Il packaging della felicità
Appunti di lavoro sul rapporto
tra comunicazione politica ed etica
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Il packaging della felicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica.
Mi chiamo Andrea Camorrino
Sono socio, direttore commerciale
e consulente di comunicazione politica
dell’agenzia di comunicazione Proforma
Chi sono
instagram.com/andreacamorrino
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Se ogni singolo prodotto sugli scaffali è una
promessa di felicità, questo avviene perché
chi l’ha tradita è la politica.
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La politica, oggi, non può che
promettere una felicità caduca.
Un extracomunitario da lasciare al suo paese, un fucile
da indossare in casa, un nuovo politico da sbattere in
galera: piccole gioie quotidiane per tenere il morale su.
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Ma non è sempre stato così.
Fino a 30 anni fa, ad esempio, o si stava da
una parte, o da un’altra.
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I valori in campo erano chiari:
• patria, famiglia, libertà, da una parte;
• pace, lavoro, socialismo, dall’altra.
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Anche chi non si specchiava
direttamente nei due fronti,
ad essi doveva comunque riferirsi.
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I valori erano solidi e in politica
si sceglieva la propria idea di destino.
Capitalismo vs comunismo
erano quadri di riferimento
per la ricerca della felicità
individuale e collettiva.
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Ogni scelta quotidiana
chiamava in causa la propria
cornice valoriale.
Ogni passo fatto oggi era nella direzione
di un futuro che aveva delle promesse.
E delle certezze.
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La scansione della vita aveva
dei passaggi quasi obbligati.
In modi diversi, ovviamente, rispetto al
censo, al luogo di nascita e alle mille
variabili dell’esistenza, si sapeva che cosa
ci toccava da bambini, da adolescenti,
da giovani e via via nell’età adulta.
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Il percorso della crescita
corrispondeva di regola con le competenze
che ci si poteva dare, di tipo intellettuale o
manuale.
La ricerca del lavoro aveva i suoi
step ma, prima o poi, si sarebbe finiti ad
avere il proprio, credibilmente lo stesso
per una vita intera, a meno che non si
avesse voglia, e modo, di cambiare.
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Soprattutto, dal dopoguerra ogni generazione sapeva
che quella seguente sarebbe stata un poco meglio.
Ogni genitore poteva credere
per il proprio figlio in possibilità maggiori
rispetto a quelle che questi aveva avuto.
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La vita – di regola –
aveva le sue certezze.
La politica, no.
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La politica regalava la grande
incertezza su quale dei due modelli
proposti fosse il migliore.
Sullo sfondo, dominava la domanda su quale
fosse il miglior sistema sociale ed economico
possibile. La migliore società.
Quella che potesse garantire la migliore
condizione ai suoi cittadini (insieme fruitori
e costruttori della stessa).
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Ogni giorno si rinnovava la sfida
su quale modello avrebbe meglio
garantito la felicità.
I problemi della vita di tutti i giorni
trovavano risposta nelle grandi
ideologie. Le ansie e le difficoltà avrebbero
potuto essere meglio affrontate e risolte se il
proprio modello fosse davvero prevalso.
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Saremmo stati più felici se finalmente ognuno
avesse potuto esprimersi pienamente, senza limiti,
perché la cifra individuale fa premio su tutto?
O avremmo potuto essere più felici solo se tutti
avessero potuto esserlo, insieme a noi, perché
il sogno individuale è inscrivibile solo in uno
collettivo?
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Le grandi domande vertevano
sul senso della libertà e della
eguaglianza, come intenderle, cosa
significassero.
La risposta a quelle domande avevano
a che fare con la propria condizione di vita.
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In modi diversi, questa consapevolezza passava
attraverso le famiglie, le stratificazioni sociali,
il livello culturale. Parrocchie, sezioni, associazioni,
sindacati, circoli, bar erano luoghi di confronto
e formazione.
Mille Peppone e mille Don Camillo
vivevano nei mille paesi dell’Italia
e nel suo immaginario.
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La caduta del Muro di Berlino
nel 1989 sancisce formalmente
la morte del comunismo,
aprendo la fase del migliore
dei mondi possibili:
l’unico rimasto, invero.
Quello del capitalismo via via
più globalizzato e liberista.
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La dottrina politica vittoriosa permea di sé ogni
fondamenta culturale, e di qui la società intera.
La frase che designa questo passaggio è
“non esistono più le ideologie”.
La può dire solo la ideologia che ha (stra)vinto.
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Il nuovo contenitore cognitivo
scompare pian piano alla vista,
come una gelatina calda e trasparente
pian piano si rapprende nel suo stampo,
ottundendo i sensi e il pensiero con dolcezza,
al piacevole sapore di frutta e capitalismo.
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È il principio della rana bollita,
ricordato da Noam Chomsky:
“Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda
nel quale nuota tranquillamente una rana.
Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si
riscalda pian piano. Presto diventa tiepida.
La rana la trova piuttosto gradevole e continua
a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è
calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi.
Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.
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L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto
sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora
sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino
al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.
Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a
50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito
fuori dal pentolone.
Questa esperienza mostra che – quando un cambiamento si
effettua in maniera sufficientemente lenta – sfugge alla coscienza
e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione,
nessuna opposizione, nessuna rivolta.”
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Fin tanto che la gelatina non era ancora del tutto rappresa, al
contenitore cognitivo fu dato un nome: pensiero unico.
Ignacio Ramonet lo definì così: “La trasposizione in termini ideologici,
che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze
economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale
[…] Questo discorso anonimo viene ripreso e riprodotto dai principali
organi di informazione economica e […] infine, un po’ dovunque,
docenti di economia, giornalisti, saggisti, uomini politici si richiamano
ai principali comandamenti di queste nuove tavole della legge, e
attraverso i grandi mezzi di comunicazione di massa li ripetono
a sazietà, ben sapendo che nelle nostre società mediatizzate la
ripetizione equivale alla dimostrazione.
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Il fondamento del pensiero unico è il concetto del primato
dell’economia sulla politica, tanto più forte in quanto un marxista
distratto non lo contesterebbe.
Gli altri concetti chiave del pensiero unico sono ben noti. Il mercato,
idolo la cui mano invisibile corregge le asperità e le disfunzioni del
capitalismo, e in particolare i mercati finanziari i cui segnali orientano
e determinano il movimento generale dell’economia; la concorrenza
e la competitività che stimolano e dinamizzano le imprese,
conducendole a una permanente e benefica modernizzazione;
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il libero scambio illimitato, fattore di sviluppo ininterrotto
del commercio e quindi delle società, la mondializzazione sia
della produzione manifatturiera che dei flussi finanziari; la divisione
internazionale del lavoro che modera le rivendicazioni sindacali
e abbassa il costo del lavoro; la moneta forte, fattore di stabilità,
la deregulation, la privatizzazione, la liberalizzazione, ecc. Sempre
meno Stato, un arbitrato costante in favore dei redditi da capitale
e a scapito di quelli da lavoro. E l’indifferenza nei riguardi dei costi
ecologici.
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La ripetizione incessante di questo catechismo
attraverso tutti i media e da parte di quasi tutti
gli uomini politici di destra e di sinistra
gli conferisce una tale forza di intimidazione
da soffocare qualsiasi tentativo di riflessione
libera, e rende assai difficile la resistenza
contro questo nuovo oscurantismo.”
(editoriale su Le Monde Diplomatique, gennaio 1995, grassetto mio)
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Come si può ben intendere, i princìpi appena indicati,
oggi non hanno più bisogno di alcuna dimostrazione.
Sono universalmente accettati,
con qualche sfumatura di differenza,
da qualunque attore istituzionale.
La gelatina è composta. Non lo sentite un sapore
di frutta, nell’aria?
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Senza i grandi contenitori ideali che davano risposte alle
domande, occorre farsene una ragione: questo è il
migliore dei mondi possibili e ciò che accade
è semplicemente inevitabile.
Ma se l’unica risposta che rimane è “così è”, le domande non
hanno più senso.
E, con la loro scomparsa, muore anche la politica.
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La politica, infatti, non si occupa più delle
grandi questioni, ma deve unicamente
disbrigare l’ordinaria amministrazione.
Gestire quel poco di margine che le rimane, possibilmente
senza spendere troppi soldi.
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Le vere risposte sono in un altrove
irrintracciabile. Forse nelle scie chimiche,
o nei vaccini, o nella terra piatta.
In fondo, il complottismo imperante è l’ultimo
rifugio alla mancanza di riscontri migliori.
Ci nascondono il fatto che la terra sia piatta perché,
se finalmente lo sapessimo, staremmo tutti meglio.
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Ma se la politica senza risposte non può più garantire
la felicità, almeno deve gestire il suo simulacro.
Il packaging della felicità,
senza la felicità dentro.
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E siccome la promessa non è mantenibile,
la sua confezione deve cambiare spesso,
e in fretta, come il gioco delle tre carte. Occorre farla
intravedere, poi farla dimenticare, per gestire subito la
seguente.
Zygmunt Bauman direbbe:
“Il cambiamento è l’unica cosa permanente
e l’incertezza è l’unica certezza”.
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Rileggendolo, e riadattandolo al nostro discorso,
potremmo dire che se prima eravamo certi del nostro
percorso di vita, ma eravamo incerti su quale mondo fosse
migliore tra le ipotesi possibili, oggi abbiamo la certezza
che nessun altro mondo sia possibile e siamo incerti sulla
nostra vita.
Una vita precaria, colma di ansie di fondo,
perché si sono perse, prima delle risposte,
le possibili domande.
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Ma chi deve confezionare, nella politica senza politica, la
parola felicità?
Senza più idee forti al confronto, con una sola grande
ideologia a cappello di tutto ecco avanzare sul proscenio
la figura del comunicatore politico, al quale
si chiede di essere il migliore interprete dell’unico racconto
possibile.
Il sostituto delle ideologie.
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Da qui la mitologia del guru,
degli algoritmi, dei big data,
delle neuroscienze,
del marketing elettorale:
strumenti per captare la più forte ansia del momento.
Per dirigerla, per indirizzarla, per darne risposte di breve
respiro, emotive, per trasformarla in voti da consumare
in fretta: un fast food della comunicazione.
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La richiesta agli spin doctor non è quella di trovare
soluzioni reali all’ansia fondata sulla precarietà.
Nonostante molti spin si ritengano in effetti davvero
dei guru, non tocca a questa professione fare politica.
Ma, soprattutto, la domanda è un non-sense:
nessuna comunicazione può eradicare
davvero l’ansia. Al massimo può agitarla,
interpretarla, trasformarla nella narrazione
vincente al momento.
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La comunicazione politica,
e la politica stessa, è diventata
una guerra di ansie.
Vince chi indovina – o chi promuove – la più
probabile al momento, ovviamente promettendo
cambiamento.
Nessuno può promettere però la fine
dell’ansia. La fine della precarietà.
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Per un reddito di cittadinanza che avanza,
c’è un deficit che aumenta.
Per una frontiera chiusa,
c’è un nuovo uomo nero alle porte.
Per un fucile dato a tutti,
c’è un ladro in più da ammazzare.
Per avere lavoro,
devi essere pronto ad essere licenziato.
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A questa chiamata alle armi, come può
replicare il comunicatore politico?
Deve sempre dire sì o può rifiutarsi?
Come per gli avvocati, esiste una questione etica di
fronte al committente che alza il telefono e compone il
nostro numero?
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Il destino del comunicatore politico è:
• fare card sui social sempre più aggressive?
• costruire diversivi per spostare l’attenzione?
• giocarsi un tweet forte per coprirne un altro?
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O forse questo non significa fiancheggiare la politica
che è rimasta senza risposte?
È arrivato il tempo di osare un’etica
del comunicatore politico.
Che non si nasconda più dietro la politica.
Che si riconosca la sua parte.
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Il comunicatore politico
può chiedere alla politica coraggio.
E chiederlo a se stesso.
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Il comunicatore politico
può evitare di mettere al servizio
di opzioni etiche discutibili
la propria professionalità.
E la propria faccia, la propria credibilità.
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Il comunicatore politico può considerare
le persone alle quali rivolge il messaggio
del suo committente esattamente
persone, non dati.
Giocare con i profili psicologici, estrapolare in modi
discutibili dati sempre più sensibili e microtargettizzati
non è necessariamente una cosa cool, ma talvolta
persino una porcheria.
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Insomma, non è vero che tutto è concesso in nome di un
presunto progresso nelle scienze sociali e grazie ai dati
estrapolati dall’universo digitale.
Convincere una persona in base alle sue paure
(e costruire le sue paure) o alle sue inclinazioni
emotive è solo un espediente per nascondere
la mancanza di idee da rappresentare, la cui
definizione dovrebbe essere il mandato primo della politica e
della sua ancella, la comunicazione politica.
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Non è vero che questo è l’unico modo di
fare politica, e comunicazione politica.
Occorre ritrovare la voglia e il desiderio di visioni alte,
di grandi cornici narrative, senza le quali le parole
perdono di significato.
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Se è possibile fare politica e comunicazione
politica diversamente, si aprono nuovi
spazi di senso.
In quegli spazi possono nascondersi e trovarsi nuove
domande, possono essere pensate nuove risposte.
Chi ritenesse insostenibile adeguarsi al
destino del guru che manovra nell’ombra,
può – forse deve – tentare questa strada.
Grazie.
Bari 70121
via Principe Amedeo, 82/A - tel 0805240227 - fax 0800999044
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Il packaging della felicità

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    4 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Se ogni singolo prodotto sugli scaffali è una promessa di felicità, questo avviene perché chi l’ha tradita è la politica.
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    5 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. La politica, oggi, non può che promettere una felicità caduca. Un extracomunitario da lasciare al suo paese, un fucile da indossare in casa, un nuovo politico da sbattere in galera: piccole gioie quotidiane per tenere il morale su.
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    6 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Ma non è sempre stato così. Fino a 30 anni fa, ad esempio, o si stava da una parte, o da un’altra.
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    12 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica.
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    13 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. I valori in campo erano chiari: • patria, famiglia, libertà, da una parte; • pace, lavoro, socialismo, dall’altra.
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    14 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Anche chi non si specchiava direttamente nei due fronti, ad essi doveva comunque riferirsi.
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    15 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. I valori erano solidi e in politica si sceglieva la propria idea di destino. Capitalismo vs comunismo erano quadri di riferimento per la ricerca della felicità individuale e collettiva.
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    16 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Ogni scelta quotidiana chiamava in causa la propria cornice valoriale. Ogni passo fatto oggi era nella direzione di un futuro che aveva delle promesse. E delle certezze.
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    17 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. La scansione della vita aveva dei passaggi quasi obbligati. In modi diversi, ovviamente, rispetto al censo, al luogo di nascita e alle mille variabili dell’esistenza, si sapeva che cosa ci toccava da bambini, da adolescenti, da giovani e via via nell’età adulta.
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    18 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Il percorso della crescita corrispondeva di regola con le competenze che ci si poteva dare, di tipo intellettuale o manuale. La ricerca del lavoro aveva i suoi step ma, prima o poi, si sarebbe finiti ad avere il proprio, credibilmente lo stesso per una vita intera, a meno che non si avesse voglia, e modo, di cambiare.
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    19 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Soprattutto, dal dopoguerra ogni generazione sapeva che quella seguente sarebbe stata un poco meglio. Ogni genitore poteva credere per il proprio figlio in possibilità maggiori rispetto a quelle che questi aveva avuto.
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    20 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. La vita – di regola – aveva le sue certezze. La politica, no.
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    21 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. La politica regalava la grande incertezza su quale dei due modelli proposti fosse il migliore. Sullo sfondo, dominava la domanda su quale fosse il miglior sistema sociale ed economico possibile. La migliore società. Quella che potesse garantire la migliore condizione ai suoi cittadini (insieme fruitori e costruttori della stessa).
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    22 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Ogni giorno si rinnovava la sfida su quale modello avrebbe meglio garantito la felicità. I problemi della vita di tutti i giorni trovavano risposta nelle grandi ideologie. Le ansie e le difficoltà avrebbero potuto essere meglio affrontate e risolte se il proprio modello fosse davvero prevalso.
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    23 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Saremmo stati più felici se finalmente ognuno avesse potuto esprimersi pienamente, senza limiti, perché la cifra individuale fa premio su tutto? O avremmo potuto essere più felici solo se tutti avessero potuto esserlo, insieme a noi, perché il sogno individuale è inscrivibile solo in uno collettivo?
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    24 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Le grandi domande vertevano sul senso della libertà e della eguaglianza, come intenderle, cosa significassero. La risposta a quelle domande avevano a che fare con la propria condizione di vita.
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    25 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. In modi diversi, questa consapevolezza passava attraverso le famiglie, le stratificazioni sociali, il livello culturale. Parrocchie, sezioni, associazioni, sindacati, circoli, bar erano luoghi di confronto e formazione. Mille Peppone e mille Don Camillo vivevano nei mille paesi dell’Italia e nel suo immaginario.
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    26 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. La caduta del Muro di Berlino nel 1989 sancisce formalmente la morte del comunismo, aprendo la fase del migliore dei mondi possibili: l’unico rimasto, invero. Quello del capitalismo via via più globalizzato e liberista.
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    27 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. La dottrina politica vittoriosa permea di sé ogni fondamenta culturale, e di qui la società intera. La frase che designa questo passaggio è “non esistono più le ideologie”. La può dire solo la ideologia che ha (stra)vinto.
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    28 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Il nuovo contenitore cognitivo scompare pian piano alla vista, come una gelatina calda e trasparente pian piano si rapprende nel suo stampo, ottundendo i sensi e il pensiero con dolcezza, al piacevole sapore di frutta e capitalismo.
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    29 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. È il principio della rana bollita, ricordato da Noam Chomsky: “Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.
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    30 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone. Questa esperienza mostra che – quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lenta – sfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta.”
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    31 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Fin tanto che la gelatina non era ancora del tutto rappresa, al contenitore cognitivo fu dato un nome: pensiero unico. Ignacio Ramonet lo definì così: “La trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale […] Questo discorso anonimo viene ripreso e riprodotto dai principali organi di informazione economica e […] infine, un po’ dovunque, docenti di economia, giornalisti, saggisti, uomini politici si richiamano ai principali comandamenti di queste nuove tavole della legge, e attraverso i grandi mezzi di comunicazione di massa li ripetono a sazietà, ben sapendo che nelle nostre società mediatizzate la ripetizione equivale alla dimostrazione.
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    32 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Il fondamento del pensiero unico è il concetto del primato dell’economia sulla politica, tanto più forte in quanto un marxista distratto non lo contesterebbe. Gli altri concetti chiave del pensiero unico sono ben noti. Il mercato, idolo la cui mano invisibile corregge le asperità e le disfunzioni del capitalismo, e in particolare i mercati finanziari i cui segnali orientano e determinano il movimento generale dell’economia; la concorrenza e la competitività che stimolano e dinamizzano le imprese, conducendole a una permanente e benefica modernizzazione;
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    33 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. il libero scambio illimitato, fattore di sviluppo ininterrotto del commercio e quindi delle società, la mondializzazione sia della produzione manifatturiera che dei flussi finanziari; la divisione internazionale del lavoro che modera le rivendicazioni sindacali e abbassa il costo del lavoro; la moneta forte, fattore di stabilità, la deregulation, la privatizzazione, la liberalizzazione, ecc. Sempre meno Stato, un arbitrato costante in favore dei redditi da capitale e a scapito di quelli da lavoro. E l’indifferenza nei riguardi dei costi ecologici.
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    34 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. La ripetizione incessante di questo catechismo attraverso tutti i media e da parte di quasi tutti gli uomini politici di destra e di sinistra gli conferisce una tale forza di intimidazione da soffocare qualsiasi tentativo di riflessione libera, e rende assai difficile la resistenza contro questo nuovo oscurantismo.” (editoriale su Le Monde Diplomatique, gennaio 1995, grassetto mio)
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    35 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Come si può ben intendere, i princìpi appena indicati, oggi non hanno più bisogno di alcuna dimostrazione. Sono universalmente accettati, con qualche sfumatura di differenza, da qualunque attore istituzionale. La gelatina è composta. Non lo sentite un sapore di frutta, nell’aria?
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    36 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Senza i grandi contenitori ideali che davano risposte alle domande, occorre farsene una ragione: questo è il migliore dei mondi possibili e ciò che accade è semplicemente inevitabile. Ma se l’unica risposta che rimane è “così è”, le domande non hanno più senso. E, con la loro scomparsa, muore anche la politica.
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    37 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. La politica, infatti, non si occupa più delle grandi questioni, ma deve unicamente disbrigare l’ordinaria amministrazione. Gestire quel poco di margine che le rimane, possibilmente senza spendere troppi soldi.
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    38 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Le vere risposte sono in un altrove irrintracciabile. Forse nelle scie chimiche, o nei vaccini, o nella terra piatta. In fondo, il complottismo imperante è l’ultimo rifugio alla mancanza di riscontri migliori. Ci nascondono il fatto che la terra sia piatta perché, se finalmente lo sapessimo, staremmo tutti meglio.
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    39 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Ma se la politica senza risposte non può più garantire la felicità, almeno deve gestire il suo simulacro. Il packaging della felicità, senza la felicità dentro.
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    40 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. E siccome la promessa non è mantenibile, la sua confezione deve cambiare spesso, e in fretta, come il gioco delle tre carte. Occorre farla intravedere, poi farla dimenticare, per gestire subito la seguente. Zygmunt Bauman direbbe: “Il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza è l’unica certezza”.
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    41 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Rileggendolo, e riadattandolo al nostro discorso, potremmo dire che se prima eravamo certi del nostro percorso di vita, ma eravamo incerti su quale mondo fosse migliore tra le ipotesi possibili, oggi abbiamo la certezza che nessun altro mondo sia possibile e siamo incerti sulla nostra vita. Una vita precaria, colma di ansie di fondo, perché si sono perse, prima delle risposte, le possibili domande.
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    42 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Ma chi deve confezionare, nella politica senza politica, la parola felicità? Senza più idee forti al confronto, con una sola grande ideologia a cappello di tutto ecco avanzare sul proscenio la figura del comunicatore politico, al quale si chiede di essere il migliore interprete dell’unico racconto possibile. Il sostituto delle ideologie.
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    43 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Da qui la mitologia del guru, degli algoritmi, dei big data, delle neuroscienze, del marketing elettorale: strumenti per captare la più forte ansia del momento. Per dirigerla, per indirizzarla, per darne risposte di breve respiro, emotive, per trasformarla in voti da consumare in fretta: un fast food della comunicazione.
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    44 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. La richiesta agli spin doctor non è quella di trovare soluzioni reali all’ansia fondata sulla precarietà. Nonostante molti spin si ritengano in effetti davvero dei guru, non tocca a questa professione fare politica. Ma, soprattutto, la domanda è un non-sense: nessuna comunicazione può eradicare davvero l’ansia. Al massimo può agitarla, interpretarla, trasformarla nella narrazione vincente al momento.
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    45 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. La comunicazione politica, e la politica stessa, è diventata una guerra di ansie. Vince chi indovina – o chi promuove – la più probabile al momento, ovviamente promettendo cambiamento. Nessuno può promettere però la fine dell’ansia. La fine della precarietà.
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    46 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Per un reddito di cittadinanza che avanza, c’è un deficit che aumenta. Per una frontiera chiusa, c’è un nuovo uomo nero alle porte. Per un fucile dato a tutti, c’è un ladro in più da ammazzare. Per avere lavoro, devi essere pronto ad essere licenziato.
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    47 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. A questa chiamata alle armi, come può replicare il comunicatore politico? Deve sempre dire sì o può rifiutarsi? Come per gli avvocati, esiste una questione etica di fronte al committente che alza il telefono e compone il nostro numero?
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    48 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Il destino del comunicatore politico è: • fare card sui social sempre più aggressive? • costruire diversivi per spostare l’attenzione? • giocarsi un tweet forte per coprirne un altro?
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    49 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. O forse questo non significa fiancheggiare la politica che è rimasta senza risposte? È arrivato il tempo di osare un’etica del comunicatore politico. Che non si nasconda più dietro la politica. Che si riconosca la sua parte.
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    50 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Il comunicatore politico può chiedere alla politica coraggio. E chiederlo a se stesso.
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    51 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Il comunicatore politico può evitare di mettere al servizio di opzioni etiche discutibili la propria professionalità. E la propria faccia, la propria credibilità.
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    52 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Il comunicatore politico può considerare le persone alle quali rivolge il messaggio del suo committente esattamente persone, non dati. Giocare con i profili psicologici, estrapolare in modi discutibili dati sempre più sensibili e microtargettizzati non è necessariamente una cosa cool, ma talvolta persino una porcheria.
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    53 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Insomma, non è vero che tutto è concesso in nome di un presunto progresso nelle scienze sociali e grazie ai dati estrapolati dall’universo digitale. Convincere una persona in base alle sue paure (e costruire le sue paure) o alle sue inclinazioni emotive è solo un espediente per nascondere la mancanza di idee da rappresentare, la cui definizione dovrebbe essere il mandato primo della politica e della sua ancella, la comunicazione politica.
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    54 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Non è vero che questo è l’unico modo di fare politica, e comunicazione politica. Occorre ritrovare la voglia e il desiderio di visioni alte, di grandi cornici narrative, senza le quali le parole perdono di significato.
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    55 Il packaging dellafelicità / Appunti di lavoro sul rapporto tra comunicazione politica ed etica. Se è possibile fare politica e comunicazione politica diversamente, si aprono nuovi spazi di senso. In quegli spazi possono nascondersi e trovarsi nuove domande, possono essere pensate nuove risposte. Chi ritenesse insostenibile adeguarsi al destino del guru che manovra nell’ombra, può – forse deve – tentare questa strada.
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