FUORI ROTTA
QUELLO DI CUI I POLITICI NON OSANO PARLARE
Ore 23:00
DA LINKIESTA DEL 28 SETTEMBRE 2017
E’ RECORD DI ITALIANI CHE SE NE VANNO, PIU’ DI SPAGNOLI E TEDESCHI. MAI SUCCESSO PRIMA SOTTOLINEA
L’ARTICOLO. ANCORA SI AGGIUNGE CHE SI TRATTA DI ITALIANI NATI IN ITALIA, NON SONO INCLUSI GLI
STRANIERI.
GIANNI BALDUZZI DE LINKIESTA AGGIUNGE: «DAI DATI EUROSTAT DISPONIBILI, ANCHE VOLENDO ALLARGARE IL
CONFRONTO A TUTTI I PAESI EUROPEI, ANCHE QUELLI MINORI, L’ITALIA SI PIAZZA AL QUARTO POSTO QUANTO AD
AUMENTO DELL’EMIGRAZIONE DEGLI AUTOCTONI, CON UN +104,3%. CON IL BALZO DEL 2016 L’ITALIA SAREBBE
PRIMA, DAVANTI ANCHE A CROAZIA, UNGHERIA, SLOVENIA.»
OSSERVA LINKIESTA.IT: «IN GRAN PARTE SONO GIOVANI TRA I 25 E I 35 ANNI, CHE COMPONEVANO NEL 2015 PIU’
DEL 45% DEL TOTALE DEGLI EMIGRANTI. E TUTTAVIA DAL 2011 SONO CRESCIUTI PIU’ DI TUTTI I GIOVANISSIMI, TRA I
20 E I 24 ANNI, PIU’ 225%. C’E’ UN PICCO, +109,6%, ANCHE TRA I 50-54ENNI. LA CRESCITA DELL’ESODO DI ITALIANI IN
GENERALE NON TRACURA NESSUNA ETA’.»
«OLTRE 250MILA ITALIANI EMIGRANO ALL’ESTERO, QUASI QUANTI NEL DOPOGUERRA» COSI’ TITOLA IL SOLE24ORE IN
UN ARTICOLO DI ANDREA CARLI DEL 7 LUGLIO 2017. E si scrive ancora: «I flussi effettivi sono ancora più elevati
A rendere ancora più allarmante il quadro tratteggiato da questo dossier è un’uteriore considerazione: i flussi effettivi
sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulta dagli archivi statistici dei paesi di
destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco
e provvedere alla registrazioni di un contratto, alla copertura previdenziale, all'acquisizione della residenza e così via).
Il centro studi: i dati Istat vanno aumentati di 2,5 volte
Il centro studi spiega che rispetto ai dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico
(National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani
effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell'Istat sui trasferimenti all'estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5
volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114.000 cancellazioni a 285.000 trasferimenti all'estero, un livello pari
ai flussi dell'immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, si legge ancora nel dossier statistico, non va
dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è
più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, andrebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati
ufficialmente nel 2008-2016, senz'altro superiore ai casi registrati (624.000).»
L’Ocse: Italia ottava in classifica
Il problema dei tanti italiani che abbandonano l’Italia è stato segnalato qualche giorno fa anche dall’Ocse. Nell’ultimo
report sui migranti l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici ha fatto presente che l'Italia è tornata
a essere ai primi posti mondiali come Paese d'origine degli immigrati. Secondo l'Ocse, la Penisola è ottava nella
graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza di nuovi immigrati. Al primo posto c'è la Cina, davanti a Siria, Romania,
Polonia e India. L'Italia è subito dopo il Messico e davanti a Viet Nam e Afghanistan, con un aumento degli emigrati
dalla media di 87mila nel decennio 2005-14 a 154mila nel 2014 e a 171mila nel 2015, pari al 2,5% degli afflussi
nell'Ocse. In 10 anni l'Italia è “salita” di 5 posti nel ranking di quanti lasciano il proprio Paese per cercare migliori
fortune altrove.L’investimento (perso) da parte dello Stato
Ogni italiano che emigra rappresenta un investimento per il paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro un
diplomato, 158.000 o 170.000 un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 un dottore di
ricerca, come risulta da una ricerca congiunta condotta nel 2016 da Idos e dall'Istituto di Studi Politici “S. Pio V” sulla
base di dati Ocse.
Germania e Regno Unito le mete preferite
Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; quindi, a seguire, l'Austria, il Belgio, la
Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera (in Europa dove si indirizzano circa i tre quarti delle uscite)
mentre, oltreoceano, l'Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela.
DA ILSOLE24ORE.IT del 6 luglio 2017
Migrantes. 5 milioni di italiani fuori dall'Italia. E i giovani continuano a partire
DA AVVENIRE.IT
Gli italiani all'estero sono circa lo stesso numero degli immigrati stranieri in Italia. Al 1° gennaio 2017 i nostri
connazionali residenti oltreconfine e iscritti alľAire sono quasi 5 milioni
Ben ľ8,2% della popolazione nazionale, 60,5 milioni.
Dal 2006 al 2017, in un decennio, la mobilità italiana è aumentata del 60,1% passando da poco più di 3 milioni a quasi
5 milioni di iscritti alľAire. Solo nel 2016 sono partiti ben 124.076 italiani, il 15,5% più dell'anno precedente.
Ma dove espatriano gli italiani in cerca di migliori opportunità professionali? Nelľultimo anno soprattutto in Gran
Bretagna (24.771 iscritti), poi Germania (19.178), Svizzera (11.759), Francia (11.108), Brasile (6.829) e Stati Uniti
(5.939).
Da dove partono soprattutto? Non più solo dal Mezzogiorno: la prima regione è la Lombardia, con 23mila partenze,
seguono Veneto, poi Sicilia e Lazio, con 11mila partenze ciascuna, e Piemonte."Le partenze - spiegano i ricercatori - non sono individuali ma di 'famiglia' intendendo sia il nucleo familiare più ristretto,
ovvero quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia 'allargata', quella
cioè in cui i genitori - ormai oltre la soglia dei 65 anni - diventano 'accompagnatori e sostenitori' del progetto migratorio
dei figli (il 5,2% del totale).
A questi si aggiunga il 9,7% di chi ha tra i 50 e i 64 anni, i tanti "disoccupati senza speranza", rimasti senza lavoro in
Italia e con enormi difficoltà di riuscire a trovare alternative occupazionali concrete per continuare a mantenere la
propria famiglia. Le donne sono meno numerose in tutte le classi di età ad esclusione di quella degli over 85 anni (358
donne rispetto a 222 uomini).
L'Italia è stata interessata dal fenomeno dell'emigrazione soprattutto nei secoli XIX e XX. Il fenomeno ha riguardato
dapprima il Settentrione (Piemonte, Veneto e Friuli in particolare) e, dopo il 1880, anche il Mezzogiorno. In particolare,
dai porti del Mar Mediterraneo partirono molte navi con migliaia di italiani diretti nelle Americhe in cerca di un futuro
migliore.
DA WIKIPEDIA
Tra il 1880 e il 1930 sono state registrate più di 10 milioni di partenze dall'Italia[1]. Nell'arco di poco più di un secolo
un numero quasi equivalente all'ammontare della popolazione che vi era al momento della proclamazione del Regno
d'Italia (23 milioni nel primo censimento italiano) si trasferì in quasi tutti gli Stati del mondo occidentale e in parte del
Nordafrica.
Si trattò di un esodo che toccò tutte le regioni italiane. Tra il 1876 e il 1900 interessò prevalentemente le regioni
settentrionali, con tre regioni che fornirono da sole più del 47% dell'intero contingente migratorio: il Veneto (17,9%), il
Friuli-Venezia Giulia (16,1%) ed il Piemonte (13,5%)[2]. Nei due decenni successivi il primato migratorio passò alle
regioni meridionali, con quasi tre milioni di persone emigrate soltanto da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, e quasi
nove milioni da tutta Italia.
Si può distinguere l'emigrazione italiana in due grandi periodi: quello della grande emigrazione tra la fine del XIX
secolo e gli anni trenta del XX secolo (dove fu preponderante l'emigrazione americana) e quello dell'emigrazione
europea, che ha avuto inizio a partire dagli anni cinquanta.
La dimensione del fenomeno migratorio italiano è importantissima; nessun altro paese europeo ha avuto un flusso
costante di emigranti per un periodo così lungo. Tutte le regioni italiane, nessuna esclusa, hanno contribuito alla
grande massa di italiani nel mondo. L'emigrazione italiana oltre ad essere stata una via di fuga da condizioni
socioeconomiche difficili ha anche rappresentato una opportunità per lo sviluppo dell'economia marittima nella costa
ligure dell'Ottocento, un escamotage di fronte alle crescenti pressioni sociali nei primi del Novecento, una facile
soluzione alla questione meridionale e un'importante fonte di sostentamento attraverso le rimesse degli emigranti per
più di un secolo.[3]
« Cosa intende per nazione, signor Ministro? Una massa di infelici? Piantiamo grano, ma non mangiamo pane bianco.
Coltiviamo la vite, ma non beviamo il vino. Alleviamo animali, ma non mangiamo carne. Ciò nonostante voi ci
consigliate di non abbandonare la nostra Patria. Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro?
»
(Risposta di un emigrante italiano ad un ministro italiano, sec. XIX[4][5][6][7], riportata da Costantino Ianni - Homens
sem paz, Civilização Brasileira, 1972, ed esposta nel Memoriale dell'immigrato di San Paolo)
Nei secoli XIX e XX, quasi 30 milioni di italiani hanno lasciato l'Italia
con destinazioni principali le Americhe, l'Australia e l'Europa
occidentale.[1]
Attualmente esistono circa 80 milioni di oriundi italiani[19][20] in differenti
nazioni del mondo: i più numerosi sono in Brasile, Argentina, e Stati
Uniti d'America.
Si consideri che un oriundo può avere anche solo un antenato
lontano nato in Italia, quindi la maggioranza degli oriundi ha solo il
cognome italiano (e spesso neanche quello) ma non la cittadinanza
italiana.
In molti Paesi, specialmente del Sud America, le stime sono molto
approssimative poiché non esiste alcun tipo di censimento sulle
proprie origini (come accade invece in Stati Uniti o Canada).
Comunque, la cifra totale degli oriundi italiani oscilla
approssimativamente intorno agli 80 milioni, secondo i Padri
Scalabriniani.[19]
Italo-argentini
celebrano la
"Festa
dell'immigrante" in
Argentina
«Il nostro paese spende ogni anno per le sue forze armate oltre 23 miliardi di euro (64 milioni di euro al giorno). E oltre
a spendere molto, l’Italia spende male, in modo irrazionale e inefficiente» Scrive Enrico Piovesana su
Sbilanciamoci.info
Sono circa 7000 i militari italiani impegnati in missioni fuori dai confini nazionali; tali imprese sono costate ai cittadini
italiani 826 milioni di euro nel 2016, e la cifra è in continuo aumento. Nel mese di febbraio dello scorso anno è stata
ufficialmente aperta l’ambasciata nella capitale del Niger, Niamey, e sono stati inviati i primi nuclei di soldati e
addestratori. Tutto questo era il preludio alla recente decisione del consiglio dei ministri, prima dello scioglimento delle
Camere (28 dicembre), al finanziamento di una nuova missione miliare italiana in Africa; in Niger appunto. Gentiloni ha
dichiarato che l’intervento italiano è richiesto direttamente dal governo nigeriano; in realtà è stato definito col governo
francese e i nigeriani lo subiranno. Delle 29 missioni in 20 paesi, la più importante è quella in Iraq, con 1400 militari
(parte dei quali adesso dovrebbero traslocare in Niger), costata nel 2017 301 milioni di euro; segue per importanza la
missione in Afghanistan, a supporto di una guerra infinita di cui si parla sempre meno, ma che in 15 anni vive una
impasse spaventosa; qui i militari italiani sono attualmente 950, dopo una drastica riduzione, ma la missione, che
doveva concludersi nel 2015, sta continuando su richiesta del governo USA, e ha un costo annuo di 174,4 milioni di
euro (2017). 1.100 sono i soldati in Libano, nella più antica delle missioni (UNIFIL) per pacificare il sud del paese; 550
militari sono in Kosovo (KFOR), 300 in Libia (Ippocrate), 100 in Somalia (EUTM), 80 in Egitto, 90 a Gibuti, 10 in Mali, 125
in Turchia, 120 negli Emirati Arabi Uniti, 30 in Palestina, 27 in Antartide, e ancora a Cipro e Malta, nel Darfur, nel Sudan
del Sud, nella Repubblica Centraficana, in Marocco, poi Mare Sicuro con 850 ed Eunavformed680. L’Industria di Stato
Leonardo (già Finmeccanica), all’8° postonel mondo per commercio di armi, nel 2016 ha esportato armamenti per 14
miliardi di euro. Diverse di queste operazioni commerciali sono state compiute con paesi in guerra, contravvenendo a
quanto la stessa legge italiana proibisce (legge 185). Le bombe prodotte dall’azienda Rwm Italia nel paese sardo di
Domusnovas sono vendute da anni all’Arabia Saudita che le ha utilizzate nel sanguinoso conflitto contro lo Yemen,
come scritto sul New York Times. Armi di Leonardo vanno regolarmente al Quatar e agli Emirati Arabi.
Oltre a spendere molto in difesa, l’Italia spende male, in modo irrazionale e inefficiente.
Il 60% delle spese è assorbito da una struttura del personale elefantiaca e squilibrata fino al paradosso di avere più
comandanti che comandati, più anziani ufficiali e sottufficiali da scrivania, che graduati e truppa giovane operativa.
Quasi il 30% del totale viene invece speso per l’acquisto di armamenti tradizionali: missili, bombe, cacciabombardieri,
navi da guerra e mezzi corazzati. Una spesa in forte crescita (+85% dal 2006) finanziata in gran parte dal Ministero
dello Sviluppo Economico, che dovrebbe essere ribattezzato “Ministero dello Sviluppo Militare” poiché destina
regolarmente al comparto difesa (Leonardo/Finmeccanica, Fincantieri, Fiat-Iveco, ecc.) la quasi totalità del budget a
sostegno dell’imprenditoria (l’86% quest’anno, pari a 3,4 miliardi)
penalizzando le piccole e medie imprese e lo sviluppo industriale civile del Paese.
Un meccanismo di aiuti di Stato all’industria bellica nazionale, portato avanti da una potente lobby che condiziona il
Parlamento, forzandolo ad autorizzare l’acquisto di armamenti costosissimi e logisticamente insostenibili (perché poi
mancano i soldi per la manutenzione e perfino per il carburante), armamenti di tipo e quantità dettate da esigenze
industriali e commerciali delle aziende, invece che da concrete necessità di sicurezza nazionale. Qualche esempio.
I quasi mille nuovi corazzati da combattimento Freccia e Centauro2 che sta comprando l’Esercito — spendendo molto
più di quanto avrebbe speso scegliendo quelli prodotti da consorzi europei (i Freccia sono stati preferiti agli equivalenti
ma molto più economici Boxer tedesco-olandesi). Una quantità di mezzi sproporzionata rispetto alle necessità
operative (in Afghanistan, ad esempio, di questi mezzi ne sono stati usati solo 17) e spropositata per le capacità di
manutenzione (per cui la maggior parte di questi mezzi finisce ad arrugginire nei depositi o cannibalizzata per i pezzi di
ricambio).
Oppure le nuove navi da guerra ordinate dalla Marina — spacciate al Parlamento per navi “dual-use” per il soccorso
umanitario: una seconda portaerei (ricordiamo che la prima, la Cavour, non viene quasi mai usata perché non ci son
soldi per il gasolio) e altre 7 fregate lanciamissili che porteranno la flotta italiana a supere la potenza navale francese e
ad eguagliare quella inglese (entrambe, lo ricordiamo, potenze nucleari).
Per non parlare degli ormai famosi F-35, che l’Italia — contrariamente ad altri Paesi NATO europei come la Germania
— continua a comprare nonostante le critiche degli esperti, che li giudicano aerei inutili per le esigenze di difesa
Significativo il fatto che secondo il SIPRI è l´Italia il paese in cui è stato registrato l´aumento più notevole con un piú 11
per cento tra il 2015 e il 2016. I dati sul nostro paese sono sostanzialmente confermati dalla Nato. Secondo cui la
spesa militare italiana è aumentata l´anno scorso del 10,63 per cento. Renato Alberani su Leggilanotizia.it scrive: La
spesa militare in Italia in rapporto al Pil (a prezzi correnti) non è la più bassa dell'Unione europea, come scritto nel
documento ufficiale della Presidenza del Consiglio, “Governo Monti: attività dei primi cento giorni”. Non solo è
maggiore dello 0,9% del Pil scritto nel documento, ma è anche superiore al dato di Germania e Spagna. È vero che
Francia e Regno Unito spendono di più dell'Italia, ma non possiamo dimenticare che questi paesi sono membri
permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Rimane la Grecia, il paese più spendaccione in campo militare
dell'intera Ue in rapporto al proprio Pil. Non mi sembra però da prendere ad esempio per riformare il sistema di Difesa
in Italia e ridurre il debito pubblico.
Per dissipare ogni dubbio chiarisco che il dato sulle spese militari è tratto dalla pubblicazione “The World Factbook”
della Cia (Central intelligence agency) che contiene l'elenco della spesa militare di ciascun paese (non solo Nato) in
rapporto al proprio Pil. L'Italia - secondo la Cia - spende l'1,8% del proprio Pil (ben al di sopra, quindi, dello 0,9%).
Il dato curioso è che, mentre i valori per molti paesi sono aggiornati al 2009, quello dell'Italia è fermo al 2006. Non
certo perché la Cia non ha accesso alle tabelle Nato. Più semplicemente perché non ha ritenuto corretto che dal 2007
la Nato non abbia più considerato le spese per l'Arma dei Carabinieri. Scelta alquanto discutibile fintanto che
quest'ultima dipenderà dal ministero della Difesa e sarà impiegata in scenari di guerra, come i contingenti di Esercito,
Marina e Aeronautica. Dello stesso parere è il Stockholm international peace research institute, il prestigioso istituto
svedese indipendente che, nel monitorare le spese militari nel mondo, secondo una metodologia corretta, include o
esclude le stesse voci di spesa nei dati di ciascun paese. Nel recente rapporto appena pubblicato sull'andamento delle
spese militari, l'Istituto certifica che l'Italia ha speso nel 2010 l'1,7% del Pil, mentre la media nel periodo 2005-2009 era
dell'1,8%.
Com'è possibile un divario così ampio? La ragione è semplice, lo 0,9% è il risultato di una manipolazione contabile che
sottrae dal calcolo delle spese militari le voci del bilancio del ministero della Difesa destinate alle pensioni provvisorie,
alle funzioni esterne (es. l'impiego dei militari in interventi di protezione civile) e all'Arma dei Carabinieri (in totale più di
un terzo del budget). Lo 0,9% corrisponde, quindi, solo alla voce “Funziona Difesa”, cioè alle spese di personale,
esercizio e investimento a bilancio del ministero della Difesa.
Nel contempo le spese espressamente militari sostenute da altri dicasteri non sono calcolate. Lo 0,9% è, quindi, il
risultato di una duplice operazione arbitraria e contabilmente scorretta: da una parte si sottraggono alcune voci di
spesa, dall'altra non si sommano né il fondo per le missioni internazionali, 1.640 milioni di euro nel 2011 scritto in
bilancio al ministero dell'Economia e Finanze, né i fondi scritti al ministero dello Sviluppo economico per finanziare
programmi di nuovi sistemi d'arma (2.248 milioni di euro nel 2011).
In realtà, computando correttamente tutte le spese correnti e in conto capitale, secondo la definizione di spesa militare
dell'Istituto svedese, escludendo la difesa civile e le spese correnti per attività militari pregresse, come i benefici ai
veterani la percentuale delle spese militari in Italia sul Pil nel 2011 (Governo Monti ) è superiore all'1,5% e non allo
0,9% come sostiene il governo.

Puntata10torre

  • 1.
    FUORI ROTTA QUELLO DICUI I POLITICI NON OSANO PARLARE Ore 23:00
  • 2.
    DA LINKIESTA DEL28 SETTEMBRE 2017 E’ RECORD DI ITALIANI CHE SE NE VANNO, PIU’ DI SPAGNOLI E TEDESCHI. MAI SUCCESSO PRIMA SOTTOLINEA L’ARTICOLO. ANCORA SI AGGIUNGE CHE SI TRATTA DI ITALIANI NATI IN ITALIA, NON SONO INCLUSI GLI STRANIERI.
  • 3.
    GIANNI BALDUZZI DELINKIESTA AGGIUNGE: «DAI DATI EUROSTAT DISPONIBILI, ANCHE VOLENDO ALLARGARE IL CONFRONTO A TUTTI I PAESI EUROPEI, ANCHE QUELLI MINORI, L’ITALIA SI PIAZZA AL QUARTO POSTO QUANTO AD AUMENTO DELL’EMIGRAZIONE DEGLI AUTOCTONI, CON UN +104,3%. CON IL BALZO DEL 2016 L’ITALIA SAREBBE PRIMA, DAVANTI ANCHE A CROAZIA, UNGHERIA, SLOVENIA.»
  • 4.
    OSSERVA LINKIESTA.IT: «INGRAN PARTE SONO GIOVANI TRA I 25 E I 35 ANNI, CHE COMPONEVANO NEL 2015 PIU’ DEL 45% DEL TOTALE DEGLI EMIGRANTI. E TUTTAVIA DAL 2011 SONO CRESCIUTI PIU’ DI TUTTI I GIOVANISSIMI, TRA I 20 E I 24 ANNI, PIU’ 225%. C’E’ UN PICCO, +109,6%, ANCHE TRA I 50-54ENNI. LA CRESCITA DELL’ESODO DI ITALIANI IN GENERALE NON TRACURA NESSUNA ETA’.»
  • 6.
    «OLTRE 250MILA ITALIANIEMIGRANO ALL’ESTERO, QUASI QUANTI NEL DOPOGUERRA» COSI’ TITOLA IL SOLE24ORE IN UN ARTICOLO DI ANDREA CARLI DEL 7 LUGLIO 2017. E si scrive ancora: «I flussi effettivi sono ancora più elevati A rendere ancora più allarmante il quadro tratteggiato da questo dossier è un’uteriore considerazione: i flussi effettivi sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulta dagli archivi statistici dei paesi di destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco e provvedere alla registrazioni di un contratto, alla copertura previdenziale, all'acquisizione della residenza e così via). Il centro studi: i dati Istat vanno aumentati di 2,5 volte Il centro studi spiega che rispetto ai dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell'Istat sui trasferimenti all'estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114.000 cancellazioni a 285.000 trasferimenti all'estero, un livello pari ai flussi dell'immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, si legge ancora nel dossier statistico, non va dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, andrebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati ufficialmente nel 2008-2016, senz'altro superiore ai casi registrati (624.000).»
  • 7.
    L’Ocse: Italia ottavain classifica Il problema dei tanti italiani che abbandonano l’Italia è stato segnalato qualche giorno fa anche dall’Ocse. Nell’ultimo report sui migranti l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici ha fatto presente che l'Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come Paese d'origine degli immigrati. Secondo l'Ocse, la Penisola è ottava nella graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza di nuovi immigrati. Al primo posto c'è la Cina, davanti a Siria, Romania, Polonia e India. L'Italia è subito dopo il Messico e davanti a Viet Nam e Afghanistan, con un aumento degli emigrati dalla media di 87mila nel decennio 2005-14 a 154mila nel 2014 e a 171mila nel 2015, pari al 2,5% degli afflussi nell'Ocse. In 10 anni l'Italia è “salita” di 5 posti nel ranking di quanti lasciano il proprio Paese per cercare migliori fortune altrove.L’investimento (perso) da parte dello Stato Ogni italiano che emigra rappresenta un investimento per il paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro un diplomato, 158.000 o 170.000 un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 un dottore di ricerca, come risulta da una ricerca congiunta condotta nel 2016 da Idos e dall'Istituto di Studi Politici “S. Pio V” sulla base di dati Ocse. Germania e Regno Unito le mete preferite Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; quindi, a seguire, l'Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera (in Europa dove si indirizzano circa i tre quarti delle uscite) mentre, oltreoceano, l'Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela. DA ILSOLE24ORE.IT del 6 luglio 2017
  • 8.
    Migrantes. 5 milionidi italiani fuori dall'Italia. E i giovani continuano a partire DA AVVENIRE.IT Gli italiani all'estero sono circa lo stesso numero degli immigrati stranieri in Italia. Al 1° gennaio 2017 i nostri connazionali residenti oltreconfine e iscritti alľAire sono quasi 5 milioni Ben ľ8,2% della popolazione nazionale, 60,5 milioni. Dal 2006 al 2017, in un decennio, la mobilità italiana è aumentata del 60,1% passando da poco più di 3 milioni a quasi 5 milioni di iscritti alľAire. Solo nel 2016 sono partiti ben 124.076 italiani, il 15,5% più dell'anno precedente. Ma dove espatriano gli italiani in cerca di migliori opportunità professionali? Nelľultimo anno soprattutto in Gran Bretagna (24.771 iscritti), poi Germania (19.178), Svizzera (11.759), Francia (11.108), Brasile (6.829) e Stati Uniti (5.939). Da dove partono soprattutto? Non più solo dal Mezzogiorno: la prima regione è la Lombardia, con 23mila partenze, seguono Veneto, poi Sicilia e Lazio, con 11mila partenze ciascuna, e Piemonte."Le partenze - spiegano i ricercatori - non sono individuali ma di 'famiglia' intendendo sia il nucleo familiare più ristretto, ovvero quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia 'allargata', quella cioè in cui i genitori - ormai oltre la soglia dei 65 anni - diventano 'accompagnatori e sostenitori' del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale). A questi si aggiunga il 9,7% di chi ha tra i 50 e i 64 anni, i tanti "disoccupati senza speranza", rimasti senza lavoro in Italia e con enormi difficoltà di riuscire a trovare alternative occupazionali concrete per continuare a mantenere la propria famiglia. Le donne sono meno numerose in tutte le classi di età ad esclusione di quella degli over 85 anni (358 donne rispetto a 222 uomini).
  • 9.
    L'Italia è statainteressata dal fenomeno dell'emigrazione soprattutto nei secoli XIX e XX. Il fenomeno ha riguardato dapprima il Settentrione (Piemonte, Veneto e Friuli in particolare) e, dopo il 1880, anche il Mezzogiorno. In particolare, dai porti del Mar Mediterraneo partirono molte navi con migliaia di italiani diretti nelle Americhe in cerca di un futuro migliore. DA WIKIPEDIA Tra il 1880 e il 1930 sono state registrate più di 10 milioni di partenze dall'Italia[1]. Nell'arco di poco più di un secolo un numero quasi equivalente all'ammontare della popolazione che vi era al momento della proclamazione del Regno d'Italia (23 milioni nel primo censimento italiano) si trasferì in quasi tutti gli Stati del mondo occidentale e in parte del Nordafrica. Si trattò di un esodo che toccò tutte le regioni italiane. Tra il 1876 e il 1900 interessò prevalentemente le regioni settentrionali, con tre regioni che fornirono da sole più del 47% dell'intero contingente migratorio: il Veneto (17,9%), il Friuli-Venezia Giulia (16,1%) ed il Piemonte (13,5%)[2]. Nei due decenni successivi il primato migratorio passò alle regioni meridionali, con quasi tre milioni di persone emigrate soltanto da Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, e quasi nove milioni da tutta Italia. Si può distinguere l'emigrazione italiana in due grandi periodi: quello della grande emigrazione tra la fine del XIX secolo e gli anni trenta del XX secolo (dove fu preponderante l'emigrazione americana) e quello dell'emigrazione europea, che ha avuto inizio a partire dagli anni cinquanta. La dimensione del fenomeno migratorio italiano è importantissima; nessun altro paese europeo ha avuto un flusso costante di emigranti per un periodo così lungo. Tutte le regioni italiane, nessuna esclusa, hanno contribuito alla grande massa di italiani nel mondo. L'emigrazione italiana oltre ad essere stata una via di fuga da condizioni socioeconomiche difficili ha anche rappresentato una opportunità per lo sviluppo dell'economia marittima nella costa ligure dell'Ottocento, un escamotage di fronte alle crescenti pressioni sociali nei primi del Novecento, una facile soluzione alla questione meridionale e un'importante fonte di sostentamento attraverso le rimesse degli emigranti per più di un secolo.[3]
  • 10.
    « Cosa intendeper nazione, signor Ministro? Una massa di infelici? Piantiamo grano, ma non mangiamo pane bianco. Coltiviamo la vite, ma non beviamo il vino. Alleviamo animali, ma non mangiamo carne. Ciò nonostante voi ci consigliate di non abbandonare la nostra Patria. Ma è una Patria la terra dove non si riesce a vivere del proprio lavoro? » (Risposta di un emigrante italiano ad un ministro italiano, sec. XIX[4][5][6][7], riportata da Costantino Ianni - Homens sem paz, Civilização Brasileira, 1972, ed esposta nel Memoriale dell'immigrato di San Paolo)
  • 11.
    Nei secoli XIXe XX, quasi 30 milioni di italiani hanno lasciato l'Italia con destinazioni principali le Americhe, l'Australia e l'Europa occidentale.[1] Attualmente esistono circa 80 milioni di oriundi italiani[19][20] in differenti nazioni del mondo: i più numerosi sono in Brasile, Argentina, e Stati Uniti d'America. Si consideri che un oriundo può avere anche solo un antenato lontano nato in Italia, quindi la maggioranza degli oriundi ha solo il cognome italiano (e spesso neanche quello) ma non la cittadinanza italiana. In molti Paesi, specialmente del Sud America, le stime sono molto approssimative poiché non esiste alcun tipo di censimento sulle proprie origini (come accade invece in Stati Uniti o Canada). Comunque, la cifra totale degli oriundi italiani oscilla approssimativamente intorno agli 80 milioni, secondo i Padri Scalabriniani.[19] Italo-argentini celebrano la "Festa dell'immigrante" in Argentina
  • 12.
    «Il nostro paesespende ogni anno per le sue forze armate oltre 23 miliardi di euro (64 milioni di euro al giorno). E oltre a spendere molto, l’Italia spende male, in modo irrazionale e inefficiente» Scrive Enrico Piovesana su Sbilanciamoci.info Sono circa 7000 i militari italiani impegnati in missioni fuori dai confini nazionali; tali imprese sono costate ai cittadini italiani 826 milioni di euro nel 2016, e la cifra è in continuo aumento. Nel mese di febbraio dello scorso anno è stata ufficialmente aperta l’ambasciata nella capitale del Niger, Niamey, e sono stati inviati i primi nuclei di soldati e addestratori. Tutto questo era il preludio alla recente decisione del consiglio dei ministri, prima dello scioglimento delle Camere (28 dicembre), al finanziamento di una nuova missione miliare italiana in Africa; in Niger appunto. Gentiloni ha dichiarato che l’intervento italiano è richiesto direttamente dal governo nigeriano; in realtà è stato definito col governo francese e i nigeriani lo subiranno. Delle 29 missioni in 20 paesi, la più importante è quella in Iraq, con 1400 militari (parte dei quali adesso dovrebbero traslocare in Niger), costata nel 2017 301 milioni di euro; segue per importanza la missione in Afghanistan, a supporto di una guerra infinita di cui si parla sempre meno, ma che in 15 anni vive una impasse spaventosa; qui i militari italiani sono attualmente 950, dopo una drastica riduzione, ma la missione, che doveva concludersi nel 2015, sta continuando su richiesta del governo USA, e ha un costo annuo di 174,4 milioni di euro (2017). 1.100 sono i soldati in Libano, nella più antica delle missioni (UNIFIL) per pacificare il sud del paese; 550 militari sono in Kosovo (KFOR), 300 in Libia (Ippocrate), 100 in Somalia (EUTM), 80 in Egitto, 90 a Gibuti, 10 in Mali, 125 in Turchia, 120 negli Emirati Arabi Uniti, 30 in Palestina, 27 in Antartide, e ancora a Cipro e Malta, nel Darfur, nel Sudan del Sud, nella Repubblica Centraficana, in Marocco, poi Mare Sicuro con 850 ed Eunavformed680. L’Industria di Stato Leonardo (già Finmeccanica), all’8° postonel mondo per commercio di armi, nel 2016 ha esportato armamenti per 14 miliardi di euro. Diverse di queste operazioni commerciali sono state compiute con paesi in guerra, contravvenendo a quanto la stessa legge italiana proibisce (legge 185). Le bombe prodotte dall’azienda Rwm Italia nel paese sardo di Domusnovas sono vendute da anni all’Arabia Saudita che le ha utilizzate nel sanguinoso conflitto contro lo Yemen, come scritto sul New York Times. Armi di Leonardo vanno regolarmente al Quatar e agli Emirati Arabi.
  • 13.
    Oltre a spenderemolto in difesa, l’Italia spende male, in modo irrazionale e inefficiente. Il 60% delle spese è assorbito da una struttura del personale elefantiaca e squilibrata fino al paradosso di avere più comandanti che comandati, più anziani ufficiali e sottufficiali da scrivania, che graduati e truppa giovane operativa. Quasi il 30% del totale viene invece speso per l’acquisto di armamenti tradizionali: missili, bombe, cacciabombardieri, navi da guerra e mezzi corazzati. Una spesa in forte crescita (+85% dal 2006) finanziata in gran parte dal Ministero dello Sviluppo Economico, che dovrebbe essere ribattezzato “Ministero dello Sviluppo Militare” poiché destina regolarmente al comparto difesa (Leonardo/Finmeccanica, Fincantieri, Fiat-Iveco, ecc.) la quasi totalità del budget a sostegno dell’imprenditoria (l’86% quest’anno, pari a 3,4 miliardi) penalizzando le piccole e medie imprese e lo sviluppo industriale civile del Paese. Un meccanismo di aiuti di Stato all’industria bellica nazionale, portato avanti da una potente lobby che condiziona il Parlamento, forzandolo ad autorizzare l’acquisto di armamenti costosissimi e logisticamente insostenibili (perché poi mancano i soldi per la manutenzione e perfino per il carburante), armamenti di tipo e quantità dettate da esigenze industriali e commerciali delle aziende, invece che da concrete necessità di sicurezza nazionale. Qualche esempio. I quasi mille nuovi corazzati da combattimento Freccia e Centauro2 che sta comprando l’Esercito — spendendo molto più di quanto avrebbe speso scegliendo quelli prodotti da consorzi europei (i Freccia sono stati preferiti agli equivalenti ma molto più economici Boxer tedesco-olandesi). Una quantità di mezzi sproporzionata rispetto alle necessità operative (in Afghanistan, ad esempio, di questi mezzi ne sono stati usati solo 17) e spropositata per le capacità di manutenzione (per cui la maggior parte di questi mezzi finisce ad arrugginire nei depositi o cannibalizzata per i pezzi di ricambio). Oppure le nuove navi da guerra ordinate dalla Marina — spacciate al Parlamento per navi “dual-use” per il soccorso umanitario: una seconda portaerei (ricordiamo che la prima, la Cavour, non viene quasi mai usata perché non ci son soldi per il gasolio) e altre 7 fregate lanciamissili che porteranno la flotta italiana a supere la potenza navale francese e ad eguagliare quella inglese (entrambe, lo ricordiamo, potenze nucleari). Per non parlare degli ormai famosi F-35, che l’Italia — contrariamente ad altri Paesi NATO europei come la Germania — continua a comprare nonostante le critiche degli esperti, che li giudicano aerei inutili per le esigenze di difesa
  • 14.
    Significativo il fattoche secondo il SIPRI è l´Italia il paese in cui è stato registrato l´aumento più notevole con un piú 11 per cento tra il 2015 e il 2016. I dati sul nostro paese sono sostanzialmente confermati dalla Nato. Secondo cui la spesa militare italiana è aumentata l´anno scorso del 10,63 per cento. Renato Alberani su Leggilanotizia.it scrive: La spesa militare in Italia in rapporto al Pil (a prezzi correnti) non è la più bassa dell'Unione europea, come scritto nel documento ufficiale della Presidenza del Consiglio, “Governo Monti: attività dei primi cento giorni”. Non solo è maggiore dello 0,9% del Pil scritto nel documento, ma è anche superiore al dato di Germania e Spagna. È vero che Francia e Regno Unito spendono di più dell'Italia, ma non possiamo dimenticare che questi paesi sono membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Rimane la Grecia, il paese più spendaccione in campo militare dell'intera Ue in rapporto al proprio Pil. Non mi sembra però da prendere ad esempio per riformare il sistema di Difesa in Italia e ridurre il debito pubblico. Per dissipare ogni dubbio chiarisco che il dato sulle spese militari è tratto dalla pubblicazione “The World Factbook” della Cia (Central intelligence agency) che contiene l'elenco della spesa militare di ciascun paese (non solo Nato) in rapporto al proprio Pil. L'Italia - secondo la Cia - spende l'1,8% del proprio Pil (ben al di sopra, quindi, dello 0,9%). Il dato curioso è che, mentre i valori per molti paesi sono aggiornati al 2009, quello dell'Italia è fermo al 2006. Non certo perché la Cia non ha accesso alle tabelle Nato. Più semplicemente perché non ha ritenuto corretto che dal 2007 la Nato non abbia più considerato le spese per l'Arma dei Carabinieri. Scelta alquanto discutibile fintanto che quest'ultima dipenderà dal ministero della Difesa e sarà impiegata in scenari di guerra, come i contingenti di Esercito, Marina e Aeronautica. Dello stesso parere è il Stockholm international peace research institute, il prestigioso istituto svedese indipendente che, nel monitorare le spese militari nel mondo, secondo una metodologia corretta, include o esclude le stesse voci di spesa nei dati di ciascun paese. Nel recente rapporto appena pubblicato sull'andamento delle spese militari, l'Istituto certifica che l'Italia ha speso nel 2010 l'1,7% del Pil, mentre la media nel periodo 2005-2009 era dell'1,8%.
  • 15.
    Com'è possibile undivario così ampio? La ragione è semplice, lo 0,9% è il risultato di una manipolazione contabile che sottrae dal calcolo delle spese militari le voci del bilancio del ministero della Difesa destinate alle pensioni provvisorie, alle funzioni esterne (es. l'impiego dei militari in interventi di protezione civile) e all'Arma dei Carabinieri (in totale più di un terzo del budget). Lo 0,9% corrisponde, quindi, solo alla voce “Funziona Difesa”, cioè alle spese di personale, esercizio e investimento a bilancio del ministero della Difesa. Nel contempo le spese espressamente militari sostenute da altri dicasteri non sono calcolate. Lo 0,9% è, quindi, il risultato di una duplice operazione arbitraria e contabilmente scorretta: da una parte si sottraggono alcune voci di spesa, dall'altra non si sommano né il fondo per le missioni internazionali, 1.640 milioni di euro nel 2011 scritto in bilancio al ministero dell'Economia e Finanze, né i fondi scritti al ministero dello Sviluppo economico per finanziare programmi di nuovi sistemi d'arma (2.248 milioni di euro nel 2011). In realtà, computando correttamente tutte le spese correnti e in conto capitale, secondo la definizione di spesa militare dell'Istituto svedese, escludendo la difesa civile e le spese correnti per attività militari pregresse, come i benefici ai veterani la percentuale delle spese militari in Italia sul Pil nel 2011 (Governo Monti ) è superiore all'1,5% e non allo 0,9% come sostiene il governo.