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14.	Le vie dello spirito.
	 Sociologia del pellegrinaggio contemporaneo
      Alberto Grossi




      Quando il 23 ottobre 1987 il Consiglio d’Europa riconosceva l’importanza
dei percorsi religiosi e culturali che attraversano l’Europa, dichiarando ufficial-
mente il Cammino di Santiago di Compostela itinerario culturale europeo, si
apriva una stagione nuova per il turismo religioso in epoca contemporanea. Ri-
conoscendo il carattere storico e culturale di questa antica via pellegrina si get-
tavano infatti le basi per un rilancio del Camino stesso, che a partire dagli anni
‘90 ha visto un crescente numero di partecipanti e numerosissime iniziative col-
laterali () un successo decretato dalla frequentazione del Camino anche da par-
te di persone che non lo percorrono per motivi religiosi, e in numero crescen-
te di nazionalità non spagnola. Un discorso analogo riguarda per la nostra Via
Francigena, antico percorso che portava i pellegrini a Roma e rilanciato in Italia
da regioni ed enti locali, benchè l’Italia sconti, se paragonata alla via spagnola,
un ritardo sia in termini organizzativi che di promozione della Via stessa. A li-
vello politico è solamente dal 2006 che si lavora ad un’unica cabina di regia per
coordinare gli interventi degli enti locali, ma i risultati sono poco visibili e l’in-
tervento pubblico appare ancora frammentato e poco coordinato.

     Tralasciando l’importanza politica ed economica che sostiene queste due
importanti Vie, per noi punto di riferimento in tutto il presente saggio, sono
le ragioni sociali e culturali sottese al pellegrinaggio contemporaneo che an-
dremo ad indagare per individuare in esso alcuni tratti sociali significativi.
Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un prepotente ritorno del cosiddetto
turismo religioso, chiamato anche turismo dello spirito. Può apparire un’in-
dubbia forzatura il far coincidere il turismo religioso e pellegrinaggio: si pen-



       () Secondo i dati forniti dall’Ufficio del pellegrino presso la Cattedrale di Santiago,
si è passati dai 2905 pellegrini ufficialmente registrati del 1987 ai 93.924 del 2005, con pun-
te di 154.613 nel 1999 e di 179.944 nel 2004. Tra gli stranieri prevalgono, nell’ordine, fran-
cesi tedeschi e italiani.
228   alberto grossi




      si a coloro che si recano in luoghi come Lourdes, Fatima o Loreto con viaggi
      organizzati o avvalendosi di tour operator specializzati e che si è soliti chia-
      mare pellegrini nonostante raggiungano questi luoghi con comodi pullman
      senza incorrere nella fatica fisica del pellegrinaggio. Del resto è convenziona-
      le assimilare l’identità momentanea del singolo viaggiatore alla meta del suo
      viaggio, ovvero il luogo di culto prescelto: il viaggiatore che si reca in questi
      luoghi sacri diventa ipso facto un pellegrino. Complice anche la relativa facili-
      tà dei trasporti e l’accessibilità economica del viaggio le mete del turismo re-
      ligioso sono divenute negli ultimi trent’anni alla portata di moltissime per-
      sone, allargando la platea dei potenziali pellegrini e conferendo al vocabolo
      un’accezione semantica piuttosto ampia, accezione che tradisce in parte la
      natura di quel “peregrinare” che era, in origine, il pellegrinaggio. Tuttavia,
      nel segno della riscoperta della tradizione, ecco il ritorno della Credenzia-
      le. Per noi la Credenziale rappresenta un dato sociologicamente rilevante: è
      lo spartiacque tra chi sceglie la meta e chi il percorso. Così lungo il Camino de
      Santiago i pellegrini che la percorrono la via a piedi, a cavallo o in bicicletta,
      escludendo quindi tutti gli altri mezzi di trasporto, posseggono la Credenzia-
      le, un documento di viaggio che ne attesta identità, condizione e intenzioni.
      Si tratta di un documento rilasciato da una autorità religiosa che se ne assu-
      me la responsabilità e che serve a distinguere un pellegrino autentico da altri
      viaggiatori (). Pertanto, facciamo nostra la definizione di pellegrino nel senso
      più stretto del termine come colui che compie un pellegrinaggio a piedi o co-
      munque con mezzi non atti a facilitare il raggiungimento della meta finale.

            Identificato il pellegrino occorre riflettere su cosa significhi oggi pellegri-
      naggio. È ancora possibile, e utile per il nostro lavoro, trovare una definizio-
      ne di pellegrinaggio? Secondo gli antropologi cattolici Victor e Edith Turner
      il pellegrinaggio è “la grande esperienza liminale della vita religiosa. Se il mi-
      sticismo è un pellegrinaggio interiore, il pellegrinaggio è misticismo esterio-
      rizzato” (). Esperienza limite, esperienza unica in quanto occasionale, aperta
      a più esiti e sicuramente sganciata da tutto quanto è routine. Uscendo dalla


             () In Italia la Confraternita di San Jacopo di Compostella ha una propria Credenzia-
      le. Essa viene rilasciata direttamente dalla Confraternita a coloro che la richiedono e che
      si impegnano ad accettarne il senso e lo spirito. Viene rilasciata a coloro che percorrono le
      vie di pellegrinaggio a piedi, in bicicletta o a cavallo. È gratuita ma per rendere possibile que-
      sto servizio sono ben accette offerte.
             () V. Turner, E. Turner, Il pellegrinaggio, ed. Argo, Lecce 1997.
le vie dello spirito   229


terminologia tipica dell’antropologia religiosa cui i Turner fanno riferimento,
non v’è dubbio che nei secoli passati il pellegrino era un viandante che accet-
tava una sfida impegnativa, anzitutto con se stesso, con il proprio corpo, con
la propria solitudine, lungo un percorso ricco di insidie e con una meta che
non era affatto scontato raggiungere. In una società fortemente statica come
quella medievale, in cui a poche categorie di persone era consentito il viag-
giare, ecco che il pellegrino trovava nella dimensione penitenziale una spinta
motivazionale forte. Ecco dunque l’elemento penitenziale, ben presente an-
che nel pellegrino di oggi, specie tra coloro che scelgono le proprie gambe co-
me principale mezzo di spostamento. Ovviamente, con riferimenti simbolici
ed esigenze organizzative completamente diverse. In definitiva, se il turista
religioso è colui che pianifica un trasferimento o transito per godere di una
nuova staticità il pellegrino trova nel percorso fino alla destinazione finale il
senso profondo del suo pellegrinaggio. Ed è questa, a nostro avviso, la vera
differenza tra viaggio e pellegrinaggio, a prescindere ovviamente dalla me-
ta da raggiungere ().

      Da un punto di vista sociale simbolico il pellegrinaggio presuppone: a)
la condivisione, anche solo formale, di un contesto religioso di appartenenza;
b) l’accettazione di mediazione necessaria tra luoghi dello spirito (chiese, luo-
ghi di culto, cappelle votive) e luoghi commerciali (locande, alloggi, pensio-
ni, ristoranti, punti ristoro); c) la creazione di una mappa mentale () in gra-
do di coniugare le esigenze materiali del turismo alla dimensione del sacro;
d) l’accettazione di elementi di convivialità legati al pellegrinaggio, ad esem-
pio la cena serale collettiva nei punti tappa lungo il cammino. A tutto que-
sto si aggiunge un elemento socio politico tale per cui un cammino – Santia-
go, Francigena – è ritenuto a ragione in grado di valorizzare un itinerario dal
punto di vista storico, sociale, culturale e religioso, ma anche in grado di di-
vulgare meglio di altro uno spirito di tolleranza, rispetto, libertà, condivisio-




       () Già a partire dall’anno Mille da tutta Europa pellegrini, mercanti ed ecclesiasti-
ci intraprendevano pellegrinaggi per visitare la tomba degli apostoli a Roma ed alcuni si
spingevano fino alla Terra Santa, altri invece si dirigevano ad Ovest nella città di Santiago
de Compostela dove si trovano le spoglie dell’apostolo Giacomo. Il pellegrinaggio a San-
tiago assumeva un significato particolare a quell’epoca, poiché si pensava che proprio in
quel luogo finisse la terra.
       () A. Simonicca, Antrolopologia del turismo, La Nuova Italia Scientifica,     1997.
230   alberto grossi




      ne e solidarietà. Valori che, non è un caso, si ritrovano negli atti fondativi del-
      le istituzioni europee.

            Vale la pena soffermarsi sull’aspetto per così dire “intimo” del pellegri-
      naggio. Per i Turner il pellegrinaggio racchiude in sé la liminalità tipica dei
      riti di passaggi: ciò significa liberarsi dal superfluo, a partire da abbigliamen-
      to e comportamento. Una frugalità di accessori e di consumi è quindi fun-
      zionale, prima ancora che omogenea, alla prova con cui ci si sta misurando.
      Lungo la via si è tutti uguali, scompaiono le differenze socio culturali: i Tur-
      ner la chiamano “omogeneizzazione di status”, quasi a identificare nel per-
      corso un elemento di momentanea sospensione dalle identità di provenien-
      za: lungo il Cammino scompare l’impiegato, l’ingegnere o l’operaia, poiché
      si è tutti e soltanto dei pellegrini. Il pellegrino si affida dunque al “motore si-
      lenzioso delle proprie gambe” per compiere un percorso che è pur sempre un
      viaggio inteso come scoperta del nuovo, un viaggio come incontro con l’inat-
      teso e con l’imprevisto. Ed è lungo il percorso che si invera, nel pellegrino, la
      sua “intenzione” particolare, la ragione profonda che lo ha spinto a coniugare
      sentimento religioso e piacere del viaggio in un’unica esperienza. Dicevamo
      il dato penitenziale di matrice religiosa, che spesso si sovrappone ad un da-
      to votivo sempre di origine religiosa, ma gioca sicuramente nel pellegrinag-
      gio anche l’elemento dell’espiazione e della catarsi. L’intenzione, nel pellegri-
      no contemporaneo, scopriamo essere non più una sola bensì un insieme di
      motivazioni di ordine spirituale ma anche mondane: la meta finale, obiettivo
      dichiarato, che funziona da magnete attrattivo, una meta desiderata eppure
      lontana temporalmente e mentalmente; il percorso come occasione di cono-
      scenza con un parte inesplorata del proprio Io, al cospetto della fatica del cor-
      po e del nuovo che gli sta intorno; quindi dato sociale, le nuove conoscenze e
      relazioni che si aprono grazie a quell’esperienza unica nella vita.

            Molto interessante, studiando il pellegrinaggio, è osservare il dato ma-
      teriale di questo tipo di viaggio. A livello linguistico è stata analizzata la con-
      nessione tra esperienza e difficoltà, ritornando al significato antico di viaggio le-
      gato alla fatica e alla sofferenza. Per cogliere il significato originale di viaggio,
      può essere utile osservare l’etimologia di travel, il legame esistente tra il ter-
      mine viaggio e travaglio. Lo testimonia un universitario italiano quando scri-
      ve che “il Camino de Santiago nel maggio del 2004 mi permise di osservare che
      in molti ritenevano centrale l’esigenza di ricercare la componente spirituale
      legata al cammino. Il lungo viaggio a piedi è il mezzo per sviluppare questa
le vie dello spirito   231


ricerca. La fatica del camminare quotidiano, la frequente solitudine, le pia-
ghe, il dormire per terra sono solo una parte di un nuovo mondo, fatto anche
di disagi, che nella quotidianità si cerca di evitare. Camminare, quindi, co-
me per riscoprire lentamente il mondo nella sua totalità attraverso la propria
intima interiorità; riscoprire il senso profondo dei rapporti umani ricreando
un senso di comunità spesso soffocato dagli impegni, dalle esigenze e dalla
velocità della vita quotidiana” (). A questo proposito, tornano utili le parole
dell’antropologo Franco La Cecla, il quale è piuttosto netto al riguardo, asse-
rendo che “è ora di finirla con l’illusione del mondo facile e accessibile. Viag-
giare, capire il proprio viaggio e il luogo e gli incontri e il clima e la cultura e
la gente implica uno sforzo e una fatica non sempre premiata, nonché accet-
tare che il malessere sia una cifra della nostra curiosità e apertura” (). E nul-
la è meno facile e accessibile di un pellegrinaggio a piedi che può durare an-
che 40-45 giorni, con condizioni climatiche cangianti, alle prese con le piaghe
ai piedi o dolori agli arti, in condizioni di alimentazioni diverse da quelle abi-
tuali. Eppure il pellegrinaggio, questo viaggio così desiderato, agognato, rap-
presenta davvero ciò che può “ridare alla nostra storia un destino, per quan-
to breve, per quanto limitato” ().

      Lungo il pellegrinaggio le cose fisiologiche assumono una nuova centra-
lità, diventano prime in una scala di priorità. Lo stretto indispensabile viene
rinchiuso nel proprio bagaglio e diventa la misura di quell’essenzialità che
il pellegrino va ricercando. L’elemento avventuroso di compiere un’impre-
sa insolita si mescola all’elemento epico, ovvero il piacere di ripercorrere an-
tiche vie calcate da pellegrini antichi. Il pellegrino marcia con il suo gruppo
– che è già una communitas – tappa dopo tappa verso la destinazione finale:
è uno spostamento lento, in diretto contatto con l’ambiente, con dà possibili-
tà di vivere il territorio senza la protezione di un abitacolo. Loro appartengo-
no al pellegrinaggio e il pellegrinaggio appartiene a loro. I pellegrini usano il
“noi”, la loro unità si fa comunione e cameratismo, avvertono la distanza tra
la loro esperienza, per quanto contingente, e il resto della società. Non sono
più un gruppo, sono comunità. E pur essendo in tanti non sono massa, che


      () Tesi di Laurea di S. Corbetta, Il viaggio a piedi: dal pellegrinaggio al turismo contem-
poraneo, Università di Bergamo, A.A. 2004-2005.
      () F. La Cecla, Jet-lag. Antropologia e altri disturbi da viaggio, Bollati Boringhieri, To-
rino 2002.
      () F. La Cecla, op. cit., pag. 26.
232   alberto grossi




      è anonima e omologata. La loro comunità momentanea è invece l’insieme di
      intenzioni individuali accomunate da un’unica spinta motivazionale. Al po-
      sto dei legami sociali convenzionali subentrano nuovi legami o nuovi modi
      di viverli, si è come fuori dal tempo e dallo spazio, l’esperienza del sacro o
      del sovrannaturale è diretta. Quando l’individuo ritorna nel gruppo sociale
      di provenienza – scrive Turner – di solito ha acquisito uno status sociale più
      elevato. Perché il peregrinus è “colui che passa attraverso”, colui che ha varca-
      to il limen, la soglia. Ha fatto esperienza del sacro non tanto come meta di de-
      vozione quanto come tragitto, e fatica, per arrivarvi. Ecco quindi la centralità
      dell’esperienza di peregrinazione.

            Anche per le ragioni sopra citate le antiche vie di pellegrinaggio sono
      oggi denominate “Itinerari Culturali Europei”. Una definizione tale per cui
      l’esperienza del Cammino di Santiago, al pari della Via Francigena, non pos-
      sono più essere unicamente riconducibili al pellegrinaggio, ovvero il loro va-
      lore polisemantico e culturalmente differenziato ha conferito loro un signifi-
      cato più ricco e più profondo rispetto a quello per il quale erano nati. Oggi
      chi si reca a Santiago o a Roma percorrendo gli Itinerari ripercorre sì un cam-
      mino che nasce dal pellegrinaggio medievale, ma al tempo stesso si mette in
      discussione lungo un cammino fisico la cui caratteristica vera è di essere un
      cammino spirituale, una ricerca di qualcosa di intangibile. Dalla lettura del-
      le statistiche dell’Ufficio del pellegrino di Santiago emerge chiaramente co-
      me da fenomeno quasi esclusivamente spagnolo e connotato religiosamente
      nel 1985 il pellegrinaggio lungo il Camino è oggi ad un fenomeno europeo e
      pluriculturale. Poiché il camminare racchiude in sé un aspetto spirituale ri-
      conosciuto come intenso anche da chi non parte con uno specifico desiderio
      di ricerca interiore. Come disse Paulo Coelho, “le motivazioni che spingono
      a partire per il Camino de Santiago, pur essendo molte e differenti tra loro,
      si ritrovano poi durante l’esperienza effettiva, unite in un fattore comune: lo
      stupore per ciò che il cammino è capace di creare”.

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  • 1. 14. Le vie dello spirito. Sociologia del pellegrinaggio contemporaneo Alberto Grossi Quando il 23 ottobre 1987 il Consiglio d’Europa riconosceva l’importanza dei percorsi religiosi e culturali che attraversano l’Europa, dichiarando ufficial- mente il Cammino di Santiago di Compostela itinerario culturale europeo, si apriva una stagione nuova per il turismo religioso in epoca contemporanea. Ri- conoscendo il carattere storico e culturale di questa antica via pellegrina si get- tavano infatti le basi per un rilancio del Camino stesso, che a partire dagli anni ‘90 ha visto un crescente numero di partecipanti e numerosissime iniziative col- laterali () un successo decretato dalla frequentazione del Camino anche da par- te di persone che non lo percorrono per motivi religiosi, e in numero crescen- te di nazionalità non spagnola. Un discorso analogo riguarda per la nostra Via Francigena, antico percorso che portava i pellegrini a Roma e rilanciato in Italia da regioni ed enti locali, benchè l’Italia sconti, se paragonata alla via spagnola, un ritardo sia in termini organizzativi che di promozione della Via stessa. A li- vello politico è solamente dal 2006 che si lavora ad un’unica cabina di regia per coordinare gli interventi degli enti locali, ma i risultati sono poco visibili e l’in- tervento pubblico appare ancora frammentato e poco coordinato. Tralasciando l’importanza politica ed economica che sostiene queste due importanti Vie, per noi punto di riferimento in tutto il presente saggio, sono le ragioni sociali e culturali sottese al pellegrinaggio contemporaneo che an- dremo ad indagare per individuare in esso alcuni tratti sociali significativi. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un prepotente ritorno del cosiddetto turismo religioso, chiamato anche turismo dello spirito. Può apparire un’in- dubbia forzatura il far coincidere il turismo religioso e pellegrinaggio: si pen- () Secondo i dati forniti dall’Ufficio del pellegrino presso la Cattedrale di Santiago, si è passati dai 2905 pellegrini ufficialmente registrati del 1987 ai 93.924 del 2005, con pun- te di 154.613 nel 1999 e di 179.944 nel 2004. Tra gli stranieri prevalgono, nell’ordine, fran- cesi tedeschi e italiani.
  • 2. 228 alberto grossi si a coloro che si recano in luoghi come Lourdes, Fatima o Loreto con viaggi organizzati o avvalendosi di tour operator specializzati e che si è soliti chia- mare pellegrini nonostante raggiungano questi luoghi con comodi pullman senza incorrere nella fatica fisica del pellegrinaggio. Del resto è convenziona- le assimilare l’identità momentanea del singolo viaggiatore alla meta del suo viaggio, ovvero il luogo di culto prescelto: il viaggiatore che si reca in questi luoghi sacri diventa ipso facto un pellegrino. Complice anche la relativa facili- tà dei trasporti e l’accessibilità economica del viaggio le mete del turismo re- ligioso sono divenute negli ultimi trent’anni alla portata di moltissime per- sone, allargando la platea dei potenziali pellegrini e conferendo al vocabolo un’accezione semantica piuttosto ampia, accezione che tradisce in parte la natura di quel “peregrinare” che era, in origine, il pellegrinaggio. Tuttavia, nel segno della riscoperta della tradizione, ecco il ritorno della Credenzia- le. Per noi la Credenziale rappresenta un dato sociologicamente rilevante: è lo spartiacque tra chi sceglie la meta e chi il percorso. Così lungo il Camino de Santiago i pellegrini che la percorrono la via a piedi, a cavallo o in bicicletta, escludendo quindi tutti gli altri mezzi di trasporto, posseggono la Credenzia- le, un documento di viaggio che ne attesta identità, condizione e intenzioni. Si tratta di un documento rilasciato da una autorità religiosa che se ne assu- me la responsabilità e che serve a distinguere un pellegrino autentico da altri viaggiatori (). Pertanto, facciamo nostra la definizione di pellegrino nel senso più stretto del termine come colui che compie un pellegrinaggio a piedi o co- munque con mezzi non atti a facilitare il raggiungimento della meta finale. Identificato il pellegrino occorre riflettere su cosa significhi oggi pellegri- naggio. È ancora possibile, e utile per il nostro lavoro, trovare una definizio- ne di pellegrinaggio? Secondo gli antropologi cattolici Victor e Edith Turner il pellegrinaggio è “la grande esperienza liminale della vita religiosa. Se il mi- sticismo è un pellegrinaggio interiore, il pellegrinaggio è misticismo esterio- rizzato” (). Esperienza limite, esperienza unica in quanto occasionale, aperta a più esiti e sicuramente sganciata da tutto quanto è routine. Uscendo dalla () In Italia la Confraternita di San Jacopo di Compostella ha una propria Credenzia- le. Essa viene rilasciata direttamente dalla Confraternita a coloro che la richiedono e che si impegnano ad accettarne il senso e lo spirito. Viene rilasciata a coloro che percorrono le vie di pellegrinaggio a piedi, in bicicletta o a cavallo. È gratuita ma per rendere possibile que- sto servizio sono ben accette offerte. () V. Turner, E. Turner, Il pellegrinaggio, ed. Argo, Lecce 1997.
  • 3. le vie dello spirito 229 terminologia tipica dell’antropologia religiosa cui i Turner fanno riferimento, non v’è dubbio che nei secoli passati il pellegrino era un viandante che accet- tava una sfida impegnativa, anzitutto con se stesso, con il proprio corpo, con la propria solitudine, lungo un percorso ricco di insidie e con una meta che non era affatto scontato raggiungere. In una società fortemente statica come quella medievale, in cui a poche categorie di persone era consentito il viag- giare, ecco che il pellegrino trovava nella dimensione penitenziale una spinta motivazionale forte. Ecco dunque l’elemento penitenziale, ben presente an- che nel pellegrino di oggi, specie tra coloro che scelgono le proprie gambe co- me principale mezzo di spostamento. Ovviamente, con riferimenti simbolici ed esigenze organizzative completamente diverse. In definitiva, se il turista religioso è colui che pianifica un trasferimento o transito per godere di una nuova staticità il pellegrino trova nel percorso fino alla destinazione finale il senso profondo del suo pellegrinaggio. Ed è questa, a nostro avviso, la vera differenza tra viaggio e pellegrinaggio, a prescindere ovviamente dalla me- ta da raggiungere (). Da un punto di vista sociale simbolico il pellegrinaggio presuppone: a) la condivisione, anche solo formale, di un contesto religioso di appartenenza; b) l’accettazione di mediazione necessaria tra luoghi dello spirito (chiese, luo- ghi di culto, cappelle votive) e luoghi commerciali (locande, alloggi, pensio- ni, ristoranti, punti ristoro); c) la creazione di una mappa mentale () in gra- do di coniugare le esigenze materiali del turismo alla dimensione del sacro; d) l’accettazione di elementi di convivialità legati al pellegrinaggio, ad esem- pio la cena serale collettiva nei punti tappa lungo il cammino. A tutto que- sto si aggiunge un elemento socio politico tale per cui un cammino – Santia- go, Francigena – è ritenuto a ragione in grado di valorizzare un itinerario dal punto di vista storico, sociale, culturale e religioso, ma anche in grado di di- vulgare meglio di altro uno spirito di tolleranza, rispetto, libertà, condivisio- () Già a partire dall’anno Mille da tutta Europa pellegrini, mercanti ed ecclesiasti- ci intraprendevano pellegrinaggi per visitare la tomba degli apostoli a Roma ed alcuni si spingevano fino alla Terra Santa, altri invece si dirigevano ad Ovest nella città di Santiago de Compostela dove si trovano le spoglie dell’apostolo Giacomo. Il pellegrinaggio a San- tiago assumeva un significato particolare a quell’epoca, poiché si pensava che proprio in quel luogo finisse la terra. () A. Simonicca, Antrolopologia del turismo, La Nuova Italia Scientifica, 1997.
  • 4. 230 alberto grossi ne e solidarietà. Valori che, non è un caso, si ritrovano negli atti fondativi del- le istituzioni europee. Vale la pena soffermarsi sull’aspetto per così dire “intimo” del pellegri- naggio. Per i Turner il pellegrinaggio racchiude in sé la liminalità tipica dei riti di passaggi: ciò significa liberarsi dal superfluo, a partire da abbigliamen- to e comportamento. Una frugalità di accessori e di consumi è quindi fun- zionale, prima ancora che omogenea, alla prova con cui ci si sta misurando. Lungo la via si è tutti uguali, scompaiono le differenze socio culturali: i Tur- ner la chiamano “omogeneizzazione di status”, quasi a identificare nel per- corso un elemento di momentanea sospensione dalle identità di provenien- za: lungo il Cammino scompare l’impiegato, l’ingegnere o l’operaia, poiché si è tutti e soltanto dei pellegrini. Il pellegrino si affida dunque al “motore si- lenzioso delle proprie gambe” per compiere un percorso che è pur sempre un viaggio inteso come scoperta del nuovo, un viaggio come incontro con l’inat- teso e con l’imprevisto. Ed è lungo il percorso che si invera, nel pellegrino, la sua “intenzione” particolare, la ragione profonda che lo ha spinto a coniugare sentimento religioso e piacere del viaggio in un’unica esperienza. Dicevamo il dato penitenziale di matrice religiosa, che spesso si sovrappone ad un da- to votivo sempre di origine religiosa, ma gioca sicuramente nel pellegrinag- gio anche l’elemento dell’espiazione e della catarsi. L’intenzione, nel pellegri- no contemporaneo, scopriamo essere non più una sola bensì un insieme di motivazioni di ordine spirituale ma anche mondane: la meta finale, obiettivo dichiarato, che funziona da magnete attrattivo, una meta desiderata eppure lontana temporalmente e mentalmente; il percorso come occasione di cono- scenza con un parte inesplorata del proprio Io, al cospetto della fatica del cor- po e del nuovo che gli sta intorno; quindi dato sociale, le nuove conoscenze e relazioni che si aprono grazie a quell’esperienza unica nella vita. Molto interessante, studiando il pellegrinaggio, è osservare il dato ma- teriale di questo tipo di viaggio. A livello linguistico è stata analizzata la con- nessione tra esperienza e difficoltà, ritornando al significato antico di viaggio le- gato alla fatica e alla sofferenza. Per cogliere il significato originale di viaggio, può essere utile osservare l’etimologia di travel, il legame esistente tra il ter- mine viaggio e travaglio. Lo testimonia un universitario italiano quando scri- ve che “il Camino de Santiago nel maggio del 2004 mi permise di osservare che in molti ritenevano centrale l’esigenza di ricercare la componente spirituale legata al cammino. Il lungo viaggio a piedi è il mezzo per sviluppare questa
  • 5. le vie dello spirito 231 ricerca. La fatica del camminare quotidiano, la frequente solitudine, le pia- ghe, il dormire per terra sono solo una parte di un nuovo mondo, fatto anche di disagi, che nella quotidianità si cerca di evitare. Camminare, quindi, co- me per riscoprire lentamente il mondo nella sua totalità attraverso la propria intima interiorità; riscoprire il senso profondo dei rapporti umani ricreando un senso di comunità spesso soffocato dagli impegni, dalle esigenze e dalla velocità della vita quotidiana” (). A questo proposito, tornano utili le parole dell’antropologo Franco La Cecla, il quale è piuttosto netto al riguardo, asse- rendo che “è ora di finirla con l’illusione del mondo facile e accessibile. Viag- giare, capire il proprio viaggio e il luogo e gli incontri e il clima e la cultura e la gente implica uno sforzo e una fatica non sempre premiata, nonché accet- tare che il malessere sia una cifra della nostra curiosità e apertura” (). E nul- la è meno facile e accessibile di un pellegrinaggio a piedi che può durare an- che 40-45 giorni, con condizioni climatiche cangianti, alle prese con le piaghe ai piedi o dolori agli arti, in condizioni di alimentazioni diverse da quelle abi- tuali. Eppure il pellegrinaggio, questo viaggio così desiderato, agognato, rap- presenta davvero ciò che può “ridare alla nostra storia un destino, per quan- to breve, per quanto limitato” (). Lungo il pellegrinaggio le cose fisiologiche assumono una nuova centra- lità, diventano prime in una scala di priorità. Lo stretto indispensabile viene rinchiuso nel proprio bagaglio e diventa la misura di quell’essenzialità che il pellegrino va ricercando. L’elemento avventuroso di compiere un’impre- sa insolita si mescola all’elemento epico, ovvero il piacere di ripercorrere an- tiche vie calcate da pellegrini antichi. Il pellegrino marcia con il suo gruppo – che è già una communitas – tappa dopo tappa verso la destinazione finale: è uno spostamento lento, in diretto contatto con l’ambiente, con dà possibili- tà di vivere il territorio senza la protezione di un abitacolo. Loro appartengo- no al pellegrinaggio e il pellegrinaggio appartiene a loro. I pellegrini usano il “noi”, la loro unità si fa comunione e cameratismo, avvertono la distanza tra la loro esperienza, per quanto contingente, e il resto della società. Non sono più un gruppo, sono comunità. E pur essendo in tanti non sono massa, che () Tesi di Laurea di S. Corbetta, Il viaggio a piedi: dal pellegrinaggio al turismo contem- poraneo, Università di Bergamo, A.A. 2004-2005. () F. La Cecla, Jet-lag. Antropologia e altri disturbi da viaggio, Bollati Boringhieri, To- rino 2002. () F. La Cecla, op. cit., pag. 26.
  • 6. 232 alberto grossi è anonima e omologata. La loro comunità momentanea è invece l’insieme di intenzioni individuali accomunate da un’unica spinta motivazionale. Al po- sto dei legami sociali convenzionali subentrano nuovi legami o nuovi modi di viverli, si è come fuori dal tempo e dallo spazio, l’esperienza del sacro o del sovrannaturale è diretta. Quando l’individuo ritorna nel gruppo sociale di provenienza – scrive Turner – di solito ha acquisito uno status sociale più elevato. Perché il peregrinus è “colui che passa attraverso”, colui che ha varca- to il limen, la soglia. Ha fatto esperienza del sacro non tanto come meta di de- vozione quanto come tragitto, e fatica, per arrivarvi. Ecco quindi la centralità dell’esperienza di peregrinazione. Anche per le ragioni sopra citate le antiche vie di pellegrinaggio sono oggi denominate “Itinerari Culturali Europei”. Una definizione tale per cui l’esperienza del Cammino di Santiago, al pari della Via Francigena, non pos- sono più essere unicamente riconducibili al pellegrinaggio, ovvero il loro va- lore polisemantico e culturalmente differenziato ha conferito loro un signifi- cato più ricco e più profondo rispetto a quello per il quale erano nati. Oggi chi si reca a Santiago o a Roma percorrendo gli Itinerari ripercorre sì un cam- mino che nasce dal pellegrinaggio medievale, ma al tempo stesso si mette in discussione lungo un cammino fisico la cui caratteristica vera è di essere un cammino spirituale, una ricerca di qualcosa di intangibile. Dalla lettura del- le statistiche dell’Ufficio del pellegrino di Santiago emerge chiaramente co- me da fenomeno quasi esclusivamente spagnolo e connotato religiosamente nel 1985 il pellegrinaggio lungo il Camino è oggi ad un fenomeno europeo e pluriculturale. Poiché il camminare racchiude in sé un aspetto spirituale ri- conosciuto come intenso anche da chi non parte con uno specifico desiderio di ricerca interiore. Come disse Paulo Coelho, “le motivazioni che spingono a partire per il Camino de Santiago, pur essendo molte e differenti tra loro, si ritrovano poi durante l’esperienza effettiva, unite in un fattore comune: lo stupore per ciò che il cammino è capace di creare”.