SOMMARIO
COVER
_07 La posta dei lettori
_08	 La sfida dello streaming
_10	 cover review - Climax
IN STREAMING
_16	 Cam
_18 	Black mirror - Bandersnatch
_20 	Le terrificanti avventure di
	 Sabrina
_22	 Sulla mia pelle
_26 	Humanity e After life
_29 	Narcos - mexico
_30 	Roma
_32 	The Ted Bundy tapes
_34 	La ballata di Buster Scruggs
_38 	Sex education
IN USCITA
_42	 Creed 2
_44 	La casa di jack
_47	 Zombie contro zombie
_48 	Revenge
_49 	Unsane
_50 	Bajo la rosa
_51 	 Bohemian Rapsody
_52	 Il gioco delle coppie
_54 	La favorita
_55	 Lontano da qui
_56	 The void
_57 	Lord of chaos
_58	 Les garcons sauvages
_60 	Mandy
_62	 Dogman
_63 	La terra dell’abbastanza
INTERVISTE
_66 	Spike lee
_68	 Luca Guadagnino
_70 	Roberto Saviano
_72 	David lynch
_76 	Mahershala Ali
_80 	Matt Dillon
Ciao Videodrome :)
è di questi giorni il “clamore mediatico” che ha suscitato l'evento
del Gruppo Cultura di Arcigay, all’interno del Progetto Pluriuniverso
in Piazza, tenutosi lo scorso giovedì, dove la Drag Queen “Fata Ar-
cobaleno” ha letto a bambini e relative famiglie, storie contro i pre-
giudizi di genere; e proprio durante le letture non è stato piacevole
sentir porre domande stupidotte da parte di alcuni adulti, riguardo
all'avere o meno “tettine” o “pisellino”!
Mette molta tristezza l'apprendere che nel 2019 vi siano persone
che, prive di qualsivoglia volontà di approfondimento, ancora non
siano a conoscenza del fatto che una Drag Queen non sia un tran-
sessuale, bensì sia semplicemente un uomo, non per forza omoses-
suale, che si diletta in show, cabaret e balli indossando vistosi abiti
ed esagerati trucchi femminili. Tanti personaggi famosi nella storia
del cinema e della tv hanno provato questa “trasformazione”, otte-
nendo anche un successo incredibile: ricordiamo ad esempio Robin
Williams in Mrs Doubtfire, Patrick Swayze in Wong Foo, fino all’or-
mai famosissima Drag Queen Americana RuPaul, ed è di quest’ul-
timo personaggio l’affermazione: “Io non faccio finta di essere una
donna! Quante donne conoscete che riescono a camminare e bal-
lare su un tacco 12, indossare parrucche alte un metro e venti con
vestiti aderentissimi? Io non faccio finta di essere una donna, io sono
una Drag Queen!"
Ci si chiede, quindi, come sia possibile che un artista, semplice-
mente truccato e vestito con costumi di scena, spaventi a tal punto
da indurre le persone ad interessarsi alle sue “parti intime”, dato
che, se questo ragazzo fosse stato travestito da qualsiasi altra cosa
come ad esempio un clown, nessuno si sarebbe posto il problema
del possesso di organi maschili o femminili, ma avrebbero tutti riso
grazie al classico naso rosso, alle smorfie e alle battute esilaranti.
La lodevole iniziativa del Progetto Pluriuniverso in Piazza, nata con
lo scopo di educare alle differenze ed alla tolleranza, tramite colo-
ri, storie, allegria e risate, è stata purtroppo sporcata da domande
inopportune e becere, le quali trasmettono e pongono solo limiti
nelle menti dei bambini, che, per nostra fortuna, non hanno alcun
timore né pregiudizio nei confronti del prossimo... dovremmo impa-
rare molto di più da loro.
Sono membro di uno staff che fa serate Drag Queen già da diverso
tempo sul territorio ravennate il “So Confussa Staff” ed è bellissimo
far divertire un pubblico che va dal bambino di 3 anni alla nonna di
90, per tanto sono a lanciare un appello pubblico affinché si vada
più spesso a questo tipo di spettacoli cabaret: potreste accorgervi
di spassarvela davvero senza aver modificato di una virgola il vostro
orientamento sessuale e sapete perchè?
Perchè a noi del vostro orientamento sessuale, nonché dei vostri
organi riproduttivi, non ci interessa nulla.
Dennis Casano
LAPO-
STADEI
LETTORI
Nuove tecnologie e acquisti in
mobilità nel futuro dei cinema.
I cinema, tuttavia, non stanno a guardare. Dalla costruzione di sale
dotate di effetti speciali e sedili che si muovono in contemporanea
con quello che viene proiettato sullo schermo, alla realizzazione di
schermi curvi con immagini tridimensionali, alla nascita di vere e
proprie sale virtuali in cui guardare il film e contemporaneamente
chattare con altri spettatori, allo sviluppo di un sistema di prevendi-
te in mobilità da smartphone, che consenta di attirare gli spettatori
puntando sulla variabilità del prezzo (prima prenoti, meno paghi)
e la scelta del posto a sedere come già avviene sugli aerei, fino
all’introduzione della realtà virtuale per film a 360°, il cinema del
futuro sarà probabilmente molto diverso da quello a cui siamo stati
abituati fin da piccoli.
 
Non è solo una questione di tecnologia. Già oggi in alcuni impor-
tanti cinema americani vengono proiettate serie televisive, come
Game of Thrones, e non dovrebbe trascorrere ancora troppo tempo
prima che vengano proiettati perfino  performance teatrali, sportive,
o tornei di eSports.
 
In un mondo in cui la parola “intrattenimento” ha assunto significati
diversi da persona a persona, il ruolo del cinema del futuro potreb-
be essere sia quello di selezionare le produzioni di maggior qualità
che passano prima in tv e in Rete, sia quello di aggregare in uno
stesso luogo di incontro, dibattito e visione collettiva gli appartenenti
di una stessa comunità, dispersa per ogni dove ma connessa grazie
agli smartphone e ai social media.
“La sfida dello streaming,
e delle nuove forme di
intrattenimento”
In questo senso, la riapertura del cinema di Amatrice, in grado di
rimettere insieme davanti a uno schermo i membri di una comunità
dispersa dal terremoto, potrebbe già oggi rappresentare una picco-
la anticipazione del futuro che ci aspetta.
Lo streaming
E’ opinione comune che lo streaming stia uccidendo la sala e la fru-
izione del cinema sul grande schermo. Ci riferiamo ovviamente allo
streaming / download legale, perché quello illegale non si limita a
uccidere un solo tipo di fruizione, ma va a minare la produzione de-
gli stessi contenuti. Un sondaggio pubblicato su Variety ed eseguito
su un campione di 2.500 Americani, ad opera della Ernst & Young’s
Quantitative Economics and Statistics, delinea un quadro tuttavia
diverso e relativamente più ottimistico. L’indagine è stata commis-
sionata dalla National Association of Theater Owners, l’unione degli
esercenti americani di sale cinematografiche. L’80% di questo cam-
pione ha visto almeno un film al cinema nell’ultimo anno.
In poche parole: chi ama l’audiovisivo fruisce di una gran quantità
di contenuti in parallelo, sia a casa in streaming sia in sala. Nello
specifico, chi ha visto in un anno 9 o più lungometraggi in sala, ha
totalizzato una media di 11 ore di contenuti in streaming casalinghi
settimanali. Al contrario, chi è andato al cinema una o due volte, si
assesta sulle 7 ore di streaming settimanale.
Altri dati interessanti riguardano le fasce d’età: i ragazzini dai 13 ai
17 anni totalizzano 7.3 film all’anno in sala e 9.2 ore di streaming
settimanale, risultando la categoria in assoluto più attiva. Gli impe-
gni lavorativi o familiari pesano evidentemente invece sulla fascia
18-37, che scende a 6 film all’anno al cinema ma si assesta su uno
Giuliano ferrara
Articolo
Gaspar Noè
Dal 18.10.18
COVER REVIEW
C
oncentrandosi sull’analisi di un mi-
crocosmo asfissiante, circoscritto dai
muri divisori di una scuola di danza
abbandonata ed isolata dal resto del mon-
do, il regista argentino riduce all’osso la
trama, concentrandosi unicamente sul reso-
conto di una notte di feste e di follia, dan-
do vita ad una narrazione sospesa, che po-
trebbe apparire del tutto priva di riferimenti
spazio-temporali; una narrazione in cui con-
fluiscono riferimenti e omaggi espliciti alle
personalità e alle pellicole – tra le quali ven-
gono citate esplicitamente Un Chien Anda-
lou (1929) di Luis Buñuel, Possession (1981)
di Andrzej Żuławski, Salò o Le 120 giornate
di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini, La
maman et la putain (1973) di Jean Eusta-
che– che più hanno ispirato la realizzazione
di questo lavoro.
Trovando la sua essenza nell’espediente
narrativo della ripetizione e dell’esaspera-
zione, la narrazione condotta porta alla cre-
azione di un horror psicologico presentato
nella sua forma più pura, depurato dall’ar-
tificiosità della finzione e decontaminato
dalla rigidità soffocante delle convenzioni
del genere. Gaspar Noé trascina ed im-
merge il proprio pubblico all’interno di un
incubo febbrile, ambientato in una dimen-
ILMI-
GLIOR
FILMDEL
2018?
sione dalle sembianze oniriche, in un’atmo-
sfera surreale che – offuscata dall’ebbrezza
e dalle sostanze stupefacenti – si presenta
come uno sfondo allucinato davanti al quale
i personaggi si aggirano con inquietudine,
assenti, completamente fagocitati dalle allu-
cinazioni della droga.
Perdendosi nell’evanescenza di un’illusio-
ne da lei generata, la razionalità oscilla tra
immaginazione e realtà, incapace di di-
stinguere il presente dall’assente, il visibile
dall’invisibile, intrappolata in una pericolosa
confusione che la conduce irrimediabilmen-
te all’autodistruzione. L’allucinazione inglo-
ba la psiche del personaggio, la digerisce e
la trasforma, degradandola. L’individuo che
apparentemente le fa da padrone, infine,
soccombe.
Alienati a semplici spettatori, i protagonisti
si limitano ad osservare il loro agire, impo-
tenti e incapaci di imporsi sul fato. Profon-
damente attratti dal fantasma della morte,
le vittime diventano contemporaneamen-
te padroni e schiavi delle visioni generate
dall’oscurità della loro mente, smarriti nella
dannazione e costretti ad assistere alla re-
altà in un modo distaccato, come se si trat-
tasse di un mondo mai conosciuto, fittizio,
costruito da zero: un videogioco.
Se –come disse Bataille– il marchese de
Sade si era essenzialmente appellato al co-
siddetto «linguaggio della vittima» e Ma-
soch a quello «del carnefice», in Climax si
ricorre ad un’operazione di unificazione e
di totale sintesi tra i due registri sopracita-
ti: sfumando impercettibilmente, i confini
dell’oppresso si confondono con quelli del
suo oppressore. La psiche della perseguita-
to si identifica, trasformandosi, in quella di
colui che perseguita, scambiandosi, confon-
dendosi, capovolgendo il consueto rappor-
to gerarchico, dominato dalla supremazia
del carnefice sulla vittima, subordinata, op-
pressa, annientata.
La morale di Gaspar Noé è fondata sulla più
profonda solitudine, declinata visivamente
nella ripetuta adozione di primissimi pia-
ni –dove lo sfondo è spesso fuori fuoco–, il
cui principale scopo è quelo di isolare l’in-
dividuo, evidenziandone l’isolamento e l’e-
marginazione. La natura ci fa nascere soli;
non esistono rapporti di nessun tipo tra un
uomo e l’altro; le catene delle convenzioni
sociali vengono distrutte: viene eliminato
ogni legame amoroso, un figlio viene ucciso
–indirettamente– dalla madre, un fratello in-
trattiene un rapporto sessuale con la sorella.
Mani che si intrecciano, creando figure sug-
gestive celanti le più svariate illusioni parei-
dolitiche. Piedi che battono con forza sul
terreno, che accarezzano la fredda super-
ficie del pavimento. Corpi che si sfiorano.
Corpi che ballano, sinuosi. Fulcro dell’inte-
ro cortometraggio, la danza si trasforma in
proiezione della bestialità che caratterizza
intimamente l’essere umano; in rappresen-
tazione luciferina del proprio subconscio,
irrequieto e incapace di trovare –e mante-
nere– l’equilibrio; in veicolo dello spirito
dionisiaco, dell’intimo e lo spirituale; in tra-
duzione corporea del proprio male psichico;
in “un grido di liberazione di un cuore di-
sperato avvolto nelle tenebre”.
Rifiutando totalmente il dialogo, la poten-
za evocativa dell’immagine –strumento di
comunicazione per eccellenza– sostitui-
sce, quindi, una verbosità completamente
ripudiata, incapace di raccontare e di em-
patizzare con lo spettatore: simbolo della
primitività che è celata nella psiche di ogni
individuo, la danza –in perfetta simbiosi con
la musica e il montaggio– diventa ossessiva,
frenetica e con un ritmo oltre i limiti dell’os-
sessività e muta nel prolungamento e nel
potenziamento delle emozioni, pure e distil-
late, che emergono dalla narrazione, defini-
ta da un’intensità descrittiva raramente vista
prima d’ora.
Gaspar Noé non si posiziona mai troppo vi-
cino. Lontano dall’ossessività del voyeurismo
che, da sempre, ha caratterizzato la filmogra-
fia del regista argentino, Climax trova la pro-
pria peculiarità in un’inabituale –eppure na-
turale– compostezza osservatrice: tra lo lente
della macchina da presa e i personaggi c’è
sempre una distanza ben consapevole.
Il caos si amplifica, condizionando anche lo
spettatore che assiste a Climax: il pubblico
perde ogni coordinata temporale e spazia-
le, entrando a sua volta in una dimensione
diversa, dominata dalla presenza asfissiante
di tante, troppe figure che —fisicamente di-
stinguibili, ma prive di un’identità precisa—
si sovrappongono, confondendosi all’inter-
no della mente dell’osservatore.
il pubblico
perde ogni
coordinata
temporale e
spaziale,
L
a giovane Alice, per guadagnare soldi
nel modo più semplice e rapido possi-
bile, ha scelto di diventare una cam-girl.
La ragazza è iscritta a un sito nel quale gli
utenti possono comunicare con lei in diretta
tramite una chat e, nel tentativo di scalare la
classifica (sia per l’orgoglio, sia per il denaro),
inizia a compiere gesta sempre più estreme,
inclusi dei falsi suicidi.
L’obiettivo di Alice è raggiungere il cin-
quantesimo posto, posizione fino ad ora
mai superata, mentre nella sua vita privata
ha deciso di tenere all’oscuro amici e parenti,
evitando anche qualsiasi tipo di contatto con
gli internauti, con cui tiene anche costose vi-
deochiamate private a pagamento.
In Cam, la Nostra scopre un giorno che il
suo profilo è stato hackerato e che una sua
esatta replica sta tenendo nuovi show in di-
retta: impossibilitata a rientrare in possesso
del suo account, Alice inizia a essere sempre
più spaventata dal procedere degli eventi e,
mentre il suo clone sta salendo sempre di più
in classifica, si attiva per scoprire chi possa
esserci dietro a questo inquietante furto di
dati e ai video con la fotocopia di se stessa.
IL TERRORE CORRE
SULLA RETE
Può sembrare un horror/thriller come tanti
altri, semplice nell’impianto base e indiriz-
zato a un pubblico perlopiù giovane, ma
Cam nasconde in realtà diversi significati
all’interno della sua essenziale costruzione
narrativa, lanciando un messaggio ambiguo
nei confronti della dipendenza da internet
e della sempre più esasperante evoluzio-
ne tecnologica. Tornano alla mente echi di
Black Mirror nella ricerca della protagonista
di scalare a tutti i costi la classifica, e non
è un caso che più si renda protagonista di
gesta estreme e sadomaso, più scali le po-
sizioni, amara constatazione di un pubblico
pagante ormai ossessionato dalla violenza e
dalla crudeltà, che ben rispecchia il voyeuri-
smo contemporaneo.
ALICE, CAM-GIRL SU UN PO-
POLARE SITO ONLINE, SI VEDE
RUBARE IL PROPRIO ACCOUNT
PER ESSERE SOSTITUITA DA
UN’ESATTA REPLICA DI SE
STESSA.
STREAMING
Daniel Goldhaber
E se l’inizio, con i crudi messaggi in chat
room, fa sospettare una forte dose di violen-
za a venire, l’operazione si instrada invece
su altre vie psicologiche, guardando anche
ad alcune opere lynchiane nella gestione
del personaggio di Alice e nel dipanarsi di
questo enigma apparentemente inspiegabi-
le, inserendo false piste e mantenendo una
voluta chiave metaforica nella definitiva riso-
luzione, lasciata in un limbo di ipotesi tutte
potenzialmente plausibili, con un finale che
riapre potenzialmente il cerchio in maniera
più necessaria che catartica.
Web-horror
Cam, prodotto dalla sempre prolifica Blum
Productions e acquisito in esclusiva da
Netflix come produzione originale, dimostra
di conoscere i gusti degli spettatori attuali
e sfrutta al meglio il mondo delle videochat
erotiche, imbastendo un sottotesto horror/
mystery in una messa in scena pop e colo-
rata, ben presto scossa da una tensione pal-
pabile che raggiunge alti picchi emotivi in
più di un’occasione: quando la madre, alla
festa di compleanno, viene a conoscenza
del lavoro di Alice, l’atmosfera diventa op-
primente e inquieta al punto giusto. Non
mancano neppure riusciti picchi di ironia cri-
tica nei confronti di uno dei tanti lati oscuri
del web, e di come vendere il proprio corpo
o la propria immagine sia ormai una consue-
tudine per ragazze in cerca di denaro facile.
Certo la sceneggiatura è scossa da qualche
forzatura, e il mancato intervento delle for-
ze dell’ordine risulta dichiaratamente poco
verosimile, ma i novanta minuti di visione
utilizzano la narrazione in una chiave me-
taforica, tirando in mezzo il tema del dop-
pelgänger, gli recenti sviluppi delle app di
riconoscimento facciale e delle intelligenze
artificiali, e affidando al gusto e al raziocinio
di chi guarda il compito di selezionare una
personale soluzione alla reale evoluzione
filmica.
L’esordiente regista Daniel Goldhaber ge-
stisce magistralmente il ritmo, scampando i
tempi morti e occupando al meglio la logi-
stica ambientale di computer e affini (la resa
dei conti finale, attraverso un geniale gioco
specchiato, è da applausi), e la protagonista
Madeline Brewer (vista nelle serie cult Oran-
ge Is the New Black e The Handmaid’s Tale)
è abilissima nello sfumare una figura a forte
rischio caricaturale.
Madeline Brewer
Dal 13.12.18
BANDERSNATCHS
ugar Puff o Frosted Flakes? È la scelta
tra due tipi di cereali la prima che ci
si trova davanti in Bandersnatch, in so-
stanza un film di Black Mirror, arrivato all’ini-
zio del week end su Netflix. È una decisione
innocua, in realtà: un ragazzo ossessionato
dai video-game di nome Stefan (Fionn Whi-
tehead, già visto in Dunkirk) si sveglia una
mattina di luglio del 1984, scende le scale
e si unisce al padre (Craig Parkinson) per
fare colazione. Il giovane poi proporrà alla
Tuckersoft, la compagnia in cui lavora il suo
eroe, il ragazzo-prodigio Colin Ritman (Will
La serie tv sci-fi inglese sul lato oscuro della tecnologia
e Netflix offrono un’ esperienza interattiva dove devi
scegliere tutto, anche che tipo di cereali mangia il
protagonista. La domanda è: perché?
Com’è ‘Black Mirror: Bandersnatch’? Una delusione
STREAMING
David Slade
David Slade
Poulter), una nuova idea per un gioco basa-
to sul suo romanzo fantascientifico preferito,
Bandersnatch; come il materiale di partenza,
il gioco consente più trame e soluzioni. E
proprio come l’uomo dietro questo libro, lo
scrittore scomparso Jerome F. Davies – che
non somiglia a nessun autore reale con una
passione per le narrazioni complesse e gli al-
lucinogeni, no no… – Stefan potrebbe diven-
tare pazzo imbarcandosi in questa avventura.
Prima, però, il nostro eroe deve scegliere
cosa mangiare. Suo padre gli offre due op-
zioni: Sugar Puffs o Frosted Flakes. E nella
parte inferiore dello schermo vengono vi-
sualizzate le due possibilità. Sì, dovete deci-
dere cosa mangia Stefan. Avete 10 secondi.
Il protagonista sceglierà Honey Monster o
Tony the Tiger? Dai, cliccate su uno dei due.
Smettetela di perdere tempo.
Il creatore di Black Mirror Charlie Brooker,
la sua socia Annabel Jones, il regista David
Slade e, per estensione, Netflix – che ha
revisionato la tecnologia per permettere
a questo esperimento di avere successo –
hanno dato una svolta all’intrattenimento
interattivo. Non è la prima narrativa Cho-
ose-Your-Own-Adventure che passa dalle
pagine dei libri-game allo schermo; non è
nemmeno il primo progetto TV nell’ultimo
anno a mettere il pubblico alla guida dello
storytelling. Ma è probabilmente il tenta-
tivo più ambizioso fino ad oggi di rendere
mainstream questo concetto, su una piat-
taforma così grande e con un nome tanto
importante. In un certo senso, è perfetta-
mente logico che sia stato il popolare show
antologico inglese, lo stesso che avvertiva
di come la brillante, nuova tecnologia “ri-
voluzionaria” avrebbe potuto non essere la
risposta ai nostri problemi (e trasformarsi,
infatti, nel precursore di un incubo), ad aver
reso possibile tutto ciò. Con l’eccezione di
The Good Place, nessun’altra serie TV at-
tualmente in circolazione è così perfetta nel
guidare i fan su tanti percorsi diversi, timeli-
ne parallele e vicoli ciechi frustranti.
Che tipo di cereali ingoi Stefan per cola-
zione è solo la punta dell’iceberg. La scelta
della colonna sonora da walkman – Thomp-
Dal 13.01.19
son Twins o la compilation NOW – arriva su-
bito dopo, e proprio come per il primo bivio,
i risultati sono trascurabili. Rispettivamente
influenzano che pubblicità Stefan guardi in
tv e la risposta a Colin sulle sue preferenze
musicali). Ma quasi ogni altra decisione che
lui, o meglio noi / voi, prendiate ha conse-
guenze gravi. Alcuni dei risultati implicano
il venire a patti con un trauma profondo dal
passato del protagonista. Altri prevedo-
no trip, cospirazioni governative, paranoia
estrema, prog-rock, successo, fallimento,
suicidio, omicidio, teste decapitate e la ri-
sposta al perché una sfera gialla affamata
si chiami “Pac-Man”. Ci sono cinque finali.
Uno è agrodolce. Un altro implica un affasci-
nante fast-forward ai giorni nostri. E un terzo
è una meta-conclusione soffocata dall’auto-
compiacimento del brand Black Mirror.
Arrivare a uno di questi finali comporta un
numero infinito di tangenti, deviazioni, per-
corsi alternativi e strade laterali chiuse. Se
superate il limite di 10 secondi o se non
riuscite a decidervi, Netflix sceglie per voi.
Occasionalmente, la narrazione consente la
correzione della rotta e indirizza gli spettato-
ri verso la risposta “giusta” o offre l’opzione
“torna indietro”. E dopo aver percorso ogni
possibilità e aver affrontato tutte le cinque
ore circa di riprese, potreste essere colpiti
dai due anni di sforzi necessari per costruire
questa replica della narrazione da videogio-
co, che è anche una riflessione sul coinvol-
gimento del pubblico e una innovazione
formale. Oppure potreste fare come noi e
ritrovarvi a chiedervi: perché?
Perché alla fine di Bandersnatch, dopo tutte
le strizzatine d’occhio, gli Easter Egg, le sbir-
ciatine e le esplorazioni di ogni angolo, sco-
prite che è davvero tutto incentrato sul viag-
gio e non sulla destinazione. Il mezzo qui
è davvero il messaggio, e se volete unvun
messaggio oltre “ora abbiamo la capacità di
farlo!”, potete decidere tra “ok, dai” e “non
è andata bene”. Sia che consideriate Black
Mirror un nuovo Twilight Zone o nient’altro
che onanismo da tecnofobia – noi siamo
parte del fandom con gli occhi spalancati –
la serie di Brooker & C. si è spesso basata
sull’immersione nel rovescio della medaglia
del progresso 2.0 alimentato da processore
Intel. Volete registrare i vostri ricordi? Pre-
servare la persona amata tramite una replica
robotica? Il vostro posizionamento sociale è
determinato dai social media? E per protesta
eleggete un personaggio dei cartoni animati
computerizzato che spara merda su tutto a
vostro rappresentante? Il costo potrebbe es-
sere il peggior scenario possibile. Anche le
puntate che si distinguono senza morale fa-
volistica vi lasciano a mettere in discussione
la relazione con le superfici scure e riflettenti
su cui si fissa lo sguardo ogni giorno.
Belli, brutti o terribili, i migliori episodi di
Black Mirror hanno sempre lasciato qualco-
sa – segni, a volte ferite, altre cicatrici. L’uni-
co pensiero che vi passa per la testa dopo
aver terminato Bandersnatch è “Figo …
[guarda cos’altro c’è in streaming]”. La sot-
tile confine tra follia e genio, o che gli spet-
tatori sentano più le azioni quando sono i
burattinai (che è discutibile – alza la mano se
hai pianto durante un film o un programma
televisivo), o che puoi raccontare una storia
in mille modi diversi e talvolta il destino ti
dà comunque le stesse carte … non hai bi-
sogno di un formato Choose-Your-Own-A-
dventure per quello. Non hai nemmeno
bisogno di un ammonimento sulla natura
umana, in cui la tecnologia esagera nello
sviluppo della storia.
Ma devi comunque raccontare una storia e
Bandersnatch inizia e finisce nel racconto.
Gli episodi di Black Mirror che spesso nomi-
niamo – San Junipero, Black Museum, U.S.S.
Callister, e il brillantemente cupo, White
Bear, il migliore della serie – continua a mo-
strarci nuove letture ogni volta che li guar-
diamo. Questo invece ci regala un’esperien-
za davvero unica, ma poco a cui aggrapparsi
dopo. Non è nemmeno all’altezza della qua-
lità fissata dallo stesso show. Qual è il punto
di una narrativa interattiva se la storia non
è importante? Abbiamo desiderato la morte
dell’autore per avere la possibilità di deci-
dere inizio, parti centrali e conclusioni come
le volevamo. Bandersnatch ci lascia con un
sentimento molto in linea con Black Mirror:
fai attenzione a ciò che desideri
Potreste fare come
noi e ritrovarvi a
chiedervi: perché?
P
er metà strega, per metà umana. Al
suo sedicesimo compleanno, Sabrina
(Kiernan Shipka) deve scegliere tra il
mondo delle streghe della sua famiglia e
quello umano degli amici. Insieme alle zie
(Miranda Otto, Lucy Davis), al gatto Salem
e al suo ragazzo Harvey Kinkle (Ross Lynch),
Sabrina vivrà nuove e terrificanti avventure
nella misteriosa città di Greendale. I produt-
tori esecutivi di Riverdale ci regalano un’al-
tra inquietante storia. Le terrificanti avven-
ture di Sabrina debutta il 26 ottobre. Solo
su Netflix. Una trama che prende svolte ag-
ghiaccianti e inaspettate
In Le terrificanti avventure di Sabrina, la
nuova Sabrina, interpretata da una frizzante
Kiernan Shipka, condivide con le sue prime
versioni solo le zie streghe Hilda e Zelda, un
gatto-famiglio di nome Salem, qui non più
stregone in forma animale ma goblin al ser-
vizio della comunità magica, e il suo essere
un’adolescente indipendente e testarda, ca-
Leter-
rifi-
canti
avven-
turedi
Sabrina
ratteristiche che il più delle volte la portano
a combinare incredibili disastri. Nel caso di
questa nuova Sabrina però i guai assumo-
no spesso dimensioni apocalittiche ed “in-
fernali”: la nostra eroina esorcizza demoni,
fa viaggi di andata e ritorno dal mondo dei
morti e non disdegna sacrifici umani e ne-
gromanzia, tutto questo però sempre nel
tentativo di aiutare gli amici e il fidanzato
Harvey (Ross Lynch), completamente igna-
ri del suo essere una mezza strega. Sabrina
cerca per tutto l’arco narrativo della serie di
bilanciare il suo essere in parte strega ed
in parte umana, opponendosi alla famiglia
che vorrebbe farla rinunciare alla sua vita da
mortale per dedicarsi completamente alla
magia e alla congrega (donando nel frat-
tempo l’anima a Satana di cui tutte le stre-
ghe sono ferventi accolite).
Personaggi diabolicamente affascinanti e
una location da brividi
Tra tutti i personaggi di Le terrificanti av-
venture di Sabrina, quelli che risultano più
convincenti, fatta eccezione per Kiernan Shi-
pka perfetta nella parte, sono gli adulti. Tra
questi spiccano senza dubbio le zie di Sabri-
na, divertenti e affascinanti nel loro essere
diaboliche e calcolatrici (soprattutto Zelda,
interpretata da Miranda Otto) ma profonda-
mente affezionate alla nipote, a cui spesso
rubano la scena.
Il rapporto di amore-odio tra le due è forse
una delle dinamiche più interessanti della
serie e speriamo venga ulteriormente ap-
profondito in una seconda stagione (che è
già stata confermata).
Il mondo delle streghe e le diverse storyline
legate alla congrega risultano decisamente
più intriganti rispetto a quello che accade
alla Baxter High, la scuola frequentata da
Sabrina e dai suoi amici umani: se da una
parte stupisce piacevolmente veder affron-
tati in modo piuttosto originale temi come il
bullismo o l’affermazione della propria ses-
sualità, dall’altra lo spazio che gli viene dato
è talmente poco da permetterne uno svi-
luppo relativamente superficiale. Estrema-
mente azzeccate sono invece le atmosfere
e le location: la vicenda è ambientata nella
fittizia cittadina di Greendale, tetra, grigia e
circondata da foreste, contesto ideale per
ospitare una congrega di streghe adoratrici
del diavolo. La casa delle Spellman è perfet-
tamente inquietante nei suoi infiniti corridoi
tappezzati di specchi e illuminati da cande-
le, al tempo stesso però riesce anche ad es-
sere accogliente ed ospitale, un luogo che
ci piacerebbe esplorare.
Il difetto più evidente della serie Netflix è
forse quello di non riuscire a rendere cre-
dibile il rapporto tra Sabrina e Harvey: che
sia per mancanza di feeling o che semplice-
mente sia colpa della sceneggiatura (magari
per giustificare più facilmente nuovi interessi
amorosi futuri), i due insieme davvero non
convincono. Il problema sta però nel fatto
che Harvey dovrebbe rappresentare un in-
dissolubile legame tra Sabrina e il mondo
umano, portandola spesso a rifiutare la sua
natura di strega: se l’amore tra i due non è
sviluppato in maniera efficace, le scelte di
lei, soprattutto verso il finale della stagione,
risultano poco sensate.
Detto questo però Le terrificanti avventure
di Sabrina è, come abbiamo visto nella no-
stra recensione, una serie molto ben riuscita,
che ci sentiamo senza dubbio di consigliare.
Dal 13.01.19
STREAMING
Diertto da Alessio Cremonini
interpretato da Alessandro Borghi
GLIULTIMISETTEGIORNIDISTEFANOCUCCHI
La storia del trentenne ro-
mano morto all’ospedale
Sandro Pertini il 22 ottobre
2009 mentre si trovava in
custodia cautelare. Il film ha
ottenuto 9 candidature e
vinto 4 David di Donatello,
In Italia al Box Office Sulla
mia pelle ha incassato 593
mila euro .
Dal 20.01.19
L
’ultima settimana nella vita di Stefa-
no Cucchi è un’odissea fra caserme
dei carabinieri e ospedali, un incu-
bo in cui un giovane uomo di 31 anni
entra sulle sue gambe ed esce come
uno straccio sporco abbandonato su un
tavolo di marmo. Alessio Cremonini ha
scelto di raccontare una delle vicende
più discusse dell’Italia contemporanea
come una discesa agli inferi cui lo stesso
Cucchi ha partecipato con quieta rasse-
gnazione, sapendo bene che alzare la
voce e raccontare la verità, all’interno di
istituzioni talvolta più concentrate sulla
propria autodifesa che sulla tutela dei
diritti dei cittadini, sarebbe stato inutile
e forse anche pericoloso.
La sua narrazione è imbavagliata e com-
pressa, un po’ perché l’iter legale è tut-
tora in corso, un po’ perché questo è
un modo efficace per rappresentare il
tunnel in cui Cucchi è entrato, le pareti
sempre più strette intorno al suo corpo
martoriato, fino alla scena in cui la testa
di Stefano è letteralmente incastrata fra
due supporti che sembrano una morsa,
uno strumento di tortura medievale. In-
torno a lui si muove un universo mag-
matico e incolore fatto di rifiuti e ostru-
zionismi, di autorizzazioni non concesse
e responsabilità non assunte, di ottusa
burocrazia e di ipocrisia travestita da ri-
spetto delle regole.
Cremonini sceglie di non fare di Cucchi
un santino, anzi, ne illustra bene le de-
bolezze e le discutibili abitudini di vita.
Stefano acconsente alla propria odis-
sea perché si vive come una “cosa da
posare in un angolo e dimenticare”: e
perciò minimizza, non si fa aiutare, non
cerca di rendersi simpatico, alle autorità
come al pubblico. Ma è proprio sull’a-
nello debole della catena che si misura
la solidità di un sistema democratico, e
giustizia, carcerazione e sanità dovreb-
bero comportarsi correttamente a pre-
scindere dalla stima che nutrono per i
soggetti affidati alla loro tutela.
Cremonini sposa il racconto della fa-
miglia Cucchi e la loro denuncia di un
pestaggio delle forze dell’ordine come
causa principale della morte del detenu-
to affidato alla loro custodia, e anche se
non ci mostra direttamente la violenza ce
ne illustra ampiamente le conseguenze.
La cronaca di una
discesa agli inferi
che rivela le storture
del nostro sistema
democratico.
Alessio Cremonini
S
ette minuti di applausi tributati dalla
Sala Darsena del Lido di Venezia han-
no restituito il giusto omaggio all’ope-
ra di Alessio Cremonini. Non sono bastati,
tuttavia, a silenziare le polemiche che gra-
vitano attorno a Sulla mia pelle, il film che
racconta gli ultimi, drammatici, giorni di vita
di Stefano Cucchi e che ha inaugurato la
Sezioni Orizzonti della 75esima Mostra del
cinema di Venezia appena conclusa.
UNA POLEMICA DOPO L’ALTRA VERSO
L’USCITA IN SALA
Che la pellicola con protagonisti Alessandro
Borghi e Jasmine Trinca fosse destinata a far
parlar di sé era parso chiaro sin dalle prime
immagini del teaser rilasciato da Netflix. Da
fine agosto al 12 settembre, tuttavia, data di
uscita in sala e sul colosso dello streaming
online, i fronti di discussione sono stati mol-
teplici, arrivando in alcuni casi, a oscurare
le reali intenzioni del regista: ripercorrere il
calvario di Stefano sospendendo ogni forma
di giudizio. E specificando, come viene pre-
cisato alla fine del film, che la storia di Cucchi
non è un episodio isolato, ma uno dei tanti
casi che si verificano nelle prigioni italiane.
Riflessioni che hanno finito con l’essere fa-
gocitate dalle numerose querelle che hanno
riempito le pagine dei giornali, a cominciare
dall’ultima in ordine di tempo, che ha visto
contrapporsi le sale cinematografiche alla
casa di produzione Lucky Red e al distribu-
tore Netflix: motivo del contendere, l’uscita
simultanea sul grande schermo e in stre-
aming. Una levata di scudi che ha avuto il
suo apice nel “boicottaggio” da parte delle
associazioni di categoria della pellicola, con-
finata in una ristretta lista di sale, numerose
della quali dalla capienza ridotta.
IL FILM APPENA IN TRE SALE A MILA-
NO, A TORINO SOLTANTO IN UNA
Negare il ruolo economico e sociale della
sala cinematografica, imponendo unilateral-
mente le condizioni per le uscite contestuali
sala-streaming», recita un comunicato Anec,
Anem, Fice e Acec, «vuol dire accettare che
i festival e le sale diventino solo un passag-
gio tecnico finalizzato esclusivamente alla
promozione delle offerte in streaming». Per
questo motivo soltanto sei cinema hanno
deciso di proiettare il film a Roma, appena
tre a Milano e addirittura uno a Torino.
NETFLIX NEL MIRINO ANCHE AL FESTI-
VAL DI VENEZIA
Nel capoluogo piemontese, il gestore
dell’Ambrosio Sergio Troiano ha difeso la
scelta in un’intervista a La Stampa. «Fosse
stato un semplice film d’intrattenimento»,
ha detto, «avrei senza dubbio sostenuto i
miei colleghi di categoria. Ma questo è un
caso diverso. È una pellicola necessaria,
d’inchiesta, quel tipo di cinema che in pas-
sato ci ha resi apprezzati nel mondo.
LEPO-
LEMI-
CHE
"L’ultima settimana nella vita di Stefano Cucchi è un’odissea fra caserme
dei carabinieri e ospedali L’ultima settimana nella vita di Stefano Cucchi
è un’odissea fra caserme dei carabinieri e ospedali".
P
ochi anni fa Jerry Lewis ormai novan-
tenne aveva fatto scompisciare tutta
la sala stampa al Festival di Cannes
rispondendo all’ennesima domanda di un
giornalista sul suo rapporto con Dean Mar-
tin: “Ha saputo che è morto, vero?”.
“Se un uomo arriva a farti ridere alle lacrime
parlandoti della morte del suo migliore ami-
co, è un genio” aveva scritto Alberto Crespi
commentando l’episodio. E aveva ragione.
Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre ri-
devo alle lacrime vedendo Humanity, disponi-
bile su Netflix dallo scorso 13 marzo, mentre
Ricky Gervais stava raccontando del funerale
di sua madre. “La comicità serve a questo
– conclude Gervais nel suo show – a solle-
varci nei momenti peggiori.”
Basterebbe questo a farcela tenere nella
massima considerazione, e a farci giudicare
le battute solo ed esclusivamente da quan-
to fanno ridere. Cosa che ormai, in questo
mondo stravolto dalla dittatura dei social,
non avviene quasi più. Perché nel momento
in cui si fa una battuta c’è sempre qualcuno
che si sente offeso per i motivi più dispa-
rati. E quel qualcuno, come osserva Ricky,
magari ha 23 follower. E quindi “I should’ve
left it. Avrei dovuto lasciar perdere” ripete
lui come un tormentone. E invece, grazie al
cielo, non lascia affatto perdere, e inchioda
con la logica queste assurdità. Facendoti,
nel mentre, ridere come nessun altro.
Lo show che Gervais ha portato in giro per
il mondo e che ora si ha l’opportunità di ve-
dere su Netflix è quanto di meglio si pos-
sa trovare in giro per dare voce al proprio
bisogno interiore di dire basta alla dittatura
degli opinionisti da social network. Gervais
sostiene – e sappiamo che ha drammatica-
mente ragione – che il mondo dopo aver
raggiunto l’apice della civiltà, ora si stia in-
volvendo. Colpa dei social media, e del fat-
to che grazie ad essi, si sta rendendo lecito
opporre dei pareri alla scienza.
Le fissazioni sulle allergie alimentari, l’osses-
sione per il politically correct, il paradosso
dei social media, fanno sì che ognuno pren-
da sul personale le opinioni espresse, e si
senta autorizzato a contestarle anche quan-
do si basano su dei fatti.
“E’ come – spiega Gervais – se ci fosse un car-
tellone con la pubblicità di un corso di chitarra a
Times Square e uno telefonasse infuriato “Non
lo voglio fare il corso di chitarra”.
Oltre alla satira sociale, nello show c’è molto
di più. E c’è tutta l’umanità di Gervais, che
si racconta come mai prima d’ora. L’infanzia
povera, i fratelli, la vita da comico squattri-
nato fino ai 40 e poi la ricchezza, gli agi, e
la facilità con cui si diventa viziati. E ancora
la vecchiaia, i problemi di peso, l’immanca-
bile fidanzata Jane, vittima preferita dei suoi
scherzi su Instagram e le cause che più gli
stanno a cuore, come quelle contro il mal-
trattamento degli animali. E anche se non
sono noti i dati di ascolti, c’è anche una buo-
na notizia: la reazione del pubblico che nel
mondo sta assistendo al suo show grazie a
Netflix. Valanghe di messaggi riconoscenti
all’autore, che si dichiara “sopraffatto” dalle
testimonianze di affetto e gratitudine. E det-
to da lui fa un certo effetto
HUMANITY-RICKYGERVAIS
Gervais è nato a Reading, nel
Berkshire, il 25.6.1961 da padre
franco-canadese immigrato nel
Regno Unito durante la secon-
da guerra mondiale, e da madre
britannica. Inizia la sua carriera
come cantante nel gruppo new
wave Seona Dancing con il quale
raggiunge una discreta popolarità
all’inizio degli anni ottanta, prose-
gue diventando speaker alla radio
e partecipando a diversi program-
mi televisivi comici. Il successo
arriva nel 2001 con la serie tele-
visiva della BBC The Office, della
quale è anche autore, interpretan-
do il ruolo di David Brent.
STREAMING
A
fter Life è una serie televisiva britan-
nica distribuita da Netflix a partire
dall’8 marzo. La serie è diretta, scritta
e prodotta da Ricky Gervais e la prima sta-
gione è composta da sei episodi. After Life
racconta la storia di Tony, interpretato dallo
stesso Gervais, un uomo di mezza età che
lavora in un giornale locale. Tony sta attra-
versando un periodo molto difficile della sua
vita perché ha subito una perdita straziante:
sua moglie Lisa è morta di cancro. La cop-
pia non aveva figli e di conseguenza Tony è
rimasto solo nella loro casa, a fargli compa-
gnia c’è solo il suo cane. L’uomo non riesce
a superare questa perdita e cade in depres-
sione, tenta persino il suicidio ma il pensiero
che nessuno si occuperà poi del suo cane
lo blocca. Trascorre le sue giornate guar-
dando video sul computer di sua moglie e
rimpiangendo il passato e i momenti felici.
Decide da quel momento che la vita non ha
più senso, e non ha più senso impegnarsi
per qualcosa, essere gentili, essere felici.
Man mano che i giorni trascorrono il nostro
protagonista diventa sempre più cinico, non
AFETRLIFE:
LA NUOVA
SERIE
NETFLIX
DI RICKY
GERVAIS
Dal 20.01.19
gli importa di ferire le persone perché lui
sta soffrendo, e non riesce a sostenere tutto
quel dolore.Ricky Gervais compie un eccel-
so lavoro di scrittura.
Tutte le vicende di After Life ruotano intor-
no a Tony, che ci fa conoscere così numerosi
personaggi ben caratterizzati. E così avre-
mo i colleghi di Tony al lavoro, tutti un po’
particolari; le sue amicizie un po’ discutibili:
con un tossico che distribuisce i giornali, con
una prostituta, o ancora con il postino, con
il suo psicologo, con una signora che incon-
tra spesso al cimitero, con l’infermiera che si
occupa di suo padre in una casa di riposo.
Tony cerca aiuto, cerca un confronto, cerca
di capire perché sta provando tutto quel do-
lore e se finirà mai, ma sembra non trovare
una motivazione per andare avanti. Il lavoro
di Gervais funziona perché riesce a stabilire
un delicato equilibrio tra le vicende dram-
matiche e il cinismo che fa sorridere amara-
mente, qualità che emerge anche nei suoi
spettacoli di stand-up comedy.
La domanda di Tony è semplice: che senso
ha continuare a vivere quando si perde la
persona più importante?
Tutte le sue giornate sembrano uguali, sen-
za senso. Il dramma di Tony sembra esse-
re senza fine, e così facendo non si rende
conto di come sono preoccupate le persone
intorno a lui, in particolare il fratello di sua
moglie, che è anche il suo capo, che cerca in
tutti i modi di stimolarlo, senza nessun risul-
tato. Nemmeno la terapia sembra aiutarlo, il
suo psicologo sembra non capire nulla di ciò
che dice, ma come in tutte le storie, ad un
certo punto avviene la svolta. Tony a poco a
poco si rende conto che si può andare avanti
comprendendo una lezione di vita importan-
te: non si vive solo per se stessi, essere felici
è importante ma arricchisce di più rendere
felici gli altri. Così After Life mostra Tony che
esce dal suo dolore personale e si accorge
che anche le persone intorno a lui affronta-
no problemi, interessandosi agli altri. E sono
i rapporti umani che lo salvano, che riescono
ad alleggerire un poco quel dolore così stra-
ziante. Tony si rende anche conto di quanto è
stato cattivo, di quanto è stato male.
After Life è una serie che dimostra che a vol-
te la semplicità è un valore aggiunto.
La regia di Gervais è essenziale, valorizza in
questo modo i dialoghi scritti egregiamente
e che conducono spesso a situazioni assur-
de. Il cast è composto da volti non molto
noti, ma tutto ciò non importa: il risultato
finale è ottimo. In chiusura, After Life è una
serie da consigliare? Assolutamente sì. Per-
ché a differenza di alcune serie After Life fa
una cosa rara: arricchisce lo spettatore.
Il lavoro di Gervais
funziona perché
riesce a stabilire un
delicato equilibrio
tra le vicende
drammatiche e
il cinismo che
fa sorridere
amaramente.
L
o sguardo dubbioso e iracondo dell’a-
gente Peña non lasciava spazio a frain-
tendimenti: il Messico sarebbe stata la
nuova meta della titanica guerra contro il
narcotraffico. Quello che non ci saremmo
aspettati e che, in definitiva, è il più grande
colpo di scena che una serie basata su fatti
reali possa mettere in piedi, è la scelta di
tornare indietro, di ricominciare da zero, a
quando nulla era ancora accaduto. Quella
disponibile dal 16 novembre non può es-
sere compiutamente considerata come la
quarta stagione di Narcos, ma nemmeno
come un reboot, ed è molto brutto anche
chiamarlo spin-off. È piuttosto un racconto
parallelo, sempre di narcotrafficanti, che
si sviluppa lungo un binario autonomo ma
inesorabilmente intrecciato con le prime tre
stagioni. Non è un sottoprodotto, anzi, ha
esattamente la stessa dignità e qualità delle
stagioni precedenti, solo che non è ambien-
tato in Colombia, ma in Messico. Diciamo
quindi che Narcos: Messico è il primo atto
di un nuovo volume del grande romanzo cri-
minale che Netflix ha sempre sfoggiato, a
ragione, tra le sue punte di diamante.
Dicevamo del salto indietro nel tempo. Sia-
mo nei primi anni ‘80: il narcotraffico non ha
ancora raggiunto i volumi di traffico a cui
siamo tristemente abituati, è rozzo, disorga-
nizzato, selvaggio. Soprattutto in Messico,
dove innumerevoli famiglie si dividono le
varie plaze, zone di produzione e distribu-
zione della marijuana. Dal caos emerge la
sottile figura di Miguel Ángel Félix Gallardo
(Diego Luna), che da apparentemente inno-
cuo poliziotto corrotto dell’ostica regione
di Sinaloa intraprende un’insperata scalata
al potere, riunendo sotto il suo comando
tutte le principali piazze del narcotraffico
messicano in una confederazione narcos
inarrestabile. El flaco, il secco, si trasforma
prepotentemente in El padrino.
Per il resto è sempre il solito ottimo Nar-
cos, diviso tra una rivisitata ma funzionale
ricostruzione storica e ambientale, e le im-
magini di repertorio, con voci fuori campo
e una sequela di convincenti comprimari
che tratteggiano molto bene i due fronti.
Su tutti spicca Tenoch Huerta, la cui inter-
pretazione di Rafael Caro Quintero, pedina
fondamentale per l’ascesa di Félix Gallardo,
è sfaccettata e piena di vita. Tecnicamente
ineccepibile, ha una parabola narrativa più
ritmata, più incentrata su eventi cardine che
si susseguono, nel corso degli anni, allen-
tando la presa su quelli che sono i piccoli
momenti di normalità che nella serie origi-
nale hanno costruito un alone di umanità
intorno al Pablo Escobar di Wagner Moura.
Se da un lato questa scelta rende il tutto più
divertente, enfatizzando l’azione e la tensio-
ne, tutto diventa alle volte fin troppo sbri-
gativo, banalizzando e semplificando alcune
linee del racconto per procedere verso un
drammatico finale dove, diversamente dalle
altre stagioni, a vincere non è nessuno, se
non i poteri più oscuri della politica - quelli
che rimangono nell’ombra, muovendo i fili
di burattini inconsapevoli, pronti a farsi la
guerra senza rendersi conto di quanto sono
manovrati. Sono poi gli ultimi secondi a col-
locare questa serie in un quadro più grande,
a ufficializzarne la natura quasi di prologo
per quella che si prospetta un’escalation di
violenza.
Dal 16 novembre è disponibile su netflix la serie incentrata
sulla nascita e l’ascesa del narcotraffico messicano.
STREAMING
Coralie Fargeat
Dal 20.01.19
M
essico, 1970. Roma è un quartie-
re medioborghese di Mexico City
che affronta una stagione di gran-
de instabilità economico-politica. Cleo è la
domestica tuttofare di una famiglia bene-
stante che accudisce marito, moglie, nonna,
quattro figli e un cane. Cleo è india, mentre
la famiglia che l’ha ingaggiata è di discen-
denza spagnola e frequenta gringos altolo-
cati. I compiti della giovane domestica non
finiscono mai, e passano senza soluzione di
continuità dal dare il bacio della buonanotte
ai bambini al ripulire la cacca del cane dal
cortiletto di ingresso della casa: quello in cui
il macchinone comprato dal capofamiglia
entra a stento, pestando i suddetti escre-
menti. Perché nel Messico dei primi anni
Settanta tutto coesiste: la nuova ricchezza
come la merda degli animali da cortile, il be-
nessere ostentato dei padroni e la schiavitù
“di nascita” dei nullatenenti. Tutto convive
in un sistema contradditorio ma simbiotico
in cui le tensioni sociali non tarderanno a
farsi sentire, catapultando il recupero delle
terre espropriate in cima all’agenda dei po-
litici in cerca di consensi.
Era dai tempi di Y Tu Mama Tambien che
Alfonso Cuaron non girava un film nel suo
nativo Messico, e sono trascorsi cinque anni
da quando Gravity l’ha definitivamente con-
sacrato al gotha hollywoodiano.
In un bianco e nero pastoso che mescola
ricordi nostalgici e denuncia sociale, con
Roma Cuaron torna alle proprie radici e rac-
DIRETTO DA
ALFONSO CUARON
STREAMING
Alfonso Cuaron
ROMA
conta il Messico della sua infanzia, nonché il
debito di riconoscenza che tutti i figli della
borghesia messicana devono alle tate e alle
“sguattere” che li hanno cresciuti con amore
e devozione. Roma è il suo film più intensa-
mente personale e più provocatoriamente
politico, e racconta un intero Paese attraver-
so il suo frattale minimo, e il più indifeso.
Cleo è un prodigio di efficienza e un conte-
nitore di dolcezza senza fondo, cui attingo-
no senza vergogna e senza scrupoli coloro
che hanno avuto la fortuna di nascere in una
classe sociale più elevata, e i cui avi hanno
contribuito a depredare le risorse del Paese,
che appartenevano - quelle sì per diritto di
nascita - alla popolazione indigena. In lei si
consuma una quieta implosione, quella di
essere umano così stanco di spendersi per
gli altri che “fare finta di essere morta” le
sembra un gioco sorprendentemente piace-
vole. In aggiunta alla sua condizione di india
povera, Cleo è donna: e questo la rende il
paria della terra, inferiore persino a quegli
uomini nullatenenti che le ronzano intor-
no, e che imbottigliano energia vitale per
la rivoluzione a venire, ma dimenticano la
più elementare decenza nei confronti delle
proprie compagne. Il ritratto che Cuaron fa
di un maschile distruttivo e irresponsabile,
contrapposto ad un femminile accuditivo
e aperto al cambiamento, collega Roma a
Gravity nella convinzione che il futuro sia
donna.
Dal 20.01.19
E
gocentrico, narcisista, eloquente e af-
fascinante. Questi gli aggettivi che più
caratterizzano la personalità di Theo-
dore Robert Bundy (11.1946 - 24.1989), se-
condo le testimonianze raccolte da Joe Ber-
linger nella sua mini serie doc Conversations
With A Killer: The Ted Bundy Tapes. Qualifiche
che tornano constantemente e sembrano rias-
sumerne, per quanto possibile, i tratti più di-
stintivi e palesi.
Il lavoro di Berlinger si basa principalmente
sui dati raccolti dai giornalisti Stephen Mi-
chaud e Hugh Aynesworth nel 1980, mentre
Bundy era nel braccio della morte. Attraver-
so registrazioni audio e video ripercorriamo
i momenti salienti che hanno dato vita al
“personaggio”, quell’attenzione mediati-
ca che gli ha reso la sinistra notorietà che
tutt’oggi detiene tra i serial killer più famosi.
Abile manipolatore dallo sguardo magne-
tico, visceralmente devoto al ruolo dell’uo-
mo di successo. Le immagini di repertorio ci
mostrano questi elementi, attraenti e terrifi-
canti al tempo stesso.
In un sistema ancora privo delle tecnologie
necessarie non è propriamente nelle evi-
denti falle che si concentra lo sgomento ma
nell’approccio alla problematica in essere. Il
documentario ci mostra infatti la ineluttabi-
le trasparenza di un mondo tanto sconvolto
quanto acerbo alle realtà più efferate, inca-
pace non solo di estirparle ma anche di con-
tenerle. Se il primo dei processi cui Bundy fu
sottoposto si mostra quasi una farsa dai trat-
ti circensi ove l’imputato tiene spettacolo a
briglie sciolte, ponendosi come avvocato di
se stesso benchè privo di qualifiche, sono
le sue fughe dal carcere a destare ulterio-
re scalpore. Due tentativi, riuscitissimi con
ben pochi problemi, che hanno ampliato lo
spettro delle vittime e delle quali Bundy si
rese abilmente programmatico tanto da sta-
bilirne egli stesso come e quando venir ripe-
scato. Il controllo esercitato sul sistema e la
sfacciata padronanza della situazione sono
caratteristiche che amplificano lo sconcer-
to mostrato ponendo ulteriore rilevanza ai
connotati mentali dell’uomo in oggetto.
Ted Bundy, fino a poco prima della morte
mediante sedia elettrica il 24 gennaio 1989,
CONVERSATIONSWITHAKILLER:
THETEDBUNDYTAPES
La scioccante docu-serie netflix sul serial killer Ted Bundy.
Le vittime di Bundy
accertate sono 35
STREAMING
si dichiarò sempre innocente. Poche e fram-
mentarie le sue dichiarazioni in merito agli
omicidi di cui fu accusato, rilasciate in terza
persona come una sorta di profilo analitico
del modus operandi del killer. Quella sorta
di “entità” (come lui stesso la definiva) che
agiva mediante una necessità, un input qua-
si demoniaco dettato da un mondo dedito
alla pornografia e da questa deviato e in-
dotto alla violenza. Le trentasei vittime, tutte
giovani donne, furono brutalizzate e uccise,
sottoposte a mutilazioni e necrofilia.
Ma il giovane e affascinante Theodore, cre-
sciuto in una famiglia dai saldi principi mo-
rali e cristiani, dedito ad essere vetrina del
sogno americano come uomo e professioni-
sta, era l’esempio più lontano da quel profi-
lo deviato e immondo descritto. Questo do-
veva credere il mondo. Una bipolarità la sua
tanto folgorante quanto ovvia, conclamata
in due frammenti agli antipodi: la normale
e doverosa stabilizzazione sociale contro il
totale annientamento dell’essere, privo di
ogni briciola di empatia. Una convivenza
“Non sono un animale, non sono pazzo. Non ho una doppia
personalità. Sono solo una persona normale“.
Ted Bundy
difficile che, in un contesto aperto e viva-
ce come quello degli anni ’70, ha trovato il
modo di poter liberare i propri impeti, pur
brutali che fossero.
Attraverso un percorso scandito cronolo-
gicamente con attenzione e ampia ricerca,
questo documentario targato Netflix rivela il
quadro più inquietante non solo di uno dei
serial killer più feroci della storia americana
ma della stessa società che lo inglobava e
che non seppe gestire, dall’inizio all’ignobi-
le finale festaiolo, la terribile portata degli
eventi ad egli connessi.
“Vogliamo poter dire che possiamo identifi-
care queste persone pericolose. La cosa ve-
ramente spaventosa è che non puoi identifi-
carli. La gente non capisce che ci sono degli
assassini potenziali tra di loro. Come si po-
trebbe vivere in una società dove le persone
che ti piacciono, con cui vivi, con cui lavori
e che ammiri, potrebbero, il giorno dopo,
rivelarsi essere le persone più diaboliche im-
maginabili?” Ted Bundy
Dal 20.01.19
James Smith
I
l western tra tutti i generi cinematografici
è stato per molto tempo considerato quel-
lo più in difficoltà, se non proprio moren-
te, quasi l’ultima ruota del carro (ironia della
sorte) di un mondo del cinema in continuo
divenire, dove il fantasy, la fantascienza, il
musical, e soprattutto i cinecomics domina-
no in modo assoluto.
Da questo punto di vista l’antica gloria di Balla
coi Lupi è sembrata un episodio isolato, quasi
una meteora dentro ad un genere che da lì
in poi non è che avesse regalato troppe sod-
disfazioni tra critica e soprattutto botteghino.
Eppure nell’ultimo decennio il western (o
comunque il racconto della frontiera ameri-
cana) ha conosciuto una sorta di rinascimen-
to, condizionato per carità da un’accresciuto
contatto con la sperimentazione, la contami-
nazione, ma che hanno trovato in The Reve-
nant, True Grit, Cowboys and Aliens, Bone
Tomahawk, The Lone Ranger e Rango la pro-
va che c’è ancora molto da poter raccontare
usando gli orizzonti dell’ovest selvaggio.
Ora, da questa Venezia 2018, per la regia
dei Fratelli Coen, esce un film western di
grande qualità, personale per stile, struttura
e finalità, ma di grandissima fattura e capace
di soddisfare ad un tempo gli appassionati
del genere come i profani:
La Ballata di Buster Scruggs.
La Ballata di Buster Scruggs – tra mi-
niserie e classici italiani
Strutturato ad episodi seguendo per stessa
ammissione dei due fratelli Coen la struttu-
ra dei grandi classici italiani anni sessanta
come I Mostri o I Complessi, La Ballata di
Buster Scruggs è diviso in ben sei episodi:
La Ballata di Buster Scruggs (la prima che
dà il titolo all’intero film), Near Algodones,
Meal Ticket, All Gold Canyon, The Gal Who
Got Rattled e The Mortal Remains.
Il tutto con un cast a dir poco stellare com-
posto da Tim Blake Nelson, Willy Watson,
James Franco, Stephen Root, Liam Nee-
son, Tom Waits, Brendan Gleeson, Harry
Meeling, Zoe Kazan e Saul Rubenik.
I sei episodi affrontano tematiche molto
distanti l’una dall’altra, dando un’immagi-
ne della frontiera assolutamente diversa
da quelle già viste in passato, ironica, dis-
sacrante, spietata o poetica a secondo del
caso, tanto che si può dire che non vi sia
un’episodio che assomiglia all’altro.
Tuttavia tutti e sei gli episodi sono accomu-
nati dalla primaria finalità di togliere l’alone
di mito o di leggenda creato a suo tempo
da John Ford o John Sturges attorno al mito
del West e dei suoi protagonisti, omaggian-
do ed ad un tempo ironizzando all’inizio an-
che sull’eredità del western che fu, quello dei
tempi di Tom Mix, Gene Autry o Tex Ritter.
Ma anche di Enzo Borboni ed il suo Trinità.
Tuttavia l’operazione dei Coen è in un’ulti-
ma analisi incredibilmente più complessa.
I due fratelli infatti, con questo La Ballata
di Buster Scruggs, creano quello che è un
piccolo scrigno di tutto ciò che è stato rac-
contato sulla frontiera americana da dietro
una telecamera fin dall’alba dei tempi, fa-
cendo rivivere nei vari episodi ciò che An-
thony Mann, Micheal Winner, Peter Hunt,
Sydney Pollack, Sam Peckinpah, Sergio Le-
laballatadi
scruggsL’antologia western dei Fratelli Coen
che segue sei differenti storie. Il film ha
ottenuto 3 candidature a Premi Oscar, Il
film è stato premiato al Festival di Venezia,
1 candidatura a SAG Award.
Fratelli Coen
Tim Blake Nelson
James Franco
Dal 20.01.19
Ethan Dubin
one o Robert Aldrich ci hanno lasciato con
i loro capolavori eterni. Allo stesso tempo
creano di tutto ciò una propria versione, una
propria visione, strenuamente collegata alla
loro visione del quotidiano, di un west sicu-
ramente spietato, ingiusto, feroce, restan-
do però sempre sotto le righe, scegliendo
un’ambientazione sovente scarna, ma mai
per questo troppo legata ad un realismo che
è solo di facciata, solo di apparenza, mentre
invece ogni momento, ogni istante dei cu-
ratissimi dialoghi è portatore di significati e
finalità ben precise.
La Ballata di Buster Scruggs ci mo-
stra la realtà del paese della libertà,
di come è nato il sogno americano.
Sicuramente centrale rimane il rapporto tra
uomo e violenza, uomo e giustizia, su quan-
to sovente i film ci abbiano descritto quel
periodo “antico” degli Stati Uniti come terra
delle opportunità e del coraggio e non piut-
tosto per quello che era: un’epoca di alluci-
nante ingiustizia, di ipocrisia, di homo lupus
homini, di egoismo, squallore e caos.
Nessun onore, nessuna giustizia se non quella
del taglione, del capestro, o quella che puoi
farti con le tue mani, con una Colt in pugno.
Questa è l’America, nulla è cambiato, non
era un paese migliore prima dei Cocaine
Cowboys e non lo è oggi con le gang nei
quartieri o il terrorismo interno di chi entra
nelle scuole a sparare a casaccio.
No Country for Old Men lo aveva già mostra-
to, aveva parlato della violenza che appartiene
alle membra e al sangue del Grande Paese fin
dall’alba dei tempi; The Ballad of Buster Scrug-
gs ci mostra la realtà del paese della libertà, di
come è nato il sogno americano, di come esso
si materializzi nella legge del più forte, del più
veloce, del più furbo. Da sempre.
Con buona pace di Sentieri Selvaggi o Ombre
Rosse, di Gary Cooper e James Stewart.
Perfetto nella scrittura, attraversato dal familia-
re black humor che abbiamo imparato ad ama-
re nei film di Ethan e Joel, The Ballad of Buster
Scruggs si giova di una fotografia assolutamen-
te perfetta di Bruno Delbonnel, di una colonna
sonora curata nei minimi dettagli da parte di
Carter Burwell e di un montaggio sempre pun-
tuale, che valorizza una prova corale del cast di
altissimo valore, con Nelson, Waits e Meeling
davanti a tutti. Niente di trascendentale, nes-
sun conflitto uomo-natura, nessun rapporto
con Dio o il supremo, solo la sporca, lurida vi-
sione di un mondo che appartiene in tutto e
per tutto all’uomo che lo plasma a propria im-
magine e somiglianza.
L’esistenza umana, con il suo mix di mise-
ria, cattiveria, debolezza, sogni, rivive nella
fatica dei cercatori d’oro disperati, dei giro-
vaghi morti di fame, dei pistoleri da strapaz-
zo che sembrano essere usciti freschi da un
racconto di Ned Buntline, nel microcosmo
di quelle carovane di disperati che sfidavano
indiani, malattie e fame per inseguire non un
sogno ma per non morire di fame. Altro che
il Mito del Progresso.
E’ un film realistico? No. Neppure un film
che cerchi il realismo dell’azione o delle
vicende, per quanto ne vesta ogni perso-
naggio in un modo o nell’altro, ma è un film
che cerca la verità, quella profonda, quella
vera, sulla cultura americana, sull’America in
generale. E l’America che ha votato Trump
e Bush, l’America profonda, è ancora oggi
nell’animo la stessa dai tempi dei fratelli Ja-
mes, della Carovana Donner o dei cacciatori
di taglie, l’America del ognuno per sé che
Dio ha un sacco da fare anche se lo si prega
ogni giorno, e non è detto che pregandolo
di più si eviti di finire scalpati o uccisi alle
spalle dal primo venuto. Questo è il western
dei fratelli Coen: un caleidoscopio di vite e
miserie umane, sulle quali si prova a ridere.
Ma a denti stretti, avvinghiati ad una rag-
gelante sensazione di disagio che non può
essere quietata né dal Gran Canyon, né dal
quieto incidere di un cervo o dalla speranza
negli occhi di una donna sola nella prateria
col suo cane.
“La Ballata di Buster Scruggs ci mostra la
realtà del paese della libertà, di come è nato
il sogno americano”.
È
bello tornare bambini guardando car-
toni animati o film d’animazione; ma è
ancora più bello tornare a quel perio-
do così complicato e controverso come l’a-
dolescenza, quando tutto sembrava giusto
e sbagliato allo stesso tempo. Sex Educa-
tion, la nuova serie originale Netflix uscita
pochi giorni fa, riesce a far rivivere le insicu-
rezze, le paure, il disagio ma ancora di più la
bellezza e la spensieratezza del periodo più
strano della nostra vita.
Se queste sono le premesse di Netflix per il
2019, non possiamo che aspettarci un anno
di grande sorprese.
Sex Education è una serie televisiva britan-
nica creata da Laurie Nunn e diretta da Kate
Herron insieme a Ben Taylor. […] La serie è
ambientata in un centro rurale dell’Inghil-
terra dei giorni nostri. Otis Milburn, timido
liceale figlio di una valida sessuologa, en-
tra in contatto a scuola con la ribelle Mae-
ve. Dall’incontro tra le conoscenze di lui e
la sfrontatezza di lei nasce sottobanco una
improvvisata clinica del sesso. Avventuran-
dosi tra le esperienze adolescenziali dei loro
compagni, intraprendono un vero e proprio
percorso di educazione sessuale.
Questa è la trama di Sex Education, te-
en-drama inglese (che già per questo era
una garanzia) che prova a inserirsi nel saturo
mondo delle serie-tv adolescenziali come
The End of The F***ing World, Tredici,
Skins, Skam e Atypical, riuscendo subito a
sbaragliare la “concorrenza” grazie soprat-
tutto al modo brillante in cui affronta il tema
principale: il sesso. Sex Education, difficile
a dirsi, parla proprio di sesso. Ma lo fa in un
modo che nessuno aveva mai osato in una
serie-tv per adolescenti.
Il suo punto forte è la schiettezza e la spon-
taneità con cui il sesso viene presentato:
dal primo momento, infatti, risulta chiaro
l’obiettivo della serie (dichiarato già dal tito-
lo): educare ragazzini, adolescenti e giovani
adulti a vivere la propria sessualità nel modo
più libero e genuino possibile, insegnando
loro che il sesso è bello e che va vissuto, co-
nosciuto e sperimentato in ogni sua forma,
senza vergogna o imbarazzo.
Nonostante la serie non sia esente da qual-
che cliché (la ragazza alternativa che legge
Virginia Woolf; il figlio ribelle del preside
oppresso dalle aspettative del padre; una
sexeducation
“IT’S MY
VAGINA”:
sesso e
adolescenti
nella
nuova serie
targata
Netflix
STREAMING
madre indulgente ma troppo invasiva) e ri-
sulti ancora lontana dal podio delle opere
televisive e cinematografiche per antono-
masia che trattano di adolescenti (d’altro
canto, è solo la prima stagione), Sex Edu-
cation riesce comunque a lasciare il segno,
diventando sin da subito un piccolo cult e
conquistando il titolo di uno dei teen-drama
più interessanti e, per certi punti di vista, in-
novativi degli ultimi anni.
Al contrario di tutte le altre serie che ruotano
intorno al mondo degli adolescenti, infatti,
Sex Education non viene mai meno al suo
scopo: ogni episodio tratta un argomento
(o meglio, un problema) diverso legato al
sesso, introdotto nella prima scena. Ne ri-
sulta un affresco leggero, fresco, divertente,
originale ed estremamente godibile, pre-
gno di un importantissimo impegno sociale
nell’istruire, informare e abbattere qualsiasi
retaggio culturale riguardo un tabù ancora
fortemente presente nella società (soprat-
tutto per gli adolescenti). Ma non solo.
Sex Education è una serie che, prima ancora
del sesso, emancipa – celebra – la diversità.
Diversità in tutto: dal colore della pelle all’i-
dentità sessuale; dalle pratiche sociali più
disparate al sodalizio tra i generi. Femmini-
smo, bullismo, aborto, consumo di droghe
(leggere e non), omogenitorialità e promi-
scuità sono solo alcuni dei temi che affronta;
e, al contrario di tante altre serie sullo stesso
stampo che pretendono di darsi un tono
accennando a tematiche difficili senza mai
prenderle di petto (Élite, Baby, mi sentite?),
li affronta dignitosamente bene. Numerose
sono le scene che rimangono impresse, pro-
prio perché nella sua semplicità e genuinità
Sex Education riesce a distinguersi, grazie a
una sceneggiatura arguta e molto intelligen-
te che ci regala e delizia continuamente con
immagini dotate di un forte messaggio e di
una potenza visiva di tutto rispetto.
Asa Butterfield (Il bambino con il pigiama a
righe, Hugo Cabret, Miss Peregrine) e Gil-
lian Anderson (X-Files, Hannibal e American
Gods) si riconfermano ottimi attori, accom-
pagnati da un coro di ragazzi e ragazze
che sanno il fatto loro (menzione speciale
a Aimee Lou Wood – la dentona – e Tanya
Reynolds – la pazza maniaca che disegna
fumetti fantasy erotici, che interpretano due
personaggi fantastici). Se proprio dovessi
trovare un difetto (a parte il titolo, che la fa
assomigliare più a un programma scadente
di Real Time che mandano in seconda sera-
ta), direi che gli sceneggiatori si sono trat-
tenuti un po’ troppo in termini di dramma:
di certo angosciare lo spettatore non era la
missione principale (seppure gli ultimi epi-
sodi non risparmiano qualche pugno allo
stomaco); tuttavia, un piccolo lavoro in più
per sviluppare qualche momento di puro
angst televisivo poteva essere fatto. In tal
caso, sarebbe potuta essere davvero qual-
cosa di grande (se penso a serie tv come
Skins, Misfits o My Mad Fat Diary, il confron-
to è ancora troppo duro); ma non importa.
Perché Sex Education riesce laddove tutte
le altre serie-tv sugli adolescenti degli ultimi
anni avevano fallito.
Non esagero quando dico che tutti dovreb-
bero vederla. Sex Education dovrebbe es-
sere trasmessa in tutte le scuole e non solo,
anche in tutte quelle case di famiglie in cui
c’è un adolescente. Perché, a proposito di
sesso spiegato agli adolescenti, riesce a
dire più di qualsiasi altro libro o film. E tut-
Asa Butterfield
Gillian Anderson
Jenny Doe
Dal 20.01.19
ti sappiamo quanta strada debba ancora
fare la società – ma soprattutto l’istruzione
– per quanto riguarda il sesso e l’informa-
zione (non il porno; il sesso). Il modo in cui
nella serie vengono affrontati e sdoganati
argomenti come l’autoerotismo femminile,
l’omosessualità, o il travestitismo, la rendo-
no brillante e innovativa, una serie che può
essere vista e apprezzata da tutti, nonostan-
te il target a cui è rivolta; un vero e proprio
manuale d’istruzione sul sesso per tutte le
età. Ogni storyline viene sviluppata in modo
coerente e lineare, ogni personaggio (no-
nostante, ripeto, ricorra di tanto in tanto a
stereotipi) ha una psicologia e una persona-
lità ben definite, ogni tema viene affronta-
to dall’inizio alla fine, senza tralasciare ogni
piccolo aspetto. Non c’è un singolo errore,
dal punto di vista tematico o narrativo, che
ostruisce la storia: tutto procede seguendo
princìpi giusti e mostrando un lato diverso
di una società formata da adolescenti sve-
gli, intelligenti, capaci, intraprendenti e co-
raggiosi che non siamo abituati a vedere sul
grande o piccolo schermo. Forse qualcuno
potrà tacciarla di “eccessivo idealismo”, ma
è anche così che si combattono le battaglie
quotidiane della nostra società: non solo
mostrando i pericoli e il marcio a cui andia-
mo incontro, ma anche l’opzione giusta, la
soluzione, la strada da percorrere per rea-
lizzare un fottuto mondo migliore in cui tutti
possiamo vivere godendoci a pieno la vita,
il sesso e l’amore.
Sex Education è il piede giusto con cui ini-
ziare il 2019: un calcio sulle palle al maschi-
lismo, al sessismo, all’omofobia, al razzismo,
ai tabù, alla discriminazione in ogni sua for-
ma, mostrando l’unico modo in cui dovreb-
bero andare le cose.
Anche solo per questo, tutte le critiche insen-
sate mosse da quei cinefili incalliti vecchio
stampo che non hanno di meglio da fare che
preoccuparsi della tanto temuta omologa-
zione visiva causata da colossi come Netflix
se ne vanno allegramente a puttane: se tutti
vedessero ogni giorno serie come questa, il
mondo sarebbe un posto migliore.
“Sex
Education
dovrebbe
essere
trasmessa
in tutte le
scuole e
non solo”.
CREEDIICreed II, il film diretto da Steven Caple Jr., continuazione della
saga di Rocky, e sequel del grande successo di pubblico e di critica
del 2015 “Creed - Nato per combattere”, vede il ritorno di Michael
B. Jordan e Sylvester Stallone, che riprendono rispettivamente i
ruoli di Adonis Creed e Rocky Balboa.
Michael B. Jordan
Sylvester Stallone
AL CINEMA
Steven Caple Jr.
son nei panni di Bianca, Wood Harris in
quelli di Tony “Little Duke” Burton, Russell
Hornsby è Buddy Marcelle, con Phylicia Ra-
shad nei panni di Mary Anne, e Dolph Lun-
dgren in quelli di Ivan Drago, Florian “Big
Nasty” Munteanu ritrae Viktor Drago.
PANORAMICA
Creed II è l’ottavo film della saga di Rocky.
Oppure, come va di moda chiamarli oggi,
l’ottavo film del Rocky Cinematic Universe.
Sylvester Stallone riprende ancora una volta
il ruolo di Rocky Balboa a quarantatre anni
di distanza da quando esordì con questo
personaggio per la prima volta. Era il 1976
quando quel film a basso budget intitolato
Rocky arrivò al cinema, diventò un caso con
file di gente alle casse dei cinema che vole-
vano vederlo e fini anche per vincere l’Oscar
come miglior film dell’anno.
I successivi film sono stati un po’ come in-
contri di pugilato, qualcuno ha vinto, qual-
cuno ha perso, qualcun altro si è rialzato e
ha vinto ai punti e sembrava davvero che
con il sesto film Rocky Balboa del 2006 si
fosse messa la parola fine a questa epopea.
Però il giovane autore e regista afroamerica-
no Ryan Coogler arrivò nel 2015 con il co-
pione di Creed, ridando linfa alla saga per
le nuove generazioni e con un nuovo pro-
tagonista. Non solo, permettendo anche a
Stallone di vincere un Golden Globe come
miglior attore non protagonista.
Con l’ottima accoglienza ricevuta, era impe-
rativo che la storia proseguisse. Il problema
è stato l’ingaggio sia del regista Coogler sia
del protagonista Michael B. Jordan da parte
della Marvel per realizzare Black Panther.
CRITICA DI CREED II:
Sostituendo alla regia Ryan Coogler e con
un intenso copione scritto da Sylvester Stal-
lone e Juel Taylor, il trentenne regista Steven
Caple Jr. realizza un sequel che ha il corag-
gio di guardarsi in faccia, di costruirsi una
reputazione propria a prescindere dal suo
predecessore e di relegare in secondo pia-
no gli incontri di boxe. Creed II è costruito
esclusivamente sullo stato d’animo dei per-
sonaggi, Sappiamo bene quando Adonis
Creed perderà o quando vincerà e anche
gli autori ne sono consapevoli. E allora ciò
che conta è ridefinire le priorità della vita, i
rapporti genitori/figli, gli errori e i recuperi,
le paure e i cambiamenti, mentre i trofei re-
stano sotto le teche di vetro. Il film è una più
che degna conclusione alla saga di Rocky.
L
a vita di Adonis Creed è diventata un
equilibrio tra gli impegni personali e
l’allenamento per il suo prossimo gran-
de combattimento: la sfida della sua vita. Af-
frontare un avversario legato al passato del-
la sua famiglia, non fa altro che rendere più
intenso il suo imminente incontro sul ring.
Rocky Balboa è sempre al suo fianco e, in-
sieme, Rocky e Adonis si preparano ad af-
frontare un passato condiviso, chiedendosi
per cosa valga la pena combattere, per poi
scoprire che nulla è più importante della fa-
miglia. Creed II è un ritorno alle origini, alla
scoperta di ciò che un tempo ti ha reso un
campione, senza dimenticare che, ovunque
andrai, non puoi sfuggire al tuo passato.
Il film vede protagonisti anche Tessa Thomp-
Ciò che conta è
ridefinire le pri-
orità della vita, i
rapporti genitori/
figli, gli errori e i
recuperi, le paure
e i cambiamenti.
Dal 02.11.18
Arte e filosofia si incrociano
senza mai appesantire i
capitoli di questa nuova
opera;
P
arlare di Lars von Trier e del suo ultimo
film non è cosa semplice. Ma non siamo
qui per giudicare l’uomo, bensì per concen-
trarci sulla sua opera che ha diviso – e divide
ancora – la critica europea.The House That Jack
Built racconta gli eventi che spingono Jack (Matt
Dillon), ingegnere affetto da disturbi ossessi-
vo-compulsivi, ad affrancarsi da una vita mono-
tona e ripetitiva attraverso una serie di atroci
omicidi, compiuti con tecniche fantasiose. L’e-
stetica, la sceneggiatura e le tecniche di ripresa
contengono alcuni dei marchi di fabbrica dell’au-
tore, gli stessi alla base del movimento artisti-
co Dogma 95, fondato da Von Trier stesso e da
ThomasVinterberg nel 1995. In quest’ultimo film
si possono ritrovare alcuni principi contenuti nel
suo manifesto: l’autore filma camera in spalla, se-
guendo costantemente il personaggio principale;
l’espressione pacifica del viso – ripreso molto
spesso frontalmente in primo piano – muta con
lo scorrere delle sequenze, fino a dar vita a una
maschera tragica.
In The House That Jack Built le fonti cinemato-
grafiche sono numerose. La storia di Jack è quel-
la di una discesa negli inferi accompagnata dalla
voce, e poi dalla presenza fisica, di Verge (Bruno
Ganz), un modernoVirgilio di memoria dantesca
che ascolta, non senza commentare, la storia
raccontata in cinque capitoli dal suo compagno
di viaggio. La scelta dei capitoli ci fa pensare al
cinema postmoderno di Tarantino, che a sua vol-
ta cita la Nouvelle Vague. Si può parlare invece
di autocitazione quando Von Trier decide di ri-
utilizzare alcuni fotogrammi dei suoi film prece-
L’ARTEDIUN
SERIALKILLER
LACASA
DIJACK
AL CINEMA
Lars Von Trier
Matt Dillon denti.L’autore,inoltre,decide di sfruttare i codici
del cinema horror, personalizzandoli come fece
Scorsese con quelli hitchcockiani in Cape Fear –
Il promontorio della paura (1991): i due autori
si appropriano della sintassi visiva di un cinema
commerciale altamente riconoscibile per crea-
re opere dai tratti autoriali.
Le scene di violenza proposte da Von Trier, fil-
mate con uno stile neutro, ci mostrano la gra-
tuita banalità del male assoluto. Non c’è spazio
per la speranza: il dramma si consuma sotto
i nostri occhi, occhi coscienti del fatto che la
vittima selezionata da Jack non avrà nessuna
via d’uscita. I cadaveri che si accumulano in
una cella frigorifera diventano fantocci di car-
ne, svuotati della loro umanità, presentati con
visi deformati da un carnefice che non esita a
modellarne l’espressione, che in certi casi ci ri-
corda quella delle atellane, le maschere teatrali
greco-romane in terracotta. Il regista danese
non esita a sfruttare l’iconografia pittorica clas-
sica, proponendoci dei  tableaux vivants nello
stile di Pasolini e delle nature morte ispirate
ai pittori olandesi del Seicento. La carneficina
compiuta da Jack risulta quindi un pretesto per
parlare d’Arte. I dialoghi – rari e spesso legati a
riflessioni pseudo-filosofiche – ruotano intor-
no alla visione che Jack ha della creazione arti-
stica, visione che risulta alla fine stereotipata e
limitata. Il serial killer effettua, dopo ogni omi-
cidio, una serie di fotografie che ritraggono le
sue vittime, fotografie che si sforza di rendere
“artistiche”. Durante una delle sue divagazioni,
spiega aVerge la sua volontà di sfruttare dei cor-
pi inermi per comporre, a partire da una materia
in decomposizione, un oggetto che assuma Vita
Nova. Durante tutto il film, ci si domanda se lo
scopo di Jack sia quello di distruggere per creare
o, quando si tratta dei suoi progetti architettoni-
ci, di creare per distruggere.
I discorsi filosofici sull’Arte lasciano spazio alle
peregrinazioni di Jack, incapace di creare dei rap-
porti umani duraturi. Le sue nevrosi sono quelle
di un uomo che preferisce rimanere nella zona
di conforto che si è creato: realizzare i suoi so-
gni significherebbe lanciarsi nella costruzione di
qualcosa di imperfetto che richiederebbe troppi
sacrifici. Jack, architetto mancato, non è in grado
di amare, di fondare una famiglia, di costruire un
luogo che chiamerà casa, né di affrontare il pros-
simo attraverso un dialogo costruttivo.
Dal 02.11.18
U
n film sugli zombie è in lavorazione.
Il regista Higurashi non è soddisfatto
della resa dell’attrice protagonista,
Chinatsu, le cui reazioni di fronte all’attacco
di uno zombie gli sembrano troppo finte,
non realistiche. L’attore che fa lo zombie,
Ko, cerca di confortarla, ma Chinatsu è dav-
vero preoccupata per la situazione. Nao, la
truccatrice, spiega ai due che la location in
cui si trovano è maledetta: si dice infatti che
sia stata usata tempo addietro dall’eserci-
to giapponese per misteriosi esperimenti
su cavie umane miranti a riportare in vita i
morti. Un membro della troupe viene im-
provvisamente attaccato da quello che lui
crede un attore truccato da zombie, ma è
invece uno zombie vero. Nao, Chinatsu e Ko
riescono miracolosamente a chiudere fuori lo
zombie e il membro della troupe zombificato,
ma vedono con sconcerto Higurashi che im-
perterrito filma il tutto: finalmente riesce ad
avere il realismo che desiderava e non vuole
perdere l’occasione. Per ottenere l’azione
che cerca Higurashi non si perita di mettere
Nao e i due attori in pericolo, dando vita a
una concitata lotta per la sopravvivenza.
I film sugli zombie sono una moltitudine
spesso indistinta nell’ambito della quale
sembra ormai impossibile elaborare schemi
e trovate nuove, tale è l’impeto sovrapro-
duttivo che è negli anni scaturito a partire
da quel solitario capolavoro che fu La not-
te dei morti viventi. E nell’ambito di questo
sottogenere sono proliferate anche le co-
siddette commedie zombie che cercano di
abbinare orrore e umorismo con esiti spes-
so poco felici. Qualche volta però avviene
il piccolo miracolo della novità e del giusto
equilibrio tra le varie componenti. Era suc-
cesso, per fare solo un titolo, qualche anno
fa con la miniserie britannica Dead Set.
Succede di nuovo con questo Zombie con-
tro Zombie, film giapponese che spiazza con
garbo le aspettative dello spettatore condu-
cendolo con ritmo spesso incalzante attra-
verso diversi cambiamenti di prospettiva, in
una sorta di rielaborazione zombifica di quel
meccanismo di disvelamento e gioco meta-
cinematografico (o in quel caso metateatra-
le) che era alla base della famosa commedia
Rumori fuori scena. La decostruzione dei
meccanismi del genere si associa all’esplici-
tazione di ciò che sta dietro la realizzazione
di un film con una notevole attenzione ai
particolari e un apprezzabile tratteggio dei
caratteri con pochi, ma riusciti tocchi.
Suddiviso in tre parti distinte tra loro, ma
strettamente connesse, il film è una diver-
tente e riuscita riflessione sulla natura stessa
del cinema, come finzione e rappresentazio-
ne della realtà, e soprattutto sulle difficoltà
del fare cinema, sui compromessi che i cine-
asti devono affrontare e sulle problematiche
relazionali all’interno del variegato assem-
blaggio umano composto da cast e troupe.
Se la prima parte è condotta con la svelta
approssimazione del cinema di genere di
serie B (ma con un notevole tour de force
registico dettato dalla particolarità della
ripresa senza stacchi) e la seconda parte è
più espositiva e riflessiva, è nella terza parte
che il film dispiega appieno il suo potenzia-
le arrivando a un esplosivo redde rationem
caratterizzato da un ritmo incalzante e da un
profluvio inarrestabile di trovate.
Il piacere è anche quello di scoprire via via la
spiegazione di tante strane e spesso picco-
le cose o circostanze che avevano generato
perplessità o curiosità nella prima parte del
film: perché - e questo è un pregio non da
poco - tutto torna, alla fine, tutto è conse-
quenziale e motivato, senza trascurare nem-
meno qualche piccola e azzeccata epifania
sulla psicologia dei personaggi. Il crescendo
è quindi perfetto e il film avvince, diverte
e sorprende sempre più rivelando un’ina-
spettata capacità di analisi e una profondità
intellettuale che si risolvono anche in un pe-
ana al guerrilla filmmaking e alla necessaria
capacità di risolvere ogni intoppo propria
dei cineasti low budget.
Una zombie-comedy innovativa e divertente che spiazza
con intelligenza le aspettative dello spettatore.
ZOMBIECONTROZOMBIE
Shuichiro Ueda
Takayuki Hamatsu
Yuzuki Akiyama
Takashi Miike Dal 02.11.18
INTERVISTA
Volendo approfondire con i particolari, pos-
siamo aggiungere che Jen e Richard sono
amanti e si trovano in una magione in mezzo
ad un deserto roccioso. Passano una notte
di passione ed ecco che al mattino arrivano
i due soci di lui, Stan e Dimitri. Pochi secon-
di e gli occhi visicidi dei due cadono sulle
giustificazione. Secondo Stan, Jennifer se
l’è cercata. Come? Facile, ha ballato con lui.
Un gesto che nel mondo animale significa
essere predisposti all’accoppiamento, nella
maggioranza dei casi. La parola specifica
“animale” non è messa a caso. Richard pro-
va a sistemare la cosa offrendole dei soldi
ed un lavoro lontano da lui, come se fosse
un oggetto. E se l’orgoglio di Jen era già
stato violato, adesso è definitivamente com-
promesso.
Durante una fuga, Richard la lancia giù da
un dirupo e Jen rimane brutalmente ferita
da un ramo. Sembrerebbe morta ma non
è così. Jen rinasce metaforicamente (e non
solo)  dalle fiamme, come l’araba fenice. E
poco dopo l’angelo sterminatore che è in lei
viene battezzato dentro un fiume di acqua
e sangue. Inizia così una caccia all’uomo da
parte di una donna assetata di vendetta. E la
brava Fargeat non risparmia di certo il san-
gue, come accaduto in Inside, quella perla
firmata Bustillo e Maury. Il sangue sparso è
tanto e necessario per portare a compimen-
to la vendetta. E la telecamera non si tira
indietro. Mostra tutto, si sofferma sui parti-
colari, sui corpi mutilati come in un film di
Cronenberg.
U
na delle battute finali di Revenge è
abbastanza significativa rispetto quel-
lo che vuole raccontare il primo film
di Coralie Fargeat:”Perché le donne devono
sempre opporre resistenza?“.
Già, perchè mai dovrebbero? La svolta fem-
minista che sta prendendo la società odier-
na, con il movimento #MeToo, vorrebbe, tra
le altre cose, far sì che questa domanda re-
torica sparisca dalla mente della collettività
E riprendendo un genere quasi del tutto
svanito, quello del rape and revenge. Un
genere che ha visto i suoi fasti negli anni ’70
con film come “I Spit On Your Grave” (Non
Violentate Jennifer) e “L’Ultima Casa a Sini-
stra”, di marca Wes Craven.
Revenge presenta la medesima struttura,
suggerita dal nome del genere in questio-
ne. Una prima parte dove viene messo in
scena lo stupro ed una seconda dove la
vittima decide di vendicarsi a suo modo.
Cambiano le modalità ma il fine è sempre
lo stesso. Portare gli stupratori alla morte.
Il plurale non è usato a caso giacché non si
parla mai di una persona sola a compiere il
vile gesto. Ed anche qui, la trama in pillo-
le è possibile raccontarla in questo modo.
REVENGE
sinuose forme di Jennifer. Si noti l’omaggio
al film sopracitato Richard si allontana per
delle commissioni e Stan decide si sollazzar-
si senza chiedere permesso sul corpo della
giovane. Qui però subentra la prima mo-
difica di Revenge ai canoni del genere. La
violenza ha un apparente e profondamen-
te stupido motivo. Una ragione che oggi
si sente troppo spesso usata come infame
Lo stupro e la vendetta di jennifer. revenge è più che un semplice omaggio al rape and
revenge è un film che vuole rinnovare e rilanciare un cinema troppo bistrattato.
MATILDA
LUTZ
KEVIN
JANSSENS
AL CINEMA
Coralie Fargeat
S
awyer Valentini è una giovane donna,
vittima di stalking, che lascia Boston
per la Pennsylvania in cerca di una nuo-
va vita. Ma il nuovo lavoro non è l’affascinan-
te opportunità che si aspettava, nella nuova
città non si sente mai al sicuro, il passato la
perseguita. Così decide di consultare una
specialista, ma si ritroverà involontariamen-
te sottoposta a un trattamento presso l’Hi-
ghland Creek Behavioral Center. Nella clini-
ca psichiatrica si ritrova faccia a faccia con la
sua più grande paura: ma è reale o solo frutto
della sua mente? Nessuno sembra credere
alle sue parole e di fronte ad autorità incapaci
o riluttanti ad aiutarla, Sawyer è costretta ad
affrontare da sola i fantasmi del passato.
Unsane è un thriller dalle mutevoli prospet-
tive e una narrazione scioccante che indaga
la percezione della realtà, l’istinto di soprav-
vivenza e il sistema che dovrebbe prendersi
cura di ogni individuo.
Dopo Magic Mike e Ocean’s 8, Steven So-
derbergh ritorna all’introspezione femminile
e a temi come l’insanità mentale. “Il semplice
fatto di avere una donna protagonista rende
qualsiasi storia più drammatica, loro hanno
ostacoli da superare che non hanno gli uo-
mini”, spiega il regista di Side Effects (2013).
Una storia inquietante quanto verosimile,
Unsane racconta in modo realistico ciò che
accade a tante donne vittime di stalking. So-
derbergh esplora la psiche di una persona
che vive nella paura del proprio aggressore,
costretta a rinunciare al proprio stile di vita e
modo di essere per proteggersi all’ombra di
un anonimato non sempre cosí sicuro.
Attraverso il dramma psicologico di Sawyer
Valentini, interpretata da una brillante Claire
Foy (Golden Globe per il suo ritratto di Que-
della donna, oscillando continuamente tra
sanità e follia, senza mai fornire una risposta
definitiva. In un permanente limbo al di là
di ogni distinzione tra medici e pazienti, il
centro di Highland Creek, inoltre, rivela
presto le sue crepe: il business a discapito
dei presunti malati su cui è lecito qualsiasi
abuso di potere. La critica sociale e politica
di un sistema che dovrebbe tutelare i suoi
cittadini si fa strada lungo una narrazione
incalzante da lasciare senza respiro. E in un
profondo blu si perde la vista dello spetta-
tore. , Unsane è l’ultima sfida di Soderbergh
che avrebbe preferito firmare il suo nuovo
film con uno pseudonimo, l’alter ego di una
mente poliedrica per esplorare con libertà
le infinità possibilità del suo cinema.
UNSANE
en Elizabeth II in The Crown), Soderbergh
ci fa penetrare nell’inconscio di una persona
traumatizzata in modo irreversibile. Non sem-
bra esserci alcuna via d’uscita una volta che
la vita è stata invasa, segnata, ferita. Il thriller
si fa claustrofobico man mano che le pareti si
riavvicinano e le inquadrature si restringono.
La scelta della protagonista donna, dunque,
permette al regista di esplorare la sua vul-
nerabilità che, nella nostra società, è diversa
da quella maschile. Il peso delle parole di
una donna è culturalmente diverso da quel-
le di un uomo. Così, è più facile accusare di
pazzia Sawyer Valentini che cercare di risalire
all’origine del trauma. In una costante cam-
biamento di punti di vista, Soderbergh dun-
que segue le visioni, allucinazioni e ricordi
Girato interamente con un iPhone 7 Plus in un vero ospedale
abbandonato
Claire FoySteven Soderbergh
Dal 02.11.18
Dal 02.11.18
S
equalcuno cerca con disperazione
un thriller in grado di togliere il fiato,
questo film spagnolo rappresenta la
scelta più efficace a tale richiesta oggi sulla
piazza. Opera minimale, ambientata sempre
nello stesso luogo, una casa (come l’altret-
tanto micidiale Musaranas di Juan Fernando
Andrés & Esteban Roel), e con solo quattro
attori (o quasi) per tutto il tempo, che mette
in luce le ombre invisibili, aberranti ed in-
confessabili che avvolgono una famiglia be-
nestante ed all’apparenza ‘normale’.
Oliver e Julia sono una coppia benestante
che vive una vita agiata con i figli Alex e
Sara. Una mattina, madre e figlia, dopo un
piccolo battibecco sui voti di quest’ultima,
escono di casa di fretta. Julia è in ritardo per
il lavoro e decide di lasciare Sara a pochi
passi da scuola. Al suo rientro a casa, scopre
però che Sara non è mai entrata in classe.
In preda alla disperazione, tutta la famiglia
chiede l’aiuto della polizia ma per giorni
nessun indizio si rivela utile. Tutto cambia
quando una lettera misteriosa, scritta da
qualcuno che sostiene di aver trattenuto
Sara, propone di lasciarla andare a patto di
poter parlare con i restanti tre componenti
del nucleo familiare…
potente come “Secuestrados”, con picchi
di tensione improvvisi e letali, sconcertan-
te come l’ultimo film di Yorgos Lanthimos,
“The killing of a sacred deer”, e con un
colpo ad effetto nel finale alla Musaranas,
questo “Bajo la rosa” è destinato a stupire
non poco anche i più avvezzi al cinema più
Bajo la rosa
estremo ed inquietante. Pellicola ansiogena
simile ad una partita a scacchi senza prece-
denti, simile a quella tra l’uomo e la morte,
dove la posta in palio è la vita di Sara, tra il
sequestratore ed i tre familiari coinvolti nel
suo sadico e perverso gioco al massacro. Il
contorto e macchinoso percorso intrapreso
da parte del misterioso sequestratore per
estorcere la verità, impreziosita da sesso ed
umiliazioni destinate a crescere esponenzial-
mente, per quanto concerne l’abominio e la
vergogna, man mano che la storia prosegue
e si incanala in un imbuto di scioccanti e ter-
rificanti confessioni, a tratti rischia di incar-
tarsi, apparire sterile o portare ad una storia
già vista in passato. Per nostra fortuna l’a-
sticella estrema si alzerà sempre più paral-
lelamente alla irrefrenabile curiosità, fino a
giungere all’ultimo quarto d’ora della pelli-
cola, raccapricciante, orribile e letale per il
nostro fiato. Se la regia è semplice e priva
di virtuosismi accattivanti, le recitazioni di
alcuni protagonisti (Alex su tutti) non ap-
paiono sempre all’altezza, la sceneggiatura
non delude affatto, ed è semplicemente
grandiosa, mordente ed originale (una ra-
rità al giorno d’oggi), con una chiusura del
cerchio degna dei migliori thriller estremi
coreani. Da vedere senza esitare e fino al fi-
nale stupefacente, micidiale e rosso sangue.
Josuè Ramos
D
a qualche parte nelle suburb londi-
nesi, Freddie Mercury è ancora Far-
rokh Bulsara e vive con i genitori in
attesa che il suo destino diventi ecceziona-
le. Perché Farrokh lo sa che è fatto per la
gloria. Contrastato dal padre, che lo vorreb-
be allineato alla tradizione e alle origini par-
si, vive soprattutto per la musica che scrive
nelle pause lavorative. Dopo aver convinto
Brian May (chitarrista) e Roger Taylor (bat-
terista) a ingaggiarlo con la sua verve e la
sua capacità vocale, l’avventura comincia.
Insieme a John Deacon (bassista) diventano
i Queen e infilano la gloria malgrado (e per)
le intemperanze e le erranze del loro lea-
der: l’ultimo dio del rock and roll.
Per il cinema le rockstar presentano un van-
taggio: raramente muoiono nel loro letto,
piuttosto di overdose, suicidi o annegati.
Da qui l’affermarsi di un genere che è rima-
sto ormai senza fiato.
Un genere che segue uno schema obbliga-
to: l’infanzia modesta, il trauma fondante,
l’ascensione con prezzo annesso da pagare
quasi sempre con una tossicodipendenza, la
caduta, la redenzione a cui segue qualche
volta la malattia e la morte. Insomma visto
uno, visti tutti. Ma a questo giro di basso
‘immortale’ era lecito aspettarsi di più. In-
vece in Bohemian Rhapsody, proprio come
in Ray o in Quando l’amore brucia l’anima
- Walk the Line, l’originalità non è in gioco.
Quello che conta è la ricostruzione pedisse-
qua e la performance emulativa degli attori.
Dal premio assegnato a Jamie Foxx poi
(Ray), il biopic è diventato un ‘apriti sesa-
mo’ per gli Oscar. La somiglianza somatica
e il mimetismo dei gesti cruciali. Lo sa bene
Rami Malek assoldato per una missione pra-
ticamente impossibile: reincarnare l’assolu-
to, quel mostro di carisma e virtuosità che
era Freddie Mercury. Pianista, chitarrista,
BOHEMIAN
RAPSODY
AL CINEMA
compositore, tenore lirico, designer, atleta,
artista capace di tutti i record (di vendita),
praticamente uomo-orchestra in grado di
creare e di crearsi. Un demiurgo che in scena
non temeva rivali, che mordeva la vita, aveva
la follia dei grandi e volava alto, lontano.
Le buone intenzioni e l’impegno pur rigo-
roso e lodevole dell’attore americano si
schiantano rovinosamente contro il mito
e una protesi dentale ingombrante che lo
precede di una spanna ovunque vada. Non
c’è rifugio in cui Malek possa fuggire o ri-
piegare. Con buona pace di Hollywood e di
Baudrillard, l’aura di Freddie Mercury non
conosce declino.
Olivier Assayas
Rami Malek
Dal 02.11.18
Dal 02.11.18
Quello che conta è la ricostruzione pedissequa
e la performance emulativa degli attori.
A
lain è un editore inquieto che ama
Selena ma la tradisce con la sua as-
sistente, che odia l’ultimo libro di
Léonard ma lo pubblica, che ama le vecchie
edizioni ma ragiona sull’Espresso Book Ma-
chine. Léonard è uno scrittore ‘confidenzia-
le’ che ama sua moglie ma la tradisce con
Selena. Depresso e lunare, scrive da anni lo
stesso libro ed è narcisisticamente incompa-
tibile con la sua epoca. Tra loro fa la sponda
Selena, attrice di teatro convertita alla serie te-
levisiva. Al seno di una società upgrade e den-
tro un mondo divenuto virtuale, conversano,
mangiano, bevono e fanno (sempre) l’amore.
Vestito da commedia il nuovo film di Olivier
Assayas restituisce come un boomerang la
sua reputazione di autore intellettuale. A tal
punto da invitarci a tavola.
Non fiction è letteralmente un simposio di
idee, dialoghi e riflessioni ad alto voltaggio.
L’attenzione punta ancora una volta sulla
modernità (Sils Maria) e un’etnografia di
comportamenti di dipendenza che ci legano
ai “motori di ricerca” dove sfilano le ultime
news del mondo. Su questo punto l’autore
esprime una malinconia graffiante ma affat-
to ostile, dispiegando un doppio movimento
quasi contraddittorio.
C’è al principio un adeguamento del suo
cinema a tutte quelle forme contempora-
nee della comunicazione, successivamente,
una volta apparecchiata la scenografia, As-
sayas ricolloca alla giusta distanza i feticci
della nostra modernità, aprendo il décor a
dialoghi vivi come in uno scambio di tennis,
lanciando stoccate qualche volta appassio-
nate, sovente caustiche, contro questa nuo-
va realtà di flussi e di schermi a cui nessuno
riesce più a sfuggire.
Ma se in Sils Maria i personaggi si scriveva-
no per SMS, si parlavano su Skype e appena
facevano la conoscenza di qualcuno si lan-
ciavano su un computer per ‘googlizzarlo’,
in Non fiction questa intermediazione per-
manente di schermi e di reti elettroniche
si converte in situazioni conviviali e luoghi
rituali (brasserie, bistrot, café, salotti, cucine,
camere da letto) che aiutano a vivere e a ela-
borare i colpi della modernità.
ILGIOCO
DELLE
COPPIE
il gioco delle coppie come
risposta francese a l nostro
“Perfetto sconosciuti” di Paolo
Genovese.
Olivier Assayas
Dal 02.11.18
AL CINEMA
I
nghilterra, 18esimo secolo. La regina
Anna è una creatura fragile dalla salute
precaria e il temperamento capriccioso.
Facile alle lusinghe e sensibile ai piaceri
della carne, si lascia pesantemente influen-
zare dalle persone a lei più vicine, anche
in tema di politica internazionale. E il prin-
cipale ascendente su di lei è esercitato da
Lady Sarah, astuta nobildonna dal carattere
di ferro con un’agenda politica ben precisa:
portare avanti la guerra in corso contro la
Francia per negoziare da un punto di for-
za - anche a costo di raddoppiare le tasse
sui sudditi del Regno. Il più diretto rivale
di Lady Sarah è l’ambizioso politico Robert
Harley, che farebbe qualunque cosa pur di
accaparrarsi i favori della regina. Ma non
sarà lui a contendere a Lady Sarah il ruolo di
Favorita: giunge infatti a corte Abigail Ma-
sham, lontana parente di Lady Sarah, molto
più in basso nel sistema di caste inglese.
Quel che non manca ad Abigail però sono la
bellezza e l’istinto di sopravvivenza, sviluppa-
to in decenni di abusi e prepotenze subìte.
Quale delle due donne riuscirà ad insediarsi
per sempre come Favorita della regina?
Yorgos Lanthimos applica la sua visione
nichilista ad un trio tutto al femminile e a
una società teatro di sanguinosi conflitti di
classe. E proprio perché il contesto e le tre
protagoniste hanno motivi condivisibili per
essere spietate, la storia esce dall’astrazione
metafisica che aveva caratterizzato i lavori
precedenti del regista.
I PERSONAGGI
La Favorita è calato in un contesto storico
e politico ben preciso, e racconta senza
troppe esagerazioni la condizione femminile
come un percorso a ostacoli all’interno di un
mondo patriarcale che lascia alle donne po-
chissimi spazi di manovra, e ancor minori di-
fese. L’unica donna che conta, qui, è la regi-
na, ma questo non la sottrae alle logiche del
potere declinato al maschile, che si esprime
al grado zero con l’ennesima guerra. Anna è
una bambina mai cresciuta (e impossibilitata
a veder crescere i suoi numerosi figli) capa-
ce di improvvise gentilezze e di altrettanto
imprevedibile ferocia. Una creatura sola e
malata al crocevia degli interessi degli altri,
mascherati da ossequio o da affetto. Ma al
contrario di ogni altro cittadino inglese, la re-
gina può dire: “Si fa così perché lo dico io” - il
che è il sogno di ogni bambino viziato, oltre
che la più elementare espressione del potere
assoluto. Per questo l’ironia che colora tutta
la narrazione è maliziosa e puerile, incline al
dispetto più ancora che al sopruso, e solleva
(finalmente) la narrazione dal registro plum-
beo di molto Lanthimos precedente.
La cinepresa del regista (e del suo diretto-
re della fotografia, l’irlandese Robbie Ryan,
già “occhio” di Andrea Arnold) crea spazi
compressi e claustrofobici, microcosmi au-
toreferenziali schiacciati da un fish eye che
stritola gli esseri umani in una morsa fatale.
All’interno delle sue inquadrature le tre at-
trici protagoniste - Olivia Coleman nei panni
della regina, in grado di fingere un’emipare-
si senza perdere i tempi comici e dramma-
tici, Rachel Weisz in quelli di Lady Sarah ed
Emma Stone nel ruolo di Abigail - fanno a
gara a superarsi in bravura.
ognuna alzando l’asticella recitativa a mano
a mano che nei loro personaggi aumenta il
livello di perfidia.
LA
FAVO-
RITA
Olivia Coleman
Emma Stone
Rachel Weisz
AL CINEMA
Yorgos Lanthimos
LONTANO
DAQUI
I
sa Spinelli è una maestra d’asilo con la
passione per la poesia, tanto che i suoi
figli ormai quasi adulti la trovano trasfor-
mata dalle lezioni che sta seguendo e il ma-
rito sente di essere un po’ trascurato. Lisa
non è di per sé molto dotata, ma sa ricono-
scere il talento altrui e rimane folgorata da
quello di un bambino dell’asilo, Jimmy, che
ogni tanto cammina avanti e indietro come
in trance recitando poesie impressionanti.
Lisa decide di proteggerlo da una società
indifferente al suo talento e fa il possibile
per educarlo, spingendosi però molto oltre
i limiti della sua professione a intraprenden-
do quasi una crociata personale. Remake di
un omonimo film israeliano di Nadav Lapid del
2014, The Kindergarten Teacher è la storia di
una donna che di fronte alla crisi di mezz’età
ritrova una passione per la vita e l’abbraccia in
modo totalizzante.
È pertanto una storia di speranza e dispe-
razione, che nasce dalla disillusione dell’età
adulta, dalla rassegnazione ai sogni infranti
di una madre che avrebbe voluto di più dai
suoi figli e forse anche dal suo matrimonio.
Non si tratta però di una donna che si getta
in un’altra relazione (sebbene ci vada vicina),
bensì di un progetto personale di assoluta
purezza, che la pone sola contro tutti, inclusi
i colleghi, le istituzioni e persino i genitori
del bambino che vorrebbe aiutare e di cui è
tragicamente la sola a vedere il talento. Per-
sino il suo maestro di poesia si rivelerà una
totale delusione e per certi versi anche il pic-
colo Jimmy la tradirà in più di un momento,
ma questo non scalfisce minimamente la sua
convinzione di essere nel giusto e in fondo il
film finisce quasi per darle ragione, con una
conclusione a suo modo tragica.
Al centro di questo remake, più o meno fe-
dele, firmato da Sara Colangelo c’è Maggie
Gyllenhaal, in una delle sue prove più sottili
e intense. Tutto il resto è di contorno, anche
se non mancano volti famigliari o promet-
tenti, dall’insegnante di poesia interpretato
da Gael García Bernal, alla babysitter che
ha il volto di Rosa Salazar, prossima prota-
gonista di Alita: Angelo della battaglia, fino
a Michael Chernus visto in diverse serie Tv
di qualità come Manhattan e Patriot. La re-
gista italoamericana, premiata allo scorso
Sundance Film Festival proprio per la regia,
prima di The Kindergarten Teacher aveva
firmato un solo lungometraggio, Little Acci-
dents, inedito in Italia. Anche per lei si pro-
spetta una carriera felice, soprattutto con-
siderando l’attuale interesse di Hollywood
per le donne alla regia.
Michael chernus
AL CINEMA
Maggie Gyllenhaal
Dal 02.11.18
Dal 02.12.18
Remake di un omonimo film israeliano
di Nadav Lapid
D
anny Carter, poliziotto in servizio
notturno, trova un ragazzo ferito che
brancola lungo un sentiero di cam-
pagna. Lo porta perciò al pronto soccorso
più vicino, quello di un paesino: è un pronto
soccorso a mezzo servizio, in dismissione e
prossimo al trasloco a causa degli esiti di un
incendio che ha colpito l’ospedale. Il medi-
co, il dottor Powell, è perplesso: il ragazzo
sembra sotto shock e dev’essere sedato per
cercare di determinare che cos’ha. Al pronto
soccorso lavora anche Allison, con cui Car-
ter è stato sposato: storia finita dopo che
Allison ha perso il figlio che aspettavano.
Beverly, un’infermiera, improvvisamente uc-
cide un altro paziente e aggredisce Carter,
che è costretto perciò ad ammazzarla.
Il comportamento insensato di Beverly non
sembra trovare alcuna spiegazione. Mitchell,
un agente più anziano, arriva chiedendo
come sono andate le cose e spiegando che il
ragazzo trovato da Carter è implicato in una
carneficina avvenuta a poca distanza da lì.
Carter cerca di contattare la centrale, ma
non ci riesce né via telefono né via radio.
Poco fuori dall’ospedale, Carter è aggredito
da uno strano tizio incappucciato e con una
tunica bianca. Carter, ferito, riesce a rientra-
re nel pronto soccorso, ma ci sono parecchi
altri incappucciati che circondano l’ospe-
dale. È l’inizio di un assedio, ma il pericolo
è anche all’interno: la defunta Beverly si è
infatti misteriosamente trasformata in una
creatura mostruosa e aggressiva.
Come il distretto di polizia di carpenteriana
memoria (Distretto 13 - Le brigate della mor-
te), anche questo pronto soccorso in dismis-
sione diventa teatro di un assedio spietato
con le forze del male che da fuori (e anche
da dentro) cercano di sopraffare il manipolo
di disperati che si trova bloccato nell’edificio.
Ma qui non si sviluppa alcuna solidarietà di
gruppo, come preannuncia la visione, sullo
schermo televisivo osservato da un pazien-
te all’inizio del film, de La notte dei morti
viventi (altro classico film “di assedio”), la
cui conflittualità collettiva è richiamata. Il
gruppo di persone sotto assedio è infatti
eterogeneo al massimo grado, con forti di-
vergenze al suo interno e ben poca capacità
sinergica, mentre la minaccia assume via via
contorni sempre più metafisici e terrifican-
ti. Ma in realtà è un assedio atipico perché,
come nota uno dei personaggi, chi è fuori
non cerca di entrare, ma si limita a impedire
a chi è dentro di uscire. Perché, evidente-
mente, ciò che si deve compiere si compia.
AL CINEMA
Jeremy Gillespie,
Steven Kostanski.
D
eterminato a sfuggire alla sua tradi-
zionale educazione, il diciassetten-
ne Euronymous si fissa con l’idea di
creare il “vero black metal norvegese” con
la sua band, i Mayhem. Mentre si adopera
per scovare trovate pubblicitarie sempre più
scioccanti, i suoi compagni iniziano a cre-
dere nel progetto ma la già sottile linea tra
spettacolo e realtà si fa sempre più labile.
Un incendio doloso, la violenza e, infine, un
crudele omicidio metteranno sotto shock
l’intera nazione. Un film che ha creato non
pochi pareri contrastanti e critiche all’inter-
no del web, dunque va approfondito nel
dettaglio, vi consiglio quindi di informarvi
un minimo sui fatti di cronaca norvegese
riguardate il Black Metal dei primi anni ’90
per poter giudicarlo e apprezzarlo a pieno.
Lords of Chaos racconta il Black Metal nor-
vegese, quello accusato di satanismo e di
chiese bruciate per intenderci, dal punto di
vista del protagonista Euronymous, fonda-
tore e chitarrista dei Mayhem, fino alla sua
morte nel 1993 da parte di Varg Vikernes,
conosciuto ai più come Burzum.
Essendo un film biografico ci si aspetta della
verità, ma il regista fin da subito ha messo
le mani avanti affermando che si tratta di un
film su bugie e verità, non specificandone
la percentuale chiaramente e spaccando in
due l’opinione pubblica. Questa è l’unica
critica sensata che ho trovato in giro, per
il resto si tratta di una pellicola ben diretta
in cui, sebbene i temi trattati non siano da
teen-movie, molte scene appaiono trattate
con estrema superficialità e romanzate. Di
certo l’intenzione del regista non era quella
di creare un prodotto estremo e sconvol-
gente, possiamo dire che si tratta di un film
che si trova a metà tra la serietà di Metalhe-
ad e lo stereotipo del metallaro cattivo di
Deathgasm.
lord
ofchaos Jonas Akerlund
Dal 01.02.19
Dal 02.12.18
È
difficile recensire un film che ti ha la-
sciato tanto, perché hai sempre il ti-
more di non riuscire a ricambiare – o
meglio, a trasmettere con le parole – quello
ti ha dato. Non è solo un problema di adat-
tamento linguistico di immagini e suoni,
quanto più un concentrato di emozioni e
sensazioni che, quando qualcosa incrina le
giuste corde, fai un po’ fatica a spiegare. So-
prattutto quando c’è così tanto da spiegare.
Ma ci proverò.
Les Garçons Sauvages è un film del 2017 di-
retto da Bertrand Mandico presentato nella
sezione SIC (Settimana Internazionale della
Critica) della 74esima edizione del Festival
del Cinema di Venezia. Liberamente ispira-
to al romanzo di William S. Burroughs, Les
Garçons Sauvages – Un livre des morts, il
film di Mandico (già autore di varie opere –
cortometraggi e mediometraggi – di carat-
tere surrealista) è stato eletto “miglior film
del 2018” dai Cahiers du Cinema, attirando
così l’attenzione dei cinefili.
Ma di cosa parla esattamente? bella doman-
da, intanto, la trama:
All’inizio del XX secolo, sull’isola de La Réun-
ion, cinque adolescenti di buona famiglia,
appassionati di scienze occulte, commetto-
no un feroce crimine. Un capitano olandese
se ne prende carico e li costringe ad una
crociera di rieducazione a bordo di un va-
scello fatiscente e spettrale. Sfiniti dai meto-
di del capitano, i cinque ragazzi pianificano
l’ammutinamento. La loro meta è un’isola
sovrannaturale dalla vegetazione lussureg-
giante che cela un segreto sconvolgente.
C’è tutto in Les Garçons Sauvages. E quan-
do dico tutto, intendo che sono così tanti i
riferimenti, i temi, i registri stilistici e i mo-
menti mindfuck che davvero si fa fatica a
reggere quasi due ore; eppure, quando fini-
sce, si ha la sensazione che sia durato poco,
pochissimo, come un sogno.
Ogni fotogramma meriterebbe di essere stam-
pato e incorniciato, tanta è la cura tecnica – for-
malismo al suo apice – con cui Mandico ha gi-
rato il film, senza dimenticare mai una sostanza
che si sposa ogni secondo con la forma, in un
matrimonio visionario, onirico, impuro, psiche-
delico, quasi malato, ma mai stantìo.
La freschezza e l’innovazione stilistica con
cui la regia di Mandico irrompe e buca lo
schermo rende Les Garçons Sauvages un
film unico, un film che mancava e di cui ave-
vamo bisogno. La sua forza più grande è
senza dubbio quella di essere riuscito a (ri)
proporre riferimenti (di tutte le arti) autoriali,
classici e dogmatici in chiave contempora-
nea, pop, che però non dimentica mai di
omaggiare (in particolare) il cinema verso
cui è debitore, alternando scene meraviglio-
se in bianco e nero a scene colorate, vivide,
che rimandano a un tipo di surrealismo poco
conosciuto (quello che unisce elementi clas-
sici e post-moderni). Da Fassbinder (Quelle
de Brest su tutti) a Kubrick (Arancia Mecca-
nica), da Truffaut a Jean Cocteau, la devo-
zione di Mandico nei confronti del cinema
si respira per tutta la pellicola, elevando il
film al suo massimo splendore; perché se in
superficie Les Garçons Sauvages racconta
una storia di formazione di stampo epico
attraverso i generi e il sesso, appena sotto
la punta dell’iceberg comincia a estendersi
“Volevo realizzare il film che mi perseguitava, il film che volevo vedere; volevo girare una storia che combi-
nasse avventura e surrealismo, isole tropicali e studio, navigazione e tempesta, sesso e metamorfosi… L’ho
girato cercando di abbracciare la fantasia, dando libero sfogo alle mie pulsioni, al mio desiderio di sfumare le
carte dei generi, per realizzare un film d’avventura, epico, romantico, organico, fantastico, erotico…”
Jeremy Gillespie,
Steven Kostanski.
Les Garçons sauvages è un trip a tinte QUEER
AL CINEMA
per chilometri e chilometri un amore visce-
rale verso la Settima Arte, che esplode coin-
volgendo tutti i sensi.
Ogni elemento (filmico e profilmico) tende
allo spettatore, spezzando continuamen-
te l’equilibrio tra realtà e finzione; un vero
e proprio trip attraverso le menti di cinque
giovani ragazzi che si sentono grandi troppo
presto e che solo alla fine capiranno i peri-
coli e i dolori del mondo degli adulti.
In altre parole: quelli de Il Signore delle Mo-
sche che si fanno di acidi insieme a Buñuel
nell’isola di King Kong mentre guardano La
morte corre sul fiume.
A tratti horror, a tratti fantastico, a tratti
drammatico, a tratti grottesco ma sempre
corroso dal fil rouge del surrealismo (al qua-
le Mandico deve la maggior parte dei suoi
riferimenti), Les Garçons Sauvages colpisce
anche per la quantità di elementi queer che
fanno parte della storia e della messa in sce-
na: qui si scorge in particolar modo la luce
del citazionismo a uno dei tanti capolavori di
Fassbinder, Querelle De Brest: la scenogra-
fia ricorda un enorme palcoscenico sospeso
nel limbo di un teatro, dove tutti gli oggetti
(quando non sono espliciti) alludono a parti
dei genitali maschili: dai testicoli commesti-
bili ricoperti di pelo al liquido seminale che
i ragazzi bevono da frutti di forma fallica, il
film è pervaso da un’atmosfera queer che si
riscontra tanto nell’ambiente quanto nella
narratività, e che raggiunge il climax in una
delle scene più belle di tutto il film: l’orgia
senza sesso tra i protagonisti che, drogati e
in estasi, si rotolano nella sabbia tra piume
che scendono dal cielo come coriandoli. Ci
sono sequenze che lasciano senza parole,
vuoi per la maestria con cui sono girate,
vuoi per le luci, vuoi per i dialoghi, vuoi per
la musica, vuoi per la masturbazione cronica
al cervello data da continui stimoli e rigurgiti
visivi che non possono che premiare il lavo-
ro assurdo del regista, in grado di sfornare
una di quelle opere senza tempo da vedere
e rivedere, da amare e consumare con gli
occhi e con la mente. Les Garçons Sauva-
ges è un film che mastica la vita per quel-
lo che (non) è: un tendersi fino a rompersi
nei meandri dell’inconscio; un riconnettersi
con il nostro lato più primitivo e oscuro; un
lasciarsi andare alla crapula, alla lussuria,
ai piaceri della vita che passano attraverso
qualsiasi forma di male (violenza); un crollare
in un sogno lucido e non volersi risvegliare.
Con questo film Mandico ci regala una bel-
lissima e suggestiva storia di formazione, ma
non solo: c’è soprattutto l’amore, a fare da
padrone al film.
Quello tra un uomo e il cinema.
HORROR, FANTASTICO,
DRAMMATICO, GROTTESCO
LESGARCONSSAUVAGES
Dal 02.12.18
D
opo il bellissimo “Beyond the Black
Rainbow”, il regista Panos Cosma-
tos, figlio di George P., ci sorprende
nuovamente con “Mandy”, uscito da poco
in blu-ray per Eagle Pictures. Dalla fanta-
scienza passiamo all’horror ma il significa-
to e la filosofia di Cosmatos sono gli stessi:
sacrificare l’immagine. La trama è quanto
di più semplice si possa immaginare: Red e
Mandy sono una tenera coppia che vive in
mezzo alla natura, la loro routine è semplice
e ricolma di gioia, almeno fino a che una
banda di motociclisti facenti parte di una
setta non rapiscono la ragazza e le danno
fuoco davanti agli occhi dell’uomo: Red ora
dovrà vendicarsi.
Come per “Beyond the Black Rainbow” sia-
mo di fronte ad un’allucinazione continua,
un film in cui è l’immagine ad esperire ogni
significato possibile. La vista intesa come
sogno e come allucinazione è sempre pro-
tagonista, trasformando la visione canonica
del cinema in visione ultraterrena (anche at-
traverso il sonoro).
La setta sceglie Mandy in quanto non vuole
sacrificare il personaggio a cui siamo affe-
zionati, in realtà abbiamo pochi elementi
per creare empatia con lei. La setta vuole
sacrificare la sua immagine cinematografica,
distruggere lo stereotipo della semplice fe-
licità in funzione di un ideale estetico dram-
matico e negativo. La volontà di distruggere
un’icona insomma. Possiamo capire questo
attraverso diversi indizi: dopo aver droga-
to Mandy una ragazza le dirà: “questo ha
smesso di essere un bel sogno”. Una delle
prime frasi del Sacerdote sarà, invece: “dim-
mi cosa vedi”. Tutto il concetto di sacrificio
in realtà è esperibile attraverso una visione
estetica, il cristianesimo lo ha sempre raf-
figurato come un evento epico e gli stessi
sacrificati muoiono per trasmettere un’im-
magine al prossimo. Nietzsche, riflettendo
su questa religione, riguardo al sacrificio ha
affermato come esso si oppone alla potenza
della vita, è un ragionamento contro tutto
ciò che ha valore, che addirittura è co-co-
struttore del divario sociale. La setta che
rapisce Mandy effettivamente sta andando
proprio contro tutto ciò che è considerato
valore nella modernità: l’amore, la coppia,
la semplicità.
Il sacrificio dell’immagine non avviene solo
in questi termini, ma anche a livello lessica-
le. Il protagonista si chiama Red, il rosso è
il colore fondamentale del film, la vendetta
invece il sentimento principale. Il nome del
protagonista che si rifà all’immagine, per-
ché qui i personaggi non possono essere
separati da come appaiono sullo schermo.
E lo si vede anche dalle scritte che emer-
gono saltuariamente nel film in pieno stile
Gaspar Noè: il nome della setta “Children of
the new Dawn”, così come il titolo “Mandy”
scritto in stile band black metal (che appare
proprio quando inizierà la vendetta di Red).
Anche il loro nome non può vivere aldilà di
ciò che vediamo.
Un concetto che ad esempio va contro
la filosofia della realtà e dunque contro le
parole di Pasolini: Pier Paolo diceva che gli
eventi fuori scena, tutto ciò che immaginia-
Panos Cosmatos
INTERVISTAAL CINEMA
mo che avvenga aldilà di ciò che vediamo, è
importante per capire il mondo in cui i per-
sonaggi agiscono, importante per gli eventi,
importante per tutto. Qui Cosmatos non da
per nulla importanza a ciò che non possiamo
vedere, non ci interessa sapere cosa c’era
prima o cosa c’è tra una scena e l’altra. L’u-
nica cosa che conta è l’immagine e il modo
che hanno i personaggi di rapportarcisi. Può
essere un esempio stupido, ma basta guar-
dare il design dei motociclisti, che paiono
quasi dei moderni cenobiti. La loro immagi-
ne ispirata al cinema horror, così come tutto
il film, evolve il concetto a livello meta-cine-
matografico. Non solo Mandy vive di imma-
gini proprie, ma anche di quelle di altri film.
Prima di questa nuova ondata di cinema al
neon, le scene con tutte queste luci sparate
al massimo e di grande impatto visivo erano
relegate a determinate sequenze cardine:
guardate Suspiria, Society, di esempi se ne
possono fare settemila. Qui pare tutto una
scena clou di questi film classici, l’orrore ci-
nematografico deve permeare ogni frame
per poter raggiungere l’impatto che il re-
gista si prefigge. Da questo ragionamento
nasce, però, una domanda spontanea: pre-
sentando tutto il film in questa folle maniera,
non perde fascino, rendendolo quasi anoni-
mo e tutto uguale, facendo perdere il gusto
della sequenza clou? Questo secondo me
dipende dallo spettatore e dal suo rapporto
con il cinema contemporaneo. Dipende se
volete vederla come cura maniacale o come
un “menarsela continuamente perché si rie-
scono a gestire le luci”. Stesso diatriba che
scaturisce dall’analisi delle opere di Nicolas
Winding Refn, insomma. Personalmente io
adoro questo modo di fare Cinema, asso-
lutamente. L’unico difetto sta nella lunghez-
za, 15 minuti in meno avrebbero giovato
al ritmo senza fargli perdere nulla a livello
significativo. Un’esperienza horror molto in-
teressante, diversa da tutto ciò che si vede
in giro ora. Ora non possiamo fare altro che
sperare in un blu-ray di “Beyond the Black
Rainbow” per godercelo in alta definizione
come Mandy.
“MANDY” DI PANOS
COSMATOS È
IL SACRIFICIO
DELL’IMMAGINE.
Andrea Riseborough
Nicholas Cage
Dal 02.12.18
Marcello ha due grandi amori: la figlia Ali-
da, e i cani che accudisce con la dolcezza
di uomo mite e gentile. Il suo negozio di
toelettatura, Dogman, è incistato fra un
“compro oro” e la sala biliardo-videoteca
di un quartiere periferico a bordo del mare,
di quelli che esibiscono più apertamente il
degrado italiano degli ultimi decenni. L’uo-
mo-simbolo di quel degrado è un bullo
locale, l’ex pugile Simone, che intimidisce,
taglieggia e umilia i negozianti del quartie-
re. Con Marcello, Simone ha un rapporto
simbiotico come quello dello squalo con
il pesce pilota. Marcello procura a Simone
quella cocaina che il bullo consuma in quan-
tità esagerate e fa per l’ex pugile da secon-
do nelle “riscossioni”. Quando Simone sce-
glierà proprio il negozio di Marcello come
base operativa per una rapina gli equilibri
fra i due salteranno irrimediabilmente.
Ispirandosi liberamente ad uno dei casi di
cronaca più cruenti del nostro passato re-
cente, la vicenda del Canaro della Magliana,
Matteo Garrone racconta un’Italia diventata
terra di nessuno in cui cane mangia cane,
complice l’abbrutimento culturale e sociale
che ha allontanato i cittadini non solo dal
benessere ma anche dalla solidarietà uma-
na più elementare. Garrone depura la vi-
cenda del Canaro dalla sua componente
veramente oscena, ovvero la spettacolariz-
zazione, arrivando a desaturare la palette di
colori con cui dipinge i suoi quadri di deso-
lazione suburbana (meravigliosa la fotogra-
fia di Nicolaj Bruel) dei quali sfuma i margini
ed evidenzia l’essenza.
Dogman inizia con il ringhio di un pitbull
da combattimento ed il terrore speculare
degli altri cani chiusi dentro le gabbie del
negozio, enucleando così quelle dinamiche
di sopraffazione e sottomissione che sono la
regola di vita del quartiere. L’ombra di Si-
mone si staglia gigantesca dietro la porta
a vetri del canaro, proiezione gonfia di una
paura atavica che con il tempo ha dominato
gli animi della gente perbene, non soltanto
nei quartieri periferici.
E lo sguardo smarrito di Marcello in riva al
mare, dopo l’ennesima prepotenza subìta, è
quello di un Paese che ha preso consape-
volezza del proprio status di vittima, e che
“tutto questo non lo accetterà più”. Ma in-
vece di raccontare un’incazzatura alla Quin-
to potere, o la vendetta efferata e grottesca
in cui le cronache hanno abbondantemente
sguazzato, Garrone descrive una quieta ri-
valsa del tutto priva della valenza pulp che
ha reso archetipale, e protagonista di uno
storytelling ante litteram, il vero Canaro.
Dogman è un film comico, eppure non fa
ridere, anzi ci lascia in uno stato di compas-
sione e solitudine.
DOGMAN
ILRISCHIODI
ESPORSIALMONDO
Marcello Fonte
Matteo Garrone
M
irko e Manolo sono due giovani
amici della periferia romana. Gui-
dando a tarda notte, investono un
uomo e decidono di scappare. La tragedia si
trasforma in un apparente colpo di fortuna:
l’uomo che hanno ucciso è il pentito di un
clan criminale di zona e facendolo fuori i due
ragazzi si sono guadagnati la possibilità di
entrare a farne parte. La loro vita è davvero
sul punto di cambiare.
I fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo al loro
film d’esordio firmano un’opera che dimostra
la loro profonda tensione morale.
Quello dei D’Innocenzo non è l’ennesimo
film sulle periferie o sui cosiddetti ‘coatti’
quanto piuttosto un’indagine sulla possibili-
tà di un’amicizia che possa far sì che ci si aiu-
ti reciprocamente a crescere. Manolo e Mir-
ko sono come tanti altri. Come loro vanno a
scuola con il desiderio di finirla al più presto
per trovarsi un’attività che gli piaccia ma non
sanno che stanno già lasciandosi scivolare il
mondo addosso. Perché è il contesto con-
temporaneo che, giorno dopo giorno, sta ri-
vestendoli di una pellicola di impermeabilità
a qualsiasi possibile etica.
Intorno a loro non stanno solo i lupi della
malavita organizzata pronti a sfruttare la
l’apparente indifferenza nei confronti di
quanto viene loro richiesto (prostituire mino-
renni spacciare droga, uccidere) ma anche
un padre da una parte e una madre dal’altra
che hanno rinunciato di fatto al loro ruolo.
Uno per frustrazione e l’altra per debolezza.
I figli hanno ‘sentito’ questa insoddisfazione
esistenziale e vi hanno reagito come pote-
vano: smettendo di reagire. Solo apparen-
temente però come si diceva. Perché se Ma-
nolo (un sempre più efficace, di film in film,
Andrea Carpenzano) sembra indifferente a
tutto mentre in alcuni suoi sguardi si avverte
la smentita a quanto fa apparire in superfi-
cie, MIrko (l’altrettanto efficace Matteo Oli-
vetti) è più tormentato. I suoi scatti d’ira, la
sua generosità esibita fuori misura, lo con-
figurano come impreparato al compito. In
fondo Manolo ha un padre che gioca alle
macchinette per dimenticare che avrebbe
voluto far parte di quel mondo del crimine
a cui indirizza il figlio. Mirko invece sente la
sofferenza che impone alla madre anche se
non riesce a rinunciare alla nuova vita.
I D’Innocenzo sanno ritrarre l’appiattimento
delle coscienze in cui il dire ‘scusami’ sem-
bra poter mettere a posto qualsiasi cosa
risarcendo anche chi sia vittima del crimine
più grave. In un ambito sociale in cui la per-
sona è ridotta a merce resta poco spazio per
i sentimenti. Il loro è un grido d’allarme che,
provenendo da due registi trentenni, assu-
me un valore ancora maggiore.
ABBASTANZA
AL CINEMA
Fabio e Daminao D’Innocenzo
A Andrea Carpenzano
Matteo Olivetti
Un grido d’allarme che dimostra la profonda tensione
morale di due giovani e promettenti registi.
Dal 02.12.18 Dal 02.12.18
SPIKELEEL’INTERVISTA Di JAMIL SMITH
Ogni ospite della 40 Acres & a Mule Fil-
mworks, la casa di produzione di Spike Lee
a Fort Greene, Brooklyn, viene accolto da
Radio Raheem. Una gigantesca riproduzio-
ne in cartapesta del personaggio di Fa’ la
cosa giusta — completa del suo boombox
— si staglia sopra l’ingresso, un potente me-
mento dei temi che ricorrono in tutta o quasi
l’opera del regista: la bellezza, l’assurdità e
l’orrore di essere nero in America.
Quasi trent’anni dopo la realizzazione del
suo capolavoro, Lee ha dato vita a un de-
gno compagno con BlacKkKlansman, basa-
to sulla storia vera di Ron Stallwoth, poliziot-
to afroamericano che si infiltrò nel Ku Klux
Klan negli anni ’70. A maggio il film ha vinto
il Grand Prix al Festival di Cannes, dove Lee
ha definito il presidente Trump un “figlio di
puttana” per essersi rifiutato di condannare
i suprematisti bianchi che avevano dato il via
alle violenze di Charlottesville, in Virginia.
«SVEGLIATEVI!
NON CEDETE
ALL’ODIO»
IL REGISTA È APPENA TORNATO AL CINEMA CON IL NUOVO CAPOLAVORO ‘BLACKKKLANSMAN’,
UN FILM “DEDICATO” ALL’AMERICA DI TRUMP MA NON SOLO: «GRAN BRETAGNA, FRANCIA, ITA-
LIA, GERMANIA. LA CRESCITA DEI GRUPPI FASCISTI, NON È SOLO UN FENOMENO AMERICANO».
INTERVISTA Quando lo incontriamo nel suo ufficio, Lee
non è così incendiario. Circondato dai me-
morabilia dei suoi film e non solo, tra cui un
poster francese di Fronte del porto autogra-
fato due volte da Elia Kazan, riflette sulla sua
carriera e spiega perché, in un momento
politico che sembra più complicato che mai,
vorrebbe che a parlare fosse la sua arte.
La prima lettura che viene automatico dare
al film è che non parli solo di suprematismo
bianco, ma del silenzio bianco.
Volevamo solo dire le cose come stanno. Do-
veva essere un film storico, ma che riuscisse
a commentare quello che sta succedendo
oggi, con questo tizio alla Casa Bianca. Tutta
le vicende legate all’inno durante le partite
NFL, il muro, i “messicani stupratori”… roba
da pazzi. Un anno vissuto pericolosamente,
ecco cosa sta succedendo. E poi ho visto la
valigetta.
►Ti hanno detto che qualcuno teneva i co-
dici nucleari lontani dal presidente Trump?
Mi dicevano che aveva un codice finto.
Come quando ti danno il numero di telefono
sbagliato apposta… Ovviamente questo è
quello che mi auguro.
Jordan Peele e il suo team sono venuti da te
con lo script per BlacKkKlansman.
►Cosa mancava a quel copione secondo te?
Comprarono i diritti del libro di Ron Stal-
lworth, ma sentivano che mancava un po’ di
pepe. Quello ce l’ho messo io. Sono grato
per questa opportunità, perché non avevo
mai sentito parlare di Stallworth prima. Non
conoscevo la sua storia. La gente dice che è
troppo incredibile per essere vera. Ed è que-
sto che la rende bellissima.
John David Washington, che interpreta Stal-
lworth, è il figlio di Denzel. Vedi qualcosa di
suo padre in lui?
John David è incredibile in questo film. “La
mela non cade mai lontano dall’albero”, c’è
un motivo per cui la gente usa questo detto.
Lui è il primo figlio di Denzel, ed è un grosso
fardello da portare. Ho un rapporto speciale
con quel ragazzo, il suo primo film è stato
Malcolm X. Avete presente la fine, quando
i bambini dicono “My name is Malcolm X”?
Lui è uno di quei bambini.
Aveva sei anni forse.
►Cannes quest’anno è stata un’esperien-
za diversa rispetto a quando sei andato
con Fa’ la cosa giusta. Stai finalmente tro-
vando il tuo posto nel mondo?
Penso che il tempo sia stato clemente con
Fa’ la cosa giusta. La gente si dimentica in
fretta: a suo tempo non era nemmeno sta-
to nominato come miglior film agli Oscar.
Quell’anno vinse A spasso con Daisy. Chi lo
guarda più?
Mi ricordo di aver visto una foto con il pre-
mio in mano. Sembravi orgoglioso come
mai prima.
Perché non hai visto quando mi hanno dato
l’Oscar (ad honorem nel 2016, ndt). Ero fe-
lice per tutte le persone coinvolte nel film.
La famiglia, gli attori, tutto. È stato un mo-
mento molto bello. E la standing ovation
alla fine? Surreale. Oltre 10 minuti. Come
regista, sai che reazione vorresti dal pubbli-
co. Tutti ora amano Crooklyn, ma non fece-
ro altrettanto quando uscì. Bamboozled, He
Got Game, posso continuare… Ho fatto film
che sono diventati di successo. Ma è diverso
avere successo quando escono.
►Rifletti mai sull’effetto che la tua opera
ha avuto sulle persone?
Non proprio. Mi ricordo la prima proiezione
di She’s Gotta Have It a Los Angeles. Dopo
il film un giovane regista di nome John Sin-
gleton venne da me e mi disse «farò dei film
proprio come te». E lo fece.
Cinque anni dopo, con Boyz N the Hood.
È qualcosa di cui sono consapevole, ma non
ci penso spesso. Sono troppo concentrato
su fare quello che devo. A Cannes, Cate
Blanchett, che era presidente della giuria, ha
detto che BlacKkKlansman è “fondamental-
mente un film su una crisi americana”.
Ma vedi, ecco il punto. Penso che sia una
grande attrice, le ho detto che vorrei lavo-
rare con lei dopo il festival. Ma la questione
che non ha visto, e che gli altri giurati non
hanno visto – e non lo dico perché non ho
vinto la Palma d’Oro – è che non è soltanto
un film sugli Stati Uniti. Questa situazione
è dovunque in Europa: in Gran Bretagna,
Francia, Italia, Germania. Vorrei che la gente
lo capisse. La crescita della destra, dei grup-
pi fascisti, non è solo un fenomeno ameri-
cano. E in ogni caso voglio ancora lavorare
con te, Cate! Non incazzarti!
►BlacKkKlansman si conclude con le
immagini dalle rivolte di Charlottesvil-
le dell’agosto 2017, il momento in cui i
suprematisti bianchi investirono i mani-
festanti, uccidendo una donna di nome
Heather Heyer. Perché hai deciso di usare
quel girato?
Abbiamo iniziato le riprese a settembre.
Quando sono successi i fatti di Charlottesvil-
le, sapevo che sarebbe stato il finale del film.
Ho dovuto chiedere il permesso alla signora
Susan Bro, la madre di Heather Heyer. È una
donna che ha visto la figlia morire in un atto
di terrorismo americano, gente che mangia
gli hot dog, le torte di mele… La signora Bro
non ha più una figlia, perché un terrorista
americano ha investito la folla con un’auto.
Ma la gente che vedrà quel finale, sono cer-
to, sarà, come dire, molto tranquilla. Anche
perché ascolterà Prince cantare uno spiritual
“negro”, Mary Don’t You Weep. Hai sentito
la canzone?
►Sei evidentemente scontento delle dire-
zione in cui sta andando l’America. Uno
degli obiettivi del tuo lavoro è mostrare i
nostri errori per fare in modo che possia-
mo migliorare?
Sto tornando a dire a tutti Wake up. È sta-
to il motto di molti dei miei film. Wake up.
Svegliatevi. State attenti. Non cedete agli
imbrogli, ai sotterfugi, e non cercateli a vo-
stra volta. Fate in modo che questi siano i
vostri migliori anni su questo pianeta, non
cedete all’odio e a tutte queste cazzate che
si sentono in giro.
LUCA
GUADAGNINO
L’INTERVISTAdi Barbara Alberti
In attesa che Suspiria arrivi nelle sale, il più internazionale dei nostri registi racconta a un’amica
pezzi di vita, l’infanzia in Africa, la disciplina e l’odio per il patriarcato mandato gambe all’aria dal
MeToo, in nome delle donne “che sono tutto, e non puoi metterle in uno scaffale”
INTERVISTA
M
a quanto è bello Luca Guadagnino!
Grande, con un barbone amiche-
vole (non di quelli che pizzicano),
gli occhi splendenti da pazzo felice. Genio
e benevolenza. Mette di buonumore, ha il
pollice verde con le persone e le cose. È se-
rio, è giocoso, un risolino candido e demo-
niaco che gli spunta sempre. Guadagnino
è nutriente. Regista e cuoco, alimenta con
l’immaginazione e il cibo, ma non è di quei
cuochi molesti che mentre mangi stanno lì
avidi di elogi, e ti mandano il boccone di
traverso. La casa, anche questa che è prov-
visoria, è una casa di Guadagnino: finestre,
luce, alberi, musica, persone sparse nelle
stanze che lavorano, alle pareti immagini
e programmi. Comunione e letizia. Difet-
ti? Nessuno. Cioè tanti, e tutti irresistibili.
Se continuo con le lodi di Guadagnino mi
sa che lo rendo antipatico, ma è noto che i
suoi film Io sono l’amore, The bigger splash,
Chiamami col tuo nome sono successi mon-
diali, e la critica ha riconosciuto in lui un ma-
estro. Dopo Chiamami col tuo nome, Oscar
per la sceneggiatura, uscirà a gennaio 2019
nei cinema il travolgente Suspiria presenta-
to a Venezia, con un linguaggio poetico che
affonda nella storia del cinema, e non s’era
mai visto prima.
Prossimo progetto, ha rivelato al New Yor-
ker, un film ispirato all’album di Bob Dylan
Blood on the tracks. Cos’è il nuovo? È l’an-
tico, il dono della bellezza e l’occhio per ve-
derla. Realismo inventato, tutto è un sogno.
Il sogno del cinema. Il sogno di un bambino
africano.
►Ci racconta la sua infanzia in Etiopia?
È stata una consapevolezza di dopo, allora
ero troppo piccolo per capire che stavo in
Etiopia. Capii dopo, una volta tornati a Pa-
lermo, cos’avevo perso lasciandola. La mia
famiglia si trasferì lì quando io avevo un
mese. E ho vissuto un’infanzia speciale,
così diversa dall’immaginario degli amici
che ho poi avuto in Italia. Su Tatà, la tarta-
ruga, ci andavo a cavallo e il mondo cam-
minava lento attorno a noi. La capra An-
gelina, il serpente mansueto, il falco che
mi rubò la merenda e altri incantamenti,
come la preparazione del caffè. Sette volte
si fa bollire, sette volte si beve, e il volto
di Adanesh, la bambinaia con gli orecchini
d’oro risplende sopra la fiamma. Un gior-
no ho visto la cagna che allattava i picco-
li, e mi sono messo a succhiare il latte coi
cuccioli. Nessuno se ne accorse. Le paure
erano la mia vita segreta. Le paure erano
bellissime. Poi la storia ha fatto irruzione, il
colpo di Stato detronizzò Hailé Selassiè, e
il generale Menghistu instaurò la dittatu-
ra. Gli stranieri dovettero andarsene, por-
tandosi via l’ultima traccia del crudele e
straccione colonialismo italiano degli anni
‘30. Noi facevamo parte di una comunità
di italiani che in sordina credeva ancora al
dominio sull’Africano. Lì è nato il mio sen-
timento del cinema. Il cinema dell’orrore è
uno dei luoghi più importanti nel mio im-
maginario, forse già da quegli scheletrini.
A parte le suggestioni fortissime che ti of-
fre vedere da bambino Lawrence d’Arabia,
la luce etiope e i misteri hanno contribuito
all’idea del racconto per immagini che è di-
ventato la mia vita.
►Il piccolo Guadagnino sognava
il cinema?
No, faceva il cinema. Io vedo e proietto.
Ogni regista che ha realizzato film, ne ha
fatti molti di più nella sua testa, non meno
importanti di quelli veri. Da poco ho sogna-
to un film di cui ho dimenticato i dettagli,
bellissimo, il migliore che avrei mai potuto
fare. Però era lì, nel sogno.
Aveva già amore per la cucina?
Sì, forte come quello per il cinema. E anche
lì si affacciava il mistero. I miei giocattoli era-
no i pentolini. Un giorno li misi a cuocere
sulla stufa, e andai nell’orto a prendere le
verdure. Torno, e i pentolini erano scom-
parsi. Ci sarà forse stata una mano umana,
ma nessuno confessò, e per me restò una
magìa.
►Lei come si tratta?
Spero di non trattarmi con indulgenza. E di
non offrirmi meno piaceri di quelli che vor-
rei darmi. Io credo nella joie de vivre, come
direbbe Bertolucci, ma alla fine tutta questa
gioia non me la concedo, perché pretendo
da me e dagli altri una totale concentra-
zione, dedizione, focus, che col piacere ha
poco a che fare, ma ne ha col produrre un
oggetto di piacere per gli altri.
►Nel fare un film qual è il momento più
bello?
Con tutta l’ansia che comporta, quando lo
mostri al pubblico: passi il testimone, la tra-
smissione del piacere.
Più bello di quando le viene l’idea?
Io non credo nell’idea. Credo nel metodo,
nella disciplina, nella ricerca.
“Prossimo progetto?
un film ispirato
all’album di Bob
Dylan Blood on the
tracks”
LA
PARANZADEI
BAMBINI
Vincere il premio alla sceneggiatura per La
paranza dei bambini per Roberto Saviano è
“qualcosa di emozionante, strano, interes-
sante, inaspettato. È un momento compli-
cato per l’Italia e l’Europa e un film come
il nostro, senza attori professionisti, che
racconta la ferita di un paese, non credevo
potesse avere l’incredibile accoglienza che
L’INTERVISTA A
ROBERTO SAVIANO
a cura di Federico Mauro
INTERVISTA
.DAL 13
FEBBRAIO
AL CINEMA
ha avuto. Stasera artisti di tutto il mondo ci
hanno detto di essersi identificati nel film e
nei ragazzi”.
► Che viaggio è stato dal libro al film?
“Dopo due libri sulla Paranza, e la mia espe-
rienza di sceneggiatore con Gomorra - con
Braucci vincemmo il Gran Prix a Cannes -
passando per la serie sono arrivato ormai a
sentire la sceneggiatura come un ruolo ge-
mello al mio scrivere libri. Probabilmente la
scrittura seriale e quella del film mi stanno
permettendo di non sentire la sceneggia-
tura come un lavoro altro rispetto a quello
dello scrittore”.
► Cosa ha imparato da sceneggiatore?
“Che devi andare sul dialogato e sulle im-
magini, non puoi teorizzare e analizzare. In
questo mi ha aiutato tutto l’armamentario del-
le inchieste giudiziarie, intercettazioni e mate-
riali sono stati fondamentali per i dialoghi dei
ragazzini. Abbiamo anche cambiato la sce-
neggiatura rispetto agli attori. Sono loro che
hanno plasmato l’argilla della storia, in genere
avviene il contrario. Ma le mie sceneggiature
sono porose come spugne, pronte ad assorbi-
re e cambiarsi a seconda degli attori”.
Sul palco ha dedicato il premio alle ong.
“Alle ong che salvano le vite in mare, ai
maestri di strada che salvano le vite degli
ultimi nei quartieri popolari. Sono una for-
ma di resistenza dove ormai la bugia è un
programma sistematico del governo. Ho
voluto dedicare il premio alle parti più uma-
ne dle nostro paese. La nostra costituzione
si fonda sull’umanità e sulla solidarietà che
oggi sono invece percepite come furbate e
buonismo. Come se un gesto di solidarietà
nascondesse necessariamente un imbroglio
e invece cinismo e violenza sono percepiti
come sentimenti autentici e coraggiosi”.
►L’arte e la cultura italiana riescono ad
avere quel dialogo con l’Europa e il mon-
do che manca alla politica?
“Assolutamente sì, il riconoscimento che ci
viene dato è alla cultura italiana, ed è bello
sentirsi rappresentanti di questo. Una cul-
tura che parla a una grande comunità: non
siamo isolati. L’unico modo per proteggere
le frontiere è mischiarle. Dietro il palco con i
premiati di ogni nazione.
►Alla Berlinale è stato accolto con gran-
de calore.
“Sì, la Germania ha molto a cuore il racconto
del nostro Paese e segue da sempre la mia
battaglia. Mi sono sentito accolto. È un pre-
mio alla forza che devo trovare per raccon-
tare tutto questo. Ed è il contrario di quello
di cui vengo sempre accusato in Italia. A
nessuno qui è venuto in mente di dire che
La paranza dei bambini può condizionare in
negativo ragazzini o diffamare il nostro pae-
se. Si comprende che, al contrario, è un grido
di dolore, un film che Claudio Giovannesi ha
costruito con poesia, restituendo un’immagi-
ne di disperazione ma anche di una umanità
che poteva e può essere salvata”.
► Quali sono state le domande più fre-
quenti alla Berlinale?
“Non riuscivano a credere che i ragazzini
non fossero attori professionisti. E mi chie-
devano sempre come sia possibile che io
continui ad andare avanti con tutto l’odio
che ricevo. Resto in piedi con la forza della
parola, la mia ossessione religiosa, che sta-
volta si è unita all’immagine”.
David
Lynch
la logica dei sogni e l’importanza di
immaginare
Di Kory Grow
A
bbiamo intervistato il regista di ‘Twin
Peaks’ in occasione del Festival of
Disruption, iniziativa della sua fonda-
zione per diffondere la meditazione trascen-
dentale: «Gli esseri umani amano viaggiare
verso l’ignoto»
mo», dice David Lynch nel backstage del
Brooklyn Steel. Sta pensando a tutto quel-
lo che ha visto durante la prima edizione
newyorkese del Festival of Disruption; è fer-
mo su una sedia pieghevole, e per parlarmi
si piega in avanti nel suo classico abito scu-
ro. I capelli, un perfetto caos asimmetrico.
Sembra in sintonia con la serata, e guarda
dritto negli occhi il suo interlocutore.
Pochi minuti prima era impegnato in un talk
per presentare la sua quasi-autobiografia
Room to Dream e il suo corto What Did Jack
Do?, girato nel 2014. Il suo sorriso tradisce
l’orgoglio che prova per il successo del we-
ekend appena trascorso.
La due giorni del festival ha portato sul
palco Animal Collective, Flying Lotus, Jim
James e Angel Olsen, insieme a una pro-
iezione di Velluto Blu e conferenze con gli
attori con cui ha lavorato per decenni: Kyle
MacLachlan, Isabella Rossellini e Naomi
Watts. L’evento, che tornerà a Los Angeles
il prossimo ottobre, è una raccolta fondi del-
la David Lynch Foundation, organizzazione
impegnata per aiutare popolazioni a rischio
attraverso la meditazione trascendentale.
«Innanzitutto mi auguro che la gente si di-
verta un po’», dice il regista, «e magari si in-
«Gli
esseri
umani
amano
viag-
giare
verso
l’igno-
to»
formi a proposito dei benefici derivanti dalla
pratica della meditazione trascendentale».
►Hai proiettato Velluto Blu e
Psychogenic Fugue, un corto di Sandro
Miller in cui John Malkovich interpreta
molti dei tuoi personaggi. Sapevi che vo-
leva il ruolo di Frank Booth, al posto di
Dennis Hopper?
Oh, non lo sapevo. Sarebbe stata una scel-
ta interessante, ma Dennis Hopper era nato
per quel ruolo. Non ci sono discussioni.
Quindi non hai dovuto dirigerlo granché
Dennis disse una grande verità. Mi chiamò al
telefono: «Io devo interpretare Frank Booth
perché sono Frank Booth». Come sempre,
buone e cattive notizie allo stesso tempo.
Vi sarete divertiti un mondo sul set
È stato fantastico bella Rossellini ha detto
che in una scena tagliata di Velluto Blu il suo
personaggio, Dorothy, indossa scarpe rosse.
Volevi citare Il mago di Oz?
Sì, era quella l’idea. Non so perché, è un
film così magico. C’è qualcosa di speciale in
quella pellicola.
INTERVISTA
►Ha per caso a che vedere con i sogni?
Non saprei definirlo con certezza, ma sicura-
mente ha a che vedere con la frase: “There’s
no place like home”.
►Che ruolo hanno i sogni nelle tue idee?
Non granché, solo quelli a occhi aperti. Non
mi è capitato spesso di trovare idee in quelli
notturni, ma amo la logica dei sogni. E il ci-
nema può mostrarla.
Velluto Blu è un buon esempio?
No. Quello che voglio dire è che il cinema
può esprimere concetti astratti. Può dire
cose per cui non ci sono parole. A volte, se
sono fortunato, questo tipo di idee arriva
nel bel mezzo della storia – idee difficili da
esprimere a parole. Non devono necessaria-
mente rispecchiare questa o quell’emozio-
ne, sono idee astratte che possono essere
tristi come altro. Il linguaggio del cinema ha
questo potere, può essere astratto e ovvia-
mente anche molto concreto.
►Ti sei mai chiesto cosa succede a Do-
rothy dopo l’ultima scena di Velluto Blu?
No, per me la fine è proprio quella (ride). I
finali devono lasciare spazio ai sogni, ed è
per questo che il mio libro si intitola Room
to Dream. Quello che hai appena detto è
una gentilezza, proprio così. Il cinema ti per-
mette di immaginare il futuro della sua vita,
e ognuno può farlo a modo suo.
ww.youtube.com</a> oppure attiva Java-
Script se è disabilitato nel browser.</div></
div>
L’hai fatto tu stesso per Twin Peaks: The Re-
turn.
►Come ti senti ora che è tutto finito?
Mi sento bene.
►Ti piacerebbe continuare?
Non parlo di queste cose.
►Stai lavorando a un nuovo film?
Sto lavorando ai miei quadri.
►Guardando Velluto Blu ho notato che
nel tuo cinema ci sono spesso inquadratu-
re di strade, spesso di notte. Perché?
Viaggiare verso l’ignoto è una particolarità
degli esseri umani, un’esperienza spavento-
sa, eccitante e piena di speranza. Ci sono
molte ragioni diverse.
►Tornando a Twin Peaks: come ci si sente
sul set della Loggia Nera?
Io la chiamo “Red Room”. E quella sala è
una sorta di giuntura. Può farmi sentire mol-
to bene, o non così bene.
Ha un’aria stranamente confortevole
Sì, quelle sedie non sono male (ride).
►Il festival è pieno di bella musica. Cosa
ascolti di recente?
Sinceramente… solo Junior Kimbrough, lo
ascolto di continuo (ride)
►C’è un suo album che ti piace partico-
larmente?
Ho una canzone preferita, All Night Long.
È su YouTube. Mi piace quell’atmosfera, il
modo in cui canta. C’è della verità.
www.youtube.com</a> oppure attiva Java-
Script se è disabilitato nel browser.</div></
div>
Ricordo un’intervista degli anni ‘90 in cui di-
chiarasti che ti piaceva suonare heavy metal
(Ride) Mi piace il blues. Suono la chitarra a
modo mio, al contrario e sottosopra. Uno
dei miei figli è fissato con il metal.
E c’è anche in Cuore Selvaggio e Lost Hi-
ghway
Assolutamente, i Rammstein. La troupe era
fissata con i Rammstein. In Cuore Selvaggio
invece ci sono i Powermad, poi Elvis e Gene
Vincent e tanta altra musica diversa. E natu-
ralmente Angelo Badalamenti.
►Durante il tuo intervento al festival hai
imposto di spegnere i telefoni. Cosa pensi
del mondo di oggi, dominato dagli smar-
tphone, dove tutti possono riprendere
tutto e fare i registi?
È ok. È bello documentare gli eventi. Ho
chiesto di spegnere i telefoni solo per la
proiezione del film. Non è una bella cosa ri-
prendere un film con l’iPhone e metterlo su
Internet. La qualità sarebbe pessima, pessi-
mo suono e pessime immagini. E poi è un
furto. Non è una bella cosa.
►Hai parlato delle tue passioni televisi-
ve: programmi di macchine e serie crime.
Cosa ti piace in particolare?
Investigation Discovery, e cose del genere.
È incredibile cosa riesca a fare la gente.
►Che cosa c’è di speciale in Kyle MacLa-
chlan? L’hai scritturato come detective
ben due volte, in Velluto Blu e Twin Peaks
Il detective di Velluto Blu, Jeffrey Beaumont,
è una sorta di “giovane Agente Cooper”.
Ma io dico sempre: tutti sono detective.
Tutti notano i particolari. Siamo sempre alla
ricerca di indizi per scoprire quello che ci
sta accadendo. È più difficile in quest’epo-
ca, perché ci sono molti disturbi e la gente
ha meno tempo per stare con se stessa. Il
mistero è sempre stato importante per me,
perché gli esseri umani vogliono conoscere
la verità.
Forse è per questo che dici di osservare la
quotidianità e immaginare…
Sì, è il flusso delle mie idee. Puoi chiamar-
la immaginazione, cioè idee in movimento.
Osservi qualcosa e da quel qualcosa comin-
ciano a sgorgare idee. Le idee sono tutto.
Mahershala Ali
INTERVISTA
nato come
Mahershalalhashbaz Gilmore
Oakland (USA), 16 .02.1974
è una sacerdotessa, mio padre era un balle-
rino. Credimi, due persone così non posso-
no stare insieme».
Mahershala Ali in ‘True Detective 3’, su
Sky Atlantic in contemporanea con gli
USA lunedì 14 gennaio (alle 3 di mattina)
e doppiato in italiano lunedì 21 gennaio.
Credit: Warrick Page/HBO.
Quando Ali ha tre anni suo padre Philip Gil-
more vince 2.500 dollari ad un concorso di
ballo di Soul Train e va a New York per studia-
re al Dance Theater di Harlem e lavorare nei
musical. Appare in una produzione di Broa-
dway di Dreamgirls e anche in una scena di
Malcolm X. Ali va a trovarlo una volta all’an-
no, ma non è mai abbastanza. Sua madre si è
risposata e si guadagna da vivere facendo la
parrucchiera. I rapporti non sono ottimi: a 16
anni Ali va a vivere con i nonni, e non la vede
per 15 anni (oggi si sono riavvicinati).
Negli anni del liceo Ali è una promessa del
basket. Guida la sua squadra fino al campio-
nato statale e gioca anche con la futura star
dell’NBA Jason Kidd, eppure non si sente a
posto con sé stesso. Passa l’adolescenza triste
e solo, senza trovare la sua vera identità. Nel
1994 suo padre muore dopo una lunga malat-
tia. Non è mai riuscito a vederlo recitare, ma
sapeva che aveva iniziato: «Credo fosse con-
tento» dice Ali, «Per la prima volta avevamo
un terreno comune. Lui non era interessato
agli sport, ma capiva la recitazione».
Qualche anno fa ha ritrovato una vecchia
cartolina di suo padre. Una foto per le agen-
zie di casting, con lui a torso nudo in pa-
lestra: «Indossava dei bellissimi pantaloni di
velluto o scamosciati, e aveva il viso rivol-
to verso l’alto, era grandioso» racconta Ali,
«Dietro c’era scritto: “Hey Ma. Ci sto ancora
provando”». Erano passati 20 anni dalla sua
morte, «Ma quella foto mi ha colpito. Per la
maggior parte dei genitori la vita ruota in-
torno ai figli, io invece per lui ero in secon-
do piano. Ripensandoci però credo di aver
avuto da lui tutto quello che potevo avere.
Non ho nessun risentimento. Ha fatto di più
lasciandomi per provare a diventare qualcu-
no che restando con me. In un certo senso è
come se io avessi raccolto il suo testimone».
Viggo Mortensen e Mahershala Ali in
‘Green Book’, in uscita il 31 gennaio.
S
to solo cercando il mio equilibrio,
dice Mahershala Ali nel parcheggio
del Griffith Observatory di Los Ange-
les. «Sto imparando a gestire le proposte
in modo da fare solo cose che abbiano un
significato. E poi c’è la famiglia, le esigenze
di mia moglie e di mia figlia. E devo trovare
un po’ di tempo per me. Sono sempre stato
un tipo solitario. La mia teoria è: se fai le
cose una alla volta le farai tutte bene. Cre-
do che esista una specie di spazio magico
in cui ogni singolo elemento della tua vita si
sostiene e si alimenta a vicenda, fino a mi-
gliorarla nel suo insieme. Ogni tanto penso:
ok, ci sto arrivando»
Ha parlato per cinque minuti solo per ri-
spondere alla mia prima domanda: «Come
va?». Mahershala Ali, 44 anni, è un uomo
profondo, riflessivo e molto comunicativo.
Lo ha dimostrato nel 2016 in Moonlight nel
ruolo di uno spacciatore sensibile che gli è
valso un Oscar e anche nel suo discorso ai
SAG Awards, a 48 ore di distanza dal “travel
ban” con cui Trump ha bloccato l’ingresso
negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da sei
paesi considerati nemici. È salito sul palco
indossando uno smoking bianco immacola-
to che faceva risaltare ancora di più la sua
pelle nera e ha dichiarato fieramente di es-
sere musulmano.
«È un illuminato» dice Peter Farrelly, regi-
sta del suo ultimo film Green Book, «Ha un
grande cuore e uno spirito positivo, è una
di quelle persone che sei felice di avere ac-
canto». Ali è in cerca del suo equilibrio forse
perché ha lavorato per un anno intero senza
mai fermarsi. Dopo Green Book, probabile
candidato all’Oscar, ha avuto solo sette gior-
ni di pausa prima di iniziare i sette mesi di
riprese della terza stagione di True Detecti-
ve. Nel frattempo vive con la moglie Amatus
Karim-Ali in una casa che è «pronta al 75 per
cento» con una figlia di 20 mesi: «Diciamo
che sono piuttosto impegnato».
Il suo nome completo, che ha cambiato
dopo la conversione all’Islam nel 2000 è
Mahershalalhashbaz. È tratto da una profe-
zia biblica e vuole dire una cosa tipo: “Af-
frettatevi a spartirvi il bottino”. Eppure Ali
ha dovuto aspettare 40 anni per trovare un
bottino. È nato a Oakland (il suo vero nome
è Mahershala Gilmore) da due genitori gio-
vanissimi: sua madre aveva 16 anni, suo pa-
dre 17. Si sono separati presto. «Mia madre
Dopo quasi 20 anni di lotte a Hollywood, il premio Oscar, in tv con ‘True
Detective 3’ e presto al cinema con ‘Green Book’, ha scommesso tutto per
diventare ‘attore protagonista’.
Lo incontro ancora al Saint Mary’s College,
la scuola cattolica alla periferia di Oakland
in cui si è diplomato nel 1996. È qui per una
proiezione di Green Book e una raccolta
fondi per borse di studio. Molti dei vincitori,
come lui, sono i primi della loro famiglia ad
andare al college. Ali racconta la sua storia:
«Credeteci o no ho fatto il mio primo corso
di recitazione solo perché non volevo fare
il secondo semestre di spagnolo». Ali è ar-
rivato al Saint Mary’s grazie a una borsa di
studio per il basket: «La sensazione è sgra-
devole, ti senti un prodotto usa e getta. Tut-
ti noi ragazzi neri ci sentivamo traditi». Una
professoressa di teatro, Rebecca Engle, lo
vede parlare ad un incontro sulla diversità
e lo incoraggia a iscriversi al suo corso. Ali
accetta perché pensa di ottenere voti mi-
gliori con il teatro che con lo spagnolo: «Mi
ha dato “B”» dice ridendo, «Mi dà fastidio
ancora oggi». Scopre la passione per la re-
citazione, si iscrive alla New York University
e tre anni dopo ha la sua prima occasione
in una produzione di The Great White Hope
nel ruolo che originariamente era di James
Earl Jones. Una recensione del New York
Times lo definisce “emozionante”, Variety
scrive: «Un talento enorme». Pensa di aver
trovato la sua strada, ma quello rimane il suo
unico ruolo da protagonista per i successivi
18 anni. All’inizio fa delle buone audizioni:
per Antwone Fisher (come protagonista) e
per Ali nel ruolo di Budini Brown che poi è
andato a Jamie Foxx. «E poi non è successo
più niente. Avevo energia, sentivo di avere
il talento ma non ho avuto occasioni. È stato
deprimente».
Vive in un appartamento in subaffitto a Bro-
oklyn con il tetto mezzo crollato e senza te-
levisione, e sopravvive mangiando fiocchi
d’avena e confezioni precotte di zuppe di
noodles. Quando torna a casa per il giorno
del Ringraziamento, il proprietario di casa
cambia la serratura e butta tutte le sue cose
nella spazzatura. Decide di non tornare più a
New York e si trasferisce a Los Angeles dove
ottiene solo ruoli da non protagonista.
La svolta arriva nel 2013 quando interpre-
ta un lobbista in House of Cards, ma anche
così fa fatica. «Kevin Spacey guadagnava un
milione di dollari ad episodio, io 25.000»
dice Ali, «Dopo aver pagato le tasse, gli
agenti, gli avvocati e i manager te ne riman-
gono circa 8 e non puoi fare altro per alme-
no quattro mesi. Se vuoi comprare una casa,
avere dei figli e pagare il debito scolastico
devi salire di livello». La cosa peggiore è l’in-
soddisfazione a livello artistico: «Mi offriva-
no due o tre scene al massimo». È convinto
di essere destinato a qualcosa di grande: w
racconta. Alla fine chiede di lasciare House
of Cards: «Credo di averli sorpresi, nessuno
lascia una serie di successo. Ma io sapevo
di essere un attore protagonista». Lo stesso
anno viene scelto per Moonlight.
Il suo ultimo film, Green Book, racconta la
storia vera di Don Shirley, un virtuoso pianista
che parte per un tour nel Sud degli Stati Uni-
ti nel 1962 e per proteggersi arruola come
autista un duro del Bronx, Tony Lip (Viggo
Mortensen). È un road movie con molte la-
crime, risate, stereotipi sfatati e razzisti che
ricevono la punizione che si meritano, il tipo
di film positivo che il pubblico e l’Academy
adorano. Ali però ha insistito perché non fos-
se il solito film su un bianco che aiuta un nero
a sconfiggere il razzismo.«Abbiamo analizza-
to la sceneggiatura riga per riga» racconta il
regista. «Per me la cosa essenziale era che
Don non sembrasse poco emancipato» dice
Ali «Ne abbiano visti tanti di film così, giusto?
Siamo nel 2018, il pubblico ormai è insoffe-
rente: “Parli di diritti civili e razzismo e ti fai
accompagnare da un bianco?”».
Per prepararsi alla parte ha studiato pia-
noforte (anche se ammette che nel film c’è
qualche trucco digitale) ma soprattutto ha
cercato la chiave per rendere credibile e ac-
cessibile a tutti il suo talento così eccentrico,
iper eloquente e tormentato. «Il personag-
gio di Don si muove in punta di fioretto, col-
pisce con finezza» dice Ali, «È l’opposto di
Wayne di True Detective. Lui usa la spada».
“Wayne Hays è un detective della polizia
dell’Arkansas che ha indagato sulla scom-
parsa di due bambini nel 1980 e decenni
dopo è un uomo ormai vecchio e ancora
ossessionato dal caso”.
Ali ha dovuto interpretare tre età differenti:
«È stato intenso, ma lo rifarei. Mi ha mes-
so alla prova». I produttori lo hanno scelto
dopo l’Oscar, e lui ha accettato anche per
rendere omaggio a suo nonno, Willie Goi-
nes, ex poliziotto negli anni ’60. Ha anche
firmato un accordo con HBO per produrre
e recitare in altre serie. Non vuole svela-
re quali per non farsi rubare le idee. «True
Detective è esattamente quello che volevo
fare, non era solo la migliore tra le proposte
disponibili». Nella casa che sta ristrutturan-
do ha lasciato lo spazio per la sede della sua
casa di produzione, la Know Wonder. Pro-
babilmente ci metterà anche l’Oscar, se rie-
sce a trovarlo: «È in una scatola da qualche
parte». Riceve un messaggio da sua moglie,
un’artista che ha conosciuto alla NYU negli
anni ’90 (è figlia di un imam, ed è stata lei a
fargli conoscere l’Islam).
«Anche quando giocavo a
basket gli allenatori mi mette-
vano in un ruolo che non era
il mio»
Un film duro, un personaggio
“orribile”…
Ho avuto molti dubbi. Lo script era uno
dei più interessanti che mi fossero capi-
tati. Ma non ero convinto del ruolo da
interpretare. Ma c’era Lars Von Trier che
ammiro e con il quale volevo lavorare. È
stato lui il motivo per cui ho accettato.
Glielo hai detto?
Quando ci siamo incontrati mi è piaciuto
subito. Mi ha detto che si sarebbe preso
tutte le responsabilità, come fa sempre.
Ho accettato, ma non ero sicuro di riuscir-
ci. Mi sono accorto che stavo giudicando
il personaggio, istintivamente. Ero il pri-
mo ad essere spaventato dalle sue azioni.
Quelle che io dovevo compiere.
Non vi siete preoccupati che tanta vio-
lenza potesse urtare il pubblico?
Jack è uno psicopatico. Ne abbiamo par-
lato molto con Lars, prima di girare. Jack
è in realtà sia molte cose. Lo vediamo nel
suo trasformarsi nel corso del film.
Nei cinema italiani esce una versione
“allegerita” rispetto a quella passata a
Cannes 2018. Eppure è stata vietata ai
minori di 18 anni.
Ci sono diverse versioni del film, tutte rea-
lizzate da Lars ovviamente. Sono state eli-
minate le parti più esplicite. Alcune scene
abbiano trasmesso ansia anche a me. Ma
basta accendere la tv per vedere di quali
brutalità siano capaci gli uomini.
Lars voleva che lo spettatore fosse colpi-
to da certe scene. La violenza deve esse-
re disturbante. Il film divide, è vero, ma va
giudicato “a freddo”. Deve essere digerito,
deve sedimentare. E visto fino alla fine. I
film vanno giudicati solo alla fine. Soprat-
tutto quelli di Von Trier, che ha un umori-
smo nero che non tutti riescono a cogliere.
Un personaggio che potrebbe affascina-
re quindi: lo ha vissuto così?
Non è stato facile. Ci ho lavorato in modo
da “aggiungere sottraendo”. È un uomo
senza coscienza e privo di empatia, per cui
ho dovuto spegnere alcune parti di me. Eli-
minarle, come se non ci fossero. Ho dovuto
impormelo. Ed è stata la sfida più grande.
Non abbiamo mai fatto prove. In questo
modo come attore abbandoni ogni idea
preconcetta sul personaggio. Vivi il mo-
mento. Hai la libertà di sbagliare. Devi
prenderti dei rischi, per poter fare qualcosa
di profondo. È fondamentale a livello crea-
tivo e professionale.
Certo, devi fidarti completamente del
regista…
E così è stato. Questo è stato un film davve-
ro unico, a suo modo. Ero curioso di affron-
tare uno psicopatico serial killer e per farlo
Matt
Dillon L’intervista
Ieri il giubbotto di I ragazzi della 56ma strada. Oggi l’impermeabile del serial killer di La casa di Jack di Lars Von Trier (nei cinema
dopo il passaggio all’ultimo Festival di Cannes, Matt Dillon ha ancora i capelli nerissimi e gli occhi scurissimi dell’ It Boy Anni 80.
All’epoca, c’erano lui sulla moto del ribelle on the road (per Francis Ford Coppola e Gus Van Saint).
Una decina di anni fa, la prima svolta dark. Anche se col lato pericoloso della vita aveva sempre “giocato”. Matt Dillon sfiorava
l’Oscar per il suo ruolo nell’inquietante e controverso “Crash – Contatto fisico”. Oggi è andato oltre.
Il film di Lars Von Trier è ancora più difficile da digerire, come il suo regista.
Matt Dillon è un serial killer. Lo accompagniamo, insieme al suo ‘Virgilio’ Bruno Ganz (da poco scomparso), nella ricostruzione dei
momenti salienti della sua “carriera” e nella conseguente discesa agli inferi.
Sullo schermo inanella nefandezze. Poi lo incontri, e… A 55 anni Matthew Raymond Dillon è ormai un tipo tranquillo, senza ansie
professionali o personali. Grazie anche alla relazione con Roberta Mastromichele, che dura dal 2014 e al fianco della quale ha sfidato
l’inverno romano.
«La mia è una bella vita», dice. Noi restiamo in attesa che le voci di matrimonio si concretizzino e il desiderio di un figlio si realizzi.
Potremmo anche incontrarlo in uno dei mercatini che dice di amare alla follia. «Cerco vinili e abiti vintage. Mi piacciono perché mi
ricordano un’altra generazione»
ho fatto molte ricerche, anche online. Esiste
un libro che si chiama 50 serial killer di cui
non avete mai sentito parlare: solo che sono
200 e non 50! Significa che la parte malva-
gia della natura umana c’è, esiste. Lars mi ha
confessato che questo è il personaggio che
sentiva più vicino. A parte l’aspetto violento,
ovviamente: lui non uccide la gente…
C’è molto Lars Von Trier nel film,
insomma?
C’è molta della sua ossessione per la religio-
ne. Soprattutto nel desiderio di Jack di esse-
re fermato, e di salvarsi. Per me la violenza
vera è quella che ci circonda. Sono le tra-
gedie alle quali non prestiamo attenzione,
come i bombardamenti in Siria. Nel nostreo
film c’è una forte componente metaforica.
C’è un lungo dialogo con Verge, che è
un po’ Virgilio e un po’ Caronte. L’ultima
straordinaria interpretazione di Bruno
Ganz. Che ricordo ne hai?
Mi è dispiaciuto molto sapere della sua mor-
te. Credo di esser stato davvero molto fortu-
nato di aver potuto lavorare con lui. È stato
un fantastico attore. Me ne innamorai a 17
anni. Vedendo il suo giocatore di scacchi in
Nero e bianco come giorno e notte.
Un giorno Lars mi ha mandato un sms con la
foto di Bruno e scritto solo “Verge!”, niente
altro. L’aveva preso. Sono stato molto felice.
Finite le riprese sono andato in Danimarca,
per registrare le parti di dialogo con Ganz.
Lars insisteva che io vedessi il film con loro.
Io ero terrorizzato. Alla fine non ho potuto
per altri impegni. Qualche giorno dopo ho
incontrato Bruno a Roma e gli ho chiesto
cosa ne pensasse. Mi ha detto solo: “È una
delle cose più interessanti che abbia mai vi-
sto, e tu sarai orgoglioso della tua prova”.
Alla fine, posso dirmi davvero contento di
aver accettato. Per i rischi corsi, per l’espe-
rienza fatta e per il legame che ho avuto an-
che con lui. Non è stato facile, ma sono con-
tento. E il film mi è piaciuto molto. Quando
l’ho detto a Lars è rimasto talmente colpito
che ho avuto paura che stravolgesse tutto!
Lui è fatto così: non ama che alla gente piac-
cia quello che fa.
“La mia è una bella vita”
INTERVISTA
Videodrome magazine
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Videodrome magazine

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    SOMMARIO COVER _07 La postadei lettori _08 La sfida dello streaming _10 cover review - Climax IN STREAMING _16 Cam _18 Black mirror - Bandersnatch _20 Le terrificanti avventure di Sabrina _22 Sulla mia pelle _26 Humanity e After life _29 Narcos - mexico _30 Roma _32 The Ted Bundy tapes _34 La ballata di Buster Scruggs _38 Sex education IN USCITA _42 Creed 2 _44 La casa di jack _47 Zombie contro zombie _48 Revenge _49 Unsane _50 Bajo la rosa _51 Bohemian Rapsody _52 Il gioco delle coppie _54 La favorita _55 Lontano da qui _56 The void _57 Lord of chaos _58 Les garcons sauvages _60 Mandy _62 Dogman _63 La terra dell’abbastanza INTERVISTE _66 Spike lee _68 Luca Guadagnino _70 Roberto Saviano _72 David lynch _76 Mahershala Ali _80 Matt Dillon Ciao Videodrome :) è di questi giorni il “clamore mediatico” che ha suscitato l'evento del Gruppo Cultura di Arcigay, all’interno del Progetto Pluriuniverso in Piazza, tenutosi lo scorso giovedì, dove la Drag Queen “Fata Ar- cobaleno” ha letto a bambini e relative famiglie, storie contro i pre- giudizi di genere; e proprio durante le letture non è stato piacevole sentir porre domande stupidotte da parte di alcuni adulti, riguardo all'avere o meno “tettine” o “pisellino”! Mette molta tristezza l'apprendere che nel 2019 vi siano persone che, prive di qualsivoglia volontà di approfondimento, ancora non siano a conoscenza del fatto che una Drag Queen non sia un tran- sessuale, bensì sia semplicemente un uomo, non per forza omoses- suale, che si diletta in show, cabaret e balli indossando vistosi abiti ed esagerati trucchi femminili. Tanti personaggi famosi nella storia del cinema e della tv hanno provato questa “trasformazione”, otte- nendo anche un successo incredibile: ricordiamo ad esempio Robin Williams in Mrs Doubtfire, Patrick Swayze in Wong Foo, fino all’or- mai famosissima Drag Queen Americana RuPaul, ed è di quest’ul- timo personaggio l’affermazione: “Io non faccio finta di essere una donna! Quante donne conoscete che riescono a camminare e bal- lare su un tacco 12, indossare parrucche alte un metro e venti con vestiti aderentissimi? Io non faccio finta di essere una donna, io sono una Drag Queen!" Ci si chiede, quindi, come sia possibile che un artista, semplice- mente truccato e vestito con costumi di scena, spaventi a tal punto da indurre le persone ad interessarsi alle sue “parti intime”, dato che, se questo ragazzo fosse stato travestito da qualsiasi altra cosa come ad esempio un clown, nessuno si sarebbe posto il problema del possesso di organi maschili o femminili, ma avrebbero tutti riso grazie al classico naso rosso, alle smorfie e alle battute esilaranti. La lodevole iniziativa del Progetto Pluriuniverso in Piazza, nata con lo scopo di educare alle differenze ed alla tolleranza, tramite colo- ri, storie, allegria e risate, è stata purtroppo sporcata da domande inopportune e becere, le quali trasmettono e pongono solo limiti nelle menti dei bambini, che, per nostra fortuna, non hanno alcun timore né pregiudizio nei confronti del prossimo... dovremmo impa- rare molto di più da loro. Sono membro di uno staff che fa serate Drag Queen già da diverso tempo sul territorio ravennate il “So Confussa Staff” ed è bellissimo far divertire un pubblico che va dal bambino di 3 anni alla nonna di 90, per tanto sono a lanciare un appello pubblico affinché si vada più spesso a questo tipo di spettacoli cabaret: potreste accorgervi di spassarvela davvero senza aver modificato di una virgola il vostro orientamento sessuale e sapete perchè? Perchè a noi del vostro orientamento sessuale, nonché dei vostri organi riproduttivi, non ci interessa nulla. Dennis Casano LAPO- STADEI LETTORI
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    Nuove tecnologie eacquisti in mobilità nel futuro dei cinema. I cinema, tuttavia, non stanno a guardare. Dalla costruzione di sale dotate di effetti speciali e sedili che si muovono in contemporanea con quello che viene proiettato sullo schermo, alla realizzazione di schermi curvi con immagini tridimensionali, alla nascita di vere e proprie sale virtuali in cui guardare il film e contemporaneamente chattare con altri spettatori, allo sviluppo di un sistema di prevendi- te in mobilità da smartphone, che consenta di attirare gli spettatori puntando sulla variabilità del prezzo (prima prenoti, meno paghi) e la scelta del posto a sedere come già avviene sugli aerei, fino all’introduzione della realtà virtuale per film a 360°, il cinema del futuro sarà probabilmente molto diverso da quello a cui siamo stati abituati fin da piccoli.   Non è solo una questione di tecnologia. Già oggi in alcuni impor- tanti cinema americani vengono proiettate serie televisive, come Game of Thrones, e non dovrebbe trascorrere ancora troppo tempo prima che vengano proiettati perfino  performance teatrali, sportive, o tornei di eSports.   In un mondo in cui la parola “intrattenimento” ha assunto significati diversi da persona a persona, il ruolo del cinema del futuro potreb- be essere sia quello di selezionare le produzioni di maggior qualità che passano prima in tv e in Rete, sia quello di aggregare in uno stesso luogo di incontro, dibattito e visione collettiva gli appartenenti di una stessa comunità, dispersa per ogni dove ma connessa grazie agli smartphone e ai social media. “La sfida dello streaming, e delle nuove forme di intrattenimento” In questo senso, la riapertura del cinema di Amatrice, in grado di rimettere insieme davanti a uno schermo i membri di una comunità dispersa dal terremoto, potrebbe già oggi rappresentare una picco- la anticipazione del futuro che ci aspetta. Lo streaming E’ opinione comune che lo streaming stia uccidendo la sala e la fru- izione del cinema sul grande schermo. Ci riferiamo ovviamente allo streaming / download legale, perché quello illegale non si limita a uccidere un solo tipo di fruizione, ma va a minare la produzione de- gli stessi contenuti. Un sondaggio pubblicato su Variety ed eseguito su un campione di 2.500 Americani, ad opera della Ernst & Young’s Quantitative Economics and Statistics, delinea un quadro tuttavia diverso e relativamente più ottimistico. L’indagine è stata commis- sionata dalla National Association of Theater Owners, l’unione degli esercenti americani di sale cinematografiche. L’80% di questo cam- pione ha visto almeno un film al cinema nell’ultimo anno. In poche parole: chi ama l’audiovisivo fruisce di una gran quantità di contenuti in parallelo, sia a casa in streaming sia in sala. Nello specifico, chi ha visto in un anno 9 o più lungometraggi in sala, ha totalizzato una media di 11 ore di contenuti in streaming casalinghi settimanali. Al contrario, chi è andato al cinema una o due volte, si assesta sulle 7 ore di streaming settimanale. Altri dati interessanti riguardano le fasce d’età: i ragazzini dai 13 ai 17 anni totalizzano 7.3 film all’anno in sala e 9.2 ore di streaming settimanale, risultando la categoria in assoluto più attiva. Gli impe- gni lavorativi o familiari pesano evidentemente invece sulla fascia 18-37, che scende a 6 film all’anno al cinema ma si assesta su uno Giuliano ferrara Articolo
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    C oncentrandosi sull’analisi diun mi- crocosmo asfissiante, circoscritto dai muri divisori di una scuola di danza abbandonata ed isolata dal resto del mon- do, il regista argentino riduce all’osso la trama, concentrandosi unicamente sul reso- conto di una notte di feste e di follia, dan- do vita ad una narrazione sospesa, che po- trebbe apparire del tutto priva di riferimenti spazio-temporali; una narrazione in cui con- fluiscono riferimenti e omaggi espliciti alle personalità e alle pellicole – tra le quali ven- gono citate esplicitamente Un Chien Anda- lou (1929) di Luis Buñuel, Possession (1981) di Andrzej Żuławski, Salò o Le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pier Paolo Pasolini, La maman et la putain (1973) di Jean Eusta- che– che più hanno ispirato la realizzazione di questo lavoro. Trovando la sua essenza nell’espediente narrativo della ripetizione e dell’esaspera- zione, la narrazione condotta porta alla cre- azione di un horror psicologico presentato nella sua forma più pura, depurato dall’ar- tificiosità della finzione e decontaminato dalla rigidità soffocante delle convenzioni del genere. Gaspar Noé trascina ed im- merge il proprio pubblico all’interno di un incubo febbrile, ambientato in una dimen- ILMI- GLIOR FILMDEL 2018? sione dalle sembianze oniriche, in un’atmo- sfera surreale che – offuscata dall’ebbrezza e dalle sostanze stupefacenti – si presenta come uno sfondo allucinato davanti al quale i personaggi si aggirano con inquietudine, assenti, completamente fagocitati dalle allu- cinazioni della droga. Perdendosi nell’evanescenza di un’illusio- ne da lei generata, la razionalità oscilla tra immaginazione e realtà, incapace di di- stinguere il presente dall’assente, il visibile dall’invisibile, intrappolata in una pericolosa confusione che la conduce irrimediabilmen- te all’autodistruzione. L’allucinazione inglo- ba la psiche del personaggio, la digerisce e la trasforma, degradandola. L’individuo che apparentemente le fa da padrone, infine, soccombe. Alienati a semplici spettatori, i protagonisti si limitano ad osservare il loro agire, impo- tenti e incapaci di imporsi sul fato. Profon- damente attratti dal fantasma della morte, le vittime diventano contemporaneamen- te padroni e schiavi delle visioni generate dall’oscurità della loro mente, smarriti nella dannazione e costretti ad assistere alla re- altà in un modo distaccato, come se si trat- tasse di un mondo mai conosciuto, fittizio, costruito da zero: un videogioco. Se –come disse Bataille– il marchese de Sade si era essenzialmente appellato al co- siddetto «linguaggio della vittima» e Ma- soch a quello «del carnefice», in Climax si ricorre ad un’operazione di unificazione e di totale sintesi tra i due registri sopracita- ti: sfumando impercettibilmente, i confini dell’oppresso si confondono con quelli del suo oppressore. La psiche della perseguita- to si identifica, trasformandosi, in quella di colui che perseguita, scambiandosi, confon- dendosi, capovolgendo il consueto rappor- to gerarchico, dominato dalla supremazia del carnefice sulla vittima, subordinata, op- pressa, annientata. La morale di Gaspar Noé è fondata sulla più profonda solitudine, declinata visivamente nella ripetuta adozione di primissimi pia- ni –dove lo sfondo è spesso fuori fuoco–, il cui principale scopo è quelo di isolare l’in- dividuo, evidenziandone l’isolamento e l’e- marginazione. La natura ci fa nascere soli; non esistono rapporti di nessun tipo tra un uomo e l’altro; le catene delle convenzioni sociali vengono distrutte: viene eliminato ogni legame amoroso, un figlio viene ucciso –indirettamente– dalla madre, un fratello in- trattiene un rapporto sessuale con la sorella. Mani che si intrecciano, creando figure sug- gestive celanti le più svariate illusioni parei- dolitiche. Piedi che battono con forza sul terreno, che accarezzano la fredda super- ficie del pavimento. Corpi che si sfiorano. Corpi che ballano, sinuosi. Fulcro dell’inte- ro cortometraggio, la danza si trasforma in proiezione della bestialità che caratterizza intimamente l’essere umano; in rappresen- tazione luciferina del proprio subconscio, irrequieto e incapace di trovare –e mante- nere– l’equilibrio; in veicolo dello spirito dionisiaco, dell’intimo e lo spirituale; in tra- duzione corporea del proprio male psichico; in “un grido di liberazione di un cuore di- sperato avvolto nelle tenebre”. Rifiutando totalmente il dialogo, la poten- za evocativa dell’immagine –strumento di comunicazione per eccellenza– sostitui- sce, quindi, una verbosità completamente ripudiata, incapace di raccontare e di em- patizzare con lo spettatore: simbolo della primitività che è celata nella psiche di ogni individuo, la danza –in perfetta simbiosi con la musica e il montaggio– diventa ossessiva, frenetica e con un ritmo oltre i limiti dell’os- sessività e muta nel prolungamento e nel potenziamento delle emozioni, pure e distil- late, che emergono dalla narrazione, defini- ta da un’intensità descrittiva raramente vista prima d’ora. Gaspar Noé non si posiziona mai troppo vi- cino. Lontano dall’ossessività del voyeurismo che, da sempre, ha caratterizzato la filmogra- fia del regista argentino, Climax trova la pro- pria peculiarità in un’inabituale –eppure na- turale– compostezza osservatrice: tra lo lente della macchina da presa e i personaggi c’è sempre una distanza ben consapevole. Il caos si amplifica, condizionando anche lo spettatore che assiste a Climax: il pubblico perde ogni coordinata temporale e spazia- le, entrando a sua volta in una dimensione diversa, dominata dalla presenza asfissiante di tante, troppe figure che —fisicamente di- stinguibili, ma prive di un’identità precisa— si sovrappongono, confondendosi all’inter- no della mente dell’osservatore. il pubblico perde ogni coordinata temporale e spaziale,
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    L a giovane Alice,per guadagnare soldi nel modo più semplice e rapido possi- bile, ha scelto di diventare una cam-girl. La ragazza è iscritta a un sito nel quale gli utenti possono comunicare con lei in diretta tramite una chat e, nel tentativo di scalare la classifica (sia per l’orgoglio, sia per il denaro), inizia a compiere gesta sempre più estreme, inclusi dei falsi suicidi. L’obiettivo di Alice è raggiungere il cin- quantesimo posto, posizione fino ad ora mai superata, mentre nella sua vita privata ha deciso di tenere all’oscuro amici e parenti, evitando anche qualsiasi tipo di contatto con gli internauti, con cui tiene anche costose vi- deochiamate private a pagamento. In Cam, la Nostra scopre un giorno che il suo profilo è stato hackerato e che una sua esatta replica sta tenendo nuovi show in di- retta: impossibilitata a rientrare in possesso del suo account, Alice inizia a essere sempre più spaventata dal procedere degli eventi e, mentre il suo clone sta salendo sempre di più in classifica, si attiva per scoprire chi possa esserci dietro a questo inquietante furto di dati e ai video con la fotocopia di se stessa. IL TERRORE CORRE SULLA RETE Può sembrare un horror/thriller come tanti altri, semplice nell’impianto base e indiriz- zato a un pubblico perlopiù giovane, ma Cam nasconde in realtà diversi significati all’interno della sua essenziale costruzione narrativa, lanciando un messaggio ambiguo nei confronti della dipendenza da internet e della sempre più esasperante evoluzio- ne tecnologica. Tornano alla mente echi di Black Mirror nella ricerca della protagonista di scalare a tutti i costi la classifica, e non è un caso che più si renda protagonista di gesta estreme e sadomaso, più scali le po- sizioni, amara constatazione di un pubblico pagante ormai ossessionato dalla violenza e dalla crudeltà, che ben rispecchia il voyeuri- smo contemporaneo. ALICE, CAM-GIRL SU UN PO- POLARE SITO ONLINE, SI VEDE RUBARE IL PROPRIO ACCOUNT PER ESSERE SOSTITUITA DA UN’ESATTA REPLICA DI SE STESSA. STREAMING Daniel Goldhaber E se l’inizio, con i crudi messaggi in chat room, fa sospettare una forte dose di violen- za a venire, l’operazione si instrada invece su altre vie psicologiche, guardando anche ad alcune opere lynchiane nella gestione del personaggio di Alice e nel dipanarsi di questo enigma apparentemente inspiegabi- le, inserendo false piste e mantenendo una voluta chiave metaforica nella definitiva riso- luzione, lasciata in un limbo di ipotesi tutte potenzialmente plausibili, con un finale che riapre potenzialmente il cerchio in maniera più necessaria che catartica. Web-horror Cam, prodotto dalla sempre prolifica Blum Productions e acquisito in esclusiva da Netflix come produzione originale, dimostra di conoscere i gusti degli spettatori attuali e sfrutta al meglio il mondo delle videochat erotiche, imbastendo un sottotesto horror/ mystery in una messa in scena pop e colo- rata, ben presto scossa da una tensione pal- pabile che raggiunge alti picchi emotivi in più di un’occasione: quando la madre, alla festa di compleanno, viene a conoscenza del lavoro di Alice, l’atmosfera diventa op- primente e inquieta al punto giusto. Non mancano neppure riusciti picchi di ironia cri- tica nei confronti di uno dei tanti lati oscuri del web, e di come vendere il proprio corpo o la propria immagine sia ormai una consue- tudine per ragazze in cerca di denaro facile. Certo la sceneggiatura è scossa da qualche forzatura, e il mancato intervento delle for- ze dell’ordine risulta dichiaratamente poco verosimile, ma i novanta minuti di visione utilizzano la narrazione in una chiave me- taforica, tirando in mezzo il tema del dop- pelgänger, gli recenti sviluppi delle app di riconoscimento facciale e delle intelligenze artificiali, e affidando al gusto e al raziocinio di chi guarda il compito di selezionare una personale soluzione alla reale evoluzione filmica. L’esordiente regista Daniel Goldhaber ge- stisce magistralmente il ritmo, scampando i tempi morti e occupando al meglio la logi- stica ambientale di computer e affini (la resa dei conti finale, attraverso un geniale gioco specchiato, è da applausi), e la protagonista Madeline Brewer (vista nelle serie cult Oran- ge Is the New Black e The Handmaid’s Tale) è abilissima nello sfumare una figura a forte rischio caricaturale. Madeline Brewer Dal 13.12.18
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    BANDERSNATCHS ugar Puff oFrosted Flakes? È la scelta tra due tipi di cereali la prima che ci si trova davanti in Bandersnatch, in so- stanza un film di Black Mirror, arrivato all’ini- zio del week end su Netflix. È una decisione innocua, in realtà: un ragazzo ossessionato dai video-game di nome Stefan (Fionn Whi- tehead, già visto in Dunkirk) si sveglia una mattina di luglio del 1984, scende le scale e si unisce al padre (Craig Parkinson) per fare colazione. Il giovane poi proporrà alla Tuckersoft, la compagnia in cui lavora il suo eroe, il ragazzo-prodigio Colin Ritman (Will La serie tv sci-fi inglese sul lato oscuro della tecnologia e Netflix offrono un’ esperienza interattiva dove devi scegliere tutto, anche che tipo di cereali mangia il protagonista. La domanda è: perché? Com’è ‘Black Mirror: Bandersnatch’? Una delusione STREAMING David Slade David Slade Poulter), una nuova idea per un gioco basa- to sul suo romanzo fantascientifico preferito, Bandersnatch; come il materiale di partenza, il gioco consente più trame e soluzioni. E proprio come l’uomo dietro questo libro, lo scrittore scomparso Jerome F. Davies – che non somiglia a nessun autore reale con una passione per le narrazioni complesse e gli al- lucinogeni, no no… – Stefan potrebbe diven- tare pazzo imbarcandosi in questa avventura. Prima, però, il nostro eroe deve scegliere cosa mangiare. Suo padre gli offre due op- zioni: Sugar Puffs o Frosted Flakes. E nella parte inferiore dello schermo vengono vi- sualizzate le due possibilità. Sì, dovete deci- dere cosa mangia Stefan. Avete 10 secondi. Il protagonista sceglierà Honey Monster o Tony the Tiger? Dai, cliccate su uno dei due. Smettetela di perdere tempo. Il creatore di Black Mirror Charlie Brooker, la sua socia Annabel Jones, il regista David Slade e, per estensione, Netflix – che ha revisionato la tecnologia per permettere a questo esperimento di avere successo – hanno dato una svolta all’intrattenimento interattivo. Non è la prima narrativa Cho- ose-Your-Own-Adventure che passa dalle pagine dei libri-game allo schermo; non è nemmeno il primo progetto TV nell’ultimo anno a mettere il pubblico alla guida dello storytelling. Ma è probabilmente il tenta- tivo più ambizioso fino ad oggi di rendere mainstream questo concetto, su una piat- taforma così grande e con un nome tanto importante. In un certo senso, è perfetta- mente logico che sia stato il popolare show antologico inglese, lo stesso che avvertiva di come la brillante, nuova tecnologia “ri- voluzionaria” avrebbe potuto non essere la risposta ai nostri problemi (e trasformarsi, infatti, nel precursore di un incubo), ad aver reso possibile tutto ciò. Con l’eccezione di The Good Place, nessun’altra serie TV at- tualmente in circolazione è così perfetta nel guidare i fan su tanti percorsi diversi, timeli- ne parallele e vicoli ciechi frustranti. Che tipo di cereali ingoi Stefan per cola- zione è solo la punta dell’iceberg. La scelta della colonna sonora da walkman – Thomp- Dal 13.01.19
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    son Twins ola compilation NOW – arriva su- bito dopo, e proprio come per il primo bivio, i risultati sono trascurabili. Rispettivamente influenzano che pubblicità Stefan guardi in tv e la risposta a Colin sulle sue preferenze musicali). Ma quasi ogni altra decisione che lui, o meglio noi / voi, prendiate ha conse- guenze gravi. Alcuni dei risultati implicano il venire a patti con un trauma profondo dal passato del protagonista. Altri prevedo- no trip, cospirazioni governative, paranoia estrema, prog-rock, successo, fallimento, suicidio, omicidio, teste decapitate e la ri- sposta al perché una sfera gialla affamata si chiami “Pac-Man”. Ci sono cinque finali. Uno è agrodolce. Un altro implica un affasci- nante fast-forward ai giorni nostri. E un terzo è una meta-conclusione soffocata dall’auto- compiacimento del brand Black Mirror. Arrivare a uno di questi finali comporta un numero infinito di tangenti, deviazioni, per- corsi alternativi e strade laterali chiuse. Se superate il limite di 10 secondi o se non riuscite a decidervi, Netflix sceglie per voi. Occasionalmente, la narrazione consente la correzione della rotta e indirizza gli spettato- ri verso la risposta “giusta” o offre l’opzione “torna indietro”. E dopo aver percorso ogni possibilità e aver affrontato tutte le cinque ore circa di riprese, potreste essere colpiti dai due anni di sforzi necessari per costruire questa replica della narrazione da videogio- co, che è anche una riflessione sul coinvol- gimento del pubblico e una innovazione formale. Oppure potreste fare come noi e ritrovarvi a chiedervi: perché? Perché alla fine di Bandersnatch, dopo tutte le strizzatine d’occhio, gli Easter Egg, le sbir- ciatine e le esplorazioni di ogni angolo, sco- prite che è davvero tutto incentrato sul viag- gio e non sulla destinazione. Il mezzo qui è davvero il messaggio, e se volete unvun messaggio oltre “ora abbiamo la capacità di farlo!”, potete decidere tra “ok, dai” e “non è andata bene”. Sia che consideriate Black Mirror un nuovo Twilight Zone o nient’altro che onanismo da tecnofobia – noi siamo parte del fandom con gli occhi spalancati – la serie di Brooker & C. si è spesso basata sull’immersione nel rovescio della medaglia del progresso 2.0 alimentato da processore Intel. Volete registrare i vostri ricordi? Pre- servare la persona amata tramite una replica robotica? Il vostro posizionamento sociale è determinato dai social media? E per protesta eleggete un personaggio dei cartoni animati computerizzato che spara merda su tutto a vostro rappresentante? Il costo potrebbe es- sere il peggior scenario possibile. Anche le puntate che si distinguono senza morale fa- volistica vi lasciano a mettere in discussione la relazione con le superfici scure e riflettenti su cui si fissa lo sguardo ogni giorno. Belli, brutti o terribili, i migliori episodi di Black Mirror hanno sempre lasciato qualco- sa – segni, a volte ferite, altre cicatrici. L’uni- co pensiero che vi passa per la testa dopo aver terminato Bandersnatch è “Figo … [guarda cos’altro c’è in streaming]”. La sot- tile confine tra follia e genio, o che gli spet- tatori sentano più le azioni quando sono i burattinai (che è discutibile – alza la mano se hai pianto durante un film o un programma televisivo), o che puoi raccontare una storia in mille modi diversi e talvolta il destino ti dà comunque le stesse carte … non hai bi- sogno di un formato Choose-Your-Own-A- dventure per quello. Non hai nemmeno bisogno di un ammonimento sulla natura umana, in cui la tecnologia esagera nello sviluppo della storia. Ma devi comunque raccontare una storia e Bandersnatch inizia e finisce nel racconto. Gli episodi di Black Mirror che spesso nomi- niamo – San Junipero, Black Museum, U.S.S. Callister, e il brillantemente cupo, White Bear, il migliore della serie – continua a mo- strarci nuove letture ogni volta che li guar- diamo. Questo invece ci regala un’esperien- za davvero unica, ma poco a cui aggrapparsi dopo. Non è nemmeno all’altezza della qua- lità fissata dallo stesso show. Qual è il punto di una narrativa interattiva se la storia non è importante? Abbiamo desiderato la morte dell’autore per avere la possibilità di deci- dere inizio, parti centrali e conclusioni come le volevamo. Bandersnatch ci lascia con un sentimento molto in linea con Black Mirror: fai attenzione a ciò che desideri Potreste fare come noi e ritrovarvi a chiedervi: perché? P er metà strega, per metà umana. Al suo sedicesimo compleanno, Sabrina (Kiernan Shipka) deve scegliere tra il mondo delle streghe della sua famiglia e quello umano degli amici. Insieme alle zie (Miranda Otto, Lucy Davis), al gatto Salem e al suo ragazzo Harvey Kinkle (Ross Lynch), Sabrina vivrà nuove e terrificanti avventure nella misteriosa città di Greendale. I produt- tori esecutivi di Riverdale ci regalano un’al- tra inquietante storia. Le terrificanti avven- ture di Sabrina debutta il 26 ottobre. Solo su Netflix. Una trama che prende svolte ag- ghiaccianti e inaspettate In Le terrificanti avventure di Sabrina, la nuova Sabrina, interpretata da una frizzante Kiernan Shipka, condivide con le sue prime versioni solo le zie streghe Hilda e Zelda, un gatto-famiglio di nome Salem, qui non più stregone in forma animale ma goblin al ser- vizio della comunità magica, e il suo essere un’adolescente indipendente e testarda, ca- Leter- rifi- canti avven- turedi Sabrina ratteristiche che il più delle volte la portano a combinare incredibili disastri. Nel caso di questa nuova Sabrina però i guai assumo- no spesso dimensioni apocalittiche ed “in- fernali”: la nostra eroina esorcizza demoni, fa viaggi di andata e ritorno dal mondo dei morti e non disdegna sacrifici umani e ne- gromanzia, tutto questo però sempre nel tentativo di aiutare gli amici e il fidanzato Harvey (Ross Lynch), completamente igna- ri del suo essere una mezza strega. Sabrina cerca per tutto l’arco narrativo della serie di bilanciare il suo essere in parte strega ed in parte umana, opponendosi alla famiglia che vorrebbe farla rinunciare alla sua vita da mortale per dedicarsi completamente alla magia e alla congrega (donando nel frat- tempo l’anima a Satana di cui tutte le stre- ghe sono ferventi accolite). Personaggi diabolicamente affascinanti e una location da brividi Tra tutti i personaggi di Le terrificanti av- venture di Sabrina, quelli che risultano più convincenti, fatta eccezione per Kiernan Shi- pka perfetta nella parte, sono gli adulti. Tra questi spiccano senza dubbio le zie di Sabri- na, divertenti e affascinanti nel loro essere diaboliche e calcolatrici (soprattutto Zelda, interpretata da Miranda Otto) ma profonda- mente affezionate alla nipote, a cui spesso rubano la scena. Il rapporto di amore-odio tra le due è forse una delle dinamiche più interessanti della serie e speriamo venga ulteriormente ap- profondito in una seconda stagione (che è già stata confermata). Il mondo delle streghe e le diverse storyline legate alla congrega risultano decisamente più intriganti rispetto a quello che accade alla Baxter High, la scuola frequentata da Sabrina e dai suoi amici umani: se da una parte stupisce piacevolmente veder affron- tati in modo piuttosto originale temi come il bullismo o l’affermazione della propria ses- sualità, dall’altra lo spazio che gli viene dato è talmente poco da permetterne uno svi- luppo relativamente superficiale. Estrema- mente azzeccate sono invece le atmosfere e le location: la vicenda è ambientata nella fittizia cittadina di Greendale, tetra, grigia e circondata da foreste, contesto ideale per ospitare una congrega di streghe adoratrici del diavolo. La casa delle Spellman è perfet- tamente inquietante nei suoi infiniti corridoi tappezzati di specchi e illuminati da cande- le, al tempo stesso però riesce anche ad es- sere accogliente ed ospitale, un luogo che ci piacerebbe esplorare. Il difetto più evidente della serie Netflix è forse quello di non riuscire a rendere cre- dibile il rapporto tra Sabrina e Harvey: che sia per mancanza di feeling o che semplice- mente sia colpa della sceneggiatura (magari per giustificare più facilmente nuovi interessi amorosi futuri), i due insieme davvero non convincono. Il problema sta però nel fatto che Harvey dovrebbe rappresentare un in- dissolubile legame tra Sabrina e il mondo umano, portandola spesso a rifiutare la sua natura di strega: se l’amore tra i due non è sviluppato in maniera efficace, le scelte di lei, soprattutto verso il finale della stagione, risultano poco sensate. Detto questo però Le terrificanti avventure di Sabrina è, come abbiamo visto nella no- stra recensione, una serie molto ben riuscita, che ci sentiamo senza dubbio di consigliare. Dal 13.01.19
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    STREAMING Diertto da AlessioCremonini interpretato da Alessandro Borghi GLIULTIMISETTEGIORNIDISTEFANOCUCCHI La storia del trentenne ro- mano morto all’ospedale Sandro Pertini il 22 ottobre 2009 mentre si trovava in custodia cautelare. Il film ha ottenuto 9 candidature e vinto 4 David di Donatello, In Italia al Box Office Sulla mia pelle ha incassato 593 mila euro . Dal 20.01.19
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    L ’ultima settimana nellavita di Stefa- no Cucchi è un’odissea fra caserme dei carabinieri e ospedali, un incu- bo in cui un giovane uomo di 31 anni entra sulle sue gambe ed esce come uno straccio sporco abbandonato su un tavolo di marmo. Alessio Cremonini ha scelto di raccontare una delle vicende più discusse dell’Italia contemporanea come una discesa agli inferi cui lo stesso Cucchi ha partecipato con quieta rasse- gnazione, sapendo bene che alzare la voce e raccontare la verità, all’interno di istituzioni talvolta più concentrate sulla propria autodifesa che sulla tutela dei diritti dei cittadini, sarebbe stato inutile e forse anche pericoloso. La sua narrazione è imbavagliata e com- pressa, un po’ perché l’iter legale è tut- tora in corso, un po’ perché questo è un modo efficace per rappresentare il tunnel in cui Cucchi è entrato, le pareti sempre più strette intorno al suo corpo martoriato, fino alla scena in cui la testa di Stefano è letteralmente incastrata fra due supporti che sembrano una morsa, uno strumento di tortura medievale. In- torno a lui si muove un universo mag- matico e incolore fatto di rifiuti e ostru- zionismi, di autorizzazioni non concesse e responsabilità non assunte, di ottusa burocrazia e di ipocrisia travestita da ri- spetto delle regole. Cremonini sceglie di non fare di Cucchi un santino, anzi, ne illustra bene le de- bolezze e le discutibili abitudini di vita. Stefano acconsente alla propria odis- sea perché si vive come una “cosa da posare in un angolo e dimenticare”: e perciò minimizza, non si fa aiutare, non cerca di rendersi simpatico, alle autorità come al pubblico. Ma è proprio sull’a- nello debole della catena che si misura la solidità di un sistema democratico, e giustizia, carcerazione e sanità dovreb- bero comportarsi correttamente a pre- scindere dalla stima che nutrono per i soggetti affidati alla loro tutela. Cremonini sposa il racconto della fa- miglia Cucchi e la loro denuncia di un pestaggio delle forze dell’ordine come causa principale della morte del detenu- to affidato alla loro custodia, e anche se non ci mostra direttamente la violenza ce ne illustra ampiamente le conseguenze. La cronaca di una discesa agli inferi che rivela le storture del nostro sistema democratico. Alessio Cremonini S ette minuti di applausi tributati dalla Sala Darsena del Lido di Venezia han- no restituito il giusto omaggio all’ope- ra di Alessio Cremonini. Non sono bastati, tuttavia, a silenziare le polemiche che gra- vitano attorno a Sulla mia pelle, il film che racconta gli ultimi, drammatici, giorni di vita di Stefano Cucchi e che ha inaugurato la Sezioni Orizzonti della 75esima Mostra del cinema di Venezia appena conclusa. UNA POLEMICA DOPO L’ALTRA VERSO L’USCITA IN SALA Che la pellicola con protagonisti Alessandro Borghi e Jasmine Trinca fosse destinata a far parlar di sé era parso chiaro sin dalle prime immagini del teaser rilasciato da Netflix. Da fine agosto al 12 settembre, tuttavia, data di uscita in sala e sul colosso dello streaming online, i fronti di discussione sono stati mol- teplici, arrivando in alcuni casi, a oscurare le reali intenzioni del regista: ripercorrere il calvario di Stefano sospendendo ogni forma di giudizio. E specificando, come viene pre- cisato alla fine del film, che la storia di Cucchi non è un episodio isolato, ma uno dei tanti casi che si verificano nelle prigioni italiane. Riflessioni che hanno finito con l’essere fa- gocitate dalle numerose querelle che hanno riempito le pagine dei giornali, a cominciare dall’ultima in ordine di tempo, che ha visto contrapporsi le sale cinematografiche alla casa di produzione Lucky Red e al distribu- tore Netflix: motivo del contendere, l’uscita simultanea sul grande schermo e in stre- aming. Una levata di scudi che ha avuto il suo apice nel “boicottaggio” da parte delle associazioni di categoria della pellicola, con- finata in una ristretta lista di sale, numerose della quali dalla capienza ridotta. IL FILM APPENA IN TRE SALE A MILA- NO, A TORINO SOLTANTO IN UNA Negare il ruolo economico e sociale della sala cinematografica, imponendo unilateral- mente le condizioni per le uscite contestuali sala-streaming», recita un comunicato Anec, Anem, Fice e Acec, «vuol dire accettare che i festival e le sale diventino solo un passag- gio tecnico finalizzato esclusivamente alla promozione delle offerte in streaming». Per questo motivo soltanto sei cinema hanno deciso di proiettare il film a Roma, appena tre a Milano e addirittura uno a Torino. NETFLIX NEL MIRINO ANCHE AL FESTI- VAL DI VENEZIA Nel capoluogo piemontese, il gestore dell’Ambrosio Sergio Troiano ha difeso la scelta in un’intervista a La Stampa. «Fosse stato un semplice film d’intrattenimento», ha detto, «avrei senza dubbio sostenuto i miei colleghi di categoria. Ma questo è un caso diverso. È una pellicola necessaria, d’inchiesta, quel tipo di cinema che in pas- sato ci ha resi apprezzati nel mondo. LEPO- LEMI- CHE "L’ultima settimana nella vita di Stefano Cucchi è un’odissea fra caserme dei carabinieri e ospedali L’ultima settimana nella vita di Stefano Cucchi è un’odissea fra caserme dei carabinieri e ospedali".
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    P ochi anni faJerry Lewis ormai novan- tenne aveva fatto scompisciare tutta la sala stampa al Festival di Cannes rispondendo all’ennesima domanda di un giornalista sul suo rapporto con Dean Mar- tin: “Ha saputo che è morto, vero?”. “Se un uomo arriva a farti ridere alle lacrime parlandoti della morte del suo migliore ami- co, è un genio” aveva scritto Alberto Crespi commentando l’episodio. E aveva ragione. Mi è tornato in mente l’altra sera, mentre ri- devo alle lacrime vedendo Humanity, disponi- bile su Netflix dallo scorso 13 marzo, mentre Ricky Gervais stava raccontando del funerale di sua madre. “La comicità serve a questo – conclude Gervais nel suo show – a solle- varci nei momenti peggiori.” Basterebbe questo a farcela tenere nella massima considerazione, e a farci giudicare le battute solo ed esclusivamente da quan- to fanno ridere. Cosa che ormai, in questo mondo stravolto dalla dittatura dei social, non avviene quasi più. Perché nel momento in cui si fa una battuta c’è sempre qualcuno che si sente offeso per i motivi più dispa- rati. E quel qualcuno, come osserva Ricky, magari ha 23 follower. E quindi “I should’ve left it. Avrei dovuto lasciar perdere” ripete lui come un tormentone. E invece, grazie al cielo, non lascia affatto perdere, e inchioda con la logica queste assurdità. Facendoti, nel mentre, ridere come nessun altro. Lo show che Gervais ha portato in giro per il mondo e che ora si ha l’opportunità di ve- dere su Netflix è quanto di meglio si pos- sa trovare in giro per dare voce al proprio bisogno interiore di dire basta alla dittatura degli opinionisti da social network. Gervais sostiene – e sappiamo che ha drammatica- mente ragione – che il mondo dopo aver raggiunto l’apice della civiltà, ora si stia in- volvendo. Colpa dei social media, e del fat- to che grazie ad essi, si sta rendendo lecito opporre dei pareri alla scienza. Le fissazioni sulle allergie alimentari, l’osses- sione per il politically correct, il paradosso dei social media, fanno sì che ognuno pren- da sul personale le opinioni espresse, e si senta autorizzato a contestarle anche quan- do si basano su dei fatti. “E’ come – spiega Gervais – se ci fosse un car- tellone con la pubblicità di un corso di chitarra a Times Square e uno telefonasse infuriato “Non lo voglio fare il corso di chitarra”. Oltre alla satira sociale, nello show c’è molto di più. E c’è tutta l’umanità di Gervais, che si racconta come mai prima d’ora. L’infanzia povera, i fratelli, la vita da comico squattri- nato fino ai 40 e poi la ricchezza, gli agi, e la facilità con cui si diventa viziati. E ancora la vecchiaia, i problemi di peso, l’immanca- bile fidanzata Jane, vittima preferita dei suoi scherzi su Instagram e le cause che più gli stanno a cuore, come quelle contro il mal- trattamento degli animali. E anche se non sono noti i dati di ascolti, c’è anche una buo- na notizia: la reazione del pubblico che nel mondo sta assistendo al suo show grazie a Netflix. Valanghe di messaggi riconoscenti all’autore, che si dichiara “sopraffatto” dalle testimonianze di affetto e gratitudine. E det- to da lui fa un certo effetto HUMANITY-RICKYGERVAIS Gervais è nato a Reading, nel Berkshire, il 25.6.1961 da padre franco-canadese immigrato nel Regno Unito durante la secon- da guerra mondiale, e da madre britannica. Inizia la sua carriera come cantante nel gruppo new wave Seona Dancing con il quale raggiunge una discreta popolarità all’inizio degli anni ottanta, prose- gue diventando speaker alla radio e partecipando a diversi program- mi televisivi comici. Il successo arriva nel 2001 con la serie tele- visiva della BBC The Office, della quale è anche autore, interpretan- do il ruolo di David Brent. STREAMING A fter Life è una serie televisiva britan- nica distribuita da Netflix a partire dall’8 marzo. La serie è diretta, scritta e prodotta da Ricky Gervais e la prima sta- gione è composta da sei episodi. After Life racconta la storia di Tony, interpretato dallo stesso Gervais, un uomo di mezza età che lavora in un giornale locale. Tony sta attra- versando un periodo molto difficile della sua vita perché ha subito una perdita straziante: sua moglie Lisa è morta di cancro. La cop- pia non aveva figli e di conseguenza Tony è rimasto solo nella loro casa, a fargli compa- gnia c’è solo il suo cane. L’uomo non riesce a superare questa perdita e cade in depres- sione, tenta persino il suicidio ma il pensiero che nessuno si occuperà poi del suo cane lo blocca. Trascorre le sue giornate guar- dando video sul computer di sua moglie e rimpiangendo il passato e i momenti felici. Decide da quel momento che la vita non ha più senso, e non ha più senso impegnarsi per qualcosa, essere gentili, essere felici. Man mano che i giorni trascorrono il nostro protagonista diventa sempre più cinico, non AFETRLIFE: LA NUOVA SERIE NETFLIX DI RICKY GERVAIS Dal 20.01.19
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    gli importa diferire le persone perché lui sta soffrendo, e non riesce a sostenere tutto quel dolore.Ricky Gervais compie un eccel- so lavoro di scrittura. Tutte le vicende di After Life ruotano intor- no a Tony, che ci fa conoscere così numerosi personaggi ben caratterizzati. E così avre- mo i colleghi di Tony al lavoro, tutti un po’ particolari; le sue amicizie un po’ discutibili: con un tossico che distribuisce i giornali, con una prostituta, o ancora con il postino, con il suo psicologo, con una signora che incon- tra spesso al cimitero, con l’infermiera che si occupa di suo padre in una casa di riposo. Tony cerca aiuto, cerca un confronto, cerca di capire perché sta provando tutto quel do- lore e se finirà mai, ma sembra non trovare una motivazione per andare avanti. Il lavoro di Gervais funziona perché riesce a stabilire un delicato equilibrio tra le vicende dram- matiche e il cinismo che fa sorridere amara- mente, qualità che emerge anche nei suoi spettacoli di stand-up comedy. La domanda di Tony è semplice: che senso ha continuare a vivere quando si perde la persona più importante? Tutte le sue giornate sembrano uguali, sen- za senso. Il dramma di Tony sembra esse- re senza fine, e così facendo non si rende conto di come sono preoccupate le persone intorno a lui, in particolare il fratello di sua moglie, che è anche il suo capo, che cerca in tutti i modi di stimolarlo, senza nessun risul- tato. Nemmeno la terapia sembra aiutarlo, il suo psicologo sembra non capire nulla di ciò che dice, ma come in tutte le storie, ad un certo punto avviene la svolta. Tony a poco a poco si rende conto che si può andare avanti comprendendo una lezione di vita importan- te: non si vive solo per se stessi, essere felici è importante ma arricchisce di più rendere felici gli altri. Così After Life mostra Tony che esce dal suo dolore personale e si accorge che anche le persone intorno a lui affronta- no problemi, interessandosi agli altri. E sono i rapporti umani che lo salvano, che riescono ad alleggerire un poco quel dolore così stra- ziante. Tony si rende anche conto di quanto è stato cattivo, di quanto è stato male. After Life è una serie che dimostra che a vol- te la semplicità è un valore aggiunto. La regia di Gervais è essenziale, valorizza in questo modo i dialoghi scritti egregiamente e che conducono spesso a situazioni assur- de. Il cast è composto da volti non molto noti, ma tutto ciò non importa: il risultato finale è ottimo. In chiusura, After Life è una serie da consigliare? Assolutamente sì. Per- ché a differenza di alcune serie After Life fa una cosa rara: arricchisce lo spettatore. Il lavoro di Gervais funziona perché riesce a stabilire un delicato equilibrio tra le vicende drammatiche e il cinismo che fa sorridere amaramente. L o sguardo dubbioso e iracondo dell’a- gente Peña non lasciava spazio a frain- tendimenti: il Messico sarebbe stata la nuova meta della titanica guerra contro il narcotraffico. Quello che non ci saremmo aspettati e che, in definitiva, è il più grande colpo di scena che una serie basata su fatti reali possa mettere in piedi, è la scelta di tornare indietro, di ricominciare da zero, a quando nulla era ancora accaduto. Quella disponibile dal 16 novembre non può es- sere compiutamente considerata come la quarta stagione di Narcos, ma nemmeno come un reboot, ed è molto brutto anche chiamarlo spin-off. È piuttosto un racconto parallelo, sempre di narcotrafficanti, che si sviluppa lungo un binario autonomo ma inesorabilmente intrecciato con le prime tre stagioni. Non è un sottoprodotto, anzi, ha esattamente la stessa dignità e qualità delle stagioni precedenti, solo che non è ambien- tato in Colombia, ma in Messico. Diciamo quindi che Narcos: Messico è il primo atto di un nuovo volume del grande romanzo cri- minale che Netflix ha sempre sfoggiato, a ragione, tra le sue punte di diamante. Dicevamo del salto indietro nel tempo. Sia- mo nei primi anni ‘80: il narcotraffico non ha ancora raggiunto i volumi di traffico a cui siamo tristemente abituati, è rozzo, disorga- nizzato, selvaggio. Soprattutto in Messico, dove innumerevoli famiglie si dividono le varie plaze, zone di produzione e distribu- zione della marijuana. Dal caos emerge la sottile figura di Miguel Ángel Félix Gallardo (Diego Luna), che da apparentemente inno- cuo poliziotto corrotto dell’ostica regione di Sinaloa intraprende un’insperata scalata al potere, riunendo sotto il suo comando tutte le principali piazze del narcotraffico messicano in una confederazione narcos inarrestabile. El flaco, il secco, si trasforma prepotentemente in El padrino. Per il resto è sempre il solito ottimo Nar- cos, diviso tra una rivisitata ma funzionale ricostruzione storica e ambientale, e le im- magini di repertorio, con voci fuori campo e una sequela di convincenti comprimari che tratteggiano molto bene i due fronti. Su tutti spicca Tenoch Huerta, la cui inter- pretazione di Rafael Caro Quintero, pedina fondamentale per l’ascesa di Félix Gallardo, è sfaccettata e piena di vita. Tecnicamente ineccepibile, ha una parabola narrativa più ritmata, più incentrata su eventi cardine che si susseguono, nel corso degli anni, allen- tando la presa su quelli che sono i piccoli momenti di normalità che nella serie origi- nale hanno costruito un alone di umanità intorno al Pablo Escobar di Wagner Moura. Se da un lato questa scelta rende il tutto più divertente, enfatizzando l’azione e la tensio- ne, tutto diventa alle volte fin troppo sbri- gativo, banalizzando e semplificando alcune linee del racconto per procedere verso un drammatico finale dove, diversamente dalle altre stagioni, a vincere non è nessuno, se non i poteri più oscuri della politica - quelli che rimangono nell’ombra, muovendo i fili di burattini inconsapevoli, pronti a farsi la guerra senza rendersi conto di quanto sono manovrati. Sono poi gli ultimi secondi a col- locare questa serie in un quadro più grande, a ufficializzarne la natura quasi di prologo per quella che si prospetta un’escalation di violenza. Dal 16 novembre è disponibile su netflix la serie incentrata sulla nascita e l’ascesa del narcotraffico messicano. STREAMING Coralie Fargeat Dal 20.01.19
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    M essico, 1970. Romaè un quartie- re medioborghese di Mexico City che affronta una stagione di gran- de instabilità economico-politica. Cleo è la domestica tuttofare di una famiglia bene- stante che accudisce marito, moglie, nonna, quattro figli e un cane. Cleo è india, mentre la famiglia che l’ha ingaggiata è di discen- denza spagnola e frequenta gringos altolo- cati. I compiti della giovane domestica non finiscono mai, e passano senza soluzione di continuità dal dare il bacio della buonanotte ai bambini al ripulire la cacca del cane dal cortiletto di ingresso della casa: quello in cui il macchinone comprato dal capofamiglia entra a stento, pestando i suddetti escre- menti. Perché nel Messico dei primi anni Settanta tutto coesiste: la nuova ricchezza come la merda degli animali da cortile, il be- nessere ostentato dei padroni e la schiavitù “di nascita” dei nullatenenti. Tutto convive in un sistema contradditorio ma simbiotico in cui le tensioni sociali non tarderanno a farsi sentire, catapultando il recupero delle terre espropriate in cima all’agenda dei po- litici in cerca di consensi. Era dai tempi di Y Tu Mama Tambien che Alfonso Cuaron non girava un film nel suo nativo Messico, e sono trascorsi cinque anni da quando Gravity l’ha definitivamente con- sacrato al gotha hollywoodiano. In un bianco e nero pastoso che mescola ricordi nostalgici e denuncia sociale, con Roma Cuaron torna alle proprie radici e rac- DIRETTO DA ALFONSO CUARON STREAMING Alfonso Cuaron ROMA conta il Messico della sua infanzia, nonché il debito di riconoscenza che tutti i figli della borghesia messicana devono alle tate e alle “sguattere” che li hanno cresciuti con amore e devozione. Roma è il suo film più intensa- mente personale e più provocatoriamente politico, e racconta un intero Paese attraver- so il suo frattale minimo, e il più indifeso. Cleo è un prodigio di efficienza e un conte- nitore di dolcezza senza fondo, cui attingo- no senza vergogna e senza scrupoli coloro che hanno avuto la fortuna di nascere in una classe sociale più elevata, e i cui avi hanno contribuito a depredare le risorse del Paese, che appartenevano - quelle sì per diritto di nascita - alla popolazione indigena. In lei si consuma una quieta implosione, quella di essere umano così stanco di spendersi per gli altri che “fare finta di essere morta” le sembra un gioco sorprendentemente piace- vole. In aggiunta alla sua condizione di india povera, Cleo è donna: e questo la rende il paria della terra, inferiore persino a quegli uomini nullatenenti che le ronzano intor- no, e che imbottigliano energia vitale per la rivoluzione a venire, ma dimenticano la più elementare decenza nei confronti delle proprie compagne. Il ritratto che Cuaron fa di un maschile distruttivo e irresponsabile, contrapposto ad un femminile accuditivo e aperto al cambiamento, collega Roma a Gravity nella convinzione che il futuro sia donna. Dal 20.01.19
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    E gocentrico, narcisista, eloquentee af- fascinante. Questi gli aggettivi che più caratterizzano la personalità di Theo- dore Robert Bundy (11.1946 - 24.1989), se- condo le testimonianze raccolte da Joe Ber- linger nella sua mini serie doc Conversations With A Killer: The Ted Bundy Tapes. Qualifiche che tornano constantemente e sembrano rias- sumerne, per quanto possibile, i tratti più di- stintivi e palesi. Il lavoro di Berlinger si basa principalmente sui dati raccolti dai giornalisti Stephen Mi- chaud e Hugh Aynesworth nel 1980, mentre Bundy era nel braccio della morte. Attraver- so registrazioni audio e video ripercorriamo i momenti salienti che hanno dato vita al “personaggio”, quell’attenzione mediati- ca che gli ha reso la sinistra notorietà che tutt’oggi detiene tra i serial killer più famosi. Abile manipolatore dallo sguardo magne- tico, visceralmente devoto al ruolo dell’uo- mo di successo. Le immagini di repertorio ci mostrano questi elementi, attraenti e terrifi- canti al tempo stesso. In un sistema ancora privo delle tecnologie necessarie non è propriamente nelle evi- denti falle che si concentra lo sgomento ma nell’approccio alla problematica in essere. Il documentario ci mostra infatti la ineluttabi- le trasparenza di un mondo tanto sconvolto quanto acerbo alle realtà più efferate, inca- pace non solo di estirparle ma anche di con- tenerle. Se il primo dei processi cui Bundy fu sottoposto si mostra quasi una farsa dai trat- ti circensi ove l’imputato tiene spettacolo a briglie sciolte, ponendosi come avvocato di se stesso benchè privo di qualifiche, sono le sue fughe dal carcere a destare ulterio- re scalpore. Due tentativi, riuscitissimi con ben pochi problemi, che hanno ampliato lo spettro delle vittime e delle quali Bundy si rese abilmente programmatico tanto da sta- bilirne egli stesso come e quando venir ripe- scato. Il controllo esercitato sul sistema e la sfacciata padronanza della situazione sono caratteristiche che amplificano lo sconcer- to mostrato ponendo ulteriore rilevanza ai connotati mentali dell’uomo in oggetto. Ted Bundy, fino a poco prima della morte mediante sedia elettrica il 24 gennaio 1989, CONVERSATIONSWITHAKILLER: THETEDBUNDYTAPES La scioccante docu-serie netflix sul serial killer Ted Bundy. Le vittime di Bundy accertate sono 35 STREAMING si dichiarò sempre innocente. Poche e fram- mentarie le sue dichiarazioni in merito agli omicidi di cui fu accusato, rilasciate in terza persona come una sorta di profilo analitico del modus operandi del killer. Quella sorta di “entità” (come lui stesso la definiva) che agiva mediante una necessità, un input qua- si demoniaco dettato da un mondo dedito alla pornografia e da questa deviato e in- dotto alla violenza. Le trentasei vittime, tutte giovani donne, furono brutalizzate e uccise, sottoposte a mutilazioni e necrofilia. Ma il giovane e affascinante Theodore, cre- sciuto in una famiglia dai saldi principi mo- rali e cristiani, dedito ad essere vetrina del sogno americano come uomo e professioni- sta, era l’esempio più lontano da quel profi- lo deviato e immondo descritto. Questo do- veva credere il mondo. Una bipolarità la sua tanto folgorante quanto ovvia, conclamata in due frammenti agli antipodi: la normale e doverosa stabilizzazione sociale contro il totale annientamento dell’essere, privo di ogni briciola di empatia. Una convivenza “Non sono un animale, non sono pazzo. Non ho una doppia personalità. Sono solo una persona normale“. Ted Bundy difficile che, in un contesto aperto e viva- ce come quello degli anni ’70, ha trovato il modo di poter liberare i propri impeti, pur brutali che fossero. Attraverso un percorso scandito cronolo- gicamente con attenzione e ampia ricerca, questo documentario targato Netflix rivela il quadro più inquietante non solo di uno dei serial killer più feroci della storia americana ma della stessa società che lo inglobava e che non seppe gestire, dall’inizio all’ignobi- le finale festaiolo, la terribile portata degli eventi ad egli connessi. “Vogliamo poter dire che possiamo identifi- care queste persone pericolose. La cosa ve- ramente spaventosa è che non puoi identifi- carli. La gente non capisce che ci sono degli assassini potenziali tra di loro. Come si po- trebbe vivere in una società dove le persone che ti piacciono, con cui vivi, con cui lavori e che ammiri, potrebbero, il giorno dopo, rivelarsi essere le persone più diaboliche im- maginabili?” Ted Bundy Dal 20.01.19 James Smith
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    I l western tratutti i generi cinematografici è stato per molto tempo considerato quel- lo più in difficoltà, se non proprio moren- te, quasi l’ultima ruota del carro (ironia della sorte) di un mondo del cinema in continuo divenire, dove il fantasy, la fantascienza, il musical, e soprattutto i cinecomics domina- no in modo assoluto. Da questo punto di vista l’antica gloria di Balla coi Lupi è sembrata un episodio isolato, quasi una meteora dentro ad un genere che da lì in poi non è che avesse regalato troppe sod- disfazioni tra critica e soprattutto botteghino. Eppure nell’ultimo decennio il western (o comunque il racconto della frontiera ameri- cana) ha conosciuto una sorta di rinascimen- to, condizionato per carità da un’accresciuto contatto con la sperimentazione, la contami- nazione, ma che hanno trovato in The Reve- nant, True Grit, Cowboys and Aliens, Bone Tomahawk, The Lone Ranger e Rango la pro- va che c’è ancora molto da poter raccontare usando gli orizzonti dell’ovest selvaggio. Ora, da questa Venezia 2018, per la regia dei Fratelli Coen, esce un film western di grande qualità, personale per stile, struttura e finalità, ma di grandissima fattura e capace di soddisfare ad un tempo gli appassionati del genere come i profani: La Ballata di Buster Scruggs. La Ballata di Buster Scruggs – tra mi- niserie e classici italiani Strutturato ad episodi seguendo per stessa ammissione dei due fratelli Coen la struttu- ra dei grandi classici italiani anni sessanta come I Mostri o I Complessi, La Ballata di Buster Scruggs è diviso in ben sei episodi: La Ballata di Buster Scruggs (la prima che dà il titolo all’intero film), Near Algodones, Meal Ticket, All Gold Canyon, The Gal Who Got Rattled e The Mortal Remains. Il tutto con un cast a dir poco stellare com- posto da Tim Blake Nelson, Willy Watson, James Franco, Stephen Root, Liam Nee- son, Tom Waits, Brendan Gleeson, Harry Meeling, Zoe Kazan e Saul Rubenik. I sei episodi affrontano tematiche molto distanti l’una dall’altra, dando un’immagi- ne della frontiera assolutamente diversa da quelle già viste in passato, ironica, dis- sacrante, spietata o poetica a secondo del caso, tanto che si può dire che non vi sia un’episodio che assomiglia all’altro. Tuttavia tutti e sei gli episodi sono accomu- nati dalla primaria finalità di togliere l’alone di mito o di leggenda creato a suo tempo da John Ford o John Sturges attorno al mito del West e dei suoi protagonisti, omaggian- do ed ad un tempo ironizzando all’inizio an- che sull’eredità del western che fu, quello dei tempi di Tom Mix, Gene Autry o Tex Ritter. Ma anche di Enzo Borboni ed il suo Trinità. Tuttavia l’operazione dei Coen è in un’ulti- ma analisi incredibilmente più complessa. I due fratelli infatti, con questo La Ballata di Buster Scruggs, creano quello che è un piccolo scrigno di tutto ciò che è stato rac- contato sulla frontiera americana da dietro una telecamera fin dall’alba dei tempi, fa- cendo rivivere nei vari episodi ciò che An- thony Mann, Micheal Winner, Peter Hunt, Sydney Pollack, Sam Peckinpah, Sergio Le- laballatadi scruggsL’antologia western dei Fratelli Coen che segue sei differenti storie. Il film ha ottenuto 3 candidature a Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Venezia, 1 candidatura a SAG Award. Fratelli Coen Tim Blake Nelson James Franco Dal 20.01.19
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    Ethan Dubin one oRobert Aldrich ci hanno lasciato con i loro capolavori eterni. Allo stesso tempo creano di tutto ciò una propria versione, una propria visione, strenuamente collegata alla loro visione del quotidiano, di un west sicu- ramente spietato, ingiusto, feroce, restan- do però sempre sotto le righe, scegliendo un’ambientazione sovente scarna, ma mai per questo troppo legata ad un realismo che è solo di facciata, solo di apparenza, mentre invece ogni momento, ogni istante dei cu- ratissimi dialoghi è portatore di significati e finalità ben precise. La Ballata di Buster Scruggs ci mo- stra la realtà del paese della libertà, di come è nato il sogno americano. Sicuramente centrale rimane il rapporto tra uomo e violenza, uomo e giustizia, su quan- to sovente i film ci abbiano descritto quel periodo “antico” degli Stati Uniti come terra delle opportunità e del coraggio e non piut- tosto per quello che era: un’epoca di alluci- nante ingiustizia, di ipocrisia, di homo lupus homini, di egoismo, squallore e caos. Nessun onore, nessuna giustizia se non quella del taglione, del capestro, o quella che puoi farti con le tue mani, con una Colt in pugno. Questa è l’America, nulla è cambiato, non era un paese migliore prima dei Cocaine Cowboys e non lo è oggi con le gang nei quartieri o il terrorismo interno di chi entra nelle scuole a sparare a casaccio. No Country for Old Men lo aveva già mostra- to, aveva parlato della violenza che appartiene alle membra e al sangue del Grande Paese fin dall’alba dei tempi; The Ballad of Buster Scrug- gs ci mostra la realtà del paese della libertà, di come è nato il sogno americano, di come esso si materializzi nella legge del più forte, del più veloce, del più furbo. Da sempre. Con buona pace di Sentieri Selvaggi o Ombre Rosse, di Gary Cooper e James Stewart. Perfetto nella scrittura, attraversato dal familia- re black humor che abbiamo imparato ad ama- re nei film di Ethan e Joel, The Ballad of Buster Scruggs si giova di una fotografia assolutamen- te perfetta di Bruno Delbonnel, di una colonna sonora curata nei minimi dettagli da parte di Carter Burwell e di un montaggio sempre pun- tuale, che valorizza una prova corale del cast di altissimo valore, con Nelson, Waits e Meeling davanti a tutti. Niente di trascendentale, nes- sun conflitto uomo-natura, nessun rapporto con Dio o il supremo, solo la sporca, lurida vi- sione di un mondo che appartiene in tutto e per tutto all’uomo che lo plasma a propria im- magine e somiglianza. L’esistenza umana, con il suo mix di mise- ria, cattiveria, debolezza, sogni, rivive nella fatica dei cercatori d’oro disperati, dei giro- vaghi morti di fame, dei pistoleri da strapaz- zo che sembrano essere usciti freschi da un racconto di Ned Buntline, nel microcosmo di quelle carovane di disperati che sfidavano indiani, malattie e fame per inseguire non un sogno ma per non morire di fame. Altro che il Mito del Progresso. E’ un film realistico? No. Neppure un film che cerchi il realismo dell’azione o delle vicende, per quanto ne vesta ogni perso- naggio in un modo o nell’altro, ma è un film che cerca la verità, quella profonda, quella vera, sulla cultura americana, sull’America in generale. E l’America che ha votato Trump e Bush, l’America profonda, è ancora oggi nell’animo la stessa dai tempi dei fratelli Ja- mes, della Carovana Donner o dei cacciatori di taglie, l’America del ognuno per sé che Dio ha un sacco da fare anche se lo si prega ogni giorno, e non è detto che pregandolo di più si eviti di finire scalpati o uccisi alle spalle dal primo venuto. Questo è il western dei fratelli Coen: un caleidoscopio di vite e miserie umane, sulle quali si prova a ridere. Ma a denti stretti, avvinghiati ad una rag- gelante sensazione di disagio che non può essere quietata né dal Gran Canyon, né dal quieto incidere di un cervo o dalla speranza negli occhi di una donna sola nella prateria col suo cane. “La Ballata di Buster Scruggs ci mostra la realtà del paese della libertà, di come è nato il sogno americano”.
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    È bello tornare bambiniguardando car- toni animati o film d’animazione; ma è ancora più bello tornare a quel perio- do così complicato e controverso come l’a- dolescenza, quando tutto sembrava giusto e sbagliato allo stesso tempo. Sex Educa- tion, la nuova serie originale Netflix uscita pochi giorni fa, riesce a far rivivere le insicu- rezze, le paure, il disagio ma ancora di più la bellezza e la spensieratezza del periodo più strano della nostra vita. Se queste sono le premesse di Netflix per il 2019, non possiamo che aspettarci un anno di grande sorprese. Sex Education è una serie televisiva britan- nica creata da Laurie Nunn e diretta da Kate Herron insieme a Ben Taylor. […] La serie è ambientata in un centro rurale dell’Inghil- terra dei giorni nostri. Otis Milburn, timido liceale figlio di una valida sessuologa, en- tra in contatto a scuola con la ribelle Mae- ve. Dall’incontro tra le conoscenze di lui e la sfrontatezza di lei nasce sottobanco una improvvisata clinica del sesso. Avventuran- dosi tra le esperienze adolescenziali dei loro compagni, intraprendono un vero e proprio percorso di educazione sessuale. Questa è la trama di Sex Education, te- en-drama inglese (che già per questo era una garanzia) che prova a inserirsi nel saturo mondo delle serie-tv adolescenziali come The End of The F***ing World, Tredici, Skins, Skam e Atypical, riuscendo subito a sbaragliare la “concorrenza” grazie soprat- tutto al modo brillante in cui affronta il tema principale: il sesso. Sex Education, difficile a dirsi, parla proprio di sesso. Ma lo fa in un modo che nessuno aveva mai osato in una serie-tv per adolescenti. Il suo punto forte è la schiettezza e la spon- taneità con cui il sesso viene presentato: dal primo momento, infatti, risulta chiaro l’obiettivo della serie (dichiarato già dal tito- lo): educare ragazzini, adolescenti e giovani adulti a vivere la propria sessualità nel modo più libero e genuino possibile, insegnando loro che il sesso è bello e che va vissuto, co- nosciuto e sperimentato in ogni sua forma, senza vergogna o imbarazzo. Nonostante la serie non sia esente da qual- che cliché (la ragazza alternativa che legge Virginia Woolf; il figlio ribelle del preside oppresso dalle aspettative del padre; una sexeducation “IT’S MY VAGINA”: sesso e adolescenti nella nuova serie targata Netflix STREAMING madre indulgente ma troppo invasiva) e ri- sulti ancora lontana dal podio delle opere televisive e cinematografiche per antono- masia che trattano di adolescenti (d’altro canto, è solo la prima stagione), Sex Edu- cation riesce comunque a lasciare il segno, diventando sin da subito un piccolo cult e conquistando il titolo di uno dei teen-drama più interessanti e, per certi punti di vista, in- novativi degli ultimi anni. Al contrario di tutte le altre serie che ruotano intorno al mondo degli adolescenti, infatti, Sex Education non viene mai meno al suo scopo: ogni episodio tratta un argomento (o meglio, un problema) diverso legato al sesso, introdotto nella prima scena. Ne ri- sulta un affresco leggero, fresco, divertente, originale ed estremamente godibile, pre- gno di un importantissimo impegno sociale nell’istruire, informare e abbattere qualsiasi retaggio culturale riguardo un tabù ancora fortemente presente nella società (soprat- tutto per gli adolescenti). Ma non solo. Sex Education è una serie che, prima ancora del sesso, emancipa – celebra – la diversità. Diversità in tutto: dal colore della pelle all’i- dentità sessuale; dalle pratiche sociali più disparate al sodalizio tra i generi. Femmini- smo, bullismo, aborto, consumo di droghe (leggere e non), omogenitorialità e promi- scuità sono solo alcuni dei temi che affronta; e, al contrario di tante altre serie sullo stesso stampo che pretendono di darsi un tono accennando a tematiche difficili senza mai prenderle di petto (Élite, Baby, mi sentite?), li affronta dignitosamente bene. Numerose sono le scene che rimangono impresse, pro- prio perché nella sua semplicità e genuinità Sex Education riesce a distinguersi, grazie a una sceneggiatura arguta e molto intelligen- te che ci regala e delizia continuamente con immagini dotate di un forte messaggio e di una potenza visiva di tutto rispetto. Asa Butterfield (Il bambino con il pigiama a righe, Hugo Cabret, Miss Peregrine) e Gil- lian Anderson (X-Files, Hannibal e American Gods) si riconfermano ottimi attori, accom- pagnati da un coro di ragazzi e ragazze che sanno il fatto loro (menzione speciale a Aimee Lou Wood – la dentona – e Tanya Reynolds – la pazza maniaca che disegna fumetti fantasy erotici, che interpretano due personaggi fantastici). Se proprio dovessi trovare un difetto (a parte il titolo, che la fa assomigliare più a un programma scadente di Real Time che mandano in seconda sera- ta), direi che gli sceneggiatori si sono trat- tenuti un po’ troppo in termini di dramma: di certo angosciare lo spettatore non era la missione principale (seppure gli ultimi epi- sodi non risparmiano qualche pugno allo stomaco); tuttavia, un piccolo lavoro in più per sviluppare qualche momento di puro angst televisivo poteva essere fatto. In tal caso, sarebbe potuta essere davvero qual- cosa di grande (se penso a serie tv come Skins, Misfits o My Mad Fat Diary, il confron- to è ancora troppo duro); ma non importa. Perché Sex Education riesce laddove tutte le altre serie-tv sugli adolescenti degli ultimi anni avevano fallito. Non esagero quando dico che tutti dovreb- bero vederla. Sex Education dovrebbe es- sere trasmessa in tutte le scuole e non solo, anche in tutte quelle case di famiglie in cui c’è un adolescente. Perché, a proposito di sesso spiegato agli adolescenti, riesce a dire più di qualsiasi altro libro o film. E tut- Asa Butterfield Gillian Anderson Jenny Doe Dal 20.01.19
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    ti sappiamo quantastrada debba ancora fare la società – ma soprattutto l’istruzione – per quanto riguarda il sesso e l’informa- zione (non il porno; il sesso). Il modo in cui nella serie vengono affrontati e sdoganati argomenti come l’autoerotismo femminile, l’omosessualità, o il travestitismo, la rendo- no brillante e innovativa, una serie che può essere vista e apprezzata da tutti, nonostan- te il target a cui è rivolta; un vero e proprio manuale d’istruzione sul sesso per tutte le età. Ogni storyline viene sviluppata in modo coerente e lineare, ogni personaggio (no- nostante, ripeto, ricorra di tanto in tanto a stereotipi) ha una psicologia e una persona- lità ben definite, ogni tema viene affronta- to dall’inizio alla fine, senza tralasciare ogni piccolo aspetto. Non c’è un singolo errore, dal punto di vista tematico o narrativo, che ostruisce la storia: tutto procede seguendo princìpi giusti e mostrando un lato diverso di una società formata da adolescenti sve- gli, intelligenti, capaci, intraprendenti e co- raggiosi che non siamo abituati a vedere sul grande o piccolo schermo. Forse qualcuno potrà tacciarla di “eccessivo idealismo”, ma è anche così che si combattono le battaglie quotidiane della nostra società: non solo mostrando i pericoli e il marcio a cui andia- mo incontro, ma anche l’opzione giusta, la soluzione, la strada da percorrere per rea- lizzare un fottuto mondo migliore in cui tutti possiamo vivere godendoci a pieno la vita, il sesso e l’amore. Sex Education è il piede giusto con cui ini- ziare il 2019: un calcio sulle palle al maschi- lismo, al sessismo, all’omofobia, al razzismo, ai tabù, alla discriminazione in ogni sua for- ma, mostrando l’unico modo in cui dovreb- bero andare le cose. Anche solo per questo, tutte le critiche insen- sate mosse da quei cinefili incalliti vecchio stampo che non hanno di meglio da fare che preoccuparsi della tanto temuta omologa- zione visiva causata da colossi come Netflix se ne vanno allegramente a puttane: se tutti vedessero ogni giorno serie come questa, il mondo sarebbe un posto migliore. “Sex Education dovrebbe essere trasmessa in tutte le scuole e non solo”.
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    CREEDIICreed II, ilfilm diretto da Steven Caple Jr., continuazione della saga di Rocky, e sequel del grande successo di pubblico e di critica del 2015 “Creed - Nato per combattere”, vede il ritorno di Michael B. Jordan e Sylvester Stallone, che riprendono rispettivamente i ruoli di Adonis Creed e Rocky Balboa. Michael B. Jordan Sylvester Stallone AL CINEMA Steven Caple Jr. son nei panni di Bianca, Wood Harris in quelli di Tony “Little Duke” Burton, Russell Hornsby è Buddy Marcelle, con Phylicia Ra- shad nei panni di Mary Anne, e Dolph Lun- dgren in quelli di Ivan Drago, Florian “Big Nasty” Munteanu ritrae Viktor Drago. PANORAMICA Creed II è l’ottavo film della saga di Rocky. Oppure, come va di moda chiamarli oggi, l’ottavo film del Rocky Cinematic Universe. Sylvester Stallone riprende ancora una volta il ruolo di Rocky Balboa a quarantatre anni di distanza da quando esordì con questo personaggio per la prima volta. Era il 1976 quando quel film a basso budget intitolato Rocky arrivò al cinema, diventò un caso con file di gente alle casse dei cinema che vole- vano vederlo e fini anche per vincere l’Oscar come miglior film dell’anno. I successivi film sono stati un po’ come in- contri di pugilato, qualcuno ha vinto, qual- cuno ha perso, qualcun altro si è rialzato e ha vinto ai punti e sembrava davvero che con il sesto film Rocky Balboa del 2006 si fosse messa la parola fine a questa epopea. Però il giovane autore e regista afroamerica- no Ryan Coogler arrivò nel 2015 con il co- pione di Creed, ridando linfa alla saga per le nuove generazioni e con un nuovo pro- tagonista. Non solo, permettendo anche a Stallone di vincere un Golden Globe come miglior attore non protagonista. Con l’ottima accoglienza ricevuta, era impe- rativo che la storia proseguisse. Il problema è stato l’ingaggio sia del regista Coogler sia del protagonista Michael B. Jordan da parte della Marvel per realizzare Black Panther. CRITICA DI CREED II: Sostituendo alla regia Ryan Coogler e con un intenso copione scritto da Sylvester Stal- lone e Juel Taylor, il trentenne regista Steven Caple Jr. realizza un sequel che ha il corag- gio di guardarsi in faccia, di costruirsi una reputazione propria a prescindere dal suo predecessore e di relegare in secondo pia- no gli incontri di boxe. Creed II è costruito esclusivamente sullo stato d’animo dei per- sonaggi, Sappiamo bene quando Adonis Creed perderà o quando vincerà e anche gli autori ne sono consapevoli. E allora ciò che conta è ridefinire le priorità della vita, i rapporti genitori/figli, gli errori e i recuperi, le paure e i cambiamenti, mentre i trofei re- stano sotto le teche di vetro. Il film è una più che degna conclusione alla saga di Rocky. L a vita di Adonis Creed è diventata un equilibrio tra gli impegni personali e l’allenamento per il suo prossimo gran- de combattimento: la sfida della sua vita. Af- frontare un avversario legato al passato del- la sua famiglia, non fa altro che rendere più intenso il suo imminente incontro sul ring. Rocky Balboa è sempre al suo fianco e, in- sieme, Rocky e Adonis si preparano ad af- frontare un passato condiviso, chiedendosi per cosa valga la pena combattere, per poi scoprire che nulla è più importante della fa- miglia. Creed II è un ritorno alle origini, alla scoperta di ciò che un tempo ti ha reso un campione, senza dimenticare che, ovunque andrai, non puoi sfuggire al tuo passato. Il film vede protagonisti anche Tessa Thomp- Ciò che conta è ridefinire le pri- orità della vita, i rapporti genitori/ figli, gli errori e i recuperi, le paure e i cambiamenti. Dal 02.11.18
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    Arte e filosofiasi incrociano senza mai appesantire i capitoli di questa nuova opera; P arlare di Lars von Trier e del suo ultimo film non è cosa semplice. Ma non siamo qui per giudicare l’uomo, bensì per concen- trarci sulla sua opera che ha diviso – e divide ancora – la critica europea.The House That Jack Built racconta gli eventi che spingono Jack (Matt Dillon), ingegnere affetto da disturbi ossessi- vo-compulsivi, ad affrancarsi da una vita mono- tona e ripetitiva attraverso una serie di atroci omicidi, compiuti con tecniche fantasiose. L’e- stetica, la sceneggiatura e le tecniche di ripresa contengono alcuni dei marchi di fabbrica dell’au- tore, gli stessi alla base del movimento artisti- co Dogma 95, fondato da Von Trier stesso e da ThomasVinterberg nel 1995. In quest’ultimo film si possono ritrovare alcuni principi contenuti nel suo manifesto: l’autore filma camera in spalla, se- guendo costantemente il personaggio principale; l’espressione pacifica del viso – ripreso molto spesso frontalmente in primo piano – muta con lo scorrere delle sequenze, fino a dar vita a una maschera tragica. In The House That Jack Built le fonti cinemato- grafiche sono numerose. La storia di Jack è quel- la di una discesa negli inferi accompagnata dalla voce, e poi dalla presenza fisica, di Verge (Bruno Ganz), un modernoVirgilio di memoria dantesca che ascolta, non senza commentare, la storia raccontata in cinque capitoli dal suo compagno di viaggio. La scelta dei capitoli ci fa pensare al cinema postmoderno di Tarantino, che a sua vol- ta cita la Nouvelle Vague. Si può parlare invece di autocitazione quando Von Trier decide di ri- utilizzare alcuni fotogrammi dei suoi film prece- L’ARTEDIUN SERIALKILLER LACASA DIJACK AL CINEMA Lars Von Trier Matt Dillon denti.L’autore,inoltre,decide di sfruttare i codici del cinema horror, personalizzandoli come fece Scorsese con quelli hitchcockiani in Cape Fear – Il promontorio della paura (1991): i due autori si appropriano della sintassi visiva di un cinema commerciale altamente riconoscibile per crea- re opere dai tratti autoriali. Le scene di violenza proposte da Von Trier, fil- mate con uno stile neutro, ci mostrano la gra- tuita banalità del male assoluto. Non c’è spazio per la speranza: il dramma si consuma sotto i nostri occhi, occhi coscienti del fatto che la vittima selezionata da Jack non avrà nessuna via d’uscita. I cadaveri che si accumulano in una cella frigorifera diventano fantocci di car- ne, svuotati della loro umanità, presentati con visi deformati da un carnefice che non esita a modellarne l’espressione, che in certi casi ci ri- corda quella delle atellane, le maschere teatrali greco-romane in terracotta. Il regista danese non esita a sfruttare l’iconografia pittorica clas- sica, proponendoci dei  tableaux vivants nello stile di Pasolini e delle nature morte ispirate ai pittori olandesi del Seicento. La carneficina compiuta da Jack risulta quindi un pretesto per parlare d’Arte. I dialoghi – rari e spesso legati a riflessioni pseudo-filosofiche – ruotano intor- no alla visione che Jack ha della creazione arti- stica, visione che risulta alla fine stereotipata e limitata. Il serial killer effettua, dopo ogni omi- cidio, una serie di fotografie che ritraggono le sue vittime, fotografie che si sforza di rendere “artistiche”. Durante una delle sue divagazioni, spiega aVerge la sua volontà di sfruttare dei cor- pi inermi per comporre, a partire da una materia in decomposizione, un oggetto che assuma Vita Nova. Durante tutto il film, ci si domanda se lo scopo di Jack sia quello di distruggere per creare o, quando si tratta dei suoi progetti architettoni- ci, di creare per distruggere. I discorsi filosofici sull’Arte lasciano spazio alle peregrinazioni di Jack, incapace di creare dei rap- porti umani duraturi. Le sue nevrosi sono quelle di un uomo che preferisce rimanere nella zona di conforto che si è creato: realizzare i suoi so- gni significherebbe lanciarsi nella costruzione di qualcosa di imperfetto che richiederebbe troppi sacrifici. Jack, architetto mancato, non è in grado di amare, di fondare una famiglia, di costruire un luogo che chiamerà casa, né di affrontare il pros- simo attraverso un dialogo costruttivo. Dal 02.11.18
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    U n film suglizombie è in lavorazione. Il regista Higurashi non è soddisfatto della resa dell’attrice protagonista, Chinatsu, le cui reazioni di fronte all’attacco di uno zombie gli sembrano troppo finte, non realistiche. L’attore che fa lo zombie, Ko, cerca di confortarla, ma Chinatsu è dav- vero preoccupata per la situazione. Nao, la truccatrice, spiega ai due che la location in cui si trovano è maledetta: si dice infatti che sia stata usata tempo addietro dall’eserci- to giapponese per misteriosi esperimenti su cavie umane miranti a riportare in vita i morti. Un membro della troupe viene im- provvisamente attaccato da quello che lui crede un attore truccato da zombie, ma è invece uno zombie vero. Nao, Chinatsu e Ko riescono miracolosamente a chiudere fuori lo zombie e il membro della troupe zombificato, ma vedono con sconcerto Higurashi che im- perterrito filma il tutto: finalmente riesce ad avere il realismo che desiderava e non vuole perdere l’occasione. Per ottenere l’azione che cerca Higurashi non si perita di mettere Nao e i due attori in pericolo, dando vita a una concitata lotta per la sopravvivenza. I film sugli zombie sono una moltitudine spesso indistinta nell’ambito della quale sembra ormai impossibile elaborare schemi e trovate nuove, tale è l’impeto sovrapro- duttivo che è negli anni scaturito a partire da quel solitario capolavoro che fu La not- te dei morti viventi. E nell’ambito di questo sottogenere sono proliferate anche le co- siddette commedie zombie che cercano di abbinare orrore e umorismo con esiti spes- so poco felici. Qualche volta però avviene il piccolo miracolo della novità e del giusto equilibrio tra le varie componenti. Era suc- cesso, per fare solo un titolo, qualche anno fa con la miniserie britannica Dead Set. Succede di nuovo con questo Zombie con- tro Zombie, film giapponese che spiazza con garbo le aspettative dello spettatore condu- cendolo con ritmo spesso incalzante attra- verso diversi cambiamenti di prospettiva, in una sorta di rielaborazione zombifica di quel meccanismo di disvelamento e gioco meta- cinematografico (o in quel caso metateatra- le) che era alla base della famosa commedia Rumori fuori scena. La decostruzione dei meccanismi del genere si associa all’esplici- tazione di ciò che sta dietro la realizzazione di un film con una notevole attenzione ai particolari e un apprezzabile tratteggio dei caratteri con pochi, ma riusciti tocchi. Suddiviso in tre parti distinte tra loro, ma strettamente connesse, il film è una diver- tente e riuscita riflessione sulla natura stessa del cinema, come finzione e rappresentazio- ne della realtà, e soprattutto sulle difficoltà del fare cinema, sui compromessi che i cine- asti devono affrontare e sulle problematiche relazionali all’interno del variegato assem- blaggio umano composto da cast e troupe. Se la prima parte è condotta con la svelta approssimazione del cinema di genere di serie B (ma con un notevole tour de force registico dettato dalla particolarità della ripresa senza stacchi) e la seconda parte è più espositiva e riflessiva, è nella terza parte che il film dispiega appieno il suo potenzia- le arrivando a un esplosivo redde rationem caratterizzato da un ritmo incalzante e da un profluvio inarrestabile di trovate. Il piacere è anche quello di scoprire via via la spiegazione di tante strane e spesso picco- le cose o circostanze che avevano generato perplessità o curiosità nella prima parte del film: perché - e questo è un pregio non da poco - tutto torna, alla fine, tutto è conse- quenziale e motivato, senza trascurare nem- meno qualche piccola e azzeccata epifania sulla psicologia dei personaggi. Il crescendo è quindi perfetto e il film avvince, diverte e sorprende sempre più rivelando un’ina- spettata capacità di analisi e una profondità intellettuale che si risolvono anche in un pe- ana al guerrilla filmmaking e alla necessaria capacità di risolvere ogni intoppo propria dei cineasti low budget. Una zombie-comedy innovativa e divertente che spiazza con intelligenza le aspettative dello spettatore. ZOMBIECONTROZOMBIE Shuichiro Ueda Takayuki Hamatsu Yuzuki Akiyama Takashi Miike Dal 02.11.18
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    INTERVISTA Volendo approfondire coni particolari, pos- siamo aggiungere che Jen e Richard sono amanti e si trovano in una magione in mezzo ad un deserto roccioso. Passano una notte di passione ed ecco che al mattino arrivano i due soci di lui, Stan e Dimitri. Pochi secon- di e gli occhi visicidi dei due cadono sulle giustificazione. Secondo Stan, Jennifer se l’è cercata. Come? Facile, ha ballato con lui. Un gesto che nel mondo animale significa essere predisposti all’accoppiamento, nella maggioranza dei casi. La parola specifica “animale” non è messa a caso. Richard pro- va a sistemare la cosa offrendole dei soldi ed un lavoro lontano da lui, come se fosse un oggetto. E se l’orgoglio di Jen era già stato violato, adesso è definitivamente com- promesso. Durante una fuga, Richard la lancia giù da un dirupo e Jen rimane brutalmente ferita da un ramo. Sembrerebbe morta ma non è così. Jen rinasce metaforicamente (e non solo)  dalle fiamme, come l’araba fenice. E poco dopo l’angelo sterminatore che è in lei viene battezzato dentro un fiume di acqua e sangue. Inizia così una caccia all’uomo da parte di una donna assetata di vendetta. E la brava Fargeat non risparmia di certo il san- gue, come accaduto in Inside, quella perla firmata Bustillo e Maury. Il sangue sparso è tanto e necessario per portare a compimen- to la vendetta. E la telecamera non si tira indietro. Mostra tutto, si sofferma sui parti- colari, sui corpi mutilati come in un film di Cronenberg. U na delle battute finali di Revenge è abbastanza significativa rispetto quel- lo che vuole raccontare il primo film di Coralie Fargeat:”Perché le donne devono sempre opporre resistenza?“. Già, perchè mai dovrebbero? La svolta fem- minista che sta prendendo la società odier- na, con il movimento #MeToo, vorrebbe, tra le altre cose, far sì che questa domanda re- torica sparisca dalla mente della collettività E riprendendo un genere quasi del tutto svanito, quello del rape and revenge. Un genere che ha visto i suoi fasti negli anni ’70 con film come “I Spit On Your Grave” (Non Violentate Jennifer) e “L’Ultima Casa a Sini- stra”, di marca Wes Craven. Revenge presenta la medesima struttura, suggerita dal nome del genere in questio- ne. Una prima parte dove viene messo in scena lo stupro ed una seconda dove la vittima decide di vendicarsi a suo modo. Cambiano le modalità ma il fine è sempre lo stesso. Portare gli stupratori alla morte. Il plurale non è usato a caso giacché non si parla mai di una persona sola a compiere il vile gesto. Ed anche qui, la trama in pillo- le è possibile raccontarla in questo modo. REVENGE sinuose forme di Jennifer. Si noti l’omaggio al film sopracitato Richard si allontana per delle commissioni e Stan decide si sollazzar- si senza chiedere permesso sul corpo della giovane. Qui però subentra la prima mo- difica di Revenge ai canoni del genere. La violenza ha un apparente e profondamen- te stupido motivo. Una ragione che oggi si sente troppo spesso usata come infame Lo stupro e la vendetta di jennifer. revenge è più che un semplice omaggio al rape and revenge è un film che vuole rinnovare e rilanciare un cinema troppo bistrattato. MATILDA LUTZ KEVIN JANSSENS AL CINEMA Coralie Fargeat S awyer Valentini è una giovane donna, vittima di stalking, che lascia Boston per la Pennsylvania in cerca di una nuo- va vita. Ma il nuovo lavoro non è l’affascinan- te opportunità che si aspettava, nella nuova città non si sente mai al sicuro, il passato la perseguita. Così decide di consultare una specialista, ma si ritroverà involontariamen- te sottoposta a un trattamento presso l’Hi- ghland Creek Behavioral Center. Nella clini- ca psichiatrica si ritrova faccia a faccia con la sua più grande paura: ma è reale o solo frutto della sua mente? Nessuno sembra credere alle sue parole e di fronte ad autorità incapaci o riluttanti ad aiutarla, Sawyer è costretta ad affrontare da sola i fantasmi del passato. Unsane è un thriller dalle mutevoli prospet- tive e una narrazione scioccante che indaga la percezione della realtà, l’istinto di soprav- vivenza e il sistema che dovrebbe prendersi cura di ogni individuo. Dopo Magic Mike e Ocean’s 8, Steven So- derbergh ritorna all’introspezione femminile e a temi come l’insanità mentale. “Il semplice fatto di avere una donna protagonista rende qualsiasi storia più drammatica, loro hanno ostacoli da superare che non hanno gli uo- mini”, spiega il regista di Side Effects (2013). Una storia inquietante quanto verosimile, Unsane racconta in modo realistico ciò che accade a tante donne vittime di stalking. So- derbergh esplora la psiche di una persona che vive nella paura del proprio aggressore, costretta a rinunciare al proprio stile di vita e modo di essere per proteggersi all’ombra di un anonimato non sempre cosí sicuro. Attraverso il dramma psicologico di Sawyer Valentini, interpretata da una brillante Claire Foy (Golden Globe per il suo ritratto di Que- della donna, oscillando continuamente tra sanità e follia, senza mai fornire una risposta definitiva. In un permanente limbo al di là di ogni distinzione tra medici e pazienti, il centro di Highland Creek, inoltre, rivela presto le sue crepe: il business a discapito dei presunti malati su cui è lecito qualsiasi abuso di potere. La critica sociale e politica di un sistema che dovrebbe tutelare i suoi cittadini si fa strada lungo una narrazione incalzante da lasciare senza respiro. E in un profondo blu si perde la vista dello spetta- tore. , Unsane è l’ultima sfida di Soderbergh che avrebbe preferito firmare il suo nuovo film con uno pseudonimo, l’alter ego di una mente poliedrica per esplorare con libertà le infinità possibilità del suo cinema. UNSANE en Elizabeth II in The Crown), Soderbergh ci fa penetrare nell’inconscio di una persona traumatizzata in modo irreversibile. Non sem- bra esserci alcuna via d’uscita una volta che la vita è stata invasa, segnata, ferita. Il thriller si fa claustrofobico man mano che le pareti si riavvicinano e le inquadrature si restringono. La scelta della protagonista donna, dunque, permette al regista di esplorare la sua vul- nerabilità che, nella nostra società, è diversa da quella maschile. Il peso delle parole di una donna è culturalmente diverso da quel- le di un uomo. Così, è più facile accusare di pazzia Sawyer Valentini che cercare di risalire all’origine del trauma. In una costante cam- biamento di punti di vista, Soderbergh dun- que segue le visioni, allucinazioni e ricordi Girato interamente con un iPhone 7 Plus in un vero ospedale abbandonato Claire FoySteven Soderbergh Dal 02.11.18 Dal 02.11.18
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    S equalcuno cerca condisperazione un thriller in grado di togliere il fiato, questo film spagnolo rappresenta la scelta più efficace a tale richiesta oggi sulla piazza. Opera minimale, ambientata sempre nello stesso luogo, una casa (come l’altret- tanto micidiale Musaranas di Juan Fernando Andrés & Esteban Roel), e con solo quattro attori (o quasi) per tutto il tempo, che mette in luce le ombre invisibili, aberranti ed in- confessabili che avvolgono una famiglia be- nestante ed all’apparenza ‘normale’. Oliver e Julia sono una coppia benestante che vive una vita agiata con i figli Alex e Sara. Una mattina, madre e figlia, dopo un piccolo battibecco sui voti di quest’ultima, escono di casa di fretta. Julia è in ritardo per il lavoro e decide di lasciare Sara a pochi passi da scuola. Al suo rientro a casa, scopre però che Sara non è mai entrata in classe. In preda alla disperazione, tutta la famiglia chiede l’aiuto della polizia ma per giorni nessun indizio si rivela utile. Tutto cambia quando una lettera misteriosa, scritta da qualcuno che sostiene di aver trattenuto Sara, propone di lasciarla andare a patto di poter parlare con i restanti tre componenti del nucleo familiare… potente come “Secuestrados”, con picchi di tensione improvvisi e letali, sconcertan- te come l’ultimo film di Yorgos Lanthimos, “The killing of a sacred deer”, e con un colpo ad effetto nel finale alla Musaranas, questo “Bajo la rosa” è destinato a stupire non poco anche i più avvezzi al cinema più Bajo la rosa estremo ed inquietante. Pellicola ansiogena simile ad una partita a scacchi senza prece- denti, simile a quella tra l’uomo e la morte, dove la posta in palio è la vita di Sara, tra il sequestratore ed i tre familiari coinvolti nel suo sadico e perverso gioco al massacro. Il contorto e macchinoso percorso intrapreso da parte del misterioso sequestratore per estorcere la verità, impreziosita da sesso ed umiliazioni destinate a crescere esponenzial- mente, per quanto concerne l’abominio e la vergogna, man mano che la storia prosegue e si incanala in un imbuto di scioccanti e ter- rificanti confessioni, a tratti rischia di incar- tarsi, apparire sterile o portare ad una storia già vista in passato. Per nostra fortuna l’a- sticella estrema si alzerà sempre più paral- lelamente alla irrefrenabile curiosità, fino a giungere all’ultimo quarto d’ora della pelli- cola, raccapricciante, orribile e letale per il nostro fiato. Se la regia è semplice e priva di virtuosismi accattivanti, le recitazioni di alcuni protagonisti (Alex su tutti) non ap- paiono sempre all’altezza, la sceneggiatura non delude affatto, ed è semplicemente grandiosa, mordente ed originale (una ra- rità al giorno d’oggi), con una chiusura del cerchio degna dei migliori thriller estremi coreani. Da vedere senza esitare e fino al fi- nale stupefacente, micidiale e rosso sangue. Josuè Ramos D a qualche parte nelle suburb londi- nesi, Freddie Mercury è ancora Far- rokh Bulsara e vive con i genitori in attesa che il suo destino diventi ecceziona- le. Perché Farrokh lo sa che è fatto per la gloria. Contrastato dal padre, che lo vorreb- be allineato alla tradizione e alle origini par- si, vive soprattutto per la musica che scrive nelle pause lavorative. Dopo aver convinto Brian May (chitarrista) e Roger Taylor (bat- terista) a ingaggiarlo con la sua verve e la sua capacità vocale, l’avventura comincia. Insieme a John Deacon (bassista) diventano i Queen e infilano la gloria malgrado (e per) le intemperanze e le erranze del loro lea- der: l’ultimo dio del rock and roll. Per il cinema le rockstar presentano un van- taggio: raramente muoiono nel loro letto, piuttosto di overdose, suicidi o annegati. Da qui l’affermarsi di un genere che è rima- sto ormai senza fiato. Un genere che segue uno schema obbliga- to: l’infanzia modesta, il trauma fondante, l’ascensione con prezzo annesso da pagare quasi sempre con una tossicodipendenza, la caduta, la redenzione a cui segue qualche volta la malattia e la morte. Insomma visto uno, visti tutti. Ma a questo giro di basso ‘immortale’ era lecito aspettarsi di più. In- vece in Bohemian Rhapsody, proprio come in Ray o in Quando l’amore brucia l’anima - Walk the Line, l’originalità non è in gioco. Quello che conta è la ricostruzione pedisse- qua e la performance emulativa degli attori. Dal premio assegnato a Jamie Foxx poi (Ray), il biopic è diventato un ‘apriti sesa- mo’ per gli Oscar. La somiglianza somatica e il mimetismo dei gesti cruciali. Lo sa bene Rami Malek assoldato per una missione pra- ticamente impossibile: reincarnare l’assolu- to, quel mostro di carisma e virtuosità che era Freddie Mercury. Pianista, chitarrista, BOHEMIAN RAPSODY AL CINEMA compositore, tenore lirico, designer, atleta, artista capace di tutti i record (di vendita), praticamente uomo-orchestra in grado di creare e di crearsi. Un demiurgo che in scena non temeva rivali, che mordeva la vita, aveva la follia dei grandi e volava alto, lontano. Le buone intenzioni e l’impegno pur rigo- roso e lodevole dell’attore americano si schiantano rovinosamente contro il mito e una protesi dentale ingombrante che lo precede di una spanna ovunque vada. Non c’è rifugio in cui Malek possa fuggire o ri- piegare. Con buona pace di Hollywood e di Baudrillard, l’aura di Freddie Mercury non conosce declino. Olivier Assayas Rami Malek Dal 02.11.18 Dal 02.11.18 Quello che conta è la ricostruzione pedissequa e la performance emulativa degli attori.
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    A lain è uneditore inquieto che ama Selena ma la tradisce con la sua as- sistente, che odia l’ultimo libro di Léonard ma lo pubblica, che ama le vecchie edizioni ma ragiona sull’Espresso Book Ma- chine. Léonard è uno scrittore ‘confidenzia- le’ che ama sua moglie ma la tradisce con Selena. Depresso e lunare, scrive da anni lo stesso libro ed è narcisisticamente incompa- tibile con la sua epoca. Tra loro fa la sponda Selena, attrice di teatro convertita alla serie te- levisiva. Al seno di una società upgrade e den- tro un mondo divenuto virtuale, conversano, mangiano, bevono e fanno (sempre) l’amore. Vestito da commedia il nuovo film di Olivier Assayas restituisce come un boomerang la sua reputazione di autore intellettuale. A tal punto da invitarci a tavola. Non fiction è letteralmente un simposio di idee, dialoghi e riflessioni ad alto voltaggio. L’attenzione punta ancora una volta sulla modernità (Sils Maria) e un’etnografia di comportamenti di dipendenza che ci legano ai “motori di ricerca” dove sfilano le ultime news del mondo. Su questo punto l’autore esprime una malinconia graffiante ma affat- to ostile, dispiegando un doppio movimento quasi contraddittorio. C’è al principio un adeguamento del suo cinema a tutte quelle forme contempora- nee della comunicazione, successivamente, una volta apparecchiata la scenografia, As- sayas ricolloca alla giusta distanza i feticci della nostra modernità, aprendo il décor a dialoghi vivi come in uno scambio di tennis, lanciando stoccate qualche volta appassio- nate, sovente caustiche, contro questa nuo- va realtà di flussi e di schermi a cui nessuno riesce più a sfuggire. Ma se in Sils Maria i personaggi si scriveva- no per SMS, si parlavano su Skype e appena facevano la conoscenza di qualcuno si lan- ciavano su un computer per ‘googlizzarlo’, in Non fiction questa intermediazione per- manente di schermi e di reti elettroniche si converte in situazioni conviviali e luoghi rituali (brasserie, bistrot, café, salotti, cucine, camere da letto) che aiutano a vivere e a ela- borare i colpi della modernità. ILGIOCO DELLE COPPIE il gioco delle coppie come risposta francese a l nostro “Perfetto sconosciuti” di Paolo Genovese. Olivier Assayas Dal 02.11.18 AL CINEMA
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    I nghilterra, 18esimo secolo.La regina Anna è una creatura fragile dalla salute precaria e il temperamento capriccioso. Facile alle lusinghe e sensibile ai piaceri della carne, si lascia pesantemente influen- zare dalle persone a lei più vicine, anche in tema di politica internazionale. E il prin- cipale ascendente su di lei è esercitato da Lady Sarah, astuta nobildonna dal carattere di ferro con un’agenda politica ben precisa: portare avanti la guerra in corso contro la Francia per negoziare da un punto di for- za - anche a costo di raddoppiare le tasse sui sudditi del Regno. Il più diretto rivale di Lady Sarah è l’ambizioso politico Robert Harley, che farebbe qualunque cosa pur di accaparrarsi i favori della regina. Ma non sarà lui a contendere a Lady Sarah il ruolo di Favorita: giunge infatti a corte Abigail Ma- sham, lontana parente di Lady Sarah, molto più in basso nel sistema di caste inglese. Quel che non manca ad Abigail però sono la bellezza e l’istinto di sopravvivenza, sviluppa- to in decenni di abusi e prepotenze subìte. Quale delle due donne riuscirà ad insediarsi per sempre come Favorita della regina? Yorgos Lanthimos applica la sua visione nichilista ad un trio tutto al femminile e a una società teatro di sanguinosi conflitti di classe. E proprio perché il contesto e le tre protagoniste hanno motivi condivisibili per essere spietate, la storia esce dall’astrazione metafisica che aveva caratterizzato i lavori precedenti del regista. I PERSONAGGI La Favorita è calato in un contesto storico e politico ben preciso, e racconta senza troppe esagerazioni la condizione femminile come un percorso a ostacoli all’interno di un mondo patriarcale che lascia alle donne po- chissimi spazi di manovra, e ancor minori di- fese. L’unica donna che conta, qui, è la regi- na, ma questo non la sottrae alle logiche del potere declinato al maschile, che si esprime al grado zero con l’ennesima guerra. Anna è una bambina mai cresciuta (e impossibilitata a veder crescere i suoi numerosi figli) capa- ce di improvvise gentilezze e di altrettanto imprevedibile ferocia. Una creatura sola e malata al crocevia degli interessi degli altri, mascherati da ossequio o da affetto. Ma al contrario di ogni altro cittadino inglese, la re- gina può dire: “Si fa così perché lo dico io” - il che è il sogno di ogni bambino viziato, oltre che la più elementare espressione del potere assoluto. Per questo l’ironia che colora tutta la narrazione è maliziosa e puerile, incline al dispetto più ancora che al sopruso, e solleva (finalmente) la narrazione dal registro plum- beo di molto Lanthimos precedente. La cinepresa del regista (e del suo diretto- re della fotografia, l’irlandese Robbie Ryan, già “occhio” di Andrea Arnold) crea spazi compressi e claustrofobici, microcosmi au- toreferenziali schiacciati da un fish eye che stritola gli esseri umani in una morsa fatale. All’interno delle sue inquadrature le tre at- trici protagoniste - Olivia Coleman nei panni della regina, in grado di fingere un’emipare- si senza perdere i tempi comici e dramma- tici, Rachel Weisz in quelli di Lady Sarah ed Emma Stone nel ruolo di Abigail - fanno a gara a superarsi in bravura. ognuna alzando l’asticella recitativa a mano a mano che nei loro personaggi aumenta il livello di perfidia. LA FAVO- RITA Olivia Coleman Emma Stone Rachel Weisz AL CINEMA Yorgos Lanthimos LONTANO DAQUI I sa Spinelli è una maestra d’asilo con la passione per la poesia, tanto che i suoi figli ormai quasi adulti la trovano trasfor- mata dalle lezioni che sta seguendo e il ma- rito sente di essere un po’ trascurato. Lisa non è di per sé molto dotata, ma sa ricono- scere il talento altrui e rimane folgorata da quello di un bambino dell’asilo, Jimmy, che ogni tanto cammina avanti e indietro come in trance recitando poesie impressionanti. Lisa decide di proteggerlo da una società indifferente al suo talento e fa il possibile per educarlo, spingendosi però molto oltre i limiti della sua professione a intraprenden- do quasi una crociata personale. Remake di un omonimo film israeliano di Nadav Lapid del 2014, The Kindergarten Teacher è la storia di una donna che di fronte alla crisi di mezz’età ritrova una passione per la vita e l’abbraccia in modo totalizzante. È pertanto una storia di speranza e dispe- razione, che nasce dalla disillusione dell’età adulta, dalla rassegnazione ai sogni infranti di una madre che avrebbe voluto di più dai suoi figli e forse anche dal suo matrimonio. Non si tratta però di una donna che si getta in un’altra relazione (sebbene ci vada vicina), bensì di un progetto personale di assoluta purezza, che la pone sola contro tutti, inclusi i colleghi, le istituzioni e persino i genitori del bambino che vorrebbe aiutare e di cui è tragicamente la sola a vedere il talento. Per- sino il suo maestro di poesia si rivelerà una totale delusione e per certi versi anche il pic- colo Jimmy la tradirà in più di un momento, ma questo non scalfisce minimamente la sua convinzione di essere nel giusto e in fondo il film finisce quasi per darle ragione, con una conclusione a suo modo tragica. Al centro di questo remake, più o meno fe- dele, firmato da Sara Colangelo c’è Maggie Gyllenhaal, in una delle sue prove più sottili e intense. Tutto il resto è di contorno, anche se non mancano volti famigliari o promet- tenti, dall’insegnante di poesia interpretato da Gael García Bernal, alla babysitter che ha il volto di Rosa Salazar, prossima prota- gonista di Alita: Angelo della battaglia, fino a Michael Chernus visto in diverse serie Tv di qualità come Manhattan e Patriot. La re- gista italoamericana, premiata allo scorso Sundance Film Festival proprio per la regia, prima di The Kindergarten Teacher aveva firmato un solo lungometraggio, Little Acci- dents, inedito in Italia. Anche per lei si pro- spetta una carriera felice, soprattutto con- siderando l’attuale interesse di Hollywood per le donne alla regia. Michael chernus AL CINEMA Maggie Gyllenhaal Dal 02.11.18 Dal 02.12.18 Remake di un omonimo film israeliano di Nadav Lapid
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    D anny Carter, poliziottoin servizio notturno, trova un ragazzo ferito che brancola lungo un sentiero di cam- pagna. Lo porta perciò al pronto soccorso più vicino, quello di un paesino: è un pronto soccorso a mezzo servizio, in dismissione e prossimo al trasloco a causa degli esiti di un incendio che ha colpito l’ospedale. Il medi- co, il dottor Powell, è perplesso: il ragazzo sembra sotto shock e dev’essere sedato per cercare di determinare che cos’ha. Al pronto soccorso lavora anche Allison, con cui Car- ter è stato sposato: storia finita dopo che Allison ha perso il figlio che aspettavano. Beverly, un’infermiera, improvvisamente uc- cide un altro paziente e aggredisce Carter, che è costretto perciò ad ammazzarla. Il comportamento insensato di Beverly non sembra trovare alcuna spiegazione. Mitchell, un agente più anziano, arriva chiedendo come sono andate le cose e spiegando che il ragazzo trovato da Carter è implicato in una carneficina avvenuta a poca distanza da lì. Carter cerca di contattare la centrale, ma non ci riesce né via telefono né via radio. Poco fuori dall’ospedale, Carter è aggredito da uno strano tizio incappucciato e con una tunica bianca. Carter, ferito, riesce a rientra- re nel pronto soccorso, ma ci sono parecchi altri incappucciati che circondano l’ospe- dale. È l’inizio di un assedio, ma il pericolo è anche all’interno: la defunta Beverly si è infatti misteriosamente trasformata in una creatura mostruosa e aggressiva. Come il distretto di polizia di carpenteriana memoria (Distretto 13 - Le brigate della mor- te), anche questo pronto soccorso in dismis- sione diventa teatro di un assedio spietato con le forze del male che da fuori (e anche da dentro) cercano di sopraffare il manipolo di disperati che si trova bloccato nell’edificio. Ma qui non si sviluppa alcuna solidarietà di gruppo, come preannuncia la visione, sullo schermo televisivo osservato da un pazien- te all’inizio del film, de La notte dei morti viventi (altro classico film “di assedio”), la cui conflittualità collettiva è richiamata. Il gruppo di persone sotto assedio è infatti eterogeneo al massimo grado, con forti di- vergenze al suo interno e ben poca capacità sinergica, mentre la minaccia assume via via contorni sempre più metafisici e terrifican- ti. Ma in realtà è un assedio atipico perché, come nota uno dei personaggi, chi è fuori non cerca di entrare, ma si limita a impedire a chi è dentro di uscire. Perché, evidente- mente, ciò che si deve compiere si compia. AL CINEMA Jeremy Gillespie, Steven Kostanski. D eterminato a sfuggire alla sua tradi- zionale educazione, il diciassetten- ne Euronymous si fissa con l’idea di creare il “vero black metal norvegese” con la sua band, i Mayhem. Mentre si adopera per scovare trovate pubblicitarie sempre più scioccanti, i suoi compagni iniziano a cre- dere nel progetto ma la già sottile linea tra spettacolo e realtà si fa sempre più labile. Un incendio doloso, la violenza e, infine, un crudele omicidio metteranno sotto shock l’intera nazione. Un film che ha creato non pochi pareri contrastanti e critiche all’inter- no del web, dunque va approfondito nel dettaglio, vi consiglio quindi di informarvi un minimo sui fatti di cronaca norvegese riguardate il Black Metal dei primi anni ’90 per poter giudicarlo e apprezzarlo a pieno. Lords of Chaos racconta il Black Metal nor- vegese, quello accusato di satanismo e di chiese bruciate per intenderci, dal punto di vista del protagonista Euronymous, fonda- tore e chitarrista dei Mayhem, fino alla sua morte nel 1993 da parte di Varg Vikernes, conosciuto ai più come Burzum. Essendo un film biografico ci si aspetta della verità, ma il regista fin da subito ha messo le mani avanti affermando che si tratta di un film su bugie e verità, non specificandone la percentuale chiaramente e spaccando in due l’opinione pubblica. Questa è l’unica critica sensata che ho trovato in giro, per il resto si tratta di una pellicola ben diretta in cui, sebbene i temi trattati non siano da teen-movie, molte scene appaiono trattate con estrema superficialità e romanzate. Di certo l’intenzione del regista non era quella di creare un prodotto estremo e sconvol- gente, possiamo dire che si tratta di un film che si trova a metà tra la serietà di Metalhe- ad e lo stereotipo del metallaro cattivo di Deathgasm. lord ofchaos Jonas Akerlund Dal 01.02.19 Dal 02.12.18
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    È difficile recensire unfilm che ti ha la- sciato tanto, perché hai sempre il ti- more di non riuscire a ricambiare – o meglio, a trasmettere con le parole – quello ti ha dato. Non è solo un problema di adat- tamento linguistico di immagini e suoni, quanto più un concentrato di emozioni e sensazioni che, quando qualcosa incrina le giuste corde, fai un po’ fatica a spiegare. So- prattutto quando c’è così tanto da spiegare. Ma ci proverò. Les Garçons Sauvages è un film del 2017 di- retto da Bertrand Mandico presentato nella sezione SIC (Settimana Internazionale della Critica) della 74esima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Liberamente ispira- to al romanzo di William S. Burroughs, Les Garçons Sauvages – Un livre des morts, il film di Mandico (già autore di varie opere – cortometraggi e mediometraggi – di carat- tere surrealista) è stato eletto “miglior film del 2018” dai Cahiers du Cinema, attirando così l’attenzione dei cinefili. Ma di cosa parla esattamente? bella doman- da, intanto, la trama: All’inizio del XX secolo, sull’isola de La Réun- ion, cinque adolescenti di buona famiglia, appassionati di scienze occulte, commetto- no un feroce crimine. Un capitano olandese se ne prende carico e li costringe ad una crociera di rieducazione a bordo di un va- scello fatiscente e spettrale. Sfiniti dai meto- di del capitano, i cinque ragazzi pianificano l’ammutinamento. La loro meta è un’isola sovrannaturale dalla vegetazione lussureg- giante che cela un segreto sconvolgente. C’è tutto in Les Garçons Sauvages. E quan- do dico tutto, intendo che sono così tanti i riferimenti, i temi, i registri stilistici e i mo- menti mindfuck che davvero si fa fatica a reggere quasi due ore; eppure, quando fini- sce, si ha la sensazione che sia durato poco, pochissimo, come un sogno. Ogni fotogramma meriterebbe di essere stam- pato e incorniciato, tanta è la cura tecnica – for- malismo al suo apice – con cui Mandico ha gi- rato il film, senza dimenticare mai una sostanza che si sposa ogni secondo con la forma, in un matrimonio visionario, onirico, impuro, psiche- delico, quasi malato, ma mai stantìo. La freschezza e l’innovazione stilistica con cui la regia di Mandico irrompe e buca lo schermo rende Les Garçons Sauvages un film unico, un film che mancava e di cui ave- vamo bisogno. La sua forza più grande è senza dubbio quella di essere riuscito a (ri) proporre riferimenti (di tutte le arti) autoriali, classici e dogmatici in chiave contempora- nea, pop, che però non dimentica mai di omaggiare (in particolare) il cinema verso cui è debitore, alternando scene meraviglio- se in bianco e nero a scene colorate, vivide, che rimandano a un tipo di surrealismo poco conosciuto (quello che unisce elementi clas- sici e post-moderni). Da Fassbinder (Quelle de Brest su tutti) a Kubrick (Arancia Mecca- nica), da Truffaut a Jean Cocteau, la devo- zione di Mandico nei confronti del cinema si respira per tutta la pellicola, elevando il film al suo massimo splendore; perché se in superficie Les Garçons Sauvages racconta una storia di formazione di stampo epico attraverso i generi e il sesso, appena sotto la punta dell’iceberg comincia a estendersi “Volevo realizzare il film che mi perseguitava, il film che volevo vedere; volevo girare una storia che combi- nasse avventura e surrealismo, isole tropicali e studio, navigazione e tempesta, sesso e metamorfosi… L’ho girato cercando di abbracciare la fantasia, dando libero sfogo alle mie pulsioni, al mio desiderio di sfumare le carte dei generi, per realizzare un film d’avventura, epico, romantico, organico, fantastico, erotico…” Jeremy Gillespie, Steven Kostanski. Les Garçons sauvages è un trip a tinte QUEER AL CINEMA per chilometri e chilometri un amore visce- rale verso la Settima Arte, che esplode coin- volgendo tutti i sensi. Ogni elemento (filmico e profilmico) tende allo spettatore, spezzando continuamen- te l’equilibrio tra realtà e finzione; un vero e proprio trip attraverso le menti di cinque giovani ragazzi che si sentono grandi troppo presto e che solo alla fine capiranno i peri- coli e i dolori del mondo degli adulti. In altre parole: quelli de Il Signore delle Mo- sche che si fanno di acidi insieme a Buñuel nell’isola di King Kong mentre guardano La morte corre sul fiume. A tratti horror, a tratti fantastico, a tratti drammatico, a tratti grottesco ma sempre corroso dal fil rouge del surrealismo (al qua- le Mandico deve la maggior parte dei suoi riferimenti), Les Garçons Sauvages colpisce anche per la quantità di elementi queer che fanno parte della storia e della messa in sce- na: qui si scorge in particolar modo la luce del citazionismo a uno dei tanti capolavori di Fassbinder, Querelle De Brest: la scenogra- fia ricorda un enorme palcoscenico sospeso nel limbo di un teatro, dove tutti gli oggetti (quando non sono espliciti) alludono a parti dei genitali maschili: dai testicoli commesti- bili ricoperti di pelo al liquido seminale che i ragazzi bevono da frutti di forma fallica, il film è pervaso da un’atmosfera queer che si riscontra tanto nell’ambiente quanto nella narratività, e che raggiunge il climax in una delle scene più belle di tutto il film: l’orgia senza sesso tra i protagonisti che, drogati e in estasi, si rotolano nella sabbia tra piume che scendono dal cielo come coriandoli. Ci sono sequenze che lasciano senza parole, vuoi per la maestria con cui sono girate, vuoi per le luci, vuoi per i dialoghi, vuoi per la musica, vuoi per la masturbazione cronica al cervello data da continui stimoli e rigurgiti visivi che non possono che premiare il lavo- ro assurdo del regista, in grado di sfornare una di quelle opere senza tempo da vedere e rivedere, da amare e consumare con gli occhi e con la mente. Les Garçons Sauva- ges è un film che mastica la vita per quel- lo che (non) è: un tendersi fino a rompersi nei meandri dell’inconscio; un riconnettersi con il nostro lato più primitivo e oscuro; un lasciarsi andare alla crapula, alla lussuria, ai piaceri della vita che passano attraverso qualsiasi forma di male (violenza); un crollare in un sogno lucido e non volersi risvegliare. Con questo film Mandico ci regala una bel- lissima e suggestiva storia di formazione, ma non solo: c’è soprattutto l’amore, a fare da padrone al film. Quello tra un uomo e il cinema. HORROR, FANTASTICO, DRAMMATICO, GROTTESCO LESGARCONSSAUVAGES Dal 02.12.18
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    D opo il bellissimo“Beyond the Black Rainbow”, il regista Panos Cosma- tos, figlio di George P., ci sorprende nuovamente con “Mandy”, uscito da poco in blu-ray per Eagle Pictures. Dalla fanta- scienza passiamo all’horror ma il significa- to e la filosofia di Cosmatos sono gli stessi: sacrificare l’immagine. La trama è quanto di più semplice si possa immaginare: Red e Mandy sono una tenera coppia che vive in mezzo alla natura, la loro routine è semplice e ricolma di gioia, almeno fino a che una banda di motociclisti facenti parte di una setta non rapiscono la ragazza e le danno fuoco davanti agli occhi dell’uomo: Red ora dovrà vendicarsi. Come per “Beyond the Black Rainbow” sia- mo di fronte ad un’allucinazione continua, un film in cui è l’immagine ad esperire ogni significato possibile. La vista intesa come sogno e come allucinazione è sempre pro- tagonista, trasformando la visione canonica del cinema in visione ultraterrena (anche at- traverso il sonoro). La setta sceglie Mandy in quanto non vuole sacrificare il personaggio a cui siamo affe- zionati, in realtà abbiamo pochi elementi per creare empatia con lei. La setta vuole sacrificare la sua immagine cinematografica, distruggere lo stereotipo della semplice fe- licità in funzione di un ideale estetico dram- matico e negativo. La volontà di distruggere un’icona insomma. Possiamo capire questo attraverso diversi indizi: dopo aver droga- to Mandy una ragazza le dirà: “questo ha smesso di essere un bel sogno”. Una delle prime frasi del Sacerdote sarà, invece: “dim- mi cosa vedi”. Tutto il concetto di sacrificio in realtà è esperibile attraverso una visione estetica, il cristianesimo lo ha sempre raf- figurato come un evento epico e gli stessi sacrificati muoiono per trasmettere un’im- magine al prossimo. Nietzsche, riflettendo su questa religione, riguardo al sacrificio ha affermato come esso si oppone alla potenza della vita, è un ragionamento contro tutto ciò che ha valore, che addirittura è co-co- struttore del divario sociale. La setta che rapisce Mandy effettivamente sta andando proprio contro tutto ciò che è considerato valore nella modernità: l’amore, la coppia, la semplicità. Il sacrificio dell’immagine non avviene solo in questi termini, ma anche a livello lessica- le. Il protagonista si chiama Red, il rosso è il colore fondamentale del film, la vendetta invece il sentimento principale. Il nome del protagonista che si rifà all’immagine, per- ché qui i personaggi non possono essere separati da come appaiono sullo schermo. E lo si vede anche dalle scritte che emer- gono saltuariamente nel film in pieno stile Gaspar Noè: il nome della setta “Children of the new Dawn”, così come il titolo “Mandy” scritto in stile band black metal (che appare proprio quando inizierà la vendetta di Red). Anche il loro nome non può vivere aldilà di ciò che vediamo. Un concetto che ad esempio va contro la filosofia della realtà e dunque contro le parole di Pasolini: Pier Paolo diceva che gli eventi fuori scena, tutto ciò che immaginia- Panos Cosmatos INTERVISTAAL CINEMA mo che avvenga aldilà di ciò che vediamo, è importante per capire il mondo in cui i per- sonaggi agiscono, importante per gli eventi, importante per tutto. Qui Cosmatos non da per nulla importanza a ciò che non possiamo vedere, non ci interessa sapere cosa c’era prima o cosa c’è tra una scena e l’altra. L’u- nica cosa che conta è l’immagine e il modo che hanno i personaggi di rapportarcisi. Può essere un esempio stupido, ma basta guar- dare il design dei motociclisti, che paiono quasi dei moderni cenobiti. La loro immagi- ne ispirata al cinema horror, così come tutto il film, evolve il concetto a livello meta-cine- matografico. Non solo Mandy vive di imma- gini proprie, ma anche di quelle di altri film. Prima di questa nuova ondata di cinema al neon, le scene con tutte queste luci sparate al massimo e di grande impatto visivo erano relegate a determinate sequenze cardine: guardate Suspiria, Society, di esempi se ne possono fare settemila. Qui pare tutto una scena clou di questi film classici, l’orrore ci- nematografico deve permeare ogni frame per poter raggiungere l’impatto che il re- gista si prefigge. Da questo ragionamento nasce, però, una domanda spontanea: pre- sentando tutto il film in questa folle maniera, non perde fascino, rendendolo quasi anoni- mo e tutto uguale, facendo perdere il gusto della sequenza clou? Questo secondo me dipende dallo spettatore e dal suo rapporto con il cinema contemporaneo. Dipende se volete vederla come cura maniacale o come un “menarsela continuamente perché si rie- scono a gestire le luci”. Stesso diatriba che scaturisce dall’analisi delle opere di Nicolas Winding Refn, insomma. Personalmente io adoro questo modo di fare Cinema, asso- lutamente. L’unico difetto sta nella lunghez- za, 15 minuti in meno avrebbero giovato al ritmo senza fargli perdere nulla a livello significativo. Un’esperienza horror molto in- teressante, diversa da tutto ciò che si vede in giro ora. Ora non possiamo fare altro che sperare in un blu-ray di “Beyond the Black Rainbow” per godercelo in alta definizione come Mandy. “MANDY” DI PANOS COSMATOS È IL SACRIFICIO DELL’IMMAGINE. Andrea Riseborough Nicholas Cage Dal 02.12.18
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    Marcello ha duegrandi amori: la figlia Ali- da, e i cani che accudisce con la dolcezza di uomo mite e gentile. Il suo negozio di toelettatura, Dogman, è incistato fra un “compro oro” e la sala biliardo-videoteca di un quartiere periferico a bordo del mare, di quelli che esibiscono più apertamente il degrado italiano degli ultimi decenni. L’uo- mo-simbolo di quel degrado è un bullo locale, l’ex pugile Simone, che intimidisce, taglieggia e umilia i negozianti del quartie- re. Con Marcello, Simone ha un rapporto simbiotico come quello dello squalo con il pesce pilota. Marcello procura a Simone quella cocaina che il bullo consuma in quan- tità esagerate e fa per l’ex pugile da secon- do nelle “riscossioni”. Quando Simone sce- glierà proprio il negozio di Marcello come base operativa per una rapina gli equilibri fra i due salteranno irrimediabilmente. Ispirandosi liberamente ad uno dei casi di cronaca più cruenti del nostro passato re- cente, la vicenda del Canaro della Magliana, Matteo Garrone racconta un’Italia diventata terra di nessuno in cui cane mangia cane, complice l’abbrutimento culturale e sociale che ha allontanato i cittadini non solo dal benessere ma anche dalla solidarietà uma- na più elementare. Garrone depura la vi- cenda del Canaro dalla sua componente veramente oscena, ovvero la spettacolariz- zazione, arrivando a desaturare la palette di colori con cui dipinge i suoi quadri di deso- lazione suburbana (meravigliosa la fotogra- fia di Nicolaj Bruel) dei quali sfuma i margini ed evidenzia l’essenza. Dogman inizia con il ringhio di un pitbull da combattimento ed il terrore speculare degli altri cani chiusi dentro le gabbie del negozio, enucleando così quelle dinamiche di sopraffazione e sottomissione che sono la regola di vita del quartiere. L’ombra di Si- mone si staglia gigantesca dietro la porta a vetri del canaro, proiezione gonfia di una paura atavica che con il tempo ha dominato gli animi della gente perbene, non soltanto nei quartieri periferici. E lo sguardo smarrito di Marcello in riva al mare, dopo l’ennesima prepotenza subìta, è quello di un Paese che ha preso consape- volezza del proprio status di vittima, e che “tutto questo non lo accetterà più”. Ma in- vece di raccontare un’incazzatura alla Quin- to potere, o la vendetta efferata e grottesca in cui le cronache hanno abbondantemente sguazzato, Garrone descrive una quieta ri- valsa del tutto priva della valenza pulp che ha reso archetipale, e protagonista di uno storytelling ante litteram, il vero Canaro. Dogman è un film comico, eppure non fa ridere, anzi ci lascia in uno stato di compas- sione e solitudine. DOGMAN ILRISCHIODI ESPORSIALMONDO Marcello Fonte Matteo Garrone M irko e Manolo sono due giovani amici della periferia romana. Gui- dando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare. La tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna: l’uomo che hanno ucciso è il pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati la possibilità di entrare a farne parte. La loro vita è davvero sul punto di cambiare. I fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo al loro film d’esordio firmano un’opera che dimostra la loro profonda tensione morale. Quello dei D’Innocenzo non è l’ennesimo film sulle periferie o sui cosiddetti ‘coatti’ quanto piuttosto un’indagine sulla possibili- tà di un’amicizia che possa far sì che ci si aiu- ti reciprocamente a crescere. Manolo e Mir- ko sono come tanti altri. Come loro vanno a scuola con il desiderio di finirla al più presto per trovarsi un’attività che gli piaccia ma non sanno che stanno già lasciandosi scivolare il mondo addosso. Perché è il contesto con- temporaneo che, giorno dopo giorno, sta ri- vestendoli di una pellicola di impermeabilità a qualsiasi possibile etica. Intorno a loro non stanno solo i lupi della malavita organizzata pronti a sfruttare la l’apparente indifferenza nei confronti di quanto viene loro richiesto (prostituire mino- renni spacciare droga, uccidere) ma anche un padre da una parte e una madre dal’altra che hanno rinunciato di fatto al loro ruolo. Uno per frustrazione e l’altra per debolezza. I figli hanno ‘sentito’ questa insoddisfazione esistenziale e vi hanno reagito come pote- vano: smettendo di reagire. Solo apparen- temente però come si diceva. Perché se Ma- nolo (un sempre più efficace, di film in film, Andrea Carpenzano) sembra indifferente a tutto mentre in alcuni suoi sguardi si avverte la smentita a quanto fa apparire in superfi- cie, MIrko (l’altrettanto efficace Matteo Oli- vetti) è più tormentato. I suoi scatti d’ira, la sua generosità esibita fuori misura, lo con- figurano come impreparato al compito. In fondo Manolo ha un padre che gioca alle macchinette per dimenticare che avrebbe voluto far parte di quel mondo del crimine a cui indirizza il figlio. Mirko invece sente la sofferenza che impone alla madre anche se non riesce a rinunciare alla nuova vita. I D’Innocenzo sanno ritrarre l’appiattimento delle coscienze in cui il dire ‘scusami’ sem- bra poter mettere a posto qualsiasi cosa risarcendo anche chi sia vittima del crimine più grave. In un ambito sociale in cui la per- sona è ridotta a merce resta poco spazio per i sentimenti. Il loro è un grido d’allarme che, provenendo da due registi trentenni, assu- me un valore ancora maggiore. ABBASTANZA AL CINEMA Fabio e Daminao D’Innocenzo A Andrea Carpenzano Matteo Olivetti Un grido d’allarme che dimostra la profonda tensione morale di due giovani e promettenti registi. Dal 02.12.18 Dal 02.12.18
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    SPIKELEEL’INTERVISTA Di JAMILSMITH Ogni ospite della 40 Acres & a Mule Fil- mworks, la casa di produzione di Spike Lee a Fort Greene, Brooklyn, viene accolto da Radio Raheem. Una gigantesca riproduzio- ne in cartapesta del personaggio di Fa’ la cosa giusta — completa del suo boombox — si staglia sopra l’ingresso, un potente me- mento dei temi che ricorrono in tutta o quasi l’opera del regista: la bellezza, l’assurdità e l’orrore di essere nero in America. Quasi trent’anni dopo la realizzazione del suo capolavoro, Lee ha dato vita a un de- gno compagno con BlacKkKlansman, basa- to sulla storia vera di Ron Stallwoth, poliziot- to afroamericano che si infiltrò nel Ku Klux Klan negli anni ’70. A maggio il film ha vinto il Grand Prix al Festival di Cannes, dove Lee ha definito il presidente Trump un “figlio di puttana” per essersi rifiutato di condannare i suprematisti bianchi che avevano dato il via alle violenze di Charlottesville, in Virginia. «SVEGLIATEVI! NON CEDETE ALL’ODIO» IL REGISTA È APPENA TORNATO AL CINEMA CON IL NUOVO CAPOLAVORO ‘BLACKKKLANSMAN’, UN FILM “DEDICATO” ALL’AMERICA DI TRUMP MA NON SOLO: «GRAN BRETAGNA, FRANCIA, ITA- LIA, GERMANIA. LA CRESCITA DEI GRUPPI FASCISTI, NON È SOLO UN FENOMENO AMERICANO». INTERVISTA Quando lo incontriamo nel suo ufficio, Lee non è così incendiario. Circondato dai me- morabilia dei suoi film e non solo, tra cui un poster francese di Fronte del porto autogra- fato due volte da Elia Kazan, riflette sulla sua carriera e spiega perché, in un momento politico che sembra più complicato che mai, vorrebbe che a parlare fosse la sua arte. La prima lettura che viene automatico dare al film è che non parli solo di suprematismo bianco, ma del silenzio bianco. Volevamo solo dire le cose come stanno. Do- veva essere un film storico, ma che riuscisse a commentare quello che sta succedendo oggi, con questo tizio alla Casa Bianca. Tutta le vicende legate all’inno durante le partite NFL, il muro, i “messicani stupratori”… roba da pazzi. Un anno vissuto pericolosamente, ecco cosa sta succedendo. E poi ho visto la valigetta. ►Ti hanno detto che qualcuno teneva i co- dici nucleari lontani dal presidente Trump? Mi dicevano che aveva un codice finto. Come quando ti danno il numero di telefono sbagliato apposta… Ovviamente questo è quello che mi auguro. Jordan Peele e il suo team sono venuti da te con lo script per BlacKkKlansman. ►Cosa mancava a quel copione secondo te? Comprarono i diritti del libro di Ron Stal- lworth, ma sentivano che mancava un po’ di pepe. Quello ce l’ho messo io. Sono grato per questa opportunità, perché non avevo mai sentito parlare di Stallworth prima. Non conoscevo la sua storia. La gente dice che è troppo incredibile per essere vera. Ed è que- sto che la rende bellissima. John David Washington, che interpreta Stal- lworth, è il figlio di Denzel. Vedi qualcosa di suo padre in lui? John David è incredibile in questo film. “La mela non cade mai lontano dall’albero”, c’è un motivo per cui la gente usa questo detto. Lui è il primo figlio di Denzel, ed è un grosso fardello da portare. Ho un rapporto speciale con quel ragazzo, il suo primo film è stato Malcolm X. Avete presente la fine, quando i bambini dicono “My name is Malcolm X”? Lui è uno di quei bambini. Aveva sei anni forse. ►Cannes quest’anno è stata un’esperien- za diversa rispetto a quando sei andato con Fa’ la cosa giusta. Stai finalmente tro- vando il tuo posto nel mondo? Penso che il tempo sia stato clemente con Fa’ la cosa giusta. La gente si dimentica in fretta: a suo tempo non era nemmeno sta- to nominato come miglior film agli Oscar. Quell’anno vinse A spasso con Daisy. Chi lo guarda più? Mi ricordo di aver visto una foto con il pre- mio in mano. Sembravi orgoglioso come mai prima. Perché non hai visto quando mi hanno dato l’Oscar (ad honorem nel 2016, ndt). Ero fe- lice per tutte le persone coinvolte nel film. La famiglia, gli attori, tutto. È stato un mo- mento molto bello. E la standing ovation alla fine? Surreale. Oltre 10 minuti. Come regista, sai che reazione vorresti dal pubbli- co. Tutti ora amano Crooklyn, ma non fece- ro altrettanto quando uscì. Bamboozled, He Got Game, posso continuare… Ho fatto film che sono diventati di successo. Ma è diverso avere successo quando escono. ►Rifletti mai sull’effetto che la tua opera ha avuto sulle persone? Non proprio. Mi ricordo la prima proiezione di She’s Gotta Have It a Los Angeles. Dopo il film un giovane regista di nome John Sin- gleton venne da me e mi disse «farò dei film proprio come te». E lo fece. Cinque anni dopo, con Boyz N the Hood. È qualcosa di cui sono consapevole, ma non ci penso spesso. Sono troppo concentrato su fare quello che devo. A Cannes, Cate Blanchett, che era presidente della giuria, ha detto che BlacKkKlansman è “fondamental- mente un film su una crisi americana”. Ma vedi, ecco il punto. Penso che sia una grande attrice, le ho detto che vorrei lavo- rare con lei dopo il festival. Ma la questione che non ha visto, e che gli altri giurati non hanno visto – e non lo dico perché non ho vinto la Palma d’Oro – è che non è soltanto un film sugli Stati Uniti. Questa situazione è dovunque in Europa: in Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania. Vorrei che la gente lo capisse. La crescita della destra, dei grup- pi fascisti, non è solo un fenomeno ameri- cano. E in ogni caso voglio ancora lavorare con te, Cate! Non incazzarti! ►BlacKkKlansman si conclude con le immagini dalle rivolte di Charlottesvil- le dell’agosto 2017, il momento in cui i suprematisti bianchi investirono i mani- festanti, uccidendo una donna di nome Heather Heyer. Perché hai deciso di usare quel girato? Abbiamo iniziato le riprese a settembre. Quando sono successi i fatti di Charlottesvil- le, sapevo che sarebbe stato il finale del film. Ho dovuto chiedere il permesso alla signora Susan Bro, la madre di Heather Heyer. È una donna che ha visto la figlia morire in un atto di terrorismo americano, gente che mangia gli hot dog, le torte di mele… La signora Bro non ha più una figlia, perché un terrorista americano ha investito la folla con un’auto. Ma la gente che vedrà quel finale, sono cer- to, sarà, come dire, molto tranquilla. Anche perché ascolterà Prince cantare uno spiritual “negro”, Mary Don’t You Weep. Hai sentito la canzone? ►Sei evidentemente scontento delle dire- zione in cui sta andando l’America. Uno degli obiettivi del tuo lavoro è mostrare i nostri errori per fare in modo che possia- mo migliorare? Sto tornando a dire a tutti Wake up. È sta- to il motto di molti dei miei film. Wake up. Svegliatevi. State attenti. Non cedete agli imbrogli, ai sotterfugi, e non cercateli a vo- stra volta. Fate in modo che questi siano i vostri migliori anni su questo pianeta, non cedete all’odio e a tutte queste cazzate che si sentono in giro.
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    LUCA GUADAGNINO L’INTERVISTAdi Barbara Alberti Inattesa che Suspiria arrivi nelle sale, il più internazionale dei nostri registi racconta a un’amica pezzi di vita, l’infanzia in Africa, la disciplina e l’odio per il patriarcato mandato gambe all’aria dal MeToo, in nome delle donne “che sono tutto, e non puoi metterle in uno scaffale” INTERVISTA M a quanto è bello Luca Guadagnino! Grande, con un barbone amiche- vole (non di quelli che pizzicano), gli occhi splendenti da pazzo felice. Genio e benevolenza. Mette di buonumore, ha il pollice verde con le persone e le cose. È se- rio, è giocoso, un risolino candido e demo- niaco che gli spunta sempre. Guadagnino è nutriente. Regista e cuoco, alimenta con l’immaginazione e il cibo, ma non è di quei cuochi molesti che mentre mangi stanno lì avidi di elogi, e ti mandano il boccone di traverso. La casa, anche questa che è prov- visoria, è una casa di Guadagnino: finestre, luce, alberi, musica, persone sparse nelle stanze che lavorano, alle pareti immagini e programmi. Comunione e letizia. Difet- ti? Nessuno. Cioè tanti, e tutti irresistibili. Se continuo con le lodi di Guadagnino mi sa che lo rendo antipatico, ma è noto che i suoi film Io sono l’amore, The bigger splash, Chiamami col tuo nome sono successi mon- diali, e la critica ha riconosciuto in lui un ma- estro. Dopo Chiamami col tuo nome, Oscar per la sceneggiatura, uscirà a gennaio 2019 nei cinema il travolgente Suspiria presenta- to a Venezia, con un linguaggio poetico che affonda nella storia del cinema, e non s’era mai visto prima. Prossimo progetto, ha rivelato al New Yor- ker, un film ispirato all’album di Bob Dylan Blood on the tracks. Cos’è il nuovo? È l’an- tico, il dono della bellezza e l’occhio per ve- derla. Realismo inventato, tutto è un sogno. Il sogno del cinema. Il sogno di un bambino africano. ►Ci racconta la sua infanzia in Etiopia? È stata una consapevolezza di dopo, allora ero troppo piccolo per capire che stavo in Etiopia. Capii dopo, una volta tornati a Pa- lermo, cos’avevo perso lasciandola. La mia famiglia si trasferì lì quando io avevo un mese. E ho vissuto un’infanzia speciale, così diversa dall’immaginario degli amici che ho poi avuto in Italia. Su Tatà, la tarta- ruga, ci andavo a cavallo e il mondo cam- minava lento attorno a noi. La capra An- gelina, il serpente mansueto, il falco che mi rubò la merenda e altri incantamenti, come la preparazione del caffè. Sette volte si fa bollire, sette volte si beve, e il volto di Adanesh, la bambinaia con gli orecchini d’oro risplende sopra la fiamma. Un gior- no ho visto la cagna che allattava i picco- li, e mi sono messo a succhiare il latte coi cuccioli. Nessuno se ne accorse. Le paure erano la mia vita segreta. Le paure erano bellissime. Poi la storia ha fatto irruzione, il colpo di Stato detronizzò Hailé Selassiè, e il generale Menghistu instaurò la dittatu- ra. Gli stranieri dovettero andarsene, por- tandosi via l’ultima traccia del crudele e straccione colonialismo italiano degli anni ‘30. Noi facevamo parte di una comunità di italiani che in sordina credeva ancora al dominio sull’Africano. Lì è nato il mio sen- timento del cinema. Il cinema dell’orrore è uno dei luoghi più importanti nel mio im- maginario, forse già da quegli scheletrini. A parte le suggestioni fortissime che ti of- fre vedere da bambino Lawrence d’Arabia, la luce etiope e i misteri hanno contribuito all’idea del racconto per immagini che è di- ventato la mia vita. ►Il piccolo Guadagnino sognava il cinema? No, faceva il cinema. Io vedo e proietto. Ogni regista che ha realizzato film, ne ha fatti molti di più nella sua testa, non meno importanti di quelli veri. Da poco ho sogna- to un film di cui ho dimenticato i dettagli, bellissimo, il migliore che avrei mai potuto fare. Però era lì, nel sogno. Aveva già amore per la cucina? Sì, forte come quello per il cinema. E anche lì si affacciava il mistero. I miei giocattoli era- no i pentolini. Un giorno li misi a cuocere sulla stufa, e andai nell’orto a prendere le verdure. Torno, e i pentolini erano scom- parsi. Ci sarà forse stata una mano umana, ma nessuno confessò, e per me restò una magìa. ►Lei come si tratta? Spero di non trattarmi con indulgenza. E di non offrirmi meno piaceri di quelli che vor- rei darmi. Io credo nella joie de vivre, come direbbe Bertolucci, ma alla fine tutta questa gioia non me la concedo, perché pretendo da me e dagli altri una totale concentra- zione, dedizione, focus, che col piacere ha poco a che fare, ma ne ha col produrre un oggetto di piacere per gli altri. ►Nel fare un film qual è il momento più bello? Con tutta l’ansia che comporta, quando lo mostri al pubblico: passi il testimone, la tra- smissione del piacere. Più bello di quando le viene l’idea? Io non credo nell’idea. Credo nel metodo, nella disciplina, nella ricerca. “Prossimo progetto? un film ispirato all’album di Bob Dylan Blood on the tracks”
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    LA PARANZADEI BAMBINI Vincere il premioalla sceneggiatura per La paranza dei bambini per Roberto Saviano è “qualcosa di emozionante, strano, interes- sante, inaspettato. È un momento compli- cato per l’Italia e l’Europa e un film come il nostro, senza attori professionisti, che racconta la ferita di un paese, non credevo potesse avere l’incredibile accoglienza che L’INTERVISTA A ROBERTO SAVIANO a cura di Federico Mauro INTERVISTA .DAL 13 FEBBRAIO AL CINEMA ha avuto. Stasera artisti di tutto il mondo ci hanno detto di essersi identificati nel film e nei ragazzi”. ► Che viaggio è stato dal libro al film? “Dopo due libri sulla Paranza, e la mia espe- rienza di sceneggiatore con Gomorra - con Braucci vincemmo il Gran Prix a Cannes - passando per la serie sono arrivato ormai a sentire la sceneggiatura come un ruolo ge- mello al mio scrivere libri. Probabilmente la scrittura seriale e quella del film mi stanno permettendo di non sentire la sceneggia- tura come un lavoro altro rispetto a quello dello scrittore”. ► Cosa ha imparato da sceneggiatore? “Che devi andare sul dialogato e sulle im- magini, non puoi teorizzare e analizzare. In questo mi ha aiutato tutto l’armamentario del- le inchieste giudiziarie, intercettazioni e mate- riali sono stati fondamentali per i dialoghi dei ragazzini. Abbiamo anche cambiato la sce- neggiatura rispetto agli attori. Sono loro che hanno plasmato l’argilla della storia, in genere avviene il contrario. Ma le mie sceneggiature sono porose come spugne, pronte ad assorbi- re e cambiarsi a seconda degli attori”. Sul palco ha dedicato il premio alle ong. “Alle ong che salvano le vite in mare, ai maestri di strada che salvano le vite degli ultimi nei quartieri popolari. Sono una for- ma di resistenza dove ormai la bugia è un programma sistematico del governo. Ho voluto dedicare il premio alle parti più uma- ne dle nostro paese. La nostra costituzione si fonda sull’umanità e sulla solidarietà che oggi sono invece percepite come furbate e buonismo. Come se un gesto di solidarietà nascondesse necessariamente un imbroglio e invece cinismo e violenza sono percepiti come sentimenti autentici e coraggiosi”. ►L’arte e la cultura italiana riescono ad avere quel dialogo con l’Europa e il mon- do che manca alla politica? “Assolutamente sì, il riconoscimento che ci viene dato è alla cultura italiana, ed è bello sentirsi rappresentanti di questo. Una cul- tura che parla a una grande comunità: non siamo isolati. L’unico modo per proteggere le frontiere è mischiarle. Dietro il palco con i premiati di ogni nazione. ►Alla Berlinale è stato accolto con gran- de calore. “Sì, la Germania ha molto a cuore il racconto del nostro Paese e segue da sempre la mia battaglia. Mi sono sentito accolto. È un pre- mio alla forza che devo trovare per raccon- tare tutto questo. Ed è il contrario di quello di cui vengo sempre accusato in Italia. A nessuno qui è venuto in mente di dire che La paranza dei bambini può condizionare in negativo ragazzini o diffamare il nostro pae- se. Si comprende che, al contrario, è un grido di dolore, un film che Claudio Giovannesi ha costruito con poesia, restituendo un’immagi- ne di disperazione ma anche di una umanità che poteva e può essere salvata”. ► Quali sono state le domande più fre- quenti alla Berlinale? “Non riuscivano a credere che i ragazzini non fossero attori professionisti. E mi chie- devano sempre come sia possibile che io continui ad andare avanti con tutto l’odio che ricevo. Resto in piedi con la forza della parola, la mia ossessione religiosa, che sta- volta si è unita all’immagine”.
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    David Lynch la logica deisogni e l’importanza di immaginare Di Kory Grow A bbiamo intervistato il regista di ‘Twin Peaks’ in occasione del Festival of Disruption, iniziativa della sua fonda- zione per diffondere la meditazione trascen- dentale: «Gli esseri umani amano viaggiare verso l’ignoto» mo», dice David Lynch nel backstage del Brooklyn Steel. Sta pensando a tutto quel- lo che ha visto durante la prima edizione newyorkese del Festival of Disruption; è fer- mo su una sedia pieghevole, e per parlarmi si piega in avanti nel suo classico abito scu- ro. I capelli, un perfetto caos asimmetrico. Sembra in sintonia con la serata, e guarda dritto negli occhi il suo interlocutore. Pochi minuti prima era impegnato in un talk per presentare la sua quasi-autobiografia Room to Dream e il suo corto What Did Jack Do?, girato nel 2014. Il suo sorriso tradisce l’orgoglio che prova per il successo del we- ekend appena trascorso. La due giorni del festival ha portato sul palco Animal Collective, Flying Lotus, Jim James e Angel Olsen, insieme a una pro- iezione di Velluto Blu e conferenze con gli attori con cui ha lavorato per decenni: Kyle MacLachlan, Isabella Rossellini e Naomi Watts. L’evento, che tornerà a Los Angeles il prossimo ottobre, è una raccolta fondi del- la David Lynch Foundation, organizzazione impegnata per aiutare popolazioni a rischio attraverso la meditazione trascendentale. «Innanzitutto mi auguro che la gente si di- verta un po’», dice il regista, «e magari si in- «Gli esseri umani amano viag- giare verso l’igno- to» formi a proposito dei benefici derivanti dalla pratica della meditazione trascendentale». ►Hai proiettato Velluto Blu e Psychogenic Fugue, un corto di Sandro Miller in cui John Malkovich interpreta molti dei tuoi personaggi. Sapevi che vo- leva il ruolo di Frank Booth, al posto di Dennis Hopper? Oh, non lo sapevo. Sarebbe stata una scel- ta interessante, ma Dennis Hopper era nato per quel ruolo. Non ci sono discussioni. Quindi non hai dovuto dirigerlo granché Dennis disse una grande verità. Mi chiamò al telefono: «Io devo interpretare Frank Booth perché sono Frank Booth». Come sempre, buone e cattive notizie allo stesso tempo. Vi sarete divertiti un mondo sul set È stato fantastico bella Rossellini ha detto che in una scena tagliata di Velluto Blu il suo personaggio, Dorothy, indossa scarpe rosse. Volevi citare Il mago di Oz? Sì, era quella l’idea. Non so perché, è un film così magico. C’è qualcosa di speciale in quella pellicola. INTERVISTA
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    ►Ha per casoa che vedere con i sogni? Non saprei definirlo con certezza, ma sicura- mente ha a che vedere con la frase: “There’s no place like home”. ►Che ruolo hanno i sogni nelle tue idee? Non granché, solo quelli a occhi aperti. Non mi è capitato spesso di trovare idee in quelli notturni, ma amo la logica dei sogni. E il ci- nema può mostrarla. Velluto Blu è un buon esempio? No. Quello che voglio dire è che il cinema può esprimere concetti astratti. Può dire cose per cui non ci sono parole. A volte, se sono fortunato, questo tipo di idee arriva nel bel mezzo della storia – idee difficili da esprimere a parole. Non devono necessaria- mente rispecchiare questa o quell’emozio- ne, sono idee astratte che possono essere tristi come altro. Il linguaggio del cinema ha questo potere, può essere astratto e ovvia- mente anche molto concreto. ►Ti sei mai chiesto cosa succede a Do- rothy dopo l’ultima scena di Velluto Blu? No, per me la fine è proprio quella (ride). I finali devono lasciare spazio ai sogni, ed è per questo che il mio libro si intitola Room to Dream. Quello che hai appena detto è una gentilezza, proprio così. Il cinema ti per- mette di immaginare il futuro della sua vita, e ognuno può farlo a modo suo. ww.youtube.com</a> oppure attiva Java- Script se è disabilitato nel browser.</div></ div> L’hai fatto tu stesso per Twin Peaks: The Re- turn. ►Come ti senti ora che è tutto finito? Mi sento bene. ►Ti piacerebbe continuare? Non parlo di queste cose. ►Stai lavorando a un nuovo film? Sto lavorando ai miei quadri. ►Guardando Velluto Blu ho notato che nel tuo cinema ci sono spesso inquadratu- re di strade, spesso di notte. Perché? Viaggiare verso l’ignoto è una particolarità degli esseri umani, un’esperienza spavento- sa, eccitante e piena di speranza. Ci sono molte ragioni diverse. ►Tornando a Twin Peaks: come ci si sente sul set della Loggia Nera? Io la chiamo “Red Room”. E quella sala è una sorta di giuntura. Può farmi sentire mol- to bene, o non così bene. Ha un’aria stranamente confortevole Sì, quelle sedie non sono male (ride). ►Il festival è pieno di bella musica. Cosa ascolti di recente? Sinceramente… solo Junior Kimbrough, lo ascolto di continuo (ride) ►C’è un suo album che ti piace partico- larmente? Ho una canzone preferita, All Night Long. È su YouTube. Mi piace quell’atmosfera, il modo in cui canta. C’è della verità. www.youtube.com</a> oppure attiva Java- Script se è disabilitato nel browser.</div></ div> Ricordo un’intervista degli anni ‘90 in cui di- chiarasti che ti piaceva suonare heavy metal (Ride) Mi piace il blues. Suono la chitarra a modo mio, al contrario e sottosopra. Uno dei miei figli è fissato con il metal. E c’è anche in Cuore Selvaggio e Lost Hi- ghway Assolutamente, i Rammstein. La troupe era fissata con i Rammstein. In Cuore Selvaggio invece ci sono i Powermad, poi Elvis e Gene Vincent e tanta altra musica diversa. E natu- ralmente Angelo Badalamenti. ►Durante il tuo intervento al festival hai imposto di spegnere i telefoni. Cosa pensi del mondo di oggi, dominato dagli smar- tphone, dove tutti possono riprendere tutto e fare i registi? È ok. È bello documentare gli eventi. Ho chiesto di spegnere i telefoni solo per la proiezione del film. Non è una bella cosa ri- prendere un film con l’iPhone e metterlo su Internet. La qualità sarebbe pessima, pessi- mo suono e pessime immagini. E poi è un furto. Non è una bella cosa. ►Hai parlato delle tue passioni televisi- ve: programmi di macchine e serie crime. Cosa ti piace in particolare? Investigation Discovery, e cose del genere. È incredibile cosa riesca a fare la gente. ►Che cosa c’è di speciale in Kyle MacLa- chlan? L’hai scritturato come detective ben due volte, in Velluto Blu e Twin Peaks Il detective di Velluto Blu, Jeffrey Beaumont, è una sorta di “giovane Agente Cooper”. Ma io dico sempre: tutti sono detective. Tutti notano i particolari. Siamo sempre alla ricerca di indizi per scoprire quello che ci sta accadendo. È più difficile in quest’epo- ca, perché ci sono molti disturbi e la gente ha meno tempo per stare con se stessa. Il mistero è sempre stato importante per me, perché gli esseri umani vogliono conoscere la verità. Forse è per questo che dici di osservare la quotidianità e immaginare… Sì, è il flusso delle mie idee. Puoi chiamar- la immaginazione, cioè idee in movimento. Osservi qualcosa e da quel qualcosa comin- ciano a sgorgare idee. Le idee sono tutto.
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    Mahershala Ali INTERVISTA nato come MahershalalhashbazGilmore Oakland (USA), 16 .02.1974 è una sacerdotessa, mio padre era un balle- rino. Credimi, due persone così non posso- no stare insieme». Mahershala Ali in ‘True Detective 3’, su Sky Atlantic in contemporanea con gli USA lunedì 14 gennaio (alle 3 di mattina) e doppiato in italiano lunedì 21 gennaio. Credit: Warrick Page/HBO. Quando Ali ha tre anni suo padre Philip Gil- more vince 2.500 dollari ad un concorso di ballo di Soul Train e va a New York per studia- re al Dance Theater di Harlem e lavorare nei musical. Appare in una produzione di Broa- dway di Dreamgirls e anche in una scena di Malcolm X. Ali va a trovarlo una volta all’an- no, ma non è mai abbastanza. Sua madre si è risposata e si guadagna da vivere facendo la parrucchiera. I rapporti non sono ottimi: a 16 anni Ali va a vivere con i nonni, e non la vede per 15 anni (oggi si sono riavvicinati). Negli anni del liceo Ali è una promessa del basket. Guida la sua squadra fino al campio- nato statale e gioca anche con la futura star dell’NBA Jason Kidd, eppure non si sente a posto con sé stesso. Passa l’adolescenza triste e solo, senza trovare la sua vera identità. Nel 1994 suo padre muore dopo una lunga malat- tia. Non è mai riuscito a vederlo recitare, ma sapeva che aveva iniziato: «Credo fosse con- tento» dice Ali, «Per la prima volta avevamo un terreno comune. Lui non era interessato agli sport, ma capiva la recitazione». Qualche anno fa ha ritrovato una vecchia cartolina di suo padre. Una foto per le agen- zie di casting, con lui a torso nudo in pa- lestra: «Indossava dei bellissimi pantaloni di velluto o scamosciati, e aveva il viso rivol- to verso l’alto, era grandioso» racconta Ali, «Dietro c’era scritto: “Hey Ma. Ci sto ancora provando”». Erano passati 20 anni dalla sua morte, «Ma quella foto mi ha colpito. Per la maggior parte dei genitori la vita ruota in- torno ai figli, io invece per lui ero in secon- do piano. Ripensandoci però credo di aver avuto da lui tutto quello che potevo avere. Non ho nessun risentimento. Ha fatto di più lasciandomi per provare a diventare qualcu- no che restando con me. In un certo senso è come se io avessi raccolto il suo testimone». Viggo Mortensen e Mahershala Ali in ‘Green Book’, in uscita il 31 gennaio. S to solo cercando il mio equilibrio, dice Mahershala Ali nel parcheggio del Griffith Observatory di Los Ange- les. «Sto imparando a gestire le proposte in modo da fare solo cose che abbiano un significato. E poi c’è la famiglia, le esigenze di mia moglie e di mia figlia. E devo trovare un po’ di tempo per me. Sono sempre stato un tipo solitario. La mia teoria è: se fai le cose una alla volta le farai tutte bene. Cre- do che esista una specie di spazio magico in cui ogni singolo elemento della tua vita si sostiene e si alimenta a vicenda, fino a mi- gliorarla nel suo insieme. Ogni tanto penso: ok, ci sto arrivando» Ha parlato per cinque minuti solo per ri- spondere alla mia prima domanda: «Come va?». Mahershala Ali, 44 anni, è un uomo profondo, riflessivo e molto comunicativo. Lo ha dimostrato nel 2016 in Moonlight nel ruolo di uno spacciatore sensibile che gli è valso un Oscar e anche nel suo discorso ai SAG Awards, a 48 ore di distanza dal “travel ban” con cui Trump ha bloccato l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da sei paesi considerati nemici. È salito sul palco indossando uno smoking bianco immacola- to che faceva risaltare ancora di più la sua pelle nera e ha dichiarato fieramente di es- sere musulmano. «È un illuminato» dice Peter Farrelly, regi- sta del suo ultimo film Green Book, «Ha un grande cuore e uno spirito positivo, è una di quelle persone che sei felice di avere ac- canto». Ali è in cerca del suo equilibrio forse perché ha lavorato per un anno intero senza mai fermarsi. Dopo Green Book, probabile candidato all’Oscar, ha avuto solo sette gior- ni di pausa prima di iniziare i sette mesi di riprese della terza stagione di True Detecti- ve. Nel frattempo vive con la moglie Amatus Karim-Ali in una casa che è «pronta al 75 per cento» con una figlia di 20 mesi: «Diciamo che sono piuttosto impegnato». Il suo nome completo, che ha cambiato dopo la conversione all’Islam nel 2000 è Mahershalalhashbaz. È tratto da una profe- zia biblica e vuole dire una cosa tipo: “Af- frettatevi a spartirvi il bottino”. Eppure Ali ha dovuto aspettare 40 anni per trovare un bottino. È nato a Oakland (il suo vero nome è Mahershala Gilmore) da due genitori gio- vanissimi: sua madre aveva 16 anni, suo pa- dre 17. Si sono separati presto. «Mia madre Dopo quasi 20 anni di lotte a Hollywood, il premio Oscar, in tv con ‘True Detective 3’ e presto al cinema con ‘Green Book’, ha scommesso tutto per diventare ‘attore protagonista’.
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    Lo incontro ancoraal Saint Mary’s College, la scuola cattolica alla periferia di Oakland in cui si è diplomato nel 1996. È qui per una proiezione di Green Book e una raccolta fondi per borse di studio. Molti dei vincitori, come lui, sono i primi della loro famiglia ad andare al college. Ali racconta la sua storia: «Credeteci o no ho fatto il mio primo corso di recitazione solo perché non volevo fare il secondo semestre di spagnolo». Ali è ar- rivato al Saint Mary’s grazie a una borsa di studio per il basket: «La sensazione è sgra- devole, ti senti un prodotto usa e getta. Tut- ti noi ragazzi neri ci sentivamo traditi». Una professoressa di teatro, Rebecca Engle, lo vede parlare ad un incontro sulla diversità e lo incoraggia a iscriversi al suo corso. Ali accetta perché pensa di ottenere voti mi- gliori con il teatro che con lo spagnolo: «Mi ha dato “B”» dice ridendo, «Mi dà fastidio ancora oggi». Scopre la passione per la re- citazione, si iscrive alla New York University e tre anni dopo ha la sua prima occasione in una produzione di The Great White Hope nel ruolo che originariamente era di James Earl Jones. Una recensione del New York Times lo definisce “emozionante”, Variety scrive: «Un talento enorme». Pensa di aver trovato la sua strada, ma quello rimane il suo unico ruolo da protagonista per i successivi 18 anni. All’inizio fa delle buone audizioni: per Antwone Fisher (come protagonista) e per Ali nel ruolo di Budini Brown che poi è andato a Jamie Foxx. «E poi non è successo più niente. Avevo energia, sentivo di avere il talento ma non ho avuto occasioni. È stato deprimente». Vive in un appartamento in subaffitto a Bro- oklyn con il tetto mezzo crollato e senza te- levisione, e sopravvive mangiando fiocchi d’avena e confezioni precotte di zuppe di noodles. Quando torna a casa per il giorno del Ringraziamento, il proprietario di casa cambia la serratura e butta tutte le sue cose nella spazzatura. Decide di non tornare più a New York e si trasferisce a Los Angeles dove ottiene solo ruoli da non protagonista. La svolta arriva nel 2013 quando interpre- ta un lobbista in House of Cards, ma anche così fa fatica. «Kevin Spacey guadagnava un milione di dollari ad episodio, io 25.000» dice Ali, «Dopo aver pagato le tasse, gli agenti, gli avvocati e i manager te ne riman- gono circa 8 e non puoi fare altro per alme- no quattro mesi. Se vuoi comprare una casa, avere dei figli e pagare il debito scolastico devi salire di livello». La cosa peggiore è l’in- soddisfazione a livello artistico: «Mi offriva- no due o tre scene al massimo». È convinto di essere destinato a qualcosa di grande: w racconta. Alla fine chiede di lasciare House of Cards: «Credo di averli sorpresi, nessuno lascia una serie di successo. Ma io sapevo di essere un attore protagonista». Lo stesso anno viene scelto per Moonlight. Il suo ultimo film, Green Book, racconta la storia vera di Don Shirley, un virtuoso pianista che parte per un tour nel Sud degli Stati Uni- ti nel 1962 e per proteggersi arruola come autista un duro del Bronx, Tony Lip (Viggo Mortensen). È un road movie con molte la- crime, risate, stereotipi sfatati e razzisti che ricevono la punizione che si meritano, il tipo di film positivo che il pubblico e l’Academy adorano. Ali però ha insistito perché non fos- se il solito film su un bianco che aiuta un nero a sconfiggere il razzismo.«Abbiamo analizza- to la sceneggiatura riga per riga» racconta il regista. «Per me la cosa essenziale era che Don non sembrasse poco emancipato» dice Ali «Ne abbiano visti tanti di film così, giusto? Siamo nel 2018, il pubblico ormai è insoffe- rente: “Parli di diritti civili e razzismo e ti fai accompagnare da un bianco?”». Per prepararsi alla parte ha studiato pia- noforte (anche se ammette che nel film c’è qualche trucco digitale) ma soprattutto ha cercato la chiave per rendere credibile e ac- cessibile a tutti il suo talento così eccentrico, iper eloquente e tormentato. «Il personag- gio di Don si muove in punta di fioretto, col- pisce con finezza» dice Ali, «È l’opposto di Wayne di True Detective. Lui usa la spada». “Wayne Hays è un detective della polizia dell’Arkansas che ha indagato sulla scom- parsa di due bambini nel 1980 e decenni dopo è un uomo ormai vecchio e ancora ossessionato dal caso”. Ali ha dovuto interpretare tre età differenti: «È stato intenso, ma lo rifarei. Mi ha mes- so alla prova». I produttori lo hanno scelto dopo l’Oscar, e lui ha accettato anche per rendere omaggio a suo nonno, Willie Goi- nes, ex poliziotto negli anni ’60. Ha anche firmato un accordo con HBO per produrre e recitare in altre serie. Non vuole svela- re quali per non farsi rubare le idee. «True Detective è esattamente quello che volevo fare, non era solo la migliore tra le proposte disponibili». Nella casa che sta ristrutturan- do ha lasciato lo spazio per la sede della sua casa di produzione, la Know Wonder. Pro- babilmente ci metterà anche l’Oscar, se rie- sce a trovarlo: «È in una scatola da qualche parte». Riceve un messaggio da sua moglie, un’artista che ha conosciuto alla NYU negli anni ’90 (è figlia di un imam, ed è stata lei a fargli conoscere l’Islam). «Anche quando giocavo a basket gli allenatori mi mette- vano in un ruolo che non era il mio»
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    Un film duro,un personaggio “orribile”… Ho avuto molti dubbi. Lo script era uno dei più interessanti che mi fossero capi- tati. Ma non ero convinto del ruolo da interpretare. Ma c’era Lars Von Trier che ammiro e con il quale volevo lavorare. È stato lui il motivo per cui ho accettato. Glielo hai detto? Quando ci siamo incontrati mi è piaciuto subito. Mi ha detto che si sarebbe preso tutte le responsabilità, come fa sempre. Ho accettato, ma non ero sicuro di riuscir- ci. Mi sono accorto che stavo giudicando il personaggio, istintivamente. Ero il pri- mo ad essere spaventato dalle sue azioni. Quelle che io dovevo compiere. Non vi siete preoccupati che tanta vio- lenza potesse urtare il pubblico? Jack è uno psicopatico. Ne abbiamo par- lato molto con Lars, prima di girare. Jack è in realtà sia molte cose. Lo vediamo nel suo trasformarsi nel corso del film. Nei cinema italiani esce una versione “allegerita” rispetto a quella passata a Cannes 2018. Eppure è stata vietata ai minori di 18 anni. Ci sono diverse versioni del film, tutte rea- lizzate da Lars ovviamente. Sono state eli- minate le parti più esplicite. Alcune scene abbiano trasmesso ansia anche a me. Ma basta accendere la tv per vedere di quali brutalità siano capaci gli uomini. Lars voleva che lo spettatore fosse colpi- to da certe scene. La violenza deve esse- re disturbante. Il film divide, è vero, ma va giudicato “a freddo”. Deve essere digerito, deve sedimentare. E visto fino alla fine. I film vanno giudicati solo alla fine. Soprat- tutto quelli di Von Trier, che ha un umori- smo nero che non tutti riescono a cogliere. Un personaggio che potrebbe affascina- re quindi: lo ha vissuto così? Non è stato facile. Ci ho lavorato in modo da “aggiungere sottraendo”. È un uomo senza coscienza e privo di empatia, per cui ho dovuto spegnere alcune parti di me. Eli- minarle, come se non ci fossero. Ho dovuto impormelo. Ed è stata la sfida più grande. Non abbiamo mai fatto prove. In questo modo come attore abbandoni ogni idea preconcetta sul personaggio. Vivi il mo- mento. Hai la libertà di sbagliare. Devi prenderti dei rischi, per poter fare qualcosa di profondo. È fondamentale a livello crea- tivo e professionale. Certo, devi fidarti completamente del regista… E così è stato. Questo è stato un film davve- ro unico, a suo modo. Ero curioso di affron- tare uno psicopatico serial killer e per farlo Matt Dillon L’intervista Ieri il giubbotto di I ragazzi della 56ma strada. Oggi l’impermeabile del serial killer di La casa di Jack di Lars Von Trier (nei cinema dopo il passaggio all’ultimo Festival di Cannes, Matt Dillon ha ancora i capelli nerissimi e gli occhi scurissimi dell’ It Boy Anni 80. All’epoca, c’erano lui sulla moto del ribelle on the road (per Francis Ford Coppola e Gus Van Saint). Una decina di anni fa, la prima svolta dark. Anche se col lato pericoloso della vita aveva sempre “giocato”. Matt Dillon sfiorava l’Oscar per il suo ruolo nell’inquietante e controverso “Crash – Contatto fisico”. Oggi è andato oltre. Il film di Lars Von Trier è ancora più difficile da digerire, come il suo regista. Matt Dillon è un serial killer. Lo accompagniamo, insieme al suo ‘Virgilio’ Bruno Ganz (da poco scomparso), nella ricostruzione dei momenti salienti della sua “carriera” e nella conseguente discesa agli inferi. Sullo schermo inanella nefandezze. Poi lo incontri, e… A 55 anni Matthew Raymond Dillon è ormai un tipo tranquillo, senza ansie professionali o personali. Grazie anche alla relazione con Roberta Mastromichele, che dura dal 2014 e al fianco della quale ha sfidato l’inverno romano. «La mia è una bella vita», dice. Noi restiamo in attesa che le voci di matrimonio si concretizzino e il desiderio di un figlio si realizzi. Potremmo anche incontrarlo in uno dei mercatini che dice di amare alla follia. «Cerco vinili e abiti vintage. Mi piacciono perché mi ricordano un’altra generazione» ho fatto molte ricerche, anche online. Esiste un libro che si chiama 50 serial killer di cui non avete mai sentito parlare: solo che sono 200 e non 50! Significa che la parte malva- gia della natura umana c’è, esiste. Lars mi ha confessato che questo è il personaggio che sentiva più vicino. A parte l’aspetto violento, ovviamente: lui non uccide la gente… C’è molto Lars Von Trier nel film, insomma? C’è molta della sua ossessione per la religio- ne. Soprattutto nel desiderio di Jack di esse- re fermato, e di salvarsi. Per me la violenza vera è quella che ci circonda. Sono le tra- gedie alle quali non prestiamo attenzione, come i bombardamenti in Siria. Nel nostreo film c’è una forte componente metaforica. C’è un lungo dialogo con Verge, che è un po’ Virgilio e un po’ Caronte. L’ultima straordinaria interpretazione di Bruno Ganz. Che ricordo ne hai? Mi è dispiaciuto molto sapere della sua mor- te. Credo di esser stato davvero molto fortu- nato di aver potuto lavorare con lui. È stato un fantastico attore. Me ne innamorai a 17 anni. Vedendo il suo giocatore di scacchi in Nero e bianco come giorno e notte. Un giorno Lars mi ha mandato un sms con la foto di Bruno e scritto solo “Verge!”, niente altro. L’aveva preso. Sono stato molto felice. Finite le riprese sono andato in Danimarca, per registrare le parti di dialogo con Ganz. Lars insisteva che io vedessi il film con loro. Io ero terrorizzato. Alla fine non ho potuto per altri impegni. Qualche giorno dopo ho incontrato Bruno a Roma e gli ho chiesto cosa ne pensasse. Mi ha detto solo: “È una delle cose più interessanti che abbia mai vi- sto, e tu sarai orgoglioso della tua prova”. Alla fine, posso dirmi davvero contento di aver accettato. Per i rischi corsi, per l’espe- rienza fatta e per il legame che ho avuto an- che con lui. Non è stato facile, ma sono con- tento. E il film mi è piaciuto molto. Quando l’ho detto a Lars è rimasto talmente colpito che ho avuto paura che stravolgesse tutto! Lui è fatto così: non ama che alla gente piac- cia quello che fa. “La mia è una bella vita” INTERVISTA