SOLO.
CON TE.
di Edoardo Sorani
Pubblicato all’interno dell’antologia SCRIVIMI DI QUESTO TEMPO - EDILET - 2008
Coff! …Coff!
- Vuole un bicchiere d’acqua, prima di cominciare?
- No, grazie, sto bene così.
- Ragazzo, siamo tutti molto addolorati per quello che è successo. Ti siamo vicini
e capiamo che questo non è il momento più adatto, ma sai bene che la prassi impone
questo colloquio, per chiarire gli eventi e mettere i puntini sulle “i”.
- Lo so, agente.
- Bene, allora procediamo… Vogliamo darci del “tu”, Andrea?
- Diamoci pure del “tu”, agente, va benissimo.
- Bene Andrea, allora comincia pure a parlarci di come sono andate le cose, fin dal-
l’inizio. Cerca di essere preciso e di non tralasciare nulla.
…Coff! …Coff!
“Come sono andate le cose” volevi sapere, agente Anselmi.
Però per me non è possibile parlare solo dei semplici fatti; non adesso almeno. Adesso posso solo parlare della paura
che ancora sento calda e forte nel mio corpo. Posso parlare del dolore, immenso per quello che è successo. Si dice che
“a caldo” le nostre reazioni non siano lucide, obiettive; beh io credo che non mi raffredderò mai abbastanza, mi spiace.
Quello che è successo l’altra sera, d’altronde, non può essere trattato come un semplice fatto.
Dio… ancora non me ne capacito.
Ale, mi manchi da impazzire. È solo un giorno che sono senza di te, e alla sera mi sento soffocare.
Stamattina quei due stronzi di poliziotti erano lì a fare i comprensivi, usavano tutte parole infiocchettate di mille e più
espressioni rassicuranti e incoraggianti, del tipo “fatti forza Andrea”, “coraggio, Andrea”.
Si fa presto a tranquillizzare la gente con le parole, dopo le tragedie. Tranquillizzarla con le parole quando ogni giorno
dovrebbero farlo coi fatti, che poi è il loro lavoro, e non lo fanno. E si comportano come se ciò non li sfiori minima-
mente. Non sono le “forze dell’ordine”? Non dovrebbero proteggerci da quello per cui, dopo, ci tranquillizzano a pa-
role?
Che faccia tosta… avresti dovuto vederli, Ale.
Ma che dico? Tu c’eri. Sicuramente eri lì, in quella stupida stanza con quel vetro tanto grande.
C’eri anche tu, lì, con me e quei tre poliziotti, impettiti nelle loro divise perfettamente stirate.
Eri lì al mio fianco, seduta accanto a me, di fronte ad Anselmi, a darmi la forza per continuare a parlare dell’altra sera,
di quanto il mondo sia ingiusto e di quanto l’uomo sia cattivo, a tal punto da non meritarsi il mondo stesso.
[…]
- Siamo andati a cena, come già avevamo fatto altre volte. Solito posto, solita
trattoria “Da Enrico”. Siamo sempre andati là nelle occasioni particolari, e quello
era il nostro sesto mese.
- E dopo? Cosa è successo?
- È successo che, pagato il conto, era in programma di concludere la serata al ci-
nema, al secondo spettacolo. Invece poi, una volta entrati in macchina, stavamo così
bene da soli, io e Ale, che abbiamo preferito fare un giro assieme, rimanendo al
calduccio. Ad Ale la città, vista di notte, piaceva sempre molto. Guardava rapita
quegli scenari di mille colori, creati da quel miscuglio di lampioni e luci diverse.
Diceva che era bellissima, che era romantica, che non avrebbe mai sognato di essere
in un posto migliore, sola con me in questa città bellissima…
- Coraggio Andrea. A questo punto siete in macchina, usciti dal ristorante. Dove
siete diretti?
- L’idea era quella di fare una passeggiata e poi rientrare a casa: non è necessario
fare tardi, specie se non si impegna il tempo in niente di particolarmente utile o
divertente.
- Quindi?
- Beh, il giro in macchina stava ormai per concludersi e quindi l’inerzia ci avrebbe
riportato verso casa di Alexandra, ma giunti al bivio, prima di imboccare la strada
privata per casa sua, mi ha detto che voleva stare ancora un po’ sola con me, che
era una sera da sogno e che non voleva che finisse tutto così presto. Ha detto che
voleva stare con me.
- Per questo vi siete poi appartati in macchina?
- Sì, ma non siamo una coppietta in calore che voleva fare sesso e basta, mi risparmi
quel tono da “non potevate proprio farne a meno?”. Non è per una questione di morale
che siamo qui a parlare, ma per una questione di sicurezza, anzi di insicurezza.
Lei crede di sapere come va il mondo, ma non eravamo lì per “fottere”; noi ci ama-
vamo, volevamo solo un po’ di intimità, per parlare di noi senza essere disturbati.
Il buio, d’altronde, elimina le distrazioni e fa scendere il sipario su questo mondo
di merda in cui viviamo. Il buio ci permette di sognare e al contempo ci rende più
uniti. Questo volevamo: sentirci uniti. Se solo il mondo fosse rimasto fuori dal
nostro sogno…
Coff! Coff!
Te lo ricordi, amore mio? Quante volte ci siamo immersi nella magica atmosfera della notte? Tu ed io soli. I nostri corpi,
avvolti l’uno all’altro, che si cercano, che si stringono, che si amano.
Quanto ti piaceva quando prendevo la tua testa fra le mie mani, piano, e ti baciavo la fronte e poi la bocca. Mi dicevi
che ero delicato, che ero speciale. E io amavo sentirmi speciale, solo con te e solo per te. Avrei tanto voluto vivere ieri
ancora tutto questo, ancora, avrei voluto viverlo ogni giorno sino alla fine dei miei giorni.
Ma ieri… cosa ha combinato Dio? Ha girato la testa dall’altra parte, ha ignorato il nostro bisogno d’aiuto, si è reso com-
plice di quei bastardi. Bastardo anche lui.
Bastardo il mondo in cui viviamo, dove due persone intente ad amarsi possono essere strappate l’una all’altra dalla pura
violenza.
[…]
- Agente, ho fermato la macchina lungo il marciapiede che costeggia parco S. Teo-
doro, tra una Peugeot e il cassonetto.
- C’era qualcuno oltre a voi due?
- Certo che no. Soli in macchina io e Ale e soli in quella strada, o almeno pensa-
vamo.
- Non hai notato nessun individuo sospetto, nessuna cosa, nell’ambiente, che ti ha
messo in guardia?
- Ripeto, no. E comunque è ovvio che non mi sia soffermato a guardare dietro ogni
cespuglio, anche se di questi tempi sarebbe questa l’unica cosa da fare, oltre na-
turalmente ad andare in giro armati e scortati da un esercito.
- Adesso continua, Andrea, e cerca di farti venire in mente ogni dettaglio, soprat-
tutto circa l’aspetto dei tuoi aggressori.
- Cosa vuole che le dica, è ancora tutto così confuso. Ricordo che ci stavamo ri-
lassando, avevamo abbassato i sedili ed eravamo stesi l’uno a fianco dell’altro.
- Probabilmente, però, i vetri appannati rivelavano la presenza di qualcuno all’in-
terno della vettura.
- Probabilmente… ad ogni modo, in un istante prima un’ombra e poi un rumore fortis-
simo ci hanno sorpresi, quei tipi hanno fracassato il mio finestrino e mi hanno col-
pito alla testa con un pugno o qualcosa del genere…
- In realtà una mazza, un arnese di legno, lo stesso che hanno presumibilmente usato
per mandare in frantumi il finestrino.
- Bastardi figli di puttana.
- …e questo è il punto dal quale poi non ricordi o non hai visto più nulla, giusto?
- Giusto. Più che altro mi tornano in mente dei rumori: altri vetri che si rompono,
risate, urla, parole che non conosco… le grida, le grida di Ale. O mio Dio…
Ho sentito che chiamavi il mio nome, che lo urlavi a gran voce, con tutte le forze che avevi in corpo. Ricordo l’erba
bagnata, in cui affondava il mio viso. A pochi metri da me, nel parco, ombre confuse, esseri immondi che parlano una
lingua che non capisco. Capisco poco, il mio sguardo è vicino a perdersi. Capisco che ti fanno del male, capisco che
stanno abusando di te, capisco che è la fine e io non posso fare nulla. Ricordo di aver pensato di urlare a mia volta, di
gridare con tutto me stesso di lasciarti stare, ma non più che un sussurro, nell’aria umida, sono state le mie parole.
Mio Dio, Ale, non me lo perdonerò mai. Tu forse lo hai già fatto, o magari diresti che non è colpa mia, ma io non riesco
a sopportare tutto questo …Coff! …Coff!
Quando, circa sei mesi fa, giurammo che ci saremmo amati per sempre, io ti chiamai “principessa” e tu mi dicesti che
ero il principe più bello e dolce del mondo. Ti dissi che per te ci sarei sempre stato, che ti avrei protetta da ogni pericolo
e salvata da ogni insidia.
Ora ti ho perso, per sempre, e queste parole ormai sembrano più un gioco che un grande amore. Non ti ho protetto,
Ale, perdonami.
Perdonami anche per non averti salutato oggi, all’obitorio. Non ho avuto la forza di entrare, di vedere il tuo corpo mal-
ridotto, di sentirlo freddo, immobile, senza quella scintilla di vita che sembrava animarti più d’ogni altra creatura a
questo mondo.
Avrei desiderato varcare quella soglia, avvicinarmi e guardarti con tutto il mio amore, prenderti la mano e chiederti
“come stai?” come se tutto questo fosse solo un brutto sogno da dimenticare. Avrei voluto abbracciarti, stringerti
forte a me come spesso mi chiedevi, con quell’aria da bambina che io non capivo e canzonavo. Potessi farlo ora,
piccola mia, ti terrei stretta a me più che posso, per tutta la mia vita.
Avessi potuto farlo almeno un’ultima volta…Dio, Ale non ci siamo nemmeno detti addio…
Coff! Coff!
Mi manca tutto di te, Ale. Vorrei averti ancora qui, vicino a me, seduta ancora al mio fianco in questa macchina che ci
ha tenuto compagnia durante alcuni dei nostri momenti migliori. Vorrei poter aggiustare la tua assenza, come col fi-
nestrino che ho rattoppato col nylon e che poi, dopo il carrozziere, tornerà come nuovo. Vorrei poterti riparare, averti
qui per prenderti in giro per le tue stupide paure, per darti pizzichi sulle gambe, per guardarti negli occhi e dirti che ti
amo, per prendere delicatamente la tua testa fra le mie mani e baciarti la bocca, e la fronte.
Ale tutto questo è terribile, è ingiusto, cosa abbiamo fatto per meritare quest’assurda tragedia?
[…]
- Eccoti dell’acqua. Andrea, ascoltami: devi esser forte, devi farti coraggio. Ale-
xandra vorrebbe che tu reagissi al dolore e allo sconforto. Perdonami, ragazzo, ma
è la prassi: sei proprio sicuro di non poterci dire nulla di significativo riguardo
all’aspetto degli aggressori? Non ricordi se, mentre eri a terra ancora in parte
cosciente, avevano qualcosa di particolare? Erano stranieri? Erano bianchi?
- Agente, mi spiace, quello che sapevo e che ho visto gliel’ho detto. Non so dirle
nulla: potevano essere extra-comunitari, potevano essere dei fottuti bulli nostrani…
non so, ero svenuto. Magari mi verrà in mente dopo. Quanto a quello che vorrebbe
Ale, credo non stia a lei dirlo. Non la conosceva nemmeno. Ora, se non le dispiace,
dovrei andare. Mia madre mi aspetta per pranzo, è rimasta sconvolta. Sa, teme che
ci possano essere “conseguenze traumatiche” per la mia psiche… è così presa dalle
sue fisime e dalle sue deformazioni professionali da terapeuta che non si è accorta
del fatto che io sono qui salvo, mentre Ale… sono i genitori di Ale che hanno
davvero motivo di stare male, di piangere, di andare in televisione e gridare contro
l’uomo, contro lo Stato, contro Dio.
Ti ricordi, Ale, quando accettai per la prima volta di venire la domenica a pranzo a casa tua? Ci conoscevamo da un
mese o poco più, ma tu me lo avevi già chiesto un migliaio di volte. Mille volte ti avevo risposto di no, sperando che
avresti smesso di chiedermelo.
Non me ne fregava niente dei tuoi. Non li conoscevo e nemmeno volevo conoscerli. Arrivammo addirittura a litigare
per questo, per il mio ennesimo rifiuto. Poi facemmo la pace, ebbi l’impressione di aver superato uno di quegli scogli
su cui s’infrangono le storie d’amore. Poi, quel sabato, esattamente una settimana dopo quel fatidico litigio, tu mi chie-
desti “domani a pranzo vuoi venire da me”?
Restai di sasso e poi cominciai a ridere di brutto: avevo capito che non mi sarei liberato di te tanto facilmente, che eri
tenera, ma sapevi anche essere un osso duro.
Ti amavo.
Presto capii anche che accettare era stato un errore. Quel pranzo, come gli altri pochi che seguirono, era squisito, ma
l’atmosfera no, non mi piaceva per niente. C’era qualcosa di strano, di innaturale: forse quella grande sala in cui man-
giavamo, così bella e così vuota, silenziosa, oppure tuo padre, che con un sorriso forzato mi diceva di chiamarlo
Alberto, di dargli del “tu”, ma dava puntualmente del “lei” a me, ogni qualvolta mi faceva il terzo grado sui miei studi.
Probabilmente non gli piacevo, non mi considerava alla tua altezza.
Non ci siamo mai presi, io e la tua famiglia. Ora, però, le cose sono cambiate. La tragedia che ci ha travolto ha spazzato
via in un lampo tutto il nostro stupido passato, ci ha unito. Ci ha unito perché ci ha reso soli. Adesso quelle puntigliose
osservazioni sul mio rendimento scolastico, quei discorsi sul mio modo di vestire, appaiono lontani, trascorsi. Non “su-
perati”, ma semplicemente inutili. In un certo senso, è come se siamo un’unica, nuova famiglia. Siamo come fratelli,
tutti figli del più grande dolore che poteva colpirci: la tua scomparsa.
Non so come farò, adesso, senza di te. Non è passato che un giorno, neppure tutto, e la tua assenza è già insopportabile.
Non oso pensare a domani…
Anche i tuoi sono a terra. Sono distrutti, annientati. Ma si riprenderanno, vedrai: Alberto è forte anche per tua madre.
Che carattere diverso che hanno.
Tua madre era lì immobile, in quella sala fredda, pareva fosse morta con te. L’ho abbracciata, mi ha dato una carezza
e poi è tornata a fissare il tuo lettino vuoto, ma in realtà il suo sguardo era perso chissà dove. Le sono rimasto accanto
per qualche minuto, ma non sono riuscito a strapparle niente di più di un’inutile domanda sul mio stato di salute.
Poco fuori la stanza, tuo padre, avresti dovuto vederlo. Era letteralmente imbestialito, come una belva che, ferita, si
agita e ringhia con ritrovato vigore, determinata a sbranare il suo avversario e chiunque altro si trovi lungo il suo cam-
mino. Mi ha fatto pensare a quegli eroi dei film storici, che durante la battaglia vengono infilzati con la spada, ma, an-
ziché morire come gli altri, se la sfilano dal ventre e con furore sovrumano feriscono a morte il loro nemico e almeno
altri venti dei suoi soldati, prima di cadere a terra, esanimi, a loro volta. Alberto era nel corridoio, all’entrata del reparto,
che sbraitava coi giornalisti, accusando chiunque: lo Stato, la polizia, l’ospedale stesso. Con i pugni stretti, la voce rauca
e la faccia contrita, davanti ai microfoni e alle telecamere minacciava di andare personalmente a dar fuoco a tutti i
campi nomadi della città, uno ad uno.
- Queste persone non devono essere calcolate come tali, chi ha fatto una cosa del genere non deve essere considerato
una persona. Li devono mandare via, lontano dai nostri confini, lontano dalle nostre case, lontano dai nostri figli – que-
sto ha detto tuo padre.
In realtà non è provato che siano stati degli extra-comunitari, ma l’opinione pubblica ha già deciso che sono stati loro.
Rom, rumeni, zingari, barboni, marocchini, tunisini, albanesi, algerini, in effetti, sono un pauroso miscuglio di troppi,
confusi ingredienti. La gente ha perso il conto, la gente ha perso la pazienza.
Tuo padre era evidentemente scosso, aveva perso il lume della ragione. Io mi trovo nella sua stessa situazione, e ne sono
consapevole, ciononostante il suo discorso mi appare sempre più sensato, ogni volta che ci penso.
In realtà era davvero “partito per la tangente”, roba da bomba nucleare o poco meno.
E pensare che quando mi ha visto uscire dalla stanza, dall’altra parte del corridoio, mi è venuto incontro urlandomi
come un matto, chiamandomi “assassino”. Ho capito la situazione: volevo andarmene, evitarlo, ma di fronte all’ascen-
sore mi ha raggiunto, e allora è iniziata una guerra che temevo ci portasse direttamente alla morte. Ci siamo urlati
contro, ci siamo accusati a vicenda di essere corresponsabili della tragedia. Alberto accusava me di averti condotta in
quel posto pericoloso, di essere uno “stronzo che ragiona solo col suo cazzo”; a mia volta io l’ho incolpato di avermi
e averci costretto a queste soluzioni, perché è troppo ottuso e stupido per capire che potendo stare tranquilli in casa,
a nessuno sarebbe mai saltato in mente di avventurarsi, una fredda notte di inverno, alla ricerca di un posto poco fre-
quentato. In quel momento ho creduto stesse per colpirmi, ma ha solo “finto” di farlo, dicendomi poi che è comunque
da pazzi andare in giro la notte, qualunque sia la meta; perché tra extra-comunitari, drogati, e ubriachi al volante di ogni
nazionalità, trovarsi per strada è pericolosissimo. Gli ho risposto che “salvarsi” la vita da queste cose, stando sempre
rinchiuso al sicuro della propria casa, non serve a nulla se poi, come succede troppe altre volte, a portarti all’altro
mondo è magari un tumore, una fuga di gas, un ladro che penetra sin dentro casa tua, per quanto sicura essa sia. A
quel punto stava per colpirmi davvero, ma per fortuna due infermieri si sono frapposti e ci hanno separato.
Forse ha ragione lui, forse ho anche ragione io.
La vera tragedia è che di fronte a quello che è successo la ragione può prendersela chi vuole, tanto non conta un cazzo.
Quello che conta è che tu non ci sei più, e che nessuno farà abbastanza per imparare da questo.
…Coff! Coff!
…Anzi, nessuno farà niente.
Ti aspetto, Ale…
- Mi perdoni, agente, ma non riesco a continuare in “questo stato”. Il mio povero
figlio… perché…? Perché è andata così?
- Signora, non si preoccupi, è naturale che sia in “questo stato”. Ci dispiace
molto. Noi lo abbiamo avuto qui ieri, e le giuro che non aveva dato l’impressione
di essere tanto sconvolto da fare un gesto del genere.
Io stesso, stamattina, sono rimasto di sasso quando ho saputo del gas di scarico
della macchina.
- E pensare che lo credevo in giro a sfogare la sua rabbia in modo costruttivo. Ora
è davvero finita. Ieri lo avevate qui, e oggi non c’è più. Dov’è, oggi, mio figlio?
E’ con quella lì, con la sua “Ale”. Glielo dicevo, io, di andarci piano. Aveva
tutta la vita davanti a sé per pensare con calma a queste cose… Ma diceva di non
poter vivere, senza di lei…
- Signora, si faccia coraggio…

Racconto solo.con te.

  • 1.
    SOLO. CON TE. di EdoardoSorani Pubblicato all’interno dell’antologia SCRIVIMI DI QUESTO TEMPO - EDILET - 2008
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    Coff! …Coff! - Vuoleun bicchiere d’acqua, prima di cominciare? - No, grazie, sto bene così. - Ragazzo, siamo tutti molto addolorati per quello che è successo. Ti siamo vicini e capiamo che questo non è il momento più adatto, ma sai bene che la prassi impone questo colloquio, per chiarire gli eventi e mettere i puntini sulle “i”. - Lo so, agente. - Bene, allora procediamo… Vogliamo darci del “tu”, Andrea? - Diamoci pure del “tu”, agente, va benissimo. - Bene Andrea, allora comincia pure a parlarci di come sono andate le cose, fin dal- l’inizio. Cerca di essere preciso e di non tralasciare nulla. …Coff! …Coff! “Come sono andate le cose” volevi sapere, agente Anselmi. Però per me non è possibile parlare solo dei semplici fatti; non adesso almeno. Adesso posso solo parlare della paura che ancora sento calda e forte nel mio corpo. Posso parlare del dolore, immenso per quello che è successo. Si dice che “a caldo” le nostre reazioni non siano lucide, obiettive; beh io credo che non mi raffredderò mai abbastanza, mi spiace. Quello che è successo l’altra sera, d’altronde, non può essere trattato come un semplice fatto. Dio… ancora non me ne capacito. Ale, mi manchi da impazzire. È solo un giorno che sono senza di te, e alla sera mi sento soffocare. Stamattina quei due stronzi di poliziotti erano lì a fare i comprensivi, usavano tutte parole infiocchettate di mille e più espressioni rassicuranti e incoraggianti, del tipo “fatti forza Andrea”, “coraggio, Andrea”. Si fa presto a tranquillizzare la gente con le parole, dopo le tragedie. Tranquillizzarla con le parole quando ogni giorno dovrebbero farlo coi fatti, che poi è il loro lavoro, e non lo fanno. E si comportano come se ciò non li sfiori minima- mente. Non sono le “forze dell’ordine”? Non dovrebbero proteggerci da quello per cui, dopo, ci tranquillizzano a pa- role? Che faccia tosta… avresti dovuto vederli, Ale. Ma che dico? Tu c’eri. Sicuramente eri lì, in quella stupida stanza con quel vetro tanto grande. C’eri anche tu, lì, con me e quei tre poliziotti, impettiti nelle loro divise perfettamente stirate. Eri lì al mio fianco, seduta accanto a me, di fronte ad Anselmi, a darmi la forza per continuare a parlare dell’altra sera, di quanto il mondo sia ingiusto e di quanto l’uomo sia cattivo, a tal punto da non meritarsi il mondo stesso. […] - Siamo andati a cena, come già avevamo fatto altre volte. Solito posto, solita trattoria “Da Enrico”. Siamo sempre andati là nelle occasioni particolari, e quello era il nostro sesto mese. - E dopo? Cosa è successo? - È successo che, pagato il conto, era in programma di concludere la serata al ci- nema, al secondo spettacolo. Invece poi, una volta entrati in macchina, stavamo così bene da soli, io e Ale, che abbiamo preferito fare un giro assieme, rimanendo al calduccio. Ad Ale la città, vista di notte, piaceva sempre molto. Guardava rapita quegli scenari di mille colori, creati da quel miscuglio di lampioni e luci diverse. Diceva che era bellissima, che era romantica, che non avrebbe mai sognato di essere in un posto migliore, sola con me in questa città bellissima… - Coraggio Andrea. A questo punto siete in macchina, usciti dal ristorante. Dove siete diretti? - L’idea era quella di fare una passeggiata e poi rientrare a casa: non è necessario fare tardi, specie se non si impegna il tempo in niente di particolarmente utile o divertente. - Quindi? - Beh, il giro in macchina stava ormai per concludersi e quindi l’inerzia ci avrebbe riportato verso casa di Alexandra, ma giunti al bivio, prima di imboccare la strada privata per casa sua, mi ha detto che voleva stare ancora un po’ sola con me, che era una sera da sogno e che non voleva che finisse tutto così presto. Ha detto che voleva stare con me. - Per questo vi siete poi appartati in macchina?
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    - Sì, manon siamo una coppietta in calore che voleva fare sesso e basta, mi risparmi quel tono da “non potevate proprio farne a meno?”. Non è per una questione di morale che siamo qui a parlare, ma per una questione di sicurezza, anzi di insicurezza. Lei crede di sapere come va il mondo, ma non eravamo lì per “fottere”; noi ci ama- vamo, volevamo solo un po’ di intimità, per parlare di noi senza essere disturbati. Il buio, d’altronde, elimina le distrazioni e fa scendere il sipario su questo mondo di merda in cui viviamo. Il buio ci permette di sognare e al contempo ci rende più uniti. Questo volevamo: sentirci uniti. Se solo il mondo fosse rimasto fuori dal nostro sogno… Coff! Coff! Te lo ricordi, amore mio? Quante volte ci siamo immersi nella magica atmosfera della notte? Tu ed io soli. I nostri corpi, avvolti l’uno all’altro, che si cercano, che si stringono, che si amano. Quanto ti piaceva quando prendevo la tua testa fra le mie mani, piano, e ti baciavo la fronte e poi la bocca. Mi dicevi che ero delicato, che ero speciale. E io amavo sentirmi speciale, solo con te e solo per te. Avrei tanto voluto vivere ieri ancora tutto questo, ancora, avrei voluto viverlo ogni giorno sino alla fine dei miei giorni. Ma ieri… cosa ha combinato Dio? Ha girato la testa dall’altra parte, ha ignorato il nostro bisogno d’aiuto, si è reso com- plice di quei bastardi. Bastardo anche lui. Bastardo il mondo in cui viviamo, dove due persone intente ad amarsi possono essere strappate l’una all’altra dalla pura violenza. […] - Agente, ho fermato la macchina lungo il marciapiede che costeggia parco S. Teo- doro, tra una Peugeot e il cassonetto. - C’era qualcuno oltre a voi due? - Certo che no. Soli in macchina io e Ale e soli in quella strada, o almeno pensa- vamo. - Non hai notato nessun individuo sospetto, nessuna cosa, nell’ambiente, che ti ha messo in guardia? - Ripeto, no. E comunque è ovvio che non mi sia soffermato a guardare dietro ogni cespuglio, anche se di questi tempi sarebbe questa l’unica cosa da fare, oltre na- turalmente ad andare in giro armati e scortati da un esercito. - Adesso continua, Andrea, e cerca di farti venire in mente ogni dettaglio, soprat- tutto circa l’aspetto dei tuoi aggressori. - Cosa vuole che le dica, è ancora tutto così confuso. Ricordo che ci stavamo ri- lassando, avevamo abbassato i sedili ed eravamo stesi l’uno a fianco dell’altro. - Probabilmente, però, i vetri appannati rivelavano la presenza di qualcuno all’in- terno della vettura. - Probabilmente… ad ogni modo, in un istante prima un’ombra e poi un rumore fortis- simo ci hanno sorpresi, quei tipi hanno fracassato il mio finestrino e mi hanno col- pito alla testa con un pugno o qualcosa del genere… - In realtà una mazza, un arnese di legno, lo stesso che hanno presumibilmente usato per mandare in frantumi il finestrino. - Bastardi figli di puttana. - …e questo è il punto dal quale poi non ricordi o non hai visto più nulla, giusto? - Giusto. Più che altro mi tornano in mente dei rumori: altri vetri che si rompono, risate, urla, parole che non conosco… le grida, le grida di Ale. O mio Dio… Ho sentito che chiamavi il mio nome, che lo urlavi a gran voce, con tutte le forze che avevi in corpo. Ricordo l’erba bagnata, in cui affondava il mio viso. A pochi metri da me, nel parco, ombre confuse, esseri immondi che parlano una lingua che non capisco. Capisco poco, il mio sguardo è vicino a perdersi. Capisco che ti fanno del male, capisco che stanno abusando di te, capisco che è la fine e io non posso fare nulla. Ricordo di aver pensato di urlare a mia volta, di gridare con tutto me stesso di lasciarti stare, ma non più che un sussurro, nell’aria umida, sono state le mie parole. Mio Dio, Ale, non me lo perdonerò mai. Tu forse lo hai già fatto, o magari diresti che non è colpa mia, ma io non riesco a sopportare tutto questo …Coff! …Coff! Quando, circa sei mesi fa, giurammo che ci saremmo amati per sempre, io ti chiamai “principessa” e tu mi dicesti che ero il principe più bello e dolce del mondo. Ti dissi che per te ci sarei sempre stato, che ti avrei protetta da ogni pericolo
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    e salvata daogni insidia. Ora ti ho perso, per sempre, e queste parole ormai sembrano più un gioco che un grande amore. Non ti ho protetto, Ale, perdonami. Perdonami anche per non averti salutato oggi, all’obitorio. Non ho avuto la forza di entrare, di vedere il tuo corpo mal- ridotto, di sentirlo freddo, immobile, senza quella scintilla di vita che sembrava animarti più d’ogni altra creatura a questo mondo. Avrei desiderato varcare quella soglia, avvicinarmi e guardarti con tutto il mio amore, prenderti la mano e chiederti “come stai?” come se tutto questo fosse solo un brutto sogno da dimenticare. Avrei voluto abbracciarti, stringerti forte a me come spesso mi chiedevi, con quell’aria da bambina che io non capivo e canzonavo. Potessi farlo ora, piccola mia, ti terrei stretta a me più che posso, per tutta la mia vita. Avessi potuto farlo almeno un’ultima volta…Dio, Ale non ci siamo nemmeno detti addio… Coff! Coff! Mi manca tutto di te, Ale. Vorrei averti ancora qui, vicino a me, seduta ancora al mio fianco in questa macchina che ci ha tenuto compagnia durante alcuni dei nostri momenti migliori. Vorrei poter aggiustare la tua assenza, come col fi- nestrino che ho rattoppato col nylon e che poi, dopo il carrozziere, tornerà come nuovo. Vorrei poterti riparare, averti qui per prenderti in giro per le tue stupide paure, per darti pizzichi sulle gambe, per guardarti negli occhi e dirti che ti amo, per prendere delicatamente la tua testa fra le mie mani e baciarti la bocca, e la fronte. Ale tutto questo è terribile, è ingiusto, cosa abbiamo fatto per meritare quest’assurda tragedia? […] - Eccoti dell’acqua. Andrea, ascoltami: devi esser forte, devi farti coraggio. Ale- xandra vorrebbe che tu reagissi al dolore e allo sconforto. Perdonami, ragazzo, ma è la prassi: sei proprio sicuro di non poterci dire nulla di significativo riguardo all’aspetto degli aggressori? Non ricordi se, mentre eri a terra ancora in parte cosciente, avevano qualcosa di particolare? Erano stranieri? Erano bianchi? - Agente, mi spiace, quello che sapevo e che ho visto gliel’ho detto. Non so dirle nulla: potevano essere extra-comunitari, potevano essere dei fottuti bulli nostrani… non so, ero svenuto. Magari mi verrà in mente dopo. Quanto a quello che vorrebbe Ale, credo non stia a lei dirlo. Non la conosceva nemmeno. Ora, se non le dispiace, dovrei andare. Mia madre mi aspetta per pranzo, è rimasta sconvolta. Sa, teme che ci possano essere “conseguenze traumatiche” per la mia psiche… è così presa dalle sue fisime e dalle sue deformazioni professionali da terapeuta che non si è accorta del fatto che io sono qui salvo, mentre Ale… sono i genitori di Ale che hanno davvero motivo di stare male, di piangere, di andare in televisione e gridare contro l’uomo, contro lo Stato, contro Dio. Ti ricordi, Ale, quando accettai per la prima volta di venire la domenica a pranzo a casa tua? Ci conoscevamo da un mese o poco più, ma tu me lo avevi già chiesto un migliaio di volte. Mille volte ti avevo risposto di no, sperando che avresti smesso di chiedermelo. Non me ne fregava niente dei tuoi. Non li conoscevo e nemmeno volevo conoscerli. Arrivammo addirittura a litigare per questo, per il mio ennesimo rifiuto. Poi facemmo la pace, ebbi l’impressione di aver superato uno di quegli scogli su cui s’infrangono le storie d’amore. Poi, quel sabato, esattamente una settimana dopo quel fatidico litigio, tu mi chie- desti “domani a pranzo vuoi venire da me”? Restai di sasso e poi cominciai a ridere di brutto: avevo capito che non mi sarei liberato di te tanto facilmente, che eri tenera, ma sapevi anche essere un osso duro. Ti amavo. Presto capii anche che accettare era stato un errore. Quel pranzo, come gli altri pochi che seguirono, era squisito, ma l’atmosfera no, non mi piaceva per niente. C’era qualcosa di strano, di innaturale: forse quella grande sala in cui man- giavamo, così bella e così vuota, silenziosa, oppure tuo padre, che con un sorriso forzato mi diceva di chiamarlo Alberto, di dargli del “tu”, ma dava puntualmente del “lei” a me, ogni qualvolta mi faceva il terzo grado sui miei studi. Probabilmente non gli piacevo, non mi considerava alla tua altezza. Non ci siamo mai presi, io e la tua famiglia. Ora, però, le cose sono cambiate. La tragedia che ci ha travolto ha spazzato via in un lampo tutto il nostro stupido passato, ci ha unito. Ci ha unito perché ci ha reso soli. Adesso quelle puntigliose osservazioni sul mio rendimento scolastico, quei discorsi sul mio modo di vestire, appaiono lontani, trascorsi. Non “su- perati”, ma semplicemente inutili. In un certo senso, è come se siamo un’unica, nuova famiglia. Siamo come fratelli, tutti figli del più grande dolore che poteva colpirci: la tua scomparsa.
  • 5.
    Non so comefarò, adesso, senza di te. Non è passato che un giorno, neppure tutto, e la tua assenza è già insopportabile. Non oso pensare a domani… Anche i tuoi sono a terra. Sono distrutti, annientati. Ma si riprenderanno, vedrai: Alberto è forte anche per tua madre. Che carattere diverso che hanno. Tua madre era lì immobile, in quella sala fredda, pareva fosse morta con te. L’ho abbracciata, mi ha dato una carezza e poi è tornata a fissare il tuo lettino vuoto, ma in realtà il suo sguardo era perso chissà dove. Le sono rimasto accanto per qualche minuto, ma non sono riuscito a strapparle niente di più di un’inutile domanda sul mio stato di salute. Poco fuori la stanza, tuo padre, avresti dovuto vederlo. Era letteralmente imbestialito, come una belva che, ferita, si agita e ringhia con ritrovato vigore, determinata a sbranare il suo avversario e chiunque altro si trovi lungo il suo cam- mino. Mi ha fatto pensare a quegli eroi dei film storici, che durante la battaglia vengono infilzati con la spada, ma, an- ziché morire come gli altri, se la sfilano dal ventre e con furore sovrumano feriscono a morte il loro nemico e almeno altri venti dei suoi soldati, prima di cadere a terra, esanimi, a loro volta. Alberto era nel corridoio, all’entrata del reparto, che sbraitava coi giornalisti, accusando chiunque: lo Stato, la polizia, l’ospedale stesso. Con i pugni stretti, la voce rauca e la faccia contrita, davanti ai microfoni e alle telecamere minacciava di andare personalmente a dar fuoco a tutti i campi nomadi della città, uno ad uno. - Queste persone non devono essere calcolate come tali, chi ha fatto una cosa del genere non deve essere considerato una persona. Li devono mandare via, lontano dai nostri confini, lontano dalle nostre case, lontano dai nostri figli – que- sto ha detto tuo padre. In realtà non è provato che siano stati degli extra-comunitari, ma l’opinione pubblica ha già deciso che sono stati loro. Rom, rumeni, zingari, barboni, marocchini, tunisini, albanesi, algerini, in effetti, sono un pauroso miscuglio di troppi, confusi ingredienti. La gente ha perso il conto, la gente ha perso la pazienza. Tuo padre era evidentemente scosso, aveva perso il lume della ragione. Io mi trovo nella sua stessa situazione, e ne sono consapevole, ciononostante il suo discorso mi appare sempre più sensato, ogni volta che ci penso. In realtà era davvero “partito per la tangente”, roba da bomba nucleare o poco meno. E pensare che quando mi ha visto uscire dalla stanza, dall’altra parte del corridoio, mi è venuto incontro urlandomi come un matto, chiamandomi “assassino”. Ho capito la situazione: volevo andarmene, evitarlo, ma di fronte all’ascen- sore mi ha raggiunto, e allora è iniziata una guerra che temevo ci portasse direttamente alla morte. Ci siamo urlati contro, ci siamo accusati a vicenda di essere corresponsabili della tragedia. Alberto accusava me di averti condotta in quel posto pericoloso, di essere uno “stronzo che ragiona solo col suo cazzo”; a mia volta io l’ho incolpato di avermi e averci costretto a queste soluzioni, perché è troppo ottuso e stupido per capire che potendo stare tranquilli in casa, a nessuno sarebbe mai saltato in mente di avventurarsi, una fredda notte di inverno, alla ricerca di un posto poco fre- quentato. In quel momento ho creduto stesse per colpirmi, ma ha solo “finto” di farlo, dicendomi poi che è comunque da pazzi andare in giro la notte, qualunque sia la meta; perché tra extra-comunitari, drogati, e ubriachi al volante di ogni nazionalità, trovarsi per strada è pericolosissimo. Gli ho risposto che “salvarsi” la vita da queste cose, stando sempre rinchiuso al sicuro della propria casa, non serve a nulla se poi, come succede troppe altre volte, a portarti all’altro mondo è magari un tumore, una fuga di gas, un ladro che penetra sin dentro casa tua, per quanto sicura essa sia. A quel punto stava per colpirmi davvero, ma per fortuna due infermieri si sono frapposti e ci hanno separato. Forse ha ragione lui, forse ho anche ragione io. La vera tragedia è che di fronte a quello che è successo la ragione può prendersela chi vuole, tanto non conta un cazzo. Quello che conta è che tu non ci sei più, e che nessuno farà abbastanza per imparare da questo. …Coff! Coff! …Anzi, nessuno farà niente. Ti aspetto, Ale… - Mi perdoni, agente, ma non riesco a continuare in “questo stato”. Il mio povero figlio… perché…? Perché è andata così? - Signora, non si preoccupi, è naturale che sia in “questo stato”. Ci dispiace molto. Noi lo abbiamo avuto qui ieri, e le giuro che non aveva dato l’impressione di essere tanto sconvolto da fare un gesto del genere. Io stesso, stamattina, sono rimasto di sasso quando ho saputo del gas di scarico della macchina. - E pensare che lo credevo in giro a sfogare la sua rabbia in modo costruttivo. Ora è davvero finita. Ieri lo avevate qui, e oggi non c’è più. Dov’è, oggi, mio figlio? E’ con quella lì, con la sua “Ale”. Glielo dicevo, io, di andarci piano. Aveva tutta la vita davanti a sé per pensare con calma a queste cose… Ma diceva di non
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    poter vivere, senzadi lei… - Signora, si faccia coraggio…