La 'teoria della distruzione del valore' propone una critica alla teoria marxista del plusvalore, sostenendo che il capitalismo non sottrae il plusvalore ma distrugge il valore del lavoro, creando un rapporto diseguale tra capitalisti e lavoratori. Inserita nella dottrina del 'repubblicanesimo geopolitico', essa analizza come le strutture di potere contemporanee erodano i diritti e le capacità politiche dei lavoratori, definendo due categorie: 'decisori alfa-strategici' e 'decisori omega-strategici'. Si evidenzia una contraddizione nelle democrazie occidentali, dove l'estensione formale dei diritti civili coesiste con una sostanziale distruzione dei diritti lavorativi.