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 BOT e BTP non sono più garantiti dallo stato

 Grazie al trattato che istituisce il fondo salva stati, ogni paese europeo potrà rinegoziare
 l'esposizione debitoria con gli investitori, facendo saltare in aria gli accordi originari: di Pasquale
 Marinelli.

 di Pasquale Marinelli
 Pubblicato il 21 gennaio 2013| Ora 14:33
 Commentato: 12 volte

 ROMA (WSI) - Ebbene, eccovi un’interessante notizia. Da quest’anno, come stabilito nel trattato che
 istituisce il fondo salva stati (ESM), tutti i paesi europei sono obbligati ad applicare le Clausole di
 Azione Collettiva (CAC) sui propri titoli di debito pubblico di nuova emissione. Leggete qui il
 comunicato del ministero del'economia e delle finanze. Cosa sono le CAC? Esse sono postille (vere e
 proprie clausole vessatorie) previste sui nuovi titoli di stato di durata superiore a 12 mesi, emessi da
 ogni paese europeo aderente all’ESM (leggi qui il trattato), con la prima cedola scadente a partire
 dalla data del 1 gennaio 2013. Le CAC regolano la possibilità, per uno stato che versa in una
 condizione di crisi del debito sovrano, di ricontrattare interessi, scadenze e di proporre agli investitori
 lo scambio con obbligazioni di diversa tipologia. Gli accordi europei prevedono espressamente che
 l’emissione di titoli di debito pubblico con le CAC non deve superare il 45% del totale emesso in
 un anno (leggi qui le linee guida del dipartimento del tesoro, sulla gestionde del debito pubblico del
 2013). In pratica, grazie al trattato che istituisce il fondo salva stati (a cui anche l’Italia ha aderito),
 BOT e BTP non saranno più garantiti dallo stato. Ogni paese europeo, infatti, potrà
 legittimamente rinegoziare la propria esposizione debitoria con gli investitori, facendo saltare all’aria
 gli accordi originari divenuti per esso insostenibili (un po’ come già accade in Italia con la
 previdenza sociale; passano gli anni e lo stato modifica continuamente le condizioni per andare in
 pensione, facendo subire un danno al contribuente il quale vede sempre di più allontanarsi il giorno
 in cui poter accedere alla pensione e sempre più diminuire la sua entità). Il limite di emissione del
 45% è sicuramente una tutela affinché la maggior parte dei titoli di debito pubblico di nuova
 emissione resti garantito così come lo sono sempre stati. Ma io non ci conterei troppo; quanto tempo
 passerà affinché tale limite venga modificato e aumentato, fino ad avvicinarsi al 100%? Che grado di
 affidabilità avrebbero questi titoli nei confronti degli investitori, di cui lo stato emittente può
 cambiare le condizioni iniziali di sottoscrizione, quando più conviene ad esso? Certo, il rendimento
 di questa nuova tipologia di titoli pubblici sarebbe più alto rispetto a quelli tradizionali, proprio
 perché in essi sarebbe insito il rischio di ricontrattazione in negativo dei titoli da parte dello stato, in
 caso di rischio del suo default. Ma se ciò è espressamente previsto in queste CAC le quali, per legge,
 possono essere obbligatoriamente aggiunte ai titoli di debito pubblico di nuova emissione, allora
 questo trattato sfaterebbe il secolare mito, secondo il quale investire in titoli di stato sarebbe un
 investimento sicuro. In definitiva, dal 2013 il fallimento di uno stato è previsto per legge. Noi, umili
 blogger studiosi dei fenomeni economici, sono anni che mettiamo in allerta le famiglie risparmiatrici
 circa il fatto che i titoli pubblici non sono sicuri come ci hanno sempre insegnato, che gli stati come
 l’Italia sono a rischio di fallimento. Ci è stato sempre replicato (soprattutto dagli economisti, quelli
 sapientoni) che un soggetto statale è un’entità troppo grande per fallire e non garantire il proprio
 debito. Ma allora, se così fosse, perché prendere l’iniziativa di adottare queste clausole che, di fatto,
 pongono gli stati in una posizione privilegiata rispetto all’investitore, in caso di rischio? A quale
 rischio lo stato si cautelerebbe, grazie all’adozione di queste clausole, se non a quello di finire con le
 gambe all’aria? Visto che la legge è la legge, da oggi è certo, lo possiamo dire tutti (anche quegli
 economisti sapientoni) che i titoli di debito pubblico non sono titoli da investimento sicuro e che uno
 stato può fallire. Adesso lo dice anche la legge!

 Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Il blog di Pasquale Marinelli - che ringraziamo -
 esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street
 Italia, che rimane autonoma e indipendente.
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BOT e BTP non sono più garantiti dallo Stato

  • 1.
    Wall Street Italia Pagina 1 di 1 BOT e BTP non sono più garantiti dallo stato Grazie al trattato che istituisce il fondo salva stati, ogni paese europeo potrà rinegoziare l'esposizione debitoria con gli investitori, facendo saltare in aria gli accordi originari: di Pasquale Marinelli. di Pasquale Marinelli Pubblicato il 21 gennaio 2013| Ora 14:33 Commentato: 12 volte ROMA (WSI) - Ebbene, eccovi un’interessante notizia. Da quest’anno, come stabilito nel trattato che istituisce il fondo salva stati (ESM), tutti i paesi europei sono obbligati ad applicare le Clausole di Azione Collettiva (CAC) sui propri titoli di debito pubblico di nuova emissione. Leggete qui il comunicato del ministero del'economia e delle finanze. Cosa sono le CAC? Esse sono postille (vere e proprie clausole vessatorie) previste sui nuovi titoli di stato di durata superiore a 12 mesi, emessi da ogni paese europeo aderente all’ESM (leggi qui il trattato), con la prima cedola scadente a partire dalla data del 1 gennaio 2013. Le CAC regolano la possibilità, per uno stato che versa in una condizione di crisi del debito sovrano, di ricontrattare interessi, scadenze e di proporre agli investitori lo scambio con obbligazioni di diversa tipologia. Gli accordi europei prevedono espressamente che l’emissione di titoli di debito pubblico con le CAC non deve superare il 45% del totale emesso in un anno (leggi qui le linee guida del dipartimento del tesoro, sulla gestionde del debito pubblico del 2013). In pratica, grazie al trattato che istituisce il fondo salva stati (a cui anche l’Italia ha aderito), BOT e BTP non saranno più garantiti dallo stato. Ogni paese europeo, infatti, potrà legittimamente rinegoziare la propria esposizione debitoria con gli investitori, facendo saltare all’aria gli accordi originari divenuti per esso insostenibili (un po’ come già accade in Italia con la previdenza sociale; passano gli anni e lo stato modifica continuamente le condizioni per andare in pensione, facendo subire un danno al contribuente il quale vede sempre di più allontanarsi il giorno in cui poter accedere alla pensione e sempre più diminuire la sua entità). Il limite di emissione del 45% è sicuramente una tutela affinché la maggior parte dei titoli di debito pubblico di nuova emissione resti garantito così come lo sono sempre stati. Ma io non ci conterei troppo; quanto tempo passerà affinché tale limite venga modificato e aumentato, fino ad avvicinarsi al 100%? Che grado di affidabilità avrebbero questi titoli nei confronti degli investitori, di cui lo stato emittente può cambiare le condizioni iniziali di sottoscrizione, quando più conviene ad esso? Certo, il rendimento di questa nuova tipologia di titoli pubblici sarebbe più alto rispetto a quelli tradizionali, proprio perché in essi sarebbe insito il rischio di ricontrattazione in negativo dei titoli da parte dello stato, in caso di rischio del suo default. Ma se ciò è espressamente previsto in queste CAC le quali, per legge, possono essere obbligatoriamente aggiunte ai titoli di debito pubblico di nuova emissione, allora questo trattato sfaterebbe il secolare mito, secondo il quale investire in titoli di stato sarebbe un investimento sicuro. In definitiva, dal 2013 il fallimento di uno stato è previsto per legge. Noi, umili blogger studiosi dei fenomeni economici, sono anni che mettiamo in allerta le famiglie risparmiatrici circa il fatto che i titoli pubblici non sono sicuri come ci hanno sempre insegnato, che gli stati come l’Italia sono a rischio di fallimento. Ci è stato sempre replicato (soprattutto dagli economisti, quelli sapientoni) che un soggetto statale è un’entità troppo grande per fallire e non garantire il proprio debito. Ma allora, se così fosse, perché prendere l’iniziativa di adottare queste clausole che, di fatto, pongono gli stati in una posizione privilegiata rispetto all’investitore, in caso di rischio? A quale rischio lo stato si cautelerebbe, grazie all’adozione di queste clausole, se non a quello di finire con le gambe all’aria? Visto che la legge è la legge, da oggi è certo, lo possiamo dire tutti (anche quegli economisti sapientoni) che i titoli di debito pubblico non sono titoli da investimento sicuro e che uno stato può fallire. Adesso lo dice anche la legge! Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Il blog di Pasquale Marinelli - che ringraziamo - esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente. Copyright © Il blog di Pasquale Marinelli. All rights reserved http://www.wallstreetitalia.com/articolo-stampa.aspx?IdPage=1485549 23/01/2013