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DICEMBRE 2014ANNO XII - NUMERO 1
Caporedattrice:
RACHELE ANTONIA GIANFAGNA
Impaginazione e grafica:
NINO PRATTICÒ
LE ASPIRAZIONI DEL CALIFFATO
ISLAMICO DELL’ISIS di Mustapha Hussein pg. 3
WORLD WILD WEB:
la cultura ai tempi del download
di Antonino Pratticò pg. 7
IL RITORNO DEI
PAGLIACCI
di Marilde Iannotta pgg. 10-11
Intervista a
CHIARA GAMBERALE
EUROPA: UNA QUESTIONE ITALIANA
di Massimiliano Monti pg. 6
OMAGGIO A OSCAR
di Camilla Valli pg. 12
IL RE È NUDO (NEL GAZEBO)
di Pia Stisi e Alessandra Vernile pg. 8
SPORT: ETICA O NO?
di Lorenzo Lanciotti pg. 14
UNA CASA
IN ROMANIA
di Adriana Arrieta pg. 5
AN UNKNOWN
BEAUTY
di Marianna Manfredini pg. 13
“L’ANIMO DEVI MUTARE
NON IL CIELO”
di Noemi Rambaldi pg. 4
IMMIGRAZIONE:
come prima più di prima
di Cristiana Ferrauti pg. 4
COLPA DELLE STELLE:
un nuovo, piccolo Infinito
di Felicia Oleandro pg. 11
LEOPARDI, FAVOLOSA
POESIA.
di Valeria Verbaro pg. 9
• 2 Rachele Antonia Gianfagna
GIURISPRUDENZA
L’ALBATROS
CHIAMATO ITALIA
I
n tempi di crisi i fondi scarseggia-
no». «In Nord Europa quando ci sono
pochi soldi si riduce la spesa corren-
te, senza interrompere le mostre
e nemmeno la ricerca. Fortunatamente
ci si sta attrezzando con le fondazioni. E
Franceschini sta provando a rendere più
vantaggiosi gli investimenti in cultura».
Non potevo non aprire il mio primo edi-
toriale di Aìko con le parole di Christian
Greco intervistato su Sette da Vittorio
Zincone. Poche settimane fa mi sono im-
battuta in questo articolo e le parole del
neo-direttore del Museo Egizio di Torino
hanno pizzicato con forza bruta le corde
della mia coscienza di studentessa italia-
na oggi. Queste ultime tre parole pesano
come macigni, e rileggendole mentre scri-
vo è come se obbligassero la mia intona-
zione a poggiare solennemente su ciascu-
na. Studentessa. Italiana. Oggi. Cultura.
Italia. Oggi. Immediatamente sono spro-
fondata nella poltrona e la fantasia bau-
delairiana più spinta mi ha investito con
la potenza dell’immagine dell’albatros
che cerca disperatamente di camminare.
La sua apertura alare è al limite del mi-
tologico, ma proprio questa caratteristica
che lo rende magnifico in aria, con forza
uguale e contraria, lo riduce a bestiola
goffa e minuta sulla terra ferma. Perde
tutta la sua maestosa grandezza e sembra
quasi dimenticare la sua natura più alta.
Una creatura così magistralmente pro-
gettata da essere semplicemente perfetta
in volo, è così tristemente goffa se dimen-
tica di avere le ali e pretende di cammina-
re come un pollo (sicuramente delizioso
al forno e strano che Neruda non gli ab-
bia dedicato un’ode, ma certamente non
altrettanto grandioso). Grazie a «Genesi»
di Salgado, riesco a vederlo mentre vola
sull’oceano della Patagonia e tutto ciò
che lo circonda è così tremendamente
grande, che le sue ali davvero non sono
più un problema. Il potenziale di un al-
batros si dispiega in misura direttamente
proporzionale alle sue ali. Può affrontare
tempeste terribili e resistere a qualunque
temperatura. E’ lo pterodattilo dei tempi
moderni e merita il rispetto che la sua
stazza e le sue origini impongono. Sono
sempre risucchiata nella mia poltrona e
l’albatros di Baudelaire si riallaccia istan-
taneamente ai pensieri di Christian Gre-
co. Ecco, l’Italia è l’albatros più goffo che
io abbia mai visto. A che serve spiegare
le ali se non si vola? Zoppica senza ritmo,
mentre cerca di mantenere un balordo e
innaturale equilibrio a bordo di un velie-
ro appena laccato dalla cera più scadente.
Non servono le mie parole per rincarare
la dose sulla questione “Potenziale Italia”
in questo momento, ma l’argomento mi
mette sempre una certa malinconia, se
rendo concreto il nostro paese e lo vedo,
in carne, piume e becco, che arranca sci-
volando da destra a sinistra soltanto per-
ché non vuole usare le ali. Se Icaro fosse
esistito sono certa che ci avrebbe già ma-
ledetto: perché se abbiamo le ali ci osti-
niamo a camminare?! L’Italia corre contro
la propria natura e, non so se per scelta
propria o per dramma imposto, ha deciso
di non volare. Lo Stato siamo noi e, dun-
que, noi e solo noi abbiamo preso la bril-
lante decisione di non sfruttare l’enorme
potenziale della nostra apertura alare,
preferendo una innaturale camminata
da polli allevati a terra. Per uno stranissi-
mo motivo che ammetto davvero non mi
è chiaro, in periodo di crisi economica e
sociale i primi tagli vengono imposti alla
Cultura, tanto, come disse Tremonti una
volta: «Con la cultura non si mangia». E
intanto Matera vince la sfida europea di
Capitale della Cultura: italiana, e del sud
per giunta. Lo vedo l’albatros. Svolazza,
non vola. Fa dei brevissimi giri di ricogni-
zione e quello sbattere di ali colossali è il
vibrare della storia che ogni angolo di Ita-
lia porta con sé. E con storia non intendo
certo un’attitudine reazionaria a cullarci
nella grandezza di ogni giorno del nostro
passato. Il presente è già passato ad una
velocità supersonica e il “festina lente” di
Aldo Manuzio dovrebbe essere il mantra
di quella rapidità carica di consistenza in-
segnataci da Calvino, se solo fosse riusci-
to a tenere quella sesta lezione! Ecco, Aìko
quest’anno vuole essere la chiara estrin-
secazione di quel “About Consistency”
mai affrontato da Italo Calvino nelle sue
Lezioni Americane. Sostanza pura e essen-
za del pensiero concretizzato nelle parole
di ogni singolo articolo. Consistenza è in-
sieme leggerezza e rapidità. Consistenza è
il peso senza peso delle parole. Consisten-
za è il fattore assenza di peso che mette
in moto l’albatros cultura. Consistenza è
l’albatros che vola perché rifiuta la terra.
Aìko è “all about Consistency”.
Se Icaro fosse
esistito sono certa
che ci avrebbe già
maledetto: perché
se abbiamo le ali
ci ostiniamo a
camminare?
rache.gfg@gmail.com
@RacheGianfagna
Rachele Antonia Gianfagna
L’Editoriale
«
3 •Mustapha Hussein
RELAZIONI INTERNAZIONALI
Esteri
LE ASPIRAZIONI DEL
CALIFFATO ISLAMICO
DELL’ISIS
I
l 2011, senza alcun dubbio è stato un
anno senza precedenti nella storia
del nord Africa e del Medioriente.
Sistemi politici intoccabili e cor-
rotti, regimi considerati immutabili sono
caduti sotto la spinta degli eventi e delle
insurrezioni popolari con le primavere
arabe, che hanno determinato l’abbatti-
mento di tre regimi laici in Iraq, Libia e
Siria in parte.
La crisi economica mondiale ha avuto
pesanti ripercussioni sulle fragili econo-
mie di questi paesi, già compromesse da
una serie di fattori come la dipendenza
dal settore energetico, che di fatto ha cre-
ato forti rigidità insieme alla corruzione
radicata che impera in tutti campi, hanno
lasciato scarse possibilità di sviluppo ed
opportunità, specialmente per le nuove
generazioni .
L’intento e l’aspirazione di rovescia-
re i regimi assoluti hanno consentito la
nascita e l’avanzata dello Stato Islamico
dell’Iraq e della grande Siria (o del Levan-
te), precedentemente noto come l’Isis.
Quali sono gli obiettivi politici dello Sta-
to islamico dell’Isis?
L’organizzazione cerca di stabilire un
“califfato”, ovvero uno stato governato da
un solo leader politico e religioso secondo
le regole della legge islamica ultraradica-
le della sharia, richiamando i musulmani
di tutto il mondo ed invitandoli a giura-
re fedeltà e sostegno al califfo, Ibrahim
Awad Ibrahim Ali al-Badri al-Samarrai,
noto come “Abu Bakr al-Baghdadi”.
Chi finanzia il Califfato e, sopratutto, a
quanto ammonta il suo patrimonio?
Si stima che lo stato islamico possieda
più di due miliardi di dollari donati da pa-
esi arabi del Golfo con l’intento di finan-
ziare il rovesciamento di regimi scomodi.
A questi si aggiungono le entrate men-
sili di milioni di dollari, introiti dei pozzi
di petrolio e di gas posti sotto il loro con-
trollo. Tutto questo ha reso l’Organizza-
zione dello Stato Islamico la più ricca e
più temuta tra i gruppi terrostici armati
al mondo.
Oggi il terrorismo di matrice islamica è
vivo nella maggior parte dei paesi medio-
rientali. Si può constatare che il fanati-
smo che istiga alla violenza trova terreno
fertile dove il tribalismo e il sottosvilup-
po sono più diffusi. Chi lo subisce avverte
la necessità di attaccarsi a quel che resta
delle strutture sociali tradizionali e pa-
triarcali.
Al recente meeting internazionale del-
le politiche del Mediterranneo tenutosi a
Cagliari, il centro Italo Arabo ha afferma-
to che i terroristi del nuovo Califfato di Al
Baghdady non hanno niente a che fare
con l’Islam, perchè le prime vittime delle
loro azioni sono proprio gli stessi musul-
mani.
Il convegno di Cagliari ha lanciato un
appello affinchè il fanatismo religioso
venga combattuto in tutti modi, con stra-
tegie che mirino a coinvolgere sia gli inse-
gnanti e gli assistenti sociali, che gli imam
moderati per un’opera di prevenzione
volta ad individuare i giovani propensi ad
arruolarsi nelle fila della Jihad Globale, e
incentivare la collaborazione con le au-
torità per realizzare programmi volti alla
loro riabilitazione.
Oggi il terrorismo
di matrice isla-
mica è vivo nella
maggior parte dei
paesi mediorien-
tali. Si può con-
statare che il fa-
natismo che istiga
alla violenza trova
terreno fertile
dove il tribalismo
e il sottosviluppo
sono più diffusi.
mustapha1508@gmail.com
Mustapha Hussein
In alto: Car bomb in Iraq - SPC Ronald Shaw Jr., U.S. Army [Public Domain] (via Wikipedia)
In copertina: Azaz Syria during the Syrian Civil War Wide Angel of Damage - Scott Bobb reports from Azaz, Syria [Public Domain] (via Wikipedia)
• 4 Noemi Rambaldi
GIURISPRUDENZA
“L’ANIMO DEVI MUTARE,
NON IL CIELO”
ma quanti colori ci sono al NORD!
L’aereo decolla e con esso le angosce.
Fa paura il cambiamento. Lasciare
casa e amici, lasciare la mia amata Roma
che solo tre anni fa mi ha accolta come
una mamma, e tutto questo per cosa? Fa
freddo in Svezia, lì non sorridono, ci sono
i pinguini, si mangia male e tutto è così
gelido. I ragazzi non sono romantici, le ra-
gazze sono tutte bellissime e lo svedese è
impossibile da imparare. L’Erasmus ritar-
da la laurea e gli esami sono più facili.
Oh, quanti clichés! Una sterzata al vo-
lante e voilà, c’è una strada sconosciuta,
non ancora battuta, che aspetta di essere
marcata dalle tue impronte. Non c’è alcu-
na colpa ad avere paura.
Vivere in un’altra nazione è la cosa più
bella che mi sia accaduta fino ad ora. È
tutto così nuovo, tutto ha un profumo
diverso e i colori del sole che tramonta
nel mare del Nord sono indescrivibili.
Ma la cosa più bella è che ho scoperto
una nuova parte di me, capace di abbas-
sare la guardia e aprirsi con sconosciuti,
senza pregiudizi (in quanto a eguaglian-
za qui sono dei professionisti) e capace di
apprezzare uno squarcio di sole nel cielo
coperto, perché è vero, qui hanno poco
sole e dopo 24 ore un pezzetto di cielo è
un miracolo! In un attimo, però, tutto si
illumina e quello che per 22 anni ho dato
per scontato, ora è uno spettacolo, un
dono. Come il cielo così la mia famiglia e i
miei amici, di cui non ho mai sentito così
tanto la mancanza. Ho scoperto un nuo-
vo metodo di studio, il lavoro in gruppo e
un approccio differente alla legge. Qui i
professori puntano a formare cervelli più
che a riempire le teste, si tolgono le scar-
pe durante le lezioni e si fanno chiamare
per nome. Che scandalo, vero?! E invece
c’è una cultura precisa e un profondo ri-
spetto per l’altro dietro questi semplici
comportamenti, cose che solo l’esperien-
za può donare. Non libri o racconti di chi
è stato lì.
P.S. Trovate spazio per la moka in vali-
gia, ci vuole un po’ per abituarsi ai caffè
lunghi.
Probabilmente
Seneca aveva già
capito tutto e non
mi permetterei mai
di contraddire uno
dei miei maestri,
ma cosa succede
se mutando il cielo
scopri nuovi colori
della tua persona-
lità? E ancora, cosa
accade se questi
colori sono più
brillanti?
cferrauti@gmail.com
@Cristiana16492
criferwriting.blogspot.co.uk
Out of the borders
Voi siete Napoletano?»
«Si, si ma non emigrante! Perché ca
pare che o’ napoletano non pò viaggià, pò
solamente emigrà»
Così Massimo Troisi, in una delle scene
finali di Ricomincio da Tre, risponde all’en-
nesima domanda sulle sue riconoscibili
origini.
Negli ultimi mesi, la questione dell’im-
migrazione e dei movimenti all’interno
del continente europeo è tornata a Brus-
sels e sulle prime pagine dei giornali.
Il 31 ottobre il governo italiano ha inter-
rotto l’operazione search and rescue Mare
Nostrum. Il primo Novembre si è dato av-
vio a Triton, che opererà nella stessa area
– lo stretto di Sicilia -, ma con un budget
inferiore e con lo scopo di controllare le
frontiere, senza la finalità di ricerca dei
migranti dispersi.
L’Inghilterra, il paese forse più noto per
la sua apertura nei confronti dei nuovi
arrivati, aveva già lamentato all’inizio
dell’anno di soffrire dell’elevato numero
di stranieri. Infatti, l’Office for National
Statistics aveva dichiarato una crescita
pari a 58,000 di provenienti in più dagli
stati meridionali dell’Europa negli ultimi
12 mesi.
Il 26 ottobre, Michael Fellon, Segretario
alla difesa del governo Cameron, aveva
commentato il recente dibattito sulle po-
litiche di integrazione dicendo che le città
inglesi rischiano di essere “impaludate”
dagli immigrati. Dopo circa 24 ore dalla
dichiarazione, le testate online riportava-
no la smentita di quel “sbadato” commen-
to.
Ci piace immaginare come Troisi oggi si
sarebbe dovuto giustificare per “viaggia-
re” – e non emigrare - in un contesto più
ampio: l’Europa.
«Voi siete
Napoletano?»
«Si, si ma non emi-
grante! Perché ca
pare che o’ napole-
tano non pò viaggià,
pò solamente emi-
grà»
noemirambaldi@gmail.com
Cristiana Ferrauti
MULTIMEDIA JOURNALISM
IMMIGRAZIONE:
COME PRIMA, PIÙ DI PRIMA
Out of the borders
«
In copertina: A view over the canal in Malmö, Sweden - Tomas Ottosson [CC BY-SA 3.0] (via Wikipedia)
In copertina: Europe - Charles Clegg [CC BY-SA 2.0] (via Flickr)
5 •Adriana Arrieta
RELAZIONI INTERNAZIONALI
Sociale
UNA CASA
IN ROMANIA
A
lcune esperienze nella vita
sono singolari e volevo rac-
contarvi l’ultima esperienza
di questa estate.
Conoscevo da tempo una ragazza ma-
dre della Romania che, dopo alcuni anni
in Italia, ha espresso il desiderio di tor-
nare definitivamente nel suo Paese. Lei
ed il suo bambino avevano trovato ospi-
talità presso una casa di accoglienza per
ragazze madri qui in Italia; non aveva né
un compagno, né un lavoro ed era senza
genitori.
La casa d’accoglienza in Italia entrò in
contatto con un istituto gestito da suore
nel nord della Romania. Ottime referen-
ze. Trascorsi alcuni mesi, mi sono trovata
ad accompagnare lei e il suo bambino in
questa missione.
Durante il volo da Roma è stato molto
divertente seguire il bambino, mai salito
su un aereo prima di allora. Quando l’a-
ereo era avvolto nelle nuvole e vedeva
l’esterno tutto bianco mi ha chiesto: «Ma
siamo caduti?» o, quando poi eravamo ad
alta quota mi chiedeva dove fossero gli
uccellini. Gli ho spiegato quale fosse la
lucetta che indicava quando mettersi la
cintura e lui poi ha seguito meglio di tutti
le istruzioni!
Atterrati in Transilvania con ben due
ore di ritardo, naturalmente l’ufficio del
autonoleggio alle nove di sera era già
chiuso! La macchina era essenziale: do-
vevamo guidare fino a un’altra città a due
ore di distanza. Diverse peripezie. La no-
stra carta di credito italiana non passava
e l’autonoleggio non accettava contanti.
Quando ho chiesto: «Che altre opzioni
abbiamo?» il ragazzo mi ha risposto, con
la faccia un po’ triste: «Purtroppo non ho
altre opzioni per voi».
Ho spiegato il perché mi trovavo in Ro-
mania (il bambino, giustamente, voleva
uscire da quell’ufficio!) e a un certo punto
mi ha guardato: «Io potrei anche perdere
il mio posto di lavoro per questo, ma por-
tatevi la macchina senza alcun voucher».
Naturalmente – con l’aiuto di Google
Translate visto il suo scarso inglese - pen-
savo di aver capito male, ma era vero! Ci
ha dato la macchina liberamente, senza
alcun pezzo di carta né cauzione. In un
mondo governato dalla sfiducia, lui ha
avuto una grandissima fiducia nei nostri
confronti. Dopo aver girato il mondo non
mi era mai capitato di ricevere una mac-
china senza alcun deposito cauzionale!
E così quella notte siamo arrivati alla
cittadina dove si trova l’istituto di suore,
futura casa per il bambino.
Il giorno dopo abbiamo fatto un tour di
questo immenso istituto, composto da
circa duecento stanze, aule, stanza com-
puter, palestra, cappella, biblioteca con
circa undicimila volumi. È una struttura
fondata grazie ad un fondo di beneficen-
za svizzero quasi quindici anni fa. Attual-
mente non ricevono alcun contributo dal
governo rumeno. Va avanti (non senza
difficoltà) grazie a contributi privati.
I bambini sono molto ben accuditi, gio-
cano molto, anche insieme alle suore, e
ricevono un’educazione più che dignitosa
(lezioni anche in inglese, francese, mo-
menti di sport, fanno gite in montagna,
vanno a sciare in inverno...). Finora sono
passati da lì circa trecento bambini, alcuni
di questi arrivati piccolissimi e sono usciti
intorno ai diciott’anni. Alcuni si sono lau-
reati, altri si sono sposati ed hanno avuto
anche figli. Simbolico il fatto che i lega-
mi con la struttura continuano, e queste
suore hanno assistito a matrimoni e bat-
tesimi. Sulle mura dell’istituto ci sono fo-
tografie che immortalano momenti come
questi.
Oggi, dopo due mesi, chiediamo dall’I-
talia come procede quest’esperienza e il
bambino è completamente integrato, par-
la rumeno (e quando non sa qualcosa par-
la ai bambini in italiano e loro gli rispon-
dono in rumeno!). È come se conoscesse
quel posto da sempre.
Sicuramente continuerò a chiedere di
lui e della sua mamma. Non so se li rive-
drò, ma sinceramente mi auguro di sì.
Ci ha dato la mac-
china liberamente,
senza alcun pezzo di
carta né cauzione.
In un mondo gover-
nato dalla sfiducia,
lui ha avuto una
grandissima fiducia
nei nostri confronti.
Dopo aver girato il
mondo non mi era
mai capitato di rice-
vere una macchina
senza alcun deposi-
to cauzionale!
adrianaarrieta@hotmail.com
In copertina: Christmas Carolers in Bucharest, 1929
- Nicolae Ionescu [Public Domain] (via Flickr)
• 6 Massimiliano Monti
MASTER ESPERTI IN POLITICA E RELAZIONI INTERNAZIONALI
L’EUROPA:
UNA QUESTIONE ITALIANA
H
o scelto questo titolo parafra-
sando quello di un convegno
cui ho partecipato alla Lumsa
sulla celebre frase cavouria-
na: «Lo stato italiano: una questione euro-
pea». Credo che l’Italia sia un grande pa-
ese, a dispetto delle bacchettate europee
che ci pongono a una velocità inferiore
rispetto ai cugini d’oltralpe. Anche se è
dura accettare gli appellativi che ci at-
tribuirono personaggi come Metternich:
«L’Italia è solo un espressione geografica»,
Bismarck: «L’Italia non è uno stato serio»
o Flaubert che nel dizionario dei luoghi
comuni ci definiva musicisti e traditori.
L’UNESCO ci considera 35% del patrimo-
nio mondiale, senza contare le numerose
opere d’arte presenti all’estero, eppure se-
condo molti l’unità d’Italia, ma non degli
italiani non è stata merito di Dante ma
delle baionette. Anche se non abbiamo
complementarietà, è doveroso accettare
ogni possibile occasione di crescita e cre-
dere di investire nello studio per 15 anni
della propria esistenza se poi esistono
ottomila società con affidamento in Hou-
se che ragionano da enti pubblici ma si
comportano da privati? L’espressione in
house è stata utilizzata per la prima vol-
ta nel Libro bianco del 1998 con il quale
la Commissione Europea, relativamente
al settore degli appalti pubblici, ha spe-
cificato il concetto di “appalti in house”
come “quelli aggiudicati all’interno della
Pubblica Amministrazione. Una longa
manus dell’ente stesso con cui la Pubblica
Amministrazione provvede ai propri bi-
sogni mediante lo svolgimento di una at-
tività interna all’amministrazione stessa,
contrapponendosi così a quello dell’ester-
nalizzazione o outsourcing o contracting
out, che invece si rivolge al mercato sce-
gliendo il proprio fornitore mediante una
gara. Tuttavia esistono concorsi? C’é me-
rito discrezionale? Si tratta pur sempre di
Pubblica Amministrazione e, come tale,
é diretta a tutelare un interesse pubbli-
co. Abbiamo gli strumenti per recitare la
parte di un cittadino realmente conosci-
tore delle regole, in grado di destreggiarsi
in dinamiche concorsuali? La conoscenza
di questi meccanismi ci permette di misu-
rarci con questa realtà nel pieno rispetto
delle norme previste in materia. L’apolo-
go kennediano: «Non è importante quel-
lo che il tuo paese farà per te ma quello
che tu puoi fare per il tuo paese», ci è utile
per comprendere che la via per il cambia-
mento non può venire dal vertice ma dal-
la base, da noi cittadini italiani, studenti,
anche nella quotidianità.
L’Università è la nostra palestra, i libri i
nostri mezzi e il fine per esercitare i nostri
muscoli. L’eccellenza viene da noi, da quei
semi che continuamente gettiamo con la
speranza che diventino un giorno enormi
querce su cui costruire il nostro futuro e
quello dei nostri figli. Il nostro percorso
universitario avrà così un valore aggiun-
to, per noi e per il futuro, acquistando
una certa credibilità verso le istituzioni e
le aziende che investiranno finalmente in
progetti per migliorare la ricerca e l’istru-
zione. Vivere per migliorare e migliorar-
si, non nel cocente individualismo ma in
un meraviglioso gioco di squadra, dove si
dispensano spettacolari assist per il cam-
mino inarrestabile di un paese. Il nostro
percorso formativo non deve rimanere
formale teoria ma diventare sostanziale
praticismo. Per fare questo, il muro del-
le diversità non deve esistere, come non
devono materializzarsi le divisioni basate
sull’orientamento sessuale, di razza, di re-
ligione ed anche sul diverso tenore socia-
le ed economico di noi ragazzi.
L’epoca risorgimentale è servita per
dare unità a quei sette stati così diversi
presenti sul territorio italiano. Noi non
possiamo, non vogliamo, non dobbiamo
credere nell’indifferenza e nel cieco ego
individuale. Noi studenti rappresentiamo
il futuro, qualunque esso sia, anche nella
dignità di svolgere il lavoro più umile: da
operaio o da soldato semplice, perché un
paese non è mosso soltanto da Generali,
Imprenditori e Presidenti ma dal sudore
della sua popolazione. Il nostro intento è
di creare ponti e non barriere e forse un
giorno anche noi, come il 9 novembre del
1989, un noto giornale tedesco recitava in
prima pagina, urleremo a gran voce: «È
fatta! Il muro è caduto!».
L’epoca risorgi-
mentale è servita
per dare unità a
quei sette stati
così diversi pre-
senti sul territo-
rio italiano. Noi
non possiamo,
non vogliamo,
non dobbiamo
credere nell’in-
differenza e nel
cieco ego indivi-
duale.
massimilianomonti15@gmail.com
@maxmonti15
Massimiliano Monti
Europa federata
In copertina: EU Flagga - MPD01605 [CC BY-SA 2.0]
(via Flickr)
Leggi l’articolo completo su: www.lumsa.it/vivilumsa_attivitastudenti_aiko
7 •Antonino Pratticò
GIURISPRUDENZA
L’OsservAutore
WORLD WILD WEB
LA CULTURA AI TEMPI DEL DOWNLOAD
S
enza voler scendere in tecnici-
smi, il diritto d’autore potrebbe
definirsi come quella “parte” della
proprietà intellettuale il cui am-
bito di competenza è la protezione delle
opere letterarie e artistiche. La temati-
ca assume una posizione di centralità in
una società come quella odierna, società
“figlia” di un’innovazione digitale che
s’insinua nelle nostre vite e trasforma il
contesto all’interno del quale lo stesso di-
ritto d’autore opera. E, infatti, se prima il
prodotto artistico protetto (brano musica-
le, film, romanzo...) doveva essere indisso-
lubilmente legato al supporto (CD, DVD,
libro…) ai fini della sua distribuzione e,
quindi, della sua fruibilità, adesso questo
legame non è più così essenziale: tutto
circola “sopra le nostre teste” in un non
meglio definito cloud.
Mutando il contesto, il sistema che rego-
la protezione e accesso alle opere dell’in-
gegno deve – di conseguenza – adeguarsi.
Se prima la necessità del supporto ren-
deva più facile monitorare la circolazio-
ne delle opere e, dunque, smascherare il
contrabbando, nell’era di iTunes, dello
streaming e del file sharing il “traffico
digitale” è senza frontiere e la distinzio-
ne tra uso legale e illegale si fa delicata:
controlli troppo blandi nullificherebbero
ogni tentativo di enforcement, controlli
troppo rigorosi potrebbero comportare
gravi lesioni del diritto alla privacy.
Protezione e accesso, dunque, sono i
concetti-chiave attorno ai quali ruota la
questione sul diritto d’autore nella so-
cietà dell’innovazione. Da un lato, se c’è
creazione, è ragionevole che questa sia
fruibile da parte di tutti… e questa con-
cezione dinamica della tutela dei beni
culturali orientata al loro pubblico go-
dimento in quanto strumenti di crescita
della società è sottintesa nell’articolo 9
comma 1 della Costituzione Italiana, che
così recita: «La Repubblica promuove lo
sviluppo della cultura e la ricerca scien-
tifica e tecnica.» D’altro canto, l’accesso li-
bero e gratuito mortificherebbe gli sforzi
di chi crea le opere e di chi investe per la
loro distribuzione, annullando qualsiasi
incentivo a produrne di nuove e facendo
così arrestare la “macchina” della cultura.
Anche in questo caso, troviamo impor-
tanti riscontri nella Carta Costituzionale
e nel codice civile: l’articolo 35 comma 1
della Costituzione tutela il lavoro «in tutte
le sue forme e applicazioni» e l’inclusione
della disciplina del diritto d’autore nel
Libro V (Del lavoro) del Codice Civile dà
dimostrazione del fatto che la legge consi-
dera la creazione dell’opera come espres-
sione del lavoro intellettuale.
Protezione e accesso: che strada pren-
dere? Qualsiasi via si scelga, per la com-
plessità della materia e per l’importanza
dei diritti e degli interessi coinvolti, ci si
ritroverebbe sempre davanti ad un vicolo
cieco. Da questo punto di vista l’outcome
della conferenza Le nuove frontiere
dell’innovazione tra diritto d’autore e
brevetto – tenutasi presso la Sala Confe-
renze della Biblioteca Nazionale di Roma
il 29 ottobre scorso – è stato netto: la so-
luzione da preferire è quella del bilancia-
mento tra i due estremi.
È anche vero, però, che il copyright (cu-
gino di common law del nostro author’s
right) nasce nel XVI secolo come rispo-
sta all’invenzione della stampa, per per-
mettere un controllo più incisivo sulle
opere – che potevano essere pubblicate e
divulgate con maggiore facilità. Il copyri-
ght e, con le dovute distinzioni, il diritto
d’autore possono, per i motivi anzidet-
ti, considerarsi diritti anti-innovazione.
Eppure, dalla scoperta del fuoco e l’in-
venzione della ruota, la spinta dell’inno-
vazione non si è più fermata né si potrà
mai fermare. Da qui la necessità del con-
temperamento dei due interessi opposti.
Tuttavia, nell’ottica di questo balance,
quale peso deve essere dato rispettiva-
mente all’articolo 9 e all’articolo 35 della
Costituzione? È sicuramente giusto poter
fruire liberamente e legalmente di musi-
ca, film e quant’altro… ma se questo deve
realizzarsi al costo di soffocare l’iniziativa
creativa e produttiva, che senso avrebbe?
Sul piano strettamente logico, la creazio-
ne viene prima della fruizione: a quali
opere potremmo accedere se nessuno ne
creerebbe più? Sarebbe dunque corretto
rileggere l’articolo 9 della Costituzione
alla luce dell’articolo 35 e far rientrare
nell’ambito dello “sviluppo della cultura”
la protezione dell’attività creativa che di
questo sviluppo è carburante e colonna
portante?
Se prima il pro-
dotto artistico
protetto doveva
essere indissolu-
bilmente legato
al supporto ai fini
della sua distri-
buzione e, quindi,
della sua fruibili-
tà, adesso questo
legame non è più
così essenzia-
le: tutto circola
“sopra le nostre
teste” in un non
meglio definito
cloud.
mr.ninoprattico@gmail.com
@NinoPrattico
Nino Pratticò
In copertina: Evanescent Copyright - Nino Pratticò
• 8 Pia Stisi
PRODUZIONE CULTURALE
IL RE È NUDO (NEL GAZEBO)
OVVERO, QUANDO LA TV
SCENDE IN PIAZZA
A
vviene qualcosa di ecceziona-
le la domenica e il lunedì sera
su Rai3: delle persone fanno
politica. Sotto l’ombra del Ga-
zebo di Diego Bianchi (in arte Zoro) e del-
la sua brigata, va in scena ogni settimana
una piccola rivoluzione della comunica-
zione politica italiana. Programma di cre-
scente successo, giunto quest’anno alla
terza edizione, Gazebo irrompe nel palin-
sesto Rai come una ventata di freschezza.
L’arte del fumetto satirico di Marco D’Am-
brosio aka Makkox ed esibizioni musicali
di una qualità tale da non essere mai un
semplice sottofondo incorniciano il com-
mento professionale di Marco Damilano,
firma de L’Espresso, ed i servizi home-
made di Diego Bianchi e Andrea Saler-
no. L’ambizione di fare informazione con
leggerezza è un vecchio desiderio delle
frequenze di viale Mazzini, ma mai si era
concretizzata in un format sinceramente
meritevole di attenzioni come questo.
Zoro si è rivelato l’uomo giusto. Proprio
come il giustiziere di cui evoca ironica-
mente il nome, questo giornalista romano
e romanista ha intercettato un’urgenza
popolare e le ha dato forma, voce e video.
Tutto nasce dalla telecamera amatoriale
con cui Diego Bianchi cattura la realtà
politica agitata istericamente da un moto
perpetuo che dalle piazze arriva ai palazzi
del potere.
Dai tempi della web-serie “Tolleranza
Zoro” ad oggi lo scopo e le modalità del-
la missione non sono cambiati: da fedele
elettore di centro-sinistra quale è, Diego
Bianchi mantiene il mirino puntato su
Pd e dintorni. La bravura non sta solo nel
documentare la notizia, ma nel rispetta-
re una coerenza stilistica che sa quando
ridicolizzare una politica che si prende
troppo sul serio e quando prendere sul
serio ciò che di tragicomico succede nel
Paese.
Nel contenitore Gazebo i veri protagoni-
sti sono i cittadini. La struttura del format
trova il suo centro gravitazionale nei so-
cial network, di cui riprende linguaggio
e contenuti. Ecco la vera rivoluzione: la
politica vive nelle piazze come nei tweet,
gli hashtag titolano le notizie e le opinioni
s’incolonnano nei commenti più che sulle
pagine dei quotidiani. La democrazia del
web si impone sull’ormai logora forma
del talk-show, in cui politici di ogni schie-
ramento si scatenavano in sessioni di lot-
ta verbale all’ultimo voto. Gli elettori più
resistenti continuano a seguire le prime
serate di questi comizi collettivi, mentre
i più oramai preferiscono seguire i botta
e risposta on-line. C’è chi commenta edu-
catamente, chi partecipa con un like, chi
provoca con impertinenza e chi spesso
diverte con sprazzi di gustosissima ge-
nialità. In ogni caso, la libertà di Twitter
inebria tutti. In questa sconfinata agorà
virtuale, Gazebo pianta dei paletti: in tra-
smissione, il materiale web è selezionato,
ordinato in rubriche (la “Social Top Ten”) e
diventa spazio ilare di protesta.
La mancanza di confini netti fra cronaca
politica e commento di costume garanti-
sce al programma quell’aspetto ibrido che
permette di attirare a sé un target di per-
sone che continua ad avere passione e co-
scienza politica. È proprio questo zoccolo
di pubblico che permette a Gazebo d’illu-
strare l’attualità in maniera chiara, senza
filtri, mantenendo un ritmo di spettacolo
sempre sostenuto. Il nome della trasmis-
sione è esplicativo della linea che voglio-
no seguire gli autori: il Gazebo è il luogo
dove entra in gioco la piazza. Tutto ciò si
ritrova nel modo in cui vengono raccon-
tati gli avvenimenti della settimana. Un
esempio di grande rilievo è il reportage
a puntate che mostra lo sciopero degli
operai dell’acciaieria Thyssenkrupp di
Terni. Dal 18 ottobre Zoro è sceso in piaz-
za seguendo da vicino le manifestazioni,
dando voce agli operai stessi, che sono
stati poi ospitati in trasmissione. Zoro
era presente anche il 28 ottobre al corteo
svoltosi a Roma e questo “video racconto
della settimana” ha permesso di fare luce
sugli scontri di quel giorno e di dare voce
anche ad altri due gruppi di operai in cor-
teo, i lavoratori di Marcianise e quelli di
Livorno, sempre in maniera ironica ma
trattando una delle tematiche più calde
dell’attualità politica di quest’inverno
2014. La piazza ancora una volta prende
la parola e dice la sua senza freni, senza
mezzi termini, facendo politica in manie-
ra ruvida ma sicuramente diretta.
Zoro si è rivela-
to l’uomo giusto.
Proprio come il
giustiziere di cui
evoca ironicamen-
te il nome, questo
giornalista roma-
no e romanista ha
intercettato un’ur-
genza popolare e
le ha dato forma,
voce e video.
vernileale@gmail.com
@alever89
Alessandra Vernile
EntertainmentAlessandra Vernile
RELAZIONI INTERNAZIONALI
piastisi@virgilio.it
@piastisi
pia stisi
In copertina: Antonio Sofi e Diego Bianchi - Alessio Jacona [CC BY-NC-SA 2.0] (via Flickr)
9 •Valeria Verbaro
SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE
Cinematografo
LEOPARDI,
FAVOLOSA POESIA.
Titolo: Il giovane favoloso. Nazione: Italia.
Genere: biografico. Durata: 137’. Anno: 2014.
Regia: M. Martone. Soggetto: M. Martone, I.
Di Majo. Produzione: Palomar, Rai Cinema.
Distribuzione: 01 Distribution.
È
possibile trasformare una sugge-
stione in immagine? Articolare
un sentimento in parole, suoni e
colori?
Sì, certo. È ciò che da secoli fanno artisti
e poeti, coinvolgendoci in meravigliose
esperienze sinestetiche; è ciò che ha ten-
tato di fare Mario Martone realizzando la
biografia cinematografica di una delle più
intense e affascinanti figure della lettera-
tura italiana: Leopardi.
Una sfida non indifferente quella intra-
presa dal regista, per altro co-sceneggia-
tore, e da Elio Germano, magnifico inter-
prete della sensibilità leopardiana; sfida
tanto ardua da risultare, talvolta persa.
A renderla tale non è la storia da narrare,
semplice susseguirsi di eventi biografici
noti a chiunque abbia familiarità con un
libro di antologia, ma l’aspetto psicologi-
co di un uomo profondo e incompreso, in
eterno conflitto con il suo tempo e con se
stesso.
È, infatti, inevitabile amare la sua opera
e il suo pensiero, difficile comprenderlo e
interiorizzarlo del tutto, ma quasi impos-
sibile immedesimarsi realmente in lui. E
non aiuta, da quest’ultimo punto di vista,
la costruzione singhiozzante delle scene
che, con il cambio repentino di inquadra-
ture e situazioni, rende decisamente poco
fluido il racconto.
Il ritmo che Martone dà alla sua pellico-
la, in effetti, è oltremodo inusuale. Acce-
lera e decelera continuamente, alterna
frettolose ellissi a inquadrature fisse per
qualche secondo di troppo. Ma è un erro-
re o una scelta? La seconda, direi, perché
a correre sullo schermo, sono gli eventi
biografici, ma a rimanere immobili e salde
negli occhi dello spettatore sono le imma-
gini che evocano Poesia, Bellezza e Arte.
È questo, dunque, il modo in cui Marto-
ne ha deciso di accettare la sfida, scinden-
do Il giovane favoloso in due filoni paral-
leli: la vita e il daimon dell’artista. Quei
“fotogrammi”, tanto lenti quanto belli, in-
seriti apparentemente a caso nella storia,
aprono, in realtà, un mondo, ci donano gli
occhi e la visione del Poeta, permettendo-
ci di Sentire e di lasciarci emozionare.
Nessun trasporto, nessun coinvolgi-
mento sarebbe, tuttavia, possibile senza
l’essenziale apporto dato alla pellicola da
Germano. La potenza espressiva della
voce, del volto e del corpo che l’attore ha
prestato al personaggio, atterrisce: non
credo, infatti, che esista uno spettato-
re che non sia rimasto affascinato o che
non si sia addirittura commosso quando
recita L’infinito. L’intensità della sua inter-
pretazione rende finalmente concreto un
uomo che finora abbiamo conosciuto solo
su pagine morte. Germano diventa Leo-
pardi, lo mostra, lo porta davanti ai nostri
occhi, in tutta la sua umanità.
Ripeto, non è semplice raccontare un’a-
nima così rara e sensibile, infatti, la pel-
licola non è perfetta, ha un’impostazione
narrativa e un tempo del racconto per
certi versi “ostici” e pesanti, ma si tratta,
comunque, di un ottimo e interessante
tentativo di introspezione di una figura
al contempo universale e particolare, del
Poeta immortale che ancora oggi riesce
a toccarci nel profondo e dell’Uomo che
visse i suoi tormenti interiori, quasi due
secoli fa.
È questo, dun-
que, il modo in cui
Martone ha deci-
so di accettare la
sfida, scindendo
Il giovane favo-
loso in due filoni
paralleli: la vita e
il daimon dell’ar-
tista. Quei “foto-
grammi”, tanto
lenti quanto belli,
inseriti apparen-
temente a caso
nella storia, apro-
no, in realtà, un
mondo, ci donano
gli occhi e la vi-
sione del Poeta,
permettendoci
di Sentire e di
lasciarci emozio-
nare.
valeria.verbaro@gmail.com
@ValeriaVerbaro
In alto e in copertina: Elio Germano ne
Il giovane favoloso (2014) - Movie poster
• 10
IL RITORNO DEI
PAGLIACCI
LA NUOVA ALLEGRA LUNARE
RACCONTATA DA CHIARA GAMBERALE
P
aolo di Paolo, nella postfazione
del nuovo Arrivano i pagliac-
ci, ammette che la storia di uno
scrittore «gira in tondo […] intor-
no a quattro o cinque cose che davvero
sarebbe importante capire». La scrittura
di Chiara Gamberale, secondo me, gira
quasi sempre intorno ad un unico grande
e intricato universo: la famiglia. Ogni suo
libro, infatti, parte dalla consueta presen-
za di un nucleo familiare, anche di solo
due persone, che diventa la piattaforma
di una storia sempre più malinconica e
che, grazie all’originalità della scrittrice,
non si esaurisce mai nel solito tran tran.
Anche per Arrivano i pagliacci, edito già
nel 2003 da Rizzoli, è stato così; Allegra
Lunare concede agli oggetti della sua casa
di diventare la voce narrante della storia
vissuta dentro quelle quattro mura così
da poter accogliere anche quella dei futu-
ri inquilini.
Quand’è che arrivano i pagliacci?
Quando pare a loro: ma noi dobbiamo
sforzarci per aspettarli anche e soprat-
tutto se nemmeno si intravedono all’oriz-
zonte.
Come lei stessa ha ammesso, molti let-
tori La hanno avvicinata in questi anni
chiedendoLe come fare a trovare Arriva-
no i pagliacci in libreria. Cosa La ha por-
tata a riproporre questo romanzo undici
anni dopo? È stata guidata solo da un’esi-
genza quasi pratica oppure c’è qualcosa
in più?
C’è molto di più. Fra tutti i romanzi che
ho scritto, Arrivano i pagliacci è sempre
stato fra quelli che mi erano più cari,
ma in libreria aveva avuto una vita bre-
ve. Le richieste dei lettori grattavano sul
mio dispiacere di avere visto quel libro
scomparire… E così, con la Mondadori,
abbiamo deciso di dargli nuova vita: fa-
talmente proprio in un periodo in cui
personalmente mi ritrovo a elaborare
strappi su strappi, lutti su lutti… Proprio
come fa Allegra, la protagonista. Credo
che ci siamo aiutate molto a vicenda, in
questi mesi.
Rimettere mano ad un romanzo e cam-
biare molti degli oggetti simbolo del pri-
mo Arrivano i Pagliacci mi è apparsa una
scelta molto coraggiosa, e a tratti anche
azzardata. Lei, sempre in appendice al
libro, scrive: «Ho scritto Arrivano i pa-
gliacci quattordici anni fa: avevo ven-
tidue anni, ero alla ricerca pazza di non
sapevo neanche io che cosa e quello che
scrivevo lo era con me. Quando si fa così
il rischio è quello di dare voce a un’ur-
genza, anziché riflettere bene per dare
urgenza a una voce. E forse l’ho corso».
Non Le è parso però di correre piuttosto
il rischio di una incomprensione da parte
dei lettori o comunque di una risposta di-
staccata alla nuova Allegra Lunare?
No, non credo. Sono stata molto attenta
a rispettare la ventitreenne che ero e la
ventenne selvatica che è Allegra… Non
ho cambiato nessuno degli oggetti simbo-
lo, ne ho aggiunti, o per meglio dire messi
in evidenza, e ho lavorato soprattutto sul
linguaggio, perché si mantenesse speri-
mentale senza però correre il rischio di
anacoluti, come nella prima edizione,
ahimé, correvo, per quell’urgenza di cui
sopra…
In realtà, quello che mi ha trasmesso
maggiormente il suo ritorno ai pagliacci
è stato un forte attaccamento, dolce e
malinconico allo stesso tempo, alla figu-
ra di Allegra Lunare; è solo una mia im-
pressione oppure c’è realmente qualcosa
che La lega profondamente a questo per-
sonaggio?
Quel qualcosa c’è. A parte la fatalità di
cui parlavo poco fa, Allegra mi somiglia
per tanti aspetti. Per come le è inevita-
bile sia vedere le cose come stanno che
interpretarle con la sua “lente colorata”.
Per come facilmente si attacca e fatico-
samente si stacca da chi ama. E per come
ragiona in generale: non ragionando. Ma
piuttosto sentendo.
Facciamo un gioco, Le va?
Sì!
Si guardi intorno nella casa dove abita o
nella stanza in cui si trova e scelga, come
farebbe Allegra Lunare, un oggetto che
possa rivelare una parte della Sua storia.
Ce la racconta?
Il cicciobello con gli occhiali disegnati
sul faccino. Avevo cinque anni e, come
per tante bambine della mia età e di quel-
Allegra Luna-
re concede agli
oggetti della sua
casa di diventare
la voce narrante
della storia vissu-
ta dentro quelle
quattro mura così
da poter accoglie-
re anche quella
dei futuri inquili-
ni.
L’IntervistaMarilde Iannotta
SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE
iannottamarilde@gmail.com
@MarildeIannotta
la generazione, cicciobello era il mio bambolotto
preferito. Ma evidentemente mi sembrava troppo
felice, con quei suoi occhietti di moquette nera,
quell’aria paciosa e soddisfatta. E gli ho disegnato
un paio di occhiali, perché almeno avesse una pic-
cola debolezza. Temo che già allora mi fosse più
facile amare chi è fragile… E avessi dei problemini
con il benessere.
Chiara Gamberale dà così vita ad un romanzo ap-
passionante che ci proietta nell’esistenza di Allegra,
e ci lascia quel qualcosa in più, tanto ricercato nel-
la lettura. Gli oggetti diventano infatti la metafora
di una vita rappresentata in un museo che lascia
spazio a debolezze, equilibri facili, in cui sorridere
è così facile quanto rattristarsi, in cui il lettore può
sperimentare un’altra vita: quella di Allegra e del
suo mondo.
E voi? Avete mai pensato a cosa verrebbe esposto
nel museo della vostra vita? A quale sarebbe il per-
corso e cosa racconterebbe l’audioguida?
11 •
Felicia Oleandro
GIURISPRUDENZA
Da non perdere
Titolo: Arrivano i pagliacci
Autore: Chiara Gamberale
Genere: Romanzo
Casa editrice: Mondadori
Data di Pubblicazione: 2014
Pagine: 204
liciaoleandro@libero.it
Mi sono innamorata così come ci si
addormenta: piano piano, e poi
tutto in una volta»: questa frase rispec-
chia la logica con cui io ho visto il film
di cui vi parlerò, uscito il 2 giugno 2014
negli Stati Uniti e arrivato il 6 settembre
nelle sale cinematografiche italiane. Il
film in questione è Colpa delle stelle, in
cui si incastrano le storie di Hazel Grace
Lancaster che ha diciassette anni e il can-
cro allo stadio terminale e di Augustus
Waters che invece ha diciott’anni ed una
gamba artificiale dovuta ad un cancro os-
seo. Il loro è un colpo di fulmine e ciò che
più li accomuna non è la malattia bensì il
modo di vedere e affrontare la vita. Si sca-
va a fondo e ci si apre a riflessioni, oltre
ad avere insiti dei messaggi significativi:
bisogna vivere la propria vita sino in fon-
do, e che importanza ha se dopo ci sarà
l’oblio? Ogni dolore necessita di essere
sentito in quanto parte di te, ma è più che
lecito combatterlo e riuscire ad andare
avanti. Augustus sapeva di dover morire,
ma ha deciso di non chiudersi in se stes-
so, soffrire terribilmente, bensì di godersi
questa vita sino in fondo e nel frattempo
chiede alla sua amata e all’amico Isaac di
scrivere in suo onore un elogio funebre.
Hazel lo scrive, ma nel momento in cui lo
deve pronunciare piange e le sue parole
colpiscono subito lo spettatore.
Il film si avvale di bellissime frasi quali
«Mi hai dato un per sempre nei miei gior-
ni contati», «I miei pensieri sono stelle che
non riesco a far convergere in costella-
zioni», «Gus, amore mio, non riesco a dirti
quanto ti sono grata per il nostro piccolo
infinito. Non lo cambierei con nulla al
mondo». La coppia di giovani attori Wo-
odley - Elgort è risultata avvincente per
l’interazione e il loro feeling, spontanei,
naturali e palesi agli occhi degli spettato-
ri.
Si scava a fondo
e ci si apre a rifles-
sioni, oltre ad ave-
re insiti dei mes-
saggi significativi:
bisogna vivere la
propria vita sino in
fondo, e che impor-
tanza ha se dopo ci
sarà l’oblio?
COLPA DELLE STELLE:
UN NUOVO, PICCOLO INFINITO
«
In copertina: Arrivano i pagliacci (2014), ritaglio di copertina
In copertina: Colpa delle stelle (2014)
Movie poster
• 12 CostumeCamilla Valli
SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE
OMAGGIO A
OSCAR
S
i accomodò al suo solito posto
durante la settimana della moda
newyorkese, una sedia nella cou-
lisse, così da dare un ultimo sguar-
do a ciascuna indossatrice prima di preci-
pitarsi sulla passerella.
Al termine della sfilata apparve sulla
scena, incorniciata da rose, peonie e or-
tensie, con un abito dalle linee impeccabi-
li. Accompagnato da due modelle, aveva
stampato sul suo volto un sorriso radioso.
Dopo sole sei settimane da quell’ultima
sfilata che è stata definita dalla critica «la
quintessenza dello stile De la Renta», lo
stilista domenicano si è spento lunedì 20
ottobre all’età di 82 anni.
Domenicano di origine, ma americano
per educazione, Oscar De la Renta pro-
pone uno stile sofisticato, in cui conflu-
iscono la costruzione sartoriale, i colori
cangianti e la vegetazione lussureggiante
della sua isola, miscelati alla grandeur di
Santo Domingo.
I media lo hanno sommariamente de-
scritto come il creatore dell’abito da spo-
sa di Amal Alammuddin, lo stilista delle
First Ladies, colui che ha vestito Jackie
Kennedy. Nulla di più errato: quando la
moglie di JFK indossò per la prima volta
negli anni sessanta un abito De la Ren-
ta, il personale della Casa Bianca strap-
pò dal vestito l’etichetta del giovane
sarto per sostituirla con quella di Oleg
Cassini, sarto ufficiale di Jacqueline.
Il “Valentino d’America” (il couturier
italiano con cui condivide l’età), colui
che ha riportato negli Stati Uniti il gla-
mour dei costumisti hollywoodiani, era
molto di più…
Nel 1961 all’insaputa di Balencia-
ga, del quale si considerò sempre il
miglior discepolo, acquistò un bi-
glietto di sola andata per l’olimpo
della moda, Parigi. Qui in sole
24 ore riuscì ad accaparrarsi un
posto da Dior, ma, non pago,
nella stessa giornata si presen-
tò di fronte al direttore creati-
vo di Lanvin, Antonio de Castillo,
al quale mostrò i suoi bozzetti. Castillo
ne rimase folgorato, volendo de la Renta
a tutti i costi. Iniziò così la sua parabola
presso Lanvin.
Nell’agosto del 1965, De la Renta presen-
tò la prima collezione a suo nome.
Lo stilista è stato capace di far risboccia-
re il glamour che l’America aveva perso
con la scomparsa dei grandi costumisti
dell’epoca d’oro hollywoodiana, racco-
gliendo l’eredità di Adrian Greenber. I
suoi abiti divennero ben presto le divise
di quella società internazionale che dagli
Anni ‘70 in poi ha stabilito nelle Penthou-
se di Manhattan i suoi quartieri generali.
Il suo credo è: «Non pensare alle tenden-
ze, non farmi distrarre dalle ispirazioni,
perché la mia ispirazione sono le donne
che ho davanti a me, quelle che mi chie-
dono un vestito. Il mio compito è farle di-
ventare belle».
Nel 1967 sposò la direttrice di Vogue
France, Francoise de Langlade, che donò a
de La Renta l’inconfondibile cifra cosmo-
polita del suo stile. Inoltre i due contribu-
irono ad imporre nel panorama fashion
statunitense la giovane Anne Wintour.
Nel 2006 nacque la prima “Bridal Col-
lection”: elegante, romantica e femminile.
Le stampe, le applicazioni, i colori acce-
si, il pizzo chantilly, le lavorazioni fitte e
complesse e gli intrecci minuziosi ren-
dono il suo stile inconfondibile e privo di
sbavature.
È sempre Oscar de la Renta a vestire la
protagonista di Sex and the City, Carrie
Bradshaw, sua grande ammiratrice, con
un sontuoso abito da sposa per il servizio
di Vogue.
Anne Wintour, direttrice di Vogue USA
e amica di vecchia data dello stilista, gli
consigliò una scelta difficile e coraggiosa:
arruolare John Galliano, lo stilista espul-
so dal sistema e licenziato da Dior per il
video con gli insulti antisemiti. «John è
un maestro, uno dei più grandi creativi
che abbia mai incontrato», dirà a riguardo
De la Renta in un’intervista al New York
Times. «E poi tutti hanno diritto a una se-
conda opportunità».
De la Renta aveva quasi profeticamente
dichiarato poco prima della sua scompar-
sa: «Sono molto lieto che Peter Copping
(già direttore presso Nina Ricci, ndr) abbia
accettato di unirsi a noi».
Con De la Renta se ne va uno dei più
grandi stilisti che la storia della moda
possa raccontare. L’auspicio è che Cop-
ping riesca a raccogliere tutta l’immensa
eredità di Oscar, lasciando intatto il suo
energico, gioioso ed intramontabile stile.
camilla.valli@libero.it
@ValliCamilla
In copertina: Hilary Rhoda at Oscar Del La Renta Fall 2006 Fashion Show (New York) - Mark Mainz [CC BY 2.0] (via Flickr)
A sinistra: Oscar de la Renta Pre-Fall (2007) - Dan Leca [CC BY-NC-SA 2.0] (via Flickr)
Con De la Renta
se ne va uno dei
più grandi stilisti
che la storia della
moda possa rac-
contare.
13 •
AN UNKNOWN
BEAUTY
P
roprio a due passi dal centro sul-
la sommità dell’elegante colle
Aventino, dietro ad un portone
massiccio, si nasconde la Villa
del Priorato di Malta, sede storica dei Ca-
valieri di Malta. Situato in un luogo molto
suggestivo, è facilmente raggiungibile sia
con i mezzi pubblici che in auto.
Niente di colossale o celebre come gli al-
tri monumenti romani, ma capace di do-
nare allo spettatore lo stesso effetto che
passa dalla vista all’emozione.
Luogo famoso per la piazzetta, in cui si
affaccia l’entrata della Villa dei Cavalieri,
rinomata per essere un esemplare quasi
unico di stile Rococò a Roma, ma soprat-
tutto nota perché dal chiavistello della
porta d’ingresso si vede perfettamente la
cupola di San Pietro in lontananza: uno
spettacolo mozzafiato alla portata di tutti
perché gratuito.
Ogni giorno lì si assiste ad un fenomeno
insolito: turisti che fanno la fila per guar-
dare dentro a una serratura: inizialmente
è normale essere curiosi di capire cosa ci
sia dietro al mastodontico portone, poi,
quando finalmente si riesce a vedere al di
là, si capisce che l’attesa è stata ripagata e
la curiosità si trasforma in meraviglia.
La vista di quell’opera d’arte realizzata
con cura scatena nel visitatore forti emo-
zioni date dallo stupore per qualcosa di
piccino, ma all’occhio davvero maesto-
so: la cupola della Basilica di San Pietro
avvolta da rami di siepi che formano un
perfetto arco. Uno spettacolo di colori che
lega il passato e il presente, il nostro mon-
do e quello ultraterreno. Infatti, data la
bellezza della vista, è difficile credere che
si tratti della realtà, ma si può facilmente
pensare per un momento di vedere un’e-
poca o una dimensione differente dalla
nostra.
Molto bello e particolare è il pensiero
della concezione di due stati, quello del
Vaticano e quello italiano uniti in un
solo capolavoro. Oltre ad essere un luogo
fortemente artistico ed emozionante, ri-
sulta per i pellegrini una sorta di portale
che lega visivamente e spiritualmente i
cristiani con il Vaticano e il Santo Padre;
qualcosa creato per ricordare al mondo il
profondo legame degli Stati con la religio-
ne Cristiana. Testimoniato anche dal fatto
che proprio dietro la Villa trovi luogo la
Basilica di Santa Sabina in cui è situato l’a-
rancio dei miracoli, che continua a gene-
rare aranci da moltissimo tempo. Un po-
sto affascinante, pieno di storia che vale
la pena vedere.
Se si visita Roma non si può non anda-
re in posti come questo per innamorarsi
perdutamente della Città Eterna.
Inizialmente è
normale essere
curiosi di capire
cosa ci sia dietro
al mastodonti-
co portone, poi,
quando final-
mente si riesce a
vedere al di là, si
capisce che l’atte-
sa è stata ripaga-
ta e la curiosità si
trasforma in me-
raviglia
marianna_manfredini@hotmail.it
@MariannaManf
In basso e in copertina: St. Peter’s Basilica seen through a keyhole at the Villa Malta - AngMoKio [CC BY-SA 2.5] (via Wikipedia)
Marianna Manfredini
SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE
Bella l’Italia
• 14 SportLorenzo Lanciotti
SCIENZE UMANISTICHE
SPORT:
ETICA O NO?
L
o sport è sempre stato una del-
le principali fonti di svago per
l’uomo. Diversi popoli in diverse
epoche hanno trovato nelle ma-
nifestazioni sportive motivo di aggrega-
zione e divertimento; dai Giochi Olimpici
nell’Antica Grecia fino alle sfide cavalle-
resche nel Medioevo.
La nostra età non fa eccezione, e anzi la
società di oggi ha dato allo sport un peso
sempre più grande... forse anche troppo
grande.
Dal secondo dopoguerra, il mondo spor-
tivo ha visto attirare su di sé un’attenzio-
ne crescente che ne ha snaturato la natu-
ra stessa della competizione agonistica.
Lo sportivo di oggi si è ritrovato nella
situazione di avere una influenza ed una
visibilità sulle persone che esulano dalle
sue prestazioni.
Detto così sembra complicato, ma il con-
cetto è molto semplice. Prendiamo un
esempio: il calciatore in Italia.
Il bravo calciatore in Italia è idolatrato. Il
giocatore è ammirato non solo per la sua
abilità nel prendere a calci un pallone, ma
viene imitato nella sua acconciatura e nel
suo modo di vestirsi, nei suoi comporta-
menti e tutto quello che dice e che fa, an-
che nella vita privata, diviene argomento
di dibattito in tutti i bar, in tutti gli uffici e
in tutte le scuole del “belpaese”.
Insomma, accade troppo spesso che il
giocatore ottenga una visibilità che nulla
ha a che fare con le sue gesta in campo. Il
problema sorge quando lo sportivo utiliz-
za questa sua influenza sugli altri in ma-
niera sbagliata o inopportuna.
Anche ora è meglio fare degli esempi
pratici. Diversi anni fa vi è stato il caso
di Paolo di Canio, giocatore della Lazio e
beniamino della tifoseria bianco-celeste.
Il calciatore in questione era solito esulta-
re facendo il saluto fascista. Questo gesto,
oltre che essere degno di biasimo, richia-
ma ad una serie di significati e messaggi
che nulla hanno a che fare con lo sport
ma che vengono, impropriamente, veico-
lati attraverso esso.
Inoltre c’è il rischio che lo sport e gli
sportivi, grazie al loro ruolo di prima im-
portanza che la società dei media gli ha
assegnato, influenzino negativamente
l’opinione comune.
Ricordo, infatti, come molti bambini e
ragazzi solo per imitare il loro idolo spor-
tivo di Canio, si proclamassero fascisti ed
esultassero con il saluto romano ogni vol-
ta che giocavano a calcio.
Il calcio, e lo sport in generale, sono di-
ventati, sfortunatamente, un grande
amplificatore. È di vitale importanza che
questo amplificatore venga utilizzato in
maniera corretta e pertinente, diffon-
dendo non gossip o messaggi politici, ma
i valori che caratterizzano realmente il
mondo dello sport: disciplina, rispetto,
audacia e impegno.
A tal proposito è incoraggiante come il
mondo sportivo abbia reagito al recente
caso David Sterling.
Sterling, proprietario della franchigia
NBA Los Angeles Clippers, è stato scoper-
to fare commenti estremamente offensi-
vi e razzisti verso gli afroamericani.
Questa notizia ha creato grande sdegno
e indignazione non solo tra gli addetti ai
lavori della lega di basket più famosa del
mondo, ma anche nella comunità inter-
nazionale.
La NBA ha reagito prontamente ra-
diando Sterling dalla lega e affrettando
le trattative per un passaggio di proprietà
dei Los Angeles Clippers. Questo è stato
sicuramente un messaggio positivo che
ha sottolineato come nello sport non ci
sia spazio per razzismo e discriminazione.
Il bravo calciato-
re in Italia è idola-
trato. Il giocatore
è ammirato non
solo per la sua
abilità nel pren-
dere a calci un
pallone, ma viene
imitato nella sua
acconciatura e
nel suo modo di
vestirsi, nei suoi
comportamenti
e tutto quello
che dice e che fa,
anche nella vita
privata, diviene
argomento di
dibattito in tutti
i bar, in tutti gli
uffici e in tutte le
scuole del “belpa-
ese”.
lorenzo_lanciotti@yahoo.com
In copertina: Youth soccer, Indiana - Derek Jensen [Public
Domain] (via Wikipedia)
15 •
G
ood Morning, Youth è un’organizzazione studente-
sca nata con l’obiettivo di creare un luogo di incon-
tro, tra studenti ed esperti del settore, dove si pos-
sano approfondire criticamente temi di attualità, politica e
cultura. Gli incontri, organizzati nel primo anno di attività,
sono stati la violazione dei diritti umani nelle carceri, l’im-
portanza sociale ed economica del volontariato, il fenome-
no dell’immigrazione, la violazione della privacy “on-line”
e, infine, la tutela
dell’ambiente.
L’ultimo evento
da noi promosso
è stato “C’erava-
mo tanto amati”,
che è andato ad
indagare la rela-
zione tra l’Italia e
l’Unione Europea:
un’introduzione
ha contestualiz-
zato la situazione attuale e successivamente un dibattito,
in pieno stile americano, ha animato il palco dove un “euro-
scettico” e un “proeuro” si sono contesi l’ultima battuta.
Good Morning, Youth è un’idea nata da giovani per i gio-
vani, che si nutre della loro creatività per andare avanti con
successo: è per questo che siamo alla ricerca di studenti che
vogliano entrare a far parte della nostra organizzazione.
Dunque, chiunque voglia mettersi alla prova ci può contat-
tare tramite email all’indirizzo: goodmorningyouth@gmail.
com o tramite la pagina di Facebook Good Morning, Youth
dove potrete seguire anche i nostri aggiornamenti!
Vi aspettiamo!
I Ragazzi di Good Morning, Youth
GMY: IL THINK
TANK DEGLI
STUDENTI
Una pagina tutta per voi
L
’OGI, Osservatorio sulle relazioni tra Germania e
Italia, nasce da un ingrediente unico: l’entusiasmo di
gruppo di studenti e studentesse desiderosi di indaga-
re le relazioni italo-tedesche con gli occhi di giovani cittadi-
ni europei. L’Osservatorio si propone un’analisi costante di
una storia in fieri che vede questi due Stati tanto differenti
quanto uniti. Il progetto nasce in seguito al Project Work
“Italia e Germania. Un nuovo inizio dopo la dittatura e la
guerra” proposto dall’Università LUMSA di Roma e dalla
Fondazione Konrad Adenauer nell’autunno 2013, attraver-
so il quale ci si proponeva di analizzare i rapporti tra i due
paesi, la loro storia spesso conflittuale, e nello specifico la
tragica esperienza della guerra. In occasione del 25° anni-
versario dalla caduta del Muro di Berlino, LUMSA, Fonda-
zione Adenauer e OGI organizzano una serie di incontri che
consisteranno nella proiezione di due importanti film sulla
storia di Berlino e della Germania, seguiti da una tavola ro-
tonda che spiegherà e racconterà gli avvenimenti di quel
fatidico 9 novembre 1989.
Per saperne di più:
ITALIA E
GERMANIA
COSÌ DIVERSE, COSÌ SIMILI
Un nuovo inizio:
le radici del no-
stro osservatorio
OGI
ViviLumsa: Os-
servatorio ITGE
OGI, Pagina
Facebook
PER PARLARE
DI IMPRESE DI
FAMIGLIA...
L
a nostra è un’università «solida; agile, perché sa
sempre rispondere alle sfide che le vengono poste e
cattolica, perché la sua ispirazione la porta ad esse-
re aperta, dialogica e curiosa». Queste le parole con cui il
Magnifico Rettore il 10 novembre scorso ha aperto la ceri-
monia di premiazione della tesi di Francesca Monti nell’am-
bito dell’incontro “Gli studenti crescono con le imprese di
famiglia”. Il tema è di scottante attualità nel nostro Ateneo
proprio perché è solo di quest’anno l’apertura del Dottora-
to in Scienze dell’Economia Civile coordinato dal Professor
Bruni. Secondo una definizione prettamente sociologica,
la Professoressa Corradi ha definito le imprese di famiglia
come un fenomeno “glocal” (global più local) proprio per la
caratteristica che queste hanno nel legarsi a filo doppio con
il territorio sul quale nascono e crescono. Gli ideogrammi
cinesi che racchiudono il concetto occidentale di “impresa”
significano “senso della vita” e, come ci ha ricordato il Pro-
fessor Bruni, “homo hominis amicus est”, quindi... perché non
dare un’occhiata in più alle imprese di famiglia?!
Rachele Antonia Gianfagna
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Aìko dicembre 2014

  • 1. lumsa.it/vivilumsa_attivitastudenti_aiko facebook.com/aikolumsa aiko.lumsa@gmail.com DICEMBRE 2014ANNO XII - NUMERO 1 Caporedattrice: RACHELE ANTONIA GIANFAGNA Impaginazione e grafica: NINO PRATTICÒ LE ASPIRAZIONI DEL CALIFFATO ISLAMICO DELL’ISIS di Mustapha Hussein pg. 3 WORLD WILD WEB: la cultura ai tempi del download di Antonino Pratticò pg. 7 IL RITORNO DEI PAGLIACCI di Marilde Iannotta pgg. 10-11 Intervista a CHIARA GAMBERALE EUROPA: UNA QUESTIONE ITALIANA di Massimiliano Monti pg. 6 OMAGGIO A OSCAR di Camilla Valli pg. 12 IL RE È NUDO (NEL GAZEBO) di Pia Stisi e Alessandra Vernile pg. 8 SPORT: ETICA O NO? di Lorenzo Lanciotti pg. 14 UNA CASA IN ROMANIA di Adriana Arrieta pg. 5 AN UNKNOWN BEAUTY di Marianna Manfredini pg. 13 “L’ANIMO DEVI MUTARE NON IL CIELO” di Noemi Rambaldi pg. 4 IMMIGRAZIONE: come prima più di prima di Cristiana Ferrauti pg. 4 COLPA DELLE STELLE: un nuovo, piccolo Infinito di Felicia Oleandro pg. 11 LEOPARDI, FAVOLOSA POESIA. di Valeria Verbaro pg. 9
  • 2. • 2 Rachele Antonia Gianfagna GIURISPRUDENZA L’ALBATROS CHIAMATO ITALIA I n tempi di crisi i fondi scarseggia- no». «In Nord Europa quando ci sono pochi soldi si riduce la spesa corren- te, senza interrompere le mostre e nemmeno la ricerca. Fortunatamente ci si sta attrezzando con le fondazioni. E Franceschini sta provando a rendere più vantaggiosi gli investimenti in cultura». Non potevo non aprire il mio primo edi- toriale di Aìko con le parole di Christian Greco intervistato su Sette da Vittorio Zincone. Poche settimane fa mi sono im- battuta in questo articolo e le parole del neo-direttore del Museo Egizio di Torino hanno pizzicato con forza bruta le corde della mia coscienza di studentessa italia- na oggi. Queste ultime tre parole pesano come macigni, e rileggendole mentre scri- vo è come se obbligassero la mia intona- zione a poggiare solennemente su ciascu- na. Studentessa. Italiana. Oggi. Cultura. Italia. Oggi. Immediatamente sono spro- fondata nella poltrona e la fantasia bau- delairiana più spinta mi ha investito con la potenza dell’immagine dell’albatros che cerca disperatamente di camminare. La sua apertura alare è al limite del mi- tologico, ma proprio questa caratteristica che lo rende magnifico in aria, con forza uguale e contraria, lo riduce a bestiola goffa e minuta sulla terra ferma. Perde tutta la sua maestosa grandezza e sembra quasi dimenticare la sua natura più alta. Una creatura così magistralmente pro- gettata da essere semplicemente perfetta in volo, è così tristemente goffa se dimen- tica di avere le ali e pretende di cammina- re come un pollo (sicuramente delizioso al forno e strano che Neruda non gli ab- bia dedicato un’ode, ma certamente non altrettanto grandioso). Grazie a «Genesi» di Salgado, riesco a vederlo mentre vola sull’oceano della Patagonia e tutto ciò che lo circonda è così tremendamente grande, che le sue ali davvero non sono più un problema. Il potenziale di un al- batros si dispiega in misura direttamente proporzionale alle sue ali. Può affrontare tempeste terribili e resistere a qualunque temperatura. E’ lo pterodattilo dei tempi moderni e merita il rispetto che la sua stazza e le sue origini impongono. Sono sempre risucchiata nella mia poltrona e l’albatros di Baudelaire si riallaccia istan- taneamente ai pensieri di Christian Gre- co. Ecco, l’Italia è l’albatros più goffo che io abbia mai visto. A che serve spiegare le ali se non si vola? Zoppica senza ritmo, mentre cerca di mantenere un balordo e innaturale equilibrio a bordo di un velie- ro appena laccato dalla cera più scadente. Non servono le mie parole per rincarare la dose sulla questione “Potenziale Italia” in questo momento, ma l’argomento mi mette sempre una certa malinconia, se rendo concreto il nostro paese e lo vedo, in carne, piume e becco, che arranca sci- volando da destra a sinistra soltanto per- ché non vuole usare le ali. Se Icaro fosse esistito sono certa che ci avrebbe già ma- ledetto: perché se abbiamo le ali ci osti- niamo a camminare?! L’Italia corre contro la propria natura e, non so se per scelta propria o per dramma imposto, ha deciso di non volare. Lo Stato siamo noi e, dun- que, noi e solo noi abbiamo preso la bril- lante decisione di non sfruttare l’enorme potenziale della nostra apertura alare, preferendo una innaturale camminata da polli allevati a terra. Per uno stranissi- mo motivo che ammetto davvero non mi è chiaro, in periodo di crisi economica e sociale i primi tagli vengono imposti alla Cultura, tanto, come disse Tremonti una volta: «Con la cultura non si mangia». E intanto Matera vince la sfida europea di Capitale della Cultura: italiana, e del sud per giunta. Lo vedo l’albatros. Svolazza, non vola. Fa dei brevissimi giri di ricogni- zione e quello sbattere di ali colossali è il vibrare della storia che ogni angolo di Ita- lia porta con sé. E con storia non intendo certo un’attitudine reazionaria a cullarci nella grandezza di ogni giorno del nostro passato. Il presente è già passato ad una velocità supersonica e il “festina lente” di Aldo Manuzio dovrebbe essere il mantra di quella rapidità carica di consistenza in- segnataci da Calvino, se solo fosse riusci- to a tenere quella sesta lezione! Ecco, Aìko quest’anno vuole essere la chiara estrin- secazione di quel “About Consistency” mai affrontato da Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane. Sostanza pura e essen- za del pensiero concretizzato nelle parole di ogni singolo articolo. Consistenza è in- sieme leggerezza e rapidità. Consistenza è il peso senza peso delle parole. Consisten- za è il fattore assenza di peso che mette in moto l’albatros cultura. Consistenza è l’albatros che vola perché rifiuta la terra. Aìko è “all about Consistency”. Se Icaro fosse esistito sono certa che ci avrebbe già maledetto: perché se abbiamo le ali ci ostiniamo a camminare? rache.gfg@gmail.com @RacheGianfagna Rachele Antonia Gianfagna L’Editoriale «
  • 3. 3 •Mustapha Hussein RELAZIONI INTERNAZIONALI Esteri LE ASPIRAZIONI DEL CALIFFATO ISLAMICO DELL’ISIS I l 2011, senza alcun dubbio è stato un anno senza precedenti nella storia del nord Africa e del Medioriente. Sistemi politici intoccabili e cor- rotti, regimi considerati immutabili sono caduti sotto la spinta degli eventi e delle insurrezioni popolari con le primavere arabe, che hanno determinato l’abbatti- mento di tre regimi laici in Iraq, Libia e Siria in parte. La crisi economica mondiale ha avuto pesanti ripercussioni sulle fragili econo- mie di questi paesi, già compromesse da una serie di fattori come la dipendenza dal settore energetico, che di fatto ha cre- ato forti rigidità insieme alla corruzione radicata che impera in tutti campi, hanno lasciato scarse possibilità di sviluppo ed opportunità, specialmente per le nuove generazioni . L’intento e l’aspirazione di rovescia- re i regimi assoluti hanno consentito la nascita e l’avanzata dello Stato Islamico dell’Iraq e della grande Siria (o del Levan- te), precedentemente noto come l’Isis. Quali sono gli obiettivi politici dello Sta- to islamico dell’Isis? L’organizzazione cerca di stabilire un “califfato”, ovvero uno stato governato da un solo leader politico e religioso secondo le regole della legge islamica ultraradica- le della sharia, richiamando i musulmani di tutto il mondo ed invitandoli a giura- re fedeltà e sostegno al califfo, Ibrahim Awad Ibrahim Ali al-Badri al-Samarrai, noto come “Abu Bakr al-Baghdadi”. Chi finanzia il Califfato e, sopratutto, a quanto ammonta il suo patrimonio? Si stima che lo stato islamico possieda più di due miliardi di dollari donati da pa- esi arabi del Golfo con l’intento di finan- ziare il rovesciamento di regimi scomodi. A questi si aggiungono le entrate men- sili di milioni di dollari, introiti dei pozzi di petrolio e di gas posti sotto il loro con- trollo. Tutto questo ha reso l’Organizza- zione dello Stato Islamico la più ricca e più temuta tra i gruppi terrostici armati al mondo. Oggi il terrorismo di matrice islamica è vivo nella maggior parte dei paesi medio- rientali. Si può constatare che il fanati- smo che istiga alla violenza trova terreno fertile dove il tribalismo e il sottosvilup- po sono più diffusi. Chi lo subisce avverte la necessità di attaccarsi a quel che resta delle strutture sociali tradizionali e pa- triarcali. Al recente meeting internazionale del- le politiche del Mediterranneo tenutosi a Cagliari, il centro Italo Arabo ha afferma- to che i terroristi del nuovo Califfato di Al Baghdady non hanno niente a che fare con l’Islam, perchè le prime vittime delle loro azioni sono proprio gli stessi musul- mani. Il convegno di Cagliari ha lanciato un appello affinchè il fanatismo religioso venga combattuto in tutti modi, con stra- tegie che mirino a coinvolgere sia gli inse- gnanti e gli assistenti sociali, che gli imam moderati per un’opera di prevenzione volta ad individuare i giovani propensi ad arruolarsi nelle fila della Jihad Globale, e incentivare la collaborazione con le au- torità per realizzare programmi volti alla loro riabilitazione. Oggi il terrorismo di matrice isla- mica è vivo nella maggior parte dei paesi mediorien- tali. Si può con- statare che il fa- natismo che istiga alla violenza trova terreno fertile dove il tribalismo e il sottosviluppo sono più diffusi. mustapha1508@gmail.com Mustapha Hussein In alto: Car bomb in Iraq - SPC Ronald Shaw Jr., U.S. Army [Public Domain] (via Wikipedia) In copertina: Azaz Syria during the Syrian Civil War Wide Angel of Damage - Scott Bobb reports from Azaz, Syria [Public Domain] (via Wikipedia)
  • 4. • 4 Noemi Rambaldi GIURISPRUDENZA “L’ANIMO DEVI MUTARE, NON IL CIELO” ma quanti colori ci sono al NORD! L’aereo decolla e con esso le angosce. Fa paura il cambiamento. Lasciare casa e amici, lasciare la mia amata Roma che solo tre anni fa mi ha accolta come una mamma, e tutto questo per cosa? Fa freddo in Svezia, lì non sorridono, ci sono i pinguini, si mangia male e tutto è così gelido. I ragazzi non sono romantici, le ra- gazze sono tutte bellissime e lo svedese è impossibile da imparare. L’Erasmus ritar- da la laurea e gli esami sono più facili. Oh, quanti clichés! Una sterzata al vo- lante e voilà, c’è una strada sconosciuta, non ancora battuta, che aspetta di essere marcata dalle tue impronte. Non c’è alcu- na colpa ad avere paura. Vivere in un’altra nazione è la cosa più bella che mi sia accaduta fino ad ora. È tutto così nuovo, tutto ha un profumo diverso e i colori del sole che tramonta nel mare del Nord sono indescrivibili. Ma la cosa più bella è che ho scoperto una nuova parte di me, capace di abbas- sare la guardia e aprirsi con sconosciuti, senza pregiudizi (in quanto a eguaglian- za qui sono dei professionisti) e capace di apprezzare uno squarcio di sole nel cielo coperto, perché è vero, qui hanno poco sole e dopo 24 ore un pezzetto di cielo è un miracolo! In un attimo, però, tutto si illumina e quello che per 22 anni ho dato per scontato, ora è uno spettacolo, un dono. Come il cielo così la mia famiglia e i miei amici, di cui non ho mai sentito così tanto la mancanza. Ho scoperto un nuo- vo metodo di studio, il lavoro in gruppo e un approccio differente alla legge. Qui i professori puntano a formare cervelli più che a riempire le teste, si tolgono le scar- pe durante le lezioni e si fanno chiamare per nome. Che scandalo, vero?! E invece c’è una cultura precisa e un profondo ri- spetto per l’altro dietro questi semplici comportamenti, cose che solo l’esperien- za può donare. Non libri o racconti di chi è stato lì. P.S. Trovate spazio per la moka in vali- gia, ci vuole un po’ per abituarsi ai caffè lunghi. Probabilmente Seneca aveva già capito tutto e non mi permetterei mai di contraddire uno dei miei maestri, ma cosa succede se mutando il cielo scopri nuovi colori della tua persona- lità? E ancora, cosa accade se questi colori sono più brillanti? cferrauti@gmail.com @Cristiana16492 criferwriting.blogspot.co.uk Out of the borders Voi siete Napoletano?» «Si, si ma non emigrante! Perché ca pare che o’ napoletano non pò viaggià, pò solamente emigrà» Così Massimo Troisi, in una delle scene finali di Ricomincio da Tre, risponde all’en- nesima domanda sulle sue riconoscibili origini. Negli ultimi mesi, la questione dell’im- migrazione e dei movimenti all’interno del continente europeo è tornata a Brus- sels e sulle prime pagine dei giornali. Il 31 ottobre il governo italiano ha inter- rotto l’operazione search and rescue Mare Nostrum. Il primo Novembre si è dato av- vio a Triton, che opererà nella stessa area – lo stretto di Sicilia -, ma con un budget inferiore e con lo scopo di controllare le frontiere, senza la finalità di ricerca dei migranti dispersi. L’Inghilterra, il paese forse più noto per la sua apertura nei confronti dei nuovi arrivati, aveva già lamentato all’inizio dell’anno di soffrire dell’elevato numero di stranieri. Infatti, l’Office for National Statistics aveva dichiarato una crescita pari a 58,000 di provenienti in più dagli stati meridionali dell’Europa negli ultimi 12 mesi. Il 26 ottobre, Michael Fellon, Segretario alla difesa del governo Cameron, aveva commentato il recente dibattito sulle po- litiche di integrazione dicendo che le città inglesi rischiano di essere “impaludate” dagli immigrati. Dopo circa 24 ore dalla dichiarazione, le testate online riportava- no la smentita di quel “sbadato” commen- to. Ci piace immaginare come Troisi oggi si sarebbe dovuto giustificare per “viaggia- re” – e non emigrare - in un contesto più ampio: l’Europa. «Voi siete Napoletano?» «Si, si ma non emi- grante! Perché ca pare che o’ napole- tano non pò viaggià, pò solamente emi- grà» noemirambaldi@gmail.com Cristiana Ferrauti MULTIMEDIA JOURNALISM IMMIGRAZIONE: COME PRIMA, PIÙ DI PRIMA Out of the borders « In copertina: A view over the canal in Malmö, Sweden - Tomas Ottosson [CC BY-SA 3.0] (via Wikipedia) In copertina: Europe - Charles Clegg [CC BY-SA 2.0] (via Flickr)
  • 5. 5 •Adriana Arrieta RELAZIONI INTERNAZIONALI Sociale UNA CASA IN ROMANIA A lcune esperienze nella vita sono singolari e volevo rac- contarvi l’ultima esperienza di questa estate. Conoscevo da tempo una ragazza ma- dre della Romania che, dopo alcuni anni in Italia, ha espresso il desiderio di tor- nare definitivamente nel suo Paese. Lei ed il suo bambino avevano trovato ospi- talità presso una casa di accoglienza per ragazze madri qui in Italia; non aveva né un compagno, né un lavoro ed era senza genitori. La casa d’accoglienza in Italia entrò in contatto con un istituto gestito da suore nel nord della Romania. Ottime referen- ze. Trascorsi alcuni mesi, mi sono trovata ad accompagnare lei e il suo bambino in questa missione. Durante il volo da Roma è stato molto divertente seguire il bambino, mai salito su un aereo prima di allora. Quando l’a- ereo era avvolto nelle nuvole e vedeva l’esterno tutto bianco mi ha chiesto: «Ma siamo caduti?» o, quando poi eravamo ad alta quota mi chiedeva dove fossero gli uccellini. Gli ho spiegato quale fosse la lucetta che indicava quando mettersi la cintura e lui poi ha seguito meglio di tutti le istruzioni! Atterrati in Transilvania con ben due ore di ritardo, naturalmente l’ufficio del autonoleggio alle nove di sera era già chiuso! La macchina era essenziale: do- vevamo guidare fino a un’altra città a due ore di distanza. Diverse peripezie. La no- stra carta di credito italiana non passava e l’autonoleggio non accettava contanti. Quando ho chiesto: «Che altre opzioni abbiamo?» il ragazzo mi ha risposto, con la faccia un po’ triste: «Purtroppo non ho altre opzioni per voi». Ho spiegato il perché mi trovavo in Ro- mania (il bambino, giustamente, voleva uscire da quell’ufficio!) e a un certo punto mi ha guardato: «Io potrei anche perdere il mio posto di lavoro per questo, ma por- tatevi la macchina senza alcun voucher». Naturalmente – con l’aiuto di Google Translate visto il suo scarso inglese - pen- savo di aver capito male, ma era vero! Ci ha dato la macchina liberamente, senza alcun pezzo di carta né cauzione. In un mondo governato dalla sfiducia, lui ha avuto una grandissima fiducia nei nostri confronti. Dopo aver girato il mondo non mi era mai capitato di ricevere una mac- china senza alcun deposito cauzionale! E così quella notte siamo arrivati alla cittadina dove si trova l’istituto di suore, futura casa per il bambino. Il giorno dopo abbiamo fatto un tour di questo immenso istituto, composto da circa duecento stanze, aule, stanza com- puter, palestra, cappella, biblioteca con circa undicimila volumi. È una struttura fondata grazie ad un fondo di beneficen- za svizzero quasi quindici anni fa. Attual- mente non ricevono alcun contributo dal governo rumeno. Va avanti (non senza difficoltà) grazie a contributi privati. I bambini sono molto ben accuditi, gio- cano molto, anche insieme alle suore, e ricevono un’educazione più che dignitosa (lezioni anche in inglese, francese, mo- menti di sport, fanno gite in montagna, vanno a sciare in inverno...). Finora sono passati da lì circa trecento bambini, alcuni di questi arrivati piccolissimi e sono usciti intorno ai diciott’anni. Alcuni si sono lau- reati, altri si sono sposati ed hanno avuto anche figli. Simbolico il fatto che i lega- mi con la struttura continuano, e queste suore hanno assistito a matrimoni e bat- tesimi. Sulle mura dell’istituto ci sono fo- tografie che immortalano momenti come questi. Oggi, dopo due mesi, chiediamo dall’I- talia come procede quest’esperienza e il bambino è completamente integrato, par- la rumeno (e quando non sa qualcosa par- la ai bambini in italiano e loro gli rispon- dono in rumeno!). È come se conoscesse quel posto da sempre. Sicuramente continuerò a chiedere di lui e della sua mamma. Non so se li rive- drò, ma sinceramente mi auguro di sì. Ci ha dato la mac- china liberamente, senza alcun pezzo di carta né cauzione. In un mondo gover- nato dalla sfiducia, lui ha avuto una grandissima fiducia nei nostri confronti. Dopo aver girato il mondo non mi era mai capitato di rice- vere una macchina senza alcun deposi- to cauzionale! adrianaarrieta@hotmail.com In copertina: Christmas Carolers in Bucharest, 1929 - Nicolae Ionescu [Public Domain] (via Flickr)
  • 6. • 6 Massimiliano Monti MASTER ESPERTI IN POLITICA E RELAZIONI INTERNAZIONALI L’EUROPA: UNA QUESTIONE ITALIANA H o scelto questo titolo parafra- sando quello di un convegno cui ho partecipato alla Lumsa sulla celebre frase cavouria- na: «Lo stato italiano: una questione euro- pea». Credo che l’Italia sia un grande pa- ese, a dispetto delle bacchettate europee che ci pongono a una velocità inferiore rispetto ai cugini d’oltralpe. Anche se è dura accettare gli appellativi che ci at- tribuirono personaggi come Metternich: «L’Italia è solo un espressione geografica», Bismarck: «L’Italia non è uno stato serio» o Flaubert che nel dizionario dei luoghi comuni ci definiva musicisti e traditori. L’UNESCO ci considera 35% del patrimo- nio mondiale, senza contare le numerose opere d’arte presenti all’estero, eppure se- condo molti l’unità d’Italia, ma non degli italiani non è stata merito di Dante ma delle baionette. Anche se non abbiamo complementarietà, è doveroso accettare ogni possibile occasione di crescita e cre- dere di investire nello studio per 15 anni della propria esistenza se poi esistono ottomila società con affidamento in Hou- se che ragionano da enti pubblici ma si comportano da privati? L’espressione in house è stata utilizzata per la prima vol- ta nel Libro bianco del 1998 con il quale la Commissione Europea, relativamente al settore degli appalti pubblici, ha spe- cificato il concetto di “appalti in house” come “quelli aggiudicati all’interno della Pubblica Amministrazione. Una longa manus dell’ente stesso con cui la Pubblica Amministrazione provvede ai propri bi- sogni mediante lo svolgimento di una at- tività interna all’amministrazione stessa, contrapponendosi così a quello dell’ester- nalizzazione o outsourcing o contracting out, che invece si rivolge al mercato sce- gliendo il proprio fornitore mediante una gara. Tuttavia esistono concorsi? C’é me- rito discrezionale? Si tratta pur sempre di Pubblica Amministrazione e, come tale, é diretta a tutelare un interesse pubbli- co. Abbiamo gli strumenti per recitare la parte di un cittadino realmente conosci- tore delle regole, in grado di destreggiarsi in dinamiche concorsuali? La conoscenza di questi meccanismi ci permette di misu- rarci con questa realtà nel pieno rispetto delle norme previste in materia. L’apolo- go kennediano: «Non è importante quel- lo che il tuo paese farà per te ma quello che tu puoi fare per il tuo paese», ci è utile per comprendere che la via per il cambia- mento non può venire dal vertice ma dal- la base, da noi cittadini italiani, studenti, anche nella quotidianità. L’Università è la nostra palestra, i libri i nostri mezzi e il fine per esercitare i nostri muscoli. L’eccellenza viene da noi, da quei semi che continuamente gettiamo con la speranza che diventino un giorno enormi querce su cui costruire il nostro futuro e quello dei nostri figli. Il nostro percorso universitario avrà così un valore aggiun- to, per noi e per il futuro, acquistando una certa credibilità verso le istituzioni e le aziende che investiranno finalmente in progetti per migliorare la ricerca e l’istru- zione. Vivere per migliorare e migliorar- si, non nel cocente individualismo ma in un meraviglioso gioco di squadra, dove si dispensano spettacolari assist per il cam- mino inarrestabile di un paese. Il nostro percorso formativo non deve rimanere formale teoria ma diventare sostanziale praticismo. Per fare questo, il muro del- le diversità non deve esistere, come non devono materializzarsi le divisioni basate sull’orientamento sessuale, di razza, di re- ligione ed anche sul diverso tenore socia- le ed economico di noi ragazzi. L’epoca risorgimentale è servita per dare unità a quei sette stati così diversi presenti sul territorio italiano. Noi non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo credere nell’indifferenza e nel cieco ego individuale. Noi studenti rappresentiamo il futuro, qualunque esso sia, anche nella dignità di svolgere il lavoro più umile: da operaio o da soldato semplice, perché un paese non è mosso soltanto da Generali, Imprenditori e Presidenti ma dal sudore della sua popolazione. Il nostro intento è di creare ponti e non barriere e forse un giorno anche noi, come il 9 novembre del 1989, un noto giornale tedesco recitava in prima pagina, urleremo a gran voce: «È fatta! Il muro è caduto!». L’epoca risorgi- mentale è servita per dare unità a quei sette stati così diversi pre- senti sul territo- rio italiano. Noi non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo credere nell’in- differenza e nel cieco ego indivi- duale. massimilianomonti15@gmail.com @maxmonti15 Massimiliano Monti Europa federata In copertina: EU Flagga - MPD01605 [CC BY-SA 2.0] (via Flickr) Leggi l’articolo completo su: www.lumsa.it/vivilumsa_attivitastudenti_aiko
  • 7. 7 •Antonino Pratticò GIURISPRUDENZA L’OsservAutore WORLD WILD WEB LA CULTURA AI TEMPI DEL DOWNLOAD S enza voler scendere in tecnici- smi, il diritto d’autore potrebbe definirsi come quella “parte” della proprietà intellettuale il cui am- bito di competenza è la protezione delle opere letterarie e artistiche. La temati- ca assume una posizione di centralità in una società come quella odierna, società “figlia” di un’innovazione digitale che s’insinua nelle nostre vite e trasforma il contesto all’interno del quale lo stesso di- ritto d’autore opera. E, infatti, se prima il prodotto artistico protetto (brano musica- le, film, romanzo...) doveva essere indisso- lubilmente legato al supporto (CD, DVD, libro…) ai fini della sua distribuzione e, quindi, della sua fruibilità, adesso questo legame non è più così essenziale: tutto circola “sopra le nostre teste” in un non meglio definito cloud. Mutando il contesto, il sistema che rego- la protezione e accesso alle opere dell’in- gegno deve – di conseguenza – adeguarsi. Se prima la necessità del supporto ren- deva più facile monitorare la circolazio- ne delle opere e, dunque, smascherare il contrabbando, nell’era di iTunes, dello streaming e del file sharing il “traffico digitale” è senza frontiere e la distinzio- ne tra uso legale e illegale si fa delicata: controlli troppo blandi nullificherebbero ogni tentativo di enforcement, controlli troppo rigorosi potrebbero comportare gravi lesioni del diritto alla privacy. Protezione e accesso, dunque, sono i concetti-chiave attorno ai quali ruota la questione sul diritto d’autore nella so- cietà dell’innovazione. Da un lato, se c’è creazione, è ragionevole che questa sia fruibile da parte di tutti… e questa con- cezione dinamica della tutela dei beni culturali orientata al loro pubblico go- dimento in quanto strumenti di crescita della società è sottintesa nell’articolo 9 comma 1 della Costituzione Italiana, che così recita: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scien- tifica e tecnica.» D’altro canto, l’accesso li- bero e gratuito mortificherebbe gli sforzi di chi crea le opere e di chi investe per la loro distribuzione, annullando qualsiasi incentivo a produrne di nuove e facendo così arrestare la “macchina” della cultura. Anche in questo caso, troviamo impor- tanti riscontri nella Carta Costituzionale e nel codice civile: l’articolo 35 comma 1 della Costituzione tutela il lavoro «in tutte le sue forme e applicazioni» e l’inclusione della disciplina del diritto d’autore nel Libro V (Del lavoro) del Codice Civile dà dimostrazione del fatto che la legge consi- dera la creazione dell’opera come espres- sione del lavoro intellettuale. Protezione e accesso: che strada pren- dere? Qualsiasi via si scelga, per la com- plessità della materia e per l’importanza dei diritti e degli interessi coinvolti, ci si ritroverebbe sempre davanti ad un vicolo cieco. Da questo punto di vista l’outcome della conferenza Le nuove frontiere dell’innovazione tra diritto d’autore e brevetto – tenutasi presso la Sala Confe- renze della Biblioteca Nazionale di Roma il 29 ottobre scorso – è stato netto: la so- luzione da preferire è quella del bilancia- mento tra i due estremi. È anche vero, però, che il copyright (cu- gino di common law del nostro author’s right) nasce nel XVI secolo come rispo- sta all’invenzione della stampa, per per- mettere un controllo più incisivo sulle opere – che potevano essere pubblicate e divulgate con maggiore facilità. Il copyri- ght e, con le dovute distinzioni, il diritto d’autore possono, per i motivi anzidet- ti, considerarsi diritti anti-innovazione. Eppure, dalla scoperta del fuoco e l’in- venzione della ruota, la spinta dell’inno- vazione non si è più fermata né si potrà mai fermare. Da qui la necessità del con- temperamento dei due interessi opposti. Tuttavia, nell’ottica di questo balance, quale peso deve essere dato rispettiva- mente all’articolo 9 e all’articolo 35 della Costituzione? È sicuramente giusto poter fruire liberamente e legalmente di musi- ca, film e quant’altro… ma se questo deve realizzarsi al costo di soffocare l’iniziativa creativa e produttiva, che senso avrebbe? Sul piano strettamente logico, la creazio- ne viene prima della fruizione: a quali opere potremmo accedere se nessuno ne creerebbe più? Sarebbe dunque corretto rileggere l’articolo 9 della Costituzione alla luce dell’articolo 35 e far rientrare nell’ambito dello “sviluppo della cultura” la protezione dell’attività creativa che di questo sviluppo è carburante e colonna portante? Se prima il pro- dotto artistico protetto doveva essere indissolu- bilmente legato al supporto ai fini della sua distri- buzione e, quindi, della sua fruibili- tà, adesso questo legame non è più così essenzia- le: tutto circola “sopra le nostre teste” in un non meglio definito cloud. mr.ninoprattico@gmail.com @NinoPrattico Nino Pratticò In copertina: Evanescent Copyright - Nino Pratticò
  • 8. • 8 Pia Stisi PRODUZIONE CULTURALE IL RE È NUDO (NEL GAZEBO) OVVERO, QUANDO LA TV SCENDE IN PIAZZA A vviene qualcosa di ecceziona- le la domenica e il lunedì sera su Rai3: delle persone fanno politica. Sotto l’ombra del Ga- zebo di Diego Bianchi (in arte Zoro) e del- la sua brigata, va in scena ogni settimana una piccola rivoluzione della comunica- zione politica italiana. Programma di cre- scente successo, giunto quest’anno alla terza edizione, Gazebo irrompe nel palin- sesto Rai come una ventata di freschezza. L’arte del fumetto satirico di Marco D’Am- brosio aka Makkox ed esibizioni musicali di una qualità tale da non essere mai un semplice sottofondo incorniciano il com- mento professionale di Marco Damilano, firma de L’Espresso, ed i servizi home- made di Diego Bianchi e Andrea Saler- no. L’ambizione di fare informazione con leggerezza è un vecchio desiderio delle frequenze di viale Mazzini, ma mai si era concretizzata in un format sinceramente meritevole di attenzioni come questo. Zoro si è rivelato l’uomo giusto. Proprio come il giustiziere di cui evoca ironica- mente il nome, questo giornalista romano e romanista ha intercettato un’urgenza popolare e le ha dato forma, voce e video. Tutto nasce dalla telecamera amatoriale con cui Diego Bianchi cattura la realtà politica agitata istericamente da un moto perpetuo che dalle piazze arriva ai palazzi del potere. Dai tempi della web-serie “Tolleranza Zoro” ad oggi lo scopo e le modalità del- la missione non sono cambiati: da fedele elettore di centro-sinistra quale è, Diego Bianchi mantiene il mirino puntato su Pd e dintorni. La bravura non sta solo nel documentare la notizia, ma nel rispetta- re una coerenza stilistica che sa quando ridicolizzare una politica che si prende troppo sul serio e quando prendere sul serio ciò che di tragicomico succede nel Paese. Nel contenitore Gazebo i veri protagoni- sti sono i cittadini. La struttura del format trova il suo centro gravitazionale nei so- cial network, di cui riprende linguaggio e contenuti. Ecco la vera rivoluzione: la politica vive nelle piazze come nei tweet, gli hashtag titolano le notizie e le opinioni s’incolonnano nei commenti più che sulle pagine dei quotidiani. La democrazia del web si impone sull’ormai logora forma del talk-show, in cui politici di ogni schie- ramento si scatenavano in sessioni di lot- ta verbale all’ultimo voto. Gli elettori più resistenti continuano a seguire le prime serate di questi comizi collettivi, mentre i più oramai preferiscono seguire i botta e risposta on-line. C’è chi commenta edu- catamente, chi partecipa con un like, chi provoca con impertinenza e chi spesso diverte con sprazzi di gustosissima ge- nialità. In ogni caso, la libertà di Twitter inebria tutti. In questa sconfinata agorà virtuale, Gazebo pianta dei paletti: in tra- smissione, il materiale web è selezionato, ordinato in rubriche (la “Social Top Ten”) e diventa spazio ilare di protesta. La mancanza di confini netti fra cronaca politica e commento di costume garanti- sce al programma quell’aspetto ibrido che permette di attirare a sé un target di per- sone che continua ad avere passione e co- scienza politica. È proprio questo zoccolo di pubblico che permette a Gazebo d’illu- strare l’attualità in maniera chiara, senza filtri, mantenendo un ritmo di spettacolo sempre sostenuto. Il nome della trasmis- sione è esplicativo della linea che voglio- no seguire gli autori: il Gazebo è il luogo dove entra in gioco la piazza. Tutto ciò si ritrova nel modo in cui vengono raccon- tati gli avvenimenti della settimana. Un esempio di grande rilievo è il reportage a puntate che mostra lo sciopero degli operai dell’acciaieria Thyssenkrupp di Terni. Dal 18 ottobre Zoro è sceso in piaz- za seguendo da vicino le manifestazioni, dando voce agli operai stessi, che sono stati poi ospitati in trasmissione. Zoro era presente anche il 28 ottobre al corteo svoltosi a Roma e questo “video racconto della settimana” ha permesso di fare luce sugli scontri di quel giorno e di dare voce anche ad altri due gruppi di operai in cor- teo, i lavoratori di Marcianise e quelli di Livorno, sempre in maniera ironica ma trattando una delle tematiche più calde dell’attualità politica di quest’inverno 2014. La piazza ancora una volta prende la parola e dice la sua senza freni, senza mezzi termini, facendo politica in manie- ra ruvida ma sicuramente diretta. Zoro si è rivela- to l’uomo giusto. Proprio come il giustiziere di cui evoca ironicamen- te il nome, questo giornalista roma- no e romanista ha intercettato un’ur- genza popolare e le ha dato forma, voce e video. vernileale@gmail.com @alever89 Alessandra Vernile EntertainmentAlessandra Vernile RELAZIONI INTERNAZIONALI piastisi@virgilio.it @piastisi pia stisi In copertina: Antonio Sofi e Diego Bianchi - Alessio Jacona [CC BY-NC-SA 2.0] (via Flickr)
  • 9. 9 •Valeria Verbaro SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE Cinematografo LEOPARDI, FAVOLOSA POESIA. Titolo: Il giovane favoloso. Nazione: Italia. Genere: biografico. Durata: 137’. Anno: 2014. Regia: M. Martone. Soggetto: M. Martone, I. Di Majo. Produzione: Palomar, Rai Cinema. Distribuzione: 01 Distribution. È possibile trasformare una sugge- stione in immagine? Articolare un sentimento in parole, suoni e colori? Sì, certo. È ciò che da secoli fanno artisti e poeti, coinvolgendoci in meravigliose esperienze sinestetiche; è ciò che ha ten- tato di fare Mario Martone realizzando la biografia cinematografica di una delle più intense e affascinanti figure della lettera- tura italiana: Leopardi. Una sfida non indifferente quella intra- presa dal regista, per altro co-sceneggia- tore, e da Elio Germano, magnifico inter- prete della sensibilità leopardiana; sfida tanto ardua da risultare, talvolta persa. A renderla tale non è la storia da narrare, semplice susseguirsi di eventi biografici noti a chiunque abbia familiarità con un libro di antologia, ma l’aspetto psicologi- co di un uomo profondo e incompreso, in eterno conflitto con il suo tempo e con se stesso. È, infatti, inevitabile amare la sua opera e il suo pensiero, difficile comprenderlo e interiorizzarlo del tutto, ma quasi impos- sibile immedesimarsi realmente in lui. E non aiuta, da quest’ultimo punto di vista, la costruzione singhiozzante delle scene che, con il cambio repentino di inquadra- ture e situazioni, rende decisamente poco fluido il racconto. Il ritmo che Martone dà alla sua pellico- la, in effetti, è oltremodo inusuale. Acce- lera e decelera continuamente, alterna frettolose ellissi a inquadrature fisse per qualche secondo di troppo. Ma è un erro- re o una scelta? La seconda, direi, perché a correre sullo schermo, sono gli eventi biografici, ma a rimanere immobili e salde negli occhi dello spettatore sono le imma- gini che evocano Poesia, Bellezza e Arte. È questo, dunque, il modo in cui Marto- ne ha deciso di accettare la sfida, scinden- do Il giovane favoloso in due filoni paral- leli: la vita e il daimon dell’artista. Quei “fotogrammi”, tanto lenti quanto belli, in- seriti apparentemente a caso nella storia, aprono, in realtà, un mondo, ci donano gli occhi e la visione del Poeta, permettendo- ci di Sentire e di lasciarci emozionare. Nessun trasporto, nessun coinvolgi- mento sarebbe, tuttavia, possibile senza l’essenziale apporto dato alla pellicola da Germano. La potenza espressiva della voce, del volto e del corpo che l’attore ha prestato al personaggio, atterrisce: non credo, infatti, che esista uno spettato- re che non sia rimasto affascinato o che non si sia addirittura commosso quando recita L’infinito. L’intensità della sua inter- pretazione rende finalmente concreto un uomo che finora abbiamo conosciuto solo su pagine morte. Germano diventa Leo- pardi, lo mostra, lo porta davanti ai nostri occhi, in tutta la sua umanità. Ripeto, non è semplice raccontare un’a- nima così rara e sensibile, infatti, la pel- licola non è perfetta, ha un’impostazione narrativa e un tempo del racconto per certi versi “ostici” e pesanti, ma si tratta, comunque, di un ottimo e interessante tentativo di introspezione di una figura al contempo universale e particolare, del Poeta immortale che ancora oggi riesce a toccarci nel profondo e dell’Uomo che visse i suoi tormenti interiori, quasi due secoli fa. È questo, dun- que, il modo in cui Martone ha deci- so di accettare la sfida, scindendo Il giovane favo- loso in due filoni paralleli: la vita e il daimon dell’ar- tista. Quei “foto- grammi”, tanto lenti quanto belli, inseriti apparen- temente a caso nella storia, apro- no, in realtà, un mondo, ci donano gli occhi e la vi- sione del Poeta, permettendoci di Sentire e di lasciarci emozio- nare. valeria.verbaro@gmail.com @ValeriaVerbaro In alto e in copertina: Elio Germano ne Il giovane favoloso (2014) - Movie poster
  • 10. • 10 IL RITORNO DEI PAGLIACCI LA NUOVA ALLEGRA LUNARE RACCONTATA DA CHIARA GAMBERALE P aolo di Paolo, nella postfazione del nuovo Arrivano i pagliac- ci, ammette che la storia di uno scrittore «gira in tondo […] intor- no a quattro o cinque cose che davvero sarebbe importante capire». La scrittura di Chiara Gamberale, secondo me, gira quasi sempre intorno ad un unico grande e intricato universo: la famiglia. Ogni suo libro, infatti, parte dalla consueta presen- za di un nucleo familiare, anche di solo due persone, che diventa la piattaforma di una storia sempre più malinconica e che, grazie all’originalità della scrittrice, non si esaurisce mai nel solito tran tran. Anche per Arrivano i pagliacci, edito già nel 2003 da Rizzoli, è stato così; Allegra Lunare concede agli oggetti della sua casa di diventare la voce narrante della storia vissuta dentro quelle quattro mura così da poter accogliere anche quella dei futu- ri inquilini. Quand’è che arrivano i pagliacci? Quando pare a loro: ma noi dobbiamo sforzarci per aspettarli anche e soprat- tutto se nemmeno si intravedono all’oriz- zonte. Come lei stessa ha ammesso, molti let- tori La hanno avvicinata in questi anni chiedendoLe come fare a trovare Arriva- no i pagliacci in libreria. Cosa La ha por- tata a riproporre questo romanzo undici anni dopo? È stata guidata solo da un’esi- genza quasi pratica oppure c’è qualcosa in più? C’è molto di più. Fra tutti i romanzi che ho scritto, Arrivano i pagliacci è sempre stato fra quelli che mi erano più cari, ma in libreria aveva avuto una vita bre- ve. Le richieste dei lettori grattavano sul mio dispiacere di avere visto quel libro scomparire… E così, con la Mondadori, abbiamo deciso di dargli nuova vita: fa- talmente proprio in un periodo in cui personalmente mi ritrovo a elaborare strappi su strappi, lutti su lutti… Proprio come fa Allegra, la protagonista. Credo che ci siamo aiutate molto a vicenda, in questi mesi. Rimettere mano ad un romanzo e cam- biare molti degli oggetti simbolo del pri- mo Arrivano i Pagliacci mi è apparsa una scelta molto coraggiosa, e a tratti anche azzardata. Lei, sempre in appendice al libro, scrive: «Ho scritto Arrivano i pa- gliacci quattordici anni fa: avevo ven- tidue anni, ero alla ricerca pazza di non sapevo neanche io che cosa e quello che scrivevo lo era con me. Quando si fa così il rischio è quello di dare voce a un’ur- genza, anziché riflettere bene per dare urgenza a una voce. E forse l’ho corso». Non Le è parso però di correre piuttosto il rischio di una incomprensione da parte dei lettori o comunque di una risposta di- staccata alla nuova Allegra Lunare? No, non credo. Sono stata molto attenta a rispettare la ventitreenne che ero e la ventenne selvatica che è Allegra… Non ho cambiato nessuno degli oggetti simbo- lo, ne ho aggiunti, o per meglio dire messi in evidenza, e ho lavorato soprattutto sul linguaggio, perché si mantenesse speri- mentale senza però correre il rischio di anacoluti, come nella prima edizione, ahimé, correvo, per quell’urgenza di cui sopra… In realtà, quello che mi ha trasmesso maggiormente il suo ritorno ai pagliacci è stato un forte attaccamento, dolce e malinconico allo stesso tempo, alla figu- ra di Allegra Lunare; è solo una mia im- pressione oppure c’è realmente qualcosa che La lega profondamente a questo per- sonaggio? Quel qualcosa c’è. A parte la fatalità di cui parlavo poco fa, Allegra mi somiglia per tanti aspetti. Per come le è inevita- bile sia vedere le cose come stanno che interpretarle con la sua “lente colorata”. Per come facilmente si attacca e fatico- samente si stacca da chi ama. E per come ragiona in generale: non ragionando. Ma piuttosto sentendo. Facciamo un gioco, Le va? Sì! Si guardi intorno nella casa dove abita o nella stanza in cui si trova e scelga, come farebbe Allegra Lunare, un oggetto che possa rivelare una parte della Sua storia. Ce la racconta? Il cicciobello con gli occhiali disegnati sul faccino. Avevo cinque anni e, come per tante bambine della mia età e di quel- Allegra Luna- re concede agli oggetti della sua casa di diventare la voce narrante della storia vissu- ta dentro quelle quattro mura così da poter accoglie- re anche quella dei futuri inquili- ni. L’IntervistaMarilde Iannotta SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE
  • 11. iannottamarilde@gmail.com @MarildeIannotta la generazione, cicciobello era il mio bambolotto preferito. Ma evidentemente mi sembrava troppo felice, con quei suoi occhietti di moquette nera, quell’aria paciosa e soddisfatta. E gli ho disegnato un paio di occhiali, perché almeno avesse una pic- cola debolezza. Temo che già allora mi fosse più facile amare chi è fragile… E avessi dei problemini con il benessere. Chiara Gamberale dà così vita ad un romanzo ap- passionante che ci proietta nell’esistenza di Allegra, e ci lascia quel qualcosa in più, tanto ricercato nel- la lettura. Gli oggetti diventano infatti la metafora di una vita rappresentata in un museo che lascia spazio a debolezze, equilibri facili, in cui sorridere è così facile quanto rattristarsi, in cui il lettore può sperimentare un’altra vita: quella di Allegra e del suo mondo. E voi? Avete mai pensato a cosa verrebbe esposto nel museo della vostra vita? A quale sarebbe il per- corso e cosa racconterebbe l’audioguida? 11 • Felicia Oleandro GIURISPRUDENZA Da non perdere Titolo: Arrivano i pagliacci Autore: Chiara Gamberale Genere: Romanzo Casa editrice: Mondadori Data di Pubblicazione: 2014 Pagine: 204 liciaoleandro@libero.it Mi sono innamorata così come ci si addormenta: piano piano, e poi tutto in una volta»: questa frase rispec- chia la logica con cui io ho visto il film di cui vi parlerò, uscito il 2 giugno 2014 negli Stati Uniti e arrivato il 6 settembre nelle sale cinematografiche italiane. Il film in questione è Colpa delle stelle, in cui si incastrano le storie di Hazel Grace Lancaster che ha diciassette anni e il can- cro allo stadio terminale e di Augustus Waters che invece ha diciott’anni ed una gamba artificiale dovuta ad un cancro os- seo. Il loro è un colpo di fulmine e ciò che più li accomuna non è la malattia bensì il modo di vedere e affrontare la vita. Si sca- va a fondo e ci si apre a riflessioni, oltre ad avere insiti dei messaggi significativi: bisogna vivere la propria vita sino in fon- do, e che importanza ha se dopo ci sarà l’oblio? Ogni dolore necessita di essere sentito in quanto parte di te, ma è più che lecito combatterlo e riuscire ad andare avanti. Augustus sapeva di dover morire, ma ha deciso di non chiudersi in se stes- so, soffrire terribilmente, bensì di godersi questa vita sino in fondo e nel frattempo chiede alla sua amata e all’amico Isaac di scrivere in suo onore un elogio funebre. Hazel lo scrive, ma nel momento in cui lo deve pronunciare piange e le sue parole colpiscono subito lo spettatore. Il film si avvale di bellissime frasi quali «Mi hai dato un per sempre nei miei gior- ni contati», «I miei pensieri sono stelle che non riesco a far convergere in costella- zioni», «Gus, amore mio, non riesco a dirti quanto ti sono grata per il nostro piccolo infinito. Non lo cambierei con nulla al mondo». La coppia di giovani attori Wo- odley - Elgort è risultata avvincente per l’interazione e il loro feeling, spontanei, naturali e palesi agli occhi degli spettato- ri. Si scava a fondo e ci si apre a rifles- sioni, oltre ad ave- re insiti dei mes- saggi significativi: bisogna vivere la propria vita sino in fondo, e che impor- tanza ha se dopo ci sarà l’oblio? COLPA DELLE STELLE: UN NUOVO, PICCOLO INFINITO « In copertina: Arrivano i pagliacci (2014), ritaglio di copertina In copertina: Colpa delle stelle (2014) Movie poster
  • 12. • 12 CostumeCamilla Valli SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE OMAGGIO A OSCAR S i accomodò al suo solito posto durante la settimana della moda newyorkese, una sedia nella cou- lisse, così da dare un ultimo sguar- do a ciascuna indossatrice prima di preci- pitarsi sulla passerella. Al termine della sfilata apparve sulla scena, incorniciata da rose, peonie e or- tensie, con un abito dalle linee impeccabi- li. Accompagnato da due modelle, aveva stampato sul suo volto un sorriso radioso. Dopo sole sei settimane da quell’ultima sfilata che è stata definita dalla critica «la quintessenza dello stile De la Renta», lo stilista domenicano si è spento lunedì 20 ottobre all’età di 82 anni. Domenicano di origine, ma americano per educazione, Oscar De la Renta pro- pone uno stile sofisticato, in cui conflu- iscono la costruzione sartoriale, i colori cangianti e la vegetazione lussureggiante della sua isola, miscelati alla grandeur di Santo Domingo. I media lo hanno sommariamente de- scritto come il creatore dell’abito da spo- sa di Amal Alammuddin, lo stilista delle First Ladies, colui che ha vestito Jackie Kennedy. Nulla di più errato: quando la moglie di JFK indossò per la prima volta negli anni sessanta un abito De la Ren- ta, il personale della Casa Bianca strap- pò dal vestito l’etichetta del giovane sarto per sostituirla con quella di Oleg Cassini, sarto ufficiale di Jacqueline. Il “Valentino d’America” (il couturier italiano con cui condivide l’età), colui che ha riportato negli Stati Uniti il gla- mour dei costumisti hollywoodiani, era molto di più… Nel 1961 all’insaputa di Balencia- ga, del quale si considerò sempre il miglior discepolo, acquistò un bi- glietto di sola andata per l’olimpo della moda, Parigi. Qui in sole 24 ore riuscì ad accaparrarsi un posto da Dior, ma, non pago, nella stessa giornata si presen- tò di fronte al direttore creati- vo di Lanvin, Antonio de Castillo, al quale mostrò i suoi bozzetti. Castillo ne rimase folgorato, volendo de la Renta a tutti i costi. Iniziò così la sua parabola presso Lanvin. Nell’agosto del 1965, De la Renta presen- tò la prima collezione a suo nome. Lo stilista è stato capace di far risboccia- re il glamour che l’America aveva perso con la scomparsa dei grandi costumisti dell’epoca d’oro hollywoodiana, racco- gliendo l’eredità di Adrian Greenber. I suoi abiti divennero ben presto le divise di quella società internazionale che dagli Anni ‘70 in poi ha stabilito nelle Penthou- se di Manhattan i suoi quartieri generali. Il suo credo è: «Non pensare alle tenden- ze, non farmi distrarre dalle ispirazioni, perché la mia ispirazione sono le donne che ho davanti a me, quelle che mi chie- dono un vestito. Il mio compito è farle di- ventare belle». Nel 1967 sposò la direttrice di Vogue France, Francoise de Langlade, che donò a de La Renta l’inconfondibile cifra cosmo- polita del suo stile. Inoltre i due contribu- irono ad imporre nel panorama fashion statunitense la giovane Anne Wintour. Nel 2006 nacque la prima “Bridal Col- lection”: elegante, romantica e femminile. Le stampe, le applicazioni, i colori acce- si, il pizzo chantilly, le lavorazioni fitte e complesse e gli intrecci minuziosi ren- dono il suo stile inconfondibile e privo di sbavature. È sempre Oscar de la Renta a vestire la protagonista di Sex and the City, Carrie Bradshaw, sua grande ammiratrice, con un sontuoso abito da sposa per il servizio di Vogue. Anne Wintour, direttrice di Vogue USA e amica di vecchia data dello stilista, gli consigliò una scelta difficile e coraggiosa: arruolare John Galliano, lo stilista espul- so dal sistema e licenziato da Dior per il video con gli insulti antisemiti. «John è un maestro, uno dei più grandi creativi che abbia mai incontrato», dirà a riguardo De la Renta in un’intervista al New York Times. «E poi tutti hanno diritto a una se- conda opportunità». De la Renta aveva quasi profeticamente dichiarato poco prima della sua scompar- sa: «Sono molto lieto che Peter Copping (già direttore presso Nina Ricci, ndr) abbia accettato di unirsi a noi». Con De la Renta se ne va uno dei più grandi stilisti che la storia della moda possa raccontare. L’auspicio è che Cop- ping riesca a raccogliere tutta l’immensa eredità di Oscar, lasciando intatto il suo energico, gioioso ed intramontabile stile. camilla.valli@libero.it @ValliCamilla In copertina: Hilary Rhoda at Oscar Del La Renta Fall 2006 Fashion Show (New York) - Mark Mainz [CC BY 2.0] (via Flickr) A sinistra: Oscar de la Renta Pre-Fall (2007) - Dan Leca [CC BY-NC-SA 2.0] (via Flickr) Con De la Renta se ne va uno dei più grandi stilisti che la storia della moda possa rac- contare.
  • 13. 13 • AN UNKNOWN BEAUTY P roprio a due passi dal centro sul- la sommità dell’elegante colle Aventino, dietro ad un portone massiccio, si nasconde la Villa del Priorato di Malta, sede storica dei Ca- valieri di Malta. Situato in un luogo molto suggestivo, è facilmente raggiungibile sia con i mezzi pubblici che in auto. Niente di colossale o celebre come gli al- tri monumenti romani, ma capace di do- nare allo spettatore lo stesso effetto che passa dalla vista all’emozione. Luogo famoso per la piazzetta, in cui si affaccia l’entrata della Villa dei Cavalieri, rinomata per essere un esemplare quasi unico di stile Rococò a Roma, ma soprat- tutto nota perché dal chiavistello della porta d’ingresso si vede perfettamente la cupola di San Pietro in lontananza: uno spettacolo mozzafiato alla portata di tutti perché gratuito. Ogni giorno lì si assiste ad un fenomeno insolito: turisti che fanno la fila per guar- dare dentro a una serratura: inizialmente è normale essere curiosi di capire cosa ci sia dietro al mastodontico portone, poi, quando finalmente si riesce a vedere al di là, si capisce che l’attesa è stata ripagata e la curiosità si trasforma in meraviglia. La vista di quell’opera d’arte realizzata con cura scatena nel visitatore forti emo- zioni date dallo stupore per qualcosa di piccino, ma all’occhio davvero maesto- so: la cupola della Basilica di San Pietro avvolta da rami di siepi che formano un perfetto arco. Uno spettacolo di colori che lega il passato e il presente, il nostro mon- do e quello ultraterreno. Infatti, data la bellezza della vista, è difficile credere che si tratti della realtà, ma si può facilmente pensare per un momento di vedere un’e- poca o una dimensione differente dalla nostra. Molto bello e particolare è il pensiero della concezione di due stati, quello del Vaticano e quello italiano uniti in un solo capolavoro. Oltre ad essere un luogo fortemente artistico ed emozionante, ri- sulta per i pellegrini una sorta di portale che lega visivamente e spiritualmente i cristiani con il Vaticano e il Santo Padre; qualcosa creato per ricordare al mondo il profondo legame degli Stati con la religio- ne Cristiana. Testimoniato anche dal fatto che proprio dietro la Villa trovi luogo la Basilica di Santa Sabina in cui è situato l’a- rancio dei miracoli, che continua a gene- rare aranci da moltissimo tempo. Un po- sto affascinante, pieno di storia che vale la pena vedere. Se si visita Roma non si può non anda- re in posti come questo per innamorarsi perdutamente della Città Eterna. Inizialmente è normale essere curiosi di capire cosa ci sia dietro al mastodonti- co portone, poi, quando final- mente si riesce a vedere al di là, si capisce che l’atte- sa è stata ripaga- ta e la curiosità si trasforma in me- raviglia marianna_manfredini@hotmail.it @MariannaManf In basso e in copertina: St. Peter’s Basilica seen through a keyhole at the Villa Malta - AngMoKio [CC BY-SA 2.5] (via Wikipedia) Marianna Manfredini SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE Bella l’Italia
  • 14. • 14 SportLorenzo Lanciotti SCIENZE UMANISTICHE SPORT: ETICA O NO? L o sport è sempre stato una del- le principali fonti di svago per l’uomo. Diversi popoli in diverse epoche hanno trovato nelle ma- nifestazioni sportive motivo di aggrega- zione e divertimento; dai Giochi Olimpici nell’Antica Grecia fino alle sfide cavalle- resche nel Medioevo. La nostra età non fa eccezione, e anzi la società di oggi ha dato allo sport un peso sempre più grande... forse anche troppo grande. Dal secondo dopoguerra, il mondo spor- tivo ha visto attirare su di sé un’attenzio- ne crescente che ne ha snaturato la natu- ra stessa della competizione agonistica. Lo sportivo di oggi si è ritrovato nella situazione di avere una influenza ed una visibilità sulle persone che esulano dalle sue prestazioni. Detto così sembra complicato, ma il con- cetto è molto semplice. Prendiamo un esempio: il calciatore in Italia. Il bravo calciatore in Italia è idolatrato. Il giocatore è ammirato non solo per la sua abilità nel prendere a calci un pallone, ma viene imitato nella sua acconciatura e nel suo modo di vestirsi, nei suoi comporta- menti e tutto quello che dice e che fa, an- che nella vita privata, diviene argomento di dibattito in tutti i bar, in tutti gli uffici e in tutte le scuole del “belpaese”. Insomma, accade troppo spesso che il giocatore ottenga una visibilità che nulla ha a che fare con le sue gesta in campo. Il problema sorge quando lo sportivo utiliz- za questa sua influenza sugli altri in ma- niera sbagliata o inopportuna. Anche ora è meglio fare degli esempi pratici. Diversi anni fa vi è stato il caso di Paolo di Canio, giocatore della Lazio e beniamino della tifoseria bianco-celeste. Il calciatore in questione era solito esulta- re facendo il saluto fascista. Questo gesto, oltre che essere degno di biasimo, richia- ma ad una serie di significati e messaggi che nulla hanno a che fare con lo sport ma che vengono, impropriamente, veico- lati attraverso esso. Inoltre c’è il rischio che lo sport e gli sportivi, grazie al loro ruolo di prima im- portanza che la società dei media gli ha assegnato, influenzino negativamente l’opinione comune. Ricordo, infatti, come molti bambini e ragazzi solo per imitare il loro idolo spor- tivo di Canio, si proclamassero fascisti ed esultassero con il saluto romano ogni vol- ta che giocavano a calcio. Il calcio, e lo sport in generale, sono di- ventati, sfortunatamente, un grande amplificatore. È di vitale importanza che questo amplificatore venga utilizzato in maniera corretta e pertinente, diffon- dendo non gossip o messaggi politici, ma i valori che caratterizzano realmente il mondo dello sport: disciplina, rispetto, audacia e impegno. A tal proposito è incoraggiante come il mondo sportivo abbia reagito al recente caso David Sterling. Sterling, proprietario della franchigia NBA Los Angeles Clippers, è stato scoper- to fare commenti estremamente offensi- vi e razzisti verso gli afroamericani. Questa notizia ha creato grande sdegno e indignazione non solo tra gli addetti ai lavori della lega di basket più famosa del mondo, ma anche nella comunità inter- nazionale. La NBA ha reagito prontamente ra- diando Sterling dalla lega e affrettando le trattative per un passaggio di proprietà dei Los Angeles Clippers. Questo è stato sicuramente un messaggio positivo che ha sottolineato come nello sport non ci sia spazio per razzismo e discriminazione. Il bravo calciato- re in Italia è idola- trato. Il giocatore è ammirato non solo per la sua abilità nel pren- dere a calci un pallone, ma viene imitato nella sua acconciatura e nel suo modo di vestirsi, nei suoi comportamenti e tutto quello che dice e che fa, anche nella vita privata, diviene argomento di dibattito in tutti i bar, in tutti gli uffici e in tutte le scuole del “belpa- ese”. lorenzo_lanciotti@yahoo.com In copertina: Youth soccer, Indiana - Derek Jensen [Public Domain] (via Wikipedia)
  • 15. 15 • G ood Morning, Youth è un’organizzazione studente- sca nata con l’obiettivo di creare un luogo di incon- tro, tra studenti ed esperti del settore, dove si pos- sano approfondire criticamente temi di attualità, politica e cultura. Gli incontri, organizzati nel primo anno di attività, sono stati la violazione dei diritti umani nelle carceri, l’im- portanza sociale ed economica del volontariato, il fenome- no dell’immigrazione, la violazione della privacy “on-line” e, infine, la tutela dell’ambiente. L’ultimo evento da noi promosso è stato “C’erava- mo tanto amati”, che è andato ad indagare la rela- zione tra l’Italia e l’Unione Europea: un’introduzione ha contestualiz- zato la situazione attuale e successivamente un dibattito, in pieno stile americano, ha animato il palco dove un “euro- scettico” e un “proeuro” si sono contesi l’ultima battuta. Good Morning, Youth è un’idea nata da giovani per i gio- vani, che si nutre della loro creatività per andare avanti con successo: è per questo che siamo alla ricerca di studenti che vogliano entrare a far parte della nostra organizzazione. Dunque, chiunque voglia mettersi alla prova ci può contat- tare tramite email all’indirizzo: goodmorningyouth@gmail. com o tramite la pagina di Facebook Good Morning, Youth dove potrete seguire anche i nostri aggiornamenti! Vi aspettiamo! I Ragazzi di Good Morning, Youth GMY: IL THINK TANK DEGLI STUDENTI Una pagina tutta per voi L ’OGI, Osservatorio sulle relazioni tra Germania e Italia, nasce da un ingrediente unico: l’entusiasmo di gruppo di studenti e studentesse desiderosi di indaga- re le relazioni italo-tedesche con gli occhi di giovani cittadi- ni europei. L’Osservatorio si propone un’analisi costante di una storia in fieri che vede questi due Stati tanto differenti quanto uniti. Il progetto nasce in seguito al Project Work “Italia e Germania. Un nuovo inizio dopo la dittatura e la guerra” proposto dall’Università LUMSA di Roma e dalla Fondazione Konrad Adenauer nell’autunno 2013, attraver- so il quale ci si proponeva di analizzare i rapporti tra i due paesi, la loro storia spesso conflittuale, e nello specifico la tragica esperienza della guerra. In occasione del 25° anni- versario dalla caduta del Muro di Berlino, LUMSA, Fonda- zione Adenauer e OGI organizzano una serie di incontri che consisteranno nella proiezione di due importanti film sulla storia di Berlino e della Germania, seguiti da una tavola ro- tonda che spiegherà e racconterà gli avvenimenti di quel fatidico 9 novembre 1989. Per saperne di più: ITALIA E GERMANIA COSÌ DIVERSE, COSÌ SIMILI Un nuovo inizio: le radici del no- stro osservatorio OGI ViviLumsa: Os- servatorio ITGE OGI, Pagina Facebook PER PARLARE DI IMPRESE DI FAMIGLIA... L a nostra è un’università «solida; agile, perché sa sempre rispondere alle sfide che le vengono poste e cattolica, perché la sua ispirazione la porta ad esse- re aperta, dialogica e curiosa». Queste le parole con cui il Magnifico Rettore il 10 novembre scorso ha aperto la ceri- monia di premiazione della tesi di Francesca Monti nell’am- bito dell’incontro “Gli studenti crescono con le imprese di famiglia”. Il tema è di scottante attualità nel nostro Ateneo proprio perché è solo di quest’anno l’apertura del Dottora- to in Scienze dell’Economia Civile coordinato dal Professor Bruni. Secondo una definizione prettamente sociologica, la Professoressa Corradi ha definito le imprese di famiglia come un fenomeno “glocal” (global più local) proprio per la caratteristica che queste hanno nel legarsi a filo doppio con il territorio sul quale nascono e crescono. Gli ideogrammi cinesi che racchiudono il concetto occidentale di “impresa” significano “senso della vita” e, come ci ha ricordato il Pro- fessor Bruni, “homo hominis amicus est”, quindi... perché non dare un’occhiata in più alle imprese di famiglia?! Rachele Antonia Gianfagna
  • 16. Aìko è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non Com- merciale - Condividi Allo Stesso Modo 4.0 Internazionale. Aìko è impaginato in Aleo (Łukasz Dziedzic) [SIL Open Font License 1.1] Lato (Łukasz Dziedzic) [SIL Open Font License 1.1] Ricasso (Daniel Pimley) [SIL Open Font License 1.1]