PLATONE
Disegno di Giovanni Pietro Bellori,
1685
Prof. Carola Catenacci - FILOSOFIA - classi terze
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Importanza nella storia del pensiero
Il filosofo britannico Alfred North Whitehead - autore, insieme a Bertrand Russell, di un’
opera intitolata Principia Matematica (1910-13), da cui è scaturita gran parte della logica
del ventesimo secolo – ha scritto che l'intera tradizione filosofica europea potrebbe
essere letta come una lunga serie di note alle opere di Platone.
In effetti, Platone formula e tenta di risolvere tutti i problemi che sono poi divenuti tipici
della filosofia:
• che cosa esiste, e come esiste? –> ontologia (teoria dell’essere)
• che cosa posso conoscere? –> gnoseologia (teoria della conoscenza)
ed epistemologia (teoria della scienza)
• com’è fatto l’uomo? –> antropologia (studio dell’essere umano)
• come è articolata la sua psiche (“anima”)? –> psicologia (studio della psiche umana)
• quali princìpi devono regolare
il mio rapporto con gli altri uomini? –> etica (teoria della morale)
• cosa è, o dovrebbe essere, uno stato? –> filosofia politica
• come è fatto l’universo (“cosmo”)? –> cosmologia (teoria dell’universo)
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La vita e il momento storico
Platone visse a lungo, 81 anni, a cavallo fra V e IV secolo a.C. (428-347).
Nacque ad Atene da famiglia aristocratica, ma non da una famiglia qualsiasi:
Platone
Aristone
(padre)
Perictione
(madre)
Crizia
(cugino della madre, a capo
dei 30 tiranni nel 404-3)
Codro
(ultimo re
di Atene)
Dropide
(amico e parente
di Solone, uno dei
sette Saggi)
Socrate, maestro di Platone, condannato a morte nel 399 a.C.
Con un re e un saggio legislatore fra i suoi antenati, Platone appare destinato all’ esercizio del
potere, ma un potere accompagnato dalla legge e dalla ragione: diverso quindi da quello
violento esercitato da suo zio Crizia nel 404-3, ma in grado di opporsi anche al governo del
demos: la “irrazionale” democrazia restaurata in Atene dopo la cacciata dei Tiranni, che aveva
messo a morte il suo maestro Socrate.
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Il progetto politico-filosofico
Il giovane Platone è dunque il più tipico rappresentante di quei rampolli dell’
aristocrazia ateniese che si preparavano con entusiasmo (anche mediante lo
studio presso dei maestri) a ricoprire un ruolo politico nell’ambito della loro città.
Ma il processo a Socrate nel 399 gli fece perdere ogni fiducia nella possibilità
di poter cambiare dall’interno il quadro sociale, etico e politico di Atene.
Platone sviluppa quindi il progetto di realizzare (in qualche luogo) un potere che:
 resti fondamentalmente aristocratico nel suo assetto sociale
(il governo è nelle mani di pochi, che sono i migliori)
 disponga di giustificazioni e progettualità valide non per un solo ceto, ma per
l’intero corpo politico di una città (il governo realizza il BENE COMUNE)
Il progetto si basa, in parte, sul principio dell’intellettualismo etico appreso da
Socrate: chiunque conosca cosa è il bene, non può voler far altro che compierlo.
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Articolazione del progetto platonico
Il progetto platonico si articola su due piani:
 organizzare, in Atene, un gruppo politico-intellettuale in grado di
rappresentare concretamente un’unione di politica, saggezza e sapere
 a questo fine, Platone fonderà nel 387 l’ACCADEMIA, la scuola dove
svolgerà il suo insegnamento, con il fine di formare i futuri reggitori dello
Stato (i “filosofi-re”)
 cercare una realtà politica, un centro di potere, che accettasse il suo
progetto di ricostruzione della società, permettendogli di realizzarlo
 a questo fine, Platone compirà tre viaggi in Magna Grecia: nel primo (388),
cercherà di coinvolgere nel suo progetto Archita, tiranno di Taranto, e poi il
tiranno di Siracusa, Dionisio il Vecchio; nel secondo (366) ritenterà con il
successore di quest’ultimo, Dionisio il Giovane; e farà un ultimo tentativo,
sempre a Siracusa, nel 361.
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L’Accademia
Fondata da Platone nel 387 a.C., resterà attiva anche dopo la sua morte, retta da
diversi “scolarchi”, e (salvo brevi periodi di inattività) cesserà di esistere solo nel
529 d.C., quando l’imperatore bizantino Giustiniano decreterà la chiusura di tutte le
scuole filosofiche di Atene.
Il nome deriva dall’eroe Akademos, cui era dedicato un bosco sacro nei pressi del
ginnasio che Platone acquistò per fondarvi la scuola. “Ginnasi”, nell’antica Grecia,
erano detti i luoghi dove i giovani si esercitavano negli esercizi ginnici; tali luoghi
erano usati anche per l’educazione e lo svago.
L’Accademia era, al tempo stesso:
 un’istituzione religiosa, dedicata al culto delle Muse, sul modello delle comunità
pitagoriche
 un’organizzazione politica, che raccoglieva i giovani aristocratici dell’intera
Grecia
 un grande istituto di educazione superiore, il primo di questo genere nella storia
In essa, maestri e discepoli conducevano una vita in comune, basata sulla
condivisione del progetto etico-politico di Platone e dell’idea che esso dovesse
basarsi sul sapere filosofico-scientifico.
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Le Muse
Esse erano:
• Clio, colei che rende celebri, la Storia, con una pergamena in mano;
• Talia, festiva, la Commedia, con una maschera, una ghirlanda d'edera ed un
bastone;
• Erato, che provoca desiderio, la Poesia amorosa, con la lira;
• Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto;
• Polimnia, dai molti inni, il Mimo, senza alcun oggetto;
• Calliope, dalla bella voce, la Poesia epica, con una tavoletta ed un libro;
• Tersicore, che si diletta della danza, la Danza, con plettro e lira;
• Urania, la celeste, l'Astronomia, con un bastone puntato al cielo;
• Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera, una spada ed il
bastone.
Clio, Talia, Erato, Euterpe,
Polimnia, Calliope, Tersicore,
Urania e Melpomene, sarcofago
in marmo (Parigi, Louvre).
Nella mitologia greca (e poi in
quella romana), erano le figlie di
Zeus e Mnemosine (dea della
memoria), ed erano le protettrici
delle arti e delle scienze. A loro
volta, erano protette da Apollo,
dio della luce e dell’intelletto.
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I viaggi di Platone
Primo viaggio: nel 388 Platone si recò
 a Taranto, dove il potere era retto in modo stabile da Archita, un tiranno proveniente dalla scuola
pitagorica, che sembrava incarnare la possibilità di una fusione di politica e sapere;
 a Siracusa, in Sicilia, dove dominava, dall’inizio del IV secolo, il tiranno Dionisio, del cui giovane
cognato (Dione) Platone era stato maestro e amico; i rapporti con Dionisio divennero però difficili,
e Platone fu costretto a scappare da Siracusa (nel viaggio di ritorno, fra l’altro, fu preso schiavo
nell’isola di Egina, a 50 km da Atene, e poi riscattato da amici ateniesi).
Secondo viaggio: nel 367 Dionisio morì, e gli succedette il figlio Dionisio il Giovane, sul quale Dione
riteneva di avere una grande influenza; perciò Platone fu richiamato a Siracusa dove giunse nel 366.
L’intento di Platone e Dione di sostituirsi a Dionisio nell’esercizio effettivo del potere non sfuggì però al
tiranno, che condannò Dione all’esilio e tenne prigioniero Platone per un certo tempo prima di lasciarlo
libero di tornare ad Atene.
Terzo viaggio: ormai vecchio, nel 361 Platone tornò a Siracusa per convincere Dionisio a richiamare
dall’esilio Dione, ma anche questo tentativo fallì, e Platone riuscì a tornare ad Atene solo grazie ad un
intervento di Archita in suo favore. Dione, anche senza Platone, tentò di prendere il potere a Siracusa
con la forza (e con l’appoggio, in mezzi e uomini, dell’Accademia), ma morì assassinato nel 353. Di lì
a poco, ad Atene, morirà anche Platone (nel 347 a.C.).
Le informazioni su questi viaggi ce le ha lasciate Platone stesso, nelle sue Lettere (in particolare, le
lettere VII e VIII, scritte nel periodo della vecchiaia).
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La FORMA e la METODOLOGIA del progetto
Sul piano teorico, Platone è l’erede naturale della tradizione filosofica aristocratico-sacerdotale
(Pitagora, Eraclito, Parmenide), di cui riprende le scissioni:
realtà (Essere) / apparenza (fenomeni)
verità (scienza) / opinione (doxa)
ragione (anima) / sensi (corpo)
acropoli (aristocrazia) / agorà (demos)
Ma è anche erede della tradizione soloniana (leggi e giustizia universalmente accettate), della
sofistica (necessità di convincere i propri interlocutori) e soprattutto di Socrate:
necessità di MEDIARE tra le scissioni
stabilire una COMUNICAZIONE tra i poli opposti
DIMOSTRARE che il vero sapere è fondamento di politica giusta e vita felice per tutti
Per rispondere a queste esigenze, Platone inventa una nuova forma per la comunicazione filosofica:
il DIALOGO
che si presenta come la trascrizione di una discussione filosofica cui prendono parte:
 uno o più interlocutori, che rappresentano il sapere del demos, legato all’opinione
 un filosofo, che confuta gli interlocutori e li incita a volgersi ad un sapere superiore
 un dialettico (= che esercita l’arte del discutere), che media tra i due poli della verità e
dell’opinione, convincendo della bontà della prima, e che in quasi tutti i dialoghi platonici è
rappresentato col nome e l’atteggiamento di Socrate.
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Lo STRUMENTO CONCETTUALE
per avviare il progetto
All’inizio del IV secolo non è più possibile limitarsi a contrapporre verità e opinione: sia le discipline
teoriche (matematica, astronomia), sia quelle tecniche (la medicina, l’architettura) si sono altamente
evolute e specializzate. Il primo obiettivo di Platone è quello di istituire una gerarchia rigorosa fra tutte
le diverse forme di sapere.
Per istituire una gerarchia, bisogna identificare il fondamento dal quale tutte le discipline dipendono,
un nucleo concettuale di partenza. Tale fondamento è anche ciò su cui si basa la sapienza superiore dei
filosofi.
Platone identificherà questo fondamento nella TEORIA DELLE IDEE.
Le IDEE occupano in Platone quello che in Parmenide era il livello dell’ESSERE: sono il fondamento di
ciò che esiste e l’oggetto principale della filosofia. Un oggetto, però, non più unitario e indifferenziato
come l’essere parmenideo, ma pluralistico e ordinatamente articolato come lo erano ormai le
scienze in cui si era suddiviso il sapere teorico dell’epoca (in primo luogo, aritmetica e geometria).
Per capire cosa sono le IDEE platoniche, bisogna rifarsi al primo argomento da cui prende le mosse lo
sviluppo della filosofia di Platone: una confutazione del relativismo etico e conoscitivo teorizzato
dai sofisti.
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Teoria delle IDEE: confutazione del relativismo sofistico
Secondo la prospettiva di sofisti come Protagora, il “giusto”, o il “vero” non sono valori assoluti, ma
diversi a seconda delle culture o delle prospettive individuali. Non esisterebbe, dunque, una verità
uguale per tutti: conclusione che era già stata messa in discussione da Socrate, e la cui confutazione
è l’obiettivo primario di Platone.
Dal punto di vista linguistico, il relativismo si traduce nel fatto che enunciati come “x è giusto” o “x è buono”
possano variare di significato a seconda dei punti di vista e dell’utilità.
Se le cose stessero così, allora sarebbe impossibile stabilire la verità o falsità dei giudizi in cui compaiono
i predicati buono e giusto.
NB: Un giudizio è un enunciato in cui un soggetto (ad esempio, x) e un predicato (ad esempio, giusto)
sono uniti mediante la “copula” è.
ESEMPIO: “La nuvola è bianca” , “Il tuo mantello è bianco”
“Socrate è buono”, “Gli dei sono buoni”
“Gli dei sono giusti”, “Pericle è giusto”
Come faccio a stabilire se (e quando) queste frasi sono vere o false?
Come faccio anche solo a capire cosa esse affermano di volta in volta?
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Teoria delle IDEE: il problema della verità degli enunciati
Aristotele dirà, tempo dopo, che un giudizio è vero quando la copula unisce un soggetto e un predicato
che sono “realmente uniti”, cioè quando la frase “rispecchia” uno stato di cose nel mondo:
“la nuvola è bianca”
giudizio vero
“la nuvola è bianca”
giudizio falso
Platone, invece, si chiede in base a cosa noi riusciamo a stabilire che, nel secondo caso, il giudizio è
falso: analizzare il contenuto delle nostre percezioni non basta, serve un CRITERIO, una PIETRA DI
PARAGONE, per stabilire cosa è “bianco” (o cosa è “nero”):
la nuvola è “bianca”
BIANCO = .... ?
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Teoria delle IDEE: la costanza dei SIGNIFICATI
Un’analisi del linguaggio, ci fa notare Platone, ci mostra che all’infinita variabilità e molteplicità dei
soggetti corrisponde una relativa costanza e univocità di significato dei predicati.
Ad esempio, noi diciamo:
“il cane è buono”, “gli dèi sono buoni”, “Socrate è buono”;
e anche:
“giusto è il parere della maggioranza”, “giusto è il volere del più forte”, “giusto è il consiglio del filosofo”.
Quindi, o queste affermazioni non hanno nessun senso, oppure:
a. il predicato (buono, giusto) conserva una sua permanenza di significato nel variare delle sue
attribuzioni a soggetti diversissimi, e
b. questo significato che si conserva è indipendente dai soggetti stessi, giacché di essi si può
predicare anche l’opposto (gli dèi sono buoni verso i giusti, cattivi verso gli empi).
Perchè queste attribuzioni abbiano senso, bisogna che i predicati si basino su qualcosa di:
 permanente e immutabile,
 che esiste al di fuori della variabilità dei soggetti,
 che non ha natura linguistica,
 dotato di esistenza autonoma.
Questo “qualcosa” Platone lo chiama IDEA.
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Teoria delle IDEE: rapporto LINGUAGGIO - ESSERE
L’attribuzione di predicati rispecchia quindi, nel LINGUAGGIO, un rapporto nel campo dell’ESSERE:
“x è giusto” corrisponde a o “giustizia in sé”
x y z ...
Al variare delle condizioni, x potrà piuttosto rientrare nella sfera di significati propri dell’idea di
INGIUSTO; mentre la stessa idea (GIUSTO, BUONO, ecc.) potrà qualificare, oltre a x, tutta l’infinita
molteplicità dei soggetti (y, z, ecc.).
Platone espose queste osservazioni nel Cratilo, un dialogo che appartiene al gruppo degli scritti
cosiddetti “del primo periodo” (giovanili), dedicati perlopiù alla figura di Socrate e alla confutazione dei
sofisti (di cui Cratilo era un rappresentante). Il dialogo è dedicato alla discussione, appunto, del
rapporto tra linguaggio umano e conoscenza delle cose (ossia, della realtà). Per Platone, a differenza
che per Cratilo, bisogna cercare, aldilà delle parole, la natura vera delle cose. Il linguaggio può essere
inesatto (“si può dire il falso”), quindi il criterio di verità o falsità dei giudizi deve risiedere in qualcosa di
stabile al di fuori del linguaggio (ossia, nelle IDEE, che fanno la loro prima comparsa in questo testo).
idea di giusto
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dal Cratilo:
“Socrate: Se quindi né per tutti tutte le cose sono allo stesso modo e
sempre [gli dei sono buoni in taluni casi, cattivi in altri], né per
ciascuno in un suo modo particolare ogni cosa [ciascuno dà il
significato che vuole a “buono” e “cattivo”, cambiandolo di volta
in volta], è ben chiaro che codeste cose [ciò che è buono e ciò
che è cattivo] hanno in se stesse una lor propria e stabile
essenza, non dipendono da noi [ci trascendono], né da noi
sono tratte in su e in giù secondo la immaginazione nostra,
bensì esistono per se stesse, senz’altro rapporto che con la
loro essenza, così come sono per natura.”
Nel manuale (Abbagnano-Fornero), il brano è riportato con più ampiezza alle pp. 184-5; qui, i chiarimenti
riportati fra parentesi quadre sono miei.
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Significato del termine “idea”
Nel significato del linguaggio di oggi un’ “idea” è una rappresentazione mentale, un
pensiero del nostro intelletto, cioè qualcosa di psicologico (che sta nella nostra psiche,
nella nostra testa).
Per Platone, invece, l’idea è l’opposto del pensiero, è ciò a cui il pensiero si rivolge
quando pensa: è qualcosa che esiste di per sé, in modo assoluto e reale, indipendente
dall’uomo (trascendente = al di fuori, oltre, separato, superiore), e che corrisponde al
vero essere (dimensione ontologica della teoria delle idee).
“Idea” viene dal greco “idéin” = vedere, e in origine si riferiva alla forma esteriore, visibile
con gli occhi, delle cose. Con Platone, invece, l’idea diviene oggetto di una visione
intellettuale (può essere vista solo “con gli occhi della mente”): essa corrisponde alla
forma interiore, l’”essenza” (ousía) o realtà vera delle cose.
La realtà dell’idea appartiene a un piano diverso rispetto a quello della realtà sensibile (le
cose che vediamo e tocchiamo), ossia al piano della realtà intelligibile, che può essere
colta solo dal pensiero (intelletto).
La dottrina delle idee viene esposta per la prima volta in modo dettagliato nel Fedone
(opera appartenente al gruppo del periodo della maturità).
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Il ruolo della teoria delle idee:
rendere possibile la conoscenza
L’idea esprime quello che una cosa è (il “ti èsti” dell’indagine socratica). La conoscenza
umana è possibile, ci dice Platone, perché:
• esiste questa realtà vera delle cose,
• il nostro pensiero può coglierla (afferrarla, capirla, “vederla”),
• questa realtà è sempre identica a se stessa (è un fondamento sicuro per edificare la
scienza)
Questo aspetto della teoria di Platone è stato definito in seguito (nell’età moderna) realismo
gnoseologico: è la dottrina che vede nella mente uno specchio, o riproduzione, di ciò che
esiste, e che si può riassumere con l’assioma “quale l’essere, tale il conoscere”. Questa
dottrina assume che il criterio di validità (verità o falsità) del pensiero, e quindi del linguaggio
con cui esprimiamo il nostro pensiero, sia dato dalla sua capacità di assimilarsi e
corrispondere all’essere (realtà vera).
La conoscenza vera, per Platone, è dunque conoscenza e “contemplazione” delle idee, che
sono modelli ideali (o “paradigmi”) sempre identici a se stessi, e rappresentano un mondo di
concetti e valori che sono guide sicure per la vita intellettuale, etica e politica dell’uomo.
Le idee, quindi, sono le sostanze immutabili che costituiscono l’oggetto della scienza.
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Se le idee sono TRASCENDENTI,
dove e come esistono?
1. Ma, se le idee sono separate dalle cose sensibili e dalla mente umana, dove e
come esistono?
Platone, nel Fedro (altro dialogo del periodo della maturità) ci dice che le idee
risiedono in una mitica regione “sopraceleste” detta, appunto, iperuranio (da
hypér, “oltre”, e ouránios, “cielo”). Si tratta di un luogo al di fuori dello spazio (il
cielo, per gli antichi, racchiudeva tutto lo spazio) e immateriale: gli studiosi non
sono d’accordo se intendere l’iperuranio come una semplice metafora poetica del
diverso modo di esistenza delle idee (che, in realtà, sarebbero i criteri mentali
astratti attraverso cui noi pensiamo gli oggetti), oppure come un luogo vero e
proprio, analogo all’aldilà dei cristiani. Tutte e due queste interpretazioni
appaiono, in parte, come forzature del pensiero di Platone.
Molti matematici sono sostenitori della visione platonica, intesa come metafora: un
esempio di come esistono le idee, essi dicono, ci è offerto dagli enti matematici.
Le idee di “uguaglianza”, “triangolo” e “numero”, pur esistendo di per sé, al di
fuori dello spazio e del tempo e indipendentemente dagli intelletti umani, non per
questo esistono in un ipotetico mondo aldilà.
[Si potrebbe osservare che i matematici, quindi, sono altrettanto indecifrabili di
Platone... Alcuni di essi, tuttavia, ritengono che gli enti matematici siano dipendenti
dalla mente umana, siano delle “costruzioni” mentali: questo spiegherebbe dove
esistono, ma è un’ipotesi incompatibile col pensiero platonico.]
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Se le idee sono TRASCENDENTI,
come fa il nostro pensiero a “coglierle”?
2. Se le idee sono indipendenti e separate dall’intelletto umano ed esistono
nell’iperuranio, come può arrivare l’uomo a “contemplarle intellettualmente”?
Platone affronta questa questione nel Menone, ma anche nel Fedone e nel Fedro.
Egli si rifà alla teoria pitagorica della metempsicosi (o trasmigrazione e
reincarnazione delle anime, considerate immortali rispetto ai corpi che abitano) ed
afferma che la nostra anima, prima di calarsi nel corpo presente con la nascita, è
vissuta (disincarnata) nel mondo delle idee, al quale ritornerà dopo la morte. Fra una
vita e l’altra, dunque, l’anima ha potuto contemplare gli esemplari perfetti delle cose.
Una volta incarnata nel nostro mondo, l’anima conserva un ricordo vago di ciò che ha
veduto nell’iperuranio. L’esperienza delle cose sensibili funziona come stimolo ed
occasione per ricordare le idee (di cui le cose, come Platone spiegherà, sono le “copie
sbiadite”). In questo senso, “conoscere è ricordare” (teoria della reminiscenza).
La gnoseologia di Platone è dunque una forma di “innatismo” (una teoria spesso
associata al pensiero razionalistico), in quanto assume che la conoscenza non derivi
dall’esperienza sensibile (che serve solo a sollecitare il ricordo), bensì da metri di
giudizio (forme, idee, princìpi) connaturati alla mente umana e presenti in essa fin
dalla nascita (prima di qualunque esperienza nel mondo).
Come esempio di ciò, nel Menone viene presentato il caso di uno schiavo, del tutto
digiuno di geometria, che viene aiutato da Socrate (tramite la maieutica) a “ricordare”
gli elementi di fondo di essa, riuscendo così a dimostrare un teorema.
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TEORIE GNOSEOLOGICHE in filosofia
INNATISMO (razionalismo) EMPIRISMO
La conoscenza umana procede dalle idee
(innate) all’esperienza:
conosciamo e capiamo le cose che ci circondano
perchè le riconduciamo a dei modelli o princìpi
astratti che sono presenti nella nostra mente
(ragione, intelletto) fin dalla nascita.
La conoscenza umana procede
dall’esperienza alle idee (acquisite):
tutta la conoscenza umana proviene
dall’esperienza sensibile, e le idee e i princìpi
sono delle generalizzazioni, o astrazioni, che la
mente acquisisce a partire dalle percezioni.
Il dibattito fra innatisti ed empiristi attraversa tutta la storia della filosofia, e sarà particolarmente vivace
nell’età moderna con filosofi come Locke e Hume (empiristi), e Cartesio e Leibniz (innatisti).
Entrambe le posizioni incontrano delle difficoltà: gli innatisti devono giustificare la presenza di idee
innate nella mente, e di solito ricorrono ad argomenti religiosi: Dio che crea la mente umana in questo
modo, per Cartesio e Leibniz; la mitica trasmigrazione delle anime e la reminiscenza per Platone.
Gli empiristi, per parte loro, devono affrontare il difficile compito di spiegare come, a partire dalle nostre
percezioni, sia possibile arrivare a conoscenze astratte come, ad esempio, i princìpi di identità e non
contraddizione.
Oggi, questi problemi sono studiati dalle SCIENZE COGNITIVE (filosofia della mente, psicologia
cognitiva, neuroscienze cognitive, linguistica cognitiva, etologia cognitiva), ed i risultati ottenuti puntano
nella direzione della necessità di un superamento di entrambe le posizioni.
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Quali sono le idee?
Abbiamo visto COSA sono le idee platoniche, ora vediamo QUALI sono:
1) le idee-valori, come il Bene, la Bellezza, la Giustizia (corrispondenti ai supremi princìpi
etici, estetici e politici)
2) le idee matematiche, come l’Uguaglianza, il Quadrato, il Triangolo, il Numero Pari, ecc.
(corrispondenti alle entità dell’aritmetica e della geometria); si tratta
di idee, e non di concetti ricavati dall’esperienza, perchè nella
realtà non incontriamo mai l’uguaglianza perfetta o il triangolo
perfetto di cui parlano i matematici, ma solo “copie” imperfette e
approssimative di essi
3) le idee di oggetti naturali e artificiali, come l’Umanità o il Tavolo (di cui Platone parlerà
solo negli ultimi dialoghi), ovvero le forme perfette
di ogni classe di cose designate con un unico nome
Le idee, a differenza dell’Essere parmenideo, sono molteplici, ma sono organizzate secondo
un ordine gerarchico: al vertice c’è l’idea del Bene (valore supremo e perfezione massima),
seguono le altre idee-valori, poi le idee matematiche, e da ultimo le idee di oggetti naturali e
artificiali. In questo schema piramidale, il Bene assomiglia al Dio creatore dei cristiani –
ma questa idea era del tutto estranea a Platone (come a tutti i greci), che non parla di Dio ma
di “divino”, per intendere tutto ciò che non è soggetto al tempo ed è perfetto (l’anima, le idee,
le stelle...).
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Rapporti fra le idee e le cose
Le idee sono separate dalle cose sensibili (dualismo ontologico), ma hanno con queste
uno stretto legame:
1) sul piano gnoseologico, sono i criteri di giudizio delle cose: per dire che due
cose sono uguali, devo basarmi sull’idea di Uguaglianza; le idee sono dunque le
condizioni per poter pensare le cose (come uguali, diverse, belle, brutte, giuste,
ecc.)
2) sul piano ontologico, sono la causa delle cose, in quanto gli oggetti individuali
sono quello che sono solo perchè “partecipano” (sia pure imperfettamente) alle
idee: diciamo che una statua è bella perchè partecipa all’idea di Bellezza, ed è
quest’ultima a far sì che la statua sia bella; le idee sono quindi la condizione
dell’esistenza delle cose.
Secondo Platone, le cose “imitano” le idee, ossia stanno con le idee in un rapporto di
copia-modello: un’azione giusta è solo una copia imperfetta dell’idea archetipa
di Giustizia (“archètipo” = modello originario).
Da dove nascono queste relazioni di mimesi (= imitazione)
e di metessi (= partecipazione)?
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Il mito del Demiurgo
Platone chiarirà la mimesi nel contesto della sua opera (della vecchiaia) dedicata al
problema cosmologico (cioè, al problema dell’origine e della formazione dell’universo):
il Timeo.
A mediare fra le idee e le cose materiali Platone introduce la figura mitica del Demiurgo,
un essere divino, dotato di intelligenza e volontà, amante del Bello e del Buono, che
interviene sull’universo originario (un caos informe di materia priva di vita) e lo ordina
ed anima prendendo a modello le idee dell’iperuranio:
Bisogna notare che il Demiurgo non è un creatore (le idee e la materia gli co-esistono), ma
un semplice “plasmatore”. Egli trasforma l’universo in un immenso organismo vivente, in cui
si riflette l’armonia delle idee; tutto ciò che esiste di negativo e di disarmonico è dovuto alla
resistenza “ribelle” della materia, che è imperfetta (primo abbozzo del problema del male).
il Demiurgo
media fra
le idee (essenze archetipe) mondo intelligibile (modello)
la materia (a cui infonde l’anima) mondo sensibile (copia)
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Gradi della conoscenza
Platone si serve della teoria delle idee per fondare la distinzione tra opinione e verità,
che serve come primo passo per istituire una gerarchia fra le diverse forme di sapere:
al dualismo ontologico (l’esistenza di due tipi separati di realtà: le cose sensibili e le
idee) corrisponde un dualismo gnoseologico (l’esistenza di due tipi di conoscenza:
l’opinione e la scienza).
L’imperfezione dell’opinione deriva dalla natura imperfetta e mutevole del suo oggetto,
ossia le cose testimoniate dai sensi.
La scienza, invece, costituisce una conoscenza stabile, duratura e perfetta perchè la
realtà che essa indaga (le idee) è stabile, duratura e perfetta.
l’opinione
la scienza le idee
mutevole
imperfetta le cose
perfetta
immutabile
RISPECCHIA
RISPECCHIA
mutevoli
imperfette
immutabili
perfette
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La Repubblica
Tutti i temi e i risultati dei dialoghi precedenti di Platone (Cratilo, Menone, Fedone, Fedro) si trovano
riassunti nella Repubblica, che è la massima opera di Platone e la più completa sintesi del suo
pensiero:
Nella Repubblica, Platone espone nel dettaglio il suo progetto politico-filosofico:
TEORIA
DELLE IDEE
(struttura
gerarchica
dell’Essere)
ordine
gerarchico
delle
SCIENZE e
TECNICHE
superiorità
della
SCIENZA
DELLE IDEE
(dialettica)
superiorità
di chi ha
CONOSCENZA
DELLE IDEE
(i filosofi)
CONOSCENZA
DELLE IDEE =
fondazione di
una SCIENZA
POLITICA
UNIVERSALE
PACE e GIUSTIZIA
fra gli
uomini
=
FILOSOFIA
al
POTERE
=
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I filosofi alla guida dello stato
- Se i filosofi son quelli capaci di attingere ciò che è sempre uguale a se stesso, e se
invece quelli che non sono capaci di questo e vanno vagando nel molteplice e nel
mutevole non sono filosofi, quali bisogna che siano i governanti dello stato?
- Cosa bisognerà dire, domandò [Glaucone], per rispondere giustamente?
- Quelli che si rivelano capaci di custodire le leggi e conservare lo stato dovranno
essere posti come custodi.
- Giusto, disse.
- Non è forse chiaro, ripresi, chi bisogna scegliere tra un cieco ed uno dalla vista
acuta per farne il custode di una cosa simile?
- E’ certamente chiaro, rispose.
- Ma pare che differiscano in qualche cosa i ciechi e quelli che sono realmente privi
della conoscenza dell’essere, che non hanno nell’anima alcun modello evidente e
non sono capaci di guardare, come pittori, alla verità suprema [...] ?
Repubblica, VI, I, 484 b
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La Repubblica: il testo
La Repubblica (in greco, politèia = “costituzione della polis”) è un lunghissimo dialogo che si snoda
nell’arco di dieci libri (I – X).
Si ritiene che il libro I sia stato scritto molto prima degli altri, cioè che appartenga al gruppo degli
“scritti giovanili” (come il Cratilo e l’Apologia di Socrate): questo perchè si tratta di un tipico dialogo
“socratico”, nel quale, confutando le opinioni degli interlocutori, Socrate tenta di stabilire cosa sia la
giustizia, ma senza giungere ad una definizione conclusiva.
I libri II – X, invece, appartengono alle “opere della maturità” (composte fra il primo ed il secondo
viaggio di Platone in Magna Grecia, cioè tra il 388 e il 366). Questo lo si ricava dal fatto che, in essi,
la figura di Socrate si discosta molto, nel modo di portare avanti il dialogo, dall’immagine del “Socrate
storico” che emerge dalle prime opere:
• praticamente, egli è l’unico a parlare; gli interlocutori si limitano a fargli “da spalla”, dicendo “E’
giusto”, oppure “Sì, le cose stanno certamente come tu dici”, ma non contribuiscono alla
definizione dei concetti.
• Inoltre, Socrate fornisce una definizione dietro l’altra, parlando come un professore in cattedra.
Insomma, dietro la maschera di Socrate, nei libri II – X della Repubblica Platone esprime
direttamente e compiutamente la sua teoria filosofico-politica.
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La Repubblica: i personaggi
Socrate (“storico” nel libro I, maschera di
Platone nei libri II – X)
Cefalo (anziano meteco siracusano, padre
dell’oratore Lisia, nella cui casa al Pireo si
svolge il dialogo)
Glaucone (fratello minore di Platone, di
temperamento esuberante e passionale)
Polemarco (figlio di Cefalo e fratello
dell’oratore Lisia, morì vittima dei Trenta
Tiranni nel 404 a.C.)
Adimanto (fratello maggiore di Platone e
Glaucone, di temperamento riflessivo)
Trasimaco (un retore sofista, seguace di
Gorgia)
Il dialogo si svolge, nella finzione platonica, in una sera primaverile, a casa di Cefalo,
dove, essendosi incontrati casualmente mentre rientravano verso Atene dopo aver
assistito a delle feste in onore della dea tracia Bendis, i personaggi si radunano e
cominciano a discutere.
Il dialogo è riferito da Socrate nella forma di discorso indiretto: “Discesi ieri al Pireo con
Glaucone, figlio di Aristone...”.
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Libro I: che cos’è la giustizia?
L’opinione comune (la doxa) viene rappresentata da Cefalo, che, anziano e prossimo a ritirarsi dagli
affari, dichiara di essere sereno nei confronti della vecchiaia e della morte, poiché ha vissuto
secondo giustizia, e infatti non deve niente a nessuno (non ha debiti).
Introdotto il tema del dialogo, Cefalo si ritira e la discussione prosegue più accesa. Socrate la
trasforma nel più vasto problema di stabilire quale sia la natura della giustizia, e se l’uomo giusto
sia felice:
Polemarco: la giustizia è l’arte di giovare agli amici e di nuocere ai nemici.
Socrate (confutazione): il giusto, per essere tale, non deve nuocere a nessuno. Tuttavia questa è una
definizione “in negativo” (ci dice cosa il giusto NON deve fare, non cosa deve fare), bisogna trovarne
una migliore.
Trasimaco: la vita dell’ingiusto arreca maggiori profitti di quella del giusto; la giustizia è l’utile del più
forte.(Questa era una tesi della sofistica molto diffusa nella mentalità greca del V e IV secolo,
dentro e fuori la polis).
Socrate: ogni cosa ha una funzione (o “virtù” ); gli occhi hanno la funzione/virtù di vedere; se invece di
una virtù avessero un “vizio”, ci sarebbe la cecità; allo stesso modo, l’anima ha la funzione/virtù di
sorvegliare, governare, deliberare; privata della virtù che le è propria, non potrebbe svolgere questa
funzione (governerebbe male); un’anima piena della sua virtù è buona e giusta, e vivrà bene, mentre
l’anima ingiusta vivrà male. Neppure una banda di briganti o di ladri potrebbe concludere
alcunché, se i suoi componenti violassero sistematicamente le norme della giustizia l’uno
a danno degli altri.
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Libro II: la ricerca della giustizia nell’individuo e nello Stato
Stabilito che la giustizia è superiore all’ingiustizia, e così confutato Trasimaco (che d’ora in poi tace),
Socrate passa ad esaminare come nascano la giustizia e l’ingiustizia nel processo di nascita e
formazione di uno Stato.
Origine dello Stato: lo Stato (= un’associazione di individui) nasce perchè ciascun uomo ha molti
bisogni (cibo, abitazione, strumenti, vestiario, difesa), e non può soddisfarli tutti da solo; il calzolaio ha
bisogno del fabbro e viceversa, il guerriero ha bisogno dei primi due e viceversa, ecc.
Lo Stato deve essere costituito da tre classi sociali:
• i governanti (che governano, legiferano, decidono)
• i guerrieri (che difendono lo Stato)
• i cittadini (agricoltori, artigiani, commercianti, ecc.,
che producono beni e servizi)
MOTIVI:
1) perchè in uno stato vi sono compiti diversi che, per essere eseguiti efficacemente (cioè
bene, cioè secondo giustizia), devono essere svolti da individui diversi;
2) perchè ciascun individuo NASCE con determinate virtù e inclinazioni, ossia determinate
ATTITUDINI NATURALI, che lo rendono adatto a certi compiti piuttosto che ad altri.
All’interno di uno Stato, assegnare ad un dato individuo un compito che questi è INADATTO a
svolgere significa porre le basi per l’inefficienza, cioè l’ingiustizia, di quello Stato.
PERCHE’?
(Adimanto)
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Fedro: la tripartizione dell’anima (psicologia)
Le differenze fra individui e la loro relazione con la tripartizione in classi sociali, ovvero in compiti
diversi da svolgere nello Stato “perfetto”, si chiarisce alla luce della teoria platonica dell’anima, di cui
Platone aveva già parlato nel Fedro (in cui si parla dell’anima e dell’iperuranio), e che viene ripresa
nel IV libro della Repubblica.
Il mito dell’auriga (dal Fedro):
l’anima è simile
ad una biga
trainata da
DUE CAVALLI ALATI
guidati da un
AURIGA
auriga: cerca di indirizzare la biga verso l’alto,
l’iperuranio, che è la sede dell’essere
cavallo nero:
pessimo, tira
la biga verso
il basso
cavallo bianco:
eccellente, si
lascia guidare
verso l’alto
L’auriga deve assolvere al difficile compito di allearsi il cavallo bianco, affinché tiri verso l’alto, e
di contrastare costantemente il cavallo nero, che tira verso il basso.
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Libro IV: le differenze naturali tra individui
I tre “personaggi” del mito dell’auriga corrispondono alle tre parti in cui è divisa l’anima di
ciascun individuo:
• per Platone, l’anima è ciò che causa il movimento del corpo (materia), quindi sia le sue
azioni e tendenze “buone”, sia quelle “neutre” (che possono essere indirizzate bene o
male), sia quelle “cattive”
– anima razionale (“localizzata” nella testa, o cervello, sede del pensiero) = l’auriga
– anima “impulsiva” (“localizzata” nel cuore, sede delle passioni) = il cavallo bianco
– anima “concupiscibile” (nell’addome, sede degli impulsi corporei) = il cavallo nero
A ciascuna parte dell’anima corrisponde un tipo di virtù (= giusto uso):
– saggezza (l’amore per la conoscenza e la giustizia)
– coraggio (l’ardore delle passioni, che va indirizzato verso il bene)
– temperanza (capacità di tenere a freno gli impulsi corporei e lasciare il comando alla ragione)
Ciascun individuo è caratterizzato dalla preponderanza (nel suo carattere e nelle sue
attitudini), di una parte dell’anima sulle altre: vi sono individui prevalentemente razionali, altri
prevalentemente impulsivi, altri ancora prevalentemente soggetti al corpo e ai suoi desideri.
Queste sono le attitudini naturali in base alle quali si determina il ruolo che è opportuno
essi svolgano nello Stato.
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Libro IV: dalle attitudini alle classi sociali
Se “giustizia” è garantire che le cose siano svolte bene, secondo armonia ed
equilibrio, allora i compiti all’interno dello Stato devono essere affidati in base alle
attitudini naturali di ciascuno:
parti dell’anima simbolo
(Fedro)
virtù parti del corpo
(Timeo)
funzioni (classi)
nello Stato
ANIMA
RAZIONALE
AURIGA SAPIENZA [+] TESTA GOVERNANTI
(“guardiani”)
“AUREI”
ANIMA
IMPULSIVA
(o “irascibile”)
CAVALLO
BIANCO
CORAGGIO [+] CUORE GUERRIERI
(difensori)
“ARGENTEI”
ANIMA
CONCUPISCIBILE
CAVALLO
NERO
TEMPERANZA [-] ADDOME PRODUTTORI
(artigiani, ecc.)
“FERREI”
giustizia =
accordo
dell’individuo in se
stesso
STATO GIUSTO =
accordo
dell’individuo
con la comunità
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Libri II – III – V – VI – VII: l’educazione (paidèia)
Platone non ritiene che l’appartenenza a una classe sociale sia rigidamente determinata dalla classe
in cui si nasce: bambini “ferrei” possono nascere da genitori “aurei” e dovranno quindi essere
retrocessi, mentre un bambino “aureo” potrà nascere da genitori “ferrei” o “argentei”, e dovrà quindi
venir innalzato (mobilità sociale determinata dalle attitudini).
Inoltre, non solo gli uomini, ma anche le donne possono appartenere alla classe “aurea”, godendo di
una completa eguaglianza con gli uomini e partecipando alla vita dello Stato.
Socrate-Platone, a questo proposito, si riferisce solo alle due classi superiori. Ai bambini “argentei” ed
“aurei” (le cui virtù, probabilmente, si manifestano già in tenera età) va impartita un’opportuna
educazione: individui ben addestrati sin dall’infanzia a pensare al bene collettivo diventeranno adulti in
grado di agire per il bene dello Stato.
Primo livello educativo, di due o tre anni, fino al ventesimo anno d’età:
• ginnastica (insegna il coraggio e la virtù morale, quindi riguarda l’anima, non soltanto il corpo)
• musica (insegna ad amare il bello, l’armonia: educa alla temperanza i guardiani e i guerrieri)
come si riconoscono, e come si indirizzano al meglio, le
attitudini naturali degli individui?
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Libri II – III – V: ginnastica e musica
Ginnastica: non solo esercizi fisici, ma un’intero stile di vita caratterizzato da cibi semplici,
adattabilità, capacità di resistenza alle malattie, sviluppo della forza morale, e un rigoroso senso
dell’ubbidienza.
Musica: per i greci, tutto ciò che era caratterizzato da ritmo e armonia era “musica”, dunque anche la
poesia (che si era tramandata oralmente per secoli) e la tragedia (che veniva scritta, ma che “viveva”
solo nel momento della recitazione orale a teatro). Platone spende ampie sezioni dei libri II, III e V a
circoscrivere i generi di musica che è opportuno utilizzare nell’educazione dei fanciulli, e quali invece
vadano assolutamente proibiti.
Egli condanna la poesia epica, la tragedia e la commedia, in quanto “arti imitative” che portano
l’ascoltatore ad immedesimarsi (irrazionalmente”) con i protagonisti di cui si narrano le vicende, e
ad essere così trasportato dalle passioni: il contrario dell’equilibrio che, invece, deve essere l’obiettivo
dell’educazione musicale. Inoltre, la poesia (epica, tragica e comica) utilizza spesso miti nei quali si
vedono gli dei o gli eroi comportarsi in modo ingiusto, crudele, oppure troppo passionale o vigliacco,
con tanto di soddisfazione dei più bassi istinti (un esempio è Crono, che divora i suoi figli per paura
che vogliano togliergli il potere). Queste forme di poesia, dunque, vanno bandite, perchè
darebbero ai fanciulli il cattivo esempio.
Questa condanna (sia morale, sia didattica) di alcune fra le più alte forme d’arte ci appare oggi come
l’aspetto più miope del pensiero di Platone. Una spiegazione storico-culturale viene dal fatto
che egli volesse sbarazzarsi di una forma di cultura che, prima della nascita della filosofia, in Grecia
aveva dominato nell’educazione: in altre parole, Platone voleva stabilire il primato della filosofia
in tutti i campi (ginnastica e musica, infatti, come vedremo, sono preparatorie alla filosofia).
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Abbiamo già visto (slide n. 24) che, in base alla teoria delle idee, per Platone la conoscenza si articola
in gradi gerarchici determinati dalla natura dell’oggetto conosciuto. Alla fine del libro VI della
Repubblica, Platone presenta questi gradi mediante la teoria della linea:
La prima suddivisione della linea (segmento A-C) identifica la conoscenza del nostro mondo mutevole
e imperfetto, e si articola nei due gradi della
1. congettura, o immaginazione (eikasìa, A-D), che ha per oggetto le ombre o immagini degli
oggetti (impressioni superficiali e slegate delle cose);
2. credenza (pìstis: segmento D-C), che ha per oggetto le cose sensibili ed i loro rapporti
reciproci (percezione chiara degli oggetti).
La seconda suddivisione (segmento C-B) identifica la conoscenza razionale, o scientifica, che
rispecchia il mondo immutabile e perfetto delle idee, e che si articola nei due gradi della
3. ragione discorsiva (diànoia: segmento C-E), che ha per oggetto le entità matematiche;
4. intellezione filosofica (nòesis, segmento E-B), che ha per oggetto le idee-valori.
Libro VI: i gradi della conoscenza e l’educazione (1)
conoscenza sensibile (doxa) conoscenza scientifica (epistème)
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Libro VI: i gradi della conoscenza e l’educazione (2)
L’educazione scientifica dei futuri guardiani e guerrieri ha il suo primo punto critico nel passaggio
dalla conoscenza sensibile a quella razionale matematica.
Tale passaggio si compie mediante l’uso dei metodi di misura:
• i sensi ingannano, le impressioni sono diverse per ciascun uomo o per lo stesso uomo in
occasioni diverse (la cosa “x” che vedo di fronte a me è piccola o grande, vicina o lontana?)
• se misuriamo attributi degli oggetti come la distanza, il volume, il peso, raggiungiamo
conoscenze che non sono più mutevoli, ma stabili e “oggettive”.
Le discipline matematiche fondamentali, per Platone, sono:
• aritmetica (l’arte del calcolo)
• geometria (scienza degli “enti immutabili”: le figure piane e i solidi)
• astronomia (scienza del movimento più ordinato e perfetto, cioè quello dei cieli)
• musica (come scienza dell’armonia, ovvero dei rapporti regolari)
Lo studio di queste discipline costituisce il secondo livello dell’educazione platonica (tra i 20 e i 30
anni).
Le matematiche sono propedeutiche (= preparatorie) allo studio della filosofia, che per Platone è la
scienza suprema. A questo terzo, ed ultimo, livello di studio (tra i 30 e i 35 anni) avranno accesso
solo gli studenti migliori, i candidati a futuri reggitori dello Stato, che si eserciteranno nella dialettica.
Fra i 35 e i 50 anni, coloro che saranno risultati eccellenti nel corso di filosofia dovranno fare un
tirocinio pratico nelle cariche militari e civili.
Dopo i 50 anni, superate con esito favorevole tutte queste prove, gli “ottimi” (i filosofi-re) potranno
assurgere al governo dello Stato.
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Libro VII: il mito della caverna
La teoria della conoscenza e dell’educazione, e la motivazione per cui ai filosofi spetta la guida dello
Stato, sono riassunte da Platone nel famoso mito della caverna:
vedi Repubblica, VII, 514-518.
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Elementi del mito e concetti corrispondenti

Platone (1)

  • 1.
    PLATONE Disegno di GiovanniPietro Bellori, 1685
  • 2.
    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 2 Importanza nella storia del pensiero Il filosofo britannico Alfred North Whitehead - autore, insieme a Bertrand Russell, di un’ opera intitolata Principia Matematica (1910-13), da cui è scaturita gran parte della logica del ventesimo secolo – ha scritto che l'intera tradizione filosofica europea potrebbe essere letta come una lunga serie di note alle opere di Platone. In effetti, Platone formula e tenta di risolvere tutti i problemi che sono poi divenuti tipici della filosofia: • che cosa esiste, e come esiste? –> ontologia (teoria dell’essere) • che cosa posso conoscere? –> gnoseologia (teoria della conoscenza) ed epistemologia (teoria della scienza) • com’è fatto l’uomo? –> antropologia (studio dell’essere umano) • come è articolata la sua psiche (“anima”)? –> psicologia (studio della psiche umana) • quali princìpi devono regolare il mio rapporto con gli altri uomini? –> etica (teoria della morale) • cosa è, o dovrebbe essere, uno stato? –> filosofia politica • come è fatto l’universo (“cosmo”)? –> cosmologia (teoria dell’universo)
  • 3.
    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 3 La vita e il momento storico Platone visse a lungo, 81 anni, a cavallo fra V e IV secolo a.C. (428-347). Nacque ad Atene da famiglia aristocratica, ma non da una famiglia qualsiasi: Platone Aristone (padre) Perictione (madre) Crizia (cugino della madre, a capo dei 30 tiranni nel 404-3) Codro (ultimo re di Atene) Dropide (amico e parente di Solone, uno dei sette Saggi) Socrate, maestro di Platone, condannato a morte nel 399 a.C. Con un re e un saggio legislatore fra i suoi antenati, Platone appare destinato all’ esercizio del potere, ma un potere accompagnato dalla legge e dalla ragione: diverso quindi da quello violento esercitato da suo zio Crizia nel 404-3, ma in grado di opporsi anche al governo del demos: la “irrazionale” democrazia restaurata in Atene dopo la cacciata dei Tiranni, che aveva messo a morte il suo maestro Socrate.
  • 4.
    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 4 Il progetto politico-filosofico Il giovane Platone è dunque il più tipico rappresentante di quei rampolli dell’ aristocrazia ateniese che si preparavano con entusiasmo (anche mediante lo studio presso dei maestri) a ricoprire un ruolo politico nell’ambito della loro città. Ma il processo a Socrate nel 399 gli fece perdere ogni fiducia nella possibilità di poter cambiare dall’interno il quadro sociale, etico e politico di Atene. Platone sviluppa quindi il progetto di realizzare (in qualche luogo) un potere che:  resti fondamentalmente aristocratico nel suo assetto sociale (il governo è nelle mani di pochi, che sono i migliori)  disponga di giustificazioni e progettualità valide non per un solo ceto, ma per l’intero corpo politico di una città (il governo realizza il BENE COMUNE) Il progetto si basa, in parte, sul principio dell’intellettualismo etico appreso da Socrate: chiunque conosca cosa è il bene, non può voler far altro che compierlo.
  • 5.
    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 5 Articolazione del progetto platonico Il progetto platonico si articola su due piani:  organizzare, in Atene, un gruppo politico-intellettuale in grado di rappresentare concretamente un’unione di politica, saggezza e sapere  a questo fine, Platone fonderà nel 387 l’ACCADEMIA, la scuola dove svolgerà il suo insegnamento, con il fine di formare i futuri reggitori dello Stato (i “filosofi-re”)  cercare una realtà politica, un centro di potere, che accettasse il suo progetto di ricostruzione della società, permettendogli di realizzarlo  a questo fine, Platone compirà tre viaggi in Magna Grecia: nel primo (388), cercherà di coinvolgere nel suo progetto Archita, tiranno di Taranto, e poi il tiranno di Siracusa, Dionisio il Vecchio; nel secondo (366) ritenterà con il successore di quest’ultimo, Dionisio il Giovane; e farà un ultimo tentativo, sempre a Siracusa, nel 361.
  • 6.
    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 6 L’Accademia Fondata da Platone nel 387 a.C., resterà attiva anche dopo la sua morte, retta da diversi “scolarchi”, e (salvo brevi periodi di inattività) cesserà di esistere solo nel 529 d.C., quando l’imperatore bizantino Giustiniano decreterà la chiusura di tutte le scuole filosofiche di Atene. Il nome deriva dall’eroe Akademos, cui era dedicato un bosco sacro nei pressi del ginnasio che Platone acquistò per fondarvi la scuola. “Ginnasi”, nell’antica Grecia, erano detti i luoghi dove i giovani si esercitavano negli esercizi ginnici; tali luoghi erano usati anche per l’educazione e lo svago. L’Accademia era, al tempo stesso:  un’istituzione religiosa, dedicata al culto delle Muse, sul modello delle comunità pitagoriche  un’organizzazione politica, che raccoglieva i giovani aristocratici dell’intera Grecia  un grande istituto di educazione superiore, il primo di questo genere nella storia In essa, maestri e discepoli conducevano una vita in comune, basata sulla condivisione del progetto etico-politico di Platone e dell’idea che esso dovesse basarsi sul sapere filosofico-scientifico.
  • 7.
    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 7 Le Muse Esse erano: • Clio, colei che rende celebri, la Storia, con una pergamena in mano; • Talia, festiva, la Commedia, con una maschera, una ghirlanda d'edera ed un bastone; • Erato, che provoca desiderio, la Poesia amorosa, con la lira; • Euterpe, colei che rallegra, la Poesia lirica, con un flauto; • Polimnia, dai molti inni, il Mimo, senza alcun oggetto; • Calliope, dalla bella voce, la Poesia epica, con una tavoletta ed un libro; • Tersicore, che si diletta della danza, la Danza, con plettro e lira; • Urania, la celeste, l'Astronomia, con un bastone puntato al cielo; • Melpomene, colei che canta, la Tragedia, con una maschera, una spada ed il bastone. Clio, Talia, Erato, Euterpe, Polimnia, Calliope, Tersicore, Urania e Melpomene, sarcofago in marmo (Parigi, Louvre). Nella mitologia greca (e poi in quella romana), erano le figlie di Zeus e Mnemosine (dea della memoria), ed erano le protettrici delle arti e delle scienze. A loro volta, erano protette da Apollo, dio della luce e dell’intelletto.
  • 8.
    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 8 I viaggi di Platone Primo viaggio: nel 388 Platone si recò  a Taranto, dove il potere era retto in modo stabile da Archita, un tiranno proveniente dalla scuola pitagorica, che sembrava incarnare la possibilità di una fusione di politica e sapere;  a Siracusa, in Sicilia, dove dominava, dall’inizio del IV secolo, il tiranno Dionisio, del cui giovane cognato (Dione) Platone era stato maestro e amico; i rapporti con Dionisio divennero però difficili, e Platone fu costretto a scappare da Siracusa (nel viaggio di ritorno, fra l’altro, fu preso schiavo nell’isola di Egina, a 50 km da Atene, e poi riscattato da amici ateniesi). Secondo viaggio: nel 367 Dionisio morì, e gli succedette il figlio Dionisio il Giovane, sul quale Dione riteneva di avere una grande influenza; perciò Platone fu richiamato a Siracusa dove giunse nel 366. L’intento di Platone e Dione di sostituirsi a Dionisio nell’esercizio effettivo del potere non sfuggì però al tiranno, che condannò Dione all’esilio e tenne prigioniero Platone per un certo tempo prima di lasciarlo libero di tornare ad Atene. Terzo viaggio: ormai vecchio, nel 361 Platone tornò a Siracusa per convincere Dionisio a richiamare dall’esilio Dione, ma anche questo tentativo fallì, e Platone riuscì a tornare ad Atene solo grazie ad un intervento di Archita in suo favore. Dione, anche senza Platone, tentò di prendere il potere a Siracusa con la forza (e con l’appoggio, in mezzi e uomini, dell’Accademia), ma morì assassinato nel 353. Di lì a poco, ad Atene, morirà anche Platone (nel 347 a.C.). Le informazioni su questi viaggi ce le ha lasciate Platone stesso, nelle sue Lettere (in particolare, le lettere VII e VIII, scritte nel periodo della vecchiaia).
  • 9.
    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 9 La FORMA e la METODOLOGIA del progetto Sul piano teorico, Platone è l’erede naturale della tradizione filosofica aristocratico-sacerdotale (Pitagora, Eraclito, Parmenide), di cui riprende le scissioni: realtà (Essere) / apparenza (fenomeni) verità (scienza) / opinione (doxa) ragione (anima) / sensi (corpo) acropoli (aristocrazia) / agorà (demos) Ma è anche erede della tradizione soloniana (leggi e giustizia universalmente accettate), della sofistica (necessità di convincere i propri interlocutori) e soprattutto di Socrate: necessità di MEDIARE tra le scissioni stabilire una COMUNICAZIONE tra i poli opposti DIMOSTRARE che il vero sapere è fondamento di politica giusta e vita felice per tutti Per rispondere a queste esigenze, Platone inventa una nuova forma per la comunicazione filosofica: il DIALOGO che si presenta come la trascrizione di una discussione filosofica cui prendono parte:  uno o più interlocutori, che rappresentano il sapere del demos, legato all’opinione  un filosofo, che confuta gli interlocutori e li incita a volgersi ad un sapere superiore  un dialettico (= che esercita l’arte del discutere), che media tra i due poli della verità e dell’opinione, convincendo della bontà della prima, e che in quasi tutti i dialoghi platonici è rappresentato col nome e l’atteggiamento di Socrate.
  • 10.
    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 10 Lo STRUMENTO CONCETTUALE per avviare il progetto All’inizio del IV secolo non è più possibile limitarsi a contrapporre verità e opinione: sia le discipline teoriche (matematica, astronomia), sia quelle tecniche (la medicina, l’architettura) si sono altamente evolute e specializzate. Il primo obiettivo di Platone è quello di istituire una gerarchia rigorosa fra tutte le diverse forme di sapere. Per istituire una gerarchia, bisogna identificare il fondamento dal quale tutte le discipline dipendono, un nucleo concettuale di partenza. Tale fondamento è anche ciò su cui si basa la sapienza superiore dei filosofi. Platone identificherà questo fondamento nella TEORIA DELLE IDEE. Le IDEE occupano in Platone quello che in Parmenide era il livello dell’ESSERE: sono il fondamento di ciò che esiste e l’oggetto principale della filosofia. Un oggetto, però, non più unitario e indifferenziato come l’essere parmenideo, ma pluralistico e ordinatamente articolato come lo erano ormai le scienze in cui si era suddiviso il sapere teorico dell’epoca (in primo luogo, aritmetica e geometria). Per capire cosa sono le IDEE platoniche, bisogna rifarsi al primo argomento da cui prende le mosse lo sviluppo della filosofia di Platone: una confutazione del relativismo etico e conoscitivo teorizzato dai sofisti.
  • 11.
    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 11 Teoria delle IDEE: confutazione del relativismo sofistico Secondo la prospettiva di sofisti come Protagora, il “giusto”, o il “vero” non sono valori assoluti, ma diversi a seconda delle culture o delle prospettive individuali. Non esisterebbe, dunque, una verità uguale per tutti: conclusione che era già stata messa in discussione da Socrate, e la cui confutazione è l’obiettivo primario di Platone. Dal punto di vista linguistico, il relativismo si traduce nel fatto che enunciati come “x è giusto” o “x è buono” possano variare di significato a seconda dei punti di vista e dell’utilità. Se le cose stessero così, allora sarebbe impossibile stabilire la verità o falsità dei giudizi in cui compaiono i predicati buono e giusto. NB: Un giudizio è un enunciato in cui un soggetto (ad esempio, x) e un predicato (ad esempio, giusto) sono uniti mediante la “copula” è. ESEMPIO: “La nuvola è bianca” , “Il tuo mantello è bianco” “Socrate è buono”, “Gli dei sono buoni” “Gli dei sono giusti”, “Pericle è giusto” Come faccio a stabilire se (e quando) queste frasi sono vere o false? Come faccio anche solo a capire cosa esse affermano di volta in volta?
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 12 Teoria delle IDEE: il problema della verità degli enunciati Aristotele dirà, tempo dopo, che un giudizio è vero quando la copula unisce un soggetto e un predicato che sono “realmente uniti”, cioè quando la frase “rispecchia” uno stato di cose nel mondo: “la nuvola è bianca” giudizio vero “la nuvola è bianca” giudizio falso Platone, invece, si chiede in base a cosa noi riusciamo a stabilire che, nel secondo caso, il giudizio è falso: analizzare il contenuto delle nostre percezioni non basta, serve un CRITERIO, una PIETRA DI PARAGONE, per stabilire cosa è “bianco” (o cosa è “nero”): la nuvola è “bianca” BIANCO = .... ?
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 13 Teoria delle IDEE: la costanza dei SIGNIFICATI Un’analisi del linguaggio, ci fa notare Platone, ci mostra che all’infinita variabilità e molteplicità dei soggetti corrisponde una relativa costanza e univocità di significato dei predicati. Ad esempio, noi diciamo: “il cane è buono”, “gli dèi sono buoni”, “Socrate è buono”; e anche: “giusto è il parere della maggioranza”, “giusto è il volere del più forte”, “giusto è il consiglio del filosofo”. Quindi, o queste affermazioni non hanno nessun senso, oppure: a. il predicato (buono, giusto) conserva una sua permanenza di significato nel variare delle sue attribuzioni a soggetti diversissimi, e b. questo significato che si conserva è indipendente dai soggetti stessi, giacché di essi si può predicare anche l’opposto (gli dèi sono buoni verso i giusti, cattivi verso gli empi). Perchè queste attribuzioni abbiano senso, bisogna che i predicati si basino su qualcosa di:  permanente e immutabile,  che esiste al di fuori della variabilità dei soggetti,  che non ha natura linguistica,  dotato di esistenza autonoma. Questo “qualcosa” Platone lo chiama IDEA.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 14 Teoria delle IDEE: rapporto LINGUAGGIO - ESSERE L’attribuzione di predicati rispecchia quindi, nel LINGUAGGIO, un rapporto nel campo dell’ESSERE: “x è giusto” corrisponde a o “giustizia in sé” x y z ... Al variare delle condizioni, x potrà piuttosto rientrare nella sfera di significati propri dell’idea di INGIUSTO; mentre la stessa idea (GIUSTO, BUONO, ecc.) potrà qualificare, oltre a x, tutta l’infinita molteplicità dei soggetti (y, z, ecc.). Platone espose queste osservazioni nel Cratilo, un dialogo che appartiene al gruppo degli scritti cosiddetti “del primo periodo” (giovanili), dedicati perlopiù alla figura di Socrate e alla confutazione dei sofisti (di cui Cratilo era un rappresentante). Il dialogo è dedicato alla discussione, appunto, del rapporto tra linguaggio umano e conoscenza delle cose (ossia, della realtà). Per Platone, a differenza che per Cratilo, bisogna cercare, aldilà delle parole, la natura vera delle cose. Il linguaggio può essere inesatto (“si può dire il falso”), quindi il criterio di verità o falsità dei giudizi deve risiedere in qualcosa di stabile al di fuori del linguaggio (ossia, nelle IDEE, che fanno la loro prima comparsa in questo testo). idea di giusto
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 15 dal Cratilo: “Socrate: Se quindi né per tutti tutte le cose sono allo stesso modo e sempre [gli dei sono buoni in taluni casi, cattivi in altri], né per ciascuno in un suo modo particolare ogni cosa [ciascuno dà il significato che vuole a “buono” e “cattivo”, cambiandolo di volta in volta], è ben chiaro che codeste cose [ciò che è buono e ciò che è cattivo] hanno in se stesse una lor propria e stabile essenza, non dipendono da noi [ci trascendono], né da noi sono tratte in su e in giù secondo la immaginazione nostra, bensì esistono per se stesse, senz’altro rapporto che con la loro essenza, così come sono per natura.” Nel manuale (Abbagnano-Fornero), il brano è riportato con più ampiezza alle pp. 184-5; qui, i chiarimenti riportati fra parentesi quadre sono miei.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 16 Significato del termine “idea” Nel significato del linguaggio di oggi un’ “idea” è una rappresentazione mentale, un pensiero del nostro intelletto, cioè qualcosa di psicologico (che sta nella nostra psiche, nella nostra testa). Per Platone, invece, l’idea è l’opposto del pensiero, è ciò a cui il pensiero si rivolge quando pensa: è qualcosa che esiste di per sé, in modo assoluto e reale, indipendente dall’uomo (trascendente = al di fuori, oltre, separato, superiore), e che corrisponde al vero essere (dimensione ontologica della teoria delle idee). “Idea” viene dal greco “idéin” = vedere, e in origine si riferiva alla forma esteriore, visibile con gli occhi, delle cose. Con Platone, invece, l’idea diviene oggetto di una visione intellettuale (può essere vista solo “con gli occhi della mente”): essa corrisponde alla forma interiore, l’”essenza” (ousía) o realtà vera delle cose. La realtà dell’idea appartiene a un piano diverso rispetto a quello della realtà sensibile (le cose che vediamo e tocchiamo), ossia al piano della realtà intelligibile, che può essere colta solo dal pensiero (intelletto). La dottrina delle idee viene esposta per la prima volta in modo dettagliato nel Fedone (opera appartenente al gruppo del periodo della maturità).
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 17 Il ruolo della teoria delle idee: rendere possibile la conoscenza L’idea esprime quello che una cosa è (il “ti èsti” dell’indagine socratica). La conoscenza umana è possibile, ci dice Platone, perché: • esiste questa realtà vera delle cose, • il nostro pensiero può coglierla (afferrarla, capirla, “vederla”), • questa realtà è sempre identica a se stessa (è un fondamento sicuro per edificare la scienza) Questo aspetto della teoria di Platone è stato definito in seguito (nell’età moderna) realismo gnoseologico: è la dottrina che vede nella mente uno specchio, o riproduzione, di ciò che esiste, e che si può riassumere con l’assioma “quale l’essere, tale il conoscere”. Questa dottrina assume che il criterio di validità (verità o falsità) del pensiero, e quindi del linguaggio con cui esprimiamo il nostro pensiero, sia dato dalla sua capacità di assimilarsi e corrispondere all’essere (realtà vera). La conoscenza vera, per Platone, è dunque conoscenza e “contemplazione” delle idee, che sono modelli ideali (o “paradigmi”) sempre identici a se stessi, e rappresentano un mondo di concetti e valori che sono guide sicure per la vita intellettuale, etica e politica dell’uomo. Le idee, quindi, sono le sostanze immutabili che costituiscono l’oggetto della scienza.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 18 Se le idee sono TRASCENDENTI, dove e come esistono? 1. Ma, se le idee sono separate dalle cose sensibili e dalla mente umana, dove e come esistono? Platone, nel Fedro (altro dialogo del periodo della maturità) ci dice che le idee risiedono in una mitica regione “sopraceleste” detta, appunto, iperuranio (da hypér, “oltre”, e ouránios, “cielo”). Si tratta di un luogo al di fuori dello spazio (il cielo, per gli antichi, racchiudeva tutto lo spazio) e immateriale: gli studiosi non sono d’accordo se intendere l’iperuranio come una semplice metafora poetica del diverso modo di esistenza delle idee (che, in realtà, sarebbero i criteri mentali astratti attraverso cui noi pensiamo gli oggetti), oppure come un luogo vero e proprio, analogo all’aldilà dei cristiani. Tutte e due queste interpretazioni appaiono, in parte, come forzature del pensiero di Platone. Molti matematici sono sostenitori della visione platonica, intesa come metafora: un esempio di come esistono le idee, essi dicono, ci è offerto dagli enti matematici. Le idee di “uguaglianza”, “triangolo” e “numero”, pur esistendo di per sé, al di fuori dello spazio e del tempo e indipendentemente dagli intelletti umani, non per questo esistono in un ipotetico mondo aldilà. [Si potrebbe osservare che i matematici, quindi, sono altrettanto indecifrabili di Platone... Alcuni di essi, tuttavia, ritengono che gli enti matematici siano dipendenti dalla mente umana, siano delle “costruzioni” mentali: questo spiegherebbe dove esistono, ma è un’ipotesi incompatibile col pensiero platonico.]
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 19 Se le idee sono TRASCENDENTI, come fa il nostro pensiero a “coglierle”? 2. Se le idee sono indipendenti e separate dall’intelletto umano ed esistono nell’iperuranio, come può arrivare l’uomo a “contemplarle intellettualmente”? Platone affronta questa questione nel Menone, ma anche nel Fedone e nel Fedro. Egli si rifà alla teoria pitagorica della metempsicosi (o trasmigrazione e reincarnazione delle anime, considerate immortali rispetto ai corpi che abitano) ed afferma che la nostra anima, prima di calarsi nel corpo presente con la nascita, è vissuta (disincarnata) nel mondo delle idee, al quale ritornerà dopo la morte. Fra una vita e l’altra, dunque, l’anima ha potuto contemplare gli esemplari perfetti delle cose. Una volta incarnata nel nostro mondo, l’anima conserva un ricordo vago di ciò che ha veduto nell’iperuranio. L’esperienza delle cose sensibili funziona come stimolo ed occasione per ricordare le idee (di cui le cose, come Platone spiegherà, sono le “copie sbiadite”). In questo senso, “conoscere è ricordare” (teoria della reminiscenza). La gnoseologia di Platone è dunque una forma di “innatismo” (una teoria spesso associata al pensiero razionalistico), in quanto assume che la conoscenza non derivi dall’esperienza sensibile (che serve solo a sollecitare il ricordo), bensì da metri di giudizio (forme, idee, princìpi) connaturati alla mente umana e presenti in essa fin dalla nascita (prima di qualunque esperienza nel mondo). Come esempio di ciò, nel Menone viene presentato il caso di uno schiavo, del tutto digiuno di geometria, che viene aiutato da Socrate (tramite la maieutica) a “ricordare” gli elementi di fondo di essa, riuscendo così a dimostrare un teorema.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 20 TEORIE GNOSEOLOGICHE in filosofia INNATISMO (razionalismo) EMPIRISMO La conoscenza umana procede dalle idee (innate) all’esperienza: conosciamo e capiamo le cose che ci circondano perchè le riconduciamo a dei modelli o princìpi astratti che sono presenti nella nostra mente (ragione, intelletto) fin dalla nascita. La conoscenza umana procede dall’esperienza alle idee (acquisite): tutta la conoscenza umana proviene dall’esperienza sensibile, e le idee e i princìpi sono delle generalizzazioni, o astrazioni, che la mente acquisisce a partire dalle percezioni. Il dibattito fra innatisti ed empiristi attraversa tutta la storia della filosofia, e sarà particolarmente vivace nell’età moderna con filosofi come Locke e Hume (empiristi), e Cartesio e Leibniz (innatisti). Entrambe le posizioni incontrano delle difficoltà: gli innatisti devono giustificare la presenza di idee innate nella mente, e di solito ricorrono ad argomenti religiosi: Dio che crea la mente umana in questo modo, per Cartesio e Leibniz; la mitica trasmigrazione delle anime e la reminiscenza per Platone. Gli empiristi, per parte loro, devono affrontare il difficile compito di spiegare come, a partire dalle nostre percezioni, sia possibile arrivare a conoscenze astratte come, ad esempio, i princìpi di identità e non contraddizione. Oggi, questi problemi sono studiati dalle SCIENZE COGNITIVE (filosofia della mente, psicologia cognitiva, neuroscienze cognitive, linguistica cognitiva, etologia cognitiva), ed i risultati ottenuti puntano nella direzione della necessità di un superamento di entrambe le posizioni.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 21 Quali sono le idee? Abbiamo visto COSA sono le idee platoniche, ora vediamo QUALI sono: 1) le idee-valori, come il Bene, la Bellezza, la Giustizia (corrispondenti ai supremi princìpi etici, estetici e politici) 2) le idee matematiche, come l’Uguaglianza, il Quadrato, il Triangolo, il Numero Pari, ecc. (corrispondenti alle entità dell’aritmetica e della geometria); si tratta di idee, e non di concetti ricavati dall’esperienza, perchè nella realtà non incontriamo mai l’uguaglianza perfetta o il triangolo perfetto di cui parlano i matematici, ma solo “copie” imperfette e approssimative di essi 3) le idee di oggetti naturali e artificiali, come l’Umanità o il Tavolo (di cui Platone parlerà solo negli ultimi dialoghi), ovvero le forme perfette di ogni classe di cose designate con un unico nome Le idee, a differenza dell’Essere parmenideo, sono molteplici, ma sono organizzate secondo un ordine gerarchico: al vertice c’è l’idea del Bene (valore supremo e perfezione massima), seguono le altre idee-valori, poi le idee matematiche, e da ultimo le idee di oggetti naturali e artificiali. In questo schema piramidale, il Bene assomiglia al Dio creatore dei cristiani – ma questa idea era del tutto estranea a Platone (come a tutti i greci), che non parla di Dio ma di “divino”, per intendere tutto ciò che non è soggetto al tempo ed è perfetto (l’anima, le idee, le stelle...).
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 22 Rapporti fra le idee e le cose Le idee sono separate dalle cose sensibili (dualismo ontologico), ma hanno con queste uno stretto legame: 1) sul piano gnoseologico, sono i criteri di giudizio delle cose: per dire che due cose sono uguali, devo basarmi sull’idea di Uguaglianza; le idee sono dunque le condizioni per poter pensare le cose (come uguali, diverse, belle, brutte, giuste, ecc.) 2) sul piano ontologico, sono la causa delle cose, in quanto gli oggetti individuali sono quello che sono solo perchè “partecipano” (sia pure imperfettamente) alle idee: diciamo che una statua è bella perchè partecipa all’idea di Bellezza, ed è quest’ultima a far sì che la statua sia bella; le idee sono quindi la condizione dell’esistenza delle cose. Secondo Platone, le cose “imitano” le idee, ossia stanno con le idee in un rapporto di copia-modello: un’azione giusta è solo una copia imperfetta dell’idea archetipa di Giustizia (“archètipo” = modello originario). Da dove nascono queste relazioni di mimesi (= imitazione) e di metessi (= partecipazione)?
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 23 Il mito del Demiurgo Platone chiarirà la mimesi nel contesto della sua opera (della vecchiaia) dedicata al problema cosmologico (cioè, al problema dell’origine e della formazione dell’universo): il Timeo. A mediare fra le idee e le cose materiali Platone introduce la figura mitica del Demiurgo, un essere divino, dotato di intelligenza e volontà, amante del Bello e del Buono, che interviene sull’universo originario (un caos informe di materia priva di vita) e lo ordina ed anima prendendo a modello le idee dell’iperuranio: Bisogna notare che il Demiurgo non è un creatore (le idee e la materia gli co-esistono), ma un semplice “plasmatore”. Egli trasforma l’universo in un immenso organismo vivente, in cui si riflette l’armonia delle idee; tutto ciò che esiste di negativo e di disarmonico è dovuto alla resistenza “ribelle” della materia, che è imperfetta (primo abbozzo del problema del male). il Demiurgo media fra le idee (essenze archetipe) mondo intelligibile (modello) la materia (a cui infonde l’anima) mondo sensibile (copia)
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 24 Gradi della conoscenza Platone si serve della teoria delle idee per fondare la distinzione tra opinione e verità, che serve come primo passo per istituire una gerarchia fra le diverse forme di sapere: al dualismo ontologico (l’esistenza di due tipi separati di realtà: le cose sensibili e le idee) corrisponde un dualismo gnoseologico (l’esistenza di due tipi di conoscenza: l’opinione e la scienza). L’imperfezione dell’opinione deriva dalla natura imperfetta e mutevole del suo oggetto, ossia le cose testimoniate dai sensi. La scienza, invece, costituisce una conoscenza stabile, duratura e perfetta perchè la realtà che essa indaga (le idee) è stabile, duratura e perfetta. l’opinione la scienza le idee mutevole imperfetta le cose perfetta immutabile RISPECCHIA RISPECCHIA mutevoli imperfette immutabili perfette
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 25 La Repubblica Tutti i temi e i risultati dei dialoghi precedenti di Platone (Cratilo, Menone, Fedone, Fedro) si trovano riassunti nella Repubblica, che è la massima opera di Platone e la più completa sintesi del suo pensiero: Nella Repubblica, Platone espone nel dettaglio il suo progetto politico-filosofico: TEORIA DELLE IDEE (struttura gerarchica dell’Essere) ordine gerarchico delle SCIENZE e TECNICHE superiorità della SCIENZA DELLE IDEE (dialettica) superiorità di chi ha CONOSCENZA DELLE IDEE (i filosofi) CONOSCENZA DELLE IDEE = fondazione di una SCIENZA POLITICA UNIVERSALE PACE e GIUSTIZIA fra gli uomini = FILOSOFIA al POTERE =
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 26 I filosofi alla guida dello stato - Se i filosofi son quelli capaci di attingere ciò che è sempre uguale a se stesso, e se invece quelli che non sono capaci di questo e vanno vagando nel molteplice e nel mutevole non sono filosofi, quali bisogna che siano i governanti dello stato? - Cosa bisognerà dire, domandò [Glaucone], per rispondere giustamente? - Quelli che si rivelano capaci di custodire le leggi e conservare lo stato dovranno essere posti come custodi. - Giusto, disse. - Non è forse chiaro, ripresi, chi bisogna scegliere tra un cieco ed uno dalla vista acuta per farne il custode di una cosa simile? - E’ certamente chiaro, rispose. - Ma pare che differiscano in qualche cosa i ciechi e quelli che sono realmente privi della conoscenza dell’essere, che non hanno nell’anima alcun modello evidente e non sono capaci di guardare, come pittori, alla verità suprema [...] ? Repubblica, VI, I, 484 b
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 27 La Repubblica: il testo La Repubblica (in greco, politèia = “costituzione della polis”) è un lunghissimo dialogo che si snoda nell’arco di dieci libri (I – X). Si ritiene che il libro I sia stato scritto molto prima degli altri, cioè che appartenga al gruppo degli “scritti giovanili” (come il Cratilo e l’Apologia di Socrate): questo perchè si tratta di un tipico dialogo “socratico”, nel quale, confutando le opinioni degli interlocutori, Socrate tenta di stabilire cosa sia la giustizia, ma senza giungere ad una definizione conclusiva. I libri II – X, invece, appartengono alle “opere della maturità” (composte fra il primo ed il secondo viaggio di Platone in Magna Grecia, cioè tra il 388 e il 366). Questo lo si ricava dal fatto che, in essi, la figura di Socrate si discosta molto, nel modo di portare avanti il dialogo, dall’immagine del “Socrate storico” che emerge dalle prime opere: • praticamente, egli è l’unico a parlare; gli interlocutori si limitano a fargli “da spalla”, dicendo “E’ giusto”, oppure “Sì, le cose stanno certamente come tu dici”, ma non contribuiscono alla definizione dei concetti. • Inoltre, Socrate fornisce una definizione dietro l’altra, parlando come un professore in cattedra. Insomma, dietro la maschera di Socrate, nei libri II – X della Repubblica Platone esprime direttamente e compiutamente la sua teoria filosofico-politica.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 28 La Repubblica: i personaggi Socrate (“storico” nel libro I, maschera di Platone nei libri II – X) Cefalo (anziano meteco siracusano, padre dell’oratore Lisia, nella cui casa al Pireo si svolge il dialogo) Glaucone (fratello minore di Platone, di temperamento esuberante e passionale) Polemarco (figlio di Cefalo e fratello dell’oratore Lisia, morì vittima dei Trenta Tiranni nel 404 a.C.) Adimanto (fratello maggiore di Platone e Glaucone, di temperamento riflessivo) Trasimaco (un retore sofista, seguace di Gorgia) Il dialogo si svolge, nella finzione platonica, in una sera primaverile, a casa di Cefalo, dove, essendosi incontrati casualmente mentre rientravano verso Atene dopo aver assistito a delle feste in onore della dea tracia Bendis, i personaggi si radunano e cominciano a discutere. Il dialogo è riferito da Socrate nella forma di discorso indiretto: “Discesi ieri al Pireo con Glaucone, figlio di Aristone...”.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 29 Libro I: che cos’è la giustizia? L’opinione comune (la doxa) viene rappresentata da Cefalo, che, anziano e prossimo a ritirarsi dagli affari, dichiara di essere sereno nei confronti della vecchiaia e della morte, poiché ha vissuto secondo giustizia, e infatti non deve niente a nessuno (non ha debiti). Introdotto il tema del dialogo, Cefalo si ritira e la discussione prosegue più accesa. Socrate la trasforma nel più vasto problema di stabilire quale sia la natura della giustizia, e se l’uomo giusto sia felice: Polemarco: la giustizia è l’arte di giovare agli amici e di nuocere ai nemici. Socrate (confutazione): il giusto, per essere tale, non deve nuocere a nessuno. Tuttavia questa è una definizione “in negativo” (ci dice cosa il giusto NON deve fare, non cosa deve fare), bisogna trovarne una migliore. Trasimaco: la vita dell’ingiusto arreca maggiori profitti di quella del giusto; la giustizia è l’utile del più forte.(Questa era una tesi della sofistica molto diffusa nella mentalità greca del V e IV secolo, dentro e fuori la polis). Socrate: ogni cosa ha una funzione (o “virtù” ); gli occhi hanno la funzione/virtù di vedere; se invece di una virtù avessero un “vizio”, ci sarebbe la cecità; allo stesso modo, l’anima ha la funzione/virtù di sorvegliare, governare, deliberare; privata della virtù che le è propria, non potrebbe svolgere questa funzione (governerebbe male); un’anima piena della sua virtù è buona e giusta, e vivrà bene, mentre l’anima ingiusta vivrà male. Neppure una banda di briganti o di ladri potrebbe concludere alcunché, se i suoi componenti violassero sistematicamente le norme della giustizia l’uno a danno degli altri.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 30 Libro II: la ricerca della giustizia nell’individuo e nello Stato Stabilito che la giustizia è superiore all’ingiustizia, e così confutato Trasimaco (che d’ora in poi tace), Socrate passa ad esaminare come nascano la giustizia e l’ingiustizia nel processo di nascita e formazione di uno Stato. Origine dello Stato: lo Stato (= un’associazione di individui) nasce perchè ciascun uomo ha molti bisogni (cibo, abitazione, strumenti, vestiario, difesa), e non può soddisfarli tutti da solo; il calzolaio ha bisogno del fabbro e viceversa, il guerriero ha bisogno dei primi due e viceversa, ecc. Lo Stato deve essere costituito da tre classi sociali: • i governanti (che governano, legiferano, decidono) • i guerrieri (che difendono lo Stato) • i cittadini (agricoltori, artigiani, commercianti, ecc., che producono beni e servizi) MOTIVI: 1) perchè in uno stato vi sono compiti diversi che, per essere eseguiti efficacemente (cioè bene, cioè secondo giustizia), devono essere svolti da individui diversi; 2) perchè ciascun individuo NASCE con determinate virtù e inclinazioni, ossia determinate ATTITUDINI NATURALI, che lo rendono adatto a certi compiti piuttosto che ad altri. All’interno di uno Stato, assegnare ad un dato individuo un compito che questi è INADATTO a svolgere significa porre le basi per l’inefficienza, cioè l’ingiustizia, di quello Stato. PERCHE’? (Adimanto)
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 31 Fedro: la tripartizione dell’anima (psicologia) Le differenze fra individui e la loro relazione con la tripartizione in classi sociali, ovvero in compiti diversi da svolgere nello Stato “perfetto”, si chiarisce alla luce della teoria platonica dell’anima, di cui Platone aveva già parlato nel Fedro (in cui si parla dell’anima e dell’iperuranio), e che viene ripresa nel IV libro della Repubblica. Il mito dell’auriga (dal Fedro): l’anima è simile ad una biga trainata da DUE CAVALLI ALATI guidati da un AURIGA auriga: cerca di indirizzare la biga verso l’alto, l’iperuranio, che è la sede dell’essere cavallo nero: pessimo, tira la biga verso il basso cavallo bianco: eccellente, si lascia guidare verso l’alto L’auriga deve assolvere al difficile compito di allearsi il cavallo bianco, affinché tiri verso l’alto, e di contrastare costantemente il cavallo nero, che tira verso il basso.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 32 Libro IV: le differenze naturali tra individui I tre “personaggi” del mito dell’auriga corrispondono alle tre parti in cui è divisa l’anima di ciascun individuo: • per Platone, l’anima è ciò che causa il movimento del corpo (materia), quindi sia le sue azioni e tendenze “buone”, sia quelle “neutre” (che possono essere indirizzate bene o male), sia quelle “cattive” – anima razionale (“localizzata” nella testa, o cervello, sede del pensiero) = l’auriga – anima “impulsiva” (“localizzata” nel cuore, sede delle passioni) = il cavallo bianco – anima “concupiscibile” (nell’addome, sede degli impulsi corporei) = il cavallo nero A ciascuna parte dell’anima corrisponde un tipo di virtù (= giusto uso): – saggezza (l’amore per la conoscenza e la giustizia) – coraggio (l’ardore delle passioni, che va indirizzato verso il bene) – temperanza (capacità di tenere a freno gli impulsi corporei e lasciare il comando alla ragione) Ciascun individuo è caratterizzato dalla preponderanza (nel suo carattere e nelle sue attitudini), di una parte dell’anima sulle altre: vi sono individui prevalentemente razionali, altri prevalentemente impulsivi, altri ancora prevalentemente soggetti al corpo e ai suoi desideri. Queste sono le attitudini naturali in base alle quali si determina il ruolo che è opportuno essi svolgano nello Stato.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 33 Libro IV: dalle attitudini alle classi sociali Se “giustizia” è garantire che le cose siano svolte bene, secondo armonia ed equilibrio, allora i compiti all’interno dello Stato devono essere affidati in base alle attitudini naturali di ciascuno: parti dell’anima simbolo (Fedro) virtù parti del corpo (Timeo) funzioni (classi) nello Stato ANIMA RAZIONALE AURIGA SAPIENZA [+] TESTA GOVERNANTI (“guardiani”) “AUREI” ANIMA IMPULSIVA (o “irascibile”) CAVALLO BIANCO CORAGGIO [+] CUORE GUERRIERI (difensori) “ARGENTEI” ANIMA CONCUPISCIBILE CAVALLO NERO TEMPERANZA [-] ADDOME PRODUTTORI (artigiani, ecc.) “FERREI” giustizia = accordo dell’individuo in se stesso STATO GIUSTO = accordo dell’individuo con la comunità
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 34 Libri II – III – V – VI – VII: l’educazione (paidèia) Platone non ritiene che l’appartenenza a una classe sociale sia rigidamente determinata dalla classe in cui si nasce: bambini “ferrei” possono nascere da genitori “aurei” e dovranno quindi essere retrocessi, mentre un bambino “aureo” potrà nascere da genitori “ferrei” o “argentei”, e dovrà quindi venir innalzato (mobilità sociale determinata dalle attitudini). Inoltre, non solo gli uomini, ma anche le donne possono appartenere alla classe “aurea”, godendo di una completa eguaglianza con gli uomini e partecipando alla vita dello Stato. Socrate-Platone, a questo proposito, si riferisce solo alle due classi superiori. Ai bambini “argentei” ed “aurei” (le cui virtù, probabilmente, si manifestano già in tenera età) va impartita un’opportuna educazione: individui ben addestrati sin dall’infanzia a pensare al bene collettivo diventeranno adulti in grado di agire per il bene dello Stato. Primo livello educativo, di due o tre anni, fino al ventesimo anno d’età: • ginnastica (insegna il coraggio e la virtù morale, quindi riguarda l’anima, non soltanto il corpo) • musica (insegna ad amare il bello, l’armonia: educa alla temperanza i guardiani e i guerrieri) come si riconoscono, e come si indirizzano al meglio, le attitudini naturali degli individui?
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 35 Libri II – III – V: ginnastica e musica Ginnastica: non solo esercizi fisici, ma un’intero stile di vita caratterizzato da cibi semplici, adattabilità, capacità di resistenza alle malattie, sviluppo della forza morale, e un rigoroso senso dell’ubbidienza. Musica: per i greci, tutto ciò che era caratterizzato da ritmo e armonia era “musica”, dunque anche la poesia (che si era tramandata oralmente per secoli) e la tragedia (che veniva scritta, ma che “viveva” solo nel momento della recitazione orale a teatro). Platone spende ampie sezioni dei libri II, III e V a circoscrivere i generi di musica che è opportuno utilizzare nell’educazione dei fanciulli, e quali invece vadano assolutamente proibiti. Egli condanna la poesia epica, la tragedia e la commedia, in quanto “arti imitative” che portano l’ascoltatore ad immedesimarsi (irrazionalmente”) con i protagonisti di cui si narrano le vicende, e ad essere così trasportato dalle passioni: il contrario dell’equilibrio che, invece, deve essere l’obiettivo dell’educazione musicale. Inoltre, la poesia (epica, tragica e comica) utilizza spesso miti nei quali si vedono gli dei o gli eroi comportarsi in modo ingiusto, crudele, oppure troppo passionale o vigliacco, con tanto di soddisfazione dei più bassi istinti (un esempio è Crono, che divora i suoi figli per paura che vogliano togliergli il potere). Queste forme di poesia, dunque, vanno bandite, perchè darebbero ai fanciulli il cattivo esempio. Questa condanna (sia morale, sia didattica) di alcune fra le più alte forme d’arte ci appare oggi come l’aspetto più miope del pensiero di Platone. Una spiegazione storico-culturale viene dal fatto che egli volesse sbarazzarsi di una forma di cultura che, prima della nascita della filosofia, in Grecia aveva dominato nell’educazione: in altre parole, Platone voleva stabilire il primato della filosofia in tutti i campi (ginnastica e musica, infatti, come vedremo, sono preparatorie alla filosofia).
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 36 Abbiamo già visto (slide n. 24) che, in base alla teoria delle idee, per Platone la conoscenza si articola in gradi gerarchici determinati dalla natura dell’oggetto conosciuto. Alla fine del libro VI della Repubblica, Platone presenta questi gradi mediante la teoria della linea: La prima suddivisione della linea (segmento A-C) identifica la conoscenza del nostro mondo mutevole e imperfetto, e si articola nei due gradi della 1. congettura, o immaginazione (eikasìa, A-D), che ha per oggetto le ombre o immagini degli oggetti (impressioni superficiali e slegate delle cose); 2. credenza (pìstis: segmento D-C), che ha per oggetto le cose sensibili ed i loro rapporti reciproci (percezione chiara degli oggetti). La seconda suddivisione (segmento C-B) identifica la conoscenza razionale, o scientifica, che rispecchia il mondo immutabile e perfetto delle idee, e che si articola nei due gradi della 3. ragione discorsiva (diànoia: segmento C-E), che ha per oggetto le entità matematiche; 4. intellezione filosofica (nòesis, segmento E-B), che ha per oggetto le idee-valori. Libro VI: i gradi della conoscenza e l’educazione (1) conoscenza sensibile (doxa) conoscenza scientifica (epistème)
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 37 Libro VI: i gradi della conoscenza e l’educazione (2) L’educazione scientifica dei futuri guardiani e guerrieri ha il suo primo punto critico nel passaggio dalla conoscenza sensibile a quella razionale matematica. Tale passaggio si compie mediante l’uso dei metodi di misura: • i sensi ingannano, le impressioni sono diverse per ciascun uomo o per lo stesso uomo in occasioni diverse (la cosa “x” che vedo di fronte a me è piccola o grande, vicina o lontana?) • se misuriamo attributi degli oggetti come la distanza, il volume, il peso, raggiungiamo conoscenze che non sono più mutevoli, ma stabili e “oggettive”. Le discipline matematiche fondamentali, per Platone, sono: • aritmetica (l’arte del calcolo) • geometria (scienza degli “enti immutabili”: le figure piane e i solidi) • astronomia (scienza del movimento più ordinato e perfetto, cioè quello dei cieli) • musica (come scienza dell’armonia, ovvero dei rapporti regolari) Lo studio di queste discipline costituisce il secondo livello dell’educazione platonica (tra i 20 e i 30 anni). Le matematiche sono propedeutiche (= preparatorie) allo studio della filosofia, che per Platone è la scienza suprema. A questo terzo, ed ultimo, livello di studio (tra i 30 e i 35 anni) avranno accesso solo gli studenti migliori, i candidati a futuri reggitori dello Stato, che si eserciteranno nella dialettica. Fra i 35 e i 50 anni, coloro che saranno risultati eccellenti nel corso di filosofia dovranno fare un tirocinio pratico nelle cariche militari e civili. Dopo i 50 anni, superate con esito favorevole tutte queste prove, gli “ottimi” (i filosofi-re) potranno assurgere al governo dello Stato.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 38 Libro VII: il mito della caverna La teoria della conoscenza e dell’educazione, e la motivazione per cui ai filosofi spetta la guida dello Stato, sono riassunte da Platone nel famoso mito della caverna: vedi Repubblica, VII, 514-518.
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    Prof. Carola Catenacci- FILOSOFIA - classi terze 39 Elementi del mito e concetti corrispondenti