LA SCOPERTA DELLA COMPLESSITÀ
Nicola Pionetti
Free from Copyright
CONOSCI TE STESSO
PREFAZIONE
Se dicessi che l’insieme di queste ricerche filosofiche, a cui consegno almeno una decina di anni di
studi, riflessioni, fatiche quotidiane, di tentativi di capire il mondo, di capirmi io, di capire gli altri, con
qualche successo in un mare misterioso di non-senso, ha una funzione esistenziale, rischierei di essere
travisato. Dall’inizio alla fine l’aspetto superficiale di questa silloge di testi eterogenei, scritti in modi, con
scopi, ed in contingenze differenti, è quello di un testo argomentativo, che, da punti di attacco distinti,
mira a mostrare/dimostrare una tesi: comprendere la natura peculiare della COMPLESSITÀ è necessario per
poter agire sensatamente nel mondo ad ogni livello; non farlo significa accontentarsi di un’immagine
semplicistica del mondo, rifiutando uno sguardo sul reale (e su noi stessi) veramente adulto, euristico e
necessario per la praxis. Eppure la “forma emotiva profonda” del testo non ha nulla a che fare con
l’incedere piano, lineare, talvolta chiaro e talvolta oscuro in parte persino al suo autore: la forma
emotiva è drammatica, tragica. Tutti, prima o poi si trovano spiritualmente perturbati, percossi dal
fremito, dal dubbio filosofico. Non necessariamente lo riconosciamo in tutta la sua drammaticità,
fortunatamente non tutti abbiamo speso gli anni migliori per tentare di “venirne a capo” nelle aule dei
dipartimenti di filosofia, la cui persistenza è ancora oggi probabilmente prova più lampante
dell’insolubilità delle “domande fondamentali” che ne motivarono la creazione. Io l’ho fatto. Ho
passato ogni giorno ad interrogarmi, ad utilizzare ed applicare i concetti appresi nelle scuole a quello che
sentivo al bar, o a messa, o a casa. Per anni non “ho staccato”, più volte mi sono sentito solo, molto
solo, perché è un lavoro matto, disperatissimo e impossibile. Credo il modo peggiore possibile per
studiare filosofia, dal punto di vista della vita. Se gli studi liceali mi lasciarono le domande «cosa è la
verità?» ed «esiste un metodo rigoroso per essere veridici avendo ragione sempre?» e ancora «chi, tra
tutti questi tizi che mi parlano attorno/addosso da quando sono nato ha ragione? Dice qualcosa?
Mente? Sa qualcosa...» come le stelle comete da seguire, indagare, risolvere e analizzare lungo gli anni di
studio filosofico presso le università di Bologna di Pavia, solo ora vedo che il tentativo di dare una
esaustiva soluzione a tutte queste questioni attraverso il punto d’attacco della filosofia analitica del
linguaggio, per quanto eccitante e anche meglio impostato rispetto a tutti quelli concorrenti, lasciava a
desiderare. Non ha soddisfatto le questioni esistenziali, le “ragioni profonde”, coperte, relegate, oltre
una fragile lastra wittgensteiniana. Eppure questa via, la “via logicista” l’ho percorsa veramente fino in
fondo – con tutte le potenzialità e tutti i limiti cognitivi che ho – e certamente mi ha formato; ma non
ha potuto saziare quell’ansia di conoscenza. Le ansie, le inquietudini non sono seti che si estinguono
con i libri: magari si leniscono, più spesso si amplificano. E quella sete non era, forse, originariamnte sete
di sapere. Era in origine un normale, normalissimo, bisogno d’amore.
Ed anche nella quotidianità devo dire che le provocazioni, gli stimoli, gli scambi di idee sono stati il
pungolo che sempre mi faceva dire: vai avanti, approfondisci, non sei pronto per “batterlo ora questo
tizio” in termini teorici o logici, ma un giorno prenderai la parola e dirai la tua, spiegando le ragioni, e “li
stenderai tutti”. C’era anche parecchia voglia di rivincita tipica del ragazzino timido che ero (che sono?)
nelle scelte che hanno direzionato la mia formazione. Proprio per questo scopo gli anni all’università di
Bologna, segnati dalla costruzione della mia competence epistemologica mi sono stati molto utili, certo di
più dei mesi investiti nello studio della logica matematica e della filosofia analitica del linguaggio. Nel
presente testo, in cui finalmente PRENDO LA PAROLA E DICO LA MIA, non a caso la tesi di fondo è di caratura
epistemologica: bisogna capire la peculiare natura dei sistemi complessi, e sviluppare/accettare una
adeguata epistemologia della complessità.
Tra gli stimoli quotidiani che più mi hanno segnato ed incuriosito da sempre ricorderò l’abitudine di
guardare tutte le sere i dibattiti politici alla TV, fino a tardi, e la passione per la politica. Osservare quei
signori in TV discutere, accalorarsi, argomentare, sostenere tesi, fare buoni e cattivi ragionamenti ecc…
sono sicuro che determinò il primo sorgere della domanda della mia vita:
CHI HA RAGIONE?
Mi interessavano due aspetti della politica. Prima di tutto doveva proprio essere una cosa
fondamentale che determinava la nostra vita, dunque un campo da studiare e comprendere con la
massima serietà possibile, date le ricadute che aveva sulla vita; ed al riguardo l’essere cresciuto
quotidianamente, insieme, a contatto, con la ditta di famiglia - una piccola azienda di posa in opera di
parquet che considero come una seconda sorella - queste ricadute me le ha manifestate ogni giorno.
Secondariamente della politica mi colpiva l’aspetto logico-dialettico sia dei dibattiti in TV sia nelle vivaci
assemblee di politica locale. Come già detto il tentativo risoluzione per via logica e filosofico-analitica
della “faccenda” mi conduceva ad esiti sterili, o meglio nessun dibattito soddisfaceva i criteri di validità
argomentativa, e le poche formule-ben-formate proferite dai “politicians” erano circondate da formule
enunciative intrattabili, dal punto di vista formale. Tentai una sola volta l’analisi logica di un consiglio
comunale locale ma tutto si bloccò subito: lì il sangue scorre piuttosto che le argomentazioni lineari.
Nella presente raccolta di scritti, nonostante l’eterogeneità dei testi, emerge un tema comune: la
complessità. L’idea che dunque si è fatta largo in me in questi anni è che fondamentalmente i “tizi della
televisione” i politici, ma anche l’uomo della strada che al bar parla di politica – ed anch’io finché non
me ne sono accorto – incorrano in un comune errore, da Friedrich August von Hayek chiamato
costruttivismo, che dal punto di vista epistemologico consiste nel non riconoscere la peculiarità dei sistemi
complessi e dal punto di vista psicologico/soggettivo nel proiettare il dogma atavico della ragione
lineare sui sistemi complessi, fraintendendone la natura, compiendo un vero abuso della ragione; mi
accorgo dunque che gli anni bolognesi in particolare mi sono serviti per venire a capo di una serie di
faccende che mi provocavano, sfidavano o che semplicemente mi avevano sempre affascinato.
L’obiezione fondamentale che rivolgo dunque a quei signori della TV (di allora, come di oggi e senza
distinzione alcuna di partito), e a molti “esperti” di politica siano essi dietro a uno schermo, dietro ai
banchi di un’assemblea deliberativa o davanti al bancone di un bar è nella sua semplicità questa:
QUANDO PARLATE E SOPRATTUTTO DELIBERATE VOTANDO LEGGI STATE
SBAGLIANDO IL MODELLO TEORICO. TRATTATE, VI RAPPRESENTATE IL
COMPLEXUS SOCIOECONOMICO, CHE DI FATTO HA UNA NATURA SISTEMICA,
COME SE FOSSE UN TUTTO DI NATURA INSIEMISTICA, O NELLA MIGLIORE DELLE
IPOTESI UN COSTRUTTO LINEARE E MECCANICISTICO. MA CON UN MODELLO
TEORICO DELLA SEZIONE DI REALTÀ SU CUI INTENDETE INCIDERE (1) NON
CONOSCETE SU CHE COSA DELIBERATE (2) SIETE SOSTANZIALMENTE DESTINATI
ALL’INSUCCESSO NEL RAGGIUNGIMENTO DEI VOSTRI DESIDERATA. DI
QUALSIASI TIPO ESSI SIANO.
Questo nucleo concettuale centrale supporta tutti i cinque testi raccolti nel presente volume.
Il Postcriptum del 2014 ripercorre un po’ il mio iter mentis, a partire dalle fondamentale “conversione”
hayekiana, rappresentata dalla pubblicazione di Breviario Liberale, che nei suoi evidenti limiti
“giovanilistici”, segnò per me un chiarimento concettuale fondamentale. È in questo Postcriptum che
mi sono accorto dell’esistenza di quel nucleo concettuale centrale che supportava tutte gli scritti in esso
citati e che, come si può in esso leggere, non erano ancora stati pubblicati. Prima d’ora.
Mente un’anarchia ordinata, con titolo mutuato da un affascinante testo dell’antropologo Edward E.
Evans Pritchard è una congettura di filosofia della mente, e nulla di più, che cerca di immaginare
un’alternativa non-razionalista alla nostra autoimmagine della mente “lineare”, utilizzando il paradigma
della Sinergetica sviluppato dal fisico teorico Hermann Haken. Sulla scia di riflessioni Humeane, la
mente infatti non necessariamente deve avere un Io/concettualizzatore centralista che operi
linearmente sui contenuti mentali: è infatti possibile immaginare il flusso di coscienza come
un’emergenza spontanea da un sistema complesso di elementi.
Il testo Filosofia dell’Ordine Spontaneo, inizia a spostare, ad ampliare, il discorso della complessità al suo
giusto livello: quello di paradigma scientifico. Passando in rassegna diversi campi di ricerca si tenta di
evidenziare come il paradigma della complessità regni come modello valido in tante distinte regioni
della scienza.
Uno di questi è certamente l’ecologia. Nonostante l’incedere pamphlettistico di Miseria
dell’Ambientalismo, talora segnato a sua volta da voglia di provocare il lettore, il contenuto centrale è lo
stesso: l’ambientalismo mainstream e radicale pensa all’ecosistema in termini non-sistemici, come se fosse
un ente linearmente conoscibile e modificabile dall’uomo o dai governi umani.
La scoperta della Sistemica con la lettura di Ludwig von Bertalanffy è la base del modo in cui oggi, e
solo oggi dopo un percorso personale e faticoso, esistenziale appunto, vedo – mi sforzo di vedere - i
problemi originari della mia riflessione, che accesero la mia sete di sapere. Questo mio punto di
osservazione è sintetizzato in Riflessioni Libere sulla Teoria Generale dei Sistemi. Questo scritto credo
proprio rappresenti il limite massimo raggiunto dalla mia capacità filosofica ed epistemologica di
conoscere. Il termine di un’avventura conoscitiva emozionante, faticosa e degna, credo, di essere
condivisa.
Se al termine di quest’avventura di questo viaggio personale spontaneo e, diciamolo pure, anche
ampiamente “impressionistico” nell’universo della complessità sono giunto ad ipotizzare di essere io
stesso n sistema complesso non-lineare - cioè fondamentalmente qualcosa che deve probabilmente
ricadere al di là del sensatamente dicibile e conoscibile, nel mistico wittgensteiniano - non rimpiango e
non rimpiangerò mai un secondo investito in questa ricerca esistenziale, considerandola come un
fallimento perché l’esito è: V’È DEL MISTICO. Bisogna averla percorsa tutta fino in fondo la Scala di Sofia,
bisogna averlo sentito ogni singolo istante della vita il senso di vertigine, di terrore di cadere nel nulla, il
sentimento, il rischio, di essere nulla, per godersi «quel senso di libertà e di vita che sento, in me,
bruciare.»
Prof. Nicola Pionetti
BREVIARIO LIBERALE: POSTSCRIPTUM ALLA PRIMA EDIZIONE
Premessa
Non intelligendo fit omnia
Cinque anni sono passati dai giorni in cui mettevo nero su bianco, dopo una vita passata a studiare il
Mondo, cioè ad amarlo a mio modo, le mie idee sulla realtà storica e politica in cui il caso ha voluto che
io nascessi.
Non so chi abbia detto che siamo più figli dei nostri tempi che dei nostri padri: francamente rileggendo ora
quanto scrivevo del mio Paese, l’Italia, nel 2009, non mi sentivo affatto figlio né dei “padri miei”, né
tantomeno di questo “benedetto assurdo belpaese”. Anzi passati i primi 3 anni di università a studiare
logica, filosofia della scienza e del linguaggio, e accendendo la televisione o andando a qualche
assemblea politica locale, avevo chiara l’impressione di vivere in un Mondo Sottosopra. Se una delle
ragioni per cui mi ero orientato verso gli studi di logica formale era capire cosa fosse la verità, se
esistesse, cosa significhi aver ragione etc., se di fronte ai dibattiti in TV mi chiedevo prima «chi ha
ragione?», ma nel senso già prefilosofico di «esiste un metodo obiettivo per determinare chi dei politici
in studio sta ragionando, dialogando bene, o dice il vero?», la risposta che mi davo nel libro del 2009 di
fatto era: «Cari signori, vi ho ascoltato tutti, pazientemente, ogni sera dal 1994 al 2009, e mi sono
accorto che parlate di cose che non potete conoscere, promettete cose che non saprete realizzare,
mentite sapendo di mentire, o, ciò che è peggio e più inquieta, mentite senza sapere di farlo».
Il mio Breviario Liberale, già dal sottotitolo contro tutte le caste, parla chiaramente di una forte critica,
giovanilistica quanto si voglia, contro la presuntuosa conoscenza che i gubernatores millantano in TV dai
pulpiti o dai rostri dell’era 2.0, ma che in effetti non detengono. L’aspetto di quel libro, al netto
dell’andare un po’ manicheo e pamphlettistico, è ancora oggi per me quello di una onesta presa di
posizione, assolutamente critica, proprio perché fatta senza alcun secondo fine e a cui guardo ancora
come una traccia valida. Questo perché il cuore argomentativo del testo non era affatto vincolato alla
contingenza politica, la lista dei partiti o dei politici in voga allora, quello era semmai il materiale
empirico: il nucleo era un’argomentazione di ordine epistemologico. La critica alla “presunzione di
conoscere”, vero peccato originale della scienza politica occidentale, stigmatizzato a fuoco da Friedrich
August von Hayek, è quel nucleo centrale.
Se anch’io avevo pensato – almeno un po’ – che studiando, ovvero accumulando more and more
knowledge avrei accumulato more and more power, la realtà dei miei studi filosofici ed il continuo lavoro di
confronto critico con la vita di tutti i giorni e l’attualità politica, economica e sociale, mi misero allora di
fronte ad una risposta contraria: più uno approfondisce lo studio di quel tipo di conoscenza e di quel
mix di competenze richieste per il “Buon Governo”, più deve ammettere a se stesso e al mondo che il
potere dei governanti di fare ciò che l’elettore medio chiede loro è pari a zero. Non possono creare
lavoro, non possono far smettere le crisi economiche, non possono renderci felici, non possono
eliminare la povertà, non possono regalarci il benessere che ci fanno balenare davanti agli occhi a pochi
mesi dalle elezioni.
Possono al contrario generare mali e tragedie senza fine quei governanti che non riconoscano la
complessità della società e dell’economia che sono chiamati a “governare”. E che non si accorgano del
loro reale e strutturale status ignorantiae. Che, a ben guardare, non siano socraticamente filosofi.
Eppure l’opinione che il Governo sappia, possa e debba sistemare tutto ciò che non va, regna
indisturbata e come incontrastata da tutte le smentite quotidiane con cui la realtà stessa la dovrebbe
scandalizzare.
Tornare a ribadire la posizione già espressa, con eventuali migliorie, avrebbe già di per sé valore.
Smentire un’opinione pericolosa ampiamente diffusa tra governanti e governati, che si alimenta in un
circolo vizioso patologico, è utile al pensiero e al Paese.
Ma la ragione di questo Post Scriptum risiede principalmente nella voglia di mostrare le nuove
direzioni che il mio pensiero ha imboccato dopo quell’iniziale presa di posizione. Se vogliamo questo
scritto va inteso anche come la revisione delle mie precedenti tesi, e anche come il loro aggiornamento
o anche compimento sul piano epistemologico.
La presunzione di conoscere: la critica al costruttivismo
Tutto il Breviario ruota attorno alla critica avanzata a Friedrich A. von Hayek al costruttivismo. Poiché
questo è un termine coniato da Hayek, e io lo ho ripreso senza alterarne di molto il campo semantico, e
poiché questo termine ha in altri campi teorici usi diversi da quello qui proposto, è opportuno avanzare
una sua migliore definizione. In più testi Hayek critica la “visione costruttivistica” nell’ambito
dell’economia politica, e delle scienze sociali in genere; essenzialmente per l’economista austriaco questa
visione riduce, semplifica – e banalizza – la complessità che il sistema socioeconomico esprime,
pensando ad esso come ad una “macchina”, ovvero ad un assemblato fatto di tante componenti, e che,
quasi fosse progettato da un ingegnere infallibile ed onnisciente, funziona proprio per questa ragione in
modo armonioso e razionale. Proprio perché è fatto da uomini che sono «razionali». Mercato, società e
le altre istituzioni sociali sarebbero dunque fatti, costruiti (di qui il termine costruttivismo) dagli uomini
che, agendo in modo deliberato, ovvero scegliendo mezzi adeguati in vista di fini da loro ritenuti
razionali, darebbero vita a questo meccanismo regolare e retto da regole che, almeno in linea di
principio, sono tutte esplicitabili. Come di un orologio meccanico possiamo conoscere con precisione il
comportamento complessivo, così potremmo fare del complesso socioeconomico.
È esattamente questa, né più né meno, la grave presunzione di conoscere, che risiede secondo
Hayek in un uso irragionevole della ragione, che pretende di applicare in modo miope schematismi
epistemici nati altrove (ad esempio in seno al razionalismo cartesiano o positivista) ad un campo
refrattario a farsi descrivere da essi. Con il curioso effetto di aumentare la lamentela riguardo la
debolezza fondazionale delle scienze sociali, proprio nel momento in cui non se ne riconosce ab origine
la natura peculiare. C’è insomma un misconoscimento del livello di irriducibile complessità che si
trovano di fronte il politico, il sociologo o l’economista quando tentano di conoscere a fondo il loro
“oggetto”.
Ma quest’uso irragionevole della ragione, per citare direttamente Hayek porta a credere che gli
uomini si sarebbero accordati per costruire razionalmente ed intenzionalmente le istituzioni sociali; ed
anche un correlato terribile e dannoso, ovvero l’idea che l’uomo sia anche nelle condizioni di «poterle
alterare a suo piacimento in modo che soddisfino i suoi desideri o le sue aspirazioni.»1
Dalla
presunzione di conoscere a fondo i meccanismi economico-sociali, alla presunzione di sapere come
intervenire in essi per ottenere desiderata qualsiasi il passo è breve. Il passaggio logico che i
costruttivisti/razionalisti fanno è anche semplice: dalla presunzione di conoscere passano alla
presunzione di poter fare.
Hayek intende, a mio avviso, bloccare sul nascere questa china scivolosa, alla maniera elegante e
fastidiosissima (per gli avversari) dei liberali, ovvero togliendo con garbo e decisione ogni inclinazione
alla china stessa. E lasciando il re nudo, con tutta la sua ignoranza e la sua umana impotenza, esibito al
ludibrio coram populo.
Il modo in cui lo fa, ovvero parlando del concetto di ordine spontaneo, riconoscendo che la razionalità
e l’armonia si possono dare – ed in effetti si danno perlopiù – in assenza di un progetto deliberato da
parte di un soggetto che ad un certo punto delibera di organizzare le cose così-o-così, è elegante oltre
che epistemologicamente valido. L’idea di Hayek di abbinare al costruttivismo il concetto greco di taxis,
ovvero di ordine deliberato, razionalmente e volontariamente costruito da qualcuno o qualcosa (gli
uomini, il governo, le leggi), e alla new form of rationality, ovvero quella della complessità irriducibile, e del
suo pieno riconoscimento, il concetto di cosmos, ovvero di ordine immanente, fu forse una delle più
stimolanti fonti di nuove riflessioni per il mio pensiero.
Questa breve ripresa del cuore critico del mio Breviario Liberale, mi dà già la possibilità di mettere a
fuoco meglio punti che allora non vedevo con tanta chiarezza. Era chiaro che quasi tutti i politici che
sentivo pontificare dai pulpiti mediatici avevano torto. Ed era allora finalmente chiaro il perché:
pensavano di avere una profonda intelligenza – nel senso etimologico di leggere dentro – della realtà
storico-politica, e del momento economico, dei destini della patria e del cosmo intero forse. Li ricordo i
loro augusti volti, le loro fronti diafane, tutte tese ad esplorarle queste profondità del reale, ricordo le
rughe delle loro fronti: avreste potuto vedere i loro lobi cerebrali surriscaldati da anni buttati a erigere
acrobatici ponti argomentativi su piloni fatti di nulla, o lontani anni luce dalla realtà. Un nulla cognitivo,
un vuoto epistemologico spaventoso. Parlavano di pezzi realtà leggendone sottosezioni limitate alla luce
di pezzi di “teorie” o di schegge impazzite di visioni politiche estinte. Non meraviglia che le coalizioni
di allora riflettessero nella loro fragilità tutta questa frantumazione teorica.
Hayek, allora come oggi per me, portava un po’ di chiarezza. Buttava via gli specchi infranti e
restaurava la ragione, nelle sue legittime pretese, nei suoi giusti confini.
Le mie “incursioni” nella pensiero della complessità
Gli anni successivi alla pubblicazione del Breviario li ho dedicati a “mettere a punto” una visione
teorica più soddisfacente sul tema della complessità, per ancorare le originali intuizioni di ordine
spontaneo, contrapposizione cosmos/taxis, sistemi autoregolanti, ad uno sfondo teorico più saldo.
Per quanto mi sembrassero del tutto evidenti le tesi hayekiane, e così ragionevole la sua critica al
costruttivismo, giustificarle razionalmente non è per nulla immediato. Farlo richiede una teoria della
complessità, e non mi bastava certo disegnare schemi o, tantomeno andare a caccia di conferme
storiche per mostrare il malfunzionamento dei sistemi socialisti, presi ad emblema della centralizzazione
e della “presunzione di conoscere” da parte del governo centrale. Si trattava insomma di attuare un
cambio di paradigma, mio in primis, e come ogni cambio di prospettiva non è richiesto direttamente dai
dati empirici (o storici), si impone spesso per vie extralogiche.
La mia ricerca del paradigma giusto per meglio mettere a fuoco le intuizioni hayekiane del 2006, si
rivolse prima di tutto alla Sinergetica di Hermann Haken. Fisico teorico, studioso della teoria del Laser,
Haken propose un’interpretazione del funzionamento del dispositivo Laser, che mi pareva riutilizzabile
per il mio problema della complessità. In estrema sintesi Haken sostiene che l’emissione del fascio dal
tubo Laser avviene dopo un processo di selezione spontaneo, non prevedibile, in cui tra i tanti fasci
luminosi continuamente riflessi tra le due estremità a specchio del tubo Laser, improvvisamente uno –
l’ordinatore – inizia a “prevalere su” tutti gli altri – gli asserviti – in un processo che termina con
l’emissione del raggio laser a grandissime energie. L’elemento che mi affascinò della proposta di Haken
fu il fatto che evidentemente era spiegato un fenomeno di auto-ordinamento spontaneo di un sistema
complesso di elementi, che non richiedeva l’intervento di un agente esterno ad esso, o di un elemento
che ad un certo punto direzionasse gli eventi. L’altro forte punto di fascino che, ad esempio nel suo
libro Nel Senso della Sinergetica, Haken mi mise davanti agli occhi fu l’invito ad estendere lo sguardo della
Sinergetica oltre il campo originario della fisica, per il quale era nato. Haken fa alcuni esempi di
estensione alla fisiologia del movimento, alla chimica, e all’economia teorica.
Grazie alla lettura di Haken, iniziai a capire che il problema della presunzione di conoscere, e della
necessità di una comprensione più soddisfacente della complessità, che avevo incontrato in campo
politico ed economico, non era affatto limitato a quest’area di sapere. Tutto allora mi parlava di
complessità, dai sistemi sociali ed economici, alla biologia all’astronomia, dal corpo umano fino alla
psiche umana.
Mente un’anarchia ordinata (2010), fu il primo frutto, mai pubblicato, di questo trend di pensiero; in esso
rifacendomi alla filosofia della mente di David Hume e criticando il razionalismo kantiano, cercavo di
offrire, con gli strumenti teorici della Sinergetica, alcuni tentativi di spiegazione di eventi mentali senza
ricorrere però all’idea di un “ordinatore centrale” a una “unità centrale di elaborazione” che regolasse la
mente. Proprio come Haken faceva con il suo Laser. Rileggendo quella ricerca ora sorrido un po’, ma
mi colpisce come in fondo, come ho sempre fatto nei miei studi, la prima cosa che avevo sottomano
per verificarli fossi io stesso. In questo caso la mia mente, che mi parla ogni istante di complessità, da
quando guardo un fiore, a quando vedo un volto, a quando eseguo due volte lo stesso pezzo al
pianoforte e provo tuttavia emozioni differenti. Dalla stessa persona che prima amo e dieci giorni dopo,
o dieci secondi dopo, magari mi è indifferente. Ma non è la sede questa per entrare nei dettagli di quella
ricerca, che fu in complesso insoddisfacente dal lato epistemologico e troppo soggettivistica.
In Filosofia dell’Ordine Spontaneo, scritto tra 2011 e 2012, e non edito, passavo in rassegna tanti campi
di sapere, economia, sociologia, fisica, cosmologia, psicologia, informatica, urbanistica, e cercavo di
catalogare alcuni esempi di spontaneous order selezionati dai differenti campi scientifici, facendo emergere
una più chiara visione del fenomeno. Insoddisfatto ormai dalla Sinergetica, effettivamente paradigma
troppo hard-science per le scienze sociali e umane in genere, cominciavo ad approcciare il problema della
complessità attraverso uno sguardo sistemico, quello che al momento mi convince maggiormente;
allora lo facevo analizzando gli esempi di complessità catalogati attraverso le categorie filosofiche di olos
e pan (complesso che “eccede le parti” e complesso che “equivale alla somma delle parti”). Ora dopo lo
studio dei testi base della Sistemica, tra cui i lavori di Ludwig von Bertalanffy, rileggo in quella
contrapposizione la dicotomia sistema/insieme, sistema/macchina, emergenze/proprietà analitiche.
Liberatomi della Sinergetica, che mi era servita per ampliare lo sguardo ad altri campi di ricerca
entrando in un’ottica inter/transdisciplinare, ritornavo ad Hayek ed andavo oltre prefigurando la
Sistemica, che non avevo ancora assimilato come prospettiva teorica.
Con l’ecologia, ovvero con l’applicazione della visione hayekiana ad essa, mi andò meglio sul piano
teorico. Nel 2012 chiudevo un libretto sempre dall’andare pamphlettistico intitolato Miseria
dell’Ambientalismo. Qui il complexus era l’ambiente, il sistema di esseri viventi ed elementi naturali, con i
vari sistemi di autoregolazione che sa esprimere, ed i “presuntuosi”, ovvero quelli che credono di
conoscere l’ambiente come se fosse un organismo semplice, e migliorabile, erano gli “ambientalisti”.
L’ambiente è complesso, cercare di ravvisare causalità lineari, o correlazioni semplici in esso significa
“far fuori”, misconoscere la sua irriducibile complessità. Pensare di modificare macrofenomeni come la
temperatura terrestre con un uso più responsabile dell’automobile, è plausibile, quanto lo era credere
che un governo possa migliorare qualcosa, ma ingenuo, perché non ha alcuna fondazione
epistemologica e razionale. Cade vittima della impietosa ghigliottina epistemologica di Hayek.
Tentativi, indagini serie, corse avanti e fughe teoriche, hanno caratterizzato il mio percorso
concettuale dopo la pubblicazione di Breviario Liberale. La voglia e l’insuccesso di “fare sistema”, “fare
teoria” unificata, sono stati il mio cruccio più grande in questi anni. E anche quello che mi spinse ad
abbandonare le ricerche su quei brogliacci di appunti, in cui le buone idee, ed i buoni propositi, rari
nantes in gurgite vasto, vagavano in un mare oscuro e inquinato. Ma ogni tanto ripensavo a come salvarli
da quel caos. La lettura di Teoria Generale dei Sistemi di Ludwig von Bertalanffy, fu l’occasione per farlo.
La scoperta della Sistemica: da von Hayek a von Bertalanffy
La prima lettura del fondamentale lavoro di Ludwig von Bertalanffy intitolato Teoria Generale dei
Sistemi, mi mise nelle condizioni di esplicitare finalmente molti dei concetti che in modo opaco già
impiegavo per indagare l’ignoto mondo della complessità, e, soprattutto, la sua resistenza a farsi
conoscere, la sua radicale ed irriducibile diversità dallo sguardo e dall’analisi consueta.
Von Bertalanffy, biologo teorico, studioso e padre fondatore della Sistemica, mette a fuoco le
potenzialità esplicative del concetto di sistema dapprima prendendo in analisi il suo campo teorico,
ovvero la biologia, ed in particolare lo studio del metabolismo, e quindi avanza la congettura ardita di
estendere, in modo matematicamente rigoroso tale concetto anche alle scienze umane ed alla psicologia,
alla storia ed all’economia. Ovvero non troppo diversamente da quanto faceva – o meglio farà alcuni
anni dopo – Hermann Haken con la sua Sinergetica, ma con più chances di successo.
L’idea primitiva della Sistemica è di abbandonare l’approccio analitico nello studio dei fenomeni
complessi. Questa mossa richiede però un cambio d’impostazione, di sguardo, di paradigma.
Innanzitutto alla nozione di insieme di elementi, è sostituita quella di sistema, definito come «insieme di
elementi in interazione reciproca». Pensare ad un complesso come ad un insieme di elementi, che
stanno giustapposti a formare un aggregato, è ben diverso dal concepirlo in termini di un network che
connette tali elementi. Questo shift concettuale è a ben guardare la base del mio modo di guardare la
realtà ora. È su questa base che ora capisco meglio il senso epistemologico della critica hayekiana al
costruttivismo: la presunzione dei politici, l’oggetto di anni di critiche interiori e silenziose, stava (e sta)
proprio nel non volerla capire che non stanno giocando con Lego, quando si sbizzarriscono a tassarci o
pianificare, o a promettere paradisi in terra. Hanno a che fare con un ente molto più complesso,
irriducibilmente complesso, che schianta sistematicamente i loro desiderata, i loro sogni, i loro piani o
progetti. Presumono che le istituzioni sociali ed economiche siano assemblati modificabili da uomini
(loro) perché sono “fatti” da uomini. Uomini dotati di più potere politico, i governanti, ci portano – e si
inducono – a pensare che avranno anche più potere cognitivo, più intelligenza dell’economia e della
società: quale terribile errore! Il premier ne sa tanto quanto me, che sono qui nella profonda provincia
dell’Italia del Nord – benché magari abbia qualche statistica più aggiornata – e dubito che per il fatto
che è diventato smisuratamente più potente di me, sia anche diventato un superuomo capace di
indagare le profondità di un complesso sistema socioeconomico, come quello italiano, scorgendone at a
glance le articolazioni intestine e fondando così le sue pretese di migliorarlo pianificando, e di governarlo
fuori dai marosi della crisi. Eppure quanto tutti i termini politici relativi all’arte di governare riflettano
una mentalità semplicistica, riduzionistica e costruttivista è lampante, pensiamo allo stesso termine
governare, che rimanda alla radice greca di kubernetes, il timoniere della barca; il termine guidare che fa
pensare ad un veicolo. Ma anche tante metafore applicate allo Stato sono tarate dal razionalismo
riduzionista. Tra le più curiose ed errate che si sono sentite negli ultimi decenni cito soltanto quella
dello Stato-azienda. Un’azienda è effettivamente una struttura deliberatamente costruita (è frutto di taxis)
per vivere dinamicamente in un mercato competitivo. Lo stato è una struttura deliberatamente costruita per
vivere monopolisticamente su una regione spaziale, nella quale insiste – o resiste a stento – un sistema
economico e sociale. Sistema sulle cui articolazioni e dinamiche interne i governanti:
1. Non sanno quasi nulla;
2. Non possono stabilire alcun piano di intervento.
Questi due punti grazie alla teoria generale dei sistemi di von Bertalanffy, sono a mio avviso, ben
messi a fuoco. Sul fondamentale ed irresolubile stato di ignoranza il biologo ci dice che la complessità
di un sistema matematico, utile a descrivere, ad esempio con equazioni differenziali, un sistema
biologico cresce esponenzialmente al crescere del numero di elementi dello stesso. Ora, ipotizzando che
il complexus socioeconomico, ovvero il network di interazioni di individui, di scambi informativi espliciti
ed indiretti tra di essi, sia ben rappresentato dal concetto di sistema, così come definito da von
Bertalanffy, ecco che mi appare ora meglio fondata l’obiezione epistemologica di von Hayek al
razionalismo costruttivista: chi ci governa non può conoscere o rappresentarsi con esattezza la
complessità dell’alveare brulicante di uomini, menti, microsistemi, mercati, nel loro incessante lavorio
quotidiano, non può prevederne il decorso perché, come con sufficiente sicurezza ha mostrato Karl
Raimund Popper in Miseria dello Storicismo, leggi storiche di sviluppo non ne possiamo astrarre dal
decorso degli eventi storici poiché esso è aperto ai capricci del caso, non direzionato linearmente e
ovviamente in divenire2
. Questo rende chiaro anche il fatto che chi ha l’onere del governo, non “sa cosa
fare”, non riesce a pianificare interventi in modo razionale.
Un sistema, evidenzia von Bertalanffy, sa esprimere un comportamento globale, complessivo che
non è né riducibile al comportamento delle parti componenti, né deducibile da una conoscenza accurata
di esse, né prevedibile in funzione di esse. Ha un comportamento olistico, cosa che è l’aspetto più
interessante ovviamente, alla conoscenza del quale lo studio analitico delle parti componenti non offre
contributi. Spesso ci si riferisce a questo livello di comportamento metacomplesso con il termine emergenza.
Le proprietà tipicamente sistemiche, che non sono proprie di alcun elemento del sistema, vengono
definite proprietà emergenti. Ora è a questo livello globale, olistico, emergente che mirano i politici quando
fanno promesse o piani legittimi di “interesse generale”, del tipo far smettere la crisi o migliorare
l’economia. Ma il paradosso è che non lo possono fare né direttamente, perché quelle proprietà – il
benessere economico, la crescita del PIL, il benessere generale di un Paese etc. – propriamente non
esistono, nel senso che una proprietà emergente non si appunta su un ente unico e “manipolabile”, né
indirettamente, poiché pensare di agire sugli elementi di un sistema per ottenere effetti globali ed
emergenti, significa presupporre l’esistenza di una causalità di tipo lineare tra il livello down e quello top
che semplicemente non regge.
Come ho scritto in Riflessioni libere sulla teoria dei sistemi, ricerca del 2012 non pubblicata, la conquista
più preziosa per me che lo sguardo sistemico mi ha offerto, è senz’altro l’abbandono del modello di
causalità lineare. Un sistema complesso non è intelligibile con un modello di causalità lineare. I politici
presuppongono che lo sia – tranne i pochi vagamente informati dell’esistenza del liberismo, che
attualmente non so dove siedano in parlamento – e usano schemi causali veramente stilizzati e ridicoli,
per piacere all’elettore medio. Non lineare è quel tipo di causalità in cui un sistema di elementi è
percorso da catene causali che, oltre a correre parallelamente, si intersecano magari più volte, creando
flussi causali anch’essi complessi. Non lineare è il tipo di causalità in cui preponderante è il fenomeno
del feedback: il comportamento di un elemento A influenza il comportamento di un elemento B, e
questo a sua volta retroagisce sull’elemento A. E quindi pensare la società e l’economia come se fossero
complessi analitici, ed intervenire tatticamente in essi, significa vederli attraverso uno specchio infranto,
composto di frammenti distorcenti.
Macchine e sistemi: il decadimento sistemico
Bertalanffy analizzando l’evoluzione a cui va incontro un embrione nella sua formazione, in Teoria
Generale dei Sistemi evidenzia come esso parta da uno stato in cui si comporta come un sistema, ad
esempio reagendo come totalità alle stimolazioni ambientali, sino ad uno stato terminale in cui si
comporta come un aggregato di sistemi giustapposti, perdendo quindi quella “globalità” originaria. A
livello causale il processo che il biologo chiama segregazione progressiva parte da quella complessa e non-
lineare, per giungere ad uno stato terminale in cui vi sono catene causali indipendenti o debolmente
interagenti. Si passa tendenzialmente da uno stato sistemico ad uno stato di macchina.
A differenza di un sistema, una macchina non esprime un comportamento emergente, globalmente
reattivo rispetto alle perturbazioni ambientali. È ben descritta dal consueto paradigma analitico: si può
inferire il comportamento complessivo dell’aggregato meccanico dal comportamento individuale delle
parti componenti. Seguendo lo sguardo di Bertalanffy che mi invitava ad osservare come uno stesso
“ente” come un embrione, andasse incontro ad una evoluzione funzionale, strutturale e
comportamentale, ovvero che lo stesso ente durante il processo di segregazione è prima un sistema, poi
perde gradualmente globalità, ed infine diventa una macchina, o meglio un aggregato di microsistemi, e
in linea teorica può decadere allo stato di insieme, ho elaborato il concetto di “decadimento sistemico”. Un
sistema può decadere, perdere le sue proprietà emergenti, le sue funzioni di regolabilità globale, e
diventare un aggregato di parti individuali non interagenti. Insiemi, macchine e sistemi non sono
dunque enti diversi: sono tre strutturazioni o fasi diverse della stessa ontologia. Sono fasi di
organizzazione ontologica, che esibiscono comportamenti e proprietà distintive e identificanti.
La tendenza alla fuga d’idee filosofica mi spinge ora a passare, dal piano epistemologico iniziale, che
vedeva la teoria dei sistemi come un valido “attrezzo concettuale” per disporre di un’immagine della
complessità socioeconomica, psichica, biologica etc., al piano delle congetture ontologiche. Vorrei e non
vorrei…Vorrei sostenere che l’ontologia è in realtà sistemica, che “tutto è sistema”. Nel senso che evitando
di moltiplicare il numero di enti praeter necessitatem, sembra ragionevole pensare che anche le cose che
non hanno l’aspetto “vitale”, “globale”, “propriamente sistemico”, e che stanno lì come gli oggetti
inanimati siano in realtà sistemi decaduti, o elementi di sistemi una volta attivi, e pronti a riattivarsi.
Vorrei e non vorrei essere più competente in campo scientifico o filosofico per argomentare che il
concetto di sistema è una generalizzazione del concetto di ente così come la Teoria della Relatività di
Einstein è una generalizzazione della Teoria della Gravitazione Universale di Newton. Nel senso che –
per farla corta – un sistema può comportarsi come una cosa, ma una cosa non può comportarsi come
un sistema.
Vorrei ma non posso. Appartengo a quella nobile scuola filosofica che in Italia non ha gran seguito,
che ha una tale venerazione per il lavoro degli scienziati veri, una tale curiosità per ciò che fanno, una
tale ammirazione per le loro ricerche ed i loro metodi di lavoro, che proprio non posso, non ce la faccio
ad abbandonarmi in simili deliri su ciò che c’è per davvero, sull’essere e il non essere, la sostanza e le
più profonde verità.
Conclusione
La congettura con cui termino questa revisione delle mie idee si vuole dunque limitare al solo piano
epistemologico. Come epistemologica era l’obiezione fondamentale di Friedrich August von Hayek al
costruttivismo, all’uso irragionevole della ragione, che ipersemplifica per conoscere, finendo per sapere
poco o nulla delle istituzioni sociali ed economiche e per danneggiarle.
Se l’economia è un sistema (complesso, non lineare, autoorganizzante…), e se chi la governa
(sovrano, parlamento, burocrazia…) non riconosce questa complessità, perché non paga elettoralmente,
o perché non ci arriva proprio a capirla, e poi interviene con dei provvedimenti che impattano
sull’economia, ecco che va ad alterare inevitabilmente il comportamento del sistema economico, la sua
reattività, trasformandolo in modo anche irreversibile e imprevedibile. Un governo con tutta la sua
sottostruttura burocratica è un corpo alieno inserito in un sistema socioeconomico di per sé vitale;
alieno perché è davvero una macchina, nel senso visto prima, pensata da qualcuno per fare qualcosa,
ma è inserito in – e succhia soldi ed energie da – un sistema complesso che è continuamente stressato
da questo cancro e da tutte le sue sottometastasi (regioni, province, comuni…) che ci offrono servizi –
quasi sempre scadenti – in regime monopolistico. Ma soprattutto fa pagare la sua rigidità di macchina
complicata e farraginosa, mantiene la sua struttura burocratica ed il suo potere, provocando proprio, a
mio avviso, un fenomeno di decadimento sistemico nell’esosistema socioeconomico che lo “ospita”. Un sistema
economico potenzialmente vitale, continuamente alterato dall’intervento statale, vessato da una
pressione fiscale INTOLLERABILE, da leggi INCOMPRENSIBILI, concepite (forse) in origine per
mettere ordine e “migliorare le cose”, può decadere verso lo stato segregato, facendo venir meno la
capacità di reagire globalmente, ed elasticamente ad eventuali perturbazioni esterne, come crisi dei
mercati finanziari, o altri eventi negativi provenienti dall’esterno.
Prima dunque di buttarVi in diatribe sui valori, sulle ideologie, creando pollai mediatici che ho visto
fin troppo nei miei 30 anni di vita, o di metterVi a trasformare il Paese o il mondo intero in un luogo
che risponda ai vostri canoni, piani o programmi, ricordateVi bene che la realtà ha delle sue regole, e che
LE DOVETE riconoscere e rispettare.
Per il bene del Paese, please, abbassate le tasse, please non agitatevi, non concepite più piani umoristici,
interventi onirici e azioni infantili; e, please:
Laissez-nous faire!
Note
1. F. A. von Hayek, Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee, trad. it. Armando, Roma,
1988, p. 271.
2. Prima di scegliere il concetto di sistema come “attrezzo teorico” per descrivere il complexus
scioeconomico, cercavo di ragionare in questo modo, informale, ma non del tutto peregrino: perché
l’economia pianificata non funziona? È spenta, non reattiva, e non competitiva? Perché tutto o quasi
passa per un “centro cognitivo e decisionale” unico. Perché le economie non pianificate sono più
vitali e prestanti? Perché quell’accentramento cognitivo e decisionale è molto meno pressante. O
distribuito, disperso, tra milioni di individui, come dice Hayek. Il ragionamento contrastivo
proseguiva mostrando che in linea di principio un sovrano onnisciente ed onnipotente avrebbe potuto
pianificare gli eventi economici e governare in vista di goals specifici una nazione. Allora la
immaginavo solo sul piano pratico l’impossibilità, poiché nessun uomo, o premier, o capo supremo,
o sultano, o re, avrebbe mai disposto in effetti di una tale onniscienza e onnipotenza. Oggi credo che
l’impossibilità sia eminentemente epistemica: un leader politico, un collegio di leaders, o
un’assemblea irriducibilmente non potranno mai conoscere poco più di una vaga eco lontana di
quella complessità sistemica che non supponevano esistere, quando dai pulpiti mediatici, mi
promettevano vaghi paradisi terrestri, che in mente avevano, e che, con imposte tasse e balzelli,
devastavano, noncuranti del fatto che gli elementi del sistema non erano “omini” del Lego, ma
uomini vivi dotati di un cuore.
MENTE: UN’ANARCHIA ORDINATA
Premessa
Una ricerca sulla mente umana è sempre in buona sostanza un’operazione autobiografica. In fondo
quando Locke, Hume e Kant scrivevano le loro ricerche sulla mente non facevano altro che raccontare
come funzionava la loro e pretendere che la mente di tutti funzionasse proprio come la loro. Basta
pensare a Cartesio: la scoperta del cogito non giunge forse all’interno di quella straordinaria opera
autobiografica che sono le Meditazioni Metafisiche? C’è ancora spazio oggi per ricerche autobiografiche
di questo tipo? E parlo naturalmente dopo la rivoluzione che ha portato la psicologia a staccarsi dalla
filosofia ed a diventare una scienza autonoma. Tuttavia proprio nell’ambito della “scienza dell’anima”
prevalgono tante impostazioni giustapposte: basti pensare alle molte scuole di psicoterapia che sono
state inventate e operano nelle nostra città. Questa pluralità mi conforta: se c’è un dibattito in corso,
anch’io come filosofo posso dire la mia. La mia proposta sarà una rielaborazione creativa di cose
probabilmente già dette; ma non procedo a lume di candela: il mio punto di riferimento è la Sinergetica
di Herman Haken, un paradigma scientifico nato negli anni ‘60 nell’ambito della fisica applicata, ma che
ha trovato notevoli esiti in tanti altri campi di ricerca, tra cui la neuropsicologia.
Nell’ambito della filosofia della mente mi pare che il modello della sinergetica trovi un fertile campo
di applicazione in grado di rivoluzionare l’immagine che ognuno di noi ha della sua mente. Il modello di
mente che i miei pensieri, ed il mio gusto, preferiscono potrebbe certo valere solo per la mia mente. Mi
sono già confrontato con alcuni professori di filosofia della mente sulla mia proposta e ne ho ricevuto
pareri contrastanti: per uno la “riforma sinergetica” della mente che vado proponendo di fatto svuota di
senso qualsiasi topografia o “psico-geografia” della mente (si pensi al modello kantiano). Per un altro
l’idea non era poi molto originale: in fondo – e questo lo riconosco sinceramente – Daniel Dennett ha
proposto un modello assai simile alla sinergetica della mente (il modello Pandemonium). L’ultimo
professore mi ha consigliato di rileggermi Hume e di ripartire da lì: «in Hume – mi ha detto – come
nell’Iliade, c’è tutto». Ho seguito il suo prezioso consiglio e così è nata questa ricerca.
Se il mio intento fosse una mera escursione teorica nei reconditi della mente francamente avresti
sprecato il tuo tempo nel leggere questo libro che non sarebbe nemmeno degno di un piccolo rogo
humeano. Questa ricerca teorica ha chiare ambizioni pratiche, applicative. Certo non potrò dedicare ché
alcune illustrazioni alla spiegazione delle potenziali applicazioni della psicosinergetica. Mi concentrerò
in particolare sulla formulazione di una nuova proposta di couseling relazionale, sull’economia, e sulle
applicazioni nel campo delle teorie del risarcimento del “danno” mentale.
Molte delle idee che ho prodotto su questo ultimo punto derivano in qualche senso non ben
sondabile dal mio attuale lavoro di mediatore assicurativo. Ritengo illuminanti, fertili e assai avanzate le
conclusioni a cui sono giunto in questo campo. È essenzialmente per l’importanza che attribuisco a
queste conclusioni applicative (assai “cariche” di teoria) che ho deciso di pubblicare le mie ricerche che
avrei altrimenti tenuto in giacenza (come tante altre mille idee e bozze incompiute di scritti) nei cassetti
della mia scrivania.
A questo punto so di essermi esposto mille critiche: ma non è questo che temo. Mi fa paura solo
l’irragione, la non-logica e chi nella sua inutile vita non ha mai deciso di rischiare nemmeno per un
secondo.
PSICOSINERGETICA TEORICA
Il problema della mente
Explanandum
Nel porre correttamente la questione della mente è importante identificare in modo chiaro e non
ambiguo l’explanandum. Il dramma della filosofia della mente è proprio il fatto che tra i filosofi non vi è
stata concordia nell’individuare l’obiectum delle ricerche sull’intelletto: in questo risiede essenzialmente la
difficoltà nel mettere in dialogo fertile i vari autori che soffrono il più delle volte di un autismo
filosofico desolante. C’è dialogo se c’è un terreno terminologico comune e preliminare utile affinché i
contendenti si intendano.
L’oggetto della filosofia della mente è quell’insieme di fenomeni che interessano il nostro animo. A
questi eventi mentali i filosofi hanno dato i nomi più svariati ed hanno immaginato nei modi più diversi
il loro funzionamento. L’oggetto della presente ricerca è “tutto ciò di cui siamo coscienti”, tutto ciò che
affiora al livello della cognizione. Le moderne teorie psicanalitiche pontificano sull’inconscio ma cosa
ne sappiamo di questo campo? Ovvio: nulla proprio perchè non ne siamo consci. La nostra indagine
verterà dunque su tutti quei fenomeni che non i filosofi ma l’uomo della strada riconosce “ospitare”
nella sua mente. Sono fenomeni consci, e in quanto tali “studiabili”:
§ Identificazione di un oggetto.
§ Fenomeni simili, opposti, uguali
§ Ricordi
§ Previsioni
§ Idea di Causa-effetto
§ Sogni
§ Effetto-isteresi, variazione di qualità
§ Spazio
§ Tempo
§ Intelligenza
§ Dialogo interiore e ragionamento
Questi sono solo alcuni dei nomi che sono stati affidati agli eventi mentali consci. Per focalizzarci
più chiaramente possiamo prendere un evento come le emozioni: pare, ad una prima osservazione, che
poco c’entrino con la dimensione del conscio, in quanto in fondo sono eventi che “non controlliamo”
che si impongono all’io conscio. Tuttavia “conscio” non è sinonimo di “razionalmente controllato”: i
sentimenti possono benissimo avere cause profonde ed inconsce – su cui nulla possiamo dire – ma noi
li percepiamo, li “sentiamo” solo nella misura in cui affiorano alla nostra coscienza. Lo stesso vale per le
volizioni: magari prodotte da ciechi istinti a noi ci si presentano sempre nella modalità del conscio. Per
semplificare il lavoro chiameremo le determinazioni della lista precedente semplicemente fenomeni
mentali o fenomeni.
Explanans
Definito l’oggetto di ogni indagine sulla mente umana è necessario avanzare delle teorie che
spieghino i fenomeni summenzionati. Naturalmente una teoria è tanto più accettabile quanto più
economica è nelle sue assunzioni ontologiche e quanto più è esplicativa: una teoria va bene se fa il più
col meno. È questo il fondamentale principio di parsimonia detto rasoio di Ockham. E nelle teorie della
mente, probabilmente per una certa “volatilità” dell’explanandum, se ne sono viste e sentite di tutti i
colori sia dalla prospettiva psicologica che da quella filosofica: è chiaro che serve un metro che ci
consenta, se è possibile, di trovare il bandolo della matassa tra tutte le teorie della mente. Se riusciremo
a trovare le “opzioni di fondo” i “partiti politici” ai quali i filosofi e gli psicologi si rifanno avremo già
fatto un grande servizio portando un po’ d’ordine tra le filosofie della mente.
C’è un’osservazione da fare prima di procedere sempre in merito all’explanans: in nessun modo una
teoria della mente va ritenuta la CAUSA dei fenomeni mentali analizzati. L’immagine positivistica che
vede negli enti teorici delle ontologie reali è ormai ampiamente superata: le teorie della mente sono
congetture puramente teoriche sul funzionamento della mente e non ne sono la causa, così come la teoria
di Newton non è ovviamente la “causa” del moto dei corpi celesti.
Un po’ d’ordine tra le teorie della mente
Francis Bacon ci ha lanciato un ammonimento chiaro: prima fate luce, poi verranno i frutti.
Seguiremo il suo prezioso consiglio. Per portare un po’ di luce, un po’ d’ordine nel mare magnum delle
theories of mind dovremo operare una più o meno garbata pressione semantica sui filosofi che
prenderemo in esame: come detto infatti ogni indagine sulla mente umana soffre un po’ di autismo
semantico.
Come la regola aurea del rasoio ci insegna dovremo non considerare teorie pleonastiche e poco
esplicative ed andare a caccia delle “opzioni di fondo” che sono state seguite dai maggiori teorici in
epoca moderna e contemporanea. Come emerge subito ad una rapida lettura degli autori critici, che
hanno rivolto le armi della ragione contro se stessi, contro la loro anima, le opzioni non sono infinite.
Come funziona la mente? Come conosce la mente? Come ci spieghiamo i fenomeni mentali? La prima
opzione che accomuna gli autori cosiddetti razionalisti (da Cartesio a Kant) suona più o meno così:
Nella mente c’è un io (la coscienza) che ha la facoltà di conoscere, volere, agire, patire.
In questa opzione 1 si spiegano i fenomeni attribuendoli ad una entità (agente/funzione/ente) che
ha delle determinate proprietà. È questa una spiegazione che ha avuto successo anche nella common sense
theory.
L’opzione 2 la dobbiamo dedurre facendo una qualche forzatura teorica sugli empiristi, soprattutto
su David Hume. La mente, secondo questa visione, è una sorta di contenitore di idee che sono
autonome e già strutturate cognitivamente:
L’io conoscente non esiste: esistono solo le idee che sono in “lotta” tra loro e di volta in volta si affermano.
Affiora al livello del conscio dunque l’idea o la volizione che si afferma. Dissoluzione dell’io e
autonomizzazione dei contenuti cognitivi: queste sono le caratteristiche principali dell’opzione 2.
Le teorie della mente, secondo la mia proposta, possono dunque essere ordinate su una scala che
varia in funzione del rapporto tra io e idee (contenuti cognitivi). Tutto dipende dalle nostre opzioni
teoriche riguardo queste due polarità. Per fare emergere la dialettica di fondo tra opzione 1 e 2 è utile
stilizzare un po’ queste soluzioni, portarle egli estremi: in fondo come detto le opzioni di fondo in
filosofia della mente sono riconducibili ad una scala che varia in funzione di quanto esplicativamente
“importanti” siano per noi ora l’“io” ora le “idee”. Se la soluzione 2 era “solo le idee esistono”,
possiamo all’altro estremo stilizzare un’opzione ontologica altrettanto radicale ed antitetica: “solo l’io
esiste”. Ecco una schematizzazione di quanto intendo dire:
§ A Solo l’io esiste (ed le idee non esistono)
§ …
§ …
§ …
§ B Solo le idee esistono (e l’io non esiste)
Le soluzioni intermedie – esistono sia l’io che le idee - sono naturalmente quelle più praticate dai
teorici perché sono più semplici – benché ontologicamente antieconomiche – ma ogni pensatore ha la
sua preferenza: Cartesio sostanzializza l’io e indebolisce le idee, Hume indebolisce radicalmente l’io e
rafforza le idee, Kant fa dell’io-penso una “funzione” e dei fenomeni delle semplici apparenze. Il rapporto
tra “io-penso” e idea, nel senso in cui lo sto configurando, può credo ben essere chiarito da una
metafora politica. L’io è lo Stato ed le idee sono gli individui. Allora l’opzione A - solo l’io esiste – la
possiamo riformulare come “solo lo Stato esiste” ovvero per intenderci qualcosa come un sistema
socialista estremo che non lascia alcun spazio alla libertà d’azione degli individui. Al contrario l’opzione
B – solo le idee esistono – diventa: lo Stato non esiste (si è dissolto) solo gli individui esistono: si tratta
di un sistema libertario altrettanto radicale1
. Ma la metafora funziona bene anche e soprattutto nei gradi
intermedi. Ecco come possiamo riformulare la nostra scala comparativa:
§A Solo l’io esiste / Solo lo Stato esiste
§…
§…
§…
§B Solo i le idee esistono / Solo gli individui esistono
In medio, naturalmente, c’è tutto. In campo politico questo è evidentemente vero perchè anche il
socialismo più becero e radicale non potrà mai demolire del tutto gli individui (quantunque aspiri
chiaramente a farlo) e l’anarcocapitalismo è di difficile realizzazione. Ma nel campo delle teorie della
mente non abbiamo a che fare con limiti empirici di questo tipo: tutte le opzioni intermedie ed estreme
sono legittime.
Possiamo dire che i due rebbi estremi della forchetta proposta rappresentano soluzioni monistiche,
in quanto ci dicono in sostanza che esistono enti di tipo omogeneo (o solo l’io o solo i fenomeni). Nel
mezzo è l’interregno delle “soluzioni” dualistiche: esistono sia l’io, sia le idee, sia lo stato, sia i cittadini;
tuttavia le teorie dualistiche della mente variano a seconda di quanta importanza esplicativa si ripartisca
di volta in volta tra io e idee. Utilizziamo ancora la metafora politica:
§ A Solo l’io esiste / Solo lo Stato esiste [Socialismo]
§ …
§ Cartesio (il cogito è una sostanza) [Nazionalsocialismo]
§ …
§ Kant (l’io-penso unifica i fenomeni) [Dottrina sociale della Chiesa]
§ …
§ Hume (libero gioco delle idee) [Liberalismo Hayekiano]
§ …
§ B Solo le idee esistono/ Solo gli individui esistono [Libertarismo]
Ora, lo schematismo proposto vuole offrire una idea generale del rapporto politico tra funzioni
mentali e contenuti cognitivi, quindi non vale la pena di entrare troppo nei dettagli delle associazioni.
Basti notare che, partendo dallo stato A e procedendo verso lo stato B l’entità politica centrale (l’io) si
indebolisce ontologicamente – mentre si rafforzano gli individui (idee) – ed il contrario avviene
naturalmente procedendo da B verso A.
Sul monismo dell’io
Non conosco autori che abbiano sostenuto questa prospettiva. Si tratta di un’opzione piuttosto
radicale che di fatto taglia alla base qualsiasi possibilità cognitiva. Equivale infatti a sostenere che l’io è
una sostanza che non ha a che fare con pensieri o contenuti cognitivi. Ma il fatto che noi abbiamo o
che vi siano pensieri/volizioni contenuti è evidente. Qualcuno come fa Berkeley potrebbe sostenere
che questi fenomeni siano mere apparenze inviate da Dio o da qualche demone, ma sarebbero tuttavia
qualcosa di altro rispetto all’io penso. Di fatto questo monismo non spiega per nulla come si generi o si
giustifichi la conoscenza. Nemmeno nel sogno viviamo una situazione di questo tipo, ovvero una
coscienza senza contenuti; saremmo sprofondati in un solipsismo disperante e vuoto. Questa
alternativa, presa in esame teoricamente, richiede dunque di essere scartata per ragioni di economia
esplicativa e funzionalità teorica. Oltre per il deficit euristico da cui è segnata.
Dualismo io/idee
In questo interregno tra i due estremi monistici si colloca la common sense theory che fa tuttavia una
“strana coppia” con il mainstream filosofico occidentale. Cartesio, Leibniz e Kant vanno collocati in
questa fascia o famiglia di teorie. E li possiamo etichettare come “razionalisti” nel senso che tutti, chi
più, chi meno, attribuiscono all’intelletto, all’io, una funzione operativa e attiva nella
formazione/emersione della “cosa conosciuta”, che sta alle facoltà conoscitive come un contenuto sta
ad un contenitore. Come, appunto, un cogitatum sta ad un cogitans. Ed è un modo di pensare così diffuso
e di successo che solo metterlo in questione sembra impossibile od insolito. «Se c’è un pensiero serve
qualcuno che pensa» mi ha detto una mia collega; «per confrontare due figure e accorgersi che sono simili è necessario
un medium che unifica e raffronta» ed altre simili cose.
Ma interroghiamoci in modo onesto su questa presunta soluzione. Cosa ci dice in generale il
pensiero razionalista? Che noi abbiamo un “io” che opera su dei contenuti ed eventualmente produce
giudizi. Cioè, semplificando, che noi conosciamo perché abbiamo una facoltà conoscitiva. È come
spiegare che un farmaco cura dicendo che ha la vis curativa, evidentemente non spieghiamo niente in
questo modo. Quindi sostenere:
se c’è un pensiero serve qualcuno che pensa»
non aggiunge assolutamente nulla, non spiega niente di come funzioni la nostra conoscenza. È una
definizione circolare e autoreferenziale. Allora tanto vale non complicarsi la vita e dire che l’occhio vede
perché ha la proprietà visiva e che l’orecchio sente perché ha il potere di sentire. In fondo la soluzione
razionalista è una degenerazione della common sense theory: postulare l’esistenza di un intelletto conoscente
è solo apparentemente più raffinato di postulare che l’uomo conosce perché conosce.
Ma i guai per il razionalismo sono solo agli inizi. In fondo questa soluzione dualistica oltre a non
spiegare per niente i fenomeni consci incorre in un paradosso a mio avviso devastante ed
insormontabile: è il paradosso che ho chiamato “dello zappatore”. Illustrarlo, seppur brevemente,
renderà palese l’insostenibilità di qualsiasi opzione dualistica in filosofia della mente, che esiga di
spiegare i fenomeni impiegando sia le idee sia l’io.
Il paradosso dello zappatore
Per un buon osservatore, filosofo o meno, guardare una persona al lavoro è sempre fonte di
meraviglia. Osservare un anziano zappatore che coltiva la sua piccola porzione di mondo, che la cura, la
irriga, mette a dimora le piantine e attende che crescano è fonte di meraviglia e allo stesso tempo di
mille domande. Cosa fa effettivamente lo zappatore? La risposta sembra facile:
§ guarda l’orto;
§ decide cosa fare (per esempio piantare insalata in un dato punto);
§ va a comprare i semi;
§ li mette a dimora;
§ innaffia;
§ raccoglie i frutti del suo lavoro;
§ cioè:v
§ conosce
§ decide
§ prevede gli effetti delle sue azioni
E invece cosa succede alla materia, alla terra, ai semi? Subisce le azioni dello zappatore. Cioè si
modifica in corrispondenza alle azioni del coltivatore. Ad una prima indagine dunque, come emerge,
siamo portati a supporre che lo zappatore sia dotato di diverse facoltà:
§ volontà;
§ capacità cognitive;
§ razionalità;
e naturalmente libertà d’azione. Questa è esattamente la teoria del common sense, l’immagine che
grossomodo ciascuno di noi entro i primi 10 anni di vita, adotta di se stesso, se non altro per ragioni
pratiche. Tuttavia questa teoria ad una analisi teoretica più approfondita si rivela contraddittoria.
Ora, lo zappatore conosce/vuole/ragiona/è libero. Quello che mi preme mettere in luce qui è che
questi quattro verbi sono transitivi, non certo da un punto di vista grammaticale, ma dal punto di vista
semantico/concettuale. Lo zappatore infatti:
§ conosce qualcosa,
§ vuole qualcosa,
§ ragiona su/di qualcosa,
§ è libero di scegliere qualcosa,
insomma le sue facoltà si applicano su contenuti che stanno, è questa l’idea del common sense, alle
facoltà come gli oggetti stanno all’occhio che vede. In questo frangente mi interessa dimostrare che tra
la facoltà mentale ed il suo contenuto esista una discrasia per quanto di piccolo livello. Se infatti,
conoscere è sempre conoscere qualcosa, volere è sempre volere qualcosa, inevitabilmente si crea uno iato
– delle cui devastanti implicazioni il common sense è poco consapevole – tra io conoscente e conosciuto,
tra io volente e voluto, tra io senziente e sentito. Si tratta di un dualismo insanabile tra agente e
paziente.
Procediamo con ordine. Tutti (o quasi) considererebbero ragionevole supporre che lo zappatore
abbia al suo interno un quid, chiamiamolo mente, che viene colpito dalle percezioni, che le elabora, che
infine assume delle decisioni. Si suppone in fondo che queste facoltà (attive o passive) siano un
qualcosa che è affetto dalle sensazioni, e dalle volizioni, che comanda il corpo ed attraverso il corpo
porta a compimento le azioni deliberate. Ma anche volizioni/sensazioni/deliberazioni sono un qualcosa
che o viene introiettato dai sensi oppure si genera all’interno della mente. Non ci interessa in questo
frangente l’origine di questo materiale. Questa teoria “di primo movimento”2
sul rapporto
zappatore/realtà presuppone che lo zappatore sia un agente razionale che “ordina” del materiale:
presuppone che la mente sia un ordinatore razionale, una entità pensante e operante, una entità attiva e
ricettiva un “io operativo”. E quindi cosa fa lo zappatore secondo questa teoria?
§ Guarda l’orto – SI FORMA DELLE IDEE;
§ Decide cosa fare – ADOTTA DELLE VOLONTÀ;
§ Va a comprare i semi – SCEGLIE TRA DIVERSE AZIONI;
È ricettivo (1) è attivo (2, 3). Appunto È. Tutto il resto (volontà/azioni/pensieri) deve prima colpire
questa sostanza che lui è. E dunque quello che egli è (IO) è radicalmente altro da quello che è ciò che lo
colpisce o che egli si rappresenta. Dunque una cosa così semplice come interpretare l’azione di uno
zappatore ci porta, mi pare, ad un insanabile paradosso, il “rompicapo” dello zappatore. Ecco come lo
possiamo presentare:
§ Lo zappatore guarda l’orto.
§ Lo zappatore si fa un’immagine dell’orto
§ Nella sua mente si crea l’idea dell’orto
§ La sua facoltà conoscitiva, il suo io, vede l’idea.
Come fa la facoltà conoscitiva a conoscere l’idea? Se ne farà una “copia” così come l’occhio ha fatto
una copia dell’oggetto reale.
§ La facoltà conoscitiva si rappresenta l’idea, ne fa una copia (è l’occhio interiore) ne è colpita.
§ All’interno della facoltà conoscitiva si crea l’idea dell’idea dell’oggetto esterno.
La facoltà conoscitiva è dunque fatta di 2 parti una ricettiva che immagazzina l’idea dell’idea ed una
attiva che conosce.
§ Il problema si riproduce ad infinitum.
§ La conoscenza dunque non è possibile.
Quindi lo zappatore non può conoscere e non riesce ad agire. Quindi la common theory sul
funzionamento del rapporto tra io e fenomeni mentali è fallace in quanto per spiegare la facoltà
conoscitiva presuppone una facoltà conoscitiva di livello superiore. È come spiegare il funzionamento
della mente umana supponendo che all’interno ci sia un “omino” che conosce e vuole. Già ma come fa
questo “omino” a conoscere: ovvio avrà un omino dentro di sé, che avrà un omino dentro di sé e così
via...
Alla base di questi problemi di “riverbero” - mi vengono in mente certi specchi posti l’uno di fronte
all’altro - è il dualismo di fondo tra io conoscente (sia entità/facoltà/funzione ordinatrice o altro) e
fenomeno (sia esso cosa/oggetto/percezione/volizione). Il nostro obiettivo critico non è naturalmente
(solo) il senso comune ma ce la prendiamo con i massimi filosofi che sono incorsi senza accorgersene
in questo paradosso tipico di qualsiasi dualismo razionalista.
L’opzione dualistica è proprio la condizione migliore per il proliferare dell’effetto-riverbero, ed in
definitiva non spiega niente. E l’esistenza di uno iato, di uno scarto tra io cogitans e fenomeno cogitatum è
insanabile. Certo alcuni razionalisti come Kant, forse consci del fatto che il dualismo è una soluzione
che non regge, hanno tentato di saturare artatamente questo iato inserendo tutta una serie di strutture
operative, categorie, forme pure e simili ma il dualismo resta. Anche in Kant in fondo chi tira le fila del
teatro della mente è sempre l’io-penso, questo burattinaio. L’intelletto, al contrario della sensibilità, in
Kant ha una funzione operativa, attiva evidente nella strutturazione dei giudizi. Definirei questa
variatione sul tema serializzazione del cogito; ma cosa pensa l’Io penso? Ovvio pensa dei pensieri che
principieranno e deriveranno pure da tutto quella trafila burocratica fatta di forme pure e categorie, ma
pensa dei contenuti cognitivi. E come fa l’io-penso a pensare dei pensieri? È chiaro che siamo da capo,
il dualismo è insaturabile.
La retta via per avere un’immagine corretta del funzionamento della mente non può che essere
l’abbandono del dualismo io/fenomeni, strada già tracciata da David Hume: se dare sostanza al solo io
non ha alcun senso e distribuire la sostanza tra io e fenomeni è insostenibile, non resta che la soluzione
libertaria ed impervia: solo le idee esistono con buona pace del mainstream razionalista e dell’immagine
quotidiana che ciascuno ha della sua mente.
Monismo delle idee
Va da sé: l’opzione che resta (esistono solo le idee) è quella adottata nella mia ricerca. Per sviluppare
appieno l’idea che la mente sia in sostanza un sistema anarchico, complesso, non lineare ma in grado di
produrre un ordine spontaneo, mi sono avvalso della teoria sinergetica, applicandola alla filosofia della
mente: ecco spiegato il senso del termine “psicosinergetica”. Nata a cavallo tra anni ‘60 e ‘70, grazie
all’opera di Herman Haken, la sinergetica rappresenta un vero e proprio paradigma scientifico in senso
Kuhniano in grado di dare una spiegazione unitaria, elegante ed economica a problemi teorici
affacciatisi nelle discipline più disparate.
Tornando all’opzione “monismo delle idee”: se la mente è un “contenitore” di idee che si
autoorganizzano (vedremo come nel seguito) e che non sono “governate da un io centrale e
“socialista”, resta aperto il problema di spiegare come avvenga questo fondamentale processo
autoorganizzante. Sfrutteremo qui tutte le potenzialità della sinergetica applicate a classici problemi
della psicologia e della filosofia della mente (percezioni, ricordi, emozioni…) per avere un’immagine
generale di un modello, in vista, come già detto delle importanti applicazioni e ricadute pratiche della
psicosinergetica.
IDEE E SINERGETICA
Nel delineare una teoria sinergetica della mente, ovvero nel dare un’estensione ed un significato
all’opzione “monismo delle idee” ci serviremo spesso di immagini o di un linguaggio metaforico.
Questo al solo fine di rendere più chiaro il nostro modello: una presentazione assiomatica non
raggiungerebbe altrettanto bene questo scopo. Il fine è dare una presentazione intuitiva della teoria
sinergetica. Solo un’osservazione: che statuto epistemologico ha la nostra teoria sulle idee? Per
rispondere a questa domanda bisognerebbe essere già esperti di sinergetica: per ora basti dire che è
un’idea, molto articolata e fertile, un paradigma che mi si è presentato tutto assieme - eideticamente –
come un’intuizione istantanea. Per me è stata una “conversione” che mi ha imposto di rivedere tutti i
miei convincimenti filosofici, fisici, politici ed in generale la mia visione del mondo. Da quest’intuizione
in poi è stato un susseguirsi di deduzioni, applicazioni, estensioni dell’idea originaria. Evocare pretese
hegeliane di autocomprensione dello spirito è sempre un po’ antipatico, almeno personalmente, e
tuttavia è una tara di cui non si riesce a liberare alcuna teoria della mente, sia essa monistica, dualistica o
pluralistica: dobbiamo forse rinunciare a parlare di quanto appartiene alla nostra coscienza? Basti una
annotazione pratica per controbattere a questa conclusione: tante persone hanno problemi mentali.
Dobbiamo forse rinunciare a curarli? E per curarli non serve forse una immagine, una teoria, un
modello di funzionamento della mente?
Il modello teorico
Ontologia
Ogni teoria ha la sua ontologia, ovvero quella sezione che si occupa degli enti di cui si occupa la
teoria. Ma dare un’ontologia, come ci insegna la logica formale, non significa impegnarsi sulla “realtà”
di questa ontologia. Se sto costruendo una teoria per spiegare il comportamento meccanico dei corpi
celesti posso ammettere nella mia ontologia teorica il concetto di forza. Ciò non significa che al termine
‘forza’ corrisponda qualcosa o che la forza esiste davvero: queste sono questioni metafisiche. In più
un’ontologia è tanto migliore quanto più è “scarsa” ed economica: meno enti contiene, coeteris paribus,
tanto più è preferibile.
L’ontologia su cui verterà la nostra teoria, è molto scarna e questo è già un punto a favore. Contiene
un solo tipo di enti, che abbiamo variamente designato come “atomi cognitivi”, “elementi ultimi” o
IDEE. Ne abbiamo postulato l’esistenza per spiegare i fenomeni e per superare il paradosso dello
zappatore. Già ma cosa dobbiamo intendere propriamente per “idea”? Purtroppo in questo caso
l’etimo greco non viene in nostro soccorso: “idea” rimanda al paradigma del “vedere”; ciò ci induce a
pensare che l’idea sia qualcosa che si vede e che vi sia un quid vedente che la veda. Cioè in altre parole
che esista un io cosciente che vede le idee. Nulla di più lontano dalla nostra concezione. Come la fisica
newtoniana postula l’esistenza dei corpi celesti, come la chimica postula l’esistenza degli atomi e la
geometria dei punti, la sinergetica postula l’esistenza dei suoi elementi ultimi: le idee. La domanda “cosa
sono le idee” è metafisica ed insolubile: come già detto le idee sono enti teorici esattamente come i
punti in geometria. E propongo di trattarli proprio come punti cognitivi portatori di un minimum
semantico.
Moto caotico e campi di forza
I fenomeni coscienti, dei quali stiamo cercando una spiegazione unitaria, sono caratterizzati da
un’alta volatilità, da un susseguirsi rapido, quasi istantaneo, da un flusso inarrestabile e velocissimo.
Immagini, pensieri, parole, volontà, scelte, si susseguono continuamente, si rincorrono, aumentano
d’intensità, occupano tutto il nostro conscio ed infine decadono soppiantati da altri fenomeni mentali.
Per spiegare questo mondo mutevole ogni teoria della mente che si rispetti deve dunque incorporare un
elemento dinamico, cinematico.
Nella teoria sinergetica le idee non sono dunque enti teorici statici3
, immobili ma sono agitate da un
continuo moto caotico che le porta ad incontrarsi, scontrarsi, associarsi per brevi periodi ed infine a
dissociarsi. Le idee si comportano dunque come elementi di un sistema complesso (pensiamo ad una
massa gassosa). L’affermarsi dell’approccio sistemico in campo teorico ha rappresentato una profonda
rivoluzione nel paradigma scientifico: l’oggetto teorico non viene più pensato come isolato me ne
vengono studiate le interrelazioni con altri elementi. Le sinergie.
Come già premesso possiamo impiegare vari modelli teorici per descrivere la dinamica delle idee, per
renderla intellegibile: possiamo pensare alle idee come a delle particelle in moto browniano, dei pianeti,
dei magneti in grado di creare dei campi di forza: ma si tratta come detto di metafore teoriche.
Un’immagine che ho trovato molto allettante, benché vada presa cum grano, è la metafora chimica: le
idee sarebbero degli atomi in moto caotico che sono caratterizzati dallo scontro, dalla repentina
creazione e rottura dei legami chimici. Ma come detto non fossilizziamoci su una metafora in se priva di
contenuto reale.
Per approcciare più specificamente il nostro “iperuranio dinamico”, e per illustrare come un moto
caotico di idee e di associazioni di idee possa spiegare i fenomeni coscienti è giunto il momento di
illustrare il processo standard della dinamica delle idee: si tratta del ciclo sinergetico.
Il ciclo sinergetico
Procederemo nelle prossime pagine ad una presentazione ordinata del ciclo sinergetico standard o
“naturale”. Ci atterremo rigorosamente alla distinzione tra explanans ed explanandum avanzata nella
prima parte della ricerca. Dapprima sarà evidenziato il fenomeno mentale (l’explanandum), quindi la
proposta sinergetica congetturata per darne le ragioni.
I. Stato isotropo
Non percepisco, non avverto:
§ pensieri
§ impressioni
§ immagini
§ suoni
§ sensazioni
§ sentimenti
§ volizioni
§ deliberazioni
§ dialogo interno
§ giudizi
Questo stato è tipico del sonno profondo o degli stati di vuoto mentale, di sospensione del pensiero
cosciente che ognuno di noi può sperimentare non solo nel periodo notturno – naturalmente non nella
fase onirica – ma anche nel corpo della giornata.
Proposta sinergetica
Non emerge distintamente alcuna idea. Lo spazio sinergetico si presenta come un plasma omogeneo nel
quale non è presente alcuna idea: è un tutto confuso ed indistinguibile. È per così dire la materia di cui
sono fatte le idee, che emergeranno in seguito, ma in uno stato molto denso. Possiamo del pari figurarci
questo stato come un “vuoto” d’idee: la sostanza non cambia.
§
Ora, in generale noi non percepiamo “stati” ma variazioni: percepiamo variazioni di dolore, di
pressione, di calore. L’esempio classico è l’effetto “uomo-sdraiato”: percepiamo la variazione di
pressione sul nostro corpo per quei tre secondi che ci servono per coricarci, poi è come se ci
dimenticassimo di esser coricati: torniamo a percepirlo se compiamo un moto relativo rispetto al letto.
Idem avviene per la visione: se fissiamo intensamente una luce di una lampadina vedremo che negli
istanti successivi si formeranno degli aloni scuri: è la prova del fatto, per dirla empiristicamente, che il
nostro occhio compie continue “scansioni” della lampadina, continui movimenti: ci accorgiamo dei Δx.
È come quando muore una persona cara: per i primi tempi percepiamo la mancanza di un’idea a cui ci
eravamo abituati, poi il ricordo si assesta e ci si presenta con un aspetto più costante, frutto di una
dolorosa “elaborazione” del distacco.
II. Fase di emersione delle idee
“Oscuro e confuso”. Sono queste le due parole con cui la filosofia moderna ha designato questo
stato mentale. Abbiamo in questa fase del processo conscio delle “piccole percezioni”: le volontà si
fanno strada tra mille oscurità, tra mille pensieri concorrenti. Il flusso conscio è ridotto al minimo, non
è un fiume impetuoso. I pensieri sono corrotti e labili, le immagini fratte e caleidoscopiche, il dialogo
interno caotico, le argomentazioni ridotte a visioni. È lo stato tipico del dormiveglia o se vogliamo è la fase
in cui si trova immersa, benché nel pieno del giorno, la mente del bambino che non ha visioni nitide ma
solo intuizioni confuse.
Proposta sinergetica
In questa fase le idee emergono dal plasma originario. È come all’origine del cosmo: all’inizio c’era
un plasma densissimo, poi casualmente emergono delle “anisotropie”, delle “singolarità”: emergono le
idee. Tuttavia esse sono deboli, il loro campo di forza è appena affermato ed è efficacemente
contrastato dalle forze caotiche che animano il fluido viscoso nel quale le idee sono immerse. Se
ammettiamo che in origine vi fosse il vuoto resta aperta l’opzione empirista che le idee vengano nella
nostra mente da un “altrove”.
§
Come già osservato noi siamo consci solamente di una certa classe di fenomeni: immagini, suoni,
parole, ragionamenti. L’empirismo usa fare una distinzione tra eventi causati dall’esterno – David Hume
parla di impressioni – e sensazioni interne (di riflessione). Ma questa distinzione è totalmente fallace; noi
infatti non sappiamo donde provengano i fenomeni mentali, noi sappiamo solamente che abbiamo
questi fenomeni e basta. Fainomena nuda tenemus. La sinergetica non si sbilancia sull’origine delle idee,
non si chiede se vengano da un fuori metafisico e da un dentro, da Dio o da chissà quale iperuranio. La
sinergetica è un paradigma che può esser declinato in vari modi.
III. Idea-ordinatore: campi di forza
Alla coscienza si presentano alcune impressioni, alcuni pensieri, o alcune volontà più chiare rispetto
allo stato precedente e soprattutto si presentano alternandosi con massima velocità: ora un pensiero,
ora un altro, ora una volizione ora un’altra. In questa fase il flusso di coscienza prende una certa
consistenza eppure non sono possibili sequenze di ragionamenti lunghe: piuttosto si presentano
intuizioni isolate, benché già con un buon grado di chiarezza e distinzione. Manca del tutto
l’articolazione logica.
Proposta sinergetica
Le idee emerse creano dei campi di forza che si vanno rafforzando. In questa fase le idee ingaggiano
una vera e propria “lotta per la sopravvivenza”: ora prevale un’idea che vincola a se, attraverso il suo
campo di forza, un’idea “perdente”, ora l’idea perdente prende la sua rivincita. È una fase in cui le
strutture ordinate iniziano ad emergere dal moto caotico delle idee, ma non hanno ancora la forza per
stabilizzarsi.
§
È questa una fase centrale del ciclo sinergetico4
. Le idee sono in competizione fra loro, ma
diversamente dall’evoluzione biologica non prevale affatto la più “adatta”: la vittoria di un’idea
piuttosto che d’un altra è un fatto del tutto casuale, non premeditato, non sensato. Perché ad un certo
punto ci viene in mente una data parola, poi un’immagine e poi un suono? Poiché il “logico” è
istituito/definito dall’attività mentale – dalla dialettica delle idee – e nella sua definizione gioca un ruolo
essenziale l’abitudine con cui certe idee si presentano stabilmente associate, è ovvio che la dinamica
delle idee non segue alcuna logica. Le idee attraverso i loro campi di forza giocano il ruolo di
ORDINATORE. Contrastando la tendenza verso il caos che le idee, nel loro “moto”, rivelano, iniziano
ad emergere delle labili strutture ordinate grazie alle idee stesse. L’idea ordinatrice che prevale in una
data fase è in grado di ASSERVIRE altre idee, di attrarle a se, di vincolarle. Ed in questa fase, per quanto
labile e transitoria, i fenomeni mentali si susseguono già con una certa dose di chiarezza. I fenomeni più
estesi, più articolati, come il ragionamento o la dinamica volizione/soddisfacimento non sono ancora
possibili. Possiamo chiamare questa fase, momento degli ordinatori deboli. La dinamica sinergetica
ORDINATORE/ASSERVIMENTO, è dunque in grado di avanzare una spiegazione sul modo in cui
da uno stato di cose del tutto casuale e senza seguire alcuna logica prestabilita, sia possibile l’emersione
di strutture relativamente stabili ed ordinate; di spiegare come l’ordine emerga dal caos senza la
necessità di alcun ente ordinatore razionale (quali sarebbero un un ego cogitans o una facoltà sintetica).
IV. Asservimento
Un fenomeno mentale (volizione, deliberazione, immagine, ricordo) si presenta alla coscienza con
un buon grado di nitidezza. Ad esempio emerge chiaramente l’immagine di un oggetto chiaramente
distinguibile, pensiamo ad una mela. Tuttavia il “molteplice cosciente” – i fenomeni mentali – si
presentano come un continuum piuttosto denso: come un “tutto strutturato”. Anche nel caso in cui
l’immagine della mela si presenti chiaramente, essa è per così dire in questa fase accompagnata da mille
altri fenomeni: parole, ricordi5
, intuizioni. Dunque in questa fase percepiamo certo un fenomeno con
“chiarezza e distinzione” benché si tratti in realtà di un fenomeno che al più emerge da uno sfondo
oscuro e confuso. Pertanto noi non percepiamo ancora un fenomeno isolato ma una struttura di
fenomeni ordinata o meglio la variazione di tale struttura.
Proposta sinergetica
Dalla durissima competizione tra idee ordinatrici emerge un’idea vincente non perché essa sia in se
più forte – tutte le idee sono in se omogenee – ma perché per puro caso il campo di forza da essa
creato è stato ed è in grado di ASSERVIRE altre idee, che sono risultate perdenti, e che tuttavia
entrano in gioco nei fenomeni mentali: spiegano il fatto della “densità” fenomenica. L’idea vincente si
va rafforzando nella misura in cui è in grado di asservire altre idee. Ora, ogni idea (anche quelle
asservite) crea un campo di forza suo. Quando va emergendo un ordinatore vincente i legami che le
idee asservite avevano creato con altre idee da esse dipendenti si rompono.
V. Evento ordinato
Un fenomeno mentale (pensiero, impressione, immagine, suono, sentimento, volizione, parola) si
presenta al massimo della sua chiarezza alla nostra coscienza. Si presenta ormai quasi indipendente dallo
sfondo confuso che accompagna le nostre percezioni. Emerge ad esempio la parola “amore”. Questa è
una fase in cui l’evento mentale si presenta non “al culmine della forza” (che sarebbe uno stato) ma al
culmine del suo rafforzamento (noi percepiamo solo “Δx”). In questa fase i fenomeni si presentano
associati con una certa abituale costanza: nascono i ragionamenti che non sono altro che parole
stabilmente associate6
. Nasce anche il fenomeno del dialogo interiore.
Proposta sinergetica
Tra le tante idee in competizione l’idea-ordinatore vincente estende sempre più attorno a sé il suo
campo di forza ed è in grado di asservire sempre più idee. Va notato che attorno ad essa si va
strutturando un nucleo relativamente stabile, che ha legami interni piuttosto forti. In questo nucleo che
in qualche misura protegge l’idea-ordinatore dalle tendenze caotiche contrastanti – ricordiamo che le idee
sono in un continuo moto casuale e che le strutture ordinate che si creano restano comunque piuttosto
labili – le idee asservite sono saldamente vincolate all’idea emersa. Attorno a questo nucleo i legami
divengono sempre più deboli e periferici. Per quanto riguarda i ragionamenti si crea in questa fase una
continua e solida transizione tra asservente ed asserviti che crea anche il fenomeno del dialogo interiore.
VI. Decadimento
Dopo aver raggiunto la massima fase di chiarezza i fenomeni mentali vanno incontro ad un rapido
ridimensionamento del loro portato cosciente. Superato il climax cognitivo, per esempio raggiunto
l’apice di una determinata volizione, il periodo di massimo rafforzamento, la volizione va incontro ad
una riduzione, solitamente successiva ad un fenomeno-soddisfacimento7
. Così hanno modo di emergere
altre tendenze prima sopite e il ciclo sinergetico può riavviarsi.
Proposta sinergetica
Il campo di forza creato dall’idea vincente va rapidamente perdendo la sua capacità attrattiva e le
idee asservite riprendono la loro autonomia tornando gradualmente ad asservire altre idee tramite i
rispettivi campi di forza. Si riapre una fase degli ordinatori-deboli, ed una nuova competizione tra idee.
Osservazioni
Ora, noi possiamo riguardare allo schema del ciclo sinergetico considerandolo come una
TRANSIZIONE DI FASE. In fisica una transizione di fase è un cambiamento macroscopico,
osservabile dello stato di una sostanza. Per esempio l’acqua a 0 gradi ghiaccia ed a 100 evapora, tra 1 e
99 gradi resta allo stato liquido. Proprio come queste temperature rappresentano delle soglie critiche
oltre le quali la materia si ri-organizza, anche nel ciclo sinergetico abbiamo a che fare con fasi critiche di
questo tipo. Ecco una descrizione di tali transizioni di fase:
1) La prima transizione di fase avviene quando le idee emergono: si passa chiaramente da uno stato
omogeneo ad uno stato discreto, nel quale le idee iniziano a distinguersi. Lo stato discreto perdura
per una certa fase nel quale le idee si mettono in competizione tra loro. Possiamo associare questa
prima transizione al passaggio da uno stato omogeneo allo stato gassoso. Nel nuovo stato gassoso le
idee sono animate da un continuo moto caotico: si incontrano, si associano, si disperdono, si
rafforzano, si indeboliscono con una velocità impressionante. I loro campi di forza si mettono in
competizione per affermarsi.
2) Un’idea per puro caso emerge ed è ha la capacità di asservire tutte le altre. L’idea vincitrice –
l’ordinatore – va come costruendo attorno a se un “feudo” sempre più saldo. Possiamo paragonare
questo processo alla cristallizzazione: attorno ad un nucleo centrale si costruisce una struttura
sempre più solida, che tuttavia è in continua fluttuazione: mantiene la sua elasticità8
. Questa è la fase
dell’“ordinatore vincente”. Per dirla con una metafora politica siamo passati da uno stato anarchico
all’affermazione di un monarca.
3) “Liquefazione”. La struttura dinamica saldamente organizzata attorno all’ordinatore si va
disgregando: i legami con l’attrattore centrale si indeboliscono; gli asserviti riprendono la loro
autonomia, i loro campi di forza riprendono una relativa autonomia.
4) I campi energetici si indeboliscono e decadono. Le idee tornano ad essere monadi isolate.
Come identifichiamo un oggetto?
La fase dell’affermazione di un’idea, fase nella quale il campo di forza generato da quest’idea va
progressivamente aggregando delle altre idee, merita qualche considerazione in più. Questo perché a
livello percettivo questo processo mira a spiegare come i fenomeni mentali si mostrino in tutta la loro
chiarezza. O per dirla empiristicamente è il processo cognitivo che porta all’identificazione dell’oggetto,
o della volizione, o di una specifica sensazione. Come abbiamo già avuto modo di notare,
contrariamente a quanto certa mistica anacoretica ci indurrebbe a pensare, i fenomeni che si presentano
alla nostra coscienza non sono affatto stabili, si susseguono in un turbinare velocissimo, ora
compaiono, ora si affermano ora si confondono ora richiamano altri fenomeni. Noi percepiamo il
mutamento, i Δx. L’occhio non è mai fermo: serve un moto relativo tra percipiente e percepito, per
dirla in termini razionalistici: se fissiamo il sole negli istanti successivi noteremo un’aura di aloni scuri.
Non sono altro che le differenti impressioni retiniche del sole, create dal moto del nostro occhio. A me
è capitato di soffrire un dolore molto intenso: arriva ad “ondate” prima si intensifica, evoca certe
rappresentazioni, poi si indebolisce. Mai cessa. O meglio quando cessa non lo sento più. È un processo
analogo alla scintillazione stellare: l’ob-iectum pare esso stesso agitato da una continua forza. E quando
non accade ciò è l’osservatore a muoversi. Ora, a mio parere il modello sinergetico che abbiamo messo
in campo spiega in modo assai elegante questo fenomeno, chiamiamolo della “mutevolezza” del nostro
cosciente. Ma richiede di essere meglio specificato il tipo di struttura dinamica che l’idea ordinatrice
crea attorno a se. Possiamo ben usare una metafora biologica. L’idea vincente rappresenta il
filamento di DNA di una cellula. Quest’idea centrale è in grado di legare a se piuttosto stabilmente una
serie di altre idee che vanno a costituire la “protective-belt” che si struttura attorno all’idea-vincente.
Anche qui la metafora non tragga in inganno: il fatto che certe idee entrino a far parte di questa
struttura saldamente legata all’idea ordinatrice è del tutto casuale. Attorno ancora a questa protective-belt,
che è anch’essa una struttura tutt’altro che statica, c’è quell’insieme di idee assai variabile che costituisce
la PERIFERIA; di questa area fanno parte tutte le note che non sono essenziali all’identificazione del
contenuto cognitivo: variazioni di qualità, quantità, colore, relazioni di spazio e tempo9
. Tutte le
associazioni di idee che non sono essenziali all’identità dell’oggetto appartengono a quest’area.
Ciò detto. Come identifichiamo un volto? Naturalmente, esclusa l’ipotesi humeana dell’esistenza di
idee complesse, dobbiamo riconoscere che al fenomeno volto corrisponde un explanans ideale
aggregato: un aggregato dinamico di idee. Vincerà dapprima l’idea di volto10
(idea ordinatore) che
strutturerà attorno a se un nucleo fatto dell’idea di naso, dell’idea di occhio, dell’idea di guancia. Ora
prima si presenterà l’idea di volto (compare un volto), poi quella di naso (compare un naso), poi vedrò
gli altri fenomeni legati al fenomeno/volto. Poi eventualmente ancora il volto nel suo complesso.
Insomma alla mia coscienza apparirà dapprima il fenomeno-ordinatore poi gli asserviti appartenenti al
nucleo, poi ancora il volto. Questo è manifesto quando guardiamo un’opera d’arte: ora la nostra
attenzione si fissa su un particolare, ora su un altro, ora sull’intera opera: non mai paga si muove
costantemente. Dal punto di vista della sinergetica questa variazione significa una cosa semplice: che a
turno le idee del nocciolo diventano ordinatori vincenti, ed a loro volta asserviscono, ad esempio l’idea
di volto.
È anche possibile che qualche idea periferica si rafforzi a tal punto da essere inclusa nel nucleo ed
arrivare ad intaccare l’identità stessa del costrutto d’idee. Per esempio quando un uomo invecchia è
possibile che una persona che lo avesse visto tanti anni prima non lo riconosca più. Cosa è avvenuto?
L’idea apparentemente periferica dell’età di un uomo è giunta a minare l’essenza stessa dell’oggetto, di
quell’individualità che esso è. Analogo discorso può valere per le note di spazio e tempo: chi
riconoscerebbe un medesimo pezzo musicale nel sentire le prime tre battute e le ultime tre del Bolero di
Ravel?
Ecco una schematizzazione della dinamica che anima i costrutti d’idee, riportante anche l’esempio
dell’identificazione del volto:
Img 1
Fenomeni simili, opposti, uguali
Ogni critica della mente deve confrontarsi con questi problemi, che sono della massima importanza
gnoseologica: senza di essi la nostra conoscenza non sarebbe neppure possibile. Riconoscere le
regolarità, e le differenze è essenziale per muoverci in un mondo, che altrimenti sarebbe una selva
oscura priva di senso o significato.
Fenomeni simili
Riconosco che due oggetti sono simili. Ad esempio vedo due triangoli e noto che essi hanno
entrambi tre angoli, che sono acuti, cha hanno tre lati, ed altre simili qualità. Due fenomeni simili hanno
un “quid” in comune.
Proposta sinergetica
Img. 2
Emergono insieme le idee 1 e 2. Esse hanno in comune le idee asservite A, B e C. Le idee vincenti 1
e 2 hanno in comune il seguente “quid”: tre idee condivise.
Fenomeni diversi
Due immagini differenti appaiono alla mia coscienza
Proposta sinergetica
Si affermano due idee che hanno pochissimi asserviti in comune.
§
Due immagini, due ricordi, due sensazioni, proprio per la complessità e la ricchezza che caratterizza
l’aggregato fenomenico, non sono mai del tutto differenti. Trovatemi due oggetti che non abbiano
alcunché in comune. Se non altro avranno in comune il fatto d’esistere.
Fenomeni opposti
Appaiono due sentimenti, due immagini del tutto contrastanti. Tali paiono piacere e dolore, bianco e
nero, notte e giorno.
Proposta sinergetica
Img. 3
Le idee 1 e 2 hanno in comune un numero relativamente ridottissimo di idee (in questo caso l’idea
D)
§
Gli opposti sono in realtà fenomeni “pochissimo simili”, in fondo per istituire una comparazione tra
termini si richiede che essi abbiano pur qualcosa in comunemente. Bianco e nero sono note cromatiche.
Il buio è assenza di luce, il piacere – e su questo torneremo parlando della temporalità – è assenza di
dolore.
Fenomeni uguali
Vedo due palle da biliardo entrambe della stessa forma, colore, nello stesso luogo: riconosco che
sono eguali
Proposta sinergetica
Img. 4
Le idee 1 e 2 hanno in comune moltissime idee-asservite
§
I fenomeni uguali sono fenomeni “moltissimo simili”: hanno tanto in comune ma non tutto.
Quantomeno hanno “periferie” diverse: la loro posizione spaziale sarà distinta altrimenti sarebbero un
unico oggetto.
Ricordi
Per spiegare l’esistenza dei ricordi non è forse d’uopo supporre che esista un io percipiente che
perdura identico nel tempo e che ospita in sé queste percezioni più languide che sono i ricordi? La
psicosinergetica, come già visto, attacca frontalmente la possibilità stessa d’esistenza d’un siffatto io. Ma
lo fa a ragione. Chiediamoci candidamente che cosa è un ricordo. L’unica risposta che trovo è che esso
è un’immagine languida, debole, quasi una eco secondaria e che noi riferiamo al passato. Ma facciamo
tutto ciò nel momento presente. Ovvero il ricordo è humeanamente idea presente. Ricordare è
ricostruire al momento presente. Perché proiettiamo nel passato queste immagini deboli? Ma cosa
propriamente noi ne proiettiamo nel passato? Non l’immagine stessa ma piuttosto la causa. E pensiamo
che quell’immagine languida che è il lampadario di camera mia, che ora presentemente ricordo, sia stata
causata in me da qualcosa che ho veduto nel passato. Da una sub-stantia che dunque esiste
indipendentemente da me. Ma la verità è che io non ho alcuna cognizione di una tale sostanza
indipendente: io ho a che far solamente con fenomeni attuali che, per così dire, stanno nella mia
coscienza ora, o in un “intorno” strettissimo dell’hic et nunc.
Quando ricordo qualcosa, dunque, propriamente ho a che fare con null’altro che immagini deboli,
associate alle presenti. Dal punto di vista della sinergetica come interpretiamo il fenomeno del ricordo?
Vi è un’idea presente che ha asservito un’idea secondaria a cui corrisponde il fenomeno ricordato.
Resta un punto da sciogliere. Come mai pare che certe idee ne richiamino costantemente altre? Come
mai tutte le volte che vedo il lampo mi aspetto il tuono? Che senso ha, in altre parole la relazione di
causa-effetto?
Previsioni
Se i ricordi sono idee un po’ più illanguidite, stessa immagine vale anche per le previsioni, intese
come idee proiettate nel futuro. Se ricordare è ricostruire nel presente, egualmente, e più intuitivamente
che nel caso del ricordo, prevedere è prefigurare hic et nunc. Come vedremo la fiducia che il passato
“funzioni” come il futuro da questo punto di vista è sinergeticamente spiegabile come un errore della
mente: prendere le idee-ricordi come idee-previsioni. Si crea una sorta di melange tra previsione e
ricordo, melting ben raffigurato nella dimensione onirica. Il sogno è sempre stato letto nella più diverse
culture come immagine e rielaborazione del passato – si pensi agli eventi del giorno prima – e come
prefigurazione del futuro (si pensi ai sogni o alle visioni dei profeti). Ma questo mix unico tra ciò che
non c’è più e ciò che ci sarà, non può che avvenire, per dirla aristotelicamente, in funzione di qualcosa
che è già in atto: quel sottile ed ineffabile segmento cursorio che è il presente.
Idea di causa-effetto
La relazione di causa-effetto ha sempre occupato i pensieri dei filosofi da Hume a Kant a
Schopenhauer. Tuttavia è mia opinione che trattare la causalità come se fosse un explanandum isolato,
dalle caratteristiche proprie ed uniche, offra solo una prospettiva molto parziale e riduttiva su tale
relazione.
La questione della causalità è: “come mai vedendo certi eventi ci aspettiamo che necessariamente
seguano a determinate cause”? O ancora: “perchè riteniamo così saldamente legate cause ed effetti”?
David Hume risponde riponendo nella forza dell’abitudine l’origine di questa credenza. È questa in
fondo la spiegazione frequentista: vediamo tanti eventi di tipo A seguiti costantemente da eventi di tipo B
e sorge l’idea della connessione causale tra i due. Crederemo dunque che la validità di tale relazione si
protragga nel presente e nel futuro (che abbia un portato predittivo). Da tante osservazioni ricaviamo
una credenza che estendiamo anche al futuro. Sembra proprio che seguendo Hume siamo
costretti a rivedere profondamente il nostro modello sinergetico: ammettendo l’habit come concetto
esplicativo non dovremmo forse ammettere un quid persistente, un centro unico di memoria, e va da sé,
di coscienza? Devo ammettere che il concetto di causalità mi ha dato un po’ di filo da torcere, proprio
perché la spiegazione humeana ha avuto un buon successo ed è intuitiva. Tuttavia abbiamo già detto
che ricordare è ricostruire: il ricordo è idea presente proiettata, quanto alle sue origini, nel passato: è
un’idea debole, un eco secondario. Quando noi vediamo un fenomeno a per potere inferire (prevedere)
che seguirà l’evento b, lo facciamo perchè adesso, attualmente ci si presentano tanti ricordi (o forse un
solo “addensato” mnestico) di connessioni di idee (A-B), con a simile ed A. Cioè: da cause simili
inferiamo ad effetti simili (previsioni). Quindi la domanda: “come mai vedendo certi eventi ci
aspettiamo che necessariamente seguano a determinate cause” va ritradotta così: “Perché da cause simili
inferiamo ad effetti simili?”, e cioè, in definitiva: “Perché pensiamo che il comportamento degli eventi passati
permane eguale nel presente e permarrà uguale nel futuro?” In fondo, dunque, il problema della causalità non è
altro che il problema della UNIFORMITA’ DELLA NATURA. Perché pensiamo dunque che il
passato funzioni come il presente ed il futuro? Da questo punto di vista, come già detto, il problema
della fiducia nella causalità non è che una istanza specifica della fiducia nell’uniformità della natura. Vi sono
altre istanze – non causali – di questa fiducia? Certo. Ad esempio io ho fiducia nel fatto che la mia
università, presso cui devo sostenere un esame, sia dove era ieri (corrisponda al ricordo), e presuppongo
che sarà lì anche domani; presupponendo che l’idea C (come la ricordo) valga anche ora e domani.
Tuttavia questa conclusione non tira in ballo alcuna causalità: per avere causalità servono almeno due idee
correlate. E non è difficile capire che la persistenza di due idee associate non sia che una istanza della
persistenza di una idea nella linea del tempo. Risolviamo il problema dell’uniformità della natura e
disporremo del cavallo di Troia per espugnare la questione della causalità, e in generale del nostro –
troppo fiducioso – rapporto con la realtà.
Ora, in questa sede mi limito ad affacciare la mia soluzione del problema:
§ La fiducia nel fatto che i fenomeni si diano uniformemente, che persistano stabili nel tempo e nel
comportamento non è che la proiezione in rebus della fiducia nell’esistenza del quid soggettivo
persistente ed uniforme nel tempo (chiamiamolo spirito, coscienza, cogito).
§ Anche la fiducia nella causalità, quindi, si riduce al credere nell’esistenza di un EGO persistente,
uniforme, omogeneo. Questa omogeneità viene proiettata nei fenomeni.
§ Quindi, ad mala, la fiducia nell’uniformità della natura (dei fenomeni) presuppone un modello
esplicativo di tipo dualistico: esistono i fenomeni ed esiste l’io (e l’io si proietta sui fenomeni).
§ Ma, come visto la fiducia nell’io, a livello di explanans, non regge affatto. Dunque la fiducia
nell’uniformità della natura (e nella causalità) si rivela poggiare su un costrutto teorico (l’ego) fragile e
contraddittorio.
Quindi la nostra fiducia nella causalità, e nel decorrere uniforme della natura è infondata.
Quindi: Hume ha ragione nel criticare la causalità, ma fondarla sull’habit ci porta a presupporre
l’esistenza di un “quid che si abitua” che non è difficile pensare come un IO. La causalità, a mio avviso,
è mal fondata anche sull’abitudine, secondo l’ipotesi frequentista, ed empiristica: nulla ci garantisce che
le cose che abbiamo visto permarranno eguali, nulla ci garantisce che da cause simili seguano effetti
simili. Siamo Rari nantes in gurgite vasto: la fiducia nell’uniformità della natura non è, dal punto di vista
della sua fondazione, che una mera illusione, un grande errore che si presenta alla nostra mente. Tanto
debole teoricamente, quanto “economica” praticamente. Una fiducia che si presenta alla nostra mente
proprio perché noi della nostra mente, più o meno consciamente, abbiamo un’immagine dualistica
ingenua e, ne sono convinto, controfattuale.
Sogni
È riflettendo sulla dinamica onirica che mi si è posta con particolare forza la questione della polisemia
dei fenomeni. Una cosa che capita piuttosto frequentemente nei sogni è che una persona non è solo
quella persona, ma tante altre. Un luogo non è solo quel luogo ma è anche mille altri luoghi. Ora, il
sogno ci si presenta nella modalità di immagini che spesso è difficile distinguere da quelle che si
producono nella veglia, tanto è vero che talvolta nel sogno ci diciamo, quasi a rassicurarci, “tranquillo, è
solo un sogno”. Facciamo un esempio. Nel mio paese ci sono tanti luoghi diversi:
§ un castello medievale;
§ un campo sportivo;
§ una struttura per le feste paesane.
Mi capita spesso di utilizzare, durante il mio lavoro onirico, questi luoghi come dei set
cinematografici. Tuttavia questi luoghi durante il sogno “trasfigurano”, quasi “distorcono” il sogno con
i loro significati-secondi; e non so perché quando sogno il castello mi viene sempre costantemente in
mente di assistere ad un consiglio comunale, o ad altri eventi storico-politici come la Rivoluzione
Francese. Il campo sportivo diventa nel sogno un museo di archeologia, e la struttura per le feste il
luogo dell’epifania divina, che avviene sempre sulla balera della festa. Vai a sapere perchè. Comunque il
fatto interessante è che ad un luogo siano piuttosto stabilmente collegati altri significati-secondi. Ora
questa è la differenza fondamentale tra lo stato di veglia e quello onirico: nello stato di sogno i
significati secondi sono piuttosto liberi di esplicarsi a livello cosciente e ciò dal punto di vista sinergetico
significa che le idee-ordinatrici oniriche vincolano solo debolmente i loro asserviti. Nello stato di veglia
i significati “secondi” non sono assenti ma solo molto debolmente emergono allo stato cosciente: sono
quasi degli “echi”; tuttavia in certe occasioni ben distinguibili (ad esempio in casi di particolare apertura
emotiva) possono affiorare al livello cosciente. Proprio riflettendo su questo fenomeno della polisemia
onirica mi è venuto in mente il fondamentale assunto sinergetico che i fenomeni psichici nella loro
densità non vanno pensati come fenomeni semplici o “atomici” ma come complessi di fenomeni
strutturati. Non è vero, come ritiene Hume, che esistano “idee complesse”: esistono complessi d’idee, più
o meno stabilmente ruled da un’idea-ordinatrice. In questo senso, come già visto all’interno del ciclo
sinergetico, i complessi asserviti d’idee valgono a spiegare adeguatamente le dinamiche del cosciente.
Effetto isteresi
Img. 5
L’immagine riportata si presenta alternativamente in due modalità differenti : prima il quadrato nero
appare davanti, successivamente appare davanti quello grigio, e così via in un’alternanza senza fine.
Proposta sinergetica
Img. 6
Gli asserviti sono esattamente gli stessi (gli elementi componenti sono gli stessi) si alternano gli
ordinatori. È una sorta di “pulsazione delle idee”.
§
In questo fenomeno, ampiamente studiato dalla psicologia della Gestalt, io vedo l’esemplificazione
forse più elegante dell’eterna lotta che si svolge tra le idee, dell’ordine anarchico, spontaneo che si crea
nella nostra mente. Qui evidentemente ora prevale un ordine percettivo, ora un altro, ma abbiamo a che
fare con gli stessi elementi.
Variazione di qualità
Vedo un oggetto che permane identico a se stesso, ma varia in una qualità. Ad esempio osservo una
sfera rossa, che diventa rosa, ed infine bianca.
Proposta sinergetica
Img. 7
Il nucleo attorno all’idea A permane stabile: l’oggetto resta identico. Variano in progressione gli
asserviti. Alla prima immagine corrisponde il fenomeno “sfera rossa”, al secondo “sfera rosa”, al terzo
“sfera bianca”. Diamo le seguenti definizioni:
§ c = rosso;
§ d = bianco.
Da questo punto di vista lo stato rappresentato dalla seconda immagine da sinistra (sfera rosa) è
intermedio. Al termine di un processo di “variazione di qualità”, le idee della periferia possono essere
completamente variate, senza aver intaccato l’identità dell’idea ordinatore.
Spazio
Percepisco il variare delle forme e delle dimensioni degli oggetti. Ad esempio un determinato
oggetto nel mio spazio percettivo aumenta di dimensioni: pare che esso si avvicini. Nasce così
l’impressione della distanza e dello spazio.
Proposta sinergetica
Una certa idea si rafforza: asservisce altre idee. Fenomenicamente l’oggetto corrispondente aumenta
di dimensioni.
§
Immaginiamo un bambino che sia cresciuto con la testa fissata ad un congegno che lo obbliga a
guardare sempre una determinata finestra aperta. Egli non avrebbe nozione alcuna della “profondità”
dell’area percettiva incorniciata dalla finestra: sarebbe per lui del tutto piatta. Se uscisse dalla camera a
fare una passeggiata cosa sperimenterebbe? Vedrebbe dapprima un albero che aumenta di dimensioni e
che poi si riduce. Leggerebbe cioè ingenuamente – ma più genuinamente – i fatti esperiti. L’idea di distanza,
di estensione sono fenomeni non genuini. Anche guardando la televisione ricaviamo l’illusione della
spazialità, del moto degli oggetti eccetera. Tutto ciò che REALMENTE accade sullo schermo è la
variazione delle immagini, talune aumentano di dimensioni talaltre diminuiscono.
§
La percezione della distanza o della vicinanza degli oggetti è a ben guardare derivata dall’aumentare o
dal diminuire della dimensione delle immagini degli oggetti nel campo percettivo. Tutta l’informazione
fenomenica che abbiamo consiste nella variazione di tali dimensioni e nella variazione degli oggetti che
cadono nel nostro campo percettivo (per dirla empiristicamente). L’idea di spazio è infine una grande
illusione.
Tempo
L’impressione del tempo che trascorre deriva direttamente dal trascorrere delle idee, che si susseguono
con velocità impressionante. Da quando siamo nati percepiamo questo trascorrere. Tuttavia questo
trascorrere non è omogeneo: ora pare che il tempo scorra velocissimo ora che non termini mai. E il
tempo scorre veloce quando è più lieto (sensazioni positive) e lentissimo quando è doloroso (sensazioni
spiacevoli). Ecco l’idea di fondo: il tempo è una funzione derivata dall’intensità del dolore.
Fenomeno percepibile
Il tempo passa:
1. ora accelerato
2. ora costantemente
3. ora decelerato
Interpretazione sinergetica
1. L’idea di dolore si depotenzia: la velocità di trascorrimento dei fenomeni aumenta;
2. l’idea di dolore si stabilizza: non lo percepisco più (ricordiamo che io percepisco solo le variazioni).
Le idee trascorrono secondo una pulsazione regolare;
3. l’idea di dolore torna a ridursi e tende ad annullarsi (inizio a percepire piacere che è assenza o
riduzione del dolore). La velocità di trascorrimento dei fenomeni si fa rapidissima.
Img. 8
Possiamo dare un’immagine fisica dell’effetto che l’idea di dolore ha sul campo temporale: è come se
fosse un corpo celeste che distorce, curva il tempo, e talvolta lo spazio. Ecco una schematizzazione di
quest’intuizione:
Img. 9
Più l’idea di dolore si allontana, meno il dolore si fa intenso, più il tempo scorre rapido.
§
La vera condizione di piacere o meglio di pace dei sensi l’abbiamo quando il dolore si stabilizza:
anche l’emozione più piacevole è in realtà screziata di un fondo di dolore e malinconia. Quando il
dolore si assesta, il tempo scorre regolarmente, le idee trascorrono ritmiche. Per questo la musica, che è
in essenza ritmo, crea in noi percezioni piacevoli: assestando il tempo assesta anche la percezione del
dolore.
Intelligenza
Dal punto di vista sinergetico l’intelligenza non è altro che la velocità, la rapidità di spostamento
delle idee, che è proporzionale al numero di associazioni che si creano tra le idee. Un individuo
intelligente pensa in modo originale, idiosincratico: coglie associazioni che nessun’altro coglie.
Possiamo specificare questa intuizione pensando alla differenza tra “vedere” e “vedere come”: una
persona stupida si limita a vivere nella loro semplicità i fenomeni, un individuo intelligente attiva
strutture ideali molto ricche, vede qualcosa e questo vedere gli evoca mille altri spunti mille altri
riferimenti. Non si limita all’hic et nunc va oltre, va “intus”. In questo senso l’intelligente ha nella sua
mente sia il massimo di caos, che consente alle idee di incontrarsi con la massima libertà, sia il massimo
di ordine: tuttavia non si tratta di un ordine rigido, stabilito una volta per sempre; l’ordine, come visto
nel ciclo sinergetico, è una struttura fragile, un’emergenza del caos. La ricchezza delle strutture ideali nella
mente intelligente garantisce anche la possibilità di operare ragionamenti e catene argomentative di
ampia portata: ragionare non è infatti altro che lasciar declinare, lasciar esplicitare in tutta la loro
ricchezza tali strutture ideali.
Dialogo interiore e ragionamento
Quotidianamente, costantemente ognuno di noi esperisce quel fenomeno mentale che è il dialogo
interiore. Le parole si inseguono ora con grande velocità, ora più lentamente. Talvolta ad un concetto
ne segue uno simile, seguendo il flusso dei ricordi; talvolta uno contrario. A volte nascono idee del tutto
nuove probabilmente mai pensate da nessun altro uomo. Altre volte ancora si presentano le
associazioni più incredibili, le sinestesie più ardite. Un pensiero rincorre un ricordo. Un’immagine evoca
un concetto. Un colore, un profumo, apre, attiva, scenari possibili. È un fenomeno che a tratti sembra
rispondere ad una logica consequenziale, talvolta non pare avere alcun senso. In questo continuo
“flusso di coscienza” io vedo la prova principale del moto delle idee, del loro continuo incontrarsi,
scontrarsi, associarsi, dissociarsi. Vedo la prova più decisiva della validità del paradigma della
sinergetica.
Ora, noi esperiamo il susseguirsi delle parole – e una parola è prima di tutto un altro fenomeno
mentale – e, come detto, per tratti più o meno estesi pare valere una determinata “logica”. Accanto a
sequenze verbali che ci paiono del tutto inspiegabili emergono delle brevi sezioni che paiono seguire
delle “regole”. Queste regolarità le chiamiamo ragionamenti.
La logica ha formalizzato queste regolarità e ne ha fatto dei dogmi aridi: il Modus Ponens, i sillogismi,
le leggi di De Morgan; tutti trasformati in morti schemini argomentativi. Ma il pensiero, come mostra il
fenomeno del dialogo interiore, “facit saltus”, non procede per regulae o categorie, procede per
associazioni profonde, per idee, per immagini. Gli schemi argomentativi sono solo uno, e nemmeno il
più statisticamente rilevante, modus di procedere dei pensieri.
Le idee psicosinergetiche mirano a spiegare unitariamente sia le sezioni ordinate che quelle disordinate
del pensiero. Le idee sono pre-logiche: non seguono alcuna logica, la istituiscono. Abbiamo accordato
solo poche proprietà essenziali alle nostre idee sinergetiche: attrazione, campi di forza, asservimento.
Ma proprio stante la pre-logicità dell’explanans dobbiamo vedere tutte queste determinazioni come
metafore, immagini forse efficaci ma intercambiabili con altre: non facciamone dei dogmi.
Ecco un esempio di spiegazione di un ragionamento mentale, che mette in luce come da certe
premesse si possa giungere a determinate conclusioni:
Img. 10
L’idea R ha asservito, l’idea A, che ha asservito l’idea C, che ha asservito l’idea D. Di volta in volta
gli elementi di questa catena di asservimenti prendono il sopravvento (si rafforzano). Così pare che il
concetto r implichi logicamente il concetto a e così via. In questo modo si creano delle concatenazioni
tra idee che spiegano il flusso dei pensieri ed i ragionamenti.
Questo tipo di explanans interpreta non solo le regole sillogistiche. Siamo di fronte, se non fosse
ancora sufficientemente chiaro, ad una radicale liberalizzazione del nostro pensiero, liberalizzazione che
fa delle regole logiche solo una delle tante possibili regolarità emergenti dal caso fortuito delle
associazioni tra idee. Accanto al Modus Ponens, o al sillogismo in Barbara, possiamo ad esempio mettere
la dialettica hegeliana: a un’idea segue il suo opposto ed un terzo momento sintetico. E poi le logiche
modali. Via via fino ai “ragionamenti” di un folle. Il logos, questo dogma, scivola lentamente su questa
china scivolosa. Ma è il prezzo per la libertà intellettuale. Che altro è essere liberi se non lasciar variare
gli schemi di ragionamento: cioè lasciare, attenti e curiosi come bambini, che alla nostra coscienza si
presentino con la massima libertà i pensieri, le idee, le emozioni, i sentimenti, collegamenti? Essere
liberi è non avere schemi rigidi, è essere “elastici”.
LA MENTE “LIBERALE”
Nel descrivere il modello standard del ciclo sinergetico, e già nel parlare di intelligenza abbiamo
affacciato il problema che ci porterà alla sezione “pratica” della presente ricerca: non tutte le menti
sono uguali; identificato il modello ideale di funzionamento del cosciente abbiamo con ciò stesso
definito una classe di “deviazioni” dalla normalità, di “nevrosi” (preciso che non uso in senso medico-
clinico questo termine, data che la mia formazione.)
Secondo il modello standard nella mente si svolgono una gran quantità di processi paralleli in
competizione ed apparentemente diseconomici, dai quali costantemente emergono delle strutture fragili
di idee con una loro autonomia, quasi dei piccoli feudi – per continuare con la metafora politica – che
rappresentano delle piccole “isole” di ordine – eppure un ordine effimero – in un mare magnum di caos
ed imprevedibilità. Si tratta di strutture ordinate che emergono in una situazione di anarchia: non c’è un
ordine prestabilito, non ci sono strutture, categorie, leggi immutabili; ci sono tendenze, propensità,
emergenze effimere. Secondo questa immagine liberale della mente gli ordini-idee sono dunque
strutture che emergono, istituti fragili che resistono per un po’ e poi vengono meno, soppiantati da altri.
Ora. Da un punto di vista razionalista la fragilità di queste strutture ordinate non può che apparire un
handicap della sinergetica. La mia opinione è che questa fragilità sia propriamente il punto di forza del
modello “anarcocapitalista” della mente. La mente liberale è una mente libera: nulla è fissato una volta
per sempre, tutto è costantemente, popperianamente, rimesso in discussione. Proprio perché le
strutture ideali sono fragili, transitorie, possono essere sottoposte all’attività (spontanea) di
falsificazione: sono attraverso la competizione con le altre idee, costantemente messe “sotto scacco” da
altre idee. La nostra mente è un coacervo di impressioni, apparenze in costante contrasto tra loro, è un
vero e proprio bellum omnium contra omnes, una competizione dalla quale di volta in volta qualche
fenomeno riesce vincente: ma solo per poco. Questa volatilità è quanto accade nella mente “normale”:
in essa tutto è rimesso in discussione.
Abbiamo già impiegato la metafora politica per simulare la dialettica tra io ed idee: l’io era il governo
centrale, le idee i cittadini. Ma la metafora politica è ancora assai utile per descrivere il modello generale
del “mentale” che stiamo costruendo. Secondo questa intuizione vi sono menti più funzionanti
(libertarie) e menti meno funzionanti (socialiste). Ora, nel ciclo sinergetico standard dopo la fase di
“successo” di un’idea che ha costituito attorno a se un piccolo regno d’idee, quest’idea decade e si
ritorna allo stato base di competizione tra le idee. Tuttavia proprio la mancanza o il malfunzionamento
della fase di decadimento sta alla base delle nevrosi, delle disfunzioni mentali. Un’idea, o un costrutto
ideale, può FISSARSI e riapparire con insistenza ad una coscienza. Una nevrosi non è altro che un
pensiero fisso. La mente sana è la mente che si svuota, che, come dice Nitezsche, “dimentica”. Per
continuare con la metafora politica: se c’è un decadimento rapido e totale abbiamo a che fare con una
mente anarchicocapitalista, nella quale nessuna idea costruisce una gerarchia stabile ed imperitura. Via
via procedendo verso “sinistra” il potere centripeto di una sola idea centralizzante si rafforza: avremo
menti liberali, poi menti fasciste ed infine menti socialiste, il culmine della nevrosi: nelle menti socialiste
tutto è stasi: le idee sono fissate, demolite, sciolte in un apparato ideale fissato una tantum e per sempre.
È il problema delle “idee fisse” la radice di ogni nevrosi. Ecco uno schema che esemplifica questa
metafora politica:
Img. 11
È ovvio che un individuo può in una certa fase della sua vita essere mentalmente socialista, poi
diventare liberale, poi di nuovo socialista. Così come da una nevrosi può essere ora guarita ora
accentuata. Una pratica di counseling filosofico adeguata non può che porsi come obiettivo di portare l’aiuto
psicoterapico al paziente, volto a “liberalizzare” la sua mente, facendo si che le idee riprendano il loro
decorso standard. Lo scopo della filosofia è liberalizzare il mondo delle idee,11
liberare le energie della
mente, svuotarla dai pensieri fissi, dalle idee infondate, insostenibili, contraddittorie, false che possono
presentarsi alla nostra coscienza. Guarire dalla nevrosi è guarire dal ricordo, dall’eterno ritorno delle
stesse immutabili, metafisiche idee. Dalle stesse paure. Guarire è prendere coscienza per dimenticare. In
questa linea teorica si inserisce la proposta del counseling psicosinergetico che avanzeremo nella seconda
parte della ricerca.
PSICOSINERGETICA APPLICATA
IL COUNSELING PSICOSINERGETICO
Il counseling è una pratica filosofica di assistenza ad un paziente che soffre uno stato di
disadattamento psicologico, di malessere esistenziale. Tra gli scopi della filosofia nella storia c’è sempre
stata la pratica del buon consiglio di dimostrare la sensibilità e l’intelligenza, che si presuppone un filosofo
abbia maturato nella sua bildung, e di rivolgerla verso il prossimo che per una ragione o per l’altra si può
trovare ad avere a che fare con una situazione difficile, nella quale magari i suoi riferimenti di senso
sono saltati, e che lo può portare a vivere una situazione straniante e, generalmente, dolorosa. C’è, a
mio avviso, sempre stato un link fortissimo tra il precetto socratico del nosce te ipsum e la tensione
all’aiuto rivolto al prossimo. Da qui nasce l’interesse, la curiosità filosofica rivolta al funzionamento
della nostra anima, del mondo psichico. Ed è una curiosità che nei secoli ha tentato un po’ tutti i
pensatori che hanno sviluppato teorie fondate su una duplice fonte: l’introspezione e l’osservazione. Ed
è in particolare la dimensione del patologico, del disfunzionale ad aver attratto l’attenzione dei filosofi
prima e degli psicologi dopo. Già Freud notava che tra “patologico” e “normale” non c’è una
differenza qualitativa, ma solo uno scarto quantitativo, e dunque saturabile. La mente del malato
psichico e quella del sano rispondono alla stessa dialettica di forze inconsce, secondo Freud, e non
serve alcuna teoria speciale per intendere e guarire il patologico. Tuttavia è inevitabile che la dimensione
“anormale” offra spunti di riflessione teorica maggiori del “normale”: nella dis-funzione le strutture
cognitive e comportamentali si ri-velano.
Come già evidenziato anche la sinergetica della mente spiega bene la dimensione disfunzionale.
Abbiamo già accennato al fatto che nel modello sinergetico sono raffigurabili sia lo stato socialista, che
riteniamo disfunzionale e da guarire, sia il funzionamento “liberale” o open-minded. Ora, il counseling
filosofico ha come scopo proprio quello di liberare la mente oppressa, ostruita, ottusa, occupata da
idee, paure, emozioni eccessive che nel medio periodo causano disagio o dolore.
Come abbiamo già avuto modo di notare nella parte dedicata alla “mente liberale”, la sinergetica,
dopo averci fornito un modello ermeneutico del mentale, è in grado di indicarci anche almeno la via
possibile per risolvere in generale le situazioni di disagio esistenziale che possono generare paure o stati
d’ansia. Prima di passare ad analizzare per punti le principali forme tensive che possono attanagliare,
ostruire e bloccare una coscienza, è opportuno affrontare un’obiezione di derivazione Humeana. Per
Hume vige una distinzione rigorosa tra teoria e precetto morale, per cui da una teoria non è mai
derivabile una precettistica pratica, un sapere del “come si fa”. Rispondo a questa obiezione, dicendo
che il counseling psicosinergetico è una pratica di aiuto filosofico, fondata sul dialogo, fondata a sua
volta sulla sinergetica della mente. La teoria sinergetica di per se non ci dice se sia cosa buona o cattiva,
per riprendere l’immagine di prima, avere una mente liberale o socialista: si limita a darci un modello in
grado di descrivere sia l’una che l’altra. È avalutativa. Solo in una seconda fase, in sede pratica, di
preparazione al counseling, noi forniamo una valutazione dei differenti modi di funzionare della mente,
e diciamo che avere una mente libertaria è meglio che avere una mente socialista. Ma paradossalmente
la teoria sinergetica potrebbe servire altrettanto bene ad un tecnocrate sovietico che voglia inculcare
certe idee-fisse (il culto per Marx o Stalin e simili) e che potrebbe usare la sinergetica come immagine
della mente ed eventualmente come strumento per la formazione del consenso. Mi pare che l’obiezione
di Hume sia così ben superata.
Il counseling psico-sinergetico è una pratica filosofica di aiuto al paziente. Non è, e non può essere,
tuttavia una pratica medica. Può integrare l’intervento medico-terapeutico colmando la lacuna
“umanistica” per la quale talvolta il curare è inteso come mera cura del funzionamento corporeo.
Possono inoltre utilizzare il counseling psicosinergetico anche figure professionali che propriamente
con la dimensione umana hanno a che fare: penso innanzitutto a docenti, adetti alle “risorse umane”,
politici, ed in generale gli addetti che hanno a che fare con la dimensione psicagogica.
Quanto alla psicoterapia, l’approccio umanistico che infonde la psicosinergetica può essere visto o
come un pericoloso concorrente dal terapeuta, oppure, più ragionevolmente, come uno degli approcci
all’umano che può dialogare alla pari con altre impostazioni teoriche.
Naturalmente come ogni approccio di carattere terapeutico, nel senso non-clinico specificato, anche
la psicosinergetica prevede l’interazione tra almeno due polarità: terapeuta e paziente. Nel presentare la
teoria sinergetica della mente ci siamo concentrati sul funzionamento di una mente, costruendo così un
modello standard ma, per così dire, monistico. Essendo pratica, e segnatamente, terapeutica la finalità
della presente ricerca dovremo predisporre una teoria che integri curante e curato.
“Liberalizzare” la mente?
La proposta sinergetica che abbiamo avanzato vede, come messo in luce, la mente come un “campo
di battaglia” (ma anche di associazione) tra idee. I fanatici del cogito urleranno alla caoticità del nostro
sistema, pensando che laddove c’è ordine deve essere intervenuto qualcuno o qualche funzione a
stabilirlo ed eventualmente a gestirlo. Come ci insegna la sinergetica – pensiamo ad un Laser – l’ordine
(COSMOS) può benissimo sorgere senza operatori “tattici”, razionali.
In generale possiamo mettere in luce che una mente disfunzionale è ingombrata da quelle che io
chiamo “STRUTTURE-FISSE”, ovvero idee “troppo grandi” – per usare un gergo informatico:
programmi troppo pesanti – che impediscono alle idee di scatenarsi nel loro libero gioco. Impediscono
le associazioni e, soprattutto, impediscono quella fase cruciale del ciclo sinergetico che è il decadimento.
È l’eterno ritorno dell’uguale (le idee fisse). La mente è irreggimentata, un olos (né in senso Quineano né
duhemiano). La mente è disfunzionale.
L’idea fissa par excellence è l’IO. Ne abbiamo già parlato citando la relazione di causa ed effetto. Lì
notavamo che le caratteristiche di persistenza e stabilità del cogito venivano proiettate in rebus.
Nietzsche, molto acutamente, notava che l’io, l’identità personale non sarebbe altro che una
finzione/funzione sociale stimolata, causata in una mente dalla necessità di relazionarsi socialmente con
l’altro. Il neonato non ha alcuna idea della sua identità: è le sue sensazioni, percezioni, emozioni. In
seguito a invasivi atti censori l’infante sviluppa l’idea che esista un Δx tra la sua identità/colpevolezza ed
il genitore/protettore/censore. Sviluppa un Io, su cui hanno modo di radicarsi sia aspetti funzionali
positivi, sia vari tipi di “nevrosi” – uso il termine ovviamente non in una accezione clinica, data la mia
formazione filosofica – quali ad esempio orgoglio, narcisismo inespresso, depressione più o meno
grave, senso di inadeguatezza rispetto agli altri ecc…Quasi che questo “io” divenisse un ricettacolo, un
parafulmine ed un amplificatore di problemi, un troublemaker, più che un problemsolver.
Per risolvere le nevrosi legate all’Io occorre, in un certo senso, DESTRUTTURARE L’IO.
Riallenare la mente al gioco delle percezioni, rieducarla a partire dalle “cose semplici” ovvero la
semplice percezione degli stati della coscienza: impressioni, volizioni, emozioni, sensazioni13
.
Cioè, per usare ancora la metafora politica si tratta di LIBERALIZZARE IL COGITO: ecco che
allora l’unica monopolizzante e asfittica funzione dell’io non sarà più il pensare: ci sarà l’io-soffro, l’io-
suono il pianoforte, l’io scrivo, l’io provo emozioni positive ecc...
Il vero, fatale errore è il prendere qualcosa d’altro, l’IO,per sé stessi. La posta in gioco è di allenarsi ad
elasticizzare la propria identità, a dialettizzarla [prenderla con socratica ironia]. Accettandoci nella nostra
labile natura di “fasci di percezioni”, secondo la formula Humeana.
L’interazionismo psicosinergetico
Questo lavoro di liberalizzazione mentale può (e in alcuni casi deve) essere agevolato da un
counselor. È un rapporto a due terapeuta-paziente. Il terapeuta deve in un certo senso “congiungere”
(linking) la sua mente “più liberale” di quella nevrotica del paziente e “risanarla”, liberarla. La parola
(fase logica) serve per la fase di linking (vedi schema seguente), ma avvenuto il contatto, la terapia
psicosinergetica procede quasi da sé: È come se abbattessimo una cortina di ferro, il velo di Maya
dell’individualità ed entrassimo in COMUNICAZIONE (INTERAZIONE) diretta con il paziente.
Riporto ora uno schema estensionale – per punti – dell’interazione paziente-counselor: come è
evidente oltre alla metafora politica qui entra in gioco quella biologica (mitosi):
(1) Stato separato
(2) Linking
(3) Unificazione
(4) Interazione psicosinergetica
Nella cruciale fase dell’interazione psicosinergetica, che è una fase fondamentale nel processo di
liberalizzazione della mente del soggetto sottoposto alla seduta di counseling avvengono i seguenti
sottoprocessi:
1. Le idee libere (non asservite) creano nuovi legami (links) con le idee-asservite appartenenti alla
protective-belt della ex-mente “socialista” (quella del soggetto in terapia).
2. La protective-belt salta.
3. I campi di forza delle idee-libere aggrediscono il campo di forza dell’Idea-Dominante e l’ex Idea-
Dominante viene, a sua volta, asservita.
(5) Nuovo ordine dinamico
(6) “Mitosi”
Nella fase rappresentata, denotata con il termine metaforico ‘mitosi’, emergono due idee antipolari,
due ordinatori forti: alcune idee vengono duplicate (o pluriplicate nel caso di interazioni del tipo uno-
molti, come nei corsi universitari). A questo segue la conclusiva fase della “reindividuatio”.
(7) Reindividuatio
L’esito di questo processo è lo sblocco del ciclo sinergetico del paziente e la ripresa di un regolare
andamento psichico. La terapia è così conclusa.
ASSICURAZIONI: IL RISARCIMENTO NEL CASO DELL’“INFORTUNIO” MENTALE
Premessa
Se ci sono voluti secoli perché arrivasse a maturazione l’idea che anche il corpo umano fosse una
cosa tra le cose, un ente non straordinario appartenente a questo mondo fatto di cose, auspico che non ci
vogliano millenni perché si arrivi finalmente ad una giusta concezione del concetto di integrità pisco-
fisica. Lo stato dell’arte della teoria delle assicurazioni ha visto ad oggi due fasi, che parlano chiaramente
di una evoluzione progressiva nel senso della piena valorizzazione dell’umano:
 prima fase: sono assicurabili le cose a cui il contraente attribuisca un valore (una casa, un carico di
merci). Potremmo chiamarla fase reale dal latino res (cosa).
 seconda fase: il corpo, l’integrità fisica è passibile di assicurazione. La perdita di integrità è
quantificabile e quantificata secondo scale di giudizio dai periti. Queste scale di giudizio sono
fondamentali per valutare l’entità del danno fisico subito dal contraente. Potremmo chiamare questa
fase somatica (dal greco sòma che significa corpo).
Non è mio obiettivo, perché esula ampiamente dalla presente ricerca una ricostruzione filologica
delle successive evoluzioni ed estensioni della concezione somatica nella teoria delle assicurazioni. Basti
dire che le polizze sulla vita, sulla morte, sugli infortuni, ma anche in un senso più lato le polizze
mediche (su cui mi concentrerò) restano chiaramente vincolate ad una definizione somatica del vulnus,
dell’infortunio che colpisce l’integrità fisica.
La terza fase della teoria applicativa delle assicurazioni, che mi impegno col mio contributo a far
avanzare (con un discorso che so di essere corale, nel senso che altri lavorano su questa linea, e che
auspico diafonico poiché, se non altro, l’unanimità è “poco sinergetica”) è tanto avanzata come
concezione, tanto apparentemente fuori dagli schemi che evidentemente non “bastano le parole”: ne
inventeremo di nuove se è il caso. L’idea base è comunque quella di ASSICURARE L’INTEGRITÀ
FUNZIONALE DELLA MENTE. Se come esposto nella parte teorica del manuale, nonché nella
parte dedicata al counseling psicosinergetico, il sistema sinergetico (la mente) può andare incontro, nella sua
storia, a fasi tensive (dovute a elementi tensori-socialisti) che producono disfunzionamenti (basti
pensare alla depressione) inibendo il regolare decorso delle dinamiche sinergetiche del flusso delle idee,
ecco che nasce da sé il – mi si conceda il termine – pensiero stupendo di assicurare l’integrità funzionale
mentale. Vale a dire: come già oggi posso dire: «stipulo una polizza medica che mi copra
economicamente se dovesse verificarsi il caso che io debba affrontare un intervento chirurgico», perché
non estendere la copertura medica consentendo al contraente di dire: «stipulo una polizza medica che
mi copra economicamente se dovesse verificarsi il caso che io debba affrontare un ciclo di sedute
psicoterapeutiche per affrontare una eventuale depressione?»
La componente aleatoria, di rischio, è insita in qualsiasi teoria della assicurazioni, e potrebbe forse
apparire più “volatile” o etereo il mondo mentale rispetto ai carichi di merci sulle navi o all’integrità
funzionale del sistema-corpo. Ma questo non è che un pregiudizio che è presto sconfitto
dall’impostazione sinergetica: le dinamiche sinergetiche che coinvolgono i sistemi complessi non lineari
(siano essi mercati, organismi naturali complessi, o sistemi sinergetici mentali) sono le stesse.
Semplicemente una barca con un carico di lupini si vede e un cuore un po’ meno e un’idea (o uno stato
emotivo) ancora mento. Ma ché! Siamo di fronte ad un ragionare infantile. A Londra si scommette su
tutto. Anche sulle cose più immateriali. Una compagnia assicurativa disposta ad accollarsi il rischio che
ad un manager che ha fatto fallimento venga una depressione si troverà!
Integrità funzionale del sistema psicosinergetico
Il sistema-mente, nei termini in cui lo abbiamo approcciato grazie alla sinergetica, ci si presenta come
un sistema sostanzialmente anarchico ma in grado di produrre stati d’ordine più o meno locali, più o
meno estesi o solidi. Ora, come già visto nel capitolo C della parte teorica – La mente liberale – un
sistema sinergetico può essere più o meno ostruito da elementi tensivi interni. Vale la pena di
riprodurre qui lo schema già visto in quel capitolo.
Evito di dilungarmi nuovamente sulla validità, peraltro parziale della metafora politica. Basti dire che
quella che nello schema ho indicato come “mente anarcocapitalista”, quella in cui non sono presenti
strutture rigide e tensorie di natura tattica (idee-fissate) rappresenta il modello di buon funzionamento
del mentale e dunque il modello di integrità funzionale del sistema psicosinergetico. Se si chiedesse una
definizione di cosa si debba intendere precisamente per integrità funzionale del sistema-mente non mi
troverei in difficoltà meno grave che se mi si chiedesse di dare una definizione analitica e precisa di cosa
si debba intendere per integrità funzionale del corpo umano. È un’idea-limite, con la quale si può ben
lavorare senza perdersi in diatribe ontologiche di sorta.
Entità degli ordinatori socialisti
Parlando di nevrosi morale, di Io ingombrante, di idee fisse, di eterno ritorno di contenuti cognitivi
ed emotivi opprimenti/deprimenti/depressivi, abbiamo già introdotto il problema della “dimensione”
della strutture socialiste ed oppressive. Uscendo dalla metafora politica. Io vedo, ad esempio, uno stato
depressivo non come una perdita di energia complessiva del sistema sinergetico, energia che resta
sempre più o meno costante, ma come un “inceppamento” o un “autoinceppamento” della macchina
per così dire. Cioè come una aumento relativo della dimensione e del potere distorsivo della strutture
rigide (definibili come ordinatori tattici oppure ostruttori socialisti). Più sono grandi e rigide queste
strutture maggiori sono le perturbazioni che cagionano al sistema sinergetico in cui sono inserite quasi
come corpi. Determinare l’entità degli ostruttori, per quantificare lo stato funzionale della mente, o
l’eventuale perdita di funzionalità ovvero la percentuale di invalidità mentale di un soggetto assicurato è
compito di una perizia funzionale: rimando al successivo capitolo 6.
Velocità di circolazione delle idee
L’incombenza di elementi tensivi operanti in seno al sistema sinergetico, rallenta la libera
circolazione delle idee: abbassa la velocità del flusso ideativo e rende meno probabili gli stati d’ordine.
Per dirla in termini quasi kantiani: inibisce la capacità di elaborare informazione da parte dell’Io
conoscente. Ma è chiaro a questo punto che Io conoscente non v’è e, se v’è, è un problema.
Capacità referenziale
L’elaborazione, la chiarificazione della mie idee è avvenuta per step successivi. E credo francamente
di esser solo agli inizi di un’avventura intellettuale emozionante. Mi si pone ora il problema già sfiorato
del rapporto interno-esterno. Mi limito a qualche nota perché non ho lo spazio ed il tempo per un
discorso esauriente. La disfunzionalità mentale non riguarda soltanto il sistema sinergetico, ma può
riguardare il rapporto con l’esterno (il mondo, la realtà…). Mi limito a un esempio una persona anziana
perde progressivamente la capacità di riferirsi al mondo, essenzialmente per la perdita di funzionalità
nervosa del corpo o per altre ragioni fisiologiche. Allora la perizia sull’invalidità funzionale del mondo
mentale non dovrà limitarsi al definire l’entità della disfunzionalità del sistema sinergetico, ma anche
valutare l’invalidità somatica del corpo del soggetto assicurato, corpo considerato come medium di
connessione tra sistema sinergetico e realtà. Per intenderci la perdita di funzionalità del sistema sensorio
e percettivo sarà interessante ai fini di una perizia. Non lo sarà la perdita di funzionalità del sistema
cardiovascolare, nella misura in cui non ha effetti sul rapporto interno/esterno.
“Infortunio”? mentale
E vengo a dare le ragioni delle virgolette che racchiudono la parola ‘infortunio’ nel titolo del
presente capitolo. Un ‘sinistro’ è definito nella corrente teoria assicurativa come un:
EVENTO PROVOCATO DA UNA CAUSA ESTERNA, VIOLENTA E FORTUITA CHE PRODUCA UNA LESIONE FISICA
EMPIRICAMENTE EVIDENZIABILE.
Ora, nel caso della disfunzionalità psicosinergetica è evidente che si richiede una ridefinizione di tale
enunciato. Nel senso che non si parla di “lesione fisica” e che la constatabilità empirica non può essere
frutto di un accertamento induttivo e diretto. Propongo la seguente ridefinizione che poi discuterò e
argomenterò. Un infortunio mentale è un
EVENTO PROVOCATO DA UNA RAGIONE ESTERNA, VIOLENTA E ALEATORIA CHE PRODUCA UN INCREMENTO DEGLI
ELEMENTI TENSIVI (ORDINATORI TATTICI) DEDUTTIVAMENTE QUANTIFICABILE.
Procedo per punti nella mia argomentazione:
1. “RAGIONE ESTERNA VIOLENTA”
Uno stato critico nel quale può incorrere un sistema psicosinergetico, dovuto all’aumento relativo
dell’entità degli ordinatori socialisti, ad esempio uno stato depressivo, ha sempre ragioni esterne,
ambientali, sociali o comunque legate alle dinamiche reali nelle quali l’individuo si trova inserito. Ho
parzialmente indebolito la nozione di “causa” temperandola con quella di “ragione” per mettere meglio
in luce che non vi è una corrispondenza biunivoca tra stimolo esterno e aumento del potenziale
distorsivo dell’ordinatore tattico/socialista. Eppure ragioni esterne vi sono sempre. Cioè un soggetto
non cade in uno stato di disagio emotivo-cognitivo (con relativa perdita di funzionalità psicosinergetica)
per uno squilibrio interno autoindotto. Affermo dunque che è nell’esogenesi che vada ricercata la matrice
originaria dell’esistenza nella mente di strutture tattiche, distorsive e latenti. Come dunque si sono
generate e quando queste strutture “antisinergetiche”? Una congettura che avanzo è che si esse si siano
radicate durante la prima infanzia quando si inziano a configurare le sindromi del “Timore-Amore
Reverenziale” per la Madre e per il Padre. Se queste figure/strutture interne non vengono pienamente
“superate”, internalizzate e dunque continuano ad operare come agenti eteronomi rispetto al sistma
mentale che le ospita, bastano stimoli ambientali, tensivi, problemi sociali, o anche eventi fortuiti e del
tutto marginali rispetto alla vita psichica di un soggetto, per farle riattivarle con i loro effetti distorsivi –
e distorcenti – sul naturale decorrere delle dinamiche psicosinergetiche. La ragione originaria, che risale
all’infanzia, è dunque esterna e violenta, nel senso che costituisce una invasione nel mondo mentale del
neonato, che è chiamato ad ingaggiare una lotta titanica contro le autorità, ma restane esterne e violente
anche le ragioni occasionali che determinano o incentivano la recrudescenza delle strutture socialiste
latenti.
2. “ALEATORIA”
La componente di “alea” di casualità, di fortuità resta anche nel caso della riesplosione della strutture
latenti. È casuale che x sia nato in una famiglia con un determinato pattern relazionale, è dunque fortuito
il tipo di struttura latente che x avrà assimilato nell’infanzia. Ma resta soprattutto fortuito l’evento
scatenante la recrudescenza: un lutto, la perdita del lavoro, il tradimento della partner. E
paradossalmente le dinamiche relazionali sono ben meno aleatorie e più prevedibili rispetto a molti
eventi – reali o somatici – attualmente assicurati dalle compagnie assicurative operanti sul mercato.
3. “DEDUTTIVAMENTE QUANTIFICABILE”
Per una definizione esaustiva di perizia funzionale non posso che rimandare ad una prossima
pubblicazione, che auspico redatta in collaborazione eventuale con specialisti del ramo neurologico,
clinico e psicoterapeutico. Il punto di quantificare la perdita di funzionalità del sistema psicosinergetico
non può tuttavia essere facilmente eluso. Mi pare sia questo il tema principale che ha impedito, sinora,
alle compagnie assicurative di pensare alla realizzabilità di polizze medicali coprenti il caso
dell’“infortunio” mentale. Ma vivendo noi dopo la rivoluzione psicologica non ci è difficile immaginare
come dovrebbe operare un perito mentale (perizia sinergetica). Prima di tutto andranno definiti dei
protocolli, che in altri paesi so essere già assai dettagliati, per definire per tabulas e per gradi la perdita di
funzionalità mentale di un individuo. Ma questa è solo un’indicazione metaprocedurale. La questione: è
come fanno due diversi periti che svolgono nell’arco di poco tempo due diverse e indipendenti perizie
sul signor tizio a concordare sui “punti di invalidità” da attribuire (problema dell’intersoggettività)
all’infortunato? La risposta è semplice ed intendo darla in termini semplici. Come fanno due professori
distinti che insegnano la stessa materia allo stesso bambino a dare due voti (auspicabilmente
coincidenti) alla stessa performance intellettuale (scritta) del bambino in questione? Ovvio: valutano le
prestazioni. Tornando all’esempio di prima. In uno stato depressivo, dovuto secondo la nostra teoria al
riacutizzarsi delle tensioni latenti (strutture socialiste), diminuiscono sia la qualità sia la quantità delle
performance, ed esempio socio-relazionali, dei soggetti depressi che tendono ad isolarsi. Ma questi sono
elementi empirici evidenziabili empiricamente. E da queste evidenze sono deducibili le entità degli
elementi tensivi (ordinatori tattici) operanti nel seno del sistema psicosinergetico. Il perito stimerà su
una scala continua da 0 a 1 la perdita di funzionalità sociale e intellettuale dell’individuo e dedurrà
sempre su una scala da 1 a 0 l’entità e la forza distorsiva degli elementi tensivi interni. Per fare un ultimo
esempio in un caso gravissimo di depressione le performance relazionali saranno ridotte a 0 ed il grado
di forza complessivo degli ordinatori (o dell’ordinatore) a 1.
Come evidente una stima dell’entità dell’infortunio mentale è non solo possibile ma anche non meno
agevole della stima dell’entità dell’infortunio fisico, benché forse meno immediata.
Tornando alle virgolette che racchiudevano la parola ‘infortunio’ nel titoletto del paragrafo dico che
il loro senso non è riduttivo ma estensivo: usare la parola ‘infortunio’ per descrivere un evento negativo
occorso ad una psiche rappresenta un nuovo impiego del termine ma come visto giustificato anche
analogicamente rispetto al vecchio significato standard. Se vogliamo un caso di risemantizzazione
estensiva.
Conclusioni
Quindi se quantificare l’infortunio mentale è possibile, e se anche il vulnus psichico ricade nell’ambito
dei fenomeni aleatori (come visto), allora l’ultimo passo della teoria delle assicurazioni (assicurare
l’integrità funzionale della mente) è possibile e, per così dire, giace nel campo delle idee pratiche,
concrete. Resta da decidere come immaginare una polizza che tuteli tale bene (forse il valore più alto
per un essere umano).
Riprendiamo brevemente l’esempio dell’introduzione:
TIZIO STIPULA CON LA COMPAGNIA ASSICURATIVA A UNA POLIZZA MEDICA CHE LO TUTELA ECONOMICAMENTE SE
DOVESSE VERIFICARSI IL CASO CHE TIZIO DEBBA SOTTOPORSI AD UN CICLO DI SEDUTE PSICOTERAPEUTICHE O
FARMACOLOGICHE PER AFFRONTARE UNA EVENTUALE DEPRESSIONE.
A questo punto è chiaro che al verificarsi della depressione, la compagnia assicurativa A erogherà a
Tizio la somma pattuita, funzione del premio pagato da Tizio, dopo che l’infortunio mentale sia stato
accertato ad esempio da un medico iscritto all’apposito albo, o da un medico del pronto soccorso in
caso di urgenza. Una volta accertata l’entità dell’infortunio da parte del perito, assegnati dunque i relativi
punti di invalidità mentale (è anche possibile naturalmente concepire una franchigia) ecco che
proporzionalmente saranno erogati degli appositi ASSEGNI DI CURA, spendibili in sedute
psicoterapeutiche tenute per l’infortunato da professionisti appartenenti a scuole convenzionate
riconosciute dagli albi professionali: Il paziente sarebbe così libero di scegliere il curante e godrebbe del
sostegno economico minimo per garantirsi cure adeguate anche farmacologiche per ripristinare il danno
subito. È adeguato pensare che una assicurazione medicale così concepita a tutela dell’integrità mentale
vada a coprire cicli di 15 – 20 sedute psicoterapiche, ma valutazioni così specifiche esulano dalle
intenzioni della presente trattazione, e dalle mie attuali competenze.
Assicurare l’integrità funzionale della dimensione psichica è certamente il futuro della teorie e della
applicativa delle assicurazioni, si tratta solo di fare questo importante passo guadagnando la fiducia del
mercato assicurativo e diffondendo, ma sarebbe meglio dire estendendo, la cultura della tutela
dell’integrità psico-fisica, intendendo l’individuo nella sua dimensione olistica e non più cartesianamente
scisso in due sfere – psichica e somatica – giustapposte e ontologicamente separate .
PSICOSINERGETICA APPLICATA ALL’ANALISI DELLE DINAMICHE DI MERCATO
La psicosinergetica, data l’affinità elettiva che sussiste tra tutti i sistemi complessi sinergetici, non ci
fornisce solo un valido approccio alle dinamiche (complesse ma non complicate) del mondo mentale. Si
dimostra anche assai valida nel descrivere/emulare/parafrasare le dinamiche di mercato. Mi spiego.
Nell’introdurre il mio modello di mente sinergetica ho più volte ed insistitamente fatto ricorso a
“metafore” di natura sociale o politica o economica. Questo parlando di mente “socialista” o “liberale”
di “anarcocapitalismo” o “dottrina sociale della chiesa” o ancora di “ordinatore socialista”. Direi che
queste metafore politiche costituiscono il filo rosso che ha supportato le mie ricerche. Si tratta ora di
esprimere e dare il giusto senso a questa “infrastruttura di ricerca” esplicandone tutta la portata
euristica.
Questo ultimo capitolo C costituisce il frutto di un (tentato) saggio sulla storia economica di
Piacenza, saggio che non vedrà mai la luce perché intimamente fallace ed incoerente, ma che mi è
servito per elaborare, quasi senza accorgermene, il mio attuale point of view.
Vengo al merito. Se la mente “funziona” come un sistema complesso, e se il mercato è un sistema
complesso (non lineare) di transazioni economiche ed informative, come von Hayek ci insegna, e se la
sinergetica descrive con un buon grado di approssimazione le dinamiche dei sistemi complessi, ecco
che io con il mio apparato sinergetico (la mia mente), posso parafrasare con grande grado di esattezza le
dinamiche di una sezione sufficientemente localizzata del mercato. Spesso in tanti settori si pone il
problema di simulare o conoscere, anche a livello non formale (essenzialmente senza l’uso di computer)
le dinamiche di mercato per poter in esso intervenire ad esempio proponendo un prodotto, o avviando
una nuova attività o ancora per finalità gestionali (politiche e di amministrazione pubblica). Per fare ciò
gli strumenti statistici sono spesso inefficaci e non aggiornati oltre che farraginosi e complicati. La mia
proposta è la seguente. Poniamo che io intenda aprire una banca in un piccolo paese dell’Emilia
Romagna (una delle più ricche regioni del Nord-Italia). Io, futuro gestore della filiale bancaria, posso
usare il mio sistema sinergetico (la mia mente) per ENTRARE IN EMPATIA con il sistema
economico complesso e locale in cui andrò ad operare. È quello che io chiamo e definisco ora
EINTAUCHEN, vocabolo tedesco che significa IMMERGERSI. Ma è un immergersi che non ha nulla
a che fare con un naufragio romantico o alla leopardi. È un immergersi che ognuno di noi con un
giusto training può imparare a fare, nei modi e nei limiti concessi dalla Natura al nostro sistema
sinergetico. E soprattutto non è un atto vago o elucubratorio. È il far corrispondere, e collimare
puntualmente e IN MODO BIUNIVOCO ad ogni individuo del sistema economico un’idea (o un
“atomo cognitivo” se preferiamo) ed ad ogni entità tensiva e distorcente {socialista} che agisce nel
sistema economico in esame un aggregato tensivo del nostro sistema psicosinergetico. Come si può
entrare in empatia con un’altra mente emulandone, vivendone, soffrendone gli elementi tensivi
(essenzialmente paure da rapporto non risolto con l’Autorità) così è possibile riprodurre il pattern tensivo
proprio di un’area di mercato. Così nel caso della banca da insediare nel paesino la mia mente diventerà
un mercato più o meno libero. Se esistono monopoli la mie mente si farà dei nuclei tensivi per ognuno
di essi. Un altro nucleo distorcente sarà la rappresentazione del sistema politico di governo. E così via.
Sono, ma non torno sull’argomento già affrontato in altre pubblicazioni, elementi tensivi del mercato: i
partiti politici, gli organi di governo, la burocrazia, le gerarchie, le autorities morali o religiose, le caste, gli
ordini professionali, tutti quei conglomerati feudali e collettivistici che impediscono all’informazione e
agli agenti economici di permeare in essi e tutelano gli insiders escludendo gli outsiders. Ad ognuno di
questi elementi corrisponderà nella mia mente un nucleo tensivo che possiamo immaginare come una
struttura rigida inserita in un sistema sinergetico complesso: naturalmente essa perturberà il libero gioco e
avrà effetti potenzialmente distruttivi sulle possibilità che si configurino stati d’ordine tipo quelli visti
nel ciclo sinergetico standard. Ciò fatto, avvenuta l’EINTAHUCHEN, l’immergersi, io disporrò di –
ma potrei dire “sarò” – una immagine accurata e precipua della stato di cose. E potrò così partecipare al
libero gioco economico disponendo di una conoscenza semplice ed accorta delle dinamiche complesse
che il mercato esprime.
D’altronde sfruttare appieno il potenziale della nostra mente significa proprio lasciare che essa si
esprima in tutta la sua stupefacente complessità.
Note
1. Come ho già evidenziato nel precedente paragrafo la metafora politica ha un difetto: gli individui
sono pur sempre dotati di razionalità, non sono dei meri “atomi cognitivi”; tuttavia supporre che dal
conoscitore centrale si passi a tanti conoscitori dispersi – cosa che vale in politica – non fa altro che
spostare di un grado la risoluzione del problema del conscio. Ammettere che nella mente vi sono
tante coscienze che operano in parallelo non spiega né più né meglio dell’opzione ad una coscienza il
fenomeno del conscio.
2. Faccio notare che la rozzezza e l’ambiguità di questa teoria, mutuata da molti filosofi razionalisti, sta
nel fatto che non vengono chiaramente distinti il piano dell’explanandum e dell’explanans: ora i termini
‘idee’ e ‘facoltà’ vengono fatti valere nell’accezione psicologica, ora in quella teoretica.
3. Pensiamo, al contrario, alle gerarchie dell’iperuranio platonico.
4. Vale sempre l’osservazione che noi percepiamo non le idee in sé ma il loro processo di
rafforzamento o d’indebolimento, le variazioni dei campi di forza.
5. I ricordi non sono altro che immagini deboli che si presentano.
6. I principi logici, pensiamo al principio del terzo escluso o di bivalenza, hanno una valenza empirica.
7. L’associazione tra volizione e relativo soddisfacimento, che ci si presenta con una necessità ferrea, è
in realtà di derivazione del tutto casuale. Ci sembra logica o naturale poiché il “logico” ed il
“naturale” sono conseguenza della dialettica tra le idee, ma le idee sono prelogiche.
8. Questo perché sono percepibili solo i mutamenti, non gli stati.
9. Su questi punti vedi infra.
10.È anche possibile che una di queste idee compaia prima dell’idea di volto.
11.Pensiamo al contrario a quanto è socialista, gerarchico, l’iperuranio platonico.
12.Una volta, parlavo con un docente di filosofia che tesseva le lodi delle categorie kantiane perché lo
“rilassavano”. L’idea di catalogare, scheletrizzare, distillare, esaurire in queste morte strutture
cianotiche che sarebbero la cagione e la regula del nostro giudizio è la cosa più lontana dal
funzionamento effettivo della mente umana. Bertrand Russell non sbagliava definendo Kant un
“razionalista prehumeano”.
13.Non è un caso che ad esempio lo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale sottoponga il paziente
ad esercizi con apparecchiature percettive molto semplici (led alternati e simili). Ciò vale anche per la
scuola Bioenergetica. Come prescrive Alexander Lowen, suo fondatore, l’idea è di “bypassare” la
terapia via logos e passare per via corporea: esercizi di postura (radicamento a terra) molto basali e
semplici servono a questo scopo.
FILOSOFIA DELL’ORDINE SPONTANEO
SPONTANEOUS ORDER: ALCUNI ESEMPI SELEZIONATI DA DIFFERENTI CAMPI
DI RICERCA
Economia
L’economia è il campo di indagine teorica nel quale il concetto di ordine spontaneo nasce e si
sviluppa. I primi studiosi di economia guardavano con grande meraviglia al funzionamento del mercato
stupendosi soprattutto del fatto che le merci erano prodotte da un grande numero di produttori
indipendenti, che agivano ognuno per sé, eppure venivano prodotte proprio in quelle quantità che gli
individui intendevano comprare. Richard G. Lipsey nell’introduzione al suo testo Economia,1
osserva che
i primi filosofi-economisti non capivano perché «a parte i disastri naturali, non c’erano né grandi
surplus, né grandi mancanze di prodotti». Come fa il mercato, si chiede sempre Lipsey, a determinare
questo ordine senza che vi sia «un corpo centrale che dirige e coordina tutti i comportamenti?»
L’incessante processo di adattamento, quasi di dialogo informativo, che si svolge continuamente tra
produttori e consumatori riesce a tenere perfettamente conto delle mutazioni nei gusti della domanda
determinando altrettanti feedback da parte dei produttori.
Nel 1776 Adam Smith pubblicò la Ricchezza delle Nazioni dopo una serie di tentativi per cercare di
capire il funzionamento delle economie di mercato. La grande scoperta di Smith e degli economisti del
XVIII secolo fu che è il sistema dei prezzi il meccanismo di controllo del funzionamento del libero
mercato.
Procediamo con un esempio tratto sempre dall’introduzione al testo Economia di Richard G. Lipsey,
che ci spiega con grande chiarezza e semplicità il funzionamento del mercato. Il primo esempio che
Lipsey formula, mette in luce cosa succede nel mercato e nel sistema dei prezzi a fronte di una
variazione della domanda di un determinato bene:
Supponiamo, per esempio, che i consumatori desiderino molto di più consumare spinaci che carote. Questo può accadere
a causa di qualche nuova scoperta sulle qualità nutritive dei due vegetali, o perché diventa di moda consumare spinaci
per il successo di una campagna pubblicitaria lanciata dall’Associazione Produttori Spinaci: “Le carote fanno bene,
gli spinaci sono buoni.” La causa tuttavia non è importante; tutto quello che importa è che i consumatori vogliono più
spinaci e meno carote.2
La domanda, ci dice l’economista, è variata. Quali saranno gli effetti di questo cambiamento?
Dapprima i consumatori compreranno più spinaci e meno carote. Con un livello di produzione immutato, si avrà
quindi una carenza di spinaci e un eccesso di carote. Per liberarsi di questo eccesso di carote, i commercianti ridurranno
il prezzo delle carote sulla base del principio che è meglio venderle a un prezzo ridotto che non venderle affatto. D’altra
parte i commercianti scopriranno che non riescono a tenere in negozio gli spinaci e gli spinaci diventeranno una merce
scarsa e i commercianti ne aumenteranno il prezzo. Quando i prezzi aumentano una quantità minore di spinaci verrà
comprata. Così la domanda dei consumatori verrà limitata dall’offerta disponibile.
Ma ora gli agricoltori vedono che il prezzo degli spinaci aumenta mentre il prezzo delle carote
diminuisce. Dunque la produzione di spinaci risulterà più vantaggiosa rispetto al passato perché il costo
per produrli è rimasto immutato, mentre il prezzo di mercato è aumentato.
La produzione delle carote darà meno profitti di prima perché i costi sono immutati, ma i prezzi sono diminuiti. Così
un mutamento dei gusti dei consumatori, attraverso il sistema dei prezzi, provoca una modificazione dell’allocazione
delle risorse in modo tale che meno risorse vengono impiegate nella produzione delle carote e più risorse nella
produzione degli spinaci.3
[…]
Con la diminuzione della produzione delle carote, l’eccedenza di mercato diminuirà e i prezzi delle carote
cominceranno ad aumentare. D’altra parte l’aumento della produzione di spinaci ridurrà il surplus e i prezzi
diminuiranno.
[…]
Questi movimenti dei prezzi continueranno fino a che agli agricoltori non conviene più ridurre la produzione di carote e
aumentare la produzione di spinaci.
Ecco come Lipsey riassume le osservazioni effettuate, mettendo in luce proprio la tendenza auto-
stabilizzante, auto-ordinante del mercato:
[…] quando il prezzo delle carote era molto basso e il prezzo degli spinaci era molto alto, la produzione delle carote
non era conveniente mentre la produzione degli spinaci era molto conveniente; pertanto si producevano meno carote e
più spinaci. Queste modificazioni nella produzione hanno provocato una diminuzione nel prezzo degli spinaci e un
aumento dei prezzi delle carote. Una volta che i prezzi di queste merci sono tali che agli agricoltori non conviene più
passare dalla produzione delle carote alla produzione degli spinaci, la produzione si stabilizza e i
movimenti di prezzo si arrestano. 4
Modificazioni della domanda, comportano effetti sulla produzione tramite il sistema dei prezzi. Ho
voluto riportare questo esempio perché, pur utilizzando un modello a poche variabili, mette
chiaramente in luce come un sistema economico sia capace di autoregolarsi. E chiaro che le dramatis
personae dei sistemi economici sono in fondo null’altro che gli individui (ed i loro bisogni), ma risulta
altrettanto chiaro come dalla somma delle disordinate attività individuali si originano l’ordine sociale, il
progresso ed il benessere economico. Gli effetti aggregati delle decisioni dei singoli individui sono
descritte dalle leggi della domanda e dell’offerta, delle quali l’esempio riportato sono un’interpretazione
semplice ma intuitiva, oltre che informale.
Il libero mercato è dunque un contesto di scambi, di transazioni in cui i prezzi di beni e servizi sono
raggiunti esclusivamente dalla mutua interazione di venditori e acquirenti. E venditori e acquirenti, pur
contribuendo ad un processo ordinato, non sono forzati a “fare-così-e-così” da un agente superiore che
coordini le loro attività. La “mano nascosta” di cui parlava Smith è proprio questo sistema di
autoregolazione del mercato che è a tutti gli effetti l’esempio paradigmatico di ordine spontaneo.
Il mercato è per Friedrich August von Hayek un meccanismo di creazione e diffusione di ricchezza e
delle conoscenze. Attraverso il sistema dei prezzi vi è un continuo scambio di informazioni tra
consumatori e produttori ed è proprio questo circolo informativo ad essere il segreto della spontaneità
dell’ordine economico.
In a market economy, price is the aggregation of information acquired when people are free to use their individual
knowledge. Price then allows everyone […] to make decisions based on more information than they could personally
acquire, information not statistically conveyable to a centralized authority.5
L’ordine di mercato è superiore a qualsiasi altro ordine che un pianificatore centrale, ad esempio un
organo politico, possa stabilire dall’alto. Proprio perchè la complessità delle informazioni disperse tra gli
agenti economici non può essere uguagliata da un “conoscitore centrale” con le sue limitate capacità
conoscitive, sono proprio gli agenti economici, lasciati nella più ampia possibile libertà di agire, a
garantire il più efficiente meccanismo di allocazione delle risorse.
Emerge dunque una dicotomia utile per cogliere al meglio ed intuitivamente il concetto di free market:
decentrato/centralizzato. La gestione dell’informazione nei sistemi di libero mercato è decentrata, è
dispersa tra i milioni di individui che agiscono, producono, comprano, vendono i beni. Nei sistemi di
governo illiberali, siano essi socialisti o corporativisti, o le varie varianti “miste” che si collocano tra il
modello del libero mercato e il modello del mercato pianificato, l’informazione e le decisioni relative al
sistema dei prezzi sono gestite da un potere centrale. Ma come Ludwig von Mises ha chiaramente
dimostrato nei sistemi socialisti il calcolo economico che determina il valore dei prodotti e dei beni, non
è nemmeno possibile.
È nel mercato, nella compravendita, nella transazione economica che le cose assumono valore, ed è
calcolabile il loro prezzo.
Diritto
Non è solo il sistema economico ad esibire un comportamento del tipo “ordine spontaneo”. Anche
in tanti altri ambiti delle scienze sociali, spesso considerate soft science rispetto a fisica o biologia, il
fenomeno dell’ordine spontaneo si mostra con tutta evidenza.
Nella teoria del diritto è stato in particolare lo studioso torinese Bruno Leoni a mettere in luce come
la legge ed il diritto non si riducono a ciò che viene prodotto dai re o dai parlamenti. L’idea positivistica
per cui la legge è contenuta nelle norme scritte ed approvate dagli organi politici per Leoni deve essere
abbandonata.
Per Leoni bisogna guardare ad una “esperienza giuridica” che è più ampia e più interessante degli annali della
Gazzetta Ufficiale. Un universo di norme scritte e non scritte, di convenzioni, di usi, che costituisce il vero “ordine
spontaneo” del diritto. Una sorta di vocabolario per la convivenza civile, costruito mattone dopo mattone, dalle
generazioni che ci hanno preceduto.6
Leoni preferisce dunque tutto quel corpus di dottrine non scritte ma ben radicate nella nostra azione
quotidiana – dalle regole ai precetti morali – che influenzano la nostra vita. È soprattutto nella cultura
anglosassone che il diritto non scritto, il diritto delle corti, è ben diffuso e radicato. Il diritto secondo
Leoni, anziché esaurirsi nelle Leggi scritte (e deliberate da un decisore politico) sorge spontaneamente
dall’interazione degli individui, è, per dirla con Hayek, frutto dell’azione ma non dell’intenzione degli
individui.
Leoni paragona la pianificazione economica con la “pianificazione legislativa”, con il diritto “scritto” dal
legislatore. Ordine spontaneo è invece quello della “common law” anglosassone, legge abbarbicata alle spire del sociale,
che a noi si presenta come un fiume sempre in piena di “precedenti” sortiti dall’azione di tribunali e giurie decentrati
ed indipendenti l’uno dall’altro.7
Manca del tutto un piano univoco in questo diritto frutto della prassi comune. Non è scritto dal
legislatore al momento x, per ottenere effetti y o z.
La lenta evoluzione delle norme, il loro progressivo adattarsi, il loro sopravvivere o decadere a seconda delle circostanze,
non è irrazionale. Non lo è perché è frutto delle interazioni di individui che agiscono razionalmente.8
In La Libertà e la Legge, Leoni si mette sulla scia dei grandi pensatori austriaci, Menger, Mises, Hayek e
scegliendo il diritto come campo di indagine specifico, mette in luce come il corpus normativo, inteso
eminentemente come common law, deriva spontaneamente dalla mutua interazione degli individui, dei
loro comportamenti, delle loro habits, e che si crea poi una evoluzione che mette in competizione questi
istituti giuridici in modo che i più idonei possano sopravvivere e fungere da normae dell’azione umana.9
Biologia
La biologia studia gli esseri viventi, si chiede quando si sono generati, in che modo hanno assunto le
conformazioni e le funzioni che oggi hanno. Quali sono i rapporti tra ambiente ed organismi viventi.
Studia insomma il bios, il vivente, in tutte le sue dimensioni. Una volta leggevo un opuscolo dei
Testimoni di Geova, che partiva da una giusta osservazione sulla grande e stupefacente complessità
dell’occhio umano per inferirne il fatto che non poteva certo essere stata una evoluzione casuale a
generarlo. La bellezza e la complessità funzionale dell’occhio umano erano in altre parole la prova del
fatto che esiste un dio creatore o almeno artefice che regge e governa il cosmo.
È verissimo che in natura esistono forme che esibiscono un ordine stupefacente. Basti pensare al
corpo umano: una macchina davvero molto complessa. Eppure la teoria dell’evoluzione, che è un vero
e proprio paradigma scientifico, sostiene una cosa sconvolgente: l’ordine biologico, le forme che gli
esseri viventi oggi hanno sono il frutto di un lungo processo di evoluzione e selezione per adattamento
all’ambiente. In questo processo le mutazioni casuali del DNA dei viventi giocano un ruolo essenziale.
Il bios esibisce una razionalità di tipo cosmico (spontaneo) e non tattico (umano-mentale). Non c’è
intenzionalità, non c’è un intelligent design. È un ordine spontaneo. Perché un animale ha proprio quella
specifica configurazione fisica? Perché l’occhio umano è così perfetto? Così adatto all’ambiente che lo
circonda? Perchè si è adattato nel tempo tramite l’evoluzione. Il corpo umano, con la sua
conformazione, è dunque un altro esempio di ordine sorto spontaneamente dalla materia.
Il biologo Stuart Kauffman è l’autore della teoria dell’ordine spontaneo o gratuito, secondo cui i sistemi complessi in
bilico tra l’ordine e il caos sono quelli più capaci di adattamento attraverso la mutazione e la selezione: “tali sistemi,
nel corso della loro evoluzione, hanno imparato a mantenersi in equilibrio fra la convergenza e la divergenza, tra
l’ordine e il caos”. Egli è affascinato dal modo in cui nella vita biologica l’ordine emerga inaspettatamente dalla
dinamica del caos. Questo ordine profondo compare, perché “se i sistemi dinamici che stanno alla base della vita fossero
assolutamente caotici, le cellule e gli organismi non potrebbero funzionare”.10
Ma c’è di più. Se accettiamo la teoria dell’evoluzione anche la mente umana, la razionalità, è sorta in un
preciso momento dell’iter evoluzionistico della nostra specie. Quando dai primi ominidi si è passati a
forme più avanzate di umanoidi, il pensiero razionale è emerso dal loro cervello spontaneamente. In altre
parole anche la mente o meglio le facoltà razionali, che comunemente riteniamo essere così distanti
dalla bestialità degli animali, sono frutto di ordine spontaneo. E che ordine! La mente come fenomeno
che emerge dal cervello è per noi il più essenziale strumento vitale, che ci consente di conoscere il
Mondo, orientandoci nella realtà e nel pensiero.
Darwin ci fornisce qualcosa nella nostra ricerca sui principi dell’ordine spontaneo: il concetto di
evoluzione. Tutti i sistemi complessi finora citati – ma vale anche per i prossimi – ovvero il sistema
economico e la common low, sono sistemi che esibiscono un comportamento evolutivo: sono capaci di
modificarsi al variare di determinate condizioni ambientali. Sono capaci di autocorreggersi, di
selezionare autonomamente – e a-razionalmente – lo stato di adattamento più idoneo alle mutate
condizioni ambientali e di contesto.
Ordine spontaneo ed evoluzione sono dunque due facce della stessa medaglia: la spontaneità creativa
offre all’evoluzione il materiale su cui operare, in un ciclo senza fine.
Fisica
Il fisico che ha colto con maggior perspicuità il concetto di spontaneous order, prendendo spunto dai
suoi studi sulla teoria dei Laser è Herman Haken. Nel suo libro Nel Senso della Sinergetica ci offre una
serie di preziosi esempi su come anche in fisica l’emergere dell’ordine dal caos sia un fenomeno
tutt’altro che trascurabile.
Non riporto l’analisi del funzionamento del Laser perchè richiederebbe conoscenze che non
appartengono al mio dominio di competenze teoriche. In linea esemplificativa si può però affermare
che per Haken il raggio di luce che fuoriesce da un dispositivo Laser è un’onda perfettamente
omogenea e ordinata che è prevalsa su tante altre onde antagoniste all’interno del dispositivo riuscendo
spontaneamente ad assoggettare (ordinare) tutte le altre onde concorrenti. Il raggio risultante sarebbe
dunque frutto di ordine spontaneo. Voglio riportare un esempio, sempre dal testo di Haken, che è
teoricamente analogo al funzionamento del dispositivo Laser, ma più semplice ed intuitivo, anche
perché è qualcosa con cui ci confrontiamo quotidianamente.
Continuamente è possibile osservare dei fenomeni di autorganizzazione. Qualche volta possiamo vedere nel cielo cortei
di nubi, ossia schiere molto ordinate. Come sanno bene i praticanti del volo a vela, non si tratta di formazioni statiche,
ma di masse d’aria in movimento: l’aria si muove verso l’alto lungo una corsia e verso il basso lungo l’altra. In altre
parole l’aria si muove sotto forma di rulli cilindrici.
È possibile riprodurre in laboratorio, su scala minore, questi movimenti, impiegando del liquido al posto dell’aria.
Scaldando dal basso una certa quantità di liquido in una bacinella, possono accadere diverse cose. Se la differenza di
temperatura fra gli strati superiori e quelli inferiori è minima, il liquido non si muove su scala macroscopica.
Naturalmente il liquido cerca di compensare la differenza di temperatura con un trasferimento di calore, ma come
sappiamo, il calore è un moto microscopico che non riusciamo a vedere.
Con l’aumento della differenza di temperatura accade qualcosa di sorprendente11
il liquido inizia a muoversi
su scala macroscopica, per niente disordinato e scomposto ma ben ordinato, sotto forma di rulli cilindrici. Il liquido
sale per fasce longitudinali, si raffredda in superficie e torna di nuovo verso il basso. Ciò che stupisce in questa
formazione di rulli è che le molecole del liquido, per poter compiere questo movimento collettivo, devono in un certo
senso “comunicare” fra di loro attraverso enormi distanze. La dimensione dei rulli è miliardi di volte maggiore
dell’ordine di grandezza della dimensione delle molecole.11
Anche il Premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine espone le sue teorie sul caos: sembra proprio di
vedere all’opera la famosa mano invisibile di Adam Smith. La scienza classica considerava l’universo
come un orologio regolato, ma questa immagine tradizionale, spiega Prigogine, non solo è passata di
moda, ma è falsa:
Il mondo scientifico ha assistito alla rivoluzione di questo schema, attraverso la meccanica quantistica, all’inizio degli
anni ‘20. Quando si sa che, a livello di elettroni, la fisica classica non è più valida, si entra nel mondo delle incertezze.
La struttura della materia non è più definita da leggi deterministiche, ma da modelli di probabilità. Il nostro mondo
fisico non è un orologio, ma un caos imprevedibile! Tutte le teorie deterministiche basate sul necessario concatenamento
di cause ed effetti sono progressivamente sostituite da calcoli di probabilità.12
Cosmologia
Non solo la fisica, ma anche la cosmologia ci presenta un ordine che sorge spontaneamente. Basti
pensare alle meravigliose configurazioni delle galassie e spirale.
Secondo il fisico Lee Smolin, gli universi continuamente nascono ed evolvono, ciascuno con le sue
leggi, determinate da una sorta di «selezione darwiniana universale»:
L’immagine dell’Universo-orologio con regole fisse e immutabili, spiega Smolin, non funziona: «l’Universo è come la
città. Nessuno l’ha costruita, l’abbiamo fatta tutti insieme: appartenerle ed essere uno dei suoi artefici è esattamente la
stessa cosa. Una città non presuppone un artefice, un Dio orologiaio che abbia pensato e attuato le regole: essa si fa da
sé. E così è il Cosmo, costruito dai suoi stessi elementi in un processo di evoluzione.» I buchi neri, per Smolin, sono il
mezzo attraverso cui si riproducono gli universi, i quali non si evolvono a caso ma secondo una sorta di selezione
darwiniana, che premia quelli più ricchi di strutture.13
Neuropsicologia
A giudizio di Daniel C. Dennett, un importante studioso dei processi mentali, un meccanismo
ordinativo/evolutivo accade anche all'interno del nostro cervello. Secondo la concezione tradizionale
infatti il cervello funzionerebbe nel modo seguente: una unità dirigente centrale invia gli ordini alle altre
parti della mente riguardo ciò che devono fare, ad esempio pronunciare una frase, o costruire un
ragionamento articolato.
«Così assegna il lavoro alla squadra di operai, i quali tirano su un bel ponteggio di parole, avvitate tra di loro dalle
regolette della grammatica» fino a realizzare la frase prescelta.14
La metafora del cervello come elaboratore centrale per Dennett è però inconsistente, e andrebbe
sostituita con un modello che egli ha definito “Pandemonio”.
Come fa […] il concettualizzatore centrale a immaginare cosa dire per far parlare il sistema linguistico? In realtà
questo pianificatore centrale non esiste, perché al suo posto operano contemporaneamente una miriade di
attività mentali in competizione tra loro, e il conflitto fra questi progetti antagonisti opera automaticamente una
selezione del più adatto: nel nostro esempio, la frase più adatta alla circostanza. Invece di immaginare un cervello
architettato con tutta la sua burocrazia di capi, capetti e scagnozzi, ognuno dei quali fornito di compiti e
responsabilità ben definite, modello che non lascia spazio all'intraprendenza e alla fantasia […]secondo Dennett è più
corretto vederlo come una pletora di agenti semindipendenti che agiscono in modo apparentemente diseconomico e solo
parzialmente organizzato.15
È come se nel nostro cervello, sintetizza Guglielmo Piombini (vedi note paragrafo) convivessero una
enorme quantità di diavoletti, ognuno dei quali dice: "fallo fare a me, fallo fare a me!" Ciascuno di
questi frammenti di linguaggio propone una sua frase, ma molti di loro soccombono.
Nella mente si svolge una battaglia fra processori paralleli, fino che uno di essi ha la meglio, e la sua elaborazione
verrà articolata come linguaggio. Eliminando l'Autore-Centrale e sostituendolo con il suo modello caotico del
Pandemonio, Dennett teorizza quindi un cervello che lavora secondo processi concorrenziali e non secondo processi di
pianificazione. La similitudine con la teoria libertaria dell'ordine spontaneo non potrebbe essere più evidente.
Intelligenza artificiale
Anche nel campo dell’intelligenza artificiale la teoria dell’ordine spontaneo trova ampia applicazione.
Infatti il metodo pianificatorio è poco efficace pure nella progettazione dei computer. Secondo
l’informatico e teorico Daniel Hillis
la progettazione tradizionale non funziona un granché quando è troppo complicata. Una macchina così complessa può
essere progettata anche con un approccio di tipo evolutivo, proprio come la natura ha fatto con noi. Ormai possediamo
calcolatori sufficientemente veloci per poter simulare un processo di questo genere: nulla vieta, quindi, di fare in modo
che programmi intelligenti si evolvano all’interno di un computer. Sono riuscito in questo modo a ottenere programmi
piuttosto complessi partendo praticamente dal nulla. Si inizia inserendo nel computer istruzioni casuali: questi
programmi cominciano a interagire, a competere, a fare sesso fra di loro e quindi a produrre nuove generazioni di
programmi. Se vengono inseriti in un mondo dove per sopravvivere bisogna risolvere un problema, in poche generazioni
cominciano a sviluppare abilità per risolverlo e in alcune centinaia di migliaia di generazioni a risolverlo perfettamente.
A me sembra che questo sia il giusto modo per realizzare una macchina pensante.
In base a questo metodo, i programmi informatici più complessi non vengono progettati a tavolino, ma
si creano le condizioni perché emergano dall’interazione di entità semplici. Ad esempio, per realizzare
un programma capace di mettere le parole in ordine alfabetico, Daniel Hillis non definisce per il
programma il metodo, la serie di passi tramite cui raggiungere l’obiettivo, ma ordina al software:
Salva il dieci percento dei programmi casuali che hanno svolto meglio il compito, uccidi tutti gli altri e fai in modo che i
programmi scelti si riproducano con un metodo di ricombinazione analogo a quello sessuale.
I programmi "figli" erediteranno così le caratteristiche positive dai propri genitori, e lo stesso
procedimento viene ripetuto più volte, per molte generazioni.
Ogni generazione si avvicenda con la successiva in pochi millisecondi […] così in pochi minuti riesco a simulare al
computer una evoluzione di milioni di anni. Alla fine otterrò un programma in grado di mettere le parole in ordine
alfabetico con un’efficienza molto maggiore di qualsiasi programma ideato a tavolino da un matematico. È un
algoritmo strano, misterioso: è capace di svolgere un compito, ma non sappiamo come. Possiamo solo dire che ha
ereditato questa abilità dalle generazioni precedenti, che sono state selezionate in base al loro maggiore o minore
adattamento a quel compito.16
Sembra di ascoltare Hayek – osserva acutamente Gugliemo Piombini (q.v. supra) – quando parla della
nascita non progettata di istituzioni sociali la cui utilità va oltre la comprensione immediata della
ragione.
Anche l’informatico Cristopher Langton, direttore del programma di vita artificiale al Santa Fe
Institute, fonda le sue ricerche sullo stesso paradigma dei software evolutivi.
Nella fase pionieristica dell’intelligenza artificiale […] i ricercatori si raffiguravano il cervello come un calcolatore
universale, prescindendo del tutto dalla sua particolare architettura biologica formatasi in millenni di evoluzione.
Tuttavia le differenze tra cervello e computer non possono essere ignorate: i nostri calcolatori sono dotati di un
controllore centrale che lavora secondo regole che vanno "dall’alto in basso". Il cervello, invece, opera secondo schemi
distribuiti, paralleli e che procedono "dal basso all’alto". È necessario allora che i nostri computer simulino questa
logica.
Langton dichiara di aver elaborato il suo piano di lavoro sulla base dell’osservazione dei sistemi
complessi che esistono in natura, come il sistema immunitario o le cellule viventi, dove non vi è un
singolo elemento che controlla tutto il sistema:
Vi sono certamente parti più importanti di altre, come il nucleo della cellula; ciononostante il sistema nel suo
complesso si evolve in modo autonomo. Anzi, questi sistemi non potrebbero sopravvivere se tutto dovesse essere
controllato da un unico organo centrale. La natura ha imparato a produrre organizzazioni senza aver bisogno di un
unico capo; le sue creazioni sono molto più robuste, adattative, flessibili e innovative delle nostre, che dipendono da un
controllore centrale.
Anche in natura l’ordine spontaneo è chiaramente operante. È dunque chiaro che il mondo
dell’intelligenza artificiale nella misura in cui si rifà al mondo naturale, ne segua/emuli i modelli
adattativi e d’ordine.
Etologia
La natura ci presenta strutture ordinate (termitai, alveari) che sorgono spontaneamente, dal basso. Il
formicaio è uno splendido esempio di organizzazione orizzontale e distribuita. Non c’è una formica che
comandi le altre o che abbia una visione dell’insieme sulla base della quale scegliere cosa fare. Ogni
formica ha in realtà un repertorio molto limitato di comportamenti ed ognuna svolge la sua mansione
interagendo sia con le altre formiche sia con la situazione ambientale circostante.
Considerando l’attività del formicaio nel suo complesso, restiamo colpiti dalla coerenza del tutto. Questo non dipende
da una singola formica, ma da una sorta di modello dinamico a cui si uniforma la popolazione: il comportamento
collettivo del formicaio in qualche modo eccede la somma dei comportamenti delle singole formiche.
Insomma, anche nel mondo animale l’ordine esteso, la Grande Società hayekiana, sembra essere
all’opera.
Urbanistica
«La città è come l’Universo». Nessuno l’ha costruita, l’abbiamo fatta tutti insieme: appartenerle
coimplica l’esserne co-autore. Una città non necessariamente presuppone un artefice, un Sindaco-
Pontifex-Maximus che abbia pensato, deliberato ed attuato le regole: essa si fa in gran parte da sé. Oggi
siamo abituati a pensare che senza un piano regolatore, deliberato da una autorità pubblica, come una
municipalità, una città non possa esistere, crescere e funzionare in modo organico. Tuttavia questa
prassi dei piani urbanistici e strutturali di sviluppo delle città, oltre ad essere una pratica affermatasi
recentemente nella low-making policy del governo locale, è spesso terreno fertile per l’arbitrio politico e la
corruzione. Esistono tuttavia sia città nate e perfettamente funzionanti senza una autorità municipale,
sia nate e cresciute senza un piano regolatore.
Un buon esempio di città non-pianificata è Huston. L’idea guida è che la pianificazione urbanistica
può essere lasciata tranquillamente ai privati, in un contesto in cui i diritti di proprietà sono pienamente
tutelati.
A Houston, dove la produzione urbanistica è stata affidata direttamente agli imprenditori privati, con risultati
superiori alle altre città americane comparabili, sia in termini di ambiente, sia in termini di moralità. Il sistema dei
piani regolatori presenta infatti il triste svantaggio di lasciare gli abitanti nell’incertezza riguardo il valore futuro dei
propri terreni e in balia delle imprevedibili decisioni politiche di maggioranze variabili e contingenti.
[…]
Gli uomini politici e gli amministratori ne beneficiano, perché dalla distribuzione di concessioni e licenze edilizie
acquistano voti e influenza, ma la corruzione che ne consegue è dilagante.17
L’esperienza di Houston dimostra che gli incentivi di mercato non sono affatto meno efficaci dei piani
regolatori nel favorire uno sviluppo armonico della città. Gli industriali, infatti, sono portati da ragioni
di convenienza ad impiantare i propri stabilimenti fuori città, lungo le arterie principali o le autostrade; i
proprietari di appartamenti e di negozi cercano di stabilirsi nelle maggiori arterie cittadine; le pompe di
benzina vengono installate negli incroci più trafficati.
I negozi che aprono all’interno di tranquilli centri residenziali avranno difficoltà a competere con quelli situati nelle
zone commerciali o dove la gente lavora, che possono godere di maggiore visibilità e movimento di persone; vi sono
comunque anche numerosi esercizi commerciali all’interno di quartieri abitativi, destinati a soddisfare la domanda
locale.18
In ogni caso, il diverso mix tra usi residenziali e usi commerciali di ogni zona riflette le esigenze del
residente-consumatore, esigenze che nelle città pianificate sono soffocate da quelle dei burocrati e dei
politici. Le attività disturbanti all’interno delle zone residenziali vengono impedite mediante restrizioni
contrattuali contenute negli atti di acquisto degli immobili, che prevedono l’impegno a non svolgere
determinate attività rumorose o inquinanti, a dipingere la casa in un certo colore, a tagliare l’erba del
giardino, e così via. In questo modo sono gli stessi abitanti di una zona a procedere alla sua
“regolamentazione”, che è oggetto di una volontaria accettazione e non di una imposizione politica.
Fatto degno di nota, per ben tre volte (nel 1948, nel 1962 e nel 1993) i tentativi di introdurre un piano
regolatore a Houston sono stati respinti dai cittadini con referendum.19
RIFLESSIONI SUL FENOMENO DELL’ORDINE SPONTANEO
LA Favola delle Api: il mio incontro con il fenomeno dell’ordine spontaneo
Nell’approcciare da un punto di vista filosofico il concetto di ordine spontaneo si è rivelata per me
fenomenale una favola. È la Favola delle Api scritta nel Settecento da Bernard Mandeville. Ho già
trattato diffusamente di questa favola in un mio precedente libro (Breviario Liberale) e non sto ad
insistere più di tanto.
Mandeville immagina un grande alveare popolato di api industriose e laboriose che in piccolo fanno
tutte le attività che facciamo noi umani: vanno al lavoro, producono, consumano, hanno gli stessi
bisogni che anche noi umani abbiamo. Siamo insomma di fronte ad una società libera ed industriosa,
che non è governata da un sistema oppressivo e che prospera e gode di tutte le ricchezze ed il benessere
di cui godiamo noi umani. Ogni ape persegue il particulare suo, fa i suoi interessi – fossero anche i più
viziosi ed inconfessabili – tuttavia questo va indirettamente a beneficio di tutto quanto l’alveare, della sua
economia: vizi privati, pubblici benefici; come guidato da una sorta di mano nascosta il sistema
funziona al meglio e come se vi fosse un grande direttore, un grande regolatore. In realtà il sistema
economico-sociale si autoregola in modo autonomo e senza che qualche soggetto voglia
intenzionalmente dirigerlo in questo o quel senso.
Ad un certo punto della favola Mandeville da avvio al suo “esperimento mentale”: su questo sistema
aperto, autonomo e “fondato” sul vizio, fa intervenire un agente esterno e studia gli effetti di tale
intervento. Questo agente non è altri che Giove, che indignato per la viziosità delle api, irrompe nel
sistema imponendo la sua legge.
Ma Giove, mosso da indignazione, alla fine giurò pieno d’ira di liberare lo schiamazzante alveare dalla frode; e lo
fece. In quello stesso momento, essa si allontana, e l’onestà riempie tutti i suoi cuori, e li mostra loro come appesi alla
forca, i delitti che si vergognavano di vedere, e che ora confessano in silenzio arrossendo per la loro bruttezza.20
In poche parole: l’intervento di Giove sortisce gravi effetti negativi sull’alveare, sulla società e sulla sua
economia. Di fatto questo intervento pur volendo ottenere un buono scopo ne ottiene uno pessimo:
tende addirittura a distruggere l’alveare. Una società chiusa in cui gli individui sono soggetti a gravi
limitazioni della loro libertà, dunque, semplicemente non funziona, deperisce.
La favola delle api ci offre una metafora della nostra società ed ha lo scopo di dimostrarci come una
Open Society, una società non governata da un sistema oppressivo, sia meglio di una Closed Society, una
società nella quale il governo determina ogni singolo particolare della nostra vita (esempi di questi
governi sono stati i sistemi fascisti e socialisti).
Fermiamo la mostra intuizione filosofica sullo schema che Mandeville mette in campo: egli
immagina due piani ontologici21
sovrapposti che rappresento nello schema seguente:
Nel piano superiore è contenuto Giove e nient’altro. Nel piano inferiore, l’ontologia che contiene le api
della favola, è contenuta tutta quanta la finita società delle api. Gli individui che operano sul mercato
(piano umano) che vendono, comprano, si scambiano, rubano dei beni sono, attraverso il sistema dei
prezzi, i soggetti che animano il mercato stesso. Senza gli individui, le api, non ci sarebbe alcun
mercato. L’ordine economico che sorge a questo livello è chiaramente spontaneo: il mercato animato
dalle api è un sistema finito e chiuso che deve la sua vitalità all’azione degli individui che ospita ed a
nient’altro.
Giove è un elemento estraneo a questo sistema. In un certo senso lo coglie “dall’alto” ma, e questo è
l’importante, non in tutta la sua complessità. Possiamo immaginare che Giove abbia una grande
razionalità, ed una grande facoltà conoscitiva, anche superiore estensivamente a quella umana e pure
tuttavia, come emerge chiaramente dalla favola di Bernard Mandeville, questa razionalità così sviluppata
non gli consente di cogliere, di conoscere tutti gli scambi economici e le loro condizioni in un solo
istante. Giove vede dall’alto ma non è onnisciente: è limitato. Tanto è vero che quando decide di
intervenire nella Grande Società imponendo la sua legge, imponendo che tutti la rispettino, imponendo
che tutti siano buoni e si comportino di conseguenza, non fa altro che un danno. Tende addirittura a
distruggere il benessere, la prosperità e la vitalità economica dell’alveare.
È proprio partendo da questa favola, dall’intuizione filosofica che ci offre, che ho derivato la mia
preferenza per il sistema del free market e per il liberalismo.
Ora intendo abbandonare la favola e procedere ad un più alto livello di astrazione. Adesso che
alcune idee sono in campo posso guardare alla realtà, agli esempi esposti nella parte 1 della ricerca per
tentare qualche considerazione filosofica di carattere generale sull’ordine spontaneo e sui suoi (molti)
nemici.
Un po’ di induzione
Ora che abbiamo messo in campo un certo insieme di idee o meglio di intuizioni teoriche, è venuto
il momento di rivolgerci alle “cose”. E le cose cui guarda questa ricerca sono i diversi esempi di ordine
spontaneo riportati nella prima parte del testo. Possiamo, guardando a questi fatti, scoprire qualcosa di
comune tra tutti? Cosa hanno in comune il mercato, la common low, gli organismi naturali, i moti
convettivi, le galassie, la mente, i programmi informatici frutto di evoluzione e le città “spontanee”?
Ovvio: tutti sono esempi di ordine spontaneo. Ma allora ecco la prima domanda filosofica che
possiamo porci:
(1) Cosa è un ordine spontaneo?
Per ordine si intende una certa configurazione degli elementi di un insieme che consenta – osservatane
una sezione – di inferire anche la conformazione di altre sezioni dell’insieme. Per poter avere un ordine
serve un sistema complesso di elementi che siano liberi di cambiare configurazione, di muoversi nello
spazio e nel tempo. Non dobbiamo pensare ad un ordine come ad un qualcosa di statico. Un cristallo è
di certo un buon esempio di ordine. Ma anche un organismo che muta nel tempo è un buon esempio di
ordine. Possiamo dunque estendere la nostra definizione di ordine integrando questo aspetto dinamico:
‘ordinato’ è anche un sistema che si evolve nel tempo.
È ovvio che una tale definizione di ordine implichi, in qualche modo, che vi sia una mente esterna al
sistema che lo percepisca e ne colga appunto l’ordine. Ci serve un uomo che guardi o che almeno
immagini di guardare.
Per spontaneo si intende “che si genera da sé”, “che si mantiene da sé”, che sorge “dal basso” ed ha in
sé l’energia per mutare, redirezionarsi, auto-correggersi. Un esempio eminente di spontaneità è il corpo
umano. Frutto di una lunghissima evoluzione è proprio durante questo percorso che ha definito il suo
status attuale di ordine dinamico, attraverso un lungo iter evolutivo. L’idea di spontaneità porta dunque
con sé l’idea di evoluzione nel tempo e di relazione con un ambiente. In altre parole perché nasca il
fenomeno della spontaneità serve che un ambiente (finito) ospiti il fenomeno “ordine-spontaneo”.
Proviamo ora a visualizzare un sistema chiuso che ospiti un ordine spontaneo. Per esempio una
Piastra di Petri che contenga una coltura di batteri. O pensiamo alla Terra vista dallo spazio, o ad un
condominio abitato da persone. Insomma ad una collezione (finita) di elementi (individui) che si
relazionano tra di loro creando un fenomeno ordinato e spontaneo. Ecco un possibile schema visivo
del concetto di ordine spontaneo:
I tre punti potrebbero rappresentare tre agenti che operano in un mercato. Le linee rappresentano i loro
scambi economici, le vendite e gli acquisti. Siamo di fronte ad un sistema finito e chiuso nel quale degli
individui sono liberi di operare. Lo spazio compreso nell’ellisse rappresenta l’ambiente (chiuso e finito)
nel quale gli agenti sono liberi di operare.
Da un punto di vista logico abbiamo qui a che fare con una ontologia. Ho già detto cosa intendo qui
per ontologia: un insieme di enti che sottostà ad una determinata definizione. Se dico per esempio “tutti
i cigni bianchi” avrò l’ontologia che contiene tutti i cigni bianchi. Se dico i batteri A, B e C avrò
l’ontologia dei batteri A, B e C. Il concetto di ontologia ci consente di operare una astrazione
importante sugli esempi contenuti nella prima parte della ricerca, estraendo gli elementi operanti che
partecipano alla formazione dell’ordine. Cerchiamo con uno schema di identificare tali elementi dai vari
esempi riportati.
Negli esempi di ordine spontaneo che abbiamo fatto nella prima parte del libro si distinguono, come
risulta evidente, due classi di elementi operanti che “formano” l’ordine spontaneo: o si tratta di
individui umani (o al più animali) oppure di “cose”.
Se sul fatto che siano individui umani a “fare”, ad animare, con la loro azione il mercato, la common
low e le città i dubbi sono pochi, qualche dubbio in più sembra esservi in due casi. Nel caso della
neuropsicologia propongo di trattare gli agenti mentali di Dennett come tanti humunculi, piccoli uomini,
ognuno dotato di una sua razionalità. Fatta questa assunzione è evidente che il modello Pandemonium
di Dennett rappresenta una astrazione di un collettivo di individui umani e dunque può ricadere nella
categoria “persone” e non “cose”. Nel caso dei moti convettivi e dei programmi evolutivi invece, credo
che nessuno obietterà che gli elementi operanti vadano catalogati come “cose”. Che i moti convettivi
siano presenti in natura è una cosa ovvia. Una difficoltà in più sembra esserci per i programmi evolutivi.
In questo caso è vero che abbiamo un uomo (il programmatore) che dà delle condizioni iniziali, degli
imput, ai programmi ma è anche vero che in seguito non interviene più nell’evoluzione e si comporta
insomma come un dio che dà il calcio iniziale e basta. In qualche modo se il modello Pandemonium era
una astrazione operata su un insieme di uomini, i programmi evolutivi sono una astrazione del – e sono
configurati sul – modello dell’evoluzione naturale.
Nel rispondere alla domanda “cosa è un ordine spontaneo?” siamo arrivati alla conclusione che, dal
punto di vista degli elementi costituenti, esistono due tipi ben distinti di ordini spontanei. Quelli
materiali e inanimati e quelli “vivi” e animati.
Spontaneità e non intenzionalità
Se possiamo dividere in due macrogruppi gli ordini spontanei, è chiaro che questa divisione ha delle
implicazioni precise. Pensiamo agli elementi che attivano gli ordini spontanei. Essi possono essere
elementi-umani oppure essere elementi-cose. Ed il discrimine peculiare tra uomo e cosa, che mi preme
qui mettere in luce, è il concetto di volontà. Quello che in fondo distingue un uomo da una cosa è che il
primo è dotato di volontà, di capacità volitiva di capacità di operare scelte, laddove le cose ne sono
totalmente prive. Ma una persona che vuole un determinato oggetto, che orienta i suoi atti in modo da
raggiungerlo, è una persona che ha delle intenzioni nel senso che agisce di proposito per ottenere quel
determinato oggetto. Ecco che allora la differenza tra uomo e cosa può essere da questo punto di vista
il possesso di intenzioni, di intenzionalità. Rivediamo il nostro schema distinguendo tra elementi
operanti privi di e dotati di intenzionalità.
Per gli ordini attivati da elementi privi di intenzionalità ci è naturale pensare che anche il fenomeno
ordinato che essi attivano sia non intenzionale, ovvero che l’ordine che esso esibisce non sia il frutto di
una deliberazione esplicita di qualche “superente” esterno – o interno – al sistema ordinato. Che
l’evoluzione naturale, i moti convettivi in natura, le galassie a spirale ed i programmi lasciati liberi di
evolversi siano buoni esempi di ordine spontaneo non-intenzionale è pacifico. È infatti naturale pensare
che le proprietà delle parti si proiettino sull’ordine, che esse vanno ad attivare. Pensiamo a degli atomi
coinvolti in un moto convettivo. I singoli atomi sono privi di intenzionalità, NON PROGETTANO di
muoversi in un modo piuttosto che in un altro. Eppure ad un certo punto si ritrovano coinvolti in un
moto ordinato che sorge spontaneamente proprio dal loro casuale e non-intenzionale moto caotico. La
mancanza di intenzione degli elementi operanti di un sistema ci rende più disposti a credere che
l’aspetto ordinato esibito a livello di insieme (livello macro) non sia il frutto di una grande mente, di un
grande architetto, ovvero di intenzionalità.
Per gli ordini costituiti da individui umani o da agenti dotati di intenzionalità le cose stanno in modo
del tutto diverso. In questo caso siamo naturalmente spinti a credere che l’ordine che questi elementi
attivano sia, in qualche modo, il frutto delle singole, individuali, elementari intenzioni esibite dagli
elementi che attivano l’ordine spontaneo. In questo caso pensiamo, ad esempio, che essendo il mercato
attivato da uomini (dotati di intenzioni), allora anche il mercato esibisca una razionalità che risponde in
qualche modo a queste intenzioni. Tendiamo a pensare anche in questo caso che il fenomeno ordinato
mantenga le caratteristiche che gli elementi attivatori esibiscono. Pensiamo insomma che essendo il
mercato una cosa attivata dagli uomini, dalla loro intenzionalità, sia una cosa fatte dagli uomini ovvero
che esibisca una razionalità esplicitamente deliberata.
F. A. von Hayek chiama costruttivismo, questo modo sbagliato di vedere le cose, un grande errore
che tuttavia gode di universale successo. Il pensiero costruttivista, che è possibile chiamare anche
positivista, illuminista, vede gli ordini spontanei come il frutto di deliberazioni razionali e intenzionali
prese dagli uomini che in qualche modo si sarebbero accordati per costruire questi ordini. È chiaro che
in questo modo di ragionare viene meno del tutto il concetto di spontaneità: se l’ordine del sistema di
elementi risponde nella sua razionalità esibita a deliberazioni prese dagli elementi componenti – dotati
di intenzioni – l’ordine risultante non può essere definito ‘spontaneo’ ma sarà appunto ‘artificiale’,
intenzionale. Il razionalista-costruttivista non capisce che molti fenomeni ordinati di vitale importanza
si producono e funzionano spontaneamente. È costruttivista chi indebitamente e spesso in maniera
emotiva o impressionistica, proietta le proprietà degli elementi che compongono un complexus
sistemico, sull’intero complexus, percorrendo la china scivolosa – ma spesso “esplicativamente” molto
più allettante, rassicurante e “smart” di una serio approccio teorico al problema della complessità – del
cortocircuito epistemologico tra livello micro e livello macro. Questo fatto è in particolare evidente nel
caso di ordini spontanei “animati”, ovvero attivati da elementi dotati di intenzionalità: è proprio qui che
le cose non stanno come il costruttivista crede. L’ordine a livello macro in questo caso è certamente il
frutto di tante singole deliberazioni intenzionali a livello micro, ma ne è la conseguenza non
intenzionale. Non c’è nessuno che fa andare il mercato per il meglio: il mercato, come già detto, si
autoregola spontaneamente attraverso il sistema dei prezzi, e l’ordine che esso esibisce, la “razionalità”,
la “bellezza” che esso espone, non è affatto il prodotto delle azioni compiute dagli agenti che in esso
operano.
Il flusso senza sosta di ordini spontanei, e la continua insorgenza di conseguenze inintenzionali di
azioni intenzionali avviene per le tre seguenti ragioni:
1. perché le conseguenze di un’azione umana sono infinite al pari delle conseguenze di una teoria scientifica;
2. perché infinite sono le possibili interazioni tra le diverse conseguenze delle differenti azioni umane, cioè perché infiniti
sono i possibili incontri casuali di catene causali indipendenti;
3. perché in sistemi aperti a flussi di informazioni vengono moltiplicate le possibilità delle iniziative e, quindi delle
interazioni.22
È evidente che questo approccio indaga il rapporto tra elementi operanti e fenomeno complesso dal
punto di vista della relazione causa/effetto. Ma c’è un altro punto di vista euristicamente proficuo:
quello del rapporto tutto/parti che può essere senz’altro utile nella nostra ricerca.
Tutti panici, Tutti olistici ed emergenza
Vedere da costruttivisti il rapporto individui/ordine significa, come visto, credere in fondo che le gli
individui operanti costruiscano letteralmente facciano gli ordini spontanei. Come se l’ordine spontaneo
fosse un puzzle composto di parti. Come se fosse un tutto fatto di parti.
Naturalmente siamo portati a credere che le proprietà delle totalità siano derivate dalle proprietà
delle parti componenti. È quello che pensiamo quando riteniamo il mercato frutto delle tante
intenzionalità degli agenti che lo attivano. Ma appunto questo modo di pensare è sbagliato per le ragioni
già esposte, in particolare perché non coglie la natura della complessità in gioco. E questo modo di
pensare vede le totalità come dei “tutti panici”, ovvero dei “tutti” che hanno le stesse proprietà delle
parti componenti.
C’è tuttavia un altro modo di intendere i collettivi che ci può avvicinare ad una migliore
comprensione dell’ordine spontaneo. Esistono, anche se sono meno intuitivi e più distanti dal common
sense, dei “tutti olistici”. Ovvero dei “tutti” che, come si usa dire, eccedono le parti. Se pensiamo ad un
oggetto fisico macroscopico esso è, rispetto agli atomi che lo compongono, un tutto olistico. Gli atomi
non hanno colore e forma, gli oggetti sì. Bene. Pur essendo sbagliato, credo, pensare al rapporto
elementi-operanti/fenomeno-ordinato sotto la categoria parti/tutto, la nozione di proprietà che
“eccede le parti” ci può essere utile nell’indagare la genesi dell’ordine spontaneo.
Se pensiamo al fenomeno dell’ordine spontaneo sotto la categoria di causa/effetto, oltre che sotto la
categoria del rapporto parti/tutto, possiamo ora introdurre, e prendere in esame, la nozione di
emergenza.
Storicamente, l’emergentismo nasce come tentativo di trovare una “via di mezzo” tra posizioni epistemologiche
contrapposte: meccanicismo e vitalismo; monismo materialista e cartesiano dualismo; oggettivismo scientista e
soggettivismo umanistico. La convinzione che l’emergentismo possa risolvere tali annose “dispute” si basa sul fatto che
il concetto di emergenza sembra in grado di precisare scientificamente l’antica idea secondo cui "una totalità è maggiore
della somma delle sue parti.23
L’ordine spontaneo sarebbe definibile dunque come fenomeno emergente o epifenomeno. Per chiarire
bene cosa significhi possiamo pensare alla filosofia della mente. Per i riduzionisti la mente è riducibile a
certi stati fisiologici del nostro cervello: sussisterebbe una corrispondenza biunivoca tra stati del cervello
e stati della mente. Per i razionalisti come Cartesio la mente è una sostanza a sé ben distinta dal cervello
che è parte del corpo. Tra riduzionismo e razionalismo si colloca l’emergentismo: la mente è certamente
un fenomeno che emerge dal cervello – contro Cartesio – ma non è riducibile ad alcuno stato specifico
del cervello – contro il riduzionismo. In altre parole un fenomeno emergente ha una sua autonomia.
Ed è inoltre evidente come per avere un fenomeno emergente sia necessario avere una base materiale
che ne consenta la genesi e che abbia raggiunto un certo grado di complessità. Ecco perché ho preferito
dire che gli elementi operanti attivano il fenomeno complesso piuttosto che lo costruiscono.
Due modelli di razionalità
La common sense view ritiene che se c’è un ordine qualcuno deve averlo fatto. La nozione di ordine e la
nozione di spontaneità sembrano in altre parole essere in contraddizione. Tendiamo cioè a pensare che
laddove c’è ordine, sia intervenuto Qualcuno che con la sua ragione, sia intervenuto a “sistemare” le
cose così-e-così. Le cose non stanno così. Come abbiamo già messo in luce l’ordine può anche sorgere
spontaneamente senza che nessuno lo abbia creato.
Oltre al grave errore costruttivista rischiamo di compiere un grave errore razionalista. L’equazione
ordine = razionalità, funziona solo a patto di introdurre una nuova nozione di razionalità. Una razionalità
“naturale”, la razionalità appunto dell’ordine spontaneo. Gli antichi greci avevano due termini per
esprimere il concetto di ordine: ‘cosmos’ e ‘taxis’.
Un ordine cosmico sorge spontaneamente dal caos, come naturale evoluzione del dis-ordine che
caratterizza lo stato caotico. Un cosmos è appunto un ordine spontaneo.
Taxis è al contrario l’ordine creato da una mente razionale, cioè umana, che ha deciso di sistemare le
cose così-e-così. Ora, è interessante notare il fatto che noi esseri umani tendiamo il più delle volte a
proiettare la nostra razionalità “tattica” su tutti quanti i fenomeni sociali e naturali che esibiscano un
aspetto o un comportamento ordinato. Tendiamo a non cogliere la spontaneità e la non razionalità di
tanti fenomeni che ci si presentano. Tendiamo a non capire che molto spesso comportamenti
complessi e ordinati non sono il frutto di un’attività raziocinante.
Proiettare la nostra razionalità tattica su quella naturale e cosmica, ci spinge infine ad andare a caccia
di responsabili, o di “colpevoli”, artefici/architetti degli ordini spontanei. Allora ad esempio, dietro alla
perfezione degli organismi biologici si sarebbe il Piano di un Creatore divino che ha disposto che le
cose andassero in questo modo. È l’intelligent design.
Riportiamo al tabella con i vari esempi di ordini spontanei, segnalando “il colpevole”, la “big
mind”che il common sense, spesso andando a braccetto con filosofi mainstream, ritiene responsabile
dell’ordine spontaneo specifico.
Come è evidente dallo schema per il common sense i responsabili possibili sono in fondo due: la
razionalità umana, che viene “tirata in ballo” per spiegare tutti gli ordini spontanei tra le cui cause ci
siano appunto degli uomini, e la razionalità divina, che viene chiamata in causa come Intelligenza che
governa il cosmo, che applica continuamente le leggi della fisica e che presiede provvidenzialmente ai
buoni esiti dei processi evolutivi.25
È evidente che lungo questa china scivolosa di fallacie epistemologiche e logiche, si genera e si radica
una sorta di Teoria Cospiratoria26
che consiste nell’andare a caccia di responsabili o colpevoli e dove
non si trova qualche entità a cui imputare la responsabilità o il merito di un determinato fenomeno
ordinato si inventano “ragioni”, o entità astratte, per rendere le cose spiegabili semplicemente, e
rassicurare ragioni impazienti e bisognose di spiegazioni che spiegando tutto bene e semplicemente,
hanno la consistenza epistemologica delle favole rassicuranti raccontate ai bambini, per tranquillizzarli,
prima che cali la notte.
Ordine ed entropia
Quando abbiamo detto che il common sense vede l’ordine come qualcosa che richiede lavoro per essere
posto in atto e mantenuto, abbiamo detto comunque qualcosa di importante. È in effetti vero che,
come ci spiega la Termodinamica, i sistemi chiusi evolvono naturalmente verso il caos. Ecco una
formulazione del secondo principio della termodinamica:
IL SECONDO PRINCIPIO ASSERISCE CHE L’ENTROPIA DI UN SISTEMA ISOLATO LONTANO DALL’EQUILIBRIO TERMICO
TENDE A SALIRE NEL TEMPO, FINCHÉ L’EQUILIBRIO NON È RAGGIUNTO.
In fisica l’entropia è una grandezza che viene interpretata come una misura del disordine di un sistema
fisico o più in generale dell’universo.
In base a questa definizione si può dire, in forma non rigorosa ma esplicativa, che quando un sistema passa da uno
stato ordinato ad uno disordinato la sua entropia aumenta.24
Ecco che allora intuitivamente saremmo portati a concludere che quando un sistema chiuso passa da
uno stato disordinato ad uno ordinato la sua entropia complessiva diminuisca, il suo grado d’ordine
complessivo aumenti. Jaques Monod in un passaggio dell’argomentazione pubblicata in Caso e Necessità
critica proprio questa visione. Nel ribattere alle obiezioni dei creazionisti, i sostenitori dell’intelligent
design, che portano spesso a sostegno delle loro tesi creazioniste o telefinaliste la meravigliosa
complessità struttural-funzionale degli organi del corpo umano, arriva ad una conclusione, a mio parere,
illuminante. Consideriamo una cellula per un istante. Se valgono le leggi della termodinamica ed il fatto
che i sistemi spontaneamente evolvono verso il caos, come ci possiamo spiegare l’esistenza di un
nucleo, di un DNA, dell’RNA o dei vacuoli, ovvero di strutture altamente complesse e ordinate, oserei
dire “belle”, senza ammettere la presenza di un Dio Creatore che abbia progettato, come un orologiaio,
l’intera struttura cellulare? Monod ha in serbo una obiezione fatale contro tali argomenti dei
creazionisti: se è vero che nel corpo esistono strutture altamente ordinate, è anche vero che nel corpo
esistono sistemi altrettanto disordinati. Nella cellula, il citoplasma cellulare è una struttura che ha
propriamente queste caratteristiche. È uno dei bacini di caos, o BACINI ENTROPICI che nel
complesso consentono di riequilibrare l’intero sistema verso l’aumento del caos: ad un aumento
puntuale dell’ordine di qualche struttura di un sistema corrisponde un aumento globale del tasso di
disordine del bacino entropico che è in relazione con tali strutture ordinate.
Abbiamo detto che ogni fenomeno di ordine spontaneo accade in un sistema che possiamo pensare
per semplicità come isolato. È ovvio che a conti fatti l’unico sistema veramente isolato è l’Universo e
che il bacino entropico vero è forse da individuare nello spazio interstellare. Ogni ordine spontaneo si
svolge dunque in un ambiente che costituisce il suo bacino entropico. Se siamo giunti alla conclusione
che un aumento locale dell’ordine non configge con un aumento globale del disordine grazie
all’esistenza di bacini entropici, resta ancora una domanda da porsi, forse la domanda di questa ricerca:
Come può emergere l’ordine dal caos?
Come fanno i fenomeni ordinati ad emergere da uno stato di cose, o da un cursus rerum caratterizzato
dalla carenza di un ordine prevalente o manifesto.
L’evoluzione dal caos all’ordine
L’ordine emerge evolutivamente dal caos. Si genera, si struttura e si mantiene nel corso di un processo
evolutivo. Secondo la definizione di Jean Piaget per ‘evoluzione’ dobbiamo intendere un fenomeno che
presenta due aspetti:
EVOLUZIONE = ASSIMILAZIONE + ACCOMODAMENTO.
Nel passaggio assimilativo la struttura in corso di evoluzione (ad esempio il corpo di un essere vivente)
accoglie in sé stessa alcuni elementi che fanno parte del suo ambiente, li ospita nel suo corpo. Nella fase
di accomodamento è la struttura in corso di evoluzione che si adatta all’ambiente esterno tenendo
conto della sua nuova configurazione.
Pensiamo ad una struttura ordinata – il DNA – che si è evoluta nel tempo. Dapprima ci sarà stato un
incontro casuale di alcune molecole che legandosi del tutto casualmente avranno dato origine ad una
primitiva struttura caratterizzata da un grado d’ordine molto semplice. Possiamo anzi pensare a tante
forme di molecole semplici associate in competizione tra di loro. Tra tutte queste primitive strutture
ordinate sarà emerso gradualmente quella più flessibile e più capace di adattarsi all’ambiente esterno.
Quella più “capace” – in modo ovviamente a-razionale – di “estrarre” dall’ambiente le migliori
particelle, e quella più capace di accomodarsi ad esse.
La proposta che avanzo è la seguente: un sistema ordinato è caratterizzato dal contenere un certo tasso
di informazione in forma appunto ordinata. Pensiamo ad un tessuto che è costituito da uno schema di
fibre razionalmente disposte. I bacini entropici al contrario contengono informazione in forma
degradata, in forma non-ordinata. Ecco che allora per passare da uno stato d’ordine inferiore o
primitivo ad uno superiore o complesso le strutture ordinate createsi casualmente devono aver avuto la
capacità di estrarre e organizzare dal loro ambiente dell’informazione di buona qualità (magari
associandosi con altre strutture ordinate) e di estendere a questi elementi in modo flessibile e dinamico
il tipo d’ordine che le caratterizzava.
Da questo punto di vista è l’informazione la chiave di volta dell’evoluzione. Il passaggio locale dal caos
al cosmos avviene grazie alla capacità dei sistemi ordinati di estrarre buona informazione dal loro
ambiente.
8
Ordine spontaneo e informazione
Se come già detto la chiave di volta per il passaggio dallo stato caotico a quello ordinato è
l’informazione e la capacità degli ordini spontanei di estrarre informazione dal loro ambiente è cruciale,
è evidente che il mantenimento in essere di un ordine spontaneo richiede un continuo apporto di
“energia informativa” per essere mantenuto. In altre parole per rimanere attivo un ordine ha bisogno
di un continuo lavoro in tal senso. Ma creare ordine – per la legge dell’entropia – significa, come già
detto produrre disordine in un’altra parte del sistema.
Quello che possiamo chiederci qui è quali agenti, nei diversi esempi di ordini spontanei, siano in grado
di coagulare, raccogliere e coordinare informazione. Tentiamo sempre con uno schema induttivo di
mettere a fuoco questo punto.
SETTORE
DI
RICERCA
ELEMENTI
OPERANTI
FENOMENO
ORDINATO
AGENTE
INFORMATIV
O
Economia Individui mercato uomini
Diritto Individui common low uomini
Biologia Geni esseri viventi codice genetico
Fisica Atomi moti convettivi molecole
Cosmologia Atomi galassie
“a spirale”
corpi celesti
Neuropsicologia agenti
mentali
comportamento humunculi di
Daniel Dennett
Intelligenza
Artificiale
programmi
“stupidi”
programmi
evolutivi
codici software
Etologia insetti
“stupidi”
termitaio
animali
Urbanistica Individui città uomini
Siamo ancora una volta di fronte alla dicotomia uomini/cose. Restringiamo ora il campo dell’analisi a
due fenomeni ordinati che ben rappresentano e riassumono questa dicotomia per tentare di
generalizzare in seguito.
1. Mercato. Sul libero mercato sono gli uomini gli agenti che determinano, seppure in senso non-
lineare, l’esito dei flussi informativi. Si è già sottolineato come il sistema dei prezzi sia un
meccanismo di coordinamento delle informazioni disperse tra gli agenti del mercato. Se io sono
un produttore è dalla mia capacità di leggere i mutamenti del mercato (per esempio una
determinata variazione della domanda) che dipende il mio successo economico rispetto agli altri
agenti economici. La mia capacità di interpretare i segni che il mercato mi offre mi consente di
battere i miei concorrenti e di guadagnarci più di loro.
2. Esseri viventi. Nel caso degli esseri viventi è il codice genetico di ogni individuo ad essere il
depositario dell’informazione su cui si regge quell’ordine spontaneo che è la vita di un
organismo. Non possiamo come evidente attribuire una razionalità ai geni, dire che
esplicitamente i geni maneggino informazione. La situazione è parzialmente diversa. Quando ad
esempio il DNA si replica è come se chiamasse a raccolta tutte le molecole necessarie a tale
fenomeno dal resto del nucleo e le risintetizzasse in modo ordinato. Cioè nel processo di mitosi,
ad esempio, il DNA ha la capacità di estrarre, coordinare e sintetizzare nuove molecole, di
produrre cioè nuova informazione estrapolandola dal milieu cellulare.
Cose/uomini, geni/intelletto. È questa la dicotomia che sembra ora emergere dalla presente ricerca.
Anzi cose che si comportano come se fossero agenti in grado di manipolare informazione. Credo che
sia proprio la capacità di manipolare informazione che gli agenti informativi che attivano ordini
spontanei hanno, a consentire allo spontaneous order di sopravvivere. E come visto estrapolare
informazioni dal contesto-ambiente dipende ovviamente dalla capacità di riferirsi a tale contesto, cioè
dalla CAPACITA’ REFERENZIALE.
Un agente, sia esso cosa o persona, ha una determinata capacità referenziale se ha un certo tasso di
capacità induttiva. La capacità induttiva di un individuo è in sostanza la sua capacità di riferirsi alla realtà
in cui vive o in cui si trova. E se un agente ha la capacità di “conoscere” il suo habitat o il suo mileu ha
evidentemente anche la possibilità di estrarre e coordinare l’informazione dispersa nell’ambiente.
9
Percettori esterni
Abbiamo detto che perché si dia un ordine spontaneo, serve qualcuno che da fuori guardi un sistema,
ne percepisca l’organicità e la possa descrivere. È il solito problema filosofico: se nessuno guarda niente
esiste. Questo vale anche per identificare e riconoscere un fenomeno auto-ordinante.
Questo qualcuno che guarda da fuori è molto importante per lo sviluppo successivo della ricerca.
Tornando per un momento alla Favola delle Api di Bernard Mandeville voglio riportare quel primitivo
schema ontologico dal quale siamo partiti.
Nella Favola delle Api il point of view dal quale si coglie il Grande Ordine della Grande Società delle api è
niente meno che quello divino. In fondo anche i primi economisti del ‘700, pensiamo ad Adam Smith,
quando si raffiguravano il sistema economico e scoprivano il fenomeno della mano invisibile
guardavano dall’alto tutto il sistema, come se ne fossero fuori. Se Smith avesse adottato il point of view
del ciabattino di Oxford Street a Londra, non avrebbe mai potuto rappresentarsi o intuire nella sua
complessità il sistema economico, non avrebbe neppure tentato di cercarne le leggi, ma avrebbe
solamente visto una sottosezione infinitesimale del mercato.
Ma se essere fuori da un sistema che attiva l’ordine spontaneo è una condizione necessaria per capire il
funzionamento del sistema, ciò non significa che sia sufficiente. In fondo il Giove mandevilliano, pur
guardando il sistema dall’alto, non pare aver compreso molto come funziona il sistema della Grande
Società, non ha colto le dinamiche ed i delicati equilibri che la animano.
Ma è possibile che un agente esterno conosca nella sua grande complessità in un dato istante t0 un
sistema complesso di elementi che genera un ordine spontaneo?
Riprendendo brevemente la distinzione popperiana tra mondo 1(reale) mondo 2(mentale) e mondo
3(ideale), in quale dei tre mondi è corretto collocare la nozione di ordine spontaneo? Chiaramente al
mondo 3 il mondo delle idee. L’atto di conoscenza che consente di identificare/cogliere il fenomeno
dell’ordine spontaneo appartiene invece al mondo 2 (il mondo, in estrema sintesi, di quello che “ci
succede in testa”). Poiché le capacità conoscitive degli uomini sono limitate è chiaro che anche la
conoscenza del mondo 1 è limitata. Più ci concentriamo su una sezione di un sistema complesso, cioè più
mettiamo in atto processi di conoscenza intensiva, più perdiamo d’occhio il sistema nella sua globalità.
La conoscenza intensiva limita quella estensiva e viceversa. Questo perché le nostre risorse conoscitive
sono limitate. Ma se anziché ad essere io da solo che guardo fossimo in tanti? Io credo che saremmo
sempre troppo pochi per cogliere un sistema nella sua complessità. Immaginiamo di radunare 6 miliardi
di uomini e di metterli al posto di Giove. È chiaro che nasce un problema di prospettiva. Il punto di
vista di due persone non può essere lo stesso, ed inoltre le rappresentazioni dei soggetti, che sono enti
pertinenti al mondo 3, si riverberano sul modo di conoscere il mondo 1. Quindi non essendo possibile
l’osservazione tout court non è nemmeno possibile una conoscenza univoca e obiettiva degli ordini
spontanei. In altre parole: essendo molto complessi i sostrati elementari che attivano gli ordini spontanei
non sono conoscibili esaustivamente né intensivamente né estensivamente. E soprattutto, ribadisco,
non può darsene una conoscenza contestualmente completa e sul lato intensivo e sul lato estensivo.
10
Agenti esterni
Come ho cercato di evidenziare, sono profondamente convinto del fatto che i fenomeni complessi che
presentano le caratteristiche degli ordini spontanei funzionino per il meglio se lasciati assolutamente a
sé stessi. Questo innanzitutto perché intervenendo in essi, date le nostre limitate capacità conoscitive,
non sappiamo realmente prevedere quali effetti sortiranno le nostre azioni.
Dobbiamo insomma evitare di “fare come Giove” di causare danni gravi ed irreversibili, seppur con le
nostre migliori intenzioni. Abbiamo già parlato dell’errore costruttivista e di quello razionalista.
Entrambi questi errori li possiamo imputare ad una interpretazione in senso solo “tattico” della
razionalità. Pensare che il tutto ha le proprietà delle parti e che se c’è un ordine qualche agente razionale
deve pure averlo istituito è pensare al fenomeno dell’ordine con una logica tattica: qualcuno di esterno
al sistema ordinato deve aver architettato tutto e averlo congegnato per il meglio.
Eppure la realtà fin qui esaminata ci offre tanti esempi di persone, authorities o entità che il senso
comune pensa possano (o debbano) intervenire (o essere intervenuti) negli ordini spontanei, con i più
svariati strumenti, per le più svariate ragioni e che si apprestano a commettere il grave “errore di Giove”.
Tuttavia se gli agenti esterni intervengono in un ordine spontaneo, rompono prima di tutto il rapporto
tra ordine spontaneo e bacini entropici interni al sistema. Inoltre quando un agente esterno interviene in
un ordine spontaneo, operando un intervento “tattico-razionale” spezza quel delicato equilibrio che
l’ordine aveva “saputo” creare nel rapporto con il suo ambiente, quella sottile linea che divide il caos dal
cosmos e così facendo devasta l’ordine spontaneo. E lo fa come detto per carenza di informazioni: la
conoscenza che si può avere di un fenomeno altamente complesso è per forza di cose sempre molto
limitata, lacunosa e parziale.
11
Conclusioni
Poiché ho cercato, con la mia intuizione filosofica, di mettere a fuoco il concetto di ordine spontaneo,
credo sia giusto in conclusione ribadire la conclusione fondamentale alla quale ritengo di essere giunto.
Gli ordini spontanei sono fenomeni altamente complessi che, per una serie di ragioni, hanno la capacità
di estrarre informazione dal loro contesto. Quello che NOI possiamo sapere di questi fenomeni
altamente complessi è che essi funzionano al meglio se lasciati operare in maniera autonoma ed
autocibernetica, poiché qualsiasi intervento esterno non può che abbassare la complessità di tali sistemi,
proiettando ed imponendo, una razionalità tattica su un fenomeno cosmico, e deteriorandone proprio
le proprietà di autoregolazione.
Note
1. Richard G. Lipsey, Introduzione all'economia, Etas, 1987.
2. Richard G. Lipsey, Introduzione all'economia, Etas, 1987, pag. 64. Per questo capitolo faccio
completamente riferimento al testo di Lipsey; le citazioni successive sono tratte dal capitolo 5
del testo di Lipsey.
3. Gli economisti usano il termine RIALLOCAZIONE DELLE RISORSE per far riferimento ad un
cambiamento nell'uso delle risorse nel sistema economico.
4. Grassetto mio.
5. Da Wikipedia, voce SPONTANEOUS ORDER.
6. Alberto Mingardi, pubblicato sul quotidiano Libero del 21/11/2007. Tratto dal sito internet dell'Istituto
Bruno Leoni.
7. Ibidem.
8. Ibidem.
9. Ibidem.
10. Guglielmo Piombini, L’ordine spontaneo nelle nuove rivoluzioni scientifiche, 1997.
11. Grassetto mio.
12. Guglielmo Piombini, L’ordine spontaneo nelle nuove rivoluzioni scientifiche, 1997.
13. Ibidem.
14. Guglielmo Piombini, L’ordine spontaneo nelle nuove rivoluzioni scientifiche, 1997.
15. Ibidem. Tutte le citazioni del presente capitolo sulla neuropsicolgia e del successivo sull’intelligenza
artificiale sono tratti dal testo citato di Guglielmo Piombini, disponibile liberamente sul web.
16. Grassetti miei.
17. Dal sito internet www.liberanimus.it .
18. Ibidem.
19. Ibidem.
20. La Favola delle Api, Laterza, a cura di Tito Magri, 2007.
21. Per piano ontologico intendo una ontologia formata da enti dello stesso tipo. La semantica model-
teoretica offre una chiara definizione della nozione di ontologia, qui intesa in senso non formale.
22. Dario Antiseri. Vedi Nicola Pionetti, Breviario Liberale.
23. Da Wikipedia, voce “emergenza” o “emergentismo”.
24. Da Wikipedia, voce “entropia”.
25. È inoltre evidente che la razionalità divina sia interpretabile e/o modellata come proiezione di quella
umana, configurando una sorta di Grande Mente, che dirige in senso tattico l’Universo. Quindi che
l’unico colpevole sia in fin dei conti l’Uomo.
26. La nozione è di Ludwig von Mises.
2
RIFLESSIONI LIBERE SULLA
TEORIA GENERALE DEI SISTEMI
[2012]
A
COSA È E A CHE SERVE LA TEORIA DEI SISTEMI
1
Definizioni e (quasi) assiomi?
Un sistema è un collettivo di elementi in interazione reciproca che può, sotto determinate
condizioni, esprimere certe proprietà o configurazioni generali (dette emergenti) proprio grazie
all’interazione dei suoi elementi. Data questa generalissima definizione di sistema che vuole essere
sufficientemente ampia e “capiente” per “catturare” alcuni modelli teorici utilizzati in economia,
psicologia, scienze politiche ed ecologia (per limitarci a questi campi di ricerca), possiamo già fare
alcune osservazioni di natura concettuale.
1. Gli elementi possono essere di qualsiasi tipo: possono essere corpi materiali, enti immateriali,
cose visibili come gli individui operanti sul mercato, o enti non empiricamente accertabili come
i contenuti mentali, i concetti, le idee, i significati. Ancora possono essere considerati alla
stregua di punti inestesi o di strutture permeabili ai flussi informativi, elettrici, di liquidi, agli
scambi di energia. O infine possono essere dei sistemi. Avremo dunque la possibilità di
analizzare ad un alto livello di astrazione il comportamento di “sistemi di sistemi” oltre che di
“sistemi di elementi semplici” e di comporre e studiare sistemi di qualsiasi generalità. I sistemi
possono inoltre essere omogenei se gli elementi che li compongono sono tutti della stessa
natura o aventi lo stesso principio di funzionamento, mentre possono anche essere eterogenei
se composti d elementi di natura differente: il corpo umano sarà un sistema eterogeneo di
sistemi (immunitario, circolatorio ecc...) e di componenti funzionali (cellule, tessuti, organi).
2. Pure sulle interazioni non poniamo in questa sede alcuna restrizione. Un’interazione può essere
vista o come uno scambio di qualcosa (pacchetti di informazioni, di energia, di materia) a cui gli
elementi devono essere in qualche misura “penetrabili”, oppure in modo più astratto come una
interazione non mediata da un veicolo (interazioni a distanza e simili). Porre qui delle restrizioni
sulla natura delle interazioni sarebbe sterile e ci costringerebbe a porre delle conseguenti
restrizioni sul tipo di elementi “catturabili” dal nostro schema teorico: se le interazioni fossero
mediate da, per esempio, flussi di materia, allora dovrei per forza di cose considerare gli
elementi dei sistemi come strutture di un certo grado di complessità, ma non intendo restringere
solo ad elementi d questo tipo la mia indagine. Inoltre si ha che le interazioni possono essere
fisicamente rilevate, con un hardware, per esempio se costruisco una rete elettrica con dei nodi
e la irroro di corrente, o questo supporto fisico può non esservi affatto come quando ad
interagire, sono elementi in moto libero. L’hardware per esempio una struttura “a rete” ha il
pregio di rendere studiabili, direi misurabili, le interazioni, ma comporta un abbattimento
generale del coefficiente d’interazione libera degli elementi, e conseguentemente un forte
downgrading dei comportamenti emergenti.
Se il lettore è già avvezzo a trattare con le proprietà emergenti dei sistemi complessi, sarebbe qui
inopportuno trattare in breve questo concetto; se non lo fosse ancora, sarebbe prematuro. In
un’indagine preliminare sul concetto generale di sistema non necessariamente rientra una trattazione di
cosa sia una “proprietà emergente”. Ma che cosa siano elementi ed interazioni, in questa sede, è stato
opportuno introdurlo. Infatti un sistema può esprimere un comportamento emergente, la cui
individuazione e definizione è in larga misura osservatore-dipendente, ma può anche non farlo. E
inoltre la natura di tali emergenze è molto dissimile nei differenti campi teorici in cui il paradigma
sistemico è applicato con sucesso. Ma la definizione di sistema data – SISTEMA = ELEMENTI +
INTERAZIONI – costituisce un terreno comune di grande astrattezza e precisione nel quale le varie
discipline possono parlarsi e “capirsi”.
2
Lo statuto logico della teoria generale dei sistemi
Nel suo fondamentale libro sulla Teoria Generale dei Sistemi von Bertalanffy sceglie uno dei
due approcci possibili alla sistemica: passare in rassegna varie discipline dalle più “scientifiche” alle più
“umanistiche” in modo da fare emergere, quasi come in un gioco proiettivo o induttivo, l’impronta
sistemica comune che tutte queste teorie hanno in comune. Io avrei l’ambizione di tentare il secondo
approccio: partire dalla teoria sistemica “astratta” e giungere alle sue applicazioni. Non che sia nelle
condizioni di dare quella sistemica assiomatica su cui altri autori citati da Bertalanffy hanno lavorato:
non ne ho ora le capacità, esula dagli scopi della presente ricerca, e non mi parrebbe neppure così utile
divulgativamente. Ma non voglio per questo venir meno ad un rigore che anche una teoria
interdisciplinare, e ancora in via di definizione, come la sistemica deve avere. Ciò detto passo subito a
chiarire che rapporti intratterrebbe questa “metateoria” con le singole teorie disciplinari sistemiche tipo
l’economia-sistemica, l’ecologia-sistemica, la psicologia-sistemica e così via. È come se dovessi risolvere
una proporzione del tipo:
SISTEMICA GENERALE : SISTEMICHE PARTICOLARI = X : Y
In altre parole ci stiamo chiedendo: quale è lo statuto logico della teoria dei sistemi? È una metateoria?
È un set assiomatico? È un paradigma kuhniano? È una moda teorica? O cos’altro?
Proprio per la sua natura di scienza che nasce all’intersezione, ma anche al limite delle singole
discipline, e per il fatto che la sistemica è un ambito relativamente nuovo, nonché obiettivamente
difficile, rispondere alla domanda sarebbe allo stesso tempo cruciale (per fondare epistemologicamente
tante altre nuove discipline come ad esempio l’ecologia) e prematura. von Bertalanffy propende per
identificarla con un paradigma kuhniano, ma il suo accento è anche sulle simmetrie interdisciplinari: sul
fatto che nei campi più differenti esistano degli isomorfismi tra le leggi matematiche descriventi sistemi
complessi.
La mia opinione è che la teoria dei sistemi sia un insieme di assunti e leggi matematiche che
descrivono il comportamento dei sistemi, indipendentemente dalla tipo di sistema considerato. In questo
senso porre l’accento sugli isomorfismi, sulle somiglianze di famiglia tra le leggi matematiche che
descrivono il comportamento sistemico, ci mette sulla buona strada. Cioè possiamo guardare alla Teoria
Generale dei Sistemi come ad un nucleo teorico base (qualcosa come un set assiomatico) al quale
aggiungiamo di volta in volta degli “assiomi di interpretazione” che definiscono di volta in volta se gli
elementi del sistema siano atomi fisici, idee, neuroni o nodi di una rete e se le interazioni siano scambi
di materia, di energia, di correnti elettriche o di impulsi informativi. Sto dicendo che questi “assiomi di
interpretazione” che ci dicono in sostanza, per parlare in termini di semantica logica, di quale dei mondi
(sistemi) possibili stiamo parlando, specificano ontologicamente la metateoria sistemica sulla quale poi
le teorie sistemiche particolari – l’economia, la psicologia ecc... – costruiscono le loro conoscenze e
formulano le loro ipotesi normative. Allora per chiudere il discorso X potrebbe essere come il set di
assiomi della geometria proiettiva, e Y come una delle specifiche geometrie possibili (euclidea,
iperbolica, sferica...) ottenute appunto aggiungendo alla geometria proiettiva ora l’assioma delle parallele
(V postulato di Euclide) ora le altre variazioni sul tema. Ma s prenda tutto ciò come una suggestione,
una mera congettura logico-matematica.
3
Il problema dell’astrattezza o della “generalità”
Nel linguaggio corrente quando si usa il termine “in generale”, lo si contrappone
semanticamente a “in particolare”. In generale, si dice, una cosa vale, ma in questo caso particolare no.
Non è a mio avviso in questo senso che è generale la Teoria Generale Sistemi. È generale proprio nel
senso che è un nucleo teorico da interpretare e che una volta aggiunti gli assiomi di interpretazione non
è che “non vale più”, o non descrive più bene i fenomeni oggetto di studio. Anzi li inquadra meglio. Il
problema di “studiare cose troppo astratte” è ridicolo ma è in effetti l’obiezione che più mi sono sentito
rivolgere da quando di sistemica mi occupo, ovvero più o meno consapevolmente dal 2008. A cosa
diavolo serve studiare la sistemica? Una cosa così aspecialistica o peggio una cosa così da filosofi. Tutti
capiscono che l’economista, lo psicologo, persino lo scienziato ambientale o il politologo studiano un
qualcosa che può avere ricadute pratiche. Ma lo studioso di sistemica che diavolo fa? Sembra una
farfalla che si posa un po’ qua e un po’ là, un po’ è matematico, un po’ epistemologo, un po’ biologo,
un po’ fa degli schemi, un po’ pensa. Sono obiezioni serie queste? Non mi pare. Ma le esaminiamo
comunque. Faccio innanzitutto notare che la mia definizione dei rapporti intercorrenti tra la sistemica e
le sistemiche (economia, psicologia...) ovvero una definizione fatta attraverso lo “schema pantografico”
geometria-proiettiva/geometrie-specifiche abbatte tutte queste obiezioni, dietro cui c’è una domanda di
fondo: ma a che cosa serve studiare la sistemica? È mia opinione – e argomenterò questa posizione per
tabulas nel corso del saggio – che esistono delle leggi o quantomeno delle regolarità comportamentali
che tutti i sistemi, in quanto sono dei sistemi, e non in quanto sono o un sistema economico, o un
ecosistema, o una psiche, esibiscono. Ci sono cioè delle regolarità, che sono certo fotografate dagli
isomorfismi nelle leggi matematiche, ma che sono coglibili anche con strumenti meno “specialistici”:
pur sorvolando sulle parti di matematica del libro di Bertalanffy ho capito essenzialmente tutto di quello
che stava dicendo: la sistemica si presta a più approcci e soprattutto mi sembra anche la miglior
candidata a risolvere nella sua tendenza generalizzatrice una dicotomia gravosa tra scienze hard e scienze
soft. Comunque il senso è che, se io studio il comportamento dei sistemi in quanto tali (cioè divento un
bravo studioso di sistemica) avrò a disposizione uno strumento essenziale per penetrare nelle singole
discipline con uno sguardo teorico fertile ed accorto, e soprattutto oltre a capire come funzione un
sistema in generale, posso iniziare a chiedermi come voglio che funzioni, cosa debbo fare per ottenere
certi desiderata più o meno locali o globali sul sistema, e soprattutto posso approntare, vedremo come,
tecniche diagnostiche assolutamente generali e sistemiche, prevedendo interventi sistemici e terapeutici
generali ma validi indipendentemente dal campo applicativo specifico. Cioè è come dire, per fare una
battuta, che potrei aprire uno studio di consulenza sistemica in società con un sociologo, con un
economista, con un politico, con un ecologo...e con un medico, e detenere sempre io la quota di
maggioranza.
B
INSIEMI, MACCHINE E SISTEMI
1
Insiemi e sistemi
Nella definizione data di sistema ho parlato di collettivo di elementi, intendendo una qualsiasi raccolta
di elementi. Non ho parlato di insieme di elementi perchè farlo avrebbe voluto dire ancora una volta
perdere un pezzo di ciò che la mia teoria intende catturare. La teoria degli insiemi è oggi un ben definito
campo teorico presentabile anche coerentemente in maniera assiomatica. Tutti noi conosciamo come
gli insiemi vengono raffigurati solitamente, fin dalle scuole superiori. Tendenzialmente un cerchio
(chiuso) con dentro tanti puntini (gli elementi) solitamente in numero finito. Ma possiamo trattare
anche con insiemi che abbiano un numero infinito di elementi e in questo caso la rappresentazione
nostra (sempre finitista) non può che essere parziale. Le relazioni tra elementi sono rappresentate
attraverso frecce, un insieme può includere uno o più sottoinsiemi, può intersecarsi con un altro e così
via. Ma un insieme anche solo guardando la sua rappresentazione visiva non è che un disegno statico su
un foglio di carta: non evolve nel tempo, è sempre eguale a se stesso. La logica che pure si avvale della
teoria degli insiemi per trattare la semantica dei linguaggi formali e non (quantomeno nella semantica
model-teoretica a là Frege) tratta con modelli statici. Il mondo per la logica è una somma di istantanee o
mondi possibili tutti determinati ad un dato istante. Un sistema al contrario è per così dire “vivo”,
dinamico, in movimento. I suoi elementi continuamente interagiscono ora in misura maggiore ora in
misura minore, ora con interazioni forti ora deboli. E soprattutto un sistema può esprimere delle
configurazioni e delle proprietà, delle regolarità emergenti, che sono per così dire trascendenti rispetto
al sostrato elementare ed interattivo di base. Al contrario un insieme non ha che proprietà statiche e
immanenti. I sistemi inoltre sono aperti ai flussi di materia e di energia, lo sono per lo meno quelli più
interessanti, Un insieme è chiuso. Statico e morto. I sistemi evolvono dinamicamente nel tempo, gli
insiemi no. Se noi pensiamo all’etimologia di sistema, dal greco sun-istemi, ovvero “stare insieme”,
cogliamo tuttavia una parte significativa di che cosa sia un “sistema” qualcosa che certo muta nel tempo
ma che, attraverso questo fluire, mantiene una certa costante dinamica, un comportamento globale
(emergente) che possiamo osservare; e c’è anche da dire che in un certo senso un sistema ed un insieme
si assomigliano. Sono cose che stanno insieme, ma che ci stanno come visto in maniera del tutto
differente. Tuttavia proprio perché un sistema è qualcosa che si evolve, che è sensibile, o rigidamente o
elasticamente, alle condizioni ambientali, agli input esterni, questa differenza può anche arrivare ad
assottigliarsi a tal punto che un sistema può degenerare, in un insieme di elementi statici, ma proprio
per questo incapaci di attivare quelle interazioni elementari che sono la base dei comportamenti più
interessanti che i sistemi complessi sanno esprimere. Se mi è concessa una metafora quando un sistema
degenera in un insieme, è come se morisse, e come se la sua vitalità si spegnesse del tutto. Ma è solo
una metafora.
2
Sistemi e metasistemi
Nell’opera di von Bertalanffy “Teoria Generale dei Sistemi” emerge una definizione assai estensiva di
cosa si debba intendere per “sistema”, si va dai meccanismi tipo-orologio, ai servomeccanismi studiati
dalla cibernetica che mostrano una certa capacità di apprendere, sino ai comportamenti tendenti
all’omeostasi negli organismi, e si sale via vi sino al sistema-corpo, al sistema-psiche e all’universo
complesso dei sistemi simbolico-culturali. È presentata dunque una sorta di gerarchia anche piuttosto
rigida di “livelli sovrapposti”. Ora, di certo questa non è l’idea di fondo di Bertalanffy; una gerarchia
rigidamente determinata è quantomeno poco-sistemica e implicherebbe l’esistenza di soli sistemi
internamente omogenei, mentre la realtà ci mostra che abbiamo sistemi che per così dire stanno “a
cavallo” tra forme differenti di organizzazione: il corpo umano è un sistema formato da sistemi di
complessità differente, da “cose complesse”, come il sistema nervoso, che retroagiscono su “cose più
semplici”, come la macchina-cuore. Possiamo definire metasistemi questi sistemi misti, in qualche
mistura ibridi, che mostrano tuttavia proprietà fondamentali e sono stati e sono fondamentali
nell’evoluzione biologica.
3
Sistemi e macchine
Se mettessimo in ordine di complessità crescente i sistemi (il che non significa che questo ordinamento
esista effettivamente come gerarchia di sistemi in natura, come già detto) dovremmo senz’atro partire
dalle macchine più semplici come un orologio, per arrivare all’altro estremo sino ai sistemi più
complessi come il cervello o, seguendo Bertalanffy, i complessi socioculturali o simbolico-cognitivi.
Ora, in una precedente ricerca sulla mente avevo messo in ordine le varie teorie filosofiche della mente,
pur battendo altre vie di ricerca, proprio in questo modo, e avevo messo da un lato Kant e i razionalisti,
che considerano, la mente come un sistema operante per tabulas o per categorie ordinanti, dall’altro quel
meraviglioso affresco Humeano della mente anarchica che sa esprimere regolarità funzionali e
associazioni senza regole eterodirigenti. Ora a prescindere dalla correttezza della mia sistematizzazione
avevo poi messo in luce come dietro ai due rebbi estremi della forchetta, assai densa di passaggi
intermedi, sussistessero due nozioni d’ordine, che peraltro derivai dalla speculazione teorica hayekiana,
completamente differenti: taxis da un lato o ordine imposto da un operatore razionale agente (come
l’io), e cosmos o ordine spontaneo, sorgente dal basso. Ordine eteronomo vs autonomia. L’operazione,
come già detto nell’introduzione era proseguita chiamando socialista lo stato razionale/tattico (che
vedevo molto negativamente) e libertario liberale lo stato anarchico cosmico (che vedevo invece con
ogni favore).
Ora. La lettura del fondamentale saggio di Bertalanffy mi consentì di fare giustizia di tutti quei piccoli
(fertili) cortocircuiti semantici per cui parlando di mente parlavo di politica e di economia. Parlavo,
balbettavo, il linguaggio della sistemica ma non lo sapevo. Torniamo a noi. Da un lato abbiamo i
sistemi-tipo-macchine più semplici dall’altro i sistemi-tipo-complessi. Ora, von Bertalanffy caratterizza
molto efficacemente la differenza tra automa ed organismo vivente, in termini di differenti
comportamenti in reazione a stimoli ambientali, ed è questo forse l’aspetto più interessante di tutta la
presente ricerca, fornendo un contributo essenziale introducendo i concetti di segregazione progressiva,
centralizzazione e soprattutto di meccanicizzazione progressiva. In estrema sintesi si potrebbe dire che
un sistema-macchina si comporta come una somma staccata di parti che siano studiabili separatamente
in maniera analitica, blocco a blocco, per ricostruire appunto il comportamento globale del sistema. Il
modo in cui una macchina, e non sto parlando solamente di meccanismi elementari, reagisce agli stimoli
è prevedibile: una macchina ha un set di stimoli a cui può reagire con un set di uscite/comportamenti.
Se su una calcolatrice digito “3+4” il risultato sarà sempre “7” sia che lo faccia oggi sia che lo faccia tra
100 giorni. E questo perché una macchina elementare (digitale o non, reale o teorica) opera in maniera
regolare, algoritmica, prevedibile, potremmo dire “monotonica” (forzando forse un po’ l’originario
significato di questo concetto logico). Al contrario “salendo” la scala della complessità incontriamo le
macchine capaci di autoregolarsi, studiate dalla Cibernetica, e salendo ancora gli organismi, fino ad
arrivare, poniamo, al sistema nervoso umano, alla psiche o ai sistemi socioeconomici. E come si
comportano questi sistemi aperti e capaci di esprimere delle regolarità globali, emergenti, delle proprietà
non riducibili analiticamente o biunivocamente al comportamento delle “parti” componenti? Possiamo
innanzitutto dire che la caratteristica fondamentale per distinguere questi sistemi-superiori dai sistemi-
tipo-macchina non sta nel numero di elementi che “costituiscono” (termine improprio) questi sistemi:
esistono organismi aventi un numero di cellule inferiore al numero di componenti di una Ferrari,
eppure una Ferrari non sarà mai in grado di alimentarsi, nutrirsi, reagire agli stimoli in modo intelligente
o quantomeno omeostatico, di apprendere. No, la differenza non sta nella quantità di elementi. Sta
dunque in una qualche mistica proprietà vitale? Ai tempi in cui il biologo von Bertalanffy iniziava le sue
riflessioni sulla complessità sistemica si battevano due grandi scuole filosofiche: quella riduzionistica,
che tendeva a ridurre i corpi viventi a macchine, sull’onda lunga delle riflessioni cartesiane, e quella
vitalistica. Entrambe le posizioni erano insostenibili ma in qualche mistura il vitalismo sembrava
spuntarla, almeno a livello di visione-teorica-quadro: la soluzione della diatriba stava in uno
spostamento d’attenzione. Torniamo all’esempio; se le differenze quantitative di elementi non
distinguono le macchine dai sistemi superiori, l’attenzione si doveva spostare sulle interazioni: e fu
precisamente quanto fece von Bertalanffy. Senza scadere né nel meccanicismo né nel vitalismo, trovò
un approccio generale ma perspicuo per catturare la differenza tra macchina e vivente, tra un orologio
da polso e una psiche umana. Va detto che per risolvere l’antinomia vitalismo/riduzionismo c’erano
anche altre strade, tutte a mio avviso sterili. Ad esempio quella "qualitativa". La differenza sistema-
macchina e sistema-superiore consisterebbe sotto questa prospettiva nel fatto che le parti componenti
sarebbero di "natura" o qualità differente. Ma si potrebbe poi chiedere in che debba consistere questa
natura, come dire che un corpo è vivo perché è fatto di parti vive, e le parti vive perché sono vive?
Perché sono vive... Le definizioni qualitative non possono o non debbono entrare in gioco in sede
teorica: mi paiono appunto degenerazioni della posizione vitalistica. La differenza sta nella quantità di
interazioni che si instaurano tra gli elementi, nonché nella loro forza o intensità e frequenza. Ho
accennato al concetto di omeostasi che è la riposta alla domanda sulla differenza esistente tra un
sistema tipo-organismo ed un orologio. Diciamo qui in prima battuta che un sistema-superiore tende a
conservarsi in uno stato stazionario, reagendo agli stimoli ambientali non semplicemente "scaricando"
gli stimoli attraverso "comportamenti prefissati" ma sa evolvere ed evolve verso forme d’ordine nuove,
dinamiche e preservanti la capacità del sistema di reagire olisticamente, globalmente, agli stimoli.
4
Un problema di avalutatività
La malcelata "simpatia" per i sistemi superiori che emerge da questi paragrafi, sta probabilmente nel
fatto che la mia formazione è molto impregnata di Humanae Litterae e nel modo tipicamente filosofico
di approcciare i problemi. Il filosofo punta sempre in alto, troppo in alto, come Icaro! Una volta lette
tre pagine del saggio di Haken “Nel senso della Sinergetica”, ritenni di aver già per le mani il grimaldello
teorico per elaborare qualcosa come una teoria esaustiva del mondo mentale. Tanto da fondare per
l’appunto una "Psicosinergetica" e nelle sue parti teoriche e nelle sue parti applicative... absit iniuria
verbis.
Non che creda davvero nella possibilità di essere avalutativi. Ma mi imporrò di non trattare le forme
inferiori di organizzazione sistemica, o meglio quelle più semplici, come se fossero “moralmente”
inferiori, cattive o meno desiderabili. In fondo un orologio o un termostato fanno benissimo il loro
lavoro nel loro contesto. In altro contesto un sistema biologico sa tuttavia adattarsi meglio alle
situazioni ambientali rispetto ad un sistema di raffreddamento industriale. Il discorso va dunque
contestualizzato. Le macchine vanno bene per certi scopi e non per altri. I sistemi olistici sono desiderabili
in certe occasioni ma non in tutte. Condurre un discorso sui sistemi nei termini in cui lo si sta facendo,
senza tuttavia seguire una “massima” di questo tipo, che suona più o meno anche come un
avvertimento a non enfatizzare troppo la magnificenza dei sistemi superiori, con i loro comportamenti
interessanti, ci pone nella condizione giusta per uno sguardo teorico scevro da pregiudizi “valoriali”.
C
DINAMICHE SISTEMICHE GENERALI
È in particolare studiando le dinamiche organiche ontogenetiche, ovvero la “storia” dello sviluppo
dell’organismo dall’embrione all’età adulta, che il biologo teorico von Bertalanffy trae una serie di
conclusioni illuminanti. È precisamente questo il nucleo teorico che mi ha spinto a dire che riscontro
nell’opera di Bertalanffy la soluzione ad una buona parte delle questioni in cui mi trovavo arrovellato.
L’evoluzione progressiva dallo stato embrionale a quello adulto comporta una serie di fenomeni di
riorganizzazione funzionale e materiale che sono di estremo interesse per la teoria generale dei sistemi:
si tratta del processo di segregazione progressiva.
I
Il processo di meccanicizzazione/segregazione progressiva
Come già detto in un sistema-macchina le parti componenti tendono a funzionare per così dire
“indifferenti” o “insensibili” a quanto accade nelle altre parti del sistema. Al contrario questa
indipendenza intrasistemica tende a ridursi al crescere della complessità del sistema. Ciò può essere
altrimenti detto utilizzando il concetto (matematico) di linearità. Le interazioni nei sistemi superiori
sono meglio comprese attraverso sistemi di equazioni non lineari che riescono a rappresentare le
dinamiche di retroazione tra le componenti. Mentre più diventano semplici queste interazioni e
soprattutto più diminuiscono in numero, forza o intensità o frequenza, più si possono considerare
trascurabili, come un rumore di fondo; in questo caso i consueti sistemi di equazioni lineari si prestano
bene a descrivere questi sistemi-macchina. In altre parole gli elementi passano ad uno stato di
indipendenza.
[...] Esiste un altro caso che, pur essendo insolito nei sistemi fisici, è assai comune, e fondamentale,
in sistemi biologici, psicologici e sociologici. Si tratta del caso in cui le interazioni tra gli elementi
decrescono nel tempo. [...] In questo caso il sistema passa da uno stato di globalità a uno stato di
indipendenza tra gli elementi. Lo stato primario è quello di un sistema unitario che si suddivide
gradualmente in catene causali indipendenti. Possiamo indicare tutto ciò parlando di segregazione
progressiva. Di regola l’organizzazione di totalità fisiche – come gli atomi, le molecole o i cristalli – è
il risultato dell’unione di elementi pre-esistenti. Al contrario l’organizzazione di complessi biologici
viene costruita per differenziazione di un complesso originario che subisce un processo di
segregazione in parti.i
Questo processo di segregazione che è sia strutturale sia funzionale, è a ben guardare, nota Bertalanffy,
anche un processo di meccanicizzazione progressiva. Il sistema-embrione va incontro nella sua “storia” ad
un processo in cui passa
[…] da uno stato di equipotenzialità a uno stato in cui esso si comporta come un mosaico, come una
somma di regioni che si sviluppano indipendentemente in organi ben definiti.ii
Discorso del tutto analogo, secondo il biologo, vale per «lo sviluppo e l’evoluzione del sistema nervoso
e del comportamento, il quale inizia con azioni dell’intero corpo o di larghe regioni di esso e procede
verso lo stabilirsi di centri definiti e di archi riflessi localizzati»iii
ed in oltre per molti altri fenomeni
biologici
Il passaggio dunque dallo stato di “globalità” a quello di “segregazione” (somma di organi e funzioni
distinte) è una di quelle dinamiche generali che possono interessare tutti i sistemi, in abstracto, e che
possiamo osservare nei sistemi realmente esistenti.
1
Aspetti causali
Una differenza essenziale tra lo stato di sistema-superiore e quello di sistema-segregato in parti sta nel
differente operare delle catene causali all’interno di questi complessi. Già alle spalle della dicotomia
linearità/non linearità sta, in parte, una differente dinamica di causa/effetto che ora rendo esplicita. Se il
sistema è in uno stato segregato, ovvero «analogo ad una macchina»,iv
cioè suddiviso in componenti
indipendenti, è anche suddiviso in catene causali indipendenti, o trascurabilmente interagenti. I treni
causali procedono, per così dire, su binari paralleli che non si incontrano mai, che non interferiscono.
Al contrario nei sistemi complessi abbiamo almeno tre fenomeni causali interessanti:
1. sono innumerevoli i passaggi causa/effetto all’interno di una singola catena causale;
2. le interazioni tra treni causali indipendenti crescono combinatoriamente al crescere degli
elementi in gioco, e dunque al crescere dei singoli treni causali;
3. gli effetti di retroazione effetto-causa sono fenomeni pervasivi e cifranti questo livello di
complessità.
Ed è proprio la complessità causale che pone una sorta di barriera cognitiva tra individuo conoscente
e sistema-studiato: proprio perché c’è questa crescita combinatoria di “incontri possibili” tra catene
causali autonome è anche difficile farci un’immagine esaustiva, più o meno facente uso del formalismo
matematico, di sistemi anche aventi relativamente pochi elementi interagenti.
2
Aspetti funzionali e comportamentali
Nella transizione progressiva da stato-sistemico a stato macchina i sistemi vanno incontro ad una serie
di mutazioni che comportano fasi differenti a livello di comportamento. Preciso subito che per
comportamento di un sistema intendo essenzialmente il suo modo di reagire alle perturbazioni
ambientali, siano esse canoniche o non prevedibili. Il comportamento di un sistema è dunque, in
generale, una globale riorganizzazione strutturale e funzionale che si da a seguito di stimolazioni
ambientali.
Se […] il sistema è suddiviso in catene causali individuali, queste ultime procedono
indipendentemente. Una crescente meccanicizzazione significa una crescente determinazione degli
elementi verso funzioni che dipendono unicamente dagli elementi stessi, e una conseguente perdita
di quella regolabilità che si basa sul sistema in quanto totalità e che è dovuta alle interrelazioni
presenti. Quanto più piccoli diventano i coefficienti di interazione […] tanto più il sistema diventa
“analogo a una macchina”.v
Ma più decresce il coefficiente di interazione tra gli elementi, meno la “globalità”, come la chiama von
Bertalanffy, è caratterizzante ed importante. Si passa da uno stato di “vitalità” interna, che si esprime in
un comportamento emergente complessivo del sistema, che lo rende assai adattivo all’ambiente esterno,
ad uno stato di segregazione/macchinizzazione, in cui questa adattività non è, si badi bene assente, ma
è ridotta ad una semplice reazione stimolo/risposta, predeterminata in maniera canonica, o se si vuole
razionale: per riprendere l’esempio di prima una Ferrari reagisce solo ad un set di stimoli ben
determinati, mentre un organismo vivente “sa” come “comportarsi” anche in caso di imprevisti.
Si ha che è primario il comportamento che risulta dall’interazione interna al sistema; in secondo
luogo, si verifica la determinazione degli elementi su azioni che dipendono unicamente da quegli
elementi stessi, la transizione, insomma, dal comportamento del sistema inteso come globalità al
comportamento dovuto alla sommabilità. Se ne trovano esempi nello sviluppo embrionale, dove, in
origine, il modo di operare di ciascuna regione dipende dalla sua posizione entro il complesso, così
da render possibile la regolazione del complesso stesso dopo una perturbazione arbitraria; in seguito
le regioni embrionali si determinano in modo tale da operare secondo modalità precise - e cioè si
determinano secondo lo sviluppo di un certo organo. Analogamente, nel sistema nervoso, certe parti
diventano centri insostituibili di determinate operazioni (si vedano i riflessi).
Ora, benché in campo biologico la direzione del processo ontogenetico vada in direzione di una
crescente meccanicizzazione, essa non è mai completa. Se lo fosse effettivamente il corpo umano ad
esempio passerebbe ad uno stato di macchina (uno stato cartesiano) che, notiamo, lo renderebbe da un
lato non-unitario, appunto segregato in parti, dall’altro un’entità del tutto incapace di variare
adattivamente al variare degli stimoli esterni.
3
Crisi delle emergenze
Un’ultima prospettiva che abbiamo sfiorato sinora senza addentrarci troppo per evitare astrattezze
eccessive è quella delle proprietà emergenti. Che rientravano nella definizione generale di sistema data
nel primo capitolo, pur “sub condicione”. Una proprietà o comportamento emergente è una situazione
globale mostrata da un sistema, che non è riducibile alle leggi che governano i singoli elementi, ma che
è dovuta sensibilmente alle interazioni non-lineari tra gli elementi del sistema. Si nota solitamente che
l’emergenza (intendiamo con questo termine e le proprietà e i comportamenti emergenti) non è
prevedibile, è tipica dei processi evolutivi-adattivi, e si cita, exempli gratia, la forma di uno stormo di
uccelli o il comportamento delle termiti che pur agendo ognuna per sé costruiscono un termitaio
grande e organizzato.
Ora, come detto la differenza tra sistema-superiore e macchina non consiste nel numero di elementi ma
nelle dinamiche di interazione tra gli elementi, e non basta quindi che vi siano molte interazioni per avere
un comportamento emergente: spesso è il tipo di organizzazione formale (struttura) dei sistemi
(centrato/decentralizzato) a giocare un ruolo essenziale. Ma una conoscenza rigorosa delle emergenze,
benché non manchino i tentativi, ad esempio del fisico teorico Herman Haken, e delle loro dinamiche
pare esulare al momento da una sistematizzazione teorica complessiva. Ciò comporta le due
conseguenze:
1. Non possiamo dire a che punto del processo di meccanicizzazione/segregazione progressiva i
comportamenti emergenti (quella che von Bertalanffy chiamava “globalità”) vadano in crisi.
Certo possiamo individuare delle soglie critiche, delle transizioni di fase. Quando il coefficiente
di interazione tende a zero, il sistema tende a diventare una macchina. In questo caso non
manifesta più alcun comportamento emergente. Tutte le proprietà o i comportamenti di una
macchina sono infatti riducibili alle leggi che governano i singoli componenti. Se il coefficiente
di interazione aumenta, e aumenta combinatoriamente all’aumentare del numero degli elementi
in connessione reciproca, allora è probabile che si manifestino delle emergenze. È probabile ma
non è dato, tanto che possono anche verificarsi fenomeni di interferenza distruttiva tra
interazioni che tendono a determinare uno stato di cose ostativo per l’insorgere delle
emergenze.
2. L’osservatore-dipendenza nell’individuazione delle emergenze resta comunque fortissima.
Tornando all’esempio dello stormo: che cosa significa dire che la forma di uno stormo è
regolare o ordinata? Dipenderà in ogni caso dalla prospettiva, dal momento in cui lo guardo,
ecc…
II
Il processo di “liberalizzazione” progressiva
Trattando specificamente di sistemi biologici von Bertalanffy, non tratta del processo sistemico inverso
a quello della meccanicizzazione, che intendo “battezzare” liberalizzazione, con lessico mutuato
dall’ambito politico-economico. Intendo con questo termine sottolineare il fatto che quando si passa da
uno stato di sistema-macchina a quello di sistema-complesso, all’aumentare cioè del coefficiente di
interazione tra gli elementi, aumentano – combinatoriamente – anche i gradi di libertà o le possibili
configurazioni strutturali e funzionali del sistema stesso. Ripercorrendo a ritroso il solco tracciato da
von Bertalanffy, il processo di liberalizzazione vede dapprima un insieme di parti distinte operanti
indipendentemente (gli “organi”), quindi una sintetizzazione delle componenti in aree funzionali
omogenee (il “mosaico”) ed infine – dopo un passaggio che chiamerei “salto olistico” – l’arrivo allo
stato di globalità sistemica. E anche in questo caso è possibile esaminare sia a livello di microcausalità
questa dinamica sistemica assolutamente generale, sia a livello di macro emergenze sistemiche.
1
Aspetti causali
Nel processo di liberalizzazione progressiva la transizione è da uno stato in cui vigono catene causali
indipendenti o trascurabilmente interagenti, ad uno stato di grande interazione e feedback tra treni causali
che appaiono non più come tante linee parallele ma come un complesso unico e non districabile. In
particolare deve essere cruciale la fase in cui le catene causali iniziano ad interagire tra loro: è
esattamente questo lo “stadio” in cui è possibile osservare sul sorgere le emergenze. È su questa
significativa “soglia critica” che possono insorgere i comportamenti e proprietà emergenti. Lo stato
sistemico tende dunque verso una maggiore complessità; gli incontri tra treni causali si moltiplicano ed i
fenomeni di retroazione si sviluppano in maniera massiva.
2
Sviluppo emergente
Possiamo guardare al processo di liberalizzazione proprio come quel fenomeno che può portare alla
probabile manifestazione di comportamenti emergenti. L’emergenza pare dunque essere
indistricabilmente dovuta ala presenza di una totalità organizzante (autoordinante) che ad un certo
punto si manifesta ed innesca dei meccanismi virtuosi che rendono il sistema, inteso come olos, capace
di interrelarsi virtuosamente ed adattivamente con l’ambiente in cui il sistema – che è una struttura
aperta ai flussi di materia/energia/informazione – si trova ad esser collocato.
3
Autoconservazione
Come abbiamo accennato alla possibilità di interferenze distruttive che possono ostacolare l’insorgere
delle emergenze, così è possibile pensare che viga una sorta di “contrappasso”: una volta innescate
anche le emergenze possono interagire virtuosamente tra di loro esibendo proprietà di
autoconservazione o di inerzia. L’ipotesi che avanzo è che anche le emergenze esibiscano una tendenza
verso l’autoconservazione e che proprio in questa tendenza consista parte della loro irriducibilità al
sostrato elementare che le attivano.
III
Processi funzionali
I processi testé analizzati in modo del tutto generale, non esauriscono, beninteso, tutte le dinamiche
processuali che un sistema può incrociare nella sua storia. Già nel libro di von Bertalanffy si trovano
descritte dinamiche differenti per i fenomeni psicologici o “superiori”. Eppure essi sono riscontrabili e
soprattutto applicabili ad una gran serie di casi specifici, e hanno come vedremo tra poco un grande
valore nella definizione di interventi specifici nel campo della sistemica. Possiamo individuare due modi
in cui la meccanicizzazione e la liberalizzazione si possono dare in un sistema, in generale. Questi
processi possono in generale tendere alla centralizzazione oppure al decentramento.
1
Centralizzazione
Quando un sistema è centralizzato? Quando una sua componente/elemento predomina materialmente
o funzionalmente sulle altre. Se si tratta di un sistema-macchina la parte preponderante può essere,
torniamo al caso della Ferrari, il motore: una parte che non può non esserci. Se si tratta di un sistema
superiore, può essere insorta un’organizzazione degli elementi che siano accentrati attorno a funzioni
specifiche. Ad esempio il sistema nervoso è centrato nel cervello, quello circolatorio nel cuore. La
mente attorno funzioni superiori come l’Io. Una segregazione è spesso connessa ad un processo di
centralizzazione progressiva, ma non lo è necessariamente.
2
Decentramento
Policentramento, “federalismo funzionale”. Erano questi alcuni dei termini che con fantasia e
contaminazione semantica nelle mie precedenti ricerche descrivevano questo processo sistemico. Il
processo di decentramento funzionale, che è preferenzialmente connesso – ma non necessariamente –
con il processo di liberalizzazione progressiva, è uno dei processi più interessanti che la sistemica ci
metta a disposizione. Il passaggio è appunto da uno stato centrato su una o poche parti, ad un sistema –
nel pieno senso della parola – che è funzionalmente organizzato attorno ad elementi decentrati, piccoli
e che spesso sanno esprimere un comportamento fortemente intercompetitivo. L’esempio canonico è
quello del decentramento delle strutture politiche; il passaggio è devolutivo: dal centro certe competenze
funzioni vengono devolute a centri distribuiti ampiamente sul territorio. Ma proprio per questo più
reattivi rispetto alla struttura statale burocratica.
IV
Processi omogenei e disomogenei
Un processo, di quelli analizzati, è omogeneo se nel tempo evolve con una certa regolarità cioè se ad
ogni istante il coefficiente di interazione tra gli elementi o le componenti in qualsivoglia livello o area
del sistema è il medesimo. È disomogeneo in caso contrario. Prendiamo ad esempio il caso della
meccanicizzazione. Se essa non è omogenea – ad esempio se in campo biologico un organo si sviluppa
troppo rapidamente – questo causerà un retroefetto negativo sull’intero sistema. Lo stesso vale per il
processo di decentramento: se non è equilibrato rispetto al tempo, se le funzioni non sono ben
distribuite tra corpi centrali e corpi periferici, si creano dei cortocircuiti negativi che tendenzialmente
abbattono la complessità del sistema, nonchè le sue emergenze. Detto in positivo: basta una
meccanicizzazione disomogenea di un sistema (in una sua parte) per produrre una serie di sintomi
sistemici negativi e di patologie che possono gravemente colpire la reattività, la globalità del sistema. E
minarne ab imis la “sistemicità”.
D
Conclusione fondamentale della parte teorica della ricerca: schema generale delle dinamiche evolutive
dei sistemi
Se ci limitiamo a combinare i processi delineati sinora ovvero meccanicizzazione, liberalizzazione,
centralizzazione e decentramento, otteniamo già una griglia di quattro possibili dinamiche generali che
sono di estremo interesse per il proseguimento della ricerca, in particolare per il passaggio alla parte
applicativa. Riporto in una griglia queste possibili combinazioni.
Meccanicizzazione Liberalizzazione
Centralizzazione
Meccanicizzazione
centralizzante
Linearità
“Sistemizzazione
” centralizzante
Emergenze
“inferiori”
(possibili)
Non linearità
Decentramento
Meccanicizzazione
decentralizzante
Linearità
Sistemizzazione
decentrante
Emergenze
“superiori”
(probabili)
Non linearità
Ricordiamo inoltre che ciascuna delle quattro combinazioni processuali può darsi in due modalità:
omogenea oppure disomogenea. Otterremo dunque in totale 8 combinazioni processuali generali
possibili. Come emerge chiaramente lo schema disegna 8 possibili dinamiche-scenari generali che,
tuttavia, non sono tutte eguali dal punto di vista della funzionalità intestina dei sistemi, dell’efficienza
funzionale, come pure per quanto riguarda il comportamento complessivo dei sistemi, siano essi
meccanicizzati o olistici. Possiamo dunque venire a fare alcune osservazioni in via di principio, sempre
in maniera schematica sulle applicazioni della nostra ricerca. Segnalo che ci muoviamo ancora
all’interno di uno schema generale, astratto. E non all’interno di singole discipline sistemiche; siamo
insomma ancora all’interno della “geometria proiettiva”, della metateoria sistemica non
ontologicamente interpretata, per riprendere la proporzione logica iniziale.
E
APPLICAZIONI
Lo schema teorico che identifica i quattro processi funzional strutturali può utilmente esser semplificato
considerando solamente gli stati terminali dei singoli processi. In questo modo in luogo di 4 trends
processuali, per ognuna delle 4 combinazioni sopra riportate, avremo 4 stati finali. Questa
considerazione consente di guardare con più chiarezza alle possibili transizioni di stato di un sistema,
che nella sua vita potrà passare, ad esempio, dall’essere “macchina decentrata” a “sistema decentrato” o
da “macchina centralizzata” a “sistema centralizzato” ecc...
Riporto lo schema secondo questa semplificazione funzionale alla comprensione della parte applicativa
della ricerca.
MACCHINA SISTEMA
CETRALIZZATO
(D)
macchina
centralizzata
(B)
sistema
centralizzato
DECENTRATO
(C)
macchina
decentralizzata
(A)
sistema decentrato
Ora. Riprendendo pur brevemente l’ipotesi di lavoro che struttura la presente ricerca, ovvero che
esistano delle dinamiche generali, se non leggi o regolarità comportamentali, che tutti i sistemi, in
quanto sono dei sistemi, (e non in quanto sono sistemi specifici: fisici, biologici, economici...)
esibiscono, è anche possibile pensare di includere in una parte applicativa generale della teoria dei
sistemi, due sottosezioni, a mio avviso di grande interesse:
1. UNA “DIAGNOSTICA” SISTEMICA GENRALE
2. UNA “TERAPEUTICA” SISTEMICA GENERALE.
Ciò è come dire che se io conosco, pur parzialmente le dinamiche, i processi, le "logiche" sistemiche
generali, posso anche auspicabilmente osservare, comprendere, i malfunzionamenti sistemici che
presentano spesso sintomi ben determinati, e mettere in campo delle azioni terapeutiche – ma non si
badi troppo al connotato semantico medico del termine – ovvero degli interventi sui sistemi per
ottenere alcuni desiderata specifici: ottimizzazione, implementazione delle capacità di adattamento, di
reattività, di competitività. Sempre tuttavia tenendo ben presente che è il contesto operativo o
l’ambiente a richiedere se tutte queste qualità siano desiderabili: me ne faccio poco di un orologio
adattivo o competitivo, mentre mi sembra un po’ più utile che un’azienda sia competitiva o
internamente efficiente. Procediamo dunque con ordine a delineare una diagnostica generale dei
sistemi.
1
Diagnostica sistemica generale
Un sistema decentrato, quello che più probabilmente esprimerà un comportamento emergente ed
adattivo, può decadere in una macchina centralizzata in due differenti modi.
• Decadimento di tipo b. Il sistema decentrato diventa dapprima un sistema centralizzato –
ovvero una parte diventa preponderante sul resto – ed infine il sistema si irregimenta/irrigidisce
in una macchina centralizzata. Rifacendoci allo schema per stati (vedi supra) i passaggi sono i
seguenti: A → B → D.
• Decadimento di tipo c. il sistema decentrato diviene dapprima una macchina decentrata –
ovvero i centri dispersi si trasformano in meccanismi – infine una componente si instaura su
tutte le altre ed otteniamo una macchina centralizzata. Riferendoci allo schema, i passaggi sono i
seguenti: A → C → D.
Un processo diretto e massivo di passaggio da un sistema decentrato ad una macchina centralizzata mi
parrebbe da escludere.
Osserviamo in prima battuta che il decadimento di tipo B e quello di tipo C hanno esiti eguali, ma
percorrono due strade differenti. L’esito eguale è la totale perdita del comportamento emergente e
adattivo. Nel primo la perdita delle emergenze è graduale. Nel secondo passa attraverso l’instaurarsi di
un “decentramento meccanicistico” periferico.
Ora una disfunzione è sistemica se concerne il venir meno, o l’entrata in crisi, delle emergenze, ovvero
del comportamento adattivo, autoregolante del complesso sistemico. Una disfunzione sistemica può
essere
1. Generalizzata; se i processi di decadimento B o C interessano omogeneamente il sistema, ovvero se
lo colpiscono “nel suo complesso”.
2. Mista; se i processi di decadimento B o C interessano disomogeneamente il sistema, ovvero se ne
interessano una sola sottosezione.
Un processo critico, che comporti una perdita delle emergenze sistemiche, spesso non viene percorso
da parte di un sistema sino a giungere allo stato di "macchina centralizzata", cioè alla perdita totale di
funzioni emergenti: come dire, una patologia o un malfunzionamento può essere più o meno grave;
conseguentemente differenti saranno le “dosi” ed i tipi di intervento sistemico (ma di questo parliamo
tra poco).
Ciò detto possiamo finalmente congetturare un algoritmo sistemico diagnostico generale che ci consenta di
1. valutare lo stato del sistema ad un dato istante (capire se è vicino o lontano dallo stato di
sistema decentrato, vedere se è omogeneo o disomogeneo ecc…)
2. diagnosticare la "patologia" o disfunzione del sistema a quell’istante (è affetto da una
disfunzione generalizzata o mista? sta decadendo o è in uno stato critico? Ecc...)
Ed in base a questo algoritmo, nonché ai desiderata che intendiamo ottenere relativamente al
comportamento sistemico, potremo pianificare interventi sul sistema ben calibrati e soprattutto efficaci.
Presentiamo dunque l’algoritmo diagnostico e passiamo in seguito alla sezione "terapeutica" del
presente testo.
INIZIO
È un SISTEMA
?
SI No
Di che tipo è
?
OMOGENEO DISOMOGENE
O
Si comporta come
(è più vicino a) Ha una
sottosezione
una
macchina
centralizzata
?
una
macchina
decentrata
?
un
sistema
centralizzato
?
un
sistema
decentrato
?
più
meccanicizzata
del resto
?
FINE FINE FINE FINE FINE
2
Terapeutica sistemica generale
Una terapeutica sistemica generale – ovvero una disciplina che studia il modo di intervenire su sistemi
disfunzionali – non può prescindere da alcune considerazioni sul contesto in cui il sistema sotto esame,
destinatario dell’intervento terapeutico, deve inserirsi, nonché dei targets che intendiamo raggiungere.
Come già detto parlando di avalutatività non è in abstracto che si indicano come “migliori” le prestazioni
dei sistemi globali piuttosto che di quelle dei meccanismi. C’è inoltre un problema che spesso sfugge a chi
– più o meno senza saperlo – opera su sistemi complessi. È comune pensare ai sistemi, ed approcciarli,
in maniera non appropriata, ovvero credendo che siano di complessità molto inferiore a quella effettiva,
e che soprattutto i comportamenti emergenti, sui quali si intende incidere per ottenere determinati scopi
globali, rispondano biunivocamente a stimolazioni lineari, cioè ad interventi che non tengono conto
della natura essenzialmente NON LINEARE dei sistemi complessi. Ora. Se un intervento lineare può
essere efficace nel caso di una macchina, per esempio la sostituzione di un componente, o in generale di
un sistema per cui vale il principio di sovrapposizione degli effetti, che sintetizzando all’estremo
afferma che gli effetti comportamentali (o output) sono proporzionali alle stimolazioni (o input), si ha che
interventi di questo tipo nel caso di sistemi complessi superiori sono:
1. inefficaci: non raggiungono gli effetti pianificati;
2. linearizzanti: colpiscono negativamente le interazioni complesse dei sistemi abbassandone la
complessità interattiva e mettendone in crisi le emergenze.
Aggiungo come ipotesi di lavoro che l’inefficacia di questi interventi è tanto più grande quanto più
pervasivo è l’intervento lineare.
Poiché dunque valgono queste generali considerazioni, poso passare a dire in positivo cosa si debba
intender per “intervento terapeutico sistemico” e come, in generale possa esso configurarsi. Si tenga
conto, lo ribadisco, che le patologie sistemiche sono comunque sempre definite rispetto ad un contesto
operativo: un sistema è disfunzione non perché funziona male intestinamente, ma perché il suo
comportamento esteriore non è quello richiesto dal contesto di lavoro. Tuttavia l’unica via per
pianificare interventi sistemici è quella di avere a disposizione ipotesi sulle dinamiche (o sulle
“meccaniche”) interne ai sistemi; considerarli invece comportamentisticamente come dei black box
inanalizzabili non terrebbe conto del fatto che molti sistemi sono in realtà osservabili, né sarebbe
euristicamente utile.
Consideriamo in questa sede due tipi di intervento su sistemi di qualsiasi stato di complessità,
liberalizzazione o centralizzazione. Si possono dare due approcci, due modi generali di agire
sistemicamente: l’uno è “dall’esterno”, l’altro è “dall’interno”
2.1
Intervento-terapia dall’esterno
Poiché un sistema è “fatto” di elementi ed interazioni, e sono questi due “ingredienti” ad ingenerare,
nella loro interazione, le emergenze, un intervento orientato dall’esterno può mirare ad agire o
direttamente sulle interazioni, oppure sugli elementi. Il primo tipo di intervento lo chiamo olistico (o
proprio) il secondo elementare o “nodale” (pensando alle reti complesse) o "improprio". Analizziamo i
due tipi di interventi:
1) INTERVENTO OLISTICO (o proprio).
Si tratta di intervenire con un “sistema-terapeuta” su un altro “sistema-oggetto”. Se intendo
modificare – in una qualsiasi direzione – le interazioni di un sistema non posso farlo agendo
principalmente su nodi o elementi. L’azione su elementi o nodi è sempre selettiva e mirata, causa
feedback complessi e non calcolabili: è puntuativa. Le interazioni sono invece di natura differente.
Devo dunque far interagire un sistema-terapeuta con un “sistema-oggetto” che deve essere “curato”,
in modo che si creino interazioni tra le interazioni intestine ai due sistemi, ed in modo che il sistema
da modificare si isomorfizzi a quello “terapeuta”. Altrove, nel mio testo sulla Psicosinergetica avevo
dato uno schema di come potrebbe avvenire questa interazione di secondo livello, ovvero attraverso
le seguenti fasi:
1. STATO SEPARATO: i due sistemi sono giustapposti ma non interferenti;
2. LINKING: i due sistemi si “intercettano”, si connettono;
3. INTERAZIONE SISTEMICA: le interazioni interne del sistema terapeuta interagiscono con
quelle del sistema-in-cura;
4. ASSIMILAZIONE: I due sistemi raggiungono lo stesso coefficiente di interazione sistemica.
Ciò significa che anche il sistema terapeuta muta il suo coefficiente
5. SCONNESSIONE: i due sistemi riassumono, eventualmente con intervento esterno di “taglio”
o sezionamento, la loro dinamica individualità;
6. la terapia olistica è così conclusa.
L’intervento olistico proprio può essere inoltre globale, se concerne l’intero sistema ovvero se il
sistema è omogeneo. Mentre sarà parziale o areale se il sistema è disomogeneo; in questo caso
l’intervento sistemico dall’esterno sarà applicato alla sola sottosezione da curare. Va notato che
essendo a mio avviso instabili gli stato disomogenei, gli intervento su sistemi disomogenei debbono
puntare ad una stabilizzazione sistemica tendente ad uno dei 4 stati che lo schema fondamentale con
cui abbiamo concluso la sezione teorica, contemplava. Inoltre un intervento areale è difficile perché
sottosezionare un sistema non è quasi mai possibile, pena la “morte” del sistema stesso. E quindi un
intervento di questa natura può avere retroeffetti negativi sull’intero sistema da curare.
2) INTERVENTO ELEMENTARE (o improprio).
Ho già espresso le mie riserve verso questi tipo di approccio che è puntuale. Si tratta di stimolare
uno e/o più elementi in modo che operi in maniera più sistemica e sinergica con il resto degli
elementi. L’intervento su elementi può tendere a:
1. rimettere in interazione un elemento che è debolmente interagente;
2. sviluppare potenzialità di un elemento (che può essere un sistema complesso decaduto o da
“liberare2) attraverso stimolazioni sistemiche appropriate.
I punti appena presentati sono forse da rendere più comprensibili con un esempio. Cosa fa un buon
professore di scuola? Se c’è un elemento della sua classe che non interagisce bene con il sistema-
classe lo stimola, lo coinvolge, lo sposta fisicamente. E in generale cos’altro è insegnare o e-ducare
un individuo se non sviluppare le sue potenzialità di essere sistema, ovvero di attivare la complessità
intrasistemica psichica che lo caratterizza in potenza e di giocare poi nel mondo in modo sistemico
cioè saper interagire, giocare fino in fondo le proprie carte nel gioco sistemico della vita quotidiana?
2.2
Intervento "dall’interno" o "da giocatore"
La riflessione esemplificativa appena fatta ci porta alla conclusione della presente ricerca. Oltre ad
intervenire “ex Olimpo” su un sistema, lo si può fare anche giocando una partita dall’interno.
Naturalmente trovarsi “in situ”, collocato all’interno di un sistema preclude uno sguardo “globale”
dell’intero sistema e non possiamo che sperare di controllare un “intorno” che ci circonda, sia a livello
di potenzialità e limiti cognitivi sia a livello di intervento o di capacità di mossa strategica. Ma saper
essere sistemici ovvero interagire fruttuosamente col sistema in cui siamo inseriti – e sto naturalmente
parlando di un sistema superiore, nel quale uno degli elementi in gioco è l’Uomo – è spesso l’unico
modo per vincere la partita, sopravvivere e stare in equilibrio con l’ambiente circostante, sia esso un
ecosistema, un sistema di relazioni umane, politiche o un sistema economico.
Note
1. Teoria generale dei sistemi: fondamenti, sviluppo, applicazioni, Ludwig von Bertalanffy; traduzione di
Enrico Bellone; introduzione di Gianfranco Minati; Milano: Mondadori, 2004; p. 115 e seguenti.
2. Ibidem.
3. Ibidem.
4. Ivi, p. 116.
5. Ibidem
§§
{Cela est bien dit,{Cela est bien dit,
répondit Candide,répondit Candide,
mais il faut cultivermais il faut cultiver
notre parquet.}notre parquet.}

La scoperta della complessità

  • 1.
    LA SCOPERTA DELLACOMPLESSITÀ Nicola Pionetti
  • 2.
  • 3.
  • 4.
    PREFAZIONE Se dicessi chel’insieme di queste ricerche filosofiche, a cui consegno almeno una decina di anni di studi, riflessioni, fatiche quotidiane, di tentativi di capire il mondo, di capirmi io, di capire gli altri, con qualche successo in un mare misterioso di non-senso, ha una funzione esistenziale, rischierei di essere travisato. Dall’inizio alla fine l’aspetto superficiale di questa silloge di testi eterogenei, scritti in modi, con scopi, ed in contingenze differenti, è quello di un testo argomentativo, che, da punti di attacco distinti, mira a mostrare/dimostrare una tesi: comprendere la natura peculiare della COMPLESSITÀ è necessario per poter agire sensatamente nel mondo ad ogni livello; non farlo significa accontentarsi di un’immagine semplicistica del mondo, rifiutando uno sguardo sul reale (e su noi stessi) veramente adulto, euristico e necessario per la praxis. Eppure la “forma emotiva profonda” del testo non ha nulla a che fare con l’incedere piano, lineare, talvolta chiaro e talvolta oscuro in parte persino al suo autore: la forma emotiva è drammatica, tragica. Tutti, prima o poi si trovano spiritualmente perturbati, percossi dal fremito, dal dubbio filosofico. Non necessariamente lo riconosciamo in tutta la sua drammaticità, fortunatamente non tutti abbiamo speso gli anni migliori per tentare di “venirne a capo” nelle aule dei dipartimenti di filosofia, la cui persistenza è ancora oggi probabilmente prova più lampante dell’insolubilità delle “domande fondamentali” che ne motivarono la creazione. Io l’ho fatto. Ho passato ogni giorno ad interrogarmi, ad utilizzare ed applicare i concetti appresi nelle scuole a quello che sentivo al bar, o a messa, o a casa. Per anni non “ho staccato”, più volte mi sono sentito solo, molto solo, perché è un lavoro matto, disperatissimo e impossibile. Credo il modo peggiore possibile per studiare filosofia, dal punto di vista della vita. Se gli studi liceali mi lasciarono le domande «cosa è la verità?» ed «esiste un metodo rigoroso per essere veridici avendo ragione sempre?» e ancora «chi, tra tutti questi tizi che mi parlano attorno/addosso da quando sono nato ha ragione? Dice qualcosa? Mente? Sa qualcosa...» come le stelle comete da seguire, indagare, risolvere e analizzare lungo gli anni di studio filosofico presso le università di Bologna di Pavia, solo ora vedo che il tentativo di dare una esaustiva soluzione a tutte queste questioni attraverso il punto d’attacco della filosofia analitica del linguaggio, per quanto eccitante e anche meglio impostato rispetto a tutti quelli concorrenti, lasciava a desiderare. Non ha soddisfatto le questioni esistenziali, le “ragioni profonde”, coperte, relegate, oltre una fragile lastra wittgensteiniana. Eppure questa via, la “via logicista” l’ho percorsa veramente fino in fondo – con tutte le potenzialità e tutti i limiti cognitivi che ho – e certamente mi ha formato; ma non ha potuto saziare quell’ansia di conoscenza. Le ansie, le inquietudini non sono seti che si estinguono con i libri: magari si leniscono, più spesso si amplificano. E quella sete non era, forse, originariamnte sete di sapere. Era in origine un normale, normalissimo, bisogno d’amore. Ed anche nella quotidianità devo dire che le provocazioni, gli stimoli, gli scambi di idee sono stati il pungolo che sempre mi faceva dire: vai avanti, approfondisci, non sei pronto per “batterlo ora questo tizio” in termini teorici o logici, ma un giorno prenderai la parola e dirai la tua, spiegando le ragioni, e “li stenderai tutti”. C’era anche parecchia voglia di rivincita tipica del ragazzino timido che ero (che sono?) nelle scelte che hanno direzionato la mia formazione. Proprio per questo scopo gli anni all’università di Bologna, segnati dalla costruzione della mia competence epistemologica mi sono stati molto utili, certo di più dei mesi investiti nello studio della logica matematica e della filosofia analitica del linguaggio. Nel presente testo, in cui finalmente PRENDO LA PAROLA E DICO LA MIA, non a caso la tesi di fondo è di caratura epistemologica: bisogna capire la peculiare natura dei sistemi complessi, e sviluppare/accettare una adeguata epistemologia della complessità.
  • 5.
    Tra gli stimoliquotidiani che più mi hanno segnato ed incuriosito da sempre ricorderò l’abitudine di guardare tutte le sere i dibattiti politici alla TV, fino a tardi, e la passione per la politica. Osservare quei signori in TV discutere, accalorarsi, argomentare, sostenere tesi, fare buoni e cattivi ragionamenti ecc… sono sicuro che determinò il primo sorgere della domanda della mia vita: CHI HA RAGIONE? Mi interessavano due aspetti della politica. Prima di tutto doveva proprio essere una cosa fondamentale che determinava la nostra vita, dunque un campo da studiare e comprendere con la massima serietà possibile, date le ricadute che aveva sulla vita; ed al riguardo l’essere cresciuto quotidianamente, insieme, a contatto, con la ditta di famiglia - una piccola azienda di posa in opera di parquet che considero come una seconda sorella - queste ricadute me le ha manifestate ogni giorno. Secondariamente della politica mi colpiva l’aspetto logico-dialettico sia dei dibattiti in TV sia nelle vivaci assemblee di politica locale. Come già detto il tentativo risoluzione per via logica e filosofico-analitica della “faccenda” mi conduceva ad esiti sterili, o meglio nessun dibattito soddisfaceva i criteri di validità argomentativa, e le poche formule-ben-formate proferite dai “politicians” erano circondate da formule enunciative intrattabili, dal punto di vista formale. Tentai una sola volta l’analisi logica di un consiglio comunale locale ma tutto si bloccò subito: lì il sangue scorre piuttosto che le argomentazioni lineari. Nella presente raccolta di scritti, nonostante l’eterogeneità dei testi, emerge un tema comune: la complessità. L’idea che dunque si è fatta largo in me in questi anni è che fondamentalmente i “tizi della televisione” i politici, ma anche l’uomo della strada che al bar parla di politica – ed anch’io finché non me ne sono accorto – incorrano in un comune errore, da Friedrich August von Hayek chiamato costruttivismo, che dal punto di vista epistemologico consiste nel non riconoscere la peculiarità dei sistemi complessi e dal punto di vista psicologico/soggettivo nel proiettare il dogma atavico della ragione lineare sui sistemi complessi, fraintendendone la natura, compiendo un vero abuso della ragione; mi accorgo dunque che gli anni bolognesi in particolare mi sono serviti per venire a capo di una serie di faccende che mi provocavano, sfidavano o che semplicemente mi avevano sempre affascinato. L’obiezione fondamentale che rivolgo dunque a quei signori della TV (di allora, come di oggi e senza distinzione alcuna di partito), e a molti “esperti” di politica siano essi dietro a uno schermo, dietro ai banchi di un’assemblea deliberativa o davanti al bancone di un bar è nella sua semplicità questa: QUANDO PARLATE E SOPRATTUTTO DELIBERATE VOTANDO LEGGI STATE SBAGLIANDO IL MODELLO TEORICO. TRATTATE, VI RAPPRESENTATE IL COMPLEXUS SOCIOECONOMICO, CHE DI FATTO HA UNA NATURA SISTEMICA, COME SE FOSSE UN TUTTO DI NATURA INSIEMISTICA, O NELLA MIGLIORE DELLE IPOTESI UN COSTRUTTO LINEARE E MECCANICISTICO. MA CON UN MODELLO TEORICO DELLA SEZIONE DI REALTÀ SU CUI INTENDETE INCIDERE (1) NON CONOSCETE SU CHE COSA DELIBERATE (2) SIETE SOSTANZIALMENTE DESTINATI ALL’INSUCCESSO NEL RAGGIUNGIMENTO DEI VOSTRI DESIDERATA. DI QUALSIASI TIPO ESSI SIANO. Questo nucleo concettuale centrale supporta tutti i cinque testi raccolti nel presente volume. Il Postcriptum del 2014 ripercorre un po’ il mio iter mentis, a partire dalle fondamentale “conversione” hayekiana, rappresentata dalla pubblicazione di Breviario Liberale, che nei suoi evidenti limiti “giovanilistici”, segnò per me un chiarimento concettuale fondamentale. È in questo Postcriptum che
  • 6.
    mi sono accortodell’esistenza di quel nucleo concettuale centrale che supportava tutte gli scritti in esso citati e che, come si può in esso leggere, non erano ancora stati pubblicati. Prima d’ora. Mente un’anarchia ordinata, con titolo mutuato da un affascinante testo dell’antropologo Edward E. Evans Pritchard è una congettura di filosofia della mente, e nulla di più, che cerca di immaginare un’alternativa non-razionalista alla nostra autoimmagine della mente “lineare”, utilizzando il paradigma della Sinergetica sviluppato dal fisico teorico Hermann Haken. Sulla scia di riflessioni Humeane, la mente infatti non necessariamente deve avere un Io/concettualizzatore centralista che operi linearmente sui contenuti mentali: è infatti possibile immaginare il flusso di coscienza come un’emergenza spontanea da un sistema complesso di elementi. Il testo Filosofia dell’Ordine Spontaneo, inizia a spostare, ad ampliare, il discorso della complessità al suo giusto livello: quello di paradigma scientifico. Passando in rassegna diversi campi di ricerca si tenta di evidenziare come il paradigma della complessità regni come modello valido in tante distinte regioni della scienza. Uno di questi è certamente l’ecologia. Nonostante l’incedere pamphlettistico di Miseria dell’Ambientalismo, talora segnato a sua volta da voglia di provocare il lettore, il contenuto centrale è lo stesso: l’ambientalismo mainstream e radicale pensa all’ecosistema in termini non-sistemici, come se fosse un ente linearmente conoscibile e modificabile dall’uomo o dai governi umani. La scoperta della Sistemica con la lettura di Ludwig von Bertalanffy è la base del modo in cui oggi, e solo oggi dopo un percorso personale e faticoso, esistenziale appunto, vedo – mi sforzo di vedere - i problemi originari della mia riflessione, che accesero la mia sete di sapere. Questo mio punto di osservazione è sintetizzato in Riflessioni Libere sulla Teoria Generale dei Sistemi. Questo scritto credo proprio rappresenti il limite massimo raggiunto dalla mia capacità filosofica ed epistemologica di conoscere. Il termine di un’avventura conoscitiva emozionante, faticosa e degna, credo, di essere condivisa. Se al termine di quest’avventura di questo viaggio personale spontaneo e, diciamolo pure, anche ampiamente “impressionistico” nell’universo della complessità sono giunto ad ipotizzare di essere io stesso n sistema complesso non-lineare - cioè fondamentalmente qualcosa che deve probabilmente ricadere al di là del sensatamente dicibile e conoscibile, nel mistico wittgensteiniano - non rimpiango e non rimpiangerò mai un secondo investito in questa ricerca esistenziale, considerandola come un fallimento perché l’esito è: V’È DEL MISTICO. Bisogna averla percorsa tutta fino in fondo la Scala di Sofia, bisogna averlo sentito ogni singolo istante della vita il senso di vertigine, di terrore di cadere nel nulla, il sentimento, il rischio, di essere nulla, per godersi «quel senso di libertà e di vita che sento, in me, bruciare.» Prof. Nicola Pionetti BREVIARIO LIBERALE: POSTSCRIPTUM ALLA PRIMA EDIZIONE
  • 7.
    Premessa Non intelligendo fitomnia Cinque anni sono passati dai giorni in cui mettevo nero su bianco, dopo una vita passata a studiare il Mondo, cioè ad amarlo a mio modo, le mie idee sulla realtà storica e politica in cui il caso ha voluto che io nascessi. Non so chi abbia detto che siamo più figli dei nostri tempi che dei nostri padri: francamente rileggendo ora quanto scrivevo del mio Paese, l’Italia, nel 2009, non mi sentivo affatto figlio né dei “padri miei”, né tantomeno di questo “benedetto assurdo belpaese”. Anzi passati i primi 3 anni di università a studiare logica, filosofia della scienza e del linguaggio, e accendendo la televisione o andando a qualche assemblea politica locale, avevo chiara l’impressione di vivere in un Mondo Sottosopra. Se una delle ragioni per cui mi ero orientato verso gli studi di logica formale era capire cosa fosse la verità, se esistesse, cosa significhi aver ragione etc., se di fronte ai dibattiti in TV mi chiedevo prima «chi ha ragione?», ma nel senso già prefilosofico di «esiste un metodo obiettivo per determinare chi dei politici in studio sta ragionando, dialogando bene, o dice il vero?», la risposta che mi davo nel libro del 2009 di fatto era: «Cari signori, vi ho ascoltato tutti, pazientemente, ogni sera dal 1994 al 2009, e mi sono accorto che parlate di cose che non potete conoscere, promettete cose che non saprete realizzare, mentite sapendo di mentire, o, ciò che è peggio e più inquieta, mentite senza sapere di farlo». Il mio Breviario Liberale, già dal sottotitolo contro tutte le caste, parla chiaramente di una forte critica, giovanilistica quanto si voglia, contro la presuntuosa conoscenza che i gubernatores millantano in TV dai pulpiti o dai rostri dell’era 2.0, ma che in effetti non detengono. L’aspetto di quel libro, al netto dell’andare un po’ manicheo e pamphlettistico, è ancora oggi per me quello di una onesta presa di posizione, assolutamente critica, proprio perché fatta senza alcun secondo fine e a cui guardo ancora come una traccia valida. Questo perché il cuore argomentativo del testo non era affatto vincolato alla contingenza politica, la lista dei partiti o dei politici in voga allora, quello era semmai il materiale empirico: il nucleo era un’argomentazione di ordine epistemologico. La critica alla “presunzione di conoscere”, vero peccato originale della scienza politica occidentale, stigmatizzato a fuoco da Friedrich August von Hayek, è quel nucleo centrale. Se anch’io avevo pensato – almeno un po’ – che studiando, ovvero accumulando more and more knowledge avrei accumulato more and more power, la realtà dei miei studi filosofici ed il continuo lavoro di confronto critico con la vita di tutti i giorni e l’attualità politica, economica e sociale, mi misero allora di fronte ad una risposta contraria: più uno approfondisce lo studio di quel tipo di conoscenza e di quel mix di competenze richieste per il “Buon Governo”, più deve ammettere a se stesso e al mondo che il potere dei governanti di fare ciò che l’elettore medio chiede loro è pari a zero. Non possono creare lavoro, non possono far smettere le crisi economiche, non possono renderci felici, non possono eliminare la povertà, non possono regalarci il benessere che ci fanno balenare davanti agli occhi a pochi mesi dalle elezioni. Possono al contrario generare mali e tragedie senza fine quei governanti che non riconoscano la complessità della società e dell’economia che sono chiamati a “governare”. E che non si accorgano del loro reale e strutturale status ignorantiae. Che, a ben guardare, non siano socraticamente filosofi. Eppure l’opinione che il Governo sappia, possa e debba sistemare tutto ciò che non va, regna indisturbata e come incontrastata da tutte le smentite quotidiane con cui la realtà stessa la dovrebbe scandalizzare. Tornare a ribadire la posizione già espressa, con eventuali migliorie, avrebbe già di per sé valore. Smentire un’opinione pericolosa ampiamente diffusa tra governanti e governati, che si alimenta in un circolo vizioso patologico, è utile al pensiero e al Paese. Ma la ragione di questo Post Scriptum risiede principalmente nella voglia di mostrare le nuove direzioni che il mio pensiero ha imboccato dopo quell’iniziale presa di posizione. Se vogliamo questo scritto va inteso anche come la revisione delle mie precedenti tesi, e anche come il loro aggiornamento o anche compimento sul piano epistemologico.
  • 8.
    La presunzione diconoscere: la critica al costruttivismo Tutto il Breviario ruota attorno alla critica avanzata a Friedrich A. von Hayek al costruttivismo. Poiché questo è un termine coniato da Hayek, e io lo ho ripreso senza alterarne di molto il campo semantico, e poiché questo termine ha in altri campi teorici usi diversi da quello qui proposto, è opportuno avanzare una sua migliore definizione. In più testi Hayek critica la “visione costruttivistica” nell’ambito dell’economia politica, e delle scienze sociali in genere; essenzialmente per l’economista austriaco questa visione riduce, semplifica – e banalizza – la complessità che il sistema socioeconomico esprime, pensando ad esso come ad una “macchina”, ovvero ad un assemblato fatto di tante componenti, e che, quasi fosse progettato da un ingegnere infallibile ed onnisciente, funziona proprio per questa ragione in modo armonioso e razionale. Proprio perché è fatto da uomini che sono «razionali». Mercato, società e le altre istituzioni sociali sarebbero dunque fatti, costruiti (di qui il termine costruttivismo) dagli uomini che, agendo in modo deliberato, ovvero scegliendo mezzi adeguati in vista di fini da loro ritenuti razionali, darebbero vita a questo meccanismo regolare e retto da regole che, almeno in linea di principio, sono tutte esplicitabili. Come di un orologio meccanico possiamo conoscere con precisione il comportamento complessivo, così potremmo fare del complesso socioeconomico. È esattamente questa, né più né meno, la grave presunzione di conoscere, che risiede secondo Hayek in un uso irragionevole della ragione, che pretende di applicare in modo miope schematismi epistemici nati altrove (ad esempio in seno al razionalismo cartesiano o positivista) ad un campo refrattario a farsi descrivere da essi. Con il curioso effetto di aumentare la lamentela riguardo la debolezza fondazionale delle scienze sociali, proprio nel momento in cui non se ne riconosce ab origine la natura peculiare. C’è insomma un misconoscimento del livello di irriducibile complessità che si trovano di fronte il politico, il sociologo o l’economista quando tentano di conoscere a fondo il loro “oggetto”. Ma quest’uso irragionevole della ragione, per citare direttamente Hayek porta a credere che gli uomini si sarebbero accordati per costruire razionalmente ed intenzionalmente le istituzioni sociali; ed anche un correlato terribile e dannoso, ovvero l’idea che l’uomo sia anche nelle condizioni di «poterle alterare a suo piacimento in modo che soddisfino i suoi desideri o le sue aspirazioni.»1 Dalla presunzione di conoscere a fondo i meccanismi economico-sociali, alla presunzione di sapere come intervenire in essi per ottenere desiderata qualsiasi il passo è breve. Il passaggio logico che i costruttivisti/razionalisti fanno è anche semplice: dalla presunzione di conoscere passano alla presunzione di poter fare. Hayek intende, a mio avviso, bloccare sul nascere questa china scivolosa, alla maniera elegante e fastidiosissima (per gli avversari) dei liberali, ovvero togliendo con garbo e decisione ogni inclinazione alla china stessa. E lasciando il re nudo, con tutta la sua ignoranza e la sua umana impotenza, esibito al ludibrio coram populo. Il modo in cui lo fa, ovvero parlando del concetto di ordine spontaneo, riconoscendo che la razionalità e l’armonia si possono dare – ed in effetti si danno perlopiù – in assenza di un progetto deliberato da parte di un soggetto che ad un certo punto delibera di organizzare le cose così-o-così, è elegante oltre che epistemologicamente valido. L’idea di Hayek di abbinare al costruttivismo il concetto greco di taxis, ovvero di ordine deliberato, razionalmente e volontariamente costruito da qualcuno o qualcosa (gli uomini, il governo, le leggi), e alla new form of rationality, ovvero quella della complessità irriducibile, e del suo pieno riconoscimento, il concetto di cosmos, ovvero di ordine immanente, fu forse una delle più stimolanti fonti di nuove riflessioni per il mio pensiero. Questa breve ripresa del cuore critico del mio Breviario Liberale, mi dà già la possibilità di mettere a fuoco meglio punti che allora non vedevo con tanta chiarezza. Era chiaro che quasi tutti i politici che sentivo pontificare dai pulpiti mediatici avevano torto. Ed era allora finalmente chiaro il perché: pensavano di avere una profonda intelligenza – nel senso etimologico di leggere dentro – della realtà storico-politica, e del momento economico, dei destini della patria e del cosmo intero forse. Li ricordo i loro augusti volti, le loro fronti diafane, tutte tese ad esplorarle queste profondità del reale, ricordo le rughe delle loro fronti: avreste potuto vedere i loro lobi cerebrali surriscaldati da anni buttati a erigere acrobatici ponti argomentativi su piloni fatti di nulla, o lontani anni luce dalla realtà. Un nulla cognitivo,
  • 9.
    un vuoto epistemologicospaventoso. Parlavano di pezzi realtà leggendone sottosezioni limitate alla luce di pezzi di “teorie” o di schegge impazzite di visioni politiche estinte. Non meraviglia che le coalizioni di allora riflettessero nella loro fragilità tutta questa frantumazione teorica. Hayek, allora come oggi per me, portava un po’ di chiarezza. Buttava via gli specchi infranti e restaurava la ragione, nelle sue legittime pretese, nei suoi giusti confini.
  • 10.
    Le mie “incursioni”nella pensiero della complessità Gli anni successivi alla pubblicazione del Breviario li ho dedicati a “mettere a punto” una visione teorica più soddisfacente sul tema della complessità, per ancorare le originali intuizioni di ordine spontaneo, contrapposizione cosmos/taxis, sistemi autoregolanti, ad uno sfondo teorico più saldo. Per quanto mi sembrassero del tutto evidenti le tesi hayekiane, e così ragionevole la sua critica al costruttivismo, giustificarle razionalmente non è per nulla immediato. Farlo richiede una teoria della complessità, e non mi bastava certo disegnare schemi o, tantomeno andare a caccia di conferme storiche per mostrare il malfunzionamento dei sistemi socialisti, presi ad emblema della centralizzazione e della “presunzione di conoscere” da parte del governo centrale. Si trattava insomma di attuare un cambio di paradigma, mio in primis, e come ogni cambio di prospettiva non è richiesto direttamente dai dati empirici (o storici), si impone spesso per vie extralogiche. La mia ricerca del paradigma giusto per meglio mettere a fuoco le intuizioni hayekiane del 2006, si rivolse prima di tutto alla Sinergetica di Hermann Haken. Fisico teorico, studioso della teoria del Laser, Haken propose un’interpretazione del funzionamento del dispositivo Laser, che mi pareva riutilizzabile per il mio problema della complessità. In estrema sintesi Haken sostiene che l’emissione del fascio dal tubo Laser avviene dopo un processo di selezione spontaneo, non prevedibile, in cui tra i tanti fasci luminosi continuamente riflessi tra le due estremità a specchio del tubo Laser, improvvisamente uno – l’ordinatore – inizia a “prevalere su” tutti gli altri – gli asserviti – in un processo che termina con l’emissione del raggio laser a grandissime energie. L’elemento che mi affascinò della proposta di Haken fu il fatto che evidentemente era spiegato un fenomeno di auto-ordinamento spontaneo di un sistema complesso di elementi, che non richiedeva l’intervento di un agente esterno ad esso, o di un elemento che ad un certo punto direzionasse gli eventi. L’altro forte punto di fascino che, ad esempio nel suo libro Nel Senso della Sinergetica, Haken mi mise davanti agli occhi fu l’invito ad estendere lo sguardo della Sinergetica oltre il campo originario della fisica, per il quale era nato. Haken fa alcuni esempi di estensione alla fisiologia del movimento, alla chimica, e all’economia teorica. Grazie alla lettura di Haken, iniziai a capire che il problema della presunzione di conoscere, e della necessità di una comprensione più soddisfacente della complessità, che avevo incontrato in campo politico ed economico, non era affatto limitato a quest’area di sapere. Tutto allora mi parlava di complessità, dai sistemi sociali ed economici, alla biologia all’astronomia, dal corpo umano fino alla psiche umana. Mente un’anarchia ordinata (2010), fu il primo frutto, mai pubblicato, di questo trend di pensiero; in esso rifacendomi alla filosofia della mente di David Hume e criticando il razionalismo kantiano, cercavo di offrire, con gli strumenti teorici della Sinergetica, alcuni tentativi di spiegazione di eventi mentali senza ricorrere però all’idea di un “ordinatore centrale” a una “unità centrale di elaborazione” che regolasse la mente. Proprio come Haken faceva con il suo Laser. Rileggendo quella ricerca ora sorrido un po’, ma mi colpisce come in fondo, come ho sempre fatto nei miei studi, la prima cosa che avevo sottomano per verificarli fossi io stesso. In questo caso la mia mente, che mi parla ogni istante di complessità, da quando guardo un fiore, a quando vedo un volto, a quando eseguo due volte lo stesso pezzo al pianoforte e provo tuttavia emozioni differenti. Dalla stessa persona che prima amo e dieci giorni dopo, o dieci secondi dopo, magari mi è indifferente. Ma non è la sede questa per entrare nei dettagli di quella ricerca, che fu in complesso insoddisfacente dal lato epistemologico e troppo soggettivistica. In Filosofia dell’Ordine Spontaneo, scritto tra 2011 e 2012, e non edito, passavo in rassegna tanti campi di sapere, economia, sociologia, fisica, cosmologia, psicologia, informatica, urbanistica, e cercavo di catalogare alcuni esempi di spontaneous order selezionati dai differenti campi scientifici, facendo emergere una più chiara visione del fenomeno. Insoddisfatto ormai dalla Sinergetica, effettivamente paradigma troppo hard-science per le scienze sociali e umane in genere, cominciavo ad approcciare il problema della complessità attraverso uno sguardo sistemico, quello che al momento mi convince maggiormente; allora lo facevo analizzando gli esempi di complessità catalogati attraverso le categorie filosofiche di olos e pan (complesso che “eccede le parti” e complesso che “equivale alla somma delle parti”). Ora dopo lo
  • 11.
    studio dei testibase della Sistemica, tra cui i lavori di Ludwig von Bertalanffy, rileggo in quella contrapposizione la dicotomia sistema/insieme, sistema/macchina, emergenze/proprietà analitiche. Liberatomi della Sinergetica, che mi era servita per ampliare lo sguardo ad altri campi di ricerca entrando in un’ottica inter/transdisciplinare, ritornavo ad Hayek ed andavo oltre prefigurando la Sistemica, che non avevo ancora assimilato come prospettiva teorica. Con l’ecologia, ovvero con l’applicazione della visione hayekiana ad essa, mi andò meglio sul piano teorico. Nel 2012 chiudevo un libretto sempre dall’andare pamphlettistico intitolato Miseria dell’Ambientalismo. Qui il complexus era l’ambiente, il sistema di esseri viventi ed elementi naturali, con i vari sistemi di autoregolazione che sa esprimere, ed i “presuntuosi”, ovvero quelli che credono di conoscere l’ambiente come se fosse un organismo semplice, e migliorabile, erano gli “ambientalisti”. L’ambiente è complesso, cercare di ravvisare causalità lineari, o correlazioni semplici in esso significa “far fuori”, misconoscere la sua irriducibile complessità. Pensare di modificare macrofenomeni come la temperatura terrestre con un uso più responsabile dell’automobile, è plausibile, quanto lo era credere che un governo possa migliorare qualcosa, ma ingenuo, perché non ha alcuna fondazione epistemologica e razionale. Cade vittima della impietosa ghigliottina epistemologica di Hayek. Tentativi, indagini serie, corse avanti e fughe teoriche, hanno caratterizzato il mio percorso concettuale dopo la pubblicazione di Breviario Liberale. La voglia e l’insuccesso di “fare sistema”, “fare teoria” unificata, sono stati il mio cruccio più grande in questi anni. E anche quello che mi spinse ad abbandonare le ricerche su quei brogliacci di appunti, in cui le buone idee, ed i buoni propositi, rari nantes in gurgite vasto, vagavano in un mare oscuro e inquinato. Ma ogni tanto ripensavo a come salvarli da quel caos. La lettura di Teoria Generale dei Sistemi di Ludwig von Bertalanffy, fu l’occasione per farlo.
  • 12.
    La scoperta dellaSistemica: da von Hayek a von Bertalanffy La prima lettura del fondamentale lavoro di Ludwig von Bertalanffy intitolato Teoria Generale dei Sistemi, mi mise nelle condizioni di esplicitare finalmente molti dei concetti che in modo opaco già impiegavo per indagare l’ignoto mondo della complessità, e, soprattutto, la sua resistenza a farsi conoscere, la sua radicale ed irriducibile diversità dallo sguardo e dall’analisi consueta. Von Bertalanffy, biologo teorico, studioso e padre fondatore della Sistemica, mette a fuoco le potenzialità esplicative del concetto di sistema dapprima prendendo in analisi il suo campo teorico, ovvero la biologia, ed in particolare lo studio del metabolismo, e quindi avanza la congettura ardita di estendere, in modo matematicamente rigoroso tale concetto anche alle scienze umane ed alla psicologia, alla storia ed all’economia. Ovvero non troppo diversamente da quanto faceva – o meglio farà alcuni anni dopo – Hermann Haken con la sua Sinergetica, ma con più chances di successo. L’idea primitiva della Sistemica è di abbandonare l’approccio analitico nello studio dei fenomeni complessi. Questa mossa richiede però un cambio d’impostazione, di sguardo, di paradigma. Innanzitutto alla nozione di insieme di elementi, è sostituita quella di sistema, definito come «insieme di elementi in interazione reciproca». Pensare ad un complesso come ad un insieme di elementi, che stanno giustapposti a formare un aggregato, è ben diverso dal concepirlo in termini di un network che connette tali elementi. Questo shift concettuale è a ben guardare la base del mio modo di guardare la realtà ora. È su questa base che ora capisco meglio il senso epistemologico della critica hayekiana al costruttivismo: la presunzione dei politici, l’oggetto di anni di critiche interiori e silenziose, stava (e sta) proprio nel non volerla capire che non stanno giocando con Lego, quando si sbizzarriscono a tassarci o pianificare, o a promettere paradisi in terra. Hanno a che fare con un ente molto più complesso, irriducibilmente complesso, che schianta sistematicamente i loro desiderata, i loro sogni, i loro piani o progetti. Presumono che le istituzioni sociali ed economiche siano assemblati modificabili da uomini (loro) perché sono “fatti” da uomini. Uomini dotati di più potere politico, i governanti, ci portano – e si inducono – a pensare che avranno anche più potere cognitivo, più intelligenza dell’economia e della società: quale terribile errore! Il premier ne sa tanto quanto me, che sono qui nella profonda provincia dell’Italia del Nord – benché magari abbia qualche statistica più aggiornata – e dubito che per il fatto che è diventato smisuratamente più potente di me, sia anche diventato un superuomo capace di indagare le profondità di un complesso sistema socioeconomico, come quello italiano, scorgendone at a glance le articolazioni intestine e fondando così le sue pretese di migliorarlo pianificando, e di governarlo fuori dai marosi della crisi. Eppure quanto tutti i termini politici relativi all’arte di governare riflettano una mentalità semplicistica, riduzionistica e costruttivista è lampante, pensiamo allo stesso termine governare, che rimanda alla radice greca di kubernetes, il timoniere della barca; il termine guidare che fa pensare ad un veicolo. Ma anche tante metafore applicate allo Stato sono tarate dal razionalismo riduzionista. Tra le più curiose ed errate che si sono sentite negli ultimi decenni cito soltanto quella dello Stato-azienda. Un’azienda è effettivamente una struttura deliberatamente costruita (è frutto di taxis) per vivere dinamicamente in un mercato competitivo. Lo stato è una struttura deliberatamente costruita per vivere monopolisticamente su una regione spaziale, nella quale insiste – o resiste a stento – un sistema economico e sociale. Sistema sulle cui articolazioni e dinamiche interne i governanti: 1. Non sanno quasi nulla; 2. Non possono stabilire alcun piano di intervento. Questi due punti grazie alla teoria generale dei sistemi di von Bertalanffy, sono a mio avviso, ben messi a fuoco. Sul fondamentale ed irresolubile stato di ignoranza il biologo ci dice che la complessità di un sistema matematico, utile a descrivere, ad esempio con equazioni differenziali, un sistema biologico cresce esponenzialmente al crescere del numero di elementi dello stesso. Ora, ipotizzando che il complexus socioeconomico, ovvero il network di interazioni di individui, di scambi informativi espliciti ed indiretti tra di essi, sia ben rappresentato dal concetto di sistema, così come definito da von Bertalanffy, ecco che mi appare ora meglio fondata l’obiezione epistemologica di von Hayek al razionalismo costruttivista: chi ci governa non può conoscere o rappresentarsi con esattezza la complessità dell’alveare brulicante di uomini, menti, microsistemi, mercati, nel loro incessante lavorio quotidiano, non può prevederne il decorso perché, come con sufficiente sicurezza ha mostrato Karl
  • 13.
    Raimund Popper inMiseria dello Storicismo, leggi storiche di sviluppo non ne possiamo astrarre dal decorso degli eventi storici poiché esso è aperto ai capricci del caso, non direzionato linearmente e ovviamente in divenire2 . Questo rende chiaro anche il fatto che chi ha l’onere del governo, non “sa cosa fare”, non riesce a pianificare interventi in modo razionale. Un sistema, evidenzia von Bertalanffy, sa esprimere un comportamento globale, complessivo che non è né riducibile al comportamento delle parti componenti, né deducibile da una conoscenza accurata di esse, né prevedibile in funzione di esse. Ha un comportamento olistico, cosa che è l’aspetto più interessante ovviamente, alla conoscenza del quale lo studio analitico delle parti componenti non offre contributi. Spesso ci si riferisce a questo livello di comportamento metacomplesso con il termine emergenza. Le proprietà tipicamente sistemiche, che non sono proprie di alcun elemento del sistema, vengono definite proprietà emergenti. Ora è a questo livello globale, olistico, emergente che mirano i politici quando fanno promesse o piani legittimi di “interesse generale”, del tipo far smettere la crisi o migliorare l’economia. Ma il paradosso è che non lo possono fare né direttamente, perché quelle proprietà – il benessere economico, la crescita del PIL, il benessere generale di un Paese etc. – propriamente non esistono, nel senso che una proprietà emergente non si appunta su un ente unico e “manipolabile”, né indirettamente, poiché pensare di agire sugli elementi di un sistema per ottenere effetti globali ed emergenti, significa presupporre l’esistenza di una causalità di tipo lineare tra il livello down e quello top che semplicemente non regge. Come ho scritto in Riflessioni libere sulla teoria dei sistemi, ricerca del 2012 non pubblicata, la conquista più preziosa per me che lo sguardo sistemico mi ha offerto, è senz’altro l’abbandono del modello di causalità lineare. Un sistema complesso non è intelligibile con un modello di causalità lineare. I politici presuppongono che lo sia – tranne i pochi vagamente informati dell’esistenza del liberismo, che attualmente non so dove siedano in parlamento – e usano schemi causali veramente stilizzati e ridicoli, per piacere all’elettore medio. Non lineare è quel tipo di causalità in cui un sistema di elementi è percorso da catene causali che, oltre a correre parallelamente, si intersecano magari più volte, creando flussi causali anch’essi complessi. Non lineare è il tipo di causalità in cui preponderante è il fenomeno del feedback: il comportamento di un elemento A influenza il comportamento di un elemento B, e questo a sua volta retroagisce sull’elemento A. E quindi pensare la società e l’economia come se fossero complessi analitici, ed intervenire tatticamente in essi, significa vederli attraverso uno specchio infranto, composto di frammenti distorcenti.
  • 14.
    Macchine e sistemi:il decadimento sistemico Bertalanffy analizzando l’evoluzione a cui va incontro un embrione nella sua formazione, in Teoria Generale dei Sistemi evidenzia come esso parta da uno stato in cui si comporta come un sistema, ad esempio reagendo come totalità alle stimolazioni ambientali, sino ad uno stato terminale in cui si comporta come un aggregato di sistemi giustapposti, perdendo quindi quella “globalità” originaria. A livello causale il processo che il biologo chiama segregazione progressiva parte da quella complessa e non- lineare, per giungere ad uno stato terminale in cui vi sono catene causali indipendenti o debolmente interagenti. Si passa tendenzialmente da uno stato sistemico ad uno stato di macchina. A differenza di un sistema, una macchina non esprime un comportamento emergente, globalmente reattivo rispetto alle perturbazioni ambientali. È ben descritta dal consueto paradigma analitico: si può inferire il comportamento complessivo dell’aggregato meccanico dal comportamento individuale delle parti componenti. Seguendo lo sguardo di Bertalanffy che mi invitava ad osservare come uno stesso “ente” come un embrione, andasse incontro ad una evoluzione funzionale, strutturale e comportamentale, ovvero che lo stesso ente durante il processo di segregazione è prima un sistema, poi perde gradualmente globalità, ed infine diventa una macchina, o meglio un aggregato di microsistemi, e in linea teorica può decadere allo stato di insieme, ho elaborato il concetto di “decadimento sistemico”. Un sistema può decadere, perdere le sue proprietà emergenti, le sue funzioni di regolabilità globale, e diventare un aggregato di parti individuali non interagenti. Insiemi, macchine e sistemi non sono dunque enti diversi: sono tre strutturazioni o fasi diverse della stessa ontologia. Sono fasi di organizzazione ontologica, che esibiscono comportamenti e proprietà distintive e identificanti. La tendenza alla fuga d’idee filosofica mi spinge ora a passare, dal piano epistemologico iniziale, che vedeva la teoria dei sistemi come un valido “attrezzo concettuale” per disporre di un’immagine della complessità socioeconomica, psichica, biologica etc., al piano delle congetture ontologiche. Vorrei e non vorrei…Vorrei sostenere che l’ontologia è in realtà sistemica, che “tutto è sistema”. Nel senso che evitando di moltiplicare il numero di enti praeter necessitatem, sembra ragionevole pensare che anche le cose che non hanno l’aspetto “vitale”, “globale”, “propriamente sistemico”, e che stanno lì come gli oggetti inanimati siano in realtà sistemi decaduti, o elementi di sistemi una volta attivi, e pronti a riattivarsi. Vorrei e non vorrei essere più competente in campo scientifico o filosofico per argomentare che il concetto di sistema è una generalizzazione del concetto di ente così come la Teoria della Relatività di Einstein è una generalizzazione della Teoria della Gravitazione Universale di Newton. Nel senso che – per farla corta – un sistema può comportarsi come una cosa, ma una cosa non può comportarsi come un sistema. Vorrei ma non posso. Appartengo a quella nobile scuola filosofica che in Italia non ha gran seguito, che ha una tale venerazione per il lavoro degli scienziati veri, una tale curiosità per ciò che fanno, una tale ammirazione per le loro ricerche ed i loro metodi di lavoro, che proprio non posso, non ce la faccio ad abbandonarmi in simili deliri su ciò che c’è per davvero, sull’essere e il non essere, la sostanza e le più profonde verità.
  • 15.
    Conclusione La congettura concui termino questa revisione delle mie idee si vuole dunque limitare al solo piano epistemologico. Come epistemologica era l’obiezione fondamentale di Friedrich August von Hayek al costruttivismo, all’uso irragionevole della ragione, che ipersemplifica per conoscere, finendo per sapere poco o nulla delle istituzioni sociali ed economiche e per danneggiarle. Se l’economia è un sistema (complesso, non lineare, autoorganizzante…), e se chi la governa (sovrano, parlamento, burocrazia…) non riconosce questa complessità, perché non paga elettoralmente, o perché non ci arriva proprio a capirla, e poi interviene con dei provvedimenti che impattano sull’economia, ecco che va ad alterare inevitabilmente il comportamento del sistema economico, la sua reattività, trasformandolo in modo anche irreversibile e imprevedibile. Un governo con tutta la sua sottostruttura burocratica è un corpo alieno inserito in un sistema socioeconomico di per sé vitale; alieno perché è davvero una macchina, nel senso visto prima, pensata da qualcuno per fare qualcosa, ma è inserito in – e succhia soldi ed energie da – un sistema complesso che è continuamente stressato da questo cancro e da tutte le sue sottometastasi (regioni, province, comuni…) che ci offrono servizi – quasi sempre scadenti – in regime monopolistico. Ma soprattutto fa pagare la sua rigidità di macchina complicata e farraginosa, mantiene la sua struttura burocratica ed il suo potere, provocando proprio, a mio avviso, un fenomeno di decadimento sistemico nell’esosistema socioeconomico che lo “ospita”. Un sistema economico potenzialmente vitale, continuamente alterato dall’intervento statale, vessato da una pressione fiscale INTOLLERABILE, da leggi INCOMPRENSIBILI, concepite (forse) in origine per mettere ordine e “migliorare le cose”, può decadere verso lo stato segregato, facendo venir meno la capacità di reagire globalmente, ed elasticamente ad eventuali perturbazioni esterne, come crisi dei mercati finanziari, o altri eventi negativi provenienti dall’esterno. Prima dunque di buttarVi in diatribe sui valori, sulle ideologie, creando pollai mediatici che ho visto fin troppo nei miei 30 anni di vita, o di metterVi a trasformare il Paese o il mondo intero in un luogo che risponda ai vostri canoni, piani o programmi, ricordateVi bene che la realtà ha delle sue regole, e che LE DOVETE riconoscere e rispettare. Per il bene del Paese, please, abbassate le tasse, please non agitatevi, non concepite più piani umoristici, interventi onirici e azioni infantili; e, please: Laissez-nous faire!
  • 16.
    Note 1. F. A.von Hayek, Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee, trad. it. Armando, Roma, 1988, p. 271. 2. Prima di scegliere il concetto di sistema come “attrezzo teorico” per descrivere il complexus scioeconomico, cercavo di ragionare in questo modo, informale, ma non del tutto peregrino: perché l’economia pianificata non funziona? È spenta, non reattiva, e non competitiva? Perché tutto o quasi passa per un “centro cognitivo e decisionale” unico. Perché le economie non pianificate sono più vitali e prestanti? Perché quell’accentramento cognitivo e decisionale è molto meno pressante. O distribuito, disperso, tra milioni di individui, come dice Hayek. Il ragionamento contrastivo proseguiva mostrando che in linea di principio un sovrano onnisciente ed onnipotente avrebbe potuto pianificare gli eventi economici e governare in vista di goals specifici una nazione. Allora la immaginavo solo sul piano pratico l’impossibilità, poiché nessun uomo, o premier, o capo supremo, o sultano, o re, avrebbe mai disposto in effetti di una tale onniscienza e onnipotenza. Oggi credo che l’impossibilità sia eminentemente epistemica: un leader politico, un collegio di leaders, o un’assemblea irriducibilmente non potranno mai conoscere poco più di una vaga eco lontana di quella complessità sistemica che non supponevano esistere, quando dai pulpiti mediatici, mi promettevano vaghi paradisi terrestri, che in mente avevano, e che, con imposte tasse e balzelli, devastavano, noncuranti del fatto che gli elementi del sistema non erano “omini” del Lego, ma uomini vivi dotati di un cuore.
  • 17.
  • 18.
    Premessa Una ricerca sullamente umana è sempre in buona sostanza un’operazione autobiografica. In fondo quando Locke, Hume e Kant scrivevano le loro ricerche sulla mente non facevano altro che raccontare come funzionava la loro e pretendere che la mente di tutti funzionasse proprio come la loro. Basta pensare a Cartesio: la scoperta del cogito non giunge forse all’interno di quella straordinaria opera autobiografica che sono le Meditazioni Metafisiche? C’è ancora spazio oggi per ricerche autobiografiche di questo tipo? E parlo naturalmente dopo la rivoluzione che ha portato la psicologia a staccarsi dalla filosofia ed a diventare una scienza autonoma. Tuttavia proprio nell’ambito della “scienza dell’anima” prevalgono tante impostazioni giustapposte: basti pensare alle molte scuole di psicoterapia che sono state inventate e operano nelle nostra città. Questa pluralità mi conforta: se c’è un dibattito in corso, anch’io come filosofo posso dire la mia. La mia proposta sarà una rielaborazione creativa di cose probabilmente già dette; ma non procedo a lume di candela: il mio punto di riferimento è la Sinergetica di Herman Haken, un paradigma scientifico nato negli anni ‘60 nell’ambito della fisica applicata, ma che ha trovato notevoli esiti in tanti altri campi di ricerca, tra cui la neuropsicologia. Nell’ambito della filosofia della mente mi pare che il modello della sinergetica trovi un fertile campo di applicazione in grado di rivoluzionare l’immagine che ognuno di noi ha della sua mente. Il modello di mente che i miei pensieri, ed il mio gusto, preferiscono potrebbe certo valere solo per la mia mente. Mi sono già confrontato con alcuni professori di filosofia della mente sulla mia proposta e ne ho ricevuto pareri contrastanti: per uno la “riforma sinergetica” della mente che vado proponendo di fatto svuota di senso qualsiasi topografia o “psico-geografia” della mente (si pensi al modello kantiano). Per un altro l’idea non era poi molto originale: in fondo – e questo lo riconosco sinceramente – Daniel Dennett ha proposto un modello assai simile alla sinergetica della mente (il modello Pandemonium). L’ultimo professore mi ha consigliato di rileggermi Hume e di ripartire da lì: «in Hume – mi ha detto – come nell’Iliade, c’è tutto». Ho seguito il suo prezioso consiglio e così è nata questa ricerca. Se il mio intento fosse una mera escursione teorica nei reconditi della mente francamente avresti sprecato il tuo tempo nel leggere questo libro che non sarebbe nemmeno degno di un piccolo rogo humeano. Questa ricerca teorica ha chiare ambizioni pratiche, applicative. Certo non potrò dedicare ché alcune illustrazioni alla spiegazione delle potenziali applicazioni della psicosinergetica. Mi concentrerò in particolare sulla formulazione di una nuova proposta di couseling relazionale, sull’economia, e sulle applicazioni nel campo delle teorie del risarcimento del “danno” mentale. Molte delle idee che ho prodotto su questo ultimo punto derivano in qualche senso non ben sondabile dal mio attuale lavoro di mediatore assicurativo. Ritengo illuminanti, fertili e assai avanzate le conclusioni a cui sono giunto in questo campo. È essenzialmente per l’importanza che attribuisco a queste conclusioni applicative (assai “cariche” di teoria) che ho deciso di pubblicare le mie ricerche che avrei altrimenti tenuto in giacenza (come tante altre mille idee e bozze incompiute di scritti) nei cassetti della mia scrivania. A questo punto so di essermi esposto mille critiche: ma non è questo che temo. Mi fa paura solo l’irragione, la non-logica e chi nella sua inutile vita non ha mai deciso di rischiare nemmeno per un secondo.
  • 19.
  • 20.
  • 21.
    Explanandum Nel porre correttamentela questione della mente è importante identificare in modo chiaro e non ambiguo l’explanandum. Il dramma della filosofia della mente è proprio il fatto che tra i filosofi non vi è stata concordia nell’individuare l’obiectum delle ricerche sull’intelletto: in questo risiede essenzialmente la difficoltà nel mettere in dialogo fertile i vari autori che soffrono il più delle volte di un autismo filosofico desolante. C’è dialogo se c’è un terreno terminologico comune e preliminare utile affinché i contendenti si intendano. L’oggetto della filosofia della mente è quell’insieme di fenomeni che interessano il nostro animo. A questi eventi mentali i filosofi hanno dato i nomi più svariati ed hanno immaginato nei modi più diversi il loro funzionamento. L’oggetto della presente ricerca è “tutto ciò di cui siamo coscienti”, tutto ciò che affiora al livello della cognizione. Le moderne teorie psicanalitiche pontificano sull’inconscio ma cosa ne sappiamo di questo campo? Ovvio: nulla proprio perchè non ne siamo consci. La nostra indagine verterà dunque su tutti quei fenomeni che non i filosofi ma l’uomo della strada riconosce “ospitare” nella sua mente. Sono fenomeni consci, e in quanto tali “studiabili”: § Identificazione di un oggetto. § Fenomeni simili, opposti, uguali § Ricordi § Previsioni § Idea di Causa-effetto § Sogni § Effetto-isteresi, variazione di qualità § Spazio § Tempo § Intelligenza § Dialogo interiore e ragionamento Questi sono solo alcuni dei nomi che sono stati affidati agli eventi mentali consci. Per focalizzarci più chiaramente possiamo prendere un evento come le emozioni: pare, ad una prima osservazione, che poco c’entrino con la dimensione del conscio, in quanto in fondo sono eventi che “non controlliamo” che si impongono all’io conscio. Tuttavia “conscio” non è sinonimo di “razionalmente controllato”: i sentimenti possono benissimo avere cause profonde ed inconsce – su cui nulla possiamo dire – ma noi li percepiamo, li “sentiamo” solo nella misura in cui affiorano alla nostra coscienza. Lo stesso vale per le volizioni: magari prodotte da ciechi istinti a noi ci si presentano sempre nella modalità del conscio. Per semplificare il lavoro chiameremo le determinazioni della lista precedente semplicemente fenomeni mentali o fenomeni.
  • 22.
    Explanans Definito l’oggetto diogni indagine sulla mente umana è necessario avanzare delle teorie che spieghino i fenomeni summenzionati. Naturalmente una teoria è tanto più accettabile quanto più economica è nelle sue assunzioni ontologiche e quanto più è esplicativa: una teoria va bene se fa il più col meno. È questo il fondamentale principio di parsimonia detto rasoio di Ockham. E nelle teorie della mente, probabilmente per una certa “volatilità” dell’explanandum, se ne sono viste e sentite di tutti i colori sia dalla prospettiva psicologica che da quella filosofica: è chiaro che serve un metro che ci consenta, se è possibile, di trovare il bandolo della matassa tra tutte le teorie della mente. Se riusciremo a trovare le “opzioni di fondo” i “partiti politici” ai quali i filosofi e gli psicologi si rifanno avremo già fatto un grande servizio portando un po’ d’ordine tra le filosofie della mente. C’è un’osservazione da fare prima di procedere sempre in merito all’explanans: in nessun modo una teoria della mente va ritenuta la CAUSA dei fenomeni mentali analizzati. L’immagine positivistica che vede negli enti teorici delle ontologie reali è ormai ampiamente superata: le teorie della mente sono congetture puramente teoriche sul funzionamento della mente e non ne sono la causa, così come la teoria di Newton non è ovviamente la “causa” del moto dei corpi celesti.
  • 23.
    Un po’ d’ordinetra le teorie della mente Francis Bacon ci ha lanciato un ammonimento chiaro: prima fate luce, poi verranno i frutti. Seguiremo il suo prezioso consiglio. Per portare un po’ di luce, un po’ d’ordine nel mare magnum delle theories of mind dovremo operare una più o meno garbata pressione semantica sui filosofi che prenderemo in esame: come detto infatti ogni indagine sulla mente umana soffre un po’ di autismo semantico. Come la regola aurea del rasoio ci insegna dovremo non considerare teorie pleonastiche e poco esplicative ed andare a caccia delle “opzioni di fondo” che sono state seguite dai maggiori teorici in epoca moderna e contemporanea. Come emerge subito ad una rapida lettura degli autori critici, che hanno rivolto le armi della ragione contro se stessi, contro la loro anima, le opzioni non sono infinite. Come funziona la mente? Come conosce la mente? Come ci spieghiamo i fenomeni mentali? La prima opzione che accomuna gli autori cosiddetti razionalisti (da Cartesio a Kant) suona più o meno così: Nella mente c’è un io (la coscienza) che ha la facoltà di conoscere, volere, agire, patire. In questa opzione 1 si spiegano i fenomeni attribuendoli ad una entità (agente/funzione/ente) che ha delle determinate proprietà. È questa una spiegazione che ha avuto successo anche nella common sense theory. L’opzione 2 la dobbiamo dedurre facendo una qualche forzatura teorica sugli empiristi, soprattutto su David Hume. La mente, secondo questa visione, è una sorta di contenitore di idee che sono autonome e già strutturate cognitivamente: L’io conoscente non esiste: esistono solo le idee che sono in “lotta” tra loro e di volta in volta si affermano. Affiora al livello del conscio dunque l’idea o la volizione che si afferma. Dissoluzione dell’io e autonomizzazione dei contenuti cognitivi: queste sono le caratteristiche principali dell’opzione 2. Le teorie della mente, secondo la mia proposta, possono dunque essere ordinate su una scala che varia in funzione del rapporto tra io e idee (contenuti cognitivi). Tutto dipende dalle nostre opzioni teoriche riguardo queste due polarità. Per fare emergere la dialettica di fondo tra opzione 1 e 2 è utile stilizzare un po’ queste soluzioni, portarle egli estremi: in fondo come detto le opzioni di fondo in filosofia della mente sono riconducibili ad una scala che varia in funzione di quanto esplicativamente “importanti” siano per noi ora l’“io” ora le “idee”. Se la soluzione 2 era “solo le idee esistono”, possiamo all’altro estremo stilizzare un’opzione ontologica altrettanto radicale ed antitetica: “solo l’io esiste”. Ecco una schematizzazione di quanto intendo dire: § A Solo l’io esiste (ed le idee non esistono) § … § … § … § B Solo le idee esistono (e l’io non esiste) Le soluzioni intermedie – esistono sia l’io che le idee - sono naturalmente quelle più praticate dai teorici perché sono più semplici – benché ontologicamente antieconomiche – ma ogni pensatore ha la sua preferenza: Cartesio sostanzializza l’io e indebolisce le idee, Hume indebolisce radicalmente l’io e rafforza le idee, Kant fa dell’io-penso una “funzione” e dei fenomeni delle semplici apparenze. Il rapporto tra “io-penso” e idea, nel senso in cui lo sto configurando, può credo ben essere chiarito da una metafora politica. L’io è lo Stato ed le idee sono gli individui. Allora l’opzione A - solo l’io esiste – la possiamo riformulare come “solo lo Stato esiste” ovvero per intenderci qualcosa come un sistema socialista estremo che non lascia alcun spazio alla libertà d’azione degli individui. Al contrario l’opzione B – solo le idee esistono – diventa: lo Stato non esiste (si è dissolto) solo gli individui esistono: si tratta di un sistema libertario altrettanto radicale1 . Ma la metafora funziona bene anche e soprattutto nei gradi intermedi. Ecco come possiamo riformulare la nostra scala comparativa: §A Solo l’io esiste / Solo lo Stato esiste
  • 24.
    §… §… §… §B Solo ile idee esistono / Solo gli individui esistono In medio, naturalmente, c’è tutto. In campo politico questo è evidentemente vero perchè anche il socialismo più becero e radicale non potrà mai demolire del tutto gli individui (quantunque aspiri chiaramente a farlo) e l’anarcocapitalismo è di difficile realizzazione. Ma nel campo delle teorie della mente non abbiamo a che fare con limiti empirici di questo tipo: tutte le opzioni intermedie ed estreme sono legittime. Possiamo dire che i due rebbi estremi della forchetta proposta rappresentano soluzioni monistiche, in quanto ci dicono in sostanza che esistono enti di tipo omogeneo (o solo l’io o solo i fenomeni). Nel mezzo è l’interregno delle “soluzioni” dualistiche: esistono sia l’io, sia le idee, sia lo stato, sia i cittadini; tuttavia le teorie dualistiche della mente variano a seconda di quanta importanza esplicativa si ripartisca di volta in volta tra io e idee. Utilizziamo ancora la metafora politica: § A Solo l’io esiste / Solo lo Stato esiste [Socialismo] § … § Cartesio (il cogito è una sostanza) [Nazionalsocialismo] § … § Kant (l’io-penso unifica i fenomeni) [Dottrina sociale della Chiesa] § … § Hume (libero gioco delle idee) [Liberalismo Hayekiano] § … § B Solo le idee esistono/ Solo gli individui esistono [Libertarismo] Ora, lo schematismo proposto vuole offrire una idea generale del rapporto politico tra funzioni mentali e contenuti cognitivi, quindi non vale la pena di entrare troppo nei dettagli delle associazioni. Basti notare che, partendo dallo stato A e procedendo verso lo stato B l’entità politica centrale (l’io) si indebolisce ontologicamente – mentre si rafforzano gli individui (idee) – ed il contrario avviene naturalmente procedendo da B verso A.
  • 25.
    Sul monismo dell’io Nonconosco autori che abbiano sostenuto questa prospettiva. Si tratta di un’opzione piuttosto radicale che di fatto taglia alla base qualsiasi possibilità cognitiva. Equivale infatti a sostenere che l’io è una sostanza che non ha a che fare con pensieri o contenuti cognitivi. Ma il fatto che noi abbiamo o che vi siano pensieri/volizioni contenuti è evidente. Qualcuno come fa Berkeley potrebbe sostenere che questi fenomeni siano mere apparenze inviate da Dio o da qualche demone, ma sarebbero tuttavia qualcosa di altro rispetto all’io penso. Di fatto questo monismo non spiega per nulla come si generi o si giustifichi la conoscenza. Nemmeno nel sogno viviamo una situazione di questo tipo, ovvero una coscienza senza contenuti; saremmo sprofondati in un solipsismo disperante e vuoto. Questa alternativa, presa in esame teoricamente, richiede dunque di essere scartata per ragioni di economia esplicativa e funzionalità teorica. Oltre per il deficit euristico da cui è segnata.
  • 26.
    Dualismo io/idee In questointerregno tra i due estremi monistici si colloca la common sense theory che fa tuttavia una “strana coppia” con il mainstream filosofico occidentale. Cartesio, Leibniz e Kant vanno collocati in questa fascia o famiglia di teorie. E li possiamo etichettare come “razionalisti” nel senso che tutti, chi più, chi meno, attribuiscono all’intelletto, all’io, una funzione operativa e attiva nella formazione/emersione della “cosa conosciuta”, che sta alle facoltà conoscitive come un contenuto sta ad un contenitore. Come, appunto, un cogitatum sta ad un cogitans. Ed è un modo di pensare così diffuso e di successo che solo metterlo in questione sembra impossibile od insolito. «Se c’è un pensiero serve qualcuno che pensa» mi ha detto una mia collega; «per confrontare due figure e accorgersi che sono simili è necessario un medium che unifica e raffronta» ed altre simili cose. Ma interroghiamoci in modo onesto su questa presunta soluzione. Cosa ci dice in generale il pensiero razionalista? Che noi abbiamo un “io” che opera su dei contenuti ed eventualmente produce giudizi. Cioè, semplificando, che noi conosciamo perché abbiamo una facoltà conoscitiva. È come spiegare che un farmaco cura dicendo che ha la vis curativa, evidentemente non spieghiamo niente in questo modo. Quindi sostenere: se c’è un pensiero serve qualcuno che pensa» non aggiunge assolutamente nulla, non spiega niente di come funzioni la nostra conoscenza. È una definizione circolare e autoreferenziale. Allora tanto vale non complicarsi la vita e dire che l’occhio vede perché ha la proprietà visiva e che l’orecchio sente perché ha il potere di sentire. In fondo la soluzione razionalista è una degenerazione della common sense theory: postulare l’esistenza di un intelletto conoscente è solo apparentemente più raffinato di postulare che l’uomo conosce perché conosce. Ma i guai per il razionalismo sono solo agli inizi. In fondo questa soluzione dualistica oltre a non spiegare per niente i fenomeni consci incorre in un paradosso a mio avviso devastante ed insormontabile: è il paradosso che ho chiamato “dello zappatore”. Illustrarlo, seppur brevemente, renderà palese l’insostenibilità di qualsiasi opzione dualistica in filosofia della mente, che esiga di spiegare i fenomeni impiegando sia le idee sia l’io.
  • 27.
    Il paradosso dellozappatore Per un buon osservatore, filosofo o meno, guardare una persona al lavoro è sempre fonte di meraviglia. Osservare un anziano zappatore che coltiva la sua piccola porzione di mondo, che la cura, la irriga, mette a dimora le piantine e attende che crescano è fonte di meraviglia e allo stesso tempo di mille domande. Cosa fa effettivamente lo zappatore? La risposta sembra facile: § guarda l’orto; § decide cosa fare (per esempio piantare insalata in un dato punto); § va a comprare i semi; § li mette a dimora; § innaffia; § raccoglie i frutti del suo lavoro; § cioè:v § conosce § decide § prevede gli effetti delle sue azioni E invece cosa succede alla materia, alla terra, ai semi? Subisce le azioni dello zappatore. Cioè si modifica in corrispondenza alle azioni del coltivatore. Ad una prima indagine dunque, come emerge, siamo portati a supporre che lo zappatore sia dotato di diverse facoltà: § volontà; § capacità cognitive; § razionalità; e naturalmente libertà d’azione. Questa è esattamente la teoria del common sense, l’immagine che grossomodo ciascuno di noi entro i primi 10 anni di vita, adotta di se stesso, se non altro per ragioni pratiche. Tuttavia questa teoria ad una analisi teoretica più approfondita si rivela contraddittoria. Ora, lo zappatore conosce/vuole/ragiona/è libero. Quello che mi preme mettere in luce qui è che questi quattro verbi sono transitivi, non certo da un punto di vista grammaticale, ma dal punto di vista semantico/concettuale. Lo zappatore infatti: § conosce qualcosa, § vuole qualcosa, § ragiona su/di qualcosa, § è libero di scegliere qualcosa, insomma le sue facoltà si applicano su contenuti che stanno, è questa l’idea del common sense, alle facoltà come gli oggetti stanno all’occhio che vede. In questo frangente mi interessa dimostrare che tra la facoltà mentale ed il suo contenuto esista una discrasia per quanto di piccolo livello. Se infatti, conoscere è sempre conoscere qualcosa, volere è sempre volere qualcosa, inevitabilmente si crea uno iato – delle cui devastanti implicazioni il common sense è poco consapevole – tra io conoscente e conosciuto, tra io volente e voluto, tra io senziente e sentito. Si tratta di un dualismo insanabile tra agente e paziente. Procediamo con ordine. Tutti (o quasi) considererebbero ragionevole supporre che lo zappatore abbia al suo interno un quid, chiamiamolo mente, che viene colpito dalle percezioni, che le elabora, che infine assume delle decisioni. Si suppone in fondo che queste facoltà (attive o passive) siano un qualcosa che è affetto dalle sensazioni, e dalle volizioni, che comanda il corpo ed attraverso il corpo porta a compimento le azioni deliberate. Ma anche volizioni/sensazioni/deliberazioni sono un qualcosa che o viene introiettato dai sensi oppure si genera all’interno della mente. Non ci interessa in questo
  • 28.
    frangente l’origine diquesto materiale. Questa teoria “di primo movimento”2 sul rapporto zappatore/realtà presuppone che lo zappatore sia un agente razionale che “ordina” del materiale: presuppone che la mente sia un ordinatore razionale, una entità pensante e operante, una entità attiva e ricettiva un “io operativo”. E quindi cosa fa lo zappatore secondo questa teoria? § Guarda l’orto – SI FORMA DELLE IDEE; § Decide cosa fare – ADOTTA DELLE VOLONTÀ; § Va a comprare i semi – SCEGLIE TRA DIVERSE AZIONI; È ricettivo (1) è attivo (2, 3). Appunto È. Tutto il resto (volontà/azioni/pensieri) deve prima colpire questa sostanza che lui è. E dunque quello che egli è (IO) è radicalmente altro da quello che è ciò che lo colpisce o che egli si rappresenta. Dunque una cosa così semplice come interpretare l’azione di uno zappatore ci porta, mi pare, ad un insanabile paradosso, il “rompicapo” dello zappatore. Ecco come lo possiamo presentare: § Lo zappatore guarda l’orto. § Lo zappatore si fa un’immagine dell’orto § Nella sua mente si crea l’idea dell’orto § La sua facoltà conoscitiva, il suo io, vede l’idea. Come fa la facoltà conoscitiva a conoscere l’idea? Se ne farà una “copia” così come l’occhio ha fatto una copia dell’oggetto reale. § La facoltà conoscitiva si rappresenta l’idea, ne fa una copia (è l’occhio interiore) ne è colpita. § All’interno della facoltà conoscitiva si crea l’idea dell’idea dell’oggetto esterno. La facoltà conoscitiva è dunque fatta di 2 parti una ricettiva che immagazzina l’idea dell’idea ed una attiva che conosce. § Il problema si riproduce ad infinitum. § La conoscenza dunque non è possibile. Quindi lo zappatore non può conoscere e non riesce ad agire. Quindi la common theory sul funzionamento del rapporto tra io e fenomeni mentali è fallace in quanto per spiegare la facoltà conoscitiva presuppone una facoltà conoscitiva di livello superiore. È come spiegare il funzionamento della mente umana supponendo che all’interno ci sia un “omino” che conosce e vuole. Già ma come fa questo “omino” a conoscere: ovvio avrà un omino dentro di sé, che avrà un omino dentro di sé e così via... Alla base di questi problemi di “riverbero” - mi vengono in mente certi specchi posti l’uno di fronte all’altro - è il dualismo di fondo tra io conoscente (sia entità/facoltà/funzione ordinatrice o altro) e fenomeno (sia esso cosa/oggetto/percezione/volizione). Il nostro obiettivo critico non è naturalmente (solo) il senso comune ma ce la prendiamo con i massimi filosofi che sono incorsi senza accorgersene in questo paradosso tipico di qualsiasi dualismo razionalista. L’opzione dualistica è proprio la condizione migliore per il proliferare dell’effetto-riverbero, ed in definitiva non spiega niente. E l’esistenza di uno iato, di uno scarto tra io cogitans e fenomeno cogitatum è insanabile. Certo alcuni razionalisti come Kant, forse consci del fatto che il dualismo è una soluzione che non regge, hanno tentato di saturare artatamente questo iato inserendo tutta una serie di strutture operative, categorie, forme pure e simili ma il dualismo resta. Anche in Kant in fondo chi tira le fila del teatro della mente è sempre l’io-penso, questo burattinaio. L’intelletto, al contrario della sensibilità, in Kant ha una funzione operativa, attiva evidente nella strutturazione dei giudizi. Definirei questa variatione sul tema serializzazione del cogito; ma cosa pensa l’Io penso? Ovvio pensa dei pensieri che principieranno e deriveranno pure da tutto quella trafila burocratica fatta di forme pure e categorie, ma pensa dei contenuti cognitivi. E come fa l’io-penso a pensare dei pensieri? È chiaro che siamo da capo, il dualismo è insaturabile.
  • 29.
    La retta viaper avere un’immagine corretta del funzionamento della mente non può che essere l’abbandono del dualismo io/fenomeni, strada già tracciata da David Hume: se dare sostanza al solo io non ha alcun senso e distribuire la sostanza tra io e fenomeni è insostenibile, non resta che la soluzione libertaria ed impervia: solo le idee esistono con buona pace del mainstream razionalista e dell’immagine quotidiana che ciascuno ha della sua mente.
  • 30.
    Monismo delle idee Vada sé: l’opzione che resta (esistono solo le idee) è quella adottata nella mia ricerca. Per sviluppare appieno l’idea che la mente sia in sostanza un sistema anarchico, complesso, non lineare ma in grado di produrre un ordine spontaneo, mi sono avvalso della teoria sinergetica, applicandola alla filosofia della mente: ecco spiegato il senso del termine “psicosinergetica”. Nata a cavallo tra anni ‘60 e ‘70, grazie all’opera di Herman Haken, la sinergetica rappresenta un vero e proprio paradigma scientifico in senso Kuhniano in grado di dare una spiegazione unitaria, elegante ed economica a problemi teorici affacciatisi nelle discipline più disparate. Tornando all’opzione “monismo delle idee”: se la mente è un “contenitore” di idee che si autoorganizzano (vedremo come nel seguito) e che non sono “governate da un io centrale e “socialista”, resta aperto il problema di spiegare come avvenga questo fondamentale processo autoorganizzante. Sfrutteremo qui tutte le potenzialità della sinergetica applicate a classici problemi della psicologia e della filosofia della mente (percezioni, ricordi, emozioni…) per avere un’immagine generale di un modello, in vista, come già detto delle importanti applicazioni e ricadute pratiche della psicosinergetica.
  • 31.
    IDEE E SINERGETICA Neldelineare una teoria sinergetica della mente, ovvero nel dare un’estensione ed un significato all’opzione “monismo delle idee” ci serviremo spesso di immagini o di un linguaggio metaforico. Questo al solo fine di rendere più chiaro il nostro modello: una presentazione assiomatica non raggiungerebbe altrettanto bene questo scopo. Il fine è dare una presentazione intuitiva della teoria sinergetica. Solo un’osservazione: che statuto epistemologico ha la nostra teoria sulle idee? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe essere già esperti di sinergetica: per ora basti dire che è un’idea, molto articolata e fertile, un paradigma che mi si è presentato tutto assieme - eideticamente – come un’intuizione istantanea. Per me è stata una “conversione” che mi ha imposto di rivedere tutti i miei convincimenti filosofici, fisici, politici ed in generale la mia visione del mondo. Da quest’intuizione in poi è stato un susseguirsi di deduzioni, applicazioni, estensioni dell’idea originaria. Evocare pretese hegeliane di autocomprensione dello spirito è sempre un po’ antipatico, almeno personalmente, e tuttavia è una tara di cui non si riesce a liberare alcuna teoria della mente, sia essa monistica, dualistica o pluralistica: dobbiamo forse rinunciare a parlare di quanto appartiene alla nostra coscienza? Basti una annotazione pratica per controbattere a questa conclusione: tante persone hanno problemi mentali. Dobbiamo forse rinunciare a curarli? E per curarli non serve forse una immagine, una teoria, un modello di funzionamento della mente?
  • 32.
  • 33.
    Ontologia Ogni teoria hala sua ontologia, ovvero quella sezione che si occupa degli enti di cui si occupa la teoria. Ma dare un’ontologia, come ci insegna la logica formale, non significa impegnarsi sulla “realtà” di questa ontologia. Se sto costruendo una teoria per spiegare il comportamento meccanico dei corpi celesti posso ammettere nella mia ontologia teorica il concetto di forza. Ciò non significa che al termine ‘forza’ corrisponda qualcosa o che la forza esiste davvero: queste sono questioni metafisiche. In più un’ontologia è tanto migliore quanto più è “scarsa” ed economica: meno enti contiene, coeteris paribus, tanto più è preferibile. L’ontologia su cui verterà la nostra teoria, è molto scarna e questo è già un punto a favore. Contiene un solo tipo di enti, che abbiamo variamente designato come “atomi cognitivi”, “elementi ultimi” o IDEE. Ne abbiamo postulato l’esistenza per spiegare i fenomeni e per superare il paradosso dello zappatore. Già ma cosa dobbiamo intendere propriamente per “idea”? Purtroppo in questo caso l’etimo greco non viene in nostro soccorso: “idea” rimanda al paradigma del “vedere”; ciò ci induce a pensare che l’idea sia qualcosa che si vede e che vi sia un quid vedente che la veda. Cioè in altre parole che esista un io cosciente che vede le idee. Nulla di più lontano dalla nostra concezione. Come la fisica newtoniana postula l’esistenza dei corpi celesti, come la chimica postula l’esistenza degli atomi e la geometria dei punti, la sinergetica postula l’esistenza dei suoi elementi ultimi: le idee. La domanda “cosa sono le idee” è metafisica ed insolubile: come già detto le idee sono enti teorici esattamente come i punti in geometria. E propongo di trattarli proprio come punti cognitivi portatori di un minimum semantico.
  • 34.
    Moto caotico ecampi di forza I fenomeni coscienti, dei quali stiamo cercando una spiegazione unitaria, sono caratterizzati da un’alta volatilità, da un susseguirsi rapido, quasi istantaneo, da un flusso inarrestabile e velocissimo. Immagini, pensieri, parole, volontà, scelte, si susseguono continuamente, si rincorrono, aumentano d’intensità, occupano tutto il nostro conscio ed infine decadono soppiantati da altri fenomeni mentali. Per spiegare questo mondo mutevole ogni teoria della mente che si rispetti deve dunque incorporare un elemento dinamico, cinematico. Nella teoria sinergetica le idee non sono dunque enti teorici statici3 , immobili ma sono agitate da un continuo moto caotico che le porta ad incontrarsi, scontrarsi, associarsi per brevi periodi ed infine a dissociarsi. Le idee si comportano dunque come elementi di un sistema complesso (pensiamo ad una massa gassosa). L’affermarsi dell’approccio sistemico in campo teorico ha rappresentato una profonda rivoluzione nel paradigma scientifico: l’oggetto teorico non viene più pensato come isolato me ne vengono studiate le interrelazioni con altri elementi. Le sinergie. Come già premesso possiamo impiegare vari modelli teorici per descrivere la dinamica delle idee, per renderla intellegibile: possiamo pensare alle idee come a delle particelle in moto browniano, dei pianeti, dei magneti in grado di creare dei campi di forza: ma si tratta come detto di metafore teoriche. Un’immagine che ho trovato molto allettante, benché vada presa cum grano, è la metafora chimica: le idee sarebbero degli atomi in moto caotico che sono caratterizzati dallo scontro, dalla repentina creazione e rottura dei legami chimici. Ma come detto non fossilizziamoci su una metafora in se priva di contenuto reale. Per approcciare più specificamente il nostro “iperuranio dinamico”, e per illustrare come un moto caotico di idee e di associazioni di idee possa spiegare i fenomeni coscienti è giunto il momento di illustrare il processo standard della dinamica delle idee: si tratta del ciclo sinergetico.
  • 35.
    Il ciclo sinergetico Procederemonelle prossime pagine ad una presentazione ordinata del ciclo sinergetico standard o “naturale”. Ci atterremo rigorosamente alla distinzione tra explanans ed explanandum avanzata nella prima parte della ricerca. Dapprima sarà evidenziato il fenomeno mentale (l’explanandum), quindi la proposta sinergetica congetturata per darne le ragioni.
  • 36.
    I. Stato isotropo Nonpercepisco, non avverto: § pensieri § impressioni § immagini § suoni § sensazioni § sentimenti § volizioni § deliberazioni § dialogo interno § giudizi Questo stato è tipico del sonno profondo o degli stati di vuoto mentale, di sospensione del pensiero cosciente che ognuno di noi può sperimentare non solo nel periodo notturno – naturalmente non nella fase onirica – ma anche nel corpo della giornata. Proposta sinergetica Non emerge distintamente alcuna idea. Lo spazio sinergetico si presenta come un plasma omogeneo nel quale non è presente alcuna idea: è un tutto confuso ed indistinguibile. È per così dire la materia di cui sono fatte le idee, che emergeranno in seguito, ma in uno stato molto denso. Possiamo del pari figurarci questo stato come un “vuoto” d’idee: la sostanza non cambia. § Ora, in generale noi non percepiamo “stati” ma variazioni: percepiamo variazioni di dolore, di pressione, di calore. L’esempio classico è l’effetto “uomo-sdraiato”: percepiamo la variazione di pressione sul nostro corpo per quei tre secondi che ci servono per coricarci, poi è come se ci dimenticassimo di esser coricati: torniamo a percepirlo se compiamo un moto relativo rispetto al letto. Idem avviene per la visione: se fissiamo intensamente una luce di una lampadina vedremo che negli istanti successivi si formeranno degli aloni scuri: è la prova del fatto, per dirla empiristicamente, che il nostro occhio compie continue “scansioni” della lampadina, continui movimenti: ci accorgiamo dei Δx. È come quando muore una persona cara: per i primi tempi percepiamo la mancanza di un’idea a cui ci eravamo abituati, poi il ricordo si assesta e ci si presenta con un aspetto più costante, frutto di una dolorosa “elaborazione” del distacco.
  • 37.
    II. Fase diemersione delle idee “Oscuro e confuso”. Sono queste le due parole con cui la filosofia moderna ha designato questo stato mentale. Abbiamo in questa fase del processo conscio delle “piccole percezioni”: le volontà si fanno strada tra mille oscurità, tra mille pensieri concorrenti. Il flusso conscio è ridotto al minimo, non è un fiume impetuoso. I pensieri sono corrotti e labili, le immagini fratte e caleidoscopiche, il dialogo interno caotico, le argomentazioni ridotte a visioni. È lo stato tipico del dormiveglia o se vogliamo è la fase in cui si trova immersa, benché nel pieno del giorno, la mente del bambino che non ha visioni nitide ma solo intuizioni confuse. Proposta sinergetica In questa fase le idee emergono dal plasma originario. È come all’origine del cosmo: all’inizio c’era un plasma densissimo, poi casualmente emergono delle “anisotropie”, delle “singolarità”: emergono le idee. Tuttavia esse sono deboli, il loro campo di forza è appena affermato ed è efficacemente contrastato dalle forze caotiche che animano il fluido viscoso nel quale le idee sono immerse. Se ammettiamo che in origine vi fosse il vuoto resta aperta l’opzione empirista che le idee vengano nella nostra mente da un “altrove”. § Come già osservato noi siamo consci solamente di una certa classe di fenomeni: immagini, suoni, parole, ragionamenti. L’empirismo usa fare una distinzione tra eventi causati dall’esterno – David Hume parla di impressioni – e sensazioni interne (di riflessione). Ma questa distinzione è totalmente fallace; noi infatti non sappiamo donde provengano i fenomeni mentali, noi sappiamo solamente che abbiamo questi fenomeni e basta. Fainomena nuda tenemus. La sinergetica non si sbilancia sull’origine delle idee, non si chiede se vengano da un fuori metafisico e da un dentro, da Dio o da chissà quale iperuranio. La sinergetica è un paradigma che può esser declinato in vari modi.
  • 38.
    III. Idea-ordinatore: campidi forza Alla coscienza si presentano alcune impressioni, alcuni pensieri, o alcune volontà più chiare rispetto allo stato precedente e soprattutto si presentano alternandosi con massima velocità: ora un pensiero, ora un altro, ora una volizione ora un’altra. In questa fase il flusso di coscienza prende una certa consistenza eppure non sono possibili sequenze di ragionamenti lunghe: piuttosto si presentano intuizioni isolate, benché già con un buon grado di chiarezza e distinzione. Manca del tutto l’articolazione logica. Proposta sinergetica Le idee emerse creano dei campi di forza che si vanno rafforzando. In questa fase le idee ingaggiano una vera e propria “lotta per la sopravvivenza”: ora prevale un’idea che vincola a se, attraverso il suo campo di forza, un’idea “perdente”, ora l’idea perdente prende la sua rivincita. È una fase in cui le strutture ordinate iniziano ad emergere dal moto caotico delle idee, ma non hanno ancora la forza per stabilizzarsi. § È questa una fase centrale del ciclo sinergetico4 . Le idee sono in competizione fra loro, ma diversamente dall’evoluzione biologica non prevale affatto la più “adatta”: la vittoria di un’idea piuttosto che d’un altra è un fatto del tutto casuale, non premeditato, non sensato. Perché ad un certo punto ci viene in mente una data parola, poi un’immagine e poi un suono? Poiché il “logico” è istituito/definito dall’attività mentale – dalla dialettica delle idee – e nella sua definizione gioca un ruolo essenziale l’abitudine con cui certe idee si presentano stabilmente associate, è ovvio che la dinamica delle idee non segue alcuna logica. Le idee attraverso i loro campi di forza giocano il ruolo di ORDINATORE. Contrastando la tendenza verso il caos che le idee, nel loro “moto”, rivelano, iniziano ad emergere delle labili strutture ordinate grazie alle idee stesse. L’idea ordinatrice che prevale in una data fase è in grado di ASSERVIRE altre idee, di attrarle a se, di vincolarle. Ed in questa fase, per quanto labile e transitoria, i fenomeni mentali si susseguono già con una certa dose di chiarezza. I fenomeni più estesi, più articolati, come il ragionamento o la dinamica volizione/soddisfacimento non sono ancora possibili. Possiamo chiamare questa fase, momento degli ordinatori deboli. La dinamica sinergetica ORDINATORE/ASSERVIMENTO, è dunque in grado di avanzare una spiegazione sul modo in cui da uno stato di cose del tutto casuale e senza seguire alcuna logica prestabilita, sia possibile l’emersione di strutture relativamente stabili ed ordinate; di spiegare come l’ordine emerga dal caos senza la necessità di alcun ente ordinatore razionale (quali sarebbero un un ego cogitans o una facoltà sintetica).
  • 39.
    IV. Asservimento Un fenomenomentale (volizione, deliberazione, immagine, ricordo) si presenta alla coscienza con un buon grado di nitidezza. Ad esempio emerge chiaramente l’immagine di un oggetto chiaramente distinguibile, pensiamo ad una mela. Tuttavia il “molteplice cosciente” – i fenomeni mentali – si presentano come un continuum piuttosto denso: come un “tutto strutturato”. Anche nel caso in cui l’immagine della mela si presenti chiaramente, essa è per così dire in questa fase accompagnata da mille altri fenomeni: parole, ricordi5 , intuizioni. Dunque in questa fase percepiamo certo un fenomeno con “chiarezza e distinzione” benché si tratti in realtà di un fenomeno che al più emerge da uno sfondo oscuro e confuso. Pertanto noi non percepiamo ancora un fenomeno isolato ma una struttura di fenomeni ordinata o meglio la variazione di tale struttura. Proposta sinergetica Dalla durissima competizione tra idee ordinatrici emerge un’idea vincente non perché essa sia in se più forte – tutte le idee sono in se omogenee – ma perché per puro caso il campo di forza da essa creato è stato ed è in grado di ASSERVIRE altre idee, che sono risultate perdenti, e che tuttavia entrano in gioco nei fenomeni mentali: spiegano il fatto della “densità” fenomenica. L’idea vincente si va rafforzando nella misura in cui è in grado di asservire altre idee. Ora, ogni idea (anche quelle asservite) crea un campo di forza suo. Quando va emergendo un ordinatore vincente i legami che le idee asservite avevano creato con altre idee da esse dipendenti si rompono.
  • 40.
    V. Evento ordinato Unfenomeno mentale (pensiero, impressione, immagine, suono, sentimento, volizione, parola) si presenta al massimo della sua chiarezza alla nostra coscienza. Si presenta ormai quasi indipendente dallo sfondo confuso che accompagna le nostre percezioni. Emerge ad esempio la parola “amore”. Questa è una fase in cui l’evento mentale si presenta non “al culmine della forza” (che sarebbe uno stato) ma al culmine del suo rafforzamento (noi percepiamo solo “Δx”). In questa fase i fenomeni si presentano associati con una certa abituale costanza: nascono i ragionamenti che non sono altro che parole stabilmente associate6 . Nasce anche il fenomeno del dialogo interiore. Proposta sinergetica Tra le tante idee in competizione l’idea-ordinatore vincente estende sempre più attorno a sé il suo campo di forza ed è in grado di asservire sempre più idee. Va notato che attorno ad essa si va strutturando un nucleo relativamente stabile, che ha legami interni piuttosto forti. In questo nucleo che in qualche misura protegge l’idea-ordinatore dalle tendenze caotiche contrastanti – ricordiamo che le idee sono in un continuo moto casuale e che le strutture ordinate che si creano restano comunque piuttosto labili – le idee asservite sono saldamente vincolate all’idea emersa. Attorno a questo nucleo i legami divengono sempre più deboli e periferici. Per quanto riguarda i ragionamenti si crea in questa fase una continua e solida transizione tra asservente ed asserviti che crea anche il fenomeno del dialogo interiore.
  • 41.
    VI. Decadimento Dopo averraggiunto la massima fase di chiarezza i fenomeni mentali vanno incontro ad un rapido ridimensionamento del loro portato cosciente. Superato il climax cognitivo, per esempio raggiunto l’apice di una determinata volizione, il periodo di massimo rafforzamento, la volizione va incontro ad una riduzione, solitamente successiva ad un fenomeno-soddisfacimento7 . Così hanno modo di emergere altre tendenze prima sopite e il ciclo sinergetico può riavviarsi. Proposta sinergetica Il campo di forza creato dall’idea vincente va rapidamente perdendo la sua capacità attrattiva e le idee asservite riprendono la loro autonomia tornando gradualmente ad asservire altre idee tramite i rispettivi campi di forza. Si riapre una fase degli ordinatori-deboli, ed una nuova competizione tra idee.
  • 42.
    Osservazioni Ora, noi possiamoriguardare allo schema del ciclo sinergetico considerandolo come una TRANSIZIONE DI FASE. In fisica una transizione di fase è un cambiamento macroscopico, osservabile dello stato di una sostanza. Per esempio l’acqua a 0 gradi ghiaccia ed a 100 evapora, tra 1 e 99 gradi resta allo stato liquido. Proprio come queste temperature rappresentano delle soglie critiche oltre le quali la materia si ri-organizza, anche nel ciclo sinergetico abbiamo a che fare con fasi critiche di questo tipo. Ecco una descrizione di tali transizioni di fase: 1) La prima transizione di fase avviene quando le idee emergono: si passa chiaramente da uno stato omogeneo ad uno stato discreto, nel quale le idee iniziano a distinguersi. Lo stato discreto perdura per una certa fase nel quale le idee si mettono in competizione tra loro. Possiamo associare questa prima transizione al passaggio da uno stato omogeneo allo stato gassoso. Nel nuovo stato gassoso le idee sono animate da un continuo moto caotico: si incontrano, si associano, si disperdono, si rafforzano, si indeboliscono con una velocità impressionante. I loro campi di forza si mettono in competizione per affermarsi. 2) Un’idea per puro caso emerge ed è ha la capacità di asservire tutte le altre. L’idea vincitrice – l’ordinatore – va come costruendo attorno a se un “feudo” sempre più saldo. Possiamo paragonare questo processo alla cristallizzazione: attorno ad un nucleo centrale si costruisce una struttura sempre più solida, che tuttavia è in continua fluttuazione: mantiene la sua elasticità8 . Questa è la fase dell’“ordinatore vincente”. Per dirla con una metafora politica siamo passati da uno stato anarchico all’affermazione di un monarca. 3) “Liquefazione”. La struttura dinamica saldamente organizzata attorno all’ordinatore si va disgregando: i legami con l’attrattore centrale si indeboliscono; gli asserviti riprendono la loro autonomia, i loro campi di forza riprendono una relativa autonomia. 4) I campi energetici si indeboliscono e decadono. Le idee tornano ad essere monadi isolate.
  • 43.
    Come identifichiamo unoggetto? La fase dell’affermazione di un’idea, fase nella quale il campo di forza generato da quest’idea va progressivamente aggregando delle altre idee, merita qualche considerazione in più. Questo perché a livello percettivo questo processo mira a spiegare come i fenomeni mentali si mostrino in tutta la loro chiarezza. O per dirla empiristicamente è il processo cognitivo che porta all’identificazione dell’oggetto, o della volizione, o di una specifica sensazione. Come abbiamo già avuto modo di notare, contrariamente a quanto certa mistica anacoretica ci indurrebbe a pensare, i fenomeni che si presentano alla nostra coscienza non sono affatto stabili, si susseguono in un turbinare velocissimo, ora compaiono, ora si affermano ora si confondono ora richiamano altri fenomeni. Noi percepiamo il mutamento, i Δx. L’occhio non è mai fermo: serve un moto relativo tra percipiente e percepito, per dirla in termini razionalistici: se fissiamo il sole negli istanti successivi noteremo un’aura di aloni scuri. Non sono altro che le differenti impressioni retiniche del sole, create dal moto del nostro occhio. A me è capitato di soffrire un dolore molto intenso: arriva ad “ondate” prima si intensifica, evoca certe rappresentazioni, poi si indebolisce. Mai cessa. O meglio quando cessa non lo sento più. È un processo analogo alla scintillazione stellare: l’ob-iectum pare esso stesso agitato da una continua forza. E quando non accade ciò è l’osservatore a muoversi. Ora, a mio parere il modello sinergetico che abbiamo messo in campo spiega in modo assai elegante questo fenomeno, chiamiamolo della “mutevolezza” del nostro cosciente. Ma richiede di essere meglio specificato il tipo di struttura dinamica che l’idea ordinatrice crea attorno a se. Possiamo ben usare una metafora biologica. L’idea vincente rappresenta il filamento di DNA di una cellula. Quest’idea centrale è in grado di legare a se piuttosto stabilmente una serie di altre idee che vanno a costituire la “protective-belt” che si struttura attorno all’idea-vincente. Anche qui la metafora non tragga in inganno: il fatto che certe idee entrino a far parte di questa struttura saldamente legata all’idea ordinatrice è del tutto casuale. Attorno ancora a questa protective-belt, che è anch’essa una struttura tutt’altro che statica, c’è quell’insieme di idee assai variabile che costituisce la PERIFERIA; di questa area fanno parte tutte le note che non sono essenziali all’identificazione del contenuto cognitivo: variazioni di qualità, quantità, colore, relazioni di spazio e tempo9 . Tutte le associazioni di idee che non sono essenziali all’identità dell’oggetto appartengono a quest’area. Ciò detto. Come identifichiamo un volto? Naturalmente, esclusa l’ipotesi humeana dell’esistenza di idee complesse, dobbiamo riconoscere che al fenomeno volto corrisponde un explanans ideale aggregato: un aggregato dinamico di idee. Vincerà dapprima l’idea di volto10 (idea ordinatore) che strutturerà attorno a se un nucleo fatto dell’idea di naso, dell’idea di occhio, dell’idea di guancia. Ora prima si presenterà l’idea di volto (compare un volto), poi quella di naso (compare un naso), poi vedrò gli altri fenomeni legati al fenomeno/volto. Poi eventualmente ancora il volto nel suo complesso. Insomma alla mia coscienza apparirà dapprima il fenomeno-ordinatore poi gli asserviti appartenenti al nucleo, poi ancora il volto. Questo è manifesto quando guardiamo un’opera d’arte: ora la nostra attenzione si fissa su un particolare, ora su un altro, ora sull’intera opera: non mai paga si muove costantemente. Dal punto di vista della sinergetica questa variazione significa una cosa semplice: che a turno le idee del nocciolo diventano ordinatori vincenti, ed a loro volta asserviscono, ad esempio l’idea di volto. È anche possibile che qualche idea periferica si rafforzi a tal punto da essere inclusa nel nucleo ed arrivare ad intaccare l’identità stessa del costrutto d’idee. Per esempio quando un uomo invecchia è possibile che una persona che lo avesse visto tanti anni prima non lo riconosca più. Cosa è avvenuto? L’idea apparentemente periferica dell’età di un uomo è giunta a minare l’essenza stessa dell’oggetto, di quell’individualità che esso è. Analogo discorso può valere per le note di spazio e tempo: chi riconoscerebbe un medesimo pezzo musicale nel sentire le prime tre battute e le ultime tre del Bolero di Ravel? Ecco una schematizzazione della dinamica che anima i costrutti d’idee, riportante anche l’esempio dell’identificazione del volto: Img 1
  • 44.
    Fenomeni simili, opposti,uguali Ogni critica della mente deve confrontarsi con questi problemi, che sono della massima importanza gnoseologica: senza di essi la nostra conoscenza non sarebbe neppure possibile. Riconoscere le regolarità, e le differenze è essenziale per muoverci in un mondo, che altrimenti sarebbe una selva oscura priva di senso o significato.
  • 45.
    Fenomeni simili Riconosco chedue oggetti sono simili. Ad esempio vedo due triangoli e noto che essi hanno entrambi tre angoli, che sono acuti, cha hanno tre lati, ed altre simili qualità. Due fenomeni simili hanno un “quid” in comune. Proposta sinergetica Img. 2 Emergono insieme le idee 1 e 2. Esse hanno in comune le idee asservite A, B e C. Le idee vincenti 1 e 2 hanno in comune il seguente “quid”: tre idee condivise.
  • 46.
    Fenomeni diversi Due immaginidifferenti appaiono alla mia coscienza Proposta sinergetica Si affermano due idee che hanno pochissimi asserviti in comune. § Due immagini, due ricordi, due sensazioni, proprio per la complessità e la ricchezza che caratterizza l’aggregato fenomenico, non sono mai del tutto differenti. Trovatemi due oggetti che non abbiano alcunché in comune. Se non altro avranno in comune il fatto d’esistere.
  • 47.
    Fenomeni opposti Appaiono duesentimenti, due immagini del tutto contrastanti. Tali paiono piacere e dolore, bianco e nero, notte e giorno. Proposta sinergetica Img. 3 Le idee 1 e 2 hanno in comune un numero relativamente ridottissimo di idee (in questo caso l’idea D) § Gli opposti sono in realtà fenomeni “pochissimo simili”, in fondo per istituire una comparazione tra termini si richiede che essi abbiano pur qualcosa in comunemente. Bianco e nero sono note cromatiche. Il buio è assenza di luce, il piacere – e su questo torneremo parlando della temporalità – è assenza di dolore.
  • 48.
    Fenomeni uguali Vedo duepalle da biliardo entrambe della stessa forma, colore, nello stesso luogo: riconosco che sono eguali Proposta sinergetica Img. 4 Le idee 1 e 2 hanno in comune moltissime idee-asservite § I fenomeni uguali sono fenomeni “moltissimo simili”: hanno tanto in comune ma non tutto. Quantomeno hanno “periferie” diverse: la loro posizione spaziale sarà distinta altrimenti sarebbero un unico oggetto.
  • 49.
    Ricordi Per spiegare l’esistenzadei ricordi non è forse d’uopo supporre che esista un io percipiente che perdura identico nel tempo e che ospita in sé queste percezioni più languide che sono i ricordi? La psicosinergetica, come già visto, attacca frontalmente la possibilità stessa d’esistenza d’un siffatto io. Ma lo fa a ragione. Chiediamoci candidamente che cosa è un ricordo. L’unica risposta che trovo è che esso è un’immagine languida, debole, quasi una eco secondaria e che noi riferiamo al passato. Ma facciamo tutto ciò nel momento presente. Ovvero il ricordo è humeanamente idea presente. Ricordare è ricostruire al momento presente. Perché proiettiamo nel passato queste immagini deboli? Ma cosa propriamente noi ne proiettiamo nel passato? Non l’immagine stessa ma piuttosto la causa. E pensiamo che quell’immagine languida che è il lampadario di camera mia, che ora presentemente ricordo, sia stata causata in me da qualcosa che ho veduto nel passato. Da una sub-stantia che dunque esiste indipendentemente da me. Ma la verità è che io non ho alcuna cognizione di una tale sostanza indipendente: io ho a che far solamente con fenomeni attuali che, per così dire, stanno nella mia coscienza ora, o in un “intorno” strettissimo dell’hic et nunc. Quando ricordo qualcosa, dunque, propriamente ho a che fare con null’altro che immagini deboli, associate alle presenti. Dal punto di vista della sinergetica come interpretiamo il fenomeno del ricordo? Vi è un’idea presente che ha asservito un’idea secondaria a cui corrisponde il fenomeno ricordato. Resta un punto da sciogliere. Come mai pare che certe idee ne richiamino costantemente altre? Come mai tutte le volte che vedo il lampo mi aspetto il tuono? Che senso ha, in altre parole la relazione di causa-effetto?
  • 50.
    Previsioni Se i ricordisono idee un po’ più illanguidite, stessa immagine vale anche per le previsioni, intese come idee proiettate nel futuro. Se ricordare è ricostruire nel presente, egualmente, e più intuitivamente che nel caso del ricordo, prevedere è prefigurare hic et nunc. Come vedremo la fiducia che il passato “funzioni” come il futuro da questo punto di vista è sinergeticamente spiegabile come un errore della mente: prendere le idee-ricordi come idee-previsioni. Si crea una sorta di melange tra previsione e ricordo, melting ben raffigurato nella dimensione onirica. Il sogno è sempre stato letto nella più diverse culture come immagine e rielaborazione del passato – si pensi agli eventi del giorno prima – e come prefigurazione del futuro (si pensi ai sogni o alle visioni dei profeti). Ma questo mix unico tra ciò che non c’è più e ciò che ci sarà, non può che avvenire, per dirla aristotelicamente, in funzione di qualcosa che è già in atto: quel sottile ed ineffabile segmento cursorio che è il presente.
  • 51.
    Idea di causa-effetto Larelazione di causa-effetto ha sempre occupato i pensieri dei filosofi da Hume a Kant a Schopenhauer. Tuttavia è mia opinione che trattare la causalità come se fosse un explanandum isolato, dalle caratteristiche proprie ed uniche, offra solo una prospettiva molto parziale e riduttiva su tale relazione. La questione della causalità è: “come mai vedendo certi eventi ci aspettiamo che necessariamente seguano a determinate cause”? O ancora: “perchè riteniamo così saldamente legate cause ed effetti”? David Hume risponde riponendo nella forza dell’abitudine l’origine di questa credenza. È questa in fondo la spiegazione frequentista: vediamo tanti eventi di tipo A seguiti costantemente da eventi di tipo B e sorge l’idea della connessione causale tra i due. Crederemo dunque che la validità di tale relazione si protragga nel presente e nel futuro (che abbia un portato predittivo). Da tante osservazioni ricaviamo una credenza che estendiamo anche al futuro. Sembra proprio che seguendo Hume siamo costretti a rivedere profondamente il nostro modello sinergetico: ammettendo l’habit come concetto esplicativo non dovremmo forse ammettere un quid persistente, un centro unico di memoria, e va da sé, di coscienza? Devo ammettere che il concetto di causalità mi ha dato un po’ di filo da torcere, proprio perché la spiegazione humeana ha avuto un buon successo ed è intuitiva. Tuttavia abbiamo già detto che ricordare è ricostruire: il ricordo è idea presente proiettata, quanto alle sue origini, nel passato: è un’idea debole, un eco secondario. Quando noi vediamo un fenomeno a per potere inferire (prevedere) che seguirà l’evento b, lo facciamo perchè adesso, attualmente ci si presentano tanti ricordi (o forse un solo “addensato” mnestico) di connessioni di idee (A-B), con a simile ed A. Cioè: da cause simili inferiamo ad effetti simili (previsioni). Quindi la domanda: “come mai vedendo certi eventi ci aspettiamo che necessariamente seguano a determinate cause” va ritradotta così: “Perché da cause simili inferiamo ad effetti simili?”, e cioè, in definitiva: “Perché pensiamo che il comportamento degli eventi passati permane eguale nel presente e permarrà uguale nel futuro?” In fondo, dunque, il problema della causalità non è altro che il problema della UNIFORMITA’ DELLA NATURA. Perché pensiamo dunque che il passato funzioni come il presente ed il futuro? Da questo punto di vista, come già detto, il problema della fiducia nella causalità non è che una istanza specifica della fiducia nell’uniformità della natura. Vi sono altre istanze – non causali – di questa fiducia? Certo. Ad esempio io ho fiducia nel fatto che la mia università, presso cui devo sostenere un esame, sia dove era ieri (corrisponda al ricordo), e presuppongo che sarà lì anche domani; presupponendo che l’idea C (come la ricordo) valga anche ora e domani. Tuttavia questa conclusione non tira in ballo alcuna causalità: per avere causalità servono almeno due idee correlate. E non è difficile capire che la persistenza di due idee associate non sia che una istanza della persistenza di una idea nella linea del tempo. Risolviamo il problema dell’uniformità della natura e disporremo del cavallo di Troia per espugnare la questione della causalità, e in generale del nostro – troppo fiducioso – rapporto con la realtà. Ora, in questa sede mi limito ad affacciare la mia soluzione del problema: § La fiducia nel fatto che i fenomeni si diano uniformemente, che persistano stabili nel tempo e nel comportamento non è che la proiezione in rebus della fiducia nell’esistenza del quid soggettivo persistente ed uniforme nel tempo (chiamiamolo spirito, coscienza, cogito). § Anche la fiducia nella causalità, quindi, si riduce al credere nell’esistenza di un EGO persistente, uniforme, omogeneo. Questa omogeneità viene proiettata nei fenomeni. § Quindi, ad mala, la fiducia nell’uniformità della natura (dei fenomeni) presuppone un modello esplicativo di tipo dualistico: esistono i fenomeni ed esiste l’io (e l’io si proietta sui fenomeni). § Ma, come visto la fiducia nell’io, a livello di explanans, non regge affatto. Dunque la fiducia nell’uniformità della natura (e nella causalità) si rivela poggiare su un costrutto teorico (l’ego) fragile e contraddittorio. Quindi la nostra fiducia nella causalità, e nel decorrere uniforme della natura è infondata. Quindi: Hume ha ragione nel criticare la causalità, ma fondarla sull’habit ci porta a presupporre l’esistenza di un “quid che si abitua” che non è difficile pensare come un IO. La causalità, a mio avviso, è mal fondata anche sull’abitudine, secondo l’ipotesi frequentista, ed empiristica: nulla ci garantisce che
  • 52.
    le cose cheabbiamo visto permarranno eguali, nulla ci garantisce che da cause simili seguano effetti simili. Siamo Rari nantes in gurgite vasto: la fiducia nell’uniformità della natura non è, dal punto di vista della sua fondazione, che una mera illusione, un grande errore che si presenta alla nostra mente. Tanto debole teoricamente, quanto “economica” praticamente. Una fiducia che si presenta alla nostra mente proprio perché noi della nostra mente, più o meno consciamente, abbiamo un’immagine dualistica ingenua e, ne sono convinto, controfattuale.
  • 53.
    Sogni È riflettendo sulladinamica onirica che mi si è posta con particolare forza la questione della polisemia dei fenomeni. Una cosa che capita piuttosto frequentemente nei sogni è che una persona non è solo quella persona, ma tante altre. Un luogo non è solo quel luogo ma è anche mille altri luoghi. Ora, il sogno ci si presenta nella modalità di immagini che spesso è difficile distinguere da quelle che si producono nella veglia, tanto è vero che talvolta nel sogno ci diciamo, quasi a rassicurarci, “tranquillo, è solo un sogno”. Facciamo un esempio. Nel mio paese ci sono tanti luoghi diversi: § un castello medievale; § un campo sportivo; § una struttura per le feste paesane. Mi capita spesso di utilizzare, durante il mio lavoro onirico, questi luoghi come dei set cinematografici. Tuttavia questi luoghi durante il sogno “trasfigurano”, quasi “distorcono” il sogno con i loro significati-secondi; e non so perché quando sogno il castello mi viene sempre costantemente in mente di assistere ad un consiglio comunale, o ad altri eventi storico-politici come la Rivoluzione Francese. Il campo sportivo diventa nel sogno un museo di archeologia, e la struttura per le feste il luogo dell’epifania divina, che avviene sempre sulla balera della festa. Vai a sapere perchè. Comunque il fatto interessante è che ad un luogo siano piuttosto stabilmente collegati altri significati-secondi. Ora questa è la differenza fondamentale tra lo stato di veglia e quello onirico: nello stato di sogno i significati secondi sono piuttosto liberi di esplicarsi a livello cosciente e ciò dal punto di vista sinergetico significa che le idee-ordinatrici oniriche vincolano solo debolmente i loro asserviti. Nello stato di veglia i significati “secondi” non sono assenti ma solo molto debolmente emergono allo stato cosciente: sono quasi degli “echi”; tuttavia in certe occasioni ben distinguibili (ad esempio in casi di particolare apertura emotiva) possono affiorare al livello cosciente. Proprio riflettendo su questo fenomeno della polisemia onirica mi è venuto in mente il fondamentale assunto sinergetico che i fenomeni psichici nella loro densità non vanno pensati come fenomeni semplici o “atomici” ma come complessi di fenomeni strutturati. Non è vero, come ritiene Hume, che esistano “idee complesse”: esistono complessi d’idee, più o meno stabilmente ruled da un’idea-ordinatrice. In questo senso, come già visto all’interno del ciclo sinergetico, i complessi asserviti d’idee valgono a spiegare adeguatamente le dinamiche del cosciente.
  • 54.
    Effetto isteresi Img. 5 L’immagineriportata si presenta alternativamente in due modalità differenti : prima il quadrato nero appare davanti, successivamente appare davanti quello grigio, e così via in un’alternanza senza fine. Proposta sinergetica Img. 6 Gli asserviti sono esattamente gli stessi (gli elementi componenti sono gli stessi) si alternano gli ordinatori. È una sorta di “pulsazione delle idee”. § In questo fenomeno, ampiamente studiato dalla psicologia della Gestalt, io vedo l’esemplificazione forse più elegante dell’eterna lotta che si svolge tra le idee, dell’ordine anarchico, spontaneo che si crea nella nostra mente. Qui evidentemente ora prevale un ordine percettivo, ora un altro, ma abbiamo a che fare con gli stessi elementi.
  • 55.
    Variazione di qualità Vedoun oggetto che permane identico a se stesso, ma varia in una qualità. Ad esempio osservo una sfera rossa, che diventa rosa, ed infine bianca. Proposta sinergetica Img. 7 Il nucleo attorno all’idea A permane stabile: l’oggetto resta identico. Variano in progressione gli asserviti. Alla prima immagine corrisponde il fenomeno “sfera rossa”, al secondo “sfera rosa”, al terzo “sfera bianca”. Diamo le seguenti definizioni: § c = rosso; § d = bianco. Da questo punto di vista lo stato rappresentato dalla seconda immagine da sinistra (sfera rosa) è intermedio. Al termine di un processo di “variazione di qualità”, le idee della periferia possono essere completamente variate, senza aver intaccato l’identità dell’idea ordinatore.
  • 56.
    Spazio Percepisco il variaredelle forme e delle dimensioni degli oggetti. Ad esempio un determinato oggetto nel mio spazio percettivo aumenta di dimensioni: pare che esso si avvicini. Nasce così l’impressione della distanza e dello spazio. Proposta sinergetica Una certa idea si rafforza: asservisce altre idee. Fenomenicamente l’oggetto corrispondente aumenta di dimensioni. § Immaginiamo un bambino che sia cresciuto con la testa fissata ad un congegno che lo obbliga a guardare sempre una determinata finestra aperta. Egli non avrebbe nozione alcuna della “profondità” dell’area percettiva incorniciata dalla finestra: sarebbe per lui del tutto piatta. Se uscisse dalla camera a fare una passeggiata cosa sperimenterebbe? Vedrebbe dapprima un albero che aumenta di dimensioni e che poi si riduce. Leggerebbe cioè ingenuamente – ma più genuinamente – i fatti esperiti. L’idea di distanza, di estensione sono fenomeni non genuini. Anche guardando la televisione ricaviamo l’illusione della spazialità, del moto degli oggetti eccetera. Tutto ciò che REALMENTE accade sullo schermo è la variazione delle immagini, talune aumentano di dimensioni talaltre diminuiscono. § La percezione della distanza o della vicinanza degli oggetti è a ben guardare derivata dall’aumentare o dal diminuire della dimensione delle immagini degli oggetti nel campo percettivo. Tutta l’informazione fenomenica che abbiamo consiste nella variazione di tali dimensioni e nella variazione degli oggetti che cadono nel nostro campo percettivo (per dirla empiristicamente). L’idea di spazio è infine una grande illusione.
  • 57.
    Tempo L’impressione del tempoche trascorre deriva direttamente dal trascorrere delle idee, che si susseguono con velocità impressionante. Da quando siamo nati percepiamo questo trascorrere. Tuttavia questo trascorrere non è omogeneo: ora pare che il tempo scorra velocissimo ora che non termini mai. E il tempo scorre veloce quando è più lieto (sensazioni positive) e lentissimo quando è doloroso (sensazioni spiacevoli). Ecco l’idea di fondo: il tempo è una funzione derivata dall’intensità del dolore. Fenomeno percepibile Il tempo passa: 1. ora accelerato 2. ora costantemente 3. ora decelerato Interpretazione sinergetica 1. L’idea di dolore si depotenzia: la velocità di trascorrimento dei fenomeni aumenta; 2. l’idea di dolore si stabilizza: non lo percepisco più (ricordiamo che io percepisco solo le variazioni). Le idee trascorrono secondo una pulsazione regolare; 3. l’idea di dolore torna a ridursi e tende ad annullarsi (inizio a percepire piacere che è assenza o riduzione del dolore). La velocità di trascorrimento dei fenomeni si fa rapidissima. Img. 8 Possiamo dare un’immagine fisica dell’effetto che l’idea di dolore ha sul campo temporale: è come se fosse un corpo celeste che distorce, curva il tempo, e talvolta lo spazio. Ecco una schematizzazione di quest’intuizione: Img. 9 Più l’idea di dolore si allontana, meno il dolore si fa intenso, più il tempo scorre rapido. § La vera condizione di piacere o meglio di pace dei sensi l’abbiamo quando il dolore si stabilizza: anche l’emozione più piacevole è in realtà screziata di un fondo di dolore e malinconia. Quando il dolore si assesta, il tempo scorre regolarmente, le idee trascorrono ritmiche. Per questo la musica, che è in essenza ritmo, crea in noi percezioni piacevoli: assestando il tempo assesta anche la percezione del dolore.
  • 58.
    Intelligenza Dal punto divista sinergetico l’intelligenza non è altro che la velocità, la rapidità di spostamento delle idee, che è proporzionale al numero di associazioni che si creano tra le idee. Un individuo intelligente pensa in modo originale, idiosincratico: coglie associazioni che nessun’altro coglie. Possiamo specificare questa intuizione pensando alla differenza tra “vedere” e “vedere come”: una persona stupida si limita a vivere nella loro semplicità i fenomeni, un individuo intelligente attiva strutture ideali molto ricche, vede qualcosa e questo vedere gli evoca mille altri spunti mille altri riferimenti. Non si limita all’hic et nunc va oltre, va “intus”. In questo senso l’intelligente ha nella sua mente sia il massimo di caos, che consente alle idee di incontrarsi con la massima libertà, sia il massimo di ordine: tuttavia non si tratta di un ordine rigido, stabilito una volta per sempre; l’ordine, come visto nel ciclo sinergetico, è una struttura fragile, un’emergenza del caos. La ricchezza delle strutture ideali nella mente intelligente garantisce anche la possibilità di operare ragionamenti e catene argomentative di ampia portata: ragionare non è infatti altro che lasciar declinare, lasciar esplicitare in tutta la loro ricchezza tali strutture ideali.
  • 59.
    Dialogo interiore eragionamento Quotidianamente, costantemente ognuno di noi esperisce quel fenomeno mentale che è il dialogo interiore. Le parole si inseguono ora con grande velocità, ora più lentamente. Talvolta ad un concetto ne segue uno simile, seguendo il flusso dei ricordi; talvolta uno contrario. A volte nascono idee del tutto nuove probabilmente mai pensate da nessun altro uomo. Altre volte ancora si presentano le associazioni più incredibili, le sinestesie più ardite. Un pensiero rincorre un ricordo. Un’immagine evoca un concetto. Un colore, un profumo, apre, attiva, scenari possibili. È un fenomeno che a tratti sembra rispondere ad una logica consequenziale, talvolta non pare avere alcun senso. In questo continuo “flusso di coscienza” io vedo la prova principale del moto delle idee, del loro continuo incontrarsi, scontrarsi, associarsi, dissociarsi. Vedo la prova più decisiva della validità del paradigma della sinergetica. Ora, noi esperiamo il susseguirsi delle parole – e una parola è prima di tutto un altro fenomeno mentale – e, come detto, per tratti più o meno estesi pare valere una determinata “logica”. Accanto a sequenze verbali che ci paiono del tutto inspiegabili emergono delle brevi sezioni che paiono seguire delle “regole”. Queste regolarità le chiamiamo ragionamenti. La logica ha formalizzato queste regolarità e ne ha fatto dei dogmi aridi: il Modus Ponens, i sillogismi, le leggi di De Morgan; tutti trasformati in morti schemini argomentativi. Ma il pensiero, come mostra il fenomeno del dialogo interiore, “facit saltus”, non procede per regulae o categorie, procede per associazioni profonde, per idee, per immagini. Gli schemi argomentativi sono solo uno, e nemmeno il più statisticamente rilevante, modus di procedere dei pensieri. Le idee psicosinergetiche mirano a spiegare unitariamente sia le sezioni ordinate che quelle disordinate del pensiero. Le idee sono pre-logiche: non seguono alcuna logica, la istituiscono. Abbiamo accordato solo poche proprietà essenziali alle nostre idee sinergetiche: attrazione, campi di forza, asservimento. Ma proprio stante la pre-logicità dell’explanans dobbiamo vedere tutte queste determinazioni come metafore, immagini forse efficaci ma intercambiabili con altre: non facciamone dei dogmi. Ecco un esempio di spiegazione di un ragionamento mentale, che mette in luce come da certe premesse si possa giungere a determinate conclusioni: Img. 10 L’idea R ha asservito, l’idea A, che ha asservito l’idea C, che ha asservito l’idea D. Di volta in volta gli elementi di questa catena di asservimenti prendono il sopravvento (si rafforzano). Così pare che il concetto r implichi logicamente il concetto a e così via. In questo modo si creano delle concatenazioni tra idee che spiegano il flusso dei pensieri ed i ragionamenti. Questo tipo di explanans interpreta non solo le regole sillogistiche. Siamo di fronte, se non fosse ancora sufficientemente chiaro, ad una radicale liberalizzazione del nostro pensiero, liberalizzazione che fa delle regole logiche solo una delle tante possibili regolarità emergenti dal caso fortuito delle associazioni tra idee. Accanto al Modus Ponens, o al sillogismo in Barbara, possiamo ad esempio mettere la dialettica hegeliana: a un’idea segue il suo opposto ed un terzo momento sintetico. E poi le logiche modali. Via via fino ai “ragionamenti” di un folle. Il logos, questo dogma, scivola lentamente su questa china scivolosa. Ma è il prezzo per la libertà intellettuale. Che altro è essere liberi se non lasciar variare gli schemi di ragionamento: cioè lasciare, attenti e curiosi come bambini, che alla nostra coscienza si presentino con la massima libertà i pensieri, le idee, le emozioni, i sentimenti, collegamenti? Essere liberi è non avere schemi rigidi, è essere “elastici”.
  • 60.
    LA MENTE “LIBERALE” Neldescrivere il modello standard del ciclo sinergetico, e già nel parlare di intelligenza abbiamo affacciato il problema che ci porterà alla sezione “pratica” della presente ricerca: non tutte le menti sono uguali; identificato il modello ideale di funzionamento del cosciente abbiamo con ciò stesso definito una classe di “deviazioni” dalla normalità, di “nevrosi” (preciso che non uso in senso medico- clinico questo termine, data che la mia formazione.) Secondo il modello standard nella mente si svolgono una gran quantità di processi paralleli in competizione ed apparentemente diseconomici, dai quali costantemente emergono delle strutture fragili di idee con una loro autonomia, quasi dei piccoli feudi – per continuare con la metafora politica – che rappresentano delle piccole “isole” di ordine – eppure un ordine effimero – in un mare magnum di caos ed imprevedibilità. Si tratta di strutture ordinate che emergono in una situazione di anarchia: non c’è un ordine prestabilito, non ci sono strutture, categorie, leggi immutabili; ci sono tendenze, propensità, emergenze effimere. Secondo questa immagine liberale della mente gli ordini-idee sono dunque strutture che emergono, istituti fragili che resistono per un po’ e poi vengono meno, soppiantati da altri. Ora. Da un punto di vista razionalista la fragilità di queste strutture ordinate non può che apparire un handicap della sinergetica. La mia opinione è che questa fragilità sia propriamente il punto di forza del modello “anarcocapitalista” della mente. La mente liberale è una mente libera: nulla è fissato una volta per sempre, tutto è costantemente, popperianamente, rimesso in discussione. Proprio perché le strutture ideali sono fragili, transitorie, possono essere sottoposte all’attività (spontanea) di falsificazione: sono attraverso la competizione con le altre idee, costantemente messe “sotto scacco” da altre idee. La nostra mente è un coacervo di impressioni, apparenze in costante contrasto tra loro, è un vero e proprio bellum omnium contra omnes, una competizione dalla quale di volta in volta qualche fenomeno riesce vincente: ma solo per poco. Questa volatilità è quanto accade nella mente “normale”: in essa tutto è rimesso in discussione. Abbiamo già impiegato la metafora politica per simulare la dialettica tra io ed idee: l’io era il governo centrale, le idee i cittadini. Ma la metafora politica è ancora assai utile per descrivere il modello generale del “mentale” che stiamo costruendo. Secondo questa intuizione vi sono menti più funzionanti (libertarie) e menti meno funzionanti (socialiste). Ora, nel ciclo sinergetico standard dopo la fase di “successo” di un’idea che ha costituito attorno a se un piccolo regno d’idee, quest’idea decade e si ritorna allo stato base di competizione tra le idee. Tuttavia proprio la mancanza o il malfunzionamento della fase di decadimento sta alla base delle nevrosi, delle disfunzioni mentali. Un’idea, o un costrutto ideale, può FISSARSI e riapparire con insistenza ad una coscienza. Una nevrosi non è altro che un pensiero fisso. La mente sana è la mente che si svuota, che, come dice Nitezsche, “dimentica”. Per continuare con la metafora politica: se c’è un decadimento rapido e totale abbiamo a che fare con una mente anarchicocapitalista, nella quale nessuna idea costruisce una gerarchia stabile ed imperitura. Via via procedendo verso “sinistra” il potere centripeto di una sola idea centralizzante si rafforza: avremo menti liberali, poi menti fasciste ed infine menti socialiste, il culmine della nevrosi: nelle menti socialiste tutto è stasi: le idee sono fissate, demolite, sciolte in un apparato ideale fissato una tantum e per sempre. È il problema delle “idee fisse” la radice di ogni nevrosi. Ecco uno schema che esemplifica questa metafora politica: Img. 11 È ovvio che un individuo può in una certa fase della sua vita essere mentalmente socialista, poi diventare liberale, poi di nuovo socialista. Così come da una nevrosi può essere ora guarita ora accentuata. Una pratica di counseling filosofico adeguata non può che porsi come obiettivo di portare l’aiuto psicoterapico al paziente, volto a “liberalizzare” la sua mente, facendo si che le idee riprendano il loro decorso standard. Lo scopo della filosofia è liberalizzare il mondo delle idee,11 liberare le energie della mente, svuotarla dai pensieri fissi, dalle idee infondate, insostenibili, contraddittorie, false che possono presentarsi alla nostra coscienza. Guarire dalla nevrosi è guarire dal ricordo, dall’eterno ritorno delle stesse immutabili, metafisiche idee. Dalle stesse paure. Guarire è prendere coscienza per dimenticare. In questa linea teorica si inserisce la proposta del counseling psicosinergetico che avanzeremo nella seconda parte della ricerca.
  • 61.
  • 62.
    IL COUNSELING PSICOSINERGETICO Ilcounseling è una pratica filosofica di assistenza ad un paziente che soffre uno stato di disadattamento psicologico, di malessere esistenziale. Tra gli scopi della filosofia nella storia c’è sempre stata la pratica del buon consiglio di dimostrare la sensibilità e l’intelligenza, che si presuppone un filosofo abbia maturato nella sua bildung, e di rivolgerla verso il prossimo che per una ragione o per l’altra si può trovare ad avere a che fare con una situazione difficile, nella quale magari i suoi riferimenti di senso sono saltati, e che lo può portare a vivere una situazione straniante e, generalmente, dolorosa. C’è, a mio avviso, sempre stato un link fortissimo tra il precetto socratico del nosce te ipsum e la tensione all’aiuto rivolto al prossimo. Da qui nasce l’interesse, la curiosità filosofica rivolta al funzionamento della nostra anima, del mondo psichico. Ed è una curiosità che nei secoli ha tentato un po’ tutti i pensatori che hanno sviluppato teorie fondate su una duplice fonte: l’introspezione e l’osservazione. Ed è in particolare la dimensione del patologico, del disfunzionale ad aver attratto l’attenzione dei filosofi prima e degli psicologi dopo. Già Freud notava che tra “patologico” e “normale” non c’è una differenza qualitativa, ma solo uno scarto quantitativo, e dunque saturabile. La mente del malato psichico e quella del sano rispondono alla stessa dialettica di forze inconsce, secondo Freud, e non serve alcuna teoria speciale per intendere e guarire il patologico. Tuttavia è inevitabile che la dimensione “anormale” offra spunti di riflessione teorica maggiori del “normale”: nella dis-funzione le strutture cognitive e comportamentali si ri-velano. Come già evidenziato anche la sinergetica della mente spiega bene la dimensione disfunzionale. Abbiamo già accennato al fatto che nel modello sinergetico sono raffigurabili sia lo stato socialista, che riteniamo disfunzionale e da guarire, sia il funzionamento “liberale” o open-minded. Ora, il counseling filosofico ha come scopo proprio quello di liberare la mente oppressa, ostruita, ottusa, occupata da idee, paure, emozioni eccessive che nel medio periodo causano disagio o dolore. Come abbiamo già avuto modo di notare nella parte dedicata alla “mente liberale”, la sinergetica, dopo averci fornito un modello ermeneutico del mentale, è in grado di indicarci anche almeno la via possibile per risolvere in generale le situazioni di disagio esistenziale che possono generare paure o stati d’ansia. Prima di passare ad analizzare per punti le principali forme tensive che possono attanagliare, ostruire e bloccare una coscienza, è opportuno affrontare un’obiezione di derivazione Humeana. Per Hume vige una distinzione rigorosa tra teoria e precetto morale, per cui da una teoria non è mai derivabile una precettistica pratica, un sapere del “come si fa”. Rispondo a questa obiezione, dicendo che il counseling psicosinergetico è una pratica di aiuto filosofico, fondata sul dialogo, fondata a sua volta sulla sinergetica della mente. La teoria sinergetica di per se non ci dice se sia cosa buona o cattiva, per riprendere l’immagine di prima, avere una mente liberale o socialista: si limita a darci un modello in grado di descrivere sia l’una che l’altra. È avalutativa. Solo in una seconda fase, in sede pratica, di preparazione al counseling, noi forniamo una valutazione dei differenti modi di funzionare della mente, e diciamo che avere una mente libertaria è meglio che avere una mente socialista. Ma paradossalmente la teoria sinergetica potrebbe servire altrettanto bene ad un tecnocrate sovietico che voglia inculcare certe idee-fisse (il culto per Marx o Stalin e simili) e che potrebbe usare la sinergetica come immagine della mente ed eventualmente come strumento per la formazione del consenso. Mi pare che l’obiezione di Hume sia così ben superata. Il counseling psico-sinergetico è una pratica filosofica di aiuto al paziente. Non è, e non può essere, tuttavia una pratica medica. Può integrare l’intervento medico-terapeutico colmando la lacuna “umanistica” per la quale talvolta il curare è inteso come mera cura del funzionamento corporeo. Possono inoltre utilizzare il counseling psicosinergetico anche figure professionali che propriamente con la dimensione umana hanno a che fare: penso innanzitutto a docenti, adetti alle “risorse umane”, politici, ed in generale gli addetti che hanno a che fare con la dimensione psicagogica. Quanto alla psicoterapia, l’approccio umanistico che infonde la psicosinergetica può essere visto o come un pericoloso concorrente dal terapeuta, oppure, più ragionevolmente, come uno degli approcci all’umano che può dialogare alla pari con altre impostazioni teoriche. Naturalmente come ogni approccio di carattere terapeutico, nel senso non-clinico specificato, anche la psicosinergetica prevede l’interazione tra almeno due polarità: terapeuta e paziente. Nel presentare la
  • 63.
    teoria sinergetica dellamente ci siamo concentrati sul funzionamento di una mente, costruendo così un modello standard ma, per così dire, monistico. Essendo pratica, e segnatamente, terapeutica la finalità della presente ricerca dovremo predisporre una teoria che integri curante e curato.
  • 64.
    “Liberalizzare” la mente? Laproposta sinergetica che abbiamo avanzato vede, come messo in luce, la mente come un “campo di battaglia” (ma anche di associazione) tra idee. I fanatici del cogito urleranno alla caoticità del nostro sistema, pensando che laddove c’è ordine deve essere intervenuto qualcuno o qualche funzione a stabilirlo ed eventualmente a gestirlo. Come ci insegna la sinergetica – pensiamo ad un Laser – l’ordine (COSMOS) può benissimo sorgere senza operatori “tattici”, razionali. In generale possiamo mettere in luce che una mente disfunzionale è ingombrata da quelle che io chiamo “STRUTTURE-FISSE”, ovvero idee “troppo grandi” – per usare un gergo informatico: programmi troppo pesanti – che impediscono alle idee di scatenarsi nel loro libero gioco. Impediscono le associazioni e, soprattutto, impediscono quella fase cruciale del ciclo sinergetico che è il decadimento. È l’eterno ritorno dell’uguale (le idee fisse). La mente è irreggimentata, un olos (né in senso Quineano né duhemiano). La mente è disfunzionale. L’idea fissa par excellence è l’IO. Ne abbiamo già parlato citando la relazione di causa ed effetto. Lì notavamo che le caratteristiche di persistenza e stabilità del cogito venivano proiettate in rebus. Nietzsche, molto acutamente, notava che l’io, l’identità personale non sarebbe altro che una finzione/funzione sociale stimolata, causata in una mente dalla necessità di relazionarsi socialmente con l’altro. Il neonato non ha alcuna idea della sua identità: è le sue sensazioni, percezioni, emozioni. In seguito a invasivi atti censori l’infante sviluppa l’idea che esista un Δx tra la sua identità/colpevolezza ed il genitore/protettore/censore. Sviluppa un Io, su cui hanno modo di radicarsi sia aspetti funzionali positivi, sia vari tipi di “nevrosi” – uso il termine ovviamente non in una accezione clinica, data la mia formazione filosofica – quali ad esempio orgoglio, narcisismo inespresso, depressione più o meno grave, senso di inadeguatezza rispetto agli altri ecc…Quasi che questo “io” divenisse un ricettacolo, un parafulmine ed un amplificatore di problemi, un troublemaker, più che un problemsolver. Per risolvere le nevrosi legate all’Io occorre, in un certo senso, DESTRUTTURARE L’IO. Riallenare la mente al gioco delle percezioni, rieducarla a partire dalle “cose semplici” ovvero la semplice percezione degli stati della coscienza: impressioni, volizioni, emozioni, sensazioni13 . Cioè, per usare ancora la metafora politica si tratta di LIBERALIZZARE IL COGITO: ecco che allora l’unica monopolizzante e asfittica funzione dell’io non sarà più il pensare: ci sarà l’io-soffro, l’io- suono il pianoforte, l’io scrivo, l’io provo emozioni positive ecc... Il vero, fatale errore è il prendere qualcosa d’altro, l’IO,per sé stessi. La posta in gioco è di allenarsi ad elasticizzare la propria identità, a dialettizzarla [prenderla con socratica ironia]. Accettandoci nella nostra labile natura di “fasci di percezioni”, secondo la formula Humeana.
  • 65.
    L’interazionismo psicosinergetico Questo lavorodi liberalizzazione mentale può (e in alcuni casi deve) essere agevolato da un counselor. È un rapporto a due terapeuta-paziente. Il terapeuta deve in un certo senso “congiungere” (linking) la sua mente “più liberale” di quella nevrotica del paziente e “risanarla”, liberarla. La parola (fase logica) serve per la fase di linking (vedi schema seguente), ma avvenuto il contatto, la terapia psicosinergetica procede quasi da sé: È come se abbattessimo una cortina di ferro, il velo di Maya dell’individualità ed entrassimo in COMUNICAZIONE (INTERAZIONE) diretta con il paziente. Riporto ora uno schema estensionale – per punti – dell’interazione paziente-counselor: come è evidente oltre alla metafora politica qui entra in gioco quella biologica (mitosi): (1) Stato separato (2) Linking (3) Unificazione (4) Interazione psicosinergetica Nella cruciale fase dell’interazione psicosinergetica, che è una fase fondamentale nel processo di liberalizzazione della mente del soggetto sottoposto alla seduta di counseling avvengono i seguenti sottoprocessi: 1. Le idee libere (non asservite) creano nuovi legami (links) con le idee-asservite appartenenti alla protective-belt della ex-mente “socialista” (quella del soggetto in terapia). 2. La protective-belt salta. 3. I campi di forza delle idee-libere aggrediscono il campo di forza dell’Idea-Dominante e l’ex Idea- Dominante viene, a sua volta, asservita. (5) Nuovo ordine dinamico (6) “Mitosi” Nella fase rappresentata, denotata con il termine metaforico ‘mitosi’, emergono due idee antipolari, due ordinatori forti: alcune idee vengono duplicate (o pluriplicate nel caso di interazioni del tipo uno- molti, come nei corsi universitari). A questo segue la conclusiva fase della “reindividuatio”. (7) Reindividuatio L’esito di questo processo è lo sblocco del ciclo sinergetico del paziente e la ripresa di un regolare andamento psichico. La terapia è così conclusa.
  • 66.
    ASSICURAZIONI: IL RISARCIMENTONEL CASO DELL’“INFORTUNIO” MENTALE Premessa Se ci sono voluti secoli perché arrivasse a maturazione l’idea che anche il corpo umano fosse una cosa tra le cose, un ente non straordinario appartenente a questo mondo fatto di cose, auspico che non ci vogliano millenni perché si arrivi finalmente ad una giusta concezione del concetto di integrità pisco- fisica. Lo stato dell’arte della teoria delle assicurazioni ha visto ad oggi due fasi, che parlano chiaramente di una evoluzione progressiva nel senso della piena valorizzazione dell’umano:  prima fase: sono assicurabili le cose a cui il contraente attribuisca un valore (una casa, un carico di merci). Potremmo chiamarla fase reale dal latino res (cosa).  seconda fase: il corpo, l’integrità fisica è passibile di assicurazione. La perdita di integrità è quantificabile e quantificata secondo scale di giudizio dai periti. Queste scale di giudizio sono fondamentali per valutare l’entità del danno fisico subito dal contraente. Potremmo chiamare questa fase somatica (dal greco sòma che significa corpo). Non è mio obiettivo, perché esula ampiamente dalla presente ricerca una ricostruzione filologica delle successive evoluzioni ed estensioni della concezione somatica nella teoria delle assicurazioni. Basti dire che le polizze sulla vita, sulla morte, sugli infortuni, ma anche in un senso più lato le polizze mediche (su cui mi concentrerò) restano chiaramente vincolate ad una definizione somatica del vulnus, dell’infortunio che colpisce l’integrità fisica. La terza fase della teoria applicativa delle assicurazioni, che mi impegno col mio contributo a far avanzare (con un discorso che so di essere corale, nel senso che altri lavorano su questa linea, e che auspico diafonico poiché, se non altro, l’unanimità è “poco sinergetica”) è tanto avanzata come concezione, tanto apparentemente fuori dagli schemi che evidentemente non “bastano le parole”: ne inventeremo di nuove se è il caso. L’idea base è comunque quella di ASSICURARE L’INTEGRITÀ FUNZIONALE DELLA MENTE. Se come esposto nella parte teorica del manuale, nonché nella parte dedicata al counseling psicosinergetico, il sistema sinergetico (la mente) può andare incontro, nella sua storia, a fasi tensive (dovute a elementi tensori-socialisti) che producono disfunzionamenti (basti pensare alla depressione) inibendo il regolare decorso delle dinamiche sinergetiche del flusso delle idee, ecco che nasce da sé il – mi si conceda il termine – pensiero stupendo di assicurare l’integrità funzionale mentale. Vale a dire: come già oggi posso dire: «stipulo una polizza medica che mi copra economicamente se dovesse verificarsi il caso che io debba affrontare un intervento chirurgico», perché non estendere la copertura medica consentendo al contraente di dire: «stipulo una polizza medica che mi copra economicamente se dovesse verificarsi il caso che io debba affrontare un ciclo di sedute psicoterapeutiche per affrontare una eventuale depressione?» La componente aleatoria, di rischio, è insita in qualsiasi teoria della assicurazioni, e potrebbe forse apparire più “volatile” o etereo il mondo mentale rispetto ai carichi di merci sulle navi o all’integrità funzionale del sistema-corpo. Ma questo non è che un pregiudizio che è presto sconfitto dall’impostazione sinergetica: le dinamiche sinergetiche che coinvolgono i sistemi complessi non lineari (siano essi mercati, organismi naturali complessi, o sistemi sinergetici mentali) sono le stesse. Semplicemente una barca con un carico di lupini si vede e un cuore un po’ meno e un’idea (o uno stato emotivo) ancora mento. Ma ché! Siamo di fronte ad un ragionare infantile. A Londra si scommette su tutto. Anche sulle cose più immateriali. Una compagnia assicurativa disposta ad accollarsi il rischio che ad un manager che ha fatto fallimento venga una depressione si troverà!
  • 67.
    Integrità funzionale delsistema psicosinergetico Il sistema-mente, nei termini in cui lo abbiamo approcciato grazie alla sinergetica, ci si presenta come un sistema sostanzialmente anarchico ma in grado di produrre stati d’ordine più o meno locali, più o meno estesi o solidi. Ora, come già visto nel capitolo C della parte teorica – La mente liberale – un sistema sinergetico può essere più o meno ostruito da elementi tensivi interni. Vale la pena di riprodurre qui lo schema già visto in quel capitolo. Evito di dilungarmi nuovamente sulla validità, peraltro parziale della metafora politica. Basti dire che quella che nello schema ho indicato come “mente anarcocapitalista”, quella in cui non sono presenti strutture rigide e tensorie di natura tattica (idee-fissate) rappresenta il modello di buon funzionamento del mentale e dunque il modello di integrità funzionale del sistema psicosinergetico. Se si chiedesse una definizione di cosa si debba intendere precisamente per integrità funzionale del sistema-mente non mi troverei in difficoltà meno grave che se mi si chiedesse di dare una definizione analitica e precisa di cosa si debba intendere per integrità funzionale del corpo umano. È un’idea-limite, con la quale si può ben lavorare senza perdersi in diatribe ontologiche di sorta.
  • 68.
    Entità degli ordinatorisocialisti Parlando di nevrosi morale, di Io ingombrante, di idee fisse, di eterno ritorno di contenuti cognitivi ed emotivi opprimenti/deprimenti/depressivi, abbiamo già introdotto il problema della “dimensione” della strutture socialiste ed oppressive. Uscendo dalla metafora politica. Io vedo, ad esempio, uno stato depressivo non come una perdita di energia complessiva del sistema sinergetico, energia che resta sempre più o meno costante, ma come un “inceppamento” o un “autoinceppamento” della macchina per così dire. Cioè come una aumento relativo della dimensione e del potere distorsivo della strutture rigide (definibili come ordinatori tattici oppure ostruttori socialisti). Più sono grandi e rigide queste strutture maggiori sono le perturbazioni che cagionano al sistema sinergetico in cui sono inserite quasi come corpi. Determinare l’entità degli ostruttori, per quantificare lo stato funzionale della mente, o l’eventuale perdita di funzionalità ovvero la percentuale di invalidità mentale di un soggetto assicurato è compito di una perizia funzionale: rimando al successivo capitolo 6.
  • 69.
    Velocità di circolazionedelle idee L’incombenza di elementi tensivi operanti in seno al sistema sinergetico, rallenta la libera circolazione delle idee: abbassa la velocità del flusso ideativo e rende meno probabili gli stati d’ordine. Per dirla in termini quasi kantiani: inibisce la capacità di elaborare informazione da parte dell’Io conoscente. Ma è chiaro a questo punto che Io conoscente non v’è e, se v’è, è un problema.
  • 70.
    Capacità referenziale L’elaborazione, lachiarificazione della mie idee è avvenuta per step successivi. E credo francamente di esser solo agli inizi di un’avventura intellettuale emozionante. Mi si pone ora il problema già sfiorato del rapporto interno-esterno. Mi limito a qualche nota perché non ho lo spazio ed il tempo per un discorso esauriente. La disfunzionalità mentale non riguarda soltanto il sistema sinergetico, ma può riguardare il rapporto con l’esterno (il mondo, la realtà…). Mi limito a un esempio una persona anziana perde progressivamente la capacità di riferirsi al mondo, essenzialmente per la perdita di funzionalità nervosa del corpo o per altre ragioni fisiologiche. Allora la perizia sull’invalidità funzionale del mondo mentale non dovrà limitarsi al definire l’entità della disfunzionalità del sistema sinergetico, ma anche valutare l’invalidità somatica del corpo del soggetto assicurato, corpo considerato come medium di connessione tra sistema sinergetico e realtà. Per intenderci la perdita di funzionalità del sistema sensorio e percettivo sarà interessante ai fini di una perizia. Non lo sarà la perdita di funzionalità del sistema cardiovascolare, nella misura in cui non ha effetti sul rapporto interno/esterno.
  • 71.
    “Infortunio”? mentale E vengoa dare le ragioni delle virgolette che racchiudono la parola ‘infortunio’ nel titolo del presente capitolo. Un ‘sinistro’ è definito nella corrente teoria assicurativa come un: EVENTO PROVOCATO DA UNA CAUSA ESTERNA, VIOLENTA E FORTUITA CHE PRODUCA UNA LESIONE FISICA EMPIRICAMENTE EVIDENZIABILE. Ora, nel caso della disfunzionalità psicosinergetica è evidente che si richiede una ridefinizione di tale enunciato. Nel senso che non si parla di “lesione fisica” e che la constatabilità empirica non può essere frutto di un accertamento induttivo e diretto. Propongo la seguente ridefinizione che poi discuterò e argomenterò. Un infortunio mentale è un EVENTO PROVOCATO DA UNA RAGIONE ESTERNA, VIOLENTA E ALEATORIA CHE PRODUCA UN INCREMENTO DEGLI ELEMENTI TENSIVI (ORDINATORI TATTICI) DEDUTTIVAMENTE QUANTIFICABILE. Procedo per punti nella mia argomentazione: 1. “RAGIONE ESTERNA VIOLENTA” Uno stato critico nel quale può incorrere un sistema psicosinergetico, dovuto all’aumento relativo dell’entità degli ordinatori socialisti, ad esempio uno stato depressivo, ha sempre ragioni esterne, ambientali, sociali o comunque legate alle dinamiche reali nelle quali l’individuo si trova inserito. Ho parzialmente indebolito la nozione di “causa” temperandola con quella di “ragione” per mettere meglio in luce che non vi è una corrispondenza biunivoca tra stimolo esterno e aumento del potenziale distorsivo dell’ordinatore tattico/socialista. Eppure ragioni esterne vi sono sempre. Cioè un soggetto non cade in uno stato di disagio emotivo-cognitivo (con relativa perdita di funzionalità psicosinergetica) per uno squilibrio interno autoindotto. Affermo dunque che è nell’esogenesi che vada ricercata la matrice originaria dell’esistenza nella mente di strutture tattiche, distorsive e latenti. Come dunque si sono generate e quando queste strutture “antisinergetiche”? Una congettura che avanzo è che si esse si siano radicate durante la prima infanzia quando si inziano a configurare le sindromi del “Timore-Amore Reverenziale” per la Madre e per il Padre. Se queste figure/strutture interne non vengono pienamente “superate”, internalizzate e dunque continuano ad operare come agenti eteronomi rispetto al sistma mentale che le ospita, bastano stimoli ambientali, tensivi, problemi sociali, o anche eventi fortuiti e del tutto marginali rispetto alla vita psichica di un soggetto, per farle riattivarle con i loro effetti distorsivi – e distorcenti – sul naturale decorrere delle dinamiche psicosinergetiche. La ragione originaria, che risale all’infanzia, è dunque esterna e violenta, nel senso che costituisce una invasione nel mondo mentale del neonato, che è chiamato ad ingaggiare una lotta titanica contro le autorità, ma restane esterne e violente anche le ragioni occasionali che determinano o incentivano la recrudescenza delle strutture socialiste latenti. 2. “ALEATORIA” La componente di “alea” di casualità, di fortuità resta anche nel caso della riesplosione della strutture latenti. È casuale che x sia nato in una famiglia con un determinato pattern relazionale, è dunque fortuito il tipo di struttura latente che x avrà assimilato nell’infanzia. Ma resta soprattutto fortuito l’evento scatenante la recrudescenza: un lutto, la perdita del lavoro, il tradimento della partner. E paradossalmente le dinamiche relazionali sono ben meno aleatorie e più prevedibili rispetto a molti eventi – reali o somatici – attualmente assicurati dalle compagnie assicurative operanti sul mercato. 3. “DEDUTTIVAMENTE QUANTIFICABILE” Per una definizione esaustiva di perizia funzionale non posso che rimandare ad una prossima pubblicazione, che auspico redatta in collaborazione eventuale con specialisti del ramo neurologico, clinico e psicoterapeutico. Il punto di quantificare la perdita di funzionalità del sistema psicosinergetico non può tuttavia essere facilmente eluso. Mi pare sia questo il tema principale che ha impedito, sinora, alle compagnie assicurative di pensare alla realizzabilità di polizze medicali coprenti il caso dell’“infortunio” mentale. Ma vivendo noi dopo la rivoluzione psicologica non ci è difficile immaginare come dovrebbe operare un perito mentale (perizia sinergetica). Prima di tutto andranno definiti dei protocolli, che in altri paesi so essere già assai dettagliati, per definire per tabulas e per gradi la perdita di
  • 72.
    funzionalità mentale diun individuo. Ma questa è solo un’indicazione metaprocedurale. La questione: è come fanno due diversi periti che svolgono nell’arco di poco tempo due diverse e indipendenti perizie sul signor tizio a concordare sui “punti di invalidità” da attribuire (problema dell’intersoggettività) all’infortunato? La risposta è semplice ed intendo darla in termini semplici. Come fanno due professori distinti che insegnano la stessa materia allo stesso bambino a dare due voti (auspicabilmente coincidenti) alla stessa performance intellettuale (scritta) del bambino in questione? Ovvio: valutano le prestazioni. Tornando all’esempio di prima. In uno stato depressivo, dovuto secondo la nostra teoria al riacutizzarsi delle tensioni latenti (strutture socialiste), diminuiscono sia la qualità sia la quantità delle performance, ed esempio socio-relazionali, dei soggetti depressi che tendono ad isolarsi. Ma questi sono elementi empirici evidenziabili empiricamente. E da queste evidenze sono deducibili le entità degli elementi tensivi (ordinatori tattici) operanti nel seno del sistema psicosinergetico. Il perito stimerà su una scala continua da 0 a 1 la perdita di funzionalità sociale e intellettuale dell’individuo e dedurrà sempre su una scala da 1 a 0 l’entità e la forza distorsiva degli elementi tensivi interni. Per fare un ultimo esempio in un caso gravissimo di depressione le performance relazionali saranno ridotte a 0 ed il grado di forza complessivo degli ordinatori (o dell’ordinatore) a 1. Come evidente una stima dell’entità dell’infortunio mentale è non solo possibile ma anche non meno agevole della stima dell’entità dell’infortunio fisico, benché forse meno immediata. Tornando alle virgolette che racchiudevano la parola ‘infortunio’ nel titoletto del paragrafo dico che il loro senso non è riduttivo ma estensivo: usare la parola ‘infortunio’ per descrivere un evento negativo occorso ad una psiche rappresenta un nuovo impiego del termine ma come visto giustificato anche analogicamente rispetto al vecchio significato standard. Se vogliamo un caso di risemantizzazione estensiva.
  • 73.
    Conclusioni Quindi se quantificarel’infortunio mentale è possibile, e se anche il vulnus psichico ricade nell’ambito dei fenomeni aleatori (come visto), allora l’ultimo passo della teoria delle assicurazioni (assicurare l’integrità funzionale della mente) è possibile e, per così dire, giace nel campo delle idee pratiche, concrete. Resta da decidere come immaginare una polizza che tuteli tale bene (forse il valore più alto per un essere umano). Riprendiamo brevemente l’esempio dell’introduzione: TIZIO STIPULA CON LA COMPAGNIA ASSICURATIVA A UNA POLIZZA MEDICA CHE LO TUTELA ECONOMICAMENTE SE DOVESSE VERIFICARSI IL CASO CHE TIZIO DEBBA SOTTOPORSI AD UN CICLO DI SEDUTE PSICOTERAPEUTICHE O FARMACOLOGICHE PER AFFRONTARE UNA EVENTUALE DEPRESSIONE. A questo punto è chiaro che al verificarsi della depressione, la compagnia assicurativa A erogherà a Tizio la somma pattuita, funzione del premio pagato da Tizio, dopo che l’infortunio mentale sia stato accertato ad esempio da un medico iscritto all’apposito albo, o da un medico del pronto soccorso in caso di urgenza. Una volta accertata l’entità dell’infortunio da parte del perito, assegnati dunque i relativi punti di invalidità mentale (è anche possibile naturalmente concepire una franchigia) ecco che proporzionalmente saranno erogati degli appositi ASSEGNI DI CURA, spendibili in sedute psicoterapeutiche tenute per l’infortunato da professionisti appartenenti a scuole convenzionate riconosciute dagli albi professionali: Il paziente sarebbe così libero di scegliere il curante e godrebbe del sostegno economico minimo per garantirsi cure adeguate anche farmacologiche per ripristinare il danno subito. È adeguato pensare che una assicurazione medicale così concepita a tutela dell’integrità mentale vada a coprire cicli di 15 – 20 sedute psicoterapiche, ma valutazioni così specifiche esulano dalle intenzioni della presente trattazione, e dalle mie attuali competenze. Assicurare l’integrità funzionale della dimensione psichica è certamente il futuro della teorie e della applicativa delle assicurazioni, si tratta solo di fare questo importante passo guadagnando la fiducia del mercato assicurativo e diffondendo, ma sarebbe meglio dire estendendo, la cultura della tutela dell’integrità psico-fisica, intendendo l’individuo nella sua dimensione olistica e non più cartesianamente scisso in due sfere – psichica e somatica – giustapposte e ontologicamente separate .
  • 74.
    PSICOSINERGETICA APPLICATA ALL’ANALISIDELLE DINAMICHE DI MERCATO La psicosinergetica, data l’affinità elettiva che sussiste tra tutti i sistemi complessi sinergetici, non ci fornisce solo un valido approccio alle dinamiche (complesse ma non complicate) del mondo mentale. Si dimostra anche assai valida nel descrivere/emulare/parafrasare le dinamiche di mercato. Mi spiego. Nell’introdurre il mio modello di mente sinergetica ho più volte ed insistitamente fatto ricorso a “metafore” di natura sociale o politica o economica. Questo parlando di mente “socialista” o “liberale” di “anarcocapitalismo” o “dottrina sociale della chiesa” o ancora di “ordinatore socialista”. Direi che queste metafore politiche costituiscono il filo rosso che ha supportato le mie ricerche. Si tratta ora di esprimere e dare il giusto senso a questa “infrastruttura di ricerca” esplicandone tutta la portata euristica. Questo ultimo capitolo C costituisce il frutto di un (tentato) saggio sulla storia economica di Piacenza, saggio che non vedrà mai la luce perché intimamente fallace ed incoerente, ma che mi è servito per elaborare, quasi senza accorgermene, il mio attuale point of view. Vengo al merito. Se la mente “funziona” come un sistema complesso, e se il mercato è un sistema complesso (non lineare) di transazioni economiche ed informative, come von Hayek ci insegna, e se la sinergetica descrive con un buon grado di approssimazione le dinamiche dei sistemi complessi, ecco che io con il mio apparato sinergetico (la mia mente), posso parafrasare con grande grado di esattezza le dinamiche di una sezione sufficientemente localizzata del mercato. Spesso in tanti settori si pone il problema di simulare o conoscere, anche a livello non formale (essenzialmente senza l’uso di computer) le dinamiche di mercato per poter in esso intervenire ad esempio proponendo un prodotto, o avviando una nuova attività o ancora per finalità gestionali (politiche e di amministrazione pubblica). Per fare ciò gli strumenti statistici sono spesso inefficaci e non aggiornati oltre che farraginosi e complicati. La mia proposta è la seguente. Poniamo che io intenda aprire una banca in un piccolo paese dell’Emilia Romagna (una delle più ricche regioni del Nord-Italia). Io, futuro gestore della filiale bancaria, posso usare il mio sistema sinergetico (la mia mente) per ENTRARE IN EMPATIA con il sistema economico complesso e locale in cui andrò ad operare. È quello che io chiamo e definisco ora EINTAUCHEN, vocabolo tedesco che significa IMMERGERSI. Ma è un immergersi che non ha nulla a che fare con un naufragio romantico o alla leopardi. È un immergersi che ognuno di noi con un giusto training può imparare a fare, nei modi e nei limiti concessi dalla Natura al nostro sistema sinergetico. E soprattutto non è un atto vago o elucubratorio. È il far corrispondere, e collimare puntualmente e IN MODO BIUNIVOCO ad ogni individuo del sistema economico un’idea (o un “atomo cognitivo” se preferiamo) ed ad ogni entità tensiva e distorcente {socialista} che agisce nel sistema economico in esame un aggregato tensivo del nostro sistema psicosinergetico. Come si può entrare in empatia con un’altra mente emulandone, vivendone, soffrendone gli elementi tensivi (essenzialmente paure da rapporto non risolto con l’Autorità) così è possibile riprodurre il pattern tensivo proprio di un’area di mercato. Così nel caso della banca da insediare nel paesino la mia mente diventerà un mercato più o meno libero. Se esistono monopoli la mie mente si farà dei nuclei tensivi per ognuno di essi. Un altro nucleo distorcente sarà la rappresentazione del sistema politico di governo. E così via. Sono, ma non torno sull’argomento già affrontato in altre pubblicazioni, elementi tensivi del mercato: i partiti politici, gli organi di governo, la burocrazia, le gerarchie, le autorities morali o religiose, le caste, gli ordini professionali, tutti quei conglomerati feudali e collettivistici che impediscono all’informazione e agli agenti economici di permeare in essi e tutelano gli insiders escludendo gli outsiders. Ad ognuno di questi elementi corrisponderà nella mia mente un nucleo tensivo che possiamo immaginare come una struttura rigida inserita in un sistema sinergetico complesso: naturalmente essa perturberà il libero gioco e avrà effetti potenzialmente distruttivi sulle possibilità che si configurino stati d’ordine tipo quelli visti nel ciclo sinergetico standard. Ciò fatto, avvenuta l’EINTAHUCHEN, l’immergersi, io disporrò di – ma potrei dire “sarò” – una immagine accurata e precipua della stato di cose. E potrò così partecipare al libero gioco economico disponendo di una conoscenza semplice ed accorta delle dinamiche complesse che il mercato esprime. D’altronde sfruttare appieno il potenziale della nostra mente significa proprio lasciare che essa si esprima in tutta la sua stupefacente complessità.
  • 75.
    Note 1. Come hogià evidenziato nel precedente paragrafo la metafora politica ha un difetto: gli individui sono pur sempre dotati di razionalità, non sono dei meri “atomi cognitivi”; tuttavia supporre che dal conoscitore centrale si passi a tanti conoscitori dispersi – cosa che vale in politica – non fa altro che spostare di un grado la risoluzione del problema del conscio. Ammettere che nella mente vi sono tante coscienze che operano in parallelo non spiega né più né meglio dell’opzione ad una coscienza il fenomeno del conscio. 2. Faccio notare che la rozzezza e l’ambiguità di questa teoria, mutuata da molti filosofi razionalisti, sta nel fatto che non vengono chiaramente distinti il piano dell’explanandum e dell’explanans: ora i termini ‘idee’ e ‘facoltà’ vengono fatti valere nell’accezione psicologica, ora in quella teoretica. 3. Pensiamo, al contrario, alle gerarchie dell’iperuranio platonico. 4. Vale sempre l’osservazione che noi percepiamo non le idee in sé ma il loro processo di rafforzamento o d’indebolimento, le variazioni dei campi di forza. 5. I ricordi non sono altro che immagini deboli che si presentano. 6. I principi logici, pensiamo al principio del terzo escluso o di bivalenza, hanno una valenza empirica. 7. L’associazione tra volizione e relativo soddisfacimento, che ci si presenta con una necessità ferrea, è in realtà di derivazione del tutto casuale. Ci sembra logica o naturale poiché il “logico” ed il “naturale” sono conseguenza della dialettica tra le idee, ma le idee sono prelogiche. 8. Questo perché sono percepibili solo i mutamenti, non gli stati. 9. Su questi punti vedi infra. 10.È anche possibile che una di queste idee compaia prima dell’idea di volto. 11.Pensiamo al contrario a quanto è socialista, gerarchico, l’iperuranio platonico. 12.Una volta, parlavo con un docente di filosofia che tesseva le lodi delle categorie kantiane perché lo “rilassavano”. L’idea di catalogare, scheletrizzare, distillare, esaurire in queste morte strutture cianotiche che sarebbero la cagione e la regula del nostro giudizio è la cosa più lontana dal funzionamento effettivo della mente umana. Bertrand Russell non sbagliava definendo Kant un “razionalista prehumeano”. 13.Non è un caso che ad esempio lo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale sottoponga il paziente ad esercizi con apparecchiature percettive molto semplici (led alternati e simili). Ciò vale anche per la scuola Bioenergetica. Come prescrive Alexander Lowen, suo fondatore, l’idea è di “bypassare” la terapia via logos e passare per via corporea: esercizi di postura (radicamento a terra) molto basali e semplici servono a questo scopo.
  • 76.
  • 77.
    SPONTANEOUS ORDER: ALCUNIESEMPI SELEZIONATI DA DIFFERENTI CAMPI DI RICERCA
  • 78.
    Economia L’economia è ilcampo di indagine teorica nel quale il concetto di ordine spontaneo nasce e si sviluppa. I primi studiosi di economia guardavano con grande meraviglia al funzionamento del mercato stupendosi soprattutto del fatto che le merci erano prodotte da un grande numero di produttori indipendenti, che agivano ognuno per sé, eppure venivano prodotte proprio in quelle quantità che gli individui intendevano comprare. Richard G. Lipsey nell’introduzione al suo testo Economia,1 osserva che i primi filosofi-economisti non capivano perché «a parte i disastri naturali, non c’erano né grandi surplus, né grandi mancanze di prodotti». Come fa il mercato, si chiede sempre Lipsey, a determinare questo ordine senza che vi sia «un corpo centrale che dirige e coordina tutti i comportamenti?» L’incessante processo di adattamento, quasi di dialogo informativo, che si svolge continuamente tra produttori e consumatori riesce a tenere perfettamente conto delle mutazioni nei gusti della domanda determinando altrettanti feedback da parte dei produttori. Nel 1776 Adam Smith pubblicò la Ricchezza delle Nazioni dopo una serie di tentativi per cercare di capire il funzionamento delle economie di mercato. La grande scoperta di Smith e degli economisti del XVIII secolo fu che è il sistema dei prezzi il meccanismo di controllo del funzionamento del libero mercato. Procediamo con un esempio tratto sempre dall’introduzione al testo Economia di Richard G. Lipsey, che ci spiega con grande chiarezza e semplicità il funzionamento del mercato. Il primo esempio che Lipsey formula, mette in luce cosa succede nel mercato e nel sistema dei prezzi a fronte di una variazione della domanda di un determinato bene: Supponiamo, per esempio, che i consumatori desiderino molto di più consumare spinaci che carote. Questo può accadere a causa di qualche nuova scoperta sulle qualità nutritive dei due vegetali, o perché diventa di moda consumare spinaci per il successo di una campagna pubblicitaria lanciata dall’Associazione Produttori Spinaci: “Le carote fanno bene, gli spinaci sono buoni.” La causa tuttavia non è importante; tutto quello che importa è che i consumatori vogliono più spinaci e meno carote.2 La domanda, ci dice l’economista, è variata. Quali saranno gli effetti di questo cambiamento? Dapprima i consumatori compreranno più spinaci e meno carote. Con un livello di produzione immutato, si avrà quindi una carenza di spinaci e un eccesso di carote. Per liberarsi di questo eccesso di carote, i commercianti ridurranno il prezzo delle carote sulla base del principio che è meglio venderle a un prezzo ridotto che non venderle affatto. D’altra parte i commercianti scopriranno che non riescono a tenere in negozio gli spinaci e gli spinaci diventeranno una merce scarsa e i commercianti ne aumenteranno il prezzo. Quando i prezzi aumentano una quantità minore di spinaci verrà comprata. Così la domanda dei consumatori verrà limitata dall’offerta disponibile. Ma ora gli agricoltori vedono che il prezzo degli spinaci aumenta mentre il prezzo delle carote diminuisce. Dunque la produzione di spinaci risulterà più vantaggiosa rispetto al passato perché il costo per produrli è rimasto immutato, mentre il prezzo di mercato è aumentato. La produzione delle carote darà meno profitti di prima perché i costi sono immutati, ma i prezzi sono diminuiti. Così un mutamento dei gusti dei consumatori, attraverso il sistema dei prezzi, provoca una modificazione dell’allocazione delle risorse in modo tale che meno risorse vengono impiegate nella produzione delle carote e più risorse nella produzione degli spinaci.3 […] Con la diminuzione della produzione delle carote, l’eccedenza di mercato diminuirà e i prezzi delle carote cominceranno ad aumentare. D’altra parte l’aumento della produzione di spinaci ridurrà il surplus e i prezzi diminuiranno. […] Questi movimenti dei prezzi continueranno fino a che agli agricoltori non conviene più ridurre la produzione di carote e aumentare la produzione di spinaci. Ecco come Lipsey riassume le osservazioni effettuate, mettendo in luce proprio la tendenza auto- stabilizzante, auto-ordinante del mercato:
  • 79.
    […] quando ilprezzo delle carote era molto basso e il prezzo degli spinaci era molto alto, la produzione delle carote non era conveniente mentre la produzione degli spinaci era molto conveniente; pertanto si producevano meno carote e più spinaci. Queste modificazioni nella produzione hanno provocato una diminuzione nel prezzo degli spinaci e un aumento dei prezzi delle carote. Una volta che i prezzi di queste merci sono tali che agli agricoltori non conviene più passare dalla produzione delle carote alla produzione degli spinaci, la produzione si stabilizza e i movimenti di prezzo si arrestano. 4 Modificazioni della domanda, comportano effetti sulla produzione tramite il sistema dei prezzi. Ho voluto riportare questo esempio perché, pur utilizzando un modello a poche variabili, mette chiaramente in luce come un sistema economico sia capace di autoregolarsi. E chiaro che le dramatis personae dei sistemi economici sono in fondo null’altro che gli individui (ed i loro bisogni), ma risulta altrettanto chiaro come dalla somma delle disordinate attività individuali si originano l’ordine sociale, il progresso ed il benessere economico. Gli effetti aggregati delle decisioni dei singoli individui sono descritte dalle leggi della domanda e dell’offerta, delle quali l’esempio riportato sono un’interpretazione semplice ma intuitiva, oltre che informale. Il libero mercato è dunque un contesto di scambi, di transazioni in cui i prezzi di beni e servizi sono raggiunti esclusivamente dalla mutua interazione di venditori e acquirenti. E venditori e acquirenti, pur contribuendo ad un processo ordinato, non sono forzati a “fare-così-e-così” da un agente superiore che coordini le loro attività. La “mano nascosta” di cui parlava Smith è proprio questo sistema di autoregolazione del mercato che è a tutti gli effetti l’esempio paradigmatico di ordine spontaneo. Il mercato è per Friedrich August von Hayek un meccanismo di creazione e diffusione di ricchezza e delle conoscenze. Attraverso il sistema dei prezzi vi è un continuo scambio di informazioni tra consumatori e produttori ed è proprio questo circolo informativo ad essere il segreto della spontaneità dell’ordine economico. In a market economy, price is the aggregation of information acquired when people are free to use their individual knowledge. Price then allows everyone […] to make decisions based on more information than they could personally acquire, information not statistically conveyable to a centralized authority.5 L’ordine di mercato è superiore a qualsiasi altro ordine che un pianificatore centrale, ad esempio un organo politico, possa stabilire dall’alto. Proprio perchè la complessità delle informazioni disperse tra gli agenti economici non può essere uguagliata da un “conoscitore centrale” con le sue limitate capacità conoscitive, sono proprio gli agenti economici, lasciati nella più ampia possibile libertà di agire, a garantire il più efficiente meccanismo di allocazione delle risorse. Emerge dunque una dicotomia utile per cogliere al meglio ed intuitivamente il concetto di free market: decentrato/centralizzato. La gestione dell’informazione nei sistemi di libero mercato è decentrata, è dispersa tra i milioni di individui che agiscono, producono, comprano, vendono i beni. Nei sistemi di governo illiberali, siano essi socialisti o corporativisti, o le varie varianti “miste” che si collocano tra il modello del libero mercato e il modello del mercato pianificato, l’informazione e le decisioni relative al sistema dei prezzi sono gestite da un potere centrale. Ma come Ludwig von Mises ha chiaramente dimostrato nei sistemi socialisti il calcolo economico che determina il valore dei prodotti e dei beni, non è nemmeno possibile. È nel mercato, nella compravendita, nella transazione economica che le cose assumono valore, ed è calcolabile il loro prezzo.
  • 80.
    Diritto Non è soloil sistema economico ad esibire un comportamento del tipo “ordine spontaneo”. Anche in tanti altri ambiti delle scienze sociali, spesso considerate soft science rispetto a fisica o biologia, il fenomeno dell’ordine spontaneo si mostra con tutta evidenza. Nella teoria del diritto è stato in particolare lo studioso torinese Bruno Leoni a mettere in luce come la legge ed il diritto non si riducono a ciò che viene prodotto dai re o dai parlamenti. L’idea positivistica per cui la legge è contenuta nelle norme scritte ed approvate dagli organi politici per Leoni deve essere abbandonata. Per Leoni bisogna guardare ad una “esperienza giuridica” che è più ampia e più interessante degli annali della Gazzetta Ufficiale. Un universo di norme scritte e non scritte, di convenzioni, di usi, che costituisce il vero “ordine spontaneo” del diritto. Una sorta di vocabolario per la convivenza civile, costruito mattone dopo mattone, dalle generazioni che ci hanno preceduto.6 Leoni preferisce dunque tutto quel corpus di dottrine non scritte ma ben radicate nella nostra azione quotidiana – dalle regole ai precetti morali – che influenzano la nostra vita. È soprattutto nella cultura anglosassone che il diritto non scritto, il diritto delle corti, è ben diffuso e radicato. Il diritto secondo Leoni, anziché esaurirsi nelle Leggi scritte (e deliberate da un decisore politico) sorge spontaneamente dall’interazione degli individui, è, per dirla con Hayek, frutto dell’azione ma non dell’intenzione degli individui. Leoni paragona la pianificazione economica con la “pianificazione legislativa”, con il diritto “scritto” dal legislatore. Ordine spontaneo è invece quello della “common law” anglosassone, legge abbarbicata alle spire del sociale, che a noi si presenta come un fiume sempre in piena di “precedenti” sortiti dall’azione di tribunali e giurie decentrati ed indipendenti l’uno dall’altro.7 Manca del tutto un piano univoco in questo diritto frutto della prassi comune. Non è scritto dal legislatore al momento x, per ottenere effetti y o z. La lenta evoluzione delle norme, il loro progressivo adattarsi, il loro sopravvivere o decadere a seconda delle circostanze, non è irrazionale. Non lo è perché è frutto delle interazioni di individui che agiscono razionalmente.8 In La Libertà e la Legge, Leoni si mette sulla scia dei grandi pensatori austriaci, Menger, Mises, Hayek e scegliendo il diritto come campo di indagine specifico, mette in luce come il corpus normativo, inteso eminentemente come common law, deriva spontaneamente dalla mutua interazione degli individui, dei loro comportamenti, delle loro habits, e che si crea poi una evoluzione che mette in competizione questi istituti giuridici in modo che i più idonei possano sopravvivere e fungere da normae dell’azione umana.9
  • 81.
    Biologia La biologia studiagli esseri viventi, si chiede quando si sono generati, in che modo hanno assunto le conformazioni e le funzioni che oggi hanno. Quali sono i rapporti tra ambiente ed organismi viventi. Studia insomma il bios, il vivente, in tutte le sue dimensioni. Una volta leggevo un opuscolo dei Testimoni di Geova, che partiva da una giusta osservazione sulla grande e stupefacente complessità dell’occhio umano per inferirne il fatto che non poteva certo essere stata una evoluzione casuale a generarlo. La bellezza e la complessità funzionale dell’occhio umano erano in altre parole la prova del fatto che esiste un dio creatore o almeno artefice che regge e governa il cosmo. È verissimo che in natura esistono forme che esibiscono un ordine stupefacente. Basti pensare al corpo umano: una macchina davvero molto complessa. Eppure la teoria dell’evoluzione, che è un vero e proprio paradigma scientifico, sostiene una cosa sconvolgente: l’ordine biologico, le forme che gli esseri viventi oggi hanno sono il frutto di un lungo processo di evoluzione e selezione per adattamento all’ambiente. In questo processo le mutazioni casuali del DNA dei viventi giocano un ruolo essenziale. Il bios esibisce una razionalità di tipo cosmico (spontaneo) e non tattico (umano-mentale). Non c’è intenzionalità, non c’è un intelligent design. È un ordine spontaneo. Perché un animale ha proprio quella specifica configurazione fisica? Perché l’occhio umano è così perfetto? Così adatto all’ambiente che lo circonda? Perchè si è adattato nel tempo tramite l’evoluzione. Il corpo umano, con la sua conformazione, è dunque un altro esempio di ordine sorto spontaneamente dalla materia. Il biologo Stuart Kauffman è l’autore della teoria dell’ordine spontaneo o gratuito, secondo cui i sistemi complessi in bilico tra l’ordine e il caos sono quelli più capaci di adattamento attraverso la mutazione e la selezione: “tali sistemi, nel corso della loro evoluzione, hanno imparato a mantenersi in equilibrio fra la convergenza e la divergenza, tra l’ordine e il caos”. Egli è affascinato dal modo in cui nella vita biologica l’ordine emerga inaspettatamente dalla dinamica del caos. Questo ordine profondo compare, perché “se i sistemi dinamici che stanno alla base della vita fossero assolutamente caotici, le cellule e gli organismi non potrebbero funzionare”.10 Ma c’è di più. Se accettiamo la teoria dell’evoluzione anche la mente umana, la razionalità, è sorta in un preciso momento dell’iter evoluzionistico della nostra specie. Quando dai primi ominidi si è passati a forme più avanzate di umanoidi, il pensiero razionale è emerso dal loro cervello spontaneamente. In altre parole anche la mente o meglio le facoltà razionali, che comunemente riteniamo essere così distanti dalla bestialità degli animali, sono frutto di ordine spontaneo. E che ordine! La mente come fenomeno che emerge dal cervello è per noi il più essenziale strumento vitale, che ci consente di conoscere il Mondo, orientandoci nella realtà e nel pensiero. Darwin ci fornisce qualcosa nella nostra ricerca sui principi dell’ordine spontaneo: il concetto di evoluzione. Tutti i sistemi complessi finora citati – ma vale anche per i prossimi – ovvero il sistema economico e la common low, sono sistemi che esibiscono un comportamento evolutivo: sono capaci di modificarsi al variare di determinate condizioni ambientali. Sono capaci di autocorreggersi, di selezionare autonomamente – e a-razionalmente – lo stato di adattamento più idoneo alle mutate condizioni ambientali e di contesto. Ordine spontaneo ed evoluzione sono dunque due facce della stessa medaglia: la spontaneità creativa offre all’evoluzione il materiale su cui operare, in un ciclo senza fine.
  • 82.
    Fisica Il fisico cheha colto con maggior perspicuità il concetto di spontaneous order, prendendo spunto dai suoi studi sulla teoria dei Laser è Herman Haken. Nel suo libro Nel Senso della Sinergetica ci offre una serie di preziosi esempi su come anche in fisica l’emergere dell’ordine dal caos sia un fenomeno tutt’altro che trascurabile. Non riporto l’analisi del funzionamento del Laser perchè richiederebbe conoscenze che non appartengono al mio dominio di competenze teoriche. In linea esemplificativa si può però affermare che per Haken il raggio di luce che fuoriesce da un dispositivo Laser è un’onda perfettamente omogenea e ordinata che è prevalsa su tante altre onde antagoniste all’interno del dispositivo riuscendo spontaneamente ad assoggettare (ordinare) tutte le altre onde concorrenti. Il raggio risultante sarebbe dunque frutto di ordine spontaneo. Voglio riportare un esempio, sempre dal testo di Haken, che è teoricamente analogo al funzionamento del dispositivo Laser, ma più semplice ed intuitivo, anche perché è qualcosa con cui ci confrontiamo quotidianamente. Continuamente è possibile osservare dei fenomeni di autorganizzazione. Qualche volta possiamo vedere nel cielo cortei di nubi, ossia schiere molto ordinate. Come sanno bene i praticanti del volo a vela, non si tratta di formazioni statiche, ma di masse d’aria in movimento: l’aria si muove verso l’alto lungo una corsia e verso il basso lungo l’altra. In altre parole l’aria si muove sotto forma di rulli cilindrici. È possibile riprodurre in laboratorio, su scala minore, questi movimenti, impiegando del liquido al posto dell’aria. Scaldando dal basso una certa quantità di liquido in una bacinella, possono accadere diverse cose. Se la differenza di temperatura fra gli strati superiori e quelli inferiori è minima, il liquido non si muove su scala macroscopica. Naturalmente il liquido cerca di compensare la differenza di temperatura con un trasferimento di calore, ma come sappiamo, il calore è un moto microscopico che non riusciamo a vedere. Con l’aumento della differenza di temperatura accade qualcosa di sorprendente11 il liquido inizia a muoversi su scala macroscopica, per niente disordinato e scomposto ma ben ordinato, sotto forma di rulli cilindrici. Il liquido sale per fasce longitudinali, si raffredda in superficie e torna di nuovo verso il basso. Ciò che stupisce in questa formazione di rulli è che le molecole del liquido, per poter compiere questo movimento collettivo, devono in un certo senso “comunicare” fra di loro attraverso enormi distanze. La dimensione dei rulli è miliardi di volte maggiore dell’ordine di grandezza della dimensione delle molecole.11 Anche il Premio Nobel per la chimica Ilya Prigogine espone le sue teorie sul caos: sembra proprio di vedere all’opera la famosa mano invisibile di Adam Smith. La scienza classica considerava l’universo come un orologio regolato, ma questa immagine tradizionale, spiega Prigogine, non solo è passata di moda, ma è falsa: Il mondo scientifico ha assistito alla rivoluzione di questo schema, attraverso la meccanica quantistica, all’inizio degli anni ‘20. Quando si sa che, a livello di elettroni, la fisica classica non è più valida, si entra nel mondo delle incertezze. La struttura della materia non è più definita da leggi deterministiche, ma da modelli di probabilità. Il nostro mondo fisico non è un orologio, ma un caos imprevedibile! Tutte le teorie deterministiche basate sul necessario concatenamento di cause ed effetti sono progressivamente sostituite da calcoli di probabilità.12
  • 83.
    Cosmologia Non solo lafisica, ma anche la cosmologia ci presenta un ordine che sorge spontaneamente. Basti pensare alle meravigliose configurazioni delle galassie e spirale. Secondo il fisico Lee Smolin, gli universi continuamente nascono ed evolvono, ciascuno con le sue leggi, determinate da una sorta di «selezione darwiniana universale»: L’immagine dell’Universo-orologio con regole fisse e immutabili, spiega Smolin, non funziona: «l’Universo è come la città. Nessuno l’ha costruita, l’abbiamo fatta tutti insieme: appartenerle ed essere uno dei suoi artefici è esattamente la stessa cosa. Una città non presuppone un artefice, un Dio orologiaio che abbia pensato e attuato le regole: essa si fa da sé. E così è il Cosmo, costruito dai suoi stessi elementi in un processo di evoluzione.» I buchi neri, per Smolin, sono il mezzo attraverso cui si riproducono gli universi, i quali non si evolvono a caso ma secondo una sorta di selezione darwiniana, che premia quelli più ricchi di strutture.13
  • 84.
    Neuropsicologia A giudizio diDaniel C. Dennett, un importante studioso dei processi mentali, un meccanismo ordinativo/evolutivo accade anche all'interno del nostro cervello. Secondo la concezione tradizionale infatti il cervello funzionerebbe nel modo seguente: una unità dirigente centrale invia gli ordini alle altre parti della mente riguardo ciò che devono fare, ad esempio pronunciare una frase, o costruire un ragionamento articolato. «Così assegna il lavoro alla squadra di operai, i quali tirano su un bel ponteggio di parole, avvitate tra di loro dalle regolette della grammatica» fino a realizzare la frase prescelta.14 La metafora del cervello come elaboratore centrale per Dennett è però inconsistente, e andrebbe sostituita con un modello che egli ha definito “Pandemonio”. Come fa […] il concettualizzatore centrale a immaginare cosa dire per far parlare il sistema linguistico? In realtà questo pianificatore centrale non esiste, perché al suo posto operano contemporaneamente una miriade di attività mentali in competizione tra loro, e il conflitto fra questi progetti antagonisti opera automaticamente una selezione del più adatto: nel nostro esempio, la frase più adatta alla circostanza. Invece di immaginare un cervello architettato con tutta la sua burocrazia di capi, capetti e scagnozzi, ognuno dei quali fornito di compiti e responsabilità ben definite, modello che non lascia spazio all'intraprendenza e alla fantasia […]secondo Dennett è più corretto vederlo come una pletora di agenti semindipendenti che agiscono in modo apparentemente diseconomico e solo parzialmente organizzato.15 È come se nel nostro cervello, sintetizza Guglielmo Piombini (vedi note paragrafo) convivessero una enorme quantità di diavoletti, ognuno dei quali dice: "fallo fare a me, fallo fare a me!" Ciascuno di questi frammenti di linguaggio propone una sua frase, ma molti di loro soccombono. Nella mente si svolge una battaglia fra processori paralleli, fino che uno di essi ha la meglio, e la sua elaborazione verrà articolata come linguaggio. Eliminando l'Autore-Centrale e sostituendolo con il suo modello caotico del Pandemonio, Dennett teorizza quindi un cervello che lavora secondo processi concorrenziali e non secondo processi di pianificazione. La similitudine con la teoria libertaria dell'ordine spontaneo non potrebbe essere più evidente.
  • 85.
    Intelligenza artificiale Anche nelcampo dell’intelligenza artificiale la teoria dell’ordine spontaneo trova ampia applicazione. Infatti il metodo pianificatorio è poco efficace pure nella progettazione dei computer. Secondo l’informatico e teorico Daniel Hillis la progettazione tradizionale non funziona un granché quando è troppo complicata. Una macchina così complessa può essere progettata anche con un approccio di tipo evolutivo, proprio come la natura ha fatto con noi. Ormai possediamo calcolatori sufficientemente veloci per poter simulare un processo di questo genere: nulla vieta, quindi, di fare in modo che programmi intelligenti si evolvano all’interno di un computer. Sono riuscito in questo modo a ottenere programmi piuttosto complessi partendo praticamente dal nulla. Si inizia inserendo nel computer istruzioni casuali: questi programmi cominciano a interagire, a competere, a fare sesso fra di loro e quindi a produrre nuove generazioni di programmi. Se vengono inseriti in un mondo dove per sopravvivere bisogna risolvere un problema, in poche generazioni cominciano a sviluppare abilità per risolverlo e in alcune centinaia di migliaia di generazioni a risolverlo perfettamente. A me sembra che questo sia il giusto modo per realizzare una macchina pensante. In base a questo metodo, i programmi informatici più complessi non vengono progettati a tavolino, ma si creano le condizioni perché emergano dall’interazione di entità semplici. Ad esempio, per realizzare un programma capace di mettere le parole in ordine alfabetico, Daniel Hillis non definisce per il programma il metodo, la serie di passi tramite cui raggiungere l’obiettivo, ma ordina al software: Salva il dieci percento dei programmi casuali che hanno svolto meglio il compito, uccidi tutti gli altri e fai in modo che i programmi scelti si riproducano con un metodo di ricombinazione analogo a quello sessuale. I programmi "figli" erediteranno così le caratteristiche positive dai propri genitori, e lo stesso procedimento viene ripetuto più volte, per molte generazioni. Ogni generazione si avvicenda con la successiva in pochi millisecondi […] così in pochi minuti riesco a simulare al computer una evoluzione di milioni di anni. Alla fine otterrò un programma in grado di mettere le parole in ordine alfabetico con un’efficienza molto maggiore di qualsiasi programma ideato a tavolino da un matematico. È un algoritmo strano, misterioso: è capace di svolgere un compito, ma non sappiamo come. Possiamo solo dire che ha ereditato questa abilità dalle generazioni precedenti, che sono state selezionate in base al loro maggiore o minore adattamento a quel compito.16 Sembra di ascoltare Hayek – osserva acutamente Gugliemo Piombini (q.v. supra) – quando parla della nascita non progettata di istituzioni sociali la cui utilità va oltre la comprensione immediata della ragione. Anche l’informatico Cristopher Langton, direttore del programma di vita artificiale al Santa Fe Institute, fonda le sue ricerche sullo stesso paradigma dei software evolutivi. Nella fase pionieristica dell’intelligenza artificiale […] i ricercatori si raffiguravano il cervello come un calcolatore universale, prescindendo del tutto dalla sua particolare architettura biologica formatasi in millenni di evoluzione. Tuttavia le differenze tra cervello e computer non possono essere ignorate: i nostri calcolatori sono dotati di un controllore centrale che lavora secondo regole che vanno "dall’alto in basso". Il cervello, invece, opera secondo schemi distribuiti, paralleli e che procedono "dal basso all’alto". È necessario allora che i nostri computer simulino questa logica. Langton dichiara di aver elaborato il suo piano di lavoro sulla base dell’osservazione dei sistemi complessi che esistono in natura, come il sistema immunitario o le cellule viventi, dove non vi è un singolo elemento che controlla tutto il sistema: Vi sono certamente parti più importanti di altre, come il nucleo della cellula; ciononostante il sistema nel suo complesso si evolve in modo autonomo. Anzi, questi sistemi non potrebbero sopravvivere se tutto dovesse essere controllato da un unico organo centrale. La natura ha imparato a produrre organizzazioni senza aver bisogno di un unico capo; le sue creazioni sono molto più robuste, adattative, flessibili e innovative delle nostre, che dipendono da un controllore centrale. Anche in natura l’ordine spontaneo è chiaramente operante. È dunque chiaro che il mondo dell’intelligenza artificiale nella misura in cui si rifà al mondo naturale, ne segua/emuli i modelli adattativi e d’ordine.
  • 86.
    Etologia La natura cipresenta strutture ordinate (termitai, alveari) che sorgono spontaneamente, dal basso. Il formicaio è uno splendido esempio di organizzazione orizzontale e distribuita. Non c’è una formica che comandi le altre o che abbia una visione dell’insieme sulla base della quale scegliere cosa fare. Ogni formica ha in realtà un repertorio molto limitato di comportamenti ed ognuna svolge la sua mansione interagendo sia con le altre formiche sia con la situazione ambientale circostante. Considerando l’attività del formicaio nel suo complesso, restiamo colpiti dalla coerenza del tutto. Questo non dipende da una singola formica, ma da una sorta di modello dinamico a cui si uniforma la popolazione: il comportamento collettivo del formicaio in qualche modo eccede la somma dei comportamenti delle singole formiche. Insomma, anche nel mondo animale l’ordine esteso, la Grande Società hayekiana, sembra essere all’opera.
  • 87.
    Urbanistica «La città ècome l’Universo». Nessuno l’ha costruita, l’abbiamo fatta tutti insieme: appartenerle coimplica l’esserne co-autore. Una città non necessariamente presuppone un artefice, un Sindaco- Pontifex-Maximus che abbia pensato, deliberato ed attuato le regole: essa si fa in gran parte da sé. Oggi siamo abituati a pensare che senza un piano regolatore, deliberato da una autorità pubblica, come una municipalità, una città non possa esistere, crescere e funzionare in modo organico. Tuttavia questa prassi dei piani urbanistici e strutturali di sviluppo delle città, oltre ad essere una pratica affermatasi recentemente nella low-making policy del governo locale, è spesso terreno fertile per l’arbitrio politico e la corruzione. Esistono tuttavia sia città nate e perfettamente funzionanti senza una autorità municipale, sia nate e cresciute senza un piano regolatore. Un buon esempio di città non-pianificata è Huston. L’idea guida è che la pianificazione urbanistica può essere lasciata tranquillamente ai privati, in un contesto in cui i diritti di proprietà sono pienamente tutelati. A Houston, dove la produzione urbanistica è stata affidata direttamente agli imprenditori privati, con risultati superiori alle altre città americane comparabili, sia in termini di ambiente, sia in termini di moralità. Il sistema dei piani regolatori presenta infatti il triste svantaggio di lasciare gli abitanti nell’incertezza riguardo il valore futuro dei propri terreni e in balia delle imprevedibili decisioni politiche di maggioranze variabili e contingenti. […] Gli uomini politici e gli amministratori ne beneficiano, perché dalla distribuzione di concessioni e licenze edilizie acquistano voti e influenza, ma la corruzione che ne consegue è dilagante.17 L’esperienza di Houston dimostra che gli incentivi di mercato non sono affatto meno efficaci dei piani regolatori nel favorire uno sviluppo armonico della città. Gli industriali, infatti, sono portati da ragioni di convenienza ad impiantare i propri stabilimenti fuori città, lungo le arterie principali o le autostrade; i proprietari di appartamenti e di negozi cercano di stabilirsi nelle maggiori arterie cittadine; le pompe di benzina vengono installate negli incroci più trafficati. I negozi che aprono all’interno di tranquilli centri residenziali avranno difficoltà a competere con quelli situati nelle zone commerciali o dove la gente lavora, che possono godere di maggiore visibilità e movimento di persone; vi sono comunque anche numerosi esercizi commerciali all’interno di quartieri abitativi, destinati a soddisfare la domanda locale.18 In ogni caso, il diverso mix tra usi residenziali e usi commerciali di ogni zona riflette le esigenze del residente-consumatore, esigenze che nelle città pianificate sono soffocate da quelle dei burocrati e dei politici. Le attività disturbanti all’interno delle zone residenziali vengono impedite mediante restrizioni contrattuali contenute negli atti di acquisto degli immobili, che prevedono l’impegno a non svolgere determinate attività rumorose o inquinanti, a dipingere la casa in un certo colore, a tagliare l’erba del giardino, e così via. In questo modo sono gli stessi abitanti di una zona a procedere alla sua “regolamentazione”, che è oggetto di una volontaria accettazione e non di una imposizione politica. Fatto degno di nota, per ben tre volte (nel 1948, nel 1962 e nel 1993) i tentativi di introdurre un piano regolatore a Houston sono stati respinti dai cittadini con referendum.19
  • 88.
    RIFLESSIONI SUL FENOMENODELL’ORDINE SPONTANEO
  • 89.
    LA Favola delleApi: il mio incontro con il fenomeno dell’ordine spontaneo Nell’approcciare da un punto di vista filosofico il concetto di ordine spontaneo si è rivelata per me fenomenale una favola. È la Favola delle Api scritta nel Settecento da Bernard Mandeville. Ho già trattato diffusamente di questa favola in un mio precedente libro (Breviario Liberale) e non sto ad insistere più di tanto. Mandeville immagina un grande alveare popolato di api industriose e laboriose che in piccolo fanno tutte le attività che facciamo noi umani: vanno al lavoro, producono, consumano, hanno gli stessi bisogni che anche noi umani abbiamo. Siamo insomma di fronte ad una società libera ed industriosa, che non è governata da un sistema oppressivo e che prospera e gode di tutte le ricchezze ed il benessere di cui godiamo noi umani. Ogni ape persegue il particulare suo, fa i suoi interessi – fossero anche i più viziosi ed inconfessabili – tuttavia questo va indirettamente a beneficio di tutto quanto l’alveare, della sua economia: vizi privati, pubblici benefici; come guidato da una sorta di mano nascosta il sistema funziona al meglio e come se vi fosse un grande direttore, un grande regolatore. In realtà il sistema economico-sociale si autoregola in modo autonomo e senza che qualche soggetto voglia intenzionalmente dirigerlo in questo o quel senso. Ad un certo punto della favola Mandeville da avvio al suo “esperimento mentale”: su questo sistema aperto, autonomo e “fondato” sul vizio, fa intervenire un agente esterno e studia gli effetti di tale intervento. Questo agente non è altri che Giove, che indignato per la viziosità delle api, irrompe nel sistema imponendo la sua legge. Ma Giove, mosso da indignazione, alla fine giurò pieno d’ira di liberare lo schiamazzante alveare dalla frode; e lo fece. In quello stesso momento, essa si allontana, e l’onestà riempie tutti i suoi cuori, e li mostra loro come appesi alla forca, i delitti che si vergognavano di vedere, e che ora confessano in silenzio arrossendo per la loro bruttezza.20 In poche parole: l’intervento di Giove sortisce gravi effetti negativi sull’alveare, sulla società e sulla sua economia. Di fatto questo intervento pur volendo ottenere un buono scopo ne ottiene uno pessimo: tende addirittura a distruggere l’alveare. Una società chiusa in cui gli individui sono soggetti a gravi limitazioni della loro libertà, dunque, semplicemente non funziona, deperisce. La favola delle api ci offre una metafora della nostra società ed ha lo scopo di dimostrarci come una Open Society, una società non governata da un sistema oppressivo, sia meglio di una Closed Society, una società nella quale il governo determina ogni singolo particolare della nostra vita (esempi di questi governi sono stati i sistemi fascisti e socialisti). Fermiamo la mostra intuizione filosofica sullo schema che Mandeville mette in campo: egli immagina due piani ontologici21 sovrapposti che rappresento nello schema seguente: Nel piano superiore è contenuto Giove e nient’altro. Nel piano inferiore, l’ontologia che contiene le api della favola, è contenuta tutta quanta la finita società delle api. Gli individui che operano sul mercato (piano umano) che vendono, comprano, si scambiano, rubano dei beni sono, attraverso il sistema dei prezzi, i soggetti che animano il mercato stesso. Senza gli individui, le api, non ci sarebbe alcun mercato. L’ordine economico che sorge a questo livello è chiaramente spontaneo: il mercato animato dalle api è un sistema finito e chiuso che deve la sua vitalità all’azione degli individui che ospita ed a nient’altro. Giove è un elemento estraneo a questo sistema. In un certo senso lo coglie “dall’alto” ma, e questo è l’importante, non in tutta la sua complessità. Possiamo immaginare che Giove abbia una grande razionalità, ed una grande facoltà conoscitiva, anche superiore estensivamente a quella umana e pure tuttavia, come emerge chiaramente dalla favola di Bernard Mandeville, questa razionalità così sviluppata non gli consente di cogliere, di conoscere tutti gli scambi economici e le loro condizioni in un solo istante. Giove vede dall’alto ma non è onnisciente: è limitato. Tanto è vero che quando decide di intervenire nella Grande Società imponendo la sua legge, imponendo che tutti la rispettino, imponendo che tutti siano buoni e si comportino di conseguenza, non fa altro che un danno. Tende addirittura a distruggere il benessere, la prosperità e la vitalità economica dell’alveare.
  • 90.
    È proprio partendoda questa favola, dall’intuizione filosofica che ci offre, che ho derivato la mia preferenza per il sistema del free market e per il liberalismo. Ora intendo abbandonare la favola e procedere ad un più alto livello di astrazione. Adesso che alcune idee sono in campo posso guardare alla realtà, agli esempi esposti nella parte 1 della ricerca per tentare qualche considerazione filosofica di carattere generale sull’ordine spontaneo e sui suoi (molti) nemici.
  • 91.
    Un po’ diinduzione Ora che abbiamo messo in campo un certo insieme di idee o meglio di intuizioni teoriche, è venuto il momento di rivolgerci alle “cose”. E le cose cui guarda questa ricerca sono i diversi esempi di ordine spontaneo riportati nella prima parte del testo. Possiamo, guardando a questi fatti, scoprire qualcosa di comune tra tutti? Cosa hanno in comune il mercato, la common low, gli organismi naturali, i moti convettivi, le galassie, la mente, i programmi informatici frutto di evoluzione e le città “spontanee”? Ovvio: tutti sono esempi di ordine spontaneo. Ma allora ecco la prima domanda filosofica che possiamo porci: (1) Cosa è un ordine spontaneo? Per ordine si intende una certa configurazione degli elementi di un insieme che consenta – osservatane una sezione – di inferire anche la conformazione di altre sezioni dell’insieme. Per poter avere un ordine serve un sistema complesso di elementi che siano liberi di cambiare configurazione, di muoversi nello spazio e nel tempo. Non dobbiamo pensare ad un ordine come ad un qualcosa di statico. Un cristallo è di certo un buon esempio di ordine. Ma anche un organismo che muta nel tempo è un buon esempio di ordine. Possiamo dunque estendere la nostra definizione di ordine integrando questo aspetto dinamico: ‘ordinato’ è anche un sistema che si evolve nel tempo. È ovvio che una tale definizione di ordine implichi, in qualche modo, che vi sia una mente esterna al sistema che lo percepisca e ne colga appunto l’ordine. Ci serve un uomo che guardi o che almeno immagini di guardare. Per spontaneo si intende “che si genera da sé”, “che si mantiene da sé”, che sorge “dal basso” ed ha in sé l’energia per mutare, redirezionarsi, auto-correggersi. Un esempio eminente di spontaneità è il corpo umano. Frutto di una lunghissima evoluzione è proprio durante questo percorso che ha definito il suo status attuale di ordine dinamico, attraverso un lungo iter evolutivo. L’idea di spontaneità porta dunque con sé l’idea di evoluzione nel tempo e di relazione con un ambiente. In altre parole perché nasca il fenomeno della spontaneità serve che un ambiente (finito) ospiti il fenomeno “ordine-spontaneo”. Proviamo ora a visualizzare un sistema chiuso che ospiti un ordine spontaneo. Per esempio una Piastra di Petri che contenga una coltura di batteri. O pensiamo alla Terra vista dallo spazio, o ad un condominio abitato da persone. Insomma ad una collezione (finita) di elementi (individui) che si relazionano tra di loro creando un fenomeno ordinato e spontaneo. Ecco un possibile schema visivo del concetto di ordine spontaneo: I tre punti potrebbero rappresentare tre agenti che operano in un mercato. Le linee rappresentano i loro scambi economici, le vendite e gli acquisti. Siamo di fronte ad un sistema finito e chiuso nel quale degli individui sono liberi di operare. Lo spazio compreso nell’ellisse rappresenta l’ambiente (chiuso e finito) nel quale gli agenti sono liberi di operare. Da un punto di vista logico abbiamo qui a che fare con una ontologia. Ho già detto cosa intendo qui per ontologia: un insieme di enti che sottostà ad una determinata definizione. Se dico per esempio “tutti i cigni bianchi” avrò l’ontologia che contiene tutti i cigni bianchi. Se dico i batteri A, B e C avrò l’ontologia dei batteri A, B e C. Il concetto di ontologia ci consente di operare una astrazione importante sugli esempi contenuti nella prima parte della ricerca, estraendo gli elementi operanti che partecipano alla formazione dell’ordine. Cerchiamo con uno schema di identificare tali elementi dai vari esempi riportati. Negli esempi di ordine spontaneo che abbiamo fatto nella prima parte del libro si distinguono, come risulta evidente, due classi di elementi operanti che “formano” l’ordine spontaneo: o si tratta di individui umani (o al più animali) oppure di “cose”. Se sul fatto che siano individui umani a “fare”, ad animare, con la loro azione il mercato, la common low e le città i dubbi sono pochi, qualche dubbio in più sembra esservi in due casi. Nel caso della neuropsicologia propongo di trattare gli agenti mentali di Dennett come tanti humunculi, piccoli uomini,
  • 92.
    ognuno dotato diuna sua razionalità. Fatta questa assunzione è evidente che il modello Pandemonium di Dennett rappresenta una astrazione di un collettivo di individui umani e dunque può ricadere nella categoria “persone” e non “cose”. Nel caso dei moti convettivi e dei programmi evolutivi invece, credo che nessuno obietterà che gli elementi operanti vadano catalogati come “cose”. Che i moti convettivi siano presenti in natura è una cosa ovvia. Una difficoltà in più sembra esserci per i programmi evolutivi. In questo caso è vero che abbiamo un uomo (il programmatore) che dà delle condizioni iniziali, degli imput, ai programmi ma è anche vero che in seguito non interviene più nell’evoluzione e si comporta insomma come un dio che dà il calcio iniziale e basta. In qualche modo se il modello Pandemonium era una astrazione operata su un insieme di uomini, i programmi evolutivi sono una astrazione del – e sono configurati sul – modello dell’evoluzione naturale. Nel rispondere alla domanda “cosa è un ordine spontaneo?” siamo arrivati alla conclusione che, dal punto di vista degli elementi costituenti, esistono due tipi ben distinti di ordini spontanei. Quelli materiali e inanimati e quelli “vivi” e animati.
  • 93.
    Spontaneità e nonintenzionalità Se possiamo dividere in due macrogruppi gli ordini spontanei, è chiaro che questa divisione ha delle implicazioni precise. Pensiamo agli elementi che attivano gli ordini spontanei. Essi possono essere elementi-umani oppure essere elementi-cose. Ed il discrimine peculiare tra uomo e cosa, che mi preme qui mettere in luce, è il concetto di volontà. Quello che in fondo distingue un uomo da una cosa è che il primo è dotato di volontà, di capacità volitiva di capacità di operare scelte, laddove le cose ne sono totalmente prive. Ma una persona che vuole un determinato oggetto, che orienta i suoi atti in modo da raggiungerlo, è una persona che ha delle intenzioni nel senso che agisce di proposito per ottenere quel determinato oggetto. Ecco che allora la differenza tra uomo e cosa può essere da questo punto di vista il possesso di intenzioni, di intenzionalità. Rivediamo il nostro schema distinguendo tra elementi operanti privi di e dotati di intenzionalità. Per gli ordini attivati da elementi privi di intenzionalità ci è naturale pensare che anche il fenomeno ordinato che essi attivano sia non intenzionale, ovvero che l’ordine che esso esibisce non sia il frutto di una deliberazione esplicita di qualche “superente” esterno – o interno – al sistema ordinato. Che l’evoluzione naturale, i moti convettivi in natura, le galassie a spirale ed i programmi lasciati liberi di evolversi siano buoni esempi di ordine spontaneo non-intenzionale è pacifico. È infatti naturale pensare che le proprietà delle parti si proiettino sull’ordine, che esse vanno ad attivare. Pensiamo a degli atomi coinvolti in un moto convettivo. I singoli atomi sono privi di intenzionalità, NON PROGETTANO di muoversi in un modo piuttosto che in un altro. Eppure ad un certo punto si ritrovano coinvolti in un moto ordinato che sorge spontaneamente proprio dal loro casuale e non-intenzionale moto caotico. La mancanza di intenzione degli elementi operanti di un sistema ci rende più disposti a credere che l’aspetto ordinato esibito a livello di insieme (livello macro) non sia il frutto di una grande mente, di un grande architetto, ovvero di intenzionalità. Per gli ordini costituiti da individui umani o da agenti dotati di intenzionalità le cose stanno in modo del tutto diverso. In questo caso siamo naturalmente spinti a credere che l’ordine che questi elementi attivano sia, in qualche modo, il frutto delle singole, individuali, elementari intenzioni esibite dagli elementi che attivano l’ordine spontaneo. In questo caso pensiamo, ad esempio, che essendo il mercato attivato da uomini (dotati di intenzioni), allora anche il mercato esibisca una razionalità che risponde in qualche modo a queste intenzioni. Tendiamo a pensare anche in questo caso che il fenomeno ordinato mantenga le caratteristiche che gli elementi attivatori esibiscono. Pensiamo insomma che essendo il mercato una cosa attivata dagli uomini, dalla loro intenzionalità, sia una cosa fatte dagli uomini ovvero che esibisca una razionalità esplicitamente deliberata. F. A. von Hayek chiama costruttivismo, questo modo sbagliato di vedere le cose, un grande errore che tuttavia gode di universale successo. Il pensiero costruttivista, che è possibile chiamare anche positivista, illuminista, vede gli ordini spontanei come il frutto di deliberazioni razionali e intenzionali prese dagli uomini che in qualche modo si sarebbero accordati per costruire questi ordini. È chiaro che in questo modo di ragionare viene meno del tutto il concetto di spontaneità: se l’ordine del sistema di elementi risponde nella sua razionalità esibita a deliberazioni prese dagli elementi componenti – dotati di intenzioni – l’ordine risultante non può essere definito ‘spontaneo’ ma sarà appunto ‘artificiale’, intenzionale. Il razionalista-costruttivista non capisce che molti fenomeni ordinati di vitale importanza si producono e funzionano spontaneamente. È costruttivista chi indebitamente e spesso in maniera emotiva o impressionistica, proietta le proprietà degli elementi che compongono un complexus sistemico, sull’intero complexus, percorrendo la china scivolosa – ma spesso “esplicativamente” molto più allettante, rassicurante e “smart” di una serio approccio teorico al problema della complessità – del cortocircuito epistemologico tra livello micro e livello macro. Questo fatto è in particolare evidente nel caso di ordini spontanei “animati”, ovvero attivati da elementi dotati di intenzionalità: è proprio qui che le cose non stanno come il costruttivista crede. L’ordine a livello macro in questo caso è certamente il frutto di tante singole deliberazioni intenzionali a livello micro, ma ne è la conseguenza non intenzionale. Non c’è nessuno che fa andare il mercato per il meglio: il mercato, come già detto, si autoregola spontaneamente attraverso il sistema dei prezzi, e l’ordine che esso esibisce, la “razionalità”,
  • 94.
    la “bellezza” cheesso espone, non è affatto il prodotto delle azioni compiute dagli agenti che in esso operano. Il flusso senza sosta di ordini spontanei, e la continua insorgenza di conseguenze inintenzionali di azioni intenzionali avviene per le tre seguenti ragioni: 1. perché le conseguenze di un’azione umana sono infinite al pari delle conseguenze di una teoria scientifica; 2. perché infinite sono le possibili interazioni tra le diverse conseguenze delle differenti azioni umane, cioè perché infiniti sono i possibili incontri casuali di catene causali indipendenti; 3. perché in sistemi aperti a flussi di informazioni vengono moltiplicate le possibilità delle iniziative e, quindi delle interazioni.22 È evidente che questo approccio indaga il rapporto tra elementi operanti e fenomeno complesso dal punto di vista della relazione causa/effetto. Ma c’è un altro punto di vista euristicamente proficuo: quello del rapporto tutto/parti che può essere senz’altro utile nella nostra ricerca.
  • 95.
    Tutti panici, Tuttiolistici ed emergenza Vedere da costruttivisti il rapporto individui/ordine significa, come visto, credere in fondo che le gli individui operanti costruiscano letteralmente facciano gli ordini spontanei. Come se l’ordine spontaneo fosse un puzzle composto di parti. Come se fosse un tutto fatto di parti. Naturalmente siamo portati a credere che le proprietà delle totalità siano derivate dalle proprietà delle parti componenti. È quello che pensiamo quando riteniamo il mercato frutto delle tante intenzionalità degli agenti che lo attivano. Ma appunto questo modo di pensare è sbagliato per le ragioni già esposte, in particolare perché non coglie la natura della complessità in gioco. E questo modo di pensare vede le totalità come dei “tutti panici”, ovvero dei “tutti” che hanno le stesse proprietà delle parti componenti. C’è tuttavia un altro modo di intendere i collettivi che ci può avvicinare ad una migliore comprensione dell’ordine spontaneo. Esistono, anche se sono meno intuitivi e più distanti dal common sense, dei “tutti olistici”. Ovvero dei “tutti” che, come si usa dire, eccedono le parti. Se pensiamo ad un oggetto fisico macroscopico esso è, rispetto agli atomi che lo compongono, un tutto olistico. Gli atomi non hanno colore e forma, gli oggetti sì. Bene. Pur essendo sbagliato, credo, pensare al rapporto elementi-operanti/fenomeno-ordinato sotto la categoria parti/tutto, la nozione di proprietà che “eccede le parti” ci può essere utile nell’indagare la genesi dell’ordine spontaneo. Se pensiamo al fenomeno dell’ordine spontaneo sotto la categoria di causa/effetto, oltre che sotto la categoria del rapporto parti/tutto, possiamo ora introdurre, e prendere in esame, la nozione di emergenza. Storicamente, l’emergentismo nasce come tentativo di trovare una “via di mezzo” tra posizioni epistemologiche contrapposte: meccanicismo e vitalismo; monismo materialista e cartesiano dualismo; oggettivismo scientista e soggettivismo umanistico. La convinzione che l’emergentismo possa risolvere tali annose “dispute” si basa sul fatto che il concetto di emergenza sembra in grado di precisare scientificamente l’antica idea secondo cui "una totalità è maggiore della somma delle sue parti.23 L’ordine spontaneo sarebbe definibile dunque come fenomeno emergente o epifenomeno. Per chiarire bene cosa significhi possiamo pensare alla filosofia della mente. Per i riduzionisti la mente è riducibile a certi stati fisiologici del nostro cervello: sussisterebbe una corrispondenza biunivoca tra stati del cervello e stati della mente. Per i razionalisti come Cartesio la mente è una sostanza a sé ben distinta dal cervello che è parte del corpo. Tra riduzionismo e razionalismo si colloca l’emergentismo: la mente è certamente un fenomeno che emerge dal cervello – contro Cartesio – ma non è riducibile ad alcuno stato specifico del cervello – contro il riduzionismo. In altre parole un fenomeno emergente ha una sua autonomia. Ed è inoltre evidente come per avere un fenomeno emergente sia necessario avere una base materiale che ne consenta la genesi e che abbia raggiunto un certo grado di complessità. Ecco perché ho preferito dire che gli elementi operanti attivano il fenomeno complesso piuttosto che lo costruiscono.
  • 96.
    Due modelli dirazionalità La common sense view ritiene che se c’è un ordine qualcuno deve averlo fatto. La nozione di ordine e la nozione di spontaneità sembrano in altre parole essere in contraddizione. Tendiamo cioè a pensare che laddove c’è ordine, sia intervenuto Qualcuno che con la sua ragione, sia intervenuto a “sistemare” le cose così-e-così. Le cose non stanno così. Come abbiamo già messo in luce l’ordine può anche sorgere spontaneamente senza che nessuno lo abbia creato. Oltre al grave errore costruttivista rischiamo di compiere un grave errore razionalista. L’equazione ordine = razionalità, funziona solo a patto di introdurre una nuova nozione di razionalità. Una razionalità “naturale”, la razionalità appunto dell’ordine spontaneo. Gli antichi greci avevano due termini per esprimere il concetto di ordine: ‘cosmos’ e ‘taxis’. Un ordine cosmico sorge spontaneamente dal caos, come naturale evoluzione del dis-ordine che caratterizza lo stato caotico. Un cosmos è appunto un ordine spontaneo. Taxis è al contrario l’ordine creato da una mente razionale, cioè umana, che ha deciso di sistemare le cose così-e-così. Ora, è interessante notare il fatto che noi esseri umani tendiamo il più delle volte a proiettare la nostra razionalità “tattica” su tutti quanti i fenomeni sociali e naturali che esibiscano un aspetto o un comportamento ordinato. Tendiamo a non cogliere la spontaneità e la non razionalità di tanti fenomeni che ci si presentano. Tendiamo a non capire che molto spesso comportamenti complessi e ordinati non sono il frutto di un’attività raziocinante. Proiettare la nostra razionalità tattica su quella naturale e cosmica, ci spinge infine ad andare a caccia di responsabili, o di “colpevoli”, artefici/architetti degli ordini spontanei. Allora ad esempio, dietro alla perfezione degli organismi biologici si sarebbe il Piano di un Creatore divino che ha disposto che le cose andassero in questo modo. È l’intelligent design. Riportiamo al tabella con i vari esempi di ordini spontanei, segnalando “il colpevole”, la “big mind”che il common sense, spesso andando a braccetto con filosofi mainstream, ritiene responsabile dell’ordine spontaneo specifico. Come è evidente dallo schema per il common sense i responsabili possibili sono in fondo due: la razionalità umana, che viene “tirata in ballo” per spiegare tutti gli ordini spontanei tra le cui cause ci siano appunto degli uomini, e la razionalità divina, che viene chiamata in causa come Intelligenza che governa il cosmo, che applica continuamente le leggi della fisica e che presiede provvidenzialmente ai buoni esiti dei processi evolutivi.25 È evidente che lungo questa china scivolosa di fallacie epistemologiche e logiche, si genera e si radica una sorta di Teoria Cospiratoria26 che consiste nell’andare a caccia di responsabili o colpevoli e dove non si trova qualche entità a cui imputare la responsabilità o il merito di un determinato fenomeno ordinato si inventano “ragioni”, o entità astratte, per rendere le cose spiegabili semplicemente, e rassicurare ragioni impazienti e bisognose di spiegazioni che spiegando tutto bene e semplicemente, hanno la consistenza epistemologica delle favole rassicuranti raccontate ai bambini, per tranquillizzarli, prima che cali la notte.
  • 97.
    Ordine ed entropia Quandoabbiamo detto che il common sense vede l’ordine come qualcosa che richiede lavoro per essere posto in atto e mantenuto, abbiamo detto comunque qualcosa di importante. È in effetti vero che, come ci spiega la Termodinamica, i sistemi chiusi evolvono naturalmente verso il caos. Ecco una formulazione del secondo principio della termodinamica: IL SECONDO PRINCIPIO ASSERISCE CHE L’ENTROPIA DI UN SISTEMA ISOLATO LONTANO DALL’EQUILIBRIO TERMICO TENDE A SALIRE NEL TEMPO, FINCHÉ L’EQUILIBRIO NON È RAGGIUNTO. In fisica l’entropia è una grandezza che viene interpretata come una misura del disordine di un sistema fisico o più in generale dell’universo. In base a questa definizione si può dire, in forma non rigorosa ma esplicativa, che quando un sistema passa da uno stato ordinato ad uno disordinato la sua entropia aumenta.24 Ecco che allora intuitivamente saremmo portati a concludere che quando un sistema chiuso passa da uno stato disordinato ad uno ordinato la sua entropia complessiva diminuisca, il suo grado d’ordine complessivo aumenti. Jaques Monod in un passaggio dell’argomentazione pubblicata in Caso e Necessità critica proprio questa visione. Nel ribattere alle obiezioni dei creazionisti, i sostenitori dell’intelligent design, che portano spesso a sostegno delle loro tesi creazioniste o telefinaliste la meravigliosa complessità struttural-funzionale degli organi del corpo umano, arriva ad una conclusione, a mio parere, illuminante. Consideriamo una cellula per un istante. Se valgono le leggi della termodinamica ed il fatto che i sistemi spontaneamente evolvono verso il caos, come ci possiamo spiegare l’esistenza di un nucleo, di un DNA, dell’RNA o dei vacuoli, ovvero di strutture altamente complesse e ordinate, oserei dire “belle”, senza ammettere la presenza di un Dio Creatore che abbia progettato, come un orologiaio, l’intera struttura cellulare? Monod ha in serbo una obiezione fatale contro tali argomenti dei creazionisti: se è vero che nel corpo esistono strutture altamente ordinate, è anche vero che nel corpo esistono sistemi altrettanto disordinati. Nella cellula, il citoplasma cellulare è una struttura che ha propriamente queste caratteristiche. È uno dei bacini di caos, o BACINI ENTROPICI che nel complesso consentono di riequilibrare l’intero sistema verso l’aumento del caos: ad un aumento puntuale dell’ordine di qualche struttura di un sistema corrisponde un aumento globale del tasso di disordine del bacino entropico che è in relazione con tali strutture ordinate. Abbiamo detto che ogni fenomeno di ordine spontaneo accade in un sistema che possiamo pensare per semplicità come isolato. È ovvio che a conti fatti l’unico sistema veramente isolato è l’Universo e che il bacino entropico vero è forse da individuare nello spazio interstellare. Ogni ordine spontaneo si svolge dunque in un ambiente che costituisce il suo bacino entropico. Se siamo giunti alla conclusione che un aumento locale dell’ordine non configge con un aumento globale del disordine grazie all’esistenza di bacini entropici, resta ancora una domanda da porsi, forse la domanda di questa ricerca: Come può emergere l’ordine dal caos? Come fanno i fenomeni ordinati ad emergere da uno stato di cose, o da un cursus rerum caratterizzato dalla carenza di un ordine prevalente o manifesto. L’evoluzione dal caos all’ordine L’ordine emerge evolutivamente dal caos. Si genera, si struttura e si mantiene nel corso di un processo evolutivo. Secondo la definizione di Jean Piaget per ‘evoluzione’ dobbiamo intendere un fenomeno che presenta due aspetti: EVOLUZIONE = ASSIMILAZIONE + ACCOMODAMENTO. Nel passaggio assimilativo la struttura in corso di evoluzione (ad esempio il corpo di un essere vivente) accoglie in sé stessa alcuni elementi che fanno parte del suo ambiente, li ospita nel suo corpo. Nella fase
  • 98.
    di accomodamento èla struttura in corso di evoluzione che si adatta all’ambiente esterno tenendo conto della sua nuova configurazione. Pensiamo ad una struttura ordinata – il DNA – che si è evoluta nel tempo. Dapprima ci sarà stato un incontro casuale di alcune molecole che legandosi del tutto casualmente avranno dato origine ad una primitiva struttura caratterizzata da un grado d’ordine molto semplice. Possiamo anzi pensare a tante forme di molecole semplici associate in competizione tra di loro. Tra tutte queste primitive strutture ordinate sarà emerso gradualmente quella più flessibile e più capace di adattarsi all’ambiente esterno. Quella più “capace” – in modo ovviamente a-razionale – di “estrarre” dall’ambiente le migliori particelle, e quella più capace di accomodarsi ad esse. La proposta che avanzo è la seguente: un sistema ordinato è caratterizzato dal contenere un certo tasso di informazione in forma appunto ordinata. Pensiamo ad un tessuto che è costituito da uno schema di fibre razionalmente disposte. I bacini entropici al contrario contengono informazione in forma degradata, in forma non-ordinata. Ecco che allora per passare da uno stato d’ordine inferiore o primitivo ad uno superiore o complesso le strutture ordinate createsi casualmente devono aver avuto la capacità di estrarre e organizzare dal loro ambiente dell’informazione di buona qualità (magari associandosi con altre strutture ordinate) e di estendere a questi elementi in modo flessibile e dinamico il tipo d’ordine che le caratterizzava. Da questo punto di vista è l’informazione la chiave di volta dell’evoluzione. Il passaggio locale dal caos al cosmos avviene grazie alla capacità dei sistemi ordinati di estrarre buona informazione dal loro ambiente. 8 Ordine spontaneo e informazione Se come già detto la chiave di volta per il passaggio dallo stato caotico a quello ordinato è l’informazione e la capacità degli ordini spontanei di estrarre informazione dal loro ambiente è cruciale, è evidente che il mantenimento in essere di un ordine spontaneo richiede un continuo apporto di “energia informativa” per essere mantenuto. In altre parole per rimanere attivo un ordine ha bisogno di un continuo lavoro in tal senso. Ma creare ordine – per la legge dell’entropia – significa, come già detto produrre disordine in un’altra parte del sistema. Quello che possiamo chiederci qui è quali agenti, nei diversi esempi di ordini spontanei, siano in grado di coagulare, raccogliere e coordinare informazione. Tentiamo sempre con uno schema induttivo di mettere a fuoco questo punto. SETTORE DI RICERCA ELEMENTI OPERANTI FENOMENO ORDINATO AGENTE INFORMATIV O Economia Individui mercato uomini Diritto Individui common low uomini Biologia Geni esseri viventi codice genetico Fisica Atomi moti convettivi molecole
  • 99.
    Cosmologia Atomi galassie “aspirale” corpi celesti Neuropsicologia agenti mentali comportamento humunculi di Daniel Dennett Intelligenza Artificiale programmi “stupidi” programmi evolutivi codici software Etologia insetti “stupidi” termitaio animali Urbanistica Individui città uomini Siamo ancora una volta di fronte alla dicotomia uomini/cose. Restringiamo ora il campo dell’analisi a due fenomeni ordinati che ben rappresentano e riassumono questa dicotomia per tentare di generalizzare in seguito. 1. Mercato. Sul libero mercato sono gli uomini gli agenti che determinano, seppure in senso non- lineare, l’esito dei flussi informativi. Si è già sottolineato come il sistema dei prezzi sia un meccanismo di coordinamento delle informazioni disperse tra gli agenti del mercato. Se io sono un produttore è dalla mia capacità di leggere i mutamenti del mercato (per esempio una determinata variazione della domanda) che dipende il mio successo economico rispetto agli altri agenti economici. La mia capacità di interpretare i segni che il mercato mi offre mi consente di battere i miei concorrenti e di guadagnarci più di loro. 2. Esseri viventi. Nel caso degli esseri viventi è il codice genetico di ogni individuo ad essere il depositario dell’informazione su cui si regge quell’ordine spontaneo che è la vita di un organismo. Non possiamo come evidente attribuire una razionalità ai geni, dire che esplicitamente i geni maneggino informazione. La situazione è parzialmente diversa. Quando ad esempio il DNA si replica è come se chiamasse a raccolta tutte le molecole necessarie a tale fenomeno dal resto del nucleo e le risintetizzasse in modo ordinato. Cioè nel processo di mitosi, ad esempio, il DNA ha la capacità di estrarre, coordinare e sintetizzare nuove molecole, di produrre cioè nuova informazione estrapolandola dal milieu cellulare. Cose/uomini, geni/intelletto. È questa la dicotomia che sembra ora emergere dalla presente ricerca. Anzi cose che si comportano come se fossero agenti in grado di manipolare informazione. Credo che sia proprio la capacità di manipolare informazione che gli agenti informativi che attivano ordini spontanei hanno, a consentire allo spontaneous order di sopravvivere. E come visto estrapolare informazioni dal contesto-ambiente dipende ovviamente dalla capacità di riferirsi a tale contesto, cioè dalla CAPACITA’ REFERENZIALE. Un agente, sia esso cosa o persona, ha una determinata capacità referenziale se ha un certo tasso di capacità induttiva. La capacità induttiva di un individuo è in sostanza la sua capacità di riferirsi alla realtà in cui vive o in cui si trova. E se un agente ha la capacità di “conoscere” il suo habitat o il suo mileu ha evidentemente anche la possibilità di estrarre e coordinare l’informazione dispersa nell’ambiente.
  • 100.
    9 Percettori esterni Abbiamo dettoche perché si dia un ordine spontaneo, serve qualcuno che da fuori guardi un sistema, ne percepisca l’organicità e la possa descrivere. È il solito problema filosofico: se nessuno guarda niente esiste. Questo vale anche per identificare e riconoscere un fenomeno auto-ordinante. Questo qualcuno che guarda da fuori è molto importante per lo sviluppo successivo della ricerca. Tornando per un momento alla Favola delle Api di Bernard Mandeville voglio riportare quel primitivo schema ontologico dal quale siamo partiti. Nella Favola delle Api il point of view dal quale si coglie il Grande Ordine della Grande Società delle api è niente meno che quello divino. In fondo anche i primi economisti del ‘700, pensiamo ad Adam Smith, quando si raffiguravano il sistema economico e scoprivano il fenomeno della mano invisibile guardavano dall’alto tutto il sistema, come se ne fossero fuori. Se Smith avesse adottato il point of view del ciabattino di Oxford Street a Londra, non avrebbe mai potuto rappresentarsi o intuire nella sua complessità il sistema economico, non avrebbe neppure tentato di cercarne le leggi, ma avrebbe solamente visto una sottosezione infinitesimale del mercato. Ma se essere fuori da un sistema che attiva l’ordine spontaneo è una condizione necessaria per capire il funzionamento del sistema, ciò non significa che sia sufficiente. In fondo il Giove mandevilliano, pur guardando il sistema dall’alto, non pare aver compreso molto come funziona il sistema della Grande Società, non ha colto le dinamiche ed i delicati equilibri che la animano. Ma è possibile che un agente esterno conosca nella sua grande complessità in un dato istante t0 un sistema complesso di elementi che genera un ordine spontaneo? Riprendendo brevemente la distinzione popperiana tra mondo 1(reale) mondo 2(mentale) e mondo 3(ideale), in quale dei tre mondi è corretto collocare la nozione di ordine spontaneo? Chiaramente al mondo 3 il mondo delle idee. L’atto di conoscenza che consente di identificare/cogliere il fenomeno dell’ordine spontaneo appartiene invece al mondo 2 (il mondo, in estrema sintesi, di quello che “ci succede in testa”). Poiché le capacità conoscitive degli uomini sono limitate è chiaro che anche la conoscenza del mondo 1 è limitata. Più ci concentriamo su una sezione di un sistema complesso, cioè più mettiamo in atto processi di conoscenza intensiva, più perdiamo d’occhio il sistema nella sua globalità. La conoscenza intensiva limita quella estensiva e viceversa. Questo perché le nostre risorse conoscitive sono limitate. Ma se anziché ad essere io da solo che guardo fossimo in tanti? Io credo che saremmo sempre troppo pochi per cogliere un sistema nella sua complessità. Immaginiamo di radunare 6 miliardi di uomini e di metterli al posto di Giove. È chiaro che nasce un problema di prospettiva. Il punto di vista di due persone non può essere lo stesso, ed inoltre le rappresentazioni dei soggetti, che sono enti pertinenti al mondo 3, si riverberano sul modo di conoscere il mondo 1. Quindi non essendo possibile l’osservazione tout court non è nemmeno possibile una conoscenza univoca e obiettiva degli ordini spontanei. In altre parole: essendo molto complessi i sostrati elementari che attivano gli ordini spontanei non sono conoscibili esaustivamente né intensivamente né estensivamente. E soprattutto, ribadisco, non può darsene una conoscenza contestualmente completa e sul lato intensivo e sul lato estensivo. 10 Agenti esterni
  • 101.
    Come ho cercatodi evidenziare, sono profondamente convinto del fatto che i fenomeni complessi che presentano le caratteristiche degli ordini spontanei funzionino per il meglio se lasciati assolutamente a sé stessi. Questo innanzitutto perché intervenendo in essi, date le nostre limitate capacità conoscitive, non sappiamo realmente prevedere quali effetti sortiranno le nostre azioni. Dobbiamo insomma evitare di “fare come Giove” di causare danni gravi ed irreversibili, seppur con le nostre migliori intenzioni. Abbiamo già parlato dell’errore costruttivista e di quello razionalista. Entrambi questi errori li possiamo imputare ad una interpretazione in senso solo “tattico” della razionalità. Pensare che il tutto ha le proprietà delle parti e che se c’è un ordine qualche agente razionale deve pure averlo istituito è pensare al fenomeno dell’ordine con una logica tattica: qualcuno di esterno al sistema ordinato deve aver architettato tutto e averlo congegnato per il meglio. Eppure la realtà fin qui esaminata ci offre tanti esempi di persone, authorities o entità che il senso comune pensa possano (o debbano) intervenire (o essere intervenuti) negli ordini spontanei, con i più svariati strumenti, per le più svariate ragioni e che si apprestano a commettere il grave “errore di Giove”. Tuttavia se gli agenti esterni intervengono in un ordine spontaneo, rompono prima di tutto il rapporto tra ordine spontaneo e bacini entropici interni al sistema. Inoltre quando un agente esterno interviene in un ordine spontaneo, operando un intervento “tattico-razionale” spezza quel delicato equilibrio che l’ordine aveva “saputo” creare nel rapporto con il suo ambiente, quella sottile linea che divide il caos dal cosmos e così facendo devasta l’ordine spontaneo. E lo fa come detto per carenza di informazioni: la conoscenza che si può avere di un fenomeno altamente complesso è per forza di cose sempre molto limitata, lacunosa e parziale. 11 Conclusioni Poiché ho cercato, con la mia intuizione filosofica, di mettere a fuoco il concetto di ordine spontaneo, credo sia giusto in conclusione ribadire la conclusione fondamentale alla quale ritengo di essere giunto. Gli ordini spontanei sono fenomeni altamente complessi che, per una serie di ragioni, hanno la capacità di estrarre informazione dal loro contesto. Quello che NOI possiamo sapere di questi fenomeni altamente complessi è che essi funzionano al meglio se lasciati operare in maniera autonoma ed autocibernetica, poiché qualsiasi intervento esterno non può che abbassare la complessità di tali sistemi, proiettando ed imponendo, una razionalità tattica su un fenomeno cosmico, e deteriorandone proprio le proprietà di autoregolazione.
  • 103.
    Note 1. Richard G.Lipsey, Introduzione all'economia, Etas, 1987. 2. Richard G. Lipsey, Introduzione all'economia, Etas, 1987, pag. 64. Per questo capitolo faccio completamente riferimento al testo di Lipsey; le citazioni successive sono tratte dal capitolo 5 del testo di Lipsey. 3. Gli economisti usano il termine RIALLOCAZIONE DELLE RISORSE per far riferimento ad un cambiamento nell'uso delle risorse nel sistema economico. 4. Grassetto mio. 5. Da Wikipedia, voce SPONTANEOUS ORDER. 6. Alberto Mingardi, pubblicato sul quotidiano Libero del 21/11/2007. Tratto dal sito internet dell'Istituto Bruno Leoni. 7. Ibidem. 8. Ibidem. 9. Ibidem. 10. Guglielmo Piombini, L’ordine spontaneo nelle nuove rivoluzioni scientifiche, 1997. 11. Grassetto mio. 12. Guglielmo Piombini, L’ordine spontaneo nelle nuove rivoluzioni scientifiche, 1997. 13. Ibidem. 14. Guglielmo Piombini, L’ordine spontaneo nelle nuove rivoluzioni scientifiche, 1997. 15. Ibidem. Tutte le citazioni del presente capitolo sulla neuropsicolgia e del successivo sull’intelligenza artificiale sono tratti dal testo citato di Guglielmo Piombini, disponibile liberamente sul web. 16. Grassetti miei. 17. Dal sito internet www.liberanimus.it . 18. Ibidem.
  • 104.
    19. Ibidem. 20. LaFavola delle Api, Laterza, a cura di Tito Magri, 2007. 21. Per piano ontologico intendo una ontologia formata da enti dello stesso tipo. La semantica model- teoretica offre una chiara definizione della nozione di ontologia, qui intesa in senso non formale. 22. Dario Antiseri. Vedi Nicola Pionetti, Breviario Liberale. 23. Da Wikipedia, voce “emergenza” o “emergentismo”. 24. Da Wikipedia, voce “entropia”. 25. È inoltre evidente che la razionalità divina sia interpretabile e/o modellata come proiezione di quella umana, configurando una sorta di Grande Mente, che dirige in senso tattico l’Universo. Quindi che l’unico colpevole sia in fin dei conti l’Uomo. 26. La nozione è di Ludwig von Mises. 2 RIFLESSIONI LIBERE SULLA TEORIA GENERALE DEI SISTEMI [2012]
  • 105.
    A COSA È EA CHE SERVE LA TEORIA DEI SISTEMI 1 Definizioni e (quasi) assiomi? Un sistema è un collettivo di elementi in interazione reciproca che può, sotto determinate condizioni, esprimere certe proprietà o configurazioni generali (dette emergenti) proprio grazie all’interazione dei suoi elementi. Data questa generalissima definizione di sistema che vuole essere sufficientemente ampia e “capiente” per “catturare” alcuni modelli teorici utilizzati in economia, psicologia, scienze politiche ed ecologia (per limitarci a questi campi di ricerca), possiamo già fare alcune osservazioni di natura concettuale. 1. Gli elementi possono essere di qualsiasi tipo: possono essere corpi materiali, enti immateriali, cose visibili come gli individui operanti sul mercato, o enti non empiricamente accertabili come i contenuti mentali, i concetti, le idee, i significati. Ancora possono essere considerati alla stregua di punti inestesi o di strutture permeabili ai flussi informativi, elettrici, di liquidi, agli scambi di energia. O infine possono essere dei sistemi. Avremo dunque la possibilità di analizzare ad un alto livello di astrazione il comportamento di “sistemi di sistemi” oltre che di “sistemi di elementi semplici” e di comporre e studiare sistemi di qualsiasi generalità. I sistemi possono inoltre essere omogenei se gli elementi che li compongono sono tutti della stessa natura o aventi lo stesso principio di funzionamento, mentre possono anche essere eterogenei se composti d elementi di natura differente: il corpo umano sarà un sistema eterogeneo di sistemi (immunitario, circolatorio ecc...) e di componenti funzionali (cellule, tessuti, organi). 2. Pure sulle interazioni non poniamo in questa sede alcuna restrizione. Un’interazione può essere vista o come uno scambio di qualcosa (pacchetti di informazioni, di energia, di materia) a cui gli elementi devono essere in qualche misura “penetrabili”, oppure in modo più astratto come una interazione non mediata da un veicolo (interazioni a distanza e simili). Porre qui delle restrizioni sulla natura delle interazioni sarebbe sterile e ci costringerebbe a porre delle conseguenti
  • 106.
    restrizioni sul tipodi elementi “catturabili” dal nostro schema teorico: se le interazioni fossero mediate da, per esempio, flussi di materia, allora dovrei per forza di cose considerare gli elementi dei sistemi come strutture di un certo grado di complessità, ma non intendo restringere solo ad elementi d questo tipo la mia indagine. Inoltre si ha che le interazioni possono essere fisicamente rilevate, con un hardware, per esempio se costruisco una rete elettrica con dei nodi e la irroro di corrente, o questo supporto fisico può non esservi affatto come quando ad interagire, sono elementi in moto libero. L’hardware per esempio una struttura “a rete” ha il pregio di rendere studiabili, direi misurabili, le interazioni, ma comporta un abbattimento generale del coefficiente d’interazione libera degli elementi, e conseguentemente un forte downgrading dei comportamenti emergenti. Se il lettore è già avvezzo a trattare con le proprietà emergenti dei sistemi complessi, sarebbe qui inopportuno trattare in breve questo concetto; se non lo fosse ancora, sarebbe prematuro. In un’indagine preliminare sul concetto generale di sistema non necessariamente rientra una trattazione di cosa sia una “proprietà emergente”. Ma che cosa siano elementi ed interazioni, in questa sede, è stato opportuno introdurlo. Infatti un sistema può esprimere un comportamento emergente, la cui individuazione e definizione è in larga misura osservatore-dipendente, ma può anche non farlo. E inoltre la natura di tali emergenze è molto dissimile nei differenti campi teorici in cui il paradigma sistemico è applicato con sucesso. Ma la definizione di sistema data – SISTEMA = ELEMENTI + INTERAZIONI – costituisce un terreno comune di grande astrattezza e precisione nel quale le varie discipline possono parlarsi e “capirsi”. 2 Lo statuto logico della teoria generale dei sistemi Nel suo fondamentale libro sulla Teoria Generale dei Sistemi von Bertalanffy sceglie uno dei due approcci possibili alla sistemica: passare in rassegna varie discipline dalle più “scientifiche” alle più “umanistiche” in modo da fare emergere, quasi come in un gioco proiettivo o induttivo, l’impronta sistemica comune che tutte queste teorie hanno in comune. Io avrei l’ambizione di tentare il secondo approccio: partire dalla teoria sistemica “astratta” e giungere alle sue applicazioni. Non che sia nelle condizioni di dare quella sistemica assiomatica su cui altri autori citati da Bertalanffy hanno lavorato: non ne ho ora le capacità, esula dagli scopi della presente ricerca, e non mi parrebbe neppure così utile divulgativamente. Ma non voglio per questo venir meno ad un rigore che anche una teoria interdisciplinare, e ancora in via di definizione, come la sistemica deve avere. Ciò detto passo subito a chiarire che rapporti intratterrebbe questa “metateoria” con le singole teorie disciplinari sistemiche tipo l’economia-sistemica, l’ecologia-sistemica, la psicologia-sistemica e così via. È come se dovessi risolvere una proporzione del tipo: SISTEMICA GENERALE : SISTEMICHE PARTICOLARI = X : Y In altre parole ci stiamo chiedendo: quale è lo statuto logico della teoria dei sistemi? È una metateoria? È un set assiomatico? È un paradigma kuhniano? È una moda teorica? O cos’altro? Proprio per la sua natura di scienza che nasce all’intersezione, ma anche al limite delle singole discipline, e per il fatto che la sistemica è un ambito relativamente nuovo, nonché obiettivamente difficile, rispondere alla domanda sarebbe allo stesso tempo cruciale (per fondare epistemologicamente tante altre nuove discipline come ad esempio l’ecologia) e prematura. von Bertalanffy propende per identificarla con un paradigma kuhniano, ma il suo accento è anche sulle simmetrie interdisciplinari: sul fatto che nei campi più differenti esistano degli isomorfismi tra le leggi matematiche descriventi sistemi complessi.
  • 107.
    La mia opinioneè che la teoria dei sistemi sia un insieme di assunti e leggi matematiche che descrivono il comportamento dei sistemi, indipendentemente dalla tipo di sistema considerato. In questo senso porre l’accento sugli isomorfismi, sulle somiglianze di famiglia tra le leggi matematiche che descrivono il comportamento sistemico, ci mette sulla buona strada. Cioè possiamo guardare alla Teoria Generale dei Sistemi come ad un nucleo teorico base (qualcosa come un set assiomatico) al quale aggiungiamo di volta in volta degli “assiomi di interpretazione” che definiscono di volta in volta se gli elementi del sistema siano atomi fisici, idee, neuroni o nodi di una rete e se le interazioni siano scambi di materia, di energia, di correnti elettriche o di impulsi informativi. Sto dicendo che questi “assiomi di interpretazione” che ci dicono in sostanza, per parlare in termini di semantica logica, di quale dei mondi (sistemi) possibili stiamo parlando, specificano ontologicamente la metateoria sistemica sulla quale poi le teorie sistemiche particolari – l’economia, la psicologia ecc... – costruiscono le loro conoscenze e formulano le loro ipotesi normative. Allora per chiudere il discorso X potrebbe essere come il set di assiomi della geometria proiettiva, e Y come una delle specifiche geometrie possibili (euclidea, iperbolica, sferica...) ottenute appunto aggiungendo alla geometria proiettiva ora l’assioma delle parallele (V postulato di Euclide) ora le altre variazioni sul tema. Ma s prenda tutto ciò come una suggestione, una mera congettura logico-matematica. 3 Il problema dell’astrattezza o della “generalità” Nel linguaggio corrente quando si usa il termine “in generale”, lo si contrappone semanticamente a “in particolare”. In generale, si dice, una cosa vale, ma in questo caso particolare no. Non è a mio avviso in questo senso che è generale la Teoria Generale Sistemi. È generale proprio nel senso che è un nucleo teorico da interpretare e che una volta aggiunti gli assiomi di interpretazione non è che “non vale più”, o non descrive più bene i fenomeni oggetto di studio. Anzi li inquadra meglio. Il problema di “studiare cose troppo astratte” è ridicolo ma è in effetti l’obiezione che più mi sono sentito rivolgere da quando di sistemica mi occupo, ovvero più o meno consapevolmente dal 2008. A cosa diavolo serve studiare la sistemica? Una cosa così aspecialistica o peggio una cosa così da filosofi. Tutti capiscono che l’economista, lo psicologo, persino lo scienziato ambientale o il politologo studiano un qualcosa che può avere ricadute pratiche. Ma lo studioso di sistemica che diavolo fa? Sembra una farfalla che si posa un po’ qua e un po’ là, un po’ è matematico, un po’ epistemologo, un po’ biologo, un po’ fa degli schemi, un po’ pensa. Sono obiezioni serie queste? Non mi pare. Ma le esaminiamo comunque. Faccio innanzitutto notare che la mia definizione dei rapporti intercorrenti tra la sistemica e le sistemiche (economia, psicologia...) ovvero una definizione fatta attraverso lo “schema pantografico” geometria-proiettiva/geometrie-specifiche abbatte tutte queste obiezioni, dietro cui c’è una domanda di fondo: ma a che cosa serve studiare la sistemica? È mia opinione – e argomenterò questa posizione per tabulas nel corso del saggio – che esistono delle leggi o quantomeno delle regolarità comportamentali che tutti i sistemi, in quanto sono dei sistemi, e non in quanto sono o un sistema economico, o un ecosistema, o una psiche, esibiscono. Ci sono cioè delle regolarità, che sono certo fotografate dagli isomorfismi nelle leggi matematiche, ma che sono coglibili anche con strumenti meno “specialistici”: pur sorvolando sulle parti di matematica del libro di Bertalanffy ho capito essenzialmente tutto di quello che stava dicendo: la sistemica si presta a più approcci e soprattutto mi sembra anche la miglior candidata a risolvere nella sua tendenza generalizzatrice una dicotomia gravosa tra scienze hard e scienze soft. Comunque il senso è che, se io studio il comportamento dei sistemi in quanto tali (cioè divento un bravo studioso di sistemica) avrò a disposizione uno strumento essenziale per penetrare nelle singole discipline con uno sguardo teorico fertile ed accorto, e soprattutto oltre a capire come funzione un sistema in generale, posso iniziare a chiedermi come voglio che funzioni, cosa debbo fare per ottenere certi desiderata più o meno locali o globali sul sistema, e soprattutto posso approntare, vedremo come, tecniche diagnostiche assolutamente generali e sistemiche, prevedendo interventi sistemici e terapeutici generali ma validi indipendentemente dal campo applicativo specifico. Cioè è come dire, per fare una battuta, che potrei aprire uno studio di consulenza sistemica in società con un sociologo, con un economista, con un politico, con un ecologo...e con un medico, e detenere sempre io la quota di maggioranza.
  • 108.
    B INSIEMI, MACCHINE ESISTEMI 1 Insiemi e sistemi Nella definizione data di sistema ho parlato di collettivo di elementi, intendendo una qualsiasi raccolta di elementi. Non ho parlato di insieme di elementi perchè farlo avrebbe voluto dire ancora una volta perdere un pezzo di ciò che la mia teoria intende catturare. La teoria degli insiemi è oggi un ben definito campo teorico presentabile anche coerentemente in maniera assiomatica. Tutti noi conosciamo come gli insiemi vengono raffigurati solitamente, fin dalle scuole superiori. Tendenzialmente un cerchio (chiuso) con dentro tanti puntini (gli elementi) solitamente in numero finito. Ma possiamo trattare anche con insiemi che abbiano un numero infinito di elementi e in questo caso la rappresentazione nostra (sempre finitista) non può che essere parziale. Le relazioni tra elementi sono rappresentate attraverso frecce, un insieme può includere uno o più sottoinsiemi, può intersecarsi con un altro e così via. Ma un insieme anche solo guardando la sua rappresentazione visiva non è che un disegno statico su un foglio di carta: non evolve nel tempo, è sempre eguale a se stesso. La logica che pure si avvale della teoria degli insiemi per trattare la semantica dei linguaggi formali e non (quantomeno nella semantica model-teoretica a là Frege) tratta con modelli statici. Il mondo per la logica è una somma di istantanee o mondi possibili tutti determinati ad un dato istante. Un sistema al contrario è per così dire “vivo”, dinamico, in movimento. I suoi elementi continuamente interagiscono ora in misura maggiore ora in misura minore, ora con interazioni forti ora deboli. E soprattutto un sistema può esprimere delle configurazioni e delle proprietà, delle regolarità emergenti, che sono per così dire trascendenti rispetto al sostrato elementare ed interattivo di base. Al contrario un insieme non ha che proprietà statiche e immanenti. I sistemi inoltre sono aperti ai flussi di materia e di energia, lo sono per lo meno quelli più interessanti, Un insieme è chiuso. Statico e morto. I sistemi evolvono dinamicamente nel tempo, gli insiemi no. Se noi pensiamo all’etimologia di sistema, dal greco sun-istemi, ovvero “stare insieme”, cogliamo tuttavia una parte significativa di che cosa sia un “sistema” qualcosa che certo muta nel tempo ma che, attraverso questo fluire, mantiene una certa costante dinamica, un comportamento globale (emergente) che possiamo osservare; e c’è anche da dire che in un certo senso un sistema ed un insieme si assomigliano. Sono cose che stanno insieme, ma che ci stanno come visto in maniera del tutto differente. Tuttavia proprio perché un sistema è qualcosa che si evolve, che è sensibile, o rigidamente o elasticamente, alle condizioni ambientali, agli input esterni, questa differenza può anche arrivare ad assottigliarsi a tal punto che un sistema può degenerare, in un insieme di elementi statici, ma proprio per questo incapaci di attivare quelle interazioni elementari che sono la base dei comportamenti più interessanti che i sistemi complessi sanno esprimere. Se mi è concessa una metafora quando un sistema degenera in un insieme, è come se morisse, e come se la sua vitalità si spegnesse del tutto. Ma è solo una metafora. 2 Sistemi e metasistemi Nell’opera di von Bertalanffy “Teoria Generale dei Sistemi” emerge una definizione assai estensiva di cosa si debba intendere per “sistema”, si va dai meccanismi tipo-orologio, ai servomeccanismi studiati dalla cibernetica che mostrano una certa capacità di apprendere, sino ai comportamenti tendenti all’omeostasi negli organismi, e si sale via vi sino al sistema-corpo, al sistema-psiche e all’universo complesso dei sistemi simbolico-culturali. È presentata dunque una sorta di gerarchia anche piuttosto rigida di “livelli sovrapposti”. Ora, di certo questa non è l’idea di fondo di Bertalanffy; una gerarchia rigidamente determinata è quantomeno poco-sistemica e implicherebbe l’esistenza di soli sistemi
  • 109.
    internamente omogenei, mentrela realtà ci mostra che abbiamo sistemi che per così dire stanno “a cavallo” tra forme differenti di organizzazione: il corpo umano è un sistema formato da sistemi di complessità differente, da “cose complesse”, come il sistema nervoso, che retroagiscono su “cose più semplici”, come la macchina-cuore. Possiamo definire metasistemi questi sistemi misti, in qualche mistura ibridi, che mostrano tuttavia proprietà fondamentali e sono stati e sono fondamentali nell’evoluzione biologica. 3 Sistemi e macchine Se mettessimo in ordine di complessità crescente i sistemi (il che non significa che questo ordinamento esista effettivamente come gerarchia di sistemi in natura, come già detto) dovremmo senz’atro partire dalle macchine più semplici come un orologio, per arrivare all’altro estremo sino ai sistemi più complessi come il cervello o, seguendo Bertalanffy, i complessi socioculturali o simbolico-cognitivi. Ora, in una precedente ricerca sulla mente avevo messo in ordine le varie teorie filosofiche della mente, pur battendo altre vie di ricerca, proprio in questo modo, e avevo messo da un lato Kant e i razionalisti, che considerano, la mente come un sistema operante per tabulas o per categorie ordinanti, dall’altro quel meraviglioso affresco Humeano della mente anarchica che sa esprimere regolarità funzionali e associazioni senza regole eterodirigenti. Ora a prescindere dalla correttezza della mia sistematizzazione avevo poi messo in luce come dietro ai due rebbi estremi della forchetta, assai densa di passaggi intermedi, sussistessero due nozioni d’ordine, che peraltro derivai dalla speculazione teorica hayekiana, completamente differenti: taxis da un lato o ordine imposto da un operatore razionale agente (come l’io), e cosmos o ordine spontaneo, sorgente dal basso. Ordine eteronomo vs autonomia. L’operazione, come già detto nell’introduzione era proseguita chiamando socialista lo stato razionale/tattico (che vedevo molto negativamente) e libertario liberale lo stato anarchico cosmico (che vedevo invece con ogni favore). Ora. La lettura del fondamentale saggio di Bertalanffy mi consentì di fare giustizia di tutti quei piccoli (fertili) cortocircuiti semantici per cui parlando di mente parlavo di politica e di economia. Parlavo, balbettavo, il linguaggio della sistemica ma non lo sapevo. Torniamo a noi. Da un lato abbiamo i sistemi-tipo-macchine più semplici dall’altro i sistemi-tipo-complessi. Ora, von Bertalanffy caratterizza molto efficacemente la differenza tra automa ed organismo vivente, in termini di differenti comportamenti in reazione a stimoli ambientali, ed è questo forse l’aspetto più interessante di tutta la presente ricerca, fornendo un contributo essenziale introducendo i concetti di segregazione progressiva, centralizzazione e soprattutto di meccanicizzazione progressiva. In estrema sintesi si potrebbe dire che un sistema-macchina si comporta come una somma staccata di parti che siano studiabili separatamente in maniera analitica, blocco a blocco, per ricostruire appunto il comportamento globale del sistema. Il modo in cui una macchina, e non sto parlando solamente di meccanismi elementari, reagisce agli stimoli è prevedibile: una macchina ha un set di stimoli a cui può reagire con un set di uscite/comportamenti. Se su una calcolatrice digito “3+4” il risultato sarà sempre “7” sia che lo faccia oggi sia che lo faccia tra 100 giorni. E questo perché una macchina elementare (digitale o non, reale o teorica) opera in maniera regolare, algoritmica, prevedibile, potremmo dire “monotonica” (forzando forse un po’ l’originario significato di questo concetto logico). Al contrario “salendo” la scala della complessità incontriamo le macchine capaci di autoregolarsi, studiate dalla Cibernetica, e salendo ancora gli organismi, fino ad arrivare, poniamo, al sistema nervoso umano, alla psiche o ai sistemi socioeconomici. E come si comportano questi sistemi aperti e capaci di esprimere delle regolarità globali, emergenti, delle proprietà non riducibili analiticamente o biunivocamente al comportamento delle “parti” componenti? Possiamo innanzitutto dire che la caratteristica fondamentale per distinguere questi sistemi-superiori dai sistemi- tipo-macchina non sta nel numero di elementi che “costituiscono” (termine improprio) questi sistemi: esistono organismi aventi un numero di cellule inferiore al numero di componenti di una Ferrari, eppure una Ferrari non sarà mai in grado di alimentarsi, nutrirsi, reagire agli stimoli in modo intelligente o quantomeno omeostatico, di apprendere. No, la differenza non sta nella quantità di elementi. Sta dunque in una qualche mistica proprietà vitale? Ai tempi in cui il biologo von Bertalanffy iniziava le sue riflessioni sulla complessità sistemica si battevano due grandi scuole filosofiche: quella riduzionistica, che tendeva a ridurre i corpi viventi a macchine, sull’onda lunga delle riflessioni cartesiane, e quella
  • 110.
    vitalistica. Entrambe leposizioni erano insostenibili ma in qualche mistura il vitalismo sembrava spuntarla, almeno a livello di visione-teorica-quadro: la soluzione della diatriba stava in uno spostamento d’attenzione. Torniamo all’esempio; se le differenze quantitative di elementi non distinguono le macchine dai sistemi superiori, l’attenzione si doveva spostare sulle interazioni: e fu precisamente quanto fece von Bertalanffy. Senza scadere né nel meccanicismo né nel vitalismo, trovò un approccio generale ma perspicuo per catturare la differenza tra macchina e vivente, tra un orologio da polso e una psiche umana. Va detto che per risolvere l’antinomia vitalismo/riduzionismo c’erano anche altre strade, tutte a mio avviso sterili. Ad esempio quella "qualitativa". La differenza sistema- macchina e sistema-superiore consisterebbe sotto questa prospettiva nel fatto che le parti componenti sarebbero di "natura" o qualità differente. Ma si potrebbe poi chiedere in che debba consistere questa natura, come dire che un corpo è vivo perché è fatto di parti vive, e le parti vive perché sono vive? Perché sono vive... Le definizioni qualitative non possono o non debbono entrare in gioco in sede teorica: mi paiono appunto degenerazioni della posizione vitalistica. La differenza sta nella quantità di interazioni che si instaurano tra gli elementi, nonché nella loro forza o intensità e frequenza. Ho accennato al concetto di omeostasi che è la riposta alla domanda sulla differenza esistente tra un sistema tipo-organismo ed un orologio. Diciamo qui in prima battuta che un sistema-superiore tende a conservarsi in uno stato stazionario, reagendo agli stimoli ambientali non semplicemente "scaricando" gli stimoli attraverso "comportamenti prefissati" ma sa evolvere ed evolve verso forme d’ordine nuove, dinamiche e preservanti la capacità del sistema di reagire olisticamente, globalmente, agli stimoli. 4 Un problema di avalutatività La malcelata "simpatia" per i sistemi superiori che emerge da questi paragrafi, sta probabilmente nel fatto che la mia formazione è molto impregnata di Humanae Litterae e nel modo tipicamente filosofico di approcciare i problemi. Il filosofo punta sempre in alto, troppo in alto, come Icaro! Una volta lette tre pagine del saggio di Haken “Nel senso della Sinergetica”, ritenni di aver già per le mani il grimaldello teorico per elaborare qualcosa come una teoria esaustiva del mondo mentale. Tanto da fondare per l’appunto una "Psicosinergetica" e nelle sue parti teoriche e nelle sue parti applicative... absit iniuria verbis. Non che creda davvero nella possibilità di essere avalutativi. Ma mi imporrò di non trattare le forme inferiori di organizzazione sistemica, o meglio quelle più semplici, come se fossero “moralmente” inferiori, cattive o meno desiderabili. In fondo un orologio o un termostato fanno benissimo il loro lavoro nel loro contesto. In altro contesto un sistema biologico sa tuttavia adattarsi meglio alle situazioni ambientali rispetto ad un sistema di raffreddamento industriale. Il discorso va dunque contestualizzato. Le macchine vanno bene per certi scopi e non per altri. I sistemi olistici sono desiderabili in certe occasioni ma non in tutte. Condurre un discorso sui sistemi nei termini in cui lo si sta facendo, senza tuttavia seguire una “massima” di questo tipo, che suona più o meno anche come un avvertimento a non enfatizzare troppo la magnificenza dei sistemi superiori, con i loro comportamenti interessanti, ci pone nella condizione giusta per uno sguardo teorico scevro da pregiudizi “valoriali”. C DINAMICHE SISTEMICHE GENERALI È in particolare studiando le dinamiche organiche ontogenetiche, ovvero la “storia” dello sviluppo dell’organismo dall’embrione all’età adulta, che il biologo teorico von Bertalanffy trae una serie di conclusioni illuminanti. È precisamente questo il nucleo teorico che mi ha spinto a dire che riscontro nell’opera di Bertalanffy la soluzione ad una buona parte delle questioni in cui mi trovavo arrovellato. L’evoluzione progressiva dallo stato embrionale a quello adulto comporta una serie di fenomeni di riorganizzazione funzionale e materiale che sono di estremo interesse per la teoria generale dei sistemi: si tratta del processo di segregazione progressiva.
  • 111.
    I Il processo dimeccanicizzazione/segregazione progressiva Come già detto in un sistema-macchina le parti componenti tendono a funzionare per così dire “indifferenti” o “insensibili” a quanto accade nelle altre parti del sistema. Al contrario questa indipendenza intrasistemica tende a ridursi al crescere della complessità del sistema. Ciò può essere altrimenti detto utilizzando il concetto (matematico) di linearità. Le interazioni nei sistemi superiori sono meglio comprese attraverso sistemi di equazioni non lineari che riescono a rappresentare le dinamiche di retroazione tra le componenti. Mentre più diventano semplici queste interazioni e soprattutto più diminuiscono in numero, forza o intensità o frequenza, più si possono considerare trascurabili, come un rumore di fondo; in questo caso i consueti sistemi di equazioni lineari si prestano bene a descrivere questi sistemi-macchina. In altre parole gli elementi passano ad uno stato di indipendenza. [...] Esiste un altro caso che, pur essendo insolito nei sistemi fisici, è assai comune, e fondamentale, in sistemi biologici, psicologici e sociologici. Si tratta del caso in cui le interazioni tra gli elementi decrescono nel tempo. [...] In questo caso il sistema passa da uno stato di globalità a uno stato di indipendenza tra gli elementi. Lo stato primario è quello di un sistema unitario che si suddivide gradualmente in catene causali indipendenti. Possiamo indicare tutto ciò parlando di segregazione progressiva. Di regola l’organizzazione di totalità fisiche – come gli atomi, le molecole o i cristalli – è il risultato dell’unione di elementi pre-esistenti. Al contrario l’organizzazione di complessi biologici viene costruita per differenziazione di un complesso originario che subisce un processo di segregazione in parti.i Questo processo di segregazione che è sia strutturale sia funzionale, è a ben guardare, nota Bertalanffy, anche un processo di meccanicizzazione progressiva. Il sistema-embrione va incontro nella sua “storia” ad un processo in cui passa […] da uno stato di equipotenzialità a uno stato in cui esso si comporta come un mosaico, come una somma di regioni che si sviluppano indipendentemente in organi ben definiti.ii Discorso del tutto analogo, secondo il biologo, vale per «lo sviluppo e l’evoluzione del sistema nervoso e del comportamento, il quale inizia con azioni dell’intero corpo o di larghe regioni di esso e procede verso lo stabilirsi di centri definiti e di archi riflessi localizzati»iii ed in oltre per molti altri fenomeni biologici Il passaggio dunque dallo stato di “globalità” a quello di “segregazione” (somma di organi e funzioni distinte) è una di quelle dinamiche generali che possono interessare tutti i sistemi, in abstracto, e che possiamo osservare nei sistemi realmente esistenti. 1 Aspetti causali Una differenza essenziale tra lo stato di sistema-superiore e quello di sistema-segregato in parti sta nel differente operare delle catene causali all’interno di questi complessi. Già alle spalle della dicotomia linearità/non linearità sta, in parte, una differente dinamica di causa/effetto che ora rendo esplicita. Se il sistema è in uno stato segregato, ovvero «analogo ad una macchina»,iv cioè suddiviso in componenti indipendenti, è anche suddiviso in catene causali indipendenti, o trascurabilmente interagenti. I treni
  • 112.
    causali procedono, percosì dire, su binari paralleli che non si incontrano mai, che non interferiscono. Al contrario nei sistemi complessi abbiamo almeno tre fenomeni causali interessanti: 1. sono innumerevoli i passaggi causa/effetto all’interno di una singola catena causale; 2. le interazioni tra treni causali indipendenti crescono combinatoriamente al crescere degli elementi in gioco, e dunque al crescere dei singoli treni causali; 3. gli effetti di retroazione effetto-causa sono fenomeni pervasivi e cifranti questo livello di complessità. Ed è proprio la complessità causale che pone una sorta di barriera cognitiva tra individuo conoscente e sistema-studiato: proprio perché c’è questa crescita combinatoria di “incontri possibili” tra catene causali autonome è anche difficile farci un’immagine esaustiva, più o meno facente uso del formalismo matematico, di sistemi anche aventi relativamente pochi elementi interagenti. 2 Aspetti funzionali e comportamentali Nella transizione progressiva da stato-sistemico a stato macchina i sistemi vanno incontro ad una serie di mutazioni che comportano fasi differenti a livello di comportamento. Preciso subito che per comportamento di un sistema intendo essenzialmente il suo modo di reagire alle perturbazioni ambientali, siano esse canoniche o non prevedibili. Il comportamento di un sistema è dunque, in generale, una globale riorganizzazione strutturale e funzionale che si da a seguito di stimolazioni ambientali. Se […] il sistema è suddiviso in catene causali individuali, queste ultime procedono indipendentemente. Una crescente meccanicizzazione significa una crescente determinazione degli elementi verso funzioni che dipendono unicamente dagli elementi stessi, e una conseguente perdita di quella regolabilità che si basa sul sistema in quanto totalità e che è dovuta alle interrelazioni presenti. Quanto più piccoli diventano i coefficienti di interazione […] tanto più il sistema diventa “analogo a una macchina”.v Ma più decresce il coefficiente di interazione tra gli elementi, meno la “globalità”, come la chiama von Bertalanffy, è caratterizzante ed importante. Si passa da uno stato di “vitalità” interna, che si esprime in un comportamento emergente complessivo del sistema, che lo rende assai adattivo all’ambiente esterno, ad uno stato di segregazione/macchinizzazione, in cui questa adattività non è, si badi bene assente, ma è ridotta ad una semplice reazione stimolo/risposta, predeterminata in maniera canonica, o se si vuole razionale: per riprendere l’esempio di prima una Ferrari reagisce solo ad un set di stimoli ben determinati, mentre un organismo vivente “sa” come “comportarsi” anche in caso di imprevisti. Si ha che è primario il comportamento che risulta dall’interazione interna al sistema; in secondo luogo, si verifica la determinazione degli elementi su azioni che dipendono unicamente da quegli elementi stessi, la transizione, insomma, dal comportamento del sistema inteso come globalità al comportamento dovuto alla sommabilità. Se ne trovano esempi nello sviluppo embrionale, dove, in origine, il modo di operare di ciascuna regione dipende dalla sua posizione entro il complesso, così da render possibile la regolazione del complesso stesso dopo una perturbazione arbitraria; in seguito le regioni embrionali si determinano in modo tale da operare secondo modalità precise - e cioè si
  • 113.
    determinano secondo losviluppo di un certo organo. Analogamente, nel sistema nervoso, certe parti diventano centri insostituibili di determinate operazioni (si vedano i riflessi). Ora, benché in campo biologico la direzione del processo ontogenetico vada in direzione di una crescente meccanicizzazione, essa non è mai completa. Se lo fosse effettivamente il corpo umano ad esempio passerebbe ad uno stato di macchina (uno stato cartesiano) che, notiamo, lo renderebbe da un lato non-unitario, appunto segregato in parti, dall’altro un’entità del tutto incapace di variare adattivamente al variare degli stimoli esterni. 3 Crisi delle emergenze Un’ultima prospettiva che abbiamo sfiorato sinora senza addentrarci troppo per evitare astrattezze eccessive è quella delle proprietà emergenti. Che rientravano nella definizione generale di sistema data nel primo capitolo, pur “sub condicione”. Una proprietà o comportamento emergente è una situazione globale mostrata da un sistema, che non è riducibile alle leggi che governano i singoli elementi, ma che è dovuta sensibilmente alle interazioni non-lineari tra gli elementi del sistema. Si nota solitamente che l’emergenza (intendiamo con questo termine e le proprietà e i comportamenti emergenti) non è prevedibile, è tipica dei processi evolutivi-adattivi, e si cita, exempli gratia, la forma di uno stormo di uccelli o il comportamento delle termiti che pur agendo ognuna per sé costruiscono un termitaio grande e organizzato. Ora, come detto la differenza tra sistema-superiore e macchina non consiste nel numero di elementi ma nelle dinamiche di interazione tra gli elementi, e non basta quindi che vi siano molte interazioni per avere un comportamento emergente: spesso è il tipo di organizzazione formale (struttura) dei sistemi (centrato/decentralizzato) a giocare un ruolo essenziale. Ma una conoscenza rigorosa delle emergenze, benché non manchino i tentativi, ad esempio del fisico teorico Herman Haken, e delle loro dinamiche pare esulare al momento da una sistematizzazione teorica complessiva. Ciò comporta le due conseguenze: 1. Non possiamo dire a che punto del processo di meccanicizzazione/segregazione progressiva i comportamenti emergenti (quella che von Bertalanffy chiamava “globalità”) vadano in crisi. Certo possiamo individuare delle soglie critiche, delle transizioni di fase. Quando il coefficiente di interazione tende a zero, il sistema tende a diventare una macchina. In questo caso non manifesta più alcun comportamento emergente. Tutte le proprietà o i comportamenti di una macchina sono infatti riducibili alle leggi che governano i singoli componenti. Se il coefficiente di interazione aumenta, e aumenta combinatoriamente all’aumentare del numero degli elementi in connessione reciproca, allora è probabile che si manifestino delle emergenze. È probabile ma non è dato, tanto che possono anche verificarsi fenomeni di interferenza distruttiva tra interazioni che tendono a determinare uno stato di cose ostativo per l’insorgere delle emergenze. 2. L’osservatore-dipendenza nell’individuazione delle emergenze resta comunque fortissima. Tornando all’esempio dello stormo: che cosa significa dire che la forma di uno stormo è regolare o ordinata? Dipenderà in ogni caso dalla prospettiva, dal momento in cui lo guardo, ecc… II Il processo di “liberalizzazione” progressiva
  • 114.
    Trattando specificamente disistemi biologici von Bertalanffy, non tratta del processo sistemico inverso a quello della meccanicizzazione, che intendo “battezzare” liberalizzazione, con lessico mutuato dall’ambito politico-economico. Intendo con questo termine sottolineare il fatto che quando si passa da uno stato di sistema-macchina a quello di sistema-complesso, all’aumentare cioè del coefficiente di interazione tra gli elementi, aumentano – combinatoriamente – anche i gradi di libertà o le possibili configurazioni strutturali e funzionali del sistema stesso. Ripercorrendo a ritroso il solco tracciato da von Bertalanffy, il processo di liberalizzazione vede dapprima un insieme di parti distinte operanti indipendentemente (gli “organi”), quindi una sintetizzazione delle componenti in aree funzionali omogenee (il “mosaico”) ed infine – dopo un passaggio che chiamerei “salto olistico” – l’arrivo allo stato di globalità sistemica. E anche in questo caso è possibile esaminare sia a livello di microcausalità questa dinamica sistemica assolutamente generale, sia a livello di macro emergenze sistemiche. 1 Aspetti causali Nel processo di liberalizzazione progressiva la transizione è da uno stato in cui vigono catene causali indipendenti o trascurabilmente interagenti, ad uno stato di grande interazione e feedback tra treni causali che appaiono non più come tante linee parallele ma come un complesso unico e non districabile. In particolare deve essere cruciale la fase in cui le catene causali iniziano ad interagire tra loro: è esattamente questo lo “stadio” in cui è possibile osservare sul sorgere le emergenze. È su questa significativa “soglia critica” che possono insorgere i comportamenti e proprietà emergenti. Lo stato sistemico tende dunque verso una maggiore complessità; gli incontri tra treni causali si moltiplicano ed i fenomeni di retroazione si sviluppano in maniera massiva. 2 Sviluppo emergente Possiamo guardare al processo di liberalizzazione proprio come quel fenomeno che può portare alla probabile manifestazione di comportamenti emergenti. L’emergenza pare dunque essere indistricabilmente dovuta ala presenza di una totalità organizzante (autoordinante) che ad un certo punto si manifesta ed innesca dei meccanismi virtuosi che rendono il sistema, inteso come olos, capace di interrelarsi virtuosamente ed adattivamente con l’ambiente in cui il sistema – che è una struttura aperta ai flussi di materia/energia/informazione – si trova ad esser collocato. 3 Autoconservazione Come abbiamo accennato alla possibilità di interferenze distruttive che possono ostacolare l’insorgere delle emergenze, così è possibile pensare che viga una sorta di “contrappasso”: una volta innescate anche le emergenze possono interagire virtuosamente tra di loro esibendo proprietà di autoconservazione o di inerzia. L’ipotesi che avanzo è che anche le emergenze esibiscano una tendenza verso l’autoconservazione e che proprio in questa tendenza consista parte della loro irriducibilità al sostrato elementare che le attivano. III Processi funzionali
  • 115.
    I processi testéanalizzati in modo del tutto generale, non esauriscono, beninteso, tutte le dinamiche processuali che un sistema può incrociare nella sua storia. Già nel libro di von Bertalanffy si trovano descritte dinamiche differenti per i fenomeni psicologici o “superiori”. Eppure essi sono riscontrabili e soprattutto applicabili ad una gran serie di casi specifici, e hanno come vedremo tra poco un grande valore nella definizione di interventi specifici nel campo della sistemica. Possiamo individuare due modi in cui la meccanicizzazione e la liberalizzazione si possono dare in un sistema, in generale. Questi processi possono in generale tendere alla centralizzazione oppure al decentramento. 1 Centralizzazione Quando un sistema è centralizzato? Quando una sua componente/elemento predomina materialmente o funzionalmente sulle altre. Se si tratta di un sistema-macchina la parte preponderante può essere, torniamo al caso della Ferrari, il motore: una parte che non può non esserci. Se si tratta di un sistema superiore, può essere insorta un’organizzazione degli elementi che siano accentrati attorno a funzioni specifiche. Ad esempio il sistema nervoso è centrato nel cervello, quello circolatorio nel cuore. La mente attorno funzioni superiori come l’Io. Una segregazione è spesso connessa ad un processo di centralizzazione progressiva, ma non lo è necessariamente. 2 Decentramento Policentramento, “federalismo funzionale”. Erano questi alcuni dei termini che con fantasia e contaminazione semantica nelle mie precedenti ricerche descrivevano questo processo sistemico. Il processo di decentramento funzionale, che è preferenzialmente connesso – ma non necessariamente – con il processo di liberalizzazione progressiva, è uno dei processi più interessanti che la sistemica ci metta a disposizione. Il passaggio è appunto da uno stato centrato su una o poche parti, ad un sistema – nel pieno senso della parola – che è funzionalmente organizzato attorno ad elementi decentrati, piccoli e che spesso sanno esprimere un comportamento fortemente intercompetitivo. L’esempio canonico è quello del decentramento delle strutture politiche; il passaggio è devolutivo: dal centro certe competenze funzioni vengono devolute a centri distribuiti ampiamente sul territorio. Ma proprio per questo più reattivi rispetto alla struttura statale burocratica. IV Processi omogenei e disomogenei Un processo, di quelli analizzati, è omogeneo se nel tempo evolve con una certa regolarità cioè se ad ogni istante il coefficiente di interazione tra gli elementi o le componenti in qualsivoglia livello o area del sistema è il medesimo. È disomogeneo in caso contrario. Prendiamo ad esempio il caso della meccanicizzazione. Se essa non è omogenea – ad esempio se in campo biologico un organo si sviluppa troppo rapidamente – questo causerà un retroefetto negativo sull’intero sistema. Lo stesso vale per il processo di decentramento: se non è equilibrato rispetto al tempo, se le funzioni non sono ben distribuite tra corpi centrali e corpi periferici, si creano dei cortocircuiti negativi che tendenzialmente abbattono la complessità del sistema, nonchè le sue emergenze. Detto in positivo: basta una meccanicizzazione disomogenea di un sistema (in una sua parte) per produrre una serie di sintomi sistemici negativi e di patologie che possono gravemente colpire la reattività, la globalità del sistema. E minarne ab imis la “sistemicità”.
  • 116.
    D Conclusione fondamentale dellaparte teorica della ricerca: schema generale delle dinamiche evolutive dei sistemi Se ci limitiamo a combinare i processi delineati sinora ovvero meccanicizzazione, liberalizzazione, centralizzazione e decentramento, otteniamo già una griglia di quattro possibili dinamiche generali che sono di estremo interesse per il proseguimento della ricerca, in particolare per il passaggio alla parte applicativa. Riporto in una griglia queste possibili combinazioni. Meccanicizzazione Liberalizzazione Centralizzazione Meccanicizzazione centralizzante Linearità “Sistemizzazione ” centralizzante Emergenze “inferiori” (possibili) Non linearità Decentramento Meccanicizzazione decentralizzante Linearità Sistemizzazione decentrante Emergenze “superiori” (probabili) Non linearità Ricordiamo inoltre che ciascuna delle quattro combinazioni processuali può darsi in due modalità: omogenea oppure disomogenea. Otterremo dunque in totale 8 combinazioni processuali generali possibili. Come emerge chiaramente lo schema disegna 8 possibili dinamiche-scenari generali che, tuttavia, non sono tutte eguali dal punto di vista della funzionalità intestina dei sistemi, dell’efficienza funzionale, come pure per quanto riguarda il comportamento complessivo dei sistemi, siano essi meccanicizzati o olistici. Possiamo dunque venire a fare alcune osservazioni in via di principio, sempre in maniera schematica sulle applicazioni della nostra ricerca. Segnalo che ci muoviamo ancora all’interno di uno schema generale, astratto. E non all’interno di singole discipline sistemiche; siamo insomma ancora all’interno della “geometria proiettiva”, della metateoria sistemica non ontologicamente interpretata, per riprendere la proporzione logica iniziale.
  • 117.
    E APPLICAZIONI Lo schema teoricoche identifica i quattro processi funzional strutturali può utilmente esser semplificato considerando solamente gli stati terminali dei singoli processi. In questo modo in luogo di 4 trends processuali, per ognuna delle 4 combinazioni sopra riportate, avremo 4 stati finali. Questa considerazione consente di guardare con più chiarezza alle possibili transizioni di stato di un sistema, che nella sua vita potrà passare, ad esempio, dall’essere “macchina decentrata” a “sistema decentrato” o da “macchina centralizzata” a “sistema centralizzato” ecc... Riporto lo schema secondo questa semplificazione funzionale alla comprensione della parte applicativa della ricerca. MACCHINA SISTEMA CETRALIZZATO (D) macchina centralizzata (B) sistema centralizzato DECENTRATO (C) macchina decentralizzata (A) sistema decentrato Ora. Riprendendo pur brevemente l’ipotesi di lavoro che struttura la presente ricerca, ovvero che esistano delle dinamiche generali, se non leggi o regolarità comportamentali, che tutti i sistemi, in quanto sono dei sistemi, (e non in quanto sono sistemi specifici: fisici, biologici, economici...) esibiscono, è anche possibile pensare di includere in una parte applicativa generale della teoria dei sistemi, due sottosezioni, a mio avviso di grande interesse: 1. UNA “DIAGNOSTICA” SISTEMICA GENRALE 2. UNA “TERAPEUTICA” SISTEMICA GENERALE. Ciò è come dire che se io conosco, pur parzialmente le dinamiche, i processi, le "logiche" sistemiche generali, posso anche auspicabilmente osservare, comprendere, i malfunzionamenti sistemici che presentano spesso sintomi ben determinati, e mettere in campo delle azioni terapeutiche – ma non si badi troppo al connotato semantico medico del termine – ovvero degli interventi sui sistemi per ottenere alcuni desiderata specifici: ottimizzazione, implementazione delle capacità di adattamento, di reattività, di competitività. Sempre tuttavia tenendo ben presente che è il contesto operativo o l’ambiente a richiedere se tutte queste qualità siano desiderabili: me ne faccio poco di un orologio adattivo o competitivo, mentre mi sembra un po’ più utile che un’azienda sia competitiva o internamente efficiente. Procediamo dunque con ordine a delineare una diagnostica generale dei sistemi. 1 Diagnostica sistemica generale
  • 118.
    Un sistema decentrato,quello che più probabilmente esprimerà un comportamento emergente ed adattivo, può decadere in una macchina centralizzata in due differenti modi. • Decadimento di tipo b. Il sistema decentrato diventa dapprima un sistema centralizzato – ovvero una parte diventa preponderante sul resto – ed infine il sistema si irregimenta/irrigidisce in una macchina centralizzata. Rifacendoci allo schema per stati (vedi supra) i passaggi sono i seguenti: A → B → D. • Decadimento di tipo c. il sistema decentrato diviene dapprima una macchina decentrata – ovvero i centri dispersi si trasformano in meccanismi – infine una componente si instaura su tutte le altre ed otteniamo una macchina centralizzata. Riferendoci allo schema, i passaggi sono i seguenti: A → C → D. Un processo diretto e massivo di passaggio da un sistema decentrato ad una macchina centralizzata mi parrebbe da escludere. Osserviamo in prima battuta che il decadimento di tipo B e quello di tipo C hanno esiti eguali, ma percorrono due strade differenti. L’esito eguale è la totale perdita del comportamento emergente e adattivo. Nel primo la perdita delle emergenze è graduale. Nel secondo passa attraverso l’instaurarsi di un “decentramento meccanicistico” periferico. Ora una disfunzione è sistemica se concerne il venir meno, o l’entrata in crisi, delle emergenze, ovvero del comportamento adattivo, autoregolante del complesso sistemico. Una disfunzione sistemica può essere 1. Generalizzata; se i processi di decadimento B o C interessano omogeneamente il sistema, ovvero se lo colpiscono “nel suo complesso”. 2. Mista; se i processi di decadimento B o C interessano disomogeneamente il sistema, ovvero se ne interessano una sola sottosezione. Un processo critico, che comporti una perdita delle emergenze sistemiche, spesso non viene percorso da parte di un sistema sino a giungere allo stato di "macchina centralizzata", cioè alla perdita totale di funzioni emergenti: come dire, una patologia o un malfunzionamento può essere più o meno grave; conseguentemente differenti saranno le “dosi” ed i tipi di intervento sistemico (ma di questo parliamo tra poco). Ciò detto possiamo finalmente congetturare un algoritmo sistemico diagnostico generale che ci consenta di 1. valutare lo stato del sistema ad un dato istante (capire se è vicino o lontano dallo stato di sistema decentrato, vedere se è omogeneo o disomogeneo ecc…) 2. diagnosticare la "patologia" o disfunzione del sistema a quell’istante (è affetto da una disfunzione generalizzata o mista? sta decadendo o è in uno stato critico? Ecc...) Ed in base a questo algoritmo, nonché ai desiderata che intendiamo ottenere relativamente al comportamento sistemico, potremo pianificare interventi sul sistema ben calibrati e soprattutto efficaci. Presentiamo dunque l’algoritmo diagnostico e passiamo in seguito alla sezione "terapeutica" del presente testo.
  • 119.
  • 120.
    È un SISTEMA ? SINo Di che tipo è ? OMOGENEO DISOMOGENE O Si comporta come (è più vicino a) Ha una sottosezione una macchina centralizzata ? una macchina decentrata ? un sistema centralizzato ? un sistema decentrato ? più meccanicizzata del resto ? FINE FINE FINE FINE FINE 2 Terapeutica sistemica generale Una terapeutica sistemica generale – ovvero una disciplina che studia il modo di intervenire su sistemi disfunzionali – non può prescindere da alcune considerazioni sul contesto in cui il sistema sotto esame, destinatario dell’intervento terapeutico, deve inserirsi, nonché dei targets che intendiamo raggiungere. Come già detto parlando di avalutatività non è in abstracto che si indicano come “migliori” le prestazioni dei sistemi globali piuttosto che di quelle dei meccanismi. C’è inoltre un problema che spesso sfugge a chi – più o meno senza saperlo – opera su sistemi complessi. È comune pensare ai sistemi, ed approcciarli, in maniera non appropriata, ovvero credendo che siano di complessità molto inferiore a quella effettiva, e che soprattutto i comportamenti emergenti, sui quali si intende incidere per ottenere determinati scopi globali, rispondano biunivocamente a stimolazioni lineari, cioè ad interventi che non tengono conto della natura essenzialmente NON LINEARE dei sistemi complessi. Ora. Se un intervento lineare può
  • 121.
    essere efficace nelcaso di una macchina, per esempio la sostituzione di un componente, o in generale di un sistema per cui vale il principio di sovrapposizione degli effetti, che sintetizzando all’estremo afferma che gli effetti comportamentali (o output) sono proporzionali alle stimolazioni (o input), si ha che interventi di questo tipo nel caso di sistemi complessi superiori sono: 1. inefficaci: non raggiungono gli effetti pianificati; 2. linearizzanti: colpiscono negativamente le interazioni complesse dei sistemi abbassandone la complessità interattiva e mettendone in crisi le emergenze. Aggiungo come ipotesi di lavoro che l’inefficacia di questi interventi è tanto più grande quanto più pervasivo è l’intervento lineare. Poiché dunque valgono queste generali considerazioni, poso passare a dire in positivo cosa si debba intender per “intervento terapeutico sistemico” e come, in generale possa esso configurarsi. Si tenga conto, lo ribadisco, che le patologie sistemiche sono comunque sempre definite rispetto ad un contesto operativo: un sistema è disfunzione non perché funziona male intestinamente, ma perché il suo comportamento esteriore non è quello richiesto dal contesto di lavoro. Tuttavia l’unica via per pianificare interventi sistemici è quella di avere a disposizione ipotesi sulle dinamiche (o sulle “meccaniche”) interne ai sistemi; considerarli invece comportamentisticamente come dei black box inanalizzabili non terrebbe conto del fatto che molti sistemi sono in realtà osservabili, né sarebbe euristicamente utile. Consideriamo in questa sede due tipi di intervento su sistemi di qualsiasi stato di complessità, liberalizzazione o centralizzazione. Si possono dare due approcci, due modi generali di agire sistemicamente: l’uno è “dall’esterno”, l’altro è “dall’interno” 2.1 Intervento-terapia dall’esterno Poiché un sistema è “fatto” di elementi ed interazioni, e sono questi due “ingredienti” ad ingenerare, nella loro interazione, le emergenze, un intervento orientato dall’esterno può mirare ad agire o direttamente sulle interazioni, oppure sugli elementi. Il primo tipo di intervento lo chiamo olistico (o proprio) il secondo elementare o “nodale” (pensando alle reti complesse) o "improprio". Analizziamo i due tipi di interventi: 1) INTERVENTO OLISTICO (o proprio). Si tratta di intervenire con un “sistema-terapeuta” su un altro “sistema-oggetto”. Se intendo modificare – in una qualsiasi direzione – le interazioni di un sistema non posso farlo agendo principalmente su nodi o elementi. L’azione su elementi o nodi è sempre selettiva e mirata, causa feedback complessi e non calcolabili: è puntuativa. Le interazioni sono invece di natura differente. Devo dunque far interagire un sistema-terapeuta con un “sistema-oggetto” che deve essere “curato”, in modo che si creino interazioni tra le interazioni intestine ai due sistemi, ed in modo che il sistema da modificare si isomorfizzi a quello “terapeuta”. Altrove, nel mio testo sulla Psicosinergetica avevo dato uno schema di come potrebbe avvenire questa interazione di secondo livello, ovvero attraverso le seguenti fasi: 1. STATO SEPARATO: i due sistemi sono giustapposti ma non interferenti;
  • 122.
    2. LINKING: idue sistemi si “intercettano”, si connettono; 3. INTERAZIONE SISTEMICA: le interazioni interne del sistema terapeuta interagiscono con quelle del sistema-in-cura; 4. ASSIMILAZIONE: I due sistemi raggiungono lo stesso coefficiente di interazione sistemica. Ciò significa che anche il sistema terapeuta muta il suo coefficiente 5. SCONNESSIONE: i due sistemi riassumono, eventualmente con intervento esterno di “taglio” o sezionamento, la loro dinamica individualità; 6. la terapia olistica è così conclusa. L’intervento olistico proprio può essere inoltre globale, se concerne l’intero sistema ovvero se il sistema è omogeneo. Mentre sarà parziale o areale se il sistema è disomogeneo; in questo caso l’intervento sistemico dall’esterno sarà applicato alla sola sottosezione da curare. Va notato che essendo a mio avviso instabili gli stato disomogenei, gli intervento su sistemi disomogenei debbono puntare ad una stabilizzazione sistemica tendente ad uno dei 4 stati che lo schema fondamentale con cui abbiamo concluso la sezione teorica, contemplava. Inoltre un intervento areale è difficile perché sottosezionare un sistema non è quasi mai possibile, pena la “morte” del sistema stesso. E quindi un intervento di questa natura può avere retroeffetti negativi sull’intero sistema da curare. 2) INTERVENTO ELEMENTARE (o improprio). Ho già espresso le mie riserve verso questi tipo di approccio che è puntuale. Si tratta di stimolare uno e/o più elementi in modo che operi in maniera più sistemica e sinergica con il resto degli elementi. L’intervento su elementi può tendere a: 1. rimettere in interazione un elemento che è debolmente interagente; 2. sviluppare potenzialità di un elemento (che può essere un sistema complesso decaduto o da “liberare2) attraverso stimolazioni sistemiche appropriate. I punti appena presentati sono forse da rendere più comprensibili con un esempio. Cosa fa un buon professore di scuola? Se c’è un elemento della sua classe che non interagisce bene con il sistema- classe lo stimola, lo coinvolge, lo sposta fisicamente. E in generale cos’altro è insegnare o e-ducare un individuo se non sviluppare le sue potenzialità di essere sistema, ovvero di attivare la complessità intrasistemica psichica che lo caratterizza in potenza e di giocare poi nel mondo in modo sistemico cioè saper interagire, giocare fino in fondo le proprie carte nel gioco sistemico della vita quotidiana? 2.2 Intervento "dall’interno" o "da giocatore" La riflessione esemplificativa appena fatta ci porta alla conclusione della presente ricerca. Oltre ad intervenire “ex Olimpo” su un sistema, lo si può fare anche giocando una partita dall’interno. Naturalmente trovarsi “in situ”, collocato all’interno di un sistema preclude uno sguardo “globale” dell’intero sistema e non possiamo che sperare di controllare un “intorno” che ci circonda, sia a livello
  • 123.
    di potenzialità elimiti cognitivi sia a livello di intervento o di capacità di mossa strategica. Ma saper essere sistemici ovvero interagire fruttuosamente col sistema in cui siamo inseriti – e sto naturalmente parlando di un sistema superiore, nel quale uno degli elementi in gioco è l’Uomo – è spesso l’unico modo per vincere la partita, sopravvivere e stare in equilibrio con l’ambiente circostante, sia esso un ecosistema, un sistema di relazioni umane, politiche o un sistema economico. Note 1. Teoria generale dei sistemi: fondamenti, sviluppo, applicazioni, Ludwig von Bertalanffy; traduzione di Enrico Bellone; introduzione di Gianfranco Minati; Milano: Mondadori, 2004; p. 115 e seguenti. 2. Ibidem. 3. Ibidem. 4. Ivi, p. 116. 5. Ibidem
  • 124.
    §§ {Cela est biendit,{Cela est bien dit, répondit Candide,répondit Candide, mais il faut cultivermais il faut cultiver notre parquet.}notre parquet.}