interno del nucleo familiare, in un primo momento, viene compreso e tollerato; ma con il passare del tempo, l’individuo viene ignorato, trascurato e alla fine colpevolizzato anche in ambito familiare. E’ successo che i membri del nucleo familiare, dapprima comprensivi e disposti a fornire protezione al mobbizzato, hanno abbandonato tale atteggiamento di tolleranza e solidarietà ed hanno assunto comportamenti che alla fine tendono ad isolare il familiare, considerandolo un peso ed un pericolo per se stessi e per gli altri. Si viene dunque a creare una frattura non solo comunicativa, ma anche e soprattutto affettiva all’interno del nucleo familiare; frattura che si trasforma in un vero e proprio rapporto conflittuale, tale da non consentire più la sopportazione del disagio provato dalla vittima. E tutto questo non fa che peggiorare il disagio stesso. Si tratta naturalmente di un processo inconscio: nessun componente sarà mai consapevole di aver cessato di aiutare e sostenere il proprio caro. A seguito di questi comportamenti, il mobbizzato si troverà a ricoprire il ruolo di vittima due volte: prima nell’ambito lavorativo (da parte dei colleghi e/o superiori), e poi nel contesto familiare, in quanto abbandonato e allontanato dal coniuge e dai figli. Il Mobbing a cui è sottoposto il soggetto è raddoppiato. Per questo si parla di Doppio Mobbing: il fenomeno non è solo presente in ambiente lavorativo, ma continua, con altre modalità, anche a casa, in famiglia.
  • 24. 5. Mobbing e salute Dopo aver definito il fenomeno del Mobbing nella dimensione giuridica e nella realtà, dopo averne esaminato le diverse classificazioni e gli aspetti legati alla legislazione vigente, occorre porsi una domanda: Quali effetti produce, sulla salute, una situazione lavorativa così opprimente? Il Mobbing non è una malattia, ma può esserne la causa. Dalla letteratura scientifica più recente, emerge il ruolo determinante di situazioni negative di lavoro nello sviluppo di sintomatologie di ordine psichico, psicosomatico e comportamentale, le quali possono essere così sintetizzate: • Sintomi psicopatologici: alterazioni dell’umore, depressione, disturbi d’ansia, attacchi di panico, apatia, irritabilità, flashback, incubi ricorrenti, insicurezza, disturbi del sonno, iperallerta, melanconia, pensiero intrusivo, perdita di iniziativa, problemi di concentrazione, reazioni di evitamento, reazioni fobiche. • Sintomi psicosomatici: attacchi d’asma, cefalee, crisi anginose, crisi emicraniche, dermatite, disturbi dell’equilibrio, dolori articolari e muscolari, gastralgie, ipertensione arteriosa, palpitazione, perdita di capelli, tachicardia, ulcere gastroduodenali. • Sintomi comportamentali: aumento del consumo alcolico e di farmaci, aumento del fumo, disfunzioni sessuali, disturbi dell’alimentazione, isolamento sociale, reazioni auto ed etero aggressive. I disturbi appena elencati possono essere transitori, e quindi si risolvono quando le condizioni di lavoro migliorano, o quando la situazione cambia in modo positivo. Nelle situazioni in cui, invece, il conflitto non ha una soluzione, o, come spesso avviene, peggiora, i disturbi possono
  • 25. strutturarsi in vere e proprie sindromi che rappresentano una risposta disadattiva a stimoli esterni ed avversativi. Nei casi di danno biologico da Mobbing è frequente riscontrare, secondo i criteri del DSM-IV, i seguenti disturbi: • la Sindrome da Disadattamento (SDD): è un malessere soggettivo e disturbo emozionale che in genere interferisce con il funzionamento e le prestazioni sociali e che insorge nel periodo di adattamento ad un significativo cambiamento di vita o ad un evento di vita stressante (ICD-10 oppure, secondo il DSM IV, Disturbo dell’Adattamento “DDA”). • la Sindrome Post Traumatica da Stress (SPTS): è una risposta ritardata protratta ad un evento stressante o ad una situazione di natura eccezionalmente minacciosa o catastrofica, in grado di provocare diffuso malessere in quasi tutte le persone (ICD-10 oppure, secondo il DSM IV, Disturbo Post Traumatico da Stress “DPTS”). • Disturbo d’Ansia Generalizzato (DAG): è un malessere caratterizzato da presenza di ansia e preoccupazione eccessiva, le quali si manifestano per la maggior parte del tempo per almeno sei mesi, nei riguardi di una quantità di eventi o attività (ICD-10 oppure, secondo il DSM IV, Disturbo d’Ansia Generalizzato “DAG”). • Disturbo Distimico (DD): è caratterizzato da umore cronicamente depresso, presente per la maggior parte del giorno. Gli individui possono riferire la presenza rilevante di riduzione degli interessi e di autocritica (ICD-10 oppure, secondo il DSM IV, Disturbo Distimico “DD”). Come abbiamo più volte sottolineato, il mobbing non è una condizione statica della situazione lavorativa, ma un processo in continua evoluzione, con un suo regolare sviluppo;
  • 26. per questa ragione, pure le conseguenze sulla salute delle vittime evolvono progressivamente, con una variabilità di sintomatologie che si sviluppano a seconda dei soggetti che subiscono la persecuzione. In alcuni casi, queste conseguenze possono riacutizzare o slatentizzare patologie psicosomatiche e/o psicologiche precedentemente accusate. La patologia psichiatrica più riscontrata è un disturbo dell’adattamento, che comprende una serie di sintomi che vanno dall’ansia alla depressione. Le conseguenze possono essere perdita dell’autostima, insonnia, anoressia, gastriti, fino a portare nei casi più gravi al suicidio. I medici definiscono le conseguenze del Mobbing come danno esistenziale, cioè un peggioramento generale delle condizioni di vita, con difficoltà a mantenere i rapporti sociali e lavorativi e, a maggior ragione, a stringerne di nuovi. Come abbiamo potuto notare, le conseguenze sono di tre tipi: psicopatologiche, psicosomatiche, comportamentali. Dopo l’emanazione della Direttiva europea del 26/4/2007 sulla violenza, le conseguenze principali subìte dalla vittima sono riconducibili a quattro categorie: 1) disturbi psicopatologici (disturbo post-traumatico da stress, disturbi di ansia, disturbi dell’adattamento, depressione); 2) alterazione dell’equilibrio socio-emotivo (stati di preallarme, isolamento, ossessione, anestesia reattiva, depersonalizzazione); 3) alterazioni psico-fisiologiche (disturbi del sonno, della sessualità, gastrointestinali, senso di oppressione, cefalea, vertigini, tachicardia, dermatosi); 4) disturbi del comportamento (disturbi alimentari, disturbi da sostanze psicoattive, aggressività). Il tutto, con possibili alterazioni psicosomatiche degli apparati digerente, respiratorio, cardiaco o osteo-articolare e muscolare. In alcuni casi, inoltre, il senso di svilimento può portare anche ad atti di autolesionismo o al suicidio.
  • 27. 6. Simulazione, dissimulazione e importanza della diagnosi Gli effetti del mobbing sono considerati una vera e propria malattia professionale, combinata ad un rischio professionale, e di conseguenza possono essere connessi a problematiche di risarcimento economico. In sede giudiziaria, per la quantificazione del danno, sarà necessario definire innanzitutto “l’apprezzabilità giuridica”, cioè la veridicità del fatto, e dimostrare poi il nesso causale tra il fatto lesivo e il danno psichico lamentato. Parliamo, pertanto, di simulazione e di dissimulazione. Il primo termine deriva dal latino “simulatio” e significa finzione, inganno. Dalla medesima area semantica deriva il secondo termine, “dissimulatio”. La differenza fra simulazione e dissimulazione si trova efficacemente enunciata nel volume Polyanthea del 1607, una sorta di censimento dei lemmi ordinati alfabeticamente, opera curata da Joseph Lang (Langius), che si colloca tra un dizionario delle idee e un dizionario storico della lingua: “Simulo et dissimulo ita differunt: simulamus enim esse ea quae non sunt, dissimulamus ea non esse quae sunt”, che in italiano significa “Simulare e dissimulare in questo differiscono: simuliamo, infatti, quelle cose che non esistono, dissimuliamo quelle cose che esistono”. (italica.rai.it). Dal momento che è frequente la presentazione di istanze di indennizzo economico simulate, che contengono false accuse di mobbing con lo scopo di ricevere l’indennizzo, diventa necessario riscontrare con strumenti obiettivi la veridicità dei fatti esposti. E da qui nasce l’importanza della diagnosi. Episodi di simulazione possono verificarsi in ambito peritale, dopo la richiesta del giudice al fine di acquisire validi elementi di giudizio. Pertanto, l’esperto deve essere in grado di saper discernere le manifestazioni sintomatologiche reali, e
  • 28. collegare poi queste eventuali sintomatologie a presunte accuse di mobbing. La simulazione, o l’amplificazione simulatoria in tema di Mobbing, viene a realizzarsi allorquando si osservano ostentazione monosintomatica e riproduzione ed imitazione di sintomi singoli, isolati, spesso solamente riferiti e non correlabili ad un reale contesto di situazioni mobbizzanti; inoltre, nei colloqui con l’esperto, emergono spesso esibizione enfatica e teatrale degli eventi vessatori e doviziosa elencazione reiterata della sintomatologia, anziché la dignitosa e orgogliosa occultazione e/o minimizzazione del vero mobbizzato. Il soggetto espone con modo sfacciato e spesso puerile il proprio vissuto all’interno del posto di lavoro, ed è facile per il perito osservare la mancanza di quel tipico distacco comunicazionale ed emozionale, che è caratteristico in soggetti sottoposti effettivamente a fenomeni di Mobbing. Infine, è possibile osservare la tendenza a richiamare costantemente l’attenzione e la partecipazione emozionale dell’osservatore, mediante frequenti citazioni degli eventi vessatori subìti (Villanova M., 2008, pag. 184). La tecnica della simulazione, come è ben capibile, viene attuata dal lavoratore per ricevere un indennizzo; spesso ha carattere vendicativo, e nasce dalla ripetuta opposizione da parte dell’azienda alle richieste di aumenti di stipendio, di trasferimenti o di avanzamenti di carriera. Il soggetto finge dunque di aver subìto mobbing e giunge a far causa all’azienda stessa, dalla quale spera di ottenere un risarcimento che, nella sua immaginazione, serve a ripagarlo per le negazioni, e non dagli effetti devastanti del Mobbing, in realtà non subìto. Più gravi, meno visibili, più subdoli sono invece i casi in cui il mobbizzato è realmente vittima di un’azione vessatoria, ma tende a dissimulare i sintomi: nasconde, cioè, le cose che esistono.
  • 29. La dissimulazione rende difficile l’individuazione di casi di Mobbing. In questa situazione, il fenomeno risulta ancora più difficile da combattere, e diventa quasi impossibile ogni intervento, sia in ambito lavorativo su chi lo attua che a livello psicologico, medico e legale su chi lo subisce. L’evento Mobbing diventa così meno visibile, poiché non palesato, non denunciato. La dissimulazione accade in maniera più frequente di quanto possiamo immaginare, e la vittima, normalmente, evita di parlare con i familiari perché considera la sua situazione frutto di un fallimento personale. Spesso si è portati alla dissimulazione per vergogna, per paura di essere giudicati o, fatto ancora più grave, per il terrore di un inasprimento delle violenze e delle angherie subìte in ambito lavorativo. In ambito familiare il mobbizzato, soprattutto se uomo, dissimula per paura di “perdere” quel ruolo che l’uomo tradizionalmente riveste quale capo famiglia. In casi come questi la vittima tenderà a subire le persecuzioni sul lavoro, mascherando tutta quella serie di sintomi psicosomatici che ne derivano; però risulta difficile dissimulare a lungo sia la tensione che i sintomi conseguenti al Mobbing, e a lungo andare molti soggetti finiscono per fissarsi sul tema del lavoro in modo ossessivo, al punto tale da compromettere le proprie relazioni familiari e sociali. Nei casi di dissimulazione, un ruolo fondamentale spetta al medico di famiglia. Se il professionista è attento e particolarmente scrupoloso, si accorge che qualcosa non funziona e può decidere di indagare in modo più specifico sulle cause dei disturbi riscontrati, estendendo la sua analisi anche alle relazioni intercorrenti in un contesto lavorativo. Una diagnosi completa e corretta deve comprendere una valutazione clinica fondata su stato di salute del soggetto interessato, anamnesi familiare, situazione occupazionale, sociale e relazionale.
  • 30. Gli strumenti necessari a soddisfare questi criteri sono: • la specifica preparazione alla conduzione di colloqui psicologico-psichiatrici mirati; • l’impiego di strumenti di rilevazione della situazione di Mobbing validi e sensibili, con particolare riferimento all’organizzazione del lavoro all’interno dell’azienda; • l’impiego di metodi psicodiagnostici; • l’effettuazione di diagnosi sindromica. In ogni caso, la diagnosi deve avvenire attraverso un lavoro di equipe multidisciplinare, specialisti che operano in parallelo e coordinati tra loro. (diritto.it). In particolare, le figure del team di lavoro dovrebbero interessare: • Medico del Lavoro, con particolare riferimento all’anamnesi lavorativa e all’analisi dell’organizzazione del lavoro. • Psicologo del Lavoro, per l’analisi e la valutazione dei fattori di rischio, cosiddetti trasversali, in particolare sociali e psicologici. • Medico Psichiatra, per la diagnosi psichiatrica. • Psicologo Clinico, per l’analisi e la valutazione delle manifestazioni psicopatologiche attuali e/o pregresse, attraverso la somministrazione di test mirati. • Medico Legale, per la valutazione analitica della sussistenza di un nesso di causalità e per l’individuazione di un eventuale danno biologico. La diagnosi, e la conseguente valutazione del danno, sono elementi indispensabili per dar luogo ad azioni in ambito giudiziario, ed il giudice, nella maggior parte dei casi, può disporre una perizia (in ambito penale) o una consulenza tecnica
  • 31. di ufficio c.t.u. (in ambito civile) per acquisire le informazioni che richiedano una particolare competenza. Gli elementi acquisiti sono necessari per la formulazione del giudizio. Il consulente esprime “un parere tecnico motivato” e, in casi come questi, il giudice può far ricorso pure alla disciplina della psicologia giuridica, la quale, nell’occorrenza, svolge un ruolo utile al diritto per l’enunciazione del giudizio. Con il conferimento dell’incarico, l’esperto nominato dal Tribunale è chiamato a rispondere ai quesiti posti dal giudice per determinare l’insorgenza di un danno psichico da Mobbing, con conseguente valutazione dell’integrità psicofisica del soggetto. In particolare, il perito dovrà accertare i seguenti parametri: 1) l’esistenza del danno da Mobbing; 2) la diagnosi clinica; 3) il rapporto cronologico tra l’evento scatenante e il danno stesso; 4) la dimensione temporale; 5) l’esclusione di simulazioni o nevrosi da indennizzo; 6) la quantificazione del danno ai fini della liquidazione. Tecnicamente, il lavoro del consulente inizia con la lettura degli atti che compongono il fascicolo (memorie di avvocati, verbali di udienze precedenti, documentazione clinica precedente, ecc.), e prosegue con la raccolta dell’anamnesi e con il colloquio clinico. Viene, perciò, indagata la vita personale, familiare e professionale del soggetto, con particolare riferimento all’anamnesi occupazionale, la quale serve a focalizzare l’attenzione su eventuali eventi psicostressanti che nascono in ambiente di lavoro e che sono capaci di sprigionare una forte carica di intensità lesiva. Nel corso di quest’ultima indagine, saranno analizzati i precedenti lavorativi del soggetto, la frequenza e le motivazioni di eventuali cambiamenti del posto di lavoro, il livello di soddisfazione lavorativa, il grado di integrazione sul posto di lavoro, la definizione del momento di disagio nell’ambiente lavorativo, la modalità d’esercizio di abuso, l’identificazione
  • 32. degli autori, le risposte del soggetto mobbizzato e la descrizione dell’evento ritenuto fonte del danno. Obiettivo dei colloqui è delineare il decorso e i sintomi del disturbo psichico, accertare lo stato anteriore del periziando attraverso una ricostruzione dei fatti e degli episodi vissuti, definire il rapporto cronologico tra evento e danno. I colloqui possono essere estesi anche a colleghi di lavoro e/o datore di lavoro, familiari e amici, in grado di descrivere, tramite la loro testimonianza, la qualità della vita del soggetto e la rivelazione delle sue funzioni prima dell’evento. I dati anamnestici raccolti e l’osservazione dello stato psichico del soggetto vengono poi confrontati con i risultati della somministrazione di test psicodiagnostici, come questionari di personalità, test proiettivi, scale di valutazione dell’ansia e depressione, aggressività, disturbo post traumatico da stress e amplificazione di sintomi psico-somatici. Naturalmente non tutti i disagi derivanti dall’attività professionale possono essere identificati come azioni di Mobbing; molti atteggiamenti, infatti, sono falsamente interpretati dal lavoratore come tali, ed azioni considerate vessatorie, spesso, rientrano nella piena funzione di gestione da parte del datore di lavoro. E’ pure importante non confondere azioni mobbizzanti con la normale e fisiologica conflittualità esistente tra colleghi, che è tipica in un ambiente di lavoro competitivo, tenendo ben presente che le reazioni umane dipendono molto dall’equilibrio che c’è tra i fattori stressanti e la capacità dell’individuo di farvi fronte. Ai fini di un risarcimento economico, in ambito peritale, possono verificarsi anche episodi di simulazione; in questo caso l’esperto deve essere in grado di saper discernere tra manifestazioni sintomatologiche reali e false accuse di Mobbing. Alcuni autori ritengono i casi di simulazioni poco frequenti; altri, invece, parlano di problema sottovalutato, in
  • 33. quanto alcuni questionari per la rilevazione del fenomeno sono formulati in modo tanto palese da consentire l’indicazione di sintomi veri anche quando sono simulati. Un metodo sicuro per escludere la simulazione e l’enfatizzazione è accertare la coerenza fra i punteggi dei test, i colloqui, i dati anamnestici, l’esame obiettivo del periziando durante gli incontri e l’analisi degli atti che compongo il fascicolo. La valutazione peritale deve tenere conto anche della dimensione temporale, perché, prolungando il periodo di osservazione, si possono ottenere informazioni cliniche più veritiere, in modo che la situazione sintomatologica tenda a stabilizzarsi. A questo proposito, nel caso della valutazione per danno da Mobbing, i tempi si prolungano fino a due anni, proprio per il carattere di logoramento che questa tipologia presenta. Riguardo ai criteri di quantificazione del danno, in Italia è assente un principio univoco di liquidazione; pertanto, si possono solo individuare dei macro-metodi, anche se diversi Tribunali hanno adottato specifiche tabelle proprie. Il lavoro del consulente ha termine con la stesura per iscritto della perizia, il mezzo di comunicazione con il quale l’esperto espone al magistrato, o al giudice che gli ha affidato l’incarico, le sue analisi e le conclusioni circa il caso.
  • 34.
  • 35. Cap. II 1. Premessa Abbiamo più volte sottolineato il fatto che il conflitto che genera Mobbing sorge, si realizza e si consuma all’interno di un luogo di lavoro. Questo risulta dall’applicazione del modello elaborato dal prof. Harald Ege; il modello di riferimento più accreditato e maggiormente utilizzato anche dalla Giurisprudenza. Abbiamo inoltre fornito una descrizione del cosiddetto Doppio Mobbing, il quale indica la situazione in cui la vittima si trova da un lato aggredita e vessata sul posto di lavoro, e dall’altro privata della comprensione e dell’aiuto della famiglia. In sostanza, il Mobbing si manifesta due volte, e questo fenomeno è largamente presente in Italia, considerato pure il ruolo particolare che la famiglia ricopre nella società nazionale. Oltre che in ambito lavorativo, il Mobbing si manifesta in altri contesti: • Contesto scolastico. Il fenomeno (che, come nel mondo del lavoro, può essere orizzontale o verticale) si manifesta sotto forma di “vessazione di branco”, una sorta di bullismo di gruppo organizzato ai danni di un compagno di classe; oppure come Mobbing verticale, “dall’alto”, ossia praticato da un insegnante a danno di uno o più allievi. E le azioni messe in atto possono essere, di volta in volta, singole o associate: espressioni sistematicamente denigratorie, provvedimenti disciplinari persecutori, valutazioni o giudizi ingiustificatamente negativi.
  • 36. • Contesto sociale. Il fenomeno si manifesta tra amici, tra gruppi, tra bande giovanili, tra circoli sportivi rivali e altro. Lo scopo è quello di indurre all’autoallontanamento spontaneo un membro del gruppo che non risulta più gradito o accettato. • Contesto familiare. Il fenomeno si manifesta all’interno del nucleo familiare e la forma più frequente colpisce le famiglie nei casi di separazione/divorzio. Esso viene messo in pratica da parte di un genitore nei confronti dell’altro, ed ha come scopo quello di spezzare il legame con i figli. Questo processo è noto come PAS (Sindrome da Alienazione Parentale). 2. Mobbing Familiare Fra i tre contesti che abbiamo appena accennato, quello che ci interessa approfondire è il Mobbing Familiare, perché questa tipologia di fenomeno, assieme al Mobbing in ambiente lavorativo, concorre in forma maggiore, rispetto agli altri, ad alimentare una serie di conseguenze che producono effetti patologici non solo sulla vittima, ma all’interno delle relazioni interpersonali e all’interno del gruppo familiare, e quindi pure sulla prole in età evolutiva. La figura del Mobbing familiare (altalex.com) ha trovato spazio in una sentenza della Corte d’Appello di Torino del 21 febbraio 2000, con la quale i giudici di secondo grado hanno sdoganato il fenomeno dall’ambito del diritto del lavoro perché trovasse ingresso nel diritto di famiglia. Definire il fenomeno del Mobbing in ambito familiare è estremamente difficile, in quanto gli studi portati avanti dagli psicologi si riferiscono quasi esclusivamente all’ambito del lavoro, settore in cui l’uomo realizza la sua personalità così
  • 37. come previsto dalla Costituzione. Sicuramente, possiamo prendere in prestito la definizione di studiosi come Leymann, elaborata descrivendo le ripercussioni di chi subisce un comportamento sfavorevole e prolungato nel tempo nel proprio ambito di lavoro da parte di colleghi e superiori. Dunque, il fenomeno è individuato come una strategia prolungata nel tempo, volta a svalutare la personalità del lavoratore mediante l’attuazione di comportamenti coercitivi o di persecuzione psicologica tanto da costringerlo nei casi più gravi alle dimissioni. In ambito familiare il Mobbing assume caratteristiche meno definite e più complesse, stante la particolarità della formazione sociale, in cui l’uomo esplica la propria personalità. È noto, infatti, che la famiglia è la prima società naturale in cui l’essere umano si esprime, e che i coniugi, con il matrimonio, assumono obblighi ben precisi di fronte a se stessi e alla legge. L’articolo 143 del Codice Civile (Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione. Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia) enuncia in maniera lapidaria la parità degli stessi, rafforzando il dettato costituzionale in tema. Ed il mancato rispetto degli obblighi di coabitazione, collaborazione all’indirizzo familiare, fedeltà e assistenza morale e materiale, può determinare il ricorso per separazione e giustificare l’addebito al coniuge inadempiente. Parliamo, quindi, di Mobbing Familiare quando uno dei coniugi è portato ad attuare comportamenti o molestie psico- fisiche che provocano all’altro coniuge la perdita dell’autostima e della propria identità, fino a distruggerne la personalità e a condurlo, spesso, verso un percorso di malattie fisiche.
  • 38. Il fenomeno è poco conosciuto poiché questi comportamenti, proprio perché attuati all’interno della vita matrimoniale, difficilmente emergono o vengono portati alla luce; uno dei momenti in cui il conflitto esplode in tutta la sua violenza è nelle ipotesi di separazione della coppia. 3. Mobbing cosiddetto “Secondario” L’avvento di un sistema economico e produttivo che supera le mura domestiche e diventa sempre più globalizzato, assieme all’applicazione di una tecnologia avanzata, hanno fatto sì che l’impegno psichico richiesto sui posti di lavoro sia di gran lunga superiore all’impegno fisico. Inoltre, le innovazioni ed i cambiamenti che hanno interessato il mondo del lavoro hanno fatto passare in secondo piano l’idea del “posto fisso”, e negli ultimi anni si sono affermate modalità particolari, quali il lavoro a tempo determinato, il part-time, il lavoro in affitto, il lavoro interinale, il lavoro a progetto, etc. Non c’è dubbio: questi cambiamenti, che da alcuni possono essere vissuti come veri e propri fatti rivoluzionari, hanno contribuito ad alimentare variabili ansiogene che possono determinare disagio psichico sia a livello individuale che di gruppo. Il primo nucleo sociale che vive di riflesso tale problema è sicuramente la famiglia. In Italia il legame all’interno della famiglia è ancora molto forte; in genere, i suoi componenti sono molto presenti e partecipano alle vicende della vita quotidiana: i genitori si interessano al percorso scolastico e professionale dei figli; i coniugi seguono, in linea di massima, la rispettiva vita lavorativa; tutti partecipano quasi in prima persona alle gioie e ai problemi. L’istituzione “famiglia” - primo nucleo della società - così concepita, rappresenta quello che può essere definito un
  • 39. welfare familiare, in cui consigli, aiuti e protezione provengono spesso in primo luogo dal contesto familiare, sempre pronto a sorreggere, proteggere, aiutare e confortare i suoi membri. E’ proprio la strutturazione di questo modello, che consente al Mobbing di estendere i suoi effetti negativi sulla famiglia, esponendo tutti i componenti ai riflessi devastanti causati dalla presenza, nel nucleo abitativo, di un esponente fatto oggetto di Mobbing. Riflessi devastanti che finiscono inevitabilmente per causare effetti secondari sull’altro coniuge e sui figli, e che vanno ad aggiungersi agli effetti principali subìti dal mobbizzato. Il Prof. Corsaro, insegnante di Socializzazione infantile e Metodi etnografici di ricerca nell’Indiana University, scrive che le famiglie stanno passando per un periodo di importante ridefinizione e accomodamento ed i bambini, ovviamente, risentono dell’influenza dei cambiamenti sociali recentemente intervenuti e della crescente diversità delle famiglie nelle società industrializzate e in quelle in via di sviluppo. Esiste una tradizione consolidata di ricerca psicologica sugli effetti dello sviluppo individuale dell’attaccamento e del legame emozionale, delle pratiche di socializzazione e degli stili parentali, della crisi della famiglia e del ruolo dei media. Il lavoro della psicologa Judy Dunn sul coinvolgimento dei bambini nella vita familiare con i genitori e i fratelli è stato rivoluzionario - afferma il docente - e rappresenta uno dei pochi tentativi condotti nella psicologia dello sviluppo per indagare da vicino l’importanza delle relazioni interpersonali nel contesto della vita familiare per lo sviluppo sociale ed emotivo. Molti dei comportamenti del bambino nei primi anni di vita sono quindi motivati dall’interesse soggettivo. Questo non significa sostenere che i bambini ricercano semplicemente il proprio interesse, ma che piuttosto desiderano diventare membri a pieno diritto delle proprie famiglie. In quest’ottica, Dunn sostiene che “i bambini sono motivati a comprendere le regole e i rapporti sociali nel
  • 40. loro mondo culturale perché sentono la necessità di essere efficaci nei loro rapporti familiari” (Corsaro W. A., 2003, pag.107-112). Alla domanda “Che cosa succede quando il mobbizzato conclude la giornata di lavoro?”, Gilioli risponde: “Torna a casa e si sfoga in famiglia. L’ambiente domestico, ancor più che gli amici, è per gli italiani il luogo in cui si riversano tutte le ansie accumulate nella giornata. Ci si sfoga, si cerca di alleggerirsi, ma si fa peggio. La moglie, o il marito, che in un primo momento sono comprensivi, poi è normale che non ce la facciano più con queste ossessioni. E allora si creano dei veri drammi” (Gilioli R., 1999). La vittima soffre e trasmette la sua sofferenza e le sue ansie a coniuge e figli; molto spesso sfogherà proprio su questi ultimi la rabbia, l’insoddisfazione e la depressione che ha accumulato sul posto di lavoro. Il mobbizzato, in un certo senso, farà, inconsapevolmente, della famiglia la sua valvola di sfogo; e la famiglia, a sua volta, si troverà ad assorbire tutta una serie di frustrazioni e negatività. La vittima, infatti, dopo aver subìto alienazione in ambito lavorativo, e dopo essersi estraniata da ogni aspetto della vita sociale ed extra professionale (cioè da ogni aspetto della vita di relazione), mette in atto comportamenti simili anche in ambito familiare, fino a produrre effetti negativi nella sfera più intima dei suoi affetti e fino a coinvolgere e a pervadere patologicamente anche la prole. La perdita dell’autostima e del ruolo sociale, si sa, comporta insicurezza, difficoltà relazionali e, per le fasce d’età più avanzate, l’impossibilità di nuovi inserimenti lavorativi. Il soggetto porta all’interno dell’ambito familiare il proprio stato di grave disagio, e non sono rari i casi di separazioni e divorzi, disturbi nello sviluppo psicofisico dei figli e disturbi nelle relazioni sociali.
  • 41. Abbiamo così parlato di Mobbing Secondario, riferendoci a quei riflessi e ripercussioni che un soggetto vittima di Mobbing riporta e riversa all’interno del proprio nucleo abitativo, generando nei suoi componenti una serie di problematiche più o meno gravi che investono la sfera psicologica e comportamentale in ambito familiare. Una caratteristica di Mobbing, quella secondaria, differente dal Doppio Mobbing, a causa del quale l’individuo si viene a trovare doppiamente vittima: prima bersagliata sul posto di lavoro e poi privata di comprensione e abbandonata all’interno del proprio nucleo familiare. Per comodità di definizione, chiameremo “Mobbing Secondario” questo fenomeno, e su questo aspetto svilupperemo la restante parte del nostro lavoro. Nel Secondario, la vittima di Mobbing tende a riversare nel contesto familiare tutta una serie di ansie e frustrazioni generate dai conflitti vissuti a causa del Mobbing. Il carico di negatività generato dal fenomeno in ambito lavorativo (e - perché no! - generato pure in altri ambiti: Mobbing Familiare), finisce per ricadere sul partner e soprattutto sui figli, ed è facile rendersi conto come una genitorialità disturbata possa correlarsi con l’eventuale insorgere di disturbi a livello psicologico, somatico e comportamentale nei figli. Il mondo adulto, scrive Corsaro, per sua natura esercita profondi effetti sull’infanzia ed i bambini riescono ad appropriarsi di questa cultura per costruire il proprio mondo (Corsaro W. A., 2003, pag. 259). Per quanto riguarda l’insorgere di disturbi nei minori, dunque, grande importanza viene attribuita ai contesti interattivi più vicini all’ambito in cui il minore stesso vive. Ed il contesto che più influenza l’ambito fondamentale di vita della prole in età evolutiva è la famiglia; questo contesto, ovviamente, può essere più o meno ottimale. Tenendo pure presente che fattori di ordine storico, culturale, religioso e sociale influiscono sull’assetto
  • 42. familiare, e questo non può non avere conseguenze sullo sviluppo psicologico del bambino (Sanavio E.- Cornoldi C., 2001, pag. 55-56). Le forme attraverso le quali si manifestano in famiglia gli effetti “secondari” del Mobbing sono molteplici, e rientrano in una casistica di relazioni-incontri-scontri fra coniugi e figli molto ampia. Nelle righe che seguono tenteremo di proporre alcuni esempi e alcune dinamiche possibili. Quando il mobbizzato viene abbandonato perché non gli viene più riconosciuto il ruolo di “capo della famiglia” o, più semplicemente, il ruolo di colonna portante, oppure quando egli non è più ritenuto idoneo ad essere indicato come esempio per i figli (Mobbing Doppio), allora si apre, per il mobbizzato stesso, una fase di isolamento e/o annullamento tale che le persone a lui vicine non riescono più a trovare un canale di comunicazione in grado di tenerli ancora in contatto. Nella famiglia, il dialogo e l’ascolto, ma soprattutto il confronto, rappresentano un mezzo fondamentale per creare quel senso di fiducia, quei sentimenti di affetto e di appartenenza che i figli ricercano nei genitori. La mancanza di comunicazione e peggio ancora di affettività, il clima teso, le continue liti, ed il progressivo allontanamento di una delle due figure genitoriali - a causa del Mobbing Doppio - sono comportamenti che possono sfociare in una serie di problematiche, più o meno gravi e più o meno permanenti, che riguardano la prole. La comunicazione intrafamiliare è un aspetto essenziale nella formazione del carattere dei bambini. E fra le ripercussioni più comuni che un genitore, vittima di Mobbing, può riportare nel contesto familiare, c’è senza dubbio la compromissione di queste dinamiche, causata da una serie di comportamenti che generano, all’interno del nucleo familiare, ed in particolar modo all’interno della diade genitore-figlio, un clima di costante freddezza, che si alterna con accesi e violenti conflitti verbali.
  • 43. In alcuni casi, comportamenti simili possono sfociare in un atteggiamento spontaneo, di difesa, che è quello della chiusura: ecco allora spuntare il mutismo, il non parlare e, nello stesso tempo, il non riuscire ad ascoltare l’altro. L’assenza di dialogo, o peggio il non riuscire ad ascoltare, sono situazioni che non permettono ai bambini di sviluppare un buon livello di autostima, senso critico e capacità di interpretare in modo corretto eventi, situazioni e comportamenti. Ed ecco comparire in famiglia gli effetti secondari del Mobbing. Pure la trascuratezza emozionale, fenomeno poco studiato e difficile da documentare, contribuisce a creare disagio nel bambino, il quale non è più in grado di comprendere le disattenzioni - o la non disponibilità, seppur momentanea - da parte del genitore; allora la prima difesa messa in atto dalla prole è l’isolamento. Ci sono casi in cui il mobbizzato preferisce tenere la famiglia all’oscuro di quanto gli succede in ambito lavorativo, per non coinvolgerla nei suoi problemi, per preservarla da eventuali attacchi indiretti portati avanti dal mobber, oppure per timore di perdere prestigio ed essere considerato dai propri cari un incompetente, un incapace, un fallito o un vigliacco. Quando non è più possibile mentire, per l’insorgenza di una malattia fisica o perché le ripercussioni che il mobbing ha sulla vittima sono ormai difficili da nascondere, allora il comportamento del mobbizzato diventa aggressivo nei confronti del nucleo familiare ed i primi a farne le spese sono i figli. Anche nei casi estremi in cui la vittima vede e pratica il suicidio come soluzione finale dei suoi problemi, e dei problemi che potrebbe recare ai familiari, allora si manifestano, in forma indiretta, gli effetti secondari del Mobbing sulla prole. E’ chiaro che i figli subiscono un trauma, in presenza di questo evento luttuoso, ed è chiaro che l’assenza del genitore, perduto prematuramente e così violentemente, influirà negativamente
  • 44. sullo sviluppo e sulla crescita. A volte la persistenza dei disturbi psicofisici porta il mobbizzato ad essere assente dal lavoro per periodi sempre più prolungati: è la cosiddetta “sindrome da rientro al lavoro”, la quale, nelle forme più accentuate, può portare alle dimissioni volontarie o al licenziamento. In questo caso, le conseguenze sociali, per la famiglia, possono essere devastanti, perché essa rischia di subire un dissesto non solo in termini di coesione interna, ma pure in termini economici. Trasferire all’interno di un nucleo familiare destabilizzato tutte le tensioni negative vuol dire compromettere i rapporti con gli altri componenti della famiglia. Aggiungere a ciò anche i problemi di ordine finanziario, con il carico di costi da sostenere per visite mediche, consumo di medicinali, sedute di psicoterapia, o anche per spese legali (se il mobbizzato chiama in giudizio il suo datore di lavoro), è una circostanza che aggrava ulteriormente la dinamica dei rapporti all’interno della famiglia, con conseguenze ancora una volta negative per gli effetti secondari prodotti sulla prole. Come abbiamo più volte sottolineato, il Mobbing agisce nel contesto che forma l’esistenza e la personalità dell’individuo; e quando la personalità aggressiva incontra la vittima designata, vengono ad alterarsi sia le regole dell’organizzazione del lavoro sia la rete di relazioni interpersonali: è in questa fase che il Mobbing provoca sulla vittima reazioni depressivo-ansiose, oppure scatena meccanismi di aggressione che il mobbizzato si porterà dietro per tutto il resto della vita. Tale ricordo segnerà la loro esistenza lavorativa e sociale nei giorni a venire, ed anche quando la vittima lascia in anticipo (tramite il prepensionamento) un ambiente di lavoro vissuto come minaccioso, deludente e alienante, dal quale è meglio allontanarsi il più possibile, diventa estremamente difficile, ed a
  • 45. volte impossibile, recuperare in ambito sociale i rapporti personali danneggiati a causa del Mobbing. Il rischio di considerarsi delle nullità e degli incapaci, o anche dei falliti in campo professionale, è dietro l’angolo, e a farne le spese, ancora una volta, è il nucleo familiare, con i suoi componenti più deboli e più esposti. Anzi, lasciato l’ambiente di lavoro, l’unico campo rimasto sul quale indirizzare il proprio sfogo e la propria rabbia diventa proprio la famiglia. Le forme e le modalità attraverso le quali il cosiddetto Mobbing Secondario nasce e produce effetti sono, dunque, numerose. Quelle proposte sono solo alcuni esempi di come questo tipo particolare di fenomeno si manifesta all’interno della famiglia. Restano da analizzare gli effetti che il Mobbing Secondario produce sulla prole in età evolutiva. 4. Effetti del Mobbing Secondario sull’età evolutiva Giovanni Bollea, padre della moderna neuropsichiatria infantile, suddivide l’età evolutiva nei seguenti periodi (Villanova M., 2008, pag. 16): • prima infanzia, dalla nascita al secondo anno di vita; • seconda infanzia o età prescolare, dalla fine del secondo anno alle soglie dell’età scolare; • terza infanzia o età scolare, da sei a dieci-undici anni; • adolescenza, suddivisa in preadolescenza, undici-tredici anni, e tarda adolescenza, dai quattordici ai sedici anni. Queste suddivisioni si fondano sul presupposto che da un periodo all’altro si verificano cambiamenti molto importanti (camminare, parlare, ragionare ecc.), e tengono anche conto dei cambiamenti ambientali (ad esempio, il passaggio dal mondo familiare alla scuola) e della posizione che gli individui in quella determinata età occupano nella società.
  • 46. Lo sviluppo psichico e la crescita fisica sono quindi due processi analoghi per la psicologia dell’età evolutiva; processi che tendono al perfezionamento delle capacità dell’individuo, e loro punto d’arrivo è la maturità. L’individuo è maturo quando sul piano cognitivo, linguistico, affettivo, sociale non ha più le caratteristiche infantili (guidamaturita.it). Durante la fase dell’età evolutiva, le figure genitoriali assumono un’importanza centrale nello sviluppo degli individui. Come suggerisce la Teoria dell’Attaccamento, il bambino costruisce la propria rappresentazione di sé, dell’altro e del mondo esterno sulla base delle interazioni ripetute con le principali figure d’accudimento; è per questo che i genitori hanno una fondamentale importanza nell’organizzare la personalità del bambino. In sostanza, la genitorialità e l’età evolutiva rappresentano due momenti del ciclo di vita fortemente interconnessi e interagenti tra loro. I due individui in gioco, il genitore e il bambino, seppur distinti nella loro individualità personale e di ruolo, sono considerati in ugual misura attivi partner co-costruttori della stessa interazione. Si viene a creare, così, una circolarità di influenzamenti e di adattamenti reciproci, che rendono la diade genitore-bambino o la triade mamma-papà-bambino fortemente interdipendenti. Infatti, la funzione genitoriale, così come esercitata dal genitore, può avere molteplici influenze sia sullo sviluppo della prole in generale che sulla modalità in cui verrà interiorizzata ed esercitata a sua volta la funzione genitoriale dei figli. Allo stesso modo, lo sviluppo e le caratteristiche del figlio hanno degli effetti importanti sulle modalità di assunzione della funzione genitoriale e dell’integrazione di questo ruolo nella propria identità globale di adulto. Detto questo, è facile comprendere come una genitorialità disturbata possa correlarsi con l’eventuale evoluzione patologica dei figli (genitorialita.it). Mentre una
  • 47. genitorialità valida e competente - scrive il Prof. Villanova - è in grado di offrire al bambino e all’adolescente, la possibilità di percepirsi come essere separato, con una propria individualità, e lo sostiene, o dovrebbe sostenerlo, nel percorso di valorizzazione e conoscenza delle sue risorse e caratteristiche personali. “In sintesi - conclude Villanova - l’adulto competente è colui che: incoraggia l’autostima; favorisce la presa di coscienza dei bisogni e dei desideri e delle loro possibilità concrete di realizzazione; aiuta a distinguere tra un sogno o meta idealizzata e la costruzione di un progetto concreto, garantendo la possibilità di sostegno in caso di richiesta o di necessità e arginando le fughe in avanti o i ripiegamenti passivizzanti e deresponsabilizzanti” (Villanova M., 2008, pag. 192). I bambini sono le vittime maggiormente colpite dagli effetti del Mobbing Secondario. Le piccole vittime di questo fenomeno sono tutte accomunate da gravi carenze nelle relazioni con le figure genitoriali, da una immagine negativa di sé, da sfiducia, incertezza e fragilità emotiva. Un’analisi superficiale delle reazioni psicologiche negative messe in atto dalla prole può indurre a sottovalutare i segnali di disagio e può far apparire il percorso evolutivo quasi normale, facendo pensare a cadute e carenze solo in alcune aree dello sviluppo. Si rischia, in questi casi, di interpretare in modo errato quei comportamenti e sintomi che, soprattutto nelle fasi iniziali, si presentano in forma lieve e variano al mutare della situazione familiare. Anche perché genitori violenti e trascuranti (nel nostro caso genitori vittime di Mobbing) spesso assumono essi stessi atteggiamenti contraddittori verso i figli, i quali diventano oggetto a volte di odio, altre volte di amore e di attenzioni (Di Blasio P., 2000, pag. 10). Il tentativo di questo lavoro è quello di portare l’attenzione sulle conseguenze psicologiche che il Mobbing
  • 48. Secondario può determinare sulla prole in età evolutiva, nella prospettiva di contribuire a far emergere le difficoltà nelle quali può imbattersi un bambino in un contesto dove il genitore, a causa del Mobbing subìto, risulta assente, distante, poco comunicativo o eccessivamente presente e invadente. I disturbi ricorrenti, generati da queste dinamiche familiari, possono essere così riepilogati: 1) disturbi dell’apprendimento; 2) disturbi del linguaggio; 3) disturbi dell’evacuazione; 4) disturbi della condotta alimentare; 5) disturbi del sonno; 6) disturbi dell’umore; 7) disturbi d’ansia; 8) disturbo borderline di personalità; 9) disturbi da deficit dell’attenzione e da comportamento dirompente; 10) altri disturbi del comportamento.
  • 49. Cap. III 1. Premessa I disturbi presi in considerazione per l’analisi riguardante la Tesi possono essere ricondotti ad una pluralità di cause: fattori genetici, deficit intellettivi o motori, fattori ambientali, ecc.; i disturbi ai quali faremo riferimento nel corso della trattazione sono riferibili a cause ambientali, e più precisamente a fattori che vengono generati in ambiente familiare e che producono deprivazioni affettive, carenze di stimoli, mancanza di comunicazione, episodi stressanti o traumatizzanti ed ogni altro evento capace di alimentare disagio all’interno del nucleo familiare. I disturbi indicati non sono da sottovalutare, perché la loro insorgenza nella prole in età evolutiva produce effetti negativi non solo in ambiente familiare, ma pure nei rapporti di socializzazione. Essi rappresentano una fonte di disagio e di imbarazzo e spingono il soggetto colpito a vergognarsi e ad evitare luoghi e situazioni dove possono essere messi in difficoltà, limitando così le loro possibilità di frequentazione e di socializzazione. Per elencare i disturbi e per elaborarne l’analisi abbiamo fatto riferimento al DSM IV, un “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi mentali” che è tra i più utilizzati in campo medico, psicologico e psichiatrico. Il Manuale è uno strumento di diagnostica descrittiva; la sua struttura segue un sistema multi assiale e divide i disturbi in cinque ASSI, così ripartiti: • I ASSE: diagnosi di base: disturbi clinici, temporanei o permanenti;
  • 50. • II ASSE: eventuali diagnosi associate; • III ASSE: condizioni mediche di salute fisica; • IV ASSE: condizioni psicosociali ed ambientali che contribuiscono al disordine; • V ASSE: valutazione globale del funzionamento. Questa breve parentesi sulla strutturazione del DSM IV è ritenuta necessaria per illustrare il metodo di ricerca utilizzato nell’individuazione della serie di disturbi trattati. Risulta palese il fatto che sia stata prestata particolare attenzione al IV ASSE del Manuale, che ci ha permesso di individuare e selezionare i disturbi causati da eventi riconducibili a condizioni psicosociali ed ambientali che si sviluppano in un contesto familiare caratterizzato dalla presenza di un soggetto mobbizzato. Fatta questa premessa, passiamo ad elencare ed analizzare, nelle pagine che seguono, ogni singolo disturbo. 2. Analisi dei Disturbi 2.1 Disturbi dell’Apprendimento La mancanza di una corretta comunicazione intrafamiliare e le carenze riguardanti la sfera affettiva sono fattori che, nella prole in età evolutiva, possono influenzare negativamente lo sviluppo dell’autostima e possono provocare senso di inadeguatezza di fronte alle richieste scolastiche e demotivazione ad apprendere. Disturbi, dunque, la cui origine non è solo riconducibile alla presenza di patologie quali
  • 51. sofferenza cerebrale, alterazione delle percezioni, ritardo mentale, problemi di lateralizzazione. I disturbi dell’apprendimento vengono diagnosticati quando i test standardizzati, somministrati individualmente, su lettura, calcolo o espressione scritta, consegnano un risultato significativamente al di sotto di quello previsto in base all’età, all’istruzione e al livello di intelligenza. I problemi di apprendimento interferiscono in modo significativo sul rendimento scolastico e sulle attività della vita quotidiana che richiedono capacità di lettura, di calcolo o di scrittura; essi, infatti, concorrono a creare nei minori situazioni di demoralizzazione, scarsa autostima e deficit nelle capacità relazionali. I disturbi dell’apprendimento sono: dislessia, disgrafia, discalculia e disortografia. Nel dettaglio: • Dislessia o disturbo della lettura, si manifesta quando il livello di capacità di leggere raggiunto (cioè, precisione, velocità, o comprensione della lettura misurate da test standardizzati somministrati individualmente) risulta ridotto rispetto a quanto sarebbe adeguato all'età cronologica del soggetto, ovviamente le difficoltà di lettura non devono dipendere da alterazioni neurologiche o deficit sensoriale o intellettivo. Il dislessico ha difficoltà nel passaggio dalla percezione del simbolo grafico alla comprensione del suo significato. Sul piano clinico è possibile notare che esso è caratterizzato dalla confusione tra lettere e sillabe con suono simile. • Discalculia o disturbo del calcolo, la caratteristica principale del Disturbo del Calcolo è una capacità di calcolo (misurata con test standardizzati somministrati individualmente sul calcolo o sul ragionamento
  • 52. matematico) che si situa sostanzialmente al di sotto di quanto previsto in base all’età cronologica del soggetto ed in assenza di alterazioni neurologiche o difetti riguardanti le capacità intellettive. Si possono riscontrare lentezza, confusione nei concetti numerici o incapacità di contare con precisione. • Disgrafia o disturbo dell’espressione scritta, è una capacità di scrittura (misurata con un test standardizzato somministrato individualmente o con una valutazione funzionale delle capacità di scrittura) che si situa sostanzialmente al di sotto di quanto previsto in base all’età cronologica del soggetto, in assenza di alterazioni neurologiche o deficit intellettivi. Si può presentare come difficoltà nella lettura dei simboli con conseguente grafia irregolare e spesso poco comprensibile. • Disortografia è la difficoltà a tradurre correttamente i suoni che compongono la parola in simbolo grafici, non imputabile ad alterazioni neurologiche o deficit intellettivi. Si presenta con errori riconducibili a confusione tra fonemi (es., F e V), confusione tra grafemi simili (es., p e b), omissioni di parti della parola (es., tavolo e taolo), inversioni delle sillabe nella parola (tavolo e talovo). 2.2 Disturbi del Linguaggio La caratteristica principale dei disturbi specifici del linguaggio è una compromissione dello sviluppo del linguaggio espressivo. Le difficoltà di linguaggio interferiscono con i risultati scolastici e con la comunicazione sociale, e in futuro creano problemi anche in campo lavorativo. Come effetto del Mobbing sulla prole, fra questi disturbi abbiamo individuato la balbuzie.
  • 53. Come ben sappiamo, la balbuzie è un difetto nell’emissione della parola, e si presenta con alterazioni del flusso e della cadenza, ripetizione o prolungamento di vocali o consonanti e sillabe (es. ta ta ta tavolo). In relazione al blocco, la balbuzie si presenta sotto diverse forme: • balbuzie tonica: quando, dopo una difficoltà iniziale con prolungamenti del suono, la parola viene pronunciata in modo improvviso ed esplosivo; • balbuzie clonica: caratterizzata da ripetizioni del fonema iniziale oppure dell’intera parola; • balbuzie mista: quando sono presenti sia la forma tonica che quella clonica con prolungamenti e ripetizioni; • balbuzie palilalica: quando il soggetto ripete spasmodicamente una sillaba non attinente alla frase che si vuole pronunciare. La consapevolezza della balbuzie coinvolge la sfera emotiva del soggetto e complica diverse altre manifestazioni di disagio: ansia, frustrazione, stress, fobie, senso di inferiorità; il difetto, inoltre, può portare a reazioni vasomotorie quali tachicardia, dispnea e sudorazione. E’ evidente il collegamento con un ambiente interessato dal Mobbing, ed è altrettanto evidente come un nucleo familiare che ospita al suo interno un individuo vittima di Mobbing non può che provocare e/o aggravare il problema. Non a caso la foniatra francese Suzanne Borrel afferma che nel balbuziente c’è sempre una componente psicologica caratterizzata da fragilità emotiva nella relazione sociale. 2.3 Disturbi dell’Evacuazione Questo disturbo è legato al controllo degli sfinteri, uretrale ed anale.
  • 54. La maturazione fisiologica ha un ruolo fondamentale nell’acquisizione del controllo sfinterico; il raggiungimento della maturazione fisiologica, però, non è il solo fattore da prendere in considerazione, perché accanto ad essa esistono fattori legati al contesto socioculturale nel quale vive il minore. Alcune ricerche hanno dimostrato che, anche se è stato acquisito un corretto controllo fisiologico degli sfinteri, fattori come mancanza di affettività, pressioni sociali, ansia, stress e carenze igieniche possono portare ad una regressione, dando luogo al verificarsi di fenomeni di enuresi ed encopresi. • Enuresi: ripetuta emissione di urine incontrollata o voluta, durante il giorno o di notte, nel letto o nei vestiti. • Encopresi: ripetuta evacuazione di feci in luoghi inappropriati, per esempio, nei vestiti o sul pavimento. I fattori psicologici sono quelli più frequentemente riconosciuti come causa del disturbo. Spesso questi disturbi si manifestano dopo episodi vissuti dal minore con disagio, dopo momenti di crisi o situazioni di abbandono (reali o immaginate), per effetto di frustrazioni ed ansia conseguenti ad eventi traumatici. Attraverso l’enuresi e l’encopresi, il bambino attua una sorta di protesa, attraverso la quale tenta di “ricatturare” su di sé l’attenzione di un adulto, che egli vive come distante affettivamente o addirittura assente. 2. 4 Disturbi della Condotta Alimentare I disturbi dell’alimentazione sono caratterizzati dalla presenza di alterazioni del comportamento alimentare. Le cause dell’insorgere di tali disturbi sono diverse: il desiderio, sempre più presente nel modo di vivere del nostro tempo, di attenersi a specifici canoni di bellezza che spesso privilegiano la magrezza; una malattia, che ha come conseguenza un drastico dimagrimento; un evento stressante, che sconvolge l’equilibrio psicofisico del soggetto.
  • 55. In quest’ultima causa rientrano i disturbi alimentari che nascono - o si amplificano - come effetto di un ambiente familiare caratterizzato dalla presenza di un coniuge vittima di Mobbing. Infatti, in un contesto familiare teso, il cibo può assumere diversi significati: in presenza di un genitore mobbizzato, l’abitudine del “mangia e taci” è molto frequente ed è utilizzata come forma di allontanamento e di distacco da parte del genitore nei confronti del figlio; a questa abitudine spesso si associa pure quella di demandare alla televisione il compito di intrattenere il bambino. Proprio in funzione di questo particolare “uso”, il cibo diventa un mezzo al quale il bambino ricorre per inviare messaggi (di conferma o di rifiuto) alle figure genitoriali. La letteratura concorda nella descrizione di caratteristiche particolari nella famiglia delle anoressiche, dove sembra molto frequente un’organizzazione piuttosto rigida e dove la figura predominante è quella materna, soprattutto per quanto riguarda l’ambito familiare e la cura dei figli (Fagiani M. B., 2006, pag 128). “Si tratta sovente di donne che hanno rinunciato ad attività extrafamiliari o avanzamenti di carriera per cui, invece, avevano capacità e basi culturali e che si sentono frustrate da queste rinunce volontarie o meno”, scrive Fagiani, la quale aggiunge: “Esse compenserebbero questo insoddisfacente stato di cose concentrando le loro cure sulle figlie alle quali dedicherebbero ogni attenzione, ma che considererebbero loro proprietà, mal tollerando aspirazioni all’indipendenza”. E nelle pagine precedenti abbiamo anche visto che, fra le possibili conseguenze del Mobbing in ambito lavorativo, ci sono proprio la rinuncia ad attività extrafamiliari (dimissioni) ed i mancati avanzamenti di carriera. In questa ottica, la scorretta utilizzazione del cibo esprime un disagio, all’interno del quale il cibo stesso diventa veicolo di comunicazione. Nella classificazione dei disturbi alimentari sono comprese due categorie specifiche: l’anoressia nervosa e la
  • 56. bulimia nervosa. Caratteristica essenziale, comune ad entrambe le categorie, è la presenza di una alterata percezione del peso e della propria immagine corporea. • Anoressia Nervosa: si manifesta attraverso un rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra del peso minimo normale considerato per età e per altezza, oppure incapacità di raggiungere il peso previsto durante il periodo della crescita in altezza. L’inizio dell’anoressia è solitamente graduale e, rimanendo nel campo d’indagine riguardante la nostra Tesi, il disturbo può nascere come forma di protesta nei confronti dei genitori, e quindi come conseguenza di una condizione di disagio vissuta all’interno dal nucleo familiare. La perdita di peso è controllata attraverso la riduzione della quantità di cibo ingerita. Il peso può anche essere tenuto sotto controllo mediante condotte di eliminazione, come il vomito autoindotto e l’uso di lassativi e diuretici, oppure attraverso eccessiva attività fisica. • Bulimia Nervosa: si manifesta con la presenza di abbuffate e metodi inappropriati e compensatori per prevenire l’aumento di peso. Per abbuffata si intende una condotta alimentare che si verifica attraverso l’ingestione, in un determinato periodo di tempo, di una quantità di cibo più grande rispetto a quanto la maggioranza degli individui assumerebbe in circostanze simili. Per essere diagnosticato come bulimico, il soggetto deve presentare un minimo di due episodi di abbuffate e di comportamenti compensatori inappropriati alla settimana, per un periodo di tempo di almeno tre mesi. Caratteristica frequente, come nell’Anoressia, è il ricorso a inappropriati comportamenti compensatori per neutralizzare gli effetti dell’abbuffata; tra questi, quello
  • 57. più frequentemente utilizzato è il ricorso al vomito autoindotto. 2.5 Disturbi del Sonno I disturbi si riscontrano quando il sonno fisiologico non si manifesta nella sua forma corretta e possono derivare da varie cause. E’ però dimostrato come l’insorgere di tali disturbi sia frequente in soggetti che presentano sintomi di ansietà e depressione dovuti, generalmente, a problemi interpersonali, sociali e lavorativi. Ecco perché abbiamo inserito i disturbi del sonno nell’elenco delle problematiche che possono interessare i bambini come effetto del Mobbing vissuto da uno dei genitori e riportato in famiglia. La misurazione delle fasi del sonno avviene attraverso l’uso di strumenti che effettuano il monitoraggio dei parametri elettrofisiologici durante il sonno. Nel sonno fisiologico le fasi REM (Rapid Eye Movimenti, caratterizzato da attività elettrica rapida, come rapidi risultano i movimenti oculari, e da rilassamento del tono muscolare; in questa fase si manifesta l’attività di sogno) si alternano a quelle del NONREM (detto anche calmo), di modo che ad una fase NREM segue una fase REM. I disturbi si distinguono in dissonnie e parasonnie. • Dissonnie: sono disturbi primari dell’inizio o del mantenimento del sonno, oppure disturbi dovuti ad eccessiva sonnolenza. Sono caratterizzate da un’alterazione della quantità, della qualità o della sequenza temporale del sonno. Vi sono tre principali tipi di dissonnie: 1) Insonnia Primaria: si manifesta con la difficoltà ad iniziare o a mantenere il sonno, oppure con la presenza di un sonno non-ristoratore; 2) Disturbi dell’addormentamento: sono molto frequenti nell’infanzia e si manifestano attraverso
  • 58. il rifiuto dell’andare a dormire, con la conseguente messa in atto di strategie mirate a tergiversare al momento di coricarsi (esempio: attraverso la richiesta di addormentarsi in compagnia di un genitore, dopo la lettura di una favola o dopo rituali vari); 3) Ipersonnia Primaria: è un eccesso di sonnolenza che può esprimersi con episodi di sonnolenza diurni, prolungato sonno notturno, difficoltà nel risveglio. • Parasonnie: sono disturbi caratterizzati da comportamenti anomali o da eventi fisiologici che si manifestano durante il sonno. Sono inclusi nelle parasonnie: 1) Disturbo da Incubi: la caratteristica è il ripetuto manifestarsi di sogni terrificanti che portano ad un brusco risveglio; 2) Disturbo da Terrore nel Sonno: è una manifestazione ripetuta di terrore nel sonno, caratterizzata da bruschi risvegli che cominciano di solito con un grido di paura o con un pianto; 3) Sonnambulismo: ripetizione di episodi di comportamento motorio durante il sonno, come il sollevarsi dal letto e il deambulare nelle vicinanze. 2. 6 Disturbi dell’Umore La possibilità del riscontro di disturbi dell’umore in età evolutiva è stata a lungo oggetto di controversie, soprattutto per quanto riguarda l’età infantile. Oggi è riconosciuta la presenza di alterazioni dell’umore, soprattutto quelle che fanno parte della polarità depressiva, anche in età adolescenziale e infantile, e con caratteristiche - almeno per quanto riguarda i sintomi - pressoché sovrapponibili a quelle che si riscontrano in età adulta, tanto che il DSM IV ne fornisce un’unica descrizione e classificazione nosografica, limitandosi a sottolineare quei sintomi che si riscontrano con particolare frequenza o specifiche
  • 59. modalità nel bambino e nell’adolescente (Fagiani M. B., 2006, pag. 171-172). I disturbi hanno come caratteristica predominante alterazione dell’umore e alterazioni della sfera affettiva. Essi sono suddivisi in “episodi” e “disturbi”. Si parla di “episodi” quando vi è la presenza continuativa di un determinato sintomo, per un certo periodo di tempo; si parla invece di “disturbi”, quando nella storia clinica del soggetto è presente uno o più episodi. Inoltre, vengono a loro volta suddivisi in disturbi depressivi (unipolari) e disturbi depressivi bipolari. I disturbi dell’umore sono diversi, differenti per gravità, temporalità e modalità di intervento. Nel proseguire il lavoro, seguiamo la classificazione presente all’interno del DSM IV. Episodi di Alterazione dell’Umore: • Episodio Depressivo Maggiore: costituisce un fatto transitorio, e la caratteristica essenziale è la depressione dell’umore, o perdita di interesse o di piacere verso quasi tutte le attività; il disturbo deve protrarsi per un periodo di tempo di almeno 2 settimane. Nei bambini e negli adolescenti l’umore può essere irritabile anziché triste; possono emergere alterazioni dell’appetito, alterazioni del sonno, continuo senso di stanchezza, facile stancabilità, agitazione o rallentamento psicomotorio, frequenti pianti, difficoltà di concentrazione. • Episodio Maniacale: è definito da un periodo durante il quale vi è un umore anormalmente e persistentemente elevato, espanso o irritabile. Questo periodo deve durare almeno una settimana. Nell’età evolutiva, all’episodio si accompagnano problemi a livello scolastico e nei rapporti interpersonali. • Episodio Misto: è caratterizzato da un periodo di tempo, di almeno una settimana, durante il quale risultano soddisfatti i criteri sia per l’Episodio Maniacale che per l’Episodio Depressivo Maggiore quasi ogni giorno.
  • 60. • Episodio Ipomaniacale: è definito come un periodo distinto durante il quale è presente un umore persistentemente elevato, espanso o irritabile che dura almeno 4 giorni. Negli adolescenti gli episodi ipomaniacali possono essere associati con assenteismo da scuola, comportamento antisociale, insuccesso scolastico o uso di sostanze. Disturbi Depressivi: • Disturbo Depressivo Maggiore: caratterizzato da uno o più Episodi Depressivi Maggiori. Può esordire ad ogni età, con un’età media intorno ai 25 anni. Nei bambini prepuberi, maschi e femmine sono ugualmente affetti. • Disturbo Distimico: è un umore cronicamente depresso, presente per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, accertato per un periodo di almeno 2 anni. Nei bambini la durata minima richiesta è solo di un anno; il disturbo spesso determina una bassa autostima e compromissioni delle prestazioni scolastiche e delle interazioni sociali; l’umore può essere irritabile anziché depresso, e sovente prevale il pessimismo. Disturbi Depressivi Bipolari: • Disturbo Bipolare I: caratterizzato da un decorso clinico con la presenza di uno o più Episodi Maniacali o Episodi Misti. • Disturbo Bipolare II: caratterizzato da un decorso clinico con uno o più Episodi Depressivi Maggiori accompagnati da almeno un Episodio Ipomaniacale. • Disturbo Ciclotimico: è un’alterazione dell’umore cronica fluttuante, con numerosi periodi con sintomi ipomaniacali e numerosi periodi con sintomi depressivi.
  • 61. 2.7 Disturbi d’Ansia L’ansia è un fenomeno esclusivamente psichico, e le situazioni di ansia che investono il nucleo familiare finiscono per creare comportamenti ansiosi anche nella prole in età evolutiva. Per ansia si intende l’anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuri, accompagnata da sentimenti di disforia o da sintomi fisici di tensione. Gli elementi esposti a rischio possono appartenere sia al mondo interno che al mondo estero. I disturbi d’ansia generano nei bambini sentimenti di oppressione, associati a sentimenti di attesa verso avvenimenti (reali o inventati) vissuti come spiacevoli. L’angoscia nei bambini trova espressione attraverso il corpo, sotto forma di sintomi somatici (cefalea, vomito, dolori addominali o degli arti) oppure sotto forma di diminuzione delle capacità di attenzione (distrazione, svogliatezza). A partire dalla preadolescenza, verso gli undici/dodici anni, l’angoscia si esprime attraverso crisi di collera, atteggiamenti di continue richieste, alterazioni comportamentali. I disturbi d’ansia che compaiono nei bambini in età evolutiva sono simili ai disturbi che compaiono negli adulti, tant’è vero che nel DSM IV sono descritti senza distinzione tra le loro manifestazioni in età evolutiva ed in età adulta. Fra i disturbi “diagnosticati nell’infanzia, nella fanciullezza e nell’adolescenza”, trovano posto solo alcuni specifici disturbi d’ansia, che si manifestano, appunto, solo in età evolutiva (Fagiani M. B., 2006, pag. 157). Solo che nei bambini questi disturbi assumono caratteristiche specifiche, come le preoccupazioni relative alle prestazioni o alla preparazione a scuola o negli eventi sportivi, anche quando la prestazione non deve essere valutata da altri.