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Alla base ci sono le fonti dell’Archivio Golgi - Redaelli; una dozzina
di documenti che costituiscono i fascicoli della Pi...
TIPO DI DOCUMENTO DATA AUTORE E DESTINATARIO C O N T E N U TO
Comunicazione del Ministro dell’Interno
19 settembre 1871
Il...
TIPO DI DOCUMENTO DATA AUTORE E DESTINATARIO C O N T E N U TO
Titolo d'Archivio di Ospitalità
Notifica morte
30 agosto 187...
1814: INIZIA LA CARRIERA
Antonio Gasparoni
nacque nel 1793 a Son-
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L A R E S A
L'Editto Pallotta
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I SEQ UEST RI DA L 1815 AL 1821
Nella seguente tabella sono riassunti tutti i sequestri operati dal brigante Antonio Gaspa...
IL BRIGANTAGGIO:
UN FENOMENO A DUE FACCE
La parola brigante, che deriva dal francese
brigand, definiva in passato l’appart...
IL FASCINO DEL FUORILEGGE
Varie testimonianze riportano una vera e propria moda a inizio
Ottocento, da parte soprattutto d...
Due dei compagni di
avventura e sventura
di Antonio, molto di-
versi fra loro, furono
Masi, il biografo, e
Cipolla pure lu...
IL MITO DI GASPARONI
Questa frase, scritta da Alexandre Dumas nel Corricolo, a conclu-
sione della sua visita al brigante ...
I BRIGANTI DI STENDHAL
Marie-Henri Beyle,
noto come Stendhal
(Grenoble, 23 gennaio
1783- Parigi, 23 marzo
1842), è un noto...
Gasparoni il masnadiero. Mito storia e fantasia
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Gasparoni il masnadiero. Mito storia e fantasia

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Elaborato prodotto nell'ambito del laboratorio L'Officina dello storico dalla classe IV B (anno scolastico 2014-2015) del Liceo scientifico "Bertrand Russel" di Garbagnate Milanese (MI), con la guida del prof. Paolo Ermano.

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Gasparoni il masnadiero. Mito storia e fantasia

  1. 1. Alla base ci sono le fonti dell’Archivio Golgi - Redaelli; una dozzina di documenti che costituiscono i fascicoli della Pia Casa di Abbiate- grasso relativi a due ricoverati: il famoso brigante Antonio Gasparoni e un membro della sua banda, Pietro Cipolla. Il periodo va dal loro ar- rivo, settembre 1871, alla morte di Antonio, aprile 1882. Modello del brigante classico pre-unitario, del tutto apolitico, violen- to, assassino... non certo un delinquente gentiluomo. La popolarità fu dovuta sia alle sue imprese sia alla lunghissima detenzione, che lo fe- cero apparire come la vittima che con dignità resiste a profonde ingiu- stizie. Nel 1825 si arrese alle truppe papaline, ingannato da false pro- messe d'impunità, e fu liberato con la presa di Roma nel 1870, dopo 45 anni di detenzione senza processo; successivamente, allontanato anche dalla capitale, verrà spedito, in un sorta di confino, alla Pia Casa di Abbiategrasso. L’analisi dei regolamenti dell'Istituto mostra che i due ex briganti non avevano i requisiti per il ricovero, tant’è che fu il Regio era- rio a pagarne la retta. Dalle fonti del Golgi emerge un Ga- sparoni tutt’altro che demente o rassegnato che fa richieste di tabacco, l'unica accolta, di trasferimento, per la salute, e infine di recarsi a Milano, per discutere con l’editore Barbini in merito alla pubblicazione de Il Masnadiero Gasparoni. Nelle edizioni postume di tale volume, grazie al suo curato- re, il cieco [!] Croci, sappiamo degli ultimi anni, suoi e del Cipolla, delle continue visite e ... che la fama lo accompagnò anche al Nord. L’analisi, oltre alla biografia e alle cosiddette imprese del brigante, ha cercato anche di verificare la storicità dei fatti raccontati nelle memorie, degli incontri che letterati e intel- lettuali, soprattutto stranieri, hanno avuto con il Nostro, nel- le prigioni in cui, insieme con la banda, fu rinchiuso. Questi i punti sui quali i vari gruppi hanno lavorato. RICOSTRUZIONE DELLA VITA DI GASPARONI Fondamentali sono state le memorie edite in Francia e Italia grazie al manoscritto di Masi, l'unico della banda alfabetiz- zato, da noi soprannominato l'Omero del masnadiero. Ne analizziamo la vita assieme all'altro compare, presente nelle fonti, Pietro Cipolla, la pecora nera, l'irriducibile, forse osti- le all'ingenuo capo, che accettò la resa, fidandosi dei nemici. Con il già citato Il masnadiero, si è cercato quindi di rico- struire alcuni episodi della biografia, confrontando le con- cordanze e le varianti, per valutarne sempre l'attendibilità. RICERCA DI ALTRE FONTI É stato necessario esaminare le testimo- nianze coeve e i non pochi racconti che hanno avuto come protagonista Antonio; utili sono poi risultati alcuni saggi sul bri- gantaggio nel Lazio, come Il triangolo del- la morte di Michele Colagiovanni. APPROFONDIMENTI SUL CONTESTO STORICO La prima domanda è stata: chi furono questi fuorilegge? Nello Stato pontificio pre-unita- rio, i briganti furono dei semplici delin- quenti, grassatori, rapinatori, sequestratori, assassini. Eppure furono esaltati da pittori, che si recavano nei loro covi a immortalarli, e da stranieri, che giungevano in Italia so- gnando l’avventura del fatidico agguato con rapina. Il degrado socio-economico, tipico di uno stato mal governato, spiega il feno- meno di questo brigantaggio privo di qual- siasi intento politico. Il masnadiero poteva contare comunque sui molto dispendiosi manutengoli, appartenenti non solo al popo- lo, e su quella naturale simpatia che suscita chi si ribella a istituzioni dai più ritenute in- giuste. Due le figure femminili legate a Gasparoni. Diomira De Paolis, prima e unica moglie, della quale riportiamo la sua tragica storia, e Geltrude De Marchis, per Masi, la perfida amante, che, con sorrisi e lusinghe, spinse il capo banda alla resa, illudendolo di poter ri- cominciare una vita normale. Analizziamo poi due famose brigantesse del dopo Unità, che imbracciarono lo schioppo: Michelina De Cesare e la moglie di Pietro Monaco, Maria Oliverio, che fu anche capo banda e fu raccontata da Du- mas. About, a Sonnino, invece incontrò tale Maria Grazia, donna onesta, vedova di fuo- rilegge, che, con la sorella Teresa, fu la mo- della di vari pittori che ritrassero la vita dei masnadieri. Nella Provincia di Marittima e Campagna, paludi e miseria favorirono certamente il sorgere del famigerato Triangolo della morte, prossimo alla via che univa Roma a Napoli, territorio dunque che si prestava a proficui agguati. Lo Stato pontificio combatteva il brigantaggio? Si', ma in modo poco efficiente, concedeva spesso amnistie e talvolta promuoveva i ravve- duti (?) in birri. Se molti editti furono controproducenti, in certi mo- menti la giustizia fu dura. Lo dimostra la carriera di Mastro Titta il ter- ribile boia, autore di macabre esecuzioni. Vi era comunque anche chi cercava di educare ed evangelizzare, come testimonia la figura di San Gaspare del Bufalo, missionario tra i briganti. LA CRITICAAL MITO: FU VERA GLORIA? Abbiamo cercato di capire l’origine di questo mito, alimentato dalle imprese (molte non dimostrate e spesso crudeli) e dalla lunga perma- nenza in galera. Le costanti visite, soprattutto di colti viaggiatori stra- nieri e famosi, le narrazioni del loro incontro, le fantasiose caratteristi- che attribuitegli (perfino letterato e musico!), un fuorilegge vittima delle leggi ingiuste di uno stato arretrato e, infine, il successo dei libri di memorie, lo resero un personaggio la cui fama attraversò l’oceano. Fu dunque vera gloria? Tra le numerose testimonianze abbiamo trova- to alcune voci discordanti, che lo riportano alla dimensione di un as- sassino violento, così pure studi recenti ne ridimensionano l’importan- za e il ruolo, rispetto ad altri capi banda laziali. Lo stesso Dumas so- spetta di aver incontrato un falso brigante, circondato da comparse: ipotizziamo che ciò accadde spesso. Ugo Pesci quando entrò tra i pri- mi nella fortezza liberata di Civita Castellana nel 1870, lo descrisse come un rozzo e ignorante individuo, senza alcun tratto dell’eroe … ma il mito continuò. Appendice: IL CASO LOMBROSO Infine Lombroso. Lo scienziato teorizzò che all’essere criminale corri- spondono precisi aspetti morfologici. Dall'esame del cranio di Cipolla e Gasparoni, la diagnosi fu chiara: due tipici assassini. Analizziamo anche un un suo articolo del 1902, nel quale cita Gasparoni e, soprat- tutto, sproloquia sul brigante Musolino, introducendo la categoria del cosiddetto criminale di genio. LA CLASSE 4^ B A.S. 2014 – 2015 D o c e n t e PAO LO E R M A N O Francesca Agnusdei Margherita Anastasio Edoardo Ballabio Marco Bassani Andrea Briani Riccardo Brivio Riccardo Cappella Valeria Cattani Martina Cocchiara Ilaria Cocurullo Andrea Colombo Giulia Fantoni Luca Giussani Mattia Maiocchi Melissa Maniscalco Federico Mantica Ilaria Messina Alessia Milani Andrea Monti Luca Montrasio Angela Paldino Benedetta Pappada' Luca Redaelli Andrea Sarati Giulia Spina Emanuela Vaghi Un ringraziamento alla Prof.ssa Margherita Fretto che ha curato le traduzioni dal francese e dall'inglese. Hanno partecipato alla parte musicale anche le allieve Chiara Genoni e Ranjana Ingala. DALL'ARCHIVIO GOLGI – REDAELLI GASPARONI BRIGANTE MODELLO? Una vita da masnadiero Vita da galera LE RES GESTAE DI GASPARONI I BRIGANTI Pancia a terra! I mitici masnadieri DUE COMPARI DELLA BANDA IL MITICO GASPARONI La costruzione di un personaggio Tra storia e fantasia: fu vera gloria? DONNE E BRIGANTESSE Botte schioppi e amore Bonnie & Clyde nel Mezzogiorno UN BRIGANTE AL NORD C'è una Pia Casa che... dalla galera all'ospizio! E l'è finì a Biagrà, paés di stecch! LO STATO PONTIFICIO TERRA DI BRIGANTI Il triangolo della morte! Reprimere o convertire BRIGANTI SI NASCE, SCIENZIATI … Antropologia criminale o criminale antropologia? Gasparoni, ma che testa hai? TARANTELLA RAP Il mio nome è Gasparone non un semplice bandito, ora ascolta ‘sta canzone fui brigante, ma anche un mito. Senza fame non c’è fama, senza storia non c’è gloria. Fuoco, polvere e pazzia vita ingrata in Ciociaria. Taglieggiavo e sequestravo e fui Principe dei monti: chi vuol essere liberato venti mila scudi appronti. Non rubavo ai poveracci, uccidevo se costretto, nello stato dei pretacci che giustizia mai mi aspetto? Tanto tempo clandestino, poi mi fido di un pretino. Son cacciato in gattabuia … son finiti gli alleluja! Anni e anni in reclusione, lo scrittore col curioso, in continua processione, dal brigante più famoso. Il Dumas e altri artisti io davvero mai li ho visti: quello colto e letterato era un Gasba taroccato! Masi canta le sue imprese, che poi escono in francese, il New York Times, alla sua morte, narrerà la triste sorte. A ottant’anni è liberato; resta ancora un satanasso. Il governo spaventato lo spedisce a Abbiategrasso. M’han sbattuto su in pianura, sono senza selva oscura, e c'è un'altra bizzarria: Gasparone in Casa Pia! Tra incurabili e dementi, ‘li mortacci che postaccio. Tutti a far stuzzicadenti, fui brigante … io non lo faccio! Vitto alloggio assicurato e il tabacco m’hanno dato. Un riscatto il mio onorario, ora paga il Regio Erario. A Biagrà all’amico Croce, che nun vede, ma ce sente, io gli cunto tutto a voce pensa lui allo scrivente. A Milan furbo è il Barbini, pubblicarlo è affar vero, gesti nobili e assassini: ecco il grande masnadiero! Hai ucciso e l’hai pagata, nove lustri di prigione! La sentenza è pronunciata: viva viva Gasparone ! DUE TESTI PER BALLATE Per la presentazione del lavoro presso la sede dell'Istituto Golgi Redaelli di Milano, l'8 ottobre 2015, accanto ad una breve esposizione dei cartelloni, sono state preparate ed eseguite, da alcune allieve ed allievi, due ballate. La prima è un adattamento di una tarantella originale del 1859, repertorio probabilmente dei cantastorie; l'altra, una tarantella rap, scritta con riferimenti anche al periodo di permanenza ad Abbiategrasso.
  2. 2. TIPO DI DOCUMENTO DATA AUTORE E DESTINATARIO C O N T E N U TO Comunicazione del Ministro dell’Interno 19 settembre 1871 Il Ministro Lanza al Prefetto di Milano Ricovero di due de' superstiti della banda Gasparoni (*) presso le Pie Case di Ricovero di Abbiategrasso per una retta di 90 centesimi al giorno. Comunicazione della Prefettura di Milano 20 settembre 1871 Il Prefetto Negrini al Questore di Milano Sulla retta giornaliera che la Congregazione di Carità deve versare alle Pie Case in Abbiategrasso per il ricovero dei due superstiti compagni del Capo Banda Gasparoni. Comunicazione della Questura di Roma Invio ad Abbiategrasso 24 settembre 1871 Il Questore Berti della questura della città di Roma al Ministero degli Interni Comunicazione della scarcerazione dei superstiti della banda Gasparoni e del temporaneo ricovero di due di loro: Gasparoni di Sonnino anni 78 e Cipolla di Vallecorsa anni 69 in attesa di essere trasferiti ad Abbiategrasso. Ragione del ricovero. Nota archivista: Gasparoni Antonio fu Giuseppe, d’anni 78 da Sonnino pastore, scarcerato dopo 46 anni per grazia. Comunicazione della Congregazione di Carità di Milano Ammissione 27 settembre 1871 La Congregazione di Carità di Milano alle Pie Case di Ricovero in Abbiategrasso Invito al Direttore delle Pie Case degli Incurabili in Abbiategrasso ad accettare il ricovero di Gasparoni Antonio. Documento della Congregazione di Carità di Milano Bolletta ammissione 28 settembre 1871 La Congregazione di Carità di Milano alla Questura Sollecitazione del rilascio di Gasparoni Antonio e Cipolla Pietro per essere ricoverati presso la struttura di Abbiategrasso a carico del Regio Erario. Suo stato fisico. Bollettone ricovero e scheda medica delle Pie Case di Abbiategrasso 28 settembre 1871 La Congregazione di Carità di Milano alle Pie Case degli Incurabili in Abbiategrasso Registrazione dell’arrivo (28 settembre 1871) di Cipolla Pietro. Nota: senza traccia di malattia contagiosa, ma molto simili poiché gli si farà un bagno caldo. Documento alla PP.CC. di Abbiategrasso Ammissione 29 settembre 1871 La Direzione delle Pie Case alla Congregazione di Carità Registrazione dell’arrivo di Gasparoni, il quale è affetto da ernia inguinale. Titolo d'Archivio di Ospitalità Ammissione 30 settembre 1871 La Direzione delle Pie Case: Titolo di archivio di Ospitalità Comunicazione dell'Economo ricovero di Pietro Cipolla dopo essersi presentato presso l’Istituto munito del regolare bollettone di nomina. Nota: affetto da ernia ing. libera. (*) Gasparoni, Gasparone,, Gasbarrone...? Nelle stesse fonti d'Archivio non c'è un'unica denominazione. Noi utilizzeremo Gasparoni come i documenti ministeriali. PERCHÈ FINÌ AD ABBIATEGRASSO? Sembrò utile provvedi- mento il procurare la loro associazione nell’ospi- zio dei Pellegrini e con- valescenti di questa città, ma la memoria ancora vive sulle loro gesta cri- minose obbligarono que- st’ufficio a vietar loro l’u- scita dallo stabilimento, per evitare manifestazio- ni troppo marcate di curiosità, e fece premu- ra per il loro colloca- mento in altre case ospi- taliere del Regno. La congregazione di Ca- rità di Milano essendosi dichiarata pronta a ri- cevere due di essi nell’o- spizio di Abbiategrasso si faranno partire a cotesta volta i nominati Gasbaroni e Cipolla accompagnati da un agente di P.S. provvi- sti di indegnità di viag- gio oltre il trasporto gra- tuito. LO STATO FISICO DI GASPARONI AL SUO ARRIVO Immune da malattia contagiosa, ma sucido per cui gli si farà un bagno semplice caldo. GASPARONI ANALFABETA Nelle richieste fatte scrivere vengono firmate con segni: a) per ottenere il trasferimento: Perdoni, o Eccellenza, della troppa libertà che prenderà il povero Gasparoni Antonio, che nella dolce speranza d’esserne esaudito, le ne anticipa i più che dovuti ringraziamenti. b) per richiedere il tabacco: Letto consegnato e sottosegnato per essere illetterato.
  3. 3. TIPO DI DOCUMENTO DATA AUTORE E DESTINATARIO C O N T E N U TO Titolo d'Archivio di Ospitalità Notifica morte 30 agosto 1873 Il Dottor Tragella alla Direzione delle Pie Case in Abbiategrasso per Ufficio locale dello Stato civile Il dottor Tragella rassegna la notifica di morte avvenuta per male lenta gastroenterite del ricoverato a carico del Regio Erario Cipolla Pietro. Istanza scritta per richiesta sussidio 19 aprile 1875 Richiesta a nome di Gasparoni alla Direzione del Pio Ricovero Richiesta per ricevere un piccolo sussidio mensile per poter acquistare del tabacco da fumare, sottoscritta con una croce dal Gasparoni. Risposta all'istanza della Congregazione di Carità di Milano 16 luglio 1875 La Congregazione di Carità di Milano alla Direzione di Abbiategrasso La richiesta di Gasparoni è accolta, il Regio Ministero dell'Interno ha accordato 5 lire mensili per tabacco da fumare. Aumento retta, papela 22 luglio 1875 La Congregazione di Carità di Milano alle Pie Case degli Incurabili Si comunica che il Ministero dell’Interno ha accordato un aumento di L 5. mensili alla retta di ricovero di Gasparoni per la somministrazione del tabacco da fumare. Se ne dia partecipazione al Gasparoni, il sig. Economo è incaricato per l’acquisto sempre nei limiti di L 5. Richiesta di trasferimento 5 settembre 1876 Antonio Gasparoni alla Congregazione di Carità di Milano per la Procura in Abbiategrasso Richiesta di trasferimento di Gasparoni o nel Pio Albergo Triulzio in Milano o nella città di Palermo, soggiaccendo a vari fisici mali, quali li attribuirebbe cagionati meramente dell’aria quivi d’Abbiategrasso. Risposta alla richiesta di trasferimento 10 ottobre 1876 La Congregazione di Carità di Milano al Pio ricovero di Abbiategrasso Comunicazione per Antonio Gasparoni che la sua richiesta di trasferimento non è stata accettata: il R. Ministero dell’Interno a mezzo della R. Prefettura di Milano con nota 1 ottobre 1876 non ha trovato di accordargli tale favore. Respinta richiesta per permesso uscita di 5 giorni a Milano. 18 marzo 1877 La Direzione del Pio Ricovero alla Onorevole Congregazione di Carità Oggetto: Gasparoni Antonio ricoverato presenta lettera di domanda per poter ottenere permesso di assentarsi dal L.P. per 5 giorni per recarsi a Milano. Parere negativo per non avere il Gasparoni in Milano parenti, ove appoggiarsi pel vitto e per dormire. Ad ogni buon fine aggiungerò che mi risulta avere il Gasparoni fatta domanda di venire a Milano per conferire coll’Editore Barbini, onde concertare alcune aggiunte a farsi per la nuova ristampa dell’opuscolo Vicende del brigante Gasparoni. TIPO DI DOCUMENTO DATA AUTORE E DESTINATARIO C O N T E N U TO Certificato di morte 1 aprile 1882 Il capo Sorvegliante Schieroni alla Direzione delle Pie Case Comunicazione data e ora della morte di Gasparoni Antonio. Notifica di morte 2 aprile 1882 Il Dott. Storti alle Pie Case di Abbiategrasso Comunicazione della morte di Antonio Gasparoni per bronco alveolite. Atto di registrazione delle Pie Case di Abbiategrasso e del decesso 2 aprile 1882 Processo Verbale di Consegna Restituzione e Vendita Comunicazione dell'Economo - Cassiere del ricovero e del decesso, 1 aprile 1882, di Gasparoni Antonio e consegna del denaro (4,80 lire) posseduti dal defunto. La Guida di Milano del 1879 presenta l'elenco del personale di Abbiategrasso, presente nei documenti d'Archivio, con grafie talvolta difficili da decifrare correttamente. N o t i f i c a d i m o r t e d i P i e t r o C i p o l l a Il testo edito da Barbini, che, come ricorda un documento, Gasparoni voleva incontrare recandosi a Milano. Nelle successive e numerose edizioni del volume, oltre all'introduzione di Venosta ,vi saranno delle aggiunte del Croce sulla morte di Cipolla e di Antonio e sulla loro permanenza nella Pia casa.
  4. 4. 1814: INIZIA LA CARRIERA Antonio Gasparoni nacque nel 1793 a Son- nino, oggi provincia di Latina, dove faceva il vaccaro da quando aveva perso il padre Giuseppe, in tenera età. Il primo amore fu una giovane di nome Maria che aveva già un altro pretendente, Claudio. Nel marzo 1814 Clau- dio minacciò Gasparoni con un coltello affinché non importunas- se più Maria, ma Antonio non si lasciò sopraffare e uccise il con- tendente con la sua stessa arma. Lo stesso giorno morì sua madre per via di una grave malattia. Ricercato per l'omicidio, abbandonò la casa paterna: iniziava circa 10 anni di latitanza da fuorilegge. Qualche mese dopo seppe che un certo Giuseppe l'accusava della uccisione del suo amico Claudio, Antonio inutilmente proclamava la sua in- nocenza, giustifican- dosi col fatto di esse- re stato provocato. Di fronte alla minaccia di essere denunciato, Gasparoni decise di commettere un se- condo omicidio e l'imprudente Giusep- pe si prese quattro pugnalate. I PRIMI CONTI CON LA GIUSTIZIA PONTIFICIA Per i due omicidi commessi venne mandato al domicilio forzato a Cento, mentre il suo compare Pietro Rinaldi fu mandato a Ferrara. Qui col fratello di Diomira, il bandito De Paolis, progettò la fuga e convinse Gasparoni a fuggire con loro. A questi venne però il sospetto che la notizia della loro imminente fuga si fosse diffusa e propose inutilmente ai suoi compagni di scappare subito, così Ga- sparoni proseguì da solo a piedi fino in Ciociaria. IL BRIGANTE CONFINATO A CENTO (Testimonianza di Masi) Dopo i primi omicidi commessi Gasparoni non riuscì a sfuggire alla giustizia e fu condotto, con la moglie Diomira De Paolis, a Cento. Qui gli assegnarono una camera in un osteria. Diomira non sopportava la situazione e si rifiutava di uscire di casa per- ché al tempo le donne non potevano allontanarsi dall’uscio. In- vece Gasparoni si fece qualche amico, ci fu chi cercò anche di procurargli, invano, un lavoro: non era certo nato per faticare. Il brigante comunque alla famiglia preferì la libertà e, dopo un anno e cinque mesi, fuggì da Cento (17 agosto 1820). Vedremo in seguito la triste storia di Diomira una donna dispe- rata ma dotata di una sua grande dignità. UN DELITTO PENO- SISSIMO I due banditi, fuggiti da Bo- logna, forse con un terzo complice furono autori di un efferato delitto. Senza dena- ro, assalirono la carrozza del marchese Francesco Mare- scotti, scambiato forse per un gendarme, poiché teneva un fucile sulle gambe, spararo- no, ferendo cocchiere e do- mestico e uccidendo la mar- chesina Giulia. Rinaldi e De Paolis, secondo il Masi, furono catturati dopo quattro mesi, e giustiziati a Bologna nell'ottobre 1814. UN'IPOTESI Il barbaro omicidio fece scal- pore e l'influente famiglia re- clamò subito giustizia, che appunto fu rapida e decisa, ma … forse mancava ancora un terzo bandito: Gasparoni! Per tutta la vita il nostro si proclamerà innocente, ma il dubbio però rimase. L'ostilità dei Marescotti potrebbe essere una delle cause della reclusione pontificia sine die, avvenuta infatti senza processo, quindi senza sentenza sulla colpevolezza della morte della giovane. Una vendetta? GASPARONI CAPO BANDA Ricercato per omicidio, Antonio si unì alla banda Masocco che presto passò coi birri, e in cambio dell'indulto divenne cacciatore di briganti. A quel punto Ga- sparoni divenne il capo di 13 uomini. Quando sostarono in una zona nelle vici- nanze di Sonnino lo raggiunse Maria. Una sera tra i due nacque un litigio per- ché la donna lo incolpò dell’omicidio di Claudio, Antonio mosso dalla gelosia per il passato non ci pensò due volte e uccise anche lei! UNA VITA DA BRIGANTE Esaminando il testo edito a Milano Il ma- snadiero Antonio Gasparoni, vediamo qualche esempio che ci porta nella vita quotidiana, reale e romanzata, di un bri- gante pre-unitario. Aprile 1816 La banda nel 1816 in pianura nella macchia di Caserta ospita due inglesi che desideravano incontrare il capobanda. Dopo qualche giorno di baldorie insieme, gli inglesi lasciarono ai masnadieri una borsa d'oro e la promessa, poi mantenuta, di procurare loro armi. Alcuni atti di brigantaggio dal 1817 al 1819 Il sequestro del colonnello Cotenover che analizziamo a parte, forse l'impresa accertata più importante. Nella primavera del 1818, Gasparoni, poiché era analfabeta, fa scrivere una lettera al suo segretario Masi [è impossibile costui entrò nella banda nel 1824] per chiedere a Minocci, un vecchio amico, e ai suoi uomini di unirsi alla sua banda. A marzo infatti le due bande si uniscono in una formazione di venti uomini. Su una strada vicino a Fondi fermano una carrozza signorile, uc- cidono cinque soldati e mettono in fuga gli altri. Come sapranno in seguito, questa trasporta la regina di Spagna e sua figlia col loro seguito. Vengono liberate in breve tempo con il riscatto di 8.000 ducati [episodio inventato, di vero forse il valore di un ri- scatto richiesto in quel periodo]. Nel 1818 sono uccisi quattro birri che, per ordine del Delegato di Frosinone, s'erano finti briganti per infiltrarsi nella banda e ucci- dere il capo. La banda cerca Domenico, un manutengolo che ha tradito per in- tascare la taglia su Antonio. Trovato il traditore lo uccide e co- stringe i suoi garzoni a mangiarne pezzi del corpo , come punizio- ne perché essi non rivelato subito dove il padrone si fosse nasco- sto. [potevano gli ostaggi subire mutilazioni come le orecchie, e Gasparoni li ha compiuti, da dimostrare invece il verificarsi di episodi di cannibalismo] I masnadieri sono avvertiti che un furgone di denari sarebbe par- tito da Napoli passando sulla strada per l’Aquila nei pressi della quale erano ac- campati. Fermano la carrozza che porta un generale: bottino 7.000 ducati. Uccisione di Luigi un amico che aveva tradito Gasparoni, per ricevere una ri- compensa. Al convento di Gaeta estorcono 12.000 ducati. Il 9 settembre 1819 al convento di San Salvatore rapiscono sei seminaristi, il cardinale Lante [non provato] e 4 birri che poi uccidono. Ottengono 60.000 du- cati Al convento dei certosini a Frosinone rapiscono dei frati che poi liberano con un riscatto di 30.000 scudi. Gasparoni aiutato dal popolo Nel 1819 dopo l’inverno sul monte Pon- tecorvo, si spostarono più a valle dove molte persone ben pagate provenienti da Frosinone e Velletri, portavano loro vitto, abiti e cibo. Questi aiuti sono frequenti, quanto spontanei si può immaginare. Di certo la popolarità dei briganti nelle cam- pagne superava l'antipatia per birri e soldati. Primavera 1821: sequestro Ruinetti (Rovinetti) A proposito dell'ostilità contadina verso i militari, non ha riscon- tro l'episodio che coinvolge colui che con il Pellegrini avrà un ruolo fondamentale nella resa del bandito. Nel marzo 1821 Gasparoni per il tramite del cuoco del Colonnello Ruinetti viene a sapere che i Carabinieri avevano catturato molti dei suoi corrispondenti. Un giovane confidente gli confermò che erano stati arrestati 200 manutengoli e che due di essi sarebbero stati mandati a morte entro tre giorni. Il giovane confida anche che il Colonnello ha un figlio, Emilio, che, assieme ad un amico, si reca spesso in una casa di campagna per incontrarsi con delle giovani. Gasparoni sfrutta subito l'informazione e riesce a seque- strarli, obbligando Emilio a scrivere una lettera al padre in cui chiede di liberare tutti i detenuti in cambio della loro vita. Il Colonnello dopo due giorni di vane ricerche alla fine cede, libe- ra i detenuti compresi due condannati a morte. Gasparoni mantie- ne la parola e libera gli ostaggi. Primavera 1821: Gasparoni ferito Gasparoni tornando a Sonnino, tradito da un carbonaio, che mira- va alla taglia, è vittima di un'imboscata. Nello scontro a fuoco con i birri rimane ferito sotto la mascella, curata da un medico di Ter- racina. Appena in salute con i suoi torna alla capanna del carbona- io ed appicca il fuoco: il carbonaio muore nell'incendio. Agosto 1821: i birri amici! Il detto velluto e tromboni designava i briganti, A Sonnino Gaspa- roni chiede a Tommaso Antonelli, sarto e nipote del cardinale, di procuragli del velluto per un vestito nuovo ma questi avvisa i bir- ri. Quando Gasparoni si reca per ritirare l'abito trova un birro di guardia che dorme, lo uccide e fugge. Pronti 40 birri escono dalla casa, ma non lo inseguono: fra di essi vi erano dei suoi amici! L'alleanza con Di Girolamo Nell'inverno del 1823 sulla Majella Ga- sparoni incon- tra il masna- diero Pasquale Di Gerolamo e la sua banda di vallecorsa- ni, in cui c'era anche Pietro Cipolla,. Uni- scono le loro forze e fanno un bel colpo su un procac- cio scortato da molti uomini. Due incontri: Cipolla e Gertrude Nel 1825 muore l'altro importante capo brigante Di Gerolamo. Senza guida parte della sua banda, compreso Pietro Cipolla, si uniscono a Gasparoni. Antonio incontra la sua femme fatale, Gertrude Demarchis. CARTOLINA DA SONNINO IL RITRATTO E LA SUA CASA (?) GASPARONI INNOCENTE O COLPEVOLE? La vicenda Marescotti secondo Masi Il passo, tratto dall'edizione Atlante, segue l'originale francese, dove però l'omicidio è attribuito a De Paolis. Di Girolamo fu in realtà ucciso nel luglio del 1825, con il suo fido Trapani, mentre Feudo, ferito, verrà esposto a Pastena in piazza, tra le teste mozze dei due e lasciato per un giorno agonizzare fino alla morte. (Ed. Perino)
  5. 5. L A R E S A L'Editto Pallotta Nei libri di memorie è presente questo editto esempio di cattiva po- litica. Per Masi provo- cò anche ilarità: “ar- bitrariamente scon- volse ogni cosa senza rimediare alcun ma- le”, in sostanza per i briganti fu una vera manna. Il Cardinale Pallotta fu mandato da Leone XII a debellare il brigantaggio il 15 maggio 1824 e richiamato dopo meno di due mesi. L’editto riduceva i corpi militari, gli affidava solo il controllo delle strade. I comuni, a proprie spese dovevano mettere in piedi una guardia di popolani. Questi erano tutt'altro che disposti a rischiare la vita,e inimicarsi dei soggetti violenti, spietati e vendicativi, dai quali lo stato non li proteggeva più. Così la caccia si indirizzava verso itinerari che evitavano i banditi ed anche i 1000 scudi per salvarsi la pelle. Veniva poi esclusa ogni ricompensa per spie, delatori, disonesti pronti a tradire per denaro; niente più amnistie, ma pena di morte entro 24 ore; 1000 scudi solo alla consegna di un brigante vivo o morto. Gli stessi comuni diventavano i principali responsabili della lotta al brigantaggio, dovevano controllare il territorio e, se i briganti vi compivano un'azione, erano chiamati a pagare le multe: al danno la beffa! Infine per favorire la cattura o l'uccisione dei banditi si ampliava la concessione dell'uso delle armi, ma solo allo scopo di combattere il brigan- taggio! Le lamentele dei co- muni per le spese crescenti e la situa- zione peggiorata per l'assenza di forza pubblica, che permi- se a Gasparoni e soci di agire ancor più in- disturbati nel trian- golo, determinarono la svolta decisiva. Il Delegato Cardinale Benvenuti Il successore, Giovanni Antonio Benvenuti fu colui che riuscì a debellare, per breve tempo, il brigantaggio nella Provincia di Marittima e Campagna. Il nuovo Editto del 4 luglio 1824 rein- troduceva i premi di 1000 e 1500 scudi per la cattura. Il Cardina- le cercò il rapporto con la popolazione facendo vedere che lo Stato era loro vicino, favorendo l'azione della case di missione proposte da Gaspare del Bufalo. Abolì poi le licenze ai cacciato- ri appena rilasciate, introdusse una specie di coprifuoco e... chia- mò in provincia il famoso boia Mastro Titta mettendolo subito all'opera perché la gente assistesse alle sue tanto truculente quanto famose esecuzioni. Il tradimento e la fine di una “carriera” I briganti chiude- vano la carriera o per morte violen- za, giustiziati, uc- cisi da compagni per riscuotere la taglia, o trattavano la resa per un'a- mnistia. Questa, talvolta, comporta- va un po' di prigio- ne, oppure il di- ventare birro, o l'espatrio come credette Antonio addirittura per l'America. Si stava per aprire il Giubileo, le strade dovevano es- sere sicure per i pellegrini che affluivano a Roma, quindi la re- pressione del brigantaggio doveva essere decisa, anacronistica- mente tolleranza zero! La nuova fiamma Gertrude Demarchis [Geltrude De Marchis], di buona famiglia lo sollecitava a rifarsi una vita normale. Antonio era forse stanco e si sentiva braccato, il Papato voleva debellare il fenomeno eliminando un simbolo della resistenza alla legge. Poi ci fu il Pellegrini, abile mediatore, arrivista, che convinse Gaspa- roni a consegnarsi in cambio dell'impunità. Egli promise a Geltru- de che si sarebbero sposati dopo la resa, così avrebbero potuto vi- vere insieme senza più infrangere la legge. Quindi il brigante si decise a incontrare Pellegrini insieme a Masi, il suo segretario Il 18 settembre 1825 si incontrarono sul monte di Sonnino, il pre- te portava uno scritto di Leone XII che prometteva la libertà se si fosse arresa tutta la banda. In circa 8 andarono con il vicario alla chiesa della Pietà di Sonnino e deposero le armi e attesero che gli altri compagni dispersi nelle montagne si consegnassero. Per mo- strare agli irriducibili che il patto era rispettato don Pellegrini con- vinse Gasparoni e gli altri a recarsi a Roma per l'amnistia. con Gertrude e le mogli al seguito. A Castel Sant’Angelo; forse lo stesso Antonio, Gertrude e le don- ne legate ai latitanti s'impegnarono perché tutti, secondo i patti, si arrendessero. Sappiamo che Cipolla, uno degli ultimi ci volle cir- ca un mese per cedere. A quel punto erano necessari 15 giorni di penitenza. A Gertrude fu probabilmente proibito di andare a visitarlo e perciò non si videro più. Incarcerati a Civitavecchia, il capo in una cella a parte, forse incolpato dell’omicidio della Marescotti. Nessuno mai li proces- serà per un delitto che, dopo tanti anni, era ormai prescritto. Chi fu il vero traditore? Nelle memorie Giuda fu sempre e solo il Pellegrini, falso, per Ga- sparoni, come tutto il clero. Non sappiamo se fu ingannato anche lui. La linea di Leo- ne XII era chiara: una volta disarmati i banditi i patti veni- vano stracciati. Lo stesso Arciprete fu comunque un'uti- le pedina del Cardi- nale Benvenuti e del Colonnello Rovinet- ti che, fermato più volte nella sua inten- zione di uccidere tutti i malviventi, aveva segretamente accerchiato la banda nel bosco prima del- la resa, e seguiti di nascosto con le trup- pe nel loro trasferi- mento a Sonnino per arrendersi. LA LIBERAZIONE Ugo Pesci racconta l'incontro con Gasparoni avvenuto pochi giorni prima del 20 settembre 1870. U N C AR ATTER E V IO LEN TO L'ANTICLERICALE PUNITO Il suo rapporto con la legge era pressoché assente; nessuno scrupolo a minacciare, e poi uccidere, laici o religiosi, donne o uomini, pur di ot- tenere gli scudi e alimentare una terribile fama. Bizzarra la sorte: un animo così ostile alla chiesa, ricordiamo che siamo nello Stato pontifi- cio, verrà poi persuaso e fregato proprio da un prelato. Mai fidarsi di chi si detesta e a suo modo si combatte!. IL CAPO BANDA Un uomo a più facce, per il Masi, burbero e scontroso, mutevole e im- prevedibile, anche rabbioso. Sappiamo che ci teneva a costruire una propria immagine, basata sulla superiorità e sul rispetto, non nutrito da lui, ma per lui, non un semplice masnadiero, ma il capo. Altezzoso e presuntuoso, ambiva alla sottomissione dei suoi compagni che, di fronte alla sua superiorità non potevano far altro che obbedire, altri- menti con lui rischiavano la vita. Era peraltro molto leale con i suoi compagni, si fidava di loro e loro si fidavano di lui, rispettandolo e assecondando i suoi ordini. Si preoccu- pava di spartire ogni bottino in parti uguali, senza mai [forse] preten- dere una parte maggiore di scudi o ducati. UN GALANTE DONGIOVANNI? Amante delle donne, spesso impedì ai suoi compagni di brigata di compiere violenze sulle donne, anche se si trattava di prigioniere. Ad esempio, nel rapimento in pieno giorno di trentaquattro fanciulle da un convento di monache di Monte Commodo, i briganti scelsero quelle provenienti da famiglie che potevano permettersi di pagare il riscatto più alto. Furono tenute nascoste per dieci giorni sulla montagna, ma per una felice eccezione agli usi dei banditi, furono trattate con tutti i riguardi possibili senza rischiare alcun abuso. Il riscatto richiesto per ciascuna variava dai 200 ai 1000 scudi romani. LA QUOTIDIANITÀ DELLA VIOLENZA La sua infanzia è stata segnata da una educazione incline alla violenza. Presto orfano la figura adulta di riferimento rimase il fratello Gennaro, noto anche lui per una certa vocazione al brigantaggio, anche se dai documenti appare sempre interessato alle amnistie. Il contesto in cui si formò era semplice e primitivo. Gasparoni in un diverbio ricorreva su- bito alla violenza e se molto alterato ad uccidere. Quasi sempre giusti- fica i suoi atti brutali con la collera, capace di trasformarlo in una be- stia, incapace in quel frangente di usare la ragione. E allora ... agisce d’istinto, uccidendo chiunque gli sia sotto tiro. NEMICI E VITTIME Le vittime principali erano nobili e ricchi di entrambi i sessi, utili per ricavare cospicui riscatti e le risorse necessarie per vivere alla mac- chia. Somme ingenti erano destinate ai manutengoli, che garantivano appoggi e informazioni, permettendogli di spostarsi e di agire con si- curezza. Il popolo tremava al sentire il suo nome; la fama di omicida era fonda- ta su una stima di circa 153 vittime! Considerato dunque il brigante più pericoloso della Provincia di Campagna e Marittima. Gli uccisi erano prevalentemente spie, informatori o banditi che tradi- vano, e la Forza, ossia i corpi militari dello Stato pontificio che avreb- bero dovuto reprimere il brigantaggio. Potevano subire mutilazioni an- che i sequestrati e gli ostaggi, se le trattative si prolungavano, ad esempio nel caso di un riscatto molto consistente. Gasparoni teneva come prigionieri solo per potere ricevere in cambio un riscatto per la loro liberazione. A stranieri e visitatori, che si addentravano nei boschi per incontrarlo, narrarne le gesta o immortalarlo nei propri disegni, appariva molto educato, accogliente; in fondo erano innocui, soddisfacevano la sua vanità, ne accrescevano il prestigio e il mito della sua invincibilità. IN GRAZIA DI DIO Come ogni brigante, benché grandissimo peccatore, era devoto a qual- che santo, precetto o immagine sacra. Né lui né alcuno della sua banda avrebbe mai potuto commettere un furto o un delitto di venerdì, gior- no, come altri periodi fissati dalla Chiesa, di penitenza o digiuno. Tutti i mesi veniva chiamato per confessarli un prete che, per paura, non mancava mai di dar loro l’assoluzione. UN ABILE E ASTUTO STRATEGA Come brigante sapeva il suo mestiere! Morto Massaroni, che era il vero capobanda, molti briganti si unirono a lui, e fu con questi che rapì un Colonnello austriaco. In tale famosa vicenda, (analizzata a parte), ebbe l'occasione di dimostrare la sua perizia militare. La vallata dove si erano rifugiati, fu accerchiata dalle truppe pontificie, da soldati au- striaci e dalla Guardia civica, che avevano un fazzoletto bianco anno- dato sul cappello come segno di riconoscimento. Per confondere i sol- dati usò lo stesso segno, riuscendo così a passare in mezzo a loro sen- za che fosse sparato un solo colpo e liberando il Colonnello. Clemen- za? Sì, ma unita alla convenienza! La stampa di Pinelli raffigura la trattativa tra l'Arciprete Pellegrini e Gasparoni, che avrà come esito la fine della banda e una lunga prigionia di 45 anni. Il Masi ci presenta un quadro meno nobile. Una giovane resiste alle sue offerte galanti prima e al tentativo di violentarla poi ... Alla Camera il deputato Polesello ricorda l'Editto Pallotta e Gasparoni. (5.3.1866)
  6. 6. I SEQ UEST RI DA L 1815 AL 1821 Nella seguente tabella sono riassunti tutti i sequestri operati dal brigante Antonio Gasparoni e dalla sua banda, tra il 1815 e il 1821, nei territori compresi tra il Lazio e la Campania, secondo quanto riportato nel libro che racconta la vita del masnadiero di Sonnino edito dal Barbini. TIPO DI SEQUESTRO COME AGIRONO VALORE DEL RISCATTO ESITO Giugno 1815 I briganti fermano la carrozza signorile del Sotto- prefetto di Napoli appena fuori dal bosco di Pofi. Non vengono descritte le modalità del sequestro, sembra però non violento. Al Governo vengono chiesti 8000 ducati per la liberazione. Il Governo manda subito il riscatto da Pofi per mezzo di un pastore. Il prefetto è liberato. 2 Luglio 1815 La banda di Gasparoni si imbatte in due signori: Gioachino Preda e Giovanni Miraglia. I due vengono catturati e costretti a seguire la banda. Apparentemente non viene commesso alcun atto violento. Utilizzando un contadino come messo, vengono chiesti al comune di Frosinone 10000 scudi come riscatto per i due. Il comune consegna tempestivamente la somma richiesta tramite il messo-contadino. I due vengono rilasciati. Aprile 1816 Giunto al convento di Monte Velletri, Gasparoni costringe quattro frati a seguirlo, tra cui il priore. I quattro frati vengono condotti a una buona distanza dal convento, e vengono costretti a scrivere al segretario di Stato di Velletri una lettera con la quale veniva richiesto un riscatto. La somma richiesta per i quattro ammontava a 60000 scudi. Il segretario di Stato manda subito il riscatto, temendo per l’incolumità dei prigionieri, accompagnato da un foglio con la firma del cardinale Consalvi, da Benevento. I frati sono lasciati liberi. Aprile-Maggio 1816 Incontrato un pastore bisognoso, Gasparoni ed i suoi uomini si recano dal vecchio prete usuraio che risponde al nome di Giovanni, nel paese di Rocca-Massima. Gasparoni induce il prete a seguirlo, con lui un ragazzo. “Per forza o per amore” conduce il prete sul monte. Vedutosi circondato dalla banda il prete chiede pietà per sé. Vengono stabiliti 6000 scudi per la liberazione, i quali dovevano essere recuperati e consegnati dal ragazzo che accompagnava don Giovanni. Il prete cercò di convincere il ragazzo a portare metà somma. Alla fine vengono consegnati dal ragazzo 4000 scudi. I due vengono rilasciati. Gasparoni consegna al pastore bisognoso quanto promesso. Ottobre 1817 Sulla strada da Napoli a Roma si imbattono in una carrozza da posta. La fermano e intimano ai passeggeri di scendere. Erano il colonnello Cotenover ed il suo servitore. La banda costringe i due, senza far uso di violenza, a seguirla sul monte Laloboco. Come prezzo per la libertà, Gasparoni impose al colonnello la somma di 10000 scudi. Vengono consegnati 14000 scudi tramite il servo del colonnello. Quindi viene liberato. Marzo 1818 Sulla strada tra l’Epitaffio e Portella la banda si imbatte in una vettura scortata da dieci cavalieri. Fanno fuoco sui soldati, cinque vengono uccisi, i rimanenti fuggono. Costringono le quattro donne e l’uomo occupanti della vettura a seguirli su un’altura. I compagni vogliono oltraggiare le donne. Gasparoni lo impedisce. La somma richiesta ammonta a 8000 ducati. Tramite un confidente del brigante, la donna manda una lettera a Terracina per avere il denaro. Il denaro viene consegnato. I prigionieri liberati. Gasparoni scopre che i sequestrati erano la regina di Spagna con la figlia, le dame e un uomo di corte. Rimpiange di non aver chiesto di più. Agosto 1819 Avvertita da un confidente, la banda di Gasparoni si porta sulla strada per Venafro. Di lì passa un generale sulla carrozza scortato da due cavalieri. I cavalieri vengono uccisi e il generale rapito e condotto sul monte Venafro. Viene chiesta, come riscatto, la cifra di 7000 ducati. Il generale scrive e manda la lettera tramite un montanaro presso Venafro. La somma è prontamente consegnata. Il generale se ne va totalmente indifferente. Agosto 1819 La compagnia di briganti si dirige presso un convento chiedendo del padre priore. Gasparoni forza il priore e l’ortolano, il quale era lì con il priore, a seguirlo. La richiesta per la libertà ammonta a 12000 ducati. Il priore manda la richiesta ad Avezzana tramite l’ortolano. In poco tempo la somma desiderata arriva. Il priore è libero. 6 Settembre 1819 La banda giunge al convento di San Salvatore presso il monte Longone. La porta è presidiata da sei “birri”. La banda disarma quattro dei sei. Due si danno alla fuga. Giunge il cardinale Lante accompagnato da sei seminaristi e dal priore del convento. Tutti vengono condotti su di una altura. Il gruppo di prigionieri tenta una offensiva. Vengono uccise le quattro guardie. La richiesta è di 60000 scudi. Due seminaristi vengono mandati presso il comune di Longone. Tornano con il denaro. I prigionieri sono liberati. Ottobre 1819 Gasparoni decide di recarsi a Frosinone per estorcere denaro ai frati certosini. Giunge al convento ed entra furtivamente con sette dei suoi uomini. Tre frati e due contadini vengono fatti prigionieri e condotti in un luogo sicuro. Al più anziano dei tre viene chiesto di scrivere una lettera da mandare al priore del convento con la richiesta di molti denari come riscatto. Il priore, letta la lettera, consegna al messo 30000 scudi. I cinque sono dunque liberi. Marzo 1821 Vengono catturati dalla banda, presso una cascina, Emilio, figlio del colonnello Ruinetti, e Federico, un suo amico. Senza troppi problemi si recano presso il monte Pontecorvo. Il riscatto consisteva nella liberazione di alcuni uomini accusati come manutengoli di Gasparoni. Il colonnello dispiega le milizie ma senza risultati. I detenuti vengono liberati e si ricongiungono con Gasparoni. Emilio e Federico vengono rilasciati. Abbiamo analizzato questo famoso caso rilevando le differenze presenti delle nelle varie edizioni, le prime due del Masi, la terza del periodo di Abbiategrasso 1867 1867 (ed. 1952) 1877 Il Colonnello ... Gutnohfen Francoise - - - Cotenover Data rapimento Marzo 1822 Marzo 1822 Ottobre 1817 Somma richiesta (scudi) 40.000 (poi ridotti a 20.000) 20.000 10.000 Somma ottenuta nessuna nessuna 14.000 (tramite il servo mandato tre volte a casa) Trattamento ostaggio Preoccupato per la tristezza del rapito, Gasparoni gli procura rum e vini stranieri Gasparoni premuroso fa arrivare da Fondi malaga e rum di cui il Colonnello era ghiotto Riceve vino e viveri dal servo quando torna con le somme del riscatto Gasparoni Appare sempre deciso a mantenere la parola data, clemente da evitare la morte al Colonnello, che rispetta forse considerandosi anch'egli un ufficiale, si dimostra capo assoluto della banda, è abile stratega nel fingersi un cacciatore di briganti ed eludere l'esercito Colonnello Ammirato da Gasparoni in cui ha fiducia, leale, sincero nelle lettere che scrive per richiedere il riscatto, pronto ad aiutare i briganti Esito rapimento La liberazione Colonnello e sua promessa di liberare i parenti dei banditi Al momento della liberazione il Colonnello, con una stretta di mano, promette se possibile aiuti in futuro Senso dell'impresa Il sequestro fu un fatto clamoroso immortalato anche nei disegni dei pittori, l'impiego dell'esercito, peraltro poco a suo agio tra i boschi, fece crescere la fama del brigante È vera la storia e reale la magnanimità di Gasparoni? Quella del sequestro del colonnello Conte di Condenhaven è forse la prima vera impresa di Gasparo- ni, e la più famosa perché coinvolgeva un generale austriaco: l'esercito di un impero messo sotto scac- co da quattro pecorai! Ma come realmente andarono le cose? Diverse le versioni che sono state diffu- se e molti particolari sono in palese contraddizione tra loro. La tabella a fianco schematizza i conte- nuti riguardo al sequestro del colonnello provenienti da tre differenti edizioni. Masi così risponde: “Vittori oggi è morto e non potrebbe far fede dei tentativi operati da Gasbarrone per salvare il colon- nello austriaco dalle sue smanie omicide. La verità di questo episodio è confermata dal fatto che nel 1832 l'ambasciatore austriaco presso lo Stato Pontificio venne a visitare Gasbarrone, che si trovava recluso nel carcere di Civitavecchia, ed a nome del colonnello gli donò quattro scudi; ugualmente fece il console Andrea Palombi inviando uno scudo nella ricorrenza di qualsiasi festa civile o religio- sa. Il colonnello divenne poi generale ed infine morì; ma la sua riconoscenza verso Gasbarrone sem- bra si perpetui anche dall'al di là (sic), perché recentemente, nel 1856, fu il figlio del colonnello a ve- nire a trovare Gasbarrone in carcere ed a regalargli una moneta di venti franchi a nome di sua ma- dre. Il giovane, che s'era fatto religioso, espresse il desiderio di udire il racconto dell'avventura dalla stessa bocca del protagonista, sebbene l'avesse sentita tante volte narrare dal padre e dalla madre che gli sembrava ormai più una favola che una storia vera.”. (fonte: Colagionanni Triangolo, pagina 501). Da osservare l'errore del pittore Pinelli che nella didascalia attribuisce a Massaroni il sequestro, rappresentando il capobanda con le fattezze del bandito che aveva già ritratto. Un colonnello tedesco arrestato da Massaroni è portato sulle Montagne e costretto a scrivere un biglietto di due mila scudi per essere posto in libertà
  7. 7. IL BRIGANTAGGIO: UN FENOMENO A DUE FACCE La parola brigante, che deriva dal francese brigand, definiva in passato l’appartenente alle bande di predoni che infestavano am- pie regioni della penisola. Il brigantaggio si sviluppò soprattutto durante l’Ottocento e assunse forme molto differenziate nei luoghi e nei tempi, secondo gli scopi che perseguiva e secondo le tecniche di attua- zione. Non era solo una forma di banditi- smo caratterizzata da azioni violente a scopo di rapina ed estorsione; i briganti erano anche combattenti e, dopo l'unità, capi di rivolte con aspetti anche socio- po- litici. Il brigantaggio ha due fasi. Prima dell’Unità d’Italia si era briganti per “pro- fessione”, senza avere degli ideali politici, mentre dopo il 1860, rappresentò una pro- testa popolare contro la dominazione pie- montese. Lo Stato impose tasse, dazi e la leva di massa, che per i contadini fu vista come un’assurda imposizione, profonda- mente ingiusta perché toglieva forza lavo- ro per la sopravvivenza di una famiglia. Inoltre, l'assenza di una riforma agraria lasciò le terre ai latifondi- sti e aggravò la già marcata differenza di sviluppo tra Nord e Sud Italia nell'ambito di quella che verrà definita la questione meridio- nale. Di fronte a questa situazione il Piemonte rispose con leggi durissime (Legge Pica - 1863) per reprimere il brigantaggio. LA SUA DIFFUSIONE Il fenomeno del brigantaggio si diffuse nell’Italia meridionale, ex regno delle due Sicilie, ma la sua presenza si espanse anche nell’Abruzzo e nel La- zio meridionale. I territori che erano gravemente infestati da questa forma di criminalità erano quelli della dorsa- le montuosa dell’Appennino. Eccoli in fondo a un fosso, avvolti nel loro man- tello, sulla terra coperta a malapena di fronde delle querce, soprattutto, nei folti boschi dove si insediavano nelle grotte naturali o nelle baracche e in aree dove si addestravano attraverso veri e propri esercizi militari. L’arma- mento era costituito soprattutto dalle doppiette da caccia dei contadini, rara- mente da fucili di tipo militare sottratti alle guardie nazionali. Quando una banda sostava da qualche par- te, prendeva tutte le misure precauzionali tipiche di un esercito in un paese nemico. Sentinelle, a cui era dato il cambio a brevi inter- valli, erano collocate nei diversi punti da cui potevano essere colti di sorpresa. PROVENIENZA SOCIALE E ORGANIZZAZIONE I briganti erano soprattutto braccianti e contadini, classe sociale che rappresentava circa il 70% della popolazione. A parte le que- stioni economiche e sociali, un fattore era pure la voglia di avven- tura, di fuga dalla quotidianità, di diventare famoso e temuto, così alcuni si diedero alla macchia. Per diventare brigante bisognava aver commesso almeno un omi- cidio e i novizi non dovevano avere più di trent’anni o aver stu- diato. Questo perché i più anziani o istruiti avrebbero potuto ri- flettere ed arrivare al tradimento. Inoltre non dovevano avere pa- renti in polizia o averne mai fatto parte. I banditi obbedivano a un capo che deteneva un potere assoluto; era il bandito più anziano o esperto, che aveva la capacità di comandare e di farsi ubbidire. Possedevano anche una rete di informatori, talvolta all'interno della forza; Gasparoni millantava (?) che il cuoco del colonnello Rovinetti fosse un suo manutengolo. Essere capo non era facile, però era questo che acquistava fama e a cui spettava la maggior parte del bottino, che veniva quasi tutto speso per il mantenimento della banda e della rete di protezione sul territorio. Poiché era sta- to eletto liberamente, in caso di tradimento o di violazione dei suoi giuramenti poteva essere deposto o addirittura eliminato. Al di sotto dei capi l'ordine gerarchico era per anzianità. I pastori, i migliori confidenti dei briganti, venivano mobilitati per raccogliere informazioni ogni volta ci fosse da ingaggiare un no- vizio, se le informazioni confermavano la sua necessità di scappa- re dalla giustizia veniva accettato, altrimenti rispedito a casa. Se quello poi, per timore della prigione, insisteva per rimanere, il ca- pobanda gli faceva presente la gravità del passo che stava per compiere, i guai a cui sarebbe andato incontro e la brutta vita che avrebbe dovuto condurre. Se non era possibile fargli cambiare idea, il novizio veniva armato. REATI I briganti di solito agivano di sorpresa calando giù dai monti e assalendo così le loro vittime che sequestravano o rapinava- no. Naturalmente, per liberare i sequestrati chiedevano ingenti riscatti che andavano a rimpol- pare il gruzzolo che ogni banda possedeva. Dopo aver seque- strato una persona, infatti, il capo brigante doveva far perve- nire alla famiglia il “biglietto” con la richiesta di riscatto. Que- sti messaggi contenevano spes- so spaventose minacce riguar- danti la sorte che sarebbe stata riservata all’ostaggio, in caso di mancata o incompleta o impun- tuale soddisfazione della richie- sta. Dopo aver ottenuto il dena- ro, solitamente, liberavano la vittima; se, invece, non riceve- vano nulla non si facevano scrupoli ad ucciderla. RAPPORTO CON IL POPOLO E IL CLERO I briganti si facevano amici fidati detti manutengoli, li tenevano molto cari e li trattavano con gran riguardo. I più importanti erano gli armaioli, i sarti, i vetturali, i calzolai, gli orefici e quanti altri ricettavano la refurtiva. Sostanzialmente un po' per forza un po' per rivalsa verso le ingiustizie, il popolo era il loro maggior soste- nitore. I nuovi non erano ammessi a conoscerli e contro di essi il governo prevedeva pene simili a quelle riservati ai banditi. Quan- do il capo banda desiderava qualcosa, inviava loro un contadino già precedentemente indicato dalle parti e, per suo tramite, ordina- va il lavoro, versando la metà del prezzo pattuito. Anche alcuni preti aiutavano i briganti in cambio di somme di de- naro, ma se si sentivano esposti o minacciati passavano in fretta dalla parte delle autorità. Decisamente ostili alle autorità religiose che nello Stato pontificio ricoprivano anche incarichi amministrativi e di ordine pubblico. ABBIGLIAMENTO I banditi avevano una specie di uniforme, il loro pittoresco costu- me aveva infatti qualcosa di militare. Sul capo erano soliti indos- sare un cappello a punta, piuttosto alto, di feltro, adorno di cordo- ni o nastri di diversi colori. La giacca, di panno con tasche da en- trambi i lati, era bordata d’argento per i capibanda e di fettuccia colorata, solitamente gialla, per gli altri. Portavano un mantello di panno scuro gettato sulle spalle; un panciotto ornato da due file di bottoni d’argento; una camicia aperta dal collo ripiegato; una cra- vatta, i cui due capi erano tenuti dagli anelli e dalle fedi nuziali rubate. Indossavano pantaloni corti di panno blu, con grosse fibbie d’argento su bretelle rosse. Le calze erano legate alla gamba da piccole strisce di cuoio, terminanti in sandali o in grosse scarpe chiuse. In vita portavano una larga cintura di cuoio con dei tagli per infilarvi le cartucce; un budriere (cinghia di cuoio ) da cui pendevano una sciabola, una forchetta, un cucchiaio e un pugnale. Al collo, un nastro rosso lasciava cadere sul petto un cuore d’argento che conteneva delle reliquie e recava all’esterno, in ri- lievo, l’immagine della Vergine Maria col Bambino Gesù. PECCATORI DEVOTI Nessun brigante era ateo, tutti professavano la religione apostolica romana, sebbene non si facessero scrupoli di calpestarne tutti i co- mandamenti. Di norma erano timorati da Dio, e devoti di qualche santo. Musolino invocava la protezione di san Giuseppe, mentre Giosafatte Tallarico la Madonna del Carmine. Non era da meno Domenico Tiberzi, che si inginocchiava a pregare fervidamente fra gli alberi dei boschi, e si era scelto un luogotenente che si fer- mava a baciare i piedi di tutti i Crocifissi ai crocicchi. Sull'Aspro- monte, i briganti erano in prima fila fra i pellegrini che salivano a inizio settembre alla chiesetta della Madonna di Polsi. Ci andava- no armatissimi, ma in quella occasione si accontentavano di spa- rare allegramente in aria, in onore della loro amata Santa Vergine. Attaccavano spesso sui loro cappelli medaglie e immagini sacre, non dimenticavano mai di pregare, effettuavano digiuni ed invo- cavano il santo protettore prima di iniziare un'impresa. Facevano eccezione alcuni fuorilegge del nord del Lazio, che combattevano la chiesa perché la ritenevano responsabile della miseria delle po- polazioni. IL BRIGANTAGGIO IN MARITTIMA E CAMPAGNA FU ANCHE POLITICO? Il brigantaggio del Lazio meridionale e nella Ciociaria, sviluppa- tosi all’inizio dell’800, durò circa venti anni. Tipico di una società rurale, non fu sempre un episodio di mera criminalità, infatti sotto la dominazione francese in Italia la chiesa, che non aveva inten- zione di seguire le novità giacobine, non lo ostacolò cercando di utilizzarlo con finalità antifrancesi. I capibanda provocarono spes- so in varie aree l’anarchia, tenendo in allerta il governo francese. In seguito, ritiratisi gli occupanti, il brigantaggio di trasformò in una ribellione, individualistica e senza progetti politici, contro il sistema del privilegio e della miseria, imposto dallo Stato pontifi- cio. Un quadro preciso della corruzione nella società di quegli anni viene da un rapporto inviato dall’avvocato Fiori, uditore del- la Sacra Consulta e presidente della Commissione Speciale per la repressione del brigantaggio, residente in Frosinone, al Cardinale Consalvi, segretario di Stato, del 21 agosto 1822. Lo scomodo rapporto descriveva le reali condizioni della provincia di Maritti- ma e Campagna fu presto archiviato per le carenze che denuncia- va nella amministrazione dei territori. L’analisi era spietata e non risparmiava nessuno, cominciando dai contadini e dai pastori por- tati dalla loro vita agreste e rozza al punto che “… talvolta soltan- to la loquela li distingue dagli armenti”; per passare ai preti defi- niti nella massima parte ignoranti e viziosi, corruttori del costume e “capaci di manovrare intrighi”, per continuare con l’ammini- strazione della giustizia dove “l’autorità del giusdicente baronale sottoposta a quella del proprio padrone non trovasse modo mi- gliore per guadagnare, di aggirare la giustizia o venderla”. LE MISURE REPRESSIVE Fra i numerosi cor- pi impiegati contro i briganti, oltre alle forze statali figura- vano varie milizie locali come i Cac- ciatori o gli sbirri di campagna, detti Zampitti che, com- prendendo molti ex-briganti, spesso però commetteva- no a loro volta rea- ti o aiutavano i fuorilegge: la poli- tica pontificia di questi corpi fu spesso incerta, in un infinito alter- narsi di attribuzio- ne e successivo ri- tiro di compiti ed incarichi. La legi- slazione in materia di brigantaggio si fece via via più severa nel corso del 1800: proi- bizione per i parenti dei sequestrati di pagare il riscatto, distruzio- ne di case di briganti, taglio delle macchie ai lati delle strade per evitare agguati, chiusura di case ed osterie isolate, introduzione di permessi di polizia per chi si allontanava dalla propria abitazione, deportazione di intere famiglie e confisca dei beni. L ' u n i f o r m e d i G a s p a r o n i [da T. Maiorino, Storia e leggende di briganti e brigantesse]
  8. 8. IL FASCINO DEL FUORILEGGE Varie testimonianze riportano una vera e propria moda a inizio Ottocento, da parte soprattutto di viaggiatori stranieri, di visitare il centro e sud della penisola anche con la speranza di vivere il fati- dico incontro con i briganti. Considerati come dei romantici ribel- li, giustificati spesso nelle loro azioni dal giudizio fortemente ne- gativo verso la politica papalina e del napoletano, aree che rappre- sentavano un modello di arretratezza sociale, economica e cultu- rale. La rapida mitizzazione dei briganti li presentò come delle vittime violente che cercavano giustizia; ispirarono numerosi versi, ro- manzi, ballate popolari, e costituirono una ricchissima fonte di ispirazione per pittori e incisori dell'epoca. Il più famoso fu lo stravagante Bartolomeo Pinelli (1781-1835) che trascorse un periodo nei boschi, dormendo nelle grotte, in- somma vivendo da bandito per ritrarre dal vivo i fuorilegge. Li immortalò soprattutto nel corso delle loro azioni, lasciandoci però anche splendidi quadretti, più intimi, di scene di vita familiare e di momenti di raccoglimento, perché, come detto, i briganti mesco- lavano religione e superstizione. È chiaro comunque che l'artista solleticava la vanità dei briganti stessi, vogliosi di essere immor- talati e acquisire una notorietà di potenti fuorilegge che poteva giovare alla loro causa. Un altro artista fu Luis Léopold Robert, (1794 – 1835) che si trasferì in Italia nel 1818 e immortalò fra l'altro numerose scene di vita quotidiana dei bri- ganti del Lazio meridio- nale. Le sue pitture ebbe- ro grande successo al Sa- lone di Parigi, inoltre i ritratti dei bri- ganti furono desiderio di collezioni pri- vate. Pinelli e Robert sono gli unici ar- tisti che hanno raffigurato i bri- ganti curando la precisione per i luoghi e le vedute. Nel dipinto Il Brigante di guardia mentre la moglie riposa (1825) di Robert si riconoscono monti e vallate vicine a Terracina. LEGGENDE IL TESORO DEI BRIGANTI Tra la popolazione del basso Lazio, si narrava di tesori nascosti dai briganti nelle montagne, con la speranza di poter presto torna- re a prenderli. Risultata certa la carcerazione a vita dei banditi, non mancarono quelli che andarono a caccia della fortuna sui monti. Di alcuni, improvvisamente arricchiti, si diceva che aves- sero trovato il denaro nelle selve. È possibile che il tesoro giaccia ancora abbandonato in anfratti o sepolto in qualche sito del quale si vorrebbe possedere una mappa ma in realtà nessun brigante riuscì mai ad arricchirsi, nonostante le rapine e i riscatti dei rapimenti, i costi per proteggersi nella lati- tanza non permettevano l'accumulo di molto denaro … e anche il Nostro sarà perseguitato ad Abbiate- grasso da un cercatore di tesori. UNA TESTIMONIANZA Numerose le descrizioni delle imprese criminali narrate dagli stessi autori; qui invece riportiamo una narrazione che proviene dalle vittime, il rapito e i suoi familiari, relativa all'area calabrese. Antonio Franco di Francavilla sul Sin- ni, Giuseppe Genovese di Terranova di Pollino e uno originario dei pressi del- la città di Cosenza soprannominato ap- punto “il Cosentino”, erano tre capi briganti che nel secolo scorso [sec. XIX] si spostavano dalla Basilicata alla Calabria. Per un periodo stettero nei pressi dell’abitato di S. Lorenzo Bellizzi, organizzarono e attuarono il rapimento di un facoltoso proprietario di quel centro: Restieri. Poiché il rapi- to era molto ricco, chiesero più volte il riscatto alla famiglia. Le loro richieste di capre, pecore, salame, prosciutti, formaggi ed altro erano così continue e numerose da costringere i familiari del rapito a mandare sette muli carichi di roba. Pur di non farlo uccidere, i fami- liari cedettero alle numerose richieste e dovettero vendere nume- rose proprietà, principalmente terreni. Passò molto tempo e, nono- stante tutto, il Restieri non venne liberato. I briganti non contenti mandarono alla moglie il lobo dell’orecchio del suo congiunto, aggiungendo che volevano anche la parte più grossa del loro capi- tale che non consisteva né in cibo, né in terreni, né in abitazioni o immobili. Pretendevano la chioccia con i sette pulcini, tutti di oro massiccio, che avevano trovato nella grotta di Marsilia, situata all’interno delle gole di Barile. Ormai allo stremo, e pur di non rimanere vedova, la moglie del sequestrato fece pervenire ai briganti la chioccia d’oro. Il marito, ormai povero, fu liberato. I banditi avevano saputo dell’animale dal mulattiere, che aveva rivelato questo segreto per vendicarsi dell’umiliante punizione che aveva subito dal Restieri che gli ave- va fatto perdere anche un occhio. Questa è la ragione per la quale i briganti gli mozzarono un lobo dell’orec- chio e non gli sottrassero sol- tanto soldi e viveri, ma an- che la preziosa chioccia d’oro. (Leggenda Rac- contata Da Alcu- ni Anziani Di San Lorenzo Bellizzi, In Antonio La- rocca, Le Mono- grafie, 1996). Il trattamento riservato ai rapiti non era affatto da galantuomini, lo scopo era ricavare una consistente somma dal riscatto, le crude- li mutilazioni servivano a convincere la famiglia a non prolungare le trattative e sottostare alle richieste dei rapitori. La rete di infor- matori serviva anche a valutare il valore del rapito e fissare il va- lore del riscatto. La violenza era sempre giustificata: o vendetta per spie e traditori, o forza cieca che impedisce di controllarsi o come legittima difesa verso eserciti e guardie che cercano a loro volta di uccidere. LA GROTTA DEI BRIGANTI Secondo la credenza popolare la “Grotta dei briganti”, il rifugio dove costoro si ritrovavano pe- riodicamente per organizzare la loro attività, poteva essere il de- posito, che custodiva il bottino delle loro imprese. Si racconta che era molto ampia e lo spazio interno non si poteva immagina- re dal di fuori, perché l’entrata era solo una fenditura nella roc- cia, mimetizzata dalla vegetazio- ne. Si rovistò per anni tra gli anfrat- ti, tra i ruderi delle casupole e dei rifugi montani e soprattutto la “grotta dei briganti” fu meta di un autentico pellegrinaggio. Molti anni dopo anni, un vec- chio pastore, nel giorno della fe- sta del Patrono, raccontò nella piazza del paese la sua esperienza. Quando da giovane era andato a frugare quella fenditura nella mon- tagna, stanco, si era addormentato e in sogno gli era apparso il capo dei briganti, che gli aveva rivelato sghignazzando che il te- soro esisteva, ma che il cammino per arrivare ad esso sarebbe sta- to rivelato solo in sogno a lui oppure a qualche altro fortunato. Non restava che attendere il sogno rivelatore. Il vecchio riferì che l'aveva atteso inutilmente per tutta la vita. Ora, vicino alla morte, aveva sentito il bisogno di comunicare a qualcuno il suo segreto. Da quel giorno tutti i fortunati depositari del segreto aspettarono la notte e il sonno, con la speranza che questo potesse portare le indicazioni per arrivare al tesoro. (Estratto da “Katundi Yne”, Civita, anno XXIV, n. 84, 1993/2.) MUSEI E SITI DEI BRIGANTI Il mito oggi prosegue nelle testimonianze raccolte nei vari musei sparsi nei territori dove fu presente in brigantaggio e soprattutto in rete, dove accanto a utili informazioni si ritrovano, come novella vox populi, numerose inesattezze o fantasiose ricostruzioni, oltre a non infrequenti, per quanto riguarda il nostro Antonio, inesattezze ed errori. Una moglie veglia il marito brigante che riposa – 1826 Fonte http://associazionemoly.wix.com/moly#!bartolomeo-pinelli-e-il-gran-tour/cf7m Una testimonianza del d'Azeglio (1798 - 1866) sulle condizioni della Stato Pontifico: impunità dei banditi (i signori Assassini), appoggio del popolo e governanti che si riducono a patteggiare con un miserabile brigante come Gasparoni L'ambito scudo dei riscatti al tempo di Gasparoni sotto Pio VII (1800 – 1823) Stemma pontificio. Intorno PONTIFICAT. ANNO XVII. In esergo valore: M. BAI Legenda: PIVS / SEPTIMVS / PONTIFEX / MAXIMVS. Data: MDCCCXVI (1816) e segno di zecca . (B)
  9. 9. Due dei compagni di avventura e sventura di Antonio, molto di- versi fra loro, furono Masi, il biografo, e Cipolla pure lui fini- to ad Abbiategrasso. Nacque a Patrica (oggi pro- vincia di Frosinone), paese non lontano da Sonnino e fece parte della banda negli ultimi tempi della sua speri- colata attività. Catturato, e trascorse gran parte della sua vita di recluso insieme al capo. Spesso arrivava al carcere di Civita Castellana qualche visitatore, il luogo di posta per cambiare i cavalli, lun- go la Flaminia, che con- giunge Marche e Umbria con Roma, dava di cogli. l'occasione per una visita ai detenuti. Questa diffusa curiosità per le scelleratezze sue e avrà convinto Masi, l'unico alfa- betizzato, e il suo vanitoso capo a scrivere la storia del brigante. Masi conosceva la grammatica e la sintassi; per di più, aveva una calligrafia regolare, chiara, senza svolazzi, che a vederla poteva sembrare stampata, non ignorava forse neppure un po' di francese. Si può quindi ipotizzare, non era certo il tempo che mancava loro, che i due si misero all’opera anche come protesta della illimitata detenzione senza condanna e frutto di un tradimento. Gasparoni raccontava meticolosamente ogni avvenimento della sua carriera e Masi, armato di penna e di calamaio metteva “in pulito” la narra- zione del brigante, spesso dissociandosi dalle giustificazioni che Antonio forniva delle sue cosiddette imprese. Da questa strava- gante collaborazione venne fuori una fonte unica, benché parziale e carente nei documenti e nelle testimonianze. Masi riuscì a procurarsi, tramite il cappellano del carcere, gli edit- ti le notificazioni presenti nel libro, che peraltro, come successive ricerche dimostrano, molte volte distorce i fatti, a cominciare dal- la stessa figura del capo banda, oggi viene molto ridimensionata. Quello però che Masi offre al lettore è il clima del tempo in cui Gasparoni e i suoi dettavano legge, col terrore e la sopraffazione, nell'allora provincia di Marittima e Campagna . Masi, a fatica compiuta, dovette pensare che le illustrazioni erano necessarie per rendere più accattivante la vicenda, cominciando con l’effigie del capobanda. A forza di penna, con l’aiuto di soli tre colori, il nero, il rosa e il turchino, riuscì, senza macchina foto- grafica né tavolozza, a tramandarci un ritratto, riteniamo fedele, del detenuto Gasparoni. LE PRIME EDIZIONI IN FRANCESE Masi arricchì dunque il suo volume, con illu- strazioni a penna, molte delle quali aprono o concludono i capitoli; inoltre per una mag- giore comprensione della storia, decise di premettere alcune notizie relative alle tradi- zioni del brigantaggio, che in quell'area lari- salire al 1799. La vicenda quindi si snoda nei primi decenni del secolo XIX, fino al 1825, anno del Giubileo che segna la resa di Ga- sparoni e un momentanea interruzione del fenomeno del brigantaggio. In un passo che Masi scrisse a Civita Castellana nel 1858, egli af- fermò che molte erano le esagerazioni e le fandonie riguardo le imprese e le malefatte del Gasparoni; fu anche per questo motivo che i due decisero di comporre questo libro. Inoltre Masi afferma che fu l’ozio a invogliarlo nella stesura del libro e non lo ha fatto per la vanità di essere considerato l’autore. La prima edizione fu nel 1866 a Parigi a cura di Paul, col titolo Les Mal- vivants, ou le brigandage moderne in Italie, che utilizza il manoscritto, (575 pagine!) che, un anno dopo, nel 1867, verrà ripubblicato, in una versione più scorrevole da un militare, il signor M. B. L'ANONIMO UFFICIALE B. Il traduttore giunge in Italia nel 1862, e grazie alla posizione che ricopriva nell’esercito poté visitare le terre dello stato pontificio e cosi approfondire la questione del brigantaggio. Grazie alla cono- scenza dei luoghi e delle vicende, nacque il suo interesse personale per le memorie di Masi. Fu pro- prio così che il 18 Novembre 1866 fece visita, in compagnia di 5 uffi- ciali, ai briganti nel carcere del forte. Prima incontra Gasparoni, poi Masi, il “segretario”. cui chie- de, con una certa emozione, di au- tenticare il manoscritto per poi po- terlo stampare. Uscirà nel 1867 col titolo Mémoires de Gasbaroni. TRA STORIA E DIVULGAZIONE Nel 1887 l’editore Perino, cavalca i gusti morbosi e grossolani del pubblico con la Vita di Antonio Gasparoni terribile capo di Briganti scritta in carcere da Pietro Masi da Patrica a dispense. A ogni uscita, due volte la settimana, una squadra di strilloni, sciamava per le vie di Roma, proponendo ogni dispensa a centesimi 5; con 2,50 lire anticipate si aveva diritto all’opera comple- ta. Questa la presentazione: “Chi non ha in- teso parlare di Gasperone, il famosissimo brigante stato per tanti anni il terrore delle provincie soggette al Papa?”. Chi non sa quanto egli fu astuto e feroce? chi non ha rabbrividito al racconto delle gesta (...) perfino amante d’Isabella di Spagna? Ora stanno per vedere la luce le sue memo- rie, scritte da un suo compagno e da lui dettate nella quiete del ricovero di Abbiategrasso, dove morì, vecchio di 88 anni.” Più fedeli al testo del Masi nel 1952 da Geraldini, edizioni Atlante, e nel 1959 l'Editore Parenti con stampe del Pinelli. Molte furono in seguito le riduzioni, i ri- maneggiamenti più o meno fantasiosi e di- vulgativi sul personaggio. CENNI BIOFRAFICI Il delitto fu per futili motivi legati a un de- bito. Lasciata la mo- glie incinta della futu- ra figlioletta, una ve- dova bianca, che non rivide, perché morì a 73 anni il 5 agosto 1870, entrò in una banda e, come novizio, portava il barilotto dell'acqua. Poi l'incontro con Antonio. Scrive Colagiovanni: “Nel caso di Pietro Masi e Antonio Gasbarrone si verificava una congiuntura doppiamente pirandelliana: vi era il personaggio in cerca d'auto- re e l'autore in cerca del personaggio che gli permettesse di in- gannare i lunghi anni di carcere”. (da Il triangolo … p.342) La sua carriera fu di lacchè del capo, poco appassionato alle azioni brigante- sche, bassa statura, faccia rotonda e gras- sa, occhi biancastri, amante delle letture. Una vita quindi già da prigioniero, ma scappare, consegnarsi o trattare era tradi- re i compagni e quindi essere ammazzato. Sperò, vanamente, che l'ufficiale francese traduttore del manoscritto potesse liberar- li conducendoli in Francia. Della monu- mentale biografia pare che avesse scritto dei brevi sunti che poi vendeva ai visita- tori. Uscito di prigione tornerà a Patrica. L'IRRIDUCIBILE Pietro Cipolla nacque nel 1802 a Vallecorsa uno dei tre vertici del famoso triangolo dei briganti. Inizialmente era nella terribile ban- da di briganti di Pasquale de Gerolamo, composta da vallecorsani decisamente rivali dei sonninesi, considerati forse più propensi alla mediazione per le resa. Tra il 1823 e il 1824 entrò nella compa- gnia di Gasparoni... ma i due non si vi- dero mai troppo di buon occhio e i loro rapporti furono pro- babilmente sempre tesi con frequenti alterchi. Cipolla, quando faceva ancora parte della banda di Pasquale, ucci- so a Pastena dai birri, non voleva che i suoi compagni si unissero a Gasparoni; aumentare la masnada di grassatori, avrebbe impedi- to, a sua volta, alle piccole bande di sfruttare durante l’inverno le popolazioni del Triangolo della morte. Si può anche ipotizzare che il principale motivo di attrito fu che Pietro non poteva perdonare al Gasparoni di aver ceduto alle ipo- crite promesse del monsignor Pietro Pellegrini, il quale aveva pro- posto un accordo riguardo la consegna (che si rivelò poi un arre- sto) di tutta la sua banda. Sappiamo infatti che il (giustamente) diffidente Cipolla, fu l’ultimo a consegnarsi, nell'ottobre del 1825, dopo circa un mese dalla resa di Gasparoni, e rivela l'autonomia rispetto al capo banda e la contrarietà nei confronti di quella scel- ta, col senno di poi, tragicamente confermata. Il caso volle, usciti di prigione, il Cipolla continuasse a condivide- re la detenzione con Gasparoni nella Pia Casa. UNA CONTINUA RIVALITÀ È il Croci a raccontarci del Cipolla ad Abbiate- grasso. Secondo lui, Ga- sparoni pagò un fanciullo per dare a Cipolla uno spintone che gli provocò la frattura del un ginoc- chio, causa della sua morte. Esiste però anche un'altra versione. Cipolla muore di ga- stro-enterite il 30 agosto 1873 a settantuno anni. Lombroso esaminò dapprima il cranio dI Cipolla sempre grazie a Camillo Golgi! Nell''Uomo delinquente (pag. 3, 4 e 7) del 1876 vi compare il nome di Golgi collegato a Cipolla Pietro di Vallecorsa come ferocissimo assassino del Lazio. Sotto tutte le misurazioni del suo cranio Certificato di morte e il racconto di Croci
  10. 10. IL MITO DI GASPARONI Questa frase, scritta da Alexandre Dumas nel Corricolo, a conclu- sione della sua visita al brigante nella prigione di Civitavecchia nel 1835, spiega gli equivoci, e le tante falsità scritte sul nostro Antonio, oltre alla ingenuità degli stranieri che accorrevano al fa- tidico incontro col grande Gasparoni. Alcuni infatti si ritrovarono delle controfigure di lui e dei suoi compari, lo videro intento a tra- durre dal francese con tanto di dizionario, possedere in cella una piccola biblioteca, elogiare lo Stato che l'aveva rinchiuso. Senz'altro i resoconti romanzati alimentarono la fama e giusta- mente un altro francese, Stendhal, console francese nella stessa città, poteva lamentarsi che, su cento viaggiatori che vi sbarcava- no, cinquanta erano desiderosi di vedere il famoso brigante e solo quattro o cinque lui, il console! SUL NEW YORK TIMES SI PARLA DI GASPARONI! Gasparoni fu tra i più conosciuti briganti italiani, la cui fama at- traversò addirittura l'oceano. Nell'articolo La carriera di Gaspa- roni, una volta re della montagna, ora l'ultimo dei briganti vie- ne ampiamente riassunta la vita di Gasparoni, da quando è iniziata la sua carriera da brigante fino alla sua reclusione presso Abbiate- grasso. Descritto come il classico malfattore dall'aspetto selvag- gio, Antonio racconta la sua vita sia come brigante che come pri- gioniero catturato con l'inganno e delle sue infinite scorribande e rapine sempre nel rispetto degli ostaggi ai quali non veniva mai fatto del male[?]. L'articolo riprende il testo di Masi con le solite inesattezze, che esaltano la figura del capo. Qui si nota un altro aspetto importante. L'aver sopportato una lun- ga e ingiusta detenzione, ha contribuito a consacrarlo come sim- bolo del fuorilegge romantico, terribile e magnanimo, rude e ga- lante e generoso, a sua volta vittima di leggi inique e vendicative. Un altro elemento che procurò a un assassino di professione sim- patia e benevolenza, fu, come s'è visto, l'essere stato catturato col tradimento e l'inganno di una falsa promessa di libertà. Così il no- stro masnadiero è passato come una sorta di eroe senza macchia e senza paura, ingiustamente punito. L'ANTICLERICALE VENOSTA Felice Venosta (1828-1889), scrittore tra l'altro di pam- phlet antipapali , fu il cura- tore de Il Masnadiero… dell'editore Barbini Egli so- stiene che la Chiesa, che si lamenta per le brutalità dello Stato italiano, dovrebbe ri- cordarsi che col brigantag- gio utilizzò ampiamente me- todi violenti e repressivi. Negli editti si promettevano premi a chiunque, briganti compresi, avesse fatto arrestare, uccidere o ucciso un bandito. Ga- sparoni viene giudicato una vittima della situazione di degrado, ignoranza e cattiva amministrazione dello Stato pontificio, secon- do il quale i sudditi non devono essere dotti ma ubbidienti. IL PRESUNTO INCONTRO CON DUMAS Lo scrittore Alexandre Dumas (Villers-Cotterets, 1802 – Puys, 1870) durante il suo soggiorno a Roma nel 1835, si recò a Civitavecchia per fare visita al brigante, che era lì incarcerato ormai da dieci anni. Riportò questa sua esperienza ne Il corricolo, pubblicato nel 1843. Numerose le invenzioni. Il governatore del forte, nell'accompagnarlo all'incontro col Napoleone delle montagne, gli rac- contò del primo reato: incendiò una villa per rubarvi un vestito e delle gioie per l'amata Teresa. Sempre il governatore lo presentò come un colto poeta e musico, con conoscenze storiche, divenuto subito capo e con una moglie che gli scrive. Arrivato alla fortezza, Dumas rimase sorpreso: pensava di vedere “uomi- ni terribili, dallo sguardo feroce e dal pittoresco co- stume”, mentre trovò “dei buoni villani, con fisionomie bona- rie e sguardi be- nevoli”. Una volta nella cella, Dumas ri- mase nuovamente colpito. Tra i po- chi libri: Telema- co, Paolo e Virgi- nia, le Novelle morali di Soave e addirittura un Di- zionario francese con cui si dedicava personalmente alla traduzio- ne del Telemaco in italiano. [!] Inutilmente Du- mas cercò di farsi narrare alcuni aneddoti sulla sua vita prece- dente, questi ogni volta cambiava abilmente discor- so, così rinunciò per non sembrare indiscreto. Prima di congedarsi, provò a lasciargli del denaro che Gasparoni, offeso, rifiutò: “Sua Santità mi dà due paoli al giorno per i ta- bacco e l'acquavite: e ciò mi basta. Ho preso qualche volta, ma non ho chiesto mai l'elemosina”. Dumas restò mortificato e pure deluso per non aver fatto colpo sul brigante, però, come già detto, dubitò anche dell'identità di Antonio. Si ritiene che l'influenza del nostro masnadiero si ritrovi soprattut- to ne Il conte di Montecristo e Robin Hood. Lo scrittore francese comunque continuerà, come vedremo, a interessarsi ad altre figu- re importanti del bri- gantaggio quali Ma- ria Oliverio. Numerose le opere che, rifacendosi ai testi di Masi, celebrano il brigante, spesso con aggiunte fantasiose. Il mito, a parte i racconti orali dei cantastorie, si sviluppa grazie ai letterati, poi se ne appropria la narrativa divulgativa. EDMOND ABOUT Il grand'uomo che ne aveva ammazzati tanti piccoli Edmond About (Dieuze, 1828 - Pa- rigi, 1885), in Roma contempora- nea del 1860, raccontò il suo viag- gio a Sonnino e l’incontro con un ex brigante della banda e con lo stesso Gasparoni, che afferma esse- re nato a Prossedi. Il suo viaggio iniziò il 10 giugno 1858. L'anonimo compagno di Antonio spiegò che lì il brigantaggio era cessato perché era diventato un mestiere sconve- niente con Leone XII, quando un uomo preso era subito decapita- to. Il racconto sem- bra verosimile: il detenuto vuole del denaro. Inol- tre About non di- mostra alcuna compiacenza per il criminale e si rifiuta, alla fine del colloquio, di prendere il maca- bro elenco offer- togli coi nomi delle 127 persone uccise, “se non inganna la memoria”, aggiunse Gasparoni! UN CRUDELE GALATUOMO? Il 18 novembre 1866 l'anonimo traduttore del manoscritto di Masi in- contra a Civita Castellana la banda e il capo, il Roi de la montagne. Se la figura del brigante è un po' di maniera, l'autore peraltro offre alcune riflessioni sulla crudeltà del soggetto, che non va mitizzato, ma ripor- tato ad una dimensione più consona per uno spietato assassino. Vediamo qualche punto della sua testimonianza. Aspetto Vestito da prigioniero, porta il cappello da brigante; statura imponente, membra vigorose, uno sguardo sempre pieno di fuoco, barba bianca e folta: il prototipo del capo banda. Stato d'animo. Come ha fatto a resistere alle sofferenze di una lunga detenzione? Oggi, a 74 anni, lo deve ad una costituzione di ferro, alla tempra e al carattere forgiati da un'educazione selvaggia, e soprattutto all'impassi- bilità di un anima impermeabile alle emozioni e ai rimorsi. Le sue imprese Accogliente e rispettoso, conferma la verità delle vicende narrate nei capitoli che gli vengono letti. Poi narra l'episodio del colonnello au- striaco e subito emerge l'indole tipica del brigante: intelligenza vivace, ma rozza, spirito d'avventura e d'indipendenza, cuore reso bronzo dai combattimenti, dalle sconfitte e dal risentimento, natura inflessibile e rude come i monti dove si è formato. Ribelle anche alle mollezze della civiltà che lui respinge e della quale ha conosciuto solo i rigori. La sua etica Molto semplice. Tutto si giustifica col primato della forza, della teme- rarietà e della vendetta personale. L'unico crimine è il tradimento con- tro il quale riversa tutto il suo disprezzo. Unisce poi in modo bizzarro un fatalismo superstizioso al culto della Madonna, associando senza scrupoli gli istinti della depravazione e della ferocia! L'ignoranza come valore Disprezzando qualsiasi tipo di istruzione, non ha mai sentito la neces- sità di imparare a leggere e a scrivere. Per avere la sua firma s'è dovu- to guidare la penna sulla carta, tanto che urlò: “Un tempo la mia mano sapeva impugnare e maneggiare il pugnale!”. Giudizio sul suo passato Rivela orgoglio e rimpianto della sua vita da brigante, lungi però dal provare il minimo rimorso e vergogna per le proprie imprese barbare, anzi ne va sempre fiero. Rubare, rapinare a mano armata, uccidere a proprio rischio e pericolo: niente di più naturale, legittimo e glorioso! Nel suo territorio allora era una professione permessa e considerata. Sentimenti verso le sue numerose vittime E i suoi innumerevoli omicidi? Mai gratuiti, ma sempre dettati da dife- sa o vendetta personale contro nemici dichiarati o nascosti. Aggiunge poi, alludendo alla propria generosità verso amici e complici, che:“Tutto il cosiddetto male di cui mi si accusa non potrebbe mai compensare tutto il bene che io ho fatto”. E questo basta ampiamente per tranquillizzare la propria coscienza di brigante!! I veri rimpianti Se avesse 50 anni tenterebbe la fuga e così potrebbe vendicarsi e tor- nare ai suoi monti dove era le Rois. Ma amaramente afferma che il bri- gantaggio puro, per vocazione, senza altri fini, la lotta mortale contro istituzioni e governi, insomma la dura via da percorrere senza ritorno, è finito, perché oggi è al servizio di altre cause, s'è imbastardito con la politica, gli si è dato un brevetto, una bandiera, un pretesto onesto. (riduzione e adattamento dall'originale francese) Il New York Times del giugno 1882 per la sua morte Cartolina ricordo dei detenuti sopravvissuti liberati con la fortezza
  11. 11. I BRIGANTI DI STENDHAL Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal (Grenoble, 23 gennaio 1783- Parigi, 23 marzo 1842), è un noto scritto- re francese. Una delle sue tante opere, I bri- ganti in Italia, apparve anonima, col consenso dell’autore, in uno scrit- to del cugino Romain Colomb, un Giornale di viaggio in Italia e in Svizzera, pubblicato nel 1828. Venire in Italia e incontrare i briganti Nella prima parte, Stendhal riporta il resoconto un assalto, che gli stranieri viaggiatori in Italia speravano di subire, vissuto da Co- lomb il 5 maggio 1828, quando la carovana che lo stava portando in Campania e fu appunto attaccata dai briganti. Erano otto, tra i diciotto e i venticinque anni, bassi, vestiti da contadini; il loro vol- to era nascosto quasi interamente da un fazzoletto. Erano anche armati e, dopo essersi fatti consegnare tutti i beni dei viaggiatori, li fecero scendere e perquisirono la carrozza. Non usarono la vio- lenza, solo il conducente si prese una botta in testa. Il bottino fu di circa mille franchi. Colomb e i suoi compagni sporsero denuncia alle autorità, che offrirono loro aiuti pecuniari, ma vennero rifiuta- ti, dato che tutti avevano il necessario per mantenersi fino alla fine del viaggio. I briganti: Gasparoni La seconda parte dello scritto di Stendhal parla dei briganti in Ita- lia. Essi venivano allo stesso tempo temuti e stimati, nonostante le terribili azioni che erano soliti compiere. Questo perché il popolo in Italia era influenzato dai racconti sui briganti, spesso esaltati e rappresentati come degli eroi popolari: da qui nasceva un’ammi- razione profonda e diffusa. Stendhal racconta poi di Gasparoni. Ai soliti episodi aggiunge al- cuni dati molto fantasiosi sul tradimento finale di Geltrude, peral- tro mai a no- minata. MERY E IL BOIA Joseph Mery ( Marsiglia, 1797- Parigi, 1866), nel- la sua opera Les nuits italiennes, contes nocturnes, del 1853, raccontò il suo incontro con la banda Ga- sparoni. Sembrava un'allegra brigata, trattata bene. Gra- zie ai due soldi al giorno che ciascu- no riceveva, riu- scivano a provve- dere al proprio so- stentamento. Con la fine di Gasparoni nelle paludi pontine il brigantaggio spa- rirà definitivamente: bene per i viaggiatori, male per i pittori. Anche in questo caso vi sono fantasiose aggiunte come, ad esem- pio, la latitanza, dovuta all'omicidio commesso in una rissa a Na- poli, e la presenza di un tal Geronimo. I componenti della banda poi non avevano l’aspetto di briganti, ma di borghesi, persone oneste vittime di un errore della polizia, [delle comparse?]. Un finto Gasparoni? Neppure Gasparoni aveva le fattezze da masnadiero: un viso dol- ce e un sorriso amabile. Era sobrio nei movimenti e non usava ge- sticolare. Raccontò qualche impresa, mostrando fierezza e lamen- tandosi per il tradimento subito dal Papa, insomma un quadro scontato e un po' manieristico, ma ecco la sorpresa: il boia! Il misterioso Geronimo A questo punto, l'Autore notò una figura sdraiata accanto a Ga- sparoni. Oltre a fissare maniacalmente i bottoni dell'abito di Mery, non disse altro che di chiamarsi Geronimo e di essere stato il boia della banda. Tutte le condanne a morte ordinate dal capo erano da lui prontamente eseguite. Ecco il vero assassino: impossibile che il Santo Padre gli potesse mai concedere l’assoluzione e l'amni- stia. Geronimo il terribile non pareva tuttavia curarsene, anzi dava l'impressione di essere spesso oggetto delle risate della compa- gnia. PESCI: È solo un rozzo ciociaro! Ugo Pesci (Firenze, 1842 - Bologna, 1908), nella sua opera Come liberammo Roma raccon- ta la liberazione di Gasparoni prima di arrivare a Roma (si analizza in altra sezione). Ne I primi anni di Roma capitale (1905), riferi- sce della popolarità che godrà a Roma subito dopo l'uscita dalla galera e le ragioni del trasfe- rimento ad Abbiategrasso. … MA FU VERA GLORIA? UN MITO COSTRUITO Michele Colagiovanni, nel suo saggio Il triangolo della morte del 2006, ha approfondito la carriera di Gasparoni. Per Pietro Masi, infatti, diventa capobanda sin dal suo arrivo nella compagnia, all’età di soli diciotto anni,nel 1811. In realtà, Antonio è sempre stato un brigante semplice fino al confino a Cento nel 1818. In prigione, dettò a Masi le sue avventure passate, rendendole anche più romanzate, per far sembrare le sue imprese più eroi- che e intrepide. Risulta evidente, invece, che molte vicende sono inventate, con numerose contraddizioni e incongruenze nei vari racconti e inconsistenti spiegazioni per giustificarle. Lo stesso Pietro entrò tardi nella banda e quindi non poteva essere stato te- stimone degli eventi che narra. Un esempio. Gasparoni non poteva essere capobanda ai tempi di Masocco, dato che era noto a tutti il suo ruolo di comandante, mentre Antonio afferma di avergli ceduto il posto, poiché si senti- va ancora troppo giovane per assumere una carica così impor- tante. Né fu capo prima della morte di Massaroni, 1821, fuorileg- ge di caratura superiore. Per quanto Masi si sforzi di trovare ri- scontri nelle notificazioni e negli editti, le narrazioni si fondano solo sulle parole del brigante stesso, pertanto storicamente poco attendibili. Masi, per quanto voglia essere oggettivo e non giustifichi la vio- lenza del suo capo, spesso tende autonomamente a rendere epi- che le azioni della banda, compiacendo la mentalità popolare di enfatizzare cifre e dettagli. Giovanni Rita, un membro della ban- da, prima di morire, uccise diciotto assalitori... in realtà furono solo due! La figura di Gasparoni, da lui ingigantita, come s'è visto prosegui- rà alla grande nella pubblicistica ottocentesca, contribuendo ad alimentare notevolmente la fama del brigante. 28 dicembre 1816: Notificazione del delegato Giuseppe dei Marchesi Ugolini, apostolico delle province di Marittima e Campagna, in cui annunciava il passaggio al “giusto rigore”. Nell’elenco ufficiale: al primo posto tra i capi c'è Antonio Freghini, mentre Antonio Gaspa- roni occupa la settima posizione dei briganti semplici. A confermare questa fama la lettera di Tavernier (sostituto di Stendhal quando era assente) del 9.1.1833. In essa gli comunica l'arrivo del Maresciallo Grouchy (1766-1847) che vuol vedere Gasparoni. L'originale si trova nel Centro stendhaliano di Milano.

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