EUGENIO MONTALE
LA VITA
Eugenio Montale, uno dei poeti più amati del ’900, nasce a Genova nel
1896 da una famiglia di commercianti.
Si iscrive all'Istituto tecnico commerciale "Vittorio Emanuele", dove si
diplomerà in ragioneria. Il giovane Montale coltiva comunque i propri
interessi letterari.
Trascorre la sua giovinezza in Liguria, passa le sue estati nella casa di
famiglia alle Cinque terre, a Monterosso. Questo paesaggio è lo sfondo
della sua prima raccolta poetica, Ossi di seppia, pubblicata nel 1925.
Partecipa alla prima guerra, sul fronte dolomitico, ma non è un «poeta
soldato» come Ungaretti, saranno altri gli spunti che lo porteranno a
riflettere sulla condizione dell’uomo.
Al sorgere della dittatura fascista, Montale è tra i
firmatari del Manifesto degli intellettuali
antifascisti.
Nel 1927 si trasferisce a Firenze dove lavora per
una casa editrice e poi come direttore del
Gabinetto Viesseux, prestigiosa istituzione
culturale da cui il poeta viene allontanato nel
1938 perché si rifiuta di prendere la tessera del
partito fascista.
Collabora alla rivista di letteratura “Solaria” e si
guadagna da vivere con le traduzioni.
Nel 1939 pubblica la sua seconda raccolta: Le
occasioni. Partecipa alla Resistenza e allo sforzo
di rinnovamento iscrivendosi al Partito d’azione.
Nel 1948 si trasferisce a Milano e lavora come
redattore al “Corriere della sera”, su cui pubblica
racconti, corrispondenze di viaggio, articoli
culturali, recensioni, articoli di critica musicale sul
melodramma.
La sua vena poetica sembra essersi esaurita, ma
non è così: nel 1956 pubblica la raccolta delle
poesie scritte durante gli anni della guerra e in
quelli immediatamente successivi: La bufera e
altro.
Il dolore per la morte della moglie Drusilla Tanzi (1963)
apre una nuova, fecondissima stagione poetica. Negli
ultimi anni della sua vita la produzione di versi è molto
più copiosa di tutta quella precedente. Tra le altre,
numerose pubblicazioni, ricordiamo Satura (1971), in cui
Montale ricorda la moglie perduta.
Drusilla, a sua volta scrittrice, era soprannominata dagli
amici «Mosca» per via degli occhiali spessi. Il loro è
stato un legame sui generis ma profondissimo: lei aveva
dieci anni più di lui, sono stati sposati solo per un anno
(lei è morta in seguito a complicazioni legate a una
caduta) e il loro rapporto è stato alquanto turbolento:
Eugenio Montale amava le donne, specie le artiste e le
intellettuali, e la sua produzione poetica è costellata
di componimenti a loro dedicati.
Maria Luisa Spaziani Irma Brandeis
Drusilla Tanzi con il marito
Montale riceve i più alti riconoscimenti ufficiali: nel
1967 viene nominato senatore a vita; nel 1975 gli
viene assegnato il Premio Nobel per la letteratura.
Omaggiato e venerato come un maestro, Eugenio
Montale non perde il suo tono affabile e modesto,
l’atteggiamento ironico, il comportamento riservato
e poco incline alle esibizioni pubbliche. Muore a
Milano nel 1981.
NON CHIEDERCI LA PAROLA (Ossi di seppia, 1925)
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Vittorio Gassman recita "Non chiederci la parola"
NON CHIEDERCI LA PAROLA (Ossi di seppia, 1925)
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
METRO: tre quartine di
versi di varia lunghezza,
con rima ABBA CDD(
ipermetra)C EFEF.
Questa poesia
rappresenta una
dichiarazione di poetica
(una riflessione sulla
poesia stessa, sul ruolo
del poeta nella
società).
Secondo Montale, i
poeti non possiedono
formule sicure per
spiegare il mistero
dell’esistenza.
Essi possono solo
testimoniare al negativo
(ciò che non siamo , ciò
che non vogliamo) lo
smarrimento dell’uomo
moderno di fronte a
quello che il poeta
chiama «Male di
vivere».
Imperativo
negativo +
anafora, in
parallelo con
il v.9,
sottolinea
l’impossibilità
del poeta di
fornire
risposte
rassicuranti
definisca in modo precisoPrivo di forma = di certezze
in modo indelebile
lo renda chiaro e lo faccia risplendere (l’animo)
similitudine (animo = fiore)
Allitterazioni: della P =
sensazione di «polvere»,
della S = sensazione di
«secchezza» = negatività
Versi brevi,
secchi =
polemico
(Ah…!)
senza dubbi e incertezze = superficiale
in apparente accordo con il mondo e con se stesso
e non si cura dell’ombra che il sole di
mezzogiorno proietta su un muro in rovina
= analogia: non teme le ombre della vita,
vede solo le certezze
la soluzione (quasi
una formula magica)
che possa darti nuovi
punti di vistabensì (puoi chiederci)
solamente qualche
verso contorto,
difficile, e dal
messaggio negativo
(similitudine: versi
poetici = rami storti
e secchi)
reiterazione del «non»
rafforza il tema
dell’assenza di risposte
rassicuranti.
Il corsivo è di Montale
Il plurale serve a chiamare in causa tutti i
poeti, quindi la Poesia come arte
SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO (Ossi di seppia, 1925)
Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
La poesia letta da Montale
SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO (Ossi di seppia, 1925)
Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
METRO: due quartine di
endecasillabi (tranne
l’ultimo verso), con rima
ABBA CDDA
Questo componimento si ricollega
idealmente a Leopardi, e alla sua
concezione della vita come dolore
(Canto notturno: «A me la vita è
male», il Dialogo della Natura e di
un Islandese: la Natura per l’uomo
prova solo indifferenza, non gli
causa volontariamente dolore).
Il malessere esistenziale e
l’indifferenza si manifestano negli
aspetti quotidiani dell’esistenza
(simboleggiati da vari elementi
definiti «correlativi oggettivi»).
L’unico bene che l’uomo può
aspettarsi è l’indifferenza,
personificata come una divinità: non
esiste la gioia, l’unico momento di
assenza del «male di vivere» è
quello in cui riusciamo a provare
indifferenza, che qui diviene quindi
un’emozione «positiva».
Suoni aspri (str, zz, rg,
rt, rs): sottolineano la
condizione di
sofferenza
Tre «correlativi
oggettivi» (=
simboli) del
dolore: ruscello,
foglia, cavallo.
Corrispondenza
sottolineata
dalla
reiterazione del
verbo «ERA»
Tre «correlativi
oggettivi» dell’
indifferenza
(assenza di
dolore): statua,
nuvola, falco.
Corrispondenza
sottolineata
dal polisindeto
«E»
Esiste una
corrispondenza tra le
due strofe:
il cui libero corso è impedito da
un ostacolo
rinsecchita dal
caldo
caduto per la fatica
non conobbi altro bene tranne che il momento miracoloso
(prodigio) in cui ho provato (si schiude)
indifferenza (detta «divina» perché tipica
delle divinità, lontane dalle miserie del
mondo). Personificazione (Indifferenza)
Presenza di molte vocali
(/o/, ma soprattutto le
vocali aperte /e/, /a/):
donano maggior senso di
quiete rispetto alla prima
strofa
Correlativo oggettivo: scarto restituito dal
mare, simbolo di qualcosa che non è più
AVEVAMO STUDIATO PER L’ALDILÀ (Satura – Xenia- , 1971)
Avevamo studiato per l'aldilà
un fischio, un segno di riconoscimento.
Mi provo a modularlo nella speranza
che tutti siamo già morti senza saperlo.
La poesia letta da Vittorio Gassman
In greco «doni votivi per gli
stranieri», sezione dedicata alla
moglie scomparsa
METRO: versi liberi
In latino «mescolanza di cose
svariate»: tematiche e metri molto
diversi tra loro
Con una semplice e toccante immagine (un uomo
solo che fischia) il poeta ci immette nel clima di
affettuosa complicità, tuttora esistente, tra lui e la
moglie defunta.
Scherzosamente, i due avevano concordato un
segnale per potersi ritrovare. Ora il poeta lo prova
in anticipo, sperando di essere già morto senza
saperlo e di poter così ritrovare la sua compagna.
HO SCESO, DANDOTI IL BRACCIO, ALMENO UN MILIONE DI SCALE
(Satura – Xenia, 1971)
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
HO SCESO, DANDOTI IL BRACCIO, ALMENO UN MILIONE DI SCALE
(Satura – Xenia, 1971)
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
La vita è rappresentata
dalle metafore delle scale
e del viaggio, la cui
brevità è sottolineata per
contrasto dall’iperbole «un
milione» e dall’ossimoro
breve/lungo
METRO: versi liberi
Anche in questo componimento
emerge il senso di vuoto e inutilità
che il poeta avverte dopo la morte
della moglie.
Nella prima strofa questo senso di
vuoto viene sottolineato per
contrasto dall’elenco (per asindeto)
delle incombenze quotidiane degli
uomini superficiali (vedi in «Non
chiederci la parola» «Ah, l’uomo che
se ne va sicuro…»).
Nella seconda strofa, il cui primo
verso ribadisce in modo simmetrico
(e con anafora) il concetto iniziale,
emerge il vero significato del
rapporto coniugale: in apparenza era
Drusilla, la Mosca, ad aver bisogno
della guida del marito; in realtà è
stata la donna a guidare il poeta,
perché era lei la sola a capire
veramente la realtà.
mi servono (mi
interessano)
asindeto:
i casi e le
necessità
dell’esistenza,
gli inganni e
le delusioni
di chi si accontenta dell’apparenza delle cose
senza mai indagare a fondo = degli uomini
superficiali (L’uomo che se ne va sicuro…)
anafora
(vedi
verso 8)
Altra iperbole
perché riuscivano a vedere la
realtà delle cose, ciò che era
veramente importante (in
contrasto con l’ultimo verso
della prima strofa)

Eugenio Montale

  • 1.
  • 2.
    LA VITA Eugenio Montale,uno dei poeti più amati del ’900, nasce a Genova nel 1896 da una famiglia di commercianti. Si iscrive all'Istituto tecnico commerciale "Vittorio Emanuele", dove si diplomerà in ragioneria. Il giovane Montale coltiva comunque i propri interessi letterari. Trascorre la sua giovinezza in Liguria, passa le sue estati nella casa di famiglia alle Cinque terre, a Monterosso. Questo paesaggio è lo sfondo della sua prima raccolta poetica, Ossi di seppia, pubblicata nel 1925. Partecipa alla prima guerra, sul fronte dolomitico, ma non è un «poeta soldato» come Ungaretti, saranno altri gli spunti che lo porteranno a riflettere sulla condizione dell’uomo.
  • 3.
    Al sorgere delladittatura fascista, Montale è tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti. Nel 1927 si trasferisce a Firenze dove lavora per una casa editrice e poi come direttore del Gabinetto Viesseux, prestigiosa istituzione culturale da cui il poeta viene allontanato nel 1938 perché si rifiuta di prendere la tessera del partito fascista. Collabora alla rivista di letteratura “Solaria” e si guadagna da vivere con le traduzioni. Nel 1939 pubblica la sua seconda raccolta: Le occasioni. Partecipa alla Resistenza e allo sforzo di rinnovamento iscrivendosi al Partito d’azione.
  • 4.
    Nel 1948 sitrasferisce a Milano e lavora come redattore al “Corriere della sera”, su cui pubblica racconti, corrispondenze di viaggio, articoli culturali, recensioni, articoli di critica musicale sul melodramma. La sua vena poetica sembra essersi esaurita, ma non è così: nel 1956 pubblica la raccolta delle poesie scritte durante gli anni della guerra e in quelli immediatamente successivi: La bufera e altro.
  • 5.
    Il dolore perla morte della moglie Drusilla Tanzi (1963) apre una nuova, fecondissima stagione poetica. Negli ultimi anni della sua vita la produzione di versi è molto più copiosa di tutta quella precedente. Tra le altre, numerose pubblicazioni, ricordiamo Satura (1971), in cui Montale ricorda la moglie perduta. Drusilla, a sua volta scrittrice, era soprannominata dagli amici «Mosca» per via degli occhiali spessi. Il loro è stato un legame sui generis ma profondissimo: lei aveva dieci anni più di lui, sono stati sposati solo per un anno (lei è morta in seguito a complicazioni legate a una caduta) e il loro rapporto è stato alquanto turbolento: Eugenio Montale amava le donne, specie le artiste e le intellettuali, e la sua produzione poetica è costellata di componimenti a loro dedicati. Maria Luisa Spaziani Irma Brandeis Drusilla Tanzi con il marito
  • 6.
    Montale riceve ipiù alti riconoscimenti ufficiali: nel 1967 viene nominato senatore a vita; nel 1975 gli viene assegnato il Premio Nobel per la letteratura. Omaggiato e venerato come un maestro, Eugenio Montale non perde il suo tono affabile e modesto, l’atteggiamento ironico, il comportamento riservato e poco incline alle esibizioni pubbliche. Muore a Milano nel 1981.
  • 7.
    NON CHIEDERCI LAPAROLA (Ossi di seppia, 1925) Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un polveroso prato. Ah l'uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico, e l'ombra sua non cura che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro! Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Vittorio Gassman recita "Non chiederci la parola"
  • 8.
    NON CHIEDERCI LAPAROLA (Ossi di seppia, 1925) Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco lo dichiari e risplenda come un croco perduto in mezzo a un polveroso prato. Ah l'uomo che se ne va sicuro, agli altri ed a se stesso amico, e l'ombra sua non cura che la canicola stampa sopra uno scalcinato muro! Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. METRO: tre quartine di versi di varia lunghezza, con rima ABBA CDD( ipermetra)C EFEF. Questa poesia rappresenta una dichiarazione di poetica (una riflessione sulla poesia stessa, sul ruolo del poeta nella società). Secondo Montale, i poeti non possiedono formule sicure per spiegare il mistero dell’esistenza. Essi possono solo testimoniare al negativo (ciò che non siamo , ciò che non vogliamo) lo smarrimento dell’uomo moderno di fronte a quello che il poeta chiama «Male di vivere». Imperativo negativo + anafora, in parallelo con il v.9, sottolinea l’impossibilità del poeta di fornire risposte rassicuranti definisca in modo precisoPrivo di forma = di certezze in modo indelebile lo renda chiaro e lo faccia risplendere (l’animo) similitudine (animo = fiore) Allitterazioni: della P = sensazione di «polvere», della S = sensazione di «secchezza» = negatività Versi brevi, secchi = polemico (Ah…!) senza dubbi e incertezze = superficiale in apparente accordo con il mondo e con se stesso e non si cura dell’ombra che il sole di mezzogiorno proietta su un muro in rovina = analogia: non teme le ombre della vita, vede solo le certezze la soluzione (quasi una formula magica) che possa darti nuovi punti di vistabensì (puoi chiederci) solamente qualche verso contorto, difficile, e dal messaggio negativo (similitudine: versi poetici = rami storti e secchi) reiterazione del «non» rafforza il tema dell’assenza di risposte rassicuranti. Il corsivo è di Montale Il plurale serve a chiamare in causa tutti i poeti, quindi la Poesia come arte
  • 9.
    SPESSO IL MALEDI VIVERE HO INCONTRATO (Ossi di seppia, 1925) Spesso il male di vivere ho incontrato era il rivo strozzato che gorgoglia era l'incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato. Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. La poesia letta da Montale
  • 10.
    SPESSO IL MALEDI VIVERE HO INCONTRATO (Ossi di seppia, 1925) Spesso il male di vivere ho incontrato era il rivo strozzato che gorgoglia era l'incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato. Bene non seppi, fuori del prodigio che schiude la divina Indifferenza: era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. METRO: due quartine di endecasillabi (tranne l’ultimo verso), con rima ABBA CDDA Questo componimento si ricollega idealmente a Leopardi, e alla sua concezione della vita come dolore (Canto notturno: «A me la vita è male», il Dialogo della Natura e di un Islandese: la Natura per l’uomo prova solo indifferenza, non gli causa volontariamente dolore). Il malessere esistenziale e l’indifferenza si manifestano negli aspetti quotidiani dell’esistenza (simboleggiati da vari elementi definiti «correlativi oggettivi»). L’unico bene che l’uomo può aspettarsi è l’indifferenza, personificata come una divinità: non esiste la gioia, l’unico momento di assenza del «male di vivere» è quello in cui riusciamo a provare indifferenza, che qui diviene quindi un’emozione «positiva». Suoni aspri (str, zz, rg, rt, rs): sottolineano la condizione di sofferenza Tre «correlativi oggettivi» (= simboli) del dolore: ruscello, foglia, cavallo. Corrispondenza sottolineata dalla reiterazione del verbo «ERA» Tre «correlativi oggettivi» dell’ indifferenza (assenza di dolore): statua, nuvola, falco. Corrispondenza sottolineata dal polisindeto «E» Esiste una corrispondenza tra le due strofe: il cui libero corso è impedito da un ostacolo rinsecchita dal caldo caduto per la fatica non conobbi altro bene tranne che il momento miracoloso (prodigio) in cui ho provato (si schiude) indifferenza (detta «divina» perché tipica delle divinità, lontane dalle miserie del mondo). Personificazione (Indifferenza) Presenza di molte vocali (/o/, ma soprattutto le vocali aperte /e/, /a/): donano maggior senso di quiete rispetto alla prima strofa Correlativo oggettivo: scarto restituito dal mare, simbolo di qualcosa che non è più
  • 11.
    AVEVAMO STUDIATO PERL’ALDILÀ (Satura – Xenia- , 1971) Avevamo studiato per l'aldilà un fischio, un segno di riconoscimento. Mi provo a modularlo nella speranza che tutti siamo già morti senza saperlo. La poesia letta da Vittorio Gassman In greco «doni votivi per gli stranieri», sezione dedicata alla moglie scomparsa METRO: versi liberi In latino «mescolanza di cose svariate»: tematiche e metri molto diversi tra loro Con una semplice e toccante immagine (un uomo solo che fischia) il poeta ci immette nel clima di affettuosa complicità, tuttora esistente, tra lui e la moglie defunta. Scherzosamente, i due avevano concordato un segnale per potersi ritrovare. Ora il poeta lo prova in anticipo, sperando di essere già morto senza saperlo e di poter così ritrovare la sua compagna.
  • 12.
    HO SCESO, DANDOTIIL BRACCIO, ALMENO UN MILIONE DI SCALE (Satura – Xenia, 1971) Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue.
  • 13.
    HO SCESO, DANDOTIIL BRACCIO, ALMENO UN MILIONE DI SCALE (Satura – Xenia, 1971) Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue. La vita è rappresentata dalle metafore delle scale e del viaggio, la cui brevità è sottolineata per contrasto dall’iperbole «un milione» e dall’ossimoro breve/lungo METRO: versi liberi Anche in questo componimento emerge il senso di vuoto e inutilità che il poeta avverte dopo la morte della moglie. Nella prima strofa questo senso di vuoto viene sottolineato per contrasto dall’elenco (per asindeto) delle incombenze quotidiane degli uomini superficiali (vedi in «Non chiederci la parola» «Ah, l’uomo che se ne va sicuro…»). Nella seconda strofa, il cui primo verso ribadisce in modo simmetrico (e con anafora) il concetto iniziale, emerge il vero significato del rapporto coniugale: in apparenza era Drusilla, la Mosca, ad aver bisogno della guida del marito; in realtà è stata la donna a guidare il poeta, perché era lei la sola a capire veramente la realtà. mi servono (mi interessano) asindeto: i casi e le necessità dell’esistenza, gli inganni e le delusioni di chi si accontenta dell’apparenza delle cose senza mai indagare a fondo = degli uomini superficiali (L’uomo che se ne va sicuro…) anafora (vedi verso 8) Altra iperbole perché riuscivano a vedere la realtà delle cose, ciò che era veramente importante (in contrasto con l’ultimo verso della prima strofa)