biografia Umberto Saba nasce a Trieste nel 1883 da Rachele Coen (ebrea) e Ugo Poli (cattolico). Il matrimonio fra i genitori si spezza ancor prima della nascita del poeta, che conoscerà il padre solo vent’anni dopo, nel 1905. Quando all’età di tre anni viene riportato in famiglia, è costretto ad affrontare una situazione tutt’altro che lieta: nella separazione dalla balia, nell’assenza del padre, nel carattere della madre, donna amareggiata e piena di rancore verso il marito, dura e poco espansiva con il figlio, vanno rintracciate le cause della crisi di angoscia destinate ad angustiarlo, con varia intensità, per tutta la vita.  La sua carriera scolastica è piuttosto breve: frequenta il ginnasio e , soltanto per pochi mesi, l’Accademia di Commercio, abbandonata quasi subito per la necessità di trovare un lavoro (si impiega presso un casa di commercio triestina). Parallelamente affronta la lettura dei classici, Leopardi prima di tutti, Parini lirico, Foscolo, Petrarca, Manzoni. Nel 1905 si trasferisce a Firenze, per prendere contatto con gli ambienti intellettuali e letterari di questa città, riscattandosi dal ritardo culturale che gli deriva dalla sua condizione di periferico.  A Firenze ha contatti con il gruppo della rivista “La Voce”, dai quali non fu mai veramente compreso, giudicato arretrato e passatista.  Nel 1909 sposa Carolina Wölfer (la Lina del Canzoniere) e due anni più tardi pubblica, a sue spese,  il suo primo volume di versi, Poesie, che riceve un’accoglienza critica e piuttosto fredda, soprattutto dagli intellettuali vociani.  L’introduzione delle leggi razziali in Italia (1938) segna un brusco cambiamento nella vita del poeta, prima costretto a cedere almeno formalmente la gestione della libreria, poi, dopo l’8 settembre 1943, a fuggire con la famiglia da Trieste e a vivere nella clandestinità. Per circa un anno trova rifugio a Firenze, dove può contare sull’appoggio ed il conforto di pochi e fidati amici, prima fra tutti Eugenio Montale, che sfidando il pericolo, va a fargli visita quasi tutti i giorni.  Dopo la fine della guerra nel clima di ritrovata fiducia, si trasferisce a Roma dove trascorre forse i mesi più felici della sua vita, circondato dal calore e dalla stima di tanti intellettuali e scrittori. Negli anni della vecchiaia, l’acuirsi di crisi depressive lo allontanerà per sempre da quello che ormai gli appare come un “nero antro funesto”. Morirà in una clinica di Gorizia nel 1957.
Il contesto storico Dal punto di vista storico, l’Italia si trova in un momento di grande fermento politico: la lotta politica, dopo la Grande Guerra, è viva ed intensa, in particolare tra socialisti e popolari, ma, successivamente, la nascita dei partiti comunista e fascista dominerà l’intera scena. Dopo la prima guerra mondiale, infatti, i partiti fino ad ora estranei alla tradizione dello Stato liberale saranno favoriti, per una generale sfiducia nelle strutture politiche che erano intervenute nel conflitto mondiale, contro l’orientamento delle masse popolari. Molti furono gli episodi di tensione in questo clima: la nascita dei Fasci di combattimento nel 1919, il mito della cosiddetta “vittoria mutilata” e l’impresa di Fiume nello stesso anno, i moti contro il “caro-viveri”, i frequenti scioperi e le agitazioni agrarie, i contrasti del movimento operaio e la nascita del Pci, fino all’affermazione del fascismo agrario e dello squadrismo, e alla nascita del Partito Nazionale Fascista, che, con il suo conseguente successo darà vita al regime. La cultura italiana risentiva della forte influenza dannunziana, ma molto interessanti sono anche i nuovi movimenti, come quelli che diedero vita a numerose riviste (La Ronda, Il Baretti, Strapaese, Stracittà, Solaria), e quelli stranieri dell’espressionismo, del dadaismo e del surrealismo.
La poetica In un articolo del 1912,  Quello che resta da fare ai poeti  (che inviato a “La Voce”, non viene pubblicato), Saba ha fissato i canoni fondamentali della sua poetica. Già nell’esordio dichiara perentoriamente che “ai poeti resta da fare la poesia onesta”, prendendo così le distanze da alcune tendenze dominanti nella letteratura italiana di quegli anni: l’estetismo e il superomismo dannunziano, la furia eversiva e modernistica dei futuristi, le perplessità dei crepuscolari. Per poesia “onesta”, rappresentata emblematicamente dagli  Inni Sacri  e dai  Cori  dell’ Adelchi  del Manzoni, Saba intende una poesia capace di “ non sforzare mai l’ispirazione ”, una poesia autentica, strumento di scavo per superare le ambiguità e le doppiezze dell’apparenza e arrivare al nocciolo delle cose e dei sentimenti.
Città vecchia Umberto Saba Spesso,per ritornare alla mia casa prendo un’oscura via di città vecchia. Giallo in qualche pozzanghera si specchia qualche fanale,e affollata è la strada. Qui tra la gente che viene che va dall’osteria alla casa o al lupanare, dove son merci ed uomini il detrito di un gran porto di mare, io ritrovo,passando, l’infinito nell’umiltà. Qui prostituta e marinaio, il vecchio che bestemmia, la femmina che bega, il dragone che siede alla bottega del friggitore, la tumultuante giovane impazzita d’amore, sono tutte creature della vita e del dolore; s’agita in esse, come in me, il Signore. Qui degli umili sento in compagnia il mio pensiero farsi più puro dove più turpe è la via. (da Trieste e una donna, 1910-1912)
LA CITTÀ VECCHIA di Fabrizio de André Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi, una bimba canta la canzone antica della donnaccia quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia. E se alla sua età le difetterà la competenza presto affinerà le capacità con l'esperienza dove sono andati i tempi di una volta per Giunone quando ci voleva per fare il mestiere anche un po' di vocazione. Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo. Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere per dimenticare d'esser stati presi per il sedere ci sarà allegria anche in agonia col vino forte porteran sul viso l'ombra di un sorriso tra le braccia della morte. Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone forse quella che sola ti può dare una lezione quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie. quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.  Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette quando incasserai delapiderai mezza pensione diecimila lire per sentirti dire "micio bello e bamboccione". Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano. Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo.
Struttura metrica Il metro utilizzato è vario, ma sempre all’interno dei metri più consueti nella storia della letteratura italiana: endecasillabi, settenari, quinari. Le rime sono incrociate, secondo lo schema ABBA, a voler testimoniare ancora di più, se ce ne fosse bisogno, la ricerca di semplicità, di armonia, che accomuna Saba più ai poeti della tradizione italiana (da Petrarca in poi) che non ai suoi contemporanei.
analisi L’inizio della poesia dà l’impressione di voler predisporre al racconto di una storia. C’è un personaggio, un possibile protagonista; c’è un ambiente apparentemente anonimo ma ricco di connotazioni (città vecchia, una via oscura, qualche pozzanghera, qualche fanale, folla nella strada); c’è infine l’indicazione d un comportamento abituale, per cui il personaggio è subito visto come legato all’ambiente (vv.1-4). Successivamente la scena si anima; sembra che dovrà succedere qualcosa all’esterno, ma poi tutto converge sul personaggio protagonista. (vv.5-10). Vengono presentate le diverse personalità che popolano i quartieri della città, nelle quali il poeta avverte la presenza del Signore: “sono tutte creature della vita/ e del dolore;/ s’agita in esse, come in me, il Signore” (vv.11-19). Dunque nessun fatto accade, ma il pensiero si è fatto più puro in una oscura via di città vecchia (vv.20-22).
Il linguaggio Il linguaggio utilizzato da Saba è un linguaggio discorsivo e quasi colloquiale, seppur illuminato dalla grande cultura e conoscenza dei classici. Egli si vantò di essere ‹‹il poeta più chiaro del mondo›› e tese ad eliminare il lessico aulico, cercando al suo posto versi ‹‹mediocri e immortali›› (7) Le parole venivano scelte per la loro concretezza, non per la loro musicalità o suggestione: c’è in Saba una profonda avversione per le complicazioni intellettualistiche, gli sperimentalismi formali, gli artifici letterari, le menzogne, gli autoinganni, l’incapacità di accettare la vita nella sua elementare chiarezza
Il messaggio Il poeta penetrando in una strada del quartiere del porto affollata della vita di ogni giorno, in un bagno di “ gente che viene e che va ”, nella confusione, riscopre le ragioni semplici e vere dell’esistenza, ristabilendo con gli uomini un rapporto di solidarietà. Questa è l’unica esperienza che comunica all’autore qualcosa di divino, come se fosse possibile incontrare il Signore solo in quei vicoli. In questa poesia Saba avverte il suo “ pensiero farsi più puro ”, attribuendo alla riscoperta dell’umana fratellanza un significato di tipo religioso: è questo il messaggio del componimento.
La visione della città che ci dà Saba ricorda Baudelaire, in quanto coglie gli aspetti più sordidi e brutali dell’esistenza. Ma contrariamente a quanto è possibile osservare nell’opera del poeta maledetto, il rapporto con la realtà non è tragico e disperato. Anche Pasolini ha descritto i quartieri degradati di una città, Roma, nei romanzi  Ragazzi di vita  e  Una vita violenta , nonchè nel film  L’accattone , esaltando, come ha fatto Saba, la spontaneità e l’umanità dei personaggi che abitano questi posti squallidi; tuttavia nelle opere di Pasolini prevale la descrizione nuda e cruda della realtà, senza la partecipazione personale che emerge nelle poesie di Saba.
La sua poesia, come quella di molti grandi autori del novecento, risente, inoltre, di un notevole influsso della psicoanalisi. Egli, infatti, venuto a contatto con trattamenti psicoanalitici per il suo caso di nevrastenia, studia la scienza approfonditamente e con grande interesse.
In particolare, sono gli elementi di  eros  e  thanatos , appresi dalla psicoanalisi, ad influenzare la sua produzione: l’eros, desiderio di vita, e il thanatos, impulso di morte, si fondono l’un l’altro, divenendo un binomio fondamentale. Nelle sue poesie, infatti, sono sempre presenti componenti di malinconia e di tristezza, che, però, vengono bilanciate dal suo amore per la sua città, la sua gente, dal suo incanto per la vita, seppur dolorosa.
Le “piccole cose” la sua celebrazione delle “piccole cose” è ben diversa da quella pascoliana: mentre Pascoli, per l’azione del fanciullino, tendeva ad attribuire grandi valori alle piccole cose, Saba comprende che solo l’accettazione delle cose “quali esse sono” permette di vincere la disperazione.  
“ il poeta meno rivoluzionario che ci sia” Il fatto è che la vera rivoluzione, a suo giudizio, si realizza nella conquista di una verità profonda; una conquista difficile che deve combattere anche contro la tentazione del preziosismo formale, per evitare che tradisca l’autenticità dell’ispirazione
Saba e Trieste La descrizione del fascino di Trieste non è fatta con l’animo del visitatore. Questa poesia non si presenta come un giornale di viaggio, ma è possibile avvertire nella lettura l’affetto di chi vive in questa città, e la sente sua. Saba affermò infatti “ Non so, fuori di lei pensar gioconda/ l’opera, i giorni miei quasi felici,/ così ben profondate ho le radici/ nella mia terra ”. Egli ama tutta la sua città: nei suoi vicoli, nelle sue osterie, nel suo ghetto, nel suo porto. Questa poesia può essere considerata complementare alla altra poesia, almeno altrettanto famosa, “Trieste”. Alla ricerca della solitudine e alla visione cittadina che si offre dall’alto, si sostituisce in  Città vecchia  qui l’immergersi in un’oscura via di città vecchia (v.2), in una strada del quartiere del porto affollata dalla vita di ogni giorno.
Il rapporto tra la poesia di Saba e il testo di una canzone del cantautore genovese Fabrizio De André  Fabrizio De André si deve essere ispirato esplicitamente a Saba nel comporre la canzone dal titolo “ La città vecchia” . I quartieri di una città raccontano la sua storia e ne rivelano il carattere. Esistono i quartieri residenziali delle famiglie ricche, le periferie dormitorio, le zone monumentali, quelle industriali. Ci sono poi gli angoli dove si concentrano i diseredati, gli esclusi di ogni tipo. A questi guarda il cantautore genovese Fabrizio De André. Anche in questa canzone a svolgere il ruolo del protagonista è il mondo delle prostitute, dei miserabili, dei falliti, vittime inconsapevoli della società borghese. In un certo senso essi incarnano la cattiva coscienza dell’altro mondo, quello dei ben pensanti, di chi mira al successo, al denaro, di chi fa le leggi a sua somiglianza. Immagine vivente del dolore senza ipocrisie e senza colpe, sono anche portatori di una vitalità istintiva, quindi pura, che invece la civiltà frena e nasconde.
Le opere L’opera fondamentale di Saba è il “Canzoniere”, un volume pubblicato nel 1921, che raccoglie tutta la sua produzione precedente. Esso è diviso in sezioni, corrispondenti alle primitive raccolte e a tutte quelle che egli vi aggiunse nelle successive edizioni. Chiaro è il riferimento al Petrarca, a cui Saba stesso afferma di essersi ispirato, confermando, ancora una volta, la sua opposizione alla letteratura a lui contemporanea. Successivamente, nel 1948, venne pubblicato “Storia e cronistoria del Canzoniere”, in cui egli spiega e commenta la sua opera principale.

Città Vecchia

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    biografia Umberto Sabanasce a Trieste nel 1883 da Rachele Coen (ebrea) e Ugo Poli (cattolico). Il matrimonio fra i genitori si spezza ancor prima della nascita del poeta, che conoscerà il padre solo vent’anni dopo, nel 1905. Quando all’età di tre anni viene riportato in famiglia, è costretto ad affrontare una situazione tutt’altro che lieta: nella separazione dalla balia, nell’assenza del padre, nel carattere della madre, donna amareggiata e piena di rancore verso il marito, dura e poco espansiva con il figlio, vanno rintracciate le cause della crisi di angoscia destinate ad angustiarlo, con varia intensità, per tutta la vita. La sua carriera scolastica è piuttosto breve: frequenta il ginnasio e , soltanto per pochi mesi, l’Accademia di Commercio, abbandonata quasi subito per la necessità di trovare un lavoro (si impiega presso un casa di commercio triestina). Parallelamente affronta la lettura dei classici, Leopardi prima di tutti, Parini lirico, Foscolo, Petrarca, Manzoni. Nel 1905 si trasferisce a Firenze, per prendere contatto con gli ambienti intellettuali e letterari di questa città, riscattandosi dal ritardo culturale che gli deriva dalla sua condizione di periferico. A Firenze ha contatti con il gruppo della rivista “La Voce”, dai quali non fu mai veramente compreso, giudicato arretrato e passatista. Nel 1909 sposa Carolina Wölfer (la Lina del Canzoniere) e due anni più tardi pubblica, a sue spese, il suo primo volume di versi, Poesie, che riceve un’accoglienza critica e piuttosto fredda, soprattutto dagli intellettuali vociani. L’introduzione delle leggi razziali in Italia (1938) segna un brusco cambiamento nella vita del poeta, prima costretto a cedere almeno formalmente la gestione della libreria, poi, dopo l’8 settembre 1943, a fuggire con la famiglia da Trieste e a vivere nella clandestinità. Per circa un anno trova rifugio a Firenze, dove può contare sull’appoggio ed il conforto di pochi e fidati amici, prima fra tutti Eugenio Montale, che sfidando il pericolo, va a fargli visita quasi tutti i giorni. Dopo la fine della guerra nel clima di ritrovata fiducia, si trasferisce a Roma dove trascorre forse i mesi più felici della sua vita, circondato dal calore e dalla stima di tanti intellettuali e scrittori. Negli anni della vecchiaia, l’acuirsi di crisi depressive lo allontanerà per sempre da quello che ormai gli appare come un “nero antro funesto”. Morirà in una clinica di Gorizia nel 1957.
  • 2.
    Il contesto storicoDal punto di vista storico, l’Italia si trova in un momento di grande fermento politico: la lotta politica, dopo la Grande Guerra, è viva ed intensa, in particolare tra socialisti e popolari, ma, successivamente, la nascita dei partiti comunista e fascista dominerà l’intera scena. Dopo la prima guerra mondiale, infatti, i partiti fino ad ora estranei alla tradizione dello Stato liberale saranno favoriti, per una generale sfiducia nelle strutture politiche che erano intervenute nel conflitto mondiale, contro l’orientamento delle masse popolari. Molti furono gli episodi di tensione in questo clima: la nascita dei Fasci di combattimento nel 1919, il mito della cosiddetta “vittoria mutilata” e l’impresa di Fiume nello stesso anno, i moti contro il “caro-viveri”, i frequenti scioperi e le agitazioni agrarie, i contrasti del movimento operaio e la nascita del Pci, fino all’affermazione del fascismo agrario e dello squadrismo, e alla nascita del Partito Nazionale Fascista, che, con il suo conseguente successo darà vita al regime. La cultura italiana risentiva della forte influenza dannunziana, ma molto interessanti sono anche i nuovi movimenti, come quelli che diedero vita a numerose riviste (La Ronda, Il Baretti, Strapaese, Stracittà, Solaria), e quelli stranieri dell’espressionismo, del dadaismo e del surrealismo.
  • 3.
    La poetica Inun articolo del 1912, Quello che resta da fare ai poeti (che inviato a “La Voce”, non viene pubblicato), Saba ha fissato i canoni fondamentali della sua poetica. Già nell’esordio dichiara perentoriamente che “ai poeti resta da fare la poesia onesta”, prendendo così le distanze da alcune tendenze dominanti nella letteratura italiana di quegli anni: l’estetismo e il superomismo dannunziano, la furia eversiva e modernistica dei futuristi, le perplessità dei crepuscolari. Per poesia “onesta”, rappresentata emblematicamente dagli Inni Sacri e dai Cori dell’ Adelchi del Manzoni, Saba intende una poesia capace di “ non sforzare mai l’ispirazione ”, una poesia autentica, strumento di scavo per superare le ambiguità e le doppiezze dell’apparenza e arrivare al nocciolo delle cose e dei sentimenti.
  • 4.
    Città vecchia UmbertoSaba Spesso,per ritornare alla mia casa prendo un’oscura via di città vecchia. Giallo in qualche pozzanghera si specchia qualche fanale,e affollata è la strada. Qui tra la gente che viene che va dall’osteria alla casa o al lupanare, dove son merci ed uomini il detrito di un gran porto di mare, io ritrovo,passando, l’infinito nell’umiltà. Qui prostituta e marinaio, il vecchio che bestemmia, la femmina che bega, il dragone che siede alla bottega del friggitore, la tumultuante giovane impazzita d’amore, sono tutte creature della vita e del dolore; s’agita in esse, come in me, il Signore. Qui degli umili sento in compagnia il mio pensiero farsi più puro dove più turpe è la via. (da Trieste e una donna, 1910-1912)
  • 5.
    LA CITTÀ VECCHIAdi Fabrizio de André Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi ha già troppi impegni per scaldar la gente d'altri paraggi, una bimba canta la canzone antica della donnaccia quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia. E se alla sua età le difetterà la competenza presto affinerà le capacità con l'esperienza dove sono andati i tempi di una volta per Giunone quando ci voleva per fare il mestiere anche un po' di vocazione. Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo. Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere per dimenticare d'esser stati presi per il sedere ci sarà allegria anche in agonia col vino forte porteran sul viso l'ombra di un sorriso tra le braccia della morte. Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone forse quella che sola ti può dare una lezione quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie. quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie. Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette quando incasserai delapiderai mezza pensione diecimila lire per sentirti dire "micio bello e bamboccione". Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano. Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo.
  • 6.
    Struttura metrica Ilmetro utilizzato è vario, ma sempre all’interno dei metri più consueti nella storia della letteratura italiana: endecasillabi, settenari, quinari. Le rime sono incrociate, secondo lo schema ABBA, a voler testimoniare ancora di più, se ce ne fosse bisogno, la ricerca di semplicità, di armonia, che accomuna Saba più ai poeti della tradizione italiana (da Petrarca in poi) che non ai suoi contemporanei.
  • 7.
    analisi L’inizio dellapoesia dà l’impressione di voler predisporre al racconto di una storia. C’è un personaggio, un possibile protagonista; c’è un ambiente apparentemente anonimo ma ricco di connotazioni (città vecchia, una via oscura, qualche pozzanghera, qualche fanale, folla nella strada); c’è infine l’indicazione d un comportamento abituale, per cui il personaggio è subito visto come legato all’ambiente (vv.1-4). Successivamente la scena si anima; sembra che dovrà succedere qualcosa all’esterno, ma poi tutto converge sul personaggio protagonista. (vv.5-10). Vengono presentate le diverse personalità che popolano i quartieri della città, nelle quali il poeta avverte la presenza del Signore: “sono tutte creature della vita/ e del dolore;/ s’agita in esse, come in me, il Signore” (vv.11-19). Dunque nessun fatto accade, ma il pensiero si è fatto più puro in una oscura via di città vecchia (vv.20-22).
  • 8.
    Il linguaggio Illinguaggio utilizzato da Saba è un linguaggio discorsivo e quasi colloquiale, seppur illuminato dalla grande cultura e conoscenza dei classici. Egli si vantò di essere ‹‹il poeta più chiaro del mondo›› e tese ad eliminare il lessico aulico, cercando al suo posto versi ‹‹mediocri e immortali›› (7) Le parole venivano scelte per la loro concretezza, non per la loro musicalità o suggestione: c’è in Saba una profonda avversione per le complicazioni intellettualistiche, gli sperimentalismi formali, gli artifici letterari, le menzogne, gli autoinganni, l’incapacità di accettare la vita nella sua elementare chiarezza
  • 9.
    Il messaggio Ilpoeta penetrando in una strada del quartiere del porto affollata della vita di ogni giorno, in un bagno di “ gente che viene e che va ”, nella confusione, riscopre le ragioni semplici e vere dell’esistenza, ristabilendo con gli uomini un rapporto di solidarietà. Questa è l’unica esperienza che comunica all’autore qualcosa di divino, come se fosse possibile incontrare il Signore solo in quei vicoli. In questa poesia Saba avverte il suo “ pensiero farsi più puro ”, attribuendo alla riscoperta dell’umana fratellanza un significato di tipo religioso: è questo il messaggio del componimento.
  • 10.
    La visione dellacittà che ci dà Saba ricorda Baudelaire, in quanto coglie gli aspetti più sordidi e brutali dell’esistenza. Ma contrariamente a quanto è possibile osservare nell’opera del poeta maledetto, il rapporto con la realtà non è tragico e disperato. Anche Pasolini ha descritto i quartieri degradati di una città, Roma, nei romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta , nonchè nel film L’accattone , esaltando, come ha fatto Saba, la spontaneità e l’umanità dei personaggi che abitano questi posti squallidi; tuttavia nelle opere di Pasolini prevale la descrizione nuda e cruda della realtà, senza la partecipazione personale che emerge nelle poesie di Saba.
  • 11.
    La sua poesia,come quella di molti grandi autori del novecento, risente, inoltre, di un notevole influsso della psicoanalisi. Egli, infatti, venuto a contatto con trattamenti psicoanalitici per il suo caso di nevrastenia, studia la scienza approfonditamente e con grande interesse.
  • 12.
    In particolare, sonogli elementi di eros e thanatos , appresi dalla psicoanalisi, ad influenzare la sua produzione: l’eros, desiderio di vita, e il thanatos, impulso di morte, si fondono l’un l’altro, divenendo un binomio fondamentale. Nelle sue poesie, infatti, sono sempre presenti componenti di malinconia e di tristezza, che, però, vengono bilanciate dal suo amore per la sua città, la sua gente, dal suo incanto per la vita, seppur dolorosa.
  • 13.
    Le “piccole cose”la sua celebrazione delle “piccole cose” è ben diversa da quella pascoliana: mentre Pascoli, per l’azione del fanciullino, tendeva ad attribuire grandi valori alle piccole cose, Saba comprende che solo l’accettazione delle cose “quali esse sono” permette di vincere la disperazione.  
  • 14.
    “ il poetameno rivoluzionario che ci sia” Il fatto è che la vera rivoluzione, a suo giudizio, si realizza nella conquista di una verità profonda; una conquista difficile che deve combattere anche contro la tentazione del preziosismo formale, per evitare che tradisca l’autenticità dell’ispirazione
  • 15.
    Saba e TriesteLa descrizione del fascino di Trieste non è fatta con l’animo del visitatore. Questa poesia non si presenta come un giornale di viaggio, ma è possibile avvertire nella lettura l’affetto di chi vive in questa città, e la sente sua. Saba affermò infatti “ Non so, fuori di lei pensar gioconda/ l’opera, i giorni miei quasi felici,/ così ben profondate ho le radici/ nella mia terra ”. Egli ama tutta la sua città: nei suoi vicoli, nelle sue osterie, nel suo ghetto, nel suo porto. Questa poesia può essere considerata complementare alla altra poesia, almeno altrettanto famosa, “Trieste”. Alla ricerca della solitudine e alla visione cittadina che si offre dall’alto, si sostituisce in Città vecchia qui l’immergersi in un’oscura via di città vecchia (v.2), in una strada del quartiere del porto affollata dalla vita di ogni giorno.
  • 16.
    Il rapporto trala poesia di Saba e il testo di una canzone del cantautore genovese Fabrizio De André  Fabrizio De André si deve essere ispirato esplicitamente a Saba nel comporre la canzone dal titolo “ La città vecchia” . I quartieri di una città raccontano la sua storia e ne rivelano il carattere. Esistono i quartieri residenziali delle famiglie ricche, le periferie dormitorio, le zone monumentali, quelle industriali. Ci sono poi gli angoli dove si concentrano i diseredati, gli esclusi di ogni tipo. A questi guarda il cantautore genovese Fabrizio De André. Anche in questa canzone a svolgere il ruolo del protagonista è il mondo delle prostitute, dei miserabili, dei falliti, vittime inconsapevoli della società borghese. In un certo senso essi incarnano la cattiva coscienza dell’altro mondo, quello dei ben pensanti, di chi mira al successo, al denaro, di chi fa le leggi a sua somiglianza. Immagine vivente del dolore senza ipocrisie e senza colpe, sono anche portatori di una vitalità istintiva, quindi pura, che invece la civiltà frena e nasconde.
  • 17.
    Le opere L’operafondamentale di Saba è il “Canzoniere”, un volume pubblicato nel 1921, che raccoglie tutta la sua produzione precedente. Esso è diviso in sezioni, corrispondenti alle primitive raccolte e a tutte quelle che egli vi aggiunse nelle successive edizioni. Chiaro è il riferimento al Petrarca, a cui Saba stesso afferma di essersi ispirato, confermando, ancora una volta, la sua opposizione alla letteratura a lui contemporanea. Successivamente, nel 1948, venne pubblicato “Storia e cronistoria del Canzoniere”, in cui egli spiega e commenta la sua opera principale.