Networking & economia partecipativa

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Una ricerca sul networking come nuova pratica sociale orientata alla creazione di nuovi modelli economici alternativi.

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Networking & economia partecipativa

  1. 1. NETWORKING & ECONOMIA PARTECIPATIVAAffascinata dalle tesi di Yochai Benkler sui nuovi modelli economici common based 1, miinteresso alle nuove pratiche sociali collaborative web-based ormai da quattro anni. Faccioparte della generazione Millenium, sono figlia del modello di consumismo sfrenato ebersaglio di un’orgia mediatica che mi induce a consumare, consumare, consumare senzaincludermi nei meccanismi di produzione. Ho assistito alla nascita di Google, e più tardi diFacebook e di Twitter, osservando da vicino – come utente e come professionista dellacomunicazione – le evoluzioni delle piattaforme web e sociali. Oggi sono consapevole che ilnetworking, la connessione dei dispositivi alla Rete, è uno strumento essenziale per lacreazione di un nuovo modello socio economico basato sulla partecipazione. Ed è quelloche intendo dimostrare con la presente ricerca.Coltivo la speranza che l’aggregazione delle persone in comunità virtuali possa attivarequella massa critica necessaria per l’innovazione. Innovazione dei modelli di produzione edi consumo per creare un’alternativa valida al modello adulto imperante, disfunzionale eoligarchico. La mia ricerca ha quindi lo scopo di presentare le ultime voci interessanti sullenuove modalità socio economiche web based; il focus della ricerca è il networking, che ègià un’attività sociale e uno strumento che può contribuire all’affermarsi della nuovaeconomia: l’economia partecipativa.1 Yochai Benkler è docente alla Harvard Law School; ha coniato il termine “common based peer production”per designare un nuovo modello economic basato sulla collaborazione orizzontale, tra pari, possible graziealla Rete. La sua pagina su Ted all’indirizzo http://www.ted.com/speakers/yochai_benkler.html
  2. 2. L’economia partecipativa muove da due presupposti: innovazione collettiva e consumopartecipativo.Chi parla di innovazione collettiva?Novembre 2010: viene rilasciato il primo libro opensource, scritto in modalità wiki 2,“Weconomy. L’economia riparte dal noi” 3. E’ un progetto di Logotel, che dal 1994 si occupadi business community ed esperimenti di creatività partecipata in azienda, con l’obiettivo disviluppare idee, strumenti e progetti per l’innovazione d’impresa. Weconomy è un libropartecipativo, navigabile, libero, aperto e infinito, visto che è disponibile per esseremodificato e aggiornato. Ha l’obiettivo di costruire un’identità espansa, “dove il me va oltree confluisce nel noi” – si legge sull’articolo dedicatogli su Ninjamarketing.A Bologna, nel corso dello stesso mese, si tiene il primo incontro sul networkingprofessionale: “Networking, materia prima per le start up” 4. Si tratta di un incontroinformale, organizzato nell’ambito della “Global entreneurship week”, un evento che ha loscopo di celebrare l’imprenditorialità giovane e ambiziosa. Gli obiettivi dell’incontrobolognese sono: ispirare, connettere on line e creare occasioni di engagement off line. Ilnetworking viene presentato dai relatori, start upper e investitori, come un’attività orientataa creare un nuovo ecosistema d’impresa.L’innovazione dunque appare indissolubilmente legata alla condivisione della conoscenza.Chi parla di consumo partecipativo?Dicembre 2010: Wired pubblica una guida pratica al consumo partecipativo. Ai tempi dellacrisi, Loretta Napoleoni, economista, discute i nuovi comportamenti economici e socialiweb based e presenta le parole chiave della nuova dottrina economia: “condivisione,partecipazione e niente sprechi, principi che prendono forma grazie a Web2”.La nascita dei nuovi comportamenti di consumo, socialmente ed economicamentesostenibili ed eco-friendly è legata alla partecipazione delle persone.Ci sono dunque auterovoli voci e letteratura recente che oggi dibattono sulle problematichelegate alla creazione di un nuovo modello economico.2 Un wiki è un sito web (o una collezione di documenti ipertestuali) che viene aggiornato dai suoi utilizzatori e icui contenuti sono sviluppati in collaborazione da tutti coloro che vi hanno accesso. La modifica dei contenutiè aperta, nel senso che il testo può essere modificato da tutti gli utenti (a volte soltanto se registrati, altrevolte anche anonimi) procedendo non solo per aggiunte come accade solitamente nei forum, ma anchecambiando e cancellando ciò che hanno scritto gli autori precedenti. (su http://it.wikipedia.org/wiki/Wiki)3 http://www.weconomy.it/4 http://www.brainstorminglounge.com/racconto-del-primo-evento/#more-27
  3. 3. Tutti parlano di crisi economica.Si parla della crisi dell’economia. Ma quale economia? L’economia neo-liberista dellagenerazione dei “baby boomers” 5. L’economia egocentrica del possesso,dell’individualismo, della sbornia consumista, degli sprechi e delle catastrofi sociali enaturali, dell’abusivismo. I figli dei baby boomers, i “millenium” (o generazione Y) sono igiovani nati tra gli anni settanta e ottanta, le prime vittime di un’economia che - attivando iprocessi di delocalizzazione per produrre sempre di più e a minor costo – ha determinatodi fatto una scissione (geografica e sociale) tra le funzioni di produzione e di consumo. Sonoi precari, la generazione della sottoccupazione per i quali la famiglia – e non lo Stato! – èl’unico ammortizzatore sociale. Tagliati fuori dal sistema produttivo, sono presi d’assaltodal marketing ed esistono solo in funzione di ciò che consumano.Ma c’è una nuova economia: l’economia del noi, l’economia partecipativa, la “PopEconomy”. In questo nuovo e nascente modello, c’è una nuova impresa che democratizza iprocessi produttivi stimolando e gestendo il talento produttivo del “noi”. Se da una partesta nascendo l’impresa collaborativa, dall’altra stanno emergendo anche nuovicomportamenti di consumo basati sulla condivisione e sullo scambio: nuove forme diproduzione e di consumo sono processi rivoluzionari che si autoalimentano. La rapidacrescita delle pratiche di scambio di beni di consumo alimenta infatti il cambiamento sulversante produttivo. In tal modo si determina una vera e propria rivoluzione socio-culturale, un rifiuto condiviso e (sempre più) diffuso del modello consumistico.Inoltre, tecnologia e web2, unite all’esclusione delle nuove generazioni dal processoproduttivo hanno già de materializzato gran parte delle merci. Blockbuster è stato messok.o. da Netflix, “libri, giornali e cd, insieme ad auto, attrezzi e allo stesso pianete si stannotrasformando da beni in servizi quali la lettura, la cultura, l’informazione, il trasporto el’ambiente” 6. Perché comprare un auto, se puoi affittarla usando i servizi di carsharing?Perché acquistare libri di testo scolastici nuovi, se puoi acquistarli usati o addirittura puoisostituirli con quelli scritti direttamente dai docenti e distribuiti su bookinprogress.com?Perché fare shopping ad ogni cambio stagione se ci sono le Swap Boutique in cui possoprendere un capo nuovo scambiandolo con un mio vecchio capo? Perché gettare vecchioggetti e mobili se posso regalarli o barattarli?Oggi la cultura viene fatta dal basso (Wikipedia), il consumo è partecipativo (Swap), la nuovaimpresa è collettiva e basata sulla condivisione della conoscenza e dei metodi (Logotel,Ideo), si fa anche impresa sul web (Linkedin).Dunque spontaneità, improvvisazione e fiducia nel prossimo descrivono i comportamentidei millenium che condividono questi valori con gli hippy degli anni sessanta e settanta.Quella degli hippy è stata la prima generazione al mondo a creare comunità: comunità di5 I nati tra il 1946 e il 1964, durante il boom del dopoguerra. Successivamente la generazione nata tra il 1965 eil 1976 è definita come “generazione X”; si tratta della Mtv Generation, la gioventù delle controculture. Infine,la generazione Y comprende i nati tra il 1977 e il 2000 dalla generazione Baby boeme: la loro caratteristicadistintiva è la dimestichezza e l’abitudine all’utilizzo del computer, di Internet e delle tecnologie digitali(Definizioni tratte da P. Kotler, G. Armstrong, “Principi di marketing”).6 L. Napoleoni, “Pop Economy” in Wired n.22, Dicembre 2010.
  4. 4. interessi, passioni, idee. Ma i “weppy” 7 intorno a questi valori stanno costruendoun’economia alternativa piuttosto che la contestazione giovanile. Come gli hippy, i weppystanno attuando una rivoluzione socio-culturale, ma funzionale alla creazione di nuovimodelli economici.Ma come avviene la nuova rivoluzione socio-culturale? In modo virale, a costo zero.I Weppy si aggregano nelle community e sui social media. Il networking è lo strumento chequesti adoperano per l’aggregazione e lo sharing. La loro filosofia è lo “sharismo” 8.Tutto è iniziato con il fenomeno del “blogging”, sostiene Isaac Mao su Weconomy. “Nel1999 c’erano solo alcune centinaia di blogger pioneristici”. Il passaggio verso modalità dipubblicazione in rete facili da usare ha innescato un’espansione del blogging; in soli cinqueanni la popolazione on line ha inziato a lasciare commenti e a prendere parte inconversazioni, fino ad aprire un proprio blog. Così il numero di blogger è cresciuto in modoincontrollato: più blogger generano più lettori, e più lettori più blog. La rivoluzione è statavirale, veloce e semplice. “I blogger generano informazioni vivaci e tempestive su internet esi connettono l’un con l’altro attraverso RSS, hyperlink, commenti, trackbacks e citazioni”.Finchè l’espansione ha raggiunto un punto critico, dando vita alla blogosfera 9. Questa harichiesto un sistema strutturato di network sociale e un’architettura per la condivisone deicontenuti. Sono così nate community dedicate, ad esempio alla fotografia e allacondivisione delle immagini (Flickr). Ma anche community dedicate alla sanità(PatientsLikeMe), e alle relazioni sociali (Facebook) e professionali (Linkedin).Tuttavia, nota Marina Gorbis – executive director presso l’Instiute for the future a PaloAlto 10 - man mano che le community crescono e le persone si aggregano, condividendoidee, opinioni e interessi, aumenta anche l’opportunità di convertire in business i datiraccolti spontaneamente. E’ evidente il vantaggio che deriva dalla monetizzazione dellecommunity per creare campagne di marketing più efficaci, database da rivendere a terziper sviluppare prodotti e servizi studiati per il soddisfacimento dei reali bisogni dellepersone. Dunque si determina “uno scontro tra la promessa delle piattaforme web based ela spinta incessante alla loro trasformazione in imprese profit-driven”. Secondo la Gorbis ilmotivo di questo conflitto sta nel fatto che “siamo ancora intrappolati nei modelli economicie organizzativi del passato”. Le piattaforme e gli strumenti che oggi abbiamo a disposizionesono altamente partecipativi e sociali mentre i modelli di business ancora imperanti sono7 Su Weconomy s’invitano i lettori a scrivere su Wikipedia la prima definizione di Weppy, termine nato dallacrasi di “We” e “hippy”.8 ”Lo sharismo – termine derivato dall’inglese “sharism” e indicante condivisione e compartecipazione – èdestinato a trasformare il mondo in una mente sociale emergente: una rete ibrida di individui e software.Come esseri umani siamo infatti un complesso intreccio di neuroni connessi attraverso le sinapsi delsoftware sociale”. I. Mao, “Sharism, a mind revolution” in Weconomy.9 Blogosfera è un neologismo che indica, nellambito di internet, linsieme dei blog. I blog sono fortementeinterconnessi: i bloggers (o blogghisti o blogonauti) leggono blog altrui, li linkano (creano dei collegamenti), eli citano nei propri post (messaggi). A causa di ciò i blog fra loro interconnessi hanno sviluppato una propriacultura. (su http://it.wikipedia.org/wiki/Blogosfera)10 M. Gorbis, ”Abbiamo inventato le tecnologie sociali, ora inventiamoci le organizzazioni sociali” inWeconomy.
  5. 5. strutturati e basati su processi decisionali non partecipativi 11. D’altra parte, ci sono giàdiverse organizzazioni - sottolinea la Gorbis - che nascono come piattaforme crowdsourcedcon una struttura common-based e utilizzano meccanismi di finanziamento alternativi, inlinea con la loro struttura commons. Wikipedia e Creative Commons sono solo alcuniesempi.E ci sono start up - anche italiane! – che impiegano metodi di lavoro basati proprio sullapartecipazione e la democraticizzazione dei processi gestionali. Di solito, le start upinnovative nascono grazie al networking; le nuove imprese innovative crescono nellecommunity dove si aggregano gli interessi e si segregano veri e propri gruppi di lavoro.Grazie a strumenti come Linkedin, si creano reti di relazioni professionali off line chevengono coltivate on line. Così se hai una buona idea ma non hai capitale da investire puoichiedere alla rete di collaborare all’implementazione del tuo progetto, e avere la realepossibilità che il buzz generato in Rete arrivi ad un investitore interessato proprio alla tuaidea. Che potrebbe diventare una start up, come Balsamiq di Giacomo Guilizzoni:un’azienda che sviluppa software nata dall’incontro di Guilizzoni con Marco Botton, suFacebook. Un’azienda che dal 2008 ha fatto del networking anche il suo punto di forza:infatti “alcune componenti essenziali e strategiche per l’azienda – come il “business plan”o le direttive legali sull’uso del software – sono state realizzate chiedendo proprio alla retedi attivare le competenze necessarie” 12.L’orizzontalità che caratterizza le piattaforme common-based può anche contribuireall’innovazione amministrativa. Infatti le community locali favoriscono la sussidiarietàorizzontale 13. Laddove la mano pubblica fa fatica ad intervenire per mancanza di risorse sichiama la cittadinanza a farsi carico delle attività di gestione della cosa pubblica in modocomplementare allo Stato e alle Amministrazioni (interventi di manutenzione e attivitàlegate all’integrazione sociale e culturale sono solo alcuni esempi). Il web è uno strumentoper favorire dunque nuove forme di coinvolgimento dei cittadini alla vita del Paese,orientate al progresso civile, politico ed economico della società. In tal senso, Openpolis èun altro esempio virtuoso di partecipazione della cittadinanza per creare un database e“favorire l’accesso alle informazioni pubbliche e diffondere la cultura e le pratichedell’apertura (open source, open content, open publishing, etc.) e dei beni comuni” 14.11 Le decisioni unilaterali da parte di Facebook riguardo alle modifiche dei termini di privacy per i propriiscritti ne sono solo un esempio.12 F. Pirri, “L’arte del networking materia prima nelle start-up: report della giornata” su Tag Emilia Romagna,il blog del laboratorio di marketing territoriale nel web 2.0 del Compass, Università di Bologna.13 La sussidiarietà è riconosciuta espressamente nel quarto comma dellarticolo 118 della Costituzione dovesi prevede che «Stato, Regioni, Province, Citta metropolitane e Comuni favoriscono lautonoma iniziativa deicittadini, singoli o associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio disussidiarietà». Si tratta di una delle novità forse più incisive del nuovo Titolo V della Costituzione.14 http://www.openpolis.it/
  6. 6. Concludendo, ciò che la ricerca ha dimostrato che il networking è un’attività orientata allacondivisione della conoscenza, per fare imprese, per formarsi e informarsi, per attuarenuovi comportamenti di produzione e consumo. Il networking definisce l’insieme dellepratiche collaborative mirate alla creazione – in definitiva – di nuovi modelli sociali edeconomici. E’ uno degli strumenti necessari per realizzare un nuovo, alternativo sistemasocio economico che Yochai Benkler ha definito “Common based peer production”.Ma attenzione – fa notare Malcolm Gladwell in un articolo sul Newyorker 15 - perché le lotteper i cambiamenti sociali e politici non si vincono con la semplice partecipazione: lepiattaforme dei social media sono costruite intorno a legami deboli. Internet, sostieneGladwell , è un mezzo formidabile per la diffusione di innovazioni, per la collaborazioneinterdisciplinare, per mettere in contatto acquirenti e venditori e per far incontrare lepersone. Ma per attaccare una struttura potente e organizzata serve una strategia. Perpromuovere un cambiamento politico non bastano i legami deboli. E’ invece necessario chele persone coltivino le relazioni anche off line.Cosi, anche se si vuole ottenere un reale cambiamento del paradigma economico, ènecessario trovarsi in rete, e incontrarsi nelle piazze. I veri cambiamenti non si tweettano!Si attuano!15 M. Gladwell, “Why the revolution will not be tweeted” su “The New Yorker”.

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