Il periodico di informazione sulla Sanità Integrativa
HEALTH
marzo/aprile 2017 - N°18
in evidenza
con Helixafe, grazie a un semplice prelievo
del sangue, si può prevedere l’arrivo di un
tumore prima che si manifestino i sintomi
attualità
alimentazione
innovazione
Farmaci, è emergenza:
un italiano su due rinuncia
all’acquisto
Attenzione piena o testa
piena di pensieri: cosa
portiamo con noi mentre
mangiamo? Ce lo dice il
Mindful Eating
La chirurgia robotica per il
cancro della prostata e il
nuovo centro della Clinica
Paideia
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cui si ispira una Società di Mutuo Soccorso, la solidarietà e la cooperazione, che riconoscono
nella sanità integrativa l’unica forma di assistenza concreta e sostenibile che opera senza
scopo di lucro.
La volontà di diffondere il più possibile il principio di prevenzione ha spinto Mutua MBA
ad affidarsi a Radio Radio, emittente radiofonica romana che sin dalla sua nascita si è
caratterizzata come talk radio, ed elaborare per gli ascoltatori un’offerta di 9 sussidi:
Pop, Rock, Techno e Dance dedicati agli under 65,
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Da un recente studio effettuato in Italia
è emerso come quasi una persona
adulta su due sia completamente avulsa
dall’adottare una linea di prevenzione
medica adeguata.
Prerogativa di una società di Mutuo
Soccorso non può, pertanto, essere “solo”
quella di garantire l’accesso privilegiato alla
salute attraverso una valida integrazione
al Sistema Sanitario Nazionale, ma deve
forzatamente infondere la cultura della
prevenzione intesa come cura di sé stessi,
poiché in essa stessa risiede l’unica via
utile a soddisfare la crescente domanda di
assistenza che la sanità pubblica non riesce
– e non riuscirà - ad accontentare.
Per tale motivo Mutua MBA ha deciso
di raccogliere interviste, analisi e studi di
settore, ma soprattutto consigli pratici,
esercizi e ricette culinarie per innescare
l’attitudine a prendersi cura di noi stessi,
con l’intento di prevenire il più possibile
malattie e infortuni.
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promozione e allo sviluppo di iniziative culturali, educative, formative, di integrazione sociale
e assistenza sanitaria.
Health Online
periodico bimestrale di
informazione sulla Sanità
Integrativa
Anno 4°
marzo/aprile 2017 - N°18
Direttore responsabile
Ing. Roberto Anzanello
Comitato di redazione
Alessandro Brigato
Mariachiara Manopulo
Nicoletta Mele
Giulia Riganelli
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Health Italia
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editoriale. Articoli, notizie e
recensioni firmati o siglati
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dell’autore e comportano di
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iscritto presso il Registro
Stampa del Tribunale di Tivoli
n. 2/2016 - diffusione telematica
n.3/2016 - diffusione cartacea
9 maggio 2016
ImPaginazione e grafica
Giulia Riganelli
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HEALTH
Sempre più spesso si sente e si legge di confronti sul tema
della sanità integrativa e degli enti abilitati a gestirla e
poiché informare i nostri lettori con precisione e riferimenti
corretti rimane uno dei nostri obiettivi prioritari ecco che
diviene opportuno sgombrare il campo da illazioni, ipotesi,
supposizioni, interpretazioni fornendo un’informativa
chiara e circostanziata sulle soluzioni di sanità integrativa
praticabili e delle regole che le determinano al fine di
evitare la diffusione di considerazioni errate.
Innanzitutto è opportuno stabilire con chiarezza che gli
unici enti abilitati a gestire la sanità integrativa sono:
• i Fondi Sanitari (disciplinati dall’art. 9 del D. Lgs. 30
dicembre 1992, n. 502, come modificato dall’art.9 del D.
Lgs. 19 giugno 1999, n. 229 e dal D.M. 31 marzo 2008, reso
operativo con successivo D.M. 27 ottobre 2009);
• le Società Generali di Mutuo Soccorso (normate dalla
Legge n. 3818 del 15 aprile 1886 e dalla successiva modifica
rappresentata dall’art. 23 del Decreto Crescita BIS, D.L. 18
ottobre 2012, n.179);
• le Casse di Assistenza Sanitaria (disposte secondo l’art.1
del D.M. 31 marzo 2008).
Questi enti, in virtù della loro natura di enti senza scopo
di lucro sono gli unici che consentono ai loro associati di
usufruire delle agevolazioni fiscali disposte dagli articoli 10, 15
e 51 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (DPR 917/1986).
In base alle norme contenute nei decreti che li riguardano
gli enti di sanità integrativa sono sottoposti al controllo
del Ministero dello Sviluppo Economico, del Ministero
della Salute e dell’Agenzia delle Entrate, sono iscrivibili
all’anagrafe dei Fondi, hanno diritto ad avere personalità
giuridica, sono iscrivibili in Camera di Commercio ed hanno
bilanci pubblici ed, in molti casi, anche revisionati.
L’obiettivo di queste norme, che nel loro insieme,
costituiscono un sistema articolato ed integrato, è quello
di garantire che a fianco del Sistema Sanitario Nazionale,
che come abbiamo più volte spiegato e ribadito dovrà
necessariamente per ragioni statistico matematiche
dedicarsi sempre più alle fasce economicamente più
deboli della popolazione, il cittadino possa avvalersi di
copertura sanitarie integrative gestite da enti senza scopo
di lucro basati sul concetto della mutualità.
Le leggi che regolano la nostra Repubblica inoltre
consentono a questi enti di promuovere le loro attività di
prevenzione sanitaria e diffusione dei valori mutualistici
(Art. 45 della Costituzione e articolo 23 del D.L. 18 ottobre
2012 n. 179, convertito in lg. 221 del 17 dicembre 2012) per
mezzo dell’attività dei loro soci.
Le norme vigenti consentono inoltre al cittadino, a
compimento del sistema di assistenza sanitaria a tre pilastri,
di valutare anche l’opportunità di usufruire di coperture
sanitarie private prestate da società che rispondono a
logiche completamente differenti, quali le compagnie
assicurative, che essendo società per azioni aventi come
scopo la remunerazioni dei propri azionisti non consentono
ai loro clienti però le agevolazioni fiscali previste per gli enti
di sanità integrativa.
Molto importante rappresentare quindi che il sistema a tre
pilastri, ben regolamentato e normato, prevede già da
tempo nel nostro paese:
• Un sistema sanitario nazionale (Primo Pilastro) diretto a
garantire l’assistenza sanitaria di base a tutti i cittadini e,
principalmente, prestazioni sanitarie adeguate alle fasce
economicamente più deboli della popolazione, gestito
dallo Stato e dalle Regioni tramite le strutture organizzative
a questo preposte (ASL) e normate dalle leggi vigenti in
tema di sanità;
• Un sistema di sanità integrativa (Secondo Pilastro) gestito
dagli enti di sanità integrativa (Fondi Sanitari, Società
Generali di Mutuo Soccorso e Casse di Assistenza Sanitaria)
finalizzato a garantire il diritto alla salute di tutti i cittadini
e promosso tramite l’opera dei soci di questi enti come
regolamentato dalle leggi vigenti in tema di Fondi Sanitari,
Società di Mutuo Soccorso e Casse di Assistenza Sanitaria;
• Un sistema di sanità privata (Terzo Pilastro) gestito dalle
compagnie assicurative e finalizzato a prestare coperture
sanitarie costruite in funzione di elementi attuariali e
proposte dagli intermediari assicurativi come codificato
dalle norme riportate nel Testo Unico sulle Assicurazioni
Private e di Interesse Collettivo.
Il sistema così ideato, progettato, realizzato e compiuto
dallo stato e dal legislatore prevede con estrema chiarezza
ruoli, funzioni ed attività e, soprattutto, non contempla la
possibilità di fare confusione tra i tre diversi modelli che
rappresentano, separatamente da un punto di vista sia
giuridico che normativo, i tre pilastri.
I tre sistemi che regolano i tre pilastri non sono tra loro
opportunamente né sovrapponibili né mischiabili: il
paragone più semplice può essere assunto dal mondo dello
sport ove negli sport di squadra abbiamo, per esempio, il
calcio, il rugby ed il basket, che sono tutti e tre sport, tutti
e tre di squadra ma ognuno con le proprie regole non
sovrapponibili a quelle dell’altro.
Cercare di confondere le idee ai cittadini, mischiare le
carte, diffondere il concetto che le regole non esistano,
non è quindi che un tentativo di disinformazione sul quale
è stato ed è necessario fare chiarezza rappresentando la
realtà dei fatti per evitare confusione, affinché ognuno
possa garantirsi il diritto costituzionale alla salute con
un modello, come quello italiano, che è sempre stato
riconosciuto all’avanguardia nel mondo e che lo è tutt’ora.
A cura di Roberto Anzanello
editoriale
Realtà e confusione
ommari
23
12
14
10
30
Idrocolon terapia, una tecnica
antica per il benessere dell’organismo
Cosa portiamo con noi mentre mangiamo?
Ce lo dice il Mindful Eating
Dall’Ospedale alla Casa della Salute.
Come si trasformerà il sistema sanitario nazionale?
La chirurgia robotica per il cancro
della prostata e il nuovo centro
della Clinica Paideia
Monitoraggio con Helixafe, il programma di
prevenzione primaria di Bioscience Genomics
in evidenza
17
Adolescenti e Blue Whale, un
gioco psicologico pericoloso.
Cosa sta succedendo?
26
Farmaci, è emergenza: un italiano su
due rinuncia all’acquisto
ommari
39
Incontinenza fecale in età pediatrica. L’intervista
al prof. Alessio Pini Prato
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36
43
L’importanza della Telemedicina:
pensare digitale. L’intervista al dott. Sergio Pillon
Le ricette
della salute
I 7 consigli meno conosciuti per
alleviare il dolore al collo
Che cos’è la sclerodermia, e perché
ne soffrono in molti senza saperlo?
35
I diritti dei minori: quale diritto alla salute per
i bambini?
5 Mutazioni
CELLULA MALIGNA
Cromosomi
CELLULA NORMALE
1 Mutazione 2 Mutazioni 4 Mutazioni3 Mutazioni
SOLID CANCER EARLY DETECTION
®
3D
SOLID CANCER EARLY DETECTION
®
Geni selezionati 50
Mutazioni selezionate 2800
>99,9% 95%*
>99,9% 98%*
>0,50% >1%
SI SI
SI
-
-
SI
50
ALK,BRAF,EGFR, ERBB2,
KRAS, MAP2K1, MET,
NRAS, PIK3CA,
ROS1, TP53
AKT1, EGFR, ERBB2,
ERBB3, ESR1,
FBXW7, KRAS,
PIK3CA, SF3B1, TP53
AKT1, BRAF, CTNNB1, EGFR,
ERBB2, FBXW7, GNAS, KRAS,
MAP2K1, NRAS, PIK3CA,
SMAD4, TP53, and APC
2800 169 Hotspot 245 Hotspot157 Hotspot
95%* 100% >99,9%>99,9%
98%* 98% >99,9%>99,9%
>1% >0,50% >0,50%>0,50%
SI
SI
SI
SI
SI
SI
SI
SI
- - --
SI SI SISI SI SI
PERFORMANCE
Geni
Mutazioni
Sensibilità
Specificità
Frequenze
Alleliche %
CTCs
ctDNA
DNA
Germinale
NGS
MonitoraggioDiagnosi precoceValutazione del rischio
Health tips
Sapevi che...
Le fragoline di
bosco sono ricche
di vitamina C, iodio,
ferro, calcio e fosforo,
sono indicate
per combattere
le infiammazioni del cavo
orale e la loro pianta è ricca di
oli essenziali, tannino e flavone.
Come erba medicinale può essere
impiegata per alleviare i disturbi
gastrointestinali.
L’ecografia alla tiroide è un
esame diagnostico per ottenere
informazioni sulla ghiandola
tiroidea: il suo volume, i processi
infiammatori in atto e l’eventuale
presenza di noduli benigni
o maligni. Con i dati raccolti
dall’esame lo specialista
formula un referto ed indica
la terapia da seguire, la
quale, può consistere in un
trattamento farmacologico, nei
casi più gravi chirurgico, o in
esami bioptici. Va eseguita
a scopo di prevenzione,
soprattutto dai soggetti con
presenza già nota di noduli o
disfunzioni alla tiroide.
Oltre a farci ricaricare le batterie, il “pisolino”
ha molti i benefici per la nostra salute:
abbassa la pressione sanguigna,
migliora la memoria, abbassa i livelli di
cortisolo, l’ormone dello stress. È importante
però non superare i 20 minuti: superata
la soglia dei trenta minuti si entra nel sonno
profondo e un brusco risveglio
potrebbe rendere difficile il
ritorno alla normalità.
L’ecografia alla vescica permette
di diagnosticare non solo le patologie
più comuni, ma anche irregolarità
più gravi. Fornisce informazioni
specifiche che da altri controlli
potrebbero non risultare. Si studia il
grado di inspessimento delle pareti
della vescica, al fine di individuare
l’eventuale presenza di lesioni
maligne o benigne. Inoltre, è
utilizzata per valutare la capacità
di svuotamento dell’organo e la
presenza di polipi o calcoli.
I semi di
canapa,
assunti post
allenamento, rafforzano
il sistema immunitario
e prevengono
colesterolo, sinusite,
asma e tutte le malattie
legate all’apparato
cardiocircolatorio. In più
contengono omega3
e omega6 e sono
antiossidanti.
Per evitare il “piede d’atleta”, una infezione
fungina, che si annida negli spazi tra le dita o nella
pianta del piede, bisogna prestare molta attenzione
alle scarpe e indossare sempre le calze di
fibra naturale. Occorre lavarsi i piedi subito dopo
l’attività fisica e quando sono sudati, con saponi non
aggressivi. Fondamentale asciugarli molto bene. Per
la terapia si possono utilizzare sia antifungini locali
come creme e pomate, sia sistemici.
I kinesio taping sono cerotti elastici, non medicati.
Devono essere applicati da esperti, in modo che
seguano la lunghezza del muscolo e del tendine che
si vuole proteggere, per supportarne il movimento e
proteggerlo da eventuali contratture. Rappresentano
la soluzione ideale per salvaguardare la
salute delle articolazioni, del
ginocchio, delle spalle, delle
caviglie e del polso.
10
La chirurgia robotica per il
cancro della prostata e il nuovo
centro della Clinica Paideia
a cura di
Nicoletta Mele
Il cancro della prostata è il tumore maligno più frequente del
sesso maschile. Rispetto al tumore del polmone, le cui nuove
diagnosi sono 26.000 all’anno, il cancro della prostata ha
un’incidenza di 45.000 nuovi casi all’anno. Per tali motivi è
considerato una malattia dal forte impatto sociale, gravata
da notevoli costi per la collettività, a fronte di ottimi tassi di
guarigione.
Stando ai dati, oggi i tassi di guarigione sono infatti molto
elevati (circa 85% a 10 anni), sempre che la malattia venga
diagnosticata nelle sue fasi iniziali. La diagnosi del cancro
della prostata in stadio precoce è più che triplicata negli
ultimi 15 anni, grazie a metodiche che permettono di
diagnosticare questo tumore in fase iniziale, quando è
ancora possibile attuare una terapia con intento curativo.
Negli anni c’è stata un’evoluzione della chirurgia robotica
in urologia ed in particolare, nella terapia del cancro della
prostata.
In Italia, la prostatectomia radicale robotica si sta quindi
progressivamente diffondendo, in quanto rispetto alla
chirurgia tradizionale è molto meno invasiva, molto meno
traumatica e più delicata.
Ed è così che alla Clinica Paideia si sta lavorando per un
miglioramento rispetto agli standard già raggiunti con la
prostatectomia radicale tradizionale e laparoscopica,
grazie al neonato centro multi specialistico di alta tecnologia
in chirurgia robotica.
In cosa consiste l’intervento chirurgico alla prostata con
la tecnologia robotica? Quali sono i vantaggi rispetto ai
metodi tradizionali? L’abbiamo chiesto al Prof. Gianluca
D’Elia, Direttore Urologia Ospedale San Giovanni di Roma
e Direttore Scientifico Fondazione per la Ricerca in Urologia.
“La prostatectomia radicale robotica
- ha spiegato il professor D’Elia - è una
tecnica chirurgica innovativa ed al tempo
stesso standardizzata che presenta, a
parità di radicalità oncologica, numerosi
potenziali vantaggi per i malati di cancro
della prostata. Nella tecnica chirurgica
tradizionale si asporta la prostata tramite
un’incisione chirurgica. La tecnica robotica
consente invece l’accesso al campo
operatorio attraverso piccoli fori, come nella
laparoscopia classica”.
Rispetto alla classica laparoscopia quali
sono i principali vantaggi?
“Innanzitutto i movimenti delle mani del chirurgo, seduto ad
una console, vengono pesati, filtrati e tradotti in modo fluido,
‘senza scatti’, in precisi movimenti degli strumenti chirurgici,
sostenuti dalle braccia del robot. Inoltre, la visione delle
strutture anatomiche è tridimensionale ad alta definizione
e permette al chirurgo una vera e propria ‘immersione’ nel
campo operatorio. E un chirurgo che vede meglio opera,
naturalmente, meglio”.
È quindi oggi lo strumento più avanzato che ha a disposizione
il chirurgo per potenziare le sue capacità operative e
rendere l’intervento molto più efficace, diretto e preciso?
“Non vi è alcun dubbio che, allo stato attuale, l’intervento
robotico per il cancro della prostata rappresenti lo standard
di riferimento chirurgico. Negli Stati Uniti, ormai, il 98 % degli
interventi chirurgici per la cura del cancro della prostata
vengono effettuati in robotica”.
È possibile trattare con questo strumento il tumore alla
prostata in stato avanzato?
“La chirurgia robotica permette, al pari della chirurgia
tradizionale ‘a cielo aperto’ e della chirurgia laparoscopica
di trattare tumori della prostata anche in stadio avanzato,
ottenendoglistessirisultatiinterminidiradicalitàoncologica”.
Sotto l’aspetto funzionale e della qualità di vita, rispetto al
metodo tradizionale, quali sono i tempi di recupero per il
paziente?
“L’aspetto funzionale nella chirurgia del cancro della
prostata si riflette nella conservazione della continenza
urinaria e della funzione erettile. Tutte
le casistiche internazionali e nazionali –
compresa la mia, consistente in 1.250 casi
– dimostrano che la chirurgia robotica
permette la preservazione della continenza
urinaria nella quasi totalità dei casi e la
preservazione della funzione erettile quasi
nell’ 80 % dei casi. E questo rappresenta
un grosso vantaggio rispetto ai risultati
ottenuti dalla chirurgia ‘a cielo aperto’ e
laparoscopica. Per quanto riguarda i tempi
di recupero, nella mia personale casistica il
paziente può essere dimesso dalla struttura
sanitaria già due giorni dopo l’intervento,
con un ritorno alle normali attività sociali e
lavorative entro 15 giorni”.
11
Perché negli anni c’è stata l’evoluzione della chirurgia mini
invasiva robotica soprattutto per la neoplasia alla prostata?
“L’intervento chirurgico per cancro della prostata presenta
delle peculiarità che lo rendono diverso da tutti gli altri tipi
di intervento per tumore. Bisogna potenzialmente ottenere
la radicalità oncologica e nel contempo mantenere
sessualmente potente e
continente il paziente.
La prostata è a stretto
contatto sia con i fasci
nervosi, che assicurano la
componente neurogena
della funzione erettile, sia
con lo sfintere urinario,
che assicura un gran
parte della continenza
urinaria. L’intervento
laparoscopico ed ancor
di più quello tradizionale
‘a cielo aperto’ spesso
non permettevano di
trovare il giusto piano
di dissezione anatomico per conservare queste strutture.
La chirurgia robotica, grazie alla visione tridimensionale
ad alta definizione ed alla precisione nei movimenti dei
delicati strumenti chirurgici, consente di visualizzare meglio
il campo operatorio ed è molto più precisa e delicata sui
tessuti, permettendo una miglior conservazione di queste
importanti strutture anatomiche. In altri termini è una
chirurgia più ‘gentile’”.
Sotto il profilo oncologico la robotica è quindi una chirurgia
sicura?
“Proprio grazie alla migliore visibilità, la chirurgia robotica
permette di ottenere ottimi risultati in termini di radicalità
oncologica”.
Alla Paideia è nato di recente il centro multi specialistico di
alta tecnologia in chirurgia robotica.
Quali possono essere i vantaggi della multidisciplinarietà?
“È sottinteso che bisogna cercare di sfruttare al meglio
l’opportunità che ci offre la Paideia nel poter utilizzare una
tecnologia di alta complessità come il Robot ‘Da Vinci’.
Tutti i pazienti – non solo in ambito urologico – possono
beneficiare dei notevoli vantaggi ottenuti dalla chirurgia
robotica. E questo vale sia per gli interventi di chirurgia
generale, sia per gli interventi ginecologici.”
Quanto è importante affidarsi a mani esperte per un
intervento di chirurgia robotica?
“Stiamo cercando di standardizzare la formazione in
chirurgia robotica con dei simulatori, per garantire anche
ai chirurghi che hanno meno esperienza di ottenere risultati
oncologici e funzionali ottimali. Ma come in tutti i tipi di
chirurgia è l’esperienza che conta. È ovvio che un chirurgo
che ha effettuato mille interventi robotici ha più esperienza
e più competenza di un chirurgo che ne ha effettuati
cento. In ogni caso, la formazione in chirurgia robotica è
ben diversa rispetto agli altri tipi di chirurgia. Non basta solo
conoscere l’anatomia
e la tecnica chirurgica,
è necessario anche
conoscere il ‘robot’. Se mi
permette un paragone,
tutti sappiamo più o meno
guidare un’automobile
ma se vuoi guidare
un’auto di Formula 1 devi
conoscere a menadito il
suo funzionamento”.
Guardando al futuro, è
possibile ipotizzare che
la chirurgia robotica
possa entrare anche
in quelle patologie urologiche benigne e malformazioni
dell’apparato urologico?
“La chirurgia robotica del cancro della prostata non è l’unica
indicazione in urologia. In ambito uro-oncologico operiamo
molto di frequente anche tumori del rene e tumori della
vescica, che necessitano complesse ricostruzioni delle vie
urinarie. Nell’ambito delle patologie urologiche benigne una
consolidata indicazione all’intervento chirurgico in robotica
è rappresentata dalla malformazione denominata ‘stenosi
del giunto pielo-ureterale’, la cui correzione chirurgica in
robotica ha risultati funzionali ben superiori rispetto alla
chirurgia laparoscopica o tradizionale”.
12
Dall’Ospedale alla Casa della
Salute. Come si trasformerà il
sistema sanitario nazionale?
a cura di
Alessandro Notarnicola
Suona bene e migliora il rapporto tra il cittadino e
la sanità pubblica: si tratta della Casa della Salute,
il nuovo modo – a detta di molti – di intendere gli
ospedali, istituzioni per l’assistenza sanitaria, il ricovero
e la cura dei pazienti, nate nell’antichità (ne parla per
primo Omero nella letteratura greca) e poi intese con
l’attuale accezione a partire dal Rinascimento italiano.
Chiaramente non si tratta di una sostituzione improvvisa,
né tanto meno si potrebbe supporre un capovolgimento
della sanità pubblica; la Casa della Salute è da
intendersi come la sede pubblica dove si riuniscono,
nello stesso spazio fisico, i servizi territoriali che erogano
prestazioni sanitarie, compresi gli ambulatori di Medicina
Generale e Specialistica ambulatoriale, e sociali per una
determinata e programmata porzione di popolazione.
Diverse, inoltre, sono le funzioni da allocare nella Casa
della Salute, alcune di natura amministrativa, altre di
natura sanitaria e altre ancora di natura sociale. Esse
possono essere raggruppate in 4 aree principali a diverso
grado di complessità essendo la casa della salute un
modello che si adatta alle caratteristiche del territorio e
non il contrario.
Il primo a parlare di Casa della Salute è stato il professore
Giulio Maccacaro, fondatore di Medicina Democratica,
13
e di altre riviste come Sapere ed Epidemiologia e
Prevenzione. Maccacaro, scomparso nel 1977 dopo essere
stato il direttore dell’Istituto di Biometria e statistica medica
dell’Università di Milano, nel 1972 intervenendo su “L’Unità
Sanitaria Locale come sistema” individuò la Casa della
Salute come sua struttura elementare, soprattutto come
luogo di partecipazione dei cittadini alla strutturazione
dell’organizzazione sanitaria, come verifica del suo
funzionamento, come indicazione di programmi e progetti
di salute.
Su questa base a Poggibonsi, in provincia di Siena, in
Toscana, è nato un presidio che
raccoglierà presto in un unico
luogo un polo di sette medici di
medicina generale, specialisti
ambulatoriali e il personale
dell’azienda sanitaria locale
protagonista dell’erogazione
dei vari servizi distrettuali. “Un
investimento – commenta David
Bussagli presidente della Società
della Salute Alta Val d’Elsa – da
tempo in programma nei piani
della Usl, che realizza in un unico luogo un modello
organizzativo funzionale all’integrazione tra discipline
sanitarie con altre di natura amministrativa e altre ancora
di natura socio-sanitaria con l’obiettivo di creare percorsi
virtuosi per il cittadino e risposte più celeri alla propria
esigenza clinica o socio sanitaria”.
La Casa della Salute di Poggibonsi è allocata all’interno
del Presidio distrettuale di Via della Costituzione dove si
trova il medico di comunità, lo sportello di front office
amministrativo, l’ambulatorio infermieristico, il riferimento
logistico per l’assistenza domiciliare, il punto di erogazione
dell’assistenza integrativa diretta, indiretta e protesica e
alcuni ambulatori specialistici, il punto prelievi sangue per
le analisi, il consultorio, il servizio sociale, il Punto Insieme,
l’igiene pubblica, la medicina legale e la ex guardia
medica.
L’istituzione e la messa a punto delle Case della salute
rimanda dunque all’idea di una comunità che si prende
cura di se stessa, della propria salute, del proprio benessere,
ove per “proprio” si intende quello dell’intera collettività.
Tutto questo, tuttavia, non potrebbe essere separato da uno
studio che si attua sulla Comunità stessa nella quale la Casa
si inserisce, dei suoi bisogni particolari, e dei professionisti
che operano in quel contesto per assicurare la salute in
quel determinato territorio. Generalmente, per quanto
concerne il territorio italiano, laddove si pensa di collocare
una Casa della Salute vi sono territori che cominciano ad
avere tutto ciò che è necessario per garantire un’ottima
assistenza territoriale. Questa scelta
è orientata, inoltre, verso le fasce
più deboli della popolazione, si
pensi infatti agli anziani, ai malati,
a coloro che presentano disabilità
multiple, e chiaramente ai loro cari
o assistenti, che necessitano di un
supporto medico e delle cure non
indifferente.
Tuttavia, non è la prima volta che in
Italia nasce una Casa della Salute,
molto pubblicizzata è stata, ad esempio, l’organizzazione
e l’apertura di quella di Colorno, in provincia di Parma,
nel 2012, nella sede dell’ex Ospedale. La nuova struttura
in questi anni è diventata un vero e proprio punto di
riferimento per i cittadini nel quale i servizi di assistenza
primaria si integrano con quelli di natura specialistica,
della sanità pubblica, della salute mentale ma anche
con i servizi sociali e le associazioni di volontario. Le
Case della Salute, d’altra parte, possono essere definite
come le figlie dei nostri cari e rassicuranti ospedali: sono
semplicemente una nuova porta di accesso alle cure, un
nucleo inserito all’interno delle Comunità che se da una
parte rappresentano un’organizzazione medico-sanitaria
più attrezzata e accogliente verso il cittadino, dall’altra
sono veri e propri centri di cultura e specializzazione per i
professionisti che vi lavorano.
14
Cosa portiamo con noi mentre
mangiamo? Ce lo dice il
Mindful Eating
a cura di
Cristiana Ficoneri
Cos’è questo Mindful Eating? In Italiano lo traduciamo
con Alimentazione Consapevole, ed è nient’altro che
l’applicazione della Mindfulness all’alimentazione.
Detto così sembra un gioco di parole, allora cos’è la
Mindfulness…
La parola inglese “mindfulness” può essere tradotta come
consapevolezza, attenzione, presenza mentale. Non è
facile tradurre il concetto di Mindfulness (proveniente
dalla cultura buddhista) perché essendo molto vasto
è stato utilizzato a seconda dei contesti per intendere
cose diverse. è salito alla ribalta mondiale grazie al fatto
che alcuni medici e psicologi americani dagli anni ‘70 in
poi hanno ideato degli “interventi terapeutici basati sulla
Mindfulness” che traevano
spunto da tradizioni
contemplative millenarie
e potevano essere studiati
e validati da un punto di
vista scientifico.
Si tratta sostanzialmente
di coltivare uno stato
mentale in cui la persona
ascolta e osserva le proprie
emozioni, le proprie
sensazioni fisiche e i propri
pensieri, accettandoli
così come sono, senza
giudicarli, senza cercare di
modificarli, né bloccarli. Si
sta con ciò che c’è, nulla
è sbagliato o proibito.
E funziona per la salute?
Come dimostrano
molti studi la Mindfulness è stata parte integrante del
trattamento di tanti disturbi fisiologici (come la psoriasi,
il dolore cronico, la fibromialgia) e psicologici (come la
depressione, i disturbi del sonno, disturbi d’ansia, ADHD,
dipendenze e varie altre psicopatologie), e la letteratura
scientifica ha confermato che ci sono effetti positivi che si
devono al miglioramento della regolazione dell’attenzione
e delle emozioni e dei processi di controllo esecutivo. In
alcuni casi sono stati riscontrati dei cambiamenti strutturali
a livello della corteccia cerebrale.
E l’alimentazione?
Naturalmente esiste un Mindful Eating inteso come pratica
di Mindfulness più strettamente religiosa e all’estremo
oppostolavulgatamodaioladella“dietadellaMindfulness”
(a mio parere una terribile contraddizione in termini), ma
qui stiamo parlando di Mindfulness intesa come intervento
terapeutico.
Anche se l’applicazione della Mindfulness all’alimentazione
è di data relativamente recente, vari studi ne hanno
testimoniato l’efficacia nel migliorare il senso di
accettazione, i comportamenti di abbuffata e il mangiare
sotto la spinta delle emozioni, con un riflesso sulla perdita di
peso anche quando questo non era un obiettivo esplicito
degli studi.
Come ci si può avvicinare
al Mindful Eating?
Seguendo un corso
apposito ad esempio. In
Italia è una realtà nuova,
presente soprattutto nelle
città più grandi. Un corso
tipico è costituito da
8/9 incontri a cadenza
settimanale, condotti
da un insegnante di
Mindfulness,chepuòavere
anche altre competenze
di tipo psicologico o
nutrizionistico, ma che
soprattutto deve aver
seguito un training
specifico, nutrito da una
comprovata pratica
di Mindfulness. Sono
incontri di gruppo in cui si
alternano momenti esperienziali costituiti da pratiche di
meditazione formali o informali e meditazioni guidate su
argomenti specifici (immagine corporea, peso, appetito e
sazietà...). L’idea della meditazione può suscitare timore o
diffidenza ma all’interno del corso essa è pensata come
un training dell’attenzione assolutamente laico, in grado
di rendere le persone consapevoli dei propri schemi
automatici e liberarsi dall’eccessiva reattività, nonchè di
fermarsi ad ascoltare quei segnali fisiologici che devono
guidare il comportamento verso il benessere.
In pratica ciò significa diventare consapevoli delle
opportunità positive e nutrienti che ci vengono offerte
15
attraverso una scelta e una preparazione degli alimenti
effettuata rispettando la nostra saggezza interna.
Il tutto è inserito in un contesto di conoscenze che
riguardano l’autoregolazione dell’assunzione di cibo, il
ruolo degli stimoli fisici ed emotivi della fame, gli indizi di
sazietà, fino alla regolazione emotiva e alla gestione dello
stress…
Durante l’intervento vengono svolte delle esercitazioni
guidate legate all’alimentazione: alcune di esse si svolgono
con l’ausilio del cibo, per arrivare a saper scegliere in
consapevolezza di fronte ad un buffet imbandito. Alcune
sessioni incorporano un lavoro sul corpo: lo yoga sdraiati o
seduti sulla sedia, delle meditazioni camminate…
I partecipanti sono istruiti anche a fermarsi per alcuni minuti
durante momenti chiave della giornata (ai pasti ad es.) e
praticare la consapevolezza di pensieri ed emozioni.
Quel che più conta è che il partecipante è spinto in modo
esperienziale e non teorico, a coltivare la consapevolezza
dei segnali fisici interni. Ad es. imparare ad andare incontro
all’esperienza presente del gusto e notare quando il
piacere di un alimento che si sta assaporando comincia
a diminuire, può aiutare una persona ad ottimizzare la
soddisfazione del cibo con porzioni più piccole.
E tutto questo in sole 8 settimane?
Le 8 settimane servono ad imparare il modo di far ripartire
il motore che è in noi, un motore che quasi sempre esce
integro dalla “fabbrica” e va alimentato correttamente.
Il tempo che segue farà il resto. I risultati duraturi si
costruiscono con la pazienza. I cambiamenti che si
susseguono col Mindful Eating possono essere più o meno
vistosi, ma l’efficacia diventa visibile quando si sommano
insieme: molti momenti di ascolto alle nostre vere esigenze,
giorno per giorno, mese dopo mese, anno dopo anno,
produrranno scelte basate su una saggezza interna che
coniugata alle conoscenze corrette ci renderà più liberi e
più sani. è stato calcolato che ogni giorno siamo chiamati
a prendere più di 200 decisioni in campo alimentare...non
è poco!
Per chi è indicato il Mindful Eating?
Per tutti quei casi di comportamento alimentare più o meno
“problematico” che generano a breve o lungo termine
complicanze di tipo fisico e un forte carico di sofferenza
psicologica ad esempio.
Di questo gruppo fanno parte i Disturbi del Comportamento
Alimentare più tradizionali e più conosciuti - ad es.la Bulimia
Nervosa e il Binge Eating Disorder - ma anche molti casi
di Obesità, dai tipi più gravi a quelli più diffusi, ma sempre
caratterizzati da un rapporto poco sereno con il cibo. Uno
stile disinibito di alimentazione può includere ad esempio
stramangiare anche in assenza di fame, o sotto lo stimolo
di qualche emozione (emotional eating) o in risposta a
stimoli esterni come lo stress, il freddo, la vista, il profumo
di un alimento (external eating) o subire un craving intenso
o perdere il controllo. Inoltre può essere d’aiuto in vari stati
fisiologici come la gravidanza o l’età pediatrica.
La ricerca ci mostra come i bambini che sono messi in grado
di nutrirsi da soli hanno meno probabilità di diventare obesi.
In realtà a pensarci bene, il Mindful Eating è indicato…per
chiunque mangi.
Cosa dicono le persone che praticano il Mindful Eating?
Molto spesso ci sentiamo dire: ”Non so perchè ma mi sento
più soddisfatto pur mangiando meno di prima”. Questo
dipende dal fatto che dando la dovuta attenzione,
una sana attenzione, all’esperienza del mangiare e
del bere, l’esperienza si espande e viene percepita dal
nostro cervello come più ricca e nutriente. Quando si
evita il multitasking e si è mentalmente presenti mentre si
mangia (o si fa qualunque altra cosa) si sperimenta una
connessione maggiore con il cibo che assaporiamo, col
nostro corpo che lo riceve, magari con le persone che nella
filiera hanno contribuito a farlo arrivare alla nostra tavola…
Quel che spesso si cerca in un alimento confortante è il
sollievo da un tumulto interno, dall’insoddisfazione del
cuore e della mente, una maggiore dolcezza e tranquillità.
Ma la dolcezza degli zuccheri è a breve termine mentre
non lo è quel che si prova quando riusciamo a raggiungere
-magari casualmente- quel senso di interconnessione che
ci fa sentire più integri e …a posto. Nel nostro posto. Ecco
tutto questo è Mindful Eating!
Per informazioni sui corsi cerca i contatti su Facebook
“Percorsi di Mindful Eating “ : https://www.facebook.com/
mangiasorridendo/
Quando si è mentalmente
presenti mentre si mangia si
sperimenta una connessione
maggiore con il cibo che
assaporiamo.
Dando quindi la dovuta
attenzione, una sana attenzione,
all’esperienza del mangiare e del
bere, l’esperienza si espande
e viene percepita dal nostro
cervello come più ricca e
nutriente.
Nessuna distinzione per numero di componenti della famiglia
Nessuna distinzione di età
Sussidi per Single o Nucleo famigliare
Detraibilità fiscale (Art. 15 TUIR)
Nessuna disdetta all’associato
Durata del rapporto associativo illimitata
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17
a cura di
Nicoletta Mele Adolescenti e Blue Whale, un
gioco psicologico pericoloso.
Cosa sta succedendo?
17
Cos’èilBlueWhale?Cosastasuccedendoagliadolescenti?
Per Health Online lo psicologo clinico e psicoterapeuta
Roberta Fedele e il vice presidente del MOIGE, Movimento
Italiano Genitori Onlus, Elisabetta Scala.
Blue Whale Challenge (Balena Azzurra) non è il titolo di
un film, ma il nome di un gioco, definito un vero e proprio
rituale psicologico, legato ai social network, proveniente
dalla Russia e che sta causando molte vittime tra gli
adolescenti. In Russia fino ad oggi, riferiscono i media, la
cifra delle vittime che hanno “terminato” il gioco con il
suicidio, è pari a 157.
La prima a morire nel gioco perverso è stata la teenager
russa Rina Paleonkova, il cui scatto prima di morire ha fatto
il giro del mondo.
Il fenomeno purtroppo si sta diffondendo anche in altri
Paesi, tra cui Gran Bretagna, Brasile, Francia e Italia, dove
lo scorso febbraio un giovane quindicenne si è tolto la vita
lanciandosi da un palazzo di 26 piani a Livorno.
Non è ancora chiaro se il gesto sia legato al gioco, infatti
le indagini stanno procedendo, ma il rischio sono le
emulazioni.
A Pescara una tredicenne è stata fortunatamente salvata
poco prima del suicidio, grazie all’allarme lanciato da una
sua compagnia di classe e all’intervento dei suoi genitori.
La ragazzina ha ammesso di aver partecipato al gioco
e secondo gli investigatori il fatto che avesse ammesso
e deciso di posticipare il suicidio è stato un segno che
l’adolescente si fosse resa conto di quanto le stava per
accadere.
Il gioco dell’orrore consiste nel seguire alcune regole
per 50 giorni, scritte su una lista inviata alla vittima dagli
organizzatori, e l’ultimo giorno è previsto il suicidio,
gettandosi da un palazzo molto alto.
Regola numero uno, per chi prende parte al gioco
attraverso l’iscrizione a specifici gruppi sui social, è quella
di tagliarsi la mano e inviare la foto al curatore, la
seconda invece è quella di alzarsi alle 4.20 del
mattino e guardare dei video psichedelici, la
terza tagliarsi il braccio lungo la vena, non
troppo in fondo, fare 3 tagli e inviare la foto
al curatore. Disegnarsi sul braccio una
balena e inviare la foto al curatore
è la quarta regola, la quinta invece è incidersi “yes”
sulla gamba se si è pronti a essere una balena, altrimenti
bisogna punirsi con alcuni tagli. Più si va avanti nei giorni
e più le regole del gioco dell’orrore diventano allucinanti:
la quattordicesima regola, ad esempio, prevede il taglio
sul labbro, alla sedicesima giornata bisogna procurarsi
tanto dolore. il 26 esimo giorno il “tutor” comunicherà
all’adolescente il giorno in cui dovrà morire, che avverrà
allo scattare del 50esimo giorno. Chi arriva all’ultimo giorno
viene celebrato dagli altri membri della comunità.
Uno dei tutor, tale Philips Budeikin, ventiduenne che per
tre anni ha frequentato la facoltà di psicologia, è stato
arrestato, grazie all’abilità degli investigatori russi che
si sono finti teenagers, con l’accusa di aver causato il
suicidio di 16 ragazzine. Al momento dell’arresto Budeikin
non ha battuto ciglio e non è apparso pentito, anzi ha
affermato, come è stato riportato da Metro.co.uk, di aver
pulito la società e che le ragazzine, da lui definite materiale
organico di scarto, erano felici di morire perché per la
prima volta aveva dato loro tutto quello che non avevano
avuto nelle loro vite: calore, comprensione,
importanza.
“Ci sono le persone e gli scarti biologici –
ha detto nel corso dell’interrogatorio – Io
selezionavo gli scarti biologici, quelli
più facilmente manipolabili, che
avrebbero fatto solo danni a loro
stessi e alla società. Li ho spinti
al suicidio per purificare la
nostra società”.
17
18
Cosa spinge gli adolescenti di oggi a seguire rituali con un
tragico finale senza possibilità di ritorno? E com’è possibile
manipolare le menti degli adolescenti tanto da spingerli
per 50 giorni a sottoporsi a torture continue fino alla morte?
Health Online ha chiesto il parere dello psicologo clinico e
psicoterapeuta Roberta Fedele.
Gli adolescenti e le loro fragilità. Far parte di una comunità
agghiacciante denominata “club dei suicidi”, fa sì che i
ragazzini si sentano compresi, amati e importanti, come ha
detto Budeikin?
“Il fenomeno del Blue Whale sembra cavalcare alcuni
degli aspetti propri dell’adolescenza esistenti da sempre,
con l’aggiunta però di elementi che sono assolutamente
figli del periodo storico in cui viviamo. Le caratteristiche
dell’adolescenza sono quelle di sempre, ma si dispiegano
in un mondo contemporaneo così profondamente diverso
per gli strumenti di conoscenza e di comunicazione che
vanno a generare il formarsi di nuovi sistemi di significato.
L’adolescenza è un periodo di forte crisi dello spazio
mentale e della sua integrazione, che vede l’adolescente
impegnato in vari compiti evolutivi, quali il conflitto tra la
dipendenza e l’indipendenza, il processo di individuazione,
la chiusura in se stessi e l’isolamento, l’importanza che
riveste l’appartenenza ad un gruppo ed i movimenti
identitari ad esso collegati.
Sembra in particolare che questi due ultimi aspetti
siano coinvolti nel fenomeno del Blue Whale. Infatti, il
partecipare al “gioco” prevede l’entrare a far parte di un
certo gruppo ed esso, come la maggior parte dei gruppi
adolescenziali, scatena al suo interno dinamiche molto
intense, è caratterizzato da rigidità e chiusura agli adulti e
spesso chi vi appartiene ne accetta le regole e le modalità
comunicative. Il gruppo soddisfa spesso un bisogno di
sicurezza che il giovane vive in relazione alla propria
confusione emotiva.
Spesso il gruppo di pari si contrappone al nucleo
familiare, in particolare alle figure genitoriali, le quali
tendono a conservare una visione del giovane ancora
associata a quella di un bambino; esso soddisfa bisogni
di orientamento, di elaborazione di valori diversi da quelli
degli adulti, e dà vita ad intensi processi di identificazione
su cui si basa la coesione e l’organizzazione del gruppo
stesso. Tali movimenti identificatori sono ancora più
significativi se il giovane vive una situazione di isolamento
e di ritiro in se stesso, percependosi come l’unico garante
della propria assoluta autonomia. Ecco quindi che il
senso di appartenenza e il sentirsi compreso svolgono un
importante peso”.
Il gioco macabro prevede prove fisiche di autolesionismo
di difficile comprensione. Cosa spinge un ragazzino a
compiere gesti di questo tipo?
“In adolescenza il suicidio o il tentativo di suicidio si
identifica come un passaggio all’atto, o acting out, che
è una modalità difensiva di cui si serve l’individuo per
affrontare i conflitti e le angosce caratteristici della fase
di vita che sta attraversando. È bene ricordare che i
passaggi all’atto sono comportamenti presenti non solo
negli adolescenti che presentano disturbi psicologici ma in
ogni adolescente e che assumono le forme più disparate
quali fughe, il vagabondaggio, il furto e le manifestazioni
di etero e autoaggressività. Si tratta di un arresto o un
disturbo delle capacità simboliche e rappresentative,
una confusione fra la dimensione interna e quella esterna,
tra quella soggettiva e quella oggettiva. Il disagio non
avrebbe parole per essere rappresentato, cosa che lo
inquadra come il meccanismo prelogico e preverbale per
eccellenza, senza alcuna possibilità di pensiero introspettivo
o basato sulla internalizzazione e sul pensiero verbale.
Rispetto alla domanda su cosa li spinge, andrebbero presi
in considerazione una molteplicità di fattori ed il significato
va comunque sempre ricercato nella specificità di ogni
singola situazione; tuttavia è possibile individuare alcune
situazioni ricorrenti: ci potrebbe essere una difficoltà
a tollerare i sentimenti di solitudine e isolamento che
accompagnano il processo di separazione dalle figure
parentali e di individuazione della propria nuova identità.
Questa difficoltà potrebbe non essere adeguatamente
controbilanciata dal sentimento di acquisizione della
propria nuova identità, delle proprie personali capacità
e responsabilità, ma invece sfociare in depressione che,
in certi casi, aumenta a dismisura soprattutto perché ha
a che fare con un sentimento di scarsa stima di Sé ed
un vissuto di inadeguatezza a nuovi compiti. Ancora il
fisiologico bisogno di sfidare, che resta sempre una delle
maggiori difese in adolescenza.
La trasformazione del corpo nell’adolescenza: il tentato
suicidio è un attacco al corpo che a tratti è percepito come
estraneo, sconosciuto ed incontrollabile, non appartenente
al Sé psichico. Il corpo è allora oggetto di odio e non più
fonte potenziale di piacere. L’idea del suicidio permette
di compensare l’impotenza che assale l’adolescente
che, a differenza dello spazio mentale, non esercita alcun
controllo su quello corporeo. Ma questo è un conflitto che
deve assolutamente rimanere nella testa, a livello psichico.
Ancora la fantasia di essere salvati dalla morte, la speranza
di poter trovare o ritrovare una condizione di pace
attraverso il suicidio, di sollievo rispetto alle difficoltà che
si stanno attraversando. A questa fantasia se ne aggiunge
spesso un’altra, e cioè che mediante la morte si attesti la
propria onnipotenza ed il trionfo di Sé sulla realtà.
In molti casi di suicidio c’è il bisogno di trasformare in azione
attiva ciò che dovrà essere subìto passivamente, ancora
una volta, esercitare una certa dose di controllo su se stessi
e su quello che, anche se in un futuro, accadrà.
Va inoltre considerato il fatto che le condotte suicidarie
hanno una profonda valenza relazionale. Il suicidio, atto
solitariopereccellenza,èsempreancherivoltomentalmente
a qualcuno in particolare o “agli altri” in generale. Secondo
Pietropolli Charmet (2009) l’adolescente suicidario lancia
una sfida prepotente all’adulto: il genitore è chiamato a
19
fare i conti con l’estrema impotenza e l’enorme distanza
che lo separa dall’adolescente e con i sentimenti di paura,
disperazione e sgomento per qualcosa che è impensabile
e che si palesa violentemente. Il gesto suicidale, sempre
secondo l’autore, è un gesto violento perché, seppur
rappresentativo dell’estrema impossibilità di pensare
ed elaborare rabbia e delusione, vissuti annichilenti e di
umiliazione, è un attacco dell’adolescente al senso della
relazione con i genitori e imprigiona tutti nella alternanza
colpa/espiazione”.
Alla base di questo perverso meccanismo c’è una forte
conoscenza degli elementi psicologici da parte dei
creatori del gioco?
“Potrebbe esserci sicuramente una profonda conoscenza
dei meccanismi psicologici propri della adolescenza e
di come questi si incastrino e si amplifichino con i mezzi
e gli strumenti moderni, quali la tecnologia, internet, i
videogiochi, ecc. Il computer diventa spesso una specie di
versione altra di se stessi, senza di esso ci si sente persi e si è
fuori dal mondo; lo psichiatra e psicoanalista statunitense
Glen O’ Gabbard ha parlato di “Cyber-Se’”. Esso può fornire
in pochi secondi così tante informazioni e così tanti contatti
e relazioni, che però spesso hanno più il sapore di una non
relazione, in quanto si tratta di rapporti che potrebbero non
concretizzarsi mai, rimanendo nel limbo del cyberspazio.
Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione
consentono all’adolescente di oggi di ridurre il confronto
faccia a faccia e di sostituire l’esperienza diretta con una
percezione mediata.
Ci sarebbe da chiedersi se essere sempre connessi,
attraverso smartphone, internet, Facebook, ecc. muta il
modo di rappresentarsi, se permette di ammorbidire il senso
di solitudine che nasce in adolescenza, e se quindi questo
vada considerato come una nuova forma di gruppalità,
oppure lascia l’adolescente più che mai isolato e chiuso in
un suo mondo illusorio”.
Sono state raccolte delle testimonianze di mamme che
hanno perso i loro figli a causa del “rituale psicologico”.
“Sembravano tranquille – hanno detto – anche il giorno
in cui hanno deciso di suicidarsi hanno fatto quello
che facevano tutte le mattine. Ci sono persone che
garantiscono ai ragazzi di ‘salvarli’ dai problemi che li
affliggono, ma i nostri figli non soffrivano di depressione,
erano giovani, solari e pieni di vita. Partecipare a quel
‘gioco’ li ha cambiati e portati alla morte”.
20
la vita a causa di una sofferenza covata nel silenzio e
nell’indifferenza.
In che modo i genitori possono vigilare sulla vita sociale dei
propri figli senza entrare in contrasto?
Health Online l’ha chiesto a Elisabetta Scala, vice
presidente del MOIGE, Movimento Italiano Genitori Onlus,
che da anni svolge la sua attività a sostengo delle famiglie
per una maggiore tutela dei diritti dei minori e dei genitori.
Quanto è preoccupante questo fenomeno? Qual è la
vostra posizione?
È molto preoccupante e noi come Movimento Italiano
Genitori in questi giorni stiamo cercando di campire
l’ampiezza del fenomeno proprio per parlarne con i
nostri figli. Inoltre, stiamo dando delle informazioni ai
nostri volontari, i quali daranno a loro volta delle risposte.
La nostra raccomandazione è quella di parlare del
fenomeno ai ragazzi,
spiegare loro quanto
sia terribile questo
gioco macabro, in
modo tale che se sono
venuti a contatto con
qualcuno coinvolto
possano reagire”.
Spesso i genitori degli
adolescenti sono
all’oscuro di alcuni
aspetti della vita
sociale dei propri
figli. Uno sguardo
attento potrebbe
aiutare i genitori a
comprendere in
tempo eventuali
c o m p o r t a m e n t i
anomali dei figli, specie se pre-adolescenti?
“Innanzitutto tanto più sono piccoli i bambini tanto più
non devono navigare sui social da soli, non bisogna
lasciare in mano a un pre-adolescente un telefonino con
la connessione h24. È dovere di ogni genitore prestare
sempre grande attenzione e parlare con i figli. Parlare con
i figli per noi è la prima regola”.
Come controllare i figli senza entrare in conflitto con loro?
“L’utilizzo della rete e di conseguenza i social oggi ci
costringono ad entrare nel privato dei nostri figli, è nostro
dovere guidarli e anche controllarli chiedendo loro
l’amicizia su Facebook”.
Oggi tutto è a portata di click. Se da una parte l’avvento
dell’era digitale e la portabilità dei dispositivi hanno
dato dei grandi benefici alla società, dall’altra però
Dottoressa Fedele, la regola fondamentale per chi
partecipa al gioco è quella di non dire nulla ai genitori
e non lasciare tracce in giro. Quali sono i campanelli
d’allarme da non sottovalutare per i genitori?
“Sicuramente sarebbe molto importante prestare
attenzione ai cambi di umore, ragazzi che sono solari e che
invece improvvisamente diventano cupi e silenziosi, agli
scatti di ira, alle manifestazioni di ritiro e di isolamento, alle
espressioni di irritabilità, al cambiamento improvviso delle
abitudini cosi’ come alle manifestazioni ossessive”.
Diverse sono state le reazioni da parte dell’opinione
pubblica sul Blu Whale: c’è chi si è sentito angosciato e
chi non ha trovato parole per descrivere il fenomeno
rifiutandosi di capire il motivo. Secondo lei, mettere la
testa sotto la sabbia è uno degli elementi che permette a
fenomeni come Blue Whale di svilupparsi?
“La mia opinione
su questo è che
ci sia una sorta di
corresponsabilità da
parte della società
allargata e che si
potrebbe fare molto
di più in termini
di prevenzione,
informazione e azione
rispetto al fenomeno;
sarebbe necessario
infatti creare degli
sportelli di ascolto,
divulgare il più
possibile informazioni
circa il cyberbullismo,
supportare i genitori,
soprattutto con
approfondimenti che riguardano un uso perverso del
mezzo mediatico e di internet. Più che mettere la testa sotto
la sabbia, credo che questi fenomeni abbiano trovato
terreno fertile in una società totalmente impreparata ad
affrontarli e che ancora non è riuscita a reagire; credo
inoltre che internet non sia la causa ma il mezzo attraverso
il quale la problematica prende forma”.
La Russia, luogo dove è nato il gioco e dove ci sono state
maggiori vittime, si sta mobilitando e sta prendendo dei
seri provvedimenti per arginare il fenomeno sfuggito al
controllo della rete. È stata istituita, insieme con un team
di psicologi ed esperti, un’associazione di assistenza ai
famigliari e un numero verde di ascolto e denuncia.
Può davvero un gioco cambiare un ragazzino fino a
portarlo alla morte? E com’è possibile fingersi tranquilli
davanti gli occhi di un genitore?
Ai genitori spetta il compito più importante quello cioè di
vigilare sui propri figli affinché non decidano di togliersi
21
hanno provocato, e continuano a provocare, seri danni
soprattutto se questi strumenti vengono utilizzarti in maniera
errata dagli adolescenti, sempre più dipendenti dalla rete.
Secondo il rapporto “Benessere dei quindicenni”,
pubblicato da Ocse, è emerso che quasi un quarto degli
adolescenti italiani dichiara di trascorrere oltre 6 ore al
giorno su internet al di fuori della scuola. Un’abitudine che,
si trasforma quindi in vera e propria dipendenza: 47 alunni
italiani su cento dichiarano infatti di “sentirsi male se non
c’è una connessione a internet”.
Le relazioni attraverso uno schermo escludono la
comunicazione verbale fondamentale per relazionarsi
con gli altri e a nascondere le emotività, ecco quindi che
internet, come ha affermato nel corso di un’intervista a
La Repubblica, Federico Tonioni, Ricercatore all’Università
cattolica e direttore dell’ambulatorio sulle dipendenze da
internet al Policlinico Gemelli di Roma, “è diventato non la
causa ma la risposta ad un disagio profondo. Le relazioni
online sono spesso le uniche rimaste all’adolescente
sempre più orientato ad un ritiro sociale”.
Dottoressa Scala, cosa ne pensa? L’educazione all’utilizzo
di internet e della tecnologia resta fondamentale. Il Moige
e la Polizia di Stato hanno promosso il progetto “Giovani
ambasciatori contro il bullismo e il cyberbullismo per un web
sicuro”, con l’obiettivo proprio di fornire a ragazzi, genitori
e insegnanti tutte le informazioni necessarie per un corretto
e responsabile uso della rete. Quanto sono importanti
iniziative volte alla sensibilizzazione e informazione in un
periodo storico come quello che stiamo vivendo?
“Il rapporto pubblicato da Ocse ha un fondamento, i nostri
ragazzi sono eternamente connessi: ascoltano la musica,
vedono programmi televisivi e video con i loro cellulari,
anche quando sono impegnati nello studio devono
verificare se c’è connessione e nel caso arriva un messaggio
devono vederlo e rispondere immediatamente, vivono i
social in maniera ansiogena. Questo è un atteggiamento
sbagliato e noi dobbiamo dare loro delle regole, quando
si sta a tavola o quando si studia il telefonino deve essere
messo in disparte. Dobbiamo coinvolgere i nostri figli in
attività sportive, creargli delle situazioni da fare nella
vita reale e invitarli ad incontrarsi personalmente non
attraverso la rete. Occorre educarli. E proprio per questo
motivo che la nostra iniziativa “per un web più sicuro” è
ormai diventata un appuntamento annuale. Quest’anno
c’è stata una novità che ha avuto un grande successo:
abbiamo formato dei ragazzi, “gli ambasciatori”, che a
loro volta insegnano ai loro coetanei, questo ha funzionato
molto perché i giovani sono più predisposti ad ascoltare
i loro coetanei che gli adulti. In questo periodo storico
occorre cambiare la mentalità, è prioritaria la prevenzione,
non si può arrivare ad affrontare il problema a quando c’è
l’emergenza”.
Dottoressa Fedele, quanto è importante ristabilire un
rapporto tra genitori e figli in età adolescenziale? Quali
sono i suoi consigli?
“Il giusto investimento di tempo e di energie durante
l’infanzia e la fanciullezza aiuta a prevenire il trasformarsi
dei piccoli problemi di queste fasi, nei grandi problemi
dell’adolescenza, ed è importante pensare a questo come
un processo che va costruito nel tempo. Rispetto proprio
all’utilizzo dei dispositivi elettronici quali smartphone, ipad,
ecc., sarebbe importante stabilire delle regole e delle
limitazioni in maniera precoce; diventa molto complicato
infatti, soprattutto con l’adolescenza, ridurre l’uso del
computer se per anni il bimbo a tavola ha mangiato con
l’ipad acceso oppure gli è stato permesso di giocare al
cellulare durante le cene tra amici per “distrarlo”. Questa
infatti diventa una realtà abituale e conosciuta per il
bambino che, ora adolescente, non si spiega e non
accetta il perché non può continuare a fare quello che in
sostanza faceva anche prima.
Ritornando alla domanda, durante la adolescenza la
parola chiave è osservare i ragazzi, ma una osservazione
che li veda, che li guardi veramente, cogliendone i
segnali, sia positivi che di disagio, senza però trasformarli
immediatamente in scoppi di ansia da parte dei genitori.
Nel caso del fenomeno di cui stiamo parlando, per
esempio, sarebbe stato importante destinare una certa
quota di attenzione al ritiro dei ragazzi nelle loro stanze per
periodi prolungati, oppure al fatto che uscivano di casa
alle prime ore del mattino. Spesso il nucleo familiare tollera
l’autoreclusione del ragazzo, agevolandolo implicitamente
o esplicitamente nel suo rintanarsi nella sua stanza.
In generale è importante adottare un atteggiamento
empatico, di comprensione, mostrarsi supportivi nei
momenti di difficoltà e anche consolarli se è necessario;
stabilire sempre regole chiare, non troppo restrittive, da
concordare in anticipo con i ragazzi e che prevedano
sanzioni realmente applicabili; notare non solo i
comportamenti disfunzionali ma anche quelli adattivi,
rinforzandoli positivamente; favorire l’autonomia e
l’affermazione di sentimenti e delle aspirazioni (nei limiti
consentiti dall’età) da parte del figlio, anche se non
sono in linea con quelle che si aspettano i genitori. La
capacità educativa dei genitori sta proprio nel permettere
l’attuazione di questa separazione del figlio dalle proprie
figure e insieme nella capacità di offrire sostegno,
comprensione e disponibilità comunicativa in questo
momento difficile per il giovane”.
Felicità e gioia di vivere. Questo è lo scopo di Pink Whale,
un’iniziativa nata in Brasile come risposta al macabro gioco
Blue Whale.
La vita è un bene prezioso e va vissuta fino in fondo.
“Sono troppo convinta che la vita sia bella anche quando
è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere: il
regalo dei regali”. Oriana Fallaci.
Tante e diverse opportunità a chi intende passare 7 o più giorni
nel nord della Sardegna, negli incantevoli scenari di Valledoria,
Terme di Casteldoria e San Pietro a Mare.
Di seguito le condizioni esclusive riservate agli aderenti alla convenzione Health Italia, per
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propongono
La richiesta dovrà essere effettuata tramite
l’invio di una mail a info@casainvestimento.it.
La mail dovrà riportare le seguenti indicazioni:
Oggetto: Convenzione Health Italia
Allegato: Tesserino Health Italia
Nome e Cognome
Periodo e struttura scelte
Numero di persone
Spese non comprese nel soggiorno:
Pulizie finali_60 € (obbligatorio con tutte le tariffe)
Check-in o Check-Out fuori orario_20 €
Set biancheria letto e bagno su richiesta (per persona)_20 €
Telo mare su richiesta_5 €
Animali domestici. Extra per pulizie_20 €
Culla da campeggio e biancheria su richiesta_20 €
Deposito cauzionale rimborsabile (da versare all’arrivo)_200 €
www.casainvestimento.it info@casainvestimento.it
23
a cura di
Alessia Elem Idrocolon terapia,
una tecnica antica per il
benessere dell’organismo
Cattive abitudini alimentari, stress e ansia sono situazioni
che possono mettere a repentaglio la salute del colon.
Il colon è un organo cavo in sede addominale, che
inizia a livello della valvola ileo-cecale - tratto terminale
dell’intestino tenue - e termina con il retto ed il canale
anale.
La sua principale funzione è quella di assorbire acqua e
elettroliti (sali) ed è anche il naturale terreno di coltura dei
batteri, il cui scopo consiste nel neutralizzare,
evitare e prevenire lo sviluppo di una sua
condizione di tossicità. Quando nel colon
si produce un eccesso di fermentazione e
putrefazione, perché non lo si è tenuto il
più possibile libero dalle feci e dagli scarti, i
batteri patogeni proliferano e danno origine
a disturbi.
Cosa succede al nostro organismo quando
il colon è intasato e irritato? Perde la sua
funzionalità e le tossine che si depositano
possono causare diverse patologie che interessano l’intero
organismo.
Per evitare dei rischi alla salute è importante mantenere
pulito l’organismo e questo è possibile grazie anche
all’Idrocolon terapia, un trattamento medico antico in
grado di restituire una corretta funzionalità del colon senza
nessun disagio, né dolore per il paziente.
Quali sono i benefici dell’idrocolon terapia? E quando è
consigliata?
L’abbiamo chiesto alla dottoressa Alessandra Merendino,
Tecnico di Neurofisiopatologia, specialista in Colon-
Idro-Terapia presso Rome American Hospital, Centro
Diagnostico Pigafetta e al Centro diagnostico Monteverde.
(www.dottoressamerendino.eu)
“I benefici sono numerosi - ha spiegato - ma il primo è
l’immediata e piacevole sensazione di
sgonfiore addominale e il benessere della
schiena: l’apparato muscolo scheletrico è
composto dall’insieme di ossa, articolazioni
e muscoli, la loro azione sostiene l’organismo
e ne permette movimenti, mentre il colon
è il naturale terreno di coltura dei batteri, il
cui scopo consiste nel neutralizzare, evitare
e prevenire lo sviluppo di una condizione di
tossicità dello stesso. Durante il trattamento
eseguo una particolare manovra manuale,
denominata ‘terapia muscolo – viscero – tensiva’, un
massaggio mirato a ristabilire un’omeostasi generale
del corpo. Grazie a questo massaggio mirato si ritrova
armonia nella zona addominale, il piacere di avere una
pancia sgonfia, libera da stress, ansia, stipsi, colite, acidità
di stomaco, torcicollo, lombosciatalgia, dolori articolari e
sottoscapolarigonalgia, tendiniti, insonnia, cefalea.
L’idrocolon terapia elimina i parassiti (Escherichia coli,
Tenia), le tossine, i vecchi fecalomi, migliora lo stato
23
24
della pelle ed è anche un ottimo aiuto per chi vuole
perdere peso. Questo strumento rappresenta quindi una
soluzione semplice, non invasiva, che grazie alle moderne
apparecchiature ha reso la terapia igienica, indolore e
inodore garantendo la massima sicurezza ed efficacia
terapeutica ed offrendo al paziente igiene e confort. È un
perfetto connubio naturale di salute, benessere e bellezza”.
Un intestino che non svolge in maniera corretta le proprie
funzioni cosa può provocare?
“Sono diverse le conseguenze che può provocare un mal
funzionamento intestinale, vanno dall’alitosi, al reflusso
gastroesofageo, al mal di schiena, acne, cefalea fino a
colite, cistite, candida intestinale, e gonfiore addominale”.
Per il trattamento è prevista una preparazione?
“Sì, nei tre giorni precedenti al
trattamento il colon necessita di una
precisa preparazione per agevolare
la fuori uscita dei residui fecali più duri
che, se non ben espulsi, posso causare
un’occlusione intestinale”.
In che modo viene effettuato il
trattamento?
“In generale, l’idrocolon terapia è
caratterizzata da tre fasi. La prima è
quella diagnostica, in cui si verificano le
condizioni del soggetto da trattare e le
caratteristiche della sua patologia, comporta una accurata
valutazione sia da un punto di vista della salute in generale,
che in particolare, della funzione digestiva.
Nella fase preparatoria invece si cerca di modificare la
consistenza del contenuto intestinale, per rendere più
agevole lo svuotamento del colon. Una preparazione
accurata è estremamente utile per rendere la pratica meno
disagevole per il paziente e più radicale nei suoi effetti e
nelle sue risultanze terapeutiche. Infine, c’è il lavaggio che
costituisce l’elemento centrale della terapia e che ha lo
scopo di eliminare tutto il materiale fecale dal colon e le
tossine”.
In particolare ci può spiegare in che modo avviene?
“Nel corso del primo incontro, presso tutti i centri dove
esercito la mia professione, a tutti i pazienti viene fatta
un’accurata anamnesi, con la compilazione di una scheda
dettagliata con tutte le patologie inerenti il colon. Ad ognuno
viene consegnato un kit monouso completo per l’esecuzione
del trattamento, dopodiché il paziente si sdraia in modo
confortevole sulla schiena. Viene introdotta una canula sterile
(e monouso) nel retto, questa è fornita di due tubi, uno per
l’entrata dell’acqua l’altro per asportare il materiale fecale e
l’acqua usata. Il paziente per tutta la durata del trattamento,
di circa un’ora, è in posizione supina.
Se l’idrocolon terapia viene effettuata per preparazione
alla colonscopia, al paziente viene eseguita una seduta di
maggioredurata,etrattandosidiundoppioesame(idrocolon
+ colonscopia) il paziente avrà bisogno sia del lavaggio per
pulire in profondità le pareti intestinali, che della preparazione
standard, che va invece a sciogliere tutti i residui fecali più
duri e più profondi nel colon”.
È quindi anche un mezzo di preparazione per gli esami
diagnostici del colon?
“Sì, perché pulisce in profondità grazie al macchinario,
regolato a seconda delle caratteristiche del paziente, dotato
di un sistema idraulico composto da un’unica specola rettale
dotata di due ingressi: uno per l’acqua pulita e l’altro per
l’eliminazione di tutti i batteri e di tutte le vecchie scorie che
risiedono nell’intestino. Questo particolare sistema dunque è
molto utile come preparazione per tutti gli esami diagnostici
del colon: colonscopie, rettoscopie,
rx addome completo, ecografie
addomo pelviche”.
L’idrocolon terapia è uno strumento di
prevenzione e cura per le patologie
dell’apparato digerente?
“Si, previene la formazione del cancro
al colon ed è uno strumento d’aiuto
per tutti i pazienti asmatici, allergici e
coloro che soffrono di infiammazioni
urinarie”.
Quante sedute sono necessarie per una profonda riuscita
della pulizia del colon? E con quale frequenza?
“Per una pulizia efficace e duratura nel tempo, è necessario
unciclominimodialmeno3sedute.Lesedutevannoeseguite
ad una distanza di una settimana l’una dall’altra, tempo
necessario alla flora intestinale di ricrearsi naturalmente”.
È consigliabile ai pazienti affetti da quali patologie?
“A tutti coloro che soffrono di stitichezza ostinata, colite,
diverticoli, polipi, gonfiori addominali, allergie, celiachia,
candida intestinale, intolleranze alimentari, occlusione
intestinale.Èmoltoutileperchisisottoponeallachemioterapia,
a pazienti con sclerosi multipla e autistici”.
Quando invece è sconsigliata?
“Nei casi in cui si hanno emorroidi sanguinanti, diverticoli
e insufficienza renale, gravidanze, emorragie, aneurismi,
tumore in atto del colon-retto.
L’intestino è un organo fondamentale per il benessere del
nostro organismo ed è quindi importante mantenere un colon
pulito grazie ad una tecnica antica che oggi si avvale di una
moderna tecnologia e di un sistema igienizzato e sicuro, in
grado di non comportare troppi disagi per il paziente”.
La Selvotta Suite è un’elegante Guest
House nel cuore del Parco di Vejo, a
pochi chilometri dallo storico comune di
Formello ed a soli 17 Km a nord della città
di Roma.
La bellezza del bosco di querce e la
vicinanza al Parco della Selvotta rendono
questa location unica nel suo genere,
offrendo un’oasi di pace per varie specie
di animali la cui compagnia sorprenderà
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26
Farmaci, è emergenza:
un italiano su due rinuncia
all’acquisto
a cura di
Mariachiara Manopulo
Lo scorso 17 marzo, nell’ambito del congresso Farmacista
più, è stata presentata l’indagine “Nuove povertà
e bisogni sanitari”, realizzata da Doxa per il Banco
Farmaceutico. I dati emersi sono a dir poco allarmanti,
e rappresentano l’ennesima conferma di quanto la crisi
stia pungendo le famiglie, mettendo a rischio anche il
diritto alla salute. Quasi 1 italiano su 2 (45%) ha rinunciato
nell’ultimo anno ad acquistare farmaci, in particolare
quelli completamente a carico del cittadino. La ricerca,
che si pone l’obiettivo di indagare e analizzare le
difficoltà che incontrano i cittadini nell’accesso alle cure,
evidenziando i profili più a rischio, dimostra che il tasso di
rinuncia è più elevato tra le casalinghe e i pensionati: 52%
quando vivono in famiglia, 53% quando vivono da soli.
Sono a rischio i lavoratori precari (per loro la percentuale
raggiunge il 41% se vivono in famiglia e il 40% se vivono da
soli), ma anche chi ha un lavoro stabile: in questo caso, la
percentuale è del 39% per chi vive in famiglia e il 46% tra
chi vive solo.
Quasi la metà degli intervistati (il 45%) ha dichiarato di
avere in famiglia almeno un caso di patologia rilevante.
E quanto più aumenta il numero delle malattie in
concomitanza in famiglia, tanto più è difficile l’accesso
ai farmaci. Nei nuclei famigliari in cui c’è almeno una
patologia rilevante, la rinuncia all’acquisto di medicinali
raggiunge quota 54%, mentre in quelli con due o tre
malattie arriva al 57%. Nelle famiglie con quattro patologie
o più, si rinuncia nel 64% dei casi.
Ma i problemi non si fermano all’acquisto di farmaci. È
allarme anche per quanto concerne le rinunce alle visite
mediche o ai controlli: 1 italiano su 4 (il 26%) nell’ultimo anno
ha rinunciato almeno ad una visita medica, in particolare
a terapie di riabilitazione e visite odontoiatriche.
26
27
Le categorie più a rischio sono sempre i lavoratori precari,
le casalinghe e i pensionati, oltre ai genitori separati con
figli a carico.
Più di 1 famiglia su 2 dichiara di avere problemi economici
per l’accesso alle visite specialistiche: le difficoltà più
grosse si riscontrano nell’effettuare visite specialistiche
a pagamento (32%), esami del sangue (31%), visite
specialistiche ospedaliere con pagamento del ticket se
previsto (28%), visite odontoiatriche (26%).
Eppure, nonostante tutto, sono pochissime le persone
che chiedono aiuto: solamente l’1% degli intervistati ha
infatti ammesso di avere ricevuto un supporto da enti
assistenziali è marginale.
Ormai - e questo è evidente - la povertà sanitaria è una
emergenza con la quale siamo costretti a fare i conti tutti
i giorni, perché riguarda grandi fasce della popolazione.
Per molti, il diritto alla salute è sempre più a rischio.
La Fondazione Banco Farmaceutico Onlus è nata
proprio per dare un supporto e rispondere al bisogno
farmaceutico di tutte quelle persone per cui curarsi è
ormai diventato un lusso. Per saperne di più, abbiamo
fatto qualche domanda al presidente della Fondazione,
il dott. Paolo Gradnik.
I dati dell’ultima indagine Doxa sono molto preoccupanti:
nell’ultimo anno 1 italiano su 2 ha rinunciato all’acquisto
di un farmaco e molti rinunciano anche a controlli e
visite mediche. Le famiglie, insomma, stanno “tirando la
cinghia” sulla salute. Curarsi sta diventando davvero un
lusso?
I dati emersi sono effettivamente molto preoccupanti:
il rinunciare ad assumere un farmaco di cui abbiamo
bisogno, ad effettuare un controllo o una visita medica
necessarie mettono a rischio la nostra salute e ci
espongono a trovarci poi con problemi ancora più seri.
Questo sta succedendo in Italia (ma è un dato che
emerge un po’ in tutta Europa).
Oggi il SSN copre poco più del 60% della spesa
farmaceutica degli italiani, il resto il cittadino lo deve
pagare di tasca propria e, se non ha i soldi per farlo nasce
il problema.
Come si può affrontare la situazione e quali sono i passi
da portare avanti affinché la salute torni ad essere una
priorità?
Prima di tutto basta con le dichiarazioni di principio
e confrontiamoci con la realtà: il SSN garantisce solo
una parte della salute degli italiani e la situazione non
cambierà in futuro, sarà già molto se questa parte non
diminuirà ulteriormente nei prossimi anni. Perché curarsi
adeguatamente non diventi davvero una possibilità per
soli ricchi occorre da un lato che lo Stato aumenti le risorse
a disposizione della farmaceutica territoriale e dall’altro
che si incentivi l’assistenza che la rete di realtà caritatevoli
presente nel nostro paese può dare a chi non ha i soldi
per farsi carico del 40% che resta.
Secondo l’indagine, nonostante tutti i problemi di accesso
ai servizi sanitari, la percentuale di persone che dichiara
di aver ricevuto supporto da enti assistenziali è veramente
marginale. Ma quali possono essere i motivi?
Questa, a mio modo di vedere, è la conseguenza di due
fattori concomitanti. Il primo è che siamo di fronte alle
“nuove povertà”, cittadini italiani che fino a poco tempo
fa godevano di redditi sufficienti e si sono improvvisamente
trovati (per varie cause) in condizioni disagiate: queste
persone da un lato possono vivere con disagio l’idea
di rivolgersi a strutture che hanno sempre considerato
“per i poveri” e dall’altro sono probabilmente spaesati
rispetto ad un sistema di assistenza dove tradizionalmente
funziona molto il “passa parola”.
Il secondo è che il sistema degli enti caritativi, seppur ricco
di realtà fantastiche dal punto di vista umano, è molto
parcellizzato e così spesso fa fatica ad essere visibile.
Questo è un punto su cui occorre che il mondo non profit
italiano rifletta a fondo.
Il Banco Farmaceutico promuove ogni anno la Giornata
di Raccolta del Farmaco, proprio per aiutare le persone
che non possono permettersi di acquistare le medicine.
Quali farmaci possono essere donati e a come funziona
la distribuzione delle medicine raccolte?
La GRF è dedicata alla raccolta dei farmaci che si
acquistano senza ricetta medica, che per definizione
non sono erogati dal SSN e pertanto sono proprio quelli
a cui più facilmente le persone povere sono costrette a
rinunciare. I farmaci raccolti in farmacia vengono messi
a disposizione gratuitamente dell’ente di assistenza
convenzionato più vicino alla farmacia stessa. Trasparenza
e aiuto di prossimità.
Quali sono i numeri della Giornata di Raccolta del
Farmaco? Quanti farmaci si riescono a raccogliere, di
media, ad ogni edizione?
Lo scorso 11 febbraio abbiamo effettuato la raccolta
in 3850 farmacie di tutta Italia, raccogliendo 375.239
farmaci per un controvalore superiore a 2.205.000€. Un
risultato lusinghiero, in quanto è aumentata sia la raccolta
totale che quella media per farmacia.
L’ordine di grandezza si è consolidato negli ultimi anni e
questo testimonia un gesto che non stanca ed una carità
sempre viva.
28
Ci sono differenze importanti tra le varie regioni italiane?
Le differenze derivano dal grado di copertura che
l’iniziativa ha nelle varie provincie italiane e dal numero
di farmacie che vi aderiscono, non certo dalla generosità
dei cittadini che si rivela sempre eccezionale: in ogni
parte d’Italia due persone su tre che entrano in farmacia
durante la giornata di raccolta donano almeno un
farmaco. Il primo grazie va sempre al cuore degli italiani.
Quanto sono aumentate in questi anni le persone assistite
dal Banco Farmaceutico?
Quest’anno siamo riusciti ad assistere 578.000 persone,
un aumento rispetto all’anno scorso di circa il 10%. È un
numero significativo, impensabile 17 anni fa quando
siamo partiti, ma moltissimo resta ancora da fare. Basti
pensare che l’ISTAT ci dice che oggi in Italia ci sono oltre 5
milioni di famiglie in condizione di povertà assoluta.
Queste famiglie hanno
bisogno di curarsi
adeguatamente e le loro
condizioni economiche non
glielo permettono. L’attività
del Banco tuttavia non si
esaurisce con la Giornata
di Raccolta del Farmaco
ma continua tutto l’anno,
raccogliendo donazioni da
tutta la filiera del farmaco.
Questo ci permette di
rispondere al bisogno con
continuità, anche in caso di
calamità o nei Paesi in via di
sviluppo. Nel 2016 abbiamo
distribuito gratuitamente un
totale di circa 1,8 milioni di
farmaci.
Sono tantissimi i farmaci che vengono sprecati ogni anno,
che restano inutilizzati nelle nostre case, fino a scadere,
o che vengono gettati via. Banco Farmaceutico ha
promosso proprio per questo il progetto “Recupero
farmaci validi non scaduti”. Come funziona? È attivo in
tutta Italia?
Il fatto che nelle case, specie quelle delle persone anziane,
vi siano farmaci perfettamente validi e non più utilizzati è
un fenomeno fisiologico: basta pensare banalmente alla
necessità frequente di cambio di terapia in presenza di
patologie croniche.
Recuperare questi farmaci e nel contempo assicurarsi
che essi siano integri e perfettamente utilizzabili in
condizioni di sicurezza non è una cosa semplice. Tuttavia,
dato l’importante significato che questo gesto ha sia
in termini di aiuto al bisogno che in termini di recupero
di risorse preziose, Banco Farmaceutico già da alcuni
anni ha avviato dei progetti pilota in varie città d’Italia,
posizionando appositi bidoni nelle farmacie.
L’auspicio è di poter estendere questo servizio ad un
numero sufficiente di farmacie e località da poter
rendere il gesto facile ed abituale a tutti i cittadini
italiani. Occorrono però risorse, anche economiche. Da
questo punto di vista vorrei vedere un ruolo più attivo
delle varie amministrazioni comunali che, oltre a tutto,
risparmierebbero i costi di smaltimento di questi farmaci
“sprecati”.
Banco Farmaceutico conta su tantissimi volontari. Come
si può entrare a fare parte della vostra realtà?
Sono oltre 14.000 i volontari che ogni anno dedicano
qualche ora del loro tempo e tutto il loro entusiasmo
alla riuscita della colletta
farmaceutica. A questi
vanno aggiunti i volontari,
circa 400, che si dedicano
con continuità all’opera di
Banco Farmaceutico. La
nostra è un’opera che si
basa sul volontariato, per cui
le persone di buona volontà
che vogliono partecipare a
questo gesto non bastano
mai. Invito tutti a contattare
le nostre sedi provinciali o
direttamente la Fondazione
a Milano: il tempo che
vorranno dedicare a Banco
Farmaceutico sarà prezioso
per aiutare chi è meno
fortunato di noi ma sono
sicuro che sarà anche un’esperienza che renderà più
ricca la vita.
Come si può sostenere le vostre iniziative?
InnanzituttoindicandolaFondazioneBancoFarmaceutico
Onlus ed il suo codice fiscale 97503510154 nello spazio
del 5x1000 della dichiarazione dei redditi: un gesto che
non costa nulla ma che aiuta concretamente la nostra
attività.
Invito però tutti anche a scaricare l’app DoLine sul
proprio telefonino, in questo modo si resterà sempre al
corrente di tutte le campagne di aiuto concreto che
Banco Farmaceutico lancia durante l’anno e si potrà
partecipare attivamente, donando dei farmaci preziosi a
sostegno di quelle stesse campagne.
Caritas della Parrocchia di
San Lorenzo Martire
La Fondazione ha elaborato un
sussidio sanitario che consente la
copertura di spese per medicinali
e spese mediche che il Servizio
Sanitario nazionale non copre
adeguatamente. In questo modo
i costi medici sostenuti dalle
famiglie sono alleggeriti e le stesse
famiglie sono stimolate a curare e
preservare la loro salute!
museo del mutuo soccorso
La Fondazione ha ereditato da MBA
la collezione del Museo del Mutuo
Soccorso; il museo, nato con la volontà
di raccogliere significative testimonianze
sulla storia del movimento mutualistico
dal 1886 ad oggi, si prefigge da un lato
di salvaguardare e rendere fruibile al
pubblico i beni attualmente in dotazione e
dall’altro di promuovere la conoscenza e
la ricerca sul tema della Mutualità.
La Fondazione Basis, costituita per iniziativa congiunta di Mutua MBA, Health Italia e
Coopsalute, insieme di realtà impegnate nel sociale e operanti primariamente nel settore della
Sanità Integrativa, si propone di svolgere le proprie attività nei settori dell’assistenza socio-
sanitaria, nella promozione e nella gestione di servizi educativi, culturali, sportivi e ricreativi,
nella istituzione di borse di studio ed iniziative volte a migliorare e gratificare l’esperienza
didattica, avvalendosi di strutture ricettive e servizi di accoglienza per giovani e per studenti.
Fondazione Basis | Via di Santa Cornelia, 9 | 00060 | Formello (RM) | www.fondazionebasis.org | info@fondazionebasis.org
supportare
favorire
promuovere
Un servizio dedicato alle realtà che costituiscono espressione della Società Civile!
Tra le varie attività, la Fondazione Basis si è dedicata a:
30
Monitoraggio con Helixafe,
il programma di prevenzione
primaria di Bioscience Genomics
a cura di
Nicoletta Mele
Un semplice prelievo del sangue stabilisce se è in arrivo un
tumore prima che si manifestino i sintomi.
Individuare un tumore solido in fase precocissima da
oggi è possibile grazie al brevetto Helixafe di Bioscience
Genomics (http://www.bioinst.com), la piattaforma di
genomica presente a San Marino, all’Università Tor Vergata
di Roma, al San Raffaele Hospital di Milano e a Dubai, che
permette, attraverso un esame non invasivo, ovvero un
semplice prelievo di sangue di
soli 10 cc, di stilare un profilo
individuale di stabilità genetica
mediante la ripetizione annuale
della lettura delle mutazioni.
Con questo programma si
ottiene un tracciato che esprime il trend di stabilità dei
50 geni e delle relative 2800 mutazioni connesse ai tumori
solidi. Il programma, inoltre, può anche essere mirato a
geni e mutazioni correlati a specifici stili di vita e quindi a
relativi fattori di rischio.
L’origine del tumore è un’instabilità genetica. I tumori solidi
sono il risultato di un insieme di mutazioni genetiche, dette
anche somatiche, che sopraggiungono e si accumulano
nel corso della vita, nelle cellule dell’individuo.
Lemutazionisonoquindilaconseguenzadeidanniapportati
al DNA da diversi fattori come fumo, inquinamento, alcool,
farmaci, obesità, invecchiamento, ecc. Tali danni, in
condizioni di normalità, vengono spontaneamente riparati
dall’organismo, ma può accadere che l’organismo non
riesca a riparare e quindi si assiste allo sviluppo di una
neoplasia.
La tendenza al progressivo accumulo di mutazioni, nel
tempo, è espressione della condizione di “instabilità
genetica” rispetto al gene a cui quella mutazione fa
riferimento. Tale instabilità può essere considerata come la
fase prodromica del cancro - tra la comparsa della prima
mutazione e l’evoluzione finale della malattia potrebbero
passare dai 10 fino ai 30 anni - perché, nonostante
l’individuo sia sano e privo di sintomi, sta sviluppando il
tumore.
Con il programma Helixife è possibile tenere sotto controllo
la salute attraverso la valutazione dei parametri oggettivi e
non basandosi solo sullo studio della storia familiare.
La ripetizione annuale del test consente il rilevamento
del trend di stabilità della frequenza di mutazioni e/o la
variazione allelica di quelle già esistenti, individuando così
l’eventuale instabilità genetica che potrebbe portare
all’insorgenza del cancro nel corso degli anni.
L’individuazione precoce delle mutazioni che precedono
lo sviluppo del cancro, può migliorare significativamente
i tassi di sopravvivenza. I metodi diagnostici come la
mammografia, la colonscopia, o la dermoscopia,
individuano i tumori quando già si sono formate le masse
cancerose, identificare invece le mutazioni che causano
direttamente il cancro, permette quindi, non solo una
maggiore precocità nella diagnosi, ma anche la scelta
di terapie focalizzate nel capire
la componente genetica
della malattia, con maggiori
probabilità di successo e minori
invasività.
Per saperne di più abbiamo
intervistato il dott. Giuseppe Mucci, Amministratore
Delegato di Bioscience Institute, la prima azienda al mondo
che esegue nei suoi laboratori il programma di valutazione
di stabilità genetica.
Dott. Mucci, prevedere il cancro attraverso il monitoraggio
delle mutazioni genetiche è una rivoluzionaria scoperta
per la lotta alle neoplasie. Come si è arrivati a questo
straordinario risultato?
“L’Istituto di Bioscience è nato a San Marino nel 2006 e in
collaborazione con le principali Università svolge l’attività
di ricerca scientifica. Comprende la Medicina rigenerativa
e la piattaforma Genomica.
30
31
di normalità viene riparato dall’organismo, ma quando
questo non avviene più si crea una mutazione, la somma
nel tempo di queste mutazioni è espressione di instabilità
genetica.
Oltre alle mutazioni somatiche ci sono le mutazioni
germinali, comunemente conosciute come ereditarie,
cioè già presenti al momento della nascita, trasferite da
uno od entrambi i genitori e tutte le cellule dell’organismo
presenteranno in questo caso lo stesso difetto. La presenza
di queste anomalie non porta necessariamente a
sviluppare un tumore nel corso della vita, ma rappresenta
una predisposizione genetica a sviluppare la malattia, che
aumenta il rischio in misura variabile da una mutazione
all’altra. Quando una mutazione è già presente alla
nascita basta un minor
numero di danni al DNA
per innescare il processo
di sviluppo del cancro. In
questo caso, a seconda della
predisposizione genetica del
soggetto, si può procedere
con un programma specifico
oltre a quello Helixafe”.
Helixafe ha una sensibilità di
risultato vicina al 100%?
“Si va dal 95% al 100% di
sensibilità perché la lettura delle mutazioni genetiche
avviene con l’isolamento del DNA libero circolante dal
sangue periferico per poi sequenziarlo con tecnologie e
protocolli sofisticati”.
Il programma Helixafe interessa tutti i tumori solidi, ad
eccezione di quelli al cervello e va ad individuare la stabilità
dei 50 geni e delle circa 3000 mutazioni connesse ai tumori
solidi. Il vostro programma prevede anche degli esami
specifici correlati al tumore al polmone, alla mammella,
all’ovaio e al colon. Può spiegare cosa prevedono
Helixmoker, Helixgyn e Helixcolon?
“Helixafe, come spiegato, fa una mappatura di tutti i 50
geni e quasi 3000 mutazioni correlate ai tumori solidi ed è
indicato a persone che non appartengono a categorie a
rischio. Ha una sensibilità del 95%.
Helixmoker è indicato per fumatori e persone che vivono
in ambienti inquinati. Interessa geni e mutazioni legati al
tumore al polmone e ha una sensibilità del 100%.
Helixgyn analizza geni e mutazioni legati al tumore ovaio e
mammella ed è indicato a donne che fanno uso di cure a
base ormonale. Ha una sensibilità del 99.9%.
Helixcolon, invece è per individui che hanno predisposizioni
Bioscience Genomics è uno spin off accademico
partecipato dall’Università degli Studi di Roma Tor Vergata
e da Bioscience Institute Spa. I laboratori di Bioscience
Genomics, realizzati secondo gli standard di qualità più
rigorosi, sono situati presso il Dipartimento di Biologia
dell’Università Tor Vergata. Oggi siamo riusciti a creare un
programma di monitoraggio delle mutazioni avvalendoci
di tecnologie particolarmente avanzate. È possibile
leggere dalla prima mutazione in avanti e questo consente
di verificare, anno per anno, la frequenza e la quantità
delle mutazioni. Se le mutazioni risultano essere sempre le
stesse significa che c’è una stabilità genetica e si può stare
tranquilli, in caso contrario invece si sta sviluppando un
cancro. Con questo sistema quindi possiamo monitorare
il nostro DNA ed intervenire
ancor prima della diagnosi
precoce. Nel programma
Helixafe le mutazioni rilevate
nel corso del tempo vengono
analizzate mediante
l’algoritmo KRI (Key Risk
Indicator) di Bioscience
Genomics, che valuta la
tendenza di ciascuna (circa
3.000) rispetto agli standard
di stabilità. Per i pazienti
oncologici è possibile
individuare terapie mirate
senza gli effetti collaterali delle classiche terapie. Questo
sistema offrirà quindi al medico la potenzialità diagnostica
e terapeutica del paziente, dal follow-up al monitoraggio
dell’efficacia della terapia oncologica e alle scelte
terapeutiche successive. Provvederà, all’interno di trial
clinici, a impattare sulla sopravvivenza globale del paziente
riducendo le terapie inefficaci, e a migliorare o addirittura
eliminare effetti iatrogeni”.
Il programma di valutazione di stabilità genetica può essere
eseguito da soggetti sani ed è anche uno strumento di
screening ‘sentinella’ per le persone a rischio per familiarità,
comorbidità e stili di vita?
“Sì, Helixafe è il programma di prevenzione primaria che
tutti i soggetti sani possono eseguire. Non è previsto un
limite di età, vero è che più si va avanti negli anni e più
il rischio di cancro può aumentare. Secondo le statistiche
oggi l’età media in cui il paziente può ricevere una diagnosi
di cancro è 66 anni, ma la malattia purtroppo può arrivare
in qualsiasi momento.
Nel corso della vita ognuno di noi è soggetto a mutazioni
somatiche causate dagli ambienti esterni e gli stili di vita.
Questo provoca un danno al DNA che in una condizione
in evidenza
32
al tumore colon-retto ed ha una sensibilità del 99.9%.
Un esempio: Helixmoker è il programma specifico per i
fumatori i quali generano quotidianamente dei danni al
DNA che l’organismo ripara. L’unica possibilità che si ha
per ridurre il rischio di morire di cancro ai polmoni è quello
di leggere ogni anno le mutazioni legate al tumore al
polmone. Fin quando queste mutazioni sono stabili vuol dire
che c’è una stabilità genetica e quindi la persona non ha
generato nessun tipo di danno al DNA e paradossalmente
il fumatore può continuare a fumare, ma nel momento in
cui dovesse venire alla luce che le mutazioni cominciano
ad aumentare di anno in anno, vuol dire che sta nascendo
l’instabilità genetica. A questo punto è necessario indagare
con una “lente” all’interno della singola mutazione per
intervenire in maniera precoce. Si procede con la ricerca
di tracce di DNA tumorale circolante attraverso la biopsia
liquida (test SCED).”
Perché fino ad oggi non è stato possibile sviluppare questo
programma di prevenzione? Gli studi rispettano i parametri
del rigore scientifico?
“Non è stato possibile perché le tecnologie ed i protocolli
in grado di fornire l’adeguata affidabilità del risultato sono
recentissime. Gli studi rispettano i parametri del rigore
scientifico nella tecnologia che abbiamo utilizzato”.
Intervenire nel programma di prevenzione in anticipo
rispetto alla diagnosi precoce ed accedere alle
terapie personalizzate su base biomolecolare aumenta
esponenzialmente le possibilità di guarigione e
sopravvivenza. Il punto di forza è proprio quello di giocare
in anticipo contro il male?
“Esatto, conoscere le mutazioni, oggetto della instabilità
genetica, non ha solo il vantaggio di intervenire nella fase
antecedente alla diagnosi precoce, ma serve anche a
fornire le informazioni genetiche indispensabili per trattare
il cancro partendo dalla mutazione da cui ha avuto origine
piuttosto che dal tessuto che ne è espressione”.
Il test deve essere ripetuto una volta l’anno proprio per
capire se nel tempo si sono verificate delle mutazioni. È
possibile già dal primo esame avere un quadro clinico del
paziente?
“Sì perché si potrebbero evidenziare, fin dal primo test, dei
valori alti di mutazione tali da far partire immediatamente
un programma di diagnosi precoce. Dopo il prelievo,
che il paziente può eseguire presso un laboratorio con
noi convenzionato che gli verrà indicato chiamando
al numero verde 800 690914, un medico genetista o un
oncogenetista presente nel nostro network, dopo circa 3-4
settimane, rilascerà un referto e darà indicazioni su come
proseguire il programma”.
L’eventuale instabilità genetica rilevata da Helixafe, a
carico di un determinato gene, indurrà lo specialista quindi
5 Mutazioni
CELLULA MALIGNA
Cromosomi
CELLULA NORMALE
1 Mutazione 2 Mutazioni 4 Mutazioni3 Mutazioni
SOLID CANCER EARLY DETECTION
®
3D
SOLID CANCER EARLY DETECTION
®
Geni selezionati 50
Mutazioni selezionate 2800
>99,9% 95%*
>99,9% 98%*
>0,50% >1%
SI SI
SI
-
-
SI
50
ALK,BRAF,EGFR, ERBB2,
KRAS, MAP2K1, MET,
NRAS, PIK3CA,
ROS1, TP53
AKT1, EGFR, ERBB2,
ERBB3, ESR1,
FBXW7, KRAS,
PIK3CA, SF3B1, TP53
AKT1, BRAF, CTNNB1, EGFR,
ERBB2, FBXW7, GNAS, KRAS,
MAP2K1, NRAS, PIK3CA,
SMAD4, TP53, and APC
2800 169 Hotspot 245 Hotspot157 Hotspot
95%* 100% >99,9%>99,9%
98%* 98% >99,9%>99,9%
>1% >0,50% >0,50%>0,50%
SI
SI
SI
SI
SI
SI
SI
SI
- - --
SI SI SISI SI SI
PERFORMANCE
Geni
Mutazioni
Sensibilità
Specificità
Frequenze
Alleliche %
CTCs
ctDNA
DNA
Germinale
NGS
MonitoraggioDiagnosi precoceValutazione del rischio
MODELLO DI PREVENZIONE PRIMARIA
NEGATIVO
INSTABILE
POSITIVO
NEGATIVO NEGATIVO
STABILESTABILE
STABILE
STABILE
STABILE STABILE
monitoraggio della terapia
diagnosi precoce
valutazione del rischio
33
alla mutazione e questo è un fattore importante perché
i tumori provocano cambiamenti genetici, nel corso e in
conseguenza della terapia, che causano la diffusione del
cancro e che non necessariamente avvengono in tutti i
pazienti che presentano lo stesso tipo di cancro”.
Quanto costa sottoporsi al programma Helixafe?
“Il costo è di circa 700 euro che confrontato al costo di
una mammografia o di una colonscopia, esami che
evidenziano un tumore quando è già formato, risulta
particolarmente sostenibile in considerazione dello svariato
numero di tumori che indaga e della precocità con cui li
evidenzia”.
Il monitoraggio nel tempo della nostra salute passa
attraverso un programma di prevenzione primaria.
L’individuazione precoce delle mutazioni che precedono
lo sviluppo del cancro, può migliorare significativamente
i tassi di sopravvivenza perché non solo si ha una diagnosi
precocissima, ma nel caso in cui si è in presenza di una
neoplasia si può capire la componente genetica della
malattiaedintervenireconterapiemirate.Fareprevenzione
è importante soprattutto nella fase prodromica del cancro
perché consente di affrontare e sconfiggere il “nemico”
sul nascere. Il programma Helixafe è quindi uno strumento
rivoluzionario che la ricerca e la tecnologia avanzata oggi
hanno messo in campo proprio per la lotta alle neoplasie
nella fase che precede la manifestazione clinica della
malattia. L’assenza di sintomi non vuol dire che non si stia
sviluppando il tumore, per questo motivo occorre agire in
anticipo.
Una delle frasi celebri della scrittrice e intellettuale
statunitense Susan Sontag è “Il cancro: la malattia che
non bussa prima di entrare”, ecco, non permettiamogli di
entrare, apriamo la porta alla prevenzione ancor prima
che il cancro possa solo pensare di essere un ospite…
indesiderato.
a rilasciare il referto e consigliare un programma di diagnosi
precoce che ha come obiettivo la ricerca di tracce di
DNA tumorale circolante con il test SCED - o biopsia liquida
- che svolge un’accuratissima analisi dei geni e delle
mutazioni che determinano l’instabilità rilevata.
“SCED è un percorso di diagnosi precoce - ha spiegato
Mucci - usato quando Helixafe, che analizza il DNA libero
circolante, ha rilevato un’instabilità genetica e si ricerca
un approfondimento mirato. SCED coinvolge diverse figure
specialistiche, quali genetisti, patologi biomolecolari o
oncologi, in funzione delle informazioni contenute nel
referto. Faccio un esempio: quando si fa la prevenzione
per il melanoma, il dermatologo esegue una mappatura
di tutti i nevi e poi avvia un monitoraggio periodico di
quelli sospetti, che dura tutta la vita. Col monitoraggio il
dermatologo verifica se nel tempo il nevo abbia subito
variazioni morfologiche che possano indurre a una
diagnosi di melanoma. Con Helixafe la mappatura viene
fatta ai geni, protagonisti dei tumori solidi, che vengono
sottoposti al monitoraggio delle frequenze di mutazione al
fine di verificare che le stesse non esprimano, nel tempo,
la tendenza ad aumentare. Il percorso Helixafe, quindi,
non conduce ad un referto positivo o negativo, bensì
alla valutazione della individuale stabilità genetica del
soggetto, sulla quale viene impostato il programma di
monitoraggio.
Abbiamo anche realizzato l’esame SCED 3D che
rappresenta l’approccio ideale proprio per il monitoraggio
alla cura perché incrocia i dati ottenuti dall’analisi delle
cellule tumorali Circolanti (CTC), del DNA tumorale
circolante e del DNA germinale”.
SCED è uno strumento di screening precoce “sentinella”
che non si sostituisce alla biopsia tradizionale, ma ha dei
vantaggi. Quali?
“A differenza della biopsia dei tessuti malati, la biopsia
liquida, tramite Helixafe e SCED, è un esame non invasivo,
un prelievo di sangue e può essere ripetuto un illimitato
numero di volte.”
Medicina di precisione: il programma di monitoraggio
viene utilizzato anche per scopi terapeutici e permettere
così al paziente a cui è stato diagnosticato il cancro di
seguire una terapia mirata?
“Sì, la medicina di precisione cambia l’approccio
tradizionale perché permette al medico di selezionare i
trattamenti che hanno maggiore efficacia, basandosi sulla
conoscenza genetica della patologia. I pazienti affetti da
tumore ricevono la terapia in base alla mutazione che
l’ha generato, a prescindere dal tessuto coinvolto e non
viene quindi somministrata la stessa terapia di chi ha lo
stesso tipo di tumore allo stesso stadio. La cura è mirata
34
Siamo una delle più grandi realtà nel panorama della Sanità Integrativa e lo dobbiamo al lavoro, alla passione
e alla professionalità che mettiamo in ogni sfida che dobbiamo affrontare.
Siamo impegnati nella ricerca costante di nuovi traguardi da raggiungere, forti di un credo che vede la Salute e il
Benessere della persona al centro di ogni nostra attività, diritti fondamentali da tutelare e promuovere.
In questi anni abbiamo formato professionisti della Salute, sposando i principi di una Società moderna e
collaborativa in cui tutti possano contribuire alla costruzione di un sistema socio-assistenziale solido, orientato
sulla Cura Totale della persona.
Insieme abbiamo creato una rete efficiente e ben organizzata sul territorio credendo nei nostri progetti, ma soprattutto
nelle persone che ci hanno dimostrato, nel tempo, dedizione e disponibilità a formarsi. Persone che, ogni giorno, ci
consentono di scrutare l’orizzonte con serenità e voglia di fare e alle quali vorremmo dire il nostro grazie.
ITALIA
“La salute è la più grande forza
di un popolo civile”
35
a cura di
Antonina Marotta
Il diritto alla salute costituisce uno dei diritti fondamentali
di ciascun essere umano, qualunque sia la sua razza, la
sua religione, le sue opinioni politiche, la sua condizione
economica e sociale; è un diritto che riconosce la dignità
della persona, che deve essere salvaguardato anche
attraverso l’azione dei pubblici poteri.
La salute è un bene prezioso per la persona e la collettività,
da promuovere, conservare e tutelare, dedicando mezzi,
risorse ed energie necessarie al fine di mettere tutti nelle
condizioni di poterne fruire in eguale misura e tutelare i
soggetti deboli e marginali.
Ma quanto l’obiettivo del diritto alla salute per tutti sia sfocato
e lontano, in primo luogo per motivi sociali, economici e
politici, è sotto gli occhi di tutti. Molte popolazioni del mondo
non hanno accesso alle risorse necessarie per soddisfare i
bisogni fondamentali, in modo particolare per quanto
riguarda la salute.
Nonostante negli ultimi decenni siano stati compiuti
importanti progressi in materia di tutela dei diritti, anche per
quanto riguarda i minori, di fatto in molti
Paesi del mondo i diritti già acquisiti
sulla carta non vengono rispettati,
vengono ignorati gli accordi sottoscritti
e milioni di bambini vengono privati sia
dei loro diritti specifici, sia di quelli che
appartengono a ogni essere umano.
Una bambina venuta alla luce oggi può
sperare di vivere più di 80 anni se nata
in alcune parti del mondo, ma meno
di 45 anni se nata in altre. All’interno
dei diversi Paesi ci sono drammatiche
differenze nella salute che sono strettamente legate al
grado di svantaggio sociale. Il diritto di accesso alla sanità
è ancora negato a gran parte delle popolazioni nelle
“periferie del mondo”.
La salute e il benessere dei bambini, sanciti dalla
Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza
del 1989 (artt. n. 6, 24 e 27), fanno riferimento a molteplici
aspetti, fisici, psicologici, sociali, economici e ciò che
determina principalmente la differenza nell’assicurare tale
diritti sono la povertà, l’isolamento sociale e le discriminazioni
persistenti non solo nei paesi poveri (Africa sub-sahariana
e Asia meridionale), dove spesso intervengono anche
conflitti, crisi, carestie, scarsità d’acqua e politiche che
ignorano sistematicamente i bambini e le loro famiglie, ma
anche nell’area dei paesi dell’Unione Europea e dell’OCSE,
cosiddetti “paesi ricchi”. Si conta che un miliardo di persone
non ricevono le cure sanitarie di cui avrebbero bisogno né
hanno accesso alle medicine di base, e milioni di bambini
continuano a vivere – e a morire – in condizioni inaccettabili.
Nel 2015, in base alle stime, 5,9 milioni di bambini sono morti
prima di compiere i cinque anni, soprattutto per malattie
prevenibili e curabili in modo rapido e non troppo costoso.
Un bambino può vivere appieno i propri diritti se la
sua famiglia accede a sistemi di sicurezza sociale che
garantiscano l’ambiente famigliare. Situazioni di svantaggio
economico, negazione delle opportunità e difficoltà sociali
vissute nei primi anni di vita incidono sul benessere e sulla
salute di ogni persona. Curare gli aspetti della salute, dello
sviluppo fisico, sociale, emotivo e cognitivo nei primi anni
di vita influenza lo stato di salute, la partecipazione e il
contributo culturale ed economico alla società nell’età
adulta. Un investimento in questo senso è possibile se la
famiglia è inserita in un contesto politico che la sostiene.
A livello globale i Paesi che investono sull’infanzia e sulle
famiglie godono del migliore stato di benessere e hanno i
livelli più bassi di diseguaglianza nel campo della salute.
Il diritto alla salute dei bambini nell’ambito
dell’ospedalizzazione non è stato tradotto giuridicamente
dalla Convenzione Internazionale sui Diritti per l’Infanzia; la
prima Carta Europea dei bambini in ospedale fu redatta da
12 associazioni europee nel 1988 a Leida, la carta di Each. In
Italia bisogna arrivare al 2013, quando
un gruppo di lavoro multidisciplinare,
al quale hanno aderito un insieme
di istituzioni, enti e associazioni che
operano nel campo dei diritti dei
minori e della sanità pediatrica, ha
presentato al ministero della Salute un
documento, il “Codice del Diritto del
Minore alla Salute e ai Servizi Sanitari”,
che rappresenta un notevole passo
avanti verso la garanzia dei diritti
dei minorenni in campo pediatrico
sanitario. Il Codice, composto da 22 articoli, ha lo scopo
di assicurare l’assistenza sanitaria e la cura dei minori nel
pieno rispetto delle loro esigenze globali, individuandone le
problematiche e sostenendoli nella gestione della malattia.
Il Codice è un passo avanti significativo, perché definisce
i diritti irrinunciabili di salute per tutti i piccoli degenti
e mette insieme per la prima volta in un documento
condiviso la duplice esigenza di disporre di un’assistenza
tecnologicamente avanzata in tutti i presidi dedicati
all’infanzia, ospedali e territorio, al pari di una concreta
umanizzazione e dell’ascolto necessario al paziente e
ai familiari. Ma l’obiettivo più ambizioso del Codice è la
diffusione della cultura del Diritto del minore alla Salute
nella società, partendo dal presupposto che il “superiore
interesse del minore” debba essere il criterio determinante
in ogni questione che lo riguardi e debba quindi essere
applicato non solo in ambito sanitario, ma anche sociale,
amministrativo, politico, economico, legale, ambientale,
all’istruzione, ai media.
La salute è il bene più prezioso di cui l’umanità possa disporre
e lo è ancora di più se riferito ai bambini che sono proprio il
futuro dell’umanità; ecco perché è fondamentale tutelare,
diffondere, preservare questo diritto fondamentale.
I diritti dei minori: quale diritto
alla salute per i bambini?
36
I 7 consigli meno conosciuti
per alleviare il dolore al collo
a cura di
Christian Tonanzi
Per molte persone che soffrono di dolore alla cervicale
rivolgersi ad uno specialista o assumere farmaci non sempre
è sufficiente per risolvere il problema.
Sono fattori legati al nostro stile di vita e alle nostre abitudini
quotidiane che contribuiscono a mantenere vivo il dolore e
impediscono la piena guarigione!
In questo articolo spiego alcune piccole accortezze
da adottare sin da subito per ridurre, se non eliminare
completamente, i fattori che hanno contribuito all’insorgere
del problema.
1. Mantenersi idratato
I dischi intervertebrali hanno bisogno di acqua per
mantenere integra la propria altezza e ridurre la pressione
sulla colonna vertebrale. Ogni disco è composto infatti
alla nascita per l’80% di acqua per poi progressivamente
disidratarsi man mano che cresciamo e cominciamo ad
invecchiare.
Bere molta acqua aiuta a prevenire una eccessiva
disidratazione dei dischi intervertebrali e ridurre dunque il
dolore al collo.
2. Fare attenzione a come si utilizza il telefono
Il telefono cellulare contribuisce in maniera significativa
ad aumentare i disturbi alla cervicale: parlare al telefono
tenendo il cellulare tra la spalla e l’orecchio, o tenere la
testa piegata in avanti per scrivere e leggere messaggi
contribuisce ad applicare ulteriore stress sulla colonna
cervicale e far aumentare il dolore.
Per evitare il dolore si possono adottare queste piccole
accortezze:
- Usare l’auricolare per effettuare chiamate
- Quando si scrivono messaggi o si naviga su internet tenere
il telefono in alto davanti agli occhi per diminuire l’angolo
che il collo deve fare
- Fare piccole e frequenti pause per rilassare i muscoli del collo
3. Andare in piscina
Gli effetti terapeutici della piscina sulla cervicale sono
numerosi specialmente quando si tratta di ridurre
l’infiammazione e rilassare le tensioni muscolari.
Ecco alcuni consigli utili:
Direzione
operativa ed
organizzazione
Back Office
Consulenza mirata
per costituzione
o restyling
societario
Assistenza soci
dedicata ad hoc
con numero verde e
personale dedicato
Health Service
Provider con 1560
strutture sanitarie
sul territorio
Marketing
e strategie di
comunicazione
ai soci
Organizzazione
di convegni
nazionali
di settore
Formazione
personale interno
ed incaricati
al contatto
con i soci
Social Media
Strategist per una
comunicazione
al passo con i tempi
Consulenza
per compliance
e policy interna
Consulenza
giuridica
e fiscale
Operation
per la gestione dei
regolamenti
applicativi
Assistenza,
realizzazione
piattaforme,
siti web ed
aree intranet
Dati, studi
e ricerche
sul mondo
della Sanità
Integrativa
Ansi, Associazione Nazionale Sanità Integrativa,
nasce dalla volontà di alcuni primari fondi sanitari
di creare non solo un’associazione di categoria
“indipendente”,maancheuninterlocutorequalificato
che si renda portavoce attivo tra Istituzioni, Sistema
Sanitario Nazionale e Fondi Sanitari Integrativi.
ANSI vuole diventare il soggetto capace di
tutelare, aggregare e sostenere le diverse forme
mutualistiche operanti in Italia, che garantiscono
la salute di circa ¼ della popolazione italiana.
“Auspichiamoilbenessereelasalutepertuttii
cittadini,comedirittofondamentaledell’uomo
epatrimoniosocialedellacollettività”
www.sanitaintegrativa.org
segreteria@sanitaintegrativa.com
- Camminare in vasca rimanendo con il corpo immerso fino
al mento
- Sempre con l’acqua fino al mento muovere la testa in alto
e in basso, a destra e sinistra
- Adottare uno stile di nuoto che non comporti molti
movimenti con il collo e la testa. Nuotare a dorso potrebbe
essere una soluzione o in alternativa, si può parlarne con
l’istruttore di nuoto che di certo saprà consigliare nel migliore
dei modi in base alla situazione.
Se ci si trova nella fase acuta e a causa del dolore troppo
intenso il nuoto risulta difficoltoso, una buona alternativa
potrebbero essere le terme!
4. Consultare un Osteopata
Quando si ha dolore alla cervicale è tipico pensare
all’Osteopata come quello ti “scrocchia” il collo e il dolore
sparisce all’istante! Se in parte questo è vero, un bravo
Osteopata in questi casi è in grado di fare anche molto altro:
- Identificare la causa del dolore
- Dare consigli su come evitare di farsi male nuovamente
- Insegnare esercizi specifici per rinforzare i muscoli del collo
e migliorare la postura
5. Considerare l’agopuntura
Quando si soffre di tensioni muscolari, soprattutto nella zona
delle spalle e del collo, l’agopuntura può risultare molto
efficace: l’inserimento di piccoli aghi all’interno dei muscoli
in tensione rilassa immediatamente le contratture dando un
beneficio quasi immediato.
Attenzione!!! Qualora si decidesse per questo tipo di
trattamento è molto importante affidarsi ad un professionista
altamente formato, in quanto l’efficacia di questa
metodologia dipende molto dalla bravura di chi la pratica.
6. Scegliere la sedia giusta
Mantenere una buona postura quando si è seduti è una
delle migliori strategie per tenere sotto controllo la cervicale.
Una sedia ergonomica con poggiatesta può aiutare
a mantenere la testa in posizione neutra ed evitare di
affaticare i muscoli del collo e delle spalle. Fare attenzione
anche alla postura che si adotta in macchina, regolando il
poggiatesta del sedile in modo tale da avere il collo nella
giusta posizione.
7. Aumentare l’assunzione di Magnesio
Per tutte le problematiche legate al dolore al collo può
aiutare anche una corretta assunzione di di magnesio,
che regola la contrazione dei muscoli, e può risultare molto
efficace nel ridurre tensioni e dolori ai muscoli del collo.
Il magnesio si trova nelle verdure a foglia verde, nei legumi
come fagioli e piselli, nei germogli di soia, nei cereali e nelle
farine integrali.
Coopsalute
il primo network italiano in forma cooperativa
al servizio della salute e del benessere
PuntodiincontrotralaDomandael’Offertadiprestazionineisettoridell’Assistenza
SanitariaIntegrativa,deiserviziSocioAssistenzialieSocioSanitari,grazieaFamilydea
si rivolge anche al comparto del Welfare e dei servizi ai privati!
Coopsalute - Società Cooperativa per Azioni
Via di Santa Cornelia, 9 - 00060 - Formello (RM) - Italia | www.coopsalute.org | Facebook: Coopsalute
Per i servizi sanitari e socio
assistenziali, anche domiciliari:
800.511.311
Per le Strutture del Network o a coloro che intendano
candidarsi al convenzionamento:
Ufficio Convenzioni: 06.9019801 (Tasto 2)
e-mail: network@coopsalute.com
www.familydea.it
39
a cura di
Alessia Elem
L’incontinenza fecale nei bambini è un argomento poco
trattato, ma che merita attenzione per capire come
assicurare ai piccoli una buona salute intestinale e un
rapporto sereno con il loro corpo.
I bambini molto piccoli non sono in grado di controllare gli
sfinteri, ma grazie ad un graduale insegnamento, tra i 18
mesi e i 3 anni, riescono ad essere autonomi ed eliminare
il pannolino. Qualche volta però accade che non si
raggiunge una completa autonomia e si manifestano così
episodi di incontinenza fecale. A cosa è dovuto questo
problema e quali sono i rimedi?
Lo abbiamo chiesto al Dott. Alessio Pini Prato, Direttore
della Struttura Complessa di Chirurgia Pediatrica
dell’Azienda Ospedaliera
Santi Antonio e Biagio e
Cesare Arrigo di Alessandria,
struttura di eccellenza dove
si sta lavorando per un vero
e proprio protocollo integrato
multidisciplinare.
Quali sono le cause
dell’incontinenza fecale e
come diagnosticarla?
“Per incontinenza fecale
si intende incapacità
di controllo sfinterico in un/a bambino/a che, per
definizione, abbia compiuto i 4 anni di vita. Tale disturbo
può essere definito primario (se il/la piccolo/a non ha mai
acquisito la continenza) o secondario (se questi invece
ha acquisito la continenza e poi qualche evento è
intervento, interferendo con una situazione di equilibrio).
Per incontinenza si intende solitamente una situazione di
totale assenza del controllo sfinterico. Più di frequente ci
troviamo di fronte alla cosiddetta encopresi, che indica
la tendenza del soggetto a perdere piccole quantità
di feci, che comunque rendono il disturbo socialmente
‘sgradevole’. Le cause sono molteplici e si distinguono
sostanzialmente in organiche e funzionali. Fra le prime
includiamo malformazioni e/o disturbi a carico del sistema
nervoso centrale e/o periferico, malformazioni anorettali,
traumi, esiti chirurgici ed altre affezioni meno frequenti a
carico del retto e delle strutture perirettali. Fra le seconde
invece includiamo la cosiddetta encopresi ritentiva
e l’encopresi idiopatica, entrambe sostanzialmente
espressione della perdita di coordinazione del complesso
meccanismo della continenza, effetto di eccessivo
ristagno fecale (encopresi o incontinenza da ‘troppo
pieno’) o di erronee dinamiche comportamentali ed
abitudini intestinali. L’applicazione di un algoritmo
diagnostico che comprende adeguate anamnesi
familiari e personali (interviste indaganti la presenza di
anomalie congenite o malformazioni nei familiari di primo
e secondo grado e nel soggetto in questione) ed un
approfondito esame obiettivo generale (addome, genitali
esterni, colonna vertebrale dorsale e lombosacrale, riflessi,
anatomia perineale e posizione e conformazione di ano e
complesso sfinterico) consente solitamente di identificare
i segnali di allarme che rappresentano indicazione ad
eseguire approfondimenti
diagnostici di I e II livello. Nella
mia esperienza, su oltre 1800
pazienti pediatrici con disturbi
della continenza fecale
(dalla stipsi all’incontinenza),
l’applicazione di tale ferreo
algoritmo ci ha permesso di
non perdere mai diagnosi
organiche e di intercettare
sempre (almeno fino ad oggi)
le cause non funzionali del
disturbo”.
Anche difetti congeniti possono essere una delle cause?
“Anomalie malformative congenite del midollo spinale
(spina bifida e regressione caudale), malformazioni
anorettali e stenosi anali possono essere causa di
incontinenza su base organica. Anche malattie
metaboliche quali ipotiroidismo e celiachia, in grado di
determinare stipsi organica, possono secondariamente
condurre ad encopresi o incontinenza da ‘troppo pieno’.
Queste ultime passando però necessariamente da una
fase di stipsi ostinata cronica”.
In che modo avviene la riabilitazione del pavimento
pelvico nel bambino con dissinergia dell’evacuazione?
“Qualora l’incontinenza o l’encopresi siano attribuibili
unicamente a dissinergie dell’evacuazione (perdita
delle normali coordinazioni e dinamiche, non
riconoscimento della sensazione di impellenza
Incontinenza fecale in età
pediatrica. L’intervista al
prof. Alessio Pini Prato
39
40
all’evacuazione, stipsi cronica scompensata), vi è la
possibilità di agire applicando alcune banali misure
riabilitative, che prevedono corretti regimi dietetici e
misure comportamentali con evacuazioni ‘a comando’
dopo i pasti. Tale riabilitazione di base può essere
successivamente implementata applicando gli stessi
concetti utilizzati per la riabilitazione dell’incontinenza
secondaria a problematiche chirurgiche”.
E invece con problematiche di continenza post-
chirurgiche?
“L’incontinenza e l’encopresi post-chirurgica
rappresentano una delle problematiche più complesse
e coinvolgono un elevato numero di soggetti in età
pediatrica e non.
Nell’ambito dei centri di chirurgia colorettale dell’adulto
esistono già da molti anni ambulatori o servizi di
riabilitazione del pavimento pelvico, specificamente
rivolti alla riabilitazione della continenza fecale.
Analogamente non si può dire per l’ambito pediatrico,
che fino ad oggi si è limitato all’applicazione di misure
riabilitative di “base”, consistenti nelle misure dietetiche
e comportamentali descritte prima e nell’applicazione
del biofeedback elettromanometrico. Quest’ultima
procedura riabilitativa consiste nell’allenamento del
complesso sfinterico previo utilizzo di misure di feedback
visivo, che consentono al paziente di riconoscere e
dirigere la contrazione sfinterica. Uno dei limiti di questa
tecnologia riabilitativa consiste nella bassa persistenza
dei risultati che riesce a fornire. In poche parole, entro
6 mesi dalla sospensione del biofeedback, si osserva
spesso una regressione dei sintomi a quelli presenti
prima dell’inizio del trattamento. Tale regressione
può avere esiti “nefasti” sul piccolo paziente che può
percepire un’evidente frustrazione nel vedere vanificato
il considerevole sforzo e le aspettative ad esso connesse.
L’applicazione di misure riabilitative più complesse ed
integrate è essenziale per il trattamento dei pazienti
affetti da incontinenza o encopresi post-chirurgica,
proprio in considerazione della non reversibilità delle
lesioni o alterazioni alla base del disturbo”.
41
Stando ai dati, il 5% delle visite ambulatoriali pediatriche
affrontano il problema stipsi ed un 10% dei bambini con
stipsi hanno dissinergie. Circa 300-400 bambini ricevono
ogni anno chirurgia a rischio di ledere il meccanismo
sfinterico in età pediatrica.
La somma di questi due gruppi di pazienti ammonta a
circa 1000-1500 pazienti con dissinergia del pavimento
pelvico da trattare e non trattati o trattati in modo
inadeguato o insufficiente in Italia.
Dott. Pini Prato, cosa ne pensa?
“Condivido le considerazioni epidemiologiche ed aspiro
alla diffusione dei centri riabilitativi pediatrici su tutto il
territorio nazionale.
La durata media di un ciclo completo di riabilitazione
si aggira infatti attorno ai 7-15 gg, a seconda di età e
collaborazione del paziente, e rappresenta un grosso
limite alla partecipazione
delle famiglie provenienti da
zone lontane da quelle in cui
tali protocolli sono in uso. La
diffusione di efficaci centri di
riabilitazione consentirebbe
a tutte le famiglie un accesso
a tale imprescindibile misura
terapeutica.
Ad oggi, le famiglie che
vogliono partecipare
alla riabilitazione devono
infatti investire dei piccoli
patrimoni per vitto, alloggio
e spostamento da e per i
centri di riferimento”.
Presso il centro di Alessandria state sviluppando un
protocollo integrato multidisciplinare, può spiegare in
cosa consiste?
“La riabilitazione del complesso sfinterico è parte
integrante del progetto riabilitativo che sta prendendo
corpo presso l’Ospedale Infantile di Alessandria, nel
contesto della Azienda Ospedaliera di Rilevanza
Nazionale Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo.
Tale progetto riabilitativo, sempre preceduto da una
valutazione psicologica di eleggibilità del singolo
paziente (aspettative, compliance, strutturazione
mentale adeguata, etc), ha l’obiettivo di migliorare
la comprensione e l’acquisizione della piena
consapevolezza del proprio corpo (spiegazione delle basi
anatomiche e funzionali con utilizzo di materiale didattico,
disegni, brochure), di ottimizzare la coordinazione fra
respirazione, ponzamento e contrazione del complesso
sfinterico, ed infine di potenziare la forza e l’efficacia
contrattile del pavimento pelvico.
Il progetto che stiamo implementando presso l’Ospedale
Infantile di Alessandria altro non è che un’evoluzione
di quanto introdotto circa 2 anni fa presso l’Istituto
Giannina Gaslini e che ha riscosso grande successo, pur
con i limiti di regressione descritti in precedenza. L’analisi
di eleggibilità di ogni singolo paziente e la ripetizione di
brevi cicli di ‘retraining’ hanno lo scopo di ottimizzare il
risultato funzionale sia in termini di entità che di durata e
persistenza dei risultati”.
Che fare per assicurare al bambino una buona salute
intestinale e un rapporto sereno con il suo corpo? Quali
sono i suoi consigli?
“L’argomento ‘cacca’ dovrebbe essere vissuto in famiglia
come un evento normale, fisiologico, né bello né brutto
ma necessario e funzionale al benessere psicofisico
dell’individuo. Il caricare
di accezioni negative la
‘cacca’ (‘... questa cosa
è cacca...’ o messaggi
simili utilizzati solitamente
per disincentivare i nostri
figli) può avere effetti
negativi e servire da
trigger per l’insorgenza di
disturbi della continenza
(stipsi o incontinenza/
encopresi), che vedono
spesso in un evento
esterno turbativo la loro
genesi. Un’infiammazione
anale, una ragade, i vermi o altri eventi che generino
dolore durante l’evacuazione possono infatti trovare
terreno fertile in determinate condizioni e generare
un condizionamento negativo, con conseguente
atteggiamento ritenzionista, in un circolo vizioso auto-
amplificante in grado di portare a gradi severi di stipsi,
fino allo scompenso con encopresi paradossa o da
‘troppo pieno’. Anche eventi psicologicamente turbanti
come la nascita di un fratellino/sorellina o le separazioni
dei genitori possono svolgere un analogo effetto che
scatena il ritenzionismo e getta le basi per tali disturbi.
Dal momento che non è possibile eliminare determinati
eventi, parafisiologici e normali nel corso della vita
di tutti i bambini, l’importante è rimanere ben vigili,
monitorare il comportamento intestinale dei nostri figli e
ricorrere al parere dello specialista in caso di anomalie
comportamentali quali quelle descritte sopra.
La diagnosi precoce ed un trattamento adeguato
possono spesso risolvere in breve tempo problematiche
che altrimenti tendono a strutturarsi fino a richiedere
misure terapeutiche molto più prolungate e stressanti”.
L’allestimento museale è stato
progettato per offrire al visitatore un
quadro completo ed esaustivo sulla
storia delle società di mutuo soccorso.
Il percorso si apre con dei pannelli
informativi che raccontano, in una
sequenza cronologica, il fenomeno del
mutualismo e continua con delle grandi
teche espositive in cui è racchiusa
una notevole varietà di materiale
documentario, nonché un ragguardevole
insieme di medaglie, spille, distintivi ed
alcuni cimeli di notevole rarità, riconducibilli
ad oltre duecentro tra enti e società
di mutuo soccorso, con sedi in Italia e
all’estero.
All’interno del museo è presente
uno spazio multifunzionale nel
quale coesistono un archivio
storico, una biblioteca e un centro
studi. Inoltre, è stato riservato uno
spazio per ospitare ogni forma
d’arte: mostre, concerti di musica e
rappresentazioni teatrali.
Previa prenotazione, ogni
artista potrà esporre o esibirsi
gratuitamente all’interno dello
spazio dedicato.
Il Museo del Mutuo Soccorso, nato dalla volontà di valorizzare la storia delle società di mutuo
soccorso, si prefigge di salvaguardare e rendere fruibile al pubblico i beni attualmente in
dotazione e di promuovere la conoscenza e la ricerca sul tema della mutualità. Visitando
il museo si ha la possibilità di conoscere da vicino le società di mutuo soccorso, le loro tradizioni
e l’importanza sociale che hanno ricoperto nelle varie vicende storiche del nostro Paese.
La struttura accoglie i visitatori anche con visite guidate e per le scuole sono pensati percorsi e laboratori didattici tematici.
Sono, inoltre, previste aperture straordinarie nelle quali sarà possibile visitare le mostre in corso, assistere agli spettacoli e partecipare ad eventi e attività didattiche
Apertura:
Dal lunedì al venerdì previa prenotazione
11.00 - 13.00 | 15.00 - 18.00
Ultimo ingresso 17.30 (ingresso libero)
Info e prenotazioni:
+39 337 1590905
info@fondazionebasis.org
www.museomutuosoccorso.it
Indirizzo:
Palasalute
via di Santa Cornelia, 9
00060 - Formello (RM)
43
a cura di
Alessandro Notarnicola
Lo scorso anno aveva fatto discutere il caso di Lisa Goodman-
Helfand e di Chanel White che avevano deciso di postare
assieme le loro foto su Facebook per parlare della malattia
che aveva colpito entrambe, la sclerodermia, ma il social
più famoso al mondo non aveva accettato le foto delle due
donne spiegando che le immagini comparative tra il prima
e il dopo non sono ben accette in casa Zuckerberg. Le due
donne avevano cercato di spiegare all’amministrazione di
Facebook che si trattava di due persone diverse, e non della
stessa, e che il fine di quelle foto era puramente informativo,
ma dal social la risposta è stata sempre la stessa: bannare
i post. Oltre questo caso balzato all’onore delle cronache,
sono stati pochi altri i tentativi da parte di terzi di parlare di una
patologia come la sclerodermia poco nota ai più (persino a
Facebook che tutto sa) e abbastanza anomala (visti i sintomi
con cui si presenta e la diversità che questi assumono di
persona in persona).
La Sclerosi Sistemica (SSc) è una malattia
cronica del tessuto connettivo, ad
eziologia multifattoriale e patogenesi
autoimmunitaria, caratterizzata da
alterazioni del sistema immunitario,
disfunzione endoteliale e progressivo
accumulo di tessuto fibroso a carico
della cute e degli organi interni.
L’incidenza di questa patologia è stimata tra i 4 e i 20 nuovi
casi per 1.000.000 per anno e per la prevalenza tra i 30 e
450 casi per 1.000.000; sono quindi circa 25.000 le persone
colpite in Italia, con 1000 nuovi casi annui soprattutto tra
le donne. Sabato 18 marzo, celebrando la XIII Giornata
nazionale dedicata a questa particolare patologia, il Gruppo
Italiano per la Lotta alla Sclerodermia (GILS) ha tenuto presso
l’Università Statale di Milano un convegno dedicato alla
diagnosi precoce e ai progressi nella ricerca. “Prima si scopre
la malattia, prima si può intervenire e bloccarne l’avanzare”,
ha detto Carla Garbagnati Crosti, presidente GILS parlando
della capillaroscopia, un esame che denuncia anomalie
nei capillari, e consigliando un esame del sangue più
approfondito tramite il quale è possibile capire se si è affetti
da sclerodermia.
La sclerodermia, inoltre, è una patologia infiammatoria
di natura autoimmune, che può interessare la pelle e gli
organi interni (è questo il caso di Chanel White il cui aspetto
esteriore non è stato per niente intaccato o modificato dalla
malattia). I tessuti colpiti subiscono dei cambiamenti a causa
del processo di sclerotizzazione, che provoca un progressivo
indurimento e una completa perdita del movimento e delle
proprie funzioni. Il primo segno della malattia il più delle volte
è dato dal fenomeno Raynaud, che si manifesta con pallore
alle dita di mani e piedi se esposte al freddo e determinato
da uno spasmo dei vasi con riduzione temporanea del
rifornimento di sangue. Questo disturbo rappresenta un
campanello di allarme che dovrebbe condurre a un
approfondimento diagnostico con la capillaroscopia. La
sclerodermia, colpendo il viso e le mani, non solo cambia
completamente il tenore di vita della persona che ne
resta affetta ma muta in maniera decisiva la fisionomia e
mette in crisi l’identità stessa delle persone con evidenti
ripercussioni sulla vita di relazione. Ecco la ragione per cui
il GILS ha presentato a quattro strutture sanitarie di Milano
(specializzate nello studio e nella cura della Sclerosi Sistemica)
il nuovo progetto ScleroNet. Fondazione IRCCS Ca’ Granda
Ospedale Maggiore Policlinico, Ospedale Metropolitano
Niguarda, Ospedale di Legnano e IRCCS Istituto Clinico
Humanitas hanno condiviso l’impegno dell’Associazione
accettandone l’invito e dando vita a
una rete integrata di unità operative e
ambulatori, riconosciuti come centri di
alta specializzazione e di eccellenza nel
percorso diagnostico terapeutico per i
pazienti affetti da sclerosi sistemica.
“La ricerca scientifica – ha precisato
Carla Crosti – è una delle priorità del GILS
e su di essa abbiamo puntato in questi
anni, impegnando dal 2008 ad oggi
in Bandi di ricerca e studi 1.444.285,00 euro coinvolgendo
giovani ricercatori italiani. Ai nostri giovani medici chiediamo
una sintesi di cosa sia emerso dalle ultime ricerche. Dal
coinvolgimento intestinale alle alterazioni della regolazione
del sistema immunitario, fino ad un progetto che parla di vita:
“gravi danza, la ricerca che accarezza”.
La risposta delle Istituzioni e della Sanità milanese è stata
- come già anticipato - più che favorevole: “Dobbiamo
lavorare insieme per dare risposte concrete innanzitutto alle
persone colpite da questa malattia nella quasi totalità donne
e purtroppo sempre più giovani, al fine di aiutarle nel percorso
di cura e sostenerle nella vita quotidiana”, ha fatto sapere
l’assessoreallePolitichesocialieSalute,PierfrancescoMajorino.
Che cos’è la sclerodermia,
e perché ne soffrono in
molti senza saperlo?
I tessuti colpiti subiscono dei
cambiamenti a causa del
processo di sclerotizzazione,
che provoca un progressivo
indurimento e una completa
perdita del movimento e delle
proprie funzioni
44
L’importanza della
Telemedicina: pensare digitale.
L’intervista al dott. Sergio Pillon
a cura di
Nicoletta Mele
La parola “digitale” o “digital” si sta affermando in tutti i
settori della società come sinonimo di nuova frontiera
capace di superare i limiti tradizionali e anche il sistema
sanitario è orientato verso questa direzione, avviata con lo
sviluppo della telemedicina.
“La telemedicina è l’erogazione di servizi sanitari, quando
la distanza è un fattore critico, per cui è necessario usare,
da parte degli operatori, le tecnologie dell’informazione e
delle telecomunicazioni al fine di scambiare informazioni
utili alla diagnosi, al trattamento e alla prevenzione delle
malattie e per garantire un’informazione continua agli
erogatori di prestazioni sanitarie e supportare la ricerca e
la valutazione della cura” (Organizzazione Mondiale della
Sanità).
Le informazioni utili per la diagnosi, il trattamento e
la prevenzione sono trasformate in bit e i bit possono
essere trasmessi, condivisi, analizzati, archiviati molto
più velocemente e semplicemente delle corrispondenti
informazioni su carta. Una realtà consolidata negli Stati
Uniti e in Canada, mentre in Francia, Norvegia, Finlandia,
Svezia e Danimarca, la telemedicina è già molto diffusa e
regolamentata.
È Israele però il Paese all’avanguardia nell’utilizzo degli
strumenti digitali in ambito sanitario. Il cittadino che
ha bisogno del proprio medico di medicina generale
può prenotare l’appuntamento via web, tutti i referti
sono trasmessi per via elettronica, tutto è archiviato,
dall’ambulatorioall’ospedale,finoaglieventiamministrativi,
in un vero big data sanitario. Incrociare questi dati con le
informazioni anagrafiche, storiche, familiari del paziente
consente al medico di anticipare la diagnosi e la cura, di
passare dal “curare” al “prendersi cura”.
Qual è la situazione in Italia? Secondo i dati forniti
dall’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School
44
45
of Management del Politecnico di
Milano, il 24% degli utenti prenota
online visite ed esami, il 15% consulta
documenti clinici. Oltre metà dei
Medici di Medicina Generale usa
WhatsApp per comunicare con i
pazienti. Il nostro Paese risulta essere
in ritardo rispetto ad alcune nazioni
del mondo.
Quali sono le cause? L’abbiamo
chiesto al dott. Sergio Pillon, Direttore
UOD Telemedicina, Dipartimento
Cardiovascolare, A.O. San Camillo-
Forlanini di Roma, cofondatore della
SIT (Società italiana di Telemedicina), membro dell’Ufficio
Studi di ANSI (Associazione nazionale Sanità Integrativa) e
nominato nel 2015 dal Ministro della Salute coordinatore
della commissione nazionale per il governo delle linee di
indirizzo della Telemedicina Italiana.
“Non c’è nessun altro paese al mondo - ha spiegato Pillon
- con una tale concentrazione di aziende del settore della
scienza della vita come accade in Israele. La caratteristica
che ho trovato realmente innovativa (partecipando
all’evento Med in Israel che si tiene a Tel Aviv ogni due anni
n.d.r) è la strettissima cooperazione tra il sistema sanitario
pubblico e le aziende. Israele ha un sistema sanitario con
molte similitudini con quello Italiano ma le aziende sono
profondamente radicate nelle istituzioni accademiche, di
ricerca, nazionali internazionali. Sono anche strettamente
collegate alle aziende sanitarie operative, per supportarle
per esplorare l’innovazione per rispondere sfide odierne:
abbassare i costi complessivi dell’assistenza sanitaria,
soddisfare le esigenze in continua evoluzione in un mondo
con un costante invecchiamento della popolazione”.
In Israele la Digital Health è l’asse portante del sistema
e il Clalit è la maggiore delle quattro organizzazioni che
gestiscono il sistema sanitario nazionale Israeliano. Oltre 100
anni di attività, 4,4 milioni di assistiti, 14 ospedali pubblici,
9,638 medici, 11,081 infermieri, 100 centri odontoiatrici,1,503
poliambulatori, 48 poliambulatori pediatrici e 384,408
sessioni di telemedicina.
Dott. Pillon lei ha trovato delle caratteristiche simili con
l’Italia dove però ancora la telemedicina tarda a decollare.
Secondo lei, il punto sta proprio nel “pensare digitale”?
“La semplice trasposizione di un flusso di lavoro in digitale
non lo rende più efficiente, spesso anzi lo rende solo più
complesso, perché bisogna lavorare con un PC, un Tablet,
oggetti che hanno bisogno di corrente, di connessione,
di scrivania, si rompono se cadono. La penna cade mille
volte, la carta si strappa e si butta nel cestino e la cartella
clinica è frutto di decine di anni
di perfezionamenti. Fare lo stesso
lavoro con un tablet ed una penna
digitale rende il lavoro molto più
faticoso e chi lo nega non ha mai
provato a farlo. Pensare il digitale
vuol dire che non esiste più ‘la
cartella clinica’, esiste un algoritmo
che estrae i dati del paziente da
tutte le banche dati ospedaliere,
amministrazione, laboratorio,
radiologia, servizi specialistici,
prenotazioni, farmacia e li rende
disponibili al medico, all’infermiere,
all’amministratore, aggregati
secondo le sue esigenze. Il cardiologo vorrà una vista
d’insieme specifica, l’anestesista un’altra, il chirurgo
una ancora differente e, per fare un esempio, in caso di
incidente si avrà una vista dei dati sanitari ulteriormente
diversa. Pensare digitale, solo per rimanere nell’esempio,
elimina il concetto di cartella clinica così come siamo
abituati a vederla. In Europa la chiamiamo ‘medicina
personalizzata’, una modalità di diagnosi e cura che cuce
i dati addosso al paziente come un abito su misura, di volta
in volta, e consente di curare le persone e non le malattie”.
Lei è stato uno dei fondatori e per molti anni il vice presidente
della Società Italiana di Telemedicina (SIT), Direttore UOD
Telemedicina del Dipartimento Cardiovascolare dell’ A.O.
San Camillo-Forlanini di Roma. L’azienda ospedaliera
romana è stata tra le prime in Italia ad istituire un servizio
di trattamento della malattia a distanza. Nella sua
esperienza quali sono stati i vantaggi sperimentati con la
telemedicina? Quanto è importante la collaborazione tra
tutti gli operatori del sistema?
“Nella nostra esperienza nel campo delle ‘piaghe’, meglio
definite come ‘ferite difficili’, in otto anni abbiamo ridotto del
38% i costi, ridotto i tempi di guarigione del 50%, azzerato
le necessità di ricoveri urgenti e ottenuto una soddisfazione
dei pazienti superiore al 95%. La collaborazione è una
condizione indispensabile, medici ed infermieri, ma anche
di tutte le funzioni dell’azienda sanitaria, dall’ICT alla
Direzione Generale, dal governo clinico alla formazione.
L’esempio israeliano è stato lampante: tutte le funzioni
hanno concordato verso una gestione dei dati ed ognuno
ha investito le proprie competenze per supportare l’ICT
nella realizzazione del sistema”.
Come immagina in Italia un sistema come quello israeliano?
È possibile o solo un miraggio?
“Ci sono in Italia strutture sanitarie private che sono vicine al
modelloisraeliano,anchesesitrattadistrutturedidimensioni
46
molto inferiori a quelle del Clalit. Io credo che sia possibile
arrivare anche in Italia, nelle grandi aziende sanitarie,
a sistemi analoghi a quello che ho visto funzionante.
Management intelligente e motivato, credo che il privato
arriverà molto prima del pubblico, tradizionalmente lento
e legato ad un management profondamente ‘analogico’”.
Obiettivo è quello di fare uso delle nuove tecnologie per
spostare le informazioni e non il paziente. Quanto è difficile
far capire che la telemedicina è un investimento e non un
costo?
“Quando parlo con i manager sanitari mi dicono sempre:
‘Sa Pillon, noi siamo vincolati al costo zero, nessun budget
per costi aggiuntivi’. Far capire che costo zero non
vuol dire ‘investimento zero’ sembra impossibile, anche
perché in genere la visione dei manager sanitari è di mesi,
raramente supera i due-tre anni. Credo che sia giunto
il momento che debbano
muoversi i pazienti, con le
associazioni rappresentative
dei pazienti fragili, per
pretendere un diritto alla
salute degno dell’era
digitale. Il vero obiettivo è
far ruotare le informazioni
attorno al paziente, quelle
che servono e nel momento
giusto”.
In Israele il cittadino è
assistito per l’assistenza base
da un sistema nazionale
e può scegliere tra diversi
fornitori tra i quali Clalit che
è una delle ‘mutue” più grandi e storiche del Paese
e, non a caso, il padiglione centrale dell’evento era
dedicato proprio a Clalit. Quanto è importante il ruolo
che svolgono le società di mutuo soccorso?
“Le società di mutuo soccorso da sempre hanno
coperto quegli spazi assistenziali che i lavoratori ‘deboli’
non riuscivano a vedere riconosciuti. Oggi possono
essere lo strumento di accesso alla salute digitale, al
prendersi cura, a quelle che sono le opportunità offerte
dal digitale proprio per le categorie più deboli, quelle
che soffrono maggiormente per l’incremento dei costi
di una sanità ‘analogica’, che deve ridurre le prestazioni
perché non riesce ad essere efficiente e a coprire i costi
dell’assistenza tutto a tutti”.
Qual è la sua opinione in merito ad una sinergia tra
Sanità pubblica e integrativa e digitale? Potrebbe
rappresentare la chiave di volta per favorire la tutela
della salute del cittadino?
“Il modello israeliano prevede il cosiddetto ‘secondo
pilastro’, una sanità integrativa per tutti i cittadini, che
offre prestazioni aggiuntive rispetto a quelle di base a
costi controllati e il modello è così efficiente che sta
aprendo il mercato della sanità Israeliana al ‘turismo
sanitario’, da molti paesi vanno in Israele per farsi curare.
Si usa anche la telemedicina in fase di iniziale valutazione
e dopo la dimissione del paziente, si sposta il paziente
solo per il trattamento in Israele per la parte invasiva.
La sanità integrativa per definizione deve essere efficace,
efficiente ed appropriata, dovendo essere ‘integrativa’,
la potremmo definire ‘digitale by design’. Ritengo che
sia nell’immediato futuro una degli migliori opportunità di
promozione di una medicina ‘della persona’ integrando
il sistema sanitario nazionale con le esigenze del singolo
cittadino/paziente”.
Alla luce di quanto detto, la
possibilità di utilizzare i dati
a distanza è sicuramente un
elemento di forza sia per il
sistema che per il cittadino
con risparmi di costi e di
tempo. Secondo lei, quali
sono le prospettive e lo
sviluppo della telemedicina
in Italia?
“Mi viene da rispondere in
più modi: il primo è con una
battuta tratta dal libro di
Marcello D’Orta, ‘non lo so,
ma io speriamo che me la
cavo’. Più seriamente io vedo il futuro prossimo analogo al
percorso visto fare all’innovazione tecnologica sanitaria
negli ultimi 20 anni: il settore privato che fa da pioniere,
introduce modelli e percorsi clinici ed il settore pubblico
che pian piano raccoglie ed implementa l’esperienza.
In fondo la Risonanza Magnetica, l’Ecografia, la TAC ,
la radiologia digitale, solo per fare alcuni esempi, sono
analoghe alla Telemedicina, sono tecnologie che
favoriscono l’erogazione dei servizi di diagnosi e di cura,
non sono un fine, sono uno strumento. Un aiuto allo
sviluppo della telemedicina sarebbe semplicemente
cambiarne il nome (ed il punto di vista): smettiamo tutti
di parlare di tecnologie, di sanità digitale, iniziamo a
parlare di ‘prendersi cura’ di ‘medicina personalizzata’,
di ‘long term care’, e i dati digitali servono esattamente
a questo, a garantire il diritto ad essere curati nell’era
digitale, anche nel proprio domicilio e prima di doversi
ricoverare in ospedale. Questa è la sanità che tutti
vorremmo”.
Scegliere
ITALIA
48
Le ricette della salute
Come di consueto abbiamo il piacere di presentare ricette sane e gustose per promuovere uno stile di vita corretto ed
equilibrato, che parta proprio dalle nostre tavole.
Non sempre “piatto saporito” equivale a dire “sano” per questo è importante incentivare, per noi che abbiamo a cuore la
salute dei nostri lettori, la riscoperta di gusti e ingredienti genuini e proporre soluzioni che preservino da patologie più o meno
rischiose.
In questo numero Health Online ha il piacere di presentare una ricetta elaborata con Farro Spelta Fitowell, l’innovativa linea
di prodotti vegetali ad alto contenuto proteico pensata per apportare all’organismo più proteine salubri possibili, senza
ricorrere ad un uso smodato della carne e dei suoi derivati.
per scoprire le altre ricette Fitowell visita il sito
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Polpette di
Farro Spelta
Ingredianti per 3 persone
130g di farro spelta
1 zucchina lessa
1 patata lessa
1 carota lessa
20g di pinoli tritati finemente
1 pizzico di curry
Olio extravergine di oliva
Farina di riso
Pangrattato
Sale rosa(oppure quello che preferite)
Pepe
Acqua
Procedimento
Sciacquate il farro sotto l’acqua corrente e dopodiché cuocete in abbondante
acqua bollente per 30 minuti. In una capiente terrina aggiungete le verdure
e schiacciate il tutto con una forchetta. Aggiungete 2 cucchiaini abbondanti di
farina di riso, 1 cucchiaio di olio, i pinoli e amalgamate tutto con cura.Scolate
il farro e lasciate raffreddare per 10 minuti. Trasferite il farro nella terrina,
aggiungete due pizzichi di sale, un cucchiaino di curry e due pizzichi di
pepe. In una ciotolina aggiungete 70g di farina di riso, un bicchiere di
acqua e mescolate il tutto. Realizzate le vostre polpette con le mani,
rasferitele nella pastella di riso e subito dopo nel pangrattato. Lasciate
riposare in frigo per 10 minuti e poi cuocere in padella con un cucchiaio
di olio 5 minuti per lato oppure in forno a 180°per circa 25 minuti.
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di origine vegetale vengono sottovalutati e l’apporto giornaliero della componente
proteica avviene per lo più tramite il consumo di carne e suoi derivati.
Vi è ampio accordo nel mondo scientifico, nel consigliare una dieta basata sul minor
utilizzo di carne, di buona qualità, alternata a fonti proteiche di origine vegetale.
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    “Health Book” il primolibro di mutua mba dedicato alla prevenzione! L‘importanza della prevenzione in un libro Health book I libri della salute di Mutua MBA Da un recente studio effettuato in Italia è emerso come quasi una persona adulta su due sia completamente avulsa dall’adottare una linea di prevenzione medica adeguata. Prerogativa di una società di Mutuo Soccorso non può, pertanto, essere “solo” quella di garantire l’accesso privilegiato alla salute attraverso una valida integrazione al Sistema Sanitario Nazionale, ma deve forzatamente infondere la cultura della prevenzione intesa come cura di sé stessi, poiché in essa stessa risiede l’unica via utile a soddisfare la crescente domanda di assistenza che la sanità pubblica non riesce – e non riuscirà - ad accontentare. Per tale motivo Mutua MBA ha deciso di raccogliere interviste, analisi e studi di settore, ma soprattutto consigli pratici, esercizi e ricette culinarie per innescare l’attitudine a prendersi cura di noi stessi, con l’intento di prevenire il più possibile malattie e infortuni. Vuoi ricevere “Health Book - L’importanza della prevenzione” nella tua casella di posta elettronica? Invia una email a info@healthonline.it e segnalaci i tuoi contatti, ti sarà inviato senza alcuna spesa aggiuntiva. Inoltre, su espressa richiesta e con un contributo di soli 10€ (+s.s.), potrai ricevere direttamente a casa la versione cartacea del libro. La somma sarà devoluta da Mutua MBA alla Fondazione Basis, ente no-profit dedicato alla promozione e allo sviluppo di iniziative culturali, educative, formative, di integrazione sociale e assistenza sanitaria.
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    Health Online periodico bimestraledi informazione sulla Sanità Integrativa Anno 4° marzo/aprile 2017 - N°18 Direttore responsabile Ing. Roberto Anzanello Comitato di redazione Alessandro Brigato Mariachiara Manopulo Nicoletta Mele Giulia Riganelli Direzione e Proprietà Health Italia Via di Santa Cornelia, 9 00060 - Formello (RM) info@healthonline.it Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte può essere riprodotta in alcun modo senza permesso scritto del direttore editoriale. Articoli, notizie e recensioni firmati o siglati esprimono soltanto l’opinione dell’autore e comportano di conseguenza esclusivamente la sua responsabilità diretta. iscritto presso il Registro Stampa del Tribunale di Tivoli n. 2/2016 - diffusione telematica n.3/2016 - diffusione cartacea 9 maggio 2016 ImPaginazione e grafica Giulia Riganelli Tiratura 101.487 copie Visita anche il sito www.healthonline.it potrai scaricare la versione digitale di questo numero e di quelli precedenti! E se non vuoi perderti neanche una delle prossime uscite contattaci via email a info@healthonline.it e richiedi l’abbonamento gratuito alla rivista, sarà nostra premura inviarti via web ogni uscita! Per la tua pubblicità su Health Online contatta mkt@healthonline.it HEALTH
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    Sempre più spessosi sente e si legge di confronti sul tema della sanità integrativa e degli enti abilitati a gestirla e poiché informare i nostri lettori con precisione e riferimenti corretti rimane uno dei nostri obiettivi prioritari ecco che diviene opportuno sgombrare il campo da illazioni, ipotesi, supposizioni, interpretazioni fornendo un’informativa chiara e circostanziata sulle soluzioni di sanità integrativa praticabili e delle regole che le determinano al fine di evitare la diffusione di considerazioni errate. Innanzitutto è opportuno stabilire con chiarezza che gli unici enti abilitati a gestire la sanità integrativa sono: • i Fondi Sanitari (disciplinati dall’art. 9 del D. Lgs. 30 dicembre 1992, n. 502, come modificato dall’art.9 del D. Lgs. 19 giugno 1999, n. 229 e dal D.M. 31 marzo 2008, reso operativo con successivo D.M. 27 ottobre 2009); • le Società Generali di Mutuo Soccorso (normate dalla Legge n. 3818 del 15 aprile 1886 e dalla successiva modifica rappresentata dall’art. 23 del Decreto Crescita BIS, D.L. 18 ottobre 2012, n.179); • le Casse di Assistenza Sanitaria (disposte secondo l’art.1 del D.M. 31 marzo 2008). Questi enti, in virtù della loro natura di enti senza scopo di lucro sono gli unici che consentono ai loro associati di usufruire delle agevolazioni fiscali disposte dagli articoli 10, 15 e 51 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (DPR 917/1986). In base alle norme contenute nei decreti che li riguardano gli enti di sanità integrativa sono sottoposti al controllo del Ministero dello Sviluppo Economico, del Ministero della Salute e dell’Agenzia delle Entrate, sono iscrivibili all’anagrafe dei Fondi, hanno diritto ad avere personalità giuridica, sono iscrivibili in Camera di Commercio ed hanno bilanci pubblici ed, in molti casi, anche revisionati. L’obiettivo di queste norme, che nel loro insieme, costituiscono un sistema articolato ed integrato, è quello di garantire che a fianco del Sistema Sanitario Nazionale, che come abbiamo più volte spiegato e ribadito dovrà necessariamente per ragioni statistico matematiche dedicarsi sempre più alle fasce economicamente più deboli della popolazione, il cittadino possa avvalersi di copertura sanitarie integrative gestite da enti senza scopo di lucro basati sul concetto della mutualità. Le leggi che regolano la nostra Repubblica inoltre consentono a questi enti di promuovere le loro attività di prevenzione sanitaria e diffusione dei valori mutualistici (Art. 45 della Costituzione e articolo 23 del D.L. 18 ottobre 2012 n. 179, convertito in lg. 221 del 17 dicembre 2012) per mezzo dell’attività dei loro soci. Le norme vigenti consentono inoltre al cittadino, a compimento del sistema di assistenza sanitaria a tre pilastri, di valutare anche l’opportunità di usufruire di coperture sanitarie private prestate da società che rispondono a logiche completamente differenti, quali le compagnie assicurative, che essendo società per azioni aventi come scopo la remunerazioni dei propri azionisti non consentono ai loro clienti però le agevolazioni fiscali previste per gli enti di sanità integrativa. Molto importante rappresentare quindi che il sistema a tre pilastri, ben regolamentato e normato, prevede già da tempo nel nostro paese: • Un sistema sanitario nazionale (Primo Pilastro) diretto a garantire l’assistenza sanitaria di base a tutti i cittadini e, principalmente, prestazioni sanitarie adeguate alle fasce economicamente più deboli della popolazione, gestito dallo Stato e dalle Regioni tramite le strutture organizzative a questo preposte (ASL) e normate dalle leggi vigenti in tema di sanità; • Un sistema di sanità integrativa (Secondo Pilastro) gestito dagli enti di sanità integrativa (Fondi Sanitari, Società Generali di Mutuo Soccorso e Casse di Assistenza Sanitaria) finalizzato a garantire il diritto alla salute di tutti i cittadini e promosso tramite l’opera dei soci di questi enti come regolamentato dalle leggi vigenti in tema di Fondi Sanitari, Società di Mutuo Soccorso e Casse di Assistenza Sanitaria; • Un sistema di sanità privata (Terzo Pilastro) gestito dalle compagnie assicurative e finalizzato a prestare coperture sanitarie costruite in funzione di elementi attuariali e proposte dagli intermediari assicurativi come codificato dalle norme riportate nel Testo Unico sulle Assicurazioni Private e di Interesse Collettivo. Il sistema così ideato, progettato, realizzato e compiuto dallo stato e dal legislatore prevede con estrema chiarezza ruoli, funzioni ed attività e, soprattutto, non contempla la possibilità di fare confusione tra i tre diversi modelli che rappresentano, separatamente da un punto di vista sia giuridico che normativo, i tre pilastri. I tre sistemi che regolano i tre pilastri non sono tra loro opportunamente né sovrapponibili né mischiabili: il paragone più semplice può essere assunto dal mondo dello sport ove negli sport di squadra abbiamo, per esempio, il calcio, il rugby ed il basket, che sono tutti e tre sport, tutti e tre di squadra ma ognuno con le proprie regole non sovrapponibili a quelle dell’altro. Cercare di confondere le idee ai cittadini, mischiare le carte, diffondere il concetto che le regole non esistano, non è quindi che un tentativo di disinformazione sul quale è stato ed è necessario fare chiarezza rappresentando la realtà dei fatti per evitare confusione, affinché ognuno possa garantirsi il diritto costituzionale alla salute con un modello, come quello italiano, che è sempre stato riconosciuto all’avanguardia nel mondo e che lo è tutt’ora. A cura di Roberto Anzanello editoriale Realtà e confusione
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    ommari 23 12 14 10 30 Idrocolon terapia, unatecnica antica per il benessere dell’organismo Cosa portiamo con noi mentre mangiamo? Ce lo dice il Mindful Eating Dall’Ospedale alla Casa della Salute. Come si trasformerà il sistema sanitario nazionale? La chirurgia robotica per il cancro della prostata e il nuovo centro della Clinica Paideia Monitoraggio con Helixafe, il programma di prevenzione primaria di Bioscience Genomics in evidenza 17 Adolescenti e Blue Whale, un gioco psicologico pericoloso. Cosa sta succedendo? 26 Farmaci, è emergenza: un italiano su due rinuncia all’acquisto
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    ommari 39 Incontinenza fecale inetà pediatrica. L’intervista al prof. Alessio Pini Prato 44 48 36 43 L’importanza della Telemedicina: pensare digitale. L’intervista al dott. Sergio Pillon Le ricette della salute I 7 consigli meno conosciuti per alleviare il dolore al collo Che cos’è la sclerodermia, e perché ne soffrono in molti senza saperlo? 35 I diritti dei minori: quale diritto alla salute per i bambini? 5 Mutazioni CELLULA MALIGNA Cromosomi CELLULA NORMALE 1 Mutazione 2 Mutazioni 4 Mutazioni3 Mutazioni SOLID CANCER EARLY DETECTION ® 3D SOLID CANCER EARLY DETECTION ® Geni selezionati 50 Mutazioni selezionate 2800 >99,9% 95%* >99,9% 98%* >0,50% >1% SI SI SI - - SI 50 ALK,BRAF,EGFR, ERBB2, KRAS, MAP2K1, MET, NRAS, PIK3CA, ROS1, TP53 AKT1, EGFR, ERBB2, ERBB3, ESR1, FBXW7, KRAS, PIK3CA, SF3B1, TP53 AKT1, BRAF, CTNNB1, EGFR, ERBB2, FBXW7, GNAS, KRAS, MAP2K1, NRAS, PIK3CA, SMAD4, TP53, and APC 2800 169 Hotspot 245 Hotspot157 Hotspot 95%* 100% >99,9%>99,9% 98%* 98% >99,9%>99,9% >1% >0,50% >0,50%>0,50% SI SI SI SI SI SI SI SI - - -- SI SI SISI SI SI PERFORMANCE Geni Mutazioni Sensibilità Specificità Frequenze Alleliche % CTCs ctDNA DNA Germinale NGS MonitoraggioDiagnosi precoceValutazione del rischio
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    Health tips Sapevi che... Lefragoline di bosco sono ricche di vitamina C, iodio, ferro, calcio e fosforo, sono indicate per combattere le infiammazioni del cavo orale e la loro pianta è ricca di oli essenziali, tannino e flavone. Come erba medicinale può essere impiegata per alleviare i disturbi gastrointestinali. L’ecografia alla tiroide è un esame diagnostico per ottenere informazioni sulla ghiandola tiroidea: il suo volume, i processi infiammatori in atto e l’eventuale presenza di noduli benigni o maligni. Con i dati raccolti dall’esame lo specialista formula un referto ed indica la terapia da seguire, la quale, può consistere in un trattamento farmacologico, nei casi più gravi chirurgico, o in esami bioptici. Va eseguita a scopo di prevenzione, soprattutto dai soggetti con presenza già nota di noduli o disfunzioni alla tiroide. Oltre a farci ricaricare le batterie, il “pisolino” ha molti i benefici per la nostra salute: abbassa la pressione sanguigna, migliora la memoria, abbassa i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. È importante però non superare i 20 minuti: superata la soglia dei trenta minuti si entra nel sonno profondo e un brusco risveglio potrebbe rendere difficile il ritorno alla normalità. L’ecografia alla vescica permette di diagnosticare non solo le patologie più comuni, ma anche irregolarità più gravi. Fornisce informazioni specifiche che da altri controlli potrebbero non risultare. Si studia il grado di inspessimento delle pareti della vescica, al fine di individuare l’eventuale presenza di lesioni maligne o benigne. Inoltre, è utilizzata per valutare la capacità di svuotamento dell’organo e la presenza di polipi o calcoli. I semi di canapa, assunti post allenamento, rafforzano il sistema immunitario e prevengono colesterolo, sinusite, asma e tutte le malattie legate all’apparato cardiocircolatorio. In più contengono omega3 e omega6 e sono antiossidanti. Per evitare il “piede d’atleta”, una infezione fungina, che si annida negli spazi tra le dita o nella pianta del piede, bisogna prestare molta attenzione alle scarpe e indossare sempre le calze di fibra naturale. Occorre lavarsi i piedi subito dopo l’attività fisica e quando sono sudati, con saponi non aggressivi. Fondamentale asciugarli molto bene. Per la terapia si possono utilizzare sia antifungini locali come creme e pomate, sia sistemici. I kinesio taping sono cerotti elastici, non medicati. Devono essere applicati da esperti, in modo che seguano la lunghezza del muscolo e del tendine che si vuole proteggere, per supportarne il movimento e proteggerlo da eventuali contratture. Rappresentano la soluzione ideale per salvaguardare la salute delle articolazioni, del ginocchio, delle spalle, delle caviglie e del polso.
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    10 La chirurgia roboticaper il cancro della prostata e il nuovo centro della Clinica Paideia a cura di Nicoletta Mele Il cancro della prostata è il tumore maligno più frequente del sesso maschile. Rispetto al tumore del polmone, le cui nuove diagnosi sono 26.000 all’anno, il cancro della prostata ha un’incidenza di 45.000 nuovi casi all’anno. Per tali motivi è considerato una malattia dal forte impatto sociale, gravata da notevoli costi per la collettività, a fronte di ottimi tassi di guarigione. Stando ai dati, oggi i tassi di guarigione sono infatti molto elevati (circa 85% a 10 anni), sempre che la malattia venga diagnosticata nelle sue fasi iniziali. La diagnosi del cancro della prostata in stadio precoce è più che triplicata negli ultimi 15 anni, grazie a metodiche che permettono di diagnosticare questo tumore in fase iniziale, quando è ancora possibile attuare una terapia con intento curativo. Negli anni c’è stata un’evoluzione della chirurgia robotica in urologia ed in particolare, nella terapia del cancro della prostata. In Italia, la prostatectomia radicale robotica si sta quindi progressivamente diffondendo, in quanto rispetto alla chirurgia tradizionale è molto meno invasiva, molto meno traumatica e più delicata. Ed è così che alla Clinica Paideia si sta lavorando per un miglioramento rispetto agli standard già raggiunti con la prostatectomia radicale tradizionale e laparoscopica, grazie al neonato centro multi specialistico di alta tecnologia in chirurgia robotica. In cosa consiste l’intervento chirurgico alla prostata con la tecnologia robotica? Quali sono i vantaggi rispetto ai metodi tradizionali? L’abbiamo chiesto al Prof. Gianluca D’Elia, Direttore Urologia Ospedale San Giovanni di Roma e Direttore Scientifico Fondazione per la Ricerca in Urologia. “La prostatectomia radicale robotica - ha spiegato il professor D’Elia - è una tecnica chirurgica innovativa ed al tempo stesso standardizzata che presenta, a parità di radicalità oncologica, numerosi potenziali vantaggi per i malati di cancro della prostata. Nella tecnica chirurgica tradizionale si asporta la prostata tramite un’incisione chirurgica. La tecnica robotica consente invece l’accesso al campo operatorio attraverso piccoli fori, come nella laparoscopia classica”. Rispetto alla classica laparoscopia quali sono i principali vantaggi? “Innanzitutto i movimenti delle mani del chirurgo, seduto ad una console, vengono pesati, filtrati e tradotti in modo fluido, ‘senza scatti’, in precisi movimenti degli strumenti chirurgici, sostenuti dalle braccia del robot. Inoltre, la visione delle strutture anatomiche è tridimensionale ad alta definizione e permette al chirurgo una vera e propria ‘immersione’ nel campo operatorio. E un chirurgo che vede meglio opera, naturalmente, meglio”. È quindi oggi lo strumento più avanzato che ha a disposizione il chirurgo per potenziare le sue capacità operative e rendere l’intervento molto più efficace, diretto e preciso? “Non vi è alcun dubbio che, allo stato attuale, l’intervento robotico per il cancro della prostata rappresenti lo standard di riferimento chirurgico. Negli Stati Uniti, ormai, il 98 % degli interventi chirurgici per la cura del cancro della prostata vengono effettuati in robotica”. È possibile trattare con questo strumento il tumore alla prostata in stato avanzato? “La chirurgia robotica permette, al pari della chirurgia tradizionale ‘a cielo aperto’ e della chirurgia laparoscopica di trattare tumori della prostata anche in stadio avanzato, ottenendoglistessirisultatiinterminidiradicalitàoncologica”. Sotto l’aspetto funzionale e della qualità di vita, rispetto al metodo tradizionale, quali sono i tempi di recupero per il paziente? “L’aspetto funzionale nella chirurgia del cancro della prostata si riflette nella conservazione della continenza urinaria e della funzione erettile. Tutte le casistiche internazionali e nazionali – compresa la mia, consistente in 1.250 casi – dimostrano che la chirurgia robotica permette la preservazione della continenza urinaria nella quasi totalità dei casi e la preservazione della funzione erettile quasi nell’ 80 % dei casi. E questo rappresenta un grosso vantaggio rispetto ai risultati ottenuti dalla chirurgia ‘a cielo aperto’ e laparoscopica. Per quanto riguarda i tempi di recupero, nella mia personale casistica il paziente può essere dimesso dalla struttura sanitaria già due giorni dopo l’intervento, con un ritorno alle normali attività sociali e lavorative entro 15 giorni”.
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    11 Perché negli annic’è stata l’evoluzione della chirurgia mini invasiva robotica soprattutto per la neoplasia alla prostata? “L’intervento chirurgico per cancro della prostata presenta delle peculiarità che lo rendono diverso da tutti gli altri tipi di intervento per tumore. Bisogna potenzialmente ottenere la radicalità oncologica e nel contempo mantenere sessualmente potente e continente il paziente. La prostata è a stretto contatto sia con i fasci nervosi, che assicurano la componente neurogena della funzione erettile, sia con lo sfintere urinario, che assicura un gran parte della continenza urinaria. L’intervento laparoscopico ed ancor di più quello tradizionale ‘a cielo aperto’ spesso non permettevano di trovare il giusto piano di dissezione anatomico per conservare queste strutture. La chirurgia robotica, grazie alla visione tridimensionale ad alta definizione ed alla precisione nei movimenti dei delicati strumenti chirurgici, consente di visualizzare meglio il campo operatorio ed è molto più precisa e delicata sui tessuti, permettendo una miglior conservazione di queste importanti strutture anatomiche. In altri termini è una chirurgia più ‘gentile’”. Sotto il profilo oncologico la robotica è quindi una chirurgia sicura? “Proprio grazie alla migliore visibilità, la chirurgia robotica permette di ottenere ottimi risultati in termini di radicalità oncologica”. Alla Paideia è nato di recente il centro multi specialistico di alta tecnologia in chirurgia robotica. Quali possono essere i vantaggi della multidisciplinarietà? “È sottinteso che bisogna cercare di sfruttare al meglio l’opportunità che ci offre la Paideia nel poter utilizzare una tecnologia di alta complessità come il Robot ‘Da Vinci’. Tutti i pazienti – non solo in ambito urologico – possono beneficiare dei notevoli vantaggi ottenuti dalla chirurgia robotica. E questo vale sia per gli interventi di chirurgia generale, sia per gli interventi ginecologici.” Quanto è importante affidarsi a mani esperte per un intervento di chirurgia robotica? “Stiamo cercando di standardizzare la formazione in chirurgia robotica con dei simulatori, per garantire anche ai chirurghi che hanno meno esperienza di ottenere risultati oncologici e funzionali ottimali. Ma come in tutti i tipi di chirurgia è l’esperienza che conta. È ovvio che un chirurgo che ha effettuato mille interventi robotici ha più esperienza e più competenza di un chirurgo che ne ha effettuati cento. In ogni caso, la formazione in chirurgia robotica è ben diversa rispetto agli altri tipi di chirurgia. Non basta solo conoscere l’anatomia e la tecnica chirurgica, è necessario anche conoscere il ‘robot’. Se mi permette un paragone, tutti sappiamo più o meno guidare un’automobile ma se vuoi guidare un’auto di Formula 1 devi conoscere a menadito il suo funzionamento”. Guardando al futuro, è possibile ipotizzare che la chirurgia robotica possa entrare anche in quelle patologie urologiche benigne e malformazioni dell’apparato urologico? “La chirurgia robotica del cancro della prostata non è l’unica indicazione in urologia. In ambito uro-oncologico operiamo molto di frequente anche tumori del rene e tumori della vescica, che necessitano complesse ricostruzioni delle vie urinarie. Nell’ambito delle patologie urologiche benigne una consolidata indicazione all’intervento chirurgico in robotica è rappresentata dalla malformazione denominata ‘stenosi del giunto pielo-ureterale’, la cui correzione chirurgica in robotica ha risultati funzionali ben superiori rispetto alla chirurgia laparoscopica o tradizionale”.
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    12 Dall’Ospedale alla Casadella Salute. Come si trasformerà il sistema sanitario nazionale? a cura di Alessandro Notarnicola Suona bene e migliora il rapporto tra il cittadino e la sanità pubblica: si tratta della Casa della Salute, il nuovo modo – a detta di molti – di intendere gli ospedali, istituzioni per l’assistenza sanitaria, il ricovero e la cura dei pazienti, nate nell’antichità (ne parla per primo Omero nella letteratura greca) e poi intese con l’attuale accezione a partire dal Rinascimento italiano. Chiaramente non si tratta di una sostituzione improvvisa, né tanto meno si potrebbe supporre un capovolgimento della sanità pubblica; la Casa della Salute è da intendersi come la sede pubblica dove si riuniscono, nello stesso spazio fisico, i servizi territoriali che erogano prestazioni sanitarie, compresi gli ambulatori di Medicina Generale e Specialistica ambulatoriale, e sociali per una determinata e programmata porzione di popolazione. Diverse, inoltre, sono le funzioni da allocare nella Casa della Salute, alcune di natura amministrativa, altre di natura sanitaria e altre ancora di natura sociale. Esse possono essere raggruppate in 4 aree principali a diverso grado di complessità essendo la casa della salute un modello che si adatta alle caratteristiche del territorio e non il contrario. Il primo a parlare di Casa della Salute è stato il professore Giulio Maccacaro, fondatore di Medicina Democratica,
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    13 e di altreriviste come Sapere ed Epidemiologia e Prevenzione. Maccacaro, scomparso nel 1977 dopo essere stato il direttore dell’Istituto di Biometria e statistica medica dell’Università di Milano, nel 1972 intervenendo su “L’Unità Sanitaria Locale come sistema” individuò la Casa della Salute come sua struttura elementare, soprattutto come luogo di partecipazione dei cittadini alla strutturazione dell’organizzazione sanitaria, come verifica del suo funzionamento, come indicazione di programmi e progetti di salute. Su questa base a Poggibonsi, in provincia di Siena, in Toscana, è nato un presidio che raccoglierà presto in un unico luogo un polo di sette medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali e il personale dell’azienda sanitaria locale protagonista dell’erogazione dei vari servizi distrettuali. “Un investimento – commenta David Bussagli presidente della Società della Salute Alta Val d’Elsa – da tempo in programma nei piani della Usl, che realizza in un unico luogo un modello organizzativo funzionale all’integrazione tra discipline sanitarie con altre di natura amministrativa e altre ancora di natura socio-sanitaria con l’obiettivo di creare percorsi virtuosi per il cittadino e risposte più celeri alla propria esigenza clinica o socio sanitaria”. La Casa della Salute di Poggibonsi è allocata all’interno del Presidio distrettuale di Via della Costituzione dove si trova il medico di comunità, lo sportello di front office amministrativo, l’ambulatorio infermieristico, il riferimento logistico per l’assistenza domiciliare, il punto di erogazione dell’assistenza integrativa diretta, indiretta e protesica e alcuni ambulatori specialistici, il punto prelievi sangue per le analisi, il consultorio, il servizio sociale, il Punto Insieme, l’igiene pubblica, la medicina legale e la ex guardia medica. L’istituzione e la messa a punto delle Case della salute rimanda dunque all’idea di una comunità che si prende cura di se stessa, della propria salute, del proprio benessere, ove per “proprio” si intende quello dell’intera collettività. Tutto questo, tuttavia, non potrebbe essere separato da uno studio che si attua sulla Comunità stessa nella quale la Casa si inserisce, dei suoi bisogni particolari, e dei professionisti che operano in quel contesto per assicurare la salute in quel determinato territorio. Generalmente, per quanto concerne il territorio italiano, laddove si pensa di collocare una Casa della Salute vi sono territori che cominciano ad avere tutto ciò che è necessario per garantire un’ottima assistenza territoriale. Questa scelta è orientata, inoltre, verso le fasce più deboli della popolazione, si pensi infatti agli anziani, ai malati, a coloro che presentano disabilità multiple, e chiaramente ai loro cari o assistenti, che necessitano di un supporto medico e delle cure non indifferente. Tuttavia, non è la prima volta che in Italia nasce una Casa della Salute, molto pubblicizzata è stata, ad esempio, l’organizzazione e l’apertura di quella di Colorno, in provincia di Parma, nel 2012, nella sede dell’ex Ospedale. La nuova struttura in questi anni è diventata un vero e proprio punto di riferimento per i cittadini nel quale i servizi di assistenza primaria si integrano con quelli di natura specialistica, della sanità pubblica, della salute mentale ma anche con i servizi sociali e le associazioni di volontario. Le Case della Salute, d’altra parte, possono essere definite come le figlie dei nostri cari e rassicuranti ospedali: sono semplicemente una nuova porta di accesso alle cure, un nucleo inserito all’interno delle Comunità che se da una parte rappresentano un’organizzazione medico-sanitaria più attrezzata e accogliente verso il cittadino, dall’altra sono veri e propri centri di cultura e specializzazione per i professionisti che vi lavorano.
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    14 Cosa portiamo connoi mentre mangiamo? Ce lo dice il Mindful Eating a cura di Cristiana Ficoneri Cos’è questo Mindful Eating? In Italiano lo traduciamo con Alimentazione Consapevole, ed è nient’altro che l’applicazione della Mindfulness all’alimentazione. Detto così sembra un gioco di parole, allora cos’è la Mindfulness… La parola inglese “mindfulness” può essere tradotta come consapevolezza, attenzione, presenza mentale. Non è facile tradurre il concetto di Mindfulness (proveniente dalla cultura buddhista) perché essendo molto vasto è stato utilizzato a seconda dei contesti per intendere cose diverse. è salito alla ribalta mondiale grazie al fatto che alcuni medici e psicologi americani dagli anni ‘70 in poi hanno ideato degli “interventi terapeutici basati sulla Mindfulness” che traevano spunto da tradizioni contemplative millenarie e potevano essere studiati e validati da un punto di vista scientifico. Si tratta sostanzialmente di coltivare uno stato mentale in cui la persona ascolta e osserva le proprie emozioni, le proprie sensazioni fisiche e i propri pensieri, accettandoli così come sono, senza giudicarli, senza cercare di modificarli, né bloccarli. Si sta con ciò che c’è, nulla è sbagliato o proibito. E funziona per la salute? Come dimostrano molti studi la Mindfulness è stata parte integrante del trattamento di tanti disturbi fisiologici (come la psoriasi, il dolore cronico, la fibromialgia) e psicologici (come la depressione, i disturbi del sonno, disturbi d’ansia, ADHD, dipendenze e varie altre psicopatologie), e la letteratura scientifica ha confermato che ci sono effetti positivi che si devono al miglioramento della regolazione dell’attenzione e delle emozioni e dei processi di controllo esecutivo. In alcuni casi sono stati riscontrati dei cambiamenti strutturali a livello della corteccia cerebrale. E l’alimentazione? Naturalmente esiste un Mindful Eating inteso come pratica di Mindfulness più strettamente religiosa e all’estremo oppostolavulgatamodaioladella“dietadellaMindfulness” (a mio parere una terribile contraddizione in termini), ma qui stiamo parlando di Mindfulness intesa come intervento terapeutico. Anche se l’applicazione della Mindfulness all’alimentazione è di data relativamente recente, vari studi ne hanno testimoniato l’efficacia nel migliorare il senso di accettazione, i comportamenti di abbuffata e il mangiare sotto la spinta delle emozioni, con un riflesso sulla perdita di peso anche quando questo non era un obiettivo esplicito degli studi. Come ci si può avvicinare al Mindful Eating? Seguendo un corso apposito ad esempio. In Italia è una realtà nuova, presente soprattutto nelle città più grandi. Un corso tipico è costituito da 8/9 incontri a cadenza settimanale, condotti da un insegnante di Mindfulness,chepuòavere anche altre competenze di tipo psicologico o nutrizionistico, ma che soprattutto deve aver seguito un training specifico, nutrito da una comprovata pratica di Mindfulness. Sono incontri di gruppo in cui si alternano momenti esperienziali costituiti da pratiche di meditazione formali o informali e meditazioni guidate su argomenti specifici (immagine corporea, peso, appetito e sazietà...). L’idea della meditazione può suscitare timore o diffidenza ma all’interno del corso essa è pensata come un training dell’attenzione assolutamente laico, in grado di rendere le persone consapevoli dei propri schemi automatici e liberarsi dall’eccessiva reattività, nonchè di fermarsi ad ascoltare quei segnali fisiologici che devono guidare il comportamento verso il benessere. In pratica ciò significa diventare consapevoli delle opportunità positive e nutrienti che ci vengono offerte
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    15 attraverso una sceltae una preparazione degli alimenti effettuata rispettando la nostra saggezza interna. Il tutto è inserito in un contesto di conoscenze che riguardano l’autoregolazione dell’assunzione di cibo, il ruolo degli stimoli fisici ed emotivi della fame, gli indizi di sazietà, fino alla regolazione emotiva e alla gestione dello stress… Durante l’intervento vengono svolte delle esercitazioni guidate legate all’alimentazione: alcune di esse si svolgono con l’ausilio del cibo, per arrivare a saper scegliere in consapevolezza di fronte ad un buffet imbandito. Alcune sessioni incorporano un lavoro sul corpo: lo yoga sdraiati o seduti sulla sedia, delle meditazioni camminate… I partecipanti sono istruiti anche a fermarsi per alcuni minuti durante momenti chiave della giornata (ai pasti ad es.) e praticare la consapevolezza di pensieri ed emozioni. Quel che più conta è che il partecipante è spinto in modo esperienziale e non teorico, a coltivare la consapevolezza dei segnali fisici interni. Ad es. imparare ad andare incontro all’esperienza presente del gusto e notare quando il piacere di un alimento che si sta assaporando comincia a diminuire, può aiutare una persona ad ottimizzare la soddisfazione del cibo con porzioni più piccole. E tutto questo in sole 8 settimane? Le 8 settimane servono ad imparare il modo di far ripartire il motore che è in noi, un motore che quasi sempre esce integro dalla “fabbrica” e va alimentato correttamente. Il tempo che segue farà il resto. I risultati duraturi si costruiscono con la pazienza. I cambiamenti che si susseguono col Mindful Eating possono essere più o meno vistosi, ma l’efficacia diventa visibile quando si sommano insieme: molti momenti di ascolto alle nostre vere esigenze, giorno per giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, produrranno scelte basate su una saggezza interna che coniugata alle conoscenze corrette ci renderà più liberi e più sani. è stato calcolato che ogni giorno siamo chiamati a prendere più di 200 decisioni in campo alimentare...non è poco! Per chi è indicato il Mindful Eating? Per tutti quei casi di comportamento alimentare più o meno “problematico” che generano a breve o lungo termine complicanze di tipo fisico e un forte carico di sofferenza psicologica ad esempio. Di questo gruppo fanno parte i Disturbi del Comportamento Alimentare più tradizionali e più conosciuti - ad es.la Bulimia Nervosa e il Binge Eating Disorder - ma anche molti casi di Obesità, dai tipi più gravi a quelli più diffusi, ma sempre caratterizzati da un rapporto poco sereno con il cibo. Uno stile disinibito di alimentazione può includere ad esempio stramangiare anche in assenza di fame, o sotto lo stimolo di qualche emozione (emotional eating) o in risposta a stimoli esterni come lo stress, il freddo, la vista, il profumo di un alimento (external eating) o subire un craving intenso o perdere il controllo. Inoltre può essere d’aiuto in vari stati fisiologici come la gravidanza o l’età pediatrica. La ricerca ci mostra come i bambini che sono messi in grado di nutrirsi da soli hanno meno probabilità di diventare obesi. In realtà a pensarci bene, il Mindful Eating è indicato…per chiunque mangi. Cosa dicono le persone che praticano il Mindful Eating? Molto spesso ci sentiamo dire: ”Non so perchè ma mi sento più soddisfatto pur mangiando meno di prima”. Questo dipende dal fatto che dando la dovuta attenzione, una sana attenzione, all’esperienza del mangiare e del bere, l’esperienza si espande e viene percepita dal nostro cervello come più ricca e nutriente. Quando si evita il multitasking e si è mentalmente presenti mentre si mangia (o si fa qualunque altra cosa) si sperimenta una connessione maggiore con il cibo che assaporiamo, col nostro corpo che lo riceve, magari con le persone che nella filiera hanno contribuito a farlo arrivare alla nostra tavola… Quel che spesso si cerca in un alimento confortante è il sollievo da un tumulto interno, dall’insoddisfazione del cuore e della mente, una maggiore dolcezza e tranquillità. Ma la dolcezza degli zuccheri è a breve termine mentre non lo è quel che si prova quando riusciamo a raggiungere -magari casualmente- quel senso di interconnessione che ci fa sentire più integri e …a posto. Nel nostro posto. Ecco tutto questo è Mindful Eating! Per informazioni sui corsi cerca i contatti su Facebook “Percorsi di Mindful Eating “ : https://www.facebook.com/ mangiasorridendo/ Quando si è mentalmente presenti mentre si mangia si sperimenta una connessione maggiore con il cibo che assaporiamo. Dando quindi la dovuta attenzione, una sana attenzione, all’esperienza del mangiare e del bere, l’esperienza si espande e viene percepita dal nostro cervello come più ricca e nutriente.
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    Nessuna distinzione pernumero di componenti della famiglia Nessuna distinzione di età Sussidi per Single o Nucleo famigliare Detraibilità fiscale (Art. 15 TUIR) Nessuna disdetta all’associato Durata del rapporto associativo illimitata Soci e non “numeri” perché abbiamo scelto mba? rimborso interventi home test alta diagnostica assistenza rimborso ticket conservazione cellule staminali visite specialistichesussidi per tutti check up MBA si pone come “supplemento” alle carenze, ad oggi evidenti, del Servizio Sanitario Nazionale. L’innovazione dei Sussidi che mette a disposizione dei propri associati identifica da sempre MBA come una vera “Sanità Integrativa” volta a migliorare la qualità di vita degli aderenti. Mutua MBA Tel. +39 06 90198060 - Fax +39 06 61568364 www.mbamutua.org
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    17 a cura di NicolettaMele Adolescenti e Blue Whale, un gioco psicologico pericoloso. Cosa sta succedendo? 17 Cos’èilBlueWhale?Cosastasuccedendoagliadolescenti? Per Health Online lo psicologo clinico e psicoterapeuta Roberta Fedele e il vice presidente del MOIGE, Movimento Italiano Genitori Onlus, Elisabetta Scala. Blue Whale Challenge (Balena Azzurra) non è il titolo di un film, ma il nome di un gioco, definito un vero e proprio rituale psicologico, legato ai social network, proveniente dalla Russia e che sta causando molte vittime tra gli adolescenti. In Russia fino ad oggi, riferiscono i media, la cifra delle vittime che hanno “terminato” il gioco con il suicidio, è pari a 157. La prima a morire nel gioco perverso è stata la teenager russa Rina Paleonkova, il cui scatto prima di morire ha fatto il giro del mondo. Il fenomeno purtroppo si sta diffondendo anche in altri Paesi, tra cui Gran Bretagna, Brasile, Francia e Italia, dove lo scorso febbraio un giovane quindicenne si è tolto la vita lanciandosi da un palazzo di 26 piani a Livorno. Non è ancora chiaro se il gesto sia legato al gioco, infatti le indagini stanno procedendo, ma il rischio sono le emulazioni. A Pescara una tredicenne è stata fortunatamente salvata poco prima del suicidio, grazie all’allarme lanciato da una sua compagnia di classe e all’intervento dei suoi genitori. La ragazzina ha ammesso di aver partecipato al gioco e secondo gli investigatori il fatto che avesse ammesso e deciso di posticipare il suicidio è stato un segno che l’adolescente si fosse resa conto di quanto le stava per accadere. Il gioco dell’orrore consiste nel seguire alcune regole per 50 giorni, scritte su una lista inviata alla vittima dagli organizzatori, e l’ultimo giorno è previsto il suicidio, gettandosi da un palazzo molto alto. Regola numero uno, per chi prende parte al gioco attraverso l’iscrizione a specifici gruppi sui social, è quella di tagliarsi la mano e inviare la foto al curatore, la seconda invece è quella di alzarsi alle 4.20 del mattino e guardare dei video psichedelici, la terza tagliarsi il braccio lungo la vena, non troppo in fondo, fare 3 tagli e inviare la foto al curatore. Disegnarsi sul braccio una balena e inviare la foto al curatore è la quarta regola, la quinta invece è incidersi “yes” sulla gamba se si è pronti a essere una balena, altrimenti bisogna punirsi con alcuni tagli. Più si va avanti nei giorni e più le regole del gioco dell’orrore diventano allucinanti: la quattordicesima regola, ad esempio, prevede il taglio sul labbro, alla sedicesima giornata bisogna procurarsi tanto dolore. il 26 esimo giorno il “tutor” comunicherà all’adolescente il giorno in cui dovrà morire, che avverrà allo scattare del 50esimo giorno. Chi arriva all’ultimo giorno viene celebrato dagli altri membri della comunità. Uno dei tutor, tale Philips Budeikin, ventiduenne che per tre anni ha frequentato la facoltà di psicologia, è stato arrestato, grazie all’abilità degli investigatori russi che si sono finti teenagers, con l’accusa di aver causato il suicidio di 16 ragazzine. Al momento dell’arresto Budeikin non ha battuto ciglio e non è apparso pentito, anzi ha affermato, come è stato riportato da Metro.co.uk, di aver pulito la società e che le ragazzine, da lui definite materiale organico di scarto, erano felici di morire perché per la prima volta aveva dato loro tutto quello che non avevano avuto nelle loro vite: calore, comprensione, importanza. “Ci sono le persone e gli scarti biologici – ha detto nel corso dell’interrogatorio – Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società. Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società”. 17
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    18 Cosa spinge gliadolescenti di oggi a seguire rituali con un tragico finale senza possibilità di ritorno? E com’è possibile manipolare le menti degli adolescenti tanto da spingerli per 50 giorni a sottoporsi a torture continue fino alla morte? Health Online ha chiesto il parere dello psicologo clinico e psicoterapeuta Roberta Fedele. Gli adolescenti e le loro fragilità. Far parte di una comunità agghiacciante denominata “club dei suicidi”, fa sì che i ragazzini si sentano compresi, amati e importanti, come ha detto Budeikin? “Il fenomeno del Blue Whale sembra cavalcare alcuni degli aspetti propri dell’adolescenza esistenti da sempre, con l’aggiunta però di elementi che sono assolutamente figli del periodo storico in cui viviamo. Le caratteristiche dell’adolescenza sono quelle di sempre, ma si dispiegano in un mondo contemporaneo così profondamente diverso per gli strumenti di conoscenza e di comunicazione che vanno a generare il formarsi di nuovi sistemi di significato. L’adolescenza è un periodo di forte crisi dello spazio mentale e della sua integrazione, che vede l’adolescente impegnato in vari compiti evolutivi, quali il conflitto tra la dipendenza e l’indipendenza, il processo di individuazione, la chiusura in se stessi e l’isolamento, l’importanza che riveste l’appartenenza ad un gruppo ed i movimenti identitari ad esso collegati. Sembra in particolare che questi due ultimi aspetti siano coinvolti nel fenomeno del Blue Whale. Infatti, il partecipare al “gioco” prevede l’entrare a far parte di un certo gruppo ed esso, come la maggior parte dei gruppi adolescenziali, scatena al suo interno dinamiche molto intense, è caratterizzato da rigidità e chiusura agli adulti e spesso chi vi appartiene ne accetta le regole e le modalità comunicative. Il gruppo soddisfa spesso un bisogno di sicurezza che il giovane vive in relazione alla propria confusione emotiva. Spesso il gruppo di pari si contrappone al nucleo familiare, in particolare alle figure genitoriali, le quali tendono a conservare una visione del giovane ancora associata a quella di un bambino; esso soddisfa bisogni di orientamento, di elaborazione di valori diversi da quelli degli adulti, e dà vita ad intensi processi di identificazione su cui si basa la coesione e l’organizzazione del gruppo stesso. Tali movimenti identificatori sono ancora più significativi se il giovane vive una situazione di isolamento e di ritiro in se stesso, percependosi come l’unico garante della propria assoluta autonomia. Ecco quindi che il senso di appartenenza e il sentirsi compreso svolgono un importante peso”. Il gioco macabro prevede prove fisiche di autolesionismo di difficile comprensione. Cosa spinge un ragazzino a compiere gesti di questo tipo? “In adolescenza il suicidio o il tentativo di suicidio si identifica come un passaggio all’atto, o acting out, che è una modalità difensiva di cui si serve l’individuo per affrontare i conflitti e le angosce caratteristici della fase di vita che sta attraversando. È bene ricordare che i passaggi all’atto sono comportamenti presenti non solo negli adolescenti che presentano disturbi psicologici ma in ogni adolescente e che assumono le forme più disparate quali fughe, il vagabondaggio, il furto e le manifestazioni di etero e autoaggressività. Si tratta di un arresto o un disturbo delle capacità simboliche e rappresentative, una confusione fra la dimensione interna e quella esterna, tra quella soggettiva e quella oggettiva. Il disagio non avrebbe parole per essere rappresentato, cosa che lo inquadra come il meccanismo prelogico e preverbale per eccellenza, senza alcuna possibilità di pensiero introspettivo o basato sulla internalizzazione e sul pensiero verbale. Rispetto alla domanda su cosa li spinge, andrebbero presi in considerazione una molteplicità di fattori ed il significato va comunque sempre ricercato nella specificità di ogni singola situazione; tuttavia è possibile individuare alcune situazioni ricorrenti: ci potrebbe essere una difficoltà a tollerare i sentimenti di solitudine e isolamento che accompagnano il processo di separazione dalle figure parentali e di individuazione della propria nuova identità. Questa difficoltà potrebbe non essere adeguatamente controbilanciata dal sentimento di acquisizione della propria nuova identità, delle proprie personali capacità e responsabilità, ma invece sfociare in depressione che, in certi casi, aumenta a dismisura soprattutto perché ha a che fare con un sentimento di scarsa stima di Sé ed un vissuto di inadeguatezza a nuovi compiti. Ancora il fisiologico bisogno di sfidare, che resta sempre una delle maggiori difese in adolescenza. La trasformazione del corpo nell’adolescenza: il tentato suicidio è un attacco al corpo che a tratti è percepito come estraneo, sconosciuto ed incontrollabile, non appartenente al Sé psichico. Il corpo è allora oggetto di odio e non più fonte potenziale di piacere. L’idea del suicidio permette di compensare l’impotenza che assale l’adolescente che, a differenza dello spazio mentale, non esercita alcun controllo su quello corporeo. Ma questo è un conflitto che deve assolutamente rimanere nella testa, a livello psichico. Ancora la fantasia di essere salvati dalla morte, la speranza di poter trovare o ritrovare una condizione di pace attraverso il suicidio, di sollievo rispetto alle difficoltà che si stanno attraversando. A questa fantasia se ne aggiunge spesso un’altra, e cioè che mediante la morte si attesti la propria onnipotenza ed il trionfo di Sé sulla realtà. In molti casi di suicidio c’è il bisogno di trasformare in azione attiva ciò che dovrà essere subìto passivamente, ancora una volta, esercitare una certa dose di controllo su se stessi e su quello che, anche se in un futuro, accadrà. Va inoltre considerato il fatto che le condotte suicidarie hanno una profonda valenza relazionale. Il suicidio, atto solitariopereccellenza,èsempreancherivoltomentalmente a qualcuno in particolare o “agli altri” in generale. Secondo Pietropolli Charmet (2009) l’adolescente suicidario lancia una sfida prepotente all’adulto: il genitore è chiamato a
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    19 fare i conticon l’estrema impotenza e l’enorme distanza che lo separa dall’adolescente e con i sentimenti di paura, disperazione e sgomento per qualcosa che è impensabile e che si palesa violentemente. Il gesto suicidale, sempre secondo l’autore, è un gesto violento perché, seppur rappresentativo dell’estrema impossibilità di pensare ed elaborare rabbia e delusione, vissuti annichilenti e di umiliazione, è un attacco dell’adolescente al senso della relazione con i genitori e imprigiona tutti nella alternanza colpa/espiazione”. Alla base di questo perverso meccanismo c’è una forte conoscenza degli elementi psicologici da parte dei creatori del gioco? “Potrebbe esserci sicuramente una profonda conoscenza dei meccanismi psicologici propri della adolescenza e di come questi si incastrino e si amplifichino con i mezzi e gli strumenti moderni, quali la tecnologia, internet, i videogiochi, ecc. Il computer diventa spesso una specie di versione altra di se stessi, senza di esso ci si sente persi e si è fuori dal mondo; lo psichiatra e psicoanalista statunitense Glen O’ Gabbard ha parlato di “Cyber-Se’”. Esso può fornire in pochi secondi così tante informazioni e così tanti contatti e relazioni, che però spesso hanno più il sapore di una non relazione, in quanto si tratta di rapporti che potrebbero non concretizzarsi mai, rimanendo nel limbo del cyberspazio. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione consentono all’adolescente di oggi di ridurre il confronto faccia a faccia e di sostituire l’esperienza diretta con una percezione mediata. Ci sarebbe da chiedersi se essere sempre connessi, attraverso smartphone, internet, Facebook, ecc. muta il modo di rappresentarsi, se permette di ammorbidire il senso di solitudine che nasce in adolescenza, e se quindi questo vada considerato come una nuova forma di gruppalità, oppure lascia l’adolescente più che mai isolato e chiuso in un suo mondo illusorio”. Sono state raccolte delle testimonianze di mamme che hanno perso i loro figli a causa del “rituale psicologico”. “Sembravano tranquille – hanno detto – anche il giorno in cui hanno deciso di suicidarsi hanno fatto quello che facevano tutte le mattine. Ci sono persone che garantiscono ai ragazzi di ‘salvarli’ dai problemi che li affliggono, ma i nostri figli non soffrivano di depressione, erano giovani, solari e pieni di vita. Partecipare a quel ‘gioco’ li ha cambiati e portati alla morte”.
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    20 la vita acausa di una sofferenza covata nel silenzio e nell’indifferenza. In che modo i genitori possono vigilare sulla vita sociale dei propri figli senza entrare in contrasto? Health Online l’ha chiesto a Elisabetta Scala, vice presidente del MOIGE, Movimento Italiano Genitori Onlus, che da anni svolge la sua attività a sostengo delle famiglie per una maggiore tutela dei diritti dei minori e dei genitori. Quanto è preoccupante questo fenomeno? Qual è la vostra posizione? È molto preoccupante e noi come Movimento Italiano Genitori in questi giorni stiamo cercando di campire l’ampiezza del fenomeno proprio per parlarne con i nostri figli. Inoltre, stiamo dando delle informazioni ai nostri volontari, i quali daranno a loro volta delle risposte. La nostra raccomandazione è quella di parlare del fenomeno ai ragazzi, spiegare loro quanto sia terribile questo gioco macabro, in modo tale che se sono venuti a contatto con qualcuno coinvolto possano reagire”. Spesso i genitori degli adolescenti sono all’oscuro di alcuni aspetti della vita sociale dei propri figli. Uno sguardo attento potrebbe aiutare i genitori a comprendere in tempo eventuali c o m p o r t a m e n t i anomali dei figli, specie se pre-adolescenti? “Innanzitutto tanto più sono piccoli i bambini tanto più non devono navigare sui social da soli, non bisogna lasciare in mano a un pre-adolescente un telefonino con la connessione h24. È dovere di ogni genitore prestare sempre grande attenzione e parlare con i figli. Parlare con i figli per noi è la prima regola”. Come controllare i figli senza entrare in conflitto con loro? “L’utilizzo della rete e di conseguenza i social oggi ci costringono ad entrare nel privato dei nostri figli, è nostro dovere guidarli e anche controllarli chiedendo loro l’amicizia su Facebook”. Oggi tutto è a portata di click. Se da una parte l’avvento dell’era digitale e la portabilità dei dispositivi hanno dato dei grandi benefici alla società, dall’altra però Dottoressa Fedele, la regola fondamentale per chi partecipa al gioco è quella di non dire nulla ai genitori e non lasciare tracce in giro. Quali sono i campanelli d’allarme da non sottovalutare per i genitori? “Sicuramente sarebbe molto importante prestare attenzione ai cambi di umore, ragazzi che sono solari e che invece improvvisamente diventano cupi e silenziosi, agli scatti di ira, alle manifestazioni di ritiro e di isolamento, alle espressioni di irritabilità, al cambiamento improvviso delle abitudini cosi’ come alle manifestazioni ossessive”. Diverse sono state le reazioni da parte dell’opinione pubblica sul Blu Whale: c’è chi si è sentito angosciato e chi non ha trovato parole per descrivere il fenomeno rifiutandosi di capire il motivo. Secondo lei, mettere la testa sotto la sabbia è uno degli elementi che permette a fenomeni come Blue Whale di svilupparsi? “La mia opinione su questo è che ci sia una sorta di corresponsabilità da parte della società allargata e che si potrebbe fare molto di più in termini di prevenzione, informazione e azione rispetto al fenomeno; sarebbe necessario infatti creare degli sportelli di ascolto, divulgare il più possibile informazioni circa il cyberbullismo, supportare i genitori, soprattutto con approfondimenti che riguardano un uso perverso del mezzo mediatico e di internet. Più che mettere la testa sotto la sabbia, credo che questi fenomeni abbiano trovato terreno fertile in una società totalmente impreparata ad affrontarli e che ancora non è riuscita a reagire; credo inoltre che internet non sia la causa ma il mezzo attraverso il quale la problematica prende forma”. La Russia, luogo dove è nato il gioco e dove ci sono state maggiori vittime, si sta mobilitando e sta prendendo dei seri provvedimenti per arginare il fenomeno sfuggito al controllo della rete. È stata istituita, insieme con un team di psicologi ed esperti, un’associazione di assistenza ai famigliari e un numero verde di ascolto e denuncia. Può davvero un gioco cambiare un ragazzino fino a portarlo alla morte? E com’è possibile fingersi tranquilli davanti gli occhi di un genitore? Ai genitori spetta il compito più importante quello cioè di vigilare sui propri figli affinché non decidano di togliersi
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    21 hanno provocato, econtinuano a provocare, seri danni soprattutto se questi strumenti vengono utilizzarti in maniera errata dagli adolescenti, sempre più dipendenti dalla rete. Secondo il rapporto “Benessere dei quindicenni”, pubblicato da Ocse, è emerso che quasi un quarto degli adolescenti italiani dichiara di trascorrere oltre 6 ore al giorno su internet al di fuori della scuola. Un’abitudine che, si trasforma quindi in vera e propria dipendenza: 47 alunni italiani su cento dichiarano infatti di “sentirsi male se non c’è una connessione a internet”. Le relazioni attraverso uno schermo escludono la comunicazione verbale fondamentale per relazionarsi con gli altri e a nascondere le emotività, ecco quindi che internet, come ha affermato nel corso di un’intervista a La Repubblica, Federico Tonioni, Ricercatore all’Università cattolica e direttore dell’ambulatorio sulle dipendenze da internet al Policlinico Gemelli di Roma, “è diventato non la causa ma la risposta ad un disagio profondo. Le relazioni online sono spesso le uniche rimaste all’adolescente sempre più orientato ad un ritiro sociale”. Dottoressa Scala, cosa ne pensa? L’educazione all’utilizzo di internet e della tecnologia resta fondamentale. Il Moige e la Polizia di Stato hanno promosso il progetto “Giovani ambasciatori contro il bullismo e il cyberbullismo per un web sicuro”, con l’obiettivo proprio di fornire a ragazzi, genitori e insegnanti tutte le informazioni necessarie per un corretto e responsabile uso della rete. Quanto sono importanti iniziative volte alla sensibilizzazione e informazione in un periodo storico come quello che stiamo vivendo? “Il rapporto pubblicato da Ocse ha un fondamento, i nostri ragazzi sono eternamente connessi: ascoltano la musica, vedono programmi televisivi e video con i loro cellulari, anche quando sono impegnati nello studio devono verificare se c’è connessione e nel caso arriva un messaggio devono vederlo e rispondere immediatamente, vivono i social in maniera ansiogena. Questo è un atteggiamento sbagliato e noi dobbiamo dare loro delle regole, quando si sta a tavola o quando si studia il telefonino deve essere messo in disparte. Dobbiamo coinvolgere i nostri figli in attività sportive, creargli delle situazioni da fare nella vita reale e invitarli ad incontrarsi personalmente non attraverso la rete. Occorre educarli. E proprio per questo motivo che la nostra iniziativa “per un web più sicuro” è ormai diventata un appuntamento annuale. Quest’anno c’è stata una novità che ha avuto un grande successo: abbiamo formato dei ragazzi, “gli ambasciatori”, che a loro volta insegnano ai loro coetanei, questo ha funzionato molto perché i giovani sono più predisposti ad ascoltare i loro coetanei che gli adulti. In questo periodo storico occorre cambiare la mentalità, è prioritaria la prevenzione, non si può arrivare ad affrontare il problema a quando c’è l’emergenza”. Dottoressa Fedele, quanto è importante ristabilire un rapporto tra genitori e figli in età adolescenziale? Quali sono i suoi consigli? “Il giusto investimento di tempo e di energie durante l’infanzia e la fanciullezza aiuta a prevenire il trasformarsi dei piccoli problemi di queste fasi, nei grandi problemi dell’adolescenza, ed è importante pensare a questo come un processo che va costruito nel tempo. Rispetto proprio all’utilizzo dei dispositivi elettronici quali smartphone, ipad, ecc., sarebbe importante stabilire delle regole e delle limitazioni in maniera precoce; diventa molto complicato infatti, soprattutto con l’adolescenza, ridurre l’uso del computer se per anni il bimbo a tavola ha mangiato con l’ipad acceso oppure gli è stato permesso di giocare al cellulare durante le cene tra amici per “distrarlo”. Questa infatti diventa una realtà abituale e conosciuta per il bambino che, ora adolescente, non si spiega e non accetta il perché non può continuare a fare quello che in sostanza faceva anche prima. Ritornando alla domanda, durante la adolescenza la parola chiave è osservare i ragazzi, ma una osservazione che li veda, che li guardi veramente, cogliendone i segnali, sia positivi che di disagio, senza però trasformarli immediatamente in scoppi di ansia da parte dei genitori. Nel caso del fenomeno di cui stiamo parlando, per esempio, sarebbe stato importante destinare una certa quota di attenzione al ritiro dei ragazzi nelle loro stanze per periodi prolungati, oppure al fatto che uscivano di casa alle prime ore del mattino. Spesso il nucleo familiare tollera l’autoreclusione del ragazzo, agevolandolo implicitamente o esplicitamente nel suo rintanarsi nella sua stanza. In generale è importante adottare un atteggiamento empatico, di comprensione, mostrarsi supportivi nei momenti di difficoltà e anche consolarli se è necessario; stabilire sempre regole chiare, non troppo restrittive, da concordare in anticipo con i ragazzi e che prevedano sanzioni realmente applicabili; notare non solo i comportamenti disfunzionali ma anche quelli adattivi, rinforzandoli positivamente; favorire l’autonomia e l’affermazione di sentimenti e delle aspirazioni (nei limiti consentiti dall’età) da parte del figlio, anche se non sono in linea con quelle che si aspettano i genitori. La capacità educativa dei genitori sta proprio nel permettere l’attuazione di questa separazione del figlio dalle proprie figure e insieme nella capacità di offrire sostegno, comprensione e disponibilità comunicativa in questo momento difficile per il giovane”. Felicità e gioia di vivere. Questo è lo scopo di Pink Whale, un’iniziativa nata in Brasile come risposta al macabro gioco Blue Whale. La vita è un bene prezioso e va vissuta fino in fondo. “Sono troppo convinta che la vita sia bella anche quando è brutta, che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere: il regalo dei regali”. Oriana Fallaci.
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    Tante e diverseopportunità a chi intende passare 7 o più giorni nel nord della Sardegna, negli incantevoli scenari di Valledoria, Terme di Casteldoria e San Pietro a Mare. Di seguito le condizioni esclusive riservate agli aderenti alla convenzione Health Italia, per l’affitto di appartamenti: 10% di sconto per il periodo che va da Maggio a Settembre Soggiorno gratuito dal mese di Ottobre ad Aprile, con il solo vincolo del pagamento delle spese di pulizia finali (60€) Scegli il tuo alloggio su www.casainvestimento.it ITALIA casa investimento e health italia propongono La richiesta dovrà essere effettuata tramite l’invio di una mail a info@casainvestimento.it. La mail dovrà riportare le seguenti indicazioni: Oggetto: Convenzione Health Italia Allegato: Tesserino Health Italia Nome e Cognome Periodo e struttura scelte Numero di persone Spese non comprese nel soggiorno: Pulizie finali_60 € (obbligatorio con tutte le tariffe) Check-in o Check-Out fuori orario_20 € Set biancheria letto e bagno su richiesta (per persona)_20 € Telo mare su richiesta_5 € Animali domestici. Extra per pulizie_20 € Culla da campeggio e biancheria su richiesta_20 € Deposito cauzionale rimborsabile (da versare all’arrivo)_200 € www.casainvestimento.it info@casainvestimento.it
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    23 a cura di AlessiaElem Idrocolon terapia, una tecnica antica per il benessere dell’organismo Cattive abitudini alimentari, stress e ansia sono situazioni che possono mettere a repentaglio la salute del colon. Il colon è un organo cavo in sede addominale, che inizia a livello della valvola ileo-cecale - tratto terminale dell’intestino tenue - e termina con il retto ed il canale anale. La sua principale funzione è quella di assorbire acqua e elettroliti (sali) ed è anche il naturale terreno di coltura dei batteri, il cui scopo consiste nel neutralizzare, evitare e prevenire lo sviluppo di una sua condizione di tossicità. Quando nel colon si produce un eccesso di fermentazione e putrefazione, perché non lo si è tenuto il più possibile libero dalle feci e dagli scarti, i batteri patogeni proliferano e danno origine a disturbi. Cosa succede al nostro organismo quando il colon è intasato e irritato? Perde la sua funzionalità e le tossine che si depositano possono causare diverse patologie che interessano l’intero organismo. Per evitare dei rischi alla salute è importante mantenere pulito l’organismo e questo è possibile grazie anche all’Idrocolon terapia, un trattamento medico antico in grado di restituire una corretta funzionalità del colon senza nessun disagio, né dolore per il paziente. Quali sono i benefici dell’idrocolon terapia? E quando è consigliata? L’abbiamo chiesto alla dottoressa Alessandra Merendino, Tecnico di Neurofisiopatologia, specialista in Colon- Idro-Terapia presso Rome American Hospital, Centro Diagnostico Pigafetta e al Centro diagnostico Monteverde. (www.dottoressamerendino.eu) “I benefici sono numerosi - ha spiegato - ma il primo è l’immediata e piacevole sensazione di sgonfiore addominale e il benessere della schiena: l’apparato muscolo scheletrico è composto dall’insieme di ossa, articolazioni e muscoli, la loro azione sostiene l’organismo e ne permette movimenti, mentre il colon è il naturale terreno di coltura dei batteri, il cui scopo consiste nel neutralizzare, evitare e prevenire lo sviluppo di una condizione di tossicità dello stesso. Durante il trattamento eseguo una particolare manovra manuale, denominata ‘terapia muscolo – viscero – tensiva’, un massaggio mirato a ristabilire un’omeostasi generale del corpo. Grazie a questo massaggio mirato si ritrova armonia nella zona addominale, il piacere di avere una pancia sgonfia, libera da stress, ansia, stipsi, colite, acidità di stomaco, torcicollo, lombosciatalgia, dolori articolari e sottoscapolarigonalgia, tendiniti, insonnia, cefalea. L’idrocolon terapia elimina i parassiti (Escherichia coli, Tenia), le tossine, i vecchi fecalomi, migliora lo stato 23
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    24 della pelle edè anche un ottimo aiuto per chi vuole perdere peso. Questo strumento rappresenta quindi una soluzione semplice, non invasiva, che grazie alle moderne apparecchiature ha reso la terapia igienica, indolore e inodore garantendo la massima sicurezza ed efficacia terapeutica ed offrendo al paziente igiene e confort. È un perfetto connubio naturale di salute, benessere e bellezza”. Un intestino che non svolge in maniera corretta le proprie funzioni cosa può provocare? “Sono diverse le conseguenze che può provocare un mal funzionamento intestinale, vanno dall’alitosi, al reflusso gastroesofageo, al mal di schiena, acne, cefalea fino a colite, cistite, candida intestinale, e gonfiore addominale”. Per il trattamento è prevista una preparazione? “Sì, nei tre giorni precedenti al trattamento il colon necessita di una precisa preparazione per agevolare la fuori uscita dei residui fecali più duri che, se non ben espulsi, posso causare un’occlusione intestinale”. In che modo viene effettuato il trattamento? “In generale, l’idrocolon terapia è caratterizzata da tre fasi. La prima è quella diagnostica, in cui si verificano le condizioni del soggetto da trattare e le caratteristiche della sua patologia, comporta una accurata valutazione sia da un punto di vista della salute in generale, che in particolare, della funzione digestiva. Nella fase preparatoria invece si cerca di modificare la consistenza del contenuto intestinale, per rendere più agevole lo svuotamento del colon. Una preparazione accurata è estremamente utile per rendere la pratica meno disagevole per il paziente e più radicale nei suoi effetti e nelle sue risultanze terapeutiche. Infine, c’è il lavaggio che costituisce l’elemento centrale della terapia e che ha lo scopo di eliminare tutto il materiale fecale dal colon e le tossine”. In particolare ci può spiegare in che modo avviene? “Nel corso del primo incontro, presso tutti i centri dove esercito la mia professione, a tutti i pazienti viene fatta un’accurata anamnesi, con la compilazione di una scheda dettagliata con tutte le patologie inerenti il colon. Ad ognuno viene consegnato un kit monouso completo per l’esecuzione del trattamento, dopodiché il paziente si sdraia in modo confortevole sulla schiena. Viene introdotta una canula sterile (e monouso) nel retto, questa è fornita di due tubi, uno per l’entrata dell’acqua l’altro per asportare il materiale fecale e l’acqua usata. Il paziente per tutta la durata del trattamento, di circa un’ora, è in posizione supina. Se l’idrocolon terapia viene effettuata per preparazione alla colonscopia, al paziente viene eseguita una seduta di maggioredurata,etrattandosidiundoppioesame(idrocolon + colonscopia) il paziente avrà bisogno sia del lavaggio per pulire in profondità le pareti intestinali, che della preparazione standard, che va invece a sciogliere tutti i residui fecali più duri e più profondi nel colon”. È quindi anche un mezzo di preparazione per gli esami diagnostici del colon? “Sì, perché pulisce in profondità grazie al macchinario, regolato a seconda delle caratteristiche del paziente, dotato di un sistema idraulico composto da un’unica specola rettale dotata di due ingressi: uno per l’acqua pulita e l’altro per l’eliminazione di tutti i batteri e di tutte le vecchie scorie che risiedono nell’intestino. Questo particolare sistema dunque è molto utile come preparazione per tutti gli esami diagnostici del colon: colonscopie, rettoscopie, rx addome completo, ecografie addomo pelviche”. L’idrocolon terapia è uno strumento di prevenzione e cura per le patologie dell’apparato digerente? “Si, previene la formazione del cancro al colon ed è uno strumento d’aiuto per tutti i pazienti asmatici, allergici e coloro che soffrono di infiammazioni urinarie”. Quante sedute sono necessarie per una profonda riuscita della pulizia del colon? E con quale frequenza? “Per una pulizia efficace e duratura nel tempo, è necessario unciclominimodialmeno3sedute.Lesedutevannoeseguite ad una distanza di una settimana l’una dall’altra, tempo necessario alla flora intestinale di ricrearsi naturalmente”. È consigliabile ai pazienti affetti da quali patologie? “A tutti coloro che soffrono di stitichezza ostinata, colite, diverticoli, polipi, gonfiori addominali, allergie, celiachia, candida intestinale, intolleranze alimentari, occlusione intestinale.Èmoltoutileperchisisottoponeallachemioterapia, a pazienti con sclerosi multipla e autistici”. Quando invece è sconsigliata? “Nei casi in cui si hanno emorroidi sanguinanti, diverticoli e insufficienza renale, gravidanze, emorragie, aneurismi, tumore in atto del colon-retto. L’intestino è un organo fondamentale per il benessere del nostro organismo ed è quindi importante mantenere un colon pulito grazie ad una tecnica antica che oggi si avvale di una moderna tecnologia e di un sistema igienizzato e sicuro, in grado di non comportare troppi disagi per il paziente”.
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    La Selvotta Suiteè un’elegante Guest House nel cuore del Parco di Vejo, a pochi chilometri dallo storico comune di Formello ed a soli 17 Km a nord della città di Roma. La bellezza del bosco di querce e la vicinanza al Parco della Selvotta rendono questa location unica nel suo genere, offrendo un’oasi di pace per varie specie di animali la cui compagnia sorprenderà piacevolmente i propri ospiti. La camere, curate nei dettagli in forme e colori,dispongonotuttediserviziprivaticon doccia, asciugacapelli, TV, riscaldamento autonomo, aria condizionata, frigobar, cassaforte e Wi-Fi free. Su richiesta inoltre, è possibile usufruire del servizio lavanderia. www.laselvottasuite.it | info@laselvottasuite.it Via della Selvotta, 23 | 00060 | Formello (RM)
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    26 Farmaci, è emergenza: unitaliano su due rinuncia all’acquisto a cura di Mariachiara Manopulo Lo scorso 17 marzo, nell’ambito del congresso Farmacista più, è stata presentata l’indagine “Nuove povertà e bisogni sanitari”, realizzata da Doxa per il Banco Farmaceutico. I dati emersi sono a dir poco allarmanti, e rappresentano l’ennesima conferma di quanto la crisi stia pungendo le famiglie, mettendo a rischio anche il diritto alla salute. Quasi 1 italiano su 2 (45%) ha rinunciato nell’ultimo anno ad acquistare farmaci, in particolare quelli completamente a carico del cittadino. La ricerca, che si pone l’obiettivo di indagare e analizzare le difficoltà che incontrano i cittadini nell’accesso alle cure, evidenziando i profili più a rischio, dimostra che il tasso di rinuncia è più elevato tra le casalinghe e i pensionati: 52% quando vivono in famiglia, 53% quando vivono da soli. Sono a rischio i lavoratori precari (per loro la percentuale raggiunge il 41% se vivono in famiglia e il 40% se vivono da soli), ma anche chi ha un lavoro stabile: in questo caso, la percentuale è del 39% per chi vive in famiglia e il 46% tra chi vive solo. Quasi la metà degli intervistati (il 45%) ha dichiarato di avere in famiglia almeno un caso di patologia rilevante. E quanto più aumenta il numero delle malattie in concomitanza in famiglia, tanto più è difficile l’accesso ai farmaci. Nei nuclei famigliari in cui c’è almeno una patologia rilevante, la rinuncia all’acquisto di medicinali raggiunge quota 54%, mentre in quelli con due o tre malattie arriva al 57%. Nelle famiglie con quattro patologie o più, si rinuncia nel 64% dei casi. Ma i problemi non si fermano all’acquisto di farmaci. È allarme anche per quanto concerne le rinunce alle visite mediche o ai controlli: 1 italiano su 4 (il 26%) nell’ultimo anno ha rinunciato almeno ad una visita medica, in particolare a terapie di riabilitazione e visite odontoiatriche. 26
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    27 Le categorie piùa rischio sono sempre i lavoratori precari, le casalinghe e i pensionati, oltre ai genitori separati con figli a carico. Più di 1 famiglia su 2 dichiara di avere problemi economici per l’accesso alle visite specialistiche: le difficoltà più grosse si riscontrano nell’effettuare visite specialistiche a pagamento (32%), esami del sangue (31%), visite specialistiche ospedaliere con pagamento del ticket se previsto (28%), visite odontoiatriche (26%). Eppure, nonostante tutto, sono pochissime le persone che chiedono aiuto: solamente l’1% degli intervistati ha infatti ammesso di avere ricevuto un supporto da enti assistenziali è marginale. Ormai - e questo è evidente - la povertà sanitaria è una emergenza con la quale siamo costretti a fare i conti tutti i giorni, perché riguarda grandi fasce della popolazione. Per molti, il diritto alla salute è sempre più a rischio. La Fondazione Banco Farmaceutico Onlus è nata proprio per dare un supporto e rispondere al bisogno farmaceutico di tutte quelle persone per cui curarsi è ormai diventato un lusso. Per saperne di più, abbiamo fatto qualche domanda al presidente della Fondazione, il dott. Paolo Gradnik. I dati dell’ultima indagine Doxa sono molto preoccupanti: nell’ultimo anno 1 italiano su 2 ha rinunciato all’acquisto di un farmaco e molti rinunciano anche a controlli e visite mediche. Le famiglie, insomma, stanno “tirando la cinghia” sulla salute. Curarsi sta diventando davvero un lusso? I dati emersi sono effettivamente molto preoccupanti: il rinunciare ad assumere un farmaco di cui abbiamo bisogno, ad effettuare un controllo o una visita medica necessarie mettono a rischio la nostra salute e ci espongono a trovarci poi con problemi ancora più seri. Questo sta succedendo in Italia (ma è un dato che emerge un po’ in tutta Europa). Oggi il SSN copre poco più del 60% della spesa farmaceutica degli italiani, il resto il cittadino lo deve pagare di tasca propria e, se non ha i soldi per farlo nasce il problema. Come si può affrontare la situazione e quali sono i passi da portare avanti affinché la salute torni ad essere una priorità? Prima di tutto basta con le dichiarazioni di principio e confrontiamoci con la realtà: il SSN garantisce solo una parte della salute degli italiani e la situazione non cambierà in futuro, sarà già molto se questa parte non diminuirà ulteriormente nei prossimi anni. Perché curarsi adeguatamente non diventi davvero una possibilità per soli ricchi occorre da un lato che lo Stato aumenti le risorse a disposizione della farmaceutica territoriale e dall’altro che si incentivi l’assistenza che la rete di realtà caritatevoli presente nel nostro paese può dare a chi non ha i soldi per farsi carico del 40% che resta. Secondo l’indagine, nonostante tutti i problemi di accesso ai servizi sanitari, la percentuale di persone che dichiara di aver ricevuto supporto da enti assistenziali è veramente marginale. Ma quali possono essere i motivi? Questa, a mio modo di vedere, è la conseguenza di due fattori concomitanti. Il primo è che siamo di fronte alle “nuove povertà”, cittadini italiani che fino a poco tempo fa godevano di redditi sufficienti e si sono improvvisamente trovati (per varie cause) in condizioni disagiate: queste persone da un lato possono vivere con disagio l’idea di rivolgersi a strutture che hanno sempre considerato “per i poveri” e dall’altro sono probabilmente spaesati rispetto ad un sistema di assistenza dove tradizionalmente funziona molto il “passa parola”. Il secondo è che il sistema degli enti caritativi, seppur ricco di realtà fantastiche dal punto di vista umano, è molto parcellizzato e così spesso fa fatica ad essere visibile. Questo è un punto su cui occorre che il mondo non profit italiano rifletta a fondo. Il Banco Farmaceutico promuove ogni anno la Giornata di Raccolta del Farmaco, proprio per aiutare le persone che non possono permettersi di acquistare le medicine. Quali farmaci possono essere donati e a come funziona la distribuzione delle medicine raccolte? La GRF è dedicata alla raccolta dei farmaci che si acquistano senza ricetta medica, che per definizione non sono erogati dal SSN e pertanto sono proprio quelli a cui più facilmente le persone povere sono costrette a rinunciare. I farmaci raccolti in farmacia vengono messi a disposizione gratuitamente dell’ente di assistenza convenzionato più vicino alla farmacia stessa. Trasparenza e aiuto di prossimità. Quali sono i numeri della Giornata di Raccolta del Farmaco? Quanti farmaci si riescono a raccogliere, di media, ad ogni edizione? Lo scorso 11 febbraio abbiamo effettuato la raccolta in 3850 farmacie di tutta Italia, raccogliendo 375.239 farmaci per un controvalore superiore a 2.205.000€. Un risultato lusinghiero, in quanto è aumentata sia la raccolta totale che quella media per farmacia. L’ordine di grandezza si è consolidato negli ultimi anni e questo testimonia un gesto che non stanca ed una carità sempre viva.
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    28 Ci sono differenzeimportanti tra le varie regioni italiane? Le differenze derivano dal grado di copertura che l’iniziativa ha nelle varie provincie italiane e dal numero di farmacie che vi aderiscono, non certo dalla generosità dei cittadini che si rivela sempre eccezionale: in ogni parte d’Italia due persone su tre che entrano in farmacia durante la giornata di raccolta donano almeno un farmaco. Il primo grazie va sempre al cuore degli italiani. Quanto sono aumentate in questi anni le persone assistite dal Banco Farmaceutico? Quest’anno siamo riusciti ad assistere 578.000 persone, un aumento rispetto all’anno scorso di circa il 10%. È un numero significativo, impensabile 17 anni fa quando siamo partiti, ma moltissimo resta ancora da fare. Basti pensare che l’ISTAT ci dice che oggi in Italia ci sono oltre 5 milioni di famiglie in condizione di povertà assoluta. Queste famiglie hanno bisogno di curarsi adeguatamente e le loro condizioni economiche non glielo permettono. L’attività del Banco tuttavia non si esaurisce con la Giornata di Raccolta del Farmaco ma continua tutto l’anno, raccogliendo donazioni da tutta la filiera del farmaco. Questo ci permette di rispondere al bisogno con continuità, anche in caso di calamità o nei Paesi in via di sviluppo. Nel 2016 abbiamo distribuito gratuitamente un totale di circa 1,8 milioni di farmaci. Sono tantissimi i farmaci che vengono sprecati ogni anno, che restano inutilizzati nelle nostre case, fino a scadere, o che vengono gettati via. Banco Farmaceutico ha promosso proprio per questo il progetto “Recupero farmaci validi non scaduti”. Come funziona? È attivo in tutta Italia? Il fatto che nelle case, specie quelle delle persone anziane, vi siano farmaci perfettamente validi e non più utilizzati è un fenomeno fisiologico: basta pensare banalmente alla necessità frequente di cambio di terapia in presenza di patologie croniche. Recuperare questi farmaci e nel contempo assicurarsi che essi siano integri e perfettamente utilizzabili in condizioni di sicurezza non è una cosa semplice. Tuttavia, dato l’importante significato che questo gesto ha sia in termini di aiuto al bisogno che in termini di recupero di risorse preziose, Banco Farmaceutico già da alcuni anni ha avviato dei progetti pilota in varie città d’Italia, posizionando appositi bidoni nelle farmacie. L’auspicio è di poter estendere questo servizio ad un numero sufficiente di farmacie e località da poter rendere il gesto facile ed abituale a tutti i cittadini italiani. Occorrono però risorse, anche economiche. Da questo punto di vista vorrei vedere un ruolo più attivo delle varie amministrazioni comunali che, oltre a tutto, risparmierebbero i costi di smaltimento di questi farmaci “sprecati”. Banco Farmaceutico conta su tantissimi volontari. Come si può entrare a fare parte della vostra realtà? Sono oltre 14.000 i volontari che ogni anno dedicano qualche ora del loro tempo e tutto il loro entusiasmo alla riuscita della colletta farmaceutica. A questi vanno aggiunti i volontari, circa 400, che si dedicano con continuità all’opera di Banco Farmaceutico. La nostra è un’opera che si basa sul volontariato, per cui le persone di buona volontà che vogliono partecipare a questo gesto non bastano mai. Invito tutti a contattare le nostre sedi provinciali o direttamente la Fondazione a Milano: il tempo che vorranno dedicare a Banco Farmaceutico sarà prezioso per aiutare chi è meno fortunato di noi ma sono sicuro che sarà anche un’esperienza che renderà più ricca la vita. Come si può sostenere le vostre iniziative? InnanzituttoindicandolaFondazioneBancoFarmaceutico Onlus ed il suo codice fiscale 97503510154 nello spazio del 5x1000 della dichiarazione dei redditi: un gesto che non costa nulla ma che aiuta concretamente la nostra attività. Invito però tutti anche a scaricare l’app DoLine sul proprio telefonino, in questo modo si resterà sempre al corrente di tutte le campagne di aiuto concreto che Banco Farmaceutico lancia durante l’anno e si potrà partecipare attivamente, donando dei farmaci preziosi a sostegno di quelle stesse campagne.
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    Caritas della Parrocchiadi San Lorenzo Martire La Fondazione ha elaborato un sussidio sanitario che consente la copertura di spese per medicinali e spese mediche che il Servizio Sanitario nazionale non copre adeguatamente. In questo modo i costi medici sostenuti dalle famiglie sono alleggeriti e le stesse famiglie sono stimolate a curare e preservare la loro salute! museo del mutuo soccorso La Fondazione ha ereditato da MBA la collezione del Museo del Mutuo Soccorso; il museo, nato con la volontà di raccogliere significative testimonianze sulla storia del movimento mutualistico dal 1886 ad oggi, si prefigge da un lato di salvaguardare e rendere fruibile al pubblico i beni attualmente in dotazione e dall’altro di promuovere la conoscenza e la ricerca sul tema della Mutualità. La Fondazione Basis, costituita per iniziativa congiunta di Mutua MBA, Health Italia e Coopsalute, insieme di realtà impegnate nel sociale e operanti primariamente nel settore della Sanità Integrativa, si propone di svolgere le proprie attività nei settori dell’assistenza socio- sanitaria, nella promozione e nella gestione di servizi educativi, culturali, sportivi e ricreativi, nella istituzione di borse di studio ed iniziative volte a migliorare e gratificare l’esperienza didattica, avvalendosi di strutture ricettive e servizi di accoglienza per giovani e per studenti. Fondazione Basis | Via di Santa Cornelia, 9 | 00060 | Formello (RM) | www.fondazionebasis.org | info@fondazionebasis.org supportare favorire promuovere Un servizio dedicato alle realtà che costituiscono espressione della Società Civile! Tra le varie attività, la Fondazione Basis si è dedicata a:
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    30 Monitoraggio con Helixafe, ilprogramma di prevenzione primaria di Bioscience Genomics a cura di Nicoletta Mele Un semplice prelievo del sangue stabilisce se è in arrivo un tumore prima che si manifestino i sintomi. Individuare un tumore solido in fase precocissima da oggi è possibile grazie al brevetto Helixafe di Bioscience Genomics (http://www.bioinst.com), la piattaforma di genomica presente a San Marino, all’Università Tor Vergata di Roma, al San Raffaele Hospital di Milano e a Dubai, che permette, attraverso un esame non invasivo, ovvero un semplice prelievo di sangue di soli 10 cc, di stilare un profilo individuale di stabilità genetica mediante la ripetizione annuale della lettura delle mutazioni. Con questo programma si ottiene un tracciato che esprime il trend di stabilità dei 50 geni e delle relative 2800 mutazioni connesse ai tumori solidi. Il programma, inoltre, può anche essere mirato a geni e mutazioni correlati a specifici stili di vita e quindi a relativi fattori di rischio. L’origine del tumore è un’instabilità genetica. I tumori solidi sono il risultato di un insieme di mutazioni genetiche, dette anche somatiche, che sopraggiungono e si accumulano nel corso della vita, nelle cellule dell’individuo. Lemutazionisonoquindilaconseguenzadeidanniapportati al DNA da diversi fattori come fumo, inquinamento, alcool, farmaci, obesità, invecchiamento, ecc. Tali danni, in condizioni di normalità, vengono spontaneamente riparati dall’organismo, ma può accadere che l’organismo non riesca a riparare e quindi si assiste allo sviluppo di una neoplasia. La tendenza al progressivo accumulo di mutazioni, nel tempo, è espressione della condizione di “instabilità genetica” rispetto al gene a cui quella mutazione fa riferimento. Tale instabilità può essere considerata come la fase prodromica del cancro - tra la comparsa della prima mutazione e l’evoluzione finale della malattia potrebbero passare dai 10 fino ai 30 anni - perché, nonostante l’individuo sia sano e privo di sintomi, sta sviluppando il tumore. Con il programma Helixife è possibile tenere sotto controllo la salute attraverso la valutazione dei parametri oggettivi e non basandosi solo sullo studio della storia familiare. La ripetizione annuale del test consente il rilevamento del trend di stabilità della frequenza di mutazioni e/o la variazione allelica di quelle già esistenti, individuando così l’eventuale instabilità genetica che potrebbe portare all’insorgenza del cancro nel corso degli anni. L’individuazione precoce delle mutazioni che precedono lo sviluppo del cancro, può migliorare significativamente i tassi di sopravvivenza. I metodi diagnostici come la mammografia, la colonscopia, o la dermoscopia, individuano i tumori quando già si sono formate le masse cancerose, identificare invece le mutazioni che causano direttamente il cancro, permette quindi, non solo una maggiore precocità nella diagnosi, ma anche la scelta di terapie focalizzate nel capire la componente genetica della malattia, con maggiori probabilità di successo e minori invasività. Per saperne di più abbiamo intervistato il dott. Giuseppe Mucci, Amministratore Delegato di Bioscience Institute, la prima azienda al mondo che esegue nei suoi laboratori il programma di valutazione di stabilità genetica. Dott. Mucci, prevedere il cancro attraverso il monitoraggio delle mutazioni genetiche è una rivoluzionaria scoperta per la lotta alle neoplasie. Come si è arrivati a questo straordinario risultato? “L’Istituto di Bioscience è nato a San Marino nel 2006 e in collaborazione con le principali Università svolge l’attività di ricerca scientifica. Comprende la Medicina rigenerativa e la piattaforma Genomica. 30
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    31 di normalità vieneriparato dall’organismo, ma quando questo non avviene più si crea una mutazione, la somma nel tempo di queste mutazioni è espressione di instabilità genetica. Oltre alle mutazioni somatiche ci sono le mutazioni germinali, comunemente conosciute come ereditarie, cioè già presenti al momento della nascita, trasferite da uno od entrambi i genitori e tutte le cellule dell’organismo presenteranno in questo caso lo stesso difetto. La presenza di queste anomalie non porta necessariamente a sviluppare un tumore nel corso della vita, ma rappresenta una predisposizione genetica a sviluppare la malattia, che aumenta il rischio in misura variabile da una mutazione all’altra. Quando una mutazione è già presente alla nascita basta un minor numero di danni al DNA per innescare il processo di sviluppo del cancro. In questo caso, a seconda della predisposizione genetica del soggetto, si può procedere con un programma specifico oltre a quello Helixafe”. Helixafe ha una sensibilità di risultato vicina al 100%? “Si va dal 95% al 100% di sensibilità perché la lettura delle mutazioni genetiche avviene con l’isolamento del DNA libero circolante dal sangue periferico per poi sequenziarlo con tecnologie e protocolli sofisticati”. Il programma Helixafe interessa tutti i tumori solidi, ad eccezione di quelli al cervello e va ad individuare la stabilità dei 50 geni e delle circa 3000 mutazioni connesse ai tumori solidi. Il vostro programma prevede anche degli esami specifici correlati al tumore al polmone, alla mammella, all’ovaio e al colon. Può spiegare cosa prevedono Helixmoker, Helixgyn e Helixcolon? “Helixafe, come spiegato, fa una mappatura di tutti i 50 geni e quasi 3000 mutazioni correlate ai tumori solidi ed è indicato a persone che non appartengono a categorie a rischio. Ha una sensibilità del 95%. Helixmoker è indicato per fumatori e persone che vivono in ambienti inquinati. Interessa geni e mutazioni legati al tumore al polmone e ha una sensibilità del 100%. Helixgyn analizza geni e mutazioni legati al tumore ovaio e mammella ed è indicato a donne che fanno uso di cure a base ormonale. Ha una sensibilità del 99.9%. Helixcolon, invece è per individui che hanno predisposizioni Bioscience Genomics è uno spin off accademico partecipato dall’Università degli Studi di Roma Tor Vergata e da Bioscience Institute Spa. I laboratori di Bioscience Genomics, realizzati secondo gli standard di qualità più rigorosi, sono situati presso il Dipartimento di Biologia dell’Università Tor Vergata. Oggi siamo riusciti a creare un programma di monitoraggio delle mutazioni avvalendoci di tecnologie particolarmente avanzate. È possibile leggere dalla prima mutazione in avanti e questo consente di verificare, anno per anno, la frequenza e la quantità delle mutazioni. Se le mutazioni risultano essere sempre le stesse significa che c’è una stabilità genetica e si può stare tranquilli, in caso contrario invece si sta sviluppando un cancro. Con questo sistema quindi possiamo monitorare il nostro DNA ed intervenire ancor prima della diagnosi precoce. Nel programma Helixafe le mutazioni rilevate nel corso del tempo vengono analizzate mediante l’algoritmo KRI (Key Risk Indicator) di Bioscience Genomics, che valuta la tendenza di ciascuna (circa 3.000) rispetto agli standard di stabilità. Per i pazienti oncologici è possibile individuare terapie mirate senza gli effetti collaterali delle classiche terapie. Questo sistema offrirà quindi al medico la potenzialità diagnostica e terapeutica del paziente, dal follow-up al monitoraggio dell’efficacia della terapia oncologica e alle scelte terapeutiche successive. Provvederà, all’interno di trial clinici, a impattare sulla sopravvivenza globale del paziente riducendo le terapie inefficaci, e a migliorare o addirittura eliminare effetti iatrogeni”. Il programma di valutazione di stabilità genetica può essere eseguito da soggetti sani ed è anche uno strumento di screening ‘sentinella’ per le persone a rischio per familiarità, comorbidità e stili di vita? “Sì, Helixafe è il programma di prevenzione primaria che tutti i soggetti sani possono eseguire. Non è previsto un limite di età, vero è che più si va avanti negli anni e più il rischio di cancro può aumentare. Secondo le statistiche oggi l’età media in cui il paziente può ricevere una diagnosi di cancro è 66 anni, ma la malattia purtroppo può arrivare in qualsiasi momento. Nel corso della vita ognuno di noi è soggetto a mutazioni somatiche causate dagli ambienti esterni e gli stili di vita. Questo provoca un danno al DNA che in una condizione in evidenza
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    32 al tumore colon-rettoed ha una sensibilità del 99.9%. Un esempio: Helixmoker è il programma specifico per i fumatori i quali generano quotidianamente dei danni al DNA che l’organismo ripara. L’unica possibilità che si ha per ridurre il rischio di morire di cancro ai polmoni è quello di leggere ogni anno le mutazioni legate al tumore al polmone. Fin quando queste mutazioni sono stabili vuol dire che c’è una stabilità genetica e quindi la persona non ha generato nessun tipo di danno al DNA e paradossalmente il fumatore può continuare a fumare, ma nel momento in cui dovesse venire alla luce che le mutazioni cominciano ad aumentare di anno in anno, vuol dire che sta nascendo l’instabilità genetica. A questo punto è necessario indagare con una “lente” all’interno della singola mutazione per intervenire in maniera precoce. Si procede con la ricerca di tracce di DNA tumorale circolante attraverso la biopsia liquida (test SCED).” Perché fino ad oggi non è stato possibile sviluppare questo programma di prevenzione? Gli studi rispettano i parametri del rigore scientifico? “Non è stato possibile perché le tecnologie ed i protocolli in grado di fornire l’adeguata affidabilità del risultato sono recentissime. Gli studi rispettano i parametri del rigore scientifico nella tecnologia che abbiamo utilizzato”. Intervenire nel programma di prevenzione in anticipo rispetto alla diagnosi precoce ed accedere alle terapie personalizzate su base biomolecolare aumenta esponenzialmente le possibilità di guarigione e sopravvivenza. Il punto di forza è proprio quello di giocare in anticipo contro il male? “Esatto, conoscere le mutazioni, oggetto della instabilità genetica, non ha solo il vantaggio di intervenire nella fase antecedente alla diagnosi precoce, ma serve anche a fornire le informazioni genetiche indispensabili per trattare il cancro partendo dalla mutazione da cui ha avuto origine piuttosto che dal tessuto che ne è espressione”. Il test deve essere ripetuto una volta l’anno proprio per capire se nel tempo si sono verificate delle mutazioni. È possibile già dal primo esame avere un quadro clinico del paziente? “Sì perché si potrebbero evidenziare, fin dal primo test, dei valori alti di mutazione tali da far partire immediatamente un programma di diagnosi precoce. Dopo il prelievo, che il paziente può eseguire presso un laboratorio con noi convenzionato che gli verrà indicato chiamando al numero verde 800 690914, un medico genetista o un oncogenetista presente nel nostro network, dopo circa 3-4 settimane, rilascerà un referto e darà indicazioni su come proseguire il programma”. L’eventuale instabilità genetica rilevata da Helixafe, a carico di un determinato gene, indurrà lo specialista quindi 5 Mutazioni CELLULA MALIGNA Cromosomi CELLULA NORMALE 1 Mutazione 2 Mutazioni 4 Mutazioni3 Mutazioni SOLID CANCER EARLY DETECTION ® 3D SOLID CANCER EARLY DETECTION ® Geni selezionati 50 Mutazioni selezionate 2800 >99,9% 95%* >99,9% 98%* >0,50% >1% SI SI SI - - SI 50 ALK,BRAF,EGFR, ERBB2, KRAS, MAP2K1, MET, NRAS, PIK3CA, ROS1, TP53 AKT1, EGFR, ERBB2, ERBB3, ESR1, FBXW7, KRAS, PIK3CA, SF3B1, TP53 AKT1, BRAF, CTNNB1, EGFR, ERBB2, FBXW7, GNAS, KRAS, MAP2K1, NRAS, PIK3CA, SMAD4, TP53, and APC 2800 169 Hotspot 245 Hotspot157 Hotspot 95%* 100% >99,9%>99,9% 98%* 98% >99,9%>99,9% >1% >0,50% >0,50%>0,50% SI SI SI SI SI SI SI SI - - -- SI SI SISI SI SI PERFORMANCE Geni Mutazioni Sensibilità Specificità Frequenze Alleliche % CTCs ctDNA DNA Germinale NGS MonitoraggioDiagnosi precoceValutazione del rischio MODELLO DI PREVENZIONE PRIMARIA NEGATIVO INSTABILE POSITIVO NEGATIVO NEGATIVO STABILESTABILE STABILE STABILE STABILE STABILE monitoraggio della terapia diagnosi precoce valutazione del rischio
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    33 alla mutazione equesto è un fattore importante perché i tumori provocano cambiamenti genetici, nel corso e in conseguenza della terapia, che causano la diffusione del cancro e che non necessariamente avvengono in tutti i pazienti che presentano lo stesso tipo di cancro”. Quanto costa sottoporsi al programma Helixafe? “Il costo è di circa 700 euro che confrontato al costo di una mammografia o di una colonscopia, esami che evidenziano un tumore quando è già formato, risulta particolarmente sostenibile in considerazione dello svariato numero di tumori che indaga e della precocità con cui li evidenzia”. Il monitoraggio nel tempo della nostra salute passa attraverso un programma di prevenzione primaria. L’individuazione precoce delle mutazioni che precedono lo sviluppo del cancro, può migliorare significativamente i tassi di sopravvivenza perché non solo si ha una diagnosi precocissima, ma nel caso in cui si è in presenza di una neoplasia si può capire la componente genetica della malattiaedintervenireconterapiemirate.Fareprevenzione è importante soprattutto nella fase prodromica del cancro perché consente di affrontare e sconfiggere il “nemico” sul nascere. Il programma Helixafe è quindi uno strumento rivoluzionario che la ricerca e la tecnologia avanzata oggi hanno messo in campo proprio per la lotta alle neoplasie nella fase che precede la manifestazione clinica della malattia. L’assenza di sintomi non vuol dire che non si stia sviluppando il tumore, per questo motivo occorre agire in anticipo. Una delle frasi celebri della scrittrice e intellettuale statunitense Susan Sontag è “Il cancro: la malattia che non bussa prima di entrare”, ecco, non permettiamogli di entrare, apriamo la porta alla prevenzione ancor prima che il cancro possa solo pensare di essere un ospite… indesiderato. a rilasciare il referto e consigliare un programma di diagnosi precoce che ha come obiettivo la ricerca di tracce di DNA tumorale circolante con il test SCED - o biopsia liquida - che svolge un’accuratissima analisi dei geni e delle mutazioni che determinano l’instabilità rilevata. “SCED è un percorso di diagnosi precoce - ha spiegato Mucci - usato quando Helixafe, che analizza il DNA libero circolante, ha rilevato un’instabilità genetica e si ricerca un approfondimento mirato. SCED coinvolge diverse figure specialistiche, quali genetisti, patologi biomolecolari o oncologi, in funzione delle informazioni contenute nel referto. Faccio un esempio: quando si fa la prevenzione per il melanoma, il dermatologo esegue una mappatura di tutti i nevi e poi avvia un monitoraggio periodico di quelli sospetti, che dura tutta la vita. Col monitoraggio il dermatologo verifica se nel tempo il nevo abbia subito variazioni morfologiche che possano indurre a una diagnosi di melanoma. Con Helixafe la mappatura viene fatta ai geni, protagonisti dei tumori solidi, che vengono sottoposti al monitoraggio delle frequenze di mutazione al fine di verificare che le stesse non esprimano, nel tempo, la tendenza ad aumentare. Il percorso Helixafe, quindi, non conduce ad un referto positivo o negativo, bensì alla valutazione della individuale stabilità genetica del soggetto, sulla quale viene impostato il programma di monitoraggio. Abbiamo anche realizzato l’esame SCED 3D che rappresenta l’approccio ideale proprio per il monitoraggio alla cura perché incrocia i dati ottenuti dall’analisi delle cellule tumorali Circolanti (CTC), del DNA tumorale circolante e del DNA germinale”. SCED è uno strumento di screening precoce “sentinella” che non si sostituisce alla biopsia tradizionale, ma ha dei vantaggi. Quali? “A differenza della biopsia dei tessuti malati, la biopsia liquida, tramite Helixafe e SCED, è un esame non invasivo, un prelievo di sangue e può essere ripetuto un illimitato numero di volte.” Medicina di precisione: il programma di monitoraggio viene utilizzato anche per scopi terapeutici e permettere così al paziente a cui è stato diagnosticato il cancro di seguire una terapia mirata? “Sì, la medicina di precisione cambia l’approccio tradizionale perché permette al medico di selezionare i trattamenti che hanno maggiore efficacia, basandosi sulla conoscenza genetica della patologia. I pazienti affetti da tumore ricevono la terapia in base alla mutazione che l’ha generato, a prescindere dal tessuto coinvolto e non viene quindi somministrata la stessa terapia di chi ha lo stesso tipo di tumore allo stesso stadio. La cura è mirata
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    34 Siamo una dellepiù grandi realtà nel panorama della Sanità Integrativa e lo dobbiamo al lavoro, alla passione e alla professionalità che mettiamo in ogni sfida che dobbiamo affrontare. Siamo impegnati nella ricerca costante di nuovi traguardi da raggiungere, forti di un credo che vede la Salute e il Benessere della persona al centro di ogni nostra attività, diritti fondamentali da tutelare e promuovere. In questi anni abbiamo formato professionisti della Salute, sposando i principi di una Società moderna e collaborativa in cui tutti possano contribuire alla costruzione di un sistema socio-assistenziale solido, orientato sulla Cura Totale della persona. Insieme abbiamo creato una rete efficiente e ben organizzata sul territorio credendo nei nostri progetti, ma soprattutto nelle persone che ci hanno dimostrato, nel tempo, dedizione e disponibilità a formarsi. Persone che, ogni giorno, ci consentono di scrutare l’orizzonte con serenità e voglia di fare e alle quali vorremmo dire il nostro grazie. ITALIA “La salute è la più grande forza di un popolo civile”
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    35 a cura di AntoninaMarotta Il diritto alla salute costituisce uno dei diritti fondamentali di ciascun essere umano, qualunque sia la sua razza, la sua religione, le sue opinioni politiche, la sua condizione economica e sociale; è un diritto che riconosce la dignità della persona, che deve essere salvaguardato anche attraverso l’azione dei pubblici poteri. La salute è un bene prezioso per la persona e la collettività, da promuovere, conservare e tutelare, dedicando mezzi, risorse ed energie necessarie al fine di mettere tutti nelle condizioni di poterne fruire in eguale misura e tutelare i soggetti deboli e marginali. Ma quanto l’obiettivo del diritto alla salute per tutti sia sfocato e lontano, in primo luogo per motivi sociali, economici e politici, è sotto gli occhi di tutti. Molte popolazioni del mondo non hanno accesso alle risorse necessarie per soddisfare i bisogni fondamentali, in modo particolare per quanto riguarda la salute. Nonostante negli ultimi decenni siano stati compiuti importanti progressi in materia di tutela dei diritti, anche per quanto riguarda i minori, di fatto in molti Paesi del mondo i diritti già acquisiti sulla carta non vengono rispettati, vengono ignorati gli accordi sottoscritti e milioni di bambini vengono privati sia dei loro diritti specifici, sia di quelli che appartengono a ogni essere umano. Una bambina venuta alla luce oggi può sperare di vivere più di 80 anni se nata in alcune parti del mondo, ma meno di 45 anni se nata in altre. All’interno dei diversi Paesi ci sono drammatiche differenze nella salute che sono strettamente legate al grado di svantaggio sociale. Il diritto di accesso alla sanità è ancora negato a gran parte delle popolazioni nelle “periferie del mondo”. La salute e il benessere dei bambini, sanciti dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del 1989 (artt. n. 6, 24 e 27), fanno riferimento a molteplici aspetti, fisici, psicologici, sociali, economici e ciò che determina principalmente la differenza nell’assicurare tale diritti sono la povertà, l’isolamento sociale e le discriminazioni persistenti non solo nei paesi poveri (Africa sub-sahariana e Asia meridionale), dove spesso intervengono anche conflitti, crisi, carestie, scarsità d’acqua e politiche che ignorano sistematicamente i bambini e le loro famiglie, ma anche nell’area dei paesi dell’Unione Europea e dell’OCSE, cosiddetti “paesi ricchi”. Si conta che un miliardo di persone non ricevono le cure sanitarie di cui avrebbero bisogno né hanno accesso alle medicine di base, e milioni di bambini continuano a vivere – e a morire – in condizioni inaccettabili. Nel 2015, in base alle stime, 5,9 milioni di bambini sono morti prima di compiere i cinque anni, soprattutto per malattie prevenibili e curabili in modo rapido e non troppo costoso. Un bambino può vivere appieno i propri diritti se la sua famiglia accede a sistemi di sicurezza sociale che garantiscano l’ambiente famigliare. Situazioni di svantaggio economico, negazione delle opportunità e difficoltà sociali vissute nei primi anni di vita incidono sul benessere e sulla salute di ogni persona. Curare gli aspetti della salute, dello sviluppo fisico, sociale, emotivo e cognitivo nei primi anni di vita influenza lo stato di salute, la partecipazione e il contributo culturale ed economico alla società nell’età adulta. Un investimento in questo senso è possibile se la famiglia è inserita in un contesto politico che la sostiene. A livello globale i Paesi che investono sull’infanzia e sulle famiglie godono del migliore stato di benessere e hanno i livelli più bassi di diseguaglianza nel campo della salute. Il diritto alla salute dei bambini nell’ambito dell’ospedalizzazione non è stato tradotto giuridicamente dalla Convenzione Internazionale sui Diritti per l’Infanzia; la prima Carta Europea dei bambini in ospedale fu redatta da 12 associazioni europee nel 1988 a Leida, la carta di Each. In Italia bisogna arrivare al 2013, quando un gruppo di lavoro multidisciplinare, al quale hanno aderito un insieme di istituzioni, enti e associazioni che operano nel campo dei diritti dei minori e della sanità pediatrica, ha presentato al ministero della Salute un documento, il “Codice del Diritto del Minore alla Salute e ai Servizi Sanitari”, che rappresenta un notevole passo avanti verso la garanzia dei diritti dei minorenni in campo pediatrico sanitario. Il Codice, composto da 22 articoli, ha lo scopo di assicurare l’assistenza sanitaria e la cura dei minori nel pieno rispetto delle loro esigenze globali, individuandone le problematiche e sostenendoli nella gestione della malattia. Il Codice è un passo avanti significativo, perché definisce i diritti irrinunciabili di salute per tutti i piccoli degenti e mette insieme per la prima volta in un documento condiviso la duplice esigenza di disporre di un’assistenza tecnologicamente avanzata in tutti i presidi dedicati all’infanzia, ospedali e territorio, al pari di una concreta umanizzazione e dell’ascolto necessario al paziente e ai familiari. Ma l’obiettivo più ambizioso del Codice è la diffusione della cultura del Diritto del minore alla Salute nella società, partendo dal presupposto che il “superiore interesse del minore” debba essere il criterio determinante in ogni questione che lo riguardi e debba quindi essere applicato non solo in ambito sanitario, ma anche sociale, amministrativo, politico, economico, legale, ambientale, all’istruzione, ai media. La salute è il bene più prezioso di cui l’umanità possa disporre e lo è ancora di più se riferito ai bambini che sono proprio il futuro dell’umanità; ecco perché è fondamentale tutelare, diffondere, preservare questo diritto fondamentale. I diritti dei minori: quale diritto alla salute per i bambini?
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    36 I 7 consiglimeno conosciuti per alleviare il dolore al collo a cura di Christian Tonanzi Per molte persone che soffrono di dolore alla cervicale rivolgersi ad uno specialista o assumere farmaci non sempre è sufficiente per risolvere il problema. Sono fattori legati al nostro stile di vita e alle nostre abitudini quotidiane che contribuiscono a mantenere vivo il dolore e impediscono la piena guarigione! In questo articolo spiego alcune piccole accortezze da adottare sin da subito per ridurre, se non eliminare completamente, i fattori che hanno contribuito all’insorgere del problema. 1. Mantenersi idratato I dischi intervertebrali hanno bisogno di acqua per mantenere integra la propria altezza e ridurre la pressione sulla colonna vertebrale. Ogni disco è composto infatti alla nascita per l’80% di acqua per poi progressivamente disidratarsi man mano che cresciamo e cominciamo ad invecchiare. Bere molta acqua aiuta a prevenire una eccessiva disidratazione dei dischi intervertebrali e ridurre dunque il dolore al collo. 2. Fare attenzione a come si utilizza il telefono Il telefono cellulare contribuisce in maniera significativa ad aumentare i disturbi alla cervicale: parlare al telefono tenendo il cellulare tra la spalla e l’orecchio, o tenere la testa piegata in avanti per scrivere e leggere messaggi contribuisce ad applicare ulteriore stress sulla colonna cervicale e far aumentare il dolore. Per evitare il dolore si possono adottare queste piccole accortezze: - Usare l’auricolare per effettuare chiamate - Quando si scrivono messaggi o si naviga su internet tenere il telefono in alto davanti agli occhi per diminuire l’angolo che il collo deve fare - Fare piccole e frequenti pause per rilassare i muscoli del collo 3. Andare in piscina Gli effetti terapeutici della piscina sulla cervicale sono numerosi specialmente quando si tratta di ridurre l’infiammazione e rilassare le tensioni muscolari. Ecco alcuni consigli utili:
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    Direzione operativa ed organizzazione Back Office Consulenzamirata per costituzione o restyling societario Assistenza soci dedicata ad hoc con numero verde e personale dedicato Health Service Provider con 1560 strutture sanitarie sul territorio Marketing e strategie di comunicazione ai soci Organizzazione di convegni nazionali di settore Formazione personale interno ed incaricati al contatto con i soci Social Media Strategist per una comunicazione al passo con i tempi Consulenza per compliance e policy interna Consulenza giuridica e fiscale Operation per la gestione dei regolamenti applicativi Assistenza, realizzazione piattaforme, siti web ed aree intranet Dati, studi e ricerche sul mondo della Sanità Integrativa Ansi, Associazione Nazionale Sanità Integrativa, nasce dalla volontà di alcuni primari fondi sanitari di creare non solo un’associazione di categoria “indipendente”,maancheuninterlocutorequalificato che si renda portavoce attivo tra Istituzioni, Sistema Sanitario Nazionale e Fondi Sanitari Integrativi. ANSI vuole diventare il soggetto capace di tutelare, aggregare e sostenere le diverse forme mutualistiche operanti in Italia, che garantiscono la salute di circa ¼ della popolazione italiana. “Auspichiamoilbenessereelasalutepertuttii cittadini,comedirittofondamentaledell’uomo epatrimoniosocialedellacollettività” www.sanitaintegrativa.org segreteria@sanitaintegrativa.com - Camminare in vasca rimanendo con il corpo immerso fino al mento - Sempre con l’acqua fino al mento muovere la testa in alto e in basso, a destra e sinistra - Adottare uno stile di nuoto che non comporti molti movimenti con il collo e la testa. Nuotare a dorso potrebbe essere una soluzione o in alternativa, si può parlarne con l’istruttore di nuoto che di certo saprà consigliare nel migliore dei modi in base alla situazione. Se ci si trova nella fase acuta e a causa del dolore troppo intenso il nuoto risulta difficoltoso, una buona alternativa potrebbero essere le terme! 4. Consultare un Osteopata Quando si ha dolore alla cervicale è tipico pensare all’Osteopata come quello ti “scrocchia” il collo e il dolore sparisce all’istante! Se in parte questo è vero, un bravo Osteopata in questi casi è in grado di fare anche molto altro: - Identificare la causa del dolore - Dare consigli su come evitare di farsi male nuovamente - Insegnare esercizi specifici per rinforzare i muscoli del collo e migliorare la postura 5. Considerare l’agopuntura Quando si soffre di tensioni muscolari, soprattutto nella zona delle spalle e del collo, l’agopuntura può risultare molto efficace: l’inserimento di piccoli aghi all’interno dei muscoli in tensione rilassa immediatamente le contratture dando un beneficio quasi immediato. Attenzione!!! Qualora si decidesse per questo tipo di trattamento è molto importante affidarsi ad un professionista altamente formato, in quanto l’efficacia di questa metodologia dipende molto dalla bravura di chi la pratica. 6. Scegliere la sedia giusta Mantenere una buona postura quando si è seduti è una delle migliori strategie per tenere sotto controllo la cervicale. Una sedia ergonomica con poggiatesta può aiutare a mantenere la testa in posizione neutra ed evitare di affaticare i muscoli del collo e delle spalle. Fare attenzione anche alla postura che si adotta in macchina, regolando il poggiatesta del sedile in modo tale da avere il collo nella giusta posizione. 7. Aumentare l’assunzione di Magnesio Per tutte le problematiche legate al dolore al collo può aiutare anche una corretta assunzione di di magnesio, che regola la contrazione dei muscoli, e può risultare molto efficace nel ridurre tensioni e dolori ai muscoli del collo. Il magnesio si trova nelle verdure a foglia verde, nei legumi come fagioli e piselli, nei germogli di soia, nei cereali e nelle farine integrali.
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    Coopsalute il primo networkitaliano in forma cooperativa al servizio della salute e del benessere PuntodiincontrotralaDomandael’Offertadiprestazionineisettoridell’Assistenza SanitariaIntegrativa,deiserviziSocioAssistenzialieSocioSanitari,grazieaFamilydea si rivolge anche al comparto del Welfare e dei servizi ai privati! Coopsalute - Società Cooperativa per Azioni Via di Santa Cornelia, 9 - 00060 - Formello (RM) - Italia | www.coopsalute.org | Facebook: Coopsalute Per i servizi sanitari e socio assistenziali, anche domiciliari: 800.511.311 Per le Strutture del Network o a coloro che intendano candidarsi al convenzionamento: Ufficio Convenzioni: 06.9019801 (Tasto 2) e-mail: network@coopsalute.com www.familydea.it
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    39 a cura di AlessiaElem L’incontinenza fecale nei bambini è un argomento poco trattato, ma che merita attenzione per capire come assicurare ai piccoli una buona salute intestinale e un rapporto sereno con il loro corpo. I bambini molto piccoli non sono in grado di controllare gli sfinteri, ma grazie ad un graduale insegnamento, tra i 18 mesi e i 3 anni, riescono ad essere autonomi ed eliminare il pannolino. Qualche volta però accade che non si raggiunge una completa autonomia e si manifestano così episodi di incontinenza fecale. A cosa è dovuto questo problema e quali sono i rimedi? Lo abbiamo chiesto al Dott. Alessio Pini Prato, Direttore della Struttura Complessa di Chirurgia Pediatrica dell’Azienda Ospedaliera Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo di Alessandria, struttura di eccellenza dove si sta lavorando per un vero e proprio protocollo integrato multidisciplinare. Quali sono le cause dell’incontinenza fecale e come diagnosticarla? “Per incontinenza fecale si intende incapacità di controllo sfinterico in un/a bambino/a che, per definizione, abbia compiuto i 4 anni di vita. Tale disturbo può essere definito primario (se il/la piccolo/a non ha mai acquisito la continenza) o secondario (se questi invece ha acquisito la continenza e poi qualche evento è intervento, interferendo con una situazione di equilibrio). Per incontinenza si intende solitamente una situazione di totale assenza del controllo sfinterico. Più di frequente ci troviamo di fronte alla cosiddetta encopresi, che indica la tendenza del soggetto a perdere piccole quantità di feci, che comunque rendono il disturbo socialmente ‘sgradevole’. Le cause sono molteplici e si distinguono sostanzialmente in organiche e funzionali. Fra le prime includiamo malformazioni e/o disturbi a carico del sistema nervoso centrale e/o periferico, malformazioni anorettali, traumi, esiti chirurgici ed altre affezioni meno frequenti a carico del retto e delle strutture perirettali. Fra le seconde invece includiamo la cosiddetta encopresi ritentiva e l’encopresi idiopatica, entrambe sostanzialmente espressione della perdita di coordinazione del complesso meccanismo della continenza, effetto di eccessivo ristagno fecale (encopresi o incontinenza da ‘troppo pieno’) o di erronee dinamiche comportamentali ed abitudini intestinali. L’applicazione di un algoritmo diagnostico che comprende adeguate anamnesi familiari e personali (interviste indaganti la presenza di anomalie congenite o malformazioni nei familiari di primo e secondo grado e nel soggetto in questione) ed un approfondito esame obiettivo generale (addome, genitali esterni, colonna vertebrale dorsale e lombosacrale, riflessi, anatomia perineale e posizione e conformazione di ano e complesso sfinterico) consente solitamente di identificare i segnali di allarme che rappresentano indicazione ad eseguire approfondimenti diagnostici di I e II livello. Nella mia esperienza, su oltre 1800 pazienti pediatrici con disturbi della continenza fecale (dalla stipsi all’incontinenza), l’applicazione di tale ferreo algoritmo ci ha permesso di non perdere mai diagnosi organiche e di intercettare sempre (almeno fino ad oggi) le cause non funzionali del disturbo”. Anche difetti congeniti possono essere una delle cause? “Anomalie malformative congenite del midollo spinale (spina bifida e regressione caudale), malformazioni anorettali e stenosi anali possono essere causa di incontinenza su base organica. Anche malattie metaboliche quali ipotiroidismo e celiachia, in grado di determinare stipsi organica, possono secondariamente condurre ad encopresi o incontinenza da ‘troppo pieno’. Queste ultime passando però necessariamente da una fase di stipsi ostinata cronica”. In che modo avviene la riabilitazione del pavimento pelvico nel bambino con dissinergia dell’evacuazione? “Qualora l’incontinenza o l’encopresi siano attribuibili unicamente a dissinergie dell’evacuazione (perdita delle normali coordinazioni e dinamiche, non riconoscimento della sensazione di impellenza Incontinenza fecale in età pediatrica. L’intervista al prof. Alessio Pini Prato 39
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    40 all’evacuazione, stipsi cronicascompensata), vi è la possibilità di agire applicando alcune banali misure riabilitative, che prevedono corretti regimi dietetici e misure comportamentali con evacuazioni ‘a comando’ dopo i pasti. Tale riabilitazione di base può essere successivamente implementata applicando gli stessi concetti utilizzati per la riabilitazione dell’incontinenza secondaria a problematiche chirurgiche”. E invece con problematiche di continenza post- chirurgiche? “L’incontinenza e l’encopresi post-chirurgica rappresentano una delle problematiche più complesse e coinvolgono un elevato numero di soggetti in età pediatrica e non. Nell’ambito dei centri di chirurgia colorettale dell’adulto esistono già da molti anni ambulatori o servizi di riabilitazione del pavimento pelvico, specificamente rivolti alla riabilitazione della continenza fecale. Analogamente non si può dire per l’ambito pediatrico, che fino ad oggi si è limitato all’applicazione di misure riabilitative di “base”, consistenti nelle misure dietetiche e comportamentali descritte prima e nell’applicazione del biofeedback elettromanometrico. Quest’ultima procedura riabilitativa consiste nell’allenamento del complesso sfinterico previo utilizzo di misure di feedback visivo, che consentono al paziente di riconoscere e dirigere la contrazione sfinterica. Uno dei limiti di questa tecnologia riabilitativa consiste nella bassa persistenza dei risultati che riesce a fornire. In poche parole, entro 6 mesi dalla sospensione del biofeedback, si osserva spesso una regressione dei sintomi a quelli presenti prima dell’inizio del trattamento. Tale regressione può avere esiti “nefasti” sul piccolo paziente che può percepire un’evidente frustrazione nel vedere vanificato il considerevole sforzo e le aspettative ad esso connesse. L’applicazione di misure riabilitative più complesse ed integrate è essenziale per il trattamento dei pazienti affetti da incontinenza o encopresi post-chirurgica, proprio in considerazione della non reversibilità delle lesioni o alterazioni alla base del disturbo”.
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    41 Stando ai dati,il 5% delle visite ambulatoriali pediatriche affrontano il problema stipsi ed un 10% dei bambini con stipsi hanno dissinergie. Circa 300-400 bambini ricevono ogni anno chirurgia a rischio di ledere il meccanismo sfinterico in età pediatrica. La somma di questi due gruppi di pazienti ammonta a circa 1000-1500 pazienti con dissinergia del pavimento pelvico da trattare e non trattati o trattati in modo inadeguato o insufficiente in Italia. Dott. Pini Prato, cosa ne pensa? “Condivido le considerazioni epidemiologiche ed aspiro alla diffusione dei centri riabilitativi pediatrici su tutto il territorio nazionale. La durata media di un ciclo completo di riabilitazione si aggira infatti attorno ai 7-15 gg, a seconda di età e collaborazione del paziente, e rappresenta un grosso limite alla partecipazione delle famiglie provenienti da zone lontane da quelle in cui tali protocolli sono in uso. La diffusione di efficaci centri di riabilitazione consentirebbe a tutte le famiglie un accesso a tale imprescindibile misura terapeutica. Ad oggi, le famiglie che vogliono partecipare alla riabilitazione devono infatti investire dei piccoli patrimoni per vitto, alloggio e spostamento da e per i centri di riferimento”. Presso il centro di Alessandria state sviluppando un protocollo integrato multidisciplinare, può spiegare in cosa consiste? “La riabilitazione del complesso sfinterico è parte integrante del progetto riabilitativo che sta prendendo corpo presso l’Ospedale Infantile di Alessandria, nel contesto della Azienda Ospedaliera di Rilevanza Nazionale Santi Antonio e Biagio e Cesare Arrigo. Tale progetto riabilitativo, sempre preceduto da una valutazione psicologica di eleggibilità del singolo paziente (aspettative, compliance, strutturazione mentale adeguata, etc), ha l’obiettivo di migliorare la comprensione e l’acquisizione della piena consapevolezza del proprio corpo (spiegazione delle basi anatomiche e funzionali con utilizzo di materiale didattico, disegni, brochure), di ottimizzare la coordinazione fra respirazione, ponzamento e contrazione del complesso sfinterico, ed infine di potenziare la forza e l’efficacia contrattile del pavimento pelvico. Il progetto che stiamo implementando presso l’Ospedale Infantile di Alessandria altro non è che un’evoluzione di quanto introdotto circa 2 anni fa presso l’Istituto Giannina Gaslini e che ha riscosso grande successo, pur con i limiti di regressione descritti in precedenza. L’analisi di eleggibilità di ogni singolo paziente e la ripetizione di brevi cicli di ‘retraining’ hanno lo scopo di ottimizzare il risultato funzionale sia in termini di entità che di durata e persistenza dei risultati”. Che fare per assicurare al bambino una buona salute intestinale e un rapporto sereno con il suo corpo? Quali sono i suoi consigli? “L’argomento ‘cacca’ dovrebbe essere vissuto in famiglia come un evento normale, fisiologico, né bello né brutto ma necessario e funzionale al benessere psicofisico dell’individuo. Il caricare di accezioni negative la ‘cacca’ (‘... questa cosa è cacca...’ o messaggi simili utilizzati solitamente per disincentivare i nostri figli) può avere effetti negativi e servire da trigger per l’insorgenza di disturbi della continenza (stipsi o incontinenza/ encopresi), che vedono spesso in un evento esterno turbativo la loro genesi. Un’infiammazione anale, una ragade, i vermi o altri eventi che generino dolore durante l’evacuazione possono infatti trovare terreno fertile in determinate condizioni e generare un condizionamento negativo, con conseguente atteggiamento ritenzionista, in un circolo vizioso auto- amplificante in grado di portare a gradi severi di stipsi, fino allo scompenso con encopresi paradossa o da ‘troppo pieno’. Anche eventi psicologicamente turbanti come la nascita di un fratellino/sorellina o le separazioni dei genitori possono svolgere un analogo effetto che scatena il ritenzionismo e getta le basi per tali disturbi. Dal momento che non è possibile eliminare determinati eventi, parafisiologici e normali nel corso della vita di tutti i bambini, l’importante è rimanere ben vigili, monitorare il comportamento intestinale dei nostri figli e ricorrere al parere dello specialista in caso di anomalie comportamentali quali quelle descritte sopra. La diagnosi precoce ed un trattamento adeguato possono spesso risolvere in breve tempo problematiche che altrimenti tendono a strutturarsi fino a richiedere misure terapeutiche molto più prolungate e stressanti”.
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    L’allestimento museale èstato progettato per offrire al visitatore un quadro completo ed esaustivo sulla storia delle società di mutuo soccorso. Il percorso si apre con dei pannelli informativi che raccontano, in una sequenza cronologica, il fenomeno del mutualismo e continua con delle grandi teche espositive in cui è racchiusa una notevole varietà di materiale documentario, nonché un ragguardevole insieme di medaglie, spille, distintivi ed alcuni cimeli di notevole rarità, riconducibilli ad oltre duecentro tra enti e società di mutuo soccorso, con sedi in Italia e all’estero. All’interno del museo è presente uno spazio multifunzionale nel quale coesistono un archivio storico, una biblioteca e un centro studi. Inoltre, è stato riservato uno spazio per ospitare ogni forma d’arte: mostre, concerti di musica e rappresentazioni teatrali. Previa prenotazione, ogni artista potrà esporre o esibirsi gratuitamente all’interno dello spazio dedicato. Il Museo del Mutuo Soccorso, nato dalla volontà di valorizzare la storia delle società di mutuo soccorso, si prefigge di salvaguardare e rendere fruibile al pubblico i beni attualmente in dotazione e di promuovere la conoscenza e la ricerca sul tema della mutualità. Visitando il museo si ha la possibilità di conoscere da vicino le società di mutuo soccorso, le loro tradizioni e l’importanza sociale che hanno ricoperto nelle varie vicende storiche del nostro Paese. La struttura accoglie i visitatori anche con visite guidate e per le scuole sono pensati percorsi e laboratori didattici tematici. Sono, inoltre, previste aperture straordinarie nelle quali sarà possibile visitare le mostre in corso, assistere agli spettacoli e partecipare ad eventi e attività didattiche Apertura: Dal lunedì al venerdì previa prenotazione 11.00 - 13.00 | 15.00 - 18.00 Ultimo ingresso 17.30 (ingresso libero) Info e prenotazioni: +39 337 1590905 info@fondazionebasis.org www.museomutuosoccorso.it Indirizzo: Palasalute via di Santa Cornelia, 9 00060 - Formello (RM)
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    43 a cura di AlessandroNotarnicola Lo scorso anno aveva fatto discutere il caso di Lisa Goodman- Helfand e di Chanel White che avevano deciso di postare assieme le loro foto su Facebook per parlare della malattia che aveva colpito entrambe, la sclerodermia, ma il social più famoso al mondo non aveva accettato le foto delle due donne spiegando che le immagini comparative tra il prima e il dopo non sono ben accette in casa Zuckerberg. Le due donne avevano cercato di spiegare all’amministrazione di Facebook che si trattava di due persone diverse, e non della stessa, e che il fine di quelle foto era puramente informativo, ma dal social la risposta è stata sempre la stessa: bannare i post. Oltre questo caso balzato all’onore delle cronache, sono stati pochi altri i tentativi da parte di terzi di parlare di una patologia come la sclerodermia poco nota ai più (persino a Facebook che tutto sa) e abbastanza anomala (visti i sintomi con cui si presenta e la diversità che questi assumono di persona in persona). La Sclerosi Sistemica (SSc) è una malattia cronica del tessuto connettivo, ad eziologia multifattoriale e patogenesi autoimmunitaria, caratterizzata da alterazioni del sistema immunitario, disfunzione endoteliale e progressivo accumulo di tessuto fibroso a carico della cute e degli organi interni. L’incidenza di questa patologia è stimata tra i 4 e i 20 nuovi casi per 1.000.000 per anno e per la prevalenza tra i 30 e 450 casi per 1.000.000; sono quindi circa 25.000 le persone colpite in Italia, con 1000 nuovi casi annui soprattutto tra le donne. Sabato 18 marzo, celebrando la XIII Giornata nazionale dedicata a questa particolare patologia, il Gruppo Italiano per la Lotta alla Sclerodermia (GILS) ha tenuto presso l’Università Statale di Milano un convegno dedicato alla diagnosi precoce e ai progressi nella ricerca. “Prima si scopre la malattia, prima si può intervenire e bloccarne l’avanzare”, ha detto Carla Garbagnati Crosti, presidente GILS parlando della capillaroscopia, un esame che denuncia anomalie nei capillari, e consigliando un esame del sangue più approfondito tramite il quale è possibile capire se si è affetti da sclerodermia. La sclerodermia, inoltre, è una patologia infiammatoria di natura autoimmune, che può interessare la pelle e gli organi interni (è questo il caso di Chanel White il cui aspetto esteriore non è stato per niente intaccato o modificato dalla malattia). I tessuti colpiti subiscono dei cambiamenti a causa del processo di sclerotizzazione, che provoca un progressivo indurimento e una completa perdita del movimento e delle proprie funzioni. Il primo segno della malattia il più delle volte è dato dal fenomeno Raynaud, che si manifesta con pallore alle dita di mani e piedi se esposte al freddo e determinato da uno spasmo dei vasi con riduzione temporanea del rifornimento di sangue. Questo disturbo rappresenta un campanello di allarme che dovrebbe condurre a un approfondimento diagnostico con la capillaroscopia. La sclerodermia, colpendo il viso e le mani, non solo cambia completamente il tenore di vita della persona che ne resta affetta ma muta in maniera decisiva la fisionomia e mette in crisi l’identità stessa delle persone con evidenti ripercussioni sulla vita di relazione. Ecco la ragione per cui il GILS ha presentato a quattro strutture sanitarie di Milano (specializzate nello studio e nella cura della Sclerosi Sistemica) il nuovo progetto ScleroNet. Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Ospedale Metropolitano Niguarda, Ospedale di Legnano e IRCCS Istituto Clinico Humanitas hanno condiviso l’impegno dell’Associazione accettandone l’invito e dando vita a una rete integrata di unità operative e ambulatori, riconosciuti come centri di alta specializzazione e di eccellenza nel percorso diagnostico terapeutico per i pazienti affetti da sclerosi sistemica. “La ricerca scientifica – ha precisato Carla Crosti – è una delle priorità del GILS e su di essa abbiamo puntato in questi anni, impegnando dal 2008 ad oggi in Bandi di ricerca e studi 1.444.285,00 euro coinvolgendo giovani ricercatori italiani. Ai nostri giovani medici chiediamo una sintesi di cosa sia emerso dalle ultime ricerche. Dal coinvolgimento intestinale alle alterazioni della regolazione del sistema immunitario, fino ad un progetto che parla di vita: “gravi danza, la ricerca che accarezza”. La risposta delle Istituzioni e della Sanità milanese è stata - come già anticipato - più che favorevole: “Dobbiamo lavorare insieme per dare risposte concrete innanzitutto alle persone colpite da questa malattia nella quasi totalità donne e purtroppo sempre più giovani, al fine di aiutarle nel percorso di cura e sostenerle nella vita quotidiana”, ha fatto sapere l’assessoreallePolitichesocialieSalute,PierfrancescoMajorino. Che cos’è la sclerodermia, e perché ne soffrono in molti senza saperlo? I tessuti colpiti subiscono dei cambiamenti a causa del processo di sclerotizzazione, che provoca un progressivo indurimento e una completa perdita del movimento e delle proprie funzioni
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    44 L’importanza della Telemedicina: pensaredigitale. L’intervista al dott. Sergio Pillon a cura di Nicoletta Mele La parola “digitale” o “digital” si sta affermando in tutti i settori della società come sinonimo di nuova frontiera capace di superare i limiti tradizionali e anche il sistema sanitario è orientato verso questa direzione, avviata con lo sviluppo della telemedicina. “La telemedicina è l’erogazione di servizi sanitari, quando la distanza è un fattore critico, per cui è necessario usare, da parte degli operatori, le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni al fine di scambiare informazioni utili alla diagnosi, al trattamento e alla prevenzione delle malattie e per garantire un’informazione continua agli erogatori di prestazioni sanitarie e supportare la ricerca e la valutazione della cura” (Organizzazione Mondiale della Sanità). Le informazioni utili per la diagnosi, il trattamento e la prevenzione sono trasformate in bit e i bit possono essere trasmessi, condivisi, analizzati, archiviati molto più velocemente e semplicemente delle corrispondenti informazioni su carta. Una realtà consolidata negli Stati Uniti e in Canada, mentre in Francia, Norvegia, Finlandia, Svezia e Danimarca, la telemedicina è già molto diffusa e regolamentata. È Israele però il Paese all’avanguardia nell’utilizzo degli strumenti digitali in ambito sanitario. Il cittadino che ha bisogno del proprio medico di medicina generale può prenotare l’appuntamento via web, tutti i referti sono trasmessi per via elettronica, tutto è archiviato, dall’ambulatorioall’ospedale,finoaglieventiamministrativi, in un vero big data sanitario. Incrociare questi dati con le informazioni anagrafiche, storiche, familiari del paziente consente al medico di anticipare la diagnosi e la cura, di passare dal “curare” al “prendersi cura”. Qual è la situazione in Italia? Secondo i dati forniti dall’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School 44
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    45 of Management delPolitecnico di Milano, il 24% degli utenti prenota online visite ed esami, il 15% consulta documenti clinici. Oltre metà dei Medici di Medicina Generale usa WhatsApp per comunicare con i pazienti. Il nostro Paese risulta essere in ritardo rispetto ad alcune nazioni del mondo. Quali sono le cause? L’abbiamo chiesto al dott. Sergio Pillon, Direttore UOD Telemedicina, Dipartimento Cardiovascolare, A.O. San Camillo- Forlanini di Roma, cofondatore della SIT (Società italiana di Telemedicina), membro dell’Ufficio Studi di ANSI (Associazione nazionale Sanità Integrativa) e nominato nel 2015 dal Ministro della Salute coordinatore della commissione nazionale per il governo delle linee di indirizzo della Telemedicina Italiana. “Non c’è nessun altro paese al mondo - ha spiegato Pillon - con una tale concentrazione di aziende del settore della scienza della vita come accade in Israele. La caratteristica che ho trovato realmente innovativa (partecipando all’evento Med in Israel che si tiene a Tel Aviv ogni due anni n.d.r) è la strettissima cooperazione tra il sistema sanitario pubblico e le aziende. Israele ha un sistema sanitario con molte similitudini con quello Italiano ma le aziende sono profondamente radicate nelle istituzioni accademiche, di ricerca, nazionali internazionali. Sono anche strettamente collegate alle aziende sanitarie operative, per supportarle per esplorare l’innovazione per rispondere sfide odierne: abbassare i costi complessivi dell’assistenza sanitaria, soddisfare le esigenze in continua evoluzione in un mondo con un costante invecchiamento della popolazione”. In Israele la Digital Health è l’asse portante del sistema e il Clalit è la maggiore delle quattro organizzazioni che gestiscono il sistema sanitario nazionale Israeliano. Oltre 100 anni di attività, 4,4 milioni di assistiti, 14 ospedali pubblici, 9,638 medici, 11,081 infermieri, 100 centri odontoiatrici,1,503 poliambulatori, 48 poliambulatori pediatrici e 384,408 sessioni di telemedicina. Dott. Pillon lei ha trovato delle caratteristiche simili con l’Italia dove però ancora la telemedicina tarda a decollare. Secondo lei, il punto sta proprio nel “pensare digitale”? “La semplice trasposizione di un flusso di lavoro in digitale non lo rende più efficiente, spesso anzi lo rende solo più complesso, perché bisogna lavorare con un PC, un Tablet, oggetti che hanno bisogno di corrente, di connessione, di scrivania, si rompono se cadono. La penna cade mille volte, la carta si strappa e si butta nel cestino e la cartella clinica è frutto di decine di anni di perfezionamenti. Fare lo stesso lavoro con un tablet ed una penna digitale rende il lavoro molto più faticoso e chi lo nega non ha mai provato a farlo. Pensare il digitale vuol dire che non esiste più ‘la cartella clinica’, esiste un algoritmo che estrae i dati del paziente da tutte le banche dati ospedaliere, amministrazione, laboratorio, radiologia, servizi specialistici, prenotazioni, farmacia e li rende disponibili al medico, all’infermiere, all’amministratore, aggregati secondo le sue esigenze. Il cardiologo vorrà una vista d’insieme specifica, l’anestesista un’altra, il chirurgo una ancora differente e, per fare un esempio, in caso di incidente si avrà una vista dei dati sanitari ulteriormente diversa. Pensare digitale, solo per rimanere nell’esempio, elimina il concetto di cartella clinica così come siamo abituati a vederla. In Europa la chiamiamo ‘medicina personalizzata’, una modalità di diagnosi e cura che cuce i dati addosso al paziente come un abito su misura, di volta in volta, e consente di curare le persone e non le malattie”. Lei è stato uno dei fondatori e per molti anni il vice presidente della Società Italiana di Telemedicina (SIT), Direttore UOD Telemedicina del Dipartimento Cardiovascolare dell’ A.O. San Camillo-Forlanini di Roma. L’azienda ospedaliera romana è stata tra le prime in Italia ad istituire un servizio di trattamento della malattia a distanza. Nella sua esperienza quali sono stati i vantaggi sperimentati con la telemedicina? Quanto è importante la collaborazione tra tutti gli operatori del sistema? “Nella nostra esperienza nel campo delle ‘piaghe’, meglio definite come ‘ferite difficili’, in otto anni abbiamo ridotto del 38% i costi, ridotto i tempi di guarigione del 50%, azzerato le necessità di ricoveri urgenti e ottenuto una soddisfazione dei pazienti superiore al 95%. La collaborazione è una condizione indispensabile, medici ed infermieri, ma anche di tutte le funzioni dell’azienda sanitaria, dall’ICT alla Direzione Generale, dal governo clinico alla formazione. L’esempio israeliano è stato lampante: tutte le funzioni hanno concordato verso una gestione dei dati ed ognuno ha investito le proprie competenze per supportare l’ICT nella realizzazione del sistema”. Come immagina in Italia un sistema come quello israeliano? È possibile o solo un miraggio? “Ci sono in Italia strutture sanitarie private che sono vicine al modelloisraeliano,anchesesitrattadistrutturedidimensioni
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    46 molto inferiori aquelle del Clalit. Io credo che sia possibile arrivare anche in Italia, nelle grandi aziende sanitarie, a sistemi analoghi a quello che ho visto funzionante. Management intelligente e motivato, credo che il privato arriverà molto prima del pubblico, tradizionalmente lento e legato ad un management profondamente ‘analogico’”. Obiettivo è quello di fare uso delle nuove tecnologie per spostare le informazioni e non il paziente. Quanto è difficile far capire che la telemedicina è un investimento e non un costo? “Quando parlo con i manager sanitari mi dicono sempre: ‘Sa Pillon, noi siamo vincolati al costo zero, nessun budget per costi aggiuntivi’. Far capire che costo zero non vuol dire ‘investimento zero’ sembra impossibile, anche perché in genere la visione dei manager sanitari è di mesi, raramente supera i due-tre anni. Credo che sia giunto il momento che debbano muoversi i pazienti, con le associazioni rappresentative dei pazienti fragili, per pretendere un diritto alla salute degno dell’era digitale. Il vero obiettivo è far ruotare le informazioni attorno al paziente, quelle che servono e nel momento giusto”. In Israele il cittadino è assistito per l’assistenza base da un sistema nazionale e può scegliere tra diversi fornitori tra i quali Clalit che è una delle ‘mutue” più grandi e storiche del Paese e, non a caso, il padiglione centrale dell’evento era dedicato proprio a Clalit. Quanto è importante il ruolo che svolgono le società di mutuo soccorso? “Le società di mutuo soccorso da sempre hanno coperto quegli spazi assistenziali che i lavoratori ‘deboli’ non riuscivano a vedere riconosciuti. Oggi possono essere lo strumento di accesso alla salute digitale, al prendersi cura, a quelle che sono le opportunità offerte dal digitale proprio per le categorie più deboli, quelle che soffrono maggiormente per l’incremento dei costi di una sanità ‘analogica’, che deve ridurre le prestazioni perché non riesce ad essere efficiente e a coprire i costi dell’assistenza tutto a tutti”. Qual è la sua opinione in merito ad una sinergia tra Sanità pubblica e integrativa e digitale? Potrebbe rappresentare la chiave di volta per favorire la tutela della salute del cittadino? “Il modello israeliano prevede il cosiddetto ‘secondo pilastro’, una sanità integrativa per tutti i cittadini, che offre prestazioni aggiuntive rispetto a quelle di base a costi controllati e il modello è così efficiente che sta aprendo il mercato della sanità Israeliana al ‘turismo sanitario’, da molti paesi vanno in Israele per farsi curare. Si usa anche la telemedicina in fase di iniziale valutazione e dopo la dimissione del paziente, si sposta il paziente solo per il trattamento in Israele per la parte invasiva. La sanità integrativa per definizione deve essere efficace, efficiente ed appropriata, dovendo essere ‘integrativa’, la potremmo definire ‘digitale by design’. Ritengo che sia nell’immediato futuro una degli migliori opportunità di promozione di una medicina ‘della persona’ integrando il sistema sanitario nazionale con le esigenze del singolo cittadino/paziente”. Alla luce di quanto detto, la possibilità di utilizzare i dati a distanza è sicuramente un elemento di forza sia per il sistema che per il cittadino con risparmi di costi e di tempo. Secondo lei, quali sono le prospettive e lo sviluppo della telemedicina in Italia? “Mi viene da rispondere in più modi: il primo è con una battuta tratta dal libro di Marcello D’Orta, ‘non lo so, ma io speriamo che me la cavo’. Più seriamente io vedo il futuro prossimo analogo al percorso visto fare all’innovazione tecnologica sanitaria negli ultimi 20 anni: il settore privato che fa da pioniere, introduce modelli e percorsi clinici ed il settore pubblico che pian piano raccoglie ed implementa l’esperienza. In fondo la Risonanza Magnetica, l’Ecografia, la TAC , la radiologia digitale, solo per fare alcuni esempi, sono analoghe alla Telemedicina, sono tecnologie che favoriscono l’erogazione dei servizi di diagnosi e di cura, non sono un fine, sono uno strumento. Un aiuto allo sviluppo della telemedicina sarebbe semplicemente cambiarne il nome (ed il punto di vista): smettiamo tutti di parlare di tecnologie, di sanità digitale, iniziamo a parlare di ‘prendersi cura’ di ‘medicina personalizzata’, di ‘long term care’, e i dati digitali servono esattamente a questo, a garantire il diritto ad essere curati nell’era digitale, anche nel proprio domicilio e prima di doversi ricoverare in ospedale. Questa è la sanità che tutti vorremmo”.
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    48 Le ricette dellasalute Come di consueto abbiamo il piacere di presentare ricette sane e gustose per promuovere uno stile di vita corretto ed equilibrato, che parta proprio dalle nostre tavole. Non sempre “piatto saporito” equivale a dire “sano” per questo è importante incentivare, per noi che abbiamo a cuore la salute dei nostri lettori, la riscoperta di gusti e ingredienti genuini e proporre soluzioni che preservino da patologie più o meno rischiose. In questo numero Health Online ha il piacere di presentare una ricetta elaborata con Farro Spelta Fitowell, l’innovativa linea di prodotti vegetali ad alto contenuto proteico pensata per apportare all’organismo più proteine salubri possibili, senza ricorrere ad un uso smodato della carne e dei suoi derivati. per scoprire le altre ricette Fitowell visita il sito www.fitowell.com Polpette di Farro Spelta Ingredianti per 3 persone 130g di farro spelta 1 zucchina lessa 1 patata lessa 1 carota lessa 20g di pinoli tritati finemente 1 pizzico di curry Olio extravergine di oliva Farina di riso Pangrattato Sale rosa(oppure quello che preferite) Pepe Acqua Procedimento Sciacquate il farro sotto l’acqua corrente e dopodiché cuocete in abbondante acqua bollente per 30 minuti. In una capiente terrina aggiungete le verdure e schiacciate il tutto con una forchetta. Aggiungete 2 cucchiaini abbondanti di farina di riso, 1 cucchiaio di olio, i pinoli e amalgamate tutto con cura.Scolate il farro e lasciate raffreddare per 10 minuti. Trasferite il farro nella terrina, aggiungete due pizzichi di sale, un cucchiaino di curry e due pizzichi di pepe. In una ciotolina aggiungete 70g di farina di riso, un bicchiere di acqua e mescolate il tutto. Realizzate le vostre polpette con le mani, rasferitele nella pastella di riso e subito dopo nel pangrattato. Lasciate riposare in frigo per 10 minuti e poi cuocere in padella con un cucchiaio di olio 5 minuti per lato oppure in forno a 180°per circa 25 minuti. di “Riganelli Alessandro Azienda Agraria” 48
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    Facebook “f” LogoCMYK / .ai Facebook “f” Logo CMYK / .ai Spesso l’importanza e i benefici che contraddistinguono i prodotti ricchi di proteine di origine vegetale vengono sottovalutati e l’apporto giornaliero della componente proteica avviene per lo più tramite il consumo di carne e suoi derivati. Vi è ampio accordo nel mondo scientifico, nel consigliare una dieta basata sul minor utilizzo di carne, di buona qualità, alternata a fonti proteiche di origine vegetale. Seguire una dieta il più possibile varia, infatti, assicura all’organismo tutti i nutrienti necessari a vivere in salute e favorisce un migliore benessere psico-fisico. Dona il meglio al tuo benessere e varia la tua alimentazione con Fitowell, la linea di prodotti vegetali ad alto contenuto proteico! Spelta perlato Miglio decorticato Grano saraceno Fagioli Mung Fagioli Adzuki Fieno greco Lenticchia rossa Riganelli Alessandro Azienda Agraria Via Matteotti, 5 - 06055 - Compignano (PG) - Italia Segui Fitowell anche su facebook! +39 340 3566581 www.fitowell.com - info@fitowell.com
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    50 Domus dei Cesarie Basis Eventi del gruppo Basis S.p.A. propongono: La Selvotta Suite Guest House, splendida location immersa nel cuore del Parco di Vejo. IN ESCLUSIVA PER GLI ADERENTI ALLA CONVENZIONE HEALTH ITALIA, VENGONO RISERVATE SPECIALI TARIFFE PER IL SOGGIORNO IN FORMULA B&B OLTRE AD OFFERTE VANTAGGIOSE PER L’ORGANIZZAZIONE PERSONALIZZATA DI EVENTI PRIVATI, COME ANNIVERSARI, FESTE A TEMA E RICEVIMENTI, E AZIENDALI COME MEETING, CENE E TEAM BUILDING IN COLLABORAZIONE CON PROFESSIONISTI DEL SETTORE. Il silenzio della natura è molto reale... ti circonda, puoi sentirlo La richiesta dovrà essere effettuata tramite l’invio di una mail a info@laselvottasuite.it con: Oggetto_Info camera o Info evento Allegato_Tesserino Health Italia Nome e Cognome Data soggiorno/evento e numero di persone AGEVOLAZIONI CAMERE STANDARD_71€ a persona in formula B&B ALTRE TIPOLOGIE_Sconto del 10% a partire da 85€ a persona ATTIVITÀ ATTIVE NELLA STRUTTURA_Sconto del 10% AFFITTO DELLA LOCATION IN ESCLUSIVA_Sconto del 15% Via della Selvotta, 23 | 00060 | Formello (RM) | +39 06 98267176 | info@laselvottasuite.it - www.laselvottasuite.it ITALIA
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