INDICEINDICE
Breve storia dell’ Inno di Mameli.
Il contesto
Parafrasi dell’Inno
Rubrica
Biografia Goffredo Mameli.
Biografia Michele Novaro
L’ Inno secondo Roberto Benigni.
La storia del Tricolore
L’emblema della Repubblica
INDICEINDICE
Breve storia dell’ Inno di Mameli.
Il contesto
Parafrasi dell’Inno
Rubrica
Biografia Goffredo Mameli.
Biografia Michele Novaro
L’ Inno secondo Roberto Benigni.
La storia del Tricolore
L’emblema della Repubblica
I versi del nostro Inno Nazionale vennero scritti dal mazziniano Goffredo Mameli, poeta e
patriota genovese, durante gli esaltanti anni risorgimentali successivi alle insurrezioni dei
moti del ‘48. Dopo aver scartato l'idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre
1847 Goffredo Mameli inviò il testo dell'inno a Torino per farlo musicare dal maestro
genovese Michele Novaro, che in quel momento si trovava nella casa del patriota
Lorenzo Valerio. Novaro ne fu subito conquistato e, il 24 novembre 1847, decise di
musicarlo.
Il fervore patriottico che lo contraddistingue lo rese l'inno più amato del Risorgimento
italiano, tanto che il primo biografo di Cavour e Vittorio Emanuele II, Giuseppe Massari, lo
definì il vero e proprio Inno Nazionale; Giuseppe Verdi doveva evidentemente essere
della stessa opinione quando lo inserì, a rappresentanza dell'Italia, nell'Inno delle Nazioni
da lui composto in occasione dell'Esposizione Universale di Londra del 1864.
Il 12 ottobre 1946 l'Inno di Mameli, soppiantando la Marcia Reale, divenne l'Inno
Nazionale della Repubblica Italiana.
I versi del nostro Inno Nazionale vennero scritti dal mazziniano Goffredo Mameli, poeta e
patriota genovese, durante gli esaltanti anni risorgimentali successivi alle insurrezioni dei
moti del ‘48. Dopo aver scartato l'idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre
1847 Goffredo Mameli inviò il testo dell'inno a Torino per farlo musicare dal maestro
genovese Michele Novaro, che in quel momento si trovava nella casa del patriota
Lorenzo Valerio. Novaro ne fu subito conquistato e, il 24 novembre 1847, decise di
musicarlo.
Il fervore patriottico che lo contraddistingue lo rese l'inno più amato del Risorgimento
italiano, tanto che il primo biografo di Cavour e Vittorio Emanuele II, Giuseppe Massari, lo
definì il vero e proprio Inno Nazionale; Giuseppe Verdi doveva evidentemente essere
della stessa opinione quando lo inserì, a rappresentanza dell'Italia, nell'Inno delle Nazioni
da lui composto in occasione dell'Esposizione Universale di Londra del 1864.
Il 12 ottobre 1946 l'Inno di Mameli, soppiantando la Marcia Reale, divenne l'Inno
Nazionale della Repubblica Italiana.
Fratellid'Italia,
L'Italias'èdesta,
Dell'elmodiScipio
S'ècintalatesta.
Dov'èlavittoria?
LeporgalaChioma,
Chèschiavadi Roma
Iddiolacreò.
Stringiamociacoorte.
Siamprontiallamorte,
Siamprontiallamorte,
L'Italiachiamò.
Noifummodasecoli
Calpesti, derisi,
Perchènonsiampopolo,
Perchèsiamdivisi.
Raccolgaciun'unica
Bandiera, unaspeme;
Difonderciinsieme
Giàl'orasuonò.
Gliitalianisonoorafratelli
l'Italiasi èrisvegliata
éprontaallaguerra
eindossal'elmodi
Scipionel'Africano
LavittoriaèdiRoma
PerchéDiohavolutocosì.
Uniamociinbattaglia
Siamoprontiamorire
perl'Italia
Noisiamodasecoli
sottomessiepresiingiro
perchénonsiamounpopolo
unito
perchésiamodivisiintanti
Stati.
Cidobbiamoraccogliere
sottoun'unicabandierae
un'unicasperanza
Èarrivatoilmomentodi
unirci.
Publio Cornelio Scipione
Stringiamocia
coorte.
Siamprontialla
morte,
Siamprontialla
morte,
L'Italiachiamò.
Uniamoci,
amiamoci,
L'unioneel'amore
Rivelanoai popoli
leviedelSignore.
Giuriamofarlibero
Ilsuolonatio:
Uniti, perDio!
Chivincerci può?
Stringiamocia
coorte.
Siamprontialla
morte,
Siamprontialla
morte,
L'Italiachiamò.
Uniamociin
battaglia
Siamoprontia
morire
perl'Italia.
Uniamoci, amiamoci
l'unioneel'amore
rivelanoaiPopoli
leviedelSignore.
Giuriamodiliberare
lapatriadovesiamo
nati.
Sesiamounitida
Dio,
Chicipuò
sconfiggere
Uniamociin
battaglia
Siamoprontia
morire
perl'Italia.
Dall'AlpeaSicilia,
DovunqueèLegnano;
OgniuomdiFerruccio
Hailcore, halamano:
Ibimbid'Italia
SichiamanBalilla,
Ilsuond'ognisquilla
IVespri suonò.
Stringiamociacoorte.
Siamprontiallamorte,
Siamprontiallamorte,
L'Italiachiamò.
Songiunchichepiegano
Lespadevendute;
Giàl'aquilad'Austria
Lepennehaperdute;
Ilsangued'Italia
IlsanguePolacco,
BevècolCosacco,
Mailsenlebruciò.
Stringiamociacorte
Siamprontiallamorte
L’Italiachiamò
DalleAlpiallaSicilia
Dovunquesivuolelottare
comenellabattagliadi
Legnano.
Ogniuomoècoraggioso
comelofuilFerrucci.o
Ibimbid'Italiali
chiamanoBalilla
Ilsuonodiognicampana
hasuonatolarivoltacome
neiVespriSiciliani.
Uniamociinbattaglia
Siamoprontiamorire
perl'Italia.
Lespadedeimercenari
L'aquiladell'Austria
Hagiàpersolepenne
mamorirà.
Ilsangueitaliano,
Ilsanguepolacco,
I Cosacchi sparsero.
Uniamociinbattaglia
Siamoprontiamorire
perl'Italia.
Battaglia di Legnano
Scipio: Scipione (soprannominato l’Africano) è il generale romano
che nel 202 a. C. sconfisse a Zama (Algeria) il cartaginese Annibale. I
versi dunque significano: l’Italia è tornata a combattere come ai
tempi di Scipione.
Scipio: Scipione (soprannominato l’Africano) è il generale romano
che nel 202 a. C. sconfisse a Zama (Algeria) il cartaginese Annibale. I
versi dunque significano: l’Italia è tornata a combattere come ai
tempi di Scipione.
Le porga la chioma: nell'antica Roma alle
schiave venivano tagliati i capelli per
distinguerle dalle donne libere. Così la Vittoria
dovrà porgere all’Italia la sua chioma, perché
sia tagliata, dal momento che è stata creata da
Dio schiava di Roma.
Le porga la chioma: nell'antica Roma alle
schiave venivano tagliati i capelli per
distinguerle dalle donne libere. Così la Vittoria
dovrà porgere all’Italia la sua chioma, perché
sia tagliata, dal momento che è stata creata da
Dio schiava di Roma.
coorte: le legioni dell’esercito romano erano
suddivise in coorti, formate da circa 600
uomini
coorte: le legioni dell’esercito romano erano
suddivise in coorti, formate da circa 600
uomini
Ferruccio: Francesco Ferrucci, nel 1530 difese Firenze dall'imperatore Carlo
V. Il Ferrucci venne vigliaccamente finito, quando era già morente, con una
pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo
V. “ Vile, tu uccidi un uomo morto” furono le celebri parole che l’eroe
rivolse al suo assassino. Da allora “Maramaldo” è diventato sinonimo di
“vile”, “traditore”.
Ferruccio: Francesco Ferrucci, nel 1530 difese Firenze dall'imperatore Carlo
V. Il Ferrucci venne vigliaccamente finito, quando era già morente, con una
pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo
V. “ Vile, tu uccidi un uomo morto” furono le celebri parole che l’eroe
rivolse al suo assassino. Da allora “Maramaldo” è diventato sinonimo di
“vile”, “traditore”.
Legnano: la città italiana in cui nel 1176 i
comuni lombardi sconfissero l'Imperatore
tedesco Federico Barbarossa, che qui diventa
simbolo dell’oppressione straniera.
Legnano: la città italiana in cui nel 1176 i
comuni lombardi sconfissero l'Imperatore
tedesco Federico Barbarossa, che qui diventa
simbolo dell’oppressione straniera.
I Vespri: nel 1282 i siciliani si ribellano ai
francesi. La rivolta parte all’ora del vespro,
ossia la sera, e si è poi chiamata rivolta dei
Vespri siciliani. Il senso degli ultimi due versi è
quindi il seguente: tutte le campane italiane
suonano i vespri, ossia stanno dando il segnale
che la ribellione contro lo straniero è iniziata
I Vespri: nel 1282 i siciliani si ribellano ai
francesi. La rivolta parte all’ora del vespro,
ossia la sera, e si è poi chiamata rivolta dei
Vespri siciliani. Il senso degli ultimi due versi è
quindi il seguente: tutte le campane italiane
suonano i vespri, ossia stanno dando il segnale
che la ribellione contro lo straniero è iniziata
Il sangue polacco: L'Austria, alleata con la
Russia (il cosacco), ha bevuto il sangue
Polacco, ha diviso e smembrato la Polonia.
Il sangue polacco: L'Austria, alleata con la
Russia (il cosacco), ha bevuto il sangue
Polacco, ha diviso e smembrato la Polonia.
Goffredo Mameli nasce a Genova il 5 settembre
1827.
I genitori erano Giorgio Giovanni della famiglia
aristocratica sarda dei "Mameli" o "Mameli dei
Mannelli" e Adelaide Zoagli, della famiglia
aristocratica genovese degli Zoagli.
Studente e poeta precocissimo, di sentimenti liberali
e repubblicani, aderisce al mazzinianesimo nel 1847,
l'anno in cui partecipa attivamente alle grandi
manifestazioni genovesi per le riforme e compone Il
Canto degli Italiani. D'ora in poi, la vita del poeta-
soldato sarà dedicata interamente alla causa italiana:
nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, raggiunge
Milano insorta, per poi combattere gli Austriaci sul
Mincio col grado di capitano dei bersaglieri.
Dopo l'armistizio Salasco, torna a Genova, collabora
con Garibaldi e, in novembre, raggiunge Roma dove, il
9 febbraio 1849, viene proclamata la Repubblica. È
sempre in prima linea nella difesa della città assediata
dai Francesi: il 3 giugno è ferito alla gamba sinistra,
che dovrà essere amputata per la sopraggiunta
cancrena. Muore d'infezione il 6 luglio, a soli ventidue
anni. Le sue spoglie riposano nel Mausoleo Ossario
del Gianicolo.
Goffredo Mameli nasce a Genova il 5 settembre
1827.
I genitori erano Giorgio Giovanni della famiglia
aristocratica sarda dei "Mameli" o "Mameli dei
Mannelli" e Adelaide Zoagli, della famiglia
aristocratica genovese degli Zoagli.
Studente e poeta precocissimo, di sentimenti liberali
e repubblicani, aderisce al mazzinianesimo nel 1847,
l'anno in cui partecipa attivamente alle grandi
manifestazioni genovesi per le riforme e compone Il
Canto degli Italiani. D'ora in poi, la vita del poeta-
soldato sarà dedicata interamente alla causa italiana:
nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, raggiunge
Milano insorta, per poi combattere gli Austriaci sul
Mincio col grado di capitano dei bersaglieri.
Dopo l'armistizio Salasco, torna a Genova, collabora
con Garibaldi e, in novembre, raggiunge Roma dove, il
9 febbraio 1849, viene proclamata la Repubblica. È
sempre in prima linea nella difesa della città assediata
dai Francesi: il 3 giugno è ferito alla gamba sinistra,
che dovrà essere amputata per la sopraggiunta
cancrena. Muore d'infezione il 6 luglio, a soli ventidue
anni. Le sue spoglie riposano nel Mausoleo Ossario
del Gianicolo. Ossario del Gianicolo
Michele Novaro, nacque il 23 ottobre 1818 a Genova,
dove studiò composizione e canto. Ebbe una vita
lunga e tranquilla che passò componendo un pò di
musica ma prevalentemente inni, o cercando canzoni
patriottiche e tramandandole in raccolta.
Nel 1847 è a Torino, con un contratto di secondo
tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e
Carignano. Convinto liberale,offrì alla causa
dell'indipendenza il suo talento compositivo,
musicando decine di canti patriottici ed organizzando
spettacoli per la raccolta di fondo destinati alle
imprese garibaldine.
Di indole modesta, non trasse alcun vantaggio dal suo
inno più famoso, anche dopo l'Unità.
Tornato a Genova, fra il 1864 ed il 1865 fondò una
Scuola Corale Popolare, alla quale avrebbe dedicato
tutto il suo impegno. Morì povero, il 21 ottobre 1885,
e lo scorcio della sua vita fu segnato da difficoltà
finanziarie e da problemi di salute. Per iniziativa dei
suoi ex allievi, gli venne eretto un monumento
funebre nel Cimitero Monumentale di Staglieno
(Genova), dove oggi riposa vicino alla tomba di
Mazzini.
Michele Novaro, nacque il 23 ottobre 1818 a Genova,
dove studiò composizione e canto. Ebbe una vita
lunga e tranquilla che passò componendo un pò di
musica ma prevalentemente inni, o cercando canzoni
patriottiche e tramandandole in raccolta.
Nel 1847 è a Torino, con un contratto di secondo
tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e
Carignano. Convinto liberale,offrì alla causa
dell'indipendenza il suo talento compositivo,
musicando decine di canti patriottici ed organizzando
spettacoli per la raccolta di fondo destinati alle
imprese garibaldine.
Di indole modesta, non trasse alcun vantaggio dal suo
inno più famoso, anche dopo l'Unità.
Tornato a Genova, fra il 1864 ed il 1865 fondò una
Scuola Corale Popolare, alla quale avrebbe dedicato
tutto il suo impegno. Morì povero, il 21 ottobre 1885,
e lo scorcio della sua vita fu segnato da difficoltà
finanziarie e da problemi di salute. Per iniziativa dei
suoi ex allievi, gli venne eretto un monumento
funebre nel Cimitero Monumentale di Staglieno
(Genova), dove oggi riposa vicino alla tomba di
Mazzini.
«Sono qui solo per parlare dell'inno di Mameli e dell‘Unità d'Italia», queste sono le
parole con cui Roberto Benigni, un italiano che ci onora in tutto il mondo, aprì
l’allora 61° festival di Sanremo.
Sul testo di Mameli, Benigni ha compiuto la stessa operazione che ha reso celebre
la sua lettura della “Divina Commedia”: un’analisi trascinante parola per parola,
per ricordare quanti ragazzi, nel Risorgimento, sono morti per la patria perché noi
potessimo vivere in una terra libera da oppressioni.
“Hanno imparato a morire per la patria perché noi potessimo vivere per la patria”
Come un professore, innamorato del suo lavoro, analizza l’inno restituendo un
significato a delle parole imparate a memoria come una filastrocca. Elogia la
bandiera scelta da Mazzini, che si ispirò ai versi in cui Dante descriveva i colori di
Beatrice nei versi 28-33 del Purgatorio:
”…sovra candido vel cinta d'uliva
donna m'apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva. »
(la veste bianca, il verde dell’ulivo e il rosso delle fiamme) ed esulta dicendo:
“Trovatemi un altro popolo che ha i colori del poeta più grande del mondo”.
«Sono qui solo per parlare dell'inno di Mameli e dell‘Unità d'Italia», queste sono le
parole con cui Roberto Benigni, un italiano che ci onora in tutto il mondo, aprì
l’allora 61° festival di Sanremo.
Sul testo di Mameli, Benigni ha compiuto la stessa operazione che ha reso celebre
la sua lettura della “Divina Commedia”: un’analisi trascinante parola per parola,
per ricordare quanti ragazzi, nel Risorgimento, sono morti per la patria perché noi
potessimo vivere in una terra libera da oppressioni.
“Hanno imparato a morire per la patria perché noi potessimo vivere per la patria”
Come un professore, innamorato del suo lavoro, analizza l’inno restituendo un
significato a delle parole imparate a memoria come una filastrocca. Elogia la
bandiera scelta da Mazzini, che si ispirò ai versi in cui Dante descriveva i colori di
Beatrice nei versi 28-33 del Purgatorio:
”…sovra candido vel cinta d'uliva
donna m'apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva. »
(la veste bianca, il verde dell’ulivo e il rosso delle fiamme) ed esulta dicendo:
“Trovatemi un altro popolo che ha i colori del poeta più grande del mondo”.
Leggendo l’inno nazionale, Benigni, orgoglioso di essere Italiano, spiega il testo agli
spettatori:
“ O fratelli d’Italia, l’Italia si è svegliata e si è messa sulla testa l’elmo di Scipione
l’Africano.
Dov’è la vittoria? L’Italia deve porgere il capo alla vittoria perché Dio la obbliga ad essere
sempre vittoriosa come l’antica Roma, che paragona a una dea. Noi Italiani siamo da
secoli umiliati e dominati da altri popoli, perché non siamo un popolo, ma siamo divisi tra
di noi; dobbiamo raccoglierci sotto un’unica bandiera, in una sola speranza; è arrivata
l’ora di essere tutti uniti.
Fa inoltre riferimenti alle grandi donne del Risorgimento, tra cui Anita Garibaldi, le
donne morte per combattere, che nonostante ciò hanno ottenuto il loro diritti solo nel
1945.
Leggendo l’inno nazionale, Benigni, orgoglioso di essere Italiano, spiega il testo agli
spettatori:
“ O fratelli d’Italia, l’Italia si è svegliata e si è messa sulla testa l’elmo di Scipione
l’Africano.
Dov’è la vittoria? L’Italia deve porgere il capo alla vittoria perché Dio la obbliga ad essere
sempre vittoriosa come l’antica Roma, che paragona a una dea. Noi Italiani siamo da
secoli umiliati e dominati da altri popoli, perché non siamo un popolo, ma siamo divisi tra
di noi; dobbiamo raccoglierci sotto un’unica bandiera, in una sola speranza; è arrivata
l’ora di essere tutti uniti.
Fa inoltre riferimenti alle grandi donne del Risorgimento, tra cui Anita Garibaldi, le
donne morte per combattere, che nonostante ciò hanno ottenuto il loro diritti solo nel
1945.
Dal nord al sud, tutti sono pronti a
combattere contro l’invasore; ognuno ha il
coraggio e il valore per essere a capo della
rivolta, anche i bambini; il suono di ogni
campana ci chiama ad insorgere, come la
campana dei Vespri siciliani.
Benigni spiega il significato di “Balilla,” il
nomignolo del fanciullo che, col suo gesto
di ribellione, accese la prima scintilla
dell'insurrezione che scacciò gli Austriaci
da Genova. L'atto fu seguito da una fitta
sassaiola che costrinse i soldati a fuggire.
Questo gesto di audacia fu il segnale della
sommossa generale, che in cinque giorni
riuscì a cacciare gli austriaci da Genova e
dalla Liguria.
Alla fine le spade dei soldati mercenari che
ci opprimono saranno piegate come canne
e l’Austria sarà sconfitta. L’Austria bevve il
sangue italiano e il sangue polacco con i
mercenari ma questo sangue le bruciò.
Uniamoci per la battaglia. Siamo pronti a
morire per l’Italia. Sì ”.
Dal nord al sud, tutti sono pronti a
combattere contro l’invasore; ognuno ha il
coraggio e il valore per essere a capo della
rivolta, anche i bambini; il suono di ogni
campana ci chiama ad insorgere, come la
campana dei Vespri siciliani.
Benigni spiega il significato di “Balilla,” il
nomignolo del fanciullo che, col suo gesto
di ribellione, accese la prima scintilla
dell'insurrezione che scacciò gli Austriaci
da Genova. L'atto fu seguito da una fitta
sassaiola che costrinse i soldati a fuggire.
Questo gesto di audacia fu il segnale della
sommossa generale, che in cinque giorni
riuscì a cacciare gli austriaci da Genova e
dalla Liguria.
Alla fine le spade dei soldati mercenari che
ci opprimono saranno piegate come canne
e l’Austria sarà sconfitta. L’Austria bevve il
sangue italiano e il sangue polacco con i
mercenari ma questo sangue le bruciò.
Uniamoci per la battaglia. Siamo pronti a
morire per l’Italia. Sì ”.
Al termine Benigni si è fatto più serio e ha
ammonito: “Un Paese che non proclama con
forza i propri valori è pronto per
l’oppressione”, poi con grande emozione ha
intonato l’Inno di Mameli, come lo avrebbe
interpretato un ragazzo di vent’anni che
andava a morire per liberare la sua la patria.
Ci voleva Roberto Benigni per ricordarci che
tutti, dal Nord al Sud, apparteniamo ad una
sola terra, ed è ora di finirla di parlare di
divisioni. Non roviniamo il lavoro di Garibaldi,
di Cavour, di Vittorio Emanuele II e di Mazzini.
Restiamo uniti nel bene e nel male. E come
Benigni ha ripetuto più volte:
“VIVA L’ITALIA”.
Conclude con una frase:
“Se la felicità si scorda di voi, voi non vi
scordate della felicità”
Al termine Benigni si è fatto più serio e ha
ammonito: “Un Paese che non proclama con
forza i propri valori è pronto per
l’oppressione”, poi con grande emozione ha
intonato l’Inno di Mameli, come lo avrebbe
interpretato un ragazzo di vent’anni che
andava a morire per liberare la sua la patria.
Ci voleva Roberto Benigni per ricordarci che
tutti, dal Nord al Sud, apparteniamo ad una
sola terra, ed è ora di finirla di parlare di
divisioni. Non roviniamo il lavoro di Garibaldi,
di Cavour, di Vittorio Emanuele II e di Mazzini.
Restiamo uniti nel bene e nel male. E come
Benigni ha ripetuto più volte:
“VIVA L’ITALIA”.
Conclude con una frase:
“Se la felicità si scorda di voi, voi non vi
scordate della felicità”
La lettura dell'emblema
L'emblema della Repubblica Italiana è caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i
rami di ulivo e di quercia.
Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia
interna che della fratellanza internazionale.
Il ramo di quercia che chiude a destra l'emblema, incarna la forza e la dignità del popolo italiano.
Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo.
La ruota dentata d'acciaio, simbolo dell'attività lavorativa, traduce il primo articolo della Carta
Costituzionale: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".
La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata
associata alla personificazione dell'Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu
rappresentata nell'iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande
stemma del Regno unitario ; la stella caratterizzò, poi, la prima onorificenza repubblicana della
ricostruzione, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l'appartenenza alle Forze
Armate del nostro Paese.
La lettura dell'emblema
L'emblema della Repubblica Italiana è caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i
rami di ulivo e di quercia.
Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia
interna che della fratellanza internazionale.
Il ramo di quercia che chiude a destra l'emblema, incarna la forza e la dignità del popolo italiano.
Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo.
La ruota dentata d'acciaio, simbolo dell'attività lavorativa, traduce il primo articolo della Carta
Costituzionale: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".
La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata
associata alla personificazione dell'Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu
rappresentata nell'iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande
stemma del Regno unitario ; la stella caratterizzò, poi, la prima onorificenza repubblicana della
ricostruzione, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l'appartenenza alle Forze
Armate del nostro Paese.
Il tricolore (ispirato al modello francese del 1790) venne utilizzato per
la prima volta il 7 gennaio 1797, a Reggio Emilia, come bandiera della
repubblica Cispadana. Adottato, nel 1861, dal Regno d’Italia, fu
mantenuto per simboleggiare l’unità del Paese, seppur in mancanza di
una legge specifica. Solo nel 1925, una legge definì i modelli della
bandiera nazionale. Nel Risorgimento, il verde rimandava alle bellezze
ambientali italiane, il bianco alle nevi alpine e il rosso al sangue dei
cittadini caduti per l’indipendenza del Paese.
Il tricolore (ispirato al modello francese del 1790) venne utilizzato per
la prima volta il 7 gennaio 1797, a Reggio Emilia, come bandiera della
repubblica Cispadana. Adottato, nel 1861, dal Regno d’Italia, fu
mantenuto per simboleggiare l’unità del Paese, seppur in mancanza di
una legge specifica. Solo nel 1925, una legge definì i modelli della
bandiera nazionale. Nel Risorgimento, il verde rimandava alle bellezze
ambientali italiane, il bianco alle nevi alpine e il rosso al sangue dei
cittadini caduti per l’indipendenza del Paese.
Prodotto da:
AcerraIrene
D’Amico Alex
DemichelisLinda
ScaliseMatteo

Inno Di Mameli - il Risorgimento Italiano

  • 1.
    INDICEINDICE Breve storia dell’Inno di Mameli. Il contesto Parafrasi dell’Inno Rubrica Biografia Goffredo Mameli. Biografia Michele Novaro L’ Inno secondo Roberto Benigni. La storia del Tricolore L’emblema della Repubblica INDICEINDICE Breve storia dell’ Inno di Mameli. Il contesto Parafrasi dell’Inno Rubrica Biografia Goffredo Mameli. Biografia Michele Novaro L’ Inno secondo Roberto Benigni. La storia del Tricolore L’emblema della Repubblica
  • 2.
    I versi delnostro Inno Nazionale vennero scritti dal mazziniano Goffredo Mameli, poeta e patriota genovese, durante gli esaltanti anni risorgimentali successivi alle insurrezioni dei moti del ‘48. Dopo aver scartato l'idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre 1847 Goffredo Mameli inviò il testo dell'inno a Torino per farlo musicare dal maestro genovese Michele Novaro, che in quel momento si trovava nella casa del patriota Lorenzo Valerio. Novaro ne fu subito conquistato e, il 24 novembre 1847, decise di musicarlo. Il fervore patriottico che lo contraddistingue lo rese l'inno più amato del Risorgimento italiano, tanto che il primo biografo di Cavour e Vittorio Emanuele II, Giuseppe Massari, lo definì il vero e proprio Inno Nazionale; Giuseppe Verdi doveva evidentemente essere della stessa opinione quando lo inserì, a rappresentanza dell'Italia, nell'Inno delle Nazioni da lui composto in occasione dell'Esposizione Universale di Londra del 1864. Il 12 ottobre 1946 l'Inno di Mameli, soppiantando la Marcia Reale, divenne l'Inno Nazionale della Repubblica Italiana. I versi del nostro Inno Nazionale vennero scritti dal mazziniano Goffredo Mameli, poeta e patriota genovese, durante gli esaltanti anni risorgimentali successivi alle insurrezioni dei moti del ‘48. Dopo aver scartato l'idea di adattarlo a musiche già esistenti, il 10 novembre 1847 Goffredo Mameli inviò il testo dell'inno a Torino per farlo musicare dal maestro genovese Michele Novaro, che in quel momento si trovava nella casa del patriota Lorenzo Valerio. Novaro ne fu subito conquistato e, il 24 novembre 1847, decise di musicarlo. Il fervore patriottico che lo contraddistingue lo rese l'inno più amato del Risorgimento italiano, tanto che il primo biografo di Cavour e Vittorio Emanuele II, Giuseppe Massari, lo definì il vero e proprio Inno Nazionale; Giuseppe Verdi doveva evidentemente essere della stessa opinione quando lo inserì, a rappresentanza dell'Italia, nell'Inno delle Nazioni da lui composto in occasione dell'Esposizione Universale di Londra del 1864. Il 12 ottobre 1946 l'Inno di Mameli, soppiantando la Marcia Reale, divenne l'Inno Nazionale della Repubblica Italiana.
  • 4.
    Fratellid'Italia, L'Italias'èdesta, Dell'elmodiScipio S'ècintalatesta. Dov'èlavittoria? LeporgalaChioma, Chèschiavadi Roma Iddiolacreò. Stringiamociacoorte. Siamprontiallamorte, Siamprontiallamorte, L'Italiachiamò. Noifummodasecoli Calpesti, derisi, Perchènonsiampopolo, Perchèsiamdivisi. Raccolgaciun'unica Bandiera,unaspeme; Difonderciinsieme Giàl'orasuonò. Gliitalianisonoorafratelli l'Italiasi èrisvegliata éprontaallaguerra eindossal'elmodi Scipionel'Africano LavittoriaèdiRoma PerchéDiohavolutocosì. Uniamociinbattaglia Siamoprontiamorire perl'Italia Noisiamodasecoli sottomessiepresiingiro perchénonsiamounpopolo unito perchésiamodivisiintanti Stati. Cidobbiamoraccogliere sottoun'unicabandierae un'unicasperanza Èarrivatoilmomentodi unirci. Publio Cornelio Scipione
  • 5.
    Stringiamocia coorte. Siamprontialla morte, Siamprontialla morte, L'Italiachiamò. Uniamoci, amiamoci, L'unioneel'amore Rivelanoai popoli leviedelSignore. Giuriamofarlibero Ilsuolonatio: Uniti, perDio! Chivincercipuò? Stringiamocia coorte. Siamprontialla morte, Siamprontialla morte, L'Italiachiamò. Uniamociin battaglia Siamoprontia morire perl'Italia. Uniamoci, amiamoci l'unioneel'amore rivelanoaiPopoli leviedelSignore. Giuriamodiliberare lapatriadovesiamo nati. Sesiamounitida Dio, Chicipuò sconfiggere Uniamociin battaglia Siamoprontia morire perl'Italia.
  • 6.
    Dall'AlpeaSicilia, DovunqueèLegnano; OgniuomdiFerruccio Hailcore, halamano: Ibimbid'Italia SichiamanBalilla, Ilsuond'ognisquilla IVespri suonò. Stringiamociacoorte. Siamprontiallamorte, Siamprontiallamorte, L'Italiachiamò. Songiunchichepiegano Lespadevendute; Giàl'aquilad'Austria Lepennehaperdute; Ilsangued'Italia IlsanguePolacco, BevècolCosacco, Mailsenlebruciò. Stringiamociacorte Siamprontiallamorte L’Italiachiamò DalleAlpiallaSicilia Dovunquesivuolelottare comenellabattagliadi Legnano. Ogniuomoècoraggioso comelofuilFerrucci.o Ibimbid'Italiali chiamanoBalilla Ilsuonodiognicampana hasuonatolarivoltacome neiVespriSiciliani. Uniamociinbattaglia Siamoprontiamorire perl'Italia. Lespadedeimercenari L'aquiladell'Austria Hagiàpersolepenne mamorirà. Ilsangueitaliano, Ilsanguepolacco, ICosacchi sparsero. Uniamociinbattaglia Siamoprontiamorire perl'Italia. Battaglia di Legnano
  • 7.
    Scipio: Scipione (soprannominatol’Africano) è il generale romano che nel 202 a. C. sconfisse a Zama (Algeria) il cartaginese Annibale. I versi dunque significano: l’Italia è tornata a combattere come ai tempi di Scipione. Scipio: Scipione (soprannominato l’Africano) è il generale romano che nel 202 a. C. sconfisse a Zama (Algeria) il cartaginese Annibale. I versi dunque significano: l’Italia è tornata a combattere come ai tempi di Scipione. Le porga la chioma: nell'antica Roma alle schiave venivano tagliati i capelli per distinguerle dalle donne libere. Così la Vittoria dovrà porgere all’Italia la sua chioma, perché sia tagliata, dal momento che è stata creata da Dio schiava di Roma. Le porga la chioma: nell'antica Roma alle schiave venivano tagliati i capelli per distinguerle dalle donne libere. Così la Vittoria dovrà porgere all’Italia la sua chioma, perché sia tagliata, dal momento che è stata creata da Dio schiava di Roma. coorte: le legioni dell’esercito romano erano suddivise in coorti, formate da circa 600 uomini coorte: le legioni dell’esercito romano erano suddivise in coorti, formate da circa 600 uomini Ferruccio: Francesco Ferrucci, nel 1530 difese Firenze dall'imperatore Carlo V. Il Ferrucci venne vigliaccamente finito, quando era già morente, con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo V. “ Vile, tu uccidi un uomo morto” furono le celebri parole che l’eroe rivolse al suo assassino. Da allora “Maramaldo” è diventato sinonimo di “vile”, “traditore”. Ferruccio: Francesco Ferrucci, nel 1530 difese Firenze dall'imperatore Carlo V. Il Ferrucci venne vigliaccamente finito, quando era già morente, con una pugnalata da Fabrizio Maramaldo, un capitano di ventura al servizio di Carlo V. “ Vile, tu uccidi un uomo morto” furono le celebri parole che l’eroe rivolse al suo assassino. Da allora “Maramaldo” è diventato sinonimo di “vile”, “traditore”.
  • 8.
    Legnano: la cittàitaliana in cui nel 1176 i comuni lombardi sconfissero l'Imperatore tedesco Federico Barbarossa, che qui diventa simbolo dell’oppressione straniera. Legnano: la città italiana in cui nel 1176 i comuni lombardi sconfissero l'Imperatore tedesco Federico Barbarossa, che qui diventa simbolo dell’oppressione straniera. I Vespri: nel 1282 i siciliani si ribellano ai francesi. La rivolta parte all’ora del vespro, ossia la sera, e si è poi chiamata rivolta dei Vespri siciliani. Il senso degli ultimi due versi è quindi il seguente: tutte le campane italiane suonano i vespri, ossia stanno dando il segnale che la ribellione contro lo straniero è iniziata I Vespri: nel 1282 i siciliani si ribellano ai francesi. La rivolta parte all’ora del vespro, ossia la sera, e si è poi chiamata rivolta dei Vespri siciliani. Il senso degli ultimi due versi è quindi il seguente: tutte le campane italiane suonano i vespri, ossia stanno dando il segnale che la ribellione contro lo straniero è iniziata Il sangue polacco: L'Austria, alleata con la Russia (il cosacco), ha bevuto il sangue Polacco, ha diviso e smembrato la Polonia. Il sangue polacco: L'Austria, alleata con la Russia (il cosacco), ha bevuto il sangue Polacco, ha diviso e smembrato la Polonia.
  • 10.
    Goffredo Mameli nascea Genova il 5 settembre 1827. I genitori erano Giorgio Giovanni della famiglia aristocratica sarda dei "Mameli" o "Mameli dei Mannelli" e Adelaide Zoagli, della famiglia aristocratica genovese degli Zoagli. Studente e poeta precocissimo, di sentimenti liberali e repubblicani, aderisce al mazzinianesimo nel 1847, l'anno in cui partecipa attivamente alle grandi manifestazioni genovesi per le riforme e compone Il Canto degli Italiani. D'ora in poi, la vita del poeta- soldato sarà dedicata interamente alla causa italiana: nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, raggiunge Milano insorta, per poi combattere gli Austriaci sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri. Dopo l'armistizio Salasco, torna a Genova, collabora con Garibaldi e, in novembre, raggiunge Roma dove, il 9 febbraio 1849, viene proclamata la Repubblica. È sempre in prima linea nella difesa della città assediata dai Francesi: il 3 giugno è ferito alla gamba sinistra, che dovrà essere amputata per la sopraggiunta cancrena. Muore d'infezione il 6 luglio, a soli ventidue anni. Le sue spoglie riposano nel Mausoleo Ossario del Gianicolo. Goffredo Mameli nasce a Genova il 5 settembre 1827. I genitori erano Giorgio Giovanni della famiglia aristocratica sarda dei "Mameli" o "Mameli dei Mannelli" e Adelaide Zoagli, della famiglia aristocratica genovese degli Zoagli. Studente e poeta precocissimo, di sentimenti liberali e repubblicani, aderisce al mazzinianesimo nel 1847, l'anno in cui partecipa attivamente alle grandi manifestazioni genovesi per le riforme e compone Il Canto degli Italiani. D'ora in poi, la vita del poeta- soldato sarà dedicata interamente alla causa italiana: nel marzo del 1848, a capo di 300 volontari, raggiunge Milano insorta, per poi combattere gli Austriaci sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri. Dopo l'armistizio Salasco, torna a Genova, collabora con Garibaldi e, in novembre, raggiunge Roma dove, il 9 febbraio 1849, viene proclamata la Repubblica. È sempre in prima linea nella difesa della città assediata dai Francesi: il 3 giugno è ferito alla gamba sinistra, che dovrà essere amputata per la sopraggiunta cancrena. Muore d'infezione il 6 luglio, a soli ventidue anni. Le sue spoglie riposano nel Mausoleo Ossario del Gianicolo. Ossario del Gianicolo
  • 12.
    Michele Novaro, nacqueil 23 ottobre 1818 a Genova, dove studiò composizione e canto. Ebbe una vita lunga e tranquilla che passò componendo un pò di musica ma prevalentemente inni, o cercando canzoni patriottiche e tramandandole in raccolta. Nel 1847 è a Torino, con un contratto di secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano. Convinto liberale,offrì alla causa dell'indipendenza il suo talento compositivo, musicando decine di canti patriottici ed organizzando spettacoli per la raccolta di fondo destinati alle imprese garibaldine. Di indole modesta, non trasse alcun vantaggio dal suo inno più famoso, anche dopo l'Unità. Tornato a Genova, fra il 1864 ed il 1865 fondò una Scuola Corale Popolare, alla quale avrebbe dedicato tutto il suo impegno. Morì povero, il 21 ottobre 1885, e lo scorcio della sua vita fu segnato da difficoltà finanziarie e da problemi di salute. Per iniziativa dei suoi ex allievi, gli venne eretto un monumento funebre nel Cimitero Monumentale di Staglieno (Genova), dove oggi riposa vicino alla tomba di Mazzini. Michele Novaro, nacque il 23 ottobre 1818 a Genova, dove studiò composizione e canto. Ebbe una vita lunga e tranquilla che passò componendo un pò di musica ma prevalentemente inni, o cercando canzoni patriottiche e tramandandole in raccolta. Nel 1847 è a Torino, con un contratto di secondo tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano. Convinto liberale,offrì alla causa dell'indipendenza il suo talento compositivo, musicando decine di canti patriottici ed organizzando spettacoli per la raccolta di fondo destinati alle imprese garibaldine. Di indole modesta, non trasse alcun vantaggio dal suo inno più famoso, anche dopo l'Unità. Tornato a Genova, fra il 1864 ed il 1865 fondò una Scuola Corale Popolare, alla quale avrebbe dedicato tutto il suo impegno. Morì povero, il 21 ottobre 1885, e lo scorcio della sua vita fu segnato da difficoltà finanziarie e da problemi di salute. Per iniziativa dei suoi ex allievi, gli venne eretto un monumento funebre nel Cimitero Monumentale di Staglieno (Genova), dove oggi riposa vicino alla tomba di Mazzini.
  • 13.
    «Sono qui soloper parlare dell'inno di Mameli e dell‘Unità d'Italia», queste sono le parole con cui Roberto Benigni, un italiano che ci onora in tutto il mondo, aprì l’allora 61° festival di Sanremo. Sul testo di Mameli, Benigni ha compiuto la stessa operazione che ha reso celebre la sua lettura della “Divina Commedia”: un’analisi trascinante parola per parola, per ricordare quanti ragazzi, nel Risorgimento, sono morti per la patria perché noi potessimo vivere in una terra libera da oppressioni. “Hanno imparato a morire per la patria perché noi potessimo vivere per la patria” Come un professore, innamorato del suo lavoro, analizza l’inno restituendo un significato a delle parole imparate a memoria come una filastrocca. Elogia la bandiera scelta da Mazzini, che si ispirò ai versi in cui Dante descriveva i colori di Beatrice nei versi 28-33 del Purgatorio: ”…sovra candido vel cinta d'uliva donna m'apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva. » (la veste bianca, il verde dell’ulivo e il rosso delle fiamme) ed esulta dicendo: “Trovatemi un altro popolo che ha i colori del poeta più grande del mondo”. «Sono qui solo per parlare dell'inno di Mameli e dell‘Unità d'Italia», queste sono le parole con cui Roberto Benigni, un italiano che ci onora in tutto il mondo, aprì l’allora 61° festival di Sanremo. Sul testo di Mameli, Benigni ha compiuto la stessa operazione che ha reso celebre la sua lettura della “Divina Commedia”: un’analisi trascinante parola per parola, per ricordare quanti ragazzi, nel Risorgimento, sono morti per la patria perché noi potessimo vivere in una terra libera da oppressioni. “Hanno imparato a morire per la patria perché noi potessimo vivere per la patria” Come un professore, innamorato del suo lavoro, analizza l’inno restituendo un significato a delle parole imparate a memoria come una filastrocca. Elogia la bandiera scelta da Mazzini, che si ispirò ai versi in cui Dante descriveva i colori di Beatrice nei versi 28-33 del Purgatorio: ”…sovra candido vel cinta d'uliva donna m'apparve, sotto verde manto vestita di color di fiamma viva. » (la veste bianca, il verde dell’ulivo e il rosso delle fiamme) ed esulta dicendo: “Trovatemi un altro popolo che ha i colori del poeta più grande del mondo”.
  • 14.
    Leggendo l’inno nazionale,Benigni, orgoglioso di essere Italiano, spiega il testo agli spettatori: “ O fratelli d’Italia, l’Italia si è svegliata e si è messa sulla testa l’elmo di Scipione l’Africano. Dov’è la vittoria? L’Italia deve porgere il capo alla vittoria perché Dio la obbliga ad essere sempre vittoriosa come l’antica Roma, che paragona a una dea. Noi Italiani siamo da secoli umiliati e dominati da altri popoli, perché non siamo un popolo, ma siamo divisi tra di noi; dobbiamo raccoglierci sotto un’unica bandiera, in una sola speranza; è arrivata l’ora di essere tutti uniti. Fa inoltre riferimenti alle grandi donne del Risorgimento, tra cui Anita Garibaldi, le donne morte per combattere, che nonostante ciò hanno ottenuto il loro diritti solo nel 1945. Leggendo l’inno nazionale, Benigni, orgoglioso di essere Italiano, spiega il testo agli spettatori: “ O fratelli d’Italia, l’Italia si è svegliata e si è messa sulla testa l’elmo di Scipione l’Africano. Dov’è la vittoria? L’Italia deve porgere il capo alla vittoria perché Dio la obbliga ad essere sempre vittoriosa come l’antica Roma, che paragona a una dea. Noi Italiani siamo da secoli umiliati e dominati da altri popoli, perché non siamo un popolo, ma siamo divisi tra di noi; dobbiamo raccoglierci sotto un’unica bandiera, in una sola speranza; è arrivata l’ora di essere tutti uniti. Fa inoltre riferimenti alle grandi donne del Risorgimento, tra cui Anita Garibaldi, le donne morte per combattere, che nonostante ciò hanno ottenuto il loro diritti solo nel 1945.
  • 15.
    Dal nord alsud, tutti sono pronti a combattere contro l’invasore; ognuno ha il coraggio e il valore per essere a capo della rivolta, anche i bambini; il suono di ogni campana ci chiama ad insorgere, come la campana dei Vespri siciliani. Benigni spiega il significato di “Balilla,” il nomignolo del fanciullo che, col suo gesto di ribellione, accese la prima scintilla dell'insurrezione che scacciò gli Austriaci da Genova. L'atto fu seguito da una fitta sassaiola che costrinse i soldati a fuggire. Questo gesto di audacia fu il segnale della sommossa generale, che in cinque giorni riuscì a cacciare gli austriaci da Genova e dalla Liguria. Alla fine le spade dei soldati mercenari che ci opprimono saranno piegate come canne e l’Austria sarà sconfitta. L’Austria bevve il sangue italiano e il sangue polacco con i mercenari ma questo sangue le bruciò. Uniamoci per la battaglia. Siamo pronti a morire per l’Italia. Sì ”. Dal nord al sud, tutti sono pronti a combattere contro l’invasore; ognuno ha il coraggio e il valore per essere a capo della rivolta, anche i bambini; il suono di ogni campana ci chiama ad insorgere, come la campana dei Vespri siciliani. Benigni spiega il significato di “Balilla,” il nomignolo del fanciullo che, col suo gesto di ribellione, accese la prima scintilla dell'insurrezione che scacciò gli Austriaci da Genova. L'atto fu seguito da una fitta sassaiola che costrinse i soldati a fuggire. Questo gesto di audacia fu il segnale della sommossa generale, che in cinque giorni riuscì a cacciare gli austriaci da Genova e dalla Liguria. Alla fine le spade dei soldati mercenari che ci opprimono saranno piegate come canne e l’Austria sarà sconfitta. L’Austria bevve il sangue italiano e il sangue polacco con i mercenari ma questo sangue le bruciò. Uniamoci per la battaglia. Siamo pronti a morire per l’Italia. Sì ”.
  • 16.
    Al termine Benignisi è fatto più serio e ha ammonito: “Un Paese che non proclama con forza i propri valori è pronto per l’oppressione”, poi con grande emozione ha intonato l’Inno di Mameli, come lo avrebbe interpretato un ragazzo di vent’anni che andava a morire per liberare la sua la patria. Ci voleva Roberto Benigni per ricordarci che tutti, dal Nord al Sud, apparteniamo ad una sola terra, ed è ora di finirla di parlare di divisioni. Non roviniamo il lavoro di Garibaldi, di Cavour, di Vittorio Emanuele II e di Mazzini. Restiamo uniti nel bene e nel male. E come Benigni ha ripetuto più volte: “VIVA L’ITALIA”. Conclude con una frase: “Se la felicità si scorda di voi, voi non vi scordate della felicità” Al termine Benigni si è fatto più serio e ha ammonito: “Un Paese che non proclama con forza i propri valori è pronto per l’oppressione”, poi con grande emozione ha intonato l’Inno di Mameli, come lo avrebbe interpretato un ragazzo di vent’anni che andava a morire per liberare la sua la patria. Ci voleva Roberto Benigni per ricordarci che tutti, dal Nord al Sud, apparteniamo ad una sola terra, ed è ora di finirla di parlare di divisioni. Non roviniamo il lavoro di Garibaldi, di Cavour, di Vittorio Emanuele II e di Mazzini. Restiamo uniti nel bene e nel male. E come Benigni ha ripetuto più volte: “VIVA L’ITALIA”. Conclude con una frase: “Se la felicità si scorda di voi, voi non vi scordate della felicità”
  • 18.
    La lettura dell'emblema L'emblemadella Repubblica Italiana è caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia. Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia interna che della fratellanza internazionale. Il ramo di quercia che chiude a destra l'emblema, incarna la forza e la dignità del popolo italiano. Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo. La ruota dentata d'acciaio, simbolo dell'attività lavorativa, traduce il primo articolo della Carta Costituzionale: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell'Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu rappresentata nell'iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande stemma del Regno unitario ; la stella caratterizzò, poi, la prima onorificenza repubblicana della ricostruzione, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l'appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese. La lettura dell'emblema L'emblema della Repubblica Italiana è caratterizzato da tre elementi: la stella, la ruota dentata, i rami di ulivo e di quercia. Il ramo di ulivo simboleggia la volontà di pace della nazione, sia nel senso della concordia interna che della fratellanza internazionale. Il ramo di quercia che chiude a destra l'emblema, incarna la forza e la dignità del popolo italiano. Entrambi, poi, sono espressione delle specie più tipiche del nostro patrimonio arboreo. La ruota dentata d'acciaio, simbolo dell'attività lavorativa, traduce il primo articolo della Carta Costituzionale: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". La stella è uno degli oggetti più antichi del nostro patrimonio iconografico ed è sempre stata associata alla personificazione dell'Italia, sul cui capo essa splende raggiante. Così fu rappresentata nell'iconografia del Risorgimento e così comparve, fino al 1890, nel grande stemma del Regno unitario ; la stella caratterizzò, poi, la prima onorificenza repubblicana della ricostruzione, la Stella della Solidarietà Italiana e ancora oggi indica l'appartenenza alle Forze Armate del nostro Paese.
  • 20.
    Il tricolore (ispiratoal modello francese del 1790) venne utilizzato per la prima volta il 7 gennaio 1797, a Reggio Emilia, come bandiera della repubblica Cispadana. Adottato, nel 1861, dal Regno d’Italia, fu mantenuto per simboleggiare l’unità del Paese, seppur in mancanza di una legge specifica. Solo nel 1925, una legge definì i modelli della bandiera nazionale. Nel Risorgimento, il verde rimandava alle bellezze ambientali italiane, il bianco alle nevi alpine e il rosso al sangue dei cittadini caduti per l’indipendenza del Paese. Il tricolore (ispirato al modello francese del 1790) venne utilizzato per la prima volta il 7 gennaio 1797, a Reggio Emilia, come bandiera della repubblica Cispadana. Adottato, nel 1861, dal Regno d’Italia, fu mantenuto per simboleggiare l’unità del Paese, seppur in mancanza di una legge specifica. Solo nel 1925, una legge definì i modelli della bandiera nazionale. Nel Risorgimento, il verde rimandava alle bellezze ambientali italiane, il bianco alle nevi alpine e il rosso al sangue dei cittadini caduti per l’indipendenza del Paese.
  • 21.