A	lezione	con…	Claudio	Velardi.	Prima	lezione	XXVII	ed.	corso	
“Comunicazione,	lobby	e	politica”	
	
	
	
“Fare	lobbying	vuol	dire	comunicare.	Di	più,	il	lobbying	in	sé,	è	uno	specifico	segmento	della	
comunicazione”.	Con	queste	parole	Claudio	Velardi,	nel	pomeriggio	di	venerdì	27	novembre,	ha	
aperto	il	corso	in	Comunicazione,	Lobby	e	Politica	organizzato	da	Running	Academy	e	giunto	alla	
sua	XXVII	edizione.	Tra	i	corsisti,	sono	presenti	laureati	e	laureandi	in	materie	giuridiche	ed	
economiche,	giornalisti,	consulenti	o	liberi	professionisti	che	fino	alla	fine	di	febbraio	saranno	
parte	di	un	percorso	che	si	pone	l’obiettivo	di	formare	professionalità	capaci	di	operare	nel	settore	
delle	relazioni	pubbliche	ed	istituzionali,	esperti	di	lobbying,	advocacy	e	di	comunicazione	per	
organizzazioni	pubbliche	e	private.	“E	comunicare	significa	mettersi	in	gioco”,	ha	continuato	
Velardi,	mettendo	in	luce	come,	nell’attività	relazionale	su	cui	si	fonda	il	mestiere	del	lobbista	–	
ma,	a	ben	pensarci,	ha	aggiunto,	anche	in	ogni	altro	settore	della	società	–	sia	fondamentale	
stabilire	con	l’interlocutore	un	rapporto	umano	che	vada	oltre	il	solo	incontro	tra	interessi	di	cui	si	
è	comunque	portatori.		“La	parola	chiave	è	curiosità,	è	questa	la	molla	che	deve	muovervi.	Dovete	
sempre	interessarvi	a	chi	avete	davanti”.	La	comunicazione	è,	dunque,	efficace	quando	è	
autentica.	E’	necessario,	naturalmente,	imparare	la	tecnica,	studiare	ed	assimilare	le	nozioni	di	
base.	Ma	poi	occorre	far	uscire	quello	che	si	ha	dentro,	essere	in	grado	di	mettere	sul	piatto	se	
stessi.	Esporsi.	La	differenza,	infatti,	tra	chi	comunica	bene	e	chi	invece	comunica	male,	anche	in	
politica,	non	dipende	dalla	capacità	con	cui	si	sanno	maneggiare	le	tecnicalità:”	imparate	la	tecnica	
e,	poi,	dimenticatela”.	
La	lezione,	in	gran	parte	costruita	sulle	domande	che	gli	stessi	corsisti	sono	stati	stimolati	a	
rivolgere,	è	poi	proseguita	attraverso	il	racconto	delle	dinamiche	del	potere	così	come	vissute	in	
prima	persona	da	Velardi	nella	sua	esperienza	quale	capo	dello	Staff	di	Palazzo	Chigi	all’epoca	dei	
governi	D’Alema	(“per	lavorare	bene	in	uno	staff	bisogna	votarsi	alla	causa	e	soprattutto	non
essere	uno	Yesman:	i	leader	vanno	protetti	dalla	loro	fondamentale	fragilità”),	e	un’approfondita	
analisi	di	come	il	lobbying,	in	relazione	al	mutare	di	queste	dinamiche,	cambia	e	reagisce	agli	
stimoli.	In	particolare,	Velardi	ha	sottolineato	come	con	il	governo	Renzi	abbia	introdotto	un	
elemento	nuovo,	che	lo	differenzia	dagli	esecutivi	che	lo	hanno	preceduto:	l’elemento	della	
velocità.	Un	fatto	che	influisce	–	e	come	–	sull’attività	di	lobbying:	stimola	tempi	stretti,	sinteticità,	
capacità	di	andare	dritti	al	cuore	del	problema.	Per	i	portatori	d’	interesse,	al	tempo	stesso,	
rappresenta	una	sfida	e	un’opportunità.	Lobbying	che,	per	definizione,	è	rappresentanza	di	
interessi,	interessi	particolari.	Tra	lobbying	e	interesse	generale	vi	è,	tendenzialmente,	conflitto	–	
risponde	Velardi	alla	domanda	di	un	corsista.	Ma	occorre	tenere	presente	come	nella	pratica	il	
lobbying	risulti	efficace	solo	quando	riesce	a	tenere	l’interesse	particolare	dentro	quello	generale.	
E’	un’operazione	win-win:	come	lobbista	faccio	bene	il	mio	lavoro	quando	riesco	a	presentare	
l’interesse	che	rappresento	come	conforme	all’interesse	generale	se	non,	addirittura,	utile	alla	sua	
tutela.	In	questo	quadro,	è	sempre	più	residuale,	se	non	del	tutto	superato	il	ruolo	svolto	dai	
partiti,	un	tempo	strumento	principe	di	raccolta	e	di	rappresentanza	delle	istanze	che	provenivano	
da	una	società	divisa	in	classi.	Con	i	cambiamenti	attuali,	e	con	la	sempre	più	radicale	
centralizzazione	del	potere	che	arriva	a	superare	lo	Stato	come	organizzazione	istituzionale,	
l’evoluzione	della	politica	è	quella	del	lobbying	territoriale,	o	meglio	del	marketing	territoriale	cioè	
dell’attività	di	rendere	attrattivo	il	proprio	territorio	ad	investimenti	in	grado	di	produrre	sviluppo.	
E’	chiaro	che,	in	questa	ottica,	la	politica	non	può	tornare	a	farsi	incastonare	dentro	la	vecchia	
architettura	partitica.	“Ragazzi”	ha	infine	concluso	Velardi,	dopo	una	lunga	ed	intensa	
‘chiacchierata’	“sappiate	che	non	esistono	politici,	manager,	giornalisti.	Non	è	una	questione	
nominalistica:	esistono	i	Leading	Others:	persone	che	hanno	la	capacità	di	essere	guida,	di	influire	
sulle	decisioni,	di	comunicare	e	relazionarsi,	di	muovere	le	cose,	di	raggiungere	gli	obiettivi”.	
Eppur	giungendo	ad	un’identificazione	di	questi	con	i	lobbisti,	in	realtà	alla	fine,	è	propriamente	
l’attitudine	a	ricoprire	il	ruolo	di	Leading	others,	posseduta	da	alcune	personalità,	a	costituire	la	
grande	differenza	nei	processi	decisionali	di	oggi.	
	
Annamaria	Abbafati,	Mariapia	Bonanni,	Andrea	Cara,	Beatrice	Elia,	Alessandro	Fiorenza
L’attività	di	lobbying	e	la	rappresentanza	parlamentare	
	
	
	
Non	esistono	“corsi	di	aggiornamento”	in	politica	e	non	esistono	cure	miracolose	per	imparare	a	
rappresentare	un	interesse,	e	quindi	a	comunicare.	Esistono,	però,	strumenti	di	approfondimento	
e	di	analisi.	
In	questa	ottica,	venerdì	4	e	sabato	5	dicembre	le	stanze	di	via	degli	Scialoja	erano	piuttosto	
movimentate:	in	contemporanea	al	secondo	ciclo	di	lezioni	del	corso	di	“Comunicazione,	Lobby	e	
Politica”,	si	è	svolto	l’incontro	“Sindrome	Nimby	e	dibattito	pubblico:	cosa	fare	per	migliorare	le	
decisioni	e	comunicarle	in	modo	efficace”.	
Tornando	al	corso	di	‘’Comunicazione,	Lobby	e	Politica’’,	questa	è	stata	la	settimana	di	Luca	di	
Majo	(Dottore	di	ricerca	in	diritto	costituzionale	presso	l’Università	di	Bologna	e	Cultore	della	
materia	di	diritto	costituzionale	presso	l’Università	di	Urbino)	e	di	Cristina	Antonucci	(ricercatrice	
del	Consiglio	Nazionale	delle	Ricerche	in	convenzione	presso	il	Dipartimento	di	Scienze	Politiche	
della	Università	di	Roma	“La	Sapienza”).	Venerdì	4	dicembre,	il	Dott.	Luca	di	Majo	ha	introdotto	il	
tema	delle	relazioni	tra	l’attività	di	lobbying	e	quella	di	produzione	normativa.	In	un	contesto	non	
eccessivamente	accademico,	è	stato	possibile	analizzare	il	tema	delle	fonti	del	diritto	–	
focalizzandosi	sulla	spinosa	questione	delle	antinomie	che	una	eccessiva	frizione	del	sistema	arriva	
a	produrre	ed	i	loro	criteri	di	correzione.	Hanno	fatto	seguito	i	principali	momenti	del	dibattito	
costituzionale,	attraverso	un’attenta	analisi	della	riforma	attualmente	in	discussione.	Sabato	5	
dicembre,	la	Dott.	ssa	Cristina	Antonucci	ha	proseguito	sulla	“lunga,	ma	sicura,	via	del	processo	
parlamentare”	attraverso	un’attenta	e	precisa	analisi	del	potere	esecutivo	e	degli	organi	del	
Governo.	Partendo	dalla	partizione	del	Consiglio	dei	Ministri	e,	passando	attraverso	un’illuminante	
sezione	del	relativo	Ufficio	di	Presidenza	e,	dunque,	delle	autorità	ad	esso	collegate	–	ha	portato	
all’attenzione	dei	corsisti	la	difficoltà	nel	raccordare	la	dimensione	governativa	a	quella	
parlamentare.	Ma	quand’è,	allora,	che	subentra	la	figura	del	lobbista,	e	quale	è	la	dimensione	–	
politica	o	tecnica	–	a	prevalere?	Nelle	fasi	di	procedimenti	regolatori,	certamente	la	
rappresentanza	di	interessi	esterni	aiuta	a	creare	un	ponte	tra	il	regolatore	ed	il	regolato.	E’	
indubbio,	però,	che	tra	il	momento	tecnico	ed	il	momento	politico	prevalga	il	secondo;	giacché,
troppo	spesso,	si	tratta	con	sufficienza	il	primo	–		che	è	invece	elemento	fondamentale	del	
processo	democratico.	Ecco	allora	che,	a	causa	della	scomparsa	del	partito	politico	in	funzione	di	
sintesi	degli	interessi	di	una	determinata	rappresentanza	ideologica,	subentra	un’eccessiva	
personalizzazione	della	politica.	Ecco	che	l’attività	di	lobbying	diventa	un	elemento	essenziale	del	
concetto	stesso	di	rappresentanza	parlamentare:	figura	fondamentale	tanto	“ex	ante”	–	pensiamo	
alla	regolamentazione	di	una	determinata	norma	–	quanto	“ex	post”	nella	sua	propria	funzione	di	
valutazione	dell’impatto	prodotto	dal	regolatore.	
Oggi,	certo,	è	ancora	il	lobbista	che	“insegue”	il	parlamentare,	ma	non	è	da	escludere	un	
ribaltamento	di	questa	dinamica!	
	
Mariapia	Bonanni,	Andrea	Cara	
	
Il	lobbista	nel	labirinto	parlamentare:	dalla	teoria	alla	pratica	
	
	
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Venerdì	11	dicembre,	presso	Running	Academy,	si	è	tenuta	un’altra	interessante	lezione	del	corso	
in	Comunicazione,	lobby	e	politica.	Il	corso	ha	il	pregio	di	coniugare	tecnicalità,	abilità	e	
innovazione.	Quali	sono,	tuttavia,	le	conoscenze	che	un	lobbista	dovrebbe	avere	per	destreggiarsi	
nel	labirinto	parlamentare?	È	indubbio	che,		per	svolgere	questa	attività	(nella	speranza	che	ne	sia	
riconosciuto	il	valore	dall’opinione	pubblica),	sono	necessarie	competenza,	passione	ed	
entusiasmo.	Caratteristiche,	queste,	che	dovrebbero	essere	innate,	e	che	necessitano	di	essere	
accompagnate	da	una	compiuta	comprensione	e	dimestichezza	“strategica”	dell’iter	
parlamentare.	
La	Dott.	ssa	Simona	Genovese	(Responsabile	Affari	giuridici	della	Presidenza	del	Gruppo	Partito	
democratico	del	Senato	della	Repubblica)	ha	illustrato	e	analizzato	i	procedimenti	legislativi	
ordinari	e	speciali.	L’attività	legislativa	rappresenta,	infatti,	il	core	business	del	circuito	
politico/istituzionale	ed	è	fondamentale	conoscerne	gli	attori	(Parlamento,	Governo,	Popolo)	che,
a	vario	titolo,	esercitano	tale	prerogativa,	nonché	identificarne	le	modalità	di	azione	ed	i	limiti	di	
esercizio.	
Si	è	affrontato,	altresì,	il	tema	dell’iniziativa	legislativa	analizzando	in	modo	comparato,	
soprattutto	sul	piano	temporale,	gli	attori	titolati,	le	chances	di	successo	delle	proposte,	
l’approvazione	dei	provvedimenti	e	le	connesse	tempistiche	(sfatando,	dati	alla	mano,	il	mito	della	
lentezza	dei	lavori	parlamentari).	
Inoltre,	sono	state	analizzate	le	fasi	del	procedimento	legislativo,	iniziando	dalla	fase	istruttoria	e	
di	assegnazione	di	esame	in	Commissione	parlamentare,	quale	sede	nodale	di	confronto	
maggiormente	idonea	per	l’esplicarsi	delle	dinamiche	politiche.		In	tale	ambito	si	sono	
approfondite	le	diverse	tipologie	di	Commissioni	(referente,	consultiva,	redigente,	
legislativa/deliberante)	analizzando	differenze,	omogeneità	nonché	modalità	di	applicazione,	
risoluzione	e	revoca	dei	provvedimenti.	
Si	è	analizzata,	poi,	l’attività	emendativa	e,	quindi,	dell’inappellabilità,	dei	casi	di	ammissibilità	e	
improcedibilità	assoluta	e	condizionata,	facendo	riferimento	a	vincoli	costituzionali	quali	quelli	di	
copertura	finanziaria	ma,	anche,	analizzando	le	differenze	applicative	che	si	snodano	tra	i	due	rami	
del	Parlamento.	In	questo	quadro	si	sono	osservate	le	diverse	casistiche	possibili	del	passaggio	
dalle	Commissioni	parlamentari	all’Aula	dei	disegni	di	legge	ordinari,	di	conversione	decreti	legge	
e,	in	casi	particolari,	quali	quelle	in	sede	di	bilancio,	stabilità	e	contesto	europeo.	
Abbiamo	trattato,	anche,	l’esame	in	Assemblea,	definendo	modalità,	ruoli,	funzioni	e	tempistiche	
e,	specificando,	le	questioni	pregiudiziali	e	sospensive.	Con	ciò	definendo	le	fasi	di	relazione,	
discussione,	votazione,	illustrazione/votazione	emendativa,	di	articolato	e	finale	del	disegno	di	
legge.	In	ciò	abbiamo	vagliato	il	tema	dei	sub-emendamenti,	dei	maxi-emendamenti	e	delle	
rispettive	conseguenze	e	criticità.	
Si	è,	inoltre,	posto	attenzione	sui	procedimenti	speciali	(legge	di	conversione	dei	decreti	legge,	
legge	delega	e	decreti	delegati,	legge	costituzionale,	legge	di	stabilità,	legge	europea	e	delegazione	
europea)	e,	sulla	questione	di	fiducia,	quale	strumento	divenuto	oramai	ordinario	per	controllare	il	
processo	in	tutte	le	sue	fasi,	non	solo	per	ricompattare	la	maggioranza	e	contrastare	le	spinte	
ostruzionistiche	ma,	anche,	per	velocizzare	i	tempi	e	appropriarsi	del	potere	di	agenda.	
Per	quanto	sopra,	allo	scopo	di	passare	dalla	teoria	alla	pratica,	è	stato	introdotto	il	tema	
dell’odierna	Riforma	costituzionale	e	il	dibattito	si	è	animato	su	questioni	quali:	la	riforma	affronta	
i	nodi	critici	della	forma	di	governo	del	nostro	Paese?	Ciò	non	è	contradditorio	con	la	previsione	
della	nuova	legge	elettorale	che	forzerà	il	sistema	verso	un	modello	
presidenziale/semipresidenziale?	
Tali	questioni	hanno	portato	alla	discussione	sulle	caratteristiche	e,	soprattutto,	sulle	possibili	
conseguenze	della	riforma.	È	indubbio	che	la	ricerca	di	equilibrio	tra	stabilità	(governabilità)	e	
rappresentatività	continui	a	porre	non	pochi	problemi	sulla	necessità	di	differenziare	il	ruolo	del	
Senato	da	quello	della	Camera.	Il	Senato	avrà	un	ruolo	di	“rappresentanza	istituzionale	territoriale	
intermedia”	ma,	in	sostanza,	viene	progressivamente	snaturalizzato	delle	sue	funzioni.	Perciò	è	
utile	chiedersi	se	permarrà	l’esigenza	della	rappresentatività	e	del	pluralismo	e	se	sarà	possibile	
conciliarla	con	un’effettiva	tutela	e	riconoscimento	delle	realtà	locali,	in	un	ambito	realmente	
scevro	da	condizionamento	di	logiche	di	partito	e	di	“scambi	burocratici”.
In	tale	contesto,	abbiamo	affrontato	le	difficoltà	del	modo	di	elezione	dei	Senatori	e	il	problema	
della	“para-elettività”,	nella	considerazione	dell’assenza	del	vincolo	di	mandato	territoriale,	della	
presenza	dell’immunità	parlamentare	e	della	mancata	previsione	di	gruppi	parlamentari.	È	emerso	
come	un’altra	preoccupazione	sia	quella	che	il	Senato	possa,	in	sostanza,	tramutarsi	in	un	altro	
CNEL,	divenendo	un	istituto	istituzionalmente	irrilevante	ma	politicamente	pesantissimo.	Si	è	
parlato,	anche,	del	tema	del	Governo	che	si	troverebbe	ad	avere	una	corsia	preferenziale	e	del	
ricorso	a	giudizio	preventivo	di	costituzionalità	delle	leggi	elettorali	che	graverebbe	la	Corte	
Costituzionale	di	un	sindacato	sostanzialmente	politico.	
Infine,	abbiamo	trattato	il	tema	delle	ripercussioni	dello	spoglio	delle	Regioni	da	alcune	loro	
prerogative	legislative,	sia	in	termini	positivi	che	negativi.	Dalla	discussione	è	risultato	come	la	
riforma	in	senso	federalista	sia	ancora	incompiuta	e,	in	tale	contesto,	come	il	tema	
dell’eliminazione	delle	Provincie,	sia	stato	enfatizzato	sulla	incidenza	dei	costi	e	della	
semplificazione	burocratica,	tanto	da	sottacere	le	reali	logiche	di	ingegneria	istituzionale	e	di	
rappresentanza	politica.	
La	lezione	si	è	conclusa	con	ulteriori	spunti	e	approfondimenti	sui	temi	della	riforma	e	con	una	
amara	e	purtroppo	riconosciuta	verità:	che	sovente,	nel	nostro	Paese,	la	tendenza	nell’individuare	
un	capo	espiatorio	ha	oscurato	l’attenzione	e	diminuito	la	sensibilità	popolare	sulla	reale	essenza	
delle	questioni	di	rilevanza	politico,	istituzionale	e	sociale.	E’	proprio	in	tal	senso	che	si	qualifica	
l’azione	del	lobbista,	che	deve	tendere	ad	arginare	le	involuzioni	non	produttive	che	determinano	
spirali	parassitarie,	tale	da	incentivare	la	comprensione,	la	tutela	e	la	coerenza	delle	scelte	degli	
stakeholder,	portatori	di	interessi	specifici	e	generali.	
	
Beatrice	Elia
La	scatola	degli	attrezzi	del	lobbista:	atti	di	controllo	e	d’indirizzo	
	
	
	
Sarà	il	frutto	del	poco	parlarne,	o	forse	lo	scetticismo	su	questo	lavoro,	ma	obiettivamente,	sono	
in	pochi	a	comprendere	a	pieno	l’attività	del	lobbista.	Durante	la	lezione	del	12	Dicembre,	del	
corso	“Comunicazione,	Lobby	e	Politica”	organizzato	dalla	Running	Academy	ne	abbiamo	parlato	
con	Maria	Romaniello	–	consulente	presso	l’	Ufficio	del	Capo	Gabinetto	del	Ministero	dello	
Sviluppo	Economico	–	analizzando	le	attività	che	il	lobbista	deve	svolgere.	Partendo	dall’	attività	
parlamentare	abbiamo	analizzato:	gli	atti	di	controllo	(interrogazioni	e	interpellanze)	e	gli	atti	di	
indirizzo	(ordini	del	giorno,	mozioni	e	risoluzioni).	Utilizzando	interrogazioni,	interpellanze	e	
question	time,	il	lobbista	ottiene	informazioni	sugli	argomenti	di	cui	è	portatore	d’interesse,	
informazioni	propedeutiche	ad	un’attenta	pianificazione	delle	attività	che,	se	ben	attuata	e	
gestita,	potrebbe	essere	in	grado	di	influenzare	l’attività	decisionale	del	Governo.	Attraverso	
l’attività	di	indirizzo,	invece,	in	cui	il	Governo	si	mette	nelle	condizioni	di	rispettare	gli	impegni	
presi,	il	lobbista	è	in	grado	di	cogliere	la	sensibilità	dell’organo	decisionale	sulle	diverse	tematiche	
in	discussione	e	può	scegliere	se	modificare	o	insistere	con	la	strategia	di	influencing	intrapresa	o,	
più	semplicemente,	pianificata.	Cercando	di	schematizzare,	la	centralità	del	lavoro	di	un	lobbista,	
per	le	tematiche	di	cui	è	portatore	di	interesse,	può	essere	racchiusa	in	tre	punti:	
	
Attraverso	gli	strumenti	a	sua	disposizione,	il	lobbista	deve	essere	in	grado	di	intuire	la	sensibilità	
di	ciascun	parlamentare;	
Appurata	la	sensibilità	e	la	reciproca	fiducia,	Il	lobbista	può	esercitare	l’attività	di	indirizzo	e	di	
controllo	attraverso	l’attività	parlamentare;
Il	lobbista	deve	essere	bravo	ad	influenzare	l’opinione	pubblica	attraverso	una	sensibilizzazione	
alle	tematiche	di	suo	interesse,	a	sostegno	della	sua	attività	personale	in	itinere,	quindi,	a	sostegno	
dell’attività	governativa	in	relazione	alla	medesima	tematica.	
Per	capire	quanto	è	delicato	questo	lavoro	e,	quanto	meriti	attenzione,	ci	siamo	lasciati	del	tempo	
per	portare	a	termine	un’esercitazione	su	come	si	scrive	un’interrogazione	basata	su	
problematiche	attuali,	anzi	attualissime:	le	unioni	civili.	
	
Mariapia	Bonanni		
	
Le	abilità	di	un	lobbista:	tra	drafting	legislativo	e	voli	a	Bruxelles	
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Prima	della	pausa	per	le	festività	natalizie,	presso	Running	Academy	si	sono	tenute	altre	due	
lezioni	del	corso	“Comunicazione,	Lobby	e	Politica”,	giunto	alla	sua	XXVII	edizione.	Venerdì	18	
dicembre,	Luca	Di	Majo	–	Dottore	di	ricerca	in	Diritto	Costituzionale	presso	l’Università	di	Bologna	
e	Cultore	della	materia	di	diritto	costituzionale	presso	l’Università	di	Urbino	–	ha	tenuto	
un’interessante	lezione	sul	“drafting	legislativo”,	ossia	su	quell’insieme	di	tecniche	utili	per	la	
redazione	delle	norme,	sia	che	si	tratti	di	dover	redigere	una	proposta	di	legge,	che	di	presentare	
emendamenti	in	Parlamento.	Lo	stesso	docente	ha	affermato,	in	apertura,	che	giuristi	e	scienziati	
della	politica,	pur	sapendo	certamente	interpretare	le	norme,	molto	spesso	hanno	difficoltà
quando	si	tratta	di	doverle	redigere,	motivo	per	cui,	secondo	Di	Majo,	“il	nostro	ordinamento	
giuridico	spicca	per	una	redazione	delle	norme	che	è	veramente	pessima”.	Da	quanto	appena	
evidenziato,	pertanto,	ne	consegue	l’importanza	che	il	possesso	di	queste	conoscenze	(sia	teoriche	
che	pratiche)	ha	per	il	lobbista:	il	drafting	si	pone	alla	base	della	sua	professione.	
Si	sono,	dunque,	dapprima	analizzati	i	principi	guida	per	la	redazione	dei	testi	normativi,	per	poi	
passare	alla	distinzione	tra	drafting	formale	e	drafting	sostanziale,	una	distinzione	tuttavia	
meramente	teorica,	in	quanto	la	qualità	di	una	norma	è	data	dalla	loro	combinazione:	il	primo	si	
riferisce	a	come	effettivamente	viene	scritta	una	disposizione	(si	pensi	al	ricorso	ad	un	linguaggio	
adeguato	e	ad	una	buona	sintassi),	mentre	il	secondo	è	di	supporto	per	l’individuazione	del	
contenuto	della	norma	stessa,	ossia	ciò	che	una	determinata	fattispecie	normativa	vuole	
esprimere	e	che	effettivamente	esprime	attraverso	i	suoi	effetti	giuridici.	
Nel	corso	della	lezione,	quindi,	sono	stati	di	volta	in	volta	presentati	alcuni	testi	normativi	per	
facilitare	la	descrizione	dei	singoli	elementi	che	li	compongono.	Ciò	ha,	altresì,	permesso	ai	corsisti	
di	svolgere	un’esercitazione	di	15	minuti	in	chiusura	di	lezione:	è	stato	loro,	infatti,	sottoposto	il	
testo	di	un	disegno	di	legge	di	iniziativa	parlamentare	che	conteneva,	volutamente,	una	serie	di	
errori	di	drafting	da	dover	individuare.	I	presenti,	simpaticamente	stimolati	dalla	presenza	di	un	
premio	–	un	biglietto	per	poter	assistere	dalla	tribuna	d’onore	dello	Stadio	Olimpico	alla	“Partita	
dei	Campioni-Uniti	per	UNICEF”	–	sono	stati	divisi	in	coppie	e	ad	ogni	risposta	corretta	è	stato	
assegnato	un	punto:	al	termine	dell’esercitazione,	ben	5	biglietti	sono	stati	distribuiti	tra	i	corsisti!	
Ugualmente	interessante	è	stata	la	lezione	di	sabato	19	dicembre,	tenuta	dalla	Dott.	ssa	Cristina	
Antonucci	–	ricercatrice	del	Consiglio	Nazionale	delle	Ricerche	in	convenzione	presso	il	
Dipartimento	di	Scienze	Politiche	dell’Università	di	Roma	“La	Sapienza”	–	ed	incentrata	sul	“Fare	
lobby	a	Bruxelles”.	La	docente	ha	inizialmente	descritto	le	istituzioni	dell’UE	destinatarie	
dell’attività	di	lobbying:	il	Parlamento,	la	Commissione,	il	Consiglio	dei	Ministri,	il	Consiglio	
Europeo,	la	Corte	di	giustizia	UE	e	la	Corte	dei	Conti	UE.	In	seguito,	è	stato	analizzato	il	processo	
legislativo	europeo,	quindi	anzitutto	le	differenze	tra	regolamenti	e	direttive:	in	particolare	è	stato	
posto	in	evidenza	che	la	“selezione”	tra	i	due	strumenti	normativi	è	fatta	dalle	stesse	istituzioni	
dell’UE	in	relazione	agli	obiettivi	che	si	intendono	perseguire	e	alla	materia	da	disciplinare.	
Interessante	quanto	evidenziato	dalla	Dott.	ssa	Antonucci	durante	l’analisi	sui	quattro	tipi	di	
procedure	per	l’emanazione	di	regolamenti	e	direttive:	la	procedura	di	co-decisione	–	che	pone	
sostanzialmente	il	Parlamento	europeo	e	il	Consiglio	sullo	stesso	piano	–	è	sì	una	procedura	che	ha	
aumentato	il	livello	di	democraticità	all’interno	dell’UE,	ma	che	ha	contestualmente	portato	a	
decidere	sempre	meno,	e	ciò	in	virtù	dell’aumentato	numero	di	materie	che	richiedono	
l’attivazione	proprio	di	tale	procedura.	
Infine,	nell’ultima	parte	della	lezione,	ci	si	è	soffermati	sui	soggetti	che	praticano	lobbying	a	
Bruxelles,	sulle	nuove	regole	e	procedure	del	lobbying	europeo	(con	riferimento	alla	trasparenza	e	
al	Registro	comune	tra	Commissione	e	Parlamento),	nonché	sul	recepimento	della	legislazione	
europea	all’interno	dell’ordinamento	italiano.	
Molta	curiosità	ha	suscitato	la	parte	dedicata	ai	soggetti	che	esercitano	lobbying	a	Bruxelles	e	che	
ha	permesso	ai	corsisti	di	conoscere	i	loro	nomi	in	base	alle	sei	categorie	presentate:	consultancy,	
studi	legali	e	professionisti	individuali;	lobbisti	interni	e	associazioni	di	categoria;
ONG;	think	tank	
e	istituzioni	accademiche;	organizzazioni	che	rappresentano	chiese	e	altre	comunità	religiose;
organizzazioni	che	rappresentano	autorità	locali,	regionali	e	municipali	o	altri	enti	misti.	Tra	i	nomi	
forse	già	conosciuti	a	Bruxelles	ritroviamo,	tra	gli	altri:	Accenture,	Barilla,	Coca	Cola	Company,	Eni,	
Ferrero,	Fiat,	BusinessEurope,	Unione	degli	Industriali,	Greenpeace	e	Bruegel.	Non	mancano,	
tuttavia,	soggetti	come	la	Chiesa	Ortodossa	d’Italia,	il	Jesuit	European	Social	Center	e	il	Coni.	
Insomma,	questi	due	giorni	di	lezioni	suggeriscono	sicuramente	diversi	spunti	di	riflessione.	Di	
sicuro,	la	qualità	delle	norme	è	un	fattore	che	può	avere	conseguenze	determinanti	per	un	
settore,	per	una	specifica	categoria	di	imprese,	probabilmente	per	l’intero	sistema-Paese:	il	
lobbista	è,	pertanto,	chiamato	a	lavorare	e	collaborare	per	garantire	una	legislazione	chiara	e	
certa.	
Inoltre,	una	puntuale	conoscenza	dell’architettura	politico-istituzionale	dell’UE	e	del	
funzionamento	del	processo	legislativo	europeo	sono	oggi	indispensabili	per	il	lobbista.	Tuttavia,	il	
quesito	da	porsi	è	relativo	ancora	alla	trasparenza	all’interno	dell’UE:	certo,	un	sistema	–	come	
quello	europeo	–	che	si	dà	delle	norme	sul	lobbying,	si	apre	ad	un	suo	esercizio	regolato,	ma	tali	
regole	vigenti	nell’UE	fanno	di	essa	già	oggi	una	democrazia	matura?	
	
Rocco	Orefice
La	legge	di	stabilità	e	la	regola	delle	3T:	i	Testi,	le	Teste,	il	Timing	
	
	
	
Dopo	la	pausa	natalizia,	tornano	gli	appuntamenti	del	corso	“Comunicazione,	Lobby	e	Politica”.	
Nel	pomeriggio	di	venerdì	15	gennaio	abbiamo	auto	il		gradito	ritorno	della	Dott.	ssa	Simona	
Genovese	(Responsabile	Affari	giuridici	della	Presidenza	del	Gruppo	PD	del	Senato	della	
Repubblica)	che	ha	analizzato	i	meccanismi	che	regolano	la	legge	di	stabilità	secondo	due	
angolature	differenti:	la	prima,		procedurale,		riguardante	gli	aspetti	normativi	della	formazione	
del	bilancio	dello	Stato,	la	seconda,	metodologica,	relativa	alle	tempistiche	e	alle	modalità	
d’intervento	necessarie	per	un’efficace	azione	di	lobbying.	
Dapprima	sono	stati	menzionati	i	principali	documenti	di	finanza	pubblica	alla	luce	del	nuovo	
contesto	economico-finanziario	soggetto	ai	vincoli	comunitari.	In	particolare,	ci	si	è	soffermati	
sulla	legge	di	stabilità,	quale	principale	strumento	legislativo	di	attuazione	degli	obiettivi	
programmatici	definiti	dal	DEF	(Documento	di	economia	e	finanza).		La	Legge	di	Stabilità	è	la	
denominazione	“rinnovata”	della	tradizionale	manovra	finanziaria	(quella	del	2016	è	l’ultima	e	dal	
2017	diventerà	parte	della	Legge	di	Bilancio).	Infatti,	le	norme	attuative	della	modifica	dell’art.81	
Cost.,	che	hanno	introdotto	il	vincolo	del	“pareggio	di	bilancio”,	ne	hanno	imposto	una	
ridefinizione	della	natura	giuridica.	
La	lezione	è	poi	entrata	nel	vivo	quando	la	discussione	si	è	concentrata	sulla	“sessione	di	bilancio”,	
cioè	il	periodo	di	tempo	destinato	all’esame	dei	disegni	di	legge	di	stabilità	e	di	bilancio	che,	tra	
l’altro,	coincide	con	il	periodo	in	cui	si	concentra	la	massima	attività	dei	gruppi	di	pressione	(dei	
lobbisti)	in	Parlamento.	Come	avevamo	già	capito	seguendo	l’hashtag	#openstabilità		utilizzato	da	
Antonio	Iannamorelli	per	raccontare	le	azioni	di	lobbying	svolte	da	Reti	in	occasione	della	legge	di	
stabilità.	
Per	un’efficace	azione	di	lobbying	durante	la	“sessione	di	bilancio”	vale	una	regola	generale:	la	
regola	delle	3T	(i	Testi,	le	Teste,	il	Timing).	
In	primo	luogo,	il	dominio	dei	testi	nel	caso	della	legge	di	stabilità	implica	la	capacità	di	saper	dove	
e	cosa	leggere	(orientamento)	e	la	capacità	di	sapere	cosa	e	come	scrivere	(drafting	legislativo).	
In	secondo	luogo,	occorre	avere	una	realistica	mappatura	degli	attori	che	partecipano	al	
procedimento	legislativo	o	sono	in	grado	di	influenzarlo:	riconoscere	ruoli	e	poteri	di	ciascun	
soggetto;	selezionare	preliminarmente	i	contatti	da	ricercare	e	i	contenuti	informativi	da	
scambiare	con	ciascuno;	instaurare	relazioni	personali	imperniate	sulle	competenze	e	sulle
responsabilità	di	ciascun	soggetto	e	finalizzate	alla	costruzione	di	una	relazione	di	mutuo	
affidamento.	“Perché	un’azione	di	lobbying	abbia	successo	occorre	accordare	molte	“teste”.	Per	
farla	fallire	può	bastarne	una”,	come	affermato	da	Simona	Genovese.	
Infine,	per	l’efficacia	dell’azione	di	lobbying	è	necessario	avere	consapevolezza	della	tempistica	
della	decisione	politico-parlamentare:	la	conoscenza	delle	scadenze	formali	(calendario	
parlamentare)	e	i	tempi	effettivi	della	decisione	politica.		In	particolare,	la	conoscenza	delle	fasi	di	
approvazione	della	legge	di	stabilità	è	essenziale	per	pianificare	e	gestire	il	timing	dell’intervento	
di	pressione.	“La	gestione	del	“successo”	dell’azione	di	lobbying	cambia	se	interviene	più	a	valle	o	
più	a	monte	del	processo”,	conclude	Simona	Genovese	al	termine	della	lezione.	
	
Ivan	Giannetti	
	
Lobby:	diretta,	indiretta	e	grassroots	
	
	
	
Sabato	16	Gennaio	con	Maria	Cristina	Antonucci		si	è	segnata	un’altra	importante	tappa	della	
XXVII	edizione	del	corso	“Comunicazione,	lobby	e	politica”.	Partendo	dalla	fase	precedente	alla	
formazione	di	un	gruppo	di	pressione,	ovvero	di	una	lobby,	si	è	evidenziato	come	l’aggregazione	
volontaria	di	individui	attorno	ad	un	interesse	particolare	sia	un	fenomeno	ordinario	e	proprio	dei	
gruppi	d’interesse.	Il	vero	punto	di	svolta	si	ha	quando	tale	gruppo	vuole	interfacciarsi	con	i	
decisori	politici	per	diventare,	a	sua	volta,	un	attore	politico	di	rilievo	esercitando	un’attività	di	
pressione	sul	sistema	decisionale.	Il	termine	lobby,	spesso	(se	non	sempre)	utilizzato	dai	media	in	
maniera	impropria,	non	costituisce	altro	che	la	parola	inglese	(corridoio)	per	indicare	(il	luogo	in	
cui)	un	gruppo	di	pressione	cosciente	di	poter	influenzare	la	formazione	e	l’attuazione	delle	
politiche	pubbliche	attuando	strategie	basate	su	una	“comunicazione	persuasiva”	in	grado	di	
andare	oltre	la	fase	decisionale	promuovendo,	quindi,	un	processo	relazionale	tra	portatori	di	
interessi	e	policy-makers.	Se	i	gruppi	di	pressione	possono	essere	convenzionalmente	distinti	tra	
economici,	promozionali	e	istituzionali,	la	vera	differenza	tra	di	essi	la	fanno	le	risorse	a	loro
disposizione.	Membership,	rappresentatività,	risorse	finanziarie	interne,	expertise	e	collocazione	
strategica	possono	costituire	le	carte	vincenti,	ma	anche	la	valorizzazione	di	una	sola	di	queste	
risorse	può	dominare	il	processo	di	lobbying,	come	ribadisce	Maria	Cristina	Antonucci.	L’80%	delle	
risorse	economiche	viene	destinato	ad	attività	di	lobbying	diretta	con	i	decisori	pubblici,	il	restante	
20%	viene	utilizzato	per	promuovere	un’attività	di	lobbying	indiretta	in	cui	i	veri	destinatari	
dell’attività	è	l’opinione	pubblica.	Una	pratica	di	lobbying	che	sta	assumendo	sempre	maggiore	
rilievo	è	costituita	dal	grassroots	lobbying	(lobby	dal	basso)	in	cui	vengono	impiegati	autorevoli	
opinion	leader,	con	posizioni	pubbliche,	in	grado	di	diventare	espliciti	sostenitori	di	un	
determinato	tema	riferito	ad	un	interesse	particolare.	Quando	parliamo	di	lobbying	è	
imprescindibile	differenziare	il	sistema	culturale	e	politico	di	riferimento.	In	effetti	riferirci	ad	un	
modello	di	lobbying	pluralista	made	in	USA	è	alquanto	distante	da	un	modello	caratterizzato	da	
neocorporativismo	proprio	del	contesto	europeo	occidentale.	Nel	primo	i	tratti	distintivi	sono	
quelli	della	concorrenza	tra	gruppi	di	pressione	che	agiscono	in	un	settore	regolamentato,	nel	
quale	vi	è	un’autoselezione	dell’interesse	meglio	rappresentato	presso	i	decisori	politici.	Nel	
secondo	modello	vi	è	prevalentemente	un	settore	deregolamentato,	nel	quale	i	rapporti	partiti-
rappresentanti	di	interessi	sono	spesso	debolmente	definiti	ed	il	risultato	si	concretizza	
maggiormente	in	una	sintesi	delle	varie	istanze	ascoltate.	Riferendoci	più	da	vicino	al	contesto	
italiano,	pur	se	la	regolamentazione	dell’attività	lobbistica	ha	costituito	un’esigenza	sempre	
maggiore	da	circa	sessanta	anni	a	questa	parte	(come	potete	leggere	qui)	e	nella	sola	XVII	
legislatura	sono	state	ben	18	le	proposte	o	i	disegni	di	legge	presentati,	ancora	oggi	ci	sono	solo	
timidi	frames	regolativi	dell’attività	di	rappresentanza	degli	interessi.	Tra	questi	vi	rientrano	
sicuramente	ciò	che	può	essere	chiamata	scheda	AIR	piuttosto	che	processo	AIR,	il	registro	per	i	
rappresentanti	di	interessi	presso	il	Ministero	delle	politiche	agricole	e	forestali,	le	leggi	regionali	
in	Toscana,	Molise	(praticamente	rimasta	inattuata)	ed	Abruzzo.	Addirittura	con	il	Ddl	anti-
corruzione	sul	traffico	di	influenze	illecite	si	è	rischiata	una	torsione	penalistica	dell’attività	
lobbistica	che	grazie	all’impegno	condiviso	tra	i	vari	professionisti	del	settore,	non	ha	trovato	la	
sua	concretizzazione.	Eppure	qualcosa	sembra	preannunciare	una	sempre	più	prossima	
regolamentazione	dell’attività	di	rappresentanza	degli	interessi	anche	in	Italia.	Se	nel	DEF	2014	alla	
Sezione	Trasparenza,	una	legislazione	organica	dell’attività	lobbistica	guadagnava	una	certa	
priorità	nell’agenda	governativa,	negli	ultimi	giorni,	per	essere	precisi	il	14	Gennaio	2016,	nel	DDL	
delega	al	Governo	relativo	al	Codice	appalti,	si	è	prevista	«la	trasparenza	nella	partecipazione	dei	
portatori	qualificati	di	interesse	nell’ambito	dei	processi	decisionali	finalizzati	alla	programmazione	
e	alla	aggiudicazione	di	appalti	pubblici	e	contratti	di	concessione	nonché	nella	fase	di	esecuzione	
del	contratto».		
	
Annamaria	Abbafati
Attività	di	persuasione:	la	piramide	del	lobbista	
	
	
	
Al	terzo	piano	di	Via	degli	Scialoja	18,	Roma	–	nella	sala	formazione	della	Running	Academy		–	
venerdì	22	e	sabato	23	gennaio	si	entrati	nel	vivo	della	XXVII	edizione	del	corso	“Comunicazione,	
lobby	e	politica”.	Antonio	Iannamorelli	(Direttore	Operativo,	Reti)	ci	ha	illustrato	le	specificità,	le	
caratteristiche	e	i	“trucchi”	necessari	per	costruire	un	piano	di	lobbying.	I	partecipanti	hanno	
prima	approfondito	il	quadro	normativo	attraverso	l’analisi	dei	canali	che	il	decisore	utilizza	nella	
sua	quotidianità	per,	poi,	soffermarsi	su	quanto	e	come	sia	necessario	riuscire	a	portare	avanti	una	
«strategia	di	posizionamento	che	vada	ben	oltre	la	specifica	norma»	attraverso	l’incontro	tra	
domanda	e	offerta.	In	questa	ottica,	continua	Iannamorelli,	sarà	sempre	necessario	sintetizzare	
le	back	office	solutions	con	azioni	pro-attive	bilanciando	una	strategia	che	tenga	conto	sia	delle	
analisi	del	quadro	regolatorio	–	attraverso	un’opportuna	fase	di	monitoraggio	–	che	del	
coinvolgimento	e	della	responsabilizzazione	degli	stakeholders.	Risulta	fondamentale	
comprendere,	anche,	il	sistema	delle	relazioni	in	termini	di	rappresentanza	e	consenso	di	coloro	
che	ricoprono	“key	position”	sul	territorio:	il	lobbista	è,	infatti,	intermediatore	del	network	(	un	
network	complesso	e	popolato	da	portatori	di	interessi	plurimi:	sindacati,	mondo	cattolico,	
associazioni	di	categoria,	sport,	imprese	e		stampa	locale)	tra	il	livello	politico-istituzionale	e	la	
pluralità	degli	stakeholders.	La	giornata	di	venerdì	si	è	conclusa	con	la	definizione	dei	criteri	di	
promozione	dei	“messaggi	motivazionali”	che	il	lobbista	dovrebbe	produrre,	sempre	senza	cadere	
nell’inganno	dell’elaborazioni	di	algoritmi	predefiniti,	ma	basandosi	su	un’attenta	osservazione	
delle	realtà	politico-istituzionale	con	le	quali	è	chiamato	a	relazionarsi.	
La	giornata	di	sabato	si	è	aperta	con	l’analisi	del	quadro	decisionale	all’interno	del	quale	sono	stati	
definiti	due	gruppi	di	decisori:	uno	“formale”	e	normativamente	preposto	ad	assumere	e	
“confezionare”	l’atto	politico/legislativo	e	l’altro	“sostanziale”,	contenutistico	ed	effettivo.	
Naturalmente	il	compito	del	lobbista	è	quello	di	comprendere	a	chi	rivolgersi	per	tutelare	gli	
interessi	che	rappresenta	e,	soprattutto,	quello	di	assumere	una	posizione	equilibrata	tra	queste	
due	realtà	dinamiche	e	imprevedibili.	Scegliere	il	giusto	interlocutore	è	fondamentale	
per		ottimizzare	i	tempi	e	le	relazioni	e	per	persuadere	con	professionalità.	Ok	persuadere,	ma
come?	Chiedendosi	sempre	perché	il	nostro	interlocutore	dovrebbe	ascoltarci	e,	in	particolar	
modo,	perché	e	come	noi	possiamo	diventare	la	priorità	nella	sua	scala	di	interessi	da	
rappresentare.		La	lezione	è	proseguita	con	la	mappatura	e	la	classificazione	dei	diversi	decision	
makers	attraverso	la	definizione	della	“piramide	della	persuasione”	[vedi	foto	in	basso]:	un	punto	
di	partenza	necessario	e	imprescindibile	per	strutturare	un	piano	di	lobbying.	Perché	diventi	uno	
strumento	efficace	è	indispensabile	la	capacità	di	interloquire	con	gli	attori	della	“piramide”,	
definendo	un	network	affidabile	e	duraturo,	tanto	con	i	vertici,	quanto	–	e	in	modo	particolare	–	
con	la	base.	La	giornata	si	è	conclusa	con	l’individuazione	«dell’universo	dei	desideri	del	decisore,	
attraverso	il	quale	il	lobbista	deve	saper	valutare	l’impatto	del	consenso	e	anticipare	le	variabili,	
senza	mai	dimenticare	di	occuparsi	della	“manutenzione”	del	rapporto	tra	impresa	e	
politica.	Questo	percorso	che,	chi	fa	o	farà	questo	mestiere	si	trova	quotidianamente	a	dover	
affrontare,	è	un	percorso	basato	sulla	comprensione,	l’ascolto	e	lo	studio	nella	piena	
consapevolezza	dei	limiti	e	alla	ricerca	continua	di	un	riscontro	positivo	e	negativo	che	esso	sia.	
L’importante	è	darne	pubblicità	e	riuscire	a	conservare	il	rapporto	con	il	cliente:	un	vero	lobbista,	
reinventando	continuamente	sé	stesso,	parla	attraverso	la	sua	affidabilità	e,	soprattutto,	
attraverso	i	suoi	risultati.	
	
Beatrice	Elia	e	Andrea	Cara	
	
Thank	you	for…	the	position	paper	
	
	
	
Dopo	gli	appuntamenti	con	il	direttore	operativo	di	Reti,	Antonio	Iannamorelli,	durante	i	quali	
abbiamo	imparato	come	procedere	alla	mappatura	delle	influenze,	la	cassetta	degli	attrezzi	
dell’aspirante	lobbista	si	è	arricchita	di	altri	due	importanti	strumenti	di	lavoro:	il	monitoraggio	
legislativo	e	il	position	paper.	Come	ogni	viaggiatore	che	si	rispetti,	prima	di	intraprendere	un	
percorso	occorre	preparare	un	bagaglio	che	raccolga	tanto	il	necessario	ad	affrontare	il	viaggio,	
quanto	per	far	fronte	ad	eventuali	ostacoli	che	si	potrebbero	incontrare	lungo	il	cammino.	In	
compagnia	della	Public	Affairs	Manager	di	Reti,	Caterina	Nigo,	nelle	giornate	di	venerdì	15	e	
sabato	16	febbraio	gli	Alumni	Running	hanno	appreso	ulteriori	conoscenze	
per	prendere	confidenza	con	l’attività	del	lobbista.
Il	monitoraggio	consiste	sostanzialmente	nell’attivazione	di	un	osservatorio	istituzionale	
permanente,	che	consente	al	cliente	di	beneficiare	di	una	panoramica	sui	settori	di	interesse,	
anche	(ma	non	solo)	in	vista	di	una	possibile,	futura	azione	strategica	da	intraprendere.	Il	
monitoraggio	consente	infatti	non	solo	di	comprendere	le	dinamiche	dell’attività	legislativa	in	
corso	(presentazione	ed	eventuale	svolgimento	di	atti	di	indirizzo	e	controllo,	presentazione	dei	
disegni	di	legge	e	relativo	iter,	proposte	emendative	e	modifica	e	approvazione	di	progetti	di	
legge,	attività	ministeriale	e	governativa),	ma	anche	di	approfondire	gli	orientamenti	politici	dei	
protagonisti	dell’attività	parlamentare	in	relazione	alle	diverse	questioni.	
Conoscere	i	percorsi	legislativi	in	atto	e	approfondirne	le	dinamiche	si	rivela	fondamentale	al	fine	
di	contribuire	all’attività	decisionale	su	uno	o	più	settori	di	interesse,	aiutando	il	lobbista	
nell’individuazione	delle	priorità	e	nella	scelta	oculata	degli	interlocutori.	Alla	luce	di	tali	
considerazioni,	il	monitoraggio	si	prefigura	quindi	non	solo	come	uno	strumento	di	conoscenza	e	
analisi,	ma	anche	come	la	premessa	a	monte	di	un’azione	strategica.	Come	ben	puntualizzato	da	
Caterina,	si	tratta	di	individuare	gli	hub	della	rete	da	monitorare,	sciogliere	i	nodi	rilevanti	delle	
questioni	“calde”,	esplicitarne	eventuali	connessioni,	tenendo	sempre	ben	presente	che	
l’ampiezza	dell’area	di	monitoraggio	dipenderà	dalla	complessità	dell’interesse	coinvolto.	Caterina	
ci	ha	poi	spiegato	come	la	redazione	di	un	position	paper	sia	differente,	ma	se	vogliamo	in	qualche	
modo	complementare,	alla	funzione	del	monitoraggio	legislativo	stesso.	Se	infatti	un’attenta	
conoscenza	dei	processi	normativi	in	atto	può	essere	d’aiuto	nell’individuazione,	insieme	al	
cliente,	del	perimetro	dell’istanza	da	rappresentare,	il	position	paper	è	il	documento	chiave,	
strumento	tangibile	dell’avanzamento	dell’istanza.	Si	tratta	di	un	documento	sintetico	(non	più	di	
1	o	2	pagine)	destinato	al	decisore	pubblico,	che	generalmente	riassume	brevemente:	la	posizione	
del	soggetto	che	solleva	l’istanza,	l’esigenza	che	si	vuole	rappresentare,	le	motivazioni	per	cui	si	
intende	perseguirla	e	una	o	più	possibili	soluzioni	normative	atte	a	concretizzarla.	
Chiaramente	è	fondamentale	tarare	il	position	in	relazione	al	soggetto	a	cui	viene	consegnato,	con	
l’obiettivo	sostanziale	di	aiutare	a	comprendere	in	poche	righe,	come	ci	raccontava	Kennedy,	in	
che	modo	e	perché	l’opinione	è	valida	e	percorribile.	Motivo	per	cui,	come	ci	ha	spiegato	Caterina,	
il	position	paper	non	è	il	punto	di	arrivo,	bensì	di	partenza	del	dialogo	con	l’interlocutore	
istituzionale	che	accetta	di	rendersi	difensore	dell’interesse	avanzato	dal	lobbista.	I	temi	sono	
tanti,	come	tanti	sono	i	possibili	interlocutori,	ma	gli	strumenti	di	lavoro	del	lobbista	riconducono	
sempre	allo	stesso	obiettivo	fondamentale:	difendere	istanze	particolari	che	portino	valore	al	
sistema	Paese,	tramutando	l’interesse	particolare	in	un	interesse	il	più	possibile	generale.	
I	lobbisti	sono	quelle	persone	che	per	farmi	comprendere	un	problema	impiegano	dieci	minuti	e	
mi	lasciano	sulla	scrivania	cinque	fogli	di	carta.	Per	spiegarmi	lo	stesso	problema	i	miei	
collaboratori	impiegano	tre	giorni	e	decine	di	fogli	(John	Fitzgerald	Kennedy).	
	
Ivan	Giannetti
L’ancora	di	Amigdala:	tra	bias	e	disintermediazione	
	
	
	
Claudio	Velardi	ha	impostato	la	sua	lezione	sul	lobbying	e	comunicazione	con	un	lungo	prologo	su	
amigdala,	ippocampo	e	i	sistemi	cognitivi	di	Daniel	Kahneman,	per	poi	arrivare	alla	
disintermediazione	e	ai	bias.	Claudio	Velardi	è	un	runner,	ma	corre	senza	musica.	Senza	pensieri,	
per	non	fiaccare	il	ritmo.	Corre,	con	Amigdala	e	Ippocampo.	No,	non	deliriamo.	È	Amigdala	la	
compagna	di	corsa	di	Velardi,	perché	è	Amigdala	che	gli	permette	di	procedere	incessante	nel	
passo.	In	automatico.	Amigdala	è	amica	di	tutti	noi,	una	struttura	–	nucleo	di	sostanza	grigia	–	
posta	nella	profondità	di	ciascuno	dei	poli	temporali	dei	due	emisferi	cerebrali,	necessaria	per	
reagire	ai	pericoli	intorno	a	noi	e	prepararci	ad	una	risposta	adeguata.	Come	ad	esempio	
“combatti	o	ritirati”.	Amigdala,	rapidamente,	d’istinto,	prende	le	decisioni	che	noi	non	ci	
accorgiamo	di	prendere,		conoscendo	già	le	conseguenze	positive	e	negative	di	ogni	possibile	
scelta.	
E	poi	c’è,	subito	dietro,	Ippocampo,	fatto	di	corteccia	cerebrale	filogeneticamente	antica,	parte	del	
sistema	limbico,	sistema	preposto	al	controllo	dell’omeostasi	–	capacità	dell’organismo	di	
stabilizzare	le	caratteristiche	del	proprio	ambiente	interno	al	variare	delle	condizioni	esterne	–	e	
del	comportamento	emotivo,	ma	anche	–	e	soprattutto	–	deposito	della	nostra	memoria.	A	che	
cosa	serve	però	conoscere	questi	vitali	“compagni	di	corsa”?	Serve	a	superarci	e	a	superare	i	
tranelli	che	la	nostra	mente	costruisce,	serve	a	restare	tra	i	“pericoli”	conosciuti	e	a	saltarli	come	
fossero	un	tronco	sulla	strada,	e	serve	ad	accedere	al	sistema	2	della	nostra	attività	cerebrale,	
quella	che	non	ci	fa	muovere	in	automatico,	quella	che	ci	impone	di	fermarci	o	rallentare	prima	
di		fare	le	nostre	scelte	più	importanti.	Immaginiamo	che	Velardi	abbia	percorso	i	suoi	10km	di	
corsa	sul	lungomare	di	Napoli,	che	tolga	le	sue	scarpe	da	corsa	e	salga	sulla	sua	barca	(che	non	so	
se	ha,	beninteso);		può	farlo	scalzo	o	con	i	suoi	mocassini	da	barca,	può	salpare	l’ancora	e	dirigersi	
in	mare	aperto,	ma	poi	ad	un	certo	punto	se	vuole	fermarsi,	se	DECIDE	di	fermarsi,	dovrà	
ancorarsi.	Ed	eccoci	giunti	alla	fase	2,	quella	di	cui	un	lobbista,	un	comunicatore,	un	parlamentare	
–	qualsiasi	uomo	o	donna	che	voglia	essere	padrone	della	propria	vita	–	dovrà	fare.	Buttare	
l’ancora.	In	psicologia	questa	scelta	viene	descritta	come	l’emergere	di	uno	stimolo	capace	di	
influenzare	lo	stato	mentale	ed	emotivo;	consiste	nel	produrre	uno	stimolo	in	risposta	ad	uno	
stato	d’animo,	proprio	di	un’esperienza	passata.	Uscendo	dalla	metafora,	corsa	e	barca	hanno
entrambe	la	capacità	di	tenere	Velardi	nel	sicuro	delle	sue	conoscenze,	ma	mettiamo	per	esempio	
che	Velardi	debba	convincere	Renzi	a	non	modificare	il	DDL	Cirinnà.	
Ha	visto	la	piazza	del	Family	Day,	e	il	suo	amico	Ippocampo	gli	riporta	alla	memoria	le	foto	dello	
stesso	evento	del	2007,	che	portò	alla	caduta	di	Prodi.	Amigdala	allora	gli	regala	una	sensazione	di	
timore,	che	potrebbe	portarlo	a	rimandare	e	ritardare	il	voto,	o	a	stralciare	la	“stepchild	adoption”	
(e	chi	scrive,	diversamente	da	Velardi,	vorrebbe	lo	stralcio	totale	di	questo	disegno).	Ma	Velardi	
propone	a	Renzi	qualcosa	di	diverso,	mostrandogli	come,	solo	superando	i	condizionamenti	dettati	
dalle	esperienze	passate,	Renzi	può	lanciare	un’ancora	nel	futuro…	e,	nel	futuro,	proiettarsi	lui	
stesso	come	leader.	
Runners,	infilate	le	scarpe.	Dobbiamo	andare	più	veloci	di	Amigdala!	
	
Chiara	Colosimo		
	
Media	Affairs:	come	e	dove	nasce	la	notizia	
	
	
Continuano	le	lezioni	del	corso	“Lobby,	comunicazione	e	politica”	della	Running	Academy.	Questa	
volta	Rodolfo	Belcastro	(meglio	conosciuto	come	Rudi	anzi,	come	@sdisponibile	)	–Responsabile	
dei	rapporti	con	i	media	nazionali	Anas,		ci	ha	descritto	il	“mondo”	dei	media	e	la	loro	
complementarietà	con	l’attività	di	lobbying.	Prima	di	tutto	abbiamo	analizzato	la	differenza	
esistente	tra	“fare	comunicazione	d’	impresa”	e	“essere	giornalisti”,	con	ciò	definendo	l’ambito	del	
media	affairs:		il	manager	che	si	occupa	di	media	è	colui	che	gestisce	e	crea	i	flussi	delle	
informazioni	e	della	comunicazione	con	gli	stakeholders,	nell’interesse	del	proprio	cliente	o	del	
proprio	vertice	aziendale	e	politico.	
La	lezione	è	proseguita	con	cenni	storici	relativi	all’esigenza	emersa	durante	la	rivoluzione	
industriale	di	rivolgersi	a	società	di	RP	in	quanto	specializzate	nel	“servizio	al	business”.	Nel	tempo	
sono	diventate	veri	e	propri	stakeholders	con	il	moltiplicarsi	di	giornali	e	riviste	generaliste	e	di	
settore.	Oggi,	è	innegabile	la	loro	utilità,	dato	che	ogni	azienda,	istituzione,	personaggio	pubblico	
ed	organizzazione	si	trova	quotidianamente	a	dover	gestire	rapporti	con	gli	organi	di	
informazione.	Questa	attività,	così	nevralgica	e	delicata,	si	esplica	nelle	azioni	di	diffusione,	
controllo,	ritardo,	amplificazione,	orientamento,	influenza	e	gestione	delle	“news”	e	trova	un	
primo	riferimento	normativo	nella	legge	150	del	2000.	Nello	specifico,	Belcastro,	ci	ha	esposto	il	
ruolo	dell’ufficio	stampa	che	gestisce	l’informazione	in	collegamento	con	gli	organi	di	informazione	
mezzo	stampa,	radiofonici,	televisivi	ed	on-line	mediante	la	redazione	di	comunicati,	attività	di
promozione,	organizzazione	e	creazione	di	conferenze,	incontri,	rassegne,	eventi	e	newsletter.	Ma,	
soprattutto,	del	suo	ruolo	determinante	di	gestore	delle	situazioni	di	crisi,	necessario	per	tutelare	
la	reputazione	e	mantenere	la	fedeltà	del	cliente.	
Successivamente,	con	il	supporto	di	esempi,	abbiamo	analizzato	quelli	che	sono	gli	strumenti	
necessari,	come	redigerli	ed	impostarli	nella	pratica.	Il	primo	strumento	oggetto	di	studio	è	stato	
il	comunicato	stampa	per	poi	passare	alla	conferenza	stampa	e	alle	domande	da	porsi	per	
garantirne	l’efficacia	(la	rilevanza	di	cosa	comunicare,	quali	relatori	scegliere	e	media	invitare,	i	
processi	di	mailing	list,	i	materiali	da	redigere,	la	cartella	stampa	e	i	suoi	contenuti).	Ma	non	si	può	
parlare	di	scatola	degli	attrezzi	senza	menzionare	le	interviste	(stampa,	radio,	tv,	web)	utilizzate	al	
fine	di	posizionamenti,	lanci	e	smentite,	degli	eventi	e	della	loro	funzione	di	economia	relazionale,	
dei	social	network	quali	fonte	primaria	di	notizia	disintermediata	e	poi	di	condivisone	della	notizia,	
e	per	ultimi	(ma	non	per	importanza)	degli	incontri	“one	to	one”	per	promuovere	relazioni	formali	
ed	informali	di	fidelizzazione	tra	addetti	stampa,	giornalisti	e	stakeholders.	In	questo	quadro	
bisogna	essere	abili	comunicatori	tenendo	presenti	elementi	quali	la	“pigrizia	mentale”	
dell’opinione	pubblica	e	gli	interessi	economici	in	gioco,	continua	Belcastro.	Ad	esempio,	bisogna	
ricordate	sempre	che	una	notizia	smentita	è	sempre	una	notizia	data	due	volte	e	che	è	necessario	
evitarne	l’amplificazione	ed	individuare	le	alternative	più	efficaci	come	le	interviste	riparatrici	
orientate	su	altre	tematiche,	la	promozione	d’incontri	“one	to	one”	con	i	firmatari,	
l’interpretazione	dell’azione	sul	Direttore/Editore	come	ultima	ratio	e	della	querela	come	una	
sconfitta.	
In	conclusione	abbiamo	distinto	il	ruolo	del	web	nel	“digital	publishing”	e	dei	social	
network	nell’attività	di	media	relation.	Social	che	oramai	vedono	sempre	più	l’affermarsi	di	
fenomeni	come	il	broadcast	di	contenuti,	l’engagement	di	giornalisti	e	stakeholder,	la	cross-
medialità,	il	mainstream	vs	l’underground	e	il	second	screen.	Tutto	ciò,	ripete	Belcastro,	
contribuisce	ad	incentivare	l’opinione	pubblica	che	non	appare	più	solo	come	il	frutto	
dell’elaborazione	di	un	racconto	degli	eventi	ma	della	possibilità	di	conoscere	i	diversi	aspetti,	le	
plurali	versioni	di	una	storia	e	di	diventare	parte	del	dialogo,	partecipandovi,	allargandone	la	
conoscenza.	La	comunicazione	deve	trovare	proprie	fondamenta	nella	promozione	di	valori	come	
la	trasparenza,	l’eccellenza	nella	valorizzazione	dei	patrimoni,	dei	progetti	e	delle	persone,	
l’innovazione	e	l’attenzione	ai	clienti.	Quanto	sopra	è	indispensabile	per	la	definizione	di	una	
identità	corporate	ed	è	proprio	in	questo	processo	evolutivo	che	il	“press	officer”	si	arricchisce	
divenendo	anche	visual/video	maker,	social	manager	e	storyteller.	Proprio	per	una	realtà	dinamica	
fatta	d’immagini,	trends,	key	message	e	storie	da	raccontare	che	possano	esprimere	passione	e	
consapevolezza,	parlando	linguaggi	moderni	anche	con	canali	tradizionali.	
	
Beatrice	Elia
Quando	lobby	significa	costruire	relazioni	
	
	
	
Era	il	27	novembre	2015	e	i	partecipanti	al	corso	“Comunicazione,	lobby	e	politica”,	organizzato	
dalla	Running	Academy,	si	trovavano	ai	nastri	di	partenza:	la	formazione	dei	futuri	lobbisti,	
programmata	in	10	weekend	per	un	totale	di	60	ore,	prendeva	il	via	proprio	in	quella	data,	con	
relatore	Claudio	Velardi.	Tra	gli	ultimi	appuntamenti,	però,	e	prima	del	“rush	finale”	del	19-20	
febbraio,	a	sedere	dietro	la	“cattedra”	come	docente,	la	mattina	di	sabato	13	febbraio	c’è	Stefano	
Ragugini,	Consultant	(ormai	da	ben	10	anni	–	correva	il	giorno	1	marzo	2006)	di	Reti-
Running.	Consultant?	Non	solo,	c’è	sicuramente	dell’altro.	
La	lezione,	tutta	incentrata	sull’event	management	(leggasi:	se,	quando	e	come	organizzare	un	
evento)	e	sulla	creazione	di	network	e	comunità	di	interesse	(email,	database	e	social	network),	è	
iniziata	con	una	richiesta	di	Stefano	ai	partecipanti:	“Siamo	quasi	giunti	alla	fine	del	corso.	Mi	date,	
ora,	una	definizione	di	lobbying?”	Dopo	aver	ascoltato	le	nostre,	propone	la	sua:	“Rappresentare,	
in	modo	trasparente,	interessi	particolari	verso	i	decisori	pubblici”.	E’	questo	il	lavoro	del	lobbista,	
giusto?	Certo,	ma	se	andiamo	sul	profilo	twitter	di	Stefano,	l’immagine	di	copertina	(proiettata	
anche	a	lezione)	non	è	l’anticamera	di	Palazzo	Montecitorio,	bensì	una	frase,	o	meglio	una	
domanda,	più	precisamene	questa:	“Sì,	ok.	Ma	di	lavoro	vero	che	fai?”.	La	risposta?	Anche	questa	
Stefano	ha	pensato	di	proiettarla	durante	la	lezione:	“Io?	Veramente	ancora	non	lo	so.	Ma	se	
proprio	ne	devo	dire	una:	Lobbista	relazionale”	(non	è	una	supercazzola).	Sì,	c’è	scritto	relazionale.	
Esiste	il	lobbista	relazionale,	quindi?	Sì,	e	a	ben	vedere,	per	il	docente,	esistono	quattro	tipologie	di	
lobbisti:	legislativi,	comunicatori,	relazionali	e	analisti.	Diverse	expertise,	dunque,	che	se	possedute	
tutte	insieme	fanno	il	lobbista	perfetto	ma,	attenzione,	la	perfezione	si	può	raggiungere	anche	in	
squadra,	perché	“il	lavoro	in	team	fa	la	forza”.	Il	bello,	poi,	è	venuto	nel	momento	in	cui	ci	ha	
chiesto:	“E	voi	che	lobbisti	siete	o	vorreste	essere?	È	questo	che	dovete	cercare	di	capire,	in	base	
ovviamente	alle	vostre	caratteristiche	personali!”.	Una	domanda	che	richiede,	evidentemente,	
una	riflessione	critica	da	parte	dei	corsisti	su	sé	stessi	e	su	una	professione	così	affascinante	che,	
se	fatta	anche	seguendo	le	proprie	caratteristiche	e	competenze,	può	far	esplodere	il	potenziale	
posseduto	per	metterlo	al	servizio	di	un	processo	decisionale	pubblico	trasparente	e	democratico.	
Ma	veniamo	al	contenuto	vero	e	proprio	della	lezione:	la	parola	chiave	è	certamente	“relazione”.	
Cosa	fa,	quindi,	un	lobbista	“relazionale”?	Sostanzialmente	si	dedica	alla	“costruzione	di	network
stabili”	che	saranno	preziosi	sia	per	la	lobbying	diretta	che	indiretta.	La	stabilità,	la	costanza	con	
cui	si	mantengono	i	contatti	è,	dunque,	fondamentale:	“non	bisogna	farsi	sentire	solo	nel	
momento	del	bisogno,	perché	le	relazioni	non	funzionano	come	il	118!”,	avverte	Stefano.	Al	
contrario,	il	lobbista	è	chiamato	a	proporsi	come	“fonte	di	informazioni”	che	hanno	un’utilità	per	il	
decisore	pubblico,	ad	essere	un	“canale	sempre	aperto”,	a	“coltivare	un	rapporto	costante”	e,	
infine,	a	“costruire	le	relazioni	quando	non	servono	e	non	solo	quando	servono”.	Per	rispondere	a	
tali	esigenze,	quindi,	è	importante	ricorrere	ad	alcune	(tra	le	tante)	strategie	di	lobbying	indiretta:	
come	detto,	l’event	management	e	la	creazione	di	una	comunità	di	interessi.	Stefano	Ragugini,	
infatti,	ha	illustrato	il	lavoro	da	lui	svolto	nei	10	anni	di	rete	in	Reti	riportando	dei	case	history:	dai	
convegni	su	commessa,	agli	eventi	relazionali	come	“Un	caffè	con…”,	quest’ultimo	un	evento	
capace	di	richiamare	molti	professionisti	intorno	a	nomi	importanti	di	politici,	imprenditori	e	
giornalisti	autorevoli.	Non	mancano,	tuttavia,	anche	aperitivi	e	feste	come	“10	anni	di	Reti”,	
“#BBPG”	(Bye	Bye	Palazzo	Grazioli,	la	festa	per	l’addio	di	Reti	alla	sede	storica	di	Palazzo	Grazioli),	
“Pane	e	felicità”,	“il	Rottamaparty”	(per	il	lancio	del	sito	“Il	Rottamatore”)	“Italy	calls	for	Europe”	
(per	l’inizio	della	Presidenza	Italiana	del	Semestre	Europeo	nel	luglio	del	2014	organizzato	in	
collaborazione	con	Teleperfomance).	Tuttavia,	per	la	buona	riuscita	di	questi	eventi	(oltre	al	
menù)	non	può	assolutamente	mancare	il	lavoro	(per	niente	facile!)	che	si	è	chiamati	a	svolgere	
col	proprio	database	(per	cui	Stefano	ha	una	vera	e	propria	ossessione	–	si	è	ben	capito	durante	la	
lezione),	con	l’invio	delle	email	(meglio	se	inviate	personalizzate)	e	i	contatti	frequenti	tramite	
l’utilizzo	dei	social	network.	E	anche	qui	Stefano	ha	dato	preziosi	suggerimenti	ai	corsisti	su	come	
mantenere	costanti	i	rapporti	nel	tempo	(in	un	anno	sono	due	i	momenti	in	cui	fa	sempre	piacere	
ricevere	gli	auguri:	Natale	e	il	giorno	del	compleanno	ma,	occhio,	per	ogni	persona	non	bisogna	
utilizzare	lo	stesso	strumento:	sms,	whatsapp,	email,	messaggio	sulla	bacheca	o	sulla	chat	di	
facebook,	tweet,	dipende	che	tipo	di	rapporto	si	ha	con	la	persona	a	cui	si	inviano)		e	su	come	
organizzare	una	rubrica	personalizzata	di	contatti	e	avere,	quindi,	la	possibilità	di	raggiungere	tutti	
nel	momento	in	cui	si	organizza	un	evento.	
È	il	nuovo	modo	di	fare	lobby,	dunque,	destinato	(sembra)	a	durare	nel	tempo,	seguendo	i	
cambiamenti	sociali,	il	modo	di	comunicare	e	trasmettere	informazioni	in	modo	trasparente.	È	la	
lobby	delle	“reti”,	o	meglio,	delle	“reti	di	relazioni”.	
	
Rocco	Orefice
Questione	di	#Reti:	il	paradigma	della	lobby	2.0	
	
	
	
Massimo	Micucci,	Senior	Consultant,	QuickTop-Reti	–	guida	il	rush	finale	della	XXVII	edizione	del	
corso	“Comunicazione,	lobby	e	politica”	con	la	lezione	lobby	2.0:	l’utilizzo	dei	social	network	per	
creare	consenso.	
Dopo	una	breve	cronistoria	di	Reti	ed	una	attenta	ricostruzione	del	quadro	politico	del	Paese	(dalla	
‘verticalità’	degli	anni	’70	ad	oggi	–	ripercorrendo	la	crisi	‘post-tangentopoli’	del	’93)	si	è	passati	
alle	reti,	quelle	che	hanno	fatto	la	storia.	Le	rotte	navali	prima	e	quelle	stradali	poi,	la	capillarità	
della	rete	elettrica	ieri	e	le	tecnologie	dell’informazione	(ICT)	oggi:	tutti	validi	esempi	di	quanto	il	
“potere”	non	abbia	un	centro.	
Ecco,	allora,	che	si	formano	le	nuove	reti,	si	espande	il	‘mondo	social’	e	si	deve	necessariamente	
elaborare	un	nuovo	modo	di	fare	politica	e	di	creare	consenso.	Su	un	piano	più	generale,	la	
comunicazione	comincia	a	porsi	il	problema	di	valorizzare	la	cultura	partecipativa	e	di	raggiungere	
direttamente	i	networked	publics,	spesso	aggirando	il	potere	di	interposizione	dei	media	
tradizionali.	Chiamatela,	se	volete,	disintermediazione.	
E	se,	da	un	lato,	la	comunicazione	politica	(in	particolare	con	il	governo	Renzi)	sta	imparando	a	
decodificare	e	utilizzare	il	nuovo	ecosistema	mediale,		fortemente	integrato	e	convergente,	il	ruolo	
che	questo	nuovo	ecosistema	ha	nella	costruzione	delle	idee	della	politica	e	della	partecipazione	
politica	da	parte	dei	cittadini	risulta	ancora	poco	chiaro	e	mascherato	da	troppe	contraddizioni.	
Di	queste	contraddizioni,	Massimo	Micucci,	ne	ha	evidenziate	non	poche:	dalla	crescente	
disaffezione	dell’opinione	pubblica	rispetto	alle	tesi	della	comunità	scientifica,	alla	necessità	di	
creare	specifici	“comitati	del	no”	che	si	occupino	di	contrastare	progetti	inesistenti	(v.	shale	gas).	
La	lezione	si	è	conclusa,	al	netto	dell’ampio	spazio	di	riflessione	comune,	con	l’analisi	di	specifici	
rapporti	di	settore	e	dei	così	detti	social	indicators,	del	resto:	«ognuno	di	noi	è	un	media».	
	
Andrea	Cara

Diario del corso