P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A
1. Il mondo del progetto con e
senza barriere architettoniche
Negli anni Cinquanta e Sessanta
in Italia si parlava poco di elimina-
zione di barriere architettoniche, po-
co di handicap, poco persino di
emarginazione, non si parlava affat-
to di Design for All. È negli anni Cin-
quanta, negli Stati Uniti, che nasce
il movimento Barrier Free, - per ri-
spondere prima alle richieste delle
numerose persone colpite da polio-
mielite e negli anni successivi a quel-
le dei reduci dalVietnam disabili – ed
è negli anni Sessanta che compare il
termine inglese Design for All, che è
la semplice traduzione della versio-
ne svedese Design för Alle,a sua vol-
ta coniato nel periodo in cui lo sta-
to assistenziale tipico dei paesi scan-
dinavi ha avuto il suo massimo
splendore.
In Italia il primo segnale di atten-
zione a queste tematiche è del 1965,
quando l’ANMIL (Associazione Na-
zionale Mutilati e Invalidi del Lavo-
ro) e l’AIAS (Associazione Italiana
per l’Assistenza agli Spastici), en-
trambe di Roma, organizzarono la
Conferenza Internazionale di Stresa,
proponendo come tema di discus-
sione e dibattito le“barriere architet-
toniche”. Lo scopo della conferenza
era la sensibilizzazione delle autori-
tà competenti, delle persone che si
occupavano di architettura, di città
P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A18 ERGONOMIA 6.2006
È quindi al mondo del progetto di
edifici, servizi e ambienti comuni –
e non a quello dei prodotti d’uso – a
cui viene richiesto per primo di ga-
rantire una maggiore accessibilità,
che vada oltre una fruibilità riserva-
ta e attrezzature dedicate a singoli
profili d’utenza, quali ad esempio
spazi gioco per bambini, case e ar-
redi per anziani, ausili per anziani e
disabili: è a questa richiesta sociale
che fa seguito una precisa risposta
normativa.
1.1 La fruibilità ambientale tra
percezione sociale e normativa
È interessante notare come la per-
cezione sociale rispetto ai temi rela-
tivi alla disabilità e alla fruibilità del-
l’ambiente sia mutevole nel corso
degli anni e si rifletta in modo simi-
lare anche a livello normativo, e co-
me un diverso approccio socio-cul-
turale possa portare a una sorta di ri-
voluzione anche nel progetto.
Si prenda ad esempio la termino-
logia usata nelle norme, in partico-
lare i termini a connotazione nega-
tiva usati nelle prime norme: bar-
riere architettoniche (l’ambiente è
costituito da ostacoli); e, spastici,
persone impedite o minorate (1967),
minorati fisici,mutilati e invalidi ci-
vili (1978), individui con ridotte ca-
pacità motorie, disabili, categorie
svantaggiate di utenti (le persone
e di invalidità, dell’opinione pub-
blica internazionale sulle difficoltà
che l’invalido in carrozzina incontra
quando vuole inserirsi nella vita so-
ciale. Le difficoltà derivavano da er-
ronei criteri progettuali con i quali
venivano realizzate le città e gli edi-
fici e l’impossibilità di utilizzare
mezzi di trasporto, e tali difficoltà
vennero allora definite barriere ar-
chitettoniche.
Tale termine è la traduzione lette-
rale di architectural barriers e com-
pare in Italia per la prima volta cir-
ca 40 anni fa, con notevole ritardo ri-
spetto ai Paesi anglosassoni; l’icona
di riferimento – in contrapposizione
al modulor di Le Corbusier – è la per-
sona in carrozzina del manuale di
Goldsmith (Ornati, 2000).1
La conferenza di Stresa del 1965 e
poi di Arezzo del 1966 ebbero il me-
rito di avviare un processo di cono-
scenza del problema e la nascita di
una coscienza sociale, così che in
Italia uscì nel 1967 la prima circola-
re ministeriale che accennava al te-
ma delle barriere architettoniche nel-
l’ambiente costruito, nella città; ma
si dovrà aspettare il 1971 per avere
una prima legge cogente. Il mondo
della progettazione degli spazi ar-
chitettonici, compatibile con le pro-
blematiche della disabilità, da allo-
ra vanta in Italia una ricca legisla-
zione con diversi riferimenti presta-
zionali e prescrittivi2.
Barriere architettoniche
e Design for All
Quale contributo dell’ergonomia?
ISABELLA TIZIANA STEFFAN
Arch. Eur/Erg,Osservatorio Edilizio del Comune di Milano
B A R R I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L
possiedono caratteristiche limitan-
ti). La terminologia normativa poi
si evolve di pari passo con la perce-
zione sociale della disabilità/diver-
sità, in concetti quali la necessità di:
superare le barriere architettoniche e
le fonti di pericolo; e,superare le bar-
riere psicologiche, garantire l’auto-
nomia a soggetti con difficoltà moto-
ria, sensoriale, psichica, di natura
permanente o temporanea, tener
conto delle variazioni delle esigenze
individuali e delle diverse caratteri-
stiche anatomiche, fisiologiche, sen-
so-percettive delle persone.
Nel 1989, anno in cui la legislazio-
ne italiana sulla fruibilità va oltre
l’edilizia sociale, l’edilizia pubblica
e i trasporti, e considera finalmente
anche l’edilizia privata, compaiono
delle innovazioni fondamentali nei
concetti di accessibilità,visitabilità,
adattabilità, intesi come tre livelli
di qualità dello spazio, da garantire
in base al tipo di edificio o luogo
(pubblico o privato), e al tipo di in-
tervento (dalla nuova edificazione
sino al cambio d’uso senza opere).
Anche se non esplicitato, il risultato
atteso é quello di attivare un pro-
cesso progettuale che conduca gra-
dualmente alla piena fruibilità del-
lo spazio costruito, e al conforto di
tutti i cittadini.
Un’ulteriore evoluzione è riscon-
trabile nel“Testo unico delle dispo-
sizioni legislative e regolamentari in
materia edilizia” n. 380 del 2001 (ca-
po III artt-77-82), in cui vengono in-
dirizzati criteri di progettazione ge-
neralizzati allo spazio urbano ed
edilizio, e non solo per specifiche
categorie edilizie e destinazioni
d’uso collegate a fasce di utenza de-
bole (quali edifici scolastici, case di
cura, etc), e nelle recenti norme a
tutela anche del lavoratore disabile,
in cui vengono affrontati i temi del-
la sicurezza e prevenzione degli in-
cendi3 .Tuttavia attualmente il tema
dell’accessibilità viene ancora con-
siderato come un problema da trat-
tare in realtà architettoniche esi-
stenti, o comunque da affrontare al-
la fine del processo progettuale; pur-
troppo non viene considerato con
un approccio globale, volto a garan-
tire la compatibilità del progetto con
le esigenze dei diversi utilizzatori fi-
nali.
Progettare senza barriere dovreb-
be indurre a pensare a una città più
vivibile e sicura non solo per perso-
ne con limitazioni a carattere tem-
poraneo quali gambe ingessate, op-
pure bambini, donne incinte, anzia-
ni, ma anche per persone che posso-
no trovarsi in situazioni di disagio
ad esempio a causa di bagagli, a non
conoscenza del luogo o dei mezzi di
comunicazione locali; dovrebbe es-
sere un modo per elevare la qualità
di vita per tutti, in tutti i luoghi; ma
così non è. Tutte queste norme tec-
niche infatti sono state associate
quasi sempre solo alla disabilità mo-
toria permanente, e la loro applica-
zione a lungo trascurata da tecnici e
Amministrazioni in quanto perce-
pite come ulteriore limite normati-
vo alla creatività, al risultato esteti-
co finale dell’opera.
Nella percezione degli addetti ai
lavori sembra che le rampe, ad
esempio, non siano un elemento di
qualità dei percorsi e siano state in-
trodotte nell’architettura solo per
favorire l’accessibilità ai disabili mo-
tori. E’ noto invece come nei grandi
esempi di architettura il muoversi
sia fattore determinante per la con-
cezione e comprensione della stes-
sa (vedi Promenade architecturale
di Le Corbusier)
Garantire l’accessibilità del co-
struito non é solamente superare
una differenza di quota ma é legare
l’architettura al movimento. Alcuni
illustri colleghi ad esempio, hanno
riconosciuto alle rampe un impor-
tante ruolo estetico-funzionale: si
ricorda Le Corbusier nellaVilla Savoy
a Poissy (1929) ma anche nell’Uni-
versità di ArtiVisive di Harvard Cam-
bridge nel Massachusetts (1961) do-
ve la rampa collega due strade, pas-
sando dal secondo piano dell’edifi-
cio; James Stirling nel museo stata-
le di Stoccarda (1977-1983) dove la
rampa è un percorso con una note-
vole valenza estetica, alternativo al-
la scala e all’ascensore; Richard Me-
ier nel Museo di Arte Contempora-
nea di Barcellona (1987-1995) dove
utilizza una rampa a lieve penden-
za come percorso principale (fig. 1);
Norman Foster nel Reichstag (1992-
1999) dove realizza una rampa a spi-
rale per la salita alla copertura.
P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A 19ERGONOMIA 6.2006
Figura 1. Barcellona: Museo di Arte Contemporanea. Fonte: Steffan
B A R R I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L
Garantire la fruibilità di uno spa-
zio non significa solo movimento,
accessibilità, ma il pieno godimen-
to fisico percettivo dello stesso. La
generica pretesa di garantire la“qua-
lità architettonica”, non è sufficien-
temente esplicativa e non persegui-
bile tramite la normativa di settore:
come può essere garantita e verifica-
ta la funzionalità, la fruibilità, il con-
fort ambientale e la gradevolezza
dello spazio, se non attingendo an-
che agli strumenti e metodi tipici
dell’ergonomia?
1.2 La fruibilità dei luoghi pubblici
Merita un’attenzione particolare
la progettazione di spazi e ambien-
ti pubblici fruibili, quegli spazi che
maggiormente rappresentano la cit-
tà: è in questo settore che i Piani per
l’Eliminazione delle Barriere Archi-
tettoniche e localizzative costituisco-
no un elemento importante. Questi
piani furono previsti dal legislatore
per sanare situazioni pregresse, pri-
ma negli edifici pubblici e poi nei
percorsi pubblici, prima con atten-
zione alle esigenze di persone con
disabilità motorie, poi anche alle
persone con disabilità percettive
(sensoriali e cognitive), per rendere
accessibile ciò che era già stato co-
struito, in assenza di criteri adegua-
ti alle esigenze reali del cittadino.
L’adozione graduale nel corso de-
gli anni dei PEBA per gli edifici pub-
blici e poi nei percorsi urbani da par-
te di molte Amministrazioni, soprat-
tutto in Italia settentrionale, ha por-
tato all’eliminazione di molti ele-
menti di disagio esistenti per tutti.
Dalla regione Emilia Romagna in cui
vigeva una legge ad hoc sui PCU
(Piani di Circolazione Urbana), dal
1989 in poi si sviluppano soprattut-
to in Veneto, Toscana e Lombardia
diversi piani, adattati alle diverse ri-
chieste dell’Amministrazione, che
sostanzialmente seguono la stessa
metodologia: essi sono assimilabili
a progetti preliminari per l’elimina-
zione delle barriere esistenti, e sono
in genere gestiti con un programma
informatico, che analizza le proble-
matiche anche in relazione alle esi-
genze degli utenti presenti sul terri-
torio e stabilisce di volta in volta le
priorità d’intervento.
L’obiettivo dei PEBA era sanare il
patrimonio urbano esistente, anche
se purtroppo troppo spesso si vedo-
no ancora soluzioni architettoniche
in contrasto con i più elementari
principi di accessibilità, per non par-
lare dell’abisso culturale rispetto la
percezione delle “disabilità” di tipo
sociale o culturale, ben lontana dai
principi e dai paradigmi introdotti
dalla Organizzazione Mondiale del-
la Sanità nel 2001, con l’approvazio-
ne del nuovo strumento di classifi-
cazione del funzionamento del cor-
po umano ICF- International Clas-
sification Of Functioning, Disabilty
and Health.
A un recente convegno ad Arezzo
sono stati analizzati i risultati dei
PEBA dopo 20 anni dalla loro istitu-
zione, ed è emersa l’attuale necessi-
tà di coinvolgere l’utente finale an-
che nella progettazione di percorsi
e spazi pubblici.
Se è vero che il comfort e il di-
scomfort di un prodotto può essere
valutato solo dagli utilizzatori, poi-
ché il prodotto in sé non può mai
essere confortevole, e questo è il mo-
tivo per cui l’utente finale dovrebbe
essere sempre coinvolto nel proces-
so progettuale (Vink, 2004), anche il
comfort, la gradevolezza e la fruibi-
lità di uno spazio possono essere va-
lutati solo dai suoi utilizzatori fina-
li, cittadini e visitatori occasionali, in
termini di usabilità e compatibilità.
Nell’articolo “Ergonomia e Design
for All. Il contributo dell’ergonomia
per il progetto” pubblicato in questo
stesso numero della rivista, France-
sca Tosi afferma che l’ergonomia
rappresenta uno strumento strategi-
co capace di guidare tutte le fasi del
processo di progettazione garanten-
do la continua verifica della rispon-
denza del prodotto ai diversi profili
di esigenze degli utenti reali, e come
tale può essere un valido contribu-
to al Design for All. Analogamente si
ritiene che l’ergonomia possa dare
un efficace contributo anche alla
fruibilità dell’ambiente urbano, so-
P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A20 ERGONOMIA 6.2006
Figura 2. Barcellona: fontana utilizzabile a tre diverse altezze. Fonte: Aragall
B A R R I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L
prattutto utilizzando strumenti me-
todologici di coinvolgimento di tut-
ti gli attori interessati, sin dalle pri-
me fasi del processo progettuale
(participatory ergonomics).
2. Fruibilità e Design for All: che
rapporto con l’ergonomia?
L’approccio culturale a livello eu-
ropeo nella seconda metà degli an-
ni‘90 si sposta decisamente dal con-
cetto di progetti speciali pensati per
utenze speciali (Design for special
needs), e dal concetto dell’abbatti-
mento delle barriere (Architectural
barriers free design), ad un concetto
più olistico, usando i termini“Inclu-
sive Design”, “Universal Design” e
“Design for All”4.
Abbiamo visto come i termini uti-
lizzati nelle norme, siano cambiati;
anche il termine Design for All – la
cui valenza sta nella sua connota-
zione positiva e intraducibile – si
evolve nel corso degli anni, acqui-
stando sempre più forza comunica-
tiva e diventando possibile strumen-
to di “rivoluzione progettuale”. In
occasione di un importante conve-
gno internazionale sulla didattica
organizzato a Bologna nel 19965,
venne stilato da esperti europei un
documento in cui comparivano i cri-
teri della progettazione senza bar-
riere per tutti (criteria for barrier free
design for all), mentre nella Giorna-
ta Europea delle Persone Disabili nel
2001, Design for All viene definito
in modo autonomo6. Lo stesso IIDD
(Istituto Italiano Design e Disabilità),
spostò nel corso degli anni la sua at-
tenzione dal design per la disabilità,
e senza barriere, ad un approccio
più olistico, modificando recente-
mente anche il nome in IIDD-De-
sign for All Italia, coordinandosi con
il cambio di EIDD (European Insti-
tute for Design and Disability) in
EIDD-Design for All Europe. Prima
di adottare nel 2005 la dichiarazione
di Stoccolma7, IIDD prende come
riferimento la definizione della
Commissione Europea sopraccita-
ta per una sua importante iniziativa
denominata Cittàbile8, e in seguito
chiarisce i suoi rapporti con il tema
della sostenibilità economica. Il do-
cumento EIDD/IIDD “Etica Design
e sostenibilità”, presentato al “Pri-
mo incontro nazionale con il de-
sign”, ADI–CNAD-CUNDI, Roma,
nel novembre 2003, precisa che il
design sostenibile ha un approccio
progettuale che sopperisce alle ca-
renze di un progetto standard e ai
limiti di un progetto speciale, ripren-
dendo i postulati proposti dall’er-
gonomia. E’ un approccio basato su
un quadro esigenziale che ingloba i
bisogni e le aspettative più diversi-
ficate degli utilizzatori, così che ogni
ambiente/prodotto/sistema possa
essere fruito dalla più ampia gamma
di popolazione possibile. Il mondo
degli affari si sta rendendo conto che
tale approccio inclusivo può genera-
re un beneficio sia economico che
sociale sia per il “core business” di
ogni azienda sia per migliori rap-
porti interni alla azienda stessa.
Questo approccio fa parte di una
politica aziendale di responsabilità
sociale e imprenditoriale conosciu-
to come “Corporate Social Respon-
sibility. Il documento conclude so-
stenendo che, oltre al CSR, il design
sostenibile deve avere come riferi-
mento anche il “Design for All”, che
è una filosofia ma anche una prati-
ca progettuale 9.
Il design sostenibile ha un ruolo
importante nell’inclusione sociale:
la progettazione, anche dei grandi
spazi pubblici, dovrebbe essere ba-
sata sull’osservazione delle diversi-
tà dell’uomo, dell’evolversi delle sue
esigenze nel corso della vita; tutti gli
ambienti dovrebbero essere proget-
tati partendo dalla conoscenza del-
le diverse esigenze dell’uomo e sul-
la verifica della loro rispondenza al
mondo costruito. Stiamo parlando
di un approccio ergonomico al pro-
getto, che ha molto in comune con
il Design for All. Partendo dall’ap-
proccio ergonomico, la bio-diversi-
tà, la variabilità umana dovrebbe es-
sere assunta dai progettisti in modo
cosciente, come dato centrale nel
rapporto tra l’uomo e l’ambiente co-
struito e verificata in termini di com-
patibilità. La progettazione dovreb-
P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A 21ERGONOMIA 6.2006
Figura 3. Londra: percorso urbano con rampa e gradini. Fonte: Steffan
B A R R I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L
be essere basata sull’osservazione
della realtà e dell’evolversi delle esi-
genze nel corso della vita, anche di
tutti gli utenti descritti dal 5°e 95°
percentile, e gli spazi dovrebbero es-
sere progettati in base alla compati-
bilità con le diverse abilità ed esi-
genze dell’utente, quindi fruibili in
modo autonomo da parte del mag-
gior numero di persone possibile, a
costi limitati.
In realtà, includere il 5° e 95° per-
centile nella progettazione pratica
è un obiettivo decisamente ambi-
zioso da raggiungere, anche se que-
sta inclusione sarebbe comunque
parziale, in quanto una parte consi-
derevole di popolazione non riscon-
trerebbe ancora alcuna compatibi-
lità con il prodotto/ambiente. Si ri-
tiene perciò che per soddisfare il
maggior numero possibile di esigen-
ze, sia più realistico cercare di ga-
rantire la massima usabilità del pro-
dotto/ambiente, tenendo conto an-
che delle esigenze“estreme”, fornen-
do nel contempo anche modalità al-
ternative di fruizione in modo che
ciascuno possa scegliere la modali-
tà più compatibile (Fig. 2) .
Volendo fornire modalità alter-
native di utilizzo, nel caso di acces-
sibilità verticale urbana ed edilizia,
per esempio si dovrà ricordare che
l’ascensore può essere apprezzato
da una grande fascia di utenti, tran-
ne da chi soffre di claustrofobia,
mentre le scale possono essere pre-
ferite alle rampe, nel caso di proble-
mi all’articolazione della caviglia
(Fig. 3); nel caso della segnaletica
urbana, si dovranno prevedere mo-
dalità di lettura non solo visiva e ico-
nica ma anche tattile e acustica,
prendendo in considerazione diver-
si riferimenti culturali.
L’attenzione alla compatibilità
con le diverse esigenze degli utenti,
la diversificazione delle risposte pro-
gettuali garantendo la possibilità di
scelta, sono parametri abituali del-
l’approccio ergonomico, e possono
dare un utile contributo alla fruibi-
P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A22 ERGONOMIA 6.2006
Dal riconoscimento del ruolo sociale del design si giunge naturalmente ad una cultura
della progettazione basata sui reali bisogni dell’uomo, sul rispetto della dignità umana
e sul diritto di ciascuno di poter partecipare alla vita sociale della moderna società e di
poter usufruire degli spazi/servizi/manufatti in piena autonomia, sicurezza, comfort.
Questo consente da un lato di rispondere con flessibilità alle esigenze mutevoli delle per-
sone, riducendo gli interventi di modifica a posteriori, generalmente affatto economici,
e dall’altro di permettere a tutti di dare un contributo alla costruzione della nostra so-
cietà.
La realtà dell’uomo è basata sulla diversità: ciascun individuo è diverso da un altro, ma
è diverso anche rispetto a se stesso nel corso degli anni, e questo va riconosciuto come
valore.Abilità diverse dovute a diverse condizioni psicofisiche o culturali, sono le varia-
bili che entrano in gioco nell’interazione con l’ambiente e i prodotti.
Per raggiungere una situazione di comfort, di benessere psicofisico, il mondo che ci cir-
conda deve essere compatibile con le diverse abilità utilizzate per svolgere le attività uma-
ne. La compatibilità del prodotto o ambiente si raggiunge coinvolgendo nel processo
progettuale anche gli aspetti relativi all’usabilità, e dovrà essere di ordine funzionale,
linguistico, semantico, culturale.
Normalmente intervenendo nei processi di trasformazione degli habitat si utilizza come
riferimento l’adulto-medio-sano. Tuttavia, da alcuni anni il mondo della progettazio-
ne, della produzione e della legislazione tecnica, presta una sempre maggiore atten-
zione verso le persone con abilità fisiche, sensoriali, cognitive “ridotte”, le cui esigen-
ze sono state solitamente trascurate nelle fasi di progetto, realizzazione e verifica. Que-
sta attenzione è stata spesso rivolta verso soluzioni “speciali” quali ausili per disabili,
arredi per anziani, spazi riservati per bambini, etc. Spesso queste soluzioni speciali han-
no prodotto ambienti a fruibilità riservata e attrezzature dedicate per singoli profili
d’utenza, sovente rivelatesi di ostacolo all’integrazione sociale del destinatario.
Il design sostenibile ha un approccio progettuale che sopperisce alle carenze di un pro-
getto “standard” e ai limiti di un progetto “speciale”, riprendendo i postulati proposti
dall’ergonomia. E’ un approccio basato su un quadro esigenziale olistico che ingloba i
bisogni e le aspettative più diversificate degli utilizzatori, così che ogni ambiente/pro-
dotto possa essere fruito dalla più ampia gamma di popolazione possibile. L’obiettivo
di soddisfare il maggior numero possibile di esigenze è anche raggiungibile fornendo
modalità alternative di fruizione dello spazio/prodotto, in modo che ciascuno possa sce-
gliere la modalità più compatibile alle esigenze del momento.
Il mondo degli affari in Europa e altrove si sta rendendo conto che un approccio inclusi-
vo alla concezione e realizzazione di ambienti,prodotti,sistemi di comunicazione può ge-
nerare un beneficio sia economico che sociale sia per il “core business” di ogni azienda
sia per migliori rapporti interni alla azienda stessa. Questo approccio inclusivo fa parte
di una politica aziendale di responsabilità sociale e imprenditoriale conosciuto anche co-
me “Corporate Social Responsibility”. Oltre al CSR, il design sostenibile deve avere co-
me riferimento anche il “Design for All” – una filosofia e una pratica progettuale - pro-
mosso da EIDD a livello europeo e da IIDD a livello nazionale, e sostenuto dalla UE.
ETICA DESIGN E SOSTENIBILITÀ
Documento EIDD/IIDD presentato al "Primo incontro nazionale con il design",
ADI–CNAD-CUNDI, Roma, novembre 2003.
B A R R I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L
Note
1 In seguito alla conferenza di Stresa uscì il vo-
lume “Gli invalidi e le barriere architettoniche”
ANMIL, 1966, ove erano raccolti gli atti della
conferenza.Tra gli altri, Selwyn Goldsmith illu-
strò i suoi studi alla Conferenza di Stresa. Il suo
manuale “Designing for the Disabled” è stato
per anni l’unico riferimento dei progettisti ita-
liani.Tutti i testi erano allora disponibili presso
il Centro Studi e Consulenza Invalidi (CSCI) di
Milano.
2 La prima normativa è la Circolare n. 425 del
Ministero dei Lavori Pubblici del 20 gennaio
1967 – Standards residenziali, che tratta il te-
ma all’art. 6. Aspetti qualitativi. Barriere archi-
tettoniche.
Nel 1967 ISES (Istituto per lo Sviluppo dell’Edi-
lizia Sociale) organizzò un convegno, dove ven-
ne presentata ufficialmente una proposta di
norme redatta sulla base dei risultati dei lavo-
ri di varie commissioni di studio relative al set-
tore medico, sociologico, edilizio: tale proposta
divenne la Circolare del Ministero di Lavori Pub-
blici n.4809 del 19 giugno 1968 col titolo:
“Norme per assicurare l’utilizzazione degli edi-
fici sociali da parte di minorati fisici e per mi-
gliorarne la godibilità generale”. Le prescrizio-
ni tecniche contenute in tale circolare saranno
rese cogenti dall’art.27 della legge del 30 mar-
zo 1971 n.118, Conversione in legge del D.L:
30 gennaio 1971, n. 5.
Il successivo D.P.R. 384 del 27 aprile 1978, Re-
golamento di attuazione dell’art. 27 della leg-
ge 30 marzo 1971, n. 118, a favore di mutila-
ti e invalidi civili, in materia di barriere architet-
toniche e trasporti pubblici è stato per anni il
caposaldo legislativo nel campo degli edifici e
spazi pubblici e aperti al pubblico – poi sosti-
tuito con il DPR 503/96 – ed è stato a lungo
ignorato dagli operatori e dalle Pubbliche Am-
ministrazioni, tanto che otto anni dopo, la L.
41/86 (sostanzialmente finanziaria) stabilì che
tutte leAmministrazioni Pubbliche dovessero re-
digere un piano comunale di individuazione
delle barriere negli edifici pubblici esistenti, per
la loro eliminazione (PEBA).La legge-quadro per
l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti del-
le persone handicappate, n.104/92 all’art.24.9
chiede inoltre l’integrazione di questi piani per
garantire l’accessibilità dei percorsi e attraver-
samenti pedonali.
3 Si vedano a proposito i decreti legislativi
626/94 e 242/96; il D.M. 10 marzo 1998, «Cri-
teri generali di sicurezza antincendio e per la ge-
stione dell’emergenza nei luoghi di lavoro»; la
P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A 23ERGONOMIA 6.2006
lità ambientale e al Design for All.
L’ergonomia richiede che per
l’uso dei manufatti e fruibilità degli
spazi sia necessario uno sforzo psi-
co-fisico di adattamento minimo ri-
spetto alle soglie umane; il Design
for All sottolinea che tali soglie deb-
bano essere riferite ad abilità/esi-
genze umane che possono essere
molto diverse.
Conclusioni
Usabilità e compatibilità riferiti
a User Centered Design sono para-
metri propri dell’Ergonomia; Design
for All mette in evidenza il concetto
di diversità, di variabilità dei profili
di esigenze.
Si è detto che per attuare una ri-
voluzione positiva nel campo della
progettazione, la variabilità umana
dovrebbe essere assunta in modo
più cosciente come dato centrale nel
rapporto tra uomo e ambiente co-
struito, anche se è importante ricor-
dare che le soluzioni progettuali non
devono necessariamente fornire ri-
sposte esaustive a tutte le esigenze,
ma devono essere articolate in ter-
mini di compatibilità. La progetta-
zione di prodotti di uso quotidiano
e ambienti sia privati che pubblici,
dovrebbe garantire requisiti di frui-
bilità, sicurezza, autonomia, facilità
di percezione e d’uso, ma anche mo-
dalità alternative d’utilizzo, in base
a esigenze – e anche stati d’animo –
variabili. Questi parametri dovreb-
bero essere assunti come dati prio-
ritari soprattutto nella progettazio-
ne degli ambienti urbani: quelli che
sono usufruiti dal numero più va-
riabile di utenti, anche occasionali,
anche con background culturali to-
talmente diversi dal contesto d’uso.
L’architettura di qualità non deve
avere solo elevate caratteristiche di
estetica e funzionalità, ma anche di
fruibilità. La normativa tecnica di
settore appare essere un valido stru-
mento per garantire ambienti con
requisiti minimi di fruibilità, ma non
sufficiente per garantire ambienti di
qualità per tutti: non dobbiamo tut-
tavia augurarci di avere ulteriori nor-
me relative al Design for All, se non
limitate a indirizzi generali.
Per garantire la qualità e la com-
patibilità del progetto con la diver-
sità di esigenze degli utenti reali,
possiamo attingere alla filosofia del
Design for All e agli strumenti del-
l’ergonomia.
Gli strumenti e metodi dell’Ergo-
nomia possono essere utili all’ap-
proccio del Design for All, dalla loro
sinergia si può trarre reciproco van-
taggio. In particolare, utilizzando
metodi di progettazione con la par-
tecipazione degli utilizzatori finali e
di tutti gli attori interessati, sin dal-
le prime fasi del processo, l’ergono-
mia può dare un contributo signifi-
cativo alla fruibilità dell’ambiente
costruito, e al Design for All.
B A R R I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L
Circolare 1°marzo 2002, n. 4, «Linee guida per
la valutazione della sicurezza antincendio nei
luoghi di lavoro ove siano presenti persone di-
sabili» e la Lettera circolare 18 agosto 2006, n.
P880/4122 , «La sicurezza antincendio nei luo-
ghi di lavoro ove siano presenti persone disa-
bili: strumento di verifica e controllo check list»
del Ministero dell’Interno, Dipartimento dei Vi-
gili del Fuoco, del Soccorso pubblico e della Di-
fesa civile.
4 Questo approccio innovativo è stato introdot-
to dall’EIDD a livello europeo e dalla sua affi-
liata nazionale IIDD,sin dai primi anni‘90,la cui
“mission” è di diffondere tale cultura anche la
di fuori del mondo del progetto, e definito uffi-
cialmente con la dichiarazione di Stoccolma nel
2004 ( vedi articolo su Ergonomia n. 3/05).
5 “A syllabus for teaching design and disabili-
ty”, Bologna 1996, organizzato da IIDD con
l’appoggio del programma Helios e l’Unione
Europea.
6 La Commissione Europea Direzione Generale
Impiego eAffari Sociali in occasione della Gior-
nata Europea delle Persone Disabili, che il 3 di-
cembre 2001 sceglie il Design for All come te-
ma e ne adotta una definizione, organizza un
grande incontro tematico a Bruxelles e un pre-
mio, Breaking Barriers, che si riferisce specifica-
mente ai prodotti e servizi che incorporino i
principi di Design for All.Tale definizione preci-
sa che con Design for All si intende “la proget-
tazione, lo sviluppo e la commercializzazione di
prodotti, servizi, sistemi e ambienti per il gran-
de pubblico, in modo che siano accessibili per
la più ampia gamma possibile di utenti. Questo
obiettivo si realizza attraverso:
– la progettazione di prodotti, servizi e appli-
cazioni che siano prontamente utilizzabili
dalla maggior parte degli utenti senza dover
apportare nessuna modifica;
– la progettazione di prodotti che siano facil-
mente adattabili a utenti diversi (per esem-
pio tramite la modifica dell’interfaccia con
l’utente). Tale modifica può ottenersi, nelle
forme più semplici, mediante la variabilità
dell’assetto o l’integrazione di elementi ac-
cessori;
– l’utilizzo di interfacce standardizzate che sia-
no compatibili con attrezzature specializza-
te (per esempio tecnologie assistive)”.
7 “The EIDD Stockholm Declaration”,documen-
to approvato il 9 maggio 2004, a Stoccolma, in
occasione dell’ EIDD Annual General Meeting,
è stato recepito anche da IIDD in sede di assem-
blea ordinaria il 26 aprile 2005.
8 L’iniziativa “Cittàbile”, fu inaugurata da IIDD
il 3 dicembre 2001 con il seminario “Vivere e
muoversi tutti in autonomia e libertà”, alla
Triennale di Milano. Svolta dal 2001 al 2004, è
stata coordinata da I. Steffan (allora vicepresi-
dente e poi presidente IIDD), membro del comi-
tato scientifico, presieduto da L. Bandini Buti.
Nelle linee guida si stabilisce che verranno pri-
vilegiate le soluzioni che garantiscano un pron-
to utilizzo da parte del maggior numero di uten-
ti possibile, senza alcun adattamento o modifi-
ca,e verranno positivamente considerate le mo-
dalità alternative di fruizione di ambienti e pro-
dotti.
9 Vedi finestra del documento EIDD/IIDD (a fir-
ma dei presidenti Kercher/Steffan)“Etica Design
e sostenibilità”, presentato al “Primo incontro
nazionale con il design”, ADI–CNAD-CUNDI,
Roma, novembre 2003, anticipatorio della di-
chiarazione di Stoccolma.
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P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A24 ERGONOMIA 6.2006

Steffan 2006 - Barriere architettoniche e design for all

  • 1.
    P R OF E S S I O N E E R G O N O M I A 1. Il mondo del progetto con e senza barriere architettoniche Negli anni Cinquanta e Sessanta in Italia si parlava poco di elimina- zione di barriere architettoniche, po- co di handicap, poco persino di emarginazione, non si parlava affat- to di Design for All. È negli anni Cin- quanta, negli Stati Uniti, che nasce il movimento Barrier Free, - per ri- spondere prima alle richieste delle numerose persone colpite da polio- mielite e negli anni successivi a quel- le dei reduci dalVietnam disabili – ed è negli anni Sessanta che compare il termine inglese Design for All, che è la semplice traduzione della versio- ne svedese Design för Alle,a sua vol- ta coniato nel periodo in cui lo sta- to assistenziale tipico dei paesi scan- dinavi ha avuto il suo massimo splendore. In Italia il primo segnale di atten- zione a queste tematiche è del 1965, quando l’ANMIL (Associazione Na- zionale Mutilati e Invalidi del Lavo- ro) e l’AIAS (Associazione Italiana per l’Assistenza agli Spastici), en- trambe di Roma, organizzarono la Conferenza Internazionale di Stresa, proponendo come tema di discus- sione e dibattito le“barriere architet- toniche”. Lo scopo della conferenza era la sensibilizzazione delle autori- tà competenti, delle persone che si occupavano di architettura, di città P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A18 ERGONOMIA 6.2006 È quindi al mondo del progetto di edifici, servizi e ambienti comuni – e non a quello dei prodotti d’uso – a cui viene richiesto per primo di ga- rantire una maggiore accessibilità, che vada oltre una fruibilità riserva- ta e attrezzature dedicate a singoli profili d’utenza, quali ad esempio spazi gioco per bambini, case e ar- redi per anziani, ausili per anziani e disabili: è a questa richiesta sociale che fa seguito una precisa risposta normativa. 1.1 La fruibilità ambientale tra percezione sociale e normativa È interessante notare come la per- cezione sociale rispetto ai temi rela- tivi alla disabilità e alla fruibilità del- l’ambiente sia mutevole nel corso degli anni e si rifletta in modo simi- lare anche a livello normativo, e co- me un diverso approccio socio-cul- turale possa portare a una sorta di ri- voluzione anche nel progetto. Si prenda ad esempio la termino- logia usata nelle norme, in partico- lare i termini a connotazione nega- tiva usati nelle prime norme: bar- riere architettoniche (l’ambiente è costituito da ostacoli); e, spastici, persone impedite o minorate (1967), minorati fisici,mutilati e invalidi ci- vili (1978), individui con ridotte ca- pacità motorie, disabili, categorie svantaggiate di utenti (le persone e di invalidità, dell’opinione pub- blica internazionale sulle difficoltà che l’invalido in carrozzina incontra quando vuole inserirsi nella vita so- ciale. Le difficoltà derivavano da er- ronei criteri progettuali con i quali venivano realizzate le città e gli edi- fici e l’impossibilità di utilizzare mezzi di trasporto, e tali difficoltà vennero allora definite barriere ar- chitettoniche. Tale termine è la traduzione lette- rale di architectural barriers e com- pare in Italia per la prima volta cir- ca 40 anni fa, con notevole ritardo ri- spetto ai Paesi anglosassoni; l’icona di riferimento – in contrapposizione al modulor di Le Corbusier – è la per- sona in carrozzina del manuale di Goldsmith (Ornati, 2000).1 La conferenza di Stresa del 1965 e poi di Arezzo del 1966 ebbero il me- rito di avviare un processo di cono- scenza del problema e la nascita di una coscienza sociale, così che in Italia uscì nel 1967 la prima circola- re ministeriale che accennava al te- ma delle barriere architettoniche nel- l’ambiente costruito, nella città; ma si dovrà aspettare il 1971 per avere una prima legge cogente. Il mondo della progettazione degli spazi ar- chitettonici, compatibile con le pro- blematiche della disabilità, da allo- ra vanta in Italia una ricca legisla- zione con diversi riferimenti presta- zionali e prescrittivi2. Barriere architettoniche e Design for All Quale contributo dell’ergonomia? ISABELLA TIZIANA STEFFAN Arch. Eur/Erg,Osservatorio Edilizio del Comune di Milano
  • 2.
    B A RR I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L possiedono caratteristiche limitan- ti). La terminologia normativa poi si evolve di pari passo con la perce- zione sociale della disabilità/diver- sità, in concetti quali la necessità di: superare le barriere architettoniche e le fonti di pericolo; e,superare le bar- riere psicologiche, garantire l’auto- nomia a soggetti con difficoltà moto- ria, sensoriale, psichica, di natura permanente o temporanea, tener conto delle variazioni delle esigenze individuali e delle diverse caratteri- stiche anatomiche, fisiologiche, sen- so-percettive delle persone. Nel 1989, anno in cui la legislazio- ne italiana sulla fruibilità va oltre l’edilizia sociale, l’edilizia pubblica e i trasporti, e considera finalmente anche l’edilizia privata, compaiono delle innovazioni fondamentali nei concetti di accessibilità,visitabilità, adattabilità, intesi come tre livelli di qualità dello spazio, da garantire in base al tipo di edificio o luogo (pubblico o privato), e al tipo di in- tervento (dalla nuova edificazione sino al cambio d’uso senza opere). Anche se non esplicitato, il risultato atteso é quello di attivare un pro- cesso progettuale che conduca gra- dualmente alla piena fruibilità del- lo spazio costruito, e al conforto di tutti i cittadini. Un’ulteriore evoluzione è riscon- trabile nel“Testo unico delle dispo- sizioni legislative e regolamentari in materia edilizia” n. 380 del 2001 (ca- po III artt-77-82), in cui vengono in- dirizzati criteri di progettazione ge- neralizzati allo spazio urbano ed edilizio, e non solo per specifiche categorie edilizie e destinazioni d’uso collegate a fasce di utenza de- bole (quali edifici scolastici, case di cura, etc), e nelle recenti norme a tutela anche del lavoratore disabile, in cui vengono affrontati i temi del- la sicurezza e prevenzione degli in- cendi3 .Tuttavia attualmente il tema dell’accessibilità viene ancora con- siderato come un problema da trat- tare in realtà architettoniche esi- stenti, o comunque da affrontare al- la fine del processo progettuale; pur- troppo non viene considerato con un approccio globale, volto a garan- tire la compatibilità del progetto con le esigenze dei diversi utilizzatori fi- nali. Progettare senza barriere dovreb- be indurre a pensare a una città più vivibile e sicura non solo per perso- ne con limitazioni a carattere tem- poraneo quali gambe ingessate, op- pure bambini, donne incinte, anzia- ni, ma anche per persone che posso- no trovarsi in situazioni di disagio ad esempio a causa di bagagli, a non conoscenza del luogo o dei mezzi di comunicazione locali; dovrebbe es- sere un modo per elevare la qualità di vita per tutti, in tutti i luoghi; ma così non è. Tutte queste norme tec- niche infatti sono state associate quasi sempre solo alla disabilità mo- toria permanente, e la loro applica- zione a lungo trascurata da tecnici e Amministrazioni in quanto perce- pite come ulteriore limite normati- vo alla creatività, al risultato esteti- co finale dell’opera. Nella percezione degli addetti ai lavori sembra che le rampe, ad esempio, non siano un elemento di qualità dei percorsi e siano state in- trodotte nell’architettura solo per favorire l’accessibilità ai disabili mo- tori. E’ noto invece come nei grandi esempi di architettura il muoversi sia fattore determinante per la con- cezione e comprensione della stes- sa (vedi Promenade architecturale di Le Corbusier) Garantire l’accessibilità del co- struito non é solamente superare una differenza di quota ma é legare l’architettura al movimento. Alcuni illustri colleghi ad esempio, hanno riconosciuto alle rampe un impor- tante ruolo estetico-funzionale: si ricorda Le Corbusier nellaVilla Savoy a Poissy (1929) ma anche nell’Uni- versità di ArtiVisive di Harvard Cam- bridge nel Massachusetts (1961) do- ve la rampa collega due strade, pas- sando dal secondo piano dell’edifi- cio; James Stirling nel museo stata- le di Stoccarda (1977-1983) dove la rampa è un percorso con una note- vole valenza estetica, alternativo al- la scala e all’ascensore; Richard Me- ier nel Museo di Arte Contempora- nea di Barcellona (1987-1995) dove utilizza una rampa a lieve penden- za come percorso principale (fig. 1); Norman Foster nel Reichstag (1992- 1999) dove realizza una rampa a spi- rale per la salita alla copertura. P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A 19ERGONOMIA 6.2006 Figura 1. Barcellona: Museo di Arte Contemporanea. Fonte: Steffan
  • 3.
    B A RR I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L Garantire la fruibilità di uno spa- zio non significa solo movimento, accessibilità, ma il pieno godimen- to fisico percettivo dello stesso. La generica pretesa di garantire la“qua- lità architettonica”, non è sufficien- temente esplicativa e non persegui- bile tramite la normativa di settore: come può essere garantita e verifica- ta la funzionalità, la fruibilità, il con- fort ambientale e la gradevolezza dello spazio, se non attingendo an- che agli strumenti e metodi tipici dell’ergonomia? 1.2 La fruibilità dei luoghi pubblici Merita un’attenzione particolare la progettazione di spazi e ambien- ti pubblici fruibili, quegli spazi che maggiormente rappresentano la cit- tà: è in questo settore che i Piani per l’Eliminazione delle Barriere Archi- tettoniche e localizzative costituisco- no un elemento importante. Questi piani furono previsti dal legislatore per sanare situazioni pregresse, pri- ma negli edifici pubblici e poi nei percorsi pubblici, prima con atten- zione alle esigenze di persone con disabilità motorie, poi anche alle persone con disabilità percettive (sensoriali e cognitive), per rendere accessibile ciò che era già stato co- struito, in assenza di criteri adegua- ti alle esigenze reali del cittadino. L’adozione graduale nel corso de- gli anni dei PEBA per gli edifici pub- blici e poi nei percorsi urbani da par- te di molte Amministrazioni, soprat- tutto in Italia settentrionale, ha por- tato all’eliminazione di molti ele- menti di disagio esistenti per tutti. Dalla regione Emilia Romagna in cui vigeva una legge ad hoc sui PCU (Piani di Circolazione Urbana), dal 1989 in poi si sviluppano soprattut- to in Veneto, Toscana e Lombardia diversi piani, adattati alle diverse ri- chieste dell’Amministrazione, che sostanzialmente seguono la stessa metodologia: essi sono assimilabili a progetti preliminari per l’elimina- zione delle barriere esistenti, e sono in genere gestiti con un programma informatico, che analizza le proble- matiche anche in relazione alle esi- genze degli utenti presenti sul terri- torio e stabilisce di volta in volta le priorità d’intervento. L’obiettivo dei PEBA era sanare il patrimonio urbano esistente, anche se purtroppo troppo spesso si vedo- no ancora soluzioni architettoniche in contrasto con i più elementari principi di accessibilità, per non par- lare dell’abisso culturale rispetto la percezione delle “disabilità” di tipo sociale o culturale, ben lontana dai principi e dai paradigmi introdotti dalla Organizzazione Mondiale del- la Sanità nel 2001, con l’approvazio- ne del nuovo strumento di classifi- cazione del funzionamento del cor- po umano ICF- International Clas- sification Of Functioning, Disabilty and Health. A un recente convegno ad Arezzo sono stati analizzati i risultati dei PEBA dopo 20 anni dalla loro istitu- zione, ed è emersa l’attuale necessi- tà di coinvolgere l’utente finale an- che nella progettazione di percorsi e spazi pubblici. Se è vero che il comfort e il di- scomfort di un prodotto può essere valutato solo dagli utilizzatori, poi- ché il prodotto in sé non può mai essere confortevole, e questo è il mo- tivo per cui l’utente finale dovrebbe essere sempre coinvolto nel proces- so progettuale (Vink, 2004), anche il comfort, la gradevolezza e la fruibi- lità di uno spazio possono essere va- lutati solo dai suoi utilizzatori fina- li, cittadini e visitatori occasionali, in termini di usabilità e compatibilità. Nell’articolo “Ergonomia e Design for All. Il contributo dell’ergonomia per il progetto” pubblicato in questo stesso numero della rivista, France- sca Tosi afferma che l’ergonomia rappresenta uno strumento strategi- co capace di guidare tutte le fasi del processo di progettazione garanten- do la continua verifica della rispon- denza del prodotto ai diversi profili di esigenze degli utenti reali, e come tale può essere un valido contribu- to al Design for All. Analogamente si ritiene che l’ergonomia possa dare un efficace contributo anche alla fruibilità dell’ambiente urbano, so- P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A20 ERGONOMIA 6.2006 Figura 2. Barcellona: fontana utilizzabile a tre diverse altezze. Fonte: Aragall
  • 4.
    B A RR I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L prattutto utilizzando strumenti me- todologici di coinvolgimento di tut- ti gli attori interessati, sin dalle pri- me fasi del processo progettuale (participatory ergonomics). 2. Fruibilità e Design for All: che rapporto con l’ergonomia? L’approccio culturale a livello eu- ropeo nella seconda metà degli an- ni‘90 si sposta decisamente dal con- cetto di progetti speciali pensati per utenze speciali (Design for special needs), e dal concetto dell’abbatti- mento delle barriere (Architectural barriers free design), ad un concetto più olistico, usando i termini“Inclu- sive Design”, “Universal Design” e “Design for All”4. Abbiamo visto come i termini uti- lizzati nelle norme, siano cambiati; anche il termine Design for All – la cui valenza sta nella sua connota- zione positiva e intraducibile – si evolve nel corso degli anni, acqui- stando sempre più forza comunica- tiva e diventando possibile strumen- to di “rivoluzione progettuale”. In occasione di un importante conve- gno internazionale sulla didattica organizzato a Bologna nel 19965, venne stilato da esperti europei un documento in cui comparivano i cri- teri della progettazione senza bar- riere per tutti (criteria for barrier free design for all), mentre nella Giorna- ta Europea delle Persone Disabili nel 2001, Design for All viene definito in modo autonomo6. Lo stesso IIDD (Istituto Italiano Design e Disabilità), spostò nel corso degli anni la sua at- tenzione dal design per la disabilità, e senza barriere, ad un approccio più olistico, modificando recente- mente anche il nome in IIDD-De- sign for All Italia, coordinandosi con il cambio di EIDD (European Insti- tute for Design and Disability) in EIDD-Design for All Europe. Prima di adottare nel 2005 la dichiarazione di Stoccolma7, IIDD prende come riferimento la definizione della Commissione Europea sopraccita- ta per una sua importante iniziativa denominata Cittàbile8, e in seguito chiarisce i suoi rapporti con il tema della sostenibilità economica. Il do- cumento EIDD/IIDD “Etica Design e sostenibilità”, presentato al “Pri- mo incontro nazionale con il de- sign”, ADI–CNAD-CUNDI, Roma, nel novembre 2003, precisa che il design sostenibile ha un approccio progettuale che sopperisce alle ca- renze di un progetto standard e ai limiti di un progetto speciale, ripren- dendo i postulati proposti dall’er- gonomia. E’ un approccio basato su un quadro esigenziale che ingloba i bisogni e le aspettative più diversi- ficate degli utilizzatori, così che ogni ambiente/prodotto/sistema possa essere fruito dalla più ampia gamma di popolazione possibile. Il mondo degli affari si sta rendendo conto che tale approccio inclusivo può genera- re un beneficio sia economico che sociale sia per il “core business” di ogni azienda sia per migliori rap- porti interni alla azienda stessa. Questo approccio fa parte di una politica aziendale di responsabilità sociale e imprenditoriale conosciu- to come “Corporate Social Respon- sibility. Il documento conclude so- stenendo che, oltre al CSR, il design sostenibile deve avere come riferi- mento anche il “Design for All”, che è una filosofia ma anche una prati- ca progettuale 9. Il design sostenibile ha un ruolo importante nell’inclusione sociale: la progettazione, anche dei grandi spazi pubblici, dovrebbe essere ba- sata sull’osservazione delle diversi- tà dell’uomo, dell’evolversi delle sue esigenze nel corso della vita; tutti gli ambienti dovrebbero essere proget- tati partendo dalla conoscenza del- le diverse esigenze dell’uomo e sul- la verifica della loro rispondenza al mondo costruito. Stiamo parlando di un approccio ergonomico al pro- getto, che ha molto in comune con il Design for All. Partendo dall’ap- proccio ergonomico, la bio-diversi- tà, la variabilità umana dovrebbe es- sere assunta dai progettisti in modo cosciente, come dato centrale nel rapporto tra l’uomo e l’ambiente co- struito e verificata in termini di com- patibilità. La progettazione dovreb- P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A 21ERGONOMIA 6.2006 Figura 3. Londra: percorso urbano con rampa e gradini. Fonte: Steffan
  • 5.
    B A RR I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L be essere basata sull’osservazione della realtà e dell’evolversi delle esi- genze nel corso della vita, anche di tutti gli utenti descritti dal 5°e 95° percentile, e gli spazi dovrebbero es- sere progettati in base alla compati- bilità con le diverse abilità ed esi- genze dell’utente, quindi fruibili in modo autonomo da parte del mag- gior numero di persone possibile, a costi limitati. In realtà, includere il 5° e 95° per- centile nella progettazione pratica è un obiettivo decisamente ambi- zioso da raggiungere, anche se que- sta inclusione sarebbe comunque parziale, in quanto una parte consi- derevole di popolazione non riscon- trerebbe ancora alcuna compatibi- lità con il prodotto/ambiente. Si ri- tiene perciò che per soddisfare il maggior numero possibile di esigen- ze, sia più realistico cercare di ga- rantire la massima usabilità del pro- dotto/ambiente, tenendo conto an- che delle esigenze“estreme”, fornen- do nel contempo anche modalità al- ternative di fruizione in modo che ciascuno possa scegliere la modali- tà più compatibile (Fig. 2) . Volendo fornire modalità alter- native di utilizzo, nel caso di acces- sibilità verticale urbana ed edilizia, per esempio si dovrà ricordare che l’ascensore può essere apprezzato da una grande fascia di utenti, tran- ne da chi soffre di claustrofobia, mentre le scale possono essere pre- ferite alle rampe, nel caso di proble- mi all’articolazione della caviglia (Fig. 3); nel caso della segnaletica urbana, si dovranno prevedere mo- dalità di lettura non solo visiva e ico- nica ma anche tattile e acustica, prendendo in considerazione diver- si riferimenti culturali. L’attenzione alla compatibilità con le diverse esigenze degli utenti, la diversificazione delle risposte pro- gettuali garantendo la possibilità di scelta, sono parametri abituali del- l’approccio ergonomico, e possono dare un utile contributo alla fruibi- P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A22 ERGONOMIA 6.2006 Dal riconoscimento del ruolo sociale del design si giunge naturalmente ad una cultura della progettazione basata sui reali bisogni dell’uomo, sul rispetto della dignità umana e sul diritto di ciascuno di poter partecipare alla vita sociale della moderna società e di poter usufruire degli spazi/servizi/manufatti in piena autonomia, sicurezza, comfort. Questo consente da un lato di rispondere con flessibilità alle esigenze mutevoli delle per- sone, riducendo gli interventi di modifica a posteriori, generalmente affatto economici, e dall’altro di permettere a tutti di dare un contributo alla costruzione della nostra so- cietà. La realtà dell’uomo è basata sulla diversità: ciascun individuo è diverso da un altro, ma è diverso anche rispetto a se stesso nel corso degli anni, e questo va riconosciuto come valore.Abilità diverse dovute a diverse condizioni psicofisiche o culturali, sono le varia- bili che entrano in gioco nell’interazione con l’ambiente e i prodotti. Per raggiungere una situazione di comfort, di benessere psicofisico, il mondo che ci cir- conda deve essere compatibile con le diverse abilità utilizzate per svolgere le attività uma- ne. La compatibilità del prodotto o ambiente si raggiunge coinvolgendo nel processo progettuale anche gli aspetti relativi all’usabilità, e dovrà essere di ordine funzionale, linguistico, semantico, culturale. Normalmente intervenendo nei processi di trasformazione degli habitat si utilizza come riferimento l’adulto-medio-sano. Tuttavia, da alcuni anni il mondo della progettazio- ne, della produzione e della legislazione tecnica, presta una sempre maggiore atten- zione verso le persone con abilità fisiche, sensoriali, cognitive “ridotte”, le cui esigen- ze sono state solitamente trascurate nelle fasi di progetto, realizzazione e verifica. Que- sta attenzione è stata spesso rivolta verso soluzioni “speciali” quali ausili per disabili, arredi per anziani, spazi riservati per bambini, etc. Spesso queste soluzioni speciali han- no prodotto ambienti a fruibilità riservata e attrezzature dedicate per singoli profili d’utenza, sovente rivelatesi di ostacolo all’integrazione sociale del destinatario. Il design sostenibile ha un approccio progettuale che sopperisce alle carenze di un pro- getto “standard” e ai limiti di un progetto “speciale”, riprendendo i postulati proposti dall’ergonomia. E’ un approccio basato su un quadro esigenziale olistico che ingloba i bisogni e le aspettative più diversificate degli utilizzatori, così che ogni ambiente/pro- dotto possa essere fruito dalla più ampia gamma di popolazione possibile. L’obiettivo di soddisfare il maggior numero possibile di esigenze è anche raggiungibile fornendo modalità alternative di fruizione dello spazio/prodotto, in modo che ciascuno possa sce- gliere la modalità più compatibile alle esigenze del momento. Il mondo degli affari in Europa e altrove si sta rendendo conto che un approccio inclusi- vo alla concezione e realizzazione di ambienti,prodotti,sistemi di comunicazione può ge- nerare un beneficio sia economico che sociale sia per il “core business” di ogni azienda sia per migliori rapporti interni alla azienda stessa. Questo approccio inclusivo fa parte di una politica aziendale di responsabilità sociale e imprenditoriale conosciuto anche co- me “Corporate Social Responsibility”. Oltre al CSR, il design sostenibile deve avere co- me riferimento anche il “Design for All” – una filosofia e una pratica progettuale - pro- mosso da EIDD a livello europeo e da IIDD a livello nazionale, e sostenuto dalla UE. ETICA DESIGN E SOSTENIBILITÀ Documento EIDD/IIDD presentato al "Primo incontro nazionale con il design", ADI–CNAD-CUNDI, Roma, novembre 2003.
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    B A RR I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L Note 1 In seguito alla conferenza di Stresa uscì il vo- lume “Gli invalidi e le barriere architettoniche” ANMIL, 1966, ove erano raccolti gli atti della conferenza.Tra gli altri, Selwyn Goldsmith illu- strò i suoi studi alla Conferenza di Stresa. Il suo manuale “Designing for the Disabled” è stato per anni l’unico riferimento dei progettisti ita- liani.Tutti i testi erano allora disponibili presso il Centro Studi e Consulenza Invalidi (CSCI) di Milano. 2 La prima normativa è la Circolare n. 425 del Ministero dei Lavori Pubblici del 20 gennaio 1967 – Standards residenziali, che tratta il te- ma all’art. 6. Aspetti qualitativi. Barriere archi- tettoniche. Nel 1967 ISES (Istituto per lo Sviluppo dell’Edi- lizia Sociale) organizzò un convegno, dove ven- ne presentata ufficialmente una proposta di norme redatta sulla base dei risultati dei lavo- ri di varie commissioni di studio relative al set- tore medico, sociologico, edilizio: tale proposta divenne la Circolare del Ministero di Lavori Pub- blici n.4809 del 19 giugno 1968 col titolo: “Norme per assicurare l’utilizzazione degli edi- fici sociali da parte di minorati fisici e per mi- gliorarne la godibilità generale”. Le prescrizio- ni tecniche contenute in tale circolare saranno rese cogenti dall’art.27 della legge del 30 mar- zo 1971 n.118, Conversione in legge del D.L: 30 gennaio 1971, n. 5. Il successivo D.P.R. 384 del 27 aprile 1978, Re- golamento di attuazione dell’art. 27 della leg- ge 30 marzo 1971, n. 118, a favore di mutila- ti e invalidi civili, in materia di barriere architet- toniche e trasporti pubblici è stato per anni il caposaldo legislativo nel campo degli edifici e spazi pubblici e aperti al pubblico – poi sosti- tuito con il DPR 503/96 – ed è stato a lungo ignorato dagli operatori e dalle Pubbliche Am- ministrazioni, tanto che otto anni dopo, la L. 41/86 (sostanzialmente finanziaria) stabilì che tutte leAmministrazioni Pubbliche dovessero re- digere un piano comunale di individuazione delle barriere negli edifici pubblici esistenti, per la loro eliminazione (PEBA).La legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti del- le persone handicappate, n.104/92 all’art.24.9 chiede inoltre l’integrazione di questi piani per garantire l’accessibilità dei percorsi e attraver- samenti pedonali. 3 Si vedano a proposito i decreti legislativi 626/94 e 242/96; il D.M. 10 marzo 1998, «Cri- teri generali di sicurezza antincendio e per la ge- stione dell’emergenza nei luoghi di lavoro»; la P R O F E S S I O N E E R G O N O M I A 23ERGONOMIA 6.2006 lità ambientale e al Design for All. L’ergonomia richiede che per l’uso dei manufatti e fruibilità degli spazi sia necessario uno sforzo psi- co-fisico di adattamento minimo ri- spetto alle soglie umane; il Design for All sottolinea che tali soglie deb- bano essere riferite ad abilità/esi- genze umane che possono essere molto diverse. Conclusioni Usabilità e compatibilità riferiti a User Centered Design sono para- metri propri dell’Ergonomia; Design for All mette in evidenza il concetto di diversità, di variabilità dei profili di esigenze. Si è detto che per attuare una ri- voluzione positiva nel campo della progettazione, la variabilità umana dovrebbe essere assunta in modo più cosciente come dato centrale nel rapporto tra uomo e ambiente co- struito, anche se è importante ricor- dare che le soluzioni progettuali non devono necessariamente fornire ri- sposte esaustive a tutte le esigenze, ma devono essere articolate in ter- mini di compatibilità. La progetta- zione di prodotti di uso quotidiano e ambienti sia privati che pubblici, dovrebbe garantire requisiti di frui- bilità, sicurezza, autonomia, facilità di percezione e d’uso, ma anche mo- dalità alternative d’utilizzo, in base a esigenze – e anche stati d’animo – variabili. Questi parametri dovreb- bero essere assunti come dati prio- ritari soprattutto nella progettazio- ne degli ambienti urbani: quelli che sono usufruiti dal numero più va- riabile di utenti, anche occasionali, anche con background culturali to- talmente diversi dal contesto d’uso. L’architettura di qualità non deve avere solo elevate caratteristiche di estetica e funzionalità, ma anche di fruibilità. La normativa tecnica di settore appare essere un valido stru- mento per garantire ambienti con requisiti minimi di fruibilità, ma non sufficiente per garantire ambienti di qualità per tutti: non dobbiamo tut- tavia augurarci di avere ulteriori nor- me relative al Design for All, se non limitate a indirizzi generali. Per garantire la qualità e la com- patibilità del progetto con la diver- sità di esigenze degli utenti reali, possiamo attingere alla filosofia del Design for All e agli strumenti del- l’ergonomia. Gli strumenti e metodi dell’Ergo- nomia possono essere utili all’ap- proccio del Design for All, dalla loro sinergia si può trarre reciproco van- taggio. In particolare, utilizzando metodi di progettazione con la par- tecipazione degli utilizzatori finali e di tutti gli attori interessati, sin dal- le prime fasi del processo, l’ergono- mia può dare un contributo signifi- cativo alla fruibilità dell’ambiente costruito, e al Design for All.
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    B A RR I E R E A R C H I T E T T O N I C H E E D E S I G N F O R A L L Circolare 1°marzo 2002, n. 4, «Linee guida per la valutazione della sicurezza antincendio nei luoghi di lavoro ove siano presenti persone di- sabili» e la Lettera circolare 18 agosto 2006, n. P880/4122 , «La sicurezza antincendio nei luo- ghi di lavoro ove siano presenti persone disa- bili: strumento di verifica e controllo check list» del Ministero dell’Interno, Dipartimento dei Vi- gili del Fuoco, del Soccorso pubblico e della Di- fesa civile. 4 Questo approccio innovativo è stato introdot- to dall’EIDD a livello europeo e dalla sua affi- liata nazionale IIDD,sin dai primi anni‘90,la cui “mission” è di diffondere tale cultura anche la di fuori del mondo del progetto, e definito uffi- cialmente con la dichiarazione di Stoccolma nel 2004 ( vedi articolo su Ergonomia n. 3/05). 5 “A syllabus for teaching design and disabili- ty”, Bologna 1996, organizzato da IIDD con l’appoggio del programma Helios e l’Unione Europea. 6 La Commissione Europea Direzione Generale Impiego eAffari Sociali in occasione della Gior- nata Europea delle Persone Disabili, che il 3 di- cembre 2001 sceglie il Design for All come te- ma e ne adotta una definizione, organizza un grande incontro tematico a Bruxelles e un pre- mio, Breaking Barriers, che si riferisce specifica- mente ai prodotti e servizi che incorporino i principi di Design for All.Tale definizione preci- sa che con Design for All si intende “la proget- tazione, lo sviluppo e la commercializzazione di prodotti, servizi, sistemi e ambienti per il gran- de pubblico, in modo che siano accessibili per la più ampia gamma possibile di utenti. Questo obiettivo si realizza attraverso: – la progettazione di prodotti, servizi e appli- cazioni che siano prontamente utilizzabili dalla maggior parte degli utenti senza dover apportare nessuna modifica; – la progettazione di prodotti che siano facil- mente adattabili a utenti diversi (per esem- pio tramite la modifica dell’interfaccia con l’utente). Tale modifica può ottenersi, nelle forme più semplici, mediante la variabilità dell’assetto o l’integrazione di elementi ac- cessori; – l’utilizzo di interfacce standardizzate che sia- no compatibili con attrezzature specializza- te (per esempio tecnologie assistive)”. 7 “The EIDD Stockholm Declaration”,documen- to approvato il 9 maggio 2004, a Stoccolma, in occasione dell’ EIDD Annual General Meeting, è stato recepito anche da IIDD in sede di assem- blea ordinaria il 26 aprile 2005. 8 L’iniziativa “Cittàbile”, fu inaugurata da IIDD il 3 dicembre 2001 con il seminario “Vivere e muoversi tutti in autonomia e libertà”, alla Triennale di Milano. Svolta dal 2001 al 2004, è stata coordinata da I. Steffan (allora vicepresi- dente e poi presidente IIDD), membro del comi- tato scientifico, presieduto da L. Bandini Buti. Nelle linee guida si stabilisce che verranno pri- vilegiate le soluzioni che garantiscano un pron- to utilizzo da parte del maggior numero di uten- ti possibile, senza alcun adattamento o modifi- ca,e verranno positivamente considerate le mo- dalità alternative di fruizione di ambienti e pro- dotti. 9 Vedi finestra del documento EIDD/IIDD (a fir- ma dei presidenti Kercher/Steffan)“Etica Design e sostenibilità”, presentato al “Primo incontro nazionale con il design”, ADI–CNAD-CUNDI, Roma, novembre 2003, anticipatorio della di- chiarazione di Stoccolma. Bibliografia AA.VV., Progettare l’autonomia dei ciechi ed ipovedenti,“Il corriere dei ciechi”, 55 speciale UIC, Roma, 2000. Augè M., Un etnologo nel metrò, Elèuthera,1992. Cosulich P., Ornati A. 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