LA GOVERNANCE LOCALE PARTECIPATA
MARIO D’ANDRETA
PROGRAMMA
La gestione della governance locale partecipata
 Presupposti
 Obiettivi
 Metodologia
 Strumenti e tecniche
 Fasi del processo
PREMESSA
 La governance locale partecipata si realizza attraverso il coinvolgimento attivo di tutti gli
stakeholder di un territorio (pubblici e privati, locali e centrali, for profit e senza scopo di lucro,
individuali e collettivi) alla progettazione e realizzazione dei beni e servizi utili al suo sviluppo
economico e sociale e al miglioramento della qualità della vita delle comunità che lo abitano.
 Essa si basa sulla valorizzazione della molteplicità di vedute e di interessi rappresentate da
questi differenti soggetti, quale risorsa fondamentale per realizzare forme di sviluppo equilibrato
e sostenibile, a partire dalle esigenze e potenzialità dei territori e dal presupposto della fiducia
reciproca quale fondamento per un lavoro comune di costruzione di scenari, obiettivi e strategie
condivisi.
PRESUPPOSTI
Il concetto di governance
Nato nel lessico della scienza politica, in particolar modo di scuola anglosassone, il termine viene per lo più utilizzato nella
originale forma inglese, per indicare una modalità di azione e di governo reticolare e sinergica, in grado di coinvolgere
tutte le componenti che determinano l’equilibrio complessivo di un dato sistema politico ed amministrativo: ciò in base
all’assunto che la più ampia partecipazione di attori altrimenti esclusi dai processi decisionali sia condizione di politiche
pubbliche più efficaci ed efficienti in quanto maggiormente rispondenti ai bisogni della comunità.
Nei casi di traduzione del termine, si parla per lo più di “sistema allargato di governo”, “governo multilivello”, “governo
multi-attore”, per sottolineare il coinvolgimento di processi e attori non sempre automaticamente ricompresi nella nozione
tradizionale di governo.
Il concetto di governance si distingue da quello di government, più strettamente ancorato al modello rappresentativo e
riferito alle relazioni che intercorrono tra le istituzioni formalmente preposte al governo di una comunità.
PRESUPPOSTI
Il concetto di governance
La governance è il processo con il quale vengono collettivamente risolti i problemi rispondendo ai bisogni dl
una comunità sociale.
Essa rappresenta un sistema innovativo di realizzazione del policy making, nel quale il processo di decisione
è la risultante di un’interazione tra soggetti diversi che condividono responsabilità di governo (soggetti
istituzionali, terzo settore, soggetti della società civile); un sistema di governo a rete, dove la guida delle
politiche ha una titolarità diffusa.
Nel Government, si ha invece un intervento topdown, nel quale il soggetto pubblico ha la titolarità esclusiva
di una politica pubblica all’interno di un sistema piramidale e gerarchico.
PRESUPPOSTI
Il concetto di governance
Si ha una buona governance quando nella comunità sociale le azioni del governo (come strumento istituzionale) si
integrano con quelle dei cittadini e le sostengono.
La governance si attua con processi di democrazia attiva che catalizzano e facilitano un processo continuo di
empowerrment e cambiamento. Essa si basa sull'integrazione di due ruoli distinti: quello di indirizzo programmatico
(governo) e quello di gestione e fornitura di servizi (strutture operative ed amministrative).
Un governo è strumento di buona governance quando applica principi per il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei
cittadini: centralità del cliente-cittadino, capacità di creare visioni condivise sulle prospettive di sviluppo (anticipazione e
gestione proattiva dei cambiamenti), comportamenti amministrativi (missioni) coerenti con tali visioni, definizione di
risultati attesi e gestione snella per realizzarli, apprendimento continuo, apertura al mercato, partecipazione e non
gerarchia, conferimento di responsabilità e potere alle varie componenti del sistema sociale, perseguendo federalismo,
frattalismo, flessibilità ed apertura organizzativa (networking e partnership).
PRESUPPOSTI
Il libro bianco sulla governance Europea
Approvato dalla Commissione Europea il 25/7/2001
Propone una maggiore apertura nel processo di elaborazione delle politiche dell’Unione Europea ai cittadini,
alle istituzioni regionali e locali così da garantire una partecipazione più ampia e politicamente significativa
alla definizione e presentazione delle scelte di fondo, incoraggiando una maggiore apertura e
responsabilizzazione delle parti in causa.
PRESUPPOSTI
I principi della buona governance
 Apertura
capacità di spiegare con linguaggio accessibile e comprensibile ad un pubblico vasto che cosa si fa e in che cosa consistono le
decisioni che si adottano
 Partecipazione
un’ampia partecipazione consente di aumentare la fiducia sul risultato finale di una politica pubblica e sulle istituzioni da cui
una politica emana
 Responsabilità
chiarezza nella distribuzione di ruoli, compiti ed impegni nell’elaborazione ed attuazione delle politiche
 Proporzionalità
la scelta del livello sul quale la politica interviene (sovrazionale, zonale, comunale ecc.) e degli strumenti da utilizzare deve
essere proporzionata agli obiettivi perseguiti
 Sussidiarietà
esperienze innovative di cooperazione finalizzate alla costituzione di reti inter-istituzionali fra soggetti di pari livello istituzionale
(sussidiarietà orizzontale) o di diverso livello istituzionale (sussidiarietà orizzontale)
PRESUPPOSTI
Le specificità della governance locale
In primo luogo, l’Ente che opera a livello locale è quello che, rispetto ad altri, deve tenere conto del maggior
numero di altri livelli istituzionali nazionali e sovranazionali nello svolgimento delle proprie attività, come
prima citato. Esso è, inoltre, l’unico, tra i tanti che operano a livello locale, con una responsabilità politica
sottoposta al livello più contiguo possibile di scrutinio democratico.
La contiguità delle Amministrazioni locali con i cittadini o utenza finale, la pluralità di attori coinvolti dal
processo decisionale locale costituiti dalla società civile nelle sue diverse articolazioni, nonché la loro stessa
natura di erogatori prevalentemente diretti di servizi pubblici, pongono infatti in primo piano, ancor più che
per gli altri livelli istituzionali, il problema della qualità dei servizi e della soddisfazione degli utenti, cittadini
e imprese.
PRESUPPOSTI
Il paradigma dello sviluppo locale
L'espressione sviluppo locale è utilizzata per indicare una grande varietà di posizioni culturali, scientifiche e politiche; una diversità spesso
contraddittoria, di riferimenti teorici e metodologici; una molteplicità di pratiche e di esempi.
Lo sviluppo locale è un aumento qualitativo delle capacità del territorio di agire, reagire, programmare e gestire situazioni complesse. A livello di
popolazione locale lo sviluppo si individua in un aumento delle libertà personali dato dall'aumento della "capacitazione".
Per leggere lo sviluppo locale non possiamo guardare solo ad aspetti come il PIL pro-capite locale o alla crescita delle transazioni economiche, ma
bisogna guardare a complessi aspetti sociali e politici che si sviluppano sul territorio e determinano vantaggi competitivi che il solo mercato non
potrebbe realizzare. Attraverso la cooperazione fra attori e la creazione di reti di attori stabili nel tempo aumenta la capacità di visione e di azione.
"Lo sviluppo locale è dunque un processo di cooperazione e cambiamento [...] finalizzato a produrre beni collettivi locali (infrastrutture e servizi per la
comunità locale), in cui è di fondamentale importanza il ruolo degli attori locali per alimentare una strategia di valorizzazione delle risorse locali" (
Ciapetti, 2010)
Lo sviluppo locale si può generare spontaneamente, o può essere indotto dall'azione degli attori sul territorio: ad esempio esistono agenzie di sviluppo
pubbliche e private che offrono i loro servizi in questo campo.
In Italia lo sviluppo locale è stato promosso anche con le politiche dei Patti Territoriali, i Piani Strategici e altre iniziative di tipo regionale (PIT, POR
ecc.), e viene promosso attualmente attraverso i Gruppi di azione locale (GAL), che è un gruppo composto da soggetti pubblici e privati che elaborano
il piano di azione locale (PAL) e gestiscono i contributi finanziari erogati dall’Unione europea e dai fondi strutturali.
PRESUPPOSTI
Il principio di sussidiarietà
Il principio di sussidiarietà può essere definito come un criterio organizzativo degli enti istituzionali e di allocazione delle competenze in materia di erogazione dei
servizi, finalizzato a consentire il migliore esercizio delle funzioni pubbliche.
Esso viene assunto in una duplice accezione:
 verticale
Riferito all’attribuzione delle funzioni amministrative all’ente territoriale minore, con possibilità di surrogazione da parte degli enti territoriali via via superiori
nel caso in cui le capacità e le risorse dell’ente minore non permettano un pieno, efficace ed efficiente raggiungimento degli scopi prefissati.
 Orizzontale
Riferito a forme di collaborazione fra settore pubblico e settore privato, in base alle quali il primo agevola lo svolgimento di attività di interesse generale da
parte del secondo: ciò avviene essenzialmente su stipulazione di un rapporto convenzionale che provvede a regolare i rapporti fra pubblica amministrazione e
soggetto priva-to che svolge l’attività o eroga il servizio.
Il principio di sussidiarietà orizzontale si connette strettamente con quello di partecipazione. Sebbene si tratti di concetti formalmente distinti, partecipazione e
sussidiarietà sono entrambi riconducibili ai più generali principi di collaborazione e solidarietà. Nel modello della democrazia partecipativa la collaborazione dei
privati si limita al piano dei processi decisionali; nel modello della sussidiarietà la collaborazione si spinge fino al piano dell’attuazione concreta delle decisioni,
grazie alla promozione di forme di empowerment della società civile.
Il principio di sussidiarietà è stato attuato in Italia a partire dalle riforme amministrative degli anni ’90 ed infine sancito nella Carta costituzionale con la riforma del
2001. A livello regionale, esso trova oggi ulteriore riconoscimento nella gran parte degli statuti regionali e della relativa normativa di attuazione
PRESUPPOSTI
Il principio di inclusione
L’inclusione costituisce uno degli aspetti qualificanti della democrazia partecipativa, e consiste nella capacità di far
partecipare tutti coloro sui quali ricadono le conseguenze della decisione.
Il livello di inclusività è destinato ad incidere profondamente sull’efficacia e sugli esiti del processo partecipativo: più esso è
alto più si scongiura il rischio di esclusione di soggetti rilevanti ma con scarso potere di pressione nonché il rischio di
generalizzazione di opinioni non rappresentative ma convergenti con gli obiettivi del decisore tali da ridurre il conflitto
preventivo ma non quello successivo, potenzialmente legato all’ipotesi di intervento pubblico.
Affinché un processo partecipativo sia realmente inclusivo occorre effettuare una preliminare analisi di contesto circa i
soggetti coinvolti (effettivi e potenziali) e i relativi interessi in gioco.
Il criterio di selezione degli attori da includere non può fare riferimento alla giuridicità dell’interesse (che può ancora non
esserci) né alla rappresentatività dei soggetti (che rischia di spostare la partecipazione verso forme di difesa corporativa),
bensì al mero dato oggettivo della esposizione agli effetti della decisione pubblica in virtù del rap-porto che lega i soggetti al
territorio di riferimento
PRESUPPOSTI
Il concetto di capitale sociale
Il concetto di capitale sociale è stato introdotto a partire dagli anni ’80 nell’ambito degli studi che analizzano le dinamiche di
sviluppo della società: esso viene utilizzato per indicare l’insieme dei bagagli relazionali e valoriali che ciascun soggetto
costruisce nel corso della propria esistenza in una determinata società e quindi, più in generale, l’insieme delle relazioni
interpersonali formali ed informali che intercorrono fra gli individui, essenziali per il funzionamento di società complesse ed
altamente organizzate.
Il cuore della teoria del capitale sociale risiede nella constatazione che l’unione di soggetti dal bagaglio valoriale ed
esperienziale diverso rende possibile risolvere problemi collettivi, in quanto facilita l’azione coordinata degli individui e
migliora quindi l’efficienza della società nel suo insieme.
Sul capitale sociale come insieme di beni relazionali prodotti dai processi inclusivi fanno perno i concetti di amministrazione
condivisa e di democrazia partecipativa: lo scambio reciproco di relazioni non basate unicamente sull’utilità individuale può
generare un circolo virtuoso di esperienze, conoscenze e informazioni tale da rendere possibile il raggiungi-mento di scopi
altrimenti non perseguibili a livello individuale.
PRESUPPOSTI
La comunità locale
È un ambito a cui vengono oggi associate caratteristiche e potenzialità di un certo interesse in quanto livello più fertile per la
creazione di senso civico e di cittadinanza attiva. In particolare, la comunità locale è una dimensione che consente l’attivazione di
dinamiche relazionali in grado di conservare e rigenerare il tessuto sociale; che rende maggiormente praticabili processi partecipativi
e di collaborazione fra istituzioni e associazionismo; che può più facilmente innescare programmi di sviluppo locale anche in termini
economici, alimentando un sistema civico contraddistinto da fiducia, tolleranza e solidarietà.
Negli sviluppi più recenti la comunità, in contrapposizione alle grandi entità tradizionali come lo Stato, diventa motore di
sostenibilità.
La democrazia partecipativa ha il ruolo di valorizzare i saperi d’uso e l’intelligenza collettiva, indirizzando il produrre, l’abitare, il
consumare verso forme relazionali, solidali, pattizie e comunitarie, sviluppando reti civiche e forme di autogoverno responsabile
delle comunità locali.
L’individuazione della comunità di riferimento è un problema chiave nella definizione dello statuto giuridico dei beni comuni: la
comunità si definisce in ragione dei legami sociali di solidarietà che esistono o dovrebbero instaurarsi in relazione alla fruizione dei
beni comuni presenti nella comunità stessa; esiste quindi una relazione circolare per cui i primi sono costitutivi della seconda e
viceversa.
PRESUPPOSTI
Il concetto di partecipazione
Riconducibile al novero delle parole-mito, la cui capacità evocativa e simbolica è inversamente proporzionale alla delimitazione concettuale ed
empirica, il termine viene utilizzato per indicare varie forme e vari livelli di coinvolgimento dei membri di una collettività nel governo della
stessa, con possibilità di concorrere a determinare gli obiettivi principali della vita della collettività, il modello di convivenza verso cui tendere,
la destinazione delle risorse e la distribuzione dei costi e dei benefici.
Le modalità di partecipazione al governo della collettività si articolano in livelli di varia intensità, che si differenziano tra di loro per l’incidenza
del ruolo esercitato dai privati nell’ambito dei processi decisionali pubblici. Un elevato grado di partecipazione è tratto caratterizzante della
democrazia, intesa come forma e metodo di governo di collettività di qualsiasi tipo e scala. Scarsi livelli di partecipazione sono indicatori di
marginalità politica, economica e sociale.
Il coinvolgimento della società civile nella costruzione e implementazione delle politiche pubbliche costituisce oggi uno dei tratti fondamentali
della riflessione sulla democratizzazione delle istituzioni e la qualità dei processi decisionali. Il rilancio del tema della partecipazione discende
dalla constatazione che il processo di allargamento della democrazia nella società contemporanea non può avvenire soltanto attraverso
l’integrazione della democrazia rappresentativa con la democrazia diretta ma richiede una più decisa estensione della democratizzazione,
intesa come costante relazionamento delle istituzioni con la società civile. Si parla, in proposito, di democrazia sostanziale e di democrazia
sociale per indicare il passaggio della democrazia dalla sfera strettamente politica alla sfera sociale, ove l’individuo viene preso in
considerazione non soltanto come cittadino bensì nella molteplicità dei suoi status (malato, lavoratore, consumatore, immigrato, ecc.).
Nell’ordinamento italiano il principio di partecipazione trova esplicito riconoscimento nella Costituzione.
PRESUPPOSTI
La democrazia partecipativa
Per democrazia partecipativa si intende un modello in cui la partecipazione è assunta quale metodo di governo della cosa pubblica, in base a criteri di
inclusione, collaborazione e stabilità del confronto fra istituzioni e società civile: in particolare essa si configura come un’interazione entro procedure
pubbliche (amministrative, normative, di controllo) fra società e istituzioni, che mira, mediante forme collaborative di gestione dei conflitti, a produrre di
volta in volta un risultato unitario in funzione del miglior perseguimento dell’interesse generale.
Sebbene le origini della democrazia partecipativa vengano generalmente individuate nel contesto latinoamericano della fine del novecento, in Italia
l’espressione è già utilizzata a partire dalla fine degli anni ’60 per indicare il tipo di democrazia delineata dalla Carta costituzionale: un modello basato
sulla complementarietà degli istituti e delle dinamiche della democrazia rappresentativa, della democrazia diretta e della democrazia partecipativa, tale
da identificare la democrazia proclamata dall’art. 1 della Costituzione con la partecipazione permanente di tutti alla gestione della cosa pubblica.
Il modello su cui si basa la democrazia partecipativa non è quello della delega del potere né quello del suo esercizio esclusivo bensì quello della
collaborazione; l’obiettivo non è la rivendicazione del potere bensì un relazionamento costante fra soggetti pubblici e società civile, che dovrebbe
caratterizzare l’intero processo decisionale (programmazione, progettazione e analisi ex ante, attuazione e implementazione, valutazione dei risultati).
Sul piano dell’assetto politico-istituzionale la democrazia partecipativa deve tradursi in regole organizzative e procedurali, al fine di garantire la
correttezza ed efficacia dei processi partecipativi attivati e il soddisfacimento dei diritti di partecipazione dei soggetti coinvolti. La scarsa efficacia di
molte esperienze partecipative dipende ancora oggi, principalmente, dalla assenza di regole e di garanzie adeguate, ossia dalla scarsa percezione della
partecipazione quale oggetto e obiettivo di una politica pubblica ad hoc oltre che fase accessoria delle politiche di settore.
PRESUPPOSTI
Concertazione e partecipazione
Con il termine concertazione ci si riferisce ad una pratica di governo basata sul confronto e la partecipazione alle decisioni politiche
da parte delle organizzazioni rappresentative di interessi.
È un possibile livello di partecipazione basato sul confronto negoziale e la ricerca di accordi, rispetto ai quali le parti contraenti si
impegnano ad uniformare le scelte e i comportamenti di propria competenza. Mira a creare forme di partenariato stabile fra
istituzioni e stakeholder, attivando il confronto fra soggetti istituzionali, autonomie funzionali e soggetti privati per individuare
soluzioni a problemi generali o settoriali.
Pur trattandosi di una forma di partecipazione, la concertazione si differenzia dagli istituti della democrazia partecipativa
strettamente intesa:
 essa non ha scopo conoscitivo bensì politico, in quanto mira a consentire forme di mediazione sul contenuto della decisione;
 non è inclusiva, poiché si rivolge a categorie e gruppi sociali precostituiti;
 non riguarda l’intero processo decisionale ma si esaurisce nella fase iniziale dello stesso;
 non mira alla rilevazione del più ampio quadro di opinioni e informazioni in vista del soddisfacimento dell’interesse generale
bensì alla conciliazione di interessi antagonisti.
PRESUPPOSTI
La deliberazione pubblica
Il tema della deliberazione pubblica, strettamente connesso a quello delle arene deliberative, costituisce uno dei profili più
innovativi degli studi di scienza politica dell’ultimo ventennio.
Il significato del termine deliberazione, che nella lingua italiana richiama prettamente, ma erroneamente, l’idea di decisione,
deve ricercarsi nel lessico anglosassone, ove il verbo to deliberate viene utilizzato ponendo in risalto l’aspetto partecipativo
e consensuale rispetto al momento della mera decisione: quest’ultima, singola tappa di un processo più ampio, si qualifica
per il carattere dialogico del confronto.
In questi termini il valore della deliberazione sta nella comunicazione deliberativa caratterizzata da reciprocità, sincerità,
rispetto, finalità di mutua comprensione. Tale rilettura del concetto di deliberazione intende superare i limiti derivanti dalla
chiusura verso gli attori sociali, tipica del processo decisionale rappresentativo: le sperimentazioni di democrazia
deliberativa, diffusesi a partire dai paesi di cultura anglosassone e tedesca, rifiutano un modello decisionale standard,
valorizzando piuttosto l’elasticità e la duttilità del processo al fine di plasmarne le fasi e le tecniche sull’obiettivo da
raggiungere e sui bisogni da soddisfare.
PRESUPPOSTI
La democrazia deliberativa
Nell’ambito delle teorie che si rifanno alla partecipazione quale principio e metodo di governo delle democrazie complesse,
la teoria della democrazia deliberativa si basa specificamente sul carattere inclusivo e deliberativo dei processi decisionali: il
primo elemento assicura che tutti i soggetti potenzialmente interessati all’oggetto della deliberazione possano esservi
coinvolti; il secondo richiama il concetto di consenso razionale, quale esito di un processo deliberativo basato sullo scambio
di informazioni e di argomenti confortati da ragioni. Il metodo della democrazia deliberativa non si rifà al conteggio dei voti
tra posizioni precostituite, come nel principio di maggioranza, né alla negoziazione tra interessi dati, bensì alla discussione
basata su argomenti razionali tra tutti i soggetti coinvolti nell’arena deliberativa su un tema specifico.
Nell’interpretazione dominante la teoria della democrazia deliberativa, diffusasi a partire dal mondo anglo-americano della
seconda metà del secolo scorso, viene intesa come una forma di democrazia partecipativa, ma caratterizzata da un
perimetro più definito e circoscritto: in base al luogo in cui essa viene realizzata si distingue fra democrazia deliberativa a
forte istituzionalizzazione (le c.d. arene deliberative, dove i partecipanti si incontrano consapevoli di contribuire a quel
processo decisionale) e democrazia deliberativa a debole istituzionalizzazione (forme di relazione in contesti istituzionali non
specificamente dedicati).
PRESUPPOSTI
Le politiche pubbliche
Sistemi articolati e coerenti di scelte e di azioni condotte dal decisore pubblico, nella forma di atti normativi e/o provvedimenti amministrativi,
al fine di fornire una risposta efficace a problemi di rilevanza pubblica e/o collettiva.
La partecipazione alle politiche pubbliche, che può articolarsi in una molteplicità di forme e di fasi con finalità parzialmente diverse,
rappresenta il cuore della democrazia partecipativa, in quanto condizione della qualità e dell’efficacia dei relativi processi decisionali. Sotto
questo profilo, le politiche pubbliche possono definirsi come configurazioni istituzionalizzate di problemi, soluzioni, attori, partecipanti e
destinatari, nell’ambito delle quali l’innesto di processi partecipativi è reso necessario dalla crescente complessità e trasversalità delle
politiche stesse, considerando che:
 la legislazione è complicata dalle grandi trasformazioni nell’economia e nei rapporti tra pubblico e privato;
 le politiche non sono più riconducibili ad un unico attore istituzionale e presuppongono l’intervento di un insieme disparato di soggetti
pubblici e privati;
 il coinvolgimento di settori differenziati rende multiforme l’attività di individuazione dei bisogni e perciò determinante l’utilizzo delle
competenze esperienziali dei destinatari.
A livello regionale si registra una tendenza crescente a riconoscere la funzionalità della partecipazione rispetto all’efficacia delle politiche
pubbliche: molte leggi esplicitamente assumono la partecipazione come “metodo di relazione” o “criterio generale di sviluppo dei processi
decisionali”, o ancora come “strumento strategico per il governo” del settore, precisando come la stessa debba contraddistinguere le fasi
della programmazione, della attuazione e della valutazione degli effetti delle politiche.
PRESUPPOSTI
Le politiche partecipative
Possono intendersi come un metodo per decidere, attuare e valutare le politiche pubbliche, volto ad assicurare il carattere
inclusivo dei relativi processi decisionali: in questo caso la partecipazione viene in rilievo come strumento di governo delle
politiche di settore.
Possono anche intendersi come politiche pubbliche ad hoc, aventi come oggetto e obiettivo specifici la promozione della
partecipazione attraverso interventi mirati di tipo incentivante: in questo caso i settori di intervento sono generalmente
quelli della educazione alla cittadinanza, della formazione, dell’empowerment, della informazione e della comunicazione
pubblica.
Gli strumenti utilizzati in questi ambiti mirano a diffondere la conoscenza e la sperimentazione concreta delle tecniche
partecipative (es. laboratori, scuole di cittadinanza, ecc.).
PRESUPPOSTI
La partecipazione istituzionale
Coinvolgimento di soggetti di tipo istituzionale nei processi decisionali sottostanti le politiche pubbliche, realizzato secondo le logiche e
mediante gli strumenti della democrazia partecipativa.
Costituisce una forma di concretizzazione della teoria del federalismo cooperativo nonché del principio costituzionale di leale
collaborazione, che ha trovato esplicito riconoscimento in alcune regole finalizzate ad ispirare i reciproci rapporti tra stato, regioni, città
metropolitane, province e comuni.
La promozione di un agire congiunto fra istituzioni distinte, imposta dalla crescente pluralità degli attori istituzionali coinvolti nelle
politiche e dalla conseguente integrazione delle rispettive competenze, è funzionale ai principi di efficienza ed efficacia dell’azione
pubblica.
Principale strumento di partecipazione istituzionale è l’intesa, che tuttavia non costituisce l’unica forma possibile di raccordo. Il
protocollo d’intesa è strumento che si presta particolarmente a disciplinare i rapporti fra regione ed enti locali nell’attuazione di processi
partecipativi.
Nelle regioni che hanno adottato un’apposita normativa il ricorso al protocollo fa sì che gli enti locali siano indotti ad adeguarsi ad essa
pur mantenendo la propria autonomia organizzativa: in tale ambito esso è infatti associato alla previsione di incentivi, ai quali gli enti
locali possono accedere solo ove si impegnino ad adottare gli strumenti partecipativi previsti dalla normativa regionale. Questo modello
è stato adottato, ad esempio, dalla legge della Toscana sulla partecipazione e dalla legge del Lazio sul bilancio partecipativo.
PRESUPPOSTI
L’amministrazione condivisa
Modello di azione amministrativa che intende contrapporsi a quello tradizionale dell’amministrazione quale esercizio di un potere impositivo e
unilaterale, messo in discussione con la progressiva apertura del procedimento amministrativo (diritto di accesso, partecipazione al procedimento,
comunicazione pubblica, ecc.).
Il modello dell’amministrazione condivisa si fonda su una visione sostanzialmente paritaria del rapporto fra decisore e cittadino, pur nel
riconoscimento di compiti e responsabilità distinte, e sulla valorizzazione di strumenti di dialogo e collaborazione. Il dialogo e l’aspetto
comunicativo trovano riferimento nella disciplina delle attività di informazione e comunicazione pubblica.
L’aspetto più propriamente collaborativo trova fondamento nella teoria della amministrazione catalitica elaborata negli anni ’90: l’amministrazione
post-burocratica deve agire come una sorta di catalizzatore, non prendendo le decisioni in prima persona ma cercando di prenderle con altri o di
farle prendere da altri, ossia stimolando la partecipazione, l’iniziativa e la responsabilizzazione della società civile.
Questa prassi dell’amministrare può realizzarsi per iniziativa dell’amministrazione oppure dei cittadini:
 nella prima ipotesi è l’amministrazione che sollecita i cittadini ad affrontare insieme un problema di interesse generale, cui l’amministrazione
da sola non può dare soluzione oppure cui può dare una soluzione migliore alleandosi con i cittadini (v. ad es. la raccolta differenziata dei
rifiuti urbani);
 nella seconda ipotesi sono i cittadini che autonomamente si propongono all’amministrazione come alleati per perseguire insieme l’interesse
generale (v. ad es. le associazioni di volontariato che prestano servizi di carattere socio-sanitario). Tale seconda modalità trova oggi un
fondamento costituzionale esplicito nel principio di sussidiarietà orizzontale.
PRESUPPOSTI
La comunicazione pubblica
Con l’espressione comunicazione pubblica ci si riferisce ai contesto e agli strumenti che permettono ai diversi attori che intervengono nella sfera
pubblica di entrare in relazione tra loro e di confrontare punti di vista e valori per concorrere al comune obiettivo di realizzare l’interesse della
collettività.
Al pari dell’informazione pubblica, essa è ormai considerata una vera e propria funzione dei soggetti pubblici. A seconda dei soggetti che la attivano,
degli oggetti dei quali si occupa e delle finalità specifiche che si pone, la comunicazione pubblica può declinarsi in:
 comunicazione istituzionale
proviene dalle istituzioni pubbliche ed è finalizzata a renderne note le attività e le funzioni, a sostenerne l’identità e il punto di vista;
 comunicazione sociale
proviene da soggetti, pubblici o privati, che svolgano attività di interesse generale ed è incentrata su problematiche di carattere sociale;
 comunicazione politica
proviene istituzioni pubbliche e partiti politici ed è incentrata su argomenti controversi rispetto a cui si sostengono specifici punti di vista.
Nella prospettiva della democrazia partecipativa, la comunicazione istituzionale e la comunicazione sociale assumono rilievo in quanto precondizioni,
ossia strumenti preliminari indispensabili per consentire una effettiva partecipazione. Esse mirano infatti a realizzare forme di interlocuzione stabile fra le
istituzioni e i soggetti della società civile, volte a consentire l’ascolto dei cittadini e a sollecitare la loro partecipazione alle scelte che orientano le
politiche pubbliche.
PRESUPPOSTI
La facilitazione
La facilitazione di gruppo è un processo in cui una persona, unanimemente selezionata da tutti i membri del gruppo in quanto
neutrale e priva di autorità decisionale sulle questioni da trattare, conduce un’analisi ed interviene per aiutare il gruppo a migliorare
il modo in cui si identificano e risolvono i problemi, e si prendono le decisioni in modalità condivisa ed inclusiva.
Riguarda una serie di comportamenti finalizzati a migliorare il lavoro di gruppo in termini di efficacia sul piano dei contenuti,
soddisfazione sul piano delle relazioni, coerenza con i valori e le finalità delle persone che lo costituiscono; è quindi molto utile nei
contesti in cui una pluralità di attori è chiamata ad esplicitare opinioni, suggerimenti, proposte in merito ad un argomento.
In genere la facilitazione è attuata da una precisa figura, il facilitatore; ma a volte, nei gruppi che hanno esperienza, tale funzione
può essere attuata contemporaneamente, e secondo una prestabilita dinamica, da diversi membri interni al gruppo, o anche da tutti
i membri.
Esistono numerose tecniche di facilitazione, che è necessario adattare al contesto di riferimento, al livello di partecipazione che si
intende attivare, agli obiettivi da raggiungere. Tali tecniche devono essere inserite all’interno di un percorso, che per essere efficace
non può esaurirsi in un singolo incontro e deve curare nel dettaglio anche le fasi di analisi dei presupposti e di restituzione degli
esiti.
PRESUPPOSTI
Scala della partecipazione
PRESUPPOSTI
La consultazione
La consultazione rappresenta il livello di partecipazione in cui gli attori sono ascoltati e dovrebbero avere l’opportunità di influenzare le decisioni, tramite
le informazioni e le opinioni che forniscono. Essa consiste in una rilevazione metodologicamente rigorosa delle percezioni e delle valutazioni dei
destinatari degli interventi ipotizzati, circa le esigenze rilevanti e la natura, l’entità e la distribuzione socio-temporale e spaziale degli effetti della
decisione stessa, con particolare riferimento ai costi e ai benefici attesi.
In quanto istituto tipico di democrazia partecipativa, la consultazione deve :
 coinvolgere un ventaglio ampio e differenziato di soggetti, da individuare di volta in volta ad opera dell’istituzione procedente, in relazione
all’oggetto e alla complessità dell’intervento e alle diverse categorie di destinatari;
 caratterizzare l’intero processo decisionale, attraverso strumenti che assicurino un percorso circolare e progressivo delle informazioni, sia nella fase
ex ante del processo decisionale che in quella ex post di attuazione e valutazione degli effetti prodotti.
La consultazione diventa efficace se chi amministra con l’intenzione di promuovere politiche pubbliche di qualità ne utilizza le procedure per mirare alla
costruzione di processi decisionali realmente inclusivi, apprestando allo stesso tempo garanzie per assicurare un’adeguata considerazione dei risultati
della partecipazione.
Essa può sconfinare in dinamiche di tipo concertativo che, in quanto non inclusive, non consentono a ciascun soggetto interessato di contribuire alla
decisione arricchendo le informazioni utili alla valutazione, esprimendo il proprio punto di vista e proponendo idee per lo sviluppo di obiettivi e
alternative. Per altro verso, la consultazione può limitarsi all’indagine sistematica sulle esigenze dei cittadini (sondaggi, questionari, interviste, ecc.) e
all’ascolto passivo delle opinioni e delle proposte espresse (pubbliche audizioni, forum, consulte, ecc.); tali attività non assicurano però che le
preoccupazioni e le idee delle persone vengano prese in considerazione.
PRESUPPOSTI
La cooperazione
Nella sua forma originaria la cooperazione è una forma organizzata di solidarietà fra gli individui, basata sulla naturale
propensione dell’uomo ad associarsi per affrontare le difficoltà e gli ostacoli comuni.
La cooperazione può fornire importanti presupposti per la realizzazione di fini tipici della democrazia partecipativa: in
particolare per ciò che concerne le modalità di implementazione di determinati progetti e di attuazione del principio di
sussidiarietà, che richiedono di ampliare il bacino degli attori coinvolti, concepiti come parte fondamentale di un processo
decisionale e come soggetti meritevoli di inclusione sociale.
La Costituzione italiana fa riferimento alla cooperazione all’art. 45, ove afferma che «La Repubblica riconosce la funzione
sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata».
Tale principio pone la base anche per caratteristiche fondamentali delle imprese cooperative in relazione agli scopi per cui
nascono: capacità di offrire beni e servizi a costi più vantaggiosi di quelli di mercato; possibilità per chiunque lo voglia di
aderire ad una data cooperativa; possibilità di fruire dei servizi.
PRESUPPOSTI
La capacitazione
Il termine (dall’inglese capability, trad. lett. “qualità di essere capace”) viene utilizzato per indicare una sorta di “abilità di fare cose”. Esso si è
diffuso in particolare nell’ambito della riflessione sulla sostenibilità dei modelli di sviluppo locale, basata sulla valorizzazione dei c.d. saperi
d’uso e sulla costruzione di competenza: attraverso la cooperazione fra diversi attori e la creazione di opportunità e di network stabili nel
tempo aumenta la capacità di visione e azione del singolo e della comunità di riferimento.
L’utilizzo del termine capacitazione intende superare il riferimento alle capacità umane in senso stretto (in inglese abilities), richiamando
piuttosto l’idea delle capabilities, ovvero le capacità che la società può valorizzare e incrementare nell’individuo grazie a politiche pubbliche di
tipo abilitante (empowerment).
Il concetto di capacitazione assume un rilievo centrale nel modello della democrazia partecipativa, poiché ne sviluppa i caratteri di inclusività,
collaborazione, solidarietà ed eguaglianza sostanziale. In particolare, esso intende smascherare l’ambiguità che il termine libertà ha assunto
nelle democrazia contemporanee, ove gli individui possono trovarsi in situazioni di apparente libertà complessiva (nei paesi industrializzati
generalmente nessuno proibisce di fare alcunché, purché nell’ambito della legalità), ma non per questo vivere una condizione di piena
libertà: il paradosso delle democrazie contemporanee è, infatti, che gli individui vengono apparentemente lasciati liberi di agire, ma in realtà
essi versano in una condizione di estrema sprovvedutezza circa la propria capacità di scegliere sulla base di una volontà liberamente formata
e quindi di partecipare criticamente al processo di adozione delle scelte che li riguardano.
OBIETTIVI
Lo sviluppo di una visione e progettualità condivise
L’attivazione di un processo di governance locale partecipata mira alla creazione di un apposito setting
organizzativo volto allo sviluppo di una visione condivisa tra cittadini e portatori di interesse rispetto alle
politiche e progetti locali da realizzare, in modo che l’intervento possa rispondere al meglio alle esigenze del
territorio e dunque contribuire a migliorare la vita dei suoi cittadini.
Il percorso partecipativo mira inoltre a favorire il consolidamento delle reti sociali, incrementare il senso di
appartenenza dei cittadini alla propria comunità e di responsabilità rispetto alle sue trasformazioni.
OBIETTIVI
Lo sviluppo di una comunità competente
In tal senso l’adozione di un modello di governance locale partecipata consente di promuovere lo sviluppo di
una comunità consapevole dei propri bisogni e delle proprie risorse, in grado di ampliare gli spazi di
confronto, partecipazione, progettualità nel rispetto delle differenze e delle caratteristiche proprie dei soggetti
e delle istituzioni che vivono al suo interno.
I gruppi sociali possiedono le competenze e la motivazione per intraprendere attività volte al miglioramento
delle condizioni di vita.
OBIETTIVI
Questi obiettivi si possono declinare in tre macro-aree
Aumentare la qualità delle
decisioni
 Conoscenza, competenze ed
esperienza
 Affrontare la complessità
 Apprendimento reciproco
 Individuazione immediata di
conflittualità
 Valorizzazione della diversità
e della multi-settorialità
Democratizzare il processo
decisionale
 Governance orizzontale
 Orientare e non subire i cambiamenti
(sociali, ambientali, tecnologici, ecc.)
 Rappresentatività di opinioni e valori
 Fiducia verso i decisori
 Desiderio di intervenire in prima
persona
 Evitare le controversie a posteriori
Costruire coesione sociale
 Condivisione di valori
 Capitale sociale
 Senso di appartenenza
 Co-responsabilità
 Creazione di network
collaborativi, informativi e
fiduciari
 Raggiungimento del consenso
METODOLOGIA
Precondizioni della partecipazione
Oltre che dalla qualità dei processi decisionali, volte ad analizzare l’opportunità e l’adeguatezza delle soluzioni prescelte,
l’efficacia delle politiche pubbliche in generale, e delle politiche partecipative in particolare, dipende anche da un insieme di
condizioni esterne, riguardanti non l’oggetto delle politiche strettamente inteso, bensì il contesto in cui queste si calano.
A tal fine non basta soffermarsi sul processo decisionale in senso stretto, che dovrà comunque rispettare i canoni della
democrazia partecipativa, ma occorre cogliere l’apporto specifico derivante da strumenti e attività ulteriori, quali:
 informazione pubblica e comunicazione pubblica, senza le quali verrebbe meno la possibilità per le istituzioni di
interagire con i destinatari delle politiche;
 sensibilizzazione, ovvero attività volta alla capacitazione e all’empowerment della società civile;
 educazione alla cittadinanza e formazione, per la creazione di competenze funzionali alle esigenze ed alle sfide posti
dall’attuazione di interventi pubblici di qualità;
 alfabetizzazione informatica, per garantire l'accesso alle nuove tecnologie ed il superamento del divario digitale
METODOLOGIA
L’approccio bottom up
Bottom up e top down sono espressioni spesso usate per distinguere i metodi, gli interessi, le attività della comunità
(bottom up) da quelli di governo (top down). Un efficace processo partecipativo richiede entrambi.
Nella modalità bottom up un percorso di auto-organizzazione dal basso cresce fino a coinvolgere uno o più livelli
istituzionali, e ai partecipanti è offerta la possibilità di diventare protagonisti: proponendo i temi da mettere in agenda,
influendo sull’esito del processo, assumendo ruoli deliberativi.
Nella modalità top down l’iniziativa parte dal versante istituzionale per coinvolgere i cittadini e la società civile: il principale
rischio connesso a questa modalità è che il coinvolgimento dei cittadini si risolva in mere azioni informative o di ricerca del
consenso, mentre sarebbe necessario che le istituzioni e le amministrazioni locali riconoscessero effettivamente il valore
democratico e propositivo della partecipazione.
METODOLOGIA
L’individuazione del problema
Nei processi partecipativi la precoce individuazione dei problemi costituisce uno stimolo alla riflessione e alla
più efficace gestione del percorso.
I problemi si identificano con gli ostacoli, i costi, i conflitti, le incertezze che rendono difficile stabilire cosa
fare.
Difficilmente si riuscirà a trovare una soluzione adeguata se non si sta affrontando il problema giusto; è
pertanto cruciale continuare a chiedersi “È davvero questo il problema?”.
METODOLOGIA
La logica del processo
Si intende per processo un’attività o serie di attività che trasforma, conferendo valore, determinati input in
altrettanti output; ha un punto di inizio e un punto di fine, e comprende attività interfunzionali che utilizzano
risorse e generano valore aggiunto.
Pianificare e gestire un processo partecipativo implica conoscere le caratteristiche e le priorità degli attori
locali, sviluppare capacità di negoziazione e decisione, imparare ad approfittare degli eventi imprevisti,
ammettere flessibilità e riorientamento del progetto, apprendere strada facendo.
Non vanno tralasciati gli aspetti ed i vincoli quantitativi in termini di tempo, costi, risultati.
METODOLOGIA
Il processo decisionale
Deve intendersi come un processo circolare che include l’insieme delle decisioni finalizzate al governo delle politiche pubbliche.
Durante la prima fase vengono formulate, presentate, prese in esame e messe a confronto le diverse opzioni possibili, ma anche
interessi, strategie, progetti e idee. In questa fase la decisione coincide con lo scioglimento della riserva a favore di una di queste
opzioni, con conseguente conversione delle incertezze in certezza, tanto per i decisori quanto per i destinatari delle politiche.
Decidendo si seleziona una specifica versione della realtà che da quel momento in avanti si vuole realizzare, escludendo tutte le
altre soluzioni possibili, e quindi scartando ed accantonando le opzioni alternative che da queste ultime deriverebbero.
Per la delicatezza ed il rilievo di tale compito, non si può prescindere dall’utilizzo di ampi strumenti di analisi, valutazione e
consultazione, capaci di contribuire alla selezione di opzioni di qualità entro le quali operare la scelta ottimale inerente la politica in
gioco.
Il processo decisionale non dovrebbe peraltro arrestarsi alla scelta delle opzioni in campo: esso dovrebbe proseguire in una ulteriore
fase di valutazione degli effetti prodotti dall’intervento. In un circolo decisionale virtuoso gli esiti di questa seconda fase dovrebbero
a loro volta essere considerati quali elementi su cui fondare le decisioni di un eventuale successivo processo decisionale, volto ad
affrontare le problematiche emerse nell’attuazione della soluzione inizialmente prescelta.
METODOLOGIA
La progettazione partecipata
È una forma di progettazione che implica la considerazione di più punti di vista al fine di individuare la migliore soluzione possibile in
termini di piani, progetti e strategie.
Adottare tale approccio sin dalle prime fasi del processo di pianificazione significa chiedersi con chi, che cosa e perché si intenda
partecipare una decisione: ciò consente di identificare i limiti di processo, i presupposti per un percorso coerente ed efficace, gli
strumenti utili alla valutazione degli esiti.
Far interagire differenti capacità, competenze ed esperienze aiuta a rendere più gestibile la complessità sociale, se il riconoscimento
della diversità diviene pratica e il sapere diffuso diviene risorsa, all’interno di una prospettiva in cui tutti sono messi in condizione di
occuparsi del bene comune; l’intelligenza collettiva è, infatti, allenamento all’esercizio continuo di cittadinanza e sovranità. In un
contesto di questo tipo le posizioni contrastanti possono orientarsi verso interessi condivisi, e le idee di ciascuno possono comunque
essere espresse.
Progettare in maniera partecipata consente di creare condizioni di inclusione, le quali generano riconoscimento e senso di
responsabilità.
La cura del come si decide migliora la qualità del cosa si decide.
Riconoscere ai singoli un naturale diritto di ascolto consente di far emergere bisogni e punti di vista sommersi o meno rappresentati.
METODOLOGIA
Gli interessi delle parti
Caratteristica e problema comune dei processi decisionali è quello di non fermarsi al confronto delle posizioni
che le parti hanno deciso di rivendicare bensì di concentrarsi sui loro interessi, ossia su ciò che ha spinto le
parti ad assumere una determinata posizione.
Confrontarsi sulle posizioni può essere sufficiente quando si opera all’interno di sistemi semplici, ma nei
sistemi complessi è necessario aprire un dialogo sugli interessi.
Si tratta di una ricerca molto creativa, poiché per ogni interesse vi è di solito una molteplicità di posizioni
possibili, fra cui anche quella suscettibile di soddisfare tutti.
METODOLOGIA
La logica del progetto
Sforzo complesso, generalmente di durata inferiore ai tre anni, comportante compiti interrelati eseguiti da
varie organizzazioni, con obiettivi, schedulazioni e budget ben definiti.
Può essere pianificato, gestito, monitorato e valutato in modalità partecipata.
Comunicare lo stato di avanzamento e/o gli esiti di un progetto non significa attivare processi partecipativi.
METODOLOGIA
La logica del Project Cycle Management (PCM)
Insieme di strumenti e metodologie di gestione dei progetti integrati e multi-attore adottato nel 1992 dalla Commissione
Europea e riconosciuto come buona pratica internazionale.
La sequenza delle fasi di preparazione e realizzazione dei progetti è stata definita Ciclo del Progetto: comincia con
l’identificazione di un’idea da sviluppare in un piano di lavoro che possa essere realizzato e valutato; le possibili idee-
progetto sono individuate nel contesto di una strategia concordata tra le parti coinvolte; tutti gli attori coinvolti nel processo
sono consultati e le informazioni pertinenti rese disponibili, cosicché decisioni fondate possano essere prese nelle fasi chiave
della vita di un progetto.
È basato sul Logical Framework Approach e finalizzato a migliorare la qualità degli interventi in termini di rilevanza,
fattibilità ed efficacia rispetto alle politiche di contesto, utilizzando criteri e standard di valutazione della qualità dell’idea di
progetto, promuovendo approcci partecipativi, includendo l’analisi del rischio.
Partecipazione e owner-ship da parte dei beneficiari sono fattori di qualità determinanti.
METODOLOGIA
Regole sulla partecipazione
Uno dei principali ostacoli alla efficacia dei processi partecipativi risiede nella diffusa convinzione che tali processi non richiedano
specifiche previsioni normative ma, al contrario, debbano essere lasciati alla libera iniziativa dei vari attori: ciò al fine di non
ingessare entro schemi predefiniti le pluriformi dinamiche di confronto che possono attivarsi fra istituzioni e società civile.
In effetti, vi sono aspetti dei processi partecipativi per i quali non sono formalmente necessarie discipline giuridiche in senso stretto,
come la scelta dei soggetti da coinvolgere, delle fasi nelle quali attivare la partecipazione, delle tecniche di ascolto da utilizzare:
questi aspetti riguardano elementi che devono essere valutati caso per caso, sulla base delle specificità dell’intervento di cui si
discute.
La necessità di regolare giuridicamente gli istituti partecipativi attiene piuttosto alle precondizioni, ai livelli essenziali, alle procedure
e alle garanzie della partecipazione, condizioni di effettività del principio di partecipazione di cui all’art. 3, co. 2, Costituzione.
Il fatto che la democrazia partecipativa, diversamente da quella rappresentativa e da quella diretta, faccia riferimento ad una
pluralità di forme non predeterminate dalla Costituzione, non ne attenua il rapporto con le garanzie ma anzi rafforza la necessità di
regole per assicurarle: in quanto espressione di sovranità popolare esercitata in ausilio degli organi rappresentativi, la partecipazione
può infatti risultare utile ed efficace solo grazie alla previsione di apposite regole che, pur lasciando flessibili gli strumenti,
istituzionalizzino il metodo.
METODOLOGIA
Action planning
Con l’espressione action planning ci si riferisce al processo di pianificazione degli adempimenti che occorre
assicurare allorché si voglia progettare un percorso partecipativo: una volta definita la cornice strategica di un
intervento, esso aiuta a decidere quali passi è necessario intraprendere per raggiungere gli obiettivi condivisi,
indicando le scadenze, individuando i responsabili dei compiti da svolgere, stabilendo le risorse.
È opportuno attivare l’action planning una volta definiti gli aspetti legati alla pianificazione strategica.
METODOLOGIA
Pianificazione, programmazione e progettazione
Sebbene i concetti di pianificazione, programmazione e progettazione siano spesso usati come sinonimi, essi
si caratterizzano per il grado di dettaglio e la logica di operatività (crescenti da pianificazione a progettazione)
e per la visione d’insieme e l’organicità rispetto ai grandi obiettivi (decrescenti).
In ambito partecipativo è importante coniugare l’ottica progettuale, finalizzata al raggiungimento di obiettivi
misurabili entro termini dati, con l’ottica di processo, centrata sulla conoscenza delle esigenze e delle priorità
degli stakeholder coinvolti.
METODOLOGIA
Piano
Nello standard internazionale adottato dal Project Management Institute il piano di progetto o project plan si
colloca nella prima fase di pianificazione e costituisce il momento fondamentale in cui il progetto prende
forma.
Sostanzialmente esso è un documento ufficiale, soggetto ad approvazioni, con il quale si descrivono gli
obiettivi di progetto e gli elementi necessari per il loro raggiungimento.
METODOLOGIA
Il piano d’azione
Dall’inglese action plan, esso fornisce risposte alla domanda “Che cosa facciamo adesso?”.
Consiste in una lista di cose da fare con indicazione di chi se ne farà carico ed entro quali termini.
Nel corso di una processo partecipativo il piano d’azione dovrebbe essere il risultato di workshop o altre
riunioni dedicate.
METODOLOGIA
Il piano di consultazione
Nessuna metodologia di consultazione può considerarsi valida in assoluto, ed il processo che si intende mettere in atto va
strutturato in modo coerente e chiaro.
Elaborare un piano di gestione della consultazione, nel quale rendere noti le finalità, i metodi e i tempi dell’indagine, nonché
l’elenco dei soggetti destinatari ma anche dei referenti e dei responsabili istituzionali che gestiscono e monitorano il
processo, può aiutare a risolvere alcune criticità delle pratiche partecipative in uso
Al fine di minimizzare tali punti di debolezza, gli studiosi della materia già da tempo propongono di considerare e
distinguere fattori variabili e fattori costanti della consultazione: i primi si riferiscono alle fasi, ai soggetti e alle tecniche,
necessariamente flessibili in relazione alle specificità della regolazione proposta; i secondi rappresentano i principi-guida da
seguire nell’impostazione di un disegno organizzativo sistematico, coerente, in grado di produrre risultati empiricamente
fondati, cioè attendibili e controllabili.
Tali fattori costanti devono essere individuati nella programmazione e coerenza del percorso di consultazione, nella
proporzionalità delle risorse messe in campo, nella tempestività di attivazione e nella pubblicità da dare ai risultati.
METODOLOGIA
I limiti del processo
Quando si decide di attivare un processo partecipativo occorre innanzitutto definirne i limiti. Questi si
individuano analizzando il contesto di riferimento ed il tempo a disposizione, focalizzando che cosa si intende
partecipare, ragionando su come si intende procedere e facendo una ricognizione di chi si vorrebbe
coinvolgere.
I limiti vanno definiti nella fase preparatoria del percorso, durante la quale occorre chiarire quali sono le
risorse attivabili, come si intende monitorare le attività e valutare gli esiti.
È importante esplicitare e condividere le finalità del processo partecipativo; eventuali limitazioni possono
facilmente essere accettate se poste apertamente e onestamente, più di quanto lo siano aspettative tradite o
strumentalizzazioni svelate.
Confrontarsi sui limiti di contesto e di processo offre l’opportunità di decidere se mettersi in gioco e
confrontarsi, o procedere altrimenti.
METODOLOGIA
Limiti temporali del processo
La previsione di limiti di tempo ragionevoli è fra i requisiti minimi previsti dalla Commissione europea sin dal
2002 per migliorare la qualità del processo di consultazione delle parti interessate.
La regola principale è lasciare tempo sufficiente ai partecipanti alle consultazioni per prepararsi e pianificare i
loro contributi.
Nel fissare la durata delle consultazioni occorrerebbe mantenere un equilibrio ragionevole tra la necessità di
permettere l’elaborazione di contributi sufficientemente completi e quella di decidere in tempi brevi.
Nel pianificare i tempi della consultazione va considerato che i cittadini e le parti interessate devono essere
messi in condizione di elaborare contributi.
La Commissione europea considera ragionevole un tempo minimo di dodici settimane.
METODOLOGIA
I livelli di partecipazione
I livelli di partecipazione sono i diversi gradi di coinvolgimento proposto da chiunque stia avviando o gestendo un processo
partecipativo.
Le scale utilizzate come riferimento teorico e pratico sono molteplici, e quella presentata da Sherry Arnstein nel 1969 è tra
le più conosciute:
 manipolazione, terapia, informazione sono considerati “Non Partecipazione”;
 consultazione, rassicurazione, partenariato sono considerate “Tokenismo”;
 potere delegato e controllo da parte dei cittadini rappresentano forme di “Potere dei cittadini”.
A seconda del livello in cui ci si posiziona (es. informazione, consultazione, progettazione partecipata, empowerment, in una
scala a quattro livelli) vanno utilizzati specifici metodi di lavoro.
Nessuno livello è necessariamente migliore di un altro, dato che ciascuno può essere appropriato alle circostanze in cui ci si
trova ad operare; occorre però tenere presente che ciascun livello rappresenta diversi equilibri di controllo tra i diversi
interessi in gioco.
METODOLOGIA
La logica delle opzioni
L’assunto che “non c’è alternativa” è raramente vero. Le opzioni sono i diversi modi in cui è possibile
realizzare ciò che soddisfa gli interessi degli attori in campo, a patto che si sia disponibili ad individuare
soluzioni condivise ai problemi che si stanno affrontando.
Nei processi decisionali multi-attore capita spesso di dover scegliere nell’ambito di una serie di opzioni
predefinite, alternative tra di loro: se tali processi intendono essere inclusivi occorre ragionare insieme sui
criteri di scelta delle opzioni, piuttosto che sulle singole alternative.
METODOLOGIA
Gli ostacoli alla partecipazione
Nella costruzione di pratiche partecipative, ed ancor prima nella loro regolamentazione, le amministrazioni dovrebbero tenere adeguatamente
conto degli elementi che maggiormente ostacolano il consolidamento della cultura partecipativa e la concretezza dei relativi processi,
tentando di chiarirli e superarli al fine di rendere il metodo partecipativo coerente e stabile.
Il principale ostacolo attiene alla mancanza o debolezza delle regole e, quindi, delle garanzie. Gli altri ostacoli attengono principalmente:
 all’ampiezza del termine partecipazione, che rende necessario precisare le tipologie e le finalità degli strumenti partecipativi cui si intende
riferirsi;
 alla diversità degli approcci e dei relativi linguaggi (giuridico, sociologico, politico), rispetto ai quali occorre ricercare un lessico omogeneo
e condiviso;
 alla mancanza di conoscenza dei propri diritti partecipativi da parte delle categorie di soggetti a maggiore rischio di esclusione, per i quali
occorre prevedere adeguate politiche informative;
 alla sfiducia di grandi parti della società civile rispetto alla propria capacità/possibilità di influire sulle decisioni che li riguardano, che
rende necessario accrescere la trasparenza e l’accountability delle amministrazioni pubbliche;
 alla resistenza manifestata da molti amministratori, rispetto alla quale occorrono interventi di diffusione della conoscenza degli strumenti
partecipativi e delle loro potenzialità in termini di qualità ed efficacia delle scelte pubbliche;
 alla mancanza di professionalità adeguate, che rende necessaria la predisposizione di idonei percorsi formativi
METODOLOGIA
Accountability
Il termine inglese accountability, di difficile traduzione letterale, viene utilizzato per indicare la capacità delle
amministrazioni di rendere conto della correttezza del proprio operato e dei propri processi decisionali.
In base a questo principio, strettamente collegato a quello di trasparenza, ogni intervento regolativo, atto amministrativo o
politica pubblica deve provenire da un’autorità ben identificabile, che si configuri come responsabile della sua
implementazione e che sia quindi capace (ability) di darne conto e risponderne (account).
Condizione di una effettiva accountability è la creazione di un sistema valutativo delle politiche, delle norme e degli atti posti
in essere, che preveda –fra l’altro- l’individuazione di un responsabile per ogni policy, in grado di chiarire eventuali dubbi
circa la trasparenza della gestione e/o della legittimazione di un dato esito del processo decisionale.
Dalla possibilità di imputare ai titolari di responsabilità politiche gli effetti delle scelte operate (accountability) dovrebbe
discendere la consapevolezza del proprio ruolo nell’agire sociale (responsiveness).
METODOLOGIA
Dalla pianificazione gerarchico-piramidale a quella reticolare
Nell’ambito della pianificazione, al modello gerarchico-piramidale, si sono via via affiancati, nel corso degli ultimi anni, altri due modelli
di pianificazione:
 Il modello “bottom-up” o “dal basso” (valido in un ristretto ambito di intervento: un quartiere, una piazza), nel quale la comunità
locale promuove l’iniziativa del processo pianificatorio, sviluppato e poi attuato attraverso la cooperazione pubblico-privata, la
concertazione e la partecipazione.
 il “modello reticolare”, basato sulla mobilitazione della rete di relazioni esistente tra gli attori ed i portatori di interessi, permette di
mobilitare sia le risorse economico-finanziarie pubbliche e private di tali soggetti sia il loro potenziale conoscitivo, innovativo e
creativo: risorse umane, informazioni, know how, capacità di trovare soluzioni innovative ai problemi, superando, in tal modo, la ben
nota mancanza di mezzi e la rigidità procedimentale degli enti pubblici che svolgono le funzioni di governo del territorio. Il processo
pianificatorio reticolare si fonda sul coinvolgimento degli attori sociali, sulla realizzazione di azioni e politiche condivise, sulla
negoziazione e sulla partecipazione attiva della cittadinanza in una visione di definizione di progetti condivisi per la città.
Uno dei maggiori aspetti che contraddistingue la progettazione dello sviluppo locale è, pertanto, l’alto tasso di attività relazionali: gran
parte del lavoro viene svolto in una dimensione collettiva in cui project manager, animatori, tecnici ed attori del territorio interagiscono.
Favorire, quindi, le interazioni e stimolare la condivisione, è fra le più importanti capacità richieste a chi deve occuparsi della gestione
del progetto e richiede l’utilizzo di strategie adeguate ad affrontare la repentinità del cambiamento e l’imprevedibilità degli scenari.
METODOLOGIA
Le tecniche per la facilitazione dei processi partecipativi
Nei processi partecipativi il termine è utilizzato per indicare ogni dispositivo che aiuti a procedere: dalla seduta di brainstorming al complesso gioco di simulazione.
Le tecniche devono essere selezionate e adattate ai contesti e alle finalità del processo, tenendo presenti i seguenti criteri:
 tipologia dei soggetti da consultare;
 onerosità di realizzazione, con particolare riferimento ai tempi e ai costi;
 attendibilità e validità delle informazioni attese;
 utilità ed esaustività dei risultati.
Valutare correttamente questi aspetti è determinante ai fini di una consultazione efficace, dal momento che la scelta di una tecnica inadeguata può rilevarsi controproducente per
la qualità del processo decisionale, non soltanto per l’inutile dispendio di tempo e di risorse ma anche, e soprattutto, per il carattere non pertinente o addirittura fuorviante delle
informazioni rilevate.
Rispetto alle specificità delle singole tecniche e alle fasi nelle quali attivarle, si distingue fra
 tecniche per l’ascolto, che si basano su metodi che aiutano a capire come i problemi sono percepiti dagli stakeholder e dai comuni cittadini: distribuzione di materiale
informativo direttamente alle persone in situazioni di aggregazione; articoli su giornali locali, spot informativi sui media; interventi informativi e di scambio nell’ambito di
riunioni di specifici gruppi (es. brainstorming, focus group); strutture mobili; attivazione di punti di riferimento in loco; animazione territoriale.
 tecniche per l’interazione costruttiva, che si basano su metodi che aiutano i partecipanti ad interloquire fra di loro e a produrre conclusioni condivise, e prevedono l’uso di
strumenti basati sulla costruzione di scenari (Search conference, EASW), sulla simulazione (Planning for real), sull’autorganizzazione (Open space technology).
 tecniche per la risoluzione dei conflitti, che si basano su metodi volti ad agevolare la discussione rispetto a questioni controverse (giuria di cittadini, bilancio partecipativo).
Le tecniche sono utili per guidare il lavoro di consulenti, facilitatori e formatori ma non devono essere viste come soluzioni lampo: i metodi e le tecniche di facilitazione del lavoro di
gruppo e dei processi decisionali possono contribuire a rendere efficaci le relazioni di partenariato, a condizione che riescano a pro-muovere esiti deliberativi di qualità.
STRUMENTI
Strumenti e tecniche per la realizzazione del processo partecipativo
1. di coordinamento e conduzione: cabina di regia e facilitatori
2. di informazione e comunicazione: punti informativi, siti e database open
3. di ascolto e comprensione dei bisogni: punti di ascolto, interviste, questionari, forum, tavoli
sociali, consulte, forum telematici, focus group, camminate di quartiere, brainstorming, outreach,
animazione territoriale, ricerca-azione partecipata
4. di facilitazione dei processi decisionali (elaborazione di visioni e piani di azione condivisi
e risoluzione di conflitti): Open space technology (OST), European Awareness Scenario Workshop
(EASW), Planning for real, Metaplan, Goal oriented project planning (GOPP), Action planning, tavoli
tecnici, gruppi di lavoro/workshop, Sondaggio deliberativo (Deliberative polling), Search conference,
Consensus conference, Town meeting, giurie di cittadini, Dibattito pubblico, Conflict spectrum
STRUMENTI
1. Strumenti e tecniche di coordinamento e conduzione
Cabina di regia
Struttura di governo del processo composta da:
 Uno o più politici con incarichi amministrativi (giunte e assessori), aventi una funzione di
garanzia volta a tutelare la correttezza dello svolgimento delle attività ed assicurare un
seguito ai risultati del processo
 Uno o più dirigenti, aventi una funzione di leadership, volta a guidare il processo dall’interno
e favorire l’interazione tra gli stakeholder verso il raggiungimento di risultati condividi
STRUMENTI
1. Strumenti e tecniche di coordinamento e conduzione
Facilitatori
Professionisti, specializzati nel:
 disegnare i processi decisionali,
 coinvolgere gli attori rilevanti,
 favorire la partecipazione dei cittadini (quando è necessario),
 mettere gli attori in relazione tra di loro,
 stimolare il confronto,
 facilitare le interazioni tra le parti e aiutarle ad ascoltarsi,
 affrontare e gestire i conflitti,
 assistere i negoziati,
 favorire lo sviluppo di processi deliberativi,
 gestire le dinamiche di gruppo,
 tenere sotto ragionevole controllo lo sviluppo dei processi,
 aiutare le parti a redigere i testi degli accordi.
STRUMENTI
2. Strumenti e tecniche di informazione e comunicazione
Punti informativi
Luoghi fisici dove vengono fornite informazioni sulle attività in corso rispetto al processo partecipativo in
essere, sia in formato cartaceo che digitale
Siti e data base open
Strumenti digitali online per l’accesso alle informazioni e comunicazioni relative al processo partecipativo in
corso in formato Open Data (dati aperti liberamente accessibili a tutti, senza restrizioni di copyright, brevetti o
altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione) e la realizzazione di alcune fasi del processo
deliberativo stesso (secondo la logica dell’Open Government, ormai ampiamente diffusa anche in Italia)
STRUMENTI
3. Strumenti e tecniche di ascolto e comprensione dei bisogni
Punti di ascolto
Luoghi presso i quali i cittadini, gli abitanti di un quartiere o di un determinato territorio, possono recarsi per
segnalare problemi, difficoltà, esigenze, proposte, soluzioni a determinati problemi ad operatori esperti.
Attraverso questi punti, si enfatizza la funzione di ascolto del territorio, ed è possibile raccogliere importanti
informazioni da e sul quartiere/città/ambito di riferimento, ma anche sviluppare un rapporto di fiducia tra
operatori e soggetti locali.
STRUMENTI
3. Strumenti e tecniche di ascolto e comprensione dei bisogni
Forum/tavoli sociali/consulte
Strumenti che prevedono il coinvolgimento degli attori locali in momenti di approfondimento
funzionali a progettare, monitorare, valutare e integrare il processo nel suo complesso e le singole
azioni individuate.
Forum telematici
Strumento di interazione e comunicazione via web che consente, a tutti coloro che sono interessati, di
partecipare alla discussione e/o all’approfondimento incontrandosi in uno spazio virtuale di dialogo.
Per partecipare al forum basta inviare un messaggio che viene immediatamente inserito on-line e al quale si
può rispondere liberamente, instaurando un dialogo tra i diversi partecipanti, seguendo regole di reciproco
rispetto che un moderatore ha il compito di monitorare e far rispettare.
STRUMENTI
3. Strumenti e tecniche di ascolto e comprensione dei bisogni
Interviste e questionari
Strumento che consentono di fotografare, in un dato momento, il punto di vista, le percezioni,
l’atteggiamento ed eventuali indicazioni e suggerimenti rispetto ad uno o più temi ed aspetti
rilevanti dell’ambito della ricerca.
Focus group
Tecnica di rilevazione per la ricerca sociale, basata sulla discussione all’interno di un piccolo gruppo di
persone, alla presenza di uno o più moderatori, focalizzata su un argomento che si vuole indagare in
profondità.
È finalizzata ad esplorare le opinioni su un argomento e le ragioni che ne sono alla base.
STRUMENTI
3. Strumenti e tecniche di ascolto e comprensione dei bisogni
Camminate di quartiere
Strumento di ascolto del territorio che valorizza la competenza degli abitanti riguardo all’ambiente in cui
abitano, lavorano o intessono reti di relazione e di socialità.
Si effettua in piccoli gruppi (massimo 15 persone), che guidano i professionisti (architetti, urbanisti, sociologi
ecc.) in un giro nell’area oggetto di interesse.
Mentre il gruppo cammina, si incrociano osservazioni, domande, apprezzamenti, desideri, in modo
assolutamente libero e rilassato, si raccolgono impressioni, stralci di storia del quartiere, problemi, esperienze
di vita quotidiana. I progettisti ascoltano e avanzano anche le loro osservazioni, sottolineando le potenzialità e
i punti di debolezza e stimolando gli interlocutori con sollecitazioni e domande, riferite sempre a ciò che si sta
osservando.
STRUMENTI
3. Strumenti e tecniche di ascolto e comprensione dei bisogni
Brainstorming
Metodo per lo sviluppo di soluzioni creative ai problemi in gruppo (massimo 15 persone).
Una volta messo a fuoco il problema e fissato un tempo limite per l’incontro, ciascuno esprimerà come
soluzione al problema la “prima idea che gli viene in mente”, in rapida sequenza e per associazione di idee.
Le soluzioni cosi individuate saranno sottoposte ad un processo sempre più affinato di rielaborazione, di
approfondimento, di revisione, da parte del gruppo, in modo da trasformare le idee iniziali in proposte sempre
più pratiche e fattibili.
La regola fondamentale del brainstorming è che i partecipanti non devono assolutamente esprimere giudizi
sulle idee proposte dagli altri. L’obiettivo è infatti quello di produrre nuove idee, mentre il giudizio introduce un
elemento difreno e induce atteggiamenti difensivi.
STRUMENTI
3. Strumenti e tecniche di ascolto e comprensione dei bisogni
Outreach
Pratica che consiste, letteralmente, nell’“andare fuori ad incontrare” gruppi di interesse locali e/o singole persone, nel proprio ambiente
e secondo propri tempi, per discutere di varie questioni e ascoltare i loro suggerimenti. Essa mira al coinvolgimento di testimoni
privilegiati, ovvero di soggetti che detengono conoscenze qualificate (saperi d’uso) su aspetti rilevanti del tema da indagare, e che per
questa ragione è fondamentale includere fin dall’inizio
Le amministrazioni sono tradizionalmente abituate ad aspettare che gli utenti arrivino da loro, presentando domande, istanze,
dichiarazioni, certificati. In questo caso si procede nel modo opposto: non è più il cittadino che si muove verso lo sportello, ma è lo
sportello (l’istituzione) che si muove verso il cittadino, per capirne realmente i problemi.
Gli strumenti e le modalità dell’outreach sono assai varie. Per esempio distribuzione di materiale informativo nelle case oppure
direttamente alle persone in situazioni di aggregazione (mercati, assemblee, negozi, ecc.); articoli su giornali locali, spot informativi su
radio e tv; interventi informativi e di scambio mirati nell’ambito di riunioni di specifici gruppi (ad esempio, una bocciofila, un centro
sportivo, un’associazione ricreativa); strutture mobili (caravan, camper, container) possono essere utilizzate come uffici mobili per
restituire anche a livello simbolico la presenza sul campo e garantire la possibilità di una consultazione iniziale. L’importante è il
concetto di andare fuori a cercare.
STRUMENTI
3. Strumenti e tecniche di ascolto e comprensione dei bisogni
Animazione territoriale
Con il termine animazione territoriale (o animazione sociale) si intende comunemente tutto ciò che va ad
incrementare il grado di sensibilizzazione e di partecipazione degli attori locali intorno a problemi comuni e
strategie che interessano l’area di appartenenza.
È altresì una modalità per giungere ad un buon grado di lettura e analisi del contesto locale secondo una
logica di tipo bottom up.
Secondo questa prospettiva, lo sviluppo socioeconomico passa attraverso un approccio progettato e gestito in
prima persona da attori pubblici e privati di un dato contesto (enti locali, rappresentanze degli interessi,
autonomie funzionali, terzo settore, ecc.)
STRUMENTI
3. Strumenti e tecniche di ascolto e comprensione dei bisogni
Ricerca-azione partecipata
Metodologia di indagine sociale svolta in collaborazione con i soggetti coinvolti in un problema allo scopo di promuovere la conoscenza,
l’apprendimento ed, in particolare, il cambiamento rispetto ad esso.
Essa costituisce un momento fondamentale di un processo di cambiamento, corrispondente alla “presa di coscienza” da parte dei
soggetti, protagonisti della comunità, delle loro condizioni, delle loro necessità, delle loro potenzialità, delle loro risorse, dei loro limiti,
dei loro valori e dei loro desideri.
In questo processo l’ideatore e il coordinatore dell’azione sociale non si considera esterno o distanziato dall’oggetto di ricerca, ma
partecipa come gli altri e contribuisce alla costruzione di un processo di narrazione dei vissuti ad un interlocutore (storytelling).
Lo schema della ricerca-azione partecipativa, secondo il modello procedurale di B. Cunningham (1976) si articola in tre sequenze
interconnesse, ognuna delle quali si conclude con un momento di riflessione/valutazione degli interventi del gruppo.
 La prima sequenza si riferisce alla formazione del gruppo di lavoro e al suo addestramento;
 la seconda ingloba l’analisi e la definizione del problema da parte del gruppo, la costruzione di strumenti e la formulazione di
un’ipotesi di azione.
 L’ultima sequenza comprende la definizione degli obiettivi, lo sviluppo di un piano di intervento e la diffusione dei risultati.
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Open Space Technology (OST)
E’ uno strumento, inventato da H. Owen* (1997), adatto a coinvolgere 100-300 persone in eventi pubblici di
partecipazione che hanno lo scopo di far emergere liberamente temi, problemi e soluzioni.
Non ci sono relatori invitati a parlare e programmi predefiniti. L’incontro è organizzato sul principio che siano i
partecipanti, seduti in un ampio cerchio e informati di alcune semplici regole, a creare l’agenda della giornata.
Si articola in tre fasi, distribuite in un arco di tempo da uno a tre giorni:
 nella prima parte si discute in maniera informale, cominciando a conoscere i vari punti di vista;
 nella seconda parte si discute approfonditamente del tema in questione;
 nella terza parte si prendono le decisioni.
E’ particolarmente adatto per esplorare le criticità di una situazione all’avvio del processo partecipativo.
* Avendo notato che le persone si confrontano con molto più entusiasmo durante le pause caffè che non nelle fasi di lavoro, Owen fa l’ipotesi di
strutturare un'intera conferenza in modo che i partecipanti si sentano liberi di proporre gli argomenti e di discuterli solo se interessati ad essi.
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
European Awareness Scenario Workshop (EASW)
Ideato in Danimarca all’inizio degli anni ’90, adottato, promosso e diffuso dal programma “Innovazione” della Commissione Europea
nel 1994, l’EASW si articola in tre fasi fondamentali:
 lo sviluppo di scenari;
 la mappatura degli stakeholder e l’organizzazione locale;
 il workshop per lo sviluppo di visioni e l’elaborazione di idee.
Le prime due fasi sono di preparazione al workshop, gestito da facilitatori, e vi partecipano per lo più tecnici ed esperti sul tema
oggetto di indagine. L’elaborazione di visioni future e lo sviluppo di idee e azioni rappresentano le fasi fondamentali del lavoro.
Nella prima fase, viene richiesto ai partecipanti di ipotizzare visioni relative ad un futuro possibile nell’arco di dieci anni. In seduta
plenaria poi, ci si confronta al fine di valutare i differenti scenari; si individuano poi quattro gruppi tematici composti da persone
appartenenti a diverse categorie di attori e, attraverso le tecniche del brainstorming e di negoziazione, vengono proposte idee e
modalità di realizzazione delle visioni.
In sede di discussione assembleare, con una votazione, si individuano le cinque idee migliori e le modalità per realizzarle
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Planning for real
Metodo per il coinvolgimento della comunità nella pianificazione urbanistica, che mira all’individuazione di priorità condivise e
all’elaborazione di piani d’azione.
Mediante l’utilizzo di un modello tridimensionale* dell’area di intervento (plastico o cartonato), che ne rappresenta gli elementi
caratteristici, gli abitanti sono chiamati a proporre i miglioramenti che ritengono necessari, posizionando su di esso delle carte-
opzioni che indicano possibili interventi da realizzare (la cui fattibilità e praticabilità – sia tecnica che politica - è stata verificata
attraverso un’indagine preliminare). È possibile, inoltre, segnalare alcuni suggerimenti per iscritto.
Per far si che i partecipanti abbiano una visione il più possibile completa delle principali questioni relative alla futura
trasformazione urbana (budget disponibile, esempi di soluzioni sperimentate altrove, vincoli e standard urbanistici, ecc.)
vengono utilizzati diversi strumenti informativi (pannelli a muro, copie di documentazioni, ecc.).
Al termine, lo staff tecnico esamina la distribuzione delle carte-opzioni nei diversi punti del plastico per stabilire le preferenze
dei cittadini e rilevare eventuali opzioni conflittuali.
*Il modello tridimensionale può anche essere realizzato insieme alla comunità locale, per favorire il suo coinvolgimento
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Metaplan
Tecnica di facilitazione basata sulla visualizzazione, sviluppata in Germania, negli anni ‘70 di fratelli Wolfgang ed Eberhard Schnelle.
Consente di elaborare una visione comune e definire obiettivi, raccomandazioni e piani d’azione per la messa a fuoco di un problema specifico e
delle sue possibili soluzioni, a partire dalla raccolta delle opinioni dei partecipanti.
Si articola nelle seguenti fasi:
 Introduzione (preparazione del clima di lavoro, spiegazione del programma, descrizione della modalità di lavoro ed individuazione degli obiettivi)
 Lavoro individuale (i partecipanti scrivono le proprie idee su schede codificate per colore e forma, che vengono attaccate su apposite lavagne)
 Lavoro collettivo o in sottogruppi (discussione in plenaria o in sottogruppi organizzati per argomento, per la riorganizzazione delle idee)
 Condivisione dei risultati (rapida presentazione di ogni sottogruppo per consentire al gruppo intero di capire il quadro d’insieme)
 Attribuzione delle priorità (tramite votazione basata sull’utilizzo di piccoli adesivi colorati per esprimere le preferenze)
 Discussione in plenaria (20 minuti)
 Conclusione e riepilogo con stesura di un piano di azione
Il metodo può essere usato per facilitare l’interazione in grandi gruppi (50-200 persone), cosi come per facilitare piccoli team di gestione.
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Goal oriented project planning (GOPP)
Metodo, ispirato al Quadro Logico, nato a partire dagli anni ‘60 da un insieme di tecniche e di strumenti elaborati nel quadro delle attività di
progettazione di enti e agenzie dedite alla cooperazione allo sviluppo. Esso facilita la pianificazione e il coordinamento di progetti attraverso una
chiara definizione degli obiettivi e si inquadra in un approccio integrato denominato PCM (Project Cycle Management) e diffuso nel 1993 dalla
Commissione Europea come standard di qualità nelle fasi di programmazione, gestione e valutazione di interventi complessi.
Il GOPP consente, attraverso attività di laboratorio e workshop gestiti da un animatore esterno al gruppo di progettazione, di coinvolgere gli attori
principali, in relazione al tema affrontato, al fine di definire in maniera concertata e condivisa sia i problemi che le soluzioni, con l’obiettivo di
costruire programmi e progetti che realmente possano fornire risposte alle esigenze e ai problemi dei beneficiari.
L’identificazione del progetto finale avviene in due fasi sequenziali - la fase di analisi e la fase di progettazione - che consentono di definire una
matrice progettuale (quadro logico) che riporta gli obiettivi generali e specifici, i risultati, le attività, gli indicatori e le condizioni esterne che
concorrono al raggiungimento degli obiettivi del progetto.
Da un punto di vista organizzativo il GOPP prevede il coinvolgimento di un numero limitato di persone, individuate tra gli attori-chiave che hanno un
ruolo cruciale per il successo di un progetto, e di un facilitatore, e può avere una durata di uno o più giorni. Si basa sull’utilizzo delle tecniche di
visualizzazione: i partecipanti, seduti a semicerchio, lavorano, dall’analisi dei problemi alla proposta di soluzioni, con dei cartoncini colorati sui quali
possono scrivere i loro suggerimenti secondo le fasi della metodologia, che vengono poi attaccati su grandi fogli di carta adesiva affiancati su una
parete. In tal modo le idee emerse nel corso del lavoro possono essere visualizzate da tutto il gruppo che può spostarle o aggregarle secondo le
esigenze.
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Action planning
Metodo di progettazione partecipata di origine anglosassone, volto ad individuare i bisogni, definire i problemi in un determinato
contesto territoriale, attraverso il contributo della comunità locale, e arrivare a formulare le linee di intervento insieme a coloro che
conoscono i disagi perché li affrontano quotidianamente.
Il processo si articola in diverse fasi, a partire da domande di ampio respiro e la caratteristica essenziale è che tutte le opinioni e idee in
merito, vengono espresse da ciascun partecipante utilizzando personalmente dei post-it da attaccare su degli ampi cartelloni.
Si ricostruisce l’immagine che gli abitanti hanno del proprio contesto ambientale, evidenziandone gli attuali aspetti positivi e negativi. Poi
si invitano i partecipanti ad esprimere delle previsioni sui cambiamenti che interesseranno tale contesto, sugli effetti attesi, sia favorevoli
che svantaggiosi. Il passaggio finale è quello di individuare alcuni principi, o linee guida che possano permettere di assicurare il
raggiungimento degli effetti positivi e per prevenire quelli negativi.
Di solito sono necessarie almeno 3 o 4 sessioni di lavoro, articolate nel corso di uno o due mesi, per cominciare a definire un possibile
piano d’azione. L’Action Planning, così come altre tecniche di progettazione partecipata, rappresenta una valida alternativa alla
discussione di tipo assembleare, perché favorisce la partecipazione delle persone che sono meno inclini o meno preparate al dibattito
pubblico, consentendo ad ogni partecipante di esprimere le proprie idee e i propri suggerimenti in maniera semplice ,anonima, riflessiva
e molto libera.
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Bilancio partecipativo
Metodo di risoluzione delle controverse mediante la discussione tra i diretti interessati, introdotto nella città brasiliana di Porto Alegre nei primi anni ’90 e poi
applicato in un centinaio di città in Brasile. Il successo dell’esperienza di Porto Alegre e la sua notorietà ha fatto sì che la proposta del bilancio partecipativo si sia
diffusa in numerose città in tutto il mondo.
Il bilancio partecipativo nasce dall’esigenza di ripartire in modo trasparente e equilibrato le spese in conto capitale previste dal bilancio del comune tra i quartieri
della città. Si tratta di una politica di tipo distributivo ovviamente conflittuale perché la somma da ripartire è fissa (ed è stabilita dell’amministrazione) e ognuno
dei quartieri in cui è suddivisa la città ha ovviamente interessi concorrenti rispetto agli altri.
Il problema viene risolto attraverso l’applicazione di un metodo multicriteri. Le spese di investimento sono ripartite ogni anno tra i quartieri sulla base di tre
criteri:
 numero di abitanti (si tratta di un dato oggettivo);
 carenza di servizi (valutazione fornita direttamente dagli uffici tecnici dell’amministrazione comunale, in rapporto al riscontro fornito dai cittadini);
 priorità tra i vari tipi di investimenti (rete stradale, scuole, servizi sanitari, spazi pubblici, ecc.) che viene stabilita da ogni singolo quartiere attraverso la
partecipazione dei cittadini.
Ogni anno l’amministrazione comunale decide quale peso assegnare a ognuno dei tre criteri.
Il processo del bilancio partecipativo inizia ogni anno in primavera e si conclude in autunno con l’approvazione del bilancio da parte del consiglio comunale. Tra
marzo e luglio si svolgono due tornate di assemblee di quartiere che indicano le priorità, ossia le opere e gli interventi cui deve essere data la precedenza. Le
assemblee sono precedute da riunioni informali. In autunno, quando ogni quartiere ha espresso le sue priorità, gli uffici tecnici del comune, applicando i tre
criteri e i rispettivi pesi, stabiliscono la ripartizione dei fondi tra i quartieri, indicando in quali settori devono essere impiegati.
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Tavoli tecnici
Rappresentano luoghi di discussione ed approfondimento tecnico dei temi o dei progetti in discussione. Ad essi
partecipano normalmente esperti, funzionari e tutti coloro che hanno competenze specifiche sull’argomento
trattato. Vengono spesso istituiti nei processi inclusivi per controllare e verificare l’andamento del processo o
per apportare conoscente tecniche e procedurali al processo stesso.
Gruppi di lavoro/workshop
Rappresentano i luoghi in cui soggetti locali che svolgono attività legate al tema specifico di discussione si
incontrano per individuare interventi realizzabili ed efficaci a partire dalla disponibilità e dall’inter esse dei
soggetti coinvolti. Si tratta dunque di momenti prevalentemente di lavoro e non solo di discussione che per
poter essere efficaci devono coinvolgere un numero ristretto di attori (15-20), prevedere la figura di un
moderatore esperto di processi di facilitazione e del tema di progettazione.
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Sondaggio deliberativo (Deliberative polling)
Ideato nel 1988 dal prof. Fishkin, isprirandosi alla democrazia ateniese e al sondaggio moderno di George Gallup, questo
metodo è sorto per adattare ad una società moderna le pratiche di democrazia degli antichi, dimostrando come i cittadini, se
hanno la possibilità e il tempo (Fishkin prevede una remunerazione per i partecipanti) per discutere tra loro e informarsi (ai
partecipanti viene fornito apposito materiale informativo e negli eventi è possibile interpellare politici o esperti di varie fazioni)
si formano un’idea, cambiano certe idee preconcette e spostano le proprie posizioni di opinione iniziali.
Dopo un primo sondaggio, esteso, si invita un sotto-campione a partecipare ad un evento, in cui si può discutere in gruppi e
fare domande ad esperti.
Dopodichè si sottopone nuovamente al sondaggio, il campione che ha partecipato all’evento. Questo secondo sondaggio
fornisce un orientamento ai decisori, più maturo e responsabile, e viene divulgato attraverso i media con funzioni di sostegno
alla eventuale decisione..
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Search conference (conferenza di indagine)
Metodo elaborato dal teorico dei sistemi complessi Fred Emery, per la definizione di scenari futuri desiderabili, in gruppi di 35-40 persone.
Una search conference, che dura da due a tre giorni, si articola in cinque fasi
 Fase 1: Tendenze generali. I partecipanti elaborano un elenco di osservazioni relative ai mutamenti in atto nel mondo ad essi circostante, attraverso il metodo del
brainstorming. Tutte le osservazioni vengono riportate su fogli che vengono appesi ai muri della stanza, allo scopo di rappresentare il mondo comune dei partecipanti. Poi i
partecipanti si dividono in quattro gruppi e sulla base del lavoro svolto in precedenza incominciano a distinguere tra tendenze desiderabili e probabili. Ogni gruppo costruisce
in questo modo un proprio Possibile Scenario che in seguito illustra in riunione plenaria, dove i temi comuni vengono rilevati e combinati in due scenari complessivi, quello
relativo ai futuri probabili e quello relativo ai futuri desiderabili.
 Fase 2: Tendenze che influenzano il Possibile Scenario individuato nella Fase 1. Sempre attraverso il metodo del brainstorming, l’indagine si concentra sulle tendenze
desiderate e probabili che influenzano questo Scenario.
 Fase 3: L’evoluzione storica del Possibile Scenario. Perché e come è venuto a crearsi, qual è la sua forma attuale e quali i suoi punti di forza e di debolezza; l’obiettivo
è quello di arrivare ad una nozione condivisa di quello che il sistema effettivamente è e conoscerne la sua vera storia. A tal scopo è utile segnare gli eventi cronologici che
hanno influenzato il sistema tramite una rappresentazione tipo linea del tempo.
 Fase 4: La visione futura del Possibile Scenario. Ora il futuro del sistema possibile può essere disegnato usando le informazioni finora ottenute. La creatività viene
stimolata spingendo le persone prima a pensare soluzioni innovative e poi a valutarne la fattibilità. Questa attività viene svolta in piccoli gruppi che poi scambiano il loro
lavoro con gli altri gruppi. La fase si chiude con la discussione sui vari lavori ottenuti e con la produzione di uno scenario collettivo.
 Fase 5: Strategie. A questo punto quattro piccoli gruppi si concentrano sulla formulazione di strategie che possano portare a compimento la visione di futuro desiderabile.
La presentazione delle strategie ottenute viene effettuata da altri piccoli gruppi. Dopo aver epurato quelle considerate inadatte si apre un nuovo dibattito imperniato sulla
fattibilità delle strategie implementative ricordandosi delle tendenze del contesto d’azione individuate durante le fasi iniziali. L’ultimo passo prevede un’interrogazione rivolta
ad ogni singolo partecipante su come voglia impegnarsi nella vita di tutti i giorni per agevolare la riuscita del piano; con seguente redazione di un documento indicativo che
sia di riferimento per tutto il gruppo.
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Consensus conference
Le Conferenze di consenso partono dall’idea di far dialogare tra loro teoria e prassi, dimostrando che i cosiddetti profani non esperti sono in grado di orientarsi
velocemente in contesti complicati e di prendere posizione in maniera qualificata. Esse hanno origine dalle cosiddette conferenze di esperti che sono state organizzate
negli Usa negli anni settanta per migliorare il sistema sanitario americano. Più tardi il metodo è stato ulteriormente sviluppato dal Danish Board of Technology (l’organo
tecnico di valutazione delle tecnologie istituito nel 1986 dal Parlamento danese) e dalla fine degli anni ottanta viene regolarmente impiegato con successo.
A una conferenza di consenso condotta seguendo il modello danese prendono parte da 10 a 30 cittadini interessati selezionati casualmente, che per età, sesso, livello di
istruzione e professione costituiscono uno spaccato il più possibile rappresentativo della popolazione, e che non sono esperti delle materie affrontate nella discussione.
Prima dell’avvio dei lavori i partecipanti si informano sulle questioni che saranno affrontate, attraverso il materiale informativo predisposto dagli esperti. Inoltre i
partecipanti si incontrano due volte prima dell’avvio della conferenza per ricevere ulteriori informazioni e per elaborare delle domande a cui dovrebbero rispondere gli
esperti nel corso della conferenza. Gli stessi partecipanti hanno la facoltà di designare o selezionare degli esperti della materia in discussione.
La conferenza in sé dura di regola tre giorni, secondo il seguente schema:
 Primo giorno: nel corso di una seduta pubblica i partecipanti ascoltano le prese di posizione degli esperti rispetto alle questioni individuate in precedenza. Alla sera si
valutano insieme le risposte e in caso di necessità si pongono ulteriori domande.
 Secondo giorno: gli esperti rispondono alle domande supplementari, ancora una volta in pubblico. Successivamente i cittadini si ritirano, discutono ed esprimono le
loro valutazioni sulle risposte ricevute dagli esperti ed elaborano il rapporto conclusivo che contiene le loro prese di posizione e le raccomandazioni (di regola decise in
maniera consensuale) e le motivazioni su cui sono fondate.
 Terzo giorno: il rapporto viene presentato all’assemblea generale. Agli esperti spetta di correggere eventuali errori materiali, ma senza interferire con il contenuto. A
conclusione del processo il rapporto viene presentato alla stampa e alla cittadinanza. tutti i partecipanti.
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Town meeting
Ideato dall’associazione America Speaks sull’onda dei tradizionali town meeting statunitensi, l’Electronic Town
Meeting (e-TM) permette di coniugare i vantaggi della discussione per piccoli gruppi con quelli di un sondaggio
rivolto ad un ampio pubblico, offrendo le condizioni per riuscire a costruire un’agenda dei lavori in modo
progressivo, sottoponendo a televoto dell’assemblea le domande che la discussione ha prodotto.
A partire da una fase iniziale di lavoro in cui i partecipanti vengono informati grazie agli apporti di documenti
ed esperti, si passa ad una fase di discussione in piccoli gruppi; grazie all’aiuto di facilitatori, ogni gruppo
contribuisce all’elaborazione di un testo di discussione che viene sintetizzato e che costituisce la base per la
formulazione di domande o proposte da sottoporre all’attenzione del pubblico e sulle quali i partecipanti
possono esprimersi individualmente votando in tempo reale mediante appositi telecomandi.
Le potenzialità di questo modello per i processi di democrazia deliberativa sono ormai riconosciute a livello
internazionale, tanto che questa metodologia ha conosciuto un’ampia diffusione in vari contesti.
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Giurie di cittadini
La giuria dei cittadini (Citizens Jury, nella definizione del Jefferson Center, che l’ha ideata nel 1974), detta anche giuria
civica, è uno strumento di partecipazione finalizzato a contribuire al processo decisionale con le opinioni informate e
ponderate di comuni cittadini.
Un gruppo di cittadini (tra 12 e 24), selezionati con un campionamento casuale, si riuniscono nell’arco di qualche
giornata (non più di 4 o 5, di solito durante i fine settimana) ed ascoltano testimoni e esperti, che esprimono tutti i
possibili punti di vista sul tema da analizzare. I giurati, che ricevono un compenso per la loro partecipazione, possono
rivolgere domande agli esperti e discutere quanto emerge dalle testimonianze. I lavori della giuria sono assistiti da uno
o più facilitatori neutrali.
Al termine delle audizioni la giuria formula le proprie raccomandazioni motivate, in grado di dar conto adeguatamente
delle posizioni e degli argomenti maturati nel corso del confronto.
Questa metodologia è adatta a contesti in cui occorre bilanciare interessi contrastanti e selezionare una o più soluzioni
alternative per un problema complesso; essa non sostituisce i normali processi di decisione democratica ma rafforza i
sistemi di rappresentanza esistenti.
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Dibattito pubblico
Il dibattito pubblico è una modalità di coinvolgimento di cittadini e abitanti nella procedura di sviluppo di grandi
interventi che riguardano il territorio: garantisce una piena e trasparente informazione sull’intervento in corso di
progettazione a tutti i soggetti interessati, offrendo loro la possibilità di esprimere il proprio parere, sia come singoli sia
come gruppi organizzati.
Esso deve essere guidato, controllato e garantito da una commissione di esperti, che devono provenire da altri territori
e ambienti sociali e culturali, e possedere la competenza e autorevolezza per garantire a tale strumento la necessaria
credibilità.
Il dibattito pubblico consente di migliorare la qualità dei progetti grazie all’utilizzo di una maggiore quantità di
informazioni ed osservazioni che altrimenti sfuggirebbero, e contribuisce a legittimare e rendere efficaci le decisioni
pubbliche, favorendone l’accettabilità sociale ed eliminando i disagi e/o la conflittualità che possono generarsi durante
la fase di realizzazione di un grande progetto.
A livello legislativo il modello del dibattito pubblico è stato recepito dalla l.r. Toscana n. 69/2007, istitutiva della Autorità
per la garanzia e la promozione della partecipazione (ARP)
STRUMENTI
4. Strumenti e tecniche per l’interazione costruttiva
Conflict Spectrum
Metodo per trattare i conflitti ad uno stadio molto iniziale. Esso dà alle persone la possibilità di capire il senso delle posizioni assunte
dagli altri e consente loro di avere un’idea precisa sul numero di persone che condividono certe opinioni. Lo strumento richiede che
ciascuno esprima pubblicamente il proprio punto di vista e quindi dev’essere usato solo quando le persone possono sentirsi
sufficientemente sicure di prendere posizione apertamente.
Dopo aver riunito tutte le persone in una sala, si indica un angolo della sala come il punto dove devono andare le persone che sono
fermamente convinte di una certa posizione. L’angolo opposto è il punto dove devono andare le persone convinte del contrario. Si spiega
ai partecipanti che tra le due posizioni potrebbero esistere infinite sfumature che sono rappresentate, nella sala, dalle posizioni
intermedie tra i due angoli.
Si chiede a ogni partecipante di andare nel punto della sala che corrisponde al proprio punto di vista. E quando le persone si sono
disposte lungo lo spettro, si chiede a ciascuna di loro di spiegare brevemente perché hanno scelto di mettersi in quella posizione.
A questo punto è possibile (ma non necessario) compiere un passo ulteriore, dividendo i partecipanti in tre gruppi: i due gruppi che si
sono collocati in posizioni estreme e il gruppo che si è collocato nel mezzo. Ogni gruppo ha venti minuti per preparare una lista dei punti
di forza e di debolezza della propria posizione e poi ne riferisce in seduta plenaria.
Subito dopo è possibile chiedere ai partecipanti di ricollocarsi lungo lo spettro. Se qualcuno, dopo la discussione, ha cambiato idea, gli si
chiede di spiegare perché.
STRUMENTI
Criteri di attuazione del processo partecipativo
L’efficace attuazione del processo partecipativo richiede l’individuazione ed il rispetto di criteri certi e univoci in merito a:
 scelta dei soggetti (inclusività, impatto della decisione, necessità di acquisire preferenze e interessi o piuttosto informazioni, ecc);
 scelta delle fasi nelle quali attivare il processo partecipativo (tempestività rispetto alla decisione politica; possibile ripetizione in più
stadi del processo decisionale);
 scelta delle tecniche di partecipazione (onerosità di realizzazione, in termini di tempi e costi; attendibilità e validità dei risultati
ottenibili; utilità ed esaustività dei risultati ai fini dello specifico processo decisionale nel quale è attivato il processo partecipativo);
 scelta degli atti da sottoporre a processo partecipativo (atti destinati a produrre un rilevante impatto sui destinatari; atti destinati a
generare forti conflittualità);
 esiti del processo partecipativo (diffusione dei risultati; obbligo di motivazione per il decisore in caso di decisione difforme).
La necessità di una coerente e preventiva definizione dei criteri di attuazione dei processi partecipativi è sostenuta anche dall’Unione
europea e dall’OCSE: per la loro definizione si può ricorrere a fonti legislative o regolamentari (leggi, statuti regionali, ecc.); mentre per
l’indicazione degli standard tecnici si può ricorrere ad altri atti subordinati, come decreti, direttive, protocolli, linee guida.
FASI
1. Individuazione e definizione dei temi oggetto di governance
2. Individuazione della scala territoriale a cui operare
3. Individuazione dei soggetti da coinvolgere nel processo
4. Scelta dei metodi e degli strumenti per la regolazione della partecipazione
5. Avvio e gestione del processo di governance partecipata
6. Verifica e miglioramento continuo del processo
FASI
1. Individuazione e definizione dei temi oggetto di governance
 Scelta degli ambiti di intervento pubblico rispetto ai quali attuare un modello di
governance locale partecipata in funzione di specifiche esigenze di sviluppo locale
 urbanistica, bilancio, trasporti, ambiente, sanità, sociale, formazione e lavoro, sviluppo
economico, etc.
 Messa a fuoco dei relativi vincoli di natura strutturale, socio-culturale, normativa ed
economica
 Distinzione tra temi per i quali la partecipazione si declinerà in termini di
 informazione/comunicazione e consultazione/ascolto
 Deliberazione, attraverso collaborazione/coinvolgimento attivo
FASI
2. Individuazione della scala territoriale a cui operare
 Delimitazione degli ambiti territoriali entro cui i fenomeni oggetti di governance impattano,
per la scelta degli attori istituzionali e privati da coinvolgere nel processo, al di là dei meri
confini amministrativi
 In funzione delle caratteristiche dell’ambito di intervento prescelto e dei relativi flussi e
network
FASI
3. Individuazione dei soggetti da coinvolgere nel processo
 Analisi degli interessi in gioco nei diversi temi di governance selezionati
 Individuazione degli stakeholder di riferimento per il coinvolgimento nel processo
pubblico di tutti coloro che direttamente o indirettamente influenzano le decisioni
di policy rispetto ai temi di governance e coloro su cui queste hanno effetto
 Individuazione dei facilitatori di processo
FASI
3. Individuazione dei soggetti da coinvolgere nel processo
Analisi degli stakeholder
Si considerano stakeholder tutti i soggetti – individuali o collettivi, autonomi o organizzati – potenzialmente interessati alla questione da
affrontare. Essi dovrebbero essere considerati e coinvolti sin dalle prime fasi di progettazione di un intervento, per poterne garantire un
adeguato svolgimento.
Fasi dell’analisi
1. Identificare tutti i portatori di interesse (enti pubblici e para-pubblici, associazioni di categoria, soggetti del mondo economico-
produttivo, associazioni, comitati e gruppi di cittadini, opinion leader, ecc.), e nello specifico i reali interlocutori al loro interno.
2. Comprendere i bisogni impliciti ed espliciti degli stakeholders rispetto al processo oggetto di governance, utilizzando al meglio tutte le
informazioni e le conoscenze disponibili.
3. Valutare in che misura il processo di governance oggetto di intervento risponde ai criteri degli stakeholders, allo scopo di individuare
sinteticamente punti di forza e di debolezza del progetto.
4. Comprendere in che modo gli stakeholders possono influenzare positivamente o negativamente il processo
5. Selezione degli stakeholder da coinvolgere, per livello di importanza, influenza e pertinenza nel processo oggetto di intervento.
FASI
3. Individuazione dei soggetti da coinvolgere nel processo
Scelta dei facilitatori
I facilitatori possono essere scelti tra soggetti interni /esterni all’ente promotore del processo di governance locale partecipata
In funzione di:
 Disponibilità di specifiche competenze interne/necessità di ricorrere a competenze esterne
 Budget
 Conoscenza del contesto ambientale di riferimento
 Motivazione e coinvolgimento nel processo
 Garanzia di continuità
 Legittimazione pubblica
 Autonomia, indipendenza nella gestione del processo
FASI
3. Individuazione dei soggetti da coinvolgere nel processo
Ownership
Termine che indica l’appropriazione dei processi e dei progetti da parte degli attori locali.
Fattore essenziale perché l’ownership si realizzi è la partecipazione degli stakeholder alla individuazione dei problemi ed
alla definizione degli obiettivi.
Spesso, tuttavia, si registrano resistenze da parte dei tecnici ad applicare gli istituti partecipativi, perché non considerati
come fattore strategico di sostenibilità degli interventi e di garanzia della trasparenza delle procedure decisionali.
FASI
4. Scelte degli strumenti/tecniche per la regolazione della partecipazione
 Scelta delle modalità più efficaci a garantire l’effettiva inclusività e condivisione dei
processi decisionali e gestionali di governance, in relazione alla specificità dei diversi
attori coinvolti (istituzionali, pubblici, privati, del terzo settore, cittadini, etc.) e dei fattori
cruciali alla base del processo (focus su definizione di scenari futuri, realizzazione di un
piano di azioni, risoluzione di conflitti esistenti, ecc.)
 Definizione dei luoghi e tempi del processo
FASI
4. Scelte di metodi e strumenti per la regolazione della partecipazione
Definizione dei luoghi e tempi del processo
La scelta del momento in cui attivare la partecipazione nell’ambito di un processo decisionale può influire decisivamente sugli esiti e
sull’efficacia della stessa: individuare la fase del processo decisionale in cui è più opportuno coinvolgere gli interessati è, quindi, di
determinante importanza.
Il criterio di scelta della fase più opportuna dovrà essere orientato, quantomeno, verso una duplice direzione: la tempestività rispetto
alla decisione politica e la sua ripetizione in più stadi del processo decisionale.
Una partecipazione tempestiva deve essere attivata all’inizio del processo decisionale, ossia nel momento della individuazione degli
obiettivi: in questo modo i soggetti interessati possono offrire informazioni fondamentali per la rilevazione dei bisogni e la valutazione
dell’opportunità, dei costi e dei benefici dell’intervento, e contribuire ad affrontare e governare preventivamente la conflittualità
eventualmente legata alle soluzioni ipotizzate.
Un processo partecipativo è ripetibile in più stadi se è possibile attivare gli strumenti partecipativi in momenti diversi dello stesso
processo decisionale, con riferimento sia alle fasi ex ante della decisione che a quelle ex post: se le informazioni raccolte presso i
destinatari sono importanti rispetto alla progettazione delle politiche pubbliche, non minore rilievo assumeranno le informazioni di
ritorno sull’impatto effettivamente esercitato dall’intervento pubblico e sulle ragioni di una sua eventuale scarsa efficacia
FASI
5. Avvio e gestione del processo di governance partecipata
 Progettazione, pianificazione e coordinamento delle attività da realizzare per lo svolgimento del
processo mediante strumenti di project management
1. Definizione dei temi: diagramma di GANTT
2. Struttura delle attività:WBS (Work Breakdown Structure)
3. Ruoli e responsabilità: OBS (Organization Breakdown Structure)
4. Programmazione delle attività: PERT (Program Evaluation and ReviewTechnique)
5. Gestione dei costi: CBS (Cost Breakdown Structure)
FASI
5. Avvio e gestione del processo di governance partecipata
Diagramma di GANTT
Il diagramma di Gantt è uno strumento di supporto alla gestione
dei progetti, ideato dall'ingegnere statunitense Henry Lawrence
Gantt (1861-1919), nel 1917.
Si tratta di un diagramma cartesiano, ossia, una rappresentazione
grafica bidimensionale: sulle ascisse (asse orizzontale) viene
riportata la variabile temporale, mentre lungo le ordinate (asse
verticale) sono indicate le attività nella quali è stato scomposto il progetto.
Attraverso il Gantt è possibile visualizzare il tempo totale minino necessario per la realizzazione delle varie fasi del progetto, la
sequenza esatta delle fasi; vedere quali fasi possono essere contemporaneamente svolte; avere una chiara illustrazione dello
stato di avanzamento del progetto rappresentato e definire eventi o date chiave.
FASI
5. Avvio e gestione del processo di governance partecipata
WBS (Work Breakdown Structure)
Con l'espressione inglese work breakdown structure
(WBS), detta anche struttura di scomposizione del
lavoro (traduzione letterale) o struttura analitica di
progetto, si l'elenco di tutte le attività di un progetto.
La WBS è una scomposizione gerarchica del progetto nei suoi elementi ed azioni costitutivi, generata allo scopo di
migliorarne la gestione ed il controllo.
FASI
5. Avvio e gestione del processo di governance partecipata
OBS (Organization Breakdown Structure)
Con l'espressione inglese Organization Breakdown
Structure (OBS, Struttura Analitica dell'Organizzazione)
si intende la definizione puntuale delle responsabilità di
progetto.
L'OBS si posiziona logicamente e temporalmente dopo
la WBS (Work Breakdown Structure), infatti solo dopo
aver effettuato un'analisi delle fasi e delle attività (Work Packages) di cui si compone un progetto, è possibile
assegnare ciascun WP ad un responsabile che ne garantisca la realizzazione nei modi, nei tempi e nei costi previsti.
La Organization Breakdown Structure si presenta come un organigramma di progetto (scomposizione gerarchica dei
compiti e delle responsabilità) che permette di definire i ruoli all'interno del team.
FASI
5. Avvio e gestione del processo di governance partecipata
PERT (Program Evaluation and Review Technique)
Il diagramma di PERT è uno strumento di project management utilizzato
per pianificare, organizzare e coordinare le attività all'interno di un progetto.
PERT sta per “Program Evaluation Review Technique”, una metodologia
sviluppata dalla Marina Militare nel 1957 per gestire il programma di missili
sottomarini Polaris.
Esso consente di individuare le attività che devono essere eseguite in
sequenza, note come attività seriali o dipendenti, e quelle che possono
essere eseguite contemporaneamente, note come attività parallele o
simultanee.
Nel diagramma di PERT, il progetto viene tracciato su un diagramma di flusso in
cui i nodi sono scadenze o punti cardine e le frecce rappresentano attività dipendenti.
Le dipendenze sono rappresentate dai percorsi collegati che si spostano da sinistra a destra. Un’analisi tradizionale PERT prevede in media tre
scadenze diverse: la più breve, cioè la stima ottimale, la più realistica, cioè la stima probabile, e la stima pessimistica.
FASI
5. Avvio e gestione del processo di governance partecipata
CBS (Cost Breakdown Structure)
Il CBS (in italiano struttura dettagliata del costo) è uno strumento di gestione dei costi di un progetto.
Il costo totale del progetto è dato dalla somma di:
 Costi diretti: pari alla somma dei costi di tutte le attività di progetto
 Costi indiretti: non collegati direttamente ad una attività ma trasversali alle attività (segreteria,
amministrazione, sede amministrativa…)
Il costo delle attività si compone di:
 costi fissi (i costi che non variano con l’aumento o la diminuzione delle attività svolte)
 Costi risorse (relativi all’impiego delle risorse)
Questi ultimi si compongono di:
 risorse ad impiego (sono quelle che vengono riutilizzate durante lo stesso progetto, come ad
esempio la consulenza, le attrezzature, ecc.)
 risorse a consumo sono quelle che non possono essere riutilizzate ad esempio la carta per
stampare un listato di un programma, l’energia elettrica utilizzata per mantenere accesi i computer o illuminate le stanze)
Il costo delle risorse dovrà essere definito attraverso dei costi unitari moltiplicato la durata dell’attività
FASI
6. Monitoraggio e miglioramento continuo del processo
 La logica del ciclo PDCA (Plan, Do, Check, Act) per il miglioramento continuo
 Il sistema di monitoraggio
 Metodi e strumenti di monitoraggio
FASI
6. Monitoraggio e miglioramento continuo del processo
 La logica del ciclo PDCA (Plan, Do, Check, Act) per il miglioramento continuo
Il ciclo PDCA, ideato da W. Edward Deming negli anni
’50, costituisce uno dei principali modelli per il
miglioramento continuo dei processi per la qualità di
servizi e prodotti.
Esso si basa sulla successione continua delle quattro fasi
PDCA (pianificazione, messa in atto, verifica e
miglioramento).
FASI
6. Monitoraggio e miglioramento continuo del processo
 Il sistema di monitoraggio
Il sistema di monitoraggio costituisce lo strumento di verifica e valutazione dei risultati ottenuti.
Un sistema di monitoraggio per la valutazioni del processo di governance locale partecipativa contribuisce a facilitare il
processo di gestione, legittima e rafforza la credibilità del progetto, motiva i partecipanti e consente di trasferire e
riprodurre i benefici ottenuti. Per poter fare questo deve soddisfare una serie di condizioni:
 deve essere delineato nella fase iniziale del progetto;
 deve essere strutturato intorno a un gruppo di indicatori controllabili in maniera oggettiva;
 deve essere organizzato in considerazione dei momenti critici del progetto in modo da garantirne il controllo;
 deve assicurare la partecipazione di tutti gli attori coinvolti.
FASI
6. Monitoraggio e miglioramento continuo del processo
 Metodi e strumenti di monitoraggio
 indicatori
 fonti di verifica
 interviste
 questionari
 focus group
 risk analysis
 analisi costi/benefici e costi/efficacia
 SWOT analysis
 valutazione integrata
FASI
 metodi e strumenti di monitoraggio
Indicatori e fonti di verifica
Gli indicatori sono strumenti di misurazione che forniscono dati utili per la gestione del progetto nonché per il monitoraggio e la
valutazione dell’efficienza delle attività svolte. In tal modo permettono di migliorare il processo decisionale, promuovere una maggiore
efficienza e produrre risultati più rilevanti.
Gli indicatori devono essere in relazione diretta con gli obiettivi principali del progetto e fornire un quadro adeguato di ciò che il progetto
si propone di ottenere. Tuttavia, poiché tali indicatori possono fornire solamente“ un’istantanea” parziale dello stato di avanzamento dei
lavori, la prima decisione da prendere riguarda “che cosa” misurare, cioè stabilire quali sono le parti del progetto più importanti e degne
di interesse.
La difficoltà nella selezione degli indicatori è quella di trovare quantità/elementi misurabili che possano rispecchiare gli effetti più
significativi, combinando ciò che è sostanzialmente rilevante, quale riflesso dei risultati attesi, con ciò che è invece realistico in termini di
raccolta e gestione dei dati.
Alcuni dei problemi chiave relativi ai processi di monitoraggio e valutazione possono essere eliminati fin dall’inizio definendo un ampio
insieme di indicatori appropriati che misurino in modo chiaro il fine delle attività e gli obiettivi del progetto:
 Indicatori di output: misurano ciò che le attività di progetto producono;
 Indicatori di risultato: misurano gli effetti immediati sui beneficiari scelti;
 Indicatori di impatto: misurano i contributi a lungo termine rispetto all’obiettivo generale.
FASI
 metodi e strumenti di monitoraggio
Fonti di verifica
Le Fonti di verifica descrivono dove e in quale forma è possibile trovare le informazioni necessarie a verificare il
grado di raggiungimento degli obiettivi espresso dagli indicatori.
Le fonti di verifica possono essere
 interne al progetto (es. report, contabilità di progetto, dati di progetto)
 esterne al progetto
Le fonti al di fuori del progetto dovrebbero essere valutate in termini di accessibilità, affidabilità, rilevanza e
dovrebbero essere accessibili a bassi costi.
FASI
 metodi e strumenti di monitoraggio
Intervista
L’intervista è uno scambio verbale tra due o più persone (intervistatore/intervistato-i), nel quale, attraverso domande più o
meno prefissate, si raccolgono informazioni su dati personali, comportamenti, opinioni e atteggiamenti di un soggetto su un
particolare tema.
L’intervista può essere classificata in base al grado di standardizzazione:
 Intervista non standardizzata: implica che l’intervistatore non abbia un tema prefissato e che la conversazione sia condotta
dall’intervistato su argomenti da lui scelti liberamente.
 Intervista parzialmente standardizzata: l’intervistatore è libero di modificare la sequenza prevista dallo strumento di
rilevazione a seconda delle peculiarità dell’interazione, e l’intervistato può rispondere con parole proprie.
 Intervista standardizzata: condotta classicamente mediante questionario, prevede il minimo di libertà per i due attori e
comporta un grande dettaglio nell’esplicitare gli argomenti.
FASI
 metodi e strumenti di monitoraggio
Questionario
Strumento composto da una serie di domande su un determinato argomento, o su più argomenti, rivolte a un gruppo di
persone, o a una più o meno larga collettività, per raccogliere dati, opinioni, informazioni in un’indagine a fini statistici o di
studio, in inchieste di vario tipo.
Può essere anche proposti a persone singole, con lo scopo di valutarne, in base alle risposte, le tendenze, le attitudini, le
capacità professionali, e simili.
Le domande possono essere:
 aperte, quando le modalità di risposta non sono specificate a priori dal ricercatore,
 chiuse, quando si definiscono a priori delle alternative di risposta, tra cui l’intervistato può scegliere
Ogni tipologia di domanda comporta vantaggi e svantaggi, perciò spesso si predilige un uso alternato delle stesse all'interno del
questionario.
FASI
 metodi e strumenti di monitoraggio
Focus group
Tecnica di analisi qualitativa che consiste in riunioni di breve durata alle quali prendono parte da 6 a 12
persone, selezionate in base a criteri sommari di campionamento e inviti, per discutere su un certo tema
secondo una scaletta predisposta dai ricercatori.
Il dibattito è diretto da un coordinatore/facilitatore che ha anche il compito di promuovere l’interazione fra i
partecipanti, nonché di coglierne e interpretarne gli orientamenti, compresi quelli non espressi verbalmente.
FASI
 metodi e strumenti di monitoraggio
Analisi e gestione del rischio
Il rischio può essere definito come una potenziale causa di fallimento del progetto o, in altre parole, un evento
potenzialmente in grado di mettere a repentaglio il raggiungimento degli obiettivi del progetto. Visto da un'altra
angolazione, il rischio non è altro che un problema da gestire nello stato precedente al quale si manifesta.
La maggior parte dei rischi con impatti negativi può essere risolta (o per lo meno mitigata) intervenendo nella
pianificazione del progetto e disponendo di maggior tempo e/o maggiori risorse.
Secondo alcune definizioni un rischio può essere classificato anche come "positivo" nel senso che ad esso può
essere associato una potenziale opportunità (ad es: completare il progetto prima del previsto, per via di una
immissione di risorse aggiuntive o di una sua semplificazione).
I committenti di un progetto a volte possono "imporre" in corsa un peggioramento sulle tre variabili del
"triangolo": "tempi", "costi/risorse", "scopo/qualità". Le restanti variabili, i "rischi" appunto, devono essere
gestite dal team di progetto mediante una stima iniziale solida e accurata e l'utilizzo di tecniche di pianificazione
efficienti e reattive.
FASI
 metodi e strumenti di monitoraggio
Analisi costi/benefici e costi/efficacia
L’analisi costi-efficacia e l’analisi costi-benefici sono strumenti di valutazione delle politiche pubbliche.
La prima metodologia (Cost-Effectiveness Analysis, CEA) viene in genere preferita per il fatto di prescindere da forme di rigorosa
monetizzazione dei costi e dei benefici di beni intangibili (quali la vita, la salute, l’ambiente, ecc.), come richiesto invece dall’analisi costi
benefici e/o da quei valutatori che appaiono ostili ad una nozione di policy aperta alla *democrazia partecipativa o comunque di tipo
solidale.
Allo stato attuale dell’arte, la CEA non si presenta caratterizzata da uno standard comune di applicazione ma viene realizzata adattando
principi e parametri di fondo alle circostanze specifiche della situazione di riferimento. Tali principi e parametri sono finalizzati ad una
elaborazione previsionale dei costi riferita alle possibili opzioni di intervento, in ragione delle seguenti necessità:
 individuare una tipologia di effetti considerata rilevante per la valutazione;
 calcolare l’ammontare di tali effetti ricollegabile a ciascuna alternativa;
 misurare, per ciascun intervento, i relativi costi espressi in termini monetari;
 calcolare gli indici costi-efficacia;
 ordinare i progetti sulla base di tali indici;
FASI
 metodi e strumenti di monitoraggio
I costi della partecipazione
I costi della partecipazione, si riferiscono all’insieme di risorse economiche, umane, tecniche e logistiche necessarie per realizzare una
politica partecipativa. La scelta dei metodi e delle tecniche partecipative più adeguate deve infatti rispettare criteri che ne assicurino
l’efficacia, tra i quali quello della proporzione fra i costi e i benefici attesi.
Tuttavia l’argomento dei costi della partecipazione costituisce anche un ostacolo o pregiudizio, in quanto sovente utilizzato per
contrastarne la realizzazione. È diffusa la convinzione che le pratiche partecipative comportino aumenti non sostenibili nei costi dei
processi decisionali.
In realtà, è ampiamente dimostrato come sia possibile prevedere modalità che attenuino la pressione di tali costi sull’amministrazione: v.
ad esempio le procedure di dibattito pubblico, nelle quali i costi dell’organizzazione dello stesso vengono generalmente posti a carico del
proponente il progetto.
Inoltre, è ormai dimostrato come assai più alti siano in genere i costi della non partecipazione e dell’esclusione, valutabili non solo in
termini di legittimazione, consenso e democraticità delle decisioni, bensì anche nei termini economici della conseguente inefficacia delle
politiche: sono i costi derivanti dal mancato utilizzo della partecipazione in funzione di governo preventivo della conflittualità, come
dimostrano i sempre più numerosi fenomeni di mobilitazione per il blocco di grandi opere e i contenziosi giudiziari che ne derivano; sono
anche i costi della corruzione, la quale trova fertile terreno di coltura in processi decisionali non trasparenti, arbitrari e privi di
accountability della spesa pubblica
FASI
 metodi e strumenti di monitoraggio
SWOT analysis
Tecnica di analisi qualitativa per la valutazione dei
 punti di forza (Strengths),
 debolezze (Weaknesses),
 opportunità (Opportunities)
 minacce/rischi (Threats)
di un progetto nell’ambito di un processo decisionale.
Permette strategicamente di individuare i principali fattori interni ed esterni che sono importanti per
raggiungere un obiettivo.
FASI
 metodi e strumenti di monitoraggio
Valutazione integrata
I sistemi di valutazione integrata, o partecipativa, utilizzano grandemente l’apporto di attori sociali rilevanti, e in
particolare dei destinatari del programma o servizio, allo scopo di analizzare la qualità dei processi decisionali e
del loro impatto.
Sistemi di valutazione integrata sono previsti soprattutto con riferimento agli effetti territoriali, ambientali,
sociali ed economici delle politiche, con discipline che stabiliscono i criteri, la procedura e le modalità tecniche
per l’effettuazione della valutazione stessa, ivi inclusi gli indicatori per il monitoraggio degli effetti nonché le
specifiche modalità per l’informazione e la consultazione del pubblico, delle associazioni che promuovono la
tutela dell’ambiente e delle altre organizzazioni interessate.
Lo stile partecipativo in valutazione ha dei vantaggi, ma presenta dei limiti: uno di essi è la tendenza a
coinvolgere solo i responsabili ed il personale del programma nella definizione dello studio di valutazione, nella
sua condotta ed interpretazione, nonostante si parli del coinvolgimento di tutti gli stakeholder.
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LA GOVERNANCE LOCALE PARTECIPATA
Grazie dell’attenzione
Mario D’Andreta

La governance locale partecipata

  • 1.
    LA GOVERNANCE LOCALEPARTECIPATA MARIO D’ANDRETA
  • 2.
    PROGRAMMA La gestione dellagovernance locale partecipata  Presupposti  Obiettivi  Metodologia  Strumenti e tecniche  Fasi del processo
  • 3.
    PREMESSA  La governancelocale partecipata si realizza attraverso il coinvolgimento attivo di tutti gli stakeholder di un territorio (pubblici e privati, locali e centrali, for profit e senza scopo di lucro, individuali e collettivi) alla progettazione e realizzazione dei beni e servizi utili al suo sviluppo economico e sociale e al miglioramento della qualità della vita delle comunità che lo abitano.  Essa si basa sulla valorizzazione della molteplicità di vedute e di interessi rappresentate da questi differenti soggetti, quale risorsa fondamentale per realizzare forme di sviluppo equilibrato e sostenibile, a partire dalle esigenze e potenzialità dei territori e dal presupposto della fiducia reciproca quale fondamento per un lavoro comune di costruzione di scenari, obiettivi e strategie condivisi.
  • 4.
    PRESUPPOSTI Il concetto digovernance Nato nel lessico della scienza politica, in particolar modo di scuola anglosassone, il termine viene per lo più utilizzato nella originale forma inglese, per indicare una modalità di azione e di governo reticolare e sinergica, in grado di coinvolgere tutte le componenti che determinano l’equilibrio complessivo di un dato sistema politico ed amministrativo: ciò in base all’assunto che la più ampia partecipazione di attori altrimenti esclusi dai processi decisionali sia condizione di politiche pubbliche più efficaci ed efficienti in quanto maggiormente rispondenti ai bisogni della comunità. Nei casi di traduzione del termine, si parla per lo più di “sistema allargato di governo”, “governo multilivello”, “governo multi-attore”, per sottolineare il coinvolgimento di processi e attori non sempre automaticamente ricompresi nella nozione tradizionale di governo. Il concetto di governance si distingue da quello di government, più strettamente ancorato al modello rappresentativo e riferito alle relazioni che intercorrono tra le istituzioni formalmente preposte al governo di una comunità.
  • 5.
    PRESUPPOSTI Il concetto digovernance La governance è il processo con il quale vengono collettivamente risolti i problemi rispondendo ai bisogni dl una comunità sociale. Essa rappresenta un sistema innovativo di realizzazione del policy making, nel quale il processo di decisione è la risultante di un’interazione tra soggetti diversi che condividono responsabilità di governo (soggetti istituzionali, terzo settore, soggetti della società civile); un sistema di governo a rete, dove la guida delle politiche ha una titolarità diffusa. Nel Government, si ha invece un intervento topdown, nel quale il soggetto pubblico ha la titolarità esclusiva di una politica pubblica all’interno di un sistema piramidale e gerarchico.
  • 6.
    PRESUPPOSTI Il concetto digovernance Si ha una buona governance quando nella comunità sociale le azioni del governo (come strumento istituzionale) si integrano con quelle dei cittadini e le sostengono. La governance si attua con processi di democrazia attiva che catalizzano e facilitano un processo continuo di empowerrment e cambiamento. Essa si basa sull'integrazione di due ruoli distinti: quello di indirizzo programmatico (governo) e quello di gestione e fornitura di servizi (strutture operative ed amministrative). Un governo è strumento di buona governance quando applica principi per il coinvolgimento e la responsabilizzazione dei cittadini: centralità del cliente-cittadino, capacità di creare visioni condivise sulle prospettive di sviluppo (anticipazione e gestione proattiva dei cambiamenti), comportamenti amministrativi (missioni) coerenti con tali visioni, definizione di risultati attesi e gestione snella per realizzarli, apprendimento continuo, apertura al mercato, partecipazione e non gerarchia, conferimento di responsabilità e potere alle varie componenti del sistema sociale, perseguendo federalismo, frattalismo, flessibilità ed apertura organizzativa (networking e partnership).
  • 7.
    PRESUPPOSTI Il libro biancosulla governance Europea Approvato dalla Commissione Europea il 25/7/2001 Propone una maggiore apertura nel processo di elaborazione delle politiche dell’Unione Europea ai cittadini, alle istituzioni regionali e locali così da garantire una partecipazione più ampia e politicamente significativa alla definizione e presentazione delle scelte di fondo, incoraggiando una maggiore apertura e responsabilizzazione delle parti in causa.
  • 8.
    PRESUPPOSTI I principi dellabuona governance  Apertura capacità di spiegare con linguaggio accessibile e comprensibile ad un pubblico vasto che cosa si fa e in che cosa consistono le decisioni che si adottano  Partecipazione un’ampia partecipazione consente di aumentare la fiducia sul risultato finale di una politica pubblica e sulle istituzioni da cui una politica emana  Responsabilità chiarezza nella distribuzione di ruoli, compiti ed impegni nell’elaborazione ed attuazione delle politiche  Proporzionalità la scelta del livello sul quale la politica interviene (sovrazionale, zonale, comunale ecc.) e degli strumenti da utilizzare deve essere proporzionata agli obiettivi perseguiti  Sussidiarietà esperienze innovative di cooperazione finalizzate alla costituzione di reti inter-istituzionali fra soggetti di pari livello istituzionale (sussidiarietà orizzontale) o di diverso livello istituzionale (sussidiarietà orizzontale)
  • 9.
    PRESUPPOSTI Le specificità dellagovernance locale In primo luogo, l’Ente che opera a livello locale è quello che, rispetto ad altri, deve tenere conto del maggior numero di altri livelli istituzionali nazionali e sovranazionali nello svolgimento delle proprie attività, come prima citato. Esso è, inoltre, l’unico, tra i tanti che operano a livello locale, con una responsabilità politica sottoposta al livello più contiguo possibile di scrutinio democratico. La contiguità delle Amministrazioni locali con i cittadini o utenza finale, la pluralità di attori coinvolti dal processo decisionale locale costituiti dalla società civile nelle sue diverse articolazioni, nonché la loro stessa natura di erogatori prevalentemente diretti di servizi pubblici, pongono infatti in primo piano, ancor più che per gli altri livelli istituzionali, il problema della qualità dei servizi e della soddisfazione degli utenti, cittadini e imprese.
  • 10.
    PRESUPPOSTI Il paradigma dellosviluppo locale L'espressione sviluppo locale è utilizzata per indicare una grande varietà di posizioni culturali, scientifiche e politiche; una diversità spesso contraddittoria, di riferimenti teorici e metodologici; una molteplicità di pratiche e di esempi. Lo sviluppo locale è un aumento qualitativo delle capacità del territorio di agire, reagire, programmare e gestire situazioni complesse. A livello di popolazione locale lo sviluppo si individua in un aumento delle libertà personali dato dall'aumento della "capacitazione". Per leggere lo sviluppo locale non possiamo guardare solo ad aspetti come il PIL pro-capite locale o alla crescita delle transazioni economiche, ma bisogna guardare a complessi aspetti sociali e politici che si sviluppano sul territorio e determinano vantaggi competitivi che il solo mercato non potrebbe realizzare. Attraverso la cooperazione fra attori e la creazione di reti di attori stabili nel tempo aumenta la capacità di visione e di azione. "Lo sviluppo locale è dunque un processo di cooperazione e cambiamento [...] finalizzato a produrre beni collettivi locali (infrastrutture e servizi per la comunità locale), in cui è di fondamentale importanza il ruolo degli attori locali per alimentare una strategia di valorizzazione delle risorse locali" ( Ciapetti, 2010) Lo sviluppo locale si può generare spontaneamente, o può essere indotto dall'azione degli attori sul territorio: ad esempio esistono agenzie di sviluppo pubbliche e private che offrono i loro servizi in questo campo. In Italia lo sviluppo locale è stato promosso anche con le politiche dei Patti Territoriali, i Piani Strategici e altre iniziative di tipo regionale (PIT, POR ecc.), e viene promosso attualmente attraverso i Gruppi di azione locale (GAL), che è un gruppo composto da soggetti pubblici e privati che elaborano il piano di azione locale (PAL) e gestiscono i contributi finanziari erogati dall’Unione europea e dai fondi strutturali.
  • 11.
    PRESUPPOSTI Il principio disussidiarietà Il principio di sussidiarietà può essere definito come un criterio organizzativo degli enti istituzionali e di allocazione delle competenze in materia di erogazione dei servizi, finalizzato a consentire il migliore esercizio delle funzioni pubbliche. Esso viene assunto in una duplice accezione:  verticale Riferito all’attribuzione delle funzioni amministrative all’ente territoriale minore, con possibilità di surrogazione da parte degli enti territoriali via via superiori nel caso in cui le capacità e le risorse dell’ente minore non permettano un pieno, efficace ed efficiente raggiungimento degli scopi prefissati.  Orizzontale Riferito a forme di collaborazione fra settore pubblico e settore privato, in base alle quali il primo agevola lo svolgimento di attività di interesse generale da parte del secondo: ciò avviene essenzialmente su stipulazione di un rapporto convenzionale che provvede a regolare i rapporti fra pubblica amministrazione e soggetto priva-to che svolge l’attività o eroga il servizio. Il principio di sussidiarietà orizzontale si connette strettamente con quello di partecipazione. Sebbene si tratti di concetti formalmente distinti, partecipazione e sussidiarietà sono entrambi riconducibili ai più generali principi di collaborazione e solidarietà. Nel modello della democrazia partecipativa la collaborazione dei privati si limita al piano dei processi decisionali; nel modello della sussidiarietà la collaborazione si spinge fino al piano dell’attuazione concreta delle decisioni, grazie alla promozione di forme di empowerment della società civile. Il principio di sussidiarietà è stato attuato in Italia a partire dalle riforme amministrative degli anni ’90 ed infine sancito nella Carta costituzionale con la riforma del 2001. A livello regionale, esso trova oggi ulteriore riconoscimento nella gran parte degli statuti regionali e della relativa normativa di attuazione
  • 12.
    PRESUPPOSTI Il principio diinclusione L’inclusione costituisce uno degli aspetti qualificanti della democrazia partecipativa, e consiste nella capacità di far partecipare tutti coloro sui quali ricadono le conseguenze della decisione. Il livello di inclusività è destinato ad incidere profondamente sull’efficacia e sugli esiti del processo partecipativo: più esso è alto più si scongiura il rischio di esclusione di soggetti rilevanti ma con scarso potere di pressione nonché il rischio di generalizzazione di opinioni non rappresentative ma convergenti con gli obiettivi del decisore tali da ridurre il conflitto preventivo ma non quello successivo, potenzialmente legato all’ipotesi di intervento pubblico. Affinché un processo partecipativo sia realmente inclusivo occorre effettuare una preliminare analisi di contesto circa i soggetti coinvolti (effettivi e potenziali) e i relativi interessi in gioco. Il criterio di selezione degli attori da includere non può fare riferimento alla giuridicità dell’interesse (che può ancora non esserci) né alla rappresentatività dei soggetti (che rischia di spostare la partecipazione verso forme di difesa corporativa), bensì al mero dato oggettivo della esposizione agli effetti della decisione pubblica in virtù del rap-porto che lega i soggetti al territorio di riferimento
  • 13.
    PRESUPPOSTI Il concetto dicapitale sociale Il concetto di capitale sociale è stato introdotto a partire dagli anni ’80 nell’ambito degli studi che analizzano le dinamiche di sviluppo della società: esso viene utilizzato per indicare l’insieme dei bagagli relazionali e valoriali che ciascun soggetto costruisce nel corso della propria esistenza in una determinata società e quindi, più in generale, l’insieme delle relazioni interpersonali formali ed informali che intercorrono fra gli individui, essenziali per il funzionamento di società complesse ed altamente organizzate. Il cuore della teoria del capitale sociale risiede nella constatazione che l’unione di soggetti dal bagaglio valoriale ed esperienziale diverso rende possibile risolvere problemi collettivi, in quanto facilita l’azione coordinata degli individui e migliora quindi l’efficienza della società nel suo insieme. Sul capitale sociale come insieme di beni relazionali prodotti dai processi inclusivi fanno perno i concetti di amministrazione condivisa e di democrazia partecipativa: lo scambio reciproco di relazioni non basate unicamente sull’utilità individuale può generare un circolo virtuoso di esperienze, conoscenze e informazioni tale da rendere possibile il raggiungi-mento di scopi altrimenti non perseguibili a livello individuale.
  • 14.
    PRESUPPOSTI La comunità locale Èun ambito a cui vengono oggi associate caratteristiche e potenzialità di un certo interesse in quanto livello più fertile per la creazione di senso civico e di cittadinanza attiva. In particolare, la comunità locale è una dimensione che consente l’attivazione di dinamiche relazionali in grado di conservare e rigenerare il tessuto sociale; che rende maggiormente praticabili processi partecipativi e di collaborazione fra istituzioni e associazionismo; che può più facilmente innescare programmi di sviluppo locale anche in termini economici, alimentando un sistema civico contraddistinto da fiducia, tolleranza e solidarietà. Negli sviluppi più recenti la comunità, in contrapposizione alle grandi entità tradizionali come lo Stato, diventa motore di sostenibilità. La democrazia partecipativa ha il ruolo di valorizzare i saperi d’uso e l’intelligenza collettiva, indirizzando il produrre, l’abitare, il consumare verso forme relazionali, solidali, pattizie e comunitarie, sviluppando reti civiche e forme di autogoverno responsabile delle comunità locali. L’individuazione della comunità di riferimento è un problema chiave nella definizione dello statuto giuridico dei beni comuni: la comunità si definisce in ragione dei legami sociali di solidarietà che esistono o dovrebbero instaurarsi in relazione alla fruizione dei beni comuni presenti nella comunità stessa; esiste quindi una relazione circolare per cui i primi sono costitutivi della seconda e viceversa.
  • 15.
    PRESUPPOSTI Il concetto dipartecipazione Riconducibile al novero delle parole-mito, la cui capacità evocativa e simbolica è inversamente proporzionale alla delimitazione concettuale ed empirica, il termine viene utilizzato per indicare varie forme e vari livelli di coinvolgimento dei membri di una collettività nel governo della stessa, con possibilità di concorrere a determinare gli obiettivi principali della vita della collettività, il modello di convivenza verso cui tendere, la destinazione delle risorse e la distribuzione dei costi e dei benefici. Le modalità di partecipazione al governo della collettività si articolano in livelli di varia intensità, che si differenziano tra di loro per l’incidenza del ruolo esercitato dai privati nell’ambito dei processi decisionali pubblici. Un elevato grado di partecipazione è tratto caratterizzante della democrazia, intesa come forma e metodo di governo di collettività di qualsiasi tipo e scala. Scarsi livelli di partecipazione sono indicatori di marginalità politica, economica e sociale. Il coinvolgimento della società civile nella costruzione e implementazione delle politiche pubbliche costituisce oggi uno dei tratti fondamentali della riflessione sulla democratizzazione delle istituzioni e la qualità dei processi decisionali. Il rilancio del tema della partecipazione discende dalla constatazione che il processo di allargamento della democrazia nella società contemporanea non può avvenire soltanto attraverso l’integrazione della democrazia rappresentativa con la democrazia diretta ma richiede una più decisa estensione della democratizzazione, intesa come costante relazionamento delle istituzioni con la società civile. Si parla, in proposito, di democrazia sostanziale e di democrazia sociale per indicare il passaggio della democrazia dalla sfera strettamente politica alla sfera sociale, ove l’individuo viene preso in considerazione non soltanto come cittadino bensì nella molteplicità dei suoi status (malato, lavoratore, consumatore, immigrato, ecc.). Nell’ordinamento italiano il principio di partecipazione trova esplicito riconoscimento nella Costituzione.
  • 16.
    PRESUPPOSTI La democrazia partecipativa Perdemocrazia partecipativa si intende un modello in cui la partecipazione è assunta quale metodo di governo della cosa pubblica, in base a criteri di inclusione, collaborazione e stabilità del confronto fra istituzioni e società civile: in particolare essa si configura come un’interazione entro procedure pubbliche (amministrative, normative, di controllo) fra società e istituzioni, che mira, mediante forme collaborative di gestione dei conflitti, a produrre di volta in volta un risultato unitario in funzione del miglior perseguimento dell’interesse generale. Sebbene le origini della democrazia partecipativa vengano generalmente individuate nel contesto latinoamericano della fine del novecento, in Italia l’espressione è già utilizzata a partire dalla fine degli anni ’60 per indicare il tipo di democrazia delineata dalla Carta costituzionale: un modello basato sulla complementarietà degli istituti e delle dinamiche della democrazia rappresentativa, della democrazia diretta e della democrazia partecipativa, tale da identificare la democrazia proclamata dall’art. 1 della Costituzione con la partecipazione permanente di tutti alla gestione della cosa pubblica. Il modello su cui si basa la democrazia partecipativa non è quello della delega del potere né quello del suo esercizio esclusivo bensì quello della collaborazione; l’obiettivo non è la rivendicazione del potere bensì un relazionamento costante fra soggetti pubblici e società civile, che dovrebbe caratterizzare l’intero processo decisionale (programmazione, progettazione e analisi ex ante, attuazione e implementazione, valutazione dei risultati). Sul piano dell’assetto politico-istituzionale la democrazia partecipativa deve tradursi in regole organizzative e procedurali, al fine di garantire la correttezza ed efficacia dei processi partecipativi attivati e il soddisfacimento dei diritti di partecipazione dei soggetti coinvolti. La scarsa efficacia di molte esperienze partecipative dipende ancora oggi, principalmente, dalla assenza di regole e di garanzie adeguate, ossia dalla scarsa percezione della partecipazione quale oggetto e obiettivo di una politica pubblica ad hoc oltre che fase accessoria delle politiche di settore.
  • 17.
    PRESUPPOSTI Concertazione e partecipazione Conil termine concertazione ci si riferisce ad una pratica di governo basata sul confronto e la partecipazione alle decisioni politiche da parte delle organizzazioni rappresentative di interessi. È un possibile livello di partecipazione basato sul confronto negoziale e la ricerca di accordi, rispetto ai quali le parti contraenti si impegnano ad uniformare le scelte e i comportamenti di propria competenza. Mira a creare forme di partenariato stabile fra istituzioni e stakeholder, attivando il confronto fra soggetti istituzionali, autonomie funzionali e soggetti privati per individuare soluzioni a problemi generali o settoriali. Pur trattandosi di una forma di partecipazione, la concertazione si differenzia dagli istituti della democrazia partecipativa strettamente intesa:  essa non ha scopo conoscitivo bensì politico, in quanto mira a consentire forme di mediazione sul contenuto della decisione;  non è inclusiva, poiché si rivolge a categorie e gruppi sociali precostituiti;  non riguarda l’intero processo decisionale ma si esaurisce nella fase iniziale dello stesso;  non mira alla rilevazione del più ampio quadro di opinioni e informazioni in vista del soddisfacimento dell’interesse generale bensì alla conciliazione di interessi antagonisti.
  • 18.
    PRESUPPOSTI La deliberazione pubblica Iltema della deliberazione pubblica, strettamente connesso a quello delle arene deliberative, costituisce uno dei profili più innovativi degli studi di scienza politica dell’ultimo ventennio. Il significato del termine deliberazione, che nella lingua italiana richiama prettamente, ma erroneamente, l’idea di decisione, deve ricercarsi nel lessico anglosassone, ove il verbo to deliberate viene utilizzato ponendo in risalto l’aspetto partecipativo e consensuale rispetto al momento della mera decisione: quest’ultima, singola tappa di un processo più ampio, si qualifica per il carattere dialogico del confronto. In questi termini il valore della deliberazione sta nella comunicazione deliberativa caratterizzata da reciprocità, sincerità, rispetto, finalità di mutua comprensione. Tale rilettura del concetto di deliberazione intende superare i limiti derivanti dalla chiusura verso gli attori sociali, tipica del processo decisionale rappresentativo: le sperimentazioni di democrazia deliberativa, diffusesi a partire dai paesi di cultura anglosassone e tedesca, rifiutano un modello decisionale standard, valorizzando piuttosto l’elasticità e la duttilità del processo al fine di plasmarne le fasi e le tecniche sull’obiettivo da raggiungere e sui bisogni da soddisfare.
  • 19.
    PRESUPPOSTI La democrazia deliberativa Nell’ambitodelle teorie che si rifanno alla partecipazione quale principio e metodo di governo delle democrazie complesse, la teoria della democrazia deliberativa si basa specificamente sul carattere inclusivo e deliberativo dei processi decisionali: il primo elemento assicura che tutti i soggetti potenzialmente interessati all’oggetto della deliberazione possano esservi coinvolti; il secondo richiama il concetto di consenso razionale, quale esito di un processo deliberativo basato sullo scambio di informazioni e di argomenti confortati da ragioni. Il metodo della democrazia deliberativa non si rifà al conteggio dei voti tra posizioni precostituite, come nel principio di maggioranza, né alla negoziazione tra interessi dati, bensì alla discussione basata su argomenti razionali tra tutti i soggetti coinvolti nell’arena deliberativa su un tema specifico. Nell’interpretazione dominante la teoria della democrazia deliberativa, diffusasi a partire dal mondo anglo-americano della seconda metà del secolo scorso, viene intesa come una forma di democrazia partecipativa, ma caratterizzata da un perimetro più definito e circoscritto: in base al luogo in cui essa viene realizzata si distingue fra democrazia deliberativa a forte istituzionalizzazione (le c.d. arene deliberative, dove i partecipanti si incontrano consapevoli di contribuire a quel processo decisionale) e democrazia deliberativa a debole istituzionalizzazione (forme di relazione in contesti istituzionali non specificamente dedicati).
  • 20.
    PRESUPPOSTI Le politiche pubbliche Sistemiarticolati e coerenti di scelte e di azioni condotte dal decisore pubblico, nella forma di atti normativi e/o provvedimenti amministrativi, al fine di fornire una risposta efficace a problemi di rilevanza pubblica e/o collettiva. La partecipazione alle politiche pubbliche, che può articolarsi in una molteplicità di forme e di fasi con finalità parzialmente diverse, rappresenta il cuore della democrazia partecipativa, in quanto condizione della qualità e dell’efficacia dei relativi processi decisionali. Sotto questo profilo, le politiche pubbliche possono definirsi come configurazioni istituzionalizzate di problemi, soluzioni, attori, partecipanti e destinatari, nell’ambito delle quali l’innesto di processi partecipativi è reso necessario dalla crescente complessità e trasversalità delle politiche stesse, considerando che:  la legislazione è complicata dalle grandi trasformazioni nell’economia e nei rapporti tra pubblico e privato;  le politiche non sono più riconducibili ad un unico attore istituzionale e presuppongono l’intervento di un insieme disparato di soggetti pubblici e privati;  il coinvolgimento di settori differenziati rende multiforme l’attività di individuazione dei bisogni e perciò determinante l’utilizzo delle competenze esperienziali dei destinatari. A livello regionale si registra una tendenza crescente a riconoscere la funzionalità della partecipazione rispetto all’efficacia delle politiche pubbliche: molte leggi esplicitamente assumono la partecipazione come “metodo di relazione” o “criterio generale di sviluppo dei processi decisionali”, o ancora come “strumento strategico per il governo” del settore, precisando come la stessa debba contraddistinguere le fasi della programmazione, della attuazione e della valutazione degli effetti delle politiche.
  • 21.
    PRESUPPOSTI Le politiche partecipative Possonointendersi come un metodo per decidere, attuare e valutare le politiche pubbliche, volto ad assicurare il carattere inclusivo dei relativi processi decisionali: in questo caso la partecipazione viene in rilievo come strumento di governo delle politiche di settore. Possono anche intendersi come politiche pubbliche ad hoc, aventi come oggetto e obiettivo specifici la promozione della partecipazione attraverso interventi mirati di tipo incentivante: in questo caso i settori di intervento sono generalmente quelli della educazione alla cittadinanza, della formazione, dell’empowerment, della informazione e della comunicazione pubblica. Gli strumenti utilizzati in questi ambiti mirano a diffondere la conoscenza e la sperimentazione concreta delle tecniche partecipative (es. laboratori, scuole di cittadinanza, ecc.).
  • 22.
    PRESUPPOSTI La partecipazione istituzionale Coinvolgimentodi soggetti di tipo istituzionale nei processi decisionali sottostanti le politiche pubbliche, realizzato secondo le logiche e mediante gli strumenti della democrazia partecipativa. Costituisce una forma di concretizzazione della teoria del federalismo cooperativo nonché del principio costituzionale di leale collaborazione, che ha trovato esplicito riconoscimento in alcune regole finalizzate ad ispirare i reciproci rapporti tra stato, regioni, città metropolitane, province e comuni. La promozione di un agire congiunto fra istituzioni distinte, imposta dalla crescente pluralità degli attori istituzionali coinvolti nelle politiche e dalla conseguente integrazione delle rispettive competenze, è funzionale ai principi di efficienza ed efficacia dell’azione pubblica. Principale strumento di partecipazione istituzionale è l’intesa, che tuttavia non costituisce l’unica forma possibile di raccordo. Il protocollo d’intesa è strumento che si presta particolarmente a disciplinare i rapporti fra regione ed enti locali nell’attuazione di processi partecipativi. Nelle regioni che hanno adottato un’apposita normativa il ricorso al protocollo fa sì che gli enti locali siano indotti ad adeguarsi ad essa pur mantenendo la propria autonomia organizzativa: in tale ambito esso è infatti associato alla previsione di incentivi, ai quali gli enti locali possono accedere solo ove si impegnino ad adottare gli strumenti partecipativi previsti dalla normativa regionale. Questo modello è stato adottato, ad esempio, dalla legge della Toscana sulla partecipazione e dalla legge del Lazio sul bilancio partecipativo.
  • 23.
    PRESUPPOSTI L’amministrazione condivisa Modello diazione amministrativa che intende contrapporsi a quello tradizionale dell’amministrazione quale esercizio di un potere impositivo e unilaterale, messo in discussione con la progressiva apertura del procedimento amministrativo (diritto di accesso, partecipazione al procedimento, comunicazione pubblica, ecc.). Il modello dell’amministrazione condivisa si fonda su una visione sostanzialmente paritaria del rapporto fra decisore e cittadino, pur nel riconoscimento di compiti e responsabilità distinte, e sulla valorizzazione di strumenti di dialogo e collaborazione. Il dialogo e l’aspetto comunicativo trovano riferimento nella disciplina delle attività di informazione e comunicazione pubblica. L’aspetto più propriamente collaborativo trova fondamento nella teoria della amministrazione catalitica elaborata negli anni ’90: l’amministrazione post-burocratica deve agire come una sorta di catalizzatore, non prendendo le decisioni in prima persona ma cercando di prenderle con altri o di farle prendere da altri, ossia stimolando la partecipazione, l’iniziativa e la responsabilizzazione della società civile. Questa prassi dell’amministrare può realizzarsi per iniziativa dell’amministrazione oppure dei cittadini:  nella prima ipotesi è l’amministrazione che sollecita i cittadini ad affrontare insieme un problema di interesse generale, cui l’amministrazione da sola non può dare soluzione oppure cui può dare una soluzione migliore alleandosi con i cittadini (v. ad es. la raccolta differenziata dei rifiuti urbani);  nella seconda ipotesi sono i cittadini che autonomamente si propongono all’amministrazione come alleati per perseguire insieme l’interesse generale (v. ad es. le associazioni di volontariato che prestano servizi di carattere socio-sanitario). Tale seconda modalità trova oggi un fondamento costituzionale esplicito nel principio di sussidiarietà orizzontale.
  • 24.
    PRESUPPOSTI La comunicazione pubblica Conl’espressione comunicazione pubblica ci si riferisce ai contesto e agli strumenti che permettono ai diversi attori che intervengono nella sfera pubblica di entrare in relazione tra loro e di confrontare punti di vista e valori per concorrere al comune obiettivo di realizzare l’interesse della collettività. Al pari dell’informazione pubblica, essa è ormai considerata una vera e propria funzione dei soggetti pubblici. A seconda dei soggetti che la attivano, degli oggetti dei quali si occupa e delle finalità specifiche che si pone, la comunicazione pubblica può declinarsi in:  comunicazione istituzionale proviene dalle istituzioni pubbliche ed è finalizzata a renderne note le attività e le funzioni, a sostenerne l’identità e il punto di vista;  comunicazione sociale proviene da soggetti, pubblici o privati, che svolgano attività di interesse generale ed è incentrata su problematiche di carattere sociale;  comunicazione politica proviene istituzioni pubbliche e partiti politici ed è incentrata su argomenti controversi rispetto a cui si sostengono specifici punti di vista. Nella prospettiva della democrazia partecipativa, la comunicazione istituzionale e la comunicazione sociale assumono rilievo in quanto precondizioni, ossia strumenti preliminari indispensabili per consentire una effettiva partecipazione. Esse mirano infatti a realizzare forme di interlocuzione stabile fra le istituzioni e i soggetti della società civile, volte a consentire l’ascolto dei cittadini e a sollecitare la loro partecipazione alle scelte che orientano le politiche pubbliche.
  • 25.
    PRESUPPOSTI La facilitazione La facilitazionedi gruppo è un processo in cui una persona, unanimemente selezionata da tutti i membri del gruppo in quanto neutrale e priva di autorità decisionale sulle questioni da trattare, conduce un’analisi ed interviene per aiutare il gruppo a migliorare il modo in cui si identificano e risolvono i problemi, e si prendono le decisioni in modalità condivisa ed inclusiva. Riguarda una serie di comportamenti finalizzati a migliorare il lavoro di gruppo in termini di efficacia sul piano dei contenuti, soddisfazione sul piano delle relazioni, coerenza con i valori e le finalità delle persone che lo costituiscono; è quindi molto utile nei contesti in cui una pluralità di attori è chiamata ad esplicitare opinioni, suggerimenti, proposte in merito ad un argomento. In genere la facilitazione è attuata da una precisa figura, il facilitatore; ma a volte, nei gruppi che hanno esperienza, tale funzione può essere attuata contemporaneamente, e secondo una prestabilita dinamica, da diversi membri interni al gruppo, o anche da tutti i membri. Esistono numerose tecniche di facilitazione, che è necessario adattare al contesto di riferimento, al livello di partecipazione che si intende attivare, agli obiettivi da raggiungere. Tali tecniche devono essere inserite all’interno di un percorso, che per essere efficace non può esaurirsi in un singolo incontro e deve curare nel dettaglio anche le fasi di analisi dei presupposti e di restituzione degli esiti.
  • 26.
  • 27.
    PRESUPPOSTI La consultazione La consultazionerappresenta il livello di partecipazione in cui gli attori sono ascoltati e dovrebbero avere l’opportunità di influenzare le decisioni, tramite le informazioni e le opinioni che forniscono. Essa consiste in una rilevazione metodologicamente rigorosa delle percezioni e delle valutazioni dei destinatari degli interventi ipotizzati, circa le esigenze rilevanti e la natura, l’entità e la distribuzione socio-temporale e spaziale degli effetti della decisione stessa, con particolare riferimento ai costi e ai benefici attesi. In quanto istituto tipico di democrazia partecipativa, la consultazione deve :  coinvolgere un ventaglio ampio e differenziato di soggetti, da individuare di volta in volta ad opera dell’istituzione procedente, in relazione all’oggetto e alla complessità dell’intervento e alle diverse categorie di destinatari;  caratterizzare l’intero processo decisionale, attraverso strumenti che assicurino un percorso circolare e progressivo delle informazioni, sia nella fase ex ante del processo decisionale che in quella ex post di attuazione e valutazione degli effetti prodotti. La consultazione diventa efficace se chi amministra con l’intenzione di promuovere politiche pubbliche di qualità ne utilizza le procedure per mirare alla costruzione di processi decisionali realmente inclusivi, apprestando allo stesso tempo garanzie per assicurare un’adeguata considerazione dei risultati della partecipazione. Essa può sconfinare in dinamiche di tipo concertativo che, in quanto non inclusive, non consentono a ciascun soggetto interessato di contribuire alla decisione arricchendo le informazioni utili alla valutazione, esprimendo il proprio punto di vista e proponendo idee per lo sviluppo di obiettivi e alternative. Per altro verso, la consultazione può limitarsi all’indagine sistematica sulle esigenze dei cittadini (sondaggi, questionari, interviste, ecc.) e all’ascolto passivo delle opinioni e delle proposte espresse (pubbliche audizioni, forum, consulte, ecc.); tali attività non assicurano però che le preoccupazioni e le idee delle persone vengano prese in considerazione.
  • 28.
    PRESUPPOSTI La cooperazione Nella suaforma originaria la cooperazione è una forma organizzata di solidarietà fra gli individui, basata sulla naturale propensione dell’uomo ad associarsi per affrontare le difficoltà e gli ostacoli comuni. La cooperazione può fornire importanti presupposti per la realizzazione di fini tipici della democrazia partecipativa: in particolare per ciò che concerne le modalità di implementazione di determinati progetti e di attuazione del principio di sussidiarietà, che richiedono di ampliare il bacino degli attori coinvolti, concepiti come parte fondamentale di un processo decisionale e come soggetti meritevoli di inclusione sociale. La Costituzione italiana fa riferimento alla cooperazione all’art. 45, ove afferma che «La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata». Tale principio pone la base anche per caratteristiche fondamentali delle imprese cooperative in relazione agli scopi per cui nascono: capacità di offrire beni e servizi a costi più vantaggiosi di quelli di mercato; possibilità per chiunque lo voglia di aderire ad una data cooperativa; possibilità di fruire dei servizi.
  • 29.
    PRESUPPOSTI La capacitazione Il termine(dall’inglese capability, trad. lett. “qualità di essere capace”) viene utilizzato per indicare una sorta di “abilità di fare cose”. Esso si è diffuso in particolare nell’ambito della riflessione sulla sostenibilità dei modelli di sviluppo locale, basata sulla valorizzazione dei c.d. saperi d’uso e sulla costruzione di competenza: attraverso la cooperazione fra diversi attori e la creazione di opportunità e di network stabili nel tempo aumenta la capacità di visione e azione del singolo e della comunità di riferimento. L’utilizzo del termine capacitazione intende superare il riferimento alle capacità umane in senso stretto (in inglese abilities), richiamando piuttosto l’idea delle capabilities, ovvero le capacità che la società può valorizzare e incrementare nell’individuo grazie a politiche pubbliche di tipo abilitante (empowerment). Il concetto di capacitazione assume un rilievo centrale nel modello della democrazia partecipativa, poiché ne sviluppa i caratteri di inclusività, collaborazione, solidarietà ed eguaglianza sostanziale. In particolare, esso intende smascherare l’ambiguità che il termine libertà ha assunto nelle democrazia contemporanee, ove gli individui possono trovarsi in situazioni di apparente libertà complessiva (nei paesi industrializzati generalmente nessuno proibisce di fare alcunché, purché nell’ambito della legalità), ma non per questo vivere una condizione di piena libertà: il paradosso delle democrazie contemporanee è, infatti, che gli individui vengono apparentemente lasciati liberi di agire, ma in realtà essi versano in una condizione di estrema sprovvedutezza circa la propria capacità di scegliere sulla base di una volontà liberamente formata e quindi di partecipare criticamente al processo di adozione delle scelte che li riguardano.
  • 30.
    OBIETTIVI Lo sviluppo diuna visione e progettualità condivise L’attivazione di un processo di governance locale partecipata mira alla creazione di un apposito setting organizzativo volto allo sviluppo di una visione condivisa tra cittadini e portatori di interesse rispetto alle politiche e progetti locali da realizzare, in modo che l’intervento possa rispondere al meglio alle esigenze del territorio e dunque contribuire a migliorare la vita dei suoi cittadini. Il percorso partecipativo mira inoltre a favorire il consolidamento delle reti sociali, incrementare il senso di appartenenza dei cittadini alla propria comunità e di responsabilità rispetto alle sue trasformazioni.
  • 31.
    OBIETTIVI Lo sviluppo diuna comunità competente In tal senso l’adozione di un modello di governance locale partecipata consente di promuovere lo sviluppo di una comunità consapevole dei propri bisogni e delle proprie risorse, in grado di ampliare gli spazi di confronto, partecipazione, progettualità nel rispetto delle differenze e delle caratteristiche proprie dei soggetti e delle istituzioni che vivono al suo interno. I gruppi sociali possiedono le competenze e la motivazione per intraprendere attività volte al miglioramento delle condizioni di vita.
  • 32.
    OBIETTIVI Questi obiettivi sipossono declinare in tre macro-aree Aumentare la qualità delle decisioni  Conoscenza, competenze ed esperienza  Affrontare la complessità  Apprendimento reciproco  Individuazione immediata di conflittualità  Valorizzazione della diversità e della multi-settorialità Democratizzare il processo decisionale  Governance orizzontale  Orientare e non subire i cambiamenti (sociali, ambientali, tecnologici, ecc.)  Rappresentatività di opinioni e valori  Fiducia verso i decisori  Desiderio di intervenire in prima persona  Evitare le controversie a posteriori Costruire coesione sociale  Condivisione di valori  Capitale sociale  Senso di appartenenza  Co-responsabilità  Creazione di network collaborativi, informativi e fiduciari  Raggiungimento del consenso
  • 33.
    METODOLOGIA Precondizioni della partecipazione Oltreche dalla qualità dei processi decisionali, volte ad analizzare l’opportunità e l’adeguatezza delle soluzioni prescelte, l’efficacia delle politiche pubbliche in generale, e delle politiche partecipative in particolare, dipende anche da un insieme di condizioni esterne, riguardanti non l’oggetto delle politiche strettamente inteso, bensì il contesto in cui queste si calano. A tal fine non basta soffermarsi sul processo decisionale in senso stretto, che dovrà comunque rispettare i canoni della democrazia partecipativa, ma occorre cogliere l’apporto specifico derivante da strumenti e attività ulteriori, quali:  informazione pubblica e comunicazione pubblica, senza le quali verrebbe meno la possibilità per le istituzioni di interagire con i destinatari delle politiche;  sensibilizzazione, ovvero attività volta alla capacitazione e all’empowerment della società civile;  educazione alla cittadinanza e formazione, per la creazione di competenze funzionali alle esigenze ed alle sfide posti dall’attuazione di interventi pubblici di qualità;  alfabetizzazione informatica, per garantire l'accesso alle nuove tecnologie ed il superamento del divario digitale
  • 34.
    METODOLOGIA L’approccio bottom up Bottomup e top down sono espressioni spesso usate per distinguere i metodi, gli interessi, le attività della comunità (bottom up) da quelli di governo (top down). Un efficace processo partecipativo richiede entrambi. Nella modalità bottom up un percorso di auto-organizzazione dal basso cresce fino a coinvolgere uno o più livelli istituzionali, e ai partecipanti è offerta la possibilità di diventare protagonisti: proponendo i temi da mettere in agenda, influendo sull’esito del processo, assumendo ruoli deliberativi. Nella modalità top down l’iniziativa parte dal versante istituzionale per coinvolgere i cittadini e la società civile: il principale rischio connesso a questa modalità è che il coinvolgimento dei cittadini si risolva in mere azioni informative o di ricerca del consenso, mentre sarebbe necessario che le istituzioni e le amministrazioni locali riconoscessero effettivamente il valore democratico e propositivo della partecipazione.
  • 35.
    METODOLOGIA L’individuazione del problema Neiprocessi partecipativi la precoce individuazione dei problemi costituisce uno stimolo alla riflessione e alla più efficace gestione del percorso. I problemi si identificano con gli ostacoli, i costi, i conflitti, le incertezze che rendono difficile stabilire cosa fare. Difficilmente si riuscirà a trovare una soluzione adeguata se non si sta affrontando il problema giusto; è pertanto cruciale continuare a chiedersi “È davvero questo il problema?”.
  • 36.
    METODOLOGIA La logica delprocesso Si intende per processo un’attività o serie di attività che trasforma, conferendo valore, determinati input in altrettanti output; ha un punto di inizio e un punto di fine, e comprende attività interfunzionali che utilizzano risorse e generano valore aggiunto. Pianificare e gestire un processo partecipativo implica conoscere le caratteristiche e le priorità degli attori locali, sviluppare capacità di negoziazione e decisione, imparare ad approfittare degli eventi imprevisti, ammettere flessibilità e riorientamento del progetto, apprendere strada facendo. Non vanno tralasciati gli aspetti ed i vincoli quantitativi in termini di tempo, costi, risultati.
  • 37.
    METODOLOGIA Il processo decisionale Deveintendersi come un processo circolare che include l’insieme delle decisioni finalizzate al governo delle politiche pubbliche. Durante la prima fase vengono formulate, presentate, prese in esame e messe a confronto le diverse opzioni possibili, ma anche interessi, strategie, progetti e idee. In questa fase la decisione coincide con lo scioglimento della riserva a favore di una di queste opzioni, con conseguente conversione delle incertezze in certezza, tanto per i decisori quanto per i destinatari delle politiche. Decidendo si seleziona una specifica versione della realtà che da quel momento in avanti si vuole realizzare, escludendo tutte le altre soluzioni possibili, e quindi scartando ed accantonando le opzioni alternative che da queste ultime deriverebbero. Per la delicatezza ed il rilievo di tale compito, non si può prescindere dall’utilizzo di ampi strumenti di analisi, valutazione e consultazione, capaci di contribuire alla selezione di opzioni di qualità entro le quali operare la scelta ottimale inerente la politica in gioco. Il processo decisionale non dovrebbe peraltro arrestarsi alla scelta delle opzioni in campo: esso dovrebbe proseguire in una ulteriore fase di valutazione degli effetti prodotti dall’intervento. In un circolo decisionale virtuoso gli esiti di questa seconda fase dovrebbero a loro volta essere considerati quali elementi su cui fondare le decisioni di un eventuale successivo processo decisionale, volto ad affrontare le problematiche emerse nell’attuazione della soluzione inizialmente prescelta.
  • 38.
    METODOLOGIA La progettazione partecipata Èuna forma di progettazione che implica la considerazione di più punti di vista al fine di individuare la migliore soluzione possibile in termini di piani, progetti e strategie. Adottare tale approccio sin dalle prime fasi del processo di pianificazione significa chiedersi con chi, che cosa e perché si intenda partecipare una decisione: ciò consente di identificare i limiti di processo, i presupposti per un percorso coerente ed efficace, gli strumenti utili alla valutazione degli esiti. Far interagire differenti capacità, competenze ed esperienze aiuta a rendere più gestibile la complessità sociale, se il riconoscimento della diversità diviene pratica e il sapere diffuso diviene risorsa, all’interno di una prospettiva in cui tutti sono messi in condizione di occuparsi del bene comune; l’intelligenza collettiva è, infatti, allenamento all’esercizio continuo di cittadinanza e sovranità. In un contesto di questo tipo le posizioni contrastanti possono orientarsi verso interessi condivisi, e le idee di ciascuno possono comunque essere espresse. Progettare in maniera partecipata consente di creare condizioni di inclusione, le quali generano riconoscimento e senso di responsabilità. La cura del come si decide migliora la qualità del cosa si decide. Riconoscere ai singoli un naturale diritto di ascolto consente di far emergere bisogni e punti di vista sommersi o meno rappresentati.
  • 39.
    METODOLOGIA Gli interessi delleparti Caratteristica e problema comune dei processi decisionali è quello di non fermarsi al confronto delle posizioni che le parti hanno deciso di rivendicare bensì di concentrarsi sui loro interessi, ossia su ciò che ha spinto le parti ad assumere una determinata posizione. Confrontarsi sulle posizioni può essere sufficiente quando si opera all’interno di sistemi semplici, ma nei sistemi complessi è necessario aprire un dialogo sugli interessi. Si tratta di una ricerca molto creativa, poiché per ogni interesse vi è di solito una molteplicità di posizioni possibili, fra cui anche quella suscettibile di soddisfare tutti.
  • 40.
    METODOLOGIA La logica delprogetto Sforzo complesso, generalmente di durata inferiore ai tre anni, comportante compiti interrelati eseguiti da varie organizzazioni, con obiettivi, schedulazioni e budget ben definiti. Può essere pianificato, gestito, monitorato e valutato in modalità partecipata. Comunicare lo stato di avanzamento e/o gli esiti di un progetto non significa attivare processi partecipativi.
  • 41.
    METODOLOGIA La logica delProject Cycle Management (PCM) Insieme di strumenti e metodologie di gestione dei progetti integrati e multi-attore adottato nel 1992 dalla Commissione Europea e riconosciuto come buona pratica internazionale. La sequenza delle fasi di preparazione e realizzazione dei progetti è stata definita Ciclo del Progetto: comincia con l’identificazione di un’idea da sviluppare in un piano di lavoro che possa essere realizzato e valutato; le possibili idee- progetto sono individuate nel contesto di una strategia concordata tra le parti coinvolte; tutti gli attori coinvolti nel processo sono consultati e le informazioni pertinenti rese disponibili, cosicché decisioni fondate possano essere prese nelle fasi chiave della vita di un progetto. È basato sul Logical Framework Approach e finalizzato a migliorare la qualità degli interventi in termini di rilevanza, fattibilità ed efficacia rispetto alle politiche di contesto, utilizzando criteri e standard di valutazione della qualità dell’idea di progetto, promuovendo approcci partecipativi, includendo l’analisi del rischio. Partecipazione e owner-ship da parte dei beneficiari sono fattori di qualità determinanti.
  • 42.
    METODOLOGIA Regole sulla partecipazione Unodei principali ostacoli alla efficacia dei processi partecipativi risiede nella diffusa convinzione che tali processi non richiedano specifiche previsioni normative ma, al contrario, debbano essere lasciati alla libera iniziativa dei vari attori: ciò al fine di non ingessare entro schemi predefiniti le pluriformi dinamiche di confronto che possono attivarsi fra istituzioni e società civile. In effetti, vi sono aspetti dei processi partecipativi per i quali non sono formalmente necessarie discipline giuridiche in senso stretto, come la scelta dei soggetti da coinvolgere, delle fasi nelle quali attivare la partecipazione, delle tecniche di ascolto da utilizzare: questi aspetti riguardano elementi che devono essere valutati caso per caso, sulla base delle specificità dell’intervento di cui si discute. La necessità di regolare giuridicamente gli istituti partecipativi attiene piuttosto alle precondizioni, ai livelli essenziali, alle procedure e alle garanzie della partecipazione, condizioni di effettività del principio di partecipazione di cui all’art. 3, co. 2, Costituzione. Il fatto che la democrazia partecipativa, diversamente da quella rappresentativa e da quella diretta, faccia riferimento ad una pluralità di forme non predeterminate dalla Costituzione, non ne attenua il rapporto con le garanzie ma anzi rafforza la necessità di regole per assicurarle: in quanto espressione di sovranità popolare esercitata in ausilio degli organi rappresentativi, la partecipazione può infatti risultare utile ed efficace solo grazie alla previsione di apposite regole che, pur lasciando flessibili gli strumenti, istituzionalizzino il metodo.
  • 43.
    METODOLOGIA Action planning Con l’espressioneaction planning ci si riferisce al processo di pianificazione degli adempimenti che occorre assicurare allorché si voglia progettare un percorso partecipativo: una volta definita la cornice strategica di un intervento, esso aiuta a decidere quali passi è necessario intraprendere per raggiungere gli obiettivi condivisi, indicando le scadenze, individuando i responsabili dei compiti da svolgere, stabilendo le risorse. È opportuno attivare l’action planning una volta definiti gli aspetti legati alla pianificazione strategica.
  • 44.
    METODOLOGIA Pianificazione, programmazione eprogettazione Sebbene i concetti di pianificazione, programmazione e progettazione siano spesso usati come sinonimi, essi si caratterizzano per il grado di dettaglio e la logica di operatività (crescenti da pianificazione a progettazione) e per la visione d’insieme e l’organicità rispetto ai grandi obiettivi (decrescenti). In ambito partecipativo è importante coniugare l’ottica progettuale, finalizzata al raggiungimento di obiettivi misurabili entro termini dati, con l’ottica di processo, centrata sulla conoscenza delle esigenze e delle priorità degli stakeholder coinvolti.
  • 45.
    METODOLOGIA Piano Nello standard internazionaleadottato dal Project Management Institute il piano di progetto o project plan si colloca nella prima fase di pianificazione e costituisce il momento fondamentale in cui il progetto prende forma. Sostanzialmente esso è un documento ufficiale, soggetto ad approvazioni, con il quale si descrivono gli obiettivi di progetto e gli elementi necessari per il loro raggiungimento.
  • 46.
    METODOLOGIA Il piano d’azione Dall’ingleseaction plan, esso fornisce risposte alla domanda “Che cosa facciamo adesso?”. Consiste in una lista di cose da fare con indicazione di chi se ne farà carico ed entro quali termini. Nel corso di una processo partecipativo il piano d’azione dovrebbe essere il risultato di workshop o altre riunioni dedicate.
  • 47.
    METODOLOGIA Il piano diconsultazione Nessuna metodologia di consultazione può considerarsi valida in assoluto, ed il processo che si intende mettere in atto va strutturato in modo coerente e chiaro. Elaborare un piano di gestione della consultazione, nel quale rendere noti le finalità, i metodi e i tempi dell’indagine, nonché l’elenco dei soggetti destinatari ma anche dei referenti e dei responsabili istituzionali che gestiscono e monitorano il processo, può aiutare a risolvere alcune criticità delle pratiche partecipative in uso Al fine di minimizzare tali punti di debolezza, gli studiosi della materia già da tempo propongono di considerare e distinguere fattori variabili e fattori costanti della consultazione: i primi si riferiscono alle fasi, ai soggetti e alle tecniche, necessariamente flessibili in relazione alle specificità della regolazione proposta; i secondi rappresentano i principi-guida da seguire nell’impostazione di un disegno organizzativo sistematico, coerente, in grado di produrre risultati empiricamente fondati, cioè attendibili e controllabili. Tali fattori costanti devono essere individuati nella programmazione e coerenza del percorso di consultazione, nella proporzionalità delle risorse messe in campo, nella tempestività di attivazione e nella pubblicità da dare ai risultati.
  • 48.
    METODOLOGIA I limiti delprocesso Quando si decide di attivare un processo partecipativo occorre innanzitutto definirne i limiti. Questi si individuano analizzando il contesto di riferimento ed il tempo a disposizione, focalizzando che cosa si intende partecipare, ragionando su come si intende procedere e facendo una ricognizione di chi si vorrebbe coinvolgere. I limiti vanno definiti nella fase preparatoria del percorso, durante la quale occorre chiarire quali sono le risorse attivabili, come si intende monitorare le attività e valutare gli esiti. È importante esplicitare e condividere le finalità del processo partecipativo; eventuali limitazioni possono facilmente essere accettate se poste apertamente e onestamente, più di quanto lo siano aspettative tradite o strumentalizzazioni svelate. Confrontarsi sui limiti di contesto e di processo offre l’opportunità di decidere se mettersi in gioco e confrontarsi, o procedere altrimenti.
  • 49.
    METODOLOGIA Limiti temporali delprocesso La previsione di limiti di tempo ragionevoli è fra i requisiti minimi previsti dalla Commissione europea sin dal 2002 per migliorare la qualità del processo di consultazione delle parti interessate. La regola principale è lasciare tempo sufficiente ai partecipanti alle consultazioni per prepararsi e pianificare i loro contributi. Nel fissare la durata delle consultazioni occorrerebbe mantenere un equilibrio ragionevole tra la necessità di permettere l’elaborazione di contributi sufficientemente completi e quella di decidere in tempi brevi. Nel pianificare i tempi della consultazione va considerato che i cittadini e le parti interessate devono essere messi in condizione di elaborare contributi. La Commissione europea considera ragionevole un tempo minimo di dodici settimane.
  • 50.
    METODOLOGIA I livelli dipartecipazione I livelli di partecipazione sono i diversi gradi di coinvolgimento proposto da chiunque stia avviando o gestendo un processo partecipativo. Le scale utilizzate come riferimento teorico e pratico sono molteplici, e quella presentata da Sherry Arnstein nel 1969 è tra le più conosciute:  manipolazione, terapia, informazione sono considerati “Non Partecipazione”;  consultazione, rassicurazione, partenariato sono considerate “Tokenismo”;  potere delegato e controllo da parte dei cittadini rappresentano forme di “Potere dei cittadini”. A seconda del livello in cui ci si posiziona (es. informazione, consultazione, progettazione partecipata, empowerment, in una scala a quattro livelli) vanno utilizzati specifici metodi di lavoro. Nessuno livello è necessariamente migliore di un altro, dato che ciascuno può essere appropriato alle circostanze in cui ci si trova ad operare; occorre però tenere presente che ciascun livello rappresenta diversi equilibri di controllo tra i diversi interessi in gioco.
  • 51.
    METODOLOGIA La logica delleopzioni L’assunto che “non c’è alternativa” è raramente vero. Le opzioni sono i diversi modi in cui è possibile realizzare ciò che soddisfa gli interessi degli attori in campo, a patto che si sia disponibili ad individuare soluzioni condivise ai problemi che si stanno affrontando. Nei processi decisionali multi-attore capita spesso di dover scegliere nell’ambito di una serie di opzioni predefinite, alternative tra di loro: se tali processi intendono essere inclusivi occorre ragionare insieme sui criteri di scelta delle opzioni, piuttosto che sulle singole alternative.
  • 52.
    METODOLOGIA Gli ostacoli allapartecipazione Nella costruzione di pratiche partecipative, ed ancor prima nella loro regolamentazione, le amministrazioni dovrebbero tenere adeguatamente conto degli elementi che maggiormente ostacolano il consolidamento della cultura partecipativa e la concretezza dei relativi processi, tentando di chiarirli e superarli al fine di rendere il metodo partecipativo coerente e stabile. Il principale ostacolo attiene alla mancanza o debolezza delle regole e, quindi, delle garanzie. Gli altri ostacoli attengono principalmente:  all’ampiezza del termine partecipazione, che rende necessario precisare le tipologie e le finalità degli strumenti partecipativi cui si intende riferirsi;  alla diversità degli approcci e dei relativi linguaggi (giuridico, sociologico, politico), rispetto ai quali occorre ricercare un lessico omogeneo e condiviso;  alla mancanza di conoscenza dei propri diritti partecipativi da parte delle categorie di soggetti a maggiore rischio di esclusione, per i quali occorre prevedere adeguate politiche informative;  alla sfiducia di grandi parti della società civile rispetto alla propria capacità/possibilità di influire sulle decisioni che li riguardano, che rende necessario accrescere la trasparenza e l’accountability delle amministrazioni pubbliche;  alla resistenza manifestata da molti amministratori, rispetto alla quale occorrono interventi di diffusione della conoscenza degli strumenti partecipativi e delle loro potenzialità in termini di qualità ed efficacia delle scelte pubbliche;  alla mancanza di professionalità adeguate, che rende necessaria la predisposizione di idonei percorsi formativi
  • 53.
    METODOLOGIA Accountability Il termine ingleseaccountability, di difficile traduzione letterale, viene utilizzato per indicare la capacità delle amministrazioni di rendere conto della correttezza del proprio operato e dei propri processi decisionali. In base a questo principio, strettamente collegato a quello di trasparenza, ogni intervento regolativo, atto amministrativo o politica pubblica deve provenire da un’autorità ben identificabile, che si configuri come responsabile della sua implementazione e che sia quindi capace (ability) di darne conto e risponderne (account). Condizione di una effettiva accountability è la creazione di un sistema valutativo delle politiche, delle norme e degli atti posti in essere, che preveda –fra l’altro- l’individuazione di un responsabile per ogni policy, in grado di chiarire eventuali dubbi circa la trasparenza della gestione e/o della legittimazione di un dato esito del processo decisionale. Dalla possibilità di imputare ai titolari di responsabilità politiche gli effetti delle scelte operate (accountability) dovrebbe discendere la consapevolezza del proprio ruolo nell’agire sociale (responsiveness).
  • 54.
    METODOLOGIA Dalla pianificazione gerarchico-piramidalea quella reticolare Nell’ambito della pianificazione, al modello gerarchico-piramidale, si sono via via affiancati, nel corso degli ultimi anni, altri due modelli di pianificazione:  Il modello “bottom-up” o “dal basso” (valido in un ristretto ambito di intervento: un quartiere, una piazza), nel quale la comunità locale promuove l’iniziativa del processo pianificatorio, sviluppato e poi attuato attraverso la cooperazione pubblico-privata, la concertazione e la partecipazione.  il “modello reticolare”, basato sulla mobilitazione della rete di relazioni esistente tra gli attori ed i portatori di interessi, permette di mobilitare sia le risorse economico-finanziarie pubbliche e private di tali soggetti sia il loro potenziale conoscitivo, innovativo e creativo: risorse umane, informazioni, know how, capacità di trovare soluzioni innovative ai problemi, superando, in tal modo, la ben nota mancanza di mezzi e la rigidità procedimentale degli enti pubblici che svolgono le funzioni di governo del territorio. Il processo pianificatorio reticolare si fonda sul coinvolgimento degli attori sociali, sulla realizzazione di azioni e politiche condivise, sulla negoziazione e sulla partecipazione attiva della cittadinanza in una visione di definizione di progetti condivisi per la città. Uno dei maggiori aspetti che contraddistingue la progettazione dello sviluppo locale è, pertanto, l’alto tasso di attività relazionali: gran parte del lavoro viene svolto in una dimensione collettiva in cui project manager, animatori, tecnici ed attori del territorio interagiscono. Favorire, quindi, le interazioni e stimolare la condivisione, è fra le più importanti capacità richieste a chi deve occuparsi della gestione del progetto e richiede l’utilizzo di strategie adeguate ad affrontare la repentinità del cambiamento e l’imprevedibilità degli scenari.
  • 55.
    METODOLOGIA Le tecniche perla facilitazione dei processi partecipativi Nei processi partecipativi il termine è utilizzato per indicare ogni dispositivo che aiuti a procedere: dalla seduta di brainstorming al complesso gioco di simulazione. Le tecniche devono essere selezionate e adattate ai contesti e alle finalità del processo, tenendo presenti i seguenti criteri:  tipologia dei soggetti da consultare;  onerosità di realizzazione, con particolare riferimento ai tempi e ai costi;  attendibilità e validità delle informazioni attese;  utilità ed esaustività dei risultati. Valutare correttamente questi aspetti è determinante ai fini di una consultazione efficace, dal momento che la scelta di una tecnica inadeguata può rilevarsi controproducente per la qualità del processo decisionale, non soltanto per l’inutile dispendio di tempo e di risorse ma anche, e soprattutto, per il carattere non pertinente o addirittura fuorviante delle informazioni rilevate. Rispetto alle specificità delle singole tecniche e alle fasi nelle quali attivarle, si distingue fra  tecniche per l’ascolto, che si basano su metodi che aiutano a capire come i problemi sono percepiti dagli stakeholder e dai comuni cittadini: distribuzione di materiale informativo direttamente alle persone in situazioni di aggregazione; articoli su giornali locali, spot informativi sui media; interventi informativi e di scambio nell’ambito di riunioni di specifici gruppi (es. brainstorming, focus group); strutture mobili; attivazione di punti di riferimento in loco; animazione territoriale.  tecniche per l’interazione costruttiva, che si basano su metodi che aiutano i partecipanti ad interloquire fra di loro e a produrre conclusioni condivise, e prevedono l’uso di strumenti basati sulla costruzione di scenari (Search conference, EASW), sulla simulazione (Planning for real), sull’autorganizzazione (Open space technology).  tecniche per la risoluzione dei conflitti, che si basano su metodi volti ad agevolare la discussione rispetto a questioni controverse (giuria di cittadini, bilancio partecipativo). Le tecniche sono utili per guidare il lavoro di consulenti, facilitatori e formatori ma non devono essere viste come soluzioni lampo: i metodi e le tecniche di facilitazione del lavoro di gruppo e dei processi decisionali possono contribuire a rendere efficaci le relazioni di partenariato, a condizione che riescano a pro-muovere esiti deliberativi di qualità.
  • 56.
    STRUMENTI Strumenti e tecnicheper la realizzazione del processo partecipativo 1. di coordinamento e conduzione: cabina di regia e facilitatori 2. di informazione e comunicazione: punti informativi, siti e database open 3. di ascolto e comprensione dei bisogni: punti di ascolto, interviste, questionari, forum, tavoli sociali, consulte, forum telematici, focus group, camminate di quartiere, brainstorming, outreach, animazione territoriale, ricerca-azione partecipata 4. di facilitazione dei processi decisionali (elaborazione di visioni e piani di azione condivisi e risoluzione di conflitti): Open space technology (OST), European Awareness Scenario Workshop (EASW), Planning for real, Metaplan, Goal oriented project planning (GOPP), Action planning, tavoli tecnici, gruppi di lavoro/workshop, Sondaggio deliberativo (Deliberative polling), Search conference, Consensus conference, Town meeting, giurie di cittadini, Dibattito pubblico, Conflict spectrum
  • 57.
    STRUMENTI 1. Strumenti etecniche di coordinamento e conduzione Cabina di regia Struttura di governo del processo composta da:  Uno o più politici con incarichi amministrativi (giunte e assessori), aventi una funzione di garanzia volta a tutelare la correttezza dello svolgimento delle attività ed assicurare un seguito ai risultati del processo  Uno o più dirigenti, aventi una funzione di leadership, volta a guidare il processo dall’interno e favorire l’interazione tra gli stakeholder verso il raggiungimento di risultati condividi
  • 58.
    STRUMENTI 1. Strumenti etecniche di coordinamento e conduzione Facilitatori Professionisti, specializzati nel:  disegnare i processi decisionali,  coinvolgere gli attori rilevanti,  favorire la partecipazione dei cittadini (quando è necessario),  mettere gli attori in relazione tra di loro,  stimolare il confronto,  facilitare le interazioni tra le parti e aiutarle ad ascoltarsi,  affrontare e gestire i conflitti,  assistere i negoziati,  favorire lo sviluppo di processi deliberativi,  gestire le dinamiche di gruppo,  tenere sotto ragionevole controllo lo sviluppo dei processi,  aiutare le parti a redigere i testi degli accordi.
  • 59.
    STRUMENTI 2. Strumenti etecniche di informazione e comunicazione Punti informativi Luoghi fisici dove vengono fornite informazioni sulle attività in corso rispetto al processo partecipativo in essere, sia in formato cartaceo che digitale Siti e data base open Strumenti digitali online per l’accesso alle informazioni e comunicazioni relative al processo partecipativo in corso in formato Open Data (dati aperti liberamente accessibili a tutti, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione) e la realizzazione di alcune fasi del processo deliberativo stesso (secondo la logica dell’Open Government, ormai ampiamente diffusa anche in Italia)
  • 60.
    STRUMENTI 3. Strumenti etecniche di ascolto e comprensione dei bisogni Punti di ascolto Luoghi presso i quali i cittadini, gli abitanti di un quartiere o di un determinato territorio, possono recarsi per segnalare problemi, difficoltà, esigenze, proposte, soluzioni a determinati problemi ad operatori esperti. Attraverso questi punti, si enfatizza la funzione di ascolto del territorio, ed è possibile raccogliere importanti informazioni da e sul quartiere/città/ambito di riferimento, ma anche sviluppare un rapporto di fiducia tra operatori e soggetti locali.
  • 61.
    STRUMENTI 3. Strumenti etecniche di ascolto e comprensione dei bisogni Forum/tavoli sociali/consulte Strumenti che prevedono il coinvolgimento degli attori locali in momenti di approfondimento funzionali a progettare, monitorare, valutare e integrare il processo nel suo complesso e le singole azioni individuate. Forum telematici Strumento di interazione e comunicazione via web che consente, a tutti coloro che sono interessati, di partecipare alla discussione e/o all’approfondimento incontrandosi in uno spazio virtuale di dialogo. Per partecipare al forum basta inviare un messaggio che viene immediatamente inserito on-line e al quale si può rispondere liberamente, instaurando un dialogo tra i diversi partecipanti, seguendo regole di reciproco rispetto che un moderatore ha il compito di monitorare e far rispettare.
  • 62.
    STRUMENTI 3. Strumenti etecniche di ascolto e comprensione dei bisogni Interviste e questionari Strumento che consentono di fotografare, in un dato momento, il punto di vista, le percezioni, l’atteggiamento ed eventuali indicazioni e suggerimenti rispetto ad uno o più temi ed aspetti rilevanti dell’ambito della ricerca. Focus group Tecnica di rilevazione per la ricerca sociale, basata sulla discussione all’interno di un piccolo gruppo di persone, alla presenza di uno o più moderatori, focalizzata su un argomento che si vuole indagare in profondità. È finalizzata ad esplorare le opinioni su un argomento e le ragioni che ne sono alla base.
  • 63.
    STRUMENTI 3. Strumenti etecniche di ascolto e comprensione dei bisogni Camminate di quartiere Strumento di ascolto del territorio che valorizza la competenza degli abitanti riguardo all’ambiente in cui abitano, lavorano o intessono reti di relazione e di socialità. Si effettua in piccoli gruppi (massimo 15 persone), che guidano i professionisti (architetti, urbanisti, sociologi ecc.) in un giro nell’area oggetto di interesse. Mentre il gruppo cammina, si incrociano osservazioni, domande, apprezzamenti, desideri, in modo assolutamente libero e rilassato, si raccolgono impressioni, stralci di storia del quartiere, problemi, esperienze di vita quotidiana. I progettisti ascoltano e avanzano anche le loro osservazioni, sottolineando le potenzialità e i punti di debolezza e stimolando gli interlocutori con sollecitazioni e domande, riferite sempre a ciò che si sta osservando.
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    STRUMENTI 3. Strumenti etecniche di ascolto e comprensione dei bisogni Brainstorming Metodo per lo sviluppo di soluzioni creative ai problemi in gruppo (massimo 15 persone). Una volta messo a fuoco il problema e fissato un tempo limite per l’incontro, ciascuno esprimerà come soluzione al problema la “prima idea che gli viene in mente”, in rapida sequenza e per associazione di idee. Le soluzioni cosi individuate saranno sottoposte ad un processo sempre più affinato di rielaborazione, di approfondimento, di revisione, da parte del gruppo, in modo da trasformare le idee iniziali in proposte sempre più pratiche e fattibili. La regola fondamentale del brainstorming è che i partecipanti non devono assolutamente esprimere giudizi sulle idee proposte dagli altri. L’obiettivo è infatti quello di produrre nuove idee, mentre il giudizio introduce un elemento difreno e induce atteggiamenti difensivi.
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    STRUMENTI 3. Strumenti etecniche di ascolto e comprensione dei bisogni Outreach Pratica che consiste, letteralmente, nell’“andare fuori ad incontrare” gruppi di interesse locali e/o singole persone, nel proprio ambiente e secondo propri tempi, per discutere di varie questioni e ascoltare i loro suggerimenti. Essa mira al coinvolgimento di testimoni privilegiati, ovvero di soggetti che detengono conoscenze qualificate (saperi d’uso) su aspetti rilevanti del tema da indagare, e che per questa ragione è fondamentale includere fin dall’inizio Le amministrazioni sono tradizionalmente abituate ad aspettare che gli utenti arrivino da loro, presentando domande, istanze, dichiarazioni, certificati. In questo caso si procede nel modo opposto: non è più il cittadino che si muove verso lo sportello, ma è lo sportello (l’istituzione) che si muove verso il cittadino, per capirne realmente i problemi. Gli strumenti e le modalità dell’outreach sono assai varie. Per esempio distribuzione di materiale informativo nelle case oppure direttamente alle persone in situazioni di aggregazione (mercati, assemblee, negozi, ecc.); articoli su giornali locali, spot informativi su radio e tv; interventi informativi e di scambio mirati nell’ambito di riunioni di specifici gruppi (ad esempio, una bocciofila, un centro sportivo, un’associazione ricreativa); strutture mobili (caravan, camper, container) possono essere utilizzate come uffici mobili per restituire anche a livello simbolico la presenza sul campo e garantire la possibilità di una consultazione iniziale. L’importante è il concetto di andare fuori a cercare.
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    STRUMENTI 3. Strumenti etecniche di ascolto e comprensione dei bisogni Animazione territoriale Con il termine animazione territoriale (o animazione sociale) si intende comunemente tutto ciò che va ad incrementare il grado di sensibilizzazione e di partecipazione degli attori locali intorno a problemi comuni e strategie che interessano l’area di appartenenza. È altresì una modalità per giungere ad un buon grado di lettura e analisi del contesto locale secondo una logica di tipo bottom up. Secondo questa prospettiva, lo sviluppo socioeconomico passa attraverso un approccio progettato e gestito in prima persona da attori pubblici e privati di un dato contesto (enti locali, rappresentanze degli interessi, autonomie funzionali, terzo settore, ecc.)
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    STRUMENTI 3. Strumenti etecniche di ascolto e comprensione dei bisogni Ricerca-azione partecipata Metodologia di indagine sociale svolta in collaborazione con i soggetti coinvolti in un problema allo scopo di promuovere la conoscenza, l’apprendimento ed, in particolare, il cambiamento rispetto ad esso. Essa costituisce un momento fondamentale di un processo di cambiamento, corrispondente alla “presa di coscienza” da parte dei soggetti, protagonisti della comunità, delle loro condizioni, delle loro necessità, delle loro potenzialità, delle loro risorse, dei loro limiti, dei loro valori e dei loro desideri. In questo processo l’ideatore e il coordinatore dell’azione sociale non si considera esterno o distanziato dall’oggetto di ricerca, ma partecipa come gli altri e contribuisce alla costruzione di un processo di narrazione dei vissuti ad un interlocutore (storytelling). Lo schema della ricerca-azione partecipativa, secondo il modello procedurale di B. Cunningham (1976) si articola in tre sequenze interconnesse, ognuna delle quali si conclude con un momento di riflessione/valutazione degli interventi del gruppo.  La prima sequenza si riferisce alla formazione del gruppo di lavoro e al suo addestramento;  la seconda ingloba l’analisi e la definizione del problema da parte del gruppo, la costruzione di strumenti e la formulazione di un’ipotesi di azione.  L’ultima sequenza comprende la definizione degli obiettivi, lo sviluppo di un piano di intervento e la diffusione dei risultati.
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Open Space Technology (OST) E’ uno strumento, inventato da H. Owen* (1997), adatto a coinvolgere 100-300 persone in eventi pubblici di partecipazione che hanno lo scopo di far emergere liberamente temi, problemi e soluzioni. Non ci sono relatori invitati a parlare e programmi predefiniti. L’incontro è organizzato sul principio che siano i partecipanti, seduti in un ampio cerchio e informati di alcune semplici regole, a creare l’agenda della giornata. Si articola in tre fasi, distribuite in un arco di tempo da uno a tre giorni:  nella prima parte si discute in maniera informale, cominciando a conoscere i vari punti di vista;  nella seconda parte si discute approfonditamente del tema in questione;  nella terza parte si prendono le decisioni. E’ particolarmente adatto per esplorare le criticità di una situazione all’avvio del processo partecipativo. * Avendo notato che le persone si confrontano con molto più entusiasmo durante le pause caffè che non nelle fasi di lavoro, Owen fa l’ipotesi di strutturare un'intera conferenza in modo che i partecipanti si sentano liberi di proporre gli argomenti e di discuterli solo se interessati ad essi.
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva European Awareness Scenario Workshop (EASW) Ideato in Danimarca all’inizio degli anni ’90, adottato, promosso e diffuso dal programma “Innovazione” della Commissione Europea nel 1994, l’EASW si articola in tre fasi fondamentali:  lo sviluppo di scenari;  la mappatura degli stakeholder e l’organizzazione locale;  il workshop per lo sviluppo di visioni e l’elaborazione di idee. Le prime due fasi sono di preparazione al workshop, gestito da facilitatori, e vi partecipano per lo più tecnici ed esperti sul tema oggetto di indagine. L’elaborazione di visioni future e lo sviluppo di idee e azioni rappresentano le fasi fondamentali del lavoro. Nella prima fase, viene richiesto ai partecipanti di ipotizzare visioni relative ad un futuro possibile nell’arco di dieci anni. In seduta plenaria poi, ci si confronta al fine di valutare i differenti scenari; si individuano poi quattro gruppi tematici composti da persone appartenenti a diverse categorie di attori e, attraverso le tecniche del brainstorming e di negoziazione, vengono proposte idee e modalità di realizzazione delle visioni. In sede di discussione assembleare, con una votazione, si individuano le cinque idee migliori e le modalità per realizzarle
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Planning for real Metodo per il coinvolgimento della comunità nella pianificazione urbanistica, che mira all’individuazione di priorità condivise e all’elaborazione di piani d’azione. Mediante l’utilizzo di un modello tridimensionale* dell’area di intervento (plastico o cartonato), che ne rappresenta gli elementi caratteristici, gli abitanti sono chiamati a proporre i miglioramenti che ritengono necessari, posizionando su di esso delle carte- opzioni che indicano possibili interventi da realizzare (la cui fattibilità e praticabilità – sia tecnica che politica - è stata verificata attraverso un’indagine preliminare). È possibile, inoltre, segnalare alcuni suggerimenti per iscritto. Per far si che i partecipanti abbiano una visione il più possibile completa delle principali questioni relative alla futura trasformazione urbana (budget disponibile, esempi di soluzioni sperimentate altrove, vincoli e standard urbanistici, ecc.) vengono utilizzati diversi strumenti informativi (pannelli a muro, copie di documentazioni, ecc.). Al termine, lo staff tecnico esamina la distribuzione delle carte-opzioni nei diversi punti del plastico per stabilire le preferenze dei cittadini e rilevare eventuali opzioni conflittuali. *Il modello tridimensionale può anche essere realizzato insieme alla comunità locale, per favorire il suo coinvolgimento
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Metaplan Tecnica di facilitazione basata sulla visualizzazione, sviluppata in Germania, negli anni ‘70 di fratelli Wolfgang ed Eberhard Schnelle. Consente di elaborare una visione comune e definire obiettivi, raccomandazioni e piani d’azione per la messa a fuoco di un problema specifico e delle sue possibili soluzioni, a partire dalla raccolta delle opinioni dei partecipanti. Si articola nelle seguenti fasi:  Introduzione (preparazione del clima di lavoro, spiegazione del programma, descrizione della modalità di lavoro ed individuazione degli obiettivi)  Lavoro individuale (i partecipanti scrivono le proprie idee su schede codificate per colore e forma, che vengono attaccate su apposite lavagne)  Lavoro collettivo o in sottogruppi (discussione in plenaria o in sottogruppi organizzati per argomento, per la riorganizzazione delle idee)  Condivisione dei risultati (rapida presentazione di ogni sottogruppo per consentire al gruppo intero di capire il quadro d’insieme)  Attribuzione delle priorità (tramite votazione basata sull’utilizzo di piccoli adesivi colorati per esprimere le preferenze)  Discussione in plenaria (20 minuti)  Conclusione e riepilogo con stesura di un piano di azione Il metodo può essere usato per facilitare l’interazione in grandi gruppi (50-200 persone), cosi come per facilitare piccoli team di gestione.
  • 72.
    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Goal oriented project planning (GOPP) Metodo, ispirato al Quadro Logico, nato a partire dagli anni ‘60 da un insieme di tecniche e di strumenti elaborati nel quadro delle attività di progettazione di enti e agenzie dedite alla cooperazione allo sviluppo. Esso facilita la pianificazione e il coordinamento di progetti attraverso una chiara definizione degli obiettivi e si inquadra in un approccio integrato denominato PCM (Project Cycle Management) e diffuso nel 1993 dalla Commissione Europea come standard di qualità nelle fasi di programmazione, gestione e valutazione di interventi complessi. Il GOPP consente, attraverso attività di laboratorio e workshop gestiti da un animatore esterno al gruppo di progettazione, di coinvolgere gli attori principali, in relazione al tema affrontato, al fine di definire in maniera concertata e condivisa sia i problemi che le soluzioni, con l’obiettivo di costruire programmi e progetti che realmente possano fornire risposte alle esigenze e ai problemi dei beneficiari. L’identificazione del progetto finale avviene in due fasi sequenziali - la fase di analisi e la fase di progettazione - che consentono di definire una matrice progettuale (quadro logico) che riporta gli obiettivi generali e specifici, i risultati, le attività, gli indicatori e le condizioni esterne che concorrono al raggiungimento degli obiettivi del progetto. Da un punto di vista organizzativo il GOPP prevede il coinvolgimento di un numero limitato di persone, individuate tra gli attori-chiave che hanno un ruolo cruciale per il successo di un progetto, e di un facilitatore, e può avere una durata di uno o più giorni. Si basa sull’utilizzo delle tecniche di visualizzazione: i partecipanti, seduti a semicerchio, lavorano, dall’analisi dei problemi alla proposta di soluzioni, con dei cartoncini colorati sui quali possono scrivere i loro suggerimenti secondo le fasi della metodologia, che vengono poi attaccati su grandi fogli di carta adesiva affiancati su una parete. In tal modo le idee emerse nel corso del lavoro possono essere visualizzate da tutto il gruppo che può spostarle o aggregarle secondo le esigenze.
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Action planning Metodo di progettazione partecipata di origine anglosassone, volto ad individuare i bisogni, definire i problemi in un determinato contesto territoriale, attraverso il contributo della comunità locale, e arrivare a formulare le linee di intervento insieme a coloro che conoscono i disagi perché li affrontano quotidianamente. Il processo si articola in diverse fasi, a partire da domande di ampio respiro e la caratteristica essenziale è che tutte le opinioni e idee in merito, vengono espresse da ciascun partecipante utilizzando personalmente dei post-it da attaccare su degli ampi cartelloni. Si ricostruisce l’immagine che gli abitanti hanno del proprio contesto ambientale, evidenziandone gli attuali aspetti positivi e negativi. Poi si invitano i partecipanti ad esprimere delle previsioni sui cambiamenti che interesseranno tale contesto, sugli effetti attesi, sia favorevoli che svantaggiosi. Il passaggio finale è quello di individuare alcuni principi, o linee guida che possano permettere di assicurare il raggiungimento degli effetti positivi e per prevenire quelli negativi. Di solito sono necessarie almeno 3 o 4 sessioni di lavoro, articolate nel corso di uno o due mesi, per cominciare a definire un possibile piano d’azione. L’Action Planning, così come altre tecniche di progettazione partecipata, rappresenta una valida alternativa alla discussione di tipo assembleare, perché favorisce la partecipazione delle persone che sono meno inclini o meno preparate al dibattito pubblico, consentendo ad ogni partecipante di esprimere le proprie idee e i propri suggerimenti in maniera semplice ,anonima, riflessiva e molto libera.
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Bilancio partecipativo Metodo di risoluzione delle controverse mediante la discussione tra i diretti interessati, introdotto nella città brasiliana di Porto Alegre nei primi anni ’90 e poi applicato in un centinaio di città in Brasile. Il successo dell’esperienza di Porto Alegre e la sua notorietà ha fatto sì che la proposta del bilancio partecipativo si sia diffusa in numerose città in tutto il mondo. Il bilancio partecipativo nasce dall’esigenza di ripartire in modo trasparente e equilibrato le spese in conto capitale previste dal bilancio del comune tra i quartieri della città. Si tratta di una politica di tipo distributivo ovviamente conflittuale perché la somma da ripartire è fissa (ed è stabilita dell’amministrazione) e ognuno dei quartieri in cui è suddivisa la città ha ovviamente interessi concorrenti rispetto agli altri. Il problema viene risolto attraverso l’applicazione di un metodo multicriteri. Le spese di investimento sono ripartite ogni anno tra i quartieri sulla base di tre criteri:  numero di abitanti (si tratta di un dato oggettivo);  carenza di servizi (valutazione fornita direttamente dagli uffici tecnici dell’amministrazione comunale, in rapporto al riscontro fornito dai cittadini);  priorità tra i vari tipi di investimenti (rete stradale, scuole, servizi sanitari, spazi pubblici, ecc.) che viene stabilita da ogni singolo quartiere attraverso la partecipazione dei cittadini. Ogni anno l’amministrazione comunale decide quale peso assegnare a ognuno dei tre criteri. Il processo del bilancio partecipativo inizia ogni anno in primavera e si conclude in autunno con l’approvazione del bilancio da parte del consiglio comunale. Tra marzo e luglio si svolgono due tornate di assemblee di quartiere che indicano le priorità, ossia le opere e gli interventi cui deve essere data la precedenza. Le assemblee sono precedute da riunioni informali. In autunno, quando ogni quartiere ha espresso le sue priorità, gli uffici tecnici del comune, applicando i tre criteri e i rispettivi pesi, stabiliscono la ripartizione dei fondi tra i quartieri, indicando in quali settori devono essere impiegati.
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Tavoli tecnici Rappresentano luoghi di discussione ed approfondimento tecnico dei temi o dei progetti in discussione. Ad essi partecipano normalmente esperti, funzionari e tutti coloro che hanno competenze specifiche sull’argomento trattato. Vengono spesso istituiti nei processi inclusivi per controllare e verificare l’andamento del processo o per apportare conoscente tecniche e procedurali al processo stesso. Gruppi di lavoro/workshop Rappresentano i luoghi in cui soggetti locali che svolgono attività legate al tema specifico di discussione si incontrano per individuare interventi realizzabili ed efficaci a partire dalla disponibilità e dall’inter esse dei soggetti coinvolti. Si tratta dunque di momenti prevalentemente di lavoro e non solo di discussione che per poter essere efficaci devono coinvolgere un numero ristretto di attori (15-20), prevedere la figura di un moderatore esperto di processi di facilitazione e del tema di progettazione.
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Sondaggio deliberativo (Deliberative polling) Ideato nel 1988 dal prof. Fishkin, isprirandosi alla democrazia ateniese e al sondaggio moderno di George Gallup, questo metodo è sorto per adattare ad una società moderna le pratiche di democrazia degli antichi, dimostrando come i cittadini, se hanno la possibilità e il tempo (Fishkin prevede una remunerazione per i partecipanti) per discutere tra loro e informarsi (ai partecipanti viene fornito apposito materiale informativo e negli eventi è possibile interpellare politici o esperti di varie fazioni) si formano un’idea, cambiano certe idee preconcette e spostano le proprie posizioni di opinione iniziali. Dopo un primo sondaggio, esteso, si invita un sotto-campione a partecipare ad un evento, in cui si può discutere in gruppi e fare domande ad esperti. Dopodichè si sottopone nuovamente al sondaggio, il campione che ha partecipato all’evento. Questo secondo sondaggio fornisce un orientamento ai decisori, più maturo e responsabile, e viene divulgato attraverso i media con funzioni di sostegno alla eventuale decisione..
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Search conference (conferenza di indagine) Metodo elaborato dal teorico dei sistemi complessi Fred Emery, per la definizione di scenari futuri desiderabili, in gruppi di 35-40 persone. Una search conference, che dura da due a tre giorni, si articola in cinque fasi  Fase 1: Tendenze generali. I partecipanti elaborano un elenco di osservazioni relative ai mutamenti in atto nel mondo ad essi circostante, attraverso il metodo del brainstorming. Tutte le osservazioni vengono riportate su fogli che vengono appesi ai muri della stanza, allo scopo di rappresentare il mondo comune dei partecipanti. Poi i partecipanti si dividono in quattro gruppi e sulla base del lavoro svolto in precedenza incominciano a distinguere tra tendenze desiderabili e probabili. Ogni gruppo costruisce in questo modo un proprio Possibile Scenario che in seguito illustra in riunione plenaria, dove i temi comuni vengono rilevati e combinati in due scenari complessivi, quello relativo ai futuri probabili e quello relativo ai futuri desiderabili.  Fase 2: Tendenze che influenzano il Possibile Scenario individuato nella Fase 1. Sempre attraverso il metodo del brainstorming, l’indagine si concentra sulle tendenze desiderate e probabili che influenzano questo Scenario.  Fase 3: L’evoluzione storica del Possibile Scenario. Perché e come è venuto a crearsi, qual è la sua forma attuale e quali i suoi punti di forza e di debolezza; l’obiettivo è quello di arrivare ad una nozione condivisa di quello che il sistema effettivamente è e conoscerne la sua vera storia. A tal scopo è utile segnare gli eventi cronologici che hanno influenzato il sistema tramite una rappresentazione tipo linea del tempo.  Fase 4: La visione futura del Possibile Scenario. Ora il futuro del sistema possibile può essere disegnato usando le informazioni finora ottenute. La creatività viene stimolata spingendo le persone prima a pensare soluzioni innovative e poi a valutarne la fattibilità. Questa attività viene svolta in piccoli gruppi che poi scambiano il loro lavoro con gli altri gruppi. La fase si chiude con la discussione sui vari lavori ottenuti e con la produzione di uno scenario collettivo.  Fase 5: Strategie. A questo punto quattro piccoli gruppi si concentrano sulla formulazione di strategie che possano portare a compimento la visione di futuro desiderabile. La presentazione delle strategie ottenute viene effettuata da altri piccoli gruppi. Dopo aver epurato quelle considerate inadatte si apre un nuovo dibattito imperniato sulla fattibilità delle strategie implementative ricordandosi delle tendenze del contesto d’azione individuate durante le fasi iniziali. L’ultimo passo prevede un’interrogazione rivolta ad ogni singolo partecipante su come voglia impegnarsi nella vita di tutti i giorni per agevolare la riuscita del piano; con seguente redazione di un documento indicativo che sia di riferimento per tutto il gruppo.
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Consensus conference Le Conferenze di consenso partono dall’idea di far dialogare tra loro teoria e prassi, dimostrando che i cosiddetti profani non esperti sono in grado di orientarsi velocemente in contesti complicati e di prendere posizione in maniera qualificata. Esse hanno origine dalle cosiddette conferenze di esperti che sono state organizzate negli Usa negli anni settanta per migliorare il sistema sanitario americano. Più tardi il metodo è stato ulteriormente sviluppato dal Danish Board of Technology (l’organo tecnico di valutazione delle tecnologie istituito nel 1986 dal Parlamento danese) e dalla fine degli anni ottanta viene regolarmente impiegato con successo. A una conferenza di consenso condotta seguendo il modello danese prendono parte da 10 a 30 cittadini interessati selezionati casualmente, che per età, sesso, livello di istruzione e professione costituiscono uno spaccato il più possibile rappresentativo della popolazione, e che non sono esperti delle materie affrontate nella discussione. Prima dell’avvio dei lavori i partecipanti si informano sulle questioni che saranno affrontate, attraverso il materiale informativo predisposto dagli esperti. Inoltre i partecipanti si incontrano due volte prima dell’avvio della conferenza per ricevere ulteriori informazioni e per elaborare delle domande a cui dovrebbero rispondere gli esperti nel corso della conferenza. Gli stessi partecipanti hanno la facoltà di designare o selezionare degli esperti della materia in discussione. La conferenza in sé dura di regola tre giorni, secondo il seguente schema:  Primo giorno: nel corso di una seduta pubblica i partecipanti ascoltano le prese di posizione degli esperti rispetto alle questioni individuate in precedenza. Alla sera si valutano insieme le risposte e in caso di necessità si pongono ulteriori domande.  Secondo giorno: gli esperti rispondono alle domande supplementari, ancora una volta in pubblico. Successivamente i cittadini si ritirano, discutono ed esprimono le loro valutazioni sulle risposte ricevute dagli esperti ed elaborano il rapporto conclusivo che contiene le loro prese di posizione e le raccomandazioni (di regola decise in maniera consensuale) e le motivazioni su cui sono fondate.  Terzo giorno: il rapporto viene presentato all’assemblea generale. Agli esperti spetta di correggere eventuali errori materiali, ma senza interferire con il contenuto. A conclusione del processo il rapporto viene presentato alla stampa e alla cittadinanza. tutti i partecipanti.
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Town meeting Ideato dall’associazione America Speaks sull’onda dei tradizionali town meeting statunitensi, l’Electronic Town Meeting (e-TM) permette di coniugare i vantaggi della discussione per piccoli gruppi con quelli di un sondaggio rivolto ad un ampio pubblico, offrendo le condizioni per riuscire a costruire un’agenda dei lavori in modo progressivo, sottoponendo a televoto dell’assemblea le domande che la discussione ha prodotto. A partire da una fase iniziale di lavoro in cui i partecipanti vengono informati grazie agli apporti di documenti ed esperti, si passa ad una fase di discussione in piccoli gruppi; grazie all’aiuto di facilitatori, ogni gruppo contribuisce all’elaborazione di un testo di discussione che viene sintetizzato e che costituisce la base per la formulazione di domande o proposte da sottoporre all’attenzione del pubblico e sulle quali i partecipanti possono esprimersi individualmente votando in tempo reale mediante appositi telecomandi. Le potenzialità di questo modello per i processi di democrazia deliberativa sono ormai riconosciute a livello internazionale, tanto che questa metodologia ha conosciuto un’ampia diffusione in vari contesti.
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Giurie di cittadini La giuria dei cittadini (Citizens Jury, nella definizione del Jefferson Center, che l’ha ideata nel 1974), detta anche giuria civica, è uno strumento di partecipazione finalizzato a contribuire al processo decisionale con le opinioni informate e ponderate di comuni cittadini. Un gruppo di cittadini (tra 12 e 24), selezionati con un campionamento casuale, si riuniscono nell’arco di qualche giornata (non più di 4 o 5, di solito durante i fine settimana) ed ascoltano testimoni e esperti, che esprimono tutti i possibili punti di vista sul tema da analizzare. I giurati, che ricevono un compenso per la loro partecipazione, possono rivolgere domande agli esperti e discutere quanto emerge dalle testimonianze. I lavori della giuria sono assistiti da uno o più facilitatori neutrali. Al termine delle audizioni la giuria formula le proprie raccomandazioni motivate, in grado di dar conto adeguatamente delle posizioni e degli argomenti maturati nel corso del confronto. Questa metodologia è adatta a contesti in cui occorre bilanciare interessi contrastanti e selezionare una o più soluzioni alternative per un problema complesso; essa non sostituisce i normali processi di decisione democratica ma rafforza i sistemi di rappresentanza esistenti.
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    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Dibattito pubblico Il dibattito pubblico è una modalità di coinvolgimento di cittadini e abitanti nella procedura di sviluppo di grandi interventi che riguardano il territorio: garantisce una piena e trasparente informazione sull’intervento in corso di progettazione a tutti i soggetti interessati, offrendo loro la possibilità di esprimere il proprio parere, sia come singoli sia come gruppi organizzati. Esso deve essere guidato, controllato e garantito da una commissione di esperti, che devono provenire da altri territori e ambienti sociali e culturali, e possedere la competenza e autorevolezza per garantire a tale strumento la necessaria credibilità. Il dibattito pubblico consente di migliorare la qualità dei progetti grazie all’utilizzo di una maggiore quantità di informazioni ed osservazioni che altrimenti sfuggirebbero, e contribuisce a legittimare e rendere efficaci le decisioni pubbliche, favorendone l’accettabilità sociale ed eliminando i disagi e/o la conflittualità che possono generarsi durante la fase di realizzazione di un grande progetto. A livello legislativo il modello del dibattito pubblico è stato recepito dalla l.r. Toscana n. 69/2007, istitutiva della Autorità per la garanzia e la promozione della partecipazione (ARP)
  • 82.
    STRUMENTI 4. Strumenti etecniche per l’interazione costruttiva Conflict Spectrum Metodo per trattare i conflitti ad uno stadio molto iniziale. Esso dà alle persone la possibilità di capire il senso delle posizioni assunte dagli altri e consente loro di avere un’idea precisa sul numero di persone che condividono certe opinioni. Lo strumento richiede che ciascuno esprima pubblicamente il proprio punto di vista e quindi dev’essere usato solo quando le persone possono sentirsi sufficientemente sicure di prendere posizione apertamente. Dopo aver riunito tutte le persone in una sala, si indica un angolo della sala come il punto dove devono andare le persone che sono fermamente convinte di una certa posizione. L’angolo opposto è il punto dove devono andare le persone convinte del contrario. Si spiega ai partecipanti che tra le due posizioni potrebbero esistere infinite sfumature che sono rappresentate, nella sala, dalle posizioni intermedie tra i due angoli. Si chiede a ogni partecipante di andare nel punto della sala che corrisponde al proprio punto di vista. E quando le persone si sono disposte lungo lo spettro, si chiede a ciascuna di loro di spiegare brevemente perché hanno scelto di mettersi in quella posizione. A questo punto è possibile (ma non necessario) compiere un passo ulteriore, dividendo i partecipanti in tre gruppi: i due gruppi che si sono collocati in posizioni estreme e il gruppo che si è collocato nel mezzo. Ogni gruppo ha venti minuti per preparare una lista dei punti di forza e di debolezza della propria posizione e poi ne riferisce in seduta plenaria. Subito dopo è possibile chiedere ai partecipanti di ricollocarsi lungo lo spettro. Se qualcuno, dopo la discussione, ha cambiato idea, gli si chiede di spiegare perché.
  • 83.
    STRUMENTI Criteri di attuazionedel processo partecipativo L’efficace attuazione del processo partecipativo richiede l’individuazione ed il rispetto di criteri certi e univoci in merito a:  scelta dei soggetti (inclusività, impatto della decisione, necessità di acquisire preferenze e interessi o piuttosto informazioni, ecc);  scelta delle fasi nelle quali attivare il processo partecipativo (tempestività rispetto alla decisione politica; possibile ripetizione in più stadi del processo decisionale);  scelta delle tecniche di partecipazione (onerosità di realizzazione, in termini di tempi e costi; attendibilità e validità dei risultati ottenibili; utilità ed esaustività dei risultati ai fini dello specifico processo decisionale nel quale è attivato il processo partecipativo);  scelta degli atti da sottoporre a processo partecipativo (atti destinati a produrre un rilevante impatto sui destinatari; atti destinati a generare forti conflittualità);  esiti del processo partecipativo (diffusione dei risultati; obbligo di motivazione per il decisore in caso di decisione difforme). La necessità di una coerente e preventiva definizione dei criteri di attuazione dei processi partecipativi è sostenuta anche dall’Unione europea e dall’OCSE: per la loro definizione si può ricorrere a fonti legislative o regolamentari (leggi, statuti regionali, ecc.); mentre per l’indicazione degli standard tecnici si può ricorrere ad altri atti subordinati, come decreti, direttive, protocolli, linee guida.
  • 84.
    FASI 1. Individuazione edefinizione dei temi oggetto di governance 2. Individuazione della scala territoriale a cui operare 3. Individuazione dei soggetti da coinvolgere nel processo 4. Scelta dei metodi e degli strumenti per la regolazione della partecipazione 5. Avvio e gestione del processo di governance partecipata 6. Verifica e miglioramento continuo del processo
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    FASI 1. Individuazione edefinizione dei temi oggetto di governance  Scelta degli ambiti di intervento pubblico rispetto ai quali attuare un modello di governance locale partecipata in funzione di specifiche esigenze di sviluppo locale  urbanistica, bilancio, trasporti, ambiente, sanità, sociale, formazione e lavoro, sviluppo economico, etc.  Messa a fuoco dei relativi vincoli di natura strutturale, socio-culturale, normativa ed economica  Distinzione tra temi per i quali la partecipazione si declinerà in termini di  informazione/comunicazione e consultazione/ascolto  Deliberazione, attraverso collaborazione/coinvolgimento attivo
  • 86.
    FASI 2. Individuazione dellascala territoriale a cui operare  Delimitazione degli ambiti territoriali entro cui i fenomeni oggetti di governance impattano, per la scelta degli attori istituzionali e privati da coinvolgere nel processo, al di là dei meri confini amministrativi  In funzione delle caratteristiche dell’ambito di intervento prescelto e dei relativi flussi e network
  • 87.
    FASI 3. Individuazione deisoggetti da coinvolgere nel processo  Analisi degli interessi in gioco nei diversi temi di governance selezionati  Individuazione degli stakeholder di riferimento per il coinvolgimento nel processo pubblico di tutti coloro che direttamente o indirettamente influenzano le decisioni di policy rispetto ai temi di governance e coloro su cui queste hanno effetto  Individuazione dei facilitatori di processo
  • 88.
    FASI 3. Individuazione deisoggetti da coinvolgere nel processo Analisi degli stakeholder Si considerano stakeholder tutti i soggetti – individuali o collettivi, autonomi o organizzati – potenzialmente interessati alla questione da affrontare. Essi dovrebbero essere considerati e coinvolti sin dalle prime fasi di progettazione di un intervento, per poterne garantire un adeguato svolgimento. Fasi dell’analisi 1. Identificare tutti i portatori di interesse (enti pubblici e para-pubblici, associazioni di categoria, soggetti del mondo economico- produttivo, associazioni, comitati e gruppi di cittadini, opinion leader, ecc.), e nello specifico i reali interlocutori al loro interno. 2. Comprendere i bisogni impliciti ed espliciti degli stakeholders rispetto al processo oggetto di governance, utilizzando al meglio tutte le informazioni e le conoscenze disponibili. 3. Valutare in che misura il processo di governance oggetto di intervento risponde ai criteri degli stakeholders, allo scopo di individuare sinteticamente punti di forza e di debolezza del progetto. 4. Comprendere in che modo gli stakeholders possono influenzare positivamente o negativamente il processo 5. Selezione degli stakeholder da coinvolgere, per livello di importanza, influenza e pertinenza nel processo oggetto di intervento.
  • 89.
    FASI 3. Individuazione deisoggetti da coinvolgere nel processo Scelta dei facilitatori I facilitatori possono essere scelti tra soggetti interni /esterni all’ente promotore del processo di governance locale partecipata In funzione di:  Disponibilità di specifiche competenze interne/necessità di ricorrere a competenze esterne  Budget  Conoscenza del contesto ambientale di riferimento  Motivazione e coinvolgimento nel processo  Garanzia di continuità  Legittimazione pubblica  Autonomia, indipendenza nella gestione del processo
  • 90.
    FASI 3. Individuazione deisoggetti da coinvolgere nel processo Ownership Termine che indica l’appropriazione dei processi e dei progetti da parte degli attori locali. Fattore essenziale perché l’ownership si realizzi è la partecipazione degli stakeholder alla individuazione dei problemi ed alla definizione degli obiettivi. Spesso, tuttavia, si registrano resistenze da parte dei tecnici ad applicare gli istituti partecipativi, perché non considerati come fattore strategico di sostenibilità degli interventi e di garanzia della trasparenza delle procedure decisionali.
  • 91.
    FASI 4. Scelte deglistrumenti/tecniche per la regolazione della partecipazione  Scelta delle modalità più efficaci a garantire l’effettiva inclusività e condivisione dei processi decisionali e gestionali di governance, in relazione alla specificità dei diversi attori coinvolti (istituzionali, pubblici, privati, del terzo settore, cittadini, etc.) e dei fattori cruciali alla base del processo (focus su definizione di scenari futuri, realizzazione di un piano di azioni, risoluzione di conflitti esistenti, ecc.)  Definizione dei luoghi e tempi del processo
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    FASI 4. Scelte dimetodi e strumenti per la regolazione della partecipazione Definizione dei luoghi e tempi del processo La scelta del momento in cui attivare la partecipazione nell’ambito di un processo decisionale può influire decisivamente sugli esiti e sull’efficacia della stessa: individuare la fase del processo decisionale in cui è più opportuno coinvolgere gli interessati è, quindi, di determinante importanza. Il criterio di scelta della fase più opportuna dovrà essere orientato, quantomeno, verso una duplice direzione: la tempestività rispetto alla decisione politica e la sua ripetizione in più stadi del processo decisionale. Una partecipazione tempestiva deve essere attivata all’inizio del processo decisionale, ossia nel momento della individuazione degli obiettivi: in questo modo i soggetti interessati possono offrire informazioni fondamentali per la rilevazione dei bisogni e la valutazione dell’opportunità, dei costi e dei benefici dell’intervento, e contribuire ad affrontare e governare preventivamente la conflittualità eventualmente legata alle soluzioni ipotizzate. Un processo partecipativo è ripetibile in più stadi se è possibile attivare gli strumenti partecipativi in momenti diversi dello stesso processo decisionale, con riferimento sia alle fasi ex ante della decisione che a quelle ex post: se le informazioni raccolte presso i destinatari sono importanti rispetto alla progettazione delle politiche pubbliche, non minore rilievo assumeranno le informazioni di ritorno sull’impatto effettivamente esercitato dall’intervento pubblico e sulle ragioni di una sua eventuale scarsa efficacia
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    FASI 5. Avvio egestione del processo di governance partecipata  Progettazione, pianificazione e coordinamento delle attività da realizzare per lo svolgimento del processo mediante strumenti di project management 1. Definizione dei temi: diagramma di GANTT 2. Struttura delle attività:WBS (Work Breakdown Structure) 3. Ruoli e responsabilità: OBS (Organization Breakdown Structure) 4. Programmazione delle attività: PERT (Program Evaluation and ReviewTechnique) 5. Gestione dei costi: CBS (Cost Breakdown Structure)
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    FASI 5. Avvio egestione del processo di governance partecipata Diagramma di GANTT Il diagramma di Gantt è uno strumento di supporto alla gestione dei progetti, ideato dall'ingegnere statunitense Henry Lawrence Gantt (1861-1919), nel 1917. Si tratta di un diagramma cartesiano, ossia, una rappresentazione grafica bidimensionale: sulle ascisse (asse orizzontale) viene riportata la variabile temporale, mentre lungo le ordinate (asse verticale) sono indicate le attività nella quali è stato scomposto il progetto. Attraverso il Gantt è possibile visualizzare il tempo totale minino necessario per la realizzazione delle varie fasi del progetto, la sequenza esatta delle fasi; vedere quali fasi possono essere contemporaneamente svolte; avere una chiara illustrazione dello stato di avanzamento del progetto rappresentato e definire eventi o date chiave.
  • 95.
    FASI 5. Avvio egestione del processo di governance partecipata WBS (Work Breakdown Structure) Con l'espressione inglese work breakdown structure (WBS), detta anche struttura di scomposizione del lavoro (traduzione letterale) o struttura analitica di progetto, si l'elenco di tutte le attività di un progetto. La WBS è una scomposizione gerarchica del progetto nei suoi elementi ed azioni costitutivi, generata allo scopo di migliorarne la gestione ed il controllo.
  • 96.
    FASI 5. Avvio egestione del processo di governance partecipata OBS (Organization Breakdown Structure) Con l'espressione inglese Organization Breakdown Structure (OBS, Struttura Analitica dell'Organizzazione) si intende la definizione puntuale delle responsabilità di progetto. L'OBS si posiziona logicamente e temporalmente dopo la WBS (Work Breakdown Structure), infatti solo dopo aver effettuato un'analisi delle fasi e delle attività (Work Packages) di cui si compone un progetto, è possibile assegnare ciascun WP ad un responsabile che ne garantisca la realizzazione nei modi, nei tempi e nei costi previsti. La Organization Breakdown Structure si presenta come un organigramma di progetto (scomposizione gerarchica dei compiti e delle responsabilità) che permette di definire i ruoli all'interno del team.
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    FASI 5. Avvio egestione del processo di governance partecipata PERT (Program Evaluation and Review Technique) Il diagramma di PERT è uno strumento di project management utilizzato per pianificare, organizzare e coordinare le attività all'interno di un progetto. PERT sta per “Program Evaluation Review Technique”, una metodologia sviluppata dalla Marina Militare nel 1957 per gestire il programma di missili sottomarini Polaris. Esso consente di individuare le attività che devono essere eseguite in sequenza, note come attività seriali o dipendenti, e quelle che possono essere eseguite contemporaneamente, note come attività parallele o simultanee. Nel diagramma di PERT, il progetto viene tracciato su un diagramma di flusso in cui i nodi sono scadenze o punti cardine e le frecce rappresentano attività dipendenti. Le dipendenze sono rappresentate dai percorsi collegati che si spostano da sinistra a destra. Un’analisi tradizionale PERT prevede in media tre scadenze diverse: la più breve, cioè la stima ottimale, la più realistica, cioè la stima probabile, e la stima pessimistica.
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    FASI 5. Avvio egestione del processo di governance partecipata CBS (Cost Breakdown Structure) Il CBS (in italiano struttura dettagliata del costo) è uno strumento di gestione dei costi di un progetto. Il costo totale del progetto è dato dalla somma di:  Costi diretti: pari alla somma dei costi di tutte le attività di progetto  Costi indiretti: non collegati direttamente ad una attività ma trasversali alle attività (segreteria, amministrazione, sede amministrativa…) Il costo delle attività si compone di:  costi fissi (i costi che non variano con l’aumento o la diminuzione delle attività svolte)  Costi risorse (relativi all’impiego delle risorse) Questi ultimi si compongono di:  risorse ad impiego (sono quelle che vengono riutilizzate durante lo stesso progetto, come ad esempio la consulenza, le attrezzature, ecc.)  risorse a consumo sono quelle che non possono essere riutilizzate ad esempio la carta per stampare un listato di un programma, l’energia elettrica utilizzata per mantenere accesi i computer o illuminate le stanze) Il costo delle risorse dovrà essere definito attraverso dei costi unitari moltiplicato la durata dell’attività
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    FASI 6. Monitoraggio emiglioramento continuo del processo  La logica del ciclo PDCA (Plan, Do, Check, Act) per il miglioramento continuo  Il sistema di monitoraggio  Metodi e strumenti di monitoraggio
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    FASI 6. Monitoraggio emiglioramento continuo del processo  La logica del ciclo PDCA (Plan, Do, Check, Act) per il miglioramento continuo Il ciclo PDCA, ideato da W. Edward Deming negli anni ’50, costituisce uno dei principali modelli per il miglioramento continuo dei processi per la qualità di servizi e prodotti. Esso si basa sulla successione continua delle quattro fasi PDCA (pianificazione, messa in atto, verifica e miglioramento).
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    FASI 6. Monitoraggio emiglioramento continuo del processo  Il sistema di monitoraggio Il sistema di monitoraggio costituisce lo strumento di verifica e valutazione dei risultati ottenuti. Un sistema di monitoraggio per la valutazioni del processo di governance locale partecipativa contribuisce a facilitare il processo di gestione, legittima e rafforza la credibilità del progetto, motiva i partecipanti e consente di trasferire e riprodurre i benefici ottenuti. Per poter fare questo deve soddisfare una serie di condizioni:  deve essere delineato nella fase iniziale del progetto;  deve essere strutturato intorno a un gruppo di indicatori controllabili in maniera oggettiva;  deve essere organizzato in considerazione dei momenti critici del progetto in modo da garantirne il controllo;  deve assicurare la partecipazione di tutti gli attori coinvolti.
  • 102.
    FASI 6. Monitoraggio emiglioramento continuo del processo  Metodi e strumenti di monitoraggio  indicatori  fonti di verifica  interviste  questionari  focus group  risk analysis  analisi costi/benefici e costi/efficacia  SWOT analysis  valutazione integrata
  • 103.
    FASI  metodi estrumenti di monitoraggio Indicatori e fonti di verifica Gli indicatori sono strumenti di misurazione che forniscono dati utili per la gestione del progetto nonché per il monitoraggio e la valutazione dell’efficienza delle attività svolte. In tal modo permettono di migliorare il processo decisionale, promuovere una maggiore efficienza e produrre risultati più rilevanti. Gli indicatori devono essere in relazione diretta con gli obiettivi principali del progetto e fornire un quadro adeguato di ciò che il progetto si propone di ottenere. Tuttavia, poiché tali indicatori possono fornire solamente“ un’istantanea” parziale dello stato di avanzamento dei lavori, la prima decisione da prendere riguarda “che cosa” misurare, cioè stabilire quali sono le parti del progetto più importanti e degne di interesse. La difficoltà nella selezione degli indicatori è quella di trovare quantità/elementi misurabili che possano rispecchiare gli effetti più significativi, combinando ciò che è sostanzialmente rilevante, quale riflesso dei risultati attesi, con ciò che è invece realistico in termini di raccolta e gestione dei dati. Alcuni dei problemi chiave relativi ai processi di monitoraggio e valutazione possono essere eliminati fin dall’inizio definendo un ampio insieme di indicatori appropriati che misurino in modo chiaro il fine delle attività e gli obiettivi del progetto:  Indicatori di output: misurano ciò che le attività di progetto producono;  Indicatori di risultato: misurano gli effetti immediati sui beneficiari scelti;  Indicatori di impatto: misurano i contributi a lungo termine rispetto all’obiettivo generale.
  • 104.
    FASI  metodi estrumenti di monitoraggio Fonti di verifica Le Fonti di verifica descrivono dove e in quale forma è possibile trovare le informazioni necessarie a verificare il grado di raggiungimento degli obiettivi espresso dagli indicatori. Le fonti di verifica possono essere  interne al progetto (es. report, contabilità di progetto, dati di progetto)  esterne al progetto Le fonti al di fuori del progetto dovrebbero essere valutate in termini di accessibilità, affidabilità, rilevanza e dovrebbero essere accessibili a bassi costi.
  • 105.
    FASI  metodi estrumenti di monitoraggio Intervista L’intervista è uno scambio verbale tra due o più persone (intervistatore/intervistato-i), nel quale, attraverso domande più o meno prefissate, si raccolgono informazioni su dati personali, comportamenti, opinioni e atteggiamenti di un soggetto su un particolare tema. L’intervista può essere classificata in base al grado di standardizzazione:  Intervista non standardizzata: implica che l’intervistatore non abbia un tema prefissato e che la conversazione sia condotta dall’intervistato su argomenti da lui scelti liberamente.  Intervista parzialmente standardizzata: l’intervistatore è libero di modificare la sequenza prevista dallo strumento di rilevazione a seconda delle peculiarità dell’interazione, e l’intervistato può rispondere con parole proprie.  Intervista standardizzata: condotta classicamente mediante questionario, prevede il minimo di libertà per i due attori e comporta un grande dettaglio nell’esplicitare gli argomenti.
  • 106.
    FASI  metodi estrumenti di monitoraggio Questionario Strumento composto da una serie di domande su un determinato argomento, o su più argomenti, rivolte a un gruppo di persone, o a una più o meno larga collettività, per raccogliere dati, opinioni, informazioni in un’indagine a fini statistici o di studio, in inchieste di vario tipo. Può essere anche proposti a persone singole, con lo scopo di valutarne, in base alle risposte, le tendenze, le attitudini, le capacità professionali, e simili. Le domande possono essere:  aperte, quando le modalità di risposta non sono specificate a priori dal ricercatore,  chiuse, quando si definiscono a priori delle alternative di risposta, tra cui l’intervistato può scegliere Ogni tipologia di domanda comporta vantaggi e svantaggi, perciò spesso si predilige un uso alternato delle stesse all'interno del questionario.
  • 107.
    FASI  metodi estrumenti di monitoraggio Focus group Tecnica di analisi qualitativa che consiste in riunioni di breve durata alle quali prendono parte da 6 a 12 persone, selezionate in base a criteri sommari di campionamento e inviti, per discutere su un certo tema secondo una scaletta predisposta dai ricercatori. Il dibattito è diretto da un coordinatore/facilitatore che ha anche il compito di promuovere l’interazione fra i partecipanti, nonché di coglierne e interpretarne gli orientamenti, compresi quelli non espressi verbalmente.
  • 108.
    FASI  metodi estrumenti di monitoraggio Analisi e gestione del rischio Il rischio può essere definito come una potenziale causa di fallimento del progetto o, in altre parole, un evento potenzialmente in grado di mettere a repentaglio il raggiungimento degli obiettivi del progetto. Visto da un'altra angolazione, il rischio non è altro che un problema da gestire nello stato precedente al quale si manifesta. La maggior parte dei rischi con impatti negativi può essere risolta (o per lo meno mitigata) intervenendo nella pianificazione del progetto e disponendo di maggior tempo e/o maggiori risorse. Secondo alcune definizioni un rischio può essere classificato anche come "positivo" nel senso che ad esso può essere associato una potenziale opportunità (ad es: completare il progetto prima del previsto, per via di una immissione di risorse aggiuntive o di una sua semplificazione). I committenti di un progetto a volte possono "imporre" in corsa un peggioramento sulle tre variabili del "triangolo": "tempi", "costi/risorse", "scopo/qualità". Le restanti variabili, i "rischi" appunto, devono essere gestite dal team di progetto mediante una stima iniziale solida e accurata e l'utilizzo di tecniche di pianificazione efficienti e reattive.
  • 109.
    FASI  metodi estrumenti di monitoraggio Analisi costi/benefici e costi/efficacia L’analisi costi-efficacia e l’analisi costi-benefici sono strumenti di valutazione delle politiche pubbliche. La prima metodologia (Cost-Effectiveness Analysis, CEA) viene in genere preferita per il fatto di prescindere da forme di rigorosa monetizzazione dei costi e dei benefici di beni intangibili (quali la vita, la salute, l’ambiente, ecc.), come richiesto invece dall’analisi costi benefici e/o da quei valutatori che appaiono ostili ad una nozione di policy aperta alla *democrazia partecipativa o comunque di tipo solidale. Allo stato attuale dell’arte, la CEA non si presenta caratterizzata da uno standard comune di applicazione ma viene realizzata adattando principi e parametri di fondo alle circostanze specifiche della situazione di riferimento. Tali principi e parametri sono finalizzati ad una elaborazione previsionale dei costi riferita alle possibili opzioni di intervento, in ragione delle seguenti necessità:  individuare una tipologia di effetti considerata rilevante per la valutazione;  calcolare l’ammontare di tali effetti ricollegabile a ciascuna alternativa;  misurare, per ciascun intervento, i relativi costi espressi in termini monetari;  calcolare gli indici costi-efficacia;  ordinare i progetti sulla base di tali indici;
  • 110.
    FASI  metodi estrumenti di monitoraggio I costi della partecipazione I costi della partecipazione, si riferiscono all’insieme di risorse economiche, umane, tecniche e logistiche necessarie per realizzare una politica partecipativa. La scelta dei metodi e delle tecniche partecipative più adeguate deve infatti rispettare criteri che ne assicurino l’efficacia, tra i quali quello della proporzione fra i costi e i benefici attesi. Tuttavia l’argomento dei costi della partecipazione costituisce anche un ostacolo o pregiudizio, in quanto sovente utilizzato per contrastarne la realizzazione. È diffusa la convinzione che le pratiche partecipative comportino aumenti non sostenibili nei costi dei processi decisionali. In realtà, è ampiamente dimostrato come sia possibile prevedere modalità che attenuino la pressione di tali costi sull’amministrazione: v. ad esempio le procedure di dibattito pubblico, nelle quali i costi dell’organizzazione dello stesso vengono generalmente posti a carico del proponente il progetto. Inoltre, è ormai dimostrato come assai più alti siano in genere i costi della non partecipazione e dell’esclusione, valutabili non solo in termini di legittimazione, consenso e democraticità delle decisioni, bensì anche nei termini economici della conseguente inefficacia delle politiche: sono i costi derivanti dal mancato utilizzo della partecipazione in funzione di governo preventivo della conflittualità, come dimostrano i sempre più numerosi fenomeni di mobilitazione per il blocco di grandi opere e i contenziosi giudiziari che ne derivano; sono anche i costi della corruzione, la quale trova fertile terreno di coltura in processi decisionali non trasparenti, arbitrari e privi di accountability della spesa pubblica
  • 111.
    FASI  metodi estrumenti di monitoraggio SWOT analysis Tecnica di analisi qualitativa per la valutazione dei  punti di forza (Strengths),  debolezze (Weaknesses),  opportunità (Opportunities)  minacce/rischi (Threats) di un progetto nell’ambito di un processo decisionale. Permette strategicamente di individuare i principali fattori interni ed esterni che sono importanti per raggiungere un obiettivo.
  • 112.
    FASI  metodi estrumenti di monitoraggio Valutazione integrata I sistemi di valutazione integrata, o partecipativa, utilizzano grandemente l’apporto di attori sociali rilevanti, e in particolare dei destinatari del programma o servizio, allo scopo di analizzare la qualità dei processi decisionali e del loro impatto. Sistemi di valutazione integrata sono previsti soprattutto con riferimento agli effetti territoriali, ambientali, sociali ed economici delle politiche, con discipline che stabiliscono i criteri, la procedura e le modalità tecniche per l’effettuazione della valutazione stessa, ivi inclusi gli indicatori per il monitoraggio degli effetti nonché le specifiche modalità per l’informazione e la consultazione del pubblico, delle associazioni che promuovono la tutela dell’ambiente e delle altre organizzazioni interessate. Lo stile partecipativo in valutazione ha dei vantaggi, ma presenta dei limiti: uno di essi è la tendenza a coinvolgere solo i responsabili ed il personale del programma nella definizione dello studio di valutazione, nella sua condotta ed interpretazione, nonostante si parli del coinvolgimento di tutti gli stakeholder.
  • 113.
    BIBLIOGRAFIA  AA.VV. (2004).Il piano di zona, Carocci  Amodio R., Luzenberger G. (2004), Breve guida all’uso della metodologia European Awarness Scenario Workshop (EASW), Quaderni di facilitazione scuola superiore di facilitazione  Bobbio L. (2007). Amministrare con i cittadini. Viaggio tra le pratiche di partecipazione in Italia. Rubbettino Editore. http://www.laboratoriocittalaquila.it/docs/bibliografia/Amministrare-con-i-cittadini.pdf  Bobbio L. (2004), A più voci. Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi, Cantieri –Analisi e strumenti per l’innovazione, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli. http://db.formez.it/fontinor.nsf/0/8E0AD917896786FCC125709D00476C82/$file/Bobbio%20L._A%20pi%C3%B9%20voci.pdf  Bragadin, F. (2017). CBS - Cost Breakdown Structure, Whymatematics.com. http://www.whymatematica.com/?p=7389  Cancelliere, A. Costruire una visione condivisa per concretizzare la città futura: tecniche e metodi per una pianificazione partecipata, Osservatorio Smart City. http://osservatoriosmartcity.it/wp- content/uploads/4_amaliacancelliere.pdf  Ciaffi D., Mela A. (2006). La partecipazione. Dimensioni, spazi, strumenti. Roma: Carocci  Ciaffi D., Mela A. (2011). Urbanistica partecipata. Modelli ed esperienze. Roma: Carocci  Ciapetti, L. (2010). Lo sviluppo locale. Capacità e risorse di città e territori, Il Mulino  Cito, N. Metodologie e strumenti per la presentazione, il monitoraggio e la valutazione di progetti secondo l'approccio comunitario, Europe Direct Marche. http://www.europedirectmarche.it/download/Presentazione_28062007.pdf  Commissione delle Comunità europee (2001). La governance europea: un libro bianco. https://ec.europa.eu/transparency/regdoc/rep/1/2001/IT/1-2001-428-IT-F1-1.Pdf  Comune di Firenze, Glossario AG21. http://ambientesostenibilita.comune.fi.it/export/sites/cittasostenibile/materiali/ambiente/Glossario_AG21.pdf  Deming E. W. (1982). L’impresa di qualità Torino. Isedi  De Toffol, F., Valastro A. (2012). Dizionario di democrazia partecipativa, Regione Umbria. http://www.regione.toscana.it/documents/10180/1393902/diz_democrazia_partecipativa_materiali.pdf/627b9269-b91c-4765-866c- 3d160e0a1f9c  De Ambrogio, U. (2020). Modelli di governance a confronto e strategie locali per le politiche per l’Infanzia e l’adolescenza. https://www.minori.it/sites/default/files/TavoloTecnico_28sett2010_DeAmbrogio_Modelli_Governance.pdf  Focus group, Enciclopedia Treccani. http://www.treccani.it/enciclopedia/focus-group/  Galgano A. (1990). La qualità Totale. Milano. Il Sole 24 Ore Libri  Gli strumenti della partecipazione, Comune di Palermo. https://www.comune.palermo.it/js/server/uploads/_17062014113002.pdf  Goal oriented project planning, Formez. http://focus.formez.it/sites/all/files/Microsoft%20Word%20-%20tre_GOPP.pdf  Governance, Università di Bergamo. http://wwwdata.unibg.it/dati/corsi/13152/87983-Governance_5.pdf  Ishikawa K (1992). Che cos’è la qualità totale. Il modello giapponese. Milano. Il Sole 24 Ore Libri  La pianificazione finanziaria del progetto, Associazione ProNexus. https://www.unirc.it/documentazione/formazione/materiale/lezione_4_III.pdf  Nanz,P., Fritsche M. (2014). La partecipazione dei cittadini: un manuale. 2014. https://partecipazione.regione.emilia-romagna.it/tecnico-di-garanzia/documentazione/la-partecipazione-dei-cittadini-un-manuale/documenti/la- partecipazione-dei-cittadini-un-manuale  Owen, H. (2005). A brief user’s guide to Open Space Technology, Traduzione ed adattamento italiano a cura di G. de Luzenberger.  PRO.M.I.S., Programma Mattone Internazionale Salute, Monitoraggio e valutazione https://www.promisalute.it/upload/mattone/gestionedocumentale/4.7%20monitoraggio%20e%20valutazione_784_2708.pdf  Quando usare il diagramma di PERT in un progetto, Twproject, https://twproject.com/it/blog/quando-usare-il-diagramma-di-pert-un-progetto/  Questionario, Enciclopedia Treccani. http://www.treccani.it/vocabolario/questionario/  Schema della ricerca-azione, Invalsi. http://www.invalsi.it/invalsi/documenti/ide/07_06/schema_ricerca_azione.pdf  Strumenti, Avventura urbana. http://www.avventuraurbana.it/index.php/meeting/  Sclavi, M. (2002). Avventure urbane, Milano, Eléuthera  Sclavi, M., Susskind, L.E. (2011). Confronto creativo. Dal diritto di parola al diritto di essere ascoltati, Etal. http://theconsensusbuildingapproach.blogspot.com.  Sgandurra, I. (2012) (a cura di). Linee Guida di Europrogettazione, Edizioni CLEUP  Tusini, S. (2015). La ricerca come relazione. L’intervista nelle scienze sociali, Franco Angeli. http://www.edurete.org/testi/sa.asp?ida=183
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    LA GOVERNANCE LOCALEPARTECIPATA Grazie dell’attenzione Mario D’Andreta