"Ntlz dirmi chehai paura é un libro necessario." Roberto Saviano
"Un libro semplice e sincero, che dovrebbero leggere i nostri figli e
nipoti." (loffredo Fofi
"Nt¡n dinni che bai paura é uno di quei romanzi che crea r-rn prima e
un clopo... Dá la sensazione di essere uno dei primi libri che anclrá a
formare l¿ letteratura del nostro Olocaust<l contemporaneo. " "Il Fatto
Quotidiano"
"scritto in modo secco ed essenziale, ricorda, seppur alla lontana, í1
Prinro Levi di Se questo i ¿tn uonzo." A{arco Belpoliti
"CatozzeTTa é uno scri¡tore. Con questa mate¡ia sordida riesce a t-a¡e
letrcratura. " Colrado Augias
Giuseppe CatozzelTa scrive su numerose restate e ha pubblicato il libro
in versi La scimmia suiue e i romanzi Espianti (Transeuropa, 2008),
Alueare (Rizzoii,2011; Feltinelli, 2014), da cui sono srari rrati rnolri
spettacoli teatrali e un film, Non dirmi che bai ¡taura (Felminelli, 2014;
vincitore clel premio Strega Giovani 2014; finalista al premio Strega
2014; vincitore c'lel prernio Carlo Levi 2015), tradotto in turto il monclo
e da cui é in lavorazione un film, Il grande futuro (Feltrinelli, 201.), E
n splendi (Feltrinelli, 2018). Italt,tna (Nlondadori,2O2l) e il ronanzo
per ragazzi 1l ragazzo contro la guerra (Mondadon,2022). Giuseppe
C¡tozzella é Goodwill Ambassador C)nu.
GIUSEPPE
CATOZZELLA
Non dirmi
che hai paura
i
I
t,
2.
O Giangiacomo FeltrinelliEditore Milano
O 2Ol1by Giuseppe Catozzella
Published by arrangement with Agenzia Santachiara
Prima edizione ne "I Naratori" gennaio 201,1
Prirna eclizione nell"'Universale Economica" maggio 2015
Quindicesima edizione dicemb¡e 2021
Stampa Elcograf S.p.a. - Stabilimento di CIes (TN)
ISBN 978-88-07 88571-l
.A
FSC
MISTO
Caña
da foñti g€6t¡16 in
manlsra responsabits
FSC. Cf 151 18
www.feltrinellieditore.it
Libri in uscita, interviste, reading,
commenti e percorsr di lettura.
Aggiornamenti quotidiani
É unr
sTlirt.(
lL iAzzlsM
razzismobruttastor¡a.net
1
La mattina che io e Ali siamo diventati fratelli faceva un
caldo «la morire e stavamo riparuti sotto l',ombra stretta di
un'acacia.
Era venerdi, il giorno della festa'
La corsa eta statalunga e stancante, eravamo tutti e due
sudati fradici: da Bondere, dove abitavamo, siamo affivati
clritti fino allo stadio oons, senza fefmarci mai. sette chilo-
metri, passando per tutte le stradine interne che Ali conosce-
va come le sue taiche, sotto un sole talmente cocente da scio-
gliere le pietre.
Sedici anni in due avevamo, otto a testa, nau a tre glornl
di distanza l,uno dall'altra. Non potevamo che essere fratelli,
aveva ragione Ali, anche se eravamo figli di due famiglie che
non si saiebbero neanche dovute rivolgere la parola e invece
vivevano nella stessa casa, due famiglie che avevano sempre
condiviso tutto.
Stavamo sotto quell'acaciaa prendere un po' di fiato e cli
fresco, imbrattati fino al sedere áella polvere bianca e sottile
che si alza dalfondo delle strade al minimo sbuffo di vento,
quando da un momento all'altro Ali se n'é uscito con quella
storia della abaayo.
"Vuoi essere mia abaayo?" mi ha chiesto, mentre ancora
aveva il respiro spezzato,le mani ai fianchi ossuti, stretti sot-
1
I
ll
l
3.
to i pantalonciniblu che erano srari di tutti i suoi fratelli pri-
ma di finire a lui. "Vuoi essere mia sorella? " Conosci q,ralc,r-
no per una vita e c'é sempre un momento esatto a partite dal
qualg, se per te é una persona importante, da li in poi sará
sorella o fratello.
Legáti per la vita da una parola, si rimane.
Lho guardato storto, senza fargli capire cosa pensavo.
"Solo se riesci a prendermi," ho detto all'improwiso, pri-
ma di scattare via di nuovo, in direzione della rrortru .rrá.
Ali deve avercela messa rutta, perché dopo pochi passi é
riuscito ad affercarmi per la maglietta e a farmi inciampare.
Siamo finiti a terra; lui sopra di me, nella polvere che si altac-
cava ovunque, al sudore della pelle e ai vestiti leggeri.
Quasi I'ora di ptanzo, in giro non c'era r..rrrn.r. Non ho
cercato di divincolarmi, non ho opposto resistenza. Era un
gioco.
"Allora?" mi ha chiesto, respirandomi il suo fiato caldo
sulla faccia e facendosi d'un tratto serio.
Io non l'ho neanche guardato, ho solo stfizzato gli occhi
schifata. "Mi devi dare un bacio, se vuoi essere mio-fratello.
Lo sai, sono le regole."
Ali si é allungato come una lucertola e mi ha schiacciato
un bacio bagnaticcio sulla guancia.
"Abdttryo," ha detto lui. Sorella.
"AboztDe," ho risposto io. Fratello.
Ci siamo úalzati, e via.
Eravamo liberi, di nuovo liberi di correre.
Almeno fino a casa.
La nostra casa non era neanche una casa nel senso normale
del termine, come possono essere quelle belle, con tutte le co-
moditá. Era piccola, piccolissima. E ci vivevamo in due fami-
glie, la nostra e quella di Ali, dentro 1o stesso cortile, recintato
da un muricciolo d'argilla. Le nostre abitazionierano proprio
una di fronte all'altra, ai due margini opposri dello spiázzo.
8
Noi stavamo sulla destra e avevamo due stanze, una per
me e i miei sei fratelli el'alffa per mamma e papá. Le pareti
erano di una miscela, che al sole diventava durissima, di fan-
go e ramaglie. Ma inmezzo alle nostre due stanze, come a di-
viderci dai nostri genitori, c'era la camera dei padroni di casa,
la famiglia di Omar Sheikh, un omone grasso con una moglie
ancora piü grassa di lui. Loro non avevano figli. Stavano vi-
cino alla costa, ma ogni tanto venivano a passare la notte li, e
quando capitavale giornate diventavano subito molto meno
allegre. "Tenetevi le battute e gli scherzi per dopodomani,"
diceva Said, il mio fratellone piü grande, ogni volta che li ve-
deva arrivare, riferendosi a quando sarebbero ripartiti.
Ali, invece, con suo padre e i suoi tre fratelli, stava in una
stanza sola, addossata al muro a sinistra.
Il posto piü bello della casa era il cortile, un cortile gran-
de, ma grande dawero, con in fondo un enorme, solitario eu-
calipto. Il cortile era cosi grande che tutti i nostri amici vole-
vano venire da noi a giocare. Come par,imento, in casa e ovun-
que, la solita terra bianca che a Mogadiscio sí infila dapper-
tutto. In camera, per esempio, avevamo steso delle stuoie di
paglia sotto i materassi. ma non servivano a molto: ogni due
settimane Said e Abdi, i miei fratelli maggiori, dovevano usci-
re e sbatterle con tuttalaforzaper cercare di eliminare ogni
singolo granello di polvere.
Quella casa era stata costruita d,al grassone Omar Sheikh
in persona, tanti anni prima. IJaveva voluta proprio attorno
a quel maestoso eucalipto. Passandoci davanti, ogni giorno
fin da quando era bambino, si era innamorato di quell'albe-
ro, cosi ci aveva raccontato un'infinitá di volte con la sua vo-
cina ridicola che gli si strozzava in gola. A quel tempo l'euca-
lipto era giá grande e forte, e 1ui aveva pensato: voglio che la
mia casa sia qui. Poi, sotto la dominazione del dittatore, era-
no cominciati i problemi con gli affaú e sembrava che stesse
arrívando la guerra; quindi aveva pensato di trasferirsi in un
9
4.
dietro, e noiacceleravamo e in un secondo li seminavamo,
alzando ancora piü polvere. Era diventato un gioco, rideva-
mo noi e rídevano un po' anche loro. Dovevamo stare atten-
ti a dove mettevamo i piedi, peró, perché la sera si bruciava
a spazzafura e le strade, la mattina dopo, erano disseminate
di resti carbonizzati. Taniche di benzina, lattine di olio, pez-
zi di copertone, bucce di banana, cocci di bottiglie, c'era di
tutto. In lontananza, rnentre correvamo, si scorgevano tanti
cumuli fumanti, tanti piccoli vulcani in eruzione.
Prima di infilarci nelle stradine piü strette che portavano
alla grande strada che costeggia il mare, passavamo sempre
perJamaral Daud, un ampio viale a due carreggiate, ricoper-
to dalla solita terra, e con due file di acacie ailati.
Ci piaceva vedere sfilare di corsa l'altare della Patria, il
parlamento, la biblioteca nazionale, il tribunale. Li davanti
si fermavano i venditori ambulanti: i teli colorati per terra su
cui appoggiavano le loro mercanzie, dai pomodori e le caro-
te ai tergicristalli per le auto. Stavano appisolati sotto gli al-
beri sul viale finché non arrivava qualche cliente, e quando
noi passavamo ci guardavano come due mittziani. Ci pren-
derrano in giro.
"Dove andate cosi di fretta, voi due mocciosi? E giorno
di festa, festeggiate e state tranquilli," dicevano quando gli
passavamo di fianco.
"A casa da tua moglie andiamo, vecchio dormiglione!"
risponcleva Ali. A volte ci tiravano dietro unabanana, o un
pomodoro, o una mela.
Ali si ferrnava, li raccoglieva e poi schizzava via.
La garu era un evento, a me sembrava che fosse un giorno
addirittura piü importante del primo luglio, 7a data della li-
berazione dai coloni italiani, la nostra festa nazionale.
Come al solito io volevo vincere, ma avevo solo otto anni,
e partecipavano tutti, anche gli adulti. Nla garadell'anno pri-
ma ero arrivata diciottesima, e questa volta volevo tagliare il
traguardo tra i primi cinque.
12
Quando mio padre e mia madre mi vedevano cosi moti-
ru,ifin^¿, pi..olr, ..,.uuano di capire cosa rni frullasse nel-
la testa.
^* "l'Ár.h.
questa volta
'incerai,
Samia?" mi chiedeva ironico
ooir-iurut, OroU Seduto in cortile su una sedia di paglia mi
;i,u}";;;i.rn q".11. sue enormi mani mi scompigliava i ca-
oelli. Io mi divertivo a fare lo stesso con lui, a passare le mie
á;.;;,;; -rgrolit "
in n-tezzo a quella sua massa folta e ne-
;;;;;" ; ur?i.'gri il petto sulla camicia di tela bianca' A1-
loru ir'i mi afferrava., gi,'dt e grosso com'era' mi alzavaper
aria con un braccio,olo, poi mi riappoggiava sulle sue cosce'
"Non ho ancoran'ai vinto, aabe' ma presto lo faró'"
"i._b;i;cerbiatro,l0 sai samia? Sei la mia cerbiattina
p*f;;,;^;il"*-rllotu, e sentire il suo vocione profbndo di-
i".r,r.. áolce mi faceva tremare le ginocchía'
" Aabe, sono veloce come ün cerbiatto, fion sono un cer-
biatto..."
"E sentiamo... come credi di poter vincere contro quel ra-
gazzi priu grandi di te?"
" "Á.rdádo piü veloce di loro, aabet' Fotse ancora no' ma
""
giot"á.a.óia piü veloce di tutta Mogadiscio'"
Lui scoppiava a ridere, e se c'era vicina mia madre' hooyo
Dahabo, ,idét, forte anche lei'
- ÑirlrUito dopo, quatndo ancora mi teneva stretta' aabc
diu"niaua malincánico' "Un giorno, certo' piccola Samia' Un
giorno..."
- "Sri, aabe, cefiecose si sanno' Io lo so da quando'nEolo
non parlavo bene che un giorno saró una camplonessa' fl cla
;;;;"d.;. d". ,r,.,i che 1á so," cercavo di convincerlo'
"Beata te, prccola Samia' Io invece vorrei solo sapere
quando finirá questa maledetta guera'"
Poi mi metteva giü e tornavá a fissare accigliato davanti
a sé.
11
5.
vo capito dacome continuava a strofinarsi le mani senza dar-
si tregua. Si é guardato attorno, mi ha preso per un braccio e
mi ha detto di correre. Solo questo: "Corri". Quelle volte ab-
biamo attraversato lo stradone e ci siamo secluti sulla sabbia.
Pazzi, ci potevano sparare, la spiaggia é uno dei posti prefe-
riti dai mllizian| é cielo aperto, le pallottole dei fucili li viag-
giano diritte.
Ma noi avevamo fatto finta di essere bambini normali, di
quelli che non pensano a niente e sanno giocare.
La sabbia era calda e sottile corne pagliuzze d'oro. Attor-
no non si vedeva nessuno. Abbiamo cominciato a rotolarci,
a fare la lotta infilandoci la sabbia dappertutto, dentro i ca-
pelli ricci e neri, dentro i vestiti, ovunque. Dopo avermi fatto
fare due o tre capriole, Ali rideva come un matto, sembrava
ímpazzito. Non l'avevo mai vísto cosi, apriva la bocca e lno-
strava i dentoni bianchissimi: "Sembri una polpetta coperta
di farina di ma.isl", e continLlava a ridere, con quella sua buf-
fa faccia, il naso schiacciato sopra una bocca carnosa ed enor-
me e sotto i due occhietti piccoli e vicini.
"Sei una polpetta dimais!" ripeteva.
FIo provato a liberarmi ma non ci riuscivo, era troppo piü
forte di me, anche se era senza muscoli, alto alto e tutto nervi.
Mi teneva inchiodata sulia sabbia mentre io cercavo di di-
vincolarmi, e faceva finta di volermi baciare sulla bocca, si
sporgeva in avanti con la sua testa da tartaruga. Io scuotevo
il capo a destra e a sinistra, disgustata, ma quando arcivava
vicino, invece di baciarmi Ali faceva "Buh!" e mi soffiava la
sabbia negliocchi.
Lo odiavo.
Una volta, una sola volta, in preda a tnaforza piü grande
di noi, lentamente ci siamo a'"r¡icinati all'acqua. Un piccolo
passo dopo l'altro, quasi senza rendercene conto.
Era una distesa bellissima, gigantesca, come Lln elefante
che dorme e respira profondamente. Le lunghe onde poi fa-
15
2.
Della guerra, a me e Ali non é mai importato niente. Si
sparassero pLlre per strada,.non ci riguardava. perché l, gr.._
ra non poteva toglierci l'unica cosa importante: quero .ñ. rri
era per me e quello che io ero per lui.
.Laguerra puó togliere delle cose, ma quello non puó toc-
carlo. Per esempio, a me ha tolto il mare. La prima ior, .fr.
ho sentito appena nata é stata I'oclore d.l rra.á dr.;;;;
va difilato tuttala strada dar ritorale ,r .ortii. ilr,"u, á.ri,
salsedine che ancora porro sui capelli e sulla p.li.,;;],;;:
ditá che permea ogni molecola dell,aria.
- Eppure io il mare I'ho toccato soltanto una volta. Lo so
che é acqua, che se ti butd dentro ti bagni .u-. qru.rdo *i
al pozzo, ma finché non lo faccio rror, .i.."do.
Qualche volta ho toccato la sabbia, anche se non ar.rei do-
vuto. Io e Ali ogni tanro, piano piano, passando per i ,i;;1.,
ti che soltanto lui conos."ur, dipo-eriggio ci ar,r¡icinavamo
all'enorme vastitá del mare. Rimuneramo"sul ciglio á;ll;;;:
done che corre da s.ud a nord per ru*a tu t"lgI-rrr);i;li;
spiaggia e, nascosti dietro un camion o un carro armato, sta-
¡amo ore a contenrplare le onde muoversi avanti e indieiro e
a giocare con il sole che^ si rispecchiava ovunque. Morivamo
dalla voglia di tuffarci. euell,enormitá era li du'unti ái;;
occhi e noi non potevamo entrarci.
Quelle due o tre volte, perd, Ali si d fatto impazlenre, l,ave-
l4
6.
cevano un suonomeraviglioso che assomigliava a una voce,
sembravano le piccole conchiglie chiuse nel barattolo di vetro
che papá aveva regalato a mamma quando erano fidanzati
e che lei teneva nascoste dentro un comó di legno nella loro
camera. Noi andavamo a prendere il vasetto e lo capovolge-
vamo piano da un lato e dall'altro per sentire la voce áel
mare.
shbhh. sbhbh.
Ci siamo avvicinari e abbiamo bagnato mani e piedi
nell'acqua. Ho portato le dita alla bocca. Sale.
La notte poi, dopo quella vicinanza, ho sognato le onde.
Ho sognato di perdermi dentro quella vastitá, di lasciarmi
cullare, farmi portare su e giü inseguendo I'umore dell,acqua.
Ecco, la guerra, pcr esempio, mi ha portato via ij mare.
Perd, in compenso, mi ha fatto venire voglia di correre. per-
ché grande come il mare é la miavoglia di andare. La corsa é
il mio mare.
Comunque, se io e Ali abbiamo sempre fatto finta che la
guerra non ci fosse é perché siamo figli di yusuf Omaq mio
papi. e di Yassin Ahmed, suo papá, Anche loro sono amici
da quando sono nati, e anche loro sono cresciuti insieme, nel
villaggio diJazeera, a sud della cittá. Hanno frequentato la
stessa scuola e anche i loro padri avevano lavorato assieme,
ai tempi dei coloni italiani. E, insíeme, i nostri due padri dai
loro due padri hanno imparato alcuni modi di direln quella
hngua. Non fare oggi quello cbe puoi fare doruani. Opprre
Tutto il mondo é paese.
Aiutati che Dio t'aiuta.
Un'altra cosa che hanno imparato da loro é la frase: Cascas-
sero sulla tu(t testa m¡lle chili di merda molle molle, con rute
le sue vaúanti, che era una frase che diceva sempre íl loro ca-
po italiano ai tempi in cui lavoravano al porto e scaricavano
container. Un giorno, uno stracolmo di letame si era improv_
visamente aperto e quella pioggia dall'alto lo aveva sommer-
t6
so. Da allora gli affari gli erano andati a gonfie vele, ma aveva
cominciato comunque a usare la frase come imprecazione.
Un altro proverbio diceva: Siarzto tutti figli della stessa pa-
tria. Questo é il loro preferito, amici per la pelle che niente
potrá mai dividere.
Come noi.
"Qualcosa ci potrá mai separare?" ci chiedevamo io e Ali
in certi pomeriggi di caldo torrido e violento, quando lui mi
aiutava ad arrampicarmi sull'eucalipto e restavamo immersi
nel fresco delle foglie per delle mezz,e giornate a parlare del
futuro. Era bellissimo stare sull'eucalipto, al posto del mon-
do reale ne costruivamo uno in cui esistevamo soltanto noi
dueeinostrisogni.
"No!" ci rispondevamo, a turno. E poi facevamo il segno
del giuramento dei fratelli per la pelle, ci baciavamo gli indi-
ci incrociati davanti alla bocca, due volte, invertendo il destro
col sinistro. Niente e nessuno poteva mettersí tra di noi. Ci
avremmo scommesso qualunque cosa, anche la vita.
Ma quell'eucalipto era il posto preferito in cui Ali andava
a nascondersi anche da soio. Per esempio quando, il pome-
riggio, non voleva imparare a leggere.
Anche se Hodan aveva cinque anni piü di me, infatti, ogni
mattina io e lei andavamo a scuola insieme, all'istituto Ma-
drasa Musjma, un comprensorio di classi elementari, medie
e superiori. Ali non veniva con noi, suo padre non ha mai
avuto i soldi per farlo studiare. Ha frequentato il primo anno
di elementari ali'istituto pubblico, poi la scuola é stata distrut-
ta da urna granata e da allora non ci é piü tornato. Le lezioni,
da quel giorno infelice, si erano tenute all'aperto, e non era
stato facile trovare insegnanti disposti a rischiare di prender-
si una bomba in testa.
Lunico modo per studiare era iscriversi alla scuola privata.
Nostro padre se l'é potuto permettere per qualche anno con
t7
il
7.
rnolti sacrifici, mentred,all'inizio della guerra Yassin ha sem-
pre avuto problemi a vendere la sua frutta e la sua verdura.
Pochi voievano comprare da uno sporco darod, si diceva
a Mogadiscio.
Ali ha sempre soffbrto che noi sapessimo leggere e scrive-
re. Lo fáceva sentire intériore, come la sua etnia in efTetti ve-
niva considerata nel nosffo quartiere. E quella era una delle
cose che stavano li a dimostrarlo.
Ogni tanto provavamo a insegnargli le lettere dell'alfabe-
tt;, ma ,Jopo poco rinunciavamo.
"Ali, prova a concentrarti," gli diceva Hodan, che ha sem-
pre avuto la tenclenza a comportarsi da maestrina, da mam-
mina.
Lui si sforzava, ma era troppo clifficile. Imparare a leggere
era un processo lungo, non ci si poteva provare il pomeriggio,
seduti in cortile al tavolino che aabe e Yassin usavano per gio-
care a carte, sotto un sole ancora caldo che faceva venire sol-
tanto voglia di clivertirsi, Lunica che provava qualcosa di si-
mile al divertimento era l{odan, che giocava alla maestra, e
obbligava me e Ali a fare gli allievi. Io ero sempre I'allieva bra-
va, e lui quello che non si applicava.
"Non ci riesco," diceva Ali. "É troppo difficile. E poi non
mi interessa impararel Strper leggere non serve a nientel"
Io dovevo farela parte della compagna che voleva aiutar-
lo, altrimenti Hodan si arrabbiava. "Dai Ali, non é cosi diffi-
cile, anch'io ho imparato. Vedi, queste s«rno le vocali. A, e, i,
o..." provavo a incoraggiarlo.
Scappava via. Non c'era verso. Resisteva dieci minuti, fi-
no al uromento in cui Hodan, all'inizio della lezione, leggeva
un brano da un libro. Quandcl a leggere doverra provare lui,
s'inventava dí tutt«r pur di andarselle. E, quelle volte, quando
Hodan insisteva e lo l-aceva arrabbiare, Ali si arrampicava
sull'eucalipto e rimaneva li.
Il suo eucalipto. Il suo posto preferito.
Un pomeriggio, dopo aver litigato con suo fratello Nassir,
18
era salito fin sulla cima e ci era rimasto quasi due giorni. Nes-
suno era stato in grado di tirarlo giü, nessun altro riusciva ad
arrampicarsi fin li. Nassir aveva provato in tutti i modi a con-
vincerlo, ma non c'era stato verso. Ali era sceso solo la secon-
da notte, stremato dalla farne.
Da allora, ogni tanto lo chiamavamo "scimlrlia". Solo una
scimmia come lui poteva arrivare lassü, fino alla cima. Prefe-
riva farsi chiamare cosi piuttosto che imparare a leggere.
E comunque, Ali si era sempre dato tante arie, ma era piü
lento di me, anche se era un maschio. Era piü forte, se face-
vamo la lotta mi batteva, ma era piü lento.
Quando voleva farmi arrabbiare diceva che ero una uiilo,
un maschiaccio, ed era solo per questo che correvo veloce.
Diceva che ero ün ragazzo nato denüo il corpo di una fem-
mina, che avevo il moccio al naso proprio come i maschi, e
che da grande mi sarebbero cresciuti ibaffi come a suo pa-
dre, aabe Yassin. E io lo sapevo, non c'era bisogno che me lo
dicesse lui, che ero un maschiaccio e che la gente quando mi
vedeva correre senzai veli, senza 1l qamar el'hi¡ab, solo con
una maglietta piü grande di me e i pantaloncini, e io dentro
magracome un ramoscello d'ulivo, pensava che non fossi una
perfetta figlia del Corano.
Ma la sera, dopo cena, quando gli adulti si divertivano a
farci giocare nel cortile per una pallina di dolce al sesamo o
per un angero al cioccolato, gliela facevo vedere io. 11 cortile
era il centro della vita di tutte le famiglie, con la guerra era
meglio stare fuori casa il meno possibile.
Dopo che hooyo Dahabo, aitÍata clalle mie sorelle, aveva
cucinato la cena per tutti sul bttrgico,il braciere grande come
una mucca intera, e avevamo finito di mangiare quello che
c'era - di solito pane e verdure, oppure riso e patate, e ogni
tanto un po' di carne -, aabeYusuf e aabe Yassin ci prepara-
vano la pista di atletica.
t9
8.
I fratelli piügrandi facevano il tifo, mentre io e Ali ci pie-
gavamo nella posa dei campioni sullo start, accovacciati con
le mani ateffa. Avevamo anche i blocchi, che aabe aveva co-
struito smontando due cassette di legno per le angurie.
Per le righe che delimitavano le corsie, Said e Nassir, i no-
strí fratelli maggiori, erano obbligati a strisciare i piedi dal
fondo del cortile fino al muro di argilla, una trentina di metri,
a disegnare una curva e tracciare un percorso che ritornava
al punto dipartenza.
Vncevo sempre io.
Ali mi odiava, ma alla fine il mio dolce al sesamo, che é la
cosa che piü amo al mondo - non c'é niente che mi piaccia
piü di un dolce al sesamo -, lo dividevo quasi sempre con lui.
Prima peró lo costringevo a promettere di non chiamarmi piü
uiilo. Se accettava, gliene davo metá.
In quelle sere d'estate, quando finalmente l'aria si faceva
un po' piü fresca, dopo le corse io e Hodan giocavamo a shen-
tral.Erano giornate belle e rilassate, in cui tutti ci dimentica-
vamo della guerra. Shentralsi faceva disegnando una campa-
na per terra e poi scrivendoci dentro i numeri da uno a nove.
Si tirava una pietruzza e bisognava arrivare in cima a1la cam-
pana. I fratelli invece giocavano a gt,iir, seduti per terra a far
r,olare sassolini tra le mani.
Ogni tanto, in queste serate ventose e dilatate, si univa
a noi Ahmed, un amico di Nassir, il fratello grande di Ali.
Ahmed aveva diciassette anni, come lui e Said, A me e ad Ali
sembrava grandissimo, e a me e a Hodan sembrava bellissimo
e irraggiungibile. Aveva la carnagione olivastra, Ahmed, e gli
occhi chiari, cosa rarissima in Somalía, di un verde che bril-
lava con la luce de1la luna e rendeva il suo sguardo ancora piü
fiero.
Una volta gli avevamo chiesto perché aveva gli occhi di-
versi da tutti e lui, facendo il gesto del sesso con le mani, un
20
cerchio e f indice che entrava e usciva, aveva cletto che suo
nonno cloveva essere uno degli italiani che si erano divertiti
con le ragazzenere. Nassir e Ali erano scoppiati a ridere' Mio
fratello Said no, l'aveva guardato con la solita aria severa'
scrollando la testa.
Said non andavamolto d'accordo con lui, a dlffercnza di
Nassir, che lo adorava. Forse lo vedeva come un rivale per la
sua amicizia con Nassir, o forse semplicemente non gli stava
simpatico, lo trattava sempre con diffidenza, diceva che c'era
qrul.oru al fondo di quegli occhi chiari che non l. convince-
,ra. Anche Ali non gli si awicinava mai troppo' Lo fissava
spesso, lo studiava, ma strndogli lontano' Di solito, quando
iá e Hodan giocavamo a shentral, Ali stava vicino a suo papá
e ad aabe,.ñe iru".. ogni sera si battevano a catte, e da li lo
fissava cauto.
Qualche sera, dopo le partite a griir o a palla, Ahmed e
Said finivano p", u..upigliarsi, alcune volte per scherzo e al-
tre per daoreio, , oob, e Yassin erano costretti a dividerli'
Unu uolta Said gli aveva tirato un pugno talmente forte che il
sangue che gli .., .nluto dal naso gli aveva sporcato tutta la
-rgli.rtu biánca. Sembrava si fosse fatto molto male'
bopo un po' aabe li aveva obbligati a darsi la mano, e la
sera dopo, come niente fosse, erano tornati amici'
Una delle cose piü belle di quelle notti d'estate, peró, era-
no le canzoni di Hodan'
Spesso ci sedevamo tutti in circolo, dopo che hooyo ele
,or"li. avevano finito di lavare le pentole, e stavamo ore ad
ascokare la sua voce di velluto che modulava melodie fami-
liari.
Aabe eYassin fumavano con gli sguardi languidi rivolti al
cielo, e io mi ilomandavo che cosa un uolno grande e bello
come aabepotesse chiedere alle stelle; hctoyo e le sorelle ogni
tanto si commuovevano per le parole di Hodan, e con i faz'
27
I;
9.
zoletti si asciugavanogli occhi e il naso; i fratelli grandi e
Ahmed stavano seduti sulla polvere con le gambe raccolte tra
le braccia a fissare la rerra.
Ogni tanto Ahmed alzava lo sguardo, e quegli occhi di
ghiaccio bríllavano alla luna, sembrava che la volesse sfidare.
Quando faceva cosi io giravo la tesra e riportavo l'¿ttenzione
sul viso di Hodan che, al centro, continuava a cantare, soc-
chiudendo le palpebre, canzoni che parlavano di pace e di
libertá.
22
)
La sera prima della corsa annuale, prima che tornassero i
nostri padri dal lavoro, io e Ali abbiamo fatto una cosa proi-
bita: ci siamo arventurati fuori per correre.
Erano le sei del pomeriggio, il sole era basso all'oúzzonte,
l'odore del mare arrivava fin dentro il cortile. Si era insinua-
to, sospinto da un r¡ento fresco e profumato dagli aromi che
cominciavano ad alzarsi dai bracieri delle case vicine, e ci ave-
va attirato a sé. Mancavano poche ore alla gara e volevamo
allungare i muscoli e le falcate. Ne sentivamo il bisogno, co-
me due atleti veri.
Spesso le milizie decidevano per il coprifuoco giá dalle
ore che precedevano il venerdi. Quel pomeriggio infatti non
si erano sentiti spari. E poi c'era la luna piena, abbastanza lu-
ce per non rischiare troppo.
Non ci saremmo allontanati molto.
Siamo usciti con l'idea di fare il giro dell'isolato, arrivare
fino al confine del viale Jamaral Daud, girare attorno all'alta-
re della Patria e tornare indietro.
Venti, venticinque minuti in tutto.
Ali mi aveva detto di mettermi i veli, ma io non avevo vo-
luto ascoltarlo. Neanch e booyo, che stava cucinando piegata
su un pentolone fumante, tutta ar,^n'olta dai veli chiari che por-
tava in casa, si era accorta che stavamo uscendo. E nemmeno
I{odan, chiusa in camera con le sorelle grandi.
2)
,
10.
Facendo ¡
lr ,.nü.Jr"r;iirumore
Pos'sibil
che nessuno rj.h" lopriurlü,|i;..
srarno sgarraioratí sotto
La gucrra n
jÍ':bü"'i;:; :l ;il:f"' d i ci n ta' si cu ri
*,_?lt,;:fjt#lTi§::il1..ii,::*tlsorerramaggiore
rnítizíani, u"d.11" '"' ;;;;:';r,[,'?'ol dí mortaio o di mi-
jl
: : :' ",.; ;;:'"::] : Hr Íl{:iil:üi:il;Iffr
l','nl casa. e grurdrurno.
;,;.,;il:chtrta o dietro I'angolo
oer mitragliator
rocissirni,. in rill
Qrrrao ,á.;;;;;:'l'"
al rtrmore dei fucili.
ci s í accava Il',uTl
n
"t
o i'' b' ;;;;;;;; ;: ::::[:i:[l::: J:-
lr." .i;;;l#.ro, osnuno rni voler,¿
cesi. feroci *,r:f] '"* ";',.'r"i;::1
'3:t"ntare un partico-
*, .:r:iü;j:,f*rj.#ji ' '"'.occhí
erano ac.
,:,:,i ll;:,,iTij:::l.;;;;alu.o.,o
pcr una venrina cri
,oJg.,u ; i ;.- ;: g:f
*:,',:liJ;: ;]ffi ji::l
ru *:::
ffi[TlXj;ffi:::,. .r.r *i.,".. ;;;"" r'..
'.,.pá,,. non
s a, rip osan r".
- - -t' o' u ogti o ;;;it;x; ii ;:';.::t, ;'# o,í:::
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Eravamo gíá sulla srrada del ritorn«
Íi"lil'^-lJ 1", ;':::, " "' ü,,.,1,'io;
n un t roppo d is tan te
r r zr alt,ii n regra r is ti.
vi co Io ¿*" r*, i .#il:T #!,ru,::;-
,, il3[rTÍ;;. "n
/taafie, né abgat, né darr.¡ct,eraro mernbri
L'ernia in ques
poggrati .irgli
"rt."t:,tl.t:.
n.ln c entra'
rurro per prendere
nristi di Al-ar;;ava'
Erano militari ap-
, Quelli ,, o, ,,,1'r'"¡t'1' 'r'L"'il,"e
stavano facendo di
barbe Iunghe.,.,,11::b 'i;;;:r:ilrc
divisioni tra íclan'
c1an. chc ¿i ..,tir"-"1!¡*
r.rr", uli;;.;'"
da lo,tano per Ie
.hi,,a rout,,
"llriilJ[:Tii,;::Tfu{ü
Jli,iil.Í;
))
_LrqL, r, ur secohda rnano dagli escr_
citi etiopi. I soldati di Al-shabaab invece avevano vere divise,
nuove, che li facevano sembrare ricchi signori della guerra.
C'erano otto uomini nel cassone, con le canne delle mi-
tragliatúci che gli spuntavano come antenne metalliche da
dietro la schiena.
Lauto stava avanzando pianissimo, quando uno degli uo-
mini barbuti ha girato la testa verso di noi e ci ha visti arrivare.
Due puntini innocui, stanchi e sudati.
Una bambina abgal seminuda e un bambino darod: naso
schiacciato e pelle nerissima.
L'uomo ha picchiato il pugno sopra il tettuccio dell'abi-
tacolo e la jeep si é ferrnata. Tutto é accaduto in pochi secon-
di. Due miiziani sono saltati giü e sono venuti nella nostra di-
rezione.
Erano bassi e senzabarba.
Solo quando sono stati vicini abbiamo capito perché: era-
no rugazzini di dodici anni, forse undici. Con due fucili piü
grandi di loro a tracolla.In quei mesi girava la voce che Al-
Shabaab avesse preso a reclutare i bambini per istruirli alla
guerra santa. In cambio, ai genitori garantivano che i figli
avrebbero ricevuto un'istruzione, imparato I'arabo e le leggi
del Corano. mangiato tre pasti al giorno e dormito in un al-
loggio dignitoso, con un letto vero e tutti gli agi che quasi
nessuno poteva piü permettersi. Quei due dovevano essere
nuove reclute.
Piü si awicinavano e mi guardavano con disappunto, piü
mi rendevo conto di come ero vestita: pantaloncini e magliet-
ta. Maledetti veli. E, Ali era darctd. uno di quelli che gli inte-
gralisti odiavano di piü, perché li consideravano inferiori, un
clan di negri, come dicevano, mentre noi abgal avevamo la
pelle piü chiara, an-tl:rata, e i lineamenti che si awicinavano
a quelli degli arabi, da cui gli integralisti di Al-Shabaab si il-
ludevano di discendere.
Si sono fermati a una ventina di passi da noi.
"Cosa ci fanno in giro a quest'ora due esemplari come
25
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]
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11.
voi?" ha dettoil piir basso e grassoccio dei due, una camicia
nera stirata e pantaloni scuri con la piega. Quell'abbigliamen-
to quasi perfetto nei nostro immaginario apparteneva solo
all'Europa o all'America. Eravamo abituati a vestirci come
capitava, con abiti vecchi. Soltanto alcuni adulti il venerdi
amavano larsi vedere nella piazza del pallamento o sul lun-
gornare con gli stessi pantaloni e la slessa giacca che portava-
no negli ar-rni della pace.
"Ci stiamo allenand<l per la gara di domani," ha risposto
Ali guardandolo fiero in viso, senza pauru. Erano domande
di rito. Sebbene a noi non fbsse mai capitato, giravano molti
racconti di episodi simili, da quelle domande non c'era nien-
te da temere.
I due sono scoppiati a ridere, quello grasso si grattava il
sedere con una mano. Poi hanno fatto qualche passo avanti.
e l'unico lampione li ha illuminati in viso. Avevano gli occhi
acquosi e iniettati di sangue.
"Siete due atleti, quindi..." ha detto il grasso dopo un po',
con aria ironica, mettendosi di nuorro a ri«lere.
"Si," ha risposto Ali. "Ci stiamo allenando per la gara an-
nuale di cor..."
A quel punto l'altro, uno smilzo con una lunga cicatrice
sulla fronte e gli occhi che parevano spiritati, ha gridato: "Ta-
ci, darod! Non dovresti neanche aprire bocca, tu. Lo sai che
potremmo portarti via, e nessuno avrebbe niente da ridire-/
Forse anzituo padre sarebbe contento se venissi con noi, al-
meno avresti vestiti decenti da metterti". Sono scoppiati a ri-
dere di nuovo come due bambini, mentre il grassottello con-
tinuava a grattarsi il didietro.
Ali ha abbassato lo sguardo e si é osservato. Indossava un¿l
maglietta tutta buchi e macchie di cibo che era stata di suo
fratello Nassir, e un paio cli pantaloncini molto piü larghi di
lui stretti in r,ita con Lrno spago arrangiato. Ai piedi portava
vecchi mocassini bucati che suo padre Yassin aveva recupe-
rato chissá dove, chissá quanti anni prirna.
26
Con la coda dell'occhio ho percepito un movimento'
Ali vibrava.o*.1u ftlle di'un tamburo' Singhíozzava in
'i1.;;;;;;.áú¡iu
.li versogna' Mi sono sitata e ho visto
che una lacrima, ,,rru *lu, g[ ;;u"u scendendo piano lungo
una guancia.
Il magro, come un predatore che fiuta la bestia ferita' si é
awicinato di cinque o sei passi' Portava un-profumo da uo-
rno ártt'odo.. p.n.tmnte, tipo acqua. di colonia' ma roppo
forr., .h. si erá sparso nell'aria tutto intorno'
--- ;§.i solo un pl.áo sporco darod'" gli ha detto' "Ricor-
drlo. §.i soltantá uno sporco darod'"
Ali non ha risposto' Io ho avuto paura'
¡;i i" smilzo ¿ u"""to verso di me- e mi ha afferrata per
un braccio. "f'
^ugu'i
il poftiamo viala¡ta amica' Cosi im-
paru avestirsi .on *l' iito' Chiti credi di essere' eh?' un
maschio?"
'-'-go
l"r.ato di divincolarmi, e inranro quello.mi teneva
stretta come una tenaglia' Ha provato atitarc' ma 10 oppone-
"o
,.rir,."ra, con i fl?ai mi tio arpionata al suolo'
"
Átt;r-ptow'iso Áli ¿ scattato' e come un felino si é awen-
tato sulla sua mano;;lü'h;;ársa' Quello mi ha mollato il
;;;; Áii -i hu áio uno spintone' gridandomi di scap-
Dare a casa.
'"'i'i;;;urdu,o senza sapere cosa fare' Non volevo lasciar-
lo li da.llo, rnu sapevo che a'evamo bisogno 4i 'iu'o' -, --
Invece di vendiiarsi del morso' mentre contlnuava a sDat-
tere la mano n.lt'u,i, tott'" se dovesse asciugarla dai segni
'dei
Hú ñil"'pñ ,lto hu sorriso con una srnorfia sinistra. Poi
h;É,;' "Ehi, questo darod ci sa fare"'
L¿ltro ho ,*".*-di gratt'rsi' ha annuito e con la stessa
*rn1h, preso a rigirarsiuna ciocca di:lrylli - r-^-),,
"Tu hai le palle, darod"'ha detto' "Uht e tuo padreí
"Non ti .ig.ru,ia thi ¿
''io
padre' grassone"' ha risposto
Ali.
"Be', se non possiamo padare con.chi doveva ínsegnartt
1e buone maniere, allora siamo costretti a portarti alla jeep"'"
21
I
¡
12.
Si sono awicinatie l'hanno preso sotto le ascelle. Ali ha
provato a scrollarseli di dosso, ma erano in due, e piü grandi
di lui.
"Magari qualcuno degli adulti ha voglia di insegnarti le
buone maniere, tJaro,l. E a diventare piü furbo. Non é una
cosa saggia mordere chi porta un filcile... "
Mentre Ali continuava a dimenarsi e io ero rimasta impie-
trita, un terzo uomo é sceso dal cassone.
Dalla penombra si vedeva che er¿ moko piü alro di loro,
doveva essere piü grande, ma era anche lui senza barba. For-
se era ancora giorrane. Forse era ragionevole.
Si é awicinato e ha detto ai due di lasciar andare il darod.
"Mollatelo li dor,'é. E filare sulla jeep. A lui ci penso io."
Io e Ali ci siamo girati verso quell'ombra. Avevamo rico-
nosciuto la voce.
Insieme abbiamo alzato 1o sguarclo verso il suo viso.
Era a forse cinque metri da noi. Il lampione faceva poca
luce, ma gli occhi di ghiaccio che brillavano erano i suoi, an-
che se velati dalla stessa strana acquositá dei due bambini.
Ahmed.
Uamico di Nassir, quello di cui l{odan era segretamenre
innamorata.
I due ragazzini hanno bofonchiato qualcosa e di malavo-
glia hanno lasciato andare Ali.
Quando avevano giá raggiunto il cassone, con voce bassa
e suadente, evitando di farsi senrire dai compagni, Ahmed
ha detto: "State attenti, r,oi due. Awenturarsi da soli é peri-
coloso".
Poi ha girato sui tacchi e ha fatto cenno all'autista di riac-
cendere il motore.
Prima di montare nel cassone con un balzo,mentre la jeep
era giá in moto, ha fissato Ali con un'espressione sinistra. Un
secondo infinito.
Gli occhi verdi hanno brillato alla luce della luna. Quello
28
sguardo mi ha gelato il sangue. Urr rnisto di voluttá e di pro-
messa. Nr:n c'era sfida, soltanto un'aria di subclola intesa.
Poi, lento com'era arrivato, il gruppo dei miliziani é ripar-
tito.
Io tremavo coÍ)e una foglia, Ali invece si é scosso subito.
"Maledetti integralisti! Ci mancavano solo loro in questa cit-
tá, non bastavano tutti gli altri gruppi armati!" é scoppiato.
Quei controlli potevano capitare, certo, ma sarebbe stato
meglio continuare a sentirli dai raccot-rti degli altri. Mi sono
aw,icinata per abbracciarlo e cercare di cahnarlo, ma mi ha
scacciata.
"Non ho niente, lasciami in pace, quegli sporchi estren)i-
sti non mi hanno fatto proprio niente," ha bofonchiato senza
neanche guardarmi, continuando a fissare la terra.
"Quei due avevano qualcosa negli occhi che sembrava in-
naturale..." ho provato a dire.
"Per forza, erano tutti drogati di kltdt," ha risposto Ali.
Una pausa.
"Cos'é iI khat?"
"E quello schifo di droga che Al-Shabaab dá aimlliziani,"
"Si drogano e poi vanno in giro a sparare?"
"No. É perché poi devono andare in giro a sparare che
gliela danno. La regalano ai piü giovani, cosi si abituano."
"sembravano persi, come posseciuti da una forza mali-
gna," ho detto tra me e me, sperando che qr-rella sensitzione
passasse in fretta.
Come se fosse rimasto soprappensiero, Ali ha ripreso:
"Quello grasso continuava a grattarsi il culo".
"Doveva avere le zecche nelle mutande, altro che vestiti
nuovi," ho sorriso.
"Si, infatti, doveva proprio avere quel culo merdoso pie-
no di zecche..." ha detto lui ridendo, mentre si girava a [Juar-
dare nel vuoto, nel punto in cui fino a poco prima era ferma
la jeep, come per accertarsi che fosse dawero andatavia.
29
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l
l
I
13.
Ilho preso permano e questa volta non ha opposto resi-
stenza.
,. Lentamenre siamo ritornati a casa, infilanclo sciocchezze
dletro sciocchezze. Abbiamo fatto rutta la xrada senza mai
parlars diAhmed.
-^, -r,l
cortile. hooyc,t,secluta su una seclia e china sopra la pen-
to-[a furn¿¡¡e scaldata dal burgico, stava ancora rimestando.
Si era"rnessa il velo bianco ,.,iprirl. i capelli, quelJo che evi-
tava di indoss¿re in casa qurrjo ,o,-, .r.ir-ruur.
La.pelle del suo viso, vista dail'ingresso, imperlata clal va-
f.". {:1 pentolone e illuminata ,lalla luna e .lul fro.o, ,",r-
orava hscissima. Tesa e brillante come Ia buccia di un,anguria
a mezzogiorno.
Tanto per cambiare, quella sera avremmo mangiato riso e
ver.lure.
)0
4
La mattina dopo abbiamo corso la gara,
Il ritrovo era all'altare della Patria alle undici, il sole era
quasi a picco, facevaun caldo da morire.
I1 percorso si snodava attraverso le strade della cittá fino
a giungere allo stadio Oons, dove una volta entrati avremmo
corso un giro di campo e poi tagliato il traguardo.
Eravamo in recento. Erano dodici mesi che non aspetta-
vo altro, settimana dopo settimana e giorno dopo giorno
avevo ripercorso mentalmente ogni metro, ogni curva, mi ero
immaginata in ogni momento della gara, all'ingresso nello
stadio, alla conclusione.
Eppure, l'incontro della sera prirna con Ahmed e I'umore
di Ali avevano influenzato anche me.
E cosi non sono riuscita a dare quello che avrei potuto.
Ho cercato di mantenermi ai margini del gruppo, ho fatto
tutto quello che avevo pianificato, rna qualcosa dentro non
ha risposto come mi ero aspettata.Unaparte del mio cerr,,el-
lo continuava a pensare al baluginio di quegli occhi di ghiac-
cio quando avevano guardato Ali.
tIn anno, era passato un anno di allenamenti e non sono
riuscita a dare il massimo. Non me lo sarei mai perdonata.
Il percorso era quello solito, l'ar,evamo fatto mille volte.
Le strade erano state sgombrate dalle poche auto che normal-
31.
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f,l
il
lr
14.
mente circolavano elungo tutta ra runghezzader viareJamaral
Daud c'erano capannelli di personJche per pochi scellir-ri
vendevano acqua o succhi rinfrescanti, bunu.rá. b".;;*;i
cioc^colato. Il,iale, ripulito clai rifiuri, era irriconoscibile.
Se fosse stata un'altra giornata avrei potuto vincere.
E invece no. Sono affivaͿ oftava.
Ali centoquarantanovesimo.
"Sei piü bravo a mordere che a correre,,, l,lro preso in gi_
ro dopo. Era anche rinito crentro una pozza.ri escreurenli,
una fogna a cielo aperto. si era reso .o.r,o di essere indietro
e aveva tagliato per una strada laterale in cui la notte si river-
savano
-rifiuti e feci, da quando una bomba ,r.r,u br.rto L
rete di fogne costruira dagli itaiian i. La pozzaquel giorno oc_
cupava rurta la Targhezza della strada. Ari a,eva .i.,lrro .lr.
fbsse. po-co prolbnda e ci si era rirrovaro dentro fi;;;ñ_
paccio. Perd aveva guadagnato molto terreno.
A_ casa quella sera abbiamo f'esreggiato.
Hc-,rr1,6 ha cucinato gli spiediniá trippa e intestino cli
agnello, di cui io andavo puriu. Ktrisho ,o¡i¡ib,insieme ai dol
ci a] sesamo, era il mio piatto preferito. Eravamo felici, aabe
faceva un sacco di battute e ci faceva ridere tutti.
.
Ali invece, per la vergogna della puzzache si era portato
adclosso, non era voluto nean.he uscire dalla sua .u-..r. §ro
fratello Nassir 1o aveva costretto a lavarsi prima al ."rru*, á
dopo non aveva voluto saperne cli venire fuori.
, pg"i tanro, quando Said o_ Nassir lo prenclevano in giro
ad alta voce p_er la puzzzt,Ali urlava q.,ul.*u am ,iu"ru, iiu-
gnu.c_olando. E a quel punto tutti insieme rincaravamo h dlse.
. "Lasciatemi in pacel" grida,a lui dalla sua reclusione vo_
lontaria.
"Dai, vieni fuori a mangiare, puzzone!,, lo incalzava
Nassiq sapendo di f¿rlo a.rabbirr" ,,-,.o.u di piü.
"No, insienre a te non ci mangio piü,', griáava A1i.
"Cascassero sulla rua testa miiie .hili dimerd, Jiiognu,,,
i
)2
sbomava Saicl. e tutti rider¡¿mo a crepapelle. Ali non rispon-
deva piü.
Qualcosa lo turbava.
Che Ahmed fosse tra le miiizie ciegli integrelisti 1o i veva
colpito nel profondo.
Gli avevo cletto che ar.eva ragione rnio frateilo Said a nc-,n
fidarsi di ¡hmed, rna Ali mi aveva risposto che Nassir gli era
molto legato, quindi non potev¿ essere cattir,o.
I)a quei giorno, perd, o¡¡ni tanto i suoi occhi si velavano
ali'improw'iso di tristezza.
Frovavo a farlo ridere, ma subito ritornava ai suoi pensieri.
Non sapevo cosa fare.
Da quella sera, per molte settim¿ne, ha conrinciato a pás,
sare sernpre piü tempo sull'eucalipto. Se giocavamo a griir. si
confbnderra con il conto dei sassoiini e percleva. hii che aveva
sefi:lpre vinto contro tutti. (Jr-rando gi«rcavamo a nascondinr¡
anciava semprc nei solíti pnsti, e se quaicuno glieb diceva non
ci f¿:ceva caso. Non gli importava di vincerc.
Se ne stava sopla il st¡r', cavolo cli eucali¡rto a pensare ¿r
chissá che.
Non lc'r riconoscevcr pit),
LTn pomeriggio, ail'inrpror.l'iso, mi l'r¿r detto t-he avrebbe
smÉisso di correre e che sarebbe diventato ilmio allenatore,
"E perché n-rai devi essel'e il mio ailenatore?" gii ho chie-
sto menffe mi allacciavo le scarpe.
"Tu sei piü forte di me,. é inutile che coutinuo a provarc.
Non ho talento per la corsa, lo devo ammcttere. Ttr invece
sr." Stava mordicchiando une pannocciria di mais che l:rx-,1,r,
aveva cotto la ser¿ prima.
"fi per questo hai clecisr¡ di essere il mio allenatore?"
"Ogni atlcta ha un allenatore, se non posso essere un atle-
ta allora voglio essere un allenatore."
"Cos) se vinco lo dovrr) a te."." ho scherzatc¡.
"No," ha risposto serio, "é perché hai bisogno dí clualcu-
no che ti alleni. Da sola non ce la nuoi fare."
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15.
Una pausa. LIoalzato la testa e l'ho guardato.
"Non posso fate cosa?" gti ho chiesto.
"Non puoi diventare una campionessa.,,
Avevamo oüo anni.
Come spesso facevo, non ho risposto. Ma da quel giorno
mi sono ritrovata con un allenatore.
. Forse p-er colpa di Ahmed avevo perso un cornpagno di
giochi, anche se non volevo um-.tt.ilo. peró uu.uá tiovato
me stessa.
Dopo quel giorno mi sono trasformata in cid che avevo
sempre desiderato essere: un'atleta.
E tutto quesro grazie ad Ali, senza che lui nemmeno se ne
rendesse conto.
Lho stretto forte in un abbraccio e siamo usciti fuori, a
correre nel venro di quel pomeriggio di festa infinita.
34
5
Poi, una mattina come tatrte, in cui nic-.nte faceva pensare
a ció che sarebbe accaduto, mentre io e FIodan anc«rra dor,
mivarno aabe eru uscito, come sempre, insieme a Yassin per
irnclare alavorare, nel quartiere di Xamar X/eyne.
La zona era lontana ma moito frequentata, piena di gente
che andava e veniva, Lln posto ideale per gli afiari. Centinaia
e centinaia di venditori con bancarcile granc{i e piccole di tut-
ti i colori clell'arcobaleno urlavano ai passanti la qr-ralitá dei
loro prodotti. Questo era ii mercato cii Xamar Weyne, una
bolgia in cui i venditori erano quasi numerosi quanto i clien-
tí. Cotone, lino, maglie, ctrrbone, jeans americani, scar¡re, frut-
ta, sandali, verdure, incensi. spezie, cioccoi¿to... ognuno espo-
neva la sua specialitá.
Yassin arreva due anni meno t1i uabe, ed era ancora piü al-
to, sfiorava il metro e novalrta. lVla semhrava pitr vecchio. ave-
va trliir rughe attorno agli occhi e sulla frontc, e poi aveva sem-
pre lo sguard,:r triste. Hooyr.¡ ciiceva che era perché aveva sof-
ferto troppo pcr sua rnoglie. la bellissima Yasrnin, la madre
di Ali, mortá di tumore quancio noi avevamc'r due anni, (l'era
una sua fotografia incorniciata sopra llna cassettiera nella kr-
ro camera, e ogni volta che entravo mi stupirro di quanrc 'a-
srnin fbsse bella. La fronte spaziosa, gli occhi grandi e allun-
g,atí,1a stessa bocca camosa ('li Ali.
Ogni mattina aabe e Yassin partivano da casa alle cinque
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16.
e facevano ritornosolo la sera al tramonto, verso le sei. Ave-
vano due bancarelle grandi, aabe divestiri e Yassin di verdr-rre.
"Spero che tu non debba mai lavorare quanto lavoro io,
piccola Samia," mi diceva sempre aabe quando ero piü pic-
cola, stanchissímo, prima di darmi la buonanotte,la slra.
Adoravo averlo li vicino, quei momenti per me erano magici.
Mi perdevo nel profumo del sr-ro dopobarba ed ero felice, mi
sentivo al sicuro. Anche i vestiti avevano un odore, che era
l'odore dei vestiti di aabe dopo una giornata di lavoro, l,avrei
riconosciuto tra mille.
"Se lo fai tu posso fa¡lo anch'io," gli rispondevo.
"Lo fáccio io perché rLr possa non farlo."
" Aabe," ho detto una volta dopo averci pensato un po, su,
"perché non ti lamenti mai di quello che fai? Omar Sheikh,
il padrone di casa, si lamenta sempre di tutto, quanclo é qui
passa le giornate a taccontare le sue sfortune. "
"Lamentarsi serve solo a continuare a fare cid che non ti
piace," aveva risposto aabe col suo vocione. mentre con una
mano si accarezzava i fluenti capelli neri. Li aveva sempre
p.ortati un po' lunghi. Hooyo lo prendeva in giro, diceva ihe
sl comportava come una donna, e per quello non aveva nean_
che Ia barba. "I-abarba é per gli integralisti,', le rispondeva
lui. "Se qualcosa dawero non ti va dÁvi soltanto carnbiarla,
piccola Samia. Io amo il mio lavoro, e 1o amo perché lo faccio
per voi. Questo mi rende felice. "
Mi sono fermata un po' a riflettere, poi gli ho dom¿lndato:
"Papá, ma tu non hai rnai paura della guera?,,.
Lui si é fatto serio. "Non devi mai dir.e che hai paura, pic-
cola Samia. Mai. Altrimenti le cose di cui hai paura si creclo-
no grandi e pensano di poterti vincere. "
Quella martina lui e Yassin erano partiri insieme, come
remp.re. Avevano appena atrraversato il grande viale J amaraT
Daud, subito dopo il parlamento, e si erano f'ermati a ber.e
uno shaat albar del loro amico Taageere, una baracc¿ di le-
)6
gno in un vicoletto, e a fare due chiacchiere prima del lavoro,
come tutti i giorni.
All'improwiso, peró, hanno sentito degli spali.
A un centinaio dí metri, dietro un edilicio di sei piani, era-
no spuntati quattro o cinque militari hauiye, affiliati con noi
abgal. Stavano cercando un darod che secondo loro aveva ru-
bato qualcosa e gridavano che doveva essere scappato in quel-
1a direzione.
Uno di loro ha visto Yassin, in piedi insieme ad aabe di
fronte al bancone, lo ha indícato agli altri e tutti hanno co-
minciato a correre verso di loro.
Non hanno neanche avuto il tempo di pensare.
Quando i militari sono arrivati piü vicino, il padre di Ali
ha capito cosa stava per succedere e ha avuto I'istinto di scap-
pare..
E stato un attimo.
Appena Yassin ha girato la schiena uno dei militari ha
aperto il fuoco, seguito a ruota dagli altri.
Aabeha fatto un lungo salto per gettarlo a teÍra e toglier-
lo dalla raffica dei proiettili, che avevano giá bucato il muro
a pochi centimetri da h.
Hanno sempre raccontato che Taageere é rimasto per tut-
to il tempo con i due bicchieri di shaat in mano, a mezz'aria,
come congelato.
Intanto la raffica di spari era finita, rupida come era ini-
ziata.
I militari hanno gridato qualcosa e sono spariti dietro l'an-
golo, soddisfatti, veloci com'erano spuntati.
Aabe e Yassin si sono voltati, soilevati, pensando di aver-
la scampata.
Quando peró hanno provato ad alzarci se ne sono accor-
ti. Taageere era bianco come un cencio.
Aabe era stato colpito al piede desmo.
Non si era reso conto di niente.
I1 sangue aveva giá formato una piccola pozza.
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17.
La raffica amicaaveva colpito un abgal al posto di un
¡larod.
Hoclan conlponeva Ie sue canzoni e poi le cantava.
Aveva una r,oce_bellissima, corre tliv"lluto. Era un po,
rauca e bassa, ina allo sresso tempo acuta fino u ,rggi.,ngire
tonialtissimi. Quanc{o cant-ava,il suo vort, tondo
""rir.lJ."-
me quello di una baml¡ola di porcellana si fermrrru in
u.n'espressione slupefatta, come se fc.,sse sempre .rl prrá Ji
riveiare qualcosa. I-a adoravo. lblerro .rr..d.o..lei, are..
ia -sua belTezza, avere la sua voce. A nessuna rugazza, poi, i
veii starrano l-.ene come a Hodan. I colori forti, il girli.r" í;;;-
so e l'arancio, le accendevano il'iso come un fu;.. i*pr."
viso in u-n boscc'' fitto.
Per renere il rirmo univa le palme delle mani e batteva le
clita, come una conchigiia dell't)ceano Indian. .lr. ;i;;^;
si chiucle di continuo seguen<io un anclamento costante.
Cantarra nella forma poetica del buraarubur, clrc fondeva
peró con la musica piü moclerna, nello stile del ,ro g.uppo
musicale, la Sharnsucliin Band.
(iornponev¿l le sue canzoni in carnera, cla sola, oppure
nrenrre rroi fratelli eravatno a letto, con il frru, o'rráro ud
aspertare di addorrnenrarci, indulge.rlo neile ultime risate
della giornata.
. 1.1,,,
certo plmto, ogni sera, Hodan si estraniava, tirava
frrcrn il suo quadernetto e cominciava a scrivere. Scriveva su
ogni argomento, su queiio che Ia faceva soffrire .n-" ,, qu.i_
lo che le dava gioia.
. l,a-guardavo da vicino, studiavo i suoi gesti minuti. Io e
lei, inta*i, abbiamo senlpre dormito attaccáte, fin .iaila mia
nascita, quando lei aver-a da poco compiuto cinclue anni. i
nos*i materassi erano clisposti ad angoio ,etto lungo il lato
piir vicino ailaporra, appena dopo l,iñgresso. E fináaila na-
scita mi sono abituata a prende." ,nrrno con la sua voce nelle
orecchie, che piano piano si faceva sempre piü sottile, fino a
diventare solo un sussurro.
18
Forse é per questo che ho sempre dormito bene e che, co-
mc dicono tutti, mi fido di ció che accadrá domani, credo che
sará migliore cli oggi. É p.r la voce di É{odan che mi ha ac-
compagnato a.l sonno da quando sono nata.
"Ti ho regalato tutto il mio ottimismo," mi diceva leí.
Al contrario di me, Hodan era sempre pensierosa, aveva
sempre qualcosa per la testa. 'Irovava pace solo la sera, quan-
do 1l ferus si spegneva e poteva continu¿rre a soffiarmi le sue
canzoni sulla guerra, suila nostra famiglia, sul futuro, sulla
corsa, su Ali, sul ferimento di nostro padre, sui figli che un
giorno avremmo avulo.
Ci siamo sempre addormentate mano nella mano, le teste
che si toccavano. Mentre la stringevo sentivo che a poco a
poco la sua presa si faceva meno forte, piü docile. E capivo
che si rilassava, mentre cantava.
Sapevo di essere il suo primo pubblico, e la cosa mi riem-
piva d'orgoglio. Sentivo che misurava sui miei sorisi le sue
canzoni, che parlavano tutte, anche se i temi erano i piü vari,
di una cosa sola: l'importanza della libertá e il poiere dei sogni.
La sera dei ferimento di aabe , mentre lui era in ospedale
dopo 1'operazione, FIodan aveva composto una canzone che
lo paragonava a un grande cavallo alato.
L'aveva cantata nel centro della stanza, seduta a gambe
incrociate sul materasso di AJ:di.
Anche hooyct era con noi, non l'ave-¿ano lasciata dormire
li, i letti non potevano essere occupati clai parenti, arrivavano
di continuo malati o feriti da mortai o da raffiche di mira.
Piccola e composta , bc,,oyct stava seduta sul materasso di no-
stra sorella Ubah, proprio di fronte a rre, con i piedi appog-
giati per terra, non con le gambe incrociate come noi. Si te-
neva la testa tra le mani e fissava Hodan. Era persa nei suoi
pensieri, gli occhi vagavano di qua e di lá.
Ubah aveva acceso un incenso, e il suo odore fbrte e dol-
ce era a;rivato persino negii angoli della piccola stanza.
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18.
(¡.
Dal giorno delferimento é stato chiaro che aabe non sa-
rebbe piü po,r,,) andare a iavorare . Aveva perso l'uso clel pie-
cle, c]i cui era rimasto ptlco piü che tln moncherino' D'ora in
,rárrti, per r:amminr.é ,rt.tb" dovuto appoggiarsi a un ba-
stc,ne.
Non sarebbe piü stato in p¡rado di tirarc il carretto dei ve-
stití. Il suo futuro sarebbe diventato la casa, il cortile'
Dopo una vit¿r trascorsíl insieme, giorno dopo giorno'
yassin si sarebbe tizato da so10 e o-la solo avrebbe camminato
un'ora per raggiungere il quartiere rli Xamar Xl'eyne"
l prirni temPi erano stati duri.
iabe siera rintanato in un mlrtismo gonfio di rabbia re-
pfessa. Di tanto in tanto, nelle innumcl'evoli ore passate se-
iuto ,rlla sedia di paglia in cortile, r'eni'a pres. dall'ira e
scagliava il L,astolre io*" f,rr.e un giavellotto, con tutta ia sua
forru, Qr.llo andava a colpire il muro e finiva per terra' lon-
tanissimo. F-inché ho,tyo non glielo recuperava'
In quei giorni tremendí aabe stavasempre in silenzío, mor-
tificattie imlmobile. Era imp.ssibile parlargli, scacciar,a anche
noi, scacciava anche me, la sua piccolitla'
.S.r1o ,n, r,olta si era fatto scappare un'r frasc che a'n'eva
provocaro le iacrin1e di hÜctyU. "Sono un oggettO inutile, irn-
mot¡ilc coflle ttna n-racchiua senza le ruotrl'"
4l
La cartzone diceva che nostro padre avrebbe continuato
a vr'¡larc come aveva krtto fino a quel giorno, e che vol¿ndo ci
avrebbe tragirettati nell'etá aduita. Che le suc braccia erano
grandi come le ali c{i rrrr enor nle uccello e le sue gambe fbrti
come tronchi cli alberi millenari.
Di c¡uella sera ho sempre conservato nelia mente, chissá
perché, il ricordo delle lacrirne che in silenzio gonfiavano gli
occhi di Saicl, il nostro lratcllone, mentre guardal,a impassi-
bile clavanti a sé.
Mi sono alzat¡ e in punta di piedi sono andata ad asciu-
gargliele.
40
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19.
Yassin era disperato.All'inizio aveva fatto di tutto per cer-
care d'aiutarlo, si era anche offerto di fare due volte il viaggio
fino al mercato, una volta con il suo carretto e la seconda con
cluello di aabe. Poi aveva desistito, sapeva che ci sarebbe vo-
luto tempo. Tanto tempo, un tempo infinito.
Ci sono voluti tre rnesi.
{Jna sera, dopo aver cenato e mentre noi ragazze stavamo
giocando a shentral, aabeha chiesto a Yassin di andare a pren-
dere le carte da gioco, aveva voglia di fare una partita.
Erala prima volta che rivolgeva Ia parola a qualcuno da
quando tutto era accaduto.
Yassin stava come sempre vicino alle braci del burgico a
fissare i guizz.i e i crepitii.
Quando ha sentito le parole di aabe si é alzato e, senza
aprire bocca, é andato a prendere le carte e il tavolino e li ha
portati dove si úovaya il suo amico.
Hanno giocato tre mani a scopa, un gioco che gli italiani
avevano insegnato ai loro padri e che ancora aicuni conosce-
vano. Hanno gíocato senza dire una parola.
Poi aabe ha vinto, o Yassin I'ha lasciato vincere, questo
nessuno I'ha mai saputo dire, e artbe con la sua vociona, bat-
tendo un pugno sul tavolo, ha detto: "Brindiamo! La tua so-
lita fortuna sfacciata. Perdo un piede e vinco a scopa. Cascas-
sero sulla tua testa mille liri di shaat bollente".
Da quel gíorno, piano piano, tutto ha ripreso a essere co-
me era sempre stato.
Aabe eYassin sono tornati migliori amici e, insieme alla 1o-
ro amicizia, ogni cosa ha ritrovato il suo posto.
Una sera, quando ormai aabe si era abituato anche a usci-
re e a farsi vedere nel quartiere con il bastone che non ha mai
smesso di detestare, Yassin erá entrato nella stanza dei nosüi
genitori.
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I)crpo un po' ci avevano chiamati tutti, Yassin voleva che
ascoltassimo.
Con voce spezzlrta ha detto che sarebbe stato in debito
.onlu ,rorrra fámiglia per tutta la vita, e^che avrebbe voluto
occuparsi di noi .r,n ,o.t sapeva come tare, le sue risorse a
maiapera bastavano per i suoi figii'
t'oi t, preso ,rrrá b,-,,tu da una borsa e l'ha passata a
hooyo.
L.i ha guardato aabe, che ha fatto ttn cenno col capo'
ouincli I'ha*presa e I'ha aperta' Conteneva denaro'
--1É_;";;"'quello
che ht," ha detto Yassin, "ma ti prego di
accettarlo ,luuanti alla tua famiglia come simbolo della mia
riconoscenza pr:r avermi saivato, frateilo Yusuf'"
----Áobrlr',ha
grar.lato in silenzio, con un lieve sorriso sulle
labbra. "Fai venire i tuoi figli, ma prima asciugati quel1e la-
crime," gli ha risposto, *..,-t." si sistemava per bene suila se-
dia di paglia.
- -
fl"'r"?o s.no arrivari Ali e i su.i fratelli, aabe si é sclriari-
to lu-roa.. "É grazie a te, arnico mio," ha cominciato' "se so-
no ancora virro con la consapevolezza che questa guefrír non
puó essere giusta."
I nuovi árrivati si sono guardati in faccta'
Nassir si era sistenruto p.t terra e Ah era andato a sedersi
,ru i" ,.r" gambe, guarda,,a aabe da sotto itl su senza capire
bene cosa stesse accadendo.
"Con)e é possibile che i rliei fratelli possano quasi am
mazzane u^ atgolcome loro? " ha continu ¡to itabe' richiaman-
.1,,, i'utt.rriorJd Ah. "Questo moncherino é la testimonian-
za che la guerra non put) essere giusta'"
t'oipapáhachiamatorneeAlialcentrodellastanza'
Ci ha ordinato cli stringerci la mano e di abbr¿cciarci'
Siamo rima.sti interdetti. Ali, conre sempre sulle sue' non
schiodava lo sguardo <lai suoi piecli nudi'
Poi ha ubbi,lito. I{a tirato iu il braccio senza guarclarmi'
Gli ho stretto la mano.
41
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I
20.
"Adesso promettete," hacontinuato aabe, "che tu, una
abgal, e tu, Lln darod.vivrete sempre in pace. Che non vi odie-
rete mai e mai odierete gli altri clan."
Le mani ancora strette. abbiamo promesso.
Poi aabe ha chiesto sc sapevamo che la guerra era frutto
di un odio che rencle cieche le persone e le sazia solo con il
sangLle.
In coro abbiamo risposto di si.
Alla fine ha chiesto: "sapere che siamo tutti fratelli soma-
li, senza distinzioni di etnie e clan? Eh, Samia? Alii," ha tuo-
nato come quando era arrabbiato. "Lo sapete?"
"Si," ha detto Ali con un filo di voce, senza smettere di
guarclare per terra.
"Si," gli ho fatto eco io.
Poi aabe ha donrandato a Hodan di cantarci una canzone,
li nella stanza da letto.
Eravamo in tanti, stavamo stretti. Quattordici chiusi in
una piccola stafiza con due materassi per terra e le pareti di
fango, a parlare di pace e di speranza mentre fuori c'era la
l¡uerra.
Anche questo eru aabe.
Mia madre, in ogni caso, aveva giá preso Ia sua decisione,
e comunque non c'erano molte alternative.
Non le piaceva vendere i vestiti da uomo, diceva che non
era un lavoro adatto a una donna. Cosi, dopo rnolte insisten-
ze di Yassin, ha deciso che si sarebbe messa a commerciare
in frutta e verdura.
Alf inizio Yassin le aveva dato la sua, da vendere.
Poi piano piano ha cominciato a f-are da sola, a comprarla
la sera dai braccianti del quarriere, agli stessi prezzi a cui la
pagava Yassin dopo vent'anni di lavoro.
A qualche settimana di distanza, hor.tyo ha seguito un'ami-
ca che aveva una bancarella in un altro quartiere, vietato ai
darod na ancora piü frequentato di Xamar V/eyne: Abde Aziz.
14
Ed é divent ata únavenditrice di lrutta e verdura'
Abbiamo vissuto cosi per piü di un anno, piü poveri di
quanto non fossimo mai stati, finché nella mía vita e in quel-
la di Hodan tutto é cambiato.
Io ho vinto la mia prima gara e lei si é fidanzata con
Hussein, tfi tagazzo darod di buona famiglia che suonava nel
suo stesso gruppo musicale.
4'
21.
. _
ll giornoin cui ho compiuro dieci anni era anche il giorno
della gara dei quartier:i della cittá. La guerra era sempre piü
violenra, tumo diventava piü difficile, perfino orguni)rurálu
corsa annuale che per me era la cosa piü importanle del mon-
do;.erano infatd passari sedici mesi da q.,"1ü pr..".l.rt., ,-ro.,
dodici. Con la guerra anche gli anni .Ábiuur,o ai t""glr.r_
za, il tempo subiva le dilatazioni della violenza.
Ali, in tutto qucl periodo, era staro un bravo allenatore.
Sapeva quando cosrringermi a continua¡e con gli esercizi
anche se non ne pr)tevo piü, ma allo stesso tempo aveva ca-
pito come esaltarmi.
NIi ero allenata tanto in quei mesi, e volevo vincc_-re a ogni
COSto,
. Vincere per me, vincere per dimostrare a me e a tutti gli
altri che la guerra potevá fermare alcune cose ma non tutto,
vincere per fare ielicr ¿ube e hooyo.
Aabe tloveva avcr percepito la mia agitazioneperché quel-
la mattina mi ha chian-,rt, u.i.inu a sé eini ha detto .h" r'up.
va che un giorno sarei diventata una campionessa. Nonii
at eva mai rletto niente del genere. Era staio tenero, a volte,
ma non si era mai spinro fino a irrcoraggiarmi.
Da una tasca dei panraloni .li cotoná cachi ha tirato fuori
una láscia elastica bianca deila Nike, di quelle cla mertere sul-
46
la fronte per asciugare il sudore. Dovcva essere rimasta tra i
vestiti che non era piü riuscito a vendere, ammassati insieme
a mille altre cianfrusaglie nello stanzone di fianco a quello di
Aiieisuoifratelli.
Lho abbracciato forte. Il bastone, appoggiato allo schie-
nale della sedia di paglia, ha rischiato di cadere.
"Samia, se oggi'ninci ti prometto che ia prossima garula
farai con un paio di scarpe da ginnastica nuove," ha detto
rnettendomi la fascia come se fossc'stata Lrn¿l corona.
Non credevo alle mie orecchie.
Un paio nuovo era qualcosa che non avevo mai neanche
immaginato di possedere. Correvo con le scarpe da tennis
che a Said non entravano piü, e che erano giá state di Abcli
F-atah e di Shafici. Questo voleva dire che la scarpa destra
¿veva un buco sulla punta e la sinistra la suola talmente con-
sumata che era come correre scalza. Sentivo tutto quello che
czrlpestavo, sassolini, semi, rarni, rametti, tutto. E mi decon-
centravo, perché clovevo stere altenta a er,itare ossa di anima-
li o lattine di olio per motori buttate per strada, o a non fini-
re dentro le spaccature della terra o le buche profonde tren-
ta centimetri.
"Ti prometto che faró di tutto per meritarmi le scarpe,
,tdbe," ho risposto, nlentre con le dita rní assicuravo che la fa-
scia di spugna fosse reale.
"Ma dove vuoi arrivare tu, eh?" ilr ha chiesto h-ri strin-
gendomi le guance con Lrna clelle sue manone e muor,,endomi
lafaccia di qua e di lá. Scherzava, ma io ho preso la cosa se'
riamente, come sempre quando si trattav¿r della corsa.
"Aabe, oggi ho clieci auni."
"Si, é anche per questo che se vinci..."
Non l'ho lasciato finire. "l{o dieci anni e r.edrai che quan-
do ne avró diciassette comerd aile Olimpiadi. Ecco dove vo-
glio arrivare. "
Siémessoaridere.
"Aabe,io parteciperó alle C)liriipiacli del2008, a diciasset-
47
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22.
te anni. E,ccodove arriveró," gli ho ripetuto quella mattina.
"Vedrai." Una paus'rr. "Anzi, un giorno le vinceró anche."
"E sentiamo... dovc si terranno le Olimpiadi dei 2008, qui
in Somalia? " ha chies¡o lui sarcastico, sapenclo benissimo che
non pote/a essere.
"No. In Cina," ho detto, mentre ancoÍa taslavo la fascia.
"Ah, in Cina. E tu ¿rndrai in Cina, quindi?"
"Certo, nc-,n le posso ccrrere da qui le Olimpiadi cinesi,
adbe."
A qurel punto rni ha guardata serio, finalmente aveva ca-
pito che non scherzavo.
"Va bene, Samia, ti credo," ha detto accarczz,andomi i ca-
pelli. "Se ne sei cosi convinta. allora ci arrir,erai di sicuro."
Poi si é sistemato sulla sedia come a guardarmi meglio, a
osservarrni per la prima volta con altri occhi. "Sei una picco-
la guerriera che corre per la libertá," ha detto. "Si, sei proprio
una piccola guelriera. " Mentre parlava aveva preso ad aggiu-
starmi la fascia elastica sulla fronte. Le nostre dita si sono toc-
cate. "Se dawero ci credi, allora un giorno guiderai la libera-
zione delle donne somale dalia schiavitr- in cui gli uomini le
hanno poste. Sarai la loro guida, piccola guerriera mia."
Era la prinra volta che dicevt'r quella cosa delle Olimpiadi,
e anche la prirria volta che mi veniva in tnentc. Non ci ave/o
mai pensato. I-ippure, appena l'ho detto, niente mi é sernbra-
to piü vero.
Dev'essere bastata la promessa di un regalo da parte di
aabc per tirare fuori qualcosa che stava in un posto dentro
cli me che non sape¡o nemmeno di possedere. I.,e sue parole
avevano messo un sigillo sul mio cuore.
Quel giorno Ali rni ha accompagnato alla partenza della
gara clentro una carriola. Per non farmi stanr:are. FIo cercato
in tutti i modi cli evit¿rlo, ma hriha insistito dicendo che era
il mio allenatore e che dovevo fare quello che mi ordinava. E
cosi scrno arúvata alla panenza su quel trono.
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"1
:
a
Ali aveva organizzatL-ttutro: mi ha l¿rsciata li ed é salito sul-
la biciclerra .li un ragazzo .lel nostro qtlal'tiert per raggiun-
qert'1o stadio in anticipo e aspettarmi all'arrivo'
Era il solito percorso di sette chilornetri che avevo fatto
mille volte, ,-to., ,nu gara di velocitá sulla corta rlistanza in cui
ero piü forte. Ma
"ro
*rgtu come'uno spillo e pesavo poco
pi,: ii una piuma, .orrr" ái."'a Ali, e quindi avevo qualche
vantaggio sugli altri.
"Dáui imparare a volare, Samia," mi ripeteva sempre' "Se
impari a volare batti tutti'"
T.o trl.ente leggera che se avessi imparato a prendere il
vento sarei stata veiáce come un razzo senza iare fatica' qr"re-
sta era la sua teoría.
All'inizio mi era sembrata una stupidaggine, poi perd ci
avevo rifletturo rneglio. Forse non aveva tuttii torti' f)ovevo
."r.rr. di rendermi il piü leggera possibile, concentrare il pe-
so verso l'alto. E proár. u Iii'ut'tt" al margine' in modo da
non avere nessuno alle spalle e lasciare che íl vento mi spin-
gesse da dietro. Poi, una volta alla testa clel gruppg' tutto sa
iebb. stato piü sernplice' Nessuno mi avrebbe rubato 1'aria'
Quello.h.nrierarichiestoeraridurrealminimoilcon-
tatto dei piedi con la terra.
Dovevo imParare a volare'
Quel giorno, allo sparo dello starter, mi sono dimenticata
di trlto. ñor
"ru
mai successo, ma da allora non 6a piü smes-
so di succedcre, ogni volta che ho vinto' La mia mente é riu-
,.ir, o creare il vuáto e a fissarsi soltanto sulle cose positive.
"- -it
gio*o <lel mio decimo c.mpleanno ho sentitc, cl-re la
.o.r, il; iiberava clai pensieri. Cosi, metro dopo metro' chi-
1.,-.,.o dopo chilomet.o, la bar¡bina rragrolina era.riuscita
u ,.,f"tut. iu p.i-u parte del grlrppo, e a lnettersi dietro ai
quattro piü veloci.
Nella testa avevo le parole di aabe' e il gesto con cui mi
+c)
:
¡
I
!
I
1
1
23.
aveva calato lafascia di spugna sulla fronte. ,,Un
giorno gui-
clerai la liberazione delle donne somale dalla schiávitü iricui
gli uomini le hanno posre. Sarai la loro guicla, piccola guer-
riera mia."
Ogni volta che ho corso, da qucl giorno in poi, ho ingo_
iato metro su metro nrasticando queste parole salviflche cii
3io padre, le parole di Yusuf C)mar NLrr, figlio di C)mar Nur
Moharned.
La liberazione del rnio popolo e clelle donne dell,Islam.
Qrrel giorno ho vinto.
Per la priura volta. La mia prima vittoria.
La gara si conclucleva con un gir.o di pista davanti a un
nutrito gruppo di spcttatori,
. Per tutti gli e'enti sportivi'eniva utilizzatolo stadio Cons,
che era vecchio, martoriato rJai proiettili, con le tribune ca-
denti e impaicate a ridurre i rischi di caduta, la pista crivella-
ta dalle schegge delle granate.
Lo stadio nuovo, da quando erainiziatala guerra, r,eniva
usato come deposito per l'esercito. Al posto degii atleti, nel
prato c'erano i carri armari e i militari. Sugii spalii, anziché il
pubblico, gli ufficiali.
Da lontano, arivanclo) stremata, mi sono resa conto di
quanto lo sra.lio cons fosse decrepit., nrurilato dalle bornbe.
Fino a cinquecenro merri da quell'arcl-ritettura distrutta
ero ancofa quafta.
. Svoltato neila.Iidka X/arshaddaha, con la sagoma irrego-
.lare dellcr stadio che si profila'a all'orizzort , ho ,.ntiro
nella testa la
'oce
di Ali che mi incitava a prenclere ir vento
nella schiena e andare a vincere.
Non so da dove ho recuperato le fbrze, ma ho cominciato
¿ volare. Ho sorpassato i duc ragazzi che rni precedevano,
uno dopo 1'altro.
. All'ingresso nello stadio quasi mi rremavano le gambe per
la quantitá di gente sedrrta sugli spaiti. Si percepiiano l,ági_
,t)
tazioue, le loto aspettative, il fatto che fossero li per vedere
qualcuno vincere.
E quel qualcrtno volevo essere io.
Sono entrata nello stadio da seconda. N'Ietro dopo metro,
sulla pista di tartan bucherellata, mi sono resa conto che il
primo aveva dosato male le ettergie. tro sentivo di averne an-
cora Llna riserva, mentre lui stava arrancando, sfiancato, per-
deva metri a ogní passo.
Poi é accaduto ii miracolo: ia gente sugli spaiti ha comin-
ciato a urlare e a chiamarmi aba,tyrt, Sorella.
Si erano acc«¡rti che ero piü veloce e volel'¿llto che vincessi.
Mi incitavano". abaayct, abaayo.
Ogni patola mi dat'a una spinta in piü.
Dopo ia prima curva avevo giá raggiunto il primo, e in
quattro falcate I'ho superato.
A quel punto il pubblico si é alzato in piedi, incredulo ed
eccitato. Tutti applaudivano alla piccola abaayo.
Un applauso ritrtato, che mi ha incalzato ancora di piü.
Clap-clap. Clap-clap. (' lap'claP.
Le gambe avanzavtlno come onde condotte da un'energia
che non era la mia, erano loro chc tiravano me come una mo-
trice fa con il rimorchio, o come le onde fanno con ii mare'
Ho tagliato il traguardo per prima.
Mi é sembrato incredibile.
Con le braccia alzate ho corso gli ultimi metri dopo l'ar-
rivo, trasportata áalla rincorsa di tutti quei chiiometri.
Poi mi sono piegata sulle gambe e ho sentito uno strano
calore alle guance: due lacrime , senz che lo volessi, srrlla mia
faccia da piccola guerriera.
Me ie sono asciugate subito, prima di tirarmi in piedi,
stanca morta ma gonfia di energia. Avrei potuto girare i tal-
loni e rifare il percorso al contrario, da capo.
La folla attorno esultava, gridava, divertita e felice.
l,{entre tutti gioivano come impazziti ho percepito i loro
11
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24.
pensieri: é irnpossibileche abbia vinto, é poco piü di una bam-
bina.
E,ra impossibile anche per me.
E invece, dopo qualche minuto di stordirnento, mi hanno
infilato rrna medaglia al collo,
Stava li a dire che era tlltto vero.
Con Ali abbiamo aspettato negli spogliatoi che la folla ab-
bandonasse lo stadio. Lui voleva parlare con un sacco di gen-
te che gli chiedeva chi ero.
Si plesentava come il mio allenatore, e la cosa fáceva ri-
dere tutti, perché aveva dieci anni. Era alto, per la sua etá,
alto e secco, nra anche lui era poco piü che un bambino. Ep-
pure erano anni che si comportava come un uomo.
Per tornare a casa abbiamo rifatto la srada della gara.
Ali mi raccontava la sensazione che averra provato quando
mi aveva vista entrare dalla porta dello stadio, e I'esaltazione
della folla quando avevo compiuto il sorpasso. Fremeva.
Ogni tanto, come spesso capitava, incrociavamo qualcuno
che mi scluadrava dalla testa ai piedi e scuoteva il capo veden-
domi vestita da maschio, oppure masticava qualche parola
sottovoce prima di andare via.
Piü o meno a metá strada ci ha fermati un uomo anziano,
barba lunga e r¡iso ossuto.
f)opo avenni guardata con clisappunto ha attaccato con
la solita storia. "Dove sono 1o qctmdr,lo bijab ela diric, eh
bambina? Ti sei forse dimenticata di vestirti, oggi?"
"Lei é un'atleta, signore," ha risposto per me Ali. "E ha
appena vinto una gara. Esige il rispetto che gli adeti si meri-
tano. "
Era la prima volta che sentivo dire per strada che ero
un'atleta.
Il r,ecchio ci ha guardati stralunato, senza sapere bene co-
sa rispondere. "E tu? Se lei é un'atleta tu chi sarestii"' ha
chiesto.
52
"Io sono il suo allenatore. E' il suo portavoce' Quando
questa atleta un giorno sari conosciuta in tutto il mondo' voi'
,ignor", vi ricorJerete di questa conversazione'"
" -
Á q""f punto ci siamo guardati e siamo scoppiati a ridere'
L"f*á ha bofonchiato qualcosa e si é allontanato scuo-
tendo la testa.
Ero diventata un'atleta. Per la seconda volta' dai giorno
- *inn aveva cleciso che sarebbe stato il mio allenatore. Ivla
questa volta di Piü.
Ormai era pomeriggio inoltrato, si era alzato impror'viso
il ;;;:; q..,urdo iniÁa atirare vento, a Mogadiscio bisogna
fare solo due cose: tenere la bocca chiusa per evitare che la
polvere ti secchi la gola per il resto dei tuoi giorni e.cercare
Iipit p..tro rifugio ,la qualche parte, per non farsi ricoprire
dalla testa ai Piedi.
Abbiamo riempito i polmoni e ci siamo messl a correre
VETSO CASA.
Non ero stanca, avrei corso altre dieci ore di fila'
All'irnprovviso, cL)me un meteorite in pic-chiata' all'incro-
.io .o., il gran,le viale mi é piovuta addosso dal cielo, tl'aspor-
átu .i" .t l"ttá dove dal rrento, una copia del giornale " Banaclir" '
Mi ha colpito in piena spalla, poi é caduta a terta' apefta
sulla grancle fotogrufiu di rÁ ruguizo che mi é subito sembra-
to familiare.
Incuriosita, mi sono piegata per afferrare il quotidiano
prima che riprendesse il volo'
' Er^ il viso di Mo Farah, il corridore che aveva lasciato
Mogadiscio quando aveva piü o meno.la mia et) per trovare
.it"gi. in L-tghilterra, do,e
"n
bravo allenatore lo stava por-
,urrJo a vincere tante gare importanti'
Da sempre.rr rnJd.i mieimiti, un punto di riferimento'
Nato .o*" me in Somalia, era arrivato a correre e a vincere
in tutto il rnondo.
Spesso giungevano notizie sulle sue vittorie e sul suo ta-
5)
It
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I
t
l¡
:
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25.
lento. Ogni voltache per raclio. al bar cli Taageere, sentivo
qualcosa" opplrre qualcuno raccontavá di Mo Flrah, *i p..rr_
deva una strana morsa allo stomaco. a metá ,r, tu ,rf,t ii f ..
cI é era-scappato e trn'ammirazione scontinata, tahnent.,Éo,r -
finata cla farrni sognare di diventare come lui.
Il titolo diceva che Mo era rln campione, e che la Somalia
lo aveva farto firggire.
_ 4ii era giá n-rolto piü avanti, aveva continuato a correre,
In f-rerta ho srappato la pagina, l,ho piegata e l,ho ,.g,rir;
VETSO CASA.
Mentre correvo ho pensato che la faccia rli Mo che mi
aver,a guardafa in mezzo al vento doveva essere un segnale.
In una nlano una..medaglia e nell'altra un foglio.*;;r;
cJigior,ale, mi son«¡ tárta tüsporrarc. leggerr. Jlfi. f.i;;;;í
vento.
Arrivati a casa, Ali ha racconrato a tutti crelra mia vitoria.
prima di fare ii giro per mostrare il trofeo.
Hooyo si é commossa, e Hoda¡r e Hamdi l,hanno presa in
giro, imitancl.la nel gesto di asciugarsi le lacrime ,il lurro_
letto e poi di soffiarsi il naso .or, ,rm gran pernacchia.
.. In yn angoio, vicino al muro, .,!.unó anche Nassir e
Ahn:ed..seduti per terÍa agiocare'a griir Ahmetl. E., ,rnto
cht'non lo vedevamo. non veniva piü molto spesso nel cortile.
Quando Ali é arrivato da loro con in *uno l, -..lrdi;,
Ahrned non-ha
leppure alzabla testa clai sassolinl. Nrrri? h,
guardato il frarello e poi é tornato a parlare con l,amico.
Ali é rimasto impietrito. Sia Ahmecl sia Nassir avevano gli
occhi severi, ostili, e le pupille dilatate.
Yassin aveva osservato tlltta la scena, dal tavolino dove
ginr:a'a a carte con aabe. "Dai retta a tLlo irateiln, Norri.,;igri
ha qridato da l) ilpadre.
Nassir e Ahrned non hanno neanche fatto segno «li essere
¡rresenti.
)4
Hanno continuato nei loro gesd lenti, meccanici, come se
il mondo che li circondava non esistesse, come se noi tutti
fossimo soltanto ombre della loro mente.
"Nassirl Ti ho demo di dare rctta ad Alil" ha gridato piü
fbrte Yassin, alzandosi dalla sedia con aria minacciosa.
Nassir ha sollevato la testa al rallentatore e ha detto, con
una lenta cantilena: "Ho visto, aabe,ho visto, stai tranquillo.
É la medaglia di Samia. Quella che oggi ha vinto. Ho r¡ísto.
Mi dispiace, ma non mi interessa molto. Non ti scaldare per
cosi poco, torna a giocare".
Yassin l'ha fissato con astio, poi con scoramento . LIa far'
fugliato qualcosa a bassa voce su Ahmed e ha fatto un gesto
con la mano per mandarlo a quel paese. Poi é tornato a se-
dersi.
Da dove mi trovavo, ho sentito che si confi dava con aabe:
"Io non ce la faccio da solo. Senza la mia Yasmin ogni tanto
mi sembra di non potercela fare".
"Non dire sciocchezze," gli ha risposto aabe, " de.vi soltan-
to vietare a Nassir di vedere quel suo amico."
Poi aabe ha chíamato Ali, che era rimasto fermo in ntezzo
al cortile.
Senza hatare, Ali si é awicinato a testa bassa con la me-
dagliaancora stretta in mano. Sembrava piccolissimo. Un pic-
colo bambino. Ma in effetti lo era.
Aabe esuo padre hanno provato a dirgli qualcosa per far-
lo sorridere, ma ormai non c'era piü niente da farc. In un at-
timo aveva perso tutto il buonumore. Gli era bastato vedere
Ahmed.
Poi aabe ha battuto le mani e tutti hanno intonato un in-
no tradizionale alla mia vittoria.
Da quel giorno, Ahmed non si é mai piü presentato in ca-
sa nostfa.
Quella sera, dopo cena, mi hanno fatto una grande festa.
Hussein, il fidanzato di Hodan che era stato secluto per
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t,tto il tenlpo'icinoa lei e a hooyo, aveva portato una torta
al sesamo che s.a maclre ,r,.ro pi"purutu p., l'occasione. Se
a'essi vint. sarebbe andata bcne per festeggiare, altrinlenti
pet consolarrni.
l,ui e F1odan ormai parlavano di matrimonio, je nostre
dr,re frrmiglie si eian. giá incontrate, e queila di lui áveva farto
sapere che presto avrebbe chiesto la mair<, di Hoclan.
Aabe non ci aveva pensato troppo.
.. _Il
ragazzo gli píaceva, e p.,i arrevá gi) vent,anni, cinque piü
di F{odan, e gli piaceva anche.r.-, pudr", il futuro.oÁuo."-
ro. u,a famiglia piii ricca clell¿ noitra. Era sraro feiice «li ac-
ct¡nsentire.
Presto F-lodan e Hussein si sarebbero sposari.
Quando l'avevo sáputo mi ero ingeiosita, non volevo che
qualcuno si porrasse i,ia la mia sorella pledileffa. Ma poi ave-
vo ce_rcar. di capire, vede'o Hodan felice e ío lo ero per lei.
Hussein, poi, era simpatico, genlile e sernpre ben vestito,
mi aveva voluto bene fin cla subito e mi chiamava ,,campio-
l]f,ssa ".
cJuc'ila sera rurti erano conrenri per ,e, nra il piü f'elice
ere (tdbe, che r-¡-ri ha preso c1a parte á mi ira baciaro in testa,
strssurrand.rni all'c¡recchio: "Brava, bar¡bin¿ mia. te lo avevo
clcrto ".
Poi si ü alzato, aiutato dall'onnipresente bastone, e zop,
picando i andato nella sua stal1za. Quontu é tornato uu"r, in
mano Lrna grandc l-¡usta di plastica nera. Dentro, c,era un pa_
io di scarpe da ginnrrstica. Bianche. E nuove come non ne
¿/evo mai vtslc.
Sarei potute svenire dalla gíoia.
Le ho infilate e mi son. nlessa a saltare come una scerna
da tutte le parti.
Poiho cercaro Ali, il nrio allenatore.
Non c'era.
Yassin ha scroliato la test¿ e ha fatto cenrlo verso Ia loro
stenzil.
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Era tornato a rinchiudersi. Di ruovo. La presenza dí
,hmed gli faceva queli'effetto.
Alrneno, questa volta non aveva scelto l'eucalipto.
Mi sono awicinata senza tare rulnore e, dopo Lln po', so-
no piombata dentro mosmando le scarpc.
Ali se ne stava sul suo materasso a pancia irr giir e con il
viso nascosto nell'incavo del L-'r:accio. I{o pi'ováto a parlargli,
ma ncn mi ha risposto. Gli ho chiestr: se voieva provarle, e di
nuovo era comc sc non mi sentissc.
Se non aveva reagito a quello, nient'altro l'avrcl¡be srros-
so. Lln paio di scarpe da ginnastica tiammanti norm¿ritnente
1'avrebbc resuscitato.
Era tutta colpa di Ahmecl.
A,n,rei voluto ltargliela p¿gare, anche se era belio da toglier-
mi il fiato. Ma era la mia festa, i«-r ero un'aileta e quel giorno
avevo vinto: adesso clovevo soltanto festeggiarc.
Dopt'r due ore di salti e cáI)ti, non vedevo l'ora di andare
a lettc'r per parlare a Hodan del foglio di giornale che avevo
cacciato sotto il materasso.
Quel porleriggio, infatti, ero tornata a casa con una me-
daglia, rna anche con uiia scommessa: un giorno ar¡rei vinto
le Olímpiadi e Hodan s¿rrebbe dir,'entata ulra cantante famo-
sissima, anchc grazie alla famiglia di suo tlarito, e avrebbe
scritto f inno di liberazione clel nostro popolo.
Ivla tutte e due, a cliltferenza di IlIo Farah, lo a.,'remmo fát-
to in Somalia.
Sarei riusciia a vincere con itrdosso .Ia casacca 'ezzurÍa con
la stella bianca. E lo stesso per lei. Avremmo guidato la libera-
zione delle dc¡nner. e poi quella <-lel nostro paese dalla gLrerra.
Ne ero certa, sentivo dentrc¡ di me che insiente avevamo
1'energia per cambiare il nosmo nrondo.
Quella sera, a letto, le ho pallato di questc cose.
LIodan mi ha strctto forte la ürano e nli ha detto di si.
Non saremmo mai andate via cla l[ogadiscio. Nt¡n sarem-
mo scapp¿rte. Saremmo diventate il simboio dell¿ liberazione,
51
27.
Prinra di adclormenrarmiho infilato la medagiia so*o il
materasso e ho preso la pagina del giornale .on Íu táccia di
Mo.Farah. IIo bagnato i quattro angoli con ult po,di saliva
e l__ho appiccicata sulla parete di fairgo, a po.hi centimetri
dalla mia testa.
Guardandolo neglí occhi, in silenzio, ho fatto una pro_
rnessa anche a Mo Farah. Sarei diventata una campionessa
come lui. Peró lui, ogni sera, avrebbe dovuro riccráarmelo.
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8
Quaiche rnese dotrr«r, a poche settimane dal suo sedicesi-
mo cornpleanno, I{odan si é sposata.
La cerimonia dell'aroos ¿ stata indirnentic¿biie. Si é tenu-
ta in una splendida saia elegantemente addobbata che aveva
affittato la famiglia di l{ussein, come da madizione. C)re e ore
di cibo, cii chi¿Lrchie re e rlanze con metá degli abitantí del no-
stro quartiere, che poi era lo stesso in cui t it eva Hussein.
Hodan inclossava il vestito bianco che era stato di nostra
madre, eC era spiendida, radiosa. Non I'avevo mai vista cosi
bella.
Io queJla notre non Avevo dormito. Neanche un secondo.
Per tutto il temp,c ci eravamo tenute per mano e, quando lei
alla fine si era aclclonlrentata, io ¿tvevo contintiato a pensare
che quella sarebi¡e stata l'ultima volta che stavamo cosi vici-
ne, di notte. La nrattina mi sono alzata con gli occhi gonfi di
pianto e neri di sotulo.
Eppure. i sette giorni di festeggiamenti sono stati meravi-
gliosi. Non avevo visto niente di piü bello nella mia vita.
Noi ragazze e booya eravamo coloratissime, piene di
qanxar, diric e garbasar cli tutte le tonalitá dell'arcobaleno. Ve-
li, veli, veli. E laleggerezza e lo svolazzate ela magia di tutti
quei rreli. Capelli e corpo coperti non hannr"' mai fatto per me.
Ma quel giorno, per Ia prima volta, ho sentito l'orgoglio di
portare abiti tradizionali.
59
28.
Non queila mattina,quando non volevo uscire dalla ca-
mera perché rni vergogn¿lvo, e tutti mi aspettavano in cortile
per vedermi come mai prima d'allora.
Non volevo uscire. In camera non avevafiro specchi, ma
anche senza guardarmi mi sentivo a disagio.
Stavo secluta sul hordo del materasso tutta agghindata,
quando é entrata booyo.
Non ap,pena mi ha vista, le sue labbra si sono allargate ín
un enorme sorriso. "Sei bellissima, figlia mia. Su, in piedi."
"Mi sento ridicola, hoc,yo. Non voglio ltarmi vedere cosi,"
ho detto piano, mentre mi alzavo.
Senza aprire bocca é uscita ed é tornata con un velo bian-
co e il grande specchio che si era fatta prestare da una vícina.
Mi ha circondato le spalle con ilvelo candido e poi, con un
fermaglio, mi ha raccolto i capelli sulla nuca in uno chignon.
Con ur¡a matita mi ha segnato il contorno degli occhi e mi ha
passato un rossetto rosso suile labbra. Per tutto il tempo so-
no rimasta immobile, pietrificata.
Hooyo si é allontanata di qualche passo e ha ripetuto: "Sei
bellissima, figlia mia. Se a sposarsi non fosse tua sorella, direi
che oggi sei piü bella della sposa".
Poi ha preso 1o specchio che aveva appoggiato alla parete
e mi ha ordinato di guardarmi.
Mi sono stupita di quello che ho visto. Li denro non c'era
piü una bambina, ma una ragazza dai lineamenti delicati e
regolari, belli.
Ero io, ed ero bella. Non ci avrei maí creduto.
Appena sono sbucata timidamente fuori dalla porta,
Hoclan mi ha rivolto uno sguardo di pura ammirazione. "Sei
splendida, mia piccola abaayo," ha detto commossa, mentre
booyr¡ accorreva ad asciugarle le lacrime che rischiavano di
far colare il trucco.
"Sei tu che seibellissima, mia cara Hodan e giorzane spo-
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¡l
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¿
sA," ho risposto, con le parole che si usano nel giorno delle
rtozze. "Non ti dirnerlticare di noi'"
Ci siamo scatenati per ore, anche aabehaballato con tut-
rc noi figlie, sorretto dal suo comp¿gno-bastone'
-
p"iliri . hooynhanno .lun"to ubLracciati in un modo che
nessuno aveva mai visto, sembravano deí {idanzati innamo-
,";. M;;rta era racliosa nei suoi veli bianchi' ringiovanitain
r.* t.f" gi"tno di vent'anni, come se fosse una nostra soreila'
Siamo andati avanti..',i, ,'u canti e balli, fino a notte fon-
¿o, ,rfi. -rriche ¡tiiko suonate dal vivo dalla Shamsudiin
ga.rd. Ma la parte piü commovente di tutttl l'arc¡os é stata
quella dei canii dí Flodan. A sorpresa aveva scritto una can-
;;;;F";n""u.1.11. persone délt,-.o cuore' U,a per b.oo1'o'
iri.", ¿i ,J'ilrr"ruc riconoscenza;únapet aabe'colma di spe-
ranze e promesse; una per l{ussein, di.puro amore; e una per
;;l; J, piccola rorellin, guerriera'-Al tavolo abbiamo tira-
to i.rori ifazzolettie pianto iome bambini finché non ha smes-
l;o. Eru un colpo baiso quello, gliel'avremmo fatta pagare'
Tutti peró asp.ttauaÁo ilmárnento piü diverteute del ma-
,.ir"""iá, quello degli scherzi a Hussein-' É ."'u tradizione che
serve a.liÁo.t.u.e ila famiglia della sposa che il marito sará
in grado di far fronte a qualunque evenienza'
"Il
piü agguerrito .rr r,, ,,o
'io,
un uomo buffissimo' bas-
,o..álro,án due baffi sottili e lunghi'
-
In *.tu di cinque minuti íl povero l{ussein doveva pro-
curarsi un cesto di frutta fresca per 1a sposa'
Frori clella sala c'era un grande campo coltivato acl angu-
.i.. É t.rrtuto con una sola anguria, enorme' Pesava cosi tan-
;;.h" ;"rri le braccia gli cede"ano, e gli cedeva il sorriso' gli
cedevano le gambe.
Poi ha dorrrto tirare il collo a una gallina' Siamo tutti usci-
ti in glardino ad aspettare che Hussein trovasse il coraggio di
fur. irru cosa che .ro, uu.,u mai osato' I suoi parenti !'P:
;;il;t.;r.. .h. la gallina er.a vecchissima' tirandole il
.oilo l" u*"bbe fatto ,olá ,t regalo' Si é tolto la giacca e rim-
6l
29.
b.ccato le ma.iche,dellacanlir:ia inanricrata, mentre ir pover<r
¿rnirrralc sÍ.atn^zza,á goffanrente di qua . ¿i te. fo l"i.nuio
gli,rcrür chir-rsi per rurro il te'ipo, i gricli al rur..r. A.Uü;
una mr facevano accapponare la pelle. Liho riaperti soltanto
alI'a¡rplauso Iinalc.
come ulrirna prova, Husscin ha dovuto climostrare cli es-
seri: h-'rte e cii riuscire a porrare Hoclan in br"accio rin" ui iu
'ol,-r
a cui erano seduti hnryo e aabe,alra <restra ar q".rl" a.gri
str-,osr, lungo rrn percorso a ostacoli che i suoi c,rgini ,u.urro
pfeparat. menrrc'lui si dava cia fare con la galliná. f{oclan ri-
de'a, ricle'a, ricle'a, al colmo delclivertime,to, spietata.
C)gni cosa ¡ stata perf'etta; eravamo f'elicissinú.
Piü si awi.:ina'a la fine clella sertimana di ceiebrazioni
del|'ar,rr¡¡, p(-.1'o. e piü sentivo calare un
'elo
cli tristezza.
La mia am¿ta s.-,relia dal gionro dopo non sarebbc piü sta-
ta con l,c. sarelllre a.data a ,;i'ere ,",.llo .rru ,1"i genito.i Ji
I-lussein. Nol avrelrbe piü fatto adr]ormentare me, ma _F{us-
sL'fur, nün avrebhe pii) stretto ia rnia mano, non mi avrebbe
pIu acc()mpagnata vcrso bcllissimi sogni di speranza e di li-
berazione.
A,rcbbe farto tutto questo con lLli.
Mi sarei dorruta acconterliare clelle nlattine.
ogni giorrr,, infatti, io e lrlodan co'tinua'amo a vederci
per andarr-' ¿r scuola. ci inco'travamo a meti stracla tra la sua
nuova casa e la nostrtl, che non ciistavano neanche mezzo chi-
lometro, e percorrevamo insielnc I'ultirnrt ¿ratto.
i-ei r¡ri raccontava c,sa
'i-¡lc'a
dire iare ra nroglie e ri'err,
a sedici anni. in casa di gente che ti rroleva b"rr.'. .h. ;;;;,
i. lb¡ido, rimaneva estranea. N,Ii clice'a che er.i costretta a cli_
veritare grancle per fbrza. Io i;ensavo chc proprio non mi vo_
Icl,o sposare, nri convincev.,ogni gi.rno'ai piU .fr" f;,,.i*
c,sa chc' ve r¿1r.r en te cl--sideravoera'pren clere col, e sposo Lln
campo di tartan che non avesse i Éuchi
"
,n bron'prio ái
scllrpe da corsa con i chiodi nella suola.
t)z
Ogni mattina, quando ci inconravamo, Hodan mi strin-
seva e mi baciava la testa dicendomi che le rnancavo, Io le
confessavo che da quando lei non c'era ogni tanto facevo
lrrutti sogni. Poi mi chiedeva notizie di tutti, come stavano
mbe e hooyo, i fratelli, voleva essere aggiornata su ogni det-
taglio, anche se, almeno una volta a settimana, lei e Hussein
venivano a cenare a casa.
Aveva bisogno di sapere tutto, come se fossimo lontane
anni luce. I suoi occhi si accendevano di un lucore d'impa-
zienza e nostalgia, finché non le raccontavo ogni singolo mi-
nuto della nostra nuova vita casalinga.
La scuola in cui andavamo non era grande e non era nean-
che bella, aveva i muri scrostati e i banchi consumati, peró
era una scuola, e io ci stavo bene. NzIi piacevano le lezioni, so-
prattutto ginnastica, dove ero la piü brava, ma anche aritme-
tíca e ragioneria.La cosa che preferivo in assoluto, peró, era-
no i teoremi di geometria. Ilra bellissimo sapere che esiste-
vano leggi nascoste all'interno dei nostri terreni, nei rettan-
goli dei cortili o nei buchi dei bagni. O, per esempio, dentro
al cerchio che i burgico lasciavano per terra dopo che si era
cucinato. Mi sembrava magico, e mi regalava un senso cli cer-
tezza. Se c'erano delle regole che lo spiegavano, I'universo
non poteva essere cosi malvagio. Forse, un qiorno saremmo
arrivati a scoprire le leggi che portavano gli uomini a láre la
guerra, e quel giorno l'avremmo cancellata per sempre. Sa-
rebbe stato il giorno piü bello della storia dell'urnanitá.
Ma il meglio accadeva durante f intervallo. Io e Hodan
avevamo sempre mangiato riso e qualche verdura che, soprat-
tutto da quando hooyo si er¿r messa a lavorare, non mancava
mai. Adesso invece, da quando abitava in una casa piü ricca
della nostra, ogni tanto Hod¿n portava dell¿i carne. F{ussein,
come suo padre, faceva l'elettricista, e per un elettricista, in
un paese in guerra, con tutto quello che ogni gíorno finisce
rovinato o distrutto, il lavoro non manca mai.
6)
..:
30.
b.ccat. lc maniche,della ca,licia inanriclata, *entre il povero
anirnalc statnázzava gotfamente di qua e di lá. lo hui.n.,to
gii occhi chiusi per rurro iJ teripo, i gridi di rerrore .i.L gut-
li,a rni facevanc¡ accapponar" lo rrerie. Li ho riapertr ,oltuiio
all'applauso finale.
Come ulriina prova, Hussein ha dovuto dimostrare di es_
se¡:er forte e cli riuscire ¿1 portar:e Hoclan ür braccio tino al ia-
'olt',
a cui erano seduti hrtoyo e aabe,aila des*a .ll qreüo áeli
sposr. lrngo Lr] perco,'so a ostacoli che i suoi cugini uu.,,r.o
preparato mentre l,i si dava da fare c.ri la gallina. F{oclan ri-
clerra, ride'a, ririerra, al c«¡lmo clei clivcrtinlento, spietata.
[)gni cosa é srar¿r perfetta; eravamo felicissinú.
Pii¡ si awir-:inava la flne c'leila settimana di celebrazioni
dell'arutot, p.:ro. e piü sentivo calare un velo di tristezza.
La nria arrara sorelia dal giorno dopo no. sarebbc piir sta-
ta con i,c, sareirbe an,-lata a vi'ere ,-,.llu .rru dei genitori di
r{ussein. No^ avrebbe piü fatt.' add.rmentare me, ma FIus-
sein, lrr-r' a'rcbbe piü strett'la mia már)o, non mi avrebbe
piü acc.'r1)agrlará vcrso trellissimi sogni di speranza e cli li-
berazioue.
Avrebbe fatto tutto questo con lui.
Mi sarei dovuta acconteniare delle mattinc..
ogni gio.n., i'latti, io c Iloclan corti,uavamo a veclerci
per andare a scuola. ci inco,travamo ¿ metá strada tra la sua
nLlove casa e la nostra, che non ciistavano ncanche mezzo chi_
lometro, e percorrevamo insieme I'ultimo rratto.
i-ei rni r¿rccontava cosa
'oleva
dirc fare la moglie e ,,,i'ere ,
a seJici arni. i, casa di ucrre che ú rzorcva benJ'" .h. p".Á,
irr lbnd., rimancva estalrea. lv{i diceva che eri costrettaa dij
vcntare ¡¡rancle per fbrza. Io pensavo chc proprio non rni vo-
lcl,. sp.sare, *i convir..u,, ogni giorno'ai pir: .fr. i,rrriá
c.sa chc' vcrirllente desidera'o era prendere come sposo Lln
carllpo di tarran che non avesse i buciri
"
un bro,r'paio di
scírrpe cla cc',rsa con i chiodi nella suola.
llt
Ogni mattina, quando ci incontravarno, Hodan mi strin-
gcva e mi baciava la testa dícendomi che le mancavo. Io le
confessavo che da quando lei non c'era ogni tanto facevo
lrrutti sogni. Poi mi chiedeva notizie di tutti, come stavano
ttabe e hooyct, i fratelli, voleva essere aggiornata su ogni det-
taglio, anche se, almeno una volta a settir-nana, lei e Hussein
rrenivano a cenare a casa.
Aveva bisogno di sapere tutto, come se fossimo lontane
anni luce. I suoi occhi si accendevano di un lucore d'impa-
zienza e nostalgia, finché non le raccontavo ogni singolo mi-
nuto della nostra nuova vita casalinga.
La scuola in cui andavamo non era grande e non era nean-
che bella, aveva i muri scrostati e i banchi consumati, peró
era una scuola, e io ci stavo bene. Mi piacevano le lezioni, so-
prattutto ginnastica, dove ero la piü brava, ma anche aritme-
tica e ragion eria.La cosa che preferivo in assoluto, peró, era-
no i teoremi di geometria. Era bellissimo sapere che esiste-
vano leggi nascoste all'interno dei nostri terreni, nei rettan-
goli dei cortili o nei buchi dei bagni. O, per esempio, dentro
al cerchio che i burgico lasciavano per terra dopo che si era
cucinato. Mi sembrava magico, e mi regalava un senso di cer-
fezza. Se c'erano delle regole che lo spiegavano, l'universo
non poteva essere cosi malvagio. Forse, un giorno saremmo
arcivati a scoprire le leggi che portavano gli uomini a farc la
guerra, e quel giorno l'avremmo cancellata per sempre. Sa-
rebbe stato il giorno piü bello della storia dell'urnanitá.
Ma il meglio accadeva durante i'intervallo. Io e Hodar-r
avevamo sempre mangiato riso e qualche verdura che, soprat-
ütto da quando hooyo si era messa a lavorare, non mancava
mai. Adesso invece, da quando abitava in una casa piü ricca
della nostra, ogni tanto Hodan portava clella carne. Hussein,
come suo padre, faceva l'elettricista, e per un elettricista, in
un paese in guerra, con tutto quello cl-re ogni giorno llnisce
rovinato o distrutto, il lavoro non manca mai.
63
31.
Nlangia,",o in cinqueminuti e usa¡o il resto clel tempo per
giocare. A nasconclino, per esempio. Non c,erano moltiposti,
q.uincli bisognava ingegnarsi. Aiolte rni mertevo seduta in-
sleme a un grLrppo clibambine chc mangiavano o chiacchie_
ravano sul rerriccio del c,rtile, sperandó di passare inosser-
vata. oppure ciierro il tr.nco di un'acacia. c) clietrc., ilgrande
bid.ne delf immonclizia. o dietro le insegnanti. che riáerano
qr-rando ci accricciar/afiro sortr) í lorc, gaiiasar. E colrunque,
anche qrrando rni scoprivano, ero ,.apr" la piü u"i.,,,. u .rg_
giungere il nruro in fondo al cortile.
Nelporneriggio, io e Hoclan tornavamo a casa sapenclo di
aver passato (in¿l giornata utile. Ce lo diceva sempre aabe:
"Mangiare,la a.r¡,pa Íinché é caldal,'. [Jn alrro dei iuoi prc,
verbi in italia,o. Cercare di godervi l¿ scuola, . p"r,rur.'.h"
é un pr:ivileqiri g ¡(:), una seccatura. Fatelo fincLé ci sono i
soldi, perché con la guerrá si vive giorno per giorno.
'l
I
il
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J
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t,
É
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.
Quancki, all'ilrrgolo con rriale Jamarul Daud, dovevamc,
sr:pararci, creno ¡rianti. Miei e suoi, ogni giorno.
Non ci imporrar,,a che ci saremmo .iuiii" la rnatrina dopo.
n.n
'o-levamo
.ssere separate. E infami i'r¡entavamo *iU"
scuse per stare insícme.
Oqni tanto andavo a vederla cantare con la Shamsucliin
Band. Erano un¿r declna di nrusicisti, si incontravano tre po_
meriggi alla serrimana in una grancle sala concerri, o quello ihe
ne era rimasto, nella zona del porto vecchio, vicino ul.ur..
Per arrivarci bisognava svo]tare in una v,ia dallaquale per
rrn tratto, tra le case, all'orizzonte si vedeva la spiagiia.
A r¡olte facevamo di tutto pef non g,rarda.e i., iueJla <Jí-
rezione. C'erano giorniperó in cui era i..,p¡ro doloÁso. era_
no i giorni di sole f'orre e di cieio blu ín cui soffiava il venro
fresco che zrrrivava dal-largo. Era doloroso sopratrutro per
I{odan, che da piccola facera il bagno e giocava st,lla sabüia,
e si rícorriava com'era l¡ello.
¡
.
61
In quei giorni, se eravamo felici o spensierate, una delle
..lue diceva soltanto: "Lo guardiamo?".
Laltra rispondeva sempre di si. E allora ci nascondevamo
in un buco tra quelle case, per non rischiare dí imbatterci in
qualche miliziano, e stavamo a contemplare il mare per un'ora.
Non ci veniva neanche in mente di au¿enturarci suila sabbia,
come facevo da piccola con Ali.
Stavamo li e non dicevamo niente, con í garbasar sulla ter
rabianca e fine, in uno stretto spazio tra due case a guardare
l'oúzzonte.
I giochi del sole sulle onde facevano volare i nostri pen-
sieri. Non c'era bisogno di aggiungere parole. In quei mo-
menti tlltto era esattamente come doveva essere, non chiede-
vamo níente di piü, nessun cambiamento. Solo stare insieme
per sempre, cosi.
Andare a vedere Hodan che cantava era bello. Dietro il
palchetto, dove il gruppo suonava, era appeso un famoso pro-
verbio somalo, o forse era famoso solo per me, perché Hodan
me lo ripeteva sempre: Durbaab garabkaga ha kugu jiro ama
gacalgaaga ha kuu rLlmo, che vuol dire "Lascia che la musica
arrivi, basta che ci sia musica".Era il suo motto, e la sua ra-
gione di vita.
IIodan stava seduta su una sedia al centro e con le mani
giunte teneva il ritmo, e ogni tanto faceva il sacab, un battito
píü forte che serviva a segnare gli stacchi per gli altri compo-
nenti. Dietro di lei c'era il suonatore di shareero, una specie
di lira, e quello di kaban, che é il liuto, e poi tutti gli altri con
i tamburi e g,lishambal, due pezzetti di legno con in firezzo
un buco, e a fianco quello che suonavail gctbeys, un flauto un
po' strano. C'era anche un suonatore di koor,la campana che
i cammelli portano attaccata al collo, e a me aTf inizio questa
cosa faceva ridere, perché mi sembrava uno strumento tal-
mente facile che poteva suonado anche un cammello, non
c'era bisogno di un uomo.
65
32.
Quando poteva cantarele sue canzoni,Hodan si trasfor_
mava.
Il volto si rilassava. Sul'¡ito dopo Iartacco di ogni merodia,
si lasciava portare dalla music, della sua stessa váce, chirde-
va gli occhi sorridendo con un,espressione estasiata.
Quando. tornando a casa, glieio dicevo, lei si verélognava.
"S,embra che tu sia in estasi, qrundo canti. Sembr, .ñ"i; ;b_
bia un rapporto sessuale,,, leiic.vo, apposta per farla ,;;
SITE.
.'M1l che rappolto sessuale, non sai neanche di cosa stai
parlando," rispondeva lei girando il volto dull,ultrrfrH;;;;;_
ché sapel,a di diventare rossa.
"Si, ce.o che lo so. Ali mi racconra tutto di cosa significa
avere un rapporto sessualel Il suo amico Nurud dice d"i aver_
ne giá avuto uno e che le donne quando sono in estasi fanno
delle facce strane, colnese stessero pregando All"h;;;;;;:
r¡isamente Allah rispondesse.',
"Be', di' ad AIi che il suo amico non sa proprio niente.,,
"Sono le stesse facce che f'ai tu quando .uniil ,,
"Quando canto io non faccio n.rrrr, {accia!,, si arrab-
biava Hodan, e diceva che clalla volta .lopo avrebbe cantato
con la schiena rivolta al pubblico, oppure con un sacchetto
di carta in testa,
. Di solito le prove andavano avanti per clue o tre ore, e io
dopo un po'finivo con l'annoiar-i. Anorn -i -.i*o ir.
fcrndo alla salae cominciavo a fare srrerching, drto .h" in q,r.i
periodo Ali insisteva con il porenziamento'áei
-"r.ofi"ti.
gambe che, magra com'ero, a me sembravano sempre tesi fi-
no al punro di scoppiare.
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66
9
I)a cluando Hodan era andata via, Ali quasi ogni sera ve-
niva a giocare con me sul materasso vuoto.
Spesso finiva con l'acldormentarsi per poi svegliarsi di col-
po, attraversare il cortile e andare a riprenderc sonno nell¿t
camera con suo padre e i suoi fratelli.
All'inizio mi consolava per 1'assenza di Fiodan.
Appena finito di rnangizrre, anziché stare fuori in cortile a
giocare come avevemo selnpre fatto andavarno in camcra e,
alla luce clella luna, con il ferus spento, parlavamo fino a che
non arrivavano i miei fratelli. Parlar,amo soprattutto del fu-
tLlro, come quando da piccoli passavamo i trromeriggi sr,úl'eu-
caiipto. NIa eravamo piü grandi, 1o vedevo <.lalle mani cii Ali,
che mi seurbravano enormi, ,rdesso. Ali mi vecleva campio-
nessa acclarrata iu tutto il mondo, diceva che un giorno in
ogni angolo della terra ci sarebbero state persone che avreb-
bero fattc, chiiomctri solo per incontrarmi, farsi scattare fo-
tografie insieme á me e stringermi la mano. Io ridevo e non
riuscivo a in-rmaginare niente del genere. Dicevo che se cosi
fosse stato mi sarei sentita in colpa, ltare tr:tti quei chilornetri
solo per incontrare me llon aveva senso. Poi mi afferrava la
rrrano con quelle sue dita lunghe e ossute, me la stringeva e
ripeteva: "T'immagini tutta quella gente che vorrá teneftela,
come sto facendo adesso io7".
Lui invece non sarebbe rimasto in Somalia. Mi diceva che
6t-
33.
avrebbe fatto comeMo Farah._{lp..r, clir,,entato un po,piü
grande, pcrchó a undjcianni il Viajgio. come rurrilo chiama_
/amo, non si potcva fare. Er,r ,roppá pericoloso. Sor"UU. r.
rivato fino alla cima dell'Eurnpu, *¡., ,i sarebbe f".rrrroln
Italia o in Grecia.
Come Mo, sarebbe approclato dritto in Inghiltema.
Ivlentre parlava rimanéva imbambolar" , i"rljr." f, f"_
tografia attaccata alla parete. un amico di sío f.;;;lr;..h.
aveva famo il Viaggio gli aveva detto che nei paesi clel Nord
Europa.se eri un plgfygo di guema ti juurr-ro
una casa e uno
stipendio. Ma per Ali l'Inghiirerra rimaneva la rerra d.ll.;;.,_
portunitá e poi, diceva) non facevatanto fredd".;;l;H;
landia o in Svezia, dove potevi ,"J. rrá.ir. .org.lrto il;
do uscivi per fare la spesa"
. Face¡amo sempre gli stessi discorsi, raccontarci il nostro
rufuro cr tranquillizzaya, ci faceva stare bene. E non solo per_
chéda fuori ogni tanto sentivamo arrivare gli spari d"i;;;
tai. No, era proprio il racconto in sé.
AIi amava raccontare, e io amavo ascoltado. Amavamo il
moclo ín cui la storia si era evolut, ,1u qrrr,lo
"ru
urli,, t,
prima r.olta dalla sua bocca, il modo in cui .i ..u ,ggirriui,
sulle cose che piacevano_di piü , n
"
o ,1,,i E;; ,;l"qiiJli;:
z,ante sapere come sarebbe andah a finire, era un bel modo
.i passare le serare. Non come lu uo.. Jolái..il; d, H;;;;
ma quasi. In quelle settimane, in quei rnesi, io e Ali abbiamo
messo in comune tutto quello ch. uueur_o, senza paure e
aviditá: ci siamo scambiaii i sogni.
E poi arrivava il nromenro in cui litigavamo, quando di_
cc'a che un giorno. da carnpion.r.r. ,r[i volura andare via
clal nlro paese. Poteva clire qualunque cosa, ma non quello.
Sapevo che un giorno tutto iarebbe caml¡iato, ed ero sicura
alche che sarei stata impomanre in qr.i-.r-biamenro. Ma
Ali diceva che alla fine avrei ceduto, sarei andata anch,io in
lnghilterra, e cofi)e Mo Farah avrei corso indossando la ca-
sacca del paese della regina. Con quella avrei vinto le Olim-
piadi.
Lo faceva per farmi infuriare, e ci riusciva benissimo.
Quando poi diceva che mi sarei sposata con -NIo e che sarem-
mo diventati la coppia di sportivi píü famosi al mondo, cer-
cavo di stare calma ma non ci riuscivo. Gli tiravo uno schiaf-
fo,lui rideva e me lo restituiva. Poi mi spingeva con la schie-
na sul materasso, mí afferrava tutte e due le braccia, mi saliva
sopra a cavalcioni, bloccava i polsi sotto le ginocchia e mi fa-
ceva il solleticr-r linché non imploravo pietá e con le lacrime
agli occhi gli chiedevo di smettere.
"Solo se ammetti che un giorno lascerai la Somalia e ti
sposerai con Mo Farah," dicerra, mentrt: continuava a farmi
morire dal solletico.
"Nol" urlarro.
"E allora non smettol"
A quel punto non ce la facevo piü e cedevo. "Okay, okay,
va bene, va bene... lasceró il paese..."
"Lascerai il paese, e...?"
"Lasceró il paese e... mi sposeró con NIo Farahl" dicevo.
"Hai r,isto che avevo ragionel"
Poi scoppiavamo a ridere e facevamo la pace. Ogni tanto
qualcuno dei grandi, richiamato dalle urla, metteva dentro la
testa. Cí vedeva giocare, diceva qualcosa che neanche senti-
vamo, e in silenzio tornava cla dove era amivato.
Sdraiati uno di fianco all'altra, Ali a volte cominciava a
cantare. Gli avevo raccontato che mi piacer.a quando cantava
IIodan, e lui per prendermi in giro si metter¡a a urlicchiare in
falsetto, con la voce da f-emmina. Ma era taimente stonato che
il piü delle volte ricominciavamo a picchiarci e a fare la lotta
del solletico.
Quando stavamo insieme, Ali tornava quello che era sem-
pre stato. Solo quando era con me svaniva la malinconia che
ormai gli velava sempre lo sguardo.
69
68
i
34.
Ero preoccupata perlui.
Molte volte avct,o provato a chiedergli cosa avesse, avevo
provato a parJare di Ahmed, che non si era pitr fatto vedere
a cas¿ dopo la sera in cui avevo vinto la gara anntrale, avevo
accennato all'inconrro cli quella serara diianto tempo prima,
di.quando ci aveva proretú dai clue ragazziniintegralisti. Ma
Ali non mi aveva mai risposto
Bastava toccafe l'argomento per fado rabbuiare ancora iji
piü. Cosi vinceva lui e non ne párlavamo.
Non ne abbiamo nrai parlato, per tlue anni interi.
10
10
Di giorno, invece, ogni giorno per due anni, Ali ha conti-
nuato a essere il mio allenatore. Era andato nella vecchia bi-
blioteca della cittá e aveva preso tutti i manuali di atletica che
aveva trovato. Per mesí, ogni pomeriggio, in cortile, mi aveva
costretto a leggerglieli. Cosi, eravamo anche riusciti dove ave-
vamo fallito molto prima: A1i, grazie alla passione per la cor-
s¿r e 1'allenamento, avevtr imparato a leggere.
Diceva sempre che se il cuore era il motore e il fiato la
benzina. i muscoli erano i pistoni, e dovevano essere forti, re-
sistenti e reattivi,
In cortile, il pomeriggio o la sera tardi, quando tutti erano
giá nelle loro camere, mi faceva correre le ripetute, gli scatti
di trenta metri, da una parte all'altra, al massimo della poten-
za. Anche cento di fila. Partivo dal muro in fondo e con tutta
la spinta arrivavo a toccare quello dell'ingresso. Poi mi giravo
e facevo la stessa cosa al contrario. E poi di nuovo e di nuo-
vo, finché non crollavo a terra stravolta.
"Bast¿r, ti prego," lo imploravo, stremata, fradicia di su-
dore.
"Samia, ti ricordi la prirna regola? Non ti lamerrtare e fai
tutto quello che ti dico," rispondeva Ali, seduto all'ombra
sulla sedia di paglia che aabe usava la sera. Lo odiavo.
"No, ho detto basta, sono sfinit¿r," provavo a impietosirlo,
buttandomi per terra e fíngendo di svenire.
lt
35.
. A quelpunro Ali rni cosrringeva ad alzarmie a farne altri
dieci, con la terra. appiccicata'ovlrnque. All, fi;;, ;;;i;;
tutt attorno. di clcFaticamenro.
. Per il potenziamento dei muscori delle bracci a aveva fab-
bricato ciei pesi con delle lattine o delle frottigir" ái;i;;;"
trov¿re per strada o al mercato di Bakara e riempite di sabbia.
Andare al mercato gli piaceva tantissimo, amavastare in luo-
ghi afftllad in cui migliaia cli persone pu.lrurro-..,rrt..p;
raneamente e si muovevano avanti e indieúo, urtandosi. rpir-
gendosi come tante formiche affáccendate. A me inu..e non
piaceva per niente. E
l."n soltanto per la folla, che ,1.;;;;;;
e.per la puzza di ascelle che si a,rá"n.aua sotto i tendoni <ii
plastica l¡lu che venivano appesi_sopra le bancarelñ;;il"
teggerle dal sole cocente, *, ,rr.h" perché a me Bakara face_
va paura. E¡a non solo il mercaro piü grande, n u iJ lrogo á.i_
la cimá in cui si verifi,.aval" piü ,tt.rrtrti. fútt, qr.llr-g";
in¡i9¡9 piaceva ai killer dei clan, e anche ,di
";;..;;; ál
Al-Shabaab.
Io non ci volevo mai andare, e invece Ali, che non aveva
pallra di niente, trova¡a mille scuse per tornarci.
Cc''si si era inventato i pesi.
c'erano Ie lattine di coca-cr¡ra cra *entatré centiritri, le
bottigliette cla mezzo litro, le bottiglie da un litro e mi,zzo e
quelle da due litri. Tutre riempite ."n l, ,rbbiná.I;;;;irl
Per le ganrbe, invsgs, con quattro pezzi dil.gno
^;;'.;
struito una specie di piccola impalcatura su cui arraccava i va_
ri ¡resi, a seconda clell'esercizio che dovevo eseguire. Mi face_
v¿ sedere su una sedia emi applicava quella,ñ1. á;irr;il;
tura su.una coscia, chiedendomi di sollcvarla. Oppure. in pi.,
di, me la posizionava all.acaviglizl, che dovevo portare verso la
coscia'.Erano pesantissimi. Le mie gambine iortili facevano
,na fatica rremenda. Continuavamo".ori finché
".,
i*ff".r_
vo pietá e lui, mosso a compassione, mi lasciava andare.
Pensare che abbiamo fatto tutto questo quando avevamo
treclici anni sembra incredibile.
72
Eppure é quello che abbiamo fatto.
Nonostante questo, nonostante ttttala nostra vicinanza,
in uno dei giorni peggiori della mia vita io l'ho tradito.
Lho fatto per paura, ma l'ho pur sempre tradito.
Quel giorno Ali non mi aveva tenuto i tempi perché era
dovuto andare ad aiutare suo padre al lavoro. Suo fratello
Nassir, che di solito andava sempre con aabe Yassin, quel po-
rneriggio non c'era.
Furtivamente ero sgattaiolata fuori e avevo fatto un pic-
colo giro attorno all'isolato. Stavo tornando verso casa, ero
in uno stretto vicolo con tre abitazioni abbandonate, quando
- proprio a metá - ho notato un ragazzo con la schiena ap-
poggiata al muro e lo sguardo fisso a terra. Portava degli oc-
chiali scuri e una di quelle camicie nere degli esmemisti, ma
era disarmato, niente mitragliatore, niente fucile.
Ho cercato di far finta di niente.
Quando g1i sono passata davanti mi ha chiamata, con una
voce leggera, quasi suadente. Forse ero stanca dalla corsa, ma
cosi quella voce mi é parsa.
"Samia."
Io mi sono voltata e l'ho guardato. Non lo conoscevo.
Come sapeva il mio nome? Mí sono voltata di nuovo e ho
fatto per proseguire.
"Samia, fermatil Non ti preoccupare, sono un amico."
Non c'era mai dafidarsi di nessuno, aabe ce l'ha insegnato
il giorno stesso in cui siamo nati. Ho provato atirate dritto,
ma il rugazzo ha parlato ancora.
"Fermati, devo soltanto chiederti una cosa."
E¡a alto e magro, le spalle larghe. E la pelle scura. Una
massa di capelli neri arruffati e la barba lunga degli integra-
listi che gli copriva il volto.
Si é staccato dal muro e ha fatto un passo verso di me.
"Dov'é il tuo amico?" Ancora quel tono perentorio, acu-
minato.
7)
36.
la voce.
"Quale anrico?"ho domandato, cercando di tenere ferma "Ma io non lo so dov'é Ali."
"Io invece credo che tu lo sappia." Ha mosso trn altro prrs-
so in ar¡anti, fino a raggiungermi. "Allora...?" Lalama del col-
tello adesso era a contatto con la mia pelle, la sentivo arro-
ventata sopra ilginocctrio, di taglio.
"Non lo so dov'é Ali..."
I-Ia premuto leggermentc e la lama rni ha scalfito la pelle,
subito é trscitc'r un rigo di sangue lungo una quindicina di cen-
timetri, sopra l'attaccatura della rotula. Con l'altro braccio
invece mi premeva sotto i1 collo, mi teneva schiacciata contro
il muro, la faccia a pochi centin]etri dalla mia. Sentivo il pro-
fumo della sua acqua di colonia e vedevo il mio r,oito defor-
n-rato riflesso sulle lenti.
"Non lo sai... " Continuava ad aumentare la pressione. "E
lo sai invece cosa fa una lama quando entra a lonclo nella car-
ne? Prima taglia il tendine, poi il muscolo e infine l'osso."
Poi ha staccato la lama e, senza moliarc il coltcllo, con la
stessa mano si é sfilato gli occhiali e se li é calcati in testa.
Lho riconosciuto. Gli occhi dilatatí e rossi, cosi vicini ai
nriei. Verdi conle smeraldi. E,rano passati tre anni dall'ultima
volta che lo avevo visto, ecl era diventato un uomo. Ormai
Jor cva averc vcnt'anni.
Ahmecl. Dinuovo lui, il destino giocavit degli scherzi brut-
tissimi. Come quella sera di tanti anni prima in cui aveva col-
to di sorpresa me e Ah, aclesso rispuntava dal nulla, minac-
ciando di tagliarmi una gamba.
L ombra che per tutti quegli anni era stata li in mezzo, tra
rne e Ali, a portare via il sorriso al mio migliore amico, ades-
so era darranti a mt:, trasformata in carne e ossa.
Poi ha abbassato di l-movo la lama, e ha ripreso a schiacciar-
la sulla gamba. Sentivo un clolore fortissimo, e avevo paura.
Ho cercato in tutti i modi di trattenermi, ma sono scop-
piata ir piarrgele. All'imprortiso. conre trn¿ firntana.
Non volevo perdere la gamba, non lo volevo con tutto il
cuor:e. Non avrei rnai piü corso ilr rdta mia, sarebbe stata la fi-
ne dei miei sogni,la fine della mia liberazione,la fine di tutto.
t-5
I
"Quello che sta sempre con te, giorno e notte.,,
, _Mi
faceva paura.,Avev.a scelto quel posto e quell,ora per-
ché sapeva che era difficile .h" qrrl.rno purrurr., chi üvo-
rava era fuori a lavorare, e quel vicoletto era .leserto
"Io non ho nessrrn amico, sto sempre con mía sorella,,, ho
risposto dopo una Jeggera esitazione.
"Non prendermi in giro, so benissir¡o che Alj é tuo ami_
co. So tutto. Voglio soltanto sapere dov,é,,,ha cletto.;r;;.
dura, nrenÚe si staccava dal mlro e avanzavaverso di me.
"Non lo so..."
"Tu sei un'atleta, vero Samia? Ti piace correre, giusto?,,
Il suo tono si era fatto r,inaccioso , era'apochi pÁi al Ji*"
za, ormai. Da vicino era ancora piü alto ái quuÁto mi era sem_
brato., ie. spalle ancora piü larghe e possenri. Il sole ,i ;rfl.,;;
va sulle lend scure in dr-re puntini luminosi.
"Si, sono lrn'atleta," ho risposto con voce tremante.
.Il ragazzo ha infilato la maÁo desrra dietro l, ,.rri.rá, ,ot_
to la cintura, e di colpo ha estra*o un coltello i;ñ;;;
spanna.
..
Ho mosso un passo indietro, finché non sono finita con i
tallo,i contro il muro alle mie spalle. Mi sono gru.,lrtu utto.-
no, ma non c'era nessuno, gli usci delle case.iu.ro deserti.
. .lui ha.allungato il braciio punrandomilalama^ú;i;;;^
della gamba sinistra, poi si é awicinato ancora. Em troppo
piügrande di me perché potessi fare qualunqr. .orr.--
-" -
. Sono rimasta impietrita. Anche se ávessi uolrto, i mi.i ,.-
ti non rispondevano ai comandi.
"E un'atleta ha bisogno di tutte e due Ie gambe per cor_
rere, giusto? "
Tf.-u:19, non sapevo cosa dire, ero terrorizzata. ,,Si,
tut_
te e due..." ho risposto.
"Allora, se non vuoi perderne una dimmi dov,é Ali. Non
ti preoccupare, non gli faró mare. vogli. sohanro f'arci clue
chiacchiere. Sapere dov'é e fárci due Áiacchiere.,,
i
a
4
t
!
ll
a
!
71
.
37.
"Devi solo dirmidov'é Ali..."
"Ahmed..." ho detto.
, .
"Avanti, Samia, coraggio...,,Continuava a tenere premuta
la lama. e a togliermiil ñpiro r...rrJo.iil collo con l,alrro
br¿ccio. Ho comínciato aiossir., *ulá gola era..;p;;;r;.
Ho iniziato a espellere catarro dal naso.lstr'o ,"ff*r;;;:;
la garnba mi bruciava come il fuoco.
, ,"Avanti, ce la puoi fare... A meno che tu non voglia dire
addio al.tuo ginocchio.,, Ha schiacciato fortissir;",;l;;;;
e,ntrara cli ,n paio di millimetri dentro la carne. Mi sembrava
di svenire per il dolore , era corre se mi avesse cacciato un tiz_
zone rovente nella bocca deilo stomaco. Io vorevo sortanto
che tutto finisse. "Avanti, Samia...,,
L-o guardavo con gli occhi sbarrari a un centimetro dalla
mia faccia, senza fiatare.
"Lo sai che sei diventata proprio una bella ragazza,
Samia2" ha sussurrato con ,,n, ,o.á diabolica _"rr..-n,l lrr_
sinuava un ginocchio tra Ie ganrbe.
In una fiazione di secondo ho inrmaginato quello che gli
sta,il passando per la tesr¿.
Ho ceduto.
"Al mercato..." mi é uscito quasi senza che Io volessi.
Ahnred ha mosffato i denti in un ghigno orribile. ,,Al
mer_
cato doue? A Bakara? In quale -.r.áro-?,,
"...aI mercato con yassin.... suo paclre... a Xamar sfleyne...,,
"Brava. Samia. Bra'a. Mi ricondavo che eri ui b;;;;;
gazza. Brava e bella."
Poi, all'improwiso, mi ha lasciata anclare e sono croilata
a terra come un sacco di fagioli.
Come se niente fosse, in un soffio Ahmeil si é ailontanato,
senza ageiungere neanche una parola.
Mi sono alzata,ancora stordita, e sono corsa a casa difilato.
Scnza dire niente a nessuno, mi sono sciacquata il graffio
e ho aspettato seduta per terra contro il muro della camera
76
,li Ali, pregando che spuntasse il prima possibile in cortile
insieme a suo padre Yassin. Che tutto fosse normale, che quel-
lo che mi era accaduto fosse soltanto il frutto della mia im-
nraginazione.
Ma non era cosi, era tutto reale.
Quello che avevo fatto mi schiacciava per terra.
Se hooyr,¡ aveva provato a dirmi qualcosa, non l'avevo
neanche sentita. Ero atterrita all'idea di aver tradito il mio
migliore amico. Mi sentivo cattiva, una sconosciuta. Avevo la
sensazione che sarei stata capace di tradire anche mia madre,
I Iodan, aabe. Che sarei stata capace di tradire chiunque. An-
che me stess¿I.
Verso le sei, finalmente, Ali e suo padre hanno fatto la lo-
ro comparsa. Quel peso che mi stava uccidendo é evaporato.
Ho subito cercato negli occhi di Ali qualche segno. Ma non
c'era niente, se non il solito velo di trisfezza e di lontananza.
Appena entr¿ltc). si é diretto a test¿i bassa verso la su¿r stan-
za. Mi é passato di fianco quasi senza salutarmi.
L'ho seguito e gli ho raccontato quello che er¿r accadu-
to, gli ho detto che era in pericolo, gli ho raccontato di
Ahmed, gli ho fatto vedere la ferita sulla coscia.
Non era stupito.
Invece, mi ha risposto in un modo che non mi sarei aspet-
tata: "Nassir ha lasciato la nosÚa casa. Mío fratello se n'e an-
dato ".
Sono rin-rasta interdetta. "Come sarebbe ha lasciato la vo-
stra casa? Cosa significa?"
"Ieri sera, dopo cena, ha conf-essato ad aabe che é entrato
in Al-Shabaab. Erano anni che li frequentava. Questo lo sa-
pevamo. Solo che ieri ha detto che r¡uole entrare nella scuola
coranica, far parte attivamente dell'organizzazione. Ha deci-
so di seguire Ahrned."
Sono rirnasta in silenzio, mentre Aii piangeva. Dopo es-
sersi riprescr mi ha cietto di non preoccuparmi, che Ahrned
non gli avrebbe fatto niente, Nassir lo avrebbe protetto.
77
:u.r t
38.
. C'era peróuna luce strana negli occhi di All, menrr-e par_
lava. Come esaltata, ispirata. Una iuce che rron gli avevo mai
visto, e che rni ha spaventata.
Siamo rimasti in silenzio, poi mi ha chiesto se porevo la_
sciarlo solo per un po'.
Soncr uscita dalla sf.anza e sono andata c).a hooyo, che in
cortile cominciava ¿1 prel)arare il burgttctper la cena. Clercavo
di far finta che non Jorr" ur.."rro ,i"nr., ho chiesro a mia
madre se potevo aiutarla, ma i nriei gesti erano impacciati co_
me quelli di un elefante.
..P"pg un po', Ali é uscito e piano piano sié arrampicato
sull'eucalipt.. Quei movimenri pr".iri e silenziosi, ,"if"irii
che lo facevano somigliare o ,n gutto, o a una scimmia. Co_
l?sc:va quella pianta a memoria, sapeva dove appoggiare Ie
dita dei piedi nudi sellza nemlneno guerrclare.
In un attimo é arrivato fin sLrlla iima.
Il posto in cui ne.ssuno poteva raggiungerlo. Il suo posto.
Forse I'unico. Sarebbe sceso quando gti ,ri"UU. prrrriu.
-
Anche se diceva di non preoccuparmi, io ero tristissima.
Avev. tradito il mio migliore amico, e queila sensazione acles-
so bruciava piü clella lama. Di fronte ad Ali .h. ,í ,..u*fi.:,
'a'el.ce,
c.n quei movimenri fluic{i e perfetti, quella r;"., -i
sono sentita anco'a piü sola che clavanti ad Ahnied che vole-
va tagliarmi la garnba.
Sono rimasta ii st¡tto, appoggiata alr,uro clella sua stanza
pcr un po', ad aspeftarlo. i)oi sono a.clata a letrr'r.la tesra den-
tro un cielo nerissimo.
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Dopo qualche giorno rutto ¿ tornato normale, e cofire
sempre io e Ali abbiamo evitato di riparlare di quello che era
successo. Le cose si sono sistemate prendendo posto in un
silenzio che accontentava entrambí.
Quel periodo é lo stesso in cui ho cominciato a vincere,
ma per dar,r¿ero. Partecipavo a tutte le gare che venivano or-
ganizzate in cittá e nei dintorni, quelle in cui f iscrizione era
gratuita, e quasi sempre arrivavo prima.
Presto ho sentito il bisogno di cercare altri stimoli, e mi
iscrivevo alle gare aperte agli atleti del Sud della Somalia. Vin-
cevo anche li.
Tutti si chiedevano come fosse possibile che una ragazzi-
na magra come un'acacia appena pialtata e con due gambine
che sembravano rarrroscelli di ulivo potesse vincere. Il fatto
era che vincevo e basta. Ilro piü r.eloce degli altri. Almeno, di
quelli che mi era capitato di incontrare.
Con i mesi, ho capito che la mia specialitá erano i duecen-
to metri.
Era li che riuscivo a dare il massimo. Anche sui qLrattro-
cento, perd, mi sentivo abbastanza sicura. Non avevo i mu-
scoii adatti a bruciare tutto in cento metri, avevo bisogno di
una clistanza un po' maggiore per cacciare fuori la rabbia e
lasciare che le parole di aabe prendessero forma nella mia te-
sta. Non ci riuscivo subito, ¿lppena partita. Li, c'era soltanto
79
39.
Ia spinta. Dopotre o quattro secon<li, peró, la promessa che
avevo fatto ad aube venivafuori, e io vincevo.
Ognivolta.
volevo di'entare la velocista piü forte cri tutta ra sornaiia,
cosa che significava andare, .o.i.r. al Norcl, u llr.g"-u.fií
Somaliland. N,[a non era faci]e, perché avevo bir.gn.;ii;;J-
cuno che mi accompagnasse, io i soldi non ce li'uu.,,o, .ori
come non li aveva Ali. E poi il Nord si era dichiarrto i,r,lip*-
dente, dice'ano che detestar,¿rno la guerra, e quindi chi vole
va andare a norcl, anche solt¿lnto pá. ,r, gara, non era ben
visto dai gruppi ¿rrmati.
. In piü, proprio nelle settimane in cui Nassir averra deciso
cli seguire Ahmecl, rutro srava cambiando a &Iogadiscio.
Al-Shabaab aveva preso molto potere, e si cominc íava a
parlare dell'apertura delle corti isümiche. Nelle inr."rioni
dovevano far ternrinare la guerra, in veritá erano sortanto una
virroriir per gli intcgralisti.
La víta i, citti, nel giro di poche se*imane, era <Ii'entata
irnpossibile. Soprattutto per le donne, ma non ,olrun,o f..
loro.
,
Poi, in un solo giorno é accaduto queJlo che mai dovreb-
De sr-rcccdere da ltcssuna partc.
,,.
Un giorno, un giorno con-re qualunque altro, senza niente
all'orizzonte, né cataclismi né rivoluzioni.
In un giorno tutto é cambiato.
Da un giorno all'al*o é stat. r,ietato ascoitare la musica.
Non si poreva piü, né nelle strade né nelle .ur.. e.,.i ;.*üi
che possedevano una radio dovevano tenerla u uurrirtr-n uo-
lum.c, perché se qualche nota fosse arrivata fLori avrebbero
rischiato il linciaggio pubblico.
. Da un giorno all'altro sono stati chiusi tutti i cinema. Non
che io avessi mai avuto i soldi per andarci, nra Ia ,p".unr, .Á"
un giorno sarebbe successo, quella c,era, e giá dá sola valeva
l'attesa. E poi c'era sempre una compagna di classe piü ricca
che ci andava il venerdi con la faniiglia e torn¿rva con quelle
storie meravigliose e rnagiche. Il cinema creava e alimentava
i sogni, ecco perché é stato chiuso.
Da un giorno all'altro gli r-romini sono stati obbligati a in-
dossare i pantaloni lunghi, non potevano piü farsi vedere per
strada con quelli corti. E dovevano anche rasarsi i capelli a
zero, oppure portarli lunghi, in stile afro, con le barbe lun-
ghe. Le mezze misure non erano piü contemplate.
Le donne, poi. Alle donne non era piü cousentito f¿re
niente, rischiavano ¿rnche a camminare per strada. Provarci
senza burqa era un azzatdo che poteva costare la vita.
Da un giorno all'altro le tradizioni del nostro paese sono
can-rbiate. La terra del sole e clei cokrri si é trasfomrata in un
campo d'adclestramento a cielo aperlo per estremisti. Tutti i
nostri garbasar, i jaruar, gli hijab colorati non andavano piü
bene. Si potevano us¿lre per lavare il pavimento. Avevamo
1'obbligo di indossare il burqa nero, quello che lascia scoper-
ti soltanto gli occhi.
Ma la cosa peggiore, perché sembrava una punizione, era
stata la decisione di tenere spenti i pochi lampioni che di se-
ra illuminavano alcune píazze del centro e qualche viuzza.
Lzr sera, infatti, molti si radunavano neiie piazze, sotto i
lampioni, a leggere. Pochissimi ¿rvevano l'elettricitá in cas¿.
Invece di leggere alla luce fioca delferus, molti passavano le
serate sotto le stelle a leggere un rolnanzo, un quotidiano vec-
chio, o magari una lettera, o un biglietto d'amore.
Qr-rei luoghi erano ia nostra bibiioteca a cielo aperto. Ora,
come anche la bibliotecavera, tutto era precluso, cancellato,
vietato.
Al-Shabaab era riuscita a radere al suolo la speranza di un
popolo intero. Tutto ció che fino ar quel giorno era stato dif-
ficile cla realizzare rla possibile, era diventato impossibile. Il
sogno, la sperunzae la libertá erano stati cancellad con un'uni-
ca lnossa.
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Da un giornoall'altro.
. I,a sera prinra aabe potevainclossare i suoi pantaloni cor_
ti color cachi, deltipo ái quelli coloniali che J#ffi;;
tato gli italiani e che tu_rti gli uonrini mettevano, specie nelle
giornate di gran caldo._La matdna clopo era r¡ietato: se avesse
inconrraro delle guarclie di Al_Sli abáub p.. ,,,ra, ,r"iiü"
rischiato di essere picchiato <lavanti , iutti.
La stessa cosa pef hr,tc..,yo, che si era dovuta procurare un
burqa per andare , luunrrr", l"i che lo oclia'a'¡;;i;;l;
odiavamo tutte, innamorate come eravamo dei nostri colori
sgargianti, i veli e i garbasar arancio, rossi. gialli,
"..ái,-utu
á
viola, che per noi.avevano sempre rappresentato l,essenza
della terra e della f'emminilitá.
Da un giorno all'ajrro, invece, burqa nero per tutte.
E per me e Hodan é srato cliftlcile.'
Non piü canti con. il.gruppo, non piü canto in assoluto, e
neanche piü inni per Ia ti¡reia .lu pu...
E niente piü correre.
Una di quelle sere, Hoclan si era ferma ta a mangiare a ca_
sa con rroi. Dopo cena, aabe e hooTo hanno ¿.rr., .i" uát.ul
no parlarci. I nostrifratelli erano iimasti fu.ri a lrr;;. É;;
tole e la pentola del riso; cosi, in rir;ri,r, siamo enrrarc nella
10ro stal)za.
Aabe era seduto sull,unica seclia e ci fissava nervoso, sen-
za,.lasciare in pace il basrone, .h" ,l frrrruu cla una mano
all'altra' Era la prima vorta che lo *,r"ir-o cosi agttato. ,o-
oyo invece, coperra fin sul capo dei leggeri veli biaíchi.f," i"
casa fino a quel giorno non aveva nrailn,josrar.r, fm p..rcl.po-
sto sul mater¿lsso, e continuava ad ,llis.iar. ult..nrtir,urr.li.
la q9n¡a, perferramenre tesa ,.rll" g.mb. , e il fazzolerto c]i
stoffa bianco che reneva sulle .o...]
Io e Hodan ci siamo prese per lrlano forte forte.
Senza nelnlleno bisqgno didircelo, tutte e <Iue avevamcr
paura che ci vierasser.o di iare ció che ,Ár'urro. Che ci clices-
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sero che tutto era diventato troppo pericoloso, che nessuncr
poteva piü pern-rettersi di comportarsi come desiclerava. An-
che perché a rimetterci sarebbero stati i familiari. Quelli era-
no imetodi di Al-Shabaab,la punizione esemplare per i fra-
tellioperigenitori.
Tremavo, sentivo brividi di febbre, avevo freddo anche se
c erano trenta gradi. Se aabe ci avesse ordinato c1i smettere,
cosa avremmo fattcl? Saremmo anclate a piangere in grembo
a /soo1,¡t chieclendo pietá, come facevamo quanclo eravamo
piccole. Ma questa volta non sarebbe servito a niente.
Avevamo soltanto clue strade: obbedire o disobbedire.
E disobbedire sarebbe stzrto come andarsene per senlpre.
Ma aabe era dabe.
Senza bisogno di dire una parola, con qr-relle sue manone
che spuntavano clalle maniche della camicia di tela beige e
stringerzano nervose ii bastone, aveva ietto i pensieri come
erano affiorati sulle nostre facce.
Si é alzato dalla sedia e Ient¿lmente ci é',,enuto inconrro.
Ha appoggiato un palmo prima sulla nria fronte, poi su
quella di Hodan.
"Figlie mie, tutto cio che fino a ieri era normale, oggi d
complicato."
La sua voce era seria. Io e Hodan ci siamo guardate. Sa-
pevamo cosa avrebbe detto. Era la fine dei nostri sogni. Po-
te/amo smettere di imnraginare chissá che futuro, la realtá era
¿rrrivat¿.r colrfe Lrna secchiata di acqtra gelida.
Insieme abbiamo abbassato gii occhi a fissarci le dita dei
piedi nucli, bianche di terra.
Dcr¡'ro una pausa, aubeha continuato. "Eppure io e vostra
madre creclíamo che v«ri clobbiate continuare a fare quello
che fate, se quello che fatc é la vostra strada e vi rcncle felici. "
Dai miei occhi e da quelli di Hodan sono scese nello sres-
so rromento calcie lacrime silenziose.
"Io e ltooyo vi appoggeren-lo sempre, Corti islamichc tr
non Corti islamiche. Al-Shabaab o nc)."
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il
l
41.
. ^Ilooyo,
sul nraterasso,piangeva come fa quando non vuo_
le farsene accorgere; continuava a soffiarsi il naso senza smet_
tere, come se avesse il raffreddore, ma cla quando ,i;;;i;
cole sappianro che non ha niente.
"Dovete solo sapere che quello che fate é rischioso e non
é ben vísto. Non soltanto dugii i.,t.g.rilrri, ma cla molrissima
genre, che si fará influen rurá
"
pen.s.rá .É. ,i.* d:;;;;;;.
Lo sapete questo?,,
.l)," h9 risposto io, gli occhi ancora lucidi.
'.'.1, qlbe,lo sappianro,,, ha derto Hodan.
"E allora siete libere di costruire il vostro futuro. Io e vo_
stra madre siamo consapevoli che avete un dono. Andatel
prendere quello che vi speta, figlie mie-,,
. A q.u-el punto stavamo singhiozzan do. Aabe ci ha srrete
in un abbraccio e ci ha detto ái urcir., che lul ;i;;;y;;;i;
vano rimanere soli per un po,.
Prima che fossimo fuor1, peró, ha richianrato Hodan.
"Hodan..."
Lei si é giratg, giá sulla porra. ,,Dimmi,
aabe.,,
'Accerrari che pe r il paáre cli Hr_rssein valga lo sresso.,,
"Gtazie, adbe.,,
Siamo uscite in cortile, all'ariae alla luce, Iasciando nostra
madre e nostro_ padre al buio .l.ll, .n..ra a chieclersí se ave-
vano preso la decisione giusta.
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Eppure, in quelle settimane, tutto stava cambiando in ogni
caso. Le nostre vite di somali erano destinate a mutare per
sempfe.
Una mattina, senza prearruiso, Ali e la sua famiglia sono
andati via.
Mi sono alzata all'alba, insieme ai niei fratelli, svegliati
dai rumori che provenivano dal cortile. Siamo usciti tutti in
pigiama, scalzi e assonnati. I Io fatto appena in tempo a ve-
dedi salire su un camioncino verde con un cassone posterio-
re arrugginito che aabeYassín si era fatto prestare da chissá
chi, prima che partissero per sempre. Via, senza sapere nem-
meno dove.
Yassin, Ali e i suoi fratelli avevano passato la notte a cai-
care quel furgoncino sgangherato di scatoloni in cui erano
riusciti ainfilarc tufta la loro vita.
Il giorno prima, il clan hau,rya, di curi noi facevamo parte
come abgal, aveva fatto sapere cli avere stretto una specie di
alleanza con Al-Shabaab; sembrava che per un po' non si vo-
lessero fare la guerra. Questo peró significava che i darotl del
nostro quartiere erano in pericolo, perché Bondere era una
zona abgale le famiglie darctd avevano continuato ad abitarci
soltanto perché protette da abgal loro amici. Nessuno si sa-
rebbe permesso di fare del male ad aabe Yassin, tutti sapeva-
no che era il rnigliore amico di nostro padre, che erano come
fratelli.
8'
,J6-.".'-.. . "
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42.
Ma quella norte,in síncrono, decine cli famiglie avevano ).
preso la stessa decisione. Di nuovo, da un giorno'all'artro, Al- É
Shabaab cambiava la mia vita.
Quella martina era inonclara da una iuce surreale. Ail'ar-
ba, la foschia colma dell'umiditá <ler mare sembrava abitata ,
da tantí f:antasmi velocí. La gente crci ,lío quartierc stava cnri-
grando in luoghi che ancora non conosc"un. I_i*portante era ,
scappare il piü in fretta possibile. Lasciarsí ciietro tu pruprl, i.
storia.
. Hog)to, come quasi tr_rtti i nostri vicini cli casa, non era an_
da'u a lavorare. Quelli di Al-shabaab potevano venire e con-
trollare abitazione per abitazione. Era necessario che fossimo
presenti tutti.
Quando mi sono a'u,vicinata al furgone, Aii era secluto sul
sedile posteriore, vicino al finestrino, e guarclava in [,,asso-
Aabe' Yassin era davanti, di fi¿nco ,l gridatore, che ;r, ;;
amico suo e di aabe .Ilmotore era giá acceso. Ho picchietta_
to sul verro e Ali si é voltato. Il velá di malinconi;
";;
:rl;;
sul suo viso come cera. Non aveva piir gli occhi. p., ,n, -r_
schera di cera, la maschera d.ll,arslnzá.
Guardar,.a verso di me, ma al mio posto stava mettendo a
fuoc. ,n punro nel cielo. mentre io, ál cll lá ,l"f ;.r;;, ;;ir:
cevo cenno di abbassare il fínes*ino. All non *i ha ,ütito,
sembrava imbanrbolato. Mi sono girata a guarclare alle mie
spalle.
Stava fissando la cima dell,eucalipto.
. Sol<', quanclo il carnioncino si é mosso mi l-ra guarclata ne_
gli occhi. Forse piangeva. Finalmente.
Lui, aabe Yassin e i su.i fratelli avcrano fatto parte clc.lla
mia vita da quando ero nata, e come clei fantasmi, 1n Lrna fra_
zione di secondo, sta.ano scom¡rarenclo.
. La famiglia di F{ussein ar¡eva preso la sressa decisione. An-
cl-re lcrro eran() cl¿rrt¿J, e per i matrimoni misti non c'era piü
spazio. Tutto quello che era stato conq.istato in decenni era
86
andato in fr-rmo in un giorno solo. Avevano deciso di partire,
come la maggior parte dei darod,
Hodan, nel giro di poche ore, si era ritrovata a dover pren-
dere una decisione lacerante.
Partire o rimanere.
Dopo una notte di travaglio aveva deciso di restare con
noi. Cosa sarebbe avvenuto del suo matrimonio era una que-
stione che non c'era stato il tempo di affrontare. A volte le
decisioni piü pesanti viaggiano sul filo lieve di uno sbuffo di
vento. E noi con loro, inadeguati, leggeri. Almeno, questo é
quanto ci é successo quella mattina.
Qualche ora dopo la partenza di Ali, Hodan é ritornata a
casa. Con le poche cose che aveva portato con sé dopo la ce-
rimonia delT' arr¡os.11 poco, l'essenziale.
Quando l'abbiamo vista comparire nel cortile con quella
piccola valigia rossa di caftone che tanti anni prima era stata
di hooyo,Hodan ha detto soltanto: "Sono tornata. Hussein é
partito ".
Hooyo é corsa ad abbracciarla, e tutti gli altri dietro di lei.
In un battito di ciglia avevo perso il mio migliore amico e
ritro',,ato mia sorel]a.
Ma il destino con me poteva scegliere di fare quello che
voleva. Io sapevo benissimo dove volevo arrivare. Il vento, con
il mio magro corpo, ha sempre avuto vita dura. Sono io che
l'ho sempre mosso, al mio passaggio. Sono io che ho impara-
to a usarlo come spinta dietro la schiena, per farmi volare.
Quello che ho fatto, queiia mattina, é stato abbracciare
llodan, piangendo di gioia con le stesse lacrime di rancore
che ancora stavo versando per Ali.
E poi ricominciare subito ad allenarmi.
81
I
ii
43.
I)
Ero rimasta senzaallenatore, a quattordici anni e ¿r sei me-
si dalla gara piü impoftante della mia vita, quella di Hargeysa.
Qr-rella che dovevo vincere per diventare la piü veloce. E per
andare poi a Gibuti a correre ¡rer la prima volta nel nome del
mio paese. Il solo pensiero mi faceva girare la testa, dovevo
farcelaatuttiicosti.
Non c'era piü nessuno che mi prendesse i ternpi, nessuno
che mi facesse fare gli esercizi per le gambe e le braccia. Nes-
suno che controllasse se baravo nelle ripetute o negli addo-
minali.
Dal rnomento della sua partenza, clgni giorno mi sono
chiesta dove fosse Ali, cosa stesse facendo. Mentre correvo
sentivo la sua voce che mi ronzava nelle orecchie. Non fare
questo, non fare quello. Alza di piü i talloni, tieni le braccia
strette. Cerca di coorclinare il respiro con i passi. E sorridil
Quando arrivi al traguardo sorridi, Samial
Non lo facevo mai. Non mi interessar,a sorridere. Alla fi-
ne della gara ero stancar e c'erano un sacco di cose che avevo
sbagliato. Sapevo che esisteva un m¿ugine di miglioramento,
e volevo soltanto lavorare su quello, Quando tagliavo il tra-
gr,rardo non riuscivo rlemJneno d gustarmi la vittoria. Comin-
ciavo a pensare alla gara successiva e a correggere'mentalmen-
te gli errori.
In piü, avevo anche ur-r po' di paura. Paura che tra il pub-
88
blico ci fosse qualcuno a cui non piacevanole ragazzine che
si mettevano in mostra. Ali invece ogni voita mi stringeva e
insisteva sul fatto che era importante sorridere' "E come un
saluto al pubblico," diceva.
La sera, prima di clormire, conilferus ancora acceso, mi
perdevo a fiisare la fotogratia di Mo. l,o guardavo e g1i fáce-
vo delle domande. Said mi prendeva in giro, diceva che par-
lavo con la carta.
"Samia, ancora a parlare con quel giornalc?"
"Non sto parlando con nessun giornale," gli rispondevo
stizzita.E invece stavo proprio parlando con un foglio di quo-
tidiano ormai logoro.
"Guarda che l'inchiostro macchia ma non parla," conti-
nuava Said.
Quando tutti gli altri fratelli riclevano, mi risvegliavo d¿l
,o.pir.. Allora Htdan mi dava un bacio sulla fronte e mi di-
cevz di non prendermelir, che Said scherzava'
Si, scherzava, Peró aveva ragione.
Gnardavo M<¡ quella foto in cui star'¿r per tagliare il tra-
guardo, gli occhi spiritati e dilatati dallo sfbrzo ma sereni e
oppugo,i p.r un'altra vittoria, e gli chieclevo a voce bassa di
.ásiá.r.-i. Di dirmi che un giorno anche per me sarebbe
stato 1o stesso. Che anch'io avrei vinto con quello sguardo di
sperarúa e serenitá negli occhi.
Eppure, vincere serenamente t-ui sembrava impossibile'
Ogni'vittoria eta allo stesso tempo un peccato, sapevo che
,.L.,t.ntur" molti. Certo, facevo cli tutto perché non mi im-
portasse, andavo dritta per la mia strada senza guardare in
laccia nessuno, senza nemmeno sorridere'
Ma la veritá era che l'assenza di Ali aveva fatto diventare
tutto meno leggero, meno giocoso, la ccrsa aveva assunto un
sapore diverso, anche se era tornata tlodan a riaddormentar-
mi con la sua voce cli velluto.
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, 1 .,.-"1 -'¿ .
1
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i
i
44.
In queí mcsi,I'unica cosa che facevo oltre acl anclare a
scuola era correre. N{i allenavo anche ,"rr. ,rr. ,l gio..,o.
-á.-
revo nel cor.tilc e,.al copri[uoco, appen, 1r","ü. ,r.f r.
"
correvo per le stradc.
, II bLrrqa calcato in tesra, e sotto l¿ fascia elastica rji spugna
che si irn¡rregnava di suclore.
. Correre in quelle condizíoni era impossibile. Inciampavo
in continuazione nella gonr)a, con il callre .h. ri u...,,,.,luuu
sotto quelf inrpalcatura nera rischiavr: ogni volta di;.J;;.J
sensl.
Ma avevo in mente soltanto Hargeysa, la corsa della mia
vita, quella che avrebbe carnbiato ii rftu d.rtir-ro. Dou"rro uir_
cere, era la nria unica occasione per cliventare una professio_
nista, anche se questa parola in Somalia non ha .rl uruto
molto senso. Nessuno ia mai grr<'_l^g,*to un soldo con lo
sport. Ma almeno, spera/o, avrei avuto la possibilitá di ;;
::if?*
a.gare importanti, di rappresen,u.. il -. ¡ro...?t
:rond,:,
dl correre- per Ia liberazione della Somalia mentre la
.)ornatra crecleva che corressi alle sr_re regoie.
Due giorni a set¡imana anclavo ad aiitare hr.¡oyo allaban_
carella della verdura, per guadagn are ; ;;1.h" ;il#;;il. ;
pagarmi ii biglietto del puJlman-pe. Hrrgeysa. Hodan anda_
va con hooyo alrri due §iorni
"
üb^h gli:.,klmi,lr",. or.ñ
loro.quando potevano Ái .luuu.ro q;rñ;;r. Il loro contribu_
to alla libert¿i.
A Hodan e ¿rl suo gruppo, il governo clelle Corti islarniche i
aveva vietato di provare e di suónare in cittá. t
. Io" potevano piü andare alla sala concerti, erano costret_ ,
ti a incontrarsi nello scantinato cli un ristor ante, anord, verso i
il fiumc Scebeli. Se Ií avessero lrovati «'li n,,,ruo in c¡uelposro ;
vicino al porrc, r'ecchio li avrcbbero lucii¿rri.
Quando rornavo sudata fradicia clal mio giro clell,isolato. ,t
al coprifuoco, prima cli cena, hrrryo-, ;;;;i;;;;; ;;i;;i;
strana, come fcrssi un animale rart. ,,
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!'
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L)0
"I)a chi hai preso tu?" mi chiedeva togliendomi ii burqa
c passandomi una mano sui capelli bagnati, mentre stava
nell'angolo del burgico a preparare. Ogni volta era la stessa
storia. Appena mi r,edeva spuntare da sotto la tenda rossa mi
sorrideva con la tenetezza di sempt'e. Poi, quando mi awici-
navo, si faceva seria.
"Da chi hai preso tu, eh, piccola Samia/" mi diceva con
quella sua voce dolce. Ero diventata alta come le-i, e mi accor-
gevo che i suoi occhi rrispi e profbndi come un pozzo infinito
si stavano riempiendo di rughe tutt'attorno.
"Da aabe, ho preso," rispondevo.
Lei mi guardava, mi prencleva ii viso tra le mani e diceva:
"Che bella sei, Sanria. Ormai sei una donna. Sei la piü bella
clclla famiglia".
Poi ripiegava il burqa baguato, mi slegavzr i lacci delle scar-
pe da ginnastica e mi diceva di anclare a sciacquarmi e di ri-
posare i piedi.
Era come una cerimonia. l,¿r svestizione della figlia bella
e matta.
Ma in quel periodo io pensar,o solo a mantenere le ener-
gie per l'allenamento del giorno dopo. Non riuscivo a con-
centrarmi su nient'altro.
Il giorno del mio quindicesimo compleanno era a due set-
timane dalla gara, e Said mi ha regalato un cronometro.
Non ho mai saL¡uto dove l'avesse preso o quanto gli fosse
costato. Fatto sta che é venuto da me e mi ha cletto: "Questo
é per te, guerriera Samia".
Era la prima voita che mi chiamava cosi. di solito Said mi
clava cento nomi diversi e tutti per prendermi in giro. Ma quel
giorno mi ha chiamato "guerriertl", come nri chiamava aabe
ogni t¿lnto, forse percl-ré diventavo grande, facevo quindici
anni. e quindici ¿nni é l'etá cleigrandi. Poi ha detto che vole-
va che quel cronometro un giorno segnasse il record fen-rmi-
nile di velocitá del nostro paese.
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45.
"Te lo prometto,Said,,, ho risposto baciandogli una
guancia,
Non avevo mai ar¡uto un cronometro, A]i teneva il tempo
calcolando i secondi .o" ir ,ro uü;; ororogio scassaro. Il
cinrurino non c era piü darnolr". .rl rimrrto solranto il qua_
dranre. Fino al gioino in cui nun gli'hrnno rubato anche
qtrclio.
Era all'angolo dell,altare della pat.riaad aspettare che ri_
spunrassi dal vicolo di fronte, q,anclo gl ,i .rá'"*i.;;;;;;
i::.ln1t t,-e ngazzini abgai.t.h. non'rueva rnai visro, non
Lrovevano essere del n.stro quartiere, e chissá..rr;ii;:;;;_
no ii. Lui se ne srava ail'ombrá, ,pp"s;irr" al *onco cli un,aca_
cia,.quando quei tre hanno .o-rn.ilio a insultarlo.
"Ha proprio la faccia <J-a negro, q"..r" d.drocl,,,dicevano.
.r, 1li:jlT:_.':-p..,
non fiatarTa, á ri grrrar""ii;r.;üi;;-
Lilr,aLInoauno.
"Allora non oarla que_s! clarorl,<Iev,essersi mangiato an_
che Ja.lingu, p., l, f;;.; ñ eitlrri.L, i tre stupidi.
. AJi sapeva che in ,." .onr.o ,";;;; c,era molto da an_
dare lontano, e in piü..u ior, ñ;;i;;. abgal,q,indi non
aveva speranze. con tranquiriitá aveva lrr.Iutá ¿t; ;;;11;
che sembrava. il capo si awicinas.. . uit,i_prowiso, con Ia
stessa rapiditá con cui quella ..r, lorirra aveva morso la
nrano.del ragazzino estrámista, gli aveva.f.rruto ,, .;ñ;:
ne sullo stinco. euello si era;?"s;;;'árl ¿otor.; Áii;;,
scappato via veiocissimo. GIi ait.i"dre gli erano .orri di.iro
pe.r ul po', poi, piü lenri di lui, ,r.urn,f frrr,., ,, ]ir..lr. ..1
il fischietro che alcuni
h"]li;;;;;"'rí ..ff. per occasioni
come quesre. Ffffiuu.u.rTalménre forte che .i .ru ,.ntlto f.,
mezza cittá. Girato l,angolo Ali si era *ovato di fronte un
uomo che lo ayevafermato e gli aveva.hi"r,o perché corre_
va) se per caso avevarubato qualcosa, che era contrario alla
legge del Corano. Subito ,t;p";r;; rrri"r,i i cJue, e aveva-
no detro all'uomo che Ali
".;;i;J,ollu"u, rubaro dei sol_
di. Lo avevano picchiato. s[;;;;;;;;r. rutto queilo che
I
aveva, cioé soltanto quel moncherino di orologio. Da allora
avevamo fatto senza.
Adesso, con il cronometro di Said cambiava tutto.
Chissá cosa avrebbe detto Ali, avrebbe stentato a credere
che poteva usarne uno vero. E anche a me sembrava impos-
sibile misurare i miei tempi.
Fino a quel giorno, avevo saputo solo se arrivavo prima.
Il germe della follia dovevo averlo preso da aabe, co-
munque.
Avevo ragione a rispondere cosi a hooyo, quando me lo
chiedeva. Con il permesso di papá, infatti, gli ultimi tre gior-
ni prima della gara di Hargeysa sono andata allo stadio Cons,
di notte.
Erano anni che glielo domandavo. Ali mi aveva racconta-
to tante volte di lui, Amir e Nurud, i suoi arnici, che ogni tan-
to da piccoli ci entravano e si mettevano a giocare a calcio.
Mi era sempre rimasto in mente. Un momento di pace in cui
poter usare lo stadio.
Aabe non mi aveva mai dato il permesso di farlo. Fino a
quei tre giorni prima della gara, quando ero andata a implo-
rado, e lui aveva ceduto.
"Grazie, aabe, te ne saró riconoscente per tutta 7a vita,"
gli avevo detto facendogli gli occhioni dolci.
"Spero che me ne sarai riconoscente alla fine di questi tre
giorni, perché vorrá dire che non ti sará accaduto nulla," ave-
va risposto lui, pensieroso.
La veritá era che quelle erano le uniche ore in cui non si
rischiava niente, anche se era buio pesto, perché ín giro non
c'era nessuno e il coprifuoco serale aveva giá portato la pace
nelle nostre orecchie.
Uscivo di casa verso le undici e in una mezz'oretta, facen-
do di corsa e tutta coperta dal burqa le stradine piü apparta-
te, ero allo stadio. Mi infilavo dentro uno dei buchi nella re-
9)
L)2
46.
cinzione, attraversavo )ospiazzo della biglietteria, scarralcavo
una bassa cancellata che portava al corridoio centrale, e da li
entravo.
Era beilissimo.
Il profumo dell'erba inondarra ogni cosa, I miei sensi era-
no conrpletamente alr¡olti da quell'odore dolce e sottile, friz-
zaote.
Avere lo stadio vuoto, tutto per me e illuminato solo dal-
la luce della luna, era bello come conquistare la stoffa traptrn-
tata del cielo.
Mi fermavo al bordo della pista di tartan su cui avevo vin-
to la mia prima gata e mi sfilavo quell'impiastro nero del
brrrqa. Lo piegavo e 1o lasciavo aferta.Poi, mentre piano pia-
no prendevo fiato, sohanro f idea di essere li dentr.o di notte
mi metteva addosso un'aclrenalina che mi levava il respiro.
Mi scaldavo portandomi a passi lenti e lunghi al centro clel
cempo da calcio. E, da li rni gustavo, per qualche seconclo che
durava tutto I'infinito, lo spettacolo dello stadio deserro.
Nessuno.
Soltanto io, il mio respiro e la luna. E l'odore dell'erba,
che arrivava pLrngente da ogni parte.
Fuori, facevo finta che ci fosse la pace, e che quello fosse
un dispetto per cui non avrei rischiato niente.
E rtoto li, in quelle nomi, a tre giorr-ridalla gara piü irnpor-
tante della nlia vita, che ho scoperto che correvo i cento me-
tri in sedici secon.li e rrenradue centesimi, e i duecento in
mentadue secondi e novanta centesimi. Creder.o di essere piü
veloce, e invece no. [1 cronometro di Said mi aveva svelato
un'amara verit). Ero molto sopra i record del mondo, rJove-
vo per fbrza migliorare. Non potevo che migiiorare.
All'uscita, tutte e tre quelle serc, aabe era li che mi asper-
tava, per riportarmi a casa sana e salva.
Sull¿ strada del ritorno, ricoperta dal burcla, saltellando
.lalla gioia gli enumeravo tutto quello che avrei dovuto fare
1',e, mIgfioráre. Lui si guardava attorno e ogni tanto si ferma-
,'u
" -i .rrit acciavacol bastone di stare calma e di non attira-
r.c l,attenzione, ché altrímenti me lo a",rebbe dato in testa. Io
ridevo, sapevo che non saremmo dovuti essere in giro a
quell'ora, ma ero f-elice.
'
Quella libertá improwisa, lo stadio vuoto' la luna piena,
il prifumo dell'erba, mi riempivano di un'euforia incontrol-
labile.
Aabe si arrabbiava e mi «liceva di calmarmi'
Ma icl ave¡o in mente solo la gara.
Dopo tre giorni sono partita per il Nord'
I
It
I
;
91 95
47.
14 Siamo arrivatia destinazione alle sette della matlina se-
sucrlte, ii so[e sorgeva. l§cn avevo dormito neanche un mi-
r)utO,
Sono scesa dal pullman con la strana sens¿zione di trovar-
mi in un pacse in pace.
Norr mi sembrava l,ero che alla stazione non ci fosser,¡
guardie armate, che non ci fosser«r tracce di fucili o mitneti-
che, e neppure fr¡ri di proiettili nei nruri. Ero spiazzata. Co-
me un animale che ha passato tutta 1a r.ita in gabbia e im-
prow'isanrente si ritror.a con la porticina apert^,libero. In-
vestita da una sensazione di eufbria csagerata, che invece di
spingermi in avanti, sul momento mi ha bloccata. I'kr avutcr
la tentaziane di fare marcia inclietro, risalire sul pullman e
tornare nej mio luogo naturale, dove la misura della libertá
si prendeva contando le rnine antiuomo e le scariche di mor-
taio. Troppa libertá improwisa fa rnale e non é degli uomini,
ho pensato quella mattina all'alba, con il sole che filtava ti-
mido dallc fessure tra il tetto di legno clella stazione t: i nuri.
NIi sono seduta su una panchina di nietalio di l"ianco a
un'ediccrla e ho aspettato un po'. Ii giornalaio stava aprerldo
proprio in quel molrlento. aveva allcora la faccia dentro iJ
sonno.
Con i pochi scellini che avevo ho c,:mprrato uno shaat
nell'unico bar aperto. Il calore é passato dalle mani alla soia,
e da li, clopo un po', é arrivato finalniente alla testa.
Allo sra«lio ci sono andata a piedi.
Avevo tutto il tempo clel mondo, e poi era necessario che
le articolazioni rítornassero fluide, dopo tutte quelle ore
con le ginocchia piegate senza poterle sgranchire.
La cittá in pace mi sembrav¿r un miracolo. Poter gírare
senza burqa, potermi muovere e persincl urlare in mezza alla
strada. Poter fermare qualcuno e ¡rarlargii. l,'idea di tuttc¡
quello che avrei potuto fare mí faceva girare la testa.
, 1l viaggio in pullman fino a Hargeysa é stato come quello
che puó fare una star. Ero cla sola, iiÉig[etto cosrava *olto,
l'equivalente di sessanta dollari americani;giá riuscire u.o*-
prarlo era stato un miracolo.
Non ero mai salita su un pullman. Tutto era comodissimo,
i.sedili morbidi e grandi. ricoperti di velluto grigi., la musicá
di sottofondo. Laurisra indoisava un,uniforinJblu ..r.o .á
é stato molto gentile. Quando mi ha vista salire da sola e con
la tuta che mi aveva dato aabe pu 1'occasione , tiratafuori «ra
chissá dove, deve aver creduto che fossi un'atleta famosa. Mi
ha guardata e salutata come si guarda e si saluta um p..rom
degna di rispetto.
"Buongic'rrno, abadyo," mi ha detto, mentre s¿livo.
,,F.ac_
cia buon viaggio."
"Grazie" é I'unica cosa che sono riuscita a dire io, tanto
ero emozionata.
Il viaggio durava quaSi un giorno inrero.
Mi sentivo come uno di queiminuscoli uccellini che sbat-
tono le ali velocissimi, talminte rapicli che non si veclono,
sembra stiano sospesi per aria, attaicati da qualche pu.,. ui
soffitto con un filo invisibile. Ero cosi impazi.nt" .h. n.rn
riuscivo a stare ferma. Mi sono anche alzala cento vorte con
la scusa di sgranchirmi le gambe. euanclo ci fermavamo per
scendere, mangiare qualcosa o andare in bagno, nor r.dáro
l'ora che ripartissimo.
96 L)f
4
i
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{
f
I
48.
Ero iscritta rreicento rnetri e nei duecento metri fem-
minili.
Il mio numero erail78.
Ho dovuto aspettare altre due ore, prima di correre. Non
sapevo cosa inventarmi.
Per iortuna, noi donne gareggiavamo prima degli uomini.
Ho scambiato qualche parola con un paio cJí ragazze> ma
non dovevo clistranni troppo. Ero li per vincere, non per
chiacchierare. Continuavo a guardarmi intorno, non riuscivo
a tare altro. Tutto era nuovo, era la rnia prima volta al Nord,
ia mia prima gaÍa vera.
Ero di sicuro la piü giorrane. Nessuno avrebbe scommes-
so uno scellíno su di rne.
Dopo un po', al colmo dell'impazienza,ho deciso per la
strategia meno diffícile. Mi sono sdraiata aterra, sull'erba, e
ho aspettato che il tempo passasse. Immersa in cluel profumo
dolce e awolgente.
Finché non é stato il rnomento.
Le mie awersarie non rni sono sembrate moltcl pericolo-
se. Erano piü grandi di me, ma non avevano gli occhi rabbio-
si delle atlete vere. Da subito, ho avuto la sensazione che sarei
potuta arrivare prima.
In poco meno di due ore ho vinro rrna dietro l'altra le due
elimínatorie nelle batterie.
Senza neppure rendermene conto mi sono ritrovatain fina-
le, con molto fiato in mcno, tanto dolore ai quadricipiti e due
gare disputate. Una nei cento meri. E una nei duecento.
Alla tinale erano ammesse le prime di ogni batteria.
La prima deile finali é stata quella clei duecento. Ar,evo le
gambe dure come il legno per 1o sforzo, affaticata il doppio
delle altre perché ero l'unica a correre due distanze. Ita que-
99
49.
sto mi hasoltanto morivata di piü. Se ero arrivatafino a li po_
tevo anche vincere.
Mi sono piegata sui blocchi di partenza e allo start sono
partita colne un razzo, negli occhi soltanto il traguardo.
Nella testa come sempre avevo le voci di aabi edi Ali che
mi gridavano di correre.
E ho corso_
Ho tagliato il traguardo per prima.
E stata un'ernozione enonlre, la piü grancle liberazione.
Prima.
Ero la piü veloce del mio paese nei cluecento metri. Una
cosa che a malapena ffovava spazionella mia testa.
Non ho avuto molto tempo per riflettere, peró. Dopo clie_
ci minuti si correrra ja finare dei cento, ra garapiü importante.
^
I1 pubbiico sugli spalri per la prima uálr, Á, .omi.,cirto ,
farsi sentire. Qualcuno gridava, ci irrcitrur.
La rugazza nell¿ corsia di fianco alla nri¿, mentre stavamo
raggiungendo i blocchi di partenza, mi ha indicato un grup_
petto sulle gradinate che stava cercanclo di attírare lu rrriu *
tenzione. Quando ho guardato hanno cominciato a battere le
rnani e a incitarmi. Avevo dei tifosi.
Ho alzato il braccio e li ho salutati.
Allo sparo, di nuovo avevo in testa soltanto le voci di aabe
e di AIi- "Vai, piccola gur.rriera. Vai e al traguardo sorridil,,
Ho bruciato quei cento metrí come *ai uueuo fatto prima.
Le ragazze alla mia destra e alla mia sinistra erano pi,: I.n_
te di me, sono subito stata due passí avanti a loro. Ce n,era
solo una, in prima corsia, .h"
"o,
la c.cla dell'occhio veclevo
alla mia stessa altezza. Negli urtimi crieci metri ho messo tut-
to quello che rni aveva portato su quella pista.
_Ho
messo gli sforzi, gli allenamenti,la rlevozione,le pau-
re, le frusrazioni che provavo almeno da sette anni. F{o rivj_
t
'í
sto Mogadisico come una gabbia da cui finalmente ero riu-
scita a scappare per correre libera.
E ho vínto. Dinuovo.
All'arrivo mi sentivo come un grillo a cui per settimane ¿
stato impedito di saltare, come fánno certi bambini a Moga-
,iiscio. Ne catturano uno e Io tengclno in tasca chiuso dentro
una scatoletta. Poi, dopo giorni, lo liberano, e quello salta
lontanissimo. F-anno delle gare di salto di grilli rinchiusi, e ci
scommettono sopra. Mi sentivo come un grillo rinchiuso, con-
tinuavo a saltare a destra e a sinistra, sarei arrivata fino al cie-
lo. E, la cosa bella era che eravamo a Hargeysa, non c'era la
guerra, non c'erano quelli di Al-Shabaab.
Qui, finalmente, potevo saltare e gioire in pace.
E potevo sorridere, anche.
Sorriclevo a tutti e stringevo le rrani di chi mi veniva vici-
no per conoscermi. Se mi avesse visto Ali sarebbe stato tal-
mente felice da mettersi a piangere come una bambina. Era-
no sei mesi che non 1o l,edevo, e nel mio cuore ho declicato
la vittoria a lui, al nrío allenatore. A colui che mi aveva fafto
diventare un'atleta. E al mio migliore amico.
Quel giorno ho visto per la prima volta, a caratteri cubi-
tali sopra un tabellone elettronico, i miei tempi ufficiali: 15"B)
per i cento metri e )2"77 per i duecento.
C'era ancora molto da migliorare, ma avevo vinto. Ero la
donna piü veloce del mio paese.
E mi ero guadagnata di diritto la partecipazione alla garu
che si sarebbe tenlrta a Gibuti, tre mesi dopo. La mia prima
compe¡izione internazionale.
Nel viaggio di ritorno ho dormito ventuno ore di fila. Sia-
mo partiti di sera, non saremm o arúvati che la sera dopo. Non
ho mai aperto gli occhi, nemmeno una volta, non sono nean-
che mai scesa per andare in bagno.
101
100
50.
^,,_.}".,uo
le due medaglieal collo, ben al sicuro sotto la ma_
gtretra, dove aver,.o lasciato anche il pettorale con il7g, l;o
numero portafortuna.
Solr-¡ la prima ora mi ero senrita come Lllra bomba sr,rl pun_
ro di scoppiare. I)i fianco avevo i-rru u"..lriu signora che ce¡_
cava di leg*ere un libro con ra po.r ru.. che filrrava dar fine-
strino, rrlentre io sentivo Ia pursicrne irresistibire cli raccontar-
Ie tutto q,ello che mi
".u
,.,...ruo, ,á""r¿, p......r¿-". ij*ri
tanto cercavo di iniziare ufra convers¿rzione. Non c,é stato ver-
so, non ha mai a.lzato
_gli
occhi da qr*ll. pagine.
I)opo, ho cominciato a cedere. bono pio.l,ara in un son_
no profondissimo, erano due giorni .t,. no, á"._f".. luii
sono adciormentata con la ,rrn., sulle medagli., ,r;;;r;;;
sopra la giacca della tuta.
Alla stazione dei.pullman cli Mogadiscio rutto é rornato
in un istante ¿r corne lo ave,,o lrr.iu;;:i%r me erano trascorsi
l,T1-
avevo,viaggiato dalla prn" upp.,*ta d.,l rnorrdo ecj cro
dr'entata un'altra. Jn un attimo invccc l¡i sono ritrovata al
pulto di partenza, come se niente fosse accacluto.
I soiiri visi irosi
,p,x..r;;"ii;;;;'?n:?H.:,:,T:',:Hff ;J::I',,:T,J::ilI,J
sá dove.
Fuori dalla stazione c,era aabearJ aspettarmi.
Non c'é srato bisogno che dicessi niát., mi ha rerto tutto
in faccia. Gli sono ,akata ri ..ll;;l,lr oi"n pito di bacj.
Sulla via clel ritorno e¡:r: ossessionata dall,id., áiirr....iu
re patt,glie di Al-Shabaal¡. I{o usaro la r".ni., che mi aveva
itrsegnaro F{oclan da.piccola
"
.h.;;il; ávevo insegnato ad
Ali: quella dell'invisibilita. FIa.s.,m¡ir. f.Jnrio.,ato. A parte la
volta dei clue ragazzini e qrrella A;ifr"*a. Era semplice: se
c'edi di essere invisibile, ,ni ,u.r,u ,].*ilo.lu,, ailora lo di-
venti veramenre. Er.a il mo«Jo in cui uráourn o in giro per la
cittá, era il segreto che avevamo sempre ,sato anche io e AIi
102
i
T
i
.¡uandcl correvamo al coprifuoco o da piccoli andavamo in
spiaggia. Ora lo usavo pel me e aabe. Che quella holla di in-
visibiliti potesse proteggerci <la tutto e da tutti per I'eternitá.
Siamo arrivati a casa che erano le undici passate. Tutti ave-
,,,ano giá mangiato, ma mi ávevalro telruto un piatto di kirisho
ntirish e di d<,Jcetti al sesarno.
flooyo, piangendo come al solito, aveva detto che era or-
gogliosa di me. Anche Flodan si era unita alla manrma con i
pianti, e gli aitri fratelii e sorelle hanno impror,visittr) ur1á Cán-
zone ín mio onc¡re.
Quella scra, Ia sera delia vrttoria, é stato tutto perfctto.
Ero trasformata.
Per la prima volta mi sono sentita grande, adult¿. In piü,
sapevo di essere una campionessa, e arevo la conr,inzione,
nascosta da qtralche parte in fondo allo stomaco, che un gior-
no avrei vintr'¡ le OlimpiatJi. Li che quel giorno at,rei clawero
guidato la riscossa deile clonne islamiche.
Guardavo i rniei frateili che canta/ano come se tossi stata
in una bolla di silenzio. redevo le bocche che si muovevano,
ma non sentivo le 1<¡ro rroci.
l,'assenza cli Ali, di aabe Yassin e dei suoi fratelli erá con-
creta, tangibile . Forse era per quello che la mia famiglia era
piü scatenata dcl solito.
Ali, il mio allenatore, non c'era. e io, per la prirna volta
nella vita, ho pianto di dolorc.
Ifodan e booyo credevano che piangessi per la gioia della
vittoria. No, quella sera, in cortile, davanti a tutta a niafa-
miglia festanLe in mio onorL', ho pianto perché ero diventata
grande e per la mancanza cli Ah. La persona al nrondo che
piü si era inrpegnata perché r,incessi le gare che qucl giorno
avevo vinto. Ir che non ic¡ sapeva neppure.
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51.
Prima di dormireho appeso le clue medaglie ¿ un chi<.rdo
nella parere di fianco a.l marerasso. Accanro i-lra Íacciadi Mo
F-arah.
Chissá che anche Mo non riuscisse a vederle.
Dall'Europa, da Londra. Da tanto lonrano.
Chissá che non decidesse di mandarnri un incor.aggiamen-
to per quello che sarebbe seguiro, per esempio giá péi1a eara
in Gibud.
Poi, prima di addornienrarrni,la voce di velluro di Hodan
mi ha canrato u¡6 -"plendido, magnifico canto della vittoria.
104
Un mese piü tardi, con la perentorietá con cui tutto orlnal
aveva preso ad awenire nella mia víta, aabc se n'é andato per
sempre. Con la rapiditá e I'inevitabilitá con cui ogni cosa ac-
r:adeva, anchc il mio punto di riferinlento se ne andava. IJn
momeuto príma tutto era come sempre. Il il momento dopo
niente é piü stato uguale. Da quel giorno é calato ilbuio.
Cotne accacleva spesso, quella mattina aabt' eta anclato
al mercato di Bakara a incoutrare qualche amico e a fare un
po' di spesa, Qualcuno, con il vjso coperto, gli si era acco-
stato alle spalle e a/e¡a sparato. Cosi, semplicemente cosi.
Un gesto di un momento. Insignificante se visto da flrori, in
sordina in mezzo a tutto qtrel vociare infuriato. Queil'orn-
bra era scappata nell'indifterenza generale, senza neirnche
l'onore della sorpresa. Nessuno si era mc¡sso, pochissimi se
n'erano accorti.
Bakara era il posto piü pericoloso della cittá. A ogni ora
strabordante di gente che t--ntrava e usciva, in cerca dí ogget-
ti cla vcndere e comprarc, in ce rca di tcmpo ,Ja {ar fruttare o
soltantotla perdere. Colmo in ogni angolo di colori, bhr' ver-
de, rosso, giallo, bianco, nero, i coiori dei tessuti' delle spe-
zie, ciella frutta, della ve rdura. E soprattuttc, pieno di mani,
gambe, piedi, visi, occhi che si spostano rapidi su questo e
i., qrello, di puzze. odori, umori. Pic-no di sputi' di bucce di
¿
+
f
I
t5.
10,
I
l
52.
banana, mela, anguria,di avanzi cli albicocche, di pesche. É
Bakara, un inferno. Eppure, proprio perché cosi frequenta-
to, é sempre stato il posto piü pericoloso.
Ma fino a quel momento era stato il luogo della morte de-
gli altri. Della morte di cui non interessa niente a nessuno.
Capitava che i miliziani dei clan, o quelli di Al-Shabaab,
passando lasciassero cadere una bornba all'interno della spor-
ta sulle spalle di una donna, di quelle utllizzate per farela
spesa. Passavano e ci appoggiavano dentro una bclmba. Poi,
da lontano, un altro schiacciava un bottone . F, bum.
Venti in un colpo solo, O trenta.
Bambini, donne e anziani.
Non interessava niente a nessuno. Tumo si fermava, attor-
no ai cadaveri, giusto il tempo necessario per far tornare ogni
cosa alla normalitá. C'era sempre qualcuno che moríva, qual-
cun altro che lasciava genitori, figli, parenti e amici.
Quel giorno, invece, all'irnprowiso quegli alri siamo di-
ventati noi, e la morte si é ripresa tutto il suo valore.
Solo aabe Yusuf, quel giorno.
Soltanto nostro padre.
Via.
Per sempre.
Da quella sera io e Hodan non abbiamo piü dormito sui
nostri materassi, ma nel letto grande con booyo. Il corpo di
aabe eru rimasto steso su una tavola di legno coperta Ju ,,
telo, esposto nel cortile per rrentiquattr'ore, per ilialuto pub-
blico. Nostra madre ha passato quasi rutto il tempo li in pie-
di, ad accogliere le persone, la mano nella mano del marito
morto. Io invece non l'ho nemmeno guardato. Ho voluto ser-
bare intatto per sempre il mio ricordo di lui.
Said non smetteva di piangere, Hodan invece era entrata
in un mutismo che rompeva soltanto la sera, a letto. Dormiva
tra me e booyo e ci f'aceva addormentare cantando inni che
accompagnavano il viaggio di aahe, canti che ci parlavanr-r con
106
la sua voce, come se lui fosse stato con noi e ci dicesse che era
colpa dei signori della guerra e degli integralisti se ci aveva
lasciate sole. Cantava stringendo i pugni.
Stavamo mano nella mano a fissare il soffitto, Flodan in
mezzacon un palmo nel mio e I'altro in quello tli hooyo, e men-
tre cantava con quel filo di voce quasi ci spezzat'ale nc-'cche'
Quando l'abbiamo seppellito, insiet¡e a noi c'era un fiume
di gente. Ognuno si presentava come il suo migliore amico'
Aabe sen'era andato e la vita doveva continuare, per fbrza'
La sua m trcanz^quotidiana, nei gesti piü piccoli, mi ave-
va provocato uno stato di rabbia furiosa che, anziché azzeÍar-
la, ,ueva accentuato la voglia di correre e di vincere' E in piü
mi aveva resa invulnerabile e inscalfibile. Niente avrebbe
piti potuto farmi clel male. Si erano giá portati via aabe, nes'
irná arrrebbe piü avuto da ridire su quello che facevo'
Lamiasofferenza era talmente grande che non ne tenrevo
di peggiori. Spesso, mentre correvo, mi ritrovavo a piangere
.o*. ut, puiru. CJuando tornavo a casa e lui non era seduto
in cortile scoppiavo in singhiozzi. La sera, dopo cena. man-
cavano il suo vocione e le sue battute. Saicl ci provava, ma il
vuoto era ancora Piü feroce'
In quei giorni e settimane sentivo il dovere di portare tr
termirre ci¡ ihe avevo cominciato propri. in nome dell'invul-
nerabilitá che aabe mi avev¿ conferito. Alcune volte, mentre
correvo e la mente andava da sola, rni sorpren<levo a pensarc
alle cose piü assurde e inconfessabili: che aabe se ne fosse an-
dato p.oprio per consentirmi di correre in liberti, protetta
drlla s,raLorte, che aveva portato la vendetta nella nostra fa-
miglia.
-Ma
non appena mi f-ermavo e rni riprendevo, capivo che
erano soltanto sciocchezze.
Il mondo aveva perso i suoi cr-'.,lori, i sutli profumi, i sttoi
suoni. Tutto é stato attutito, da quel giorno, ovattato, corrle
107
53.
la cera quellamattina sul volto di Ali. Era come se fossi en-
tratain un tunnel infinito dalle pareti poco piü larghe di me,
e potessi solo correre, correre il piü veloce possibile, alla ri-
cerca di una via d'uscita.
E infatti, in quei due mesi prima della competizione a Gi-
buti ho corso fino allo sfinimento.
Ogni volta che mi allenavo avevo nella testa le parole che
aabe mi aveva detto a mattina della mia prima gara impor-
tante: "Sei una piccola guerriera che corre per la líbertá, e con
le sue sole forze riscatterá tutto un popolo".
Quelle parole mi spingevano allo stren-ro.
Mi allenavo con i pesi nel cortile, poi la notte sgattaiolavo
coperta dal burqa allo stadio Cons e provavo le partenze, gli
scatti, gli affondi,le ripetute. lVIi sentivo invulnerabile. Ogni
giorno andar.o avanti cosi sei, sette, otto ore di [íla.
Finché non crollavo a terra sfinita. Senza piü Ali a pren-
derr¡i per i polsí e tirarmi su.
Allora di solito rni sdraíavo sull'erba rada del campo e sta-
vo minuti interi a guardare il cielo.
Mi piaceva immaginarmi dall'alto, da dove mi guardava
ctabe, come un punto al centro di un grande rettangolo.
C'eravamo soltanto I'erba che mi pungeva la schicna,l'aria
che finalrrente la sera diventava piü fresca e leggera, il cielo
pieno di stelle, il mio fiatone, e io.
Dopo un po' tutto si faceva silenzioso, il corpo comincia-
va a sciogliersi, le gambe e la schiena a rilassarsi, il respiro
tornava calmo.
Allora íuspiravo forte e trattenevo ii fiato per un po', ave-
vo scoperto che quella pressione irnpediva alle lacrime dí usci-
re. Stavo cosi per tutto il tempo che mi era possibile,le guan-
ce gonfie come quelle di un pesce carassio, con dentro tal-
mente tanta aria da farie quasi scoppiare.
108
Finché non si faceva l'ora di riprendere contatto con la
,r',*, Ji alzarmie rivestirmi con quell'orrenda tunica nera
, he mi ricopriva dalla testa ai piedi'
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.iroa"rre, lentamente, respirando con il naso e cercan-
,lo di mantenere la testa senza pensieri, verso casa'
ó^.urr.ro suile vostre testé mile chili di merda infetta e
l)cr sempre rri sommergessero'
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Siamo uscite dalcortile e l'uomo ci ha fatto strada fino al-
la rracchina. Era una berlina rossa della Honda. Ci ha aperto
la portiera posteriore e ci siamo sedute. I)entro era inolto fred-
cic,, per via dell'aria condiziclnata. Sembrava di essere in mez-
zo al ghiaccio. I sedili di pelle nera, ¡roi, a ogni nostl'o movi-
mento gracchiar,ano un po'. La cittá, osservata attraverso i fi-
nestrini dell'automobile, pareva diversa, piü piccola e piü po-
vera insieme. La gente sui bordi delle strade che avevo visto
tin milione di volte mi senrbrava ancora piü sfaccendata.
Dopo una velltína di minuti siamo arrivati. É strta la prirna
volta che ho messo piede nelJa sede del Comitato olimpico.
All'interno c'erano uornini e tagazzi, alcuni con la tuta
ilella Nazionaie della Somalia. altri eleganti come Xassan. Lui
¿ entrato in una staflza e ci ha detto con gentilezza di aspet-
tarlo li fuori. Alle pareti eráno appese fotografie di niolti atle-
ti. Io e Flodan continuavamo il guarrdarci intorno, a disagio.
Mentre vagavamo per il corridoio, un giovane con la tuta
azzurra della Somalia si é ar,wicinato e ci ha indicato un posto
dove sederci. Era clentro una piccolasfanza con altre fotogra-
fie. Dopo un po', dalla porta é spuntato un altro uomo, i ca-
pellí bianchi, la ¡¡iacca, la cravatta e la faccia simpatica. Io e
Hodan eravamo inlbaruzlzate come due bimbe il primo gior-
no di scuola.
"Andiamo ncl mio ufficio," ha cletto lui, con un gran sor-
riso, mentre faceva il gesto con la mano per accompagnarci
fuori.
Siamo entrate e cí sianro accomoclate su clue sedie di pel-
le nera davalti alla sua scrivania. Sulla porta c'era una tar-
ghetta con scritto DR DURAN FARAH, VICEI)RESIDEx ru. Alle pa-
reti, rnensole con molti trofei. Ha drato fuori da un cassetto
una scatola di cioccolatini e r:e li ha offerti, Io nolr sono go-
losa di dolci, a mc piacciono soltanto le palline ai sesamo, in-
vece Hodan si, e ne ha presi due. Dopo ¿verci chiesto come
stavalno e avere scambiato qualche parola con nle, ha detto
111
Finché un giorno, tornata a casa da scuola, in mezzo al
cortile a parlare con hctoyo c,era un uomo che dic.va di;;;-
re del Comitato olimp.ico. poclii capelli ,rll, ,.*r, I. .;;ii.
Iargie che parlavano di un fisico atletico e asciutto.
. Eta in giacca e cravatta, cosa che mi ha subito insospet_
tito, perché in quel modo si vestivano soltanto gli rp.r,"l p*
litici e gli uomíni d'.¿fiari. peró poi mi ha dJ. ;ñ;;;ñ*
della mia vittoria a Hargeysa,
"
áh. Abdi ntle t;;;;#;'tl
grande campione degli a'ni ottanta, sarebbe ,,rá r.i..'ii
conoscen¡i.
"Va bene, rna quando?,'ho chiesto io.
"Anche subito, se-vuoi,,, ha risposto lui, calmo, menÚe si
aggiustar.a il nodo della cravatta. *A
proposito. non mi sono
ancora presenraro. Sono Xassan. Xassan Abdullahi.,,
Ho guardato booyct e Hodan, che hanno fatto cenno di si
con.la testa, senza parlare. potco andare, se volevo. H.J;;;
peró, sarebbe venuta con me.
"A noi fa soltanto piacere a¡ere anche tua sorella,,, ha det_
to 1'uom., con il s,:o. fare pacato. ,,Andiarno,
h. i,;";;;;;
cheggiata in fondo allavia.,,Sembrava un lorá irgl;r;,-":;
munque qualcuno che ín gioventü avesse viaggiaio rrolto, n
vissuto molto all'estero.
Ci siamo guardare. per la prima volta nella nostra vira sa_
remmo salite su un'automobile!
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55.
cüe sapevano cheavevo vinto una gara importante e che cre_ i
devano di poter provare afare c)i -. rn,ril., avefa.
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io sono giá un'atleta vera,,, ho risposto, puntando i
piedi sotto la sedia.
"Diciamo che sei sulla s*ada per diventarlo,,' ha s.*iso.
"Ma ho vinto la gara,liFlargéysa, sono la do.rnu pii
"._
loce de1paese," ho insistito.Uávieiun.h" pr.."
"
pi,g"iil
sul posto, se avesse continuaro a mettere i" ¿"¡uiá il"mio
talento.
.luo.To mi ha guardato con la testa leggermente inclinata,
poi ha di nuov. m.srrato i denti bianchilá un sorriso. ^Troi
dilettanti, Samia. Per adesso soltanro ra i clilettanti.,, .l
.. Er?la prima volta che diceva il rnio nome e rni é piaciuro ,
il modo in cui lhapronunciato, con la a moltol""g^.,í;;;;;;,
proprio come lo diceva aabe.Ha scacciato dalla iesta il p"n_
siero di mio padre. "Vuoi diventare una professio.rirtr¡! h,
detto poi, bucando il flusso dei miei ricoi li.
. _
Non ho risposto subito perché non credevo alle mie orec_
chie.
"Vuoi entrare afar pafieder nost¡o Cornitato orimpico?',
ha ripetuto Duran con queila sua voce dolce.
A quelpunto poteva anche chiedermi di buttarmi da una
montagna o di risalire il fiume scebeli e lo a'rei fatto senza
pensarci un secondo.
Dopo sei settimane ero di nuovo su un pullman. Solo che
questa volta non avevo dovuto aiutare booyo per rnesi, per
pagarmiil biglietto.
Un pullman per Gibuti.
Insieme a me c'era Xassan.
Sopra la mia testa, una borsa della Somalia.
Addosso a me, una tuta azzuÍradella Somalia.
Era tutto talmente.perfetto che ogni mattina, dopo aver
incontrato Xassan, andavo da h ooyo u"chiederle ai pirrXooÁ
una guancia per essere sicura che non fosse un sogno. A lei,
quelle mattine, quando aveva ancora gli occhi gonfi per il
pianto ciella notte al pensiero di aabe, strappavo i1 primo sor-
riso de]la giornata.
Su quel pullman mi sentivo come F-lorence Griffith-
.foyner, la donna piü veloce di tutti i tempi, l'atleta perf'etta,
il cui nome, la prinra volta che l'avevo sentito alla radio del
povero Taageere, che costringevo sempre a sintrsntzzarsi sul
canale dello sport, mi era rimasto scolpito neila memoria.
Avevo addosso il colore dei mio paese, il celeste del cielo
e del mare, e mi sentivo la velocista piü forte del mondo. Avrei
tanto r¡oluto che papá fosse con me. A volte pensavo che mi
sarebbe bastato anche Ali, se non potevo avere indietro aabe.
Dai loro occhi avrei capito che tutto quello clre mi stava ac-
cadendo era vero, Papá mi avrebbe dolcemente sussurrato
soltanto: "T'e l'avevo detto, piccola guerriera rnia". E quello
rni avrebbe tolto ogní dubbio. Poi mi avrebbe dato un bacio
sulla testa, mi sarei abbassata io peró, ora ero alta, non pote-
vo piü stare sulle sue ginocchia. E mi avrebbe detto solo: "Vai.
Vai e vincí".
I due autisti si sono dati il cambio parecchie volte, e io ho
dormito quasi tutto itr ternpo. C'era Xassan a vegliarmi.
Dopo un viaggio di ventotto ore siamo amivati a Gibuti.
La notte prima della gara ci saremmo riposati in modo da
essere al massimo della fcrrma. Dormire in un hotel era una
di quelle cose, corne andare in auto, viaggiare in pul1man, in-
dossare la tuta della Somalia, che rnierano sempre sembrate
impossibili. Eppure era tutto vero. Da quaiche parte si era
accesa la luce delia nlia fortuna. Fr¡rse era stato aabe ad ac-
cenclerla, in un posto segreto noto solo a ]ui.
L'hotei non era beilo, non era neanche pulitíssimo, era
quel1o che il nostro povero Comitato olirnpico poteva per-
mettersi. Peró, avevo Llna camera tutta mía con un letto, un
materasso e la moquette per terra. Era un po' rovinata dal
tempo e da bruciature di sigarette, in compenso non c'erano
t13
112
56.
animali notturni, nonc'erano i ragni e gli scarafaggi che face_
vano impazzire Ubah, che o¡¡ni tanto la ,ott" ii *. tteva a
zampettare come un grillo e ci svegliava con le sue urla. Non
c'erano cose che non andavano. §olo cose belle. Ma ia piü
bella era il bagno. Da quando sono nata non ne avevo mai
avuto Lrno. Abbiamo sempre usato quello comune nel cordle.
Una capanna con un grande buco cerrt.ule che anclava svuo-
tato ogni settimana. Lacqua corrente non ce l,abbiamo mai
avuta, andavano i fratelli a prenderla al pozzoogni sera prima
della cena. Qui nell'hotel di Gibuti invece uuJr,,, ,rn Érgr.,
tutto per me.
Un lavandino con Lln rubinetto. Era un po, sporco, il ri-
rrolo costante ave¡a lasciato un segno rossastro, peró se
l'aprir.o scendeva rutta I'acqua del mándo.
Una vasca da bagno con la doccia. potevo mettermi sotto
e aprire I'acqua calda e lavarrni per rurro il tempo che desi-
deravo, senza che booyo mi diceise niente.
E poi c'era una tazza per i bisogni. potevo tirare lo sciac_
quone e spariva la puzza.
Dopo dieci minuti sarei voluta scendere alla reception e
avrei voluto chiamare Taageere per farmi passare ilo,lrn
e raccontarle tutto. Ma mi sarei te*rta le notizie per il ritorno.
Quella notte, su quel materasso, hcl dormito un sonno ta]_
mente profondo da sembrarmi eterno.
- La mattina clopo, col pullman siamo arivatidirettamente
dentro 1o stadio. Era un vero stadio, notl ne avevo mai visto
uno ugu;ile. Neanche quello di Hargeysa ci assomigliava. eue_
sto era uno stadio vero, piü srande ancora di queilo ,,_,ouu
c'he.avevamo a Mogadisiío, quello occuparo dálle milizie e
dai loro carri armari. Era granáe, gr.andissimo. E aveva spalti
altissimi' a ¡riü anellí. Pieni di gente crre conrin.ava a muo-
versi. a fare cori, a cantare, ad applaudire o a fischiare.
Fro molto agitata, Xassan invece era tranquillo, pareva
perfeftamente padrone della situazione.
1.
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Le altre atlete mi sembravano molto piü alte e muscolose
di me. E poi erano vestite meglio. Io indossavo una tuta usa-
ta. E correvo con una maglietta mia, dei pantaloncini miei.
La fascia di spugna di aahe. La Sornalia non poteva permet-
tersi di pit), e io non lo chiedevo, queiio che avevo mi sem-
brava gii tantissirn,:. Le altre, perd, portavano canottiere te-
cniche e pantaloncini abbinati. Scarpe e calziri di marca.
Ogni cosa mi metteva a disagio, contribuiva a farmi sen-
tire ftrori lucrgo, irrferiore. Xassan invece rimaneva tranquillo,
come se ci fosse abituato.
Dovevo solo pensare che se ero li era perché, come le al-
tre, rappresenta/o il rnio paese ed ero chiamata a dare il mas-
simo. E a darlo tutto insieme: lron c'erano elimínazioni, ci
giocavarno tutto in duecento metri.
"Corri piü forte che puoi," mi ha detto Xassan quando, a
bordo pista, aspettavámo che chiamassero la nostra l-¡atreria.
"Ci proveró."
"Sarnia." l.,'ho guardato. Lui ha abbassato la voce, quasi
in un sussurro. "Non vincerai, oggi. Non ci arriverai nemme-
no r,,icina, ma fammi vedere quello che sai fare. Fammi vede-
re che La pista, il pub[:lico e le aw'ersarie non ti fanno paura."
I{o sretto gli occhi come se fossero colpiti dal sole, sfbr-
zandomi di non abbassare 1o sgr-rarclo. "Io non ho mai paura,
Xassan," ho mentito.
"l)tava. Non avere parira neanche oggi. Vedrai che tutto
andri come deve andare." Poi si é allontanato verso il fondo
della pista, ha preso la tr.rta che mi erc tolta per il riscalda-
mento, e mi ha lasci¿ta sola ad aspettare la chiamata.
Come a/evo fhtto a }{argevsa, e come ormai facevo a Mo-
gacliscio la sera, mi sono sdr¿liata a terra. Era diventato un ri-
to. Mi piaceva sentire l'erba che mi pllngeva la schiena e te-
nere nel naso quel profumo leggero. Un rito che speravo por-
tasse fortuna anche Ii.
Quanclo ho sentito ilmio nome all'altoparlante mi sono
alzata. A tesra bassa, concentrata, ho raggiunto il mio blocco.
Partivo in quinta corsia.
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57.
In rnolto merrorempo di quanto mi sarei aspettata é arri-
vato il colpo dello start.
Roun.
Ho dato il massimo, tutto quello che ho poturo.
Le altre erano semplicemente piü veloci di me, aveya Ía-
gione Xassan. I{o s¡rinto fino al lirnite ma non c'era niente
che pofessi fare. Anche se ho portato i muscoli al punto di
scoppiare, non é servito a niente.
Sono arrivata sesta su otto.
Non era andat.a bene, ma i:ro comunque quasi a1 cielo.
Aabe mi aveva guard ata dal posto in cui si tror,,ava ed era
felice almeno quanto me, io sentivo. Forse alrcora di piü. La
sua piccola guerriera aveva corso e avevadato il massimo, an-
che se non aveva vinto. Ma a lui quello non ínteressava dav-
vero, io questo lo sapevo. A lui ínteressava solo che spingessi
fino al limite.
Dtre giorni dopo, a casa, subissavo tutti di racconti. Il viag-
gio, l'hotel, lo stadio, le avversarie, il numero di spettatori,
Xassan, tutto. Anclavo da ognuno dei fratelli e volevo ripete-
re l'intera storia. Ero su di giri.
I-Iodan invece era strana.
Era felice, ma la sentivo distante. Sembrava avesse qual-
cosa da dirmi e stesse solo aspettando l'occasione giusta, an-
che se faceva di tutto perché norr me ne accorgessi. Ma tra di
noi non potevano esistere segretí. Capivo tutto di lei, anche
la minima vibrazione, com.- lei capiva iurro di me.
Soltanto poco prima di andare a letto mi aveva detto che
doveva parlarmi, Che aveva preso una decisi,¡ne.
Non capivo a cosa si riferisse.
All'inizio, tra le lacrime e i singhiozzi, continuava a úpe-
tere solo che aveva deciso.
f|¡s presa per mano e l'ho portata in camera, sui nostri
materassi, nel nostro luogo naturale. Niente poteva essere
tanto tremendo, avevamo giá vissuto tutto ii dolore possibile
LL6
con la morte di aabe. Ma Hodan continuava a piangere e di-
ceva che non avrebbe dovuto, che in veritá era una cosa po-
sitiva, una cosa bella. Per lei, almeno.
Poi ha parlato.
Non poteva piü rimanere nel nostro paese, il senso di col-
pa per quello che era successo ad, aabc'la stava uccidendo'
Poteva solo andarsene. Aveva voluto aspettare a dirmelo,
áspettare che corressi la gara a Gibuti e torn¿lssi quantomeno
ielice, se non vincitrice.
Ma erano giá due mesi che aveva deciso. E io non mi ero
accorta di níente. La morte di aabe da un lato e il Comitato
olimpico dall'altro dovevano avermi resa cieca al mondo, se
non avevo capito che Hodan covava una decisione cosi im-
portante.
Continuava a dire che era tutta colpa sua se nostro padre
non c'era piü, ma io sapevo che era anche colpa mia. Anzi, in
fondo al cuore credevo che aabe se ne fosse andafo per farmi
correre in pace.
Qualcosa doveva essere sbagliato, ha detto Hodan, se
aabe ci aveva sempre spinte a seguire il nostro istinto di liber-
td, e anzi I'aveva coltivato, eppure questo prima lo aveva az'
zoppato e poi lo aYeva ucciso.
Io l'ho implorata, ho cercato in tutti i modi di ricordarle
quello che ci eravamo promesse anni prima e che non aveva
mai smesso di valere per me, che mai avremmo lasciato il
paese, che lo avremmo cambiato. FIo provato a dirle che for-
se aabe si era sacrificato per noi, per consentirci di realizzarc
con la massima libertá i nostri sogni. Che poi erano anche suoi,
i sogni di liberazione del nostro paese.
"Non ti ricordi cosa ci dicer.amo nel letto, quasi tutte le
sere?" le ho detto, le lacrime che mi rigavano il visct.
"Certo che mi ricordo le nie canzoni." La sua voce era
dura, si erufatta come di pietra.
"E aliora come fai adesso a volertene andare?"
"É cambiato tutto, Samia."
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58.
'(fiqrSir é canrbiatol[,a guerra c'é adesso r: c'era prima."
Ilro rabbiosa, rni tomentavc¡ le mani.
"Adesso c'é Al-Shabaab." Flodan invece era tranquilla.
"Prim¿ c'era rispeito, adesso c'é soltan¡o violenza."
"l nostristirrzi devono essere maggiori," ho insistito, trric-
chianclo un pugno st¡l r¡aterassu.
"No, i nosffi sfbrzi porteranno solo a]tra violenza, non lo
capiscí, Sauia?"
No, non soltanto non 1o ca¡livo, ma non lo credevo. "Io
clevo rimatrere qui e continuare a comere, é questo il mio dc-
stino. Devo vincere le Olinrpiadi. Hodan. I)evo far vedere a
tutto il mondo che possiamo cambiare. Devo mantenere la
promessa che ho fatto ad aabe... É q,r"rt., che devo fare."
"Tu hai un talento, Samia," ha detto Hodan con rroce cal-
ma, appoggiandomi una rnarlo sirlla spalla, "ed é giusto che
continui per la tua strada. " Si é asciugata ie lacrime e soffia-
ta iltraso. Senrbra',,a ltooyo quando facevafinta <1i non essere
cornlnossa. ln quella posizione. con quella luce, FIodan ave-
vn il volto cli nostra madre. Era diventata una donna e non
me n'efo accorta. "Quello che zo sogno adesso, peró, é di es-
sere libera. Sul¡ito e senza compromessi. E sogno cli farmí
una fan-rigiia, come non ho potuto ftate con Hussein, Sogno
che i miei figli crescano in pace. La guerra si é portata via
anche mio marito, e io non so piü nemmeno esattamente do-
ve viva." Ha fatto una pausa. "Ora ho solo bisogno di una
nuova vita, Samia."
"Anch'io sogno di essere urra donna libera, e questo so-
gno lo rcalizzerd quí," ho cletto, spostandole la mano dalla
mia spalla.
"Io no, Samia." E stata in silenzio per forse un minuto,
ma mié sembrato un anno, o un millennio. "Partiró per l'Eu-
ropa. Forse sari l'Inghilterra, come Mo Farah." Llon il men-
to ha indic¿tto la fbtografia, che eía ancor¿l dove l'avevo attac-
cata queila sera dí tatti anni prima, di fianco alle clue rneda-
glie di Hargeysa. "O ibrse la Svezia. o la Finlandia."
1i8
Non c'era piü niente da dire.
Hodan aveva preso la sua decisione.
Dovevo soltanlo usare il tempo che mi separava dalla sua
pafienzaper farmene una ragioue, per non arrivare imprepa-
,rtu
"
,.o.ruolta al momento che ci avrebbe dil'ise'
Stavo cominciando a credere che piü ottenevo dalla cor-
sa, piü perdevo nella vita.
119
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59.
T7
I)opo la corsaa GibLrti. il Comit¿to olimpico mi l.ra rega-
lato un paio rli scarpette da corsa. Quelle con i chiodi nella
suoia. N4a la cosa che piü mi ha cambiato lavita era che po-
tevo andare a correre cligíorno allo stadio Cons, alla luce del
sole.
Ogni luna, peró, per me era una luna in meno dalla par-
tenza di llodarr. Nei rnesi che mi separavano dal nosffo ad-
dio ho continuato ad allenarmi comc prima. se non di piü.
Il tunnel in cui ero entrata con Ia morre dí aabe si era fátro
ancora piü prolbndo. Potevo solo abbassare la testa e cerca-
re di correrne fuori. Avevo un unico obiettiv<l: non tr)ensare,
e cosi arrivare alla qualificazione per lc Olimpiadi di Pechi-
no clel 2008. Come avevo promesso acl aabe. E saper.o che
tutto dipencierra da me, dai tempi che sarei riuscita a fare in
camDo.
Avevo abt¡anclonato la scuc;la perché non ce la potevamo
piü pernrettere. Piü la guerra avatTzava, meno erano i soldi
per la gente. Quci iroclri che hoo1,o riusciva a portare a casa
servivano per mangiare.
In'"'eritá ncrll mi r:ra dispiaciuto molto, perché cosi potevo
correre sia la mattina sia il porneriggio. Arrivavo a sera di-
strutta, ma non mi illteresserra, crollavo sul materasso prima
degli altri e rrisvegliavo la mattirla seguente dr4ro r:n sonno
120
r',rofondissimo e ristoratt:re, pieua di eirergic' Cc.rcavo anche'
i;;;;;;;t., ,li clísabitu armieicanti di Lloclan' alle sue c'arez-
;., ;i, Áu^o che ci ,t'itg"uo*o prirna di clormire' E' lei fa'
cer,a lo stesso.
Per la seconda volta ci preparavamo a un addio' NIa ades-
so non ci sarenlmo piü viste Áeanche cli gíorno' a scuola'
Abbiamo trascorso quel periodo prima della separazione
in uno stato <ii ,r,n..r,t'.t'tá patologico e insietne di malato
;t;ñil;rto' Se, tornanclo á t"u' una delle due non c'era'
Dotevamo cercarcl per ore e poi, una volta tr<'^'ate' non ci ri-
;;i;;;" l¿ parola. Oppure litigavam. come mai avevamo
fatiá prirnr, e .1uand,' ltootrt o Saiti inten'enivallo per rappa-
ffi;;;p;i;;;*,, a piai.rgere e ci abhracciavamo forte'
Er¿r il nostro moclo tto"tlotto di costruirci una distanza'
Dopo dtte mesi, nell'oltobre clel2007' una sera FIodan é
pur,i,r'p.. il Viaggio. Aveva preparato un piccolo zaino con
ooche cose, con sé aveva gli sceflini necessari per il pullman
i;;;;ñt*ru, iu f i-oi'pp' obbligata per lasciare ilpae-
se, e solo qualcuno di Piü'
"-'
.S"r-tm aver detto niente a ncssllno' quelia scra si era pre-
,.nr* ptorru p., ia partenza' Avevl preferito salutarci sen-
;;;-pp. cerinrcnie, *p"tt.,ttt' pet hoato' Non mi sono stu-
pita, era da }{o<Jan.
Cosi, non avevamo avuto il tempo per i lunghi saluti e i
pianti. Ci siamo .rr.u" in un abbratiio' l'h"nt'o baciata tutti
i';;;;;iñ;;;'"iii,r- ¿rr1',, che prima cli lasciarla a,rlare ie
ir;;;;;ir;.'un fazzalerto tio"''., ripiegato con alf interno Lrna
ilú;il;á.."".1,ie1i" clell¡arartálc. che aabe le ar,er,á dona-
;;ü;;;". onn t di"uti' 11nostr. mare pcrtat":l
:::]I:"1:
.lu pi..ol" anda'n'amo ad ascoltare' I-e ha lcgatc' tI tezzoletto
a un polsrl.
Pái F{oclan é andata.
¡;;, fi"ai' do sola, r'erso ia stazione dei pulhnan' Sen-
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60.
za nemnleno saperecosa avrebbe fatto una volta giunta a Har-
geysa. Ma anche questo era da Hodan.
I1 Viaggio é una cosa che tutti noi abbiamo in testa fin
da quando siamo nati. Ognuno ha amici e parenti che l'han-
no fatto, oppure che a loro volta conoscono qualcuno
che I'ha fatto. É colne una creatura mitologica che pud por-
tare alla salvezza o alla morte con la stessa facilitá. Nessuno
sa quanto puó durare. Se si é fortunati due mesi. Se si é sfor-
tunati anche Lrn anno, o clue,
E fin da quando siamo bambini il Viaggio é uno degli ar-
gomenti pref'eriti di conversa zione. Tutti hanno racconti di
parenti giunti a destinazione in Italia, (iermania, Svezia o In-
ghiltema. Colonne di tir con uornini cotti dal sole e morti den-
tro il forno del Sahara. Trafficanti di esseri umani e terribili
prigioni libiche. E poi i numeri dei viaggiatori che muoiono
nel tratto piü difficile, la traversata del Mediterraneo, dalla
Libia all'Italia. Chi clice decine di rnigliaia, chi dice centinaia
di migliaia. Irin cia quando siamo nati siamo abituati a questi
racconti, a questi nrrnreri senza fondamento. Perché chi arri-
va, quando chiama a casa dice sernpre la stessa cosa: non rie-
sco a descrivere cosa é stato il Viaggio. É utot., terribile, que-
sto di certo, ,rla non so dirlo a parole. Ecco perché é sempre
ar,.voito dal piü assoluto mistero. Un nlistero per alcuni ne-
cessario per itrrivare alla salvezza.
Hodan, come tlltti quelli che partono, sapeva soltanto che
sarebbe arriva'ra nel Nord clell'Iiuropa. Che in qualche modo
¿rvrebbe perc()rso quei cliecimila chílometri. Avrebbe trovato
un trra'no rup.zzo.si sarebbe risposata, avrebbe fatto dei figli
e vissuto una r,ita felice. Ogni mese avrebbe mandato soldi a
casa, un po' per ]a mamma e un po' per me, per farmi corre-
re, e avrebbe aspett¿1to di essere abbastanza inserita per poter
pagare il Viaggio anche a noi. Questo era c1uelIo che tutti fa-
cevano e questo sapeva lei, questo le era dato di sapere. Tut-
to quello che stava nelmezr,o ere una cosa a cuí non valeva ia
pena Ci pensare.
t22
E cosi, con questa leggerezza mista a incoscienza' era an-
data.
Ñ.ri, natllralnlente. err-v¿lmo in grande apprensione' Sa-
p..,u*o di non poter avere notizie, se noll di tanto in tanto'
L q.r.rro, anzichS lasciarci nellc niani della piü cieca speranza'
ci agiiava ancora cli Piü.
Ógni tanto, quando da qualche parte riusciva a trovare un
tel.foÁo, ci chiaruuua. Said averta cLmprato un cellulare' cosi
i;;t;;;;; il ¡lirn . F{o,lan riusciva a scámbiare q.ralche paro-
ñ;;ü".,iro.li noi. A volte, come era capitato qr-tando era
i" S"Joí. poi in Libia, se c'era anche una connessione inter-
net ci clavamo appLlnlalllento un'ora dopo, e rimanevamo a
scriverci pal o,,..'I,, andavo da Taageere, l'unico posto-con
,r, .o*pr,.r vicino a cdsa. Facevamá cosi anche per qualche
;i;;;; ái}i^, qrrr¿" e,a costretta a Éermarsi in un luogo ad
Ite**t" che §airl, Ahcli Fatah, Shafici o hooy''t riuscissero a
,uii*otr.. abbastanza soldi da spedirle per pagare i traffican-
iip.."", ttatta in piir del Viaggic'- I{odan aspettava il.giorno
in cui sarebbe anáut¿l a ritirare il denaro al baracchtno del
lvloney Transfer come si aspefta la-nlorte'
Anche se cercava in cutii i modi di fare finta di níente, io
lo sapevo che il Viaggio la terrori zzaYa' Come poteva non es-
,.r"'.otii E., ,o1,,,'áfn 3ve'd dcnaro etl ertl preda dei traffi
canti cli esseri umani che li chiamav¿lno h'ttuuian
'
animali' e lt
picchiavano come bestie, se non pagavano'
' Ogti tanto mi scrive/á .he a''éua paura, tafita paÜta Og1i
mnt;;;; ¿e la faceva a non dirmelo' E io, anche se avevo piü
;;Jil.i,1" r.riu",ro: "Non clire mai cbe hai paq.ra' abaayo'
p.tlf-l¿ ," no i. cose che desicleri non si awerano" '
'--É;; q".tt" che aabe mi aveva insegnato.quando.ero pic-
cola. Non clevi mai dire di avere paura' perché se no la paura'
cruel brutto mostro cattivo, non se ne va piii via' -
"Non dire chc hai paura, piccola Samia"" ni diccv'a aahe'
e io k»ip.r.uo aderso a Hod¿n' "]on me lo clire'"
Perché altrimenti in Iiuropa non ci arrivi'
12)
61.
E invece, comeAllah ha voluto, Hodan é.stata tra i piü
fortunati.
A inizio dicembre del2007 ,dopo soli due mesi rJi viaggio,
é riuscita a salire su una vecchia iÁbarcazione che dal ñ;
di Tripoli l'ha portata fino alle coste di Mritr.
Eta arrivata.
Era riuscita a sconfiggere il mostro.
Era in Europa.
18
:
I
,!
I
l
¡
,l
I Tre settimane dopo I'arrivo di Hodan, quando tutto sem-
brava triste e malinconico senza di lei, ho ricevuto la notizia
che mí ha cambiato la vita per sempre, e che aspettavo da
quando ero nata: avrei partecipato alle Olimpiadi di Pechino
dell'anno successivo.
Quando Xassan mi ha convocata nel suo ufficio per co-
municarmelo, non credevo alle mie orecchie. Appena ha pro-
nunciato 1a parola "Olimpiadi" dentro di me si é creatc¡ il vuo-
to. Lui continuava a parlare, ma io non sentivo piü niente.
"Samia, crediamo che tu possa dare tanto al nostro Comi-
tato olimpico e alla nostra nazione," aveva esordito.
"Gtazie, Xassan," ho risposto.
" Apprezzianro i tuoi sfcsrzi,la tua volontá férrea e la vo-
glia di vincere che stai dimostrando..."
"Grazie ancora, Xassan." Etala prima volta che mi con-
vocava nel suo ufficio e mi faceva un discorso del genere, cer-
cavo di capíre dove voiesse arrivare.
"...non ti classificherai bene, Samia... ma abbiamo pensa-
to clre deviutilizzarla come prova generale per i prossimi gio-
chi oJímpici, quelli di Londra de|2012... per prendere confi-
denza... Quindi ti chiedo se te la senti di parrire per 1a Cina
e correre queste Olimpiadi."
A quel punto é accaduta ia sospensione da questo mondo.
Tutti i miei pensieri confluivano verso un'unica immagine,
124
t25
62.
un'istanranea cli cahnae serenitá: una seclia di paglia, una fi_
nestra cia cuí entrava la luce eibliqua del sole c^he"illuminava
solo. rlet¿) clel pavinrento di terra
"
polvere, una stanza, quel_
la rh aaib.e e hr.toyo, io iri piedi di fionre ad aube.i-,. gii f.,
rnetto che sarei riuscita, a ¡liciassette anni, acl an,laie'¿lle
Olirnpiadi.
Eccole, ie lacrime. Due. I-e sr¡lite due.
Xassan ha pensato che fcissero di gioia, e ha fatto una bat-
tuta che ho percepito confisam.nt.. Mo aveva ragiorr" .ol-
tant() a nleti. Arri'avano dal trrrofondo, dal rancore per il fat_
to che aaht,non fosse ll ..r, nr., che nlia sorella ,u, por.rr"
condiviclere ia mia gieiia e il rnio r,igliore amico forr. uorpfr_
to .rmai tanti anni prima insieme a tutta la sua famiglía.
-
Il comitaro olimpic. a'eva sceho me e Abdi said lbratrim,
un tagaz'zo di diciott'a,ni che negli ultimi mesi era .livenratá
il mio-nriglíore arrico e il mit-r .o,riprgn., cli alleua*er,". O"._
sto all'inizio .ri arreva pr.curato una struggerrte maiinconia
per Aii, che avevo peró presto cliluito, consullaro.
Ci ellenavamo tuti i giorni.
Ma ogni cosa, con Al-shabaab ísempre piü porente, era
peggiorafa. A rrolte non riuscivamo a .ággirng.r. ln ,todio
Oons, r,,enir,em. iernati dai rniliziani che.iinr,,líurrro o chie-
devano soldi accusandoci cli ap¡roggiare i paesi occicienrari.
In quelic giornate eralarilo costretti , .o...r1" per strada. spe-
ra,d.t <li niln incontrare altrc milizie, tra gornme d'u.rto fr_
manti c roghi di spazzatura negli slarghi.
In piir, nonosranre fbssi un,atleta del Clomitato olirnpico,
clovevr-l correre coperta. A iressuno inte ressa'a cosi¡ stessi fa-
cendo, o in nc»ne di chi. I)ovevo rispcrtare le leggi J"LC.r,
no e coprire la iesra. il busro e gli arti.
una nrattina Abdi é sraro [er,rar<¡ e due rniliziani bau,iye
gli hannr.r rubato le scarpe. Cosi corri meglio, gli il;. ;;á
Negro. (losi corri scaizo corne un africano vero.
Noi cercavamo sempre di fare finta di niente. pensavamo
ad allenarci con quello che avevamo: senza coach, senza te-
cnico, senza medico, senza neanche il cibo. Non il cibo ailat-
to a un atleta, con il corretto apporto di calorie, proteine, vi-
tamine e sali minerali. A volte proprio il cibo necessario per
vivere decentemente.
Hooyo guadagnava sempre meno, quasi niente ormai. e
ogni tanto eravamo costretti a mangiare solo angero cotto al
burgico, e acqua.
Pane e acqua.
Una cosa peró ce l'avevo, ed era diventata uno degli og-
getti per me piü importanti in assoluto: il cronometro. 'Iene-
vo i tempi. Qualunque cosa mi accadesse, elo ossessionata
dai miei tempi. Dovevano migliorare. Se non li vedevo mi-
gliorare da una settimana all'alúa, o se peggiorav¿lno, entravo
in una crisi profonda da cui soltanto Abdi poteva aiutarmi a
riemergere. F, alla fine ripartivo con ancora piü energia.
Con Hodan ci sentivarno semprc. Ci chiam¿rva sul cellu-
lare di Said, oppure ci scrivevamo su internet per ore. Si era
sistemata aMalta e si era fidanzata con Omar, Lrn ragazzo so-
malo che aveva conosciuto durante il Viaggio. Uaveva aiuta-
ta molto, era anche grazie a lui se ce l'aveva fatta. Di Omar
mi aveva parlato subito, avevo capito che se n'era innamora-
ta dalla prima volta che ha pronunciato il suo nonle.
Nel nrese di aprile abl¡iamo ricevuto una natizia bellis-
sima, che all'inizio mi era se¡rbrata impossibile da accettare,
ma poi mi aveva riempito di gioia.
La nostra piccola l{odan, che era si la mia sorella maggio-
re ma rimaneva pur sempre insieme a me la piir piccola della
famiglia, era incinta.
Ce lo aveva comunicato una mattina, appena fatto il test
e avuta la conferma. Era f-elicissima. A Malta lei c Ornar vive-
vano insieme giá da tempo, in un alloggio dato dal governo e
dalle associazioni umanitarie. Avevano deciso di essere una
Íamiglia, e di trasferirsi al Nord, forse in Svezia, forse in Fin-
72 t-
126
63.
landia, dove ilsostegno ai profughi di guerra era ancora mag-
giore.
Ogni volra che ci scrivevamo, Hoclan dicer.a che sentiva
che sarebbe s¡ára una fer¡rnina. Sentiva che sarebbe stata co-
nre me> con le gambe veloci. (]iá a venti settirnane, mi rac-
contava, sc¿iciava come una matta.
ln quel mo<jo sollo pass¿¡ti i quattro mesi che mi separa-
r.'ano daila pafienza per la Cina. Tra allenamenti, ,lualche ra-
r¿ riunione al Comitato olimpico per capire conre rnigiiorare
i miei ternpi e quelli di rbcli, e le dolci telefonate con Hodan.
Hoc,1,o, perr), si faceva sempre piü apprensiva.
La morte cli aabe e la partenza cli Flodan ie avevano reso
insopportabile qualunque distanza, anche se temporanea.
Ogni volta che qualcr-rno dei fratelli riprendeva I'argomento
delle Oiirnpiacli, a hooyo si velavano gli occhi, Le dicevamo
che doveva essere f'elice, che rri srava succedendo una cosa
di eccezion ale bellezza, ma <;rmai lei cli ogni evento ve deva
soltanto lc possibili complicazioni negative.
Ca¡ritava quasi turti i giorni, prima dl cena. Corn'era na-
turale, iniatti, 1a nottzia si era sparsa velocemente nel quartie-
re mr-rtilato di llondere.
Piü si an,icinava la pancnza e piü persone venivano a far-
mi visita, a portarmi un pensiero o un piccolo regato cli buo-
na fbrtun¿. llra tutta genf e con cui ero cresciuta, era la mía
gente, che rni aveva visfa nascere e cliventare grancle. Gente
che amal'o, e il cui affetro era per ilre rrn tesoro preziosissimo.
"Sarnid, fai lruon viag¡¡io e fai c,nore al nostro paese," mi
<liceva con voce tremante Asiira, una vecchina che mi aveva
tenuta in braccio il giorno in cui ero nata. e chL. considera/o
una specie <ii nonna, visto che due dei miei nonni naturali
erano morti e gli altri due rll¡itavano lontano, alazeera. "E
tieni clucrsta," mi clava una maglietta di cotone, "l'ho compra-
ta al mercato per la tua partenza, per augurarti buona fortu-
na. Non so se vorrai metterla quando correrai..."
128
"Certo, nonna Asiya, non ti preoccupare' faró del mio
,""*ü.i;';rgli"ro la n'ettt'ó pár g[ al]enamenti"' rispon-
'ltt'3sr*,u,
salutaci la (,ina e non mang'iare.quegli :t"Í l-nti^
rraletli fritti," mi diceva Taageere' 1'amico di una Ytta dt ttdoe
e tli aabe Yassin.
"Va bene, Taageere' mangeró soltanto frutta fresca e fiso"'
lo confortavo.
E via di questo Passo'
óñ;.1;;, "É;;"
in clieci venivano a darmi la loro be-
nedizione.
Quando invece tni facevano i complirnenti cercavo di mi-
,i.,.i;;.;i.",ro .h. era soltanto una gara, una competizio-
ne come le altre' niente di cosi importante'
Ma non c'era molto di minimizzabile' in me'
Eto pi..olu solo perché ero anche guerriera'
Elu ii..otu g.,"'ii"'u era pronta' ancora una volta' a com-
battere.
t29
I
64.
19
che un allenatore.Chissá cosa stava pensando Abdiin quelio
stesso momento, dentro il suo letto. Quella mattina al campo
I'ar.evo visto piü agitato di me, o altneno cosi mi era sembra-
tr¡. Ce l'avrei fetta a correre? O sarei inciampata al primo pas-
so, sarei i:imasta incastrata clentro i1 biocco di ¡-rartenza roto-
lando a terra corne un involtino molle di trippa davanti alle
[eiecamere di tutto il nrondo2 E poi: qlranta gente avrebbe
visto la rnia faccia? Xassan ci aveva dettc¡ che sarebbero stati
quasi trn miliardo a vederci, in tutti i paesi del mondo.
Un miliardo cra una cifra che neanche riuscivo a imnragi-
nare, Quando pensavo a tanta gente pensavo allo stadio di
Gibuti, agii spalti pieni di clonne, uomini, bambini festanti e
in fibriilazione per le gare" Ma la mia immaginazione si fer-
mar.a li. Quelle s¿rran,-lo state trelrtamila persoi-re, fbrse. IJn
miliardo. Un miliardo di persone in qua[e stadio sarebbero
entlateT Erano cose che mi facevano vcrticare l¿r testa. Ma
poi i nriei pensieri prendevano un giro, e a ogni tornata si fer-
nlavano sulf imnragine delia mia nipotina che stava nascendo
e r:he giá nella pancia scalciava per correre. E, tutto tornava
alla tranquillitá degli eventi familiari e conosciuti.
Ogni cosa sarebbe finita presto. La Cina. Le Olinipiac{i,
questa parola che solo a tenerla in mente mi esplodeva. Ogni
cosa noll sarebbe durata che la lunghezza di un sogno, e poi
sarei tornata a casa, arrrei riabbracci¿rto hooyo e i miei frateili
e avrei ripreso á correre nel mio campo amato e scalcinato,
come sempre.
La nrattina dopo siamo partiti in tre. Io, Abdi e il vicepre-
sidente del Comitato olimpico, Duran Farah.
Non era accaduto come speravo, che il sorgere del sole si
portasse via le paure. No. L'ídea clt atterrare in Cina mi riem-
piva di adrenalína, ma era tuttc¡ ció che c'era in mezzct che mi
colrnava di terrore.
Non é che 1'aereo mi facesse soltanto paura. Mi metteva
in uno stato di agitazione taie da sentirmi svenire. Forse an-
che perché erano giorni che non mangiavo.
1)1
, .
La sera- prima della mia partenzaper Ia Cina, Hodan ha
chiamaro dicendo .h. ,tru, p., fr.io'ri.. e si faceva ricove_
rare in ospedale, e anche qr.ito fo....ron é stato
""
;;, ;
un segno del destino.
Mi sentivo avvjntaa quell,esserino che stava per venire al
mondo da un legame vivá e fortissimr¡, un.h.,.;;r;;;_
s) lontane e non avevo neanche -ul ,irio it pun.ror".'i;;;
6 agosto 2008.
Ci mancava solo quella noúzia per togliermi definitiva_
,r.1r". il.sonno. euella norte non ho .hirro occhio.
Solo l'idea di salire su un aereo -irl.*piu, d,angoscia, e
poi andare cosi lonrano, inOriente, roporL.h.,;l;;;;
avevo sentito nominare e che conos."ul roltorr";;;:;J;
tipi, rni spavenrava a morre. Mi imÁaginavo le párror. .o,
ll yelle gialla. E poi n.on avevo mai capito come facessero a
veoere atftaverso ouelle fessure che avevano al posto degli
occhi. In piü, dou.r',rno essere velocissi,ri, sarebbe stato co_
me meftere piede dentro un formic aio impazzito. au.uo prr_
ra, Ma, piü di tutto, mi spavenrava lu guru. Ne avevo corse
molte, ma mai, a parre quella ¿i CiUrrT, ,na veramenrc im-
portante. Non sapevo cosa aspettarmi.
Come sarebbero state le alire?
_ Pensavo alle adetevere, quelJe che consideravo i miei mo_
delli, e mi senrivo totalmente ir;J.;;;. io no, avevo nean-
1)0
65.
Quando mi hannovista alla sede del Comitato olimpico,
Abdi, Xassan e Duran Farah mi hanno chiesto se per caso
non mi fossi ammalata, se non avessi preso la malária. Ero
uno straccio. Mi hanno costretta a bere acqua zucchetata
e una bevanda energetica, Aver,o lo stornaco talmente chiuso
che sono dovura andare in bagno a vomitare quel poco di li-
quidi.
All'aeroporro, la situazione invece di migliorare era peg-
giorata. Non ero mai stata li. Per me, da quando sono nata,
gli aerei crano draghi che solcavano il cielo lasciandosi dietro
infinite scie bianche. Non avevo mai neanche pensato che
avrei potuto prenderne uno. Figuriamoci prenderne uno, a
diciassette anni, per andare a Pechino.
Siamo passati al controllo dei documenri con i permessi
speciali che il Comitaro olimpico ci aveva procuraro ton mol-
ta fatica. Né io né Abdi infatti avevamo un passaporro, per-
ché nati con la guerra. Destinati dai mortai á viveie confina-
ti nella nostra terra. Oppure, in alternativa, ad affrontare il
Viaggio.
Con nostra grande sorpresa c'era ur-r piccolo raggruppa-
mento di sostenitori, dieci o q,.rindici in tutto, con in fronte
la fascia celeste con la stella della Somalia, a salurarci per la
parÍenza. Da lontano abbiamo alzato le braccia con il cuore
in gola.
Per il controllo mi ero fatta forza e avevo tentato di sem-
brare il piü sana possibile. Appena passari gii ufficiali, peró,
le gambe mi tremavano talntente tantc¡ che avevo cercato ult
appoggio.
A-ll'attesa, al gate, ero rimasra inchiodata alle poltroncine
di velluto rosso, mentre Abdi e Duran trafficavano con le
macchinette per la Coca-Cola e il caffé. Quando hanno chia-
mato I'imbarco si sono guardati e hanno annuito. pcr caricar-
mi sull'aereo mi hanno obbligata a ingoiare un sonnifero sciol-
to dentro un bicchiere di plastica della macchineta.
Ho dormito come fo¡se stava dormendo solo ia mia ni¡ro-
tina che doveva ancora nascere, il sonno dei giusti. Dodici ore
di fila, crollata appena dopo il decollo. Solo la vista del mare,
che dall'alto si é aperto inaspettato sotto cli me come un mi'
racolo da racchiudere in un abbraccio, mentre l'aereo taglia-
va le nuvole, ha potuto ritardare il sonno di qualche minuto.
Poi ho ceduto al potere della nredicina.
E ii rriaggio, tutto sommato, é stato meno problematicc'r
del previsto.
All'arrivo a Pechino ero radiosa. Finalmente, a terra, ogni
cosa era tornata normale.
Uaeroporto era modernissimo, enorme e spettacolare.
Tutto vetro e acciaio, ci si poteva specchiare ovunque. L op-
posto di quello di Mogadiscio, che in confronto sembrava
il bar di Taageere, tutto legno e lamiere. Le porte a vetri si
aprivano da sole, e riproducevano l'immagine di tre sagome'
due vestite con la tuLa aza)Íta e una in completo scuro, a
disagio davanti a tutta quella tecnologia: ascensori, scale
mobili, ristoranti dai banconi lucidissimi, connessíoni a in-
ternet rvi-fi, negozi di computer, macchine fotografiche, vi-
deocamere.
Ci nruovevamo lenti ín mezzo a un mare di gente che in-
vece quasi correva, di tutte le nazionalitá e parlando tutte le
lingue. Ci sentivamo inadeguati, di fronte a tanta velocitá e
modernitá.
Era come se arrivassitno d¿ un'altra era geologica. Sareb-
be stato tutto cos veloce/ Anche le mie ¿wersarie? E io ero
dawero cosi tanto, intimamente, lenta? O era solo un'impres-
sione e sulla pista sarei stata come le altre? Forse mi portavo
nelle ossa lalentezza del mio paese, e mai sarei arrivata al lo-
ro livello.
Appena fuori dall'aeroporto di Capital siamo stati inve-
stiti da una quantitá di gente e di odori completamente diver-
si da quelli a cui ero abituata. Come se I'aria fosse stata piü
t))
132
¡
I
I
66.
<Jolce e densainsienre, ¡riü umicia. Corne se cla qualche parte
stessc'o spargencio delro zucr:hero a vero. tr¿i t.oib.uu;.i¡;;-
se fiiliggine ovunque, e cra ogr-ri ,.golo un puzzo diffuso cii
l:arbone.
"Ehi, rbdi e Samia, rnuovetevil,, ha urlato Duran. per
tutto.il.tempo
1n cu1 eravamo rimasri l,,pututi , gu;j;;.; ;
giro, Jui aveva f'atro Ia fila per il r.axi: oJ.rru srava in piecri ac-
canto a un omino basso e calvo di fronte a f,"rfi ,p..a
dell'auto gialla.
"Arrir,iamcr..." abbianlo det[o in coro, come due pesci
fuoli. dali'acqua. La stessa parc»la, all,unrsono.
siam'¡ saliri sur taxi, io e Abár di"i.o, e ci sianro cliretti
verso il c,eritro della cittá"
Grartacieli. Gr:attacieli ovunque, e talnrente alti che
clall'auro,o' si riuscirra u u"a..nái".rrr.. r sore cardissinro
si rifletteva sulle superfici di vetrl
"
,..irio, riverberanclosi
in mocli che a.oi sámbravano ir"r;,;;;ii;;t;:i';;il;"]
vrlr-ro A sl.rizzarc uli .cchi o a HU¿lrrlit;.c in giü. Di
"r,,,;, ;;;;
,]:,
:'"
l'a.er.r.'o. i uel l'a,"i, ;,,;j;;,;;, ;;; f,,,.r ir, í n,, _ s., r b rava
dl rsscr,, irt uir¿l cclla fr.igor ífera.
Fuori, tulto crá beliissirn,-, e,l enorme. Sianro passati di
fianco all'acoriario, il glganter¿;;,;il d,acqua e r,i luce.
A'di ¿ rimasr.,."nr, fr?o't;,I';;il;lo "
non ha piü clett.
niente per minuti inrári, crecleva fur.*-nrrgi.o. I. cfferri lo
sem'rava. Era un'immensa costruzione cli ?.""^.fr"'p.r."^
ricolma d'ac.qtra. Ma ilvc¡ro
""n
,ir""j"uu, .l,r.qru ,J,"1r..:
va reggersi da sé.
"Ma.." " ha detto sojtanto.
"Si, caro Abcji, non ne hai mai sentito parlare? Cerro, é
turagico, come nrolre cose qui in C,ina. Nnn hal _ri *"iii.
,arlare della magia cinesel,'i,ho p..r. in i¡iro. Dur:an, cla'an-
ti, ricleva. Ab«li irvece era ipnoti'z,zrru,
-rro.
Dopo r¡enti nrinuri siamo anivati.
Anche-l'albergo er:a beilissimo. Niente a che vecrere con
.luelio di Gibuti.
Colonne e pavimenti in marmo, porte automatiche. La
camera grande e pulita. C'erano Ia tv e il telefono. Il letto piü
niorbido che avessi mai provato. La moqr,rette. Un armadio
per riporre le rnie poche cose. f'eli di v¿rric dimensioni in ba-
gno. Due lavandini meravigliosi, un ripiano grandissirro con
creme, shampoo e balsami di vari tipi. Per terra, sul marmo,
un tappeto con i colori dell'Oriente. E la vasca da bagno.
Quel pomeriggio sarebbe stato tlrtto per noi. Duran ci
aveva raccomandato solo di non allont¿rnarci troppo. Ma io
non avevo la minima intenzione di uscire. C'era un bagno
troppo bello per sprecarlo andan.lo in gíro per la cittá.
I{o riempito la vasca. Il contatto con l'acqua calda é stato
una sensazione meravigliosa. Tutta a,"r¿olta denffo una grande
catezza.ll primo bagno della mia vita. Subito l'eccitazione,
l'adrenalina, i pensieri e le paure sono aftogati dentro quell'ac-
qua, risucchiati dal suo caldo abbraccio.
Credo di essere rimasta a mollo almeno due ore.
Poi sono uscita e ho acceso la tr,. Canali cinesi, canali ame-
ricaní. Facevo fatica a capire l'inglese, anche se a scuola l'ave-
vo studíato per anni. Mi sono sdraiata sul letto con il teleco-
mando in mano. I Io girato sulle immagini delle Olimpiadi
alla Bbc e alla Cnn. Anch'io, esattamenfe sei giorni dopo, sa-
rei stata dentro quello schermo. Tutto il mondo rni avrebbe
guardata correre, avrebbe letto la mia faccia, come io adesso
stavo facendo con gli atleti che gareggiavano.
"lllon si puó mentire," mi sono detta. Tutto quello che sei
si vedrá. Lo vedrá tutto il monclo. Un miliardo di persone.
Mi sono alzata dal letto e sono andata di fronte allo spec-
chio, che arrivava dal pavimento al soflltto, di fianco al tavo-
lo della ñ. Ero magrissima. Ero davvero un filo d'erba. Le
mie gambe eralro rimaste quelle di un cerbiatto, aveva ragio-
ne aabe quando me lo diceva, da píccola. Non si erano imo-
bustite molto, da allora.
Ho provato due o tre espressioni, awicinandomi allo spec-
chio. Spossatezza
^fine
garu.Impassibilitá davanti alla telcca-
1)5
t34
I
67.
mera prfurla dellostart. Viso in tensione durante la corsa. Poi
sono scoppiata a ridere da sola, e mi sono sdraiata di riuovo.
Ero alle stelle.
Quel pomeriggio é stato bellissimo. Aver,'o clavanti tutta
la vita, e tutta la mia vita sarebbe stata piena e meravigliosa.
Ero una catnpionessa e avevo tutto il tempo del rrrondo per
dimostrarlo. Ero una stella cometa in un tessuto trapuntato
di astri lurninosissinri.
Sei ore dopo ci siamo ritrovati nella hall per la cena. Io mi
sentivo rilassata, e cosi mi sorro sembrati Abdi e Duran.
Siamo uscíti e ci siamo infilati nel primo ristoran'r:e che
abbiarno incontrato.
Abdi era affamato come un leone, avrebbe mangiato an-
che il tavolo. Si é dovuto accofltentare del solito riso, peró. I1
cibo cinese gli faceva schifo.
Due giorni dopo, l'8 agosto, si é renuta la cerimonia
d'inaugurazione dei Giochi olimpir:í. F,ssere catapultata in
un mondo fantastico abitato da altri ciiecimiia atleti di due-
centoquattro nazioni che sfilavano in abiti traclizionali é sta-
ta l'esperien za piü emozionante che rni fosse rnai capitata cli
vivere. Ogni clelega'zione entrava alf interno de1lo stadio
olimpico in ordine alfabetico per paese. Quando é stato il
nostro turno eravafilo euforici. Lo stadio era implzzito, án-
cora eccitato dalla sfavillante cerinronia, un infinito susse-
guirsi di imnrensi fuochi d'artificio, giochi cli iuce, clanze,
musiche e coreografie che avevano visto protagonisri miglia-
ia tr¿ l,,allerini, percussionistl, cantanti lirici. Era una festa,
er¿ rlna gioia per gli occhi, le orecchie, lo spirito. Un'incre-
dibile immersione in un soffice cuore variopintci che é i'amo-
re universale, in cui i colori differenti non sonc altro che ie
diverse toppe con cui é rammendato iI respiro ciel mondo.
Abdi, davantí a tutti noi, portava can fterczza la bandiera.
Alta, svettante, azzuÍÍ'a come il cielo e il mare. Cor-r la stella
bianca al centro a plrntare il firmantento.
116
Io, dietro, ero nel nostro a-bit-o tradizionaie' ie trecctne
luns.he apLrlicate ,i t;l.,;jl;-p;'ll"ttouit"'e ' e mi seirtt't' bt:ila
:;"il;;;ri^."i',ná al rratiitnonit' di Hoclan
Abbiamo fotto il gi'" tli tunt'p" salutanclo ciecine di rni-
gú;;;;on.. rt'tii ci amavano' e noi ama'/¿mo turii' Piü
d,i tutti, il nostro Paese'
'" 'il;lil;;r, n.l iettt, mi sono detta cire la
'ita
mi aveva
sia dato piir Ji quanto lrierltassl'
Ma rni sbagliavo'
Quattro giorni dopo, il L2 agos,to' é nata N4annaar' llo ri-
cevuro la chiamara .l-i'HoJrtt in"alt-rergo. qtrella irrattina' Fr't
al colmo clella gioia' ffu á"*" che Mannaar era sana e beliis-
sirna, identica a nle. ugtrale a com'cro.io quand'l son() nata'
'Ñ;;.i.;;i:o,o dit''inutt"tr,l' Nel tnio cr'rore t¡trella nrittfi
na, ho sentito .h" q";íi;;;;;üi"^ sarebbe stata la gioia della
mi¿ vita.
11 giorno clella mia gara' il l9 agosto',era calclissimo' 1l te-
l"sio;rl"' quella n*"inu" avcva dett. chc sareirbe si¿to unL
.ii;i;;;t ;¡-.ri¿i dell'arrno' Ma il caio,e ¡on mi preocr:u-
pava, ci ero abituata' Flt' 1't'r'iditá a csserc alt.issimil' quell'aria
mi tt,r¡lieva il fiato'
Mi ero svegliata tranquilla' e con la voglia di,correre' In
qu.i ir"al.i gilrni io e ALrii ci eravamo allenati bene' in un
palazzetto'J.rto
'po'i'
Itpoti'iorre delle squarire che 1o ri-
i},i",l"ur,-ro" Ero caric¿r, enelglca' - -
Abbianio.o-ir'ti'io a sáti" il frastuono tlegli spettato-
ri sugli spalti giá ffi;;ll; sraclio' Sembrava il ronzio di
un'enorme -ootu, che saliva lrentre entravalr() ncl ventre
dell'immensa struttura olimpica'
Sarei stata i' b;;;;ilo"'o tlei miei miti di sempre' la
giatnaicana V."'nilt-óarnpbe1l Biown' utra rlclle atl':tc ¡riü
veloci d.l -o"tlo' lju'.t1""t1ere - invece di sentire::lt"]i
;;;;;"" daila radic'lina scassata <ii Taageere - e tn piii sa-
117
68.
pere che avremnlocorso Ia stessa gara, era qualcosa che mi
dava le vertigini.
Siamo rimasti fuori, ai bordi della pista, a gustarci lo spet-
tacolo degli altri atled che gareggiavano, per due ore intere.
Piü guardavo gli altri, piü la mia adrenaiina aumentava. Non
vedevo l'ora di entrare in pista. Gli spalti erano grandissími,
la gente tantissima. Un'infinitá di colori, di suoni díversi, di
voci e di cori, di srisciorri in tutte le lingue del mondo. Sem-
brava ci fosse ancora piü gente del giorno della cerimonia
d'apertura.
Era una gioia avere il privilegio di guardare quello spet-
tacolo dalla parte dei protagonisti. Attorno a noi c'erano cor-
ridori, lanciatori di giavellorto, saltatori in alto e con l'asta,
chi con indosso la tuta dei proprío paese, chi pronto per ga-
reggiare. Ogni quindici nrinuti si levava un inno nazionale
differente, e intanto tutto si mescolava come in un enorme
arcobaleno. Io e Abdi eravamo seduti dí fianco, per terra, a
bordo pista. Ci passavano clavanti gigantí tedeschi, biondi e
con le tute nere, italiani con le divise azztJrte, inglesi con le
magliette bianche e blu, e poi americani in blu e rosso, cana-
desi in rosso, portoghesi in verde, Era un'ubriacatura mera,
vigliosa di suoni e colori, A svettare su tutti, quale che fosse
la casacca, erano gli atleti neri. Perfetti. altissimi, muscoli
scolpiti, Iucidi di unguenti e adrenalina. Tutt'amorno, ovun-
que, telecamere, fotografi con macchine lunghe come i fuci-
li dei miliziani, giornalisti che piombavano come falchi con i
microfoni in mano e le pettorine delle varie testale.
()uando ci incrociavano ci guardavano per capire chi fos-
simo, poi passavano oltre. Non una battuta, non una doman-
da. Ogni tanto un sorriso di compassione o di incitamento,
quando capivano dai colori della tu¡a che eravamo somali.
Non eravamo star.
118
Poi siamo rientrati' erano state chiamate le batterie dei
cluecento metri"
Camminanc{oversoi]tunnelcheconducevaali,irrternodel-
l" .;;;;.-;n lu .o.Ju ciell'occhio mi i sembraro cli vedere un
,nl.i"
""-
inglese. tuta trlu, bianc¿ e rossa' clalla faccia cono
r.ñ. rt¿i ror-to uol,r,u meglio e ho avuto, un tuffo ai crt<-'re'
A cinquanta metri cla ñt', iu filezzD al carntr-"r ver"ie' c'era
Mo Far¿h. Stava vicirro a tur veiot:ista che cla li a poco avrebbe
corso la quattro pe1'certo' Quello cra-seduto per tcrra' a tar
;11;;;;;. i'r,.,..oii e Mo era in pie..li e gli sta"a parlando" Quel
r". pt"iil" clclicato, da or''tiiclpe' Foi lia¡-rno risr: insierre" Ho
r.rri,, i. girc,."hia che diventavano r'olii eli'impror'r'iso' e in-
;;i;áiurion"di lorr"r" .1a lui, drrgli chi ero, rirccontarEli
della foto cc)nsurflaia cl'e tenevo di fi¿nco al materasso da or-
,rrri q.,uui dieci anr-ri. Ma ho esitato irÜirpo',perché-Duran rni
ha presa pcr uI] gomito e iri ha condotta cienti:o" Ci stavano
.hianranáu per l'ingresso negli spogiiatoi"
-.-
"An.liamo, d il ttio tufno, Sanlia,,, ha dettc, st.llianto, rtsve.
gliandomi da quel st)gno a occhi aperti"
A.¡evo trerlta minuti per nie' era il mclmerlto clell'r concen-
ttrri.rt" ptil, .l"1lo noá Duo""o elit¡rinare N,1o fiarah rlalla
testa e pántrt" soltanto alla corsa'
Ero sola. C'era '-tn
lettino per i massaggi' al cenfro dello
soosliatoio. Mi sono sdraiata, ho chitrso 91i occlii
-e
ho fattrr
ii"r; ¡h" fosse I'erba de[1o stadio dí Mogadiscio' Ho (]ercato
Ji eliminarc <-rgni tensione
All'impror)viso, come fosse ¡rassato non pi" 4] un secorl-
,1.. h; ."i,iro q.,ni.'.'nn bussare deiicaiarnente alia porta'
Era f)rtratl , il ln()nlcnto et'a arrivato'
Fuori dallo spogliatcto' nrelltrc cominciavarno a raggrup-
pu..r'rái...i¿ái.' mi sono vista per coin'ero: diversa dalle
;i;;;. i, parete ..lcl tunnel che concluceva alia pista era.rico-
;;;;;;i Jf"..}ri, le nostre imnragini eran() troppo evidenti'
tutte insleme come cravamo, perché non io notassi'
l)e
i1
I
69.
Le nrie gambe,in confronto a qr-relle delle altre, sembra-
'ano
due rametti secchi. Erano senza muscoli, clritte. Non
c'erano le sporgenze che vedevo su quelle delle alre: ero
senza quadricipiti, senza porpacci. E poi anche senza dertoi-
di, senza trapezio, senza bicipiti. Le altre ,.-brrurrro.rl
turiste, in confronto a-me. Gambe e spalle gonfissime, pol_
pacci tesi all'es*emo. Io non solo non ,rr.uo gli attrezzi per
svilupparli, i mtrscoli, ma non a'evo neanche-un allenatáre.
E poi non avevo abbashnza cibo, se non quello che hooyo
riusciva a procurare. Angero e acqua. Opprr. ,iro . .uuo.lo
lessato.
Ero la piü bassa, la piü magra e la piü piccola. Me l,ha
svelato quelio specchio impietoso, priuru r.1.i1, gorr.
In piü, loro indossa¡ano completi sgargíanti e bellissimi,
che richiamávano i colori clelle bandi.r. a.l loro paesi. Ca_
nottiere e pantaloncini in tessuti tec,ici che a.leri,raro ,i .o.-
pipossenti. Io avevo il mio soriro completo portalbrtun a.rJna
maglietta bianca che hooyo ur,.u, rruát,, ra settiman, prr"l, .
che avevo gelosamente lasciato surfon,lo della borsa. profu-
mava ancora di sapone alla cenere. I miei fuseaux neri che
arrivavano sotto il ginocchio. In testa, la fascia bianca che aa
be rni aveva regalato quasí dieci anni prima, e che avevo por_
tato sempre con me, a ogni corsa, fino a quel giorno.
Nessuna delle altre mi ha fissara. Erano perfettrm.nt.
concentfate.
Avrei dovuto essedo anch'io, ma tufto era troppo diverso
da ció a cui ero abituata. Mi sembrava rli trovarmi in una si_
tuazione irreale, in un sogno. Le telecamere, i giclrnalisti, gli
spalti stracolmi di gente, quel continuo boato sommesso che
costringeva a urlare nelle orecchie per farsi sentire, le atlete
da tutto il mondo, i profumi dei torá deodoranti, pr"p.. jr_
vanti a me. sotro il mio naso. Veronica Campbe[_É.o_.,. T.rt_
to era semplicemente incredibile.
In quel momento mi é tornato in mente Mo frarah, il mio
ccrnnazionale perfettamente a suo agio in mezzo al campo, a
liclere in inglese mentre incitava un atleta bianco. Lopposto
rli me. A nove anni era giá in Inghilterra, per forza tutto era
normale. Arrivato con la sua farniglia. Io avevo diciassette an-
ni, ed era la seconda volta che mettevo piede fuori dal mio
paese. La prima che uscivo dal mio continente. La prima che
st¿rvo insieme a tanti bianchi, tanti europei, americani, cinesi.
E.lero giá fortunata.
Per un attimo ho rivisto lafaccia di Mo, rilassata, serena,
sicura. I{o pensato che forse avev¿l accumulato un vantaggio
che io non arrrei mai recuperato. Poi mi sono detta che era
una sciocchezza, sarci arrivata anch'io dove era lui.
Dopo cinque lunghissimi minuti siamo state chiamate e
siamo uscite, investite da un applauso frastornante, tutto per
la Campbell-Brorvn. Lumiditá era altissim a, tacevabalugina-
re il tartan in lontananza.
F¡ala stessa pista di sempre, lunga come sempre, ína a
me sembrava enormemente piü grande. l,unga il doppio, in-
finita.
Sono passata davanti a Veronic¿ Campbell-Bro§'n: bellis-
sima, perfetta, imperiosa come una statua, profutlata come
una diva. Che profumo metter¡a? Nel disegno netto deiie gam-
be sembrava risiedere tutta la loro potenza,
Io ero in seconda corsia, la pit)r interna. Alla mia sinistra,
la prima corsia era vuota. A destra invece avevo Sheniqua
Ferguson, quella che tutti consideravano una promessa, ori-
ginaria delle Bahamas. Poi, in quarta, la canadese Adrienne
Power, anche lei fortissima.
In quegli interninabili secondi ho cercato cli fare l'unica
cosa che dovevo fare: azzetare il pensiero, che rischiava di
portarmi via.
Mi sono accucciata.
141
i40
illl
ffi'
il
ln
I
ii
70.
Le nrie gambe,in c.oSflonto a quelle clelle altre, sembra-
vano due rame*i secchi. Erano ár;;;;;;, ;il..,ñ:,
c'erano le.sporgenze che vede". ;;quelle delle altre: ero
senza quadricipiti, senza polpacci. E poi anche senza deltoi-
di,.senza ftapezio, r.nza bicipiti. Le altre sembravano cul-
ruriste, in confronto a me. Gambe e spalle *.;fd;;;;
pacci tesi all,estremo. fo non solo non avevo gli attrezziper
sviluppa,i, i i,uscoli, ma non or,.uo n.rr_,che un allenatore.
E poi non avevo abbasÁnza.iUo, .. ron quello che hooyo
riusciva a procurare . Angero. ,.;;;. oppure riso e cavolo
lessato.
Ero la piü bassa, ia piü magra e ia piü piccola. Me l,ha
svelato quello specchio i-pi.r.i., n.iir, ,l"ll, guru.
In piü, lo¡o indoss:vano .o_plirirgargianti e bellissimi
che richiamavano i colori .I.il. a;;j"r. ,j"i loro paesi. Cai
norriere e pantaloncini in tessuti tecnicl .h. ,.i".ir,irf;;.l
pi possenri. Io avevo il mio solito .onrpt"a, porrafoftun a.lJna
niaglietta bia'rca che booytr".ru ü;;;; u r.,,in-,rnJ;i#'.
che avevo gelosamenre lasciato ;i?.;;. della borsa. profu_
mava ancora di sapone alla cenere. I miei fuseaux ;*i .;
drruvavano sotto íleínocchio.In resra, la fascia b;;;;";;:
be mi aveva."guirto quasi dieci ,r;i';;_r. e che avevo por_
tatoSempreConme,aogniCofSa,finoaquelgiorno
Nessuna delle alme mi ha fir;r;. E.rno perfettamenre
concentrate.
Avrei dovuto essedo anch,io, ma tutto era troppo cliverso
da ció a cui ero abiruata. &fi sembrava c'ri rr.ovarmi in una si-
tuazione irreale, in un sogno. Le telecamere, i giornalisti, gli
spalti stracolnri di gente, quel continuo boato sommesso che
costringeva a urla¡e neile trecchie per farsi sentire, le adete
3:^'.:,::.,1-ond?,,
i profumi d.i r;;;;;io.,,,ti, proprio da.
vantta rne, somo il mio naso. Veronica Campbeil_Ér;".1;;
to era semplicemente incredibile.
In quel momento mi é tornato in mente Mo Farah. il micr
connazionale perfettamente a suo agio in ntezzo al campo, a
riclere in inglese mentre incitava un atleta bianco. Lopposto
cli me. A nove anni era giá in Inghilterra, per forza tutto era
normale. Arrivato con la sua fari-riglia. Io avevo diciassette an-
ni, ed era la seconda volta che mettevo piede fuori dal mio
paese. Lapúma che uscivo dal mio continente. La prima che
stavo insieme a tanti bianchi, tanti europei, americani, cinesi.
Ed ero giá fortunata.
Per un attimo ho rivisto la faccia di Mo, rilassata, serena,
sicura. Ho pensato che fbrse aveva accumulato un vantaggio
che io non arrrei mai recuperato. Poi mi sono detta che era
una sciocchezza, satei affivata anch'io dove era iui.
Dopo cinque lunghissimi minuti siamo state chiamate e
siamo uscite, investite da un applauso frastornante, tutto per
la Campbell-Brown. Lumiditá era altissim a, facevabalugina-
re il tartan in lontananza.
Era la stessa pista di sempre, lunga come senlpre, nra a
me sembrava enormemente piü grande. l,unga il dop¡rio, in-
finita.
Sono passata davanti a Veronica Campbell-Brown: bellis-
sima, perfetta, imperiosa come una statua, profumata come
una diva. Che profumo metter.a? Nel disegno netto clelle gum-
be sembrava risiedere tutta la loro potenza.
Io ero in seconda cotsia, 1a pit interna. Alla mia sinistra,
la prirna corsia era vuotá. A destra invece avevo Shenic¡ua
Ferguson, quella che tutti consideravano und promessa, ori-
ginaria delle Bahamas. Poi, in quarta, la canadese Adrienne
Power, anche lei fortissima.
In quegli interminabili secondi ho cercato di fare I'unica
cosa che dovevo fate: azzerare il pensiero, che rischiava di
portarmi via.
Mi sono accucciata.
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il
71.
Ho sistemato ipiedi sur br.cco, il destro e ir sinistro, fa-
cencio finta diessere sola, di trovarmi allo staclio C";;;;;;
allenamento con Abdi. O in corrile, da piccola, oon Ál) .h.
controllava i piedi sul biocco che aabe ave'a costruito con le
cassette della frutta.
ll'ero solo io e i duecento metri cli tartan da'anti a me.
. Appoggiata sulle ginocchia ho aperto per bene le dita ciel-
le mani sulla riga bianca clella partenza, come mj a,¿eva inse_
gnato AIi. Uno. Due.'J-.r:e. euattro. Cinque. Sei. Sette. Otto.
Nove. Dieci. Un numero per ogni dito, per concenrrarmi
sull'attesa.
tln pensiero acl aabe, come portafortuna.
Poi, come denrro una boila di infiniro, ho aspettato sol_
tanto 10 sparc, dello srarter.
Bum.
La pistola. tln boato cjalla folla.
,.L,e
altre sono parrire comc gazzelle, corne libellule o
colibri.
Vclocissinre.
Hanno abbanclonaro i blocchi senza che io nernmeno me
ne rendessi conto.
Mi sono accorta che avrei perso la gara giá r,lal prinio rno-
rrento. A og.i falcata il disracco tru,r,é e illrrppo ,u,rr"riu
va. Incolmabile . Le av'ersarie taslia'a,o i,ai.iu, á, ¿i.,..-p,
1'evano puicdre che avanzavano nel verrro.
FIo continuato a c(,rrere. i {o alzato le testa e ho spintc al
massimo.
Ero ancora alla c¡-ir'a cluando Ie altre gii tiravar_ro i.l fiato,
oltre il rraguardo.
I{o corso la seconda metá della pista cla soia. Ma in quegii
ultimi cinquanta metri é accaduta ,r, .oru maspettata.
Una pa,:te del pubblico si é ,:rlzara in pierJí e úa comincia_
to a battere le mani. fn sincrono. Mi incitavano, gridavano il
rnio nome, mi incoraggiavano. Come il giorno della mia prí-
rna vittoria allo stadio Cons. Solo che questa voha il rumore
era assordante.
Avrei preferito che non 1o facessero. Che non si accorges-
sero che ero cosi inferiore.
Ho tagliato il traguardo quasi díeci secondi dopo la pri-
ma, Veronica Campbell-Brown.
Dieci secondi. Un'infinitá.
Non ho provato vergogna, in ogni caso. Solo un forte sen-
so di orgoglio per il mio paese. Istantaneo, appena passata
oltre la linea del traguardo. La gente ha continuato ad ap-
plaudire, mentre la Campbell-Brown salutava il pubblico e
rilasciava un'intervista dietro I'altra, dentro un nugolo di
giornalisti.
In silenzio ho fatto il giro d'onore con al collo la bandiera
della Somalia. Senza clamori, senza che nessuno, forse, se ne
accorgesse. Con gli occhi, mentre correvo, al centro del cam-
po ho cercato Mo Farah. Non c'era. FIo guardato meglio
tutt'attorno. Non si r.,edeva da nessuna parte. f)oveva essere
rientato, perso all'interno degli infiniti gironi dello stadio
olimpico.
Era tutto finito. Ora era dawero tutto finito.
Cosi com'era giunta, ogni cosa era giá alle spalle.
Ero anivata ultima, eppure, ecco l'incredibile, dopo nem-
meno dieci minuti sono stata sommersa anch'io dai giornali-
sti di tutto il mondo. La ragazzina di diciassette anni magra
come un chiodo che viene da un paese in guerra, senza un
campo e senza allenatore, che si batte con tutte le sue ft¡tze e
arciva ultima. Una storía perfetta per spiríti occidenralí, ho
capito quel giorno. Mai avevo avuto un pensiero simile.
Non mi é piaciuto. Ai giornalisti rispondevo che avrei pre-
ferito che la gente mi applaudisse perché ero arrivata prima,
t4)
142
il
il
il
72.
non ultima. Matutto quello che ottenevo era un sorriso di
pietoso intenerimento.
Gliel'avrei fatta vedere.
20
Nello spogliatoio, sotto una doccia ghiacciata, ho giurato
a me stessa che sarei arúvat^ alle olimpiadi di Lonára del
2012 preparara come la Campbell-Brown.
Con i muscoli al loro posto e il cuore grande e potente
come quello di un toro.
Nel 2012 sarei stara la vincitrice.
Per il mio paese e per me.
Al ritorno, Tavita si é fatta ancora piü difficíle.
Ricevevo moltissirne lettere, a casa oppure al Comitato
olimpico, di dor-rne musuLnane che nri avevano eletta a eroi-
na, a loro ideale. Decine, ccntinaia di ietrelc. Ogni settimana
ne arrivava qualcuna. Scritte a incl-liostlo, alcune a macchina.
Senza volerlc', e¡o diventata un mito per migliaia di donne,
che mi avevallo vista priva dei veii attraverso le tv di tutto il
mondo. In quelle lettere dagli Emirati Arabi, dall'Arabia Sau-
dita, dall'Afghanistan, dall'Iran, c'era una passione stermina-
ta. Speranza. Sogni. Fiducia. NIi ero trasfornrata in un simbo-
Io, agli occhi del rnondo. E tutto era successo senza che 1o
avessi minimamente cercato, neppure pensato.
Ma per questo stesso motivo, girare per strada era diven-
tato ancora piü problematico. Si era sparsa la voce che gli in-
tegralístí di Al-Shabaab mi ocliassero. C)cliavano sia me sia
Abdi, ma io ero una donna, e quindi doppiamente minacciosa.
Ero costretta a inclossare il burqa per coprirmi il viso nel
paese che avevo rappresentato di fronte aile telecamere di
tutto il mondo, senza veli.
Per fortuna c'era IIodan che, da lontano, mi dava felicitá.
Riuscivamo ormai a padare quasi tutte ie sere, e spesso
portavo anche hoc,yct al bar di Taageere, dove FIodan, che nel
frattempo si era procurata una piccola u,ebcarn, ci mostrava
Mannaar e ci faceva sentire i suoi versi via Skype. Era vero
f
¡
t44 115
73.
quello che dicevanolei e hooyo: mi assomigliava come una
goccia d'acqua. Identica a me quando sono nata. Hodan di-
ceva ridendo cire voleva diventasse un'atleta, proprio come
sua zia.
Io intanto continuavo ad alienarmi ogni giorno insieme
acl Abdi. Con il passare delle settimane, peró, abbianro capi-
to che le nostre prestazioni non sarebbero mai migliorate.
Avevamo bisog,no di un sostegno, di un allenatol'e, di una die-
ta, di un campo vero e non martoriato dalle pallottole, di at-
trezzi. A Mogadiscio non esisteva niente del genere. ogni co-
sa si faceva sempre piü complicdta, ogni giorno che passava,
ogni ora che passava.
Non ho mai smesso di allenarnri nello stesso modo per un
anno, insieme ad Abcli, tutti i giorni de]la nostra vita. Un an-
no. Un anno intero a sudare pei migliorare i nostri tempi ogni
minuto che ciera concesso. Iippure non rniglioravano come
avrebbero dor.uto, con la rapiditá che ci sarernmo aspettati,
data anche la nostra etá. Partecipavamo, e vincevamo anche,
a gare in Sonralia o a Gibuti, ma non era abbastanza.
Qualcosa doveva cambiare.
La sera, a letto, pregavo la fotografia di Mo Farah di farmi
ffovare una strada. Chissá dov'era lui adesso, e cosa stava fa-
cendo. Avevamo provato a cercare un allenatore, a Mogadiscio,
ma sembrava che non interessassimo a nessuno. Dell'adetica,
in un paesc dove si spara. non si cura nessllno. I signori della
guerra non avevano alcun motivo per sostenerci, e quelli di AI-
Shabaab ci volevano morti, cc'rsi corne avevano atnmazzato mio
padre e la madre d, Abdi. Neanche il Comitaro olirnpico ave-
va,la forza e le energie per occuparsi di noi.
Eravamo dei pazzi che coltivavano la loro follia. Questo
eravamo. Una tollia che aveva come sogno ia pace, la speran-
za di vivere insieme da fratelli.
N{a le mie folli preghiere notturne a Mo Farah alla fine
1{6
s()no state esaudite, anche se in un modo ciiverso da quell<;
che rni sarei aspettata.
In quei mesi avevo conosciuto una giornalista americana
che spesso rcniva a Mogadiscio per seguire lo sport dei pae-
si dell'Africa occidentale. Si chiamava Teresa. Teresa Krug.
Era venuta a incontrarmi allo stadio Cons una mattina,
¿vevamo fatto un'intervista e mi era stata sllbito simpatica.
lrravamo diventate cluasi amiche. Tornava a trovarmi spesso'
piü o meno una volta alla settinlana.
Parlavamo finché ci riuscivo. In questo ho preso ilcarat-
tere schivo e introverso di hooyo, non mi piace rispondere a
domande troppo private. La famiglia. La nostra povertá. Mio
padre. I miei amici. I miei fratelli. N{ia sorella che ha fatto il
Viaggio. Non mi va, voglio padare, soltanto della corsa.
Nelle ore che passavamo itrsieme,'feresa mi h¿ sempre
cletto che avevo talento e che me ne sarei dovuta andare da
Ii. Diceva di cot-roscere un allenatore ad Addis Abeba, in
Iitiopia.
Ún giorno. duraute una delle nostre chiacchierate, mi ha
chiesto se non mi sarebbe piaciuto andare a conoscerlo. Gli
aveva gir) p-rarlato c1i me. Lui mí aveva vista a Pechino e crede-
va che nella mia cc¡rsa ci fossero buoni rnargini di migliora-
Ínento.
Piü me 1o ripeteva, piü sapevo che era l'unica cosa da fa-
re. Non c'era un'altra stracla, se volevcl continuare a inse-
guirc ii mio sogno. Li, presto nri sarei ridotta a una foglia ap-
¡rassita.
Qtrello eru anzi ció che pit di tutto desideravo: avere un
coach, avere Lln posto norlnaie in cui potermi allenare come
ogni atleta al monclo, pasti nutrientie calibrati sul mio fisico,
,.o.p. buotre, maglie buone, pantaloncini buoni. Sarebbe
stata gioia pula.
IMa avevo fatto una promessa a me stessa e ad aabe tanti
anni prima, e non avevo intenzione di infrangerla.
t17
74.
Teresa, in queimesi, é tornata all'attacco piü volte, e io
ho sempre risposto cli no. Mi avrebbe anche aiutato a parri-
re, avrebbe cercato cli facilitare le procedure per i miei do-
cumenti.
Nonostante questo ero t'erma sulla mia posizione: non
avrei lasciato br.¡oyo, i miei fratelli e il mio paese per niente al
mondo.
Un giorno sarei riuscita a vincere le Olimpiadi, e lo avrei
fatto da donna somala e musulmana.
Con il volto scoperto e gli occhi rivolti al cielo.
Dentro una telecamera avrei parlato a tutto il mondo di
cosa significa combattere senza n"tezzí per raggiungere la li-
berazione.
11rl
Poi, poco tempo prima che ler¡sa lasciasse Mogadiscio
per tornare negli StatiUniti, é accaduta una cosa inaspettat¿' l
Dopo cena ero ;;;,*;;;tri"lal burqa' per tornare allo
staclio Cons. Ogni tanto ío f""t'o o"to'u'Ñt'i' ci anclavo per I
allenarmi, ma per J;l;;l';;;; la schiena' per rimanert ]
ffi;:';^;;á"' l' 'ijl'-p"'r^"
quello che avrei voluto i
fare in spiaggia
" "";;;;;;iÁ"'o' 'ilussarmi'
perdermi nel
;i;;; ¿"1 .i.t...,,.lasciar volare i pensicri-.
Al ritorno, hu"yi
"ii':'itlf
i t"no giá a letto' il cort.ilc era
vuoto e silenzioso iol" it grrrl,1.
".r.ulipttl
svettava' dimen-
tico di tutto. Non ti;;;; "tl*f'"
un filo d'aria' le foglie affu-
solate sta¡ano imniobili'
Prop,rio ul ..,rtto*tltl cortile ho notato un piccolo fagotto
appoggiato a terra' il;;;;avvicinata' Era uno hilabbianco
ripiegato
"
rnnntlott-'
'i
q"'itt a.n,goli' a,iormarc un sacchet-
to. Era cosi strano' Chr-'ho..''r-o ti iost" dirnenticata qualcosa
iuorii Sembrava peró essere stato lrlesso ii apposta' collle per
essere tro'ato. Ptt;;i;;i Á"^ del grande spazzo di terra
bianca.
Lho aPerto.
E sono rimasta senza fiato'
Dentro c'cra una montagna cli banconote'
Ho provato
'
tt*t"lt u"iott-tt"e'.Sará stato un milione
di scellini. 'fun'ittl-i
'ukli'
Llna famiglia ci avrebbe vissuto
21
l1L)
I
75.
comodalncnte per clueanni. Mangianclo carne clue volte a
settirnana, ¡resce il venercli. Era una fortuna.
Chi potcr,,a...i,
Alf improv'iso é ¿rrrivato Lrn rumore sorclo da quelra che
era stata la stanza di Yassin e Ali. Erano anni ormal che non
veniva usata, ma sembravano millenni. per un pcl', flnché
«abe era
'ivo,
lui e Said se n'e1.¿,1. serviti .o-. d.por;,o, foi
lressuno l'ave'a piü toccata. Da secoli non ci rn"türn píá".
Da quando erano partiti avevo 1árto come se non csistesse
piir' c.me se non fosse lnai esistita. Il solo pensiero cli tutto il
tempo che io e Ali ci avcvamo trascorso ml avrebbe riempita
tli tristezza.
Poi di nlrovo quel rumore.
I)oveva essere un gatto, o forse un topo. peró non ¿tvevo
mai sentitr¡ rumori arrivare da li.
Lentamente mi sono awicinata alla porta. Niente, nessun
suono- Allor:a ho aperto e sono rimastaiulla soglia. Era rurto
br-rio. la lLrce della lun, filtra'a a malaper.,, .lrliu p,rrrr,
"
lu
stanza pLLZZav^ di umiclitá, di chiuso e di poJvere.
_.
Piano piano, gli occhi hanno cominciato ad abitr_rarsi
all'oscuritá.
Era p-,is¡¿ degli scatoloni di tttbe c Saicl, c,erano anche al-
cuni atúezzi e nrolte_cassette per la frutta c)i hoctyo, afhstel_
late. Iutto era stato lasc'iato vicino all,ingresso, é copri'a la
visua[e verso il fondo, dove ricorclrvo .ü. stavano amtrluc-
chiati i marerassi della fámigiia di Ali.
Alf impro'viso ho se.tito di nuovo lo stesso rumore cli
prima_, ma piü forte. Doveva essere un topo. Ho mosso un
paio rli passi in ¿rvanti.
Poi ho visto.
t]n materasso era stato spostato e accostato aIa parete cli
fo,clo. Sopra, seduta o go,",.,[r" incrociate, .'"-r, .,r'.rrrbra.
Ho cacciato un urlo soffocato e ho fatto un baizo all,in_
dietro, sbattendo contro un grande scatolone di cartone e
perdenclo I'equilibrio. Ero a terra. I{o fatto un movirnento
brusco per alzerrmi, quando si é levata una voce.
"Samia."
Era un uomo, forse un ragazzo, comunque un maschio, e
la voce non mi diceva nietrte.
"Samia, sono io, non mi riconosciT"
Ho strizzato gii occhi e ho guardato i'ourbra con attenzio-
ne. Ave',,a i capelli lungl-ri e ciufTi di barba incolta sul mento
e sulle guance.
Un brivido cli freddo terrorc mi ha percorso la schi.:na.
Non ho flatato.
"Sono Ali."
N{i sono ar.r,icinata. P«rteva essel'et1avvero A1i quell'uomo
barbuto? Era suo quel viso segnato, scavato, sofferente/
Sono avanzata cli un altro passo, con il piedr: ho toccato il
materasso. Gli occhi erano quelli delmio migliore ami,:o, ma
eran() nascostí clietro uno schermo di durczza.
Mi sono inginocchiata sulmaterasso e subito, a cluella di-
stanza, mi é venuto l'istinto di toccarlo.
AII'inizio si é ritratto, poi ha cetluto.
Ci siamo al¡hracciati stretti come mai avevafflo fatto in
tutta la nostra vita, Su cluel materasso impolverato, in fondo
a una stanza piena di ragnatele e umiditá.
"Sei tornato?" gli ho chiesto. N{i é venuta in mente quella
sera di t¿rnti anni prima, quancJo ct¿tbt mi aveva regalato Lln
paio di scarpe da ginnastica ed ero entrata in quella stessa
stanza per mostrargliele. Lui era sdraiato sul materasso e si
nascondeva la testa sotto il braccio. Era piccolo, allora. Un
b,urbino.
"Sto per andarmene," ha risposto lui. La surl /oce era sco-
nosciuta. Solo í suoi occhi piccoli e vicini e il naso piatto era-
no quelli cl-re ricorclavo. Intorno alle labbra c'era una peluria
r)e[¿]) non le vec'levo bene.
"Come sarebbe a dire che stai per andartcne, se sei appe-
na tornato? "
r 51
150
76.
"Mi sono tratrenutotroppo a lungo, non ci saremmo do-
vuti incontr¿lre. " La ,ro uo.á .r, .luü.
"Perché sei venuto a casa?,,
"Per lasciarvi l<,t hijab...',
Una pausa.
Poi é scoppiato a piar-rgere, e mi ha racconrato tutto.
Era entrato in Al-Shabaab molti anni prima, poco clopo
che s.tro padrc yassin rr,.r,, pr.ro i, J..;rione c1i partirc t1a
Bondere.
Suo fratelio Nassir cra giá stato reciutato, aveva seguito
i'anrict'r Ahmed. Per aabc frr.i" .., ,á,o un colpo durissi_
mo, e I'aveva cacciaro.di casa. Temeva ch" unche Ái;;^üb;
finito per percorrere lrr stcss¿.r ,irrJ", ,"¿rna" ár"ir. ;idr:
tello maggiore. E allora si erano trasferiti l;;;, ;r.J, ;;
piccolo paese di.|azeera, dove yurs,in
")ob,,..uru'rr*i ;:;;"
sciuti.Ii, suo padrc_sperava di t"rr.ri. i;r,;;;rgh ;r;;;
rnisti. Ma si era sbagliát., perché Ahmecl
"
ñurri.lf*;;;
irtrodotro al comitáto dirigenziale ¿i Ál Sfrrfrrrt Sjidl;;i"
f i :l* parrisser.o. Ecco perche qrJpo.eriggio Ahmed
I aveva cercato.
E'ra sraro un ,t'riodo Jifr-icire ¡rer ruí: seguire ir Frareilo o
,J.are rcrra al pa,lrc? Alla fine
","r1'..jr,o. Poco clopo íl tra_
sferimento aJazeera a'eva lascia,á f, .l* cli yassin e aveva
seguito Nassir.
. Per la_ prima volta nella sua vita si era sentito trattato da
Í1:,1-rr"
di v,rlore, aveva ¿lvuto una scuola, aver.a inrparato a
scrrvcre, a¡eva una residenza clignitosa, un bagno, un pr,rro
tre voite al giorno.
"Ti ricordi che da piccolo no-n sape.() neanche leggere?,,
mi ha chiesro.con quéliu uo." .lu.u.'..g .fr. ,.fr;;;?;;",
g,tazie a te e alla corsa, h. ir,parato ,t, qrei
'ecchi
nranL¡ali
della biblio teca?"
_,..-1"."):"]rr(rce
spezzata in gola, non sono riuscita a rispon_
(rere' t10 so*anto fatto di si cor-r la testa, mentre g1i accirez-
zavo un hraccio.
"Dal giorno in cui ho seguito mio frateilo ho conquistato
tutto. Quello che non averrc¡ rrai avuto, che non ero mai stato. "
Gli ho stretto la mano e ho fatto cenno di continuarc.
Yassin aver'¿r ocliato e ripudiato h-ri e suo fratello, ma in
questo moilo si erano trovati liberi di avere la 'r,ita chc rnai si
sarebbero potuti permettere. Istruzione, vestiti puliti, le pan-
ce piene.
Lui si era distinto da subito negli studi clei Corano, nell'uso
delle armi e nella strategia rnilítare. Presto aveva scalzato Nas'
sir e anche Ahnred, che ncl frattempo erano stati spediti in
un campo di addestramento vicino all'arcipelago di Lamu, a
nord del Kenya. Giovanissimo, era arrivato a guadagnarsi la
fiducia di Ayro in persona, il capo di Al-Shabaab.
A qtrel punto Ali si é fermato, ncln riusciva piü a continuare.
Lho pregato cli anclare avanti, nei suoi occhi c'erano una
freddezza e una vacuitá che mi spaventavano, ma quei sit-t-
ghrozzi irn plo ravano ascolto. la renr ission e dei peccati.
"(lontinua, Ali, sono qui," gli ho detto ingoiando i] mio,
di nodo in gola, e accarezzandologlí il viso.
"Ho dovuto fare una cosa malvagia... ho dovuto fare una
cosa che non avrei mai..." É scoppiato di nr,rovo in un pianto
trattenuto. 11 muco gli usciva dalle piccole narici, sembrava il
bambino che avevcr sempre conosciuto. (]1i tenevo strefte le
mani c gli ho detto di non preoccuparsi.
Nel frattempo i nriei occhi si crano abituati alla penorn-
bra, adesso clistinguevo meglio i lineamenti, la stoffa buona
dei vestiti.
Intorno a noi c'era solo silenzio e un forte oclore di muffa.
Ali ha preso un respiro, si é asciurgato le lacrime e ha con-
tinuato.
GJi integralisti cot-losceva,ro me e rnia sorella Ilodan, ci
chiamavano "le due piccolc sowersirre". E cot-loscevano an-
che nostro paclre, che non si era rnai voluto piegare ai signo-
ri della guerra dell'Islam. Sapevano che nr¡i due eravamo cre-
sciuti insieme, neila stessa casa. Dopo la mia vittoria aHar-
t5)
152
77.
geysa, Ayro siera messo in testa ili clarmi una lezione per far_
mi passare la voglia di corrcre.
Dovevano togJierc di ntezz<¡ uab<,.
E cosi Ay.o era andaro da Ari e gli aveva chiesro cri indi_
care all'uomo che gli avrebbe ,pr.ur-n .f,i eru aabe.
Lui non aveva avuto scelta. Era l, .orn piü crudele e cli_
sulrana, per lui, come se gli avesse chiesto'cii u*r.,,*)*"^^rl
lj.:l1i:
padre. Eppure, se non avesse accemato, ,ur.bb.lul
scraro cne molte oiü persone saltassero in aria. Co, quul.uno
chc k, .ono...r.r. invcce, si potcva colpire so]o lui.
.Corsi,_ euella marrina ,l -".cato ái ñrUru si era nascosto
trala folla ed era rimasro urrun o-ud- á0" yr* uÁi;;. ;;;;;
sentiro il suo odore, che ricordru, f..i.rrrmenre.Il profiuro
*::::r::l¡le
p.er anni era sraro l",;;;," deisuoi, che hooyo
rava.va anche pcr la sua famíglia.
Poi gli occhi di Aii si soná fatti cri ghiaccio e ha smesso di
parlare.
.-r,f:
impietrita. euelle parole mi erano enrrare nelle orec-
crrrc. lrra cra comc se non volessero farc tuttala strada firoal
cervello e sressero ferme ll, i,, ,tt"* Jii,n, ,..oltuta che Ie ri-
buftasse giir. Non so cosa ho trtio, f.o*Jni"nr.. Forse ho gri-
dato o pianro. Non Io so. E non ,o'n"u*h. quanto tempo sia
trascorso.
Poi Ali si é alzaro e ha cletto che i solcli erano rurto quello
chg
lyeva
guadagnaro in quegli *ri, .,J"va che fossero no_
stri. Con un so*iso un uro hr'.l.tto.fr. J, fir;;;ü 1.ri;;;
come suo padre, che al,eva voluto ,iru..i.. oabe condel de_
naro, quando era stato ferito al ,ro pnra. Sapeva .fr. r,r" .i
avrebbe ripagaro, ma er¿r l,unico;;;;ñ pore'a fare.
"Mi sono Denriro, San-ria. Á;._.;-r"ro fuori da Al-
Shabaab.
Non ho aperto bocca.
"Se riesci, perdonami. .. d.baa1,t.t...,,
Silenzio.
Poi,lentamente, si d alzato.
¡
t
Prima di girarsi mi ha sfiorato la spalla con una mano.
Quasi sulla soglia della porta ha aggiunto: " Vedrai che ar-
riverai anche a quelle di Lonclra, di Olimpiadi".
Sono state le ultime parole che gli ho sentito pronunciare.
Poi é andato.
Mi sono voltata.
Di iui mi é rimasta I'immagine della schiena larga e nera
ritagliata nella h-rce delia luna.
Sono restata cosi per chissá quanto. Ferma. con le lacrime
che mi rigavano il víso e mille domande come spilli nella te-
sta. Ero confus¿t. Quello che Ali mi aveva raccontato, come
una cosa che tante ,,,olte cloveva essersi ripetuto nella solitu-
tlinc dt'] suo letto. cra scot'lvolg('ntc.
Come aveva potuto? Come aveva potuto dimenticare tut-
te le r,,olte che aabe lo aveva tenuto in braccio e da piccolo lo
aveva imboccato, rrentre suo padre hssin baclava agli altri
ft'atelli-l Comt- ¿rveva potuto non ricordare le infinite occasio-
ni in cui hctoyo gli aveva fatto da manlma, lo aveva lavato, ve-
stito e aveva cucinato per lui? Come ar,'eva potuto?
A'",evo queste e rnille altre domande nella testa. Ma sono
sicura chc quello in cuí la sua schiena si stagliava nella luce
della luna ¿ stato l'istante in cui ho preso la decisione di an-
clare.
In un attimo, clentro quelf irrmagine . tutto il mondo é col-
lassato per sempre. Se il nrio paese er¿r stato capace di far di-
ventare un mostro quello che per me era sempfe stato un fra-
tello, la mia anima gemella, se lo aveva trasformato nell'assas-
sino di mio padt'e, aliora sigr-rificava che io non valevo proprio
niente, per il mio paese.
Aabe era la Somalia. Ma la Somalia aclesso era morta, uc-
cisa da un fratello.
Star,o sprecanclo tempo. Avevo giá br-rmato via al¡bastanza
anni e talento in un h.rogo che non mi voleva. E non perdeva
occasione di ricordarmelo, costringendomi ogni giorno a
1r5
151
I
78.
riempirmi di r,'ergognae di sudore e a subire le umiliazioni
peggiori, per strada, ovunque.
Erano anni che ero esausta, ma non avev() mai voluto am_
metterlo.
Aveva avuto ragione Hodan.
Avrei fatto come lei.
Avrei fatto come Mo Farah.
22
martina dopo ho chiesto a Said di prestarmi il suo te_
lefono. Ho chiamat. Teresa in America
"
re ho detto che sarei
partita con lei. Hoovr-¡ avrebbe capiro, i fratelli se ne sarebbe-
ro fatti una ragione.
"Ho cleciso, vengo con te ad Addis Abeba,,, le ho detto,
Hodan era felice della mia decisione. diceva che finalmen-
te avevo preso il coraggio di andarmene da quel paese e di
inseguire dar,r¡ero il mio sogno. Nel frattempo lei si era tra-
sferita con suo marito Omar e Mannaar a Helsinki, dove pre-
sto il governo avrebbe pror,veduto a loro con una casa e un
assegno mensile.
Mannaar era la mia gioia. A quasi un anno c mezzo eÍa
ancora identica a come ero io alla sua etá. Occhi vispi e im-
pertinenti, lunga lunga, magra magra. Hodan avrebbe fatto
di tutto per iscriverla a un corso di atletica giá dal seconclo
anno di etá, come del res¡o si usava lassü.
Dei soldi di Ali non avevo voluto neppure uno scellino.
D'accordo con hc¡oy,c.¡, avevamo deciso che metá l'avrebbe te-
nuta lei e 1'altra metá sarebbe anclata a Hodan, per IIannaar.
Non avrebbe dovuto sprecare neanche un giorno. E presto si
sarebbe saputo se aveva daw,ero talentc,, ma intanto avrebbe
iniziato nel migliore dei modi, e forse sarebbe arrir,,at¿r alla
prima gara con la corporatura di Veronica Campbell-Brorvn.
Avrebbe vinto piü di me e prima di me.
Lattesa interminabile dei docurnenti per I'espatrio ¿ stata
scandita da una dolcezza sconfinata che avevo cominciato a
provare per tutto ció che mi era piü vicino, dai miei fratelli e
le mie sorelle a hooyo, e per tutti i miei luoghi abituali. Persi-
'i
I
I
E
156
t57
1i
I
i
79.
no con Abdiun giorno sono scoppiata a piangere in una pau-
sa dell'allenamento, seduti inmezzo al canrpo, dicendogli che
h-ri e 1o stadio Cons mi sarebbero mancati tantissimo.
"Come fara a mancarti una pista piena di buchi di proiet-
tile/" mi aveva chiesto mentre si riallacciava le scarpe e si pre-
parava a ri¡rrendere la corsa. Vero. Élpprue sapevo che di ¡ut-
to avrei scntito la mancanza, e r,ivevo ogni ora celcando c1i
assorbire ¡ritr memoria possibile, assímilando dettagli che mi
sarebbero scrviti.
Un altro pomeriggio mi era capitata la stess¿r cosa al bar
di laagccre, qrrando lui aveva insistito perché bevessi uno
shaal in slra compa§lnia. "Presto te ne andrai," aveva detto. E
io ero scoppiata a piangere cli nuovo. "Non piangere, cam-
pionessa," ar¡eva continuato mentre versava un po' di latte
nello shoat, il buon vecchio Taageere, che aveva il viso solca-
to da rughe talmente profonde da sen-rbrare una di quelle ma-
schere che rappresentano lblis, il demonio. Solo che aveva gli
occhi buoni, piegati alf ingiü in un'espressione di costante
fenetezza. "E quanclo sarai l) ti dimenticherai in fretta di noi.
Quando tclrnerai sarai taimente famosa che non avrai nean-
che il ternpo di vclirmi a salutare," ha detto mentre finiva di
mescolare il té. "Se lo farai giuro che ti verró a prendere a ca-
sa e mi faró r'accontare tutto, con le buone o con le cattive."
Avevo tinito col piangergli sulla spalla, e scaricare cosi un po'
dell'ansia che mi chiudeva lo stomaco. Lui mi aveva stretta e
poi aveva cambiato discorso, dolcemente e parlando sottovo-
ce, come sempre.
Ho irnpiegato sei mesi a pártire. Tanto era stato il tempcr
necessario per sistemare i documenti per l'espatrio.
Tcrt:sa areva sorvegliato tr"rtto il processo cla lontano, e
quando era stato il momento era tornata a Mogadiscio. Era
dir.entata il r¡io punto dí rifcrimento. Avevo deciso di affidar-
rni a lei. Tcresa avel,a solo vcntisei anni, ma aveva giá fatto
molta es¡rerienza, vissuto in mold paesi, e sapeva come rnuo-
158
Versi. Avevo decjso di fidarnri finalmente di lei abbanclonan-
clo ogni resistenza nei suoi confronti" Era il mio lasciapassare
per: la libertá.
Ii gicrrno clei saluti con hoTyo e i fratelli é stato rnolto tri-
,r..-A-áiff.renza cli 1{odan, che aveva sorpreso tutti con-la
,u, pr*.rra, il mio congeclo era durato un giorno intero' fin
,loiio*..iggio prima. §arei tornat¿t prcsto' dicevo' l'Etiopia
,ron ..u lonJuru. Non appena avessi cominciato a vincere pir-)
*u." irrr"."azionali u"r.i-a.r.h" avuto il tlenaro per an<Jare e
u.nire ogni volta che clesidelavo'
Con *e avevo preso l'essenziale: quasi niente' come sem-
pre. Il mio completo da corsa. La tuta' Qualche scellino' La
iascia cli aalre eia foto di Mo F-arah, che dopo dieci a,ni ave-
vo staccato dal muro. (Jrmai efa consumata, non era piü car-
ta, efano un disegno e un sogno impressi su ali di farltalla. Le
Jú. -..duglie c1i'ilarg.yr, .-rr,,o rim.aste li, attaccate a quel
chiorlo ormai or.,,gginito dall'urniclitá. Ilool,o aveva dafo
;;.h;
^
me il fazzoi.Jro .,rt, dentro ura delle conc6iglie che
aabeleaveva regalato tanti anni prima' Voleva che 1o portas-
,i r"*p..,
".u
lu r,lu protezione' LLra r(;icgato facendone una
iu..*
"
Á" l'ha l.grto al polso, s*ctlo con due nodi' Tra ie
pieghe, nel m"zro, la piccola conchiglia non si vedeva nem-
meno.
,,cosi ti porti dietro iltuo amato mare," mi ha detto. "l'tlt-
to il mare dentro questa conchiglia'"
Teresa mi ha aspettato per trn po', nel taxi' prima che po-
tessi staccarmi da iool'o'Eia piir forte dilne' non riuscivo¿cl
uÜt r,tJ""rtla. Alla fiÁe ho stietto i ptrgni,le ho dato un ulti-
mo bacio e sono andata incontro al mio nllovo destino come
un solclato, o tttt guerriero, va alla battaglia'
Ar,¡emmo Viaggiato in aereo, saremmo atterrate clopo due
ore di volo, alle <lue del pomeriggio'
75.)
80.
Era la seconda,oltache ¿lrrir.avo ail'aeroporto in alltomo-
bile, e questa voha lo stato c|anirno
".o
.lir,...irri-". p.rh
r,'olo non c'era staro neulmeno bisogno del sonnifer;. E-;i:
mente triste che non Avevo paura di niente. l,a paura é un
lusso deila f'elicirá.
In poche ore, tla quando avevo ottenuto i documenti, tut_
to ne,lla mia vita era cambiato. In quelli che mi erano sembra-
ti pochi istanti, come fossi ,tot, .riuprltata attra'erso il tem_
po, ero cla ,n'altra parte, in ,n alt¡o mondo, prirnta;;;;;;
nLrova partenza.
I)urante il üaggio, ic'r e Js¡.r. abbiamo parlato senza so_
sta. Teresa mi diceva sempre di concentrarmi su quelio che
sarebbe venlrro, las cian doperrlere quell o .h" rr,.rá rrif .rir_
to ]a mia carriera. ci sarebbe voiuta iutiru,ma ce I'avrei fatta.
Se ero affiyata alle L)limpiacli con le rnie ,ol" grn-,b.,:;;;i
riuscita a fáre anche quelkr.
2)
All'aeroporto di Addis Abeba, acl aspettarci c'era EshctLr
f-ura in persona.
In gioventü era stato r.ln adeta e adesso allenava corridori
di talento. Sarebbe stato il mio coach. Era alto e asciutto, ie
spalle muscolose contrastavano con i capelli brizzolati e il vi-
so non piü freschissimo. Non era come l'avevo immaginato,
nella mia testa era piü giovane, m¿r er¿r moltc, eleganter, si¿ nel
vestire sia nei movimenti.
La stra gentilezza e la sua educazione mi hanno ispirat<r
un'immediata fic-lucia.
"Benvenuta nella nostra cittá, Samia," mi ha detto in in-
glese, mentre mi porgeva la mano.
"Grazic mc,lte , signor..." Ho fatto lllra pausa mentre
stringerro. Nou sapevo coure chi¿m¿irlo, se ilcr nome o pef
cognome .
"Coach. Mi puoi chiamare anche solo coach, per adesso."
l{a allargato un grande sorriso che mi ha messa a mio agio.
Poi ha indicato la borsa, che aver,,c'¡ lasciato a tema, come per
dire che l'avrebbe portata h-ri. E cosi h¿r fatto. f'eresa viaggia-
va con uir bagaglio a mano, si sarebbe fermata solo un paio
di giorni. Ho lasciato che Eshetu si mettesse la mia borsa a
tracolla.
"Andiamo, adesso. C'é un taxi che ci aspetta."
1l¡ 1
160
i
il
I'
81.
La cittá.., -ll:piü-grande di Mogadiscio, e anche mol_
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: fi':',Tili; ",,
áari.i
".1,. l.,.g.i, r,rnton,.o
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i-il,r
E.." ;;;;il;il;;J,.ji iliffi j*:11,,,¡i"i1"[
n u o'a che a rri va,,,a a" r"*i. ;u*" ;,,
"#: T,rr.r:?Í:iX j'il1
sco sul viso Der ..-.n,1"..i-.orr.'Jfr"..rrrro
sta'a cambianclo.
Ogni cosa el.a permeata da un odc,r.c d.
saggio ..u ,inrir" a queilo a cui ero ,o,lliill,
anche se il pae-
. "L'arí,r qrri i profirr"rru,:l=ro'¿"irl,,
r r.,r.ra. chc srava se_
duta dierro insienre a lne.
"Non é profurnata, é nonnale, Samia. D solo che non si
.scnre il pu¿zo tiella polver. J; ;;;;.":'ñon .i avc'o mai pen_
sato. Il puzzo della'poJv.,r.e J;:;;;. l.o nrro prima di rne
i:H1' :"iii;,T ff T:i:# :-,i1"": 3.?,T;; ff T*iii
I'al.ia coure dor,ev¿
,,axi ñ;i;:"J: LH.l ;:Xf f:i.T::l*::l*
"
tlascorso lrn Daio .Ji giorni, nr. ,-lfr. ron mi fossi sistemata
nella nuo'a ohirarion...A.rbia,nJ;i;;;,.
Esheru e ci siamo
clarüppullranrerro ¿, li, ¿r.'*;;;. ''
Dopo l'horel av
unqu,l*ier"",.rr.ll'.lr'il:,1üff
#::*,?iJil,i,:,ru;:
;:,il*:,""1fi:i:.*;; ,n;.i 1',::,,rrc,, grazie a un
.li".ri,iiirffi;il. venlva spesso acl Addis Ab.bo. Su..bb"
fi :J:l*f
Ji tffi *il],"'"',1 ;Ti:lTlfl: ; ::**:
Dtre giorni .Jopo lsresa i. ripartira. IJ
il.;;; ;:l?fi :'#,:,,:,
;ir;;,;, : H :il'ff , :j ;il: ff ':il
n arci . u n a ; ii;;;;;. Í,j;,Hffi :H:,,:f :,:rf *, ffi l;l
ancoJa. quaicuno a nre caro r¡i lasciava.
Ci siamo salutate come si ,olrtorro Jre so¡elle. ,,A
presto,
abtttlyo," le ho detto sulla porta dell¿l cantera clell'albergo che
itvrei lasciato qtrello stesso gic,rno.
"Ci vediamo presto, Samia. Magari quando ver:rai negli
Stati Uniti per una gara im1;ortante," mi ha risposto, con le
lacrime agli occhi, prima cli richiu<lere ia porta.
Da quel giorno sarei stata soia.
Sola con la mia vogiia di correre.
Lappartamento aveva soltanto due camere, ¡riü una cuci-
na e un bagno. Era piccolo, ed eral,amo in doc]ici, ma nor-l
A/evo nrai avuto tante comodit).
Con due rug:azze etiopi, Amina e Yenee, ho subito sÚetto
anticizia, fin dal momento in cui ci siamo cor-losciute. Aveva-
no la nlia eti e lavoravano Ia terr¿, come le altre novc, appena
fuori da Addis Abeba. Erano rlrrte braccianti che venivano
chiamate a giornata. Quella in cui vivevamo era la casa del
proprietario della terra.
Lavoravano in c]ue turni, mattina e pomeriggio. Amina e
Yenee di solito facevano ii pomeriggio, quindi spesso cuci-
navamo insieme. La cucina era vcrarrente piccola, ecl era tut,
ra ricoperta, dal pa'n,imento alle par.eti, dellc stesse piasrrelli-
ne color verde ¿rcqLla. (l'erano un tbrno e una cucina a gas.
Li di fianco, un lavandino, una credenza per i ¡riatti e i bic-
chieri e r-ui frigorilero. I1 primo della mia vita.
Amina c )'enee mi facevano assaggiare i trriafti della tracli-
zione etiope e io quelli sornali. Ci capivarno a gesti, ma presto
ci siamo inventate una lingua nostra, un misto di sorn¿lo, etio-
pe e inglese.
Lappartamento era al qr-rarto e ultimo piano di una palaz-
zinanon tfoppo brutta, con un intonaco rosso. Sotto, c'era
anche un giardineto dove i cani facevano i ioro biso¡1ni. Dor-
mivamo in sei per camcra, su sei rnarerassi adclossati l'unr¡
all'altro. Il mio, essendo io l'ultima arcivara,era il piü lontano
dalla porta. Per raggiungerlo dovevo sc¿lvalcare le altre.
161
I í-)
82.
Le rup,azze afine giornata erano molto stanche, illavoro
nei campi Ie srrernava. eualcuna fin i,ar'inizi. -i;";;;;
s() in anriparia. soprarrurro c,¡c ,onrrl. J"ii, *;ii.;;li,[i;_
gadiscio, che mi vedevano .or".
"nu
principessa che nella
vita non aveva nienre di rnegJio d, i;;. che correre.
Una sera che eravamo iniieme nella piccolu .u.i.u, prima
di andare a le*o, Amina, rrun.u ¿-"-ttl'-ciiacchier" malevore di
quelle due, se n'era uscita con la
"orir¡uche
ero andau alle
Olimpiadi, avevo corso per il loro p;;..
"A me non frega niánte .tr ,ru""-¿"rtata prima ai venire
qui,".ha risposto una ,elle ,lr. so-uI", .h. ..u ú.lilrrir,
avrebbe potuto essere una moclella. ,,Adesso
é qui come noil
si vede che le cose non vanno molto lr"r" rr.*.]h;;i;i:,i"''
Non aveva tutti i torti.
"E poi non ha nemmeno vinto,,, ha aggiunto I,alúa, alta
e corpulent a, un,aria di ¡rere,ne máoi.n, negli occhi, come
se ogni cosa Ia infastidisse. ,,lroreva
farci firein;?;;;r; _i_
glíore." Ncanche lei rveva rurti i rorLil
Nellc prime serrimane, c(),nunque, respiravo il profumo
dclla Iiberrá. quell,r d.ll.rr..rrrl.]1, p,,1"1.. J; ,;;;".'A;::
::.9:]l:
¿miche e porevo andarc ; ñ; senza rischiare che
qualcuno mr sparasse. Andare al mercato, che era _otro piJ
piccoJo di quello di Bakara, -, .;;;;;;e pieno di cose e di
gente, farela spesa li o in qualch" pi¡;;l; supermercaro, ror_
nateacasaecucinare.
Cose normali, che peró a me sembravano increclibili. Mi
sentivo piena di energia, ogni evenro *i .ál,ruu, di entusiasmo.
Presto, peró, ho capito che non sare bbe stato facile come
credevo. Ero Ii per correre. Lavrei fárto fin ;;i;;.*;;;:
no, ma Eshetu all,inizio mi aveva comunicato che non era
ancora possibile. Dovevo p azientare,forse due r",i;;;. i;
cose per me non erano ancora pronte, ma presto ]o ,rr"bba-
ro state.
Mi sentivo una puledra senza briglia e senza sella. Avevr¡
lrisogno di allurrgare le falcate, tenere i muscoli in movimento.
I giorni passavano e la mia impazienza cresceva. Facevo
csercizi in casa, quanclo le altre non c'erano, ma piü dí tutto
avevo voglia dí correre.
IIo cominciato presto anche a lavorare, nel pomeriggio:
per mantenermi aiutavo la padrona di casa, la moglie del pro
prietario deila terra, a cucire merletti sugli abiti. Andavo nei
suo appartamento, che era di fianco al nostro, sullo stesso
pianerottolo, e passavo quattro ore a cucire insieme a lei e ad
altre trenta donne i piü svariati tipi di pizzi stt migliaia di abi-
ti femminili. Quelli che le donne dell'Islam indossano sotto i
veli, tutti trasparenze e sensualitá. Era il suo lavoro, e io la
aiutavo, seduta per terra in una grande stanza insieme a un
mare cli tagazze. Starramo li, in silenzio, a ripercorrere quelle
trame segrete, a tessere fili di futuri piaceri proibiti. Nessuna
parlava. La padrona accendeva la radio e lavoravamo al suo-
no della nrusica tradizionale etiope. NIi pagava poco, ma era
pur sempre qualcosa. E poi forse aveva ragion ela ragazza so-
mala: non potevo lavorare nei campi, dovevo presenare il
mio corpo per la corsa.
E infatd lavoravo pensando soltanto a quando avrei rico-
minciato a correre.
Poi é venuta fuori la veritá.
Non potevo usare il canlpo finché non fossero arrivati i
documenti clalla Somalia che attestavano che ero un'atleta del
Comitato olimpico in asilo politico in un altro paese.
Erano giá passate sei settimane. Un mese e mezzo senza
corsa. Ho cercato di far capire a Eshetu che era un suicidio,
che avrei dovuto correre lo stesso, perché quei documenti
avrebbero impiegato mesi, se non anni, ad arrivare, e io nel
frattenipo avrei rischiato di dimenticarmi com'era fatta una
pista di tafian. F{o cercato di fargli capire che le cose in So-
malia erano peggiori di come lui le immaginava. Che quei do-
t65
164
I
I
83.
cumenti avrebbero potutoimpiegare anni ad arrivare. Ho
provato in tutti imodi a convincerlo a farmi allenare con gli
altri sr-roi atleti. Ma non c'é stato verso.
"Non si puc, Samia. Mi dispiace, re io devi mertere in te_
sta," ripeteva a ogni mio affondo, con quella s,a voce gentile.
"Non si puó."
Io insister,o, non p()teva finire cosi, non era possibilc che
dovessi aspettare mesi prima di ricominciare. ,,Ma
io h«¡ cor_
-so le c)iimpiadii Sono un'atlera fam.sar Sai quarrte cronne mi
hanno scritto?" ero scoppiilta una volta.
Niente da fiue, non attaccava. La rispclsta era sempre la
stessa.
"Non si puó."
. .
Andavo li tutti i giorni, ogni volta speranclo che fosse quel_
Ia buona. Un porneriggio avevo raltatu i merletri ed ero pi,"--
bata nel suo uflicio in lacrime, sarei srata disposta a tutio pur
di inizia.e . Esheru si era infirri¿rro, ave'a detio che rror-, pár"_
,o capitare li all'improwiso, non avevo ancora l,autorizittzio_
ne a usare ia struttura, se mi avessero scoperto sarebbe stato
a¡che peggio. Ho insistito ancora. Niente. poi, alla fine, qLran_
clo mi ero decis¿r a srnettere e sta¡o per uscile a testa l-rru,
lui ha detro; "Una soluzione peró pótrebbe esserci. É l'rni_
9a". Mi guardava con la tesra inclinata, attraverso gli occhia_
lini da presbite che nsava per leggere.
lo, dall'altra pafte della scri'ania, sono saltata sulla seclia.
"Sono disposta a tutto," ho risposto.
"Pu.ri correrc di notte. Quando gli altri atleri lasciano il
calnpo. "
Ancora di notre. Anco¡a da sola. Ancora piü sola.
F ra cluanto di piü lontano da ció che speravo c¡uando ave_
vo deciso di partire.
Sarei srata di nuovo in clandestinitá.
Solo che questa r,olta era ancora peggio. Non ero piü nel
mio paese, ero una stranicra senza docunrenti, senza passa-
pofio' Niente di utficiale che arresrassc la mia idendt) eia mia
provenienza. Essere somali significava anche questo. Non po-
ter essere riconosciuti in casa altrui.
"Ti devi mettere in testa che per alcuni qui tu sei una
tabrib, Samia. Devi stare attenta a queilo che fai," ha conti-
nuato Eshetu. "Non puoi esporti troppo."
Dapiccola souuersiua, come mi aveva definita Ali, ero di-
/entata tna tabrib, una clandestina.
Era quello il mio destino? Tornare ai tempi in cui entravo
allo stadio Cons di notte e mi allenavo per ore nel silenzio?
Ma non c'erano alternative. se rrolevo correre.
"Va bene. Mi alleneró di notte, quando gli altri se ne sa-
ranno andali."
E cosi. E cosi ogni giorno mi incontr¿lvo con Eshetu all'in-
gresso del campo, guardavo gli altri anclare via, stanchi e fe-
lici dopo una giornata di ailenamento. E poi entravo, a testa
bass¿r, negli spogliatoi che ancora odoravano delloro sudore
e del loro bagnoschiuma.
Mentre il sole calava e si levava la luna, facevo il rnio in-
gresso clandcstino in pista.
La prima corsa é stata una liberazione e una cioia per lc
gambe, da troppo tempo ferme. Finalmente i muscoli pote-
vano riprendere a funzíonare, a far esplodere la loro potenza.
Ma niente mi toglieva dalla testa che ero una specie di topo-
lino indesiderato.
Eshetu i primi giorni era stato li, mi guardava correre e mi
correggeva, mi assegnava esercizi mirati.
Era bellissimo avere per la prima volta un allenatore pro-
féssionista che si prencleva cura di me. Sentivo che solo cosi
sarei potuta crescere, come atleta. l,ui poteva plasmarmi
sull'idea del corridore perfetto.
"Sprechi troppa energia, Samia," mi cliceva.
"Alzi troppo i talloni."
"Muovi troppo le braccia. Ferme!"
"Non devi ruotare le spalle durante la falcata, Samia!
Quante volte devo ripetertelo? Ricomincia I "
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166
84.
Í
I
l,
rl
,i
l
"Gli occhi devonosempre stare fissi sul traguardo. Non
girar:e lo sguardo, srai perdlndo ,"nroá1,,
"Quelle mani. Samla! Tieníle fe.rirel Fermej Ogni movi-
menro inutile é la perdita di qualche decimol,,
, .'Iol hai.quadricipiti, SaÁia. Mi clispiace. prima di tutto
devr rartt ventre i muscoli. Lavotare alle macchin.. N", ;;;l
muovere un treno sulle ruote di un carretto!,,
"Fiaro, fiato, fiatol Devi lavora.. .rl iirto e sui muscoli,
se no come pensi di poter correre?,,
"ldpetute e macchine, Samia. Ricordatelo. Ripetute e mac-
chine. Per seimesi, ognigiorno: dr. o." di,lp.iui..;;;;;
e mezzo di macchine!,,
Duecento scatti_da cinquanta metri al massimo della po-
tenza, ogni giorno. E quarantacinque minuti di _u..hin.iái
pesi prima e dopo ogni allenamento.
Solo quello, per settimane e settimane.
Per cinque mesi.
Ogni settimana chiamavo a casa, sul telefono di Said, e
raccontavo che andava tutto aila perfezione. vivevo i., u., u.t-
lissimo appartamento e mi allenavo .on .rn coach che sta'a
ottenendo il meglio da me.
,^_ ]:t:lerang
contenri, hooyoogni volta piangeva ed era sol_
rc-vara dr sentrre lo *!,? voce. per me, era l,unico modo per
andare a letto tranquilla.
, !rh"r,, all,'inizio restava per tutto l,allenamento. poi mi
rasclava da so.[a a termínare glí scatti e a lavorare con le mac-
chine. AIla fine non si f..,ríuu ;;,;;;" piir: sapevo cosa
dovevo fare. Totnava A cAtA, ;;;;;-::'.
( . o n m e .i
";,
;";;' ;; i,; :: :i ;,T,fi ilT: :ru k r'J:, Ii].9l,,:
5.1.'l :. ..i:', :, i," sp un ra r.a 7u".i d;i ; ; srbbi;;;; ; ;i;;:
plaudr/a, ml rncitava. Scor.gevo Ia sua ombia minuta, l, ,rgi-
ma illuminata dajlalrr, ,li",u" ,páit..
--
Ero content a di potenzianni, .á ero soddisfatta del lavoro
che Eshetu mi stava facendo fare. Solo che avevo irisognt-., rJi
gareugiare, di confrontarmi con gli altri. Un bis.'rgno chc .1i-
ventava scmpre piü urgente. Tutto quello sfbrzo portava ri-
sultati?' Avevo bisogno di ció che nella corsa mi piaceva di
piü: competere. Nlisurarmi allo stremo delle fbrze. Vinr:ere.
In quei mesi ad Addis Abeba ho capito che vincere cra
Lrn¿i benzina insostituibiie, solo la vittoria poteva darrni 1'tner-
gia per continu¿rre. Ma li non era possibile. Per gareggiare ci
volev¿r la luce del giorno, non il buio clella notte. Ci volevano
altri atlcti.
E, invece di nuovo, cla sola, di notte, dentro un callpo.
Somo Ia luce di una luna nuova.
Piü passavturo i nresi, piü crescevala certezze che i clocu-
nrenti dalla Sonralia non sarebbero arrivati. E con loro non
sareblre mai anivatala possibilitá che EshetuL mi trattasse co-
me gli aitri, iscrivendomi alle gare, facendomi competere,
mettendomi alla prova.
Ogni tanto andavo al campo prima della fine degli allena-
menti e li guardavo correre, da fuori, oltre la rete, per paura
che Eshetu mi vedesse e si ¿rrabbiasse. Se mi avessero sco-
perta al campo, diceva, se avessero fatto un'ispezione e mi
avessero trovata li, rischiavo di non potedo pitr usare nem-
meno cli notte. Allora anclav«-, un po' prima e li guardavo cor-
rete, cla fuori. Stavo aggrappata alla rete a rombi di metallo
vercle e li contemplavo. A volte mi nascondevo dietro una
siepe vicina a un contatore dell'elettricitá e da li ii spiavo, co-
me si spiano i baciati dal destino, dalla fortuna.
Mi dimenticavo delle gare che avevo vinto, clelle Olimpia-
di, di tutto. Mi trasformavo in una dilettante con il sogno c'lel-
la corsa. E loro mi sembravano írraggiungibili. Erano perfet-
ti. Velocissimi. Era come essere davanti alla tr,. Potenza, pre-
cisione, dedizione, volontá. C'era tutto, nei loro gesti.
Erano tutto queLlo c]re fbrse io non sarei nrai potuta esse-
re. Rinranevo una tahrib che correva cla sola.
l6L)
168
85.
Ma in veritáio desideravo una cosa so]tanto: r,incere.
Piano piano, senza che nemnteno me ne rendessi conto,
in qtrei nresi ho cominciato a covare lu rrolortá,li;;;;"
anche da li, N{i accorgevo che con A*in, e yenee,rg;i;;;r,,
parl,vo di Adclis ALeba e della n..,*r, casA come se sii
apparrcnesscrrr ll p¿rssato. c()rne se senrissi il hir"g,.,,, ;l f?l-
ziare a serbarne i ricordi. znche se ero li.
o--- *¡ ¡¡'
,. Ho vissuro quegli ultírni mesi in una sorta c{i slancio ma_
linconico verso ii f,turo. 'ranto i"¡rturua sentire come incer-
to quello chc sarebbe venuto,_ qu¿lnro _i ,fo*r* áil_ori"
n"rere nella memoria quei Iuoghi e quelle sensazioni. Conre a
Nlogadiscio sei mesi prima. pi.errgi"o.h".r."bLr"ro
stati dei
compagni nel'iaggio che non u.rr"uo ,leci.rermi ;JJi;;;;_
re e che perd sentivo sempre piü necessario.
Dicevo cose del,dpo: ;Un-giorno
mi mancheranno le vo_
srre rice*e e ru*o il casino ché fate prima ,li,"ril-;i;;;;.
Loro.mi guardavano e non capivan.,. pensavano soff¡issi cli
nostalgia per la mia casa e per-horyo, e che .g;i ;;;;;:
tassi nlalinconica.
La veritá. rna l,ho capito-_dopo, é che quei sei nresi sono
volati e hanno dato respiio.rtt, uogii, Ji r.oppur. per sempre
da quella condizione di tahrib.
, !.1.,r-"nrc, giorn_o dopo giorno, ha preso forrna il desi_
derro dr raggrungere Hodan in Finlandia, di trovare rn U"o"
lll::::::l'l !n
posto ilove non r*ri .r,ra.r,i;;";;.;,i
rare rutto corne una persolla normale, unarugazzaqtrrllnqre.
.,,_
Uj:^nfiü rli og'i alrra cosa volevo ,"nrñmi ,;r,r;ri;:;;_
drn¿tnrt. l]ovcr.o pal.tirc da ll. Era I'rrnjca stracia ¡.,., q,*lin
c'armi allc olirr,iadi di Loncir¿. ."r.r." .li vincerl.,.iirn.,rr
ro avevo caplto.
Una mattina alle dieci, dopo aver organizzatorurto cli na_
scosto e senza dire niente a nessuno, ,.,"Á_.no a E*h"t., ea.l
Amina e Ycnee, ho cacci¿tto le mie poche cose dentro la bor-
sa e sono perrtita.
Sul tavolo, i reali per l'affitto della settimana e un bigliet-
to: A Yenee a Amina. Vi t oi¿,lict bcne . I)urtna forlnna, Satnia.
Sono uscita a piedi, da sctla. In tasca i soldi gr.radagnati in
quei sei mesi cli lavoro.
Come Hodan, sarei arrivata in Europa.
Avrei affrontato il Viaggio.
Era il 15 luglio 2011, avevo da poco compitrto vetlt'anni
e ne mancava ancora uno per c;ualificarmi allc ()lirnpiadi.
Ce l'avrei fatta, non c'er¿lno dubbi.
In poco tempo snrei stata via cla li.
lrinalmente salva.
Sahra.
170
0t
_l
86.
24 rnomento. Cosi,ho messo le mie poche cose nella borsa, mi
sono riawolta al polso il fazzoletto di booyo con la conchiglia,
l-ro preso una bottiglia d'acqua, lasciato il messaggio a Amina
c Yenee, e sono andaf.a.
lVlentre compivo, cosi decisa, quei piccoli gesti, non po-
tevo immaginare a che cosa mi stavo consegnan<Jo.
Il luogo cf inconüo era un garage che veniva usato come
cleposito per riparare moto o biciclette. Quando sono arriva-
ta erano giá quasi tutti ll, fermi ad aspettare . Eravamo in tan-
ti, tutti insierne, mi ero sempre ímmaginata che sarei stata so-
1o io, o almeno che saremmo stati pochi. Invece, ho contato:
cravamo scttanta(lue.
Siamo rimasti fermi un'ora senza sapere cosa fare, dentro
quel garage con la saracinesca abbassata. Sei metri per sei. A
ogni minuto mi chiedevo cosa sarebbe successo. Tenevo la
borsa stretta sotto il braccio. Il mio passato, la n-ria storia: im-
mediatamente ho avuto bisogno di sentilre un contatto corr
qualcosa di fanriliare, una memoria. In mezzo a tanti si rischia
di perdersi, di cedere, questo l'ho capito subito. C'erano ma-
dri con bambini, molte donne e anche alcuni anziani.Ilpuzzo
di benzina e olio bruciato ha contaminato ín fretta il poco os-
sigeno; in piü, la puzza del -.udore dei corpi in breve ha gene-
rato un odore nauseabondo. Eravanro a contatto, taltnente
stretti che la pelle delle nostre braccia si toccava, sotto i veli
eravamo bagnate, gli uomini avevano gocce sul viso, E aspet-
tavamo. Nessuno sapeva esattamente cosa.
Dopo un'ora i bambini hanno cominciato a piangere.
Quell'attesa insensata ci stava logorando i nervi. Abbiamo
clovuto ¿lspettare ancora. Dopo un'altra ora la saracinesca si
é aperta ed é arrivata ia Land Rover, con sei uomini.
Quanclo ho capito che dovevamo infilarci in settantadue
nel cassone aperto di qr-rel fuoristrada mi hanno ceduto le
gambe, ho dovuto aggrapparmi alla donna che mi stava a fian-
co. Gli altri: alcuni disperati, altri sembravano sapere tutto.
17)
Dove trovare i trafficanri cli uomini era facile. Lo sapeva_
no turri i somali che stavano ad Adciis Abeba,
" ""ff"
,iri"r.
settirnane avevo fattofe domarcle giuste. prima o pol-o-gJ
somalo che abitar,,a in Etiopia,l rrr"Éb. rivolto
"1"¿;;:;_
trare in Sudan. E da li in Libia. E poi finalmenre in l;ul|o.-'-
Non era stato difficile rinraccl.. ÁrnrL".
^, 9o*. copertura, Asnake lavorava al mercato cli Adclis
Abeba. Avevo dovuto.pag arein reali,la moneta etiope, l,equi_
'alenre
di settecenro dillarl u-.ri.rni-i.ri o q,rd.he suo ami_
co mi avrebbe portato a Khanoum, i, S,dan- ñ;ñ;;
vo molto di pir), nla non avevo r."liu, e non avevo piü voglia
di a'spettare' cosi' ero ancrara ,r, Á;;[" e rui mí aveva c]er-
to di pazientare, non potevo partire subito, mi avrebbe co-
municato quando sarebbe staio ilmio giorno.
I{o aspettato quegli ultimi clieci gícini cercanclo di rima_
nere tranquilla e di non far capire r[nr" rd A,;*r.-y;;;,
non volevo clomande, nc,n
".-,lero
spiegarmi.
Poi, quella matrina, verso le ,li..i, Árnrke ha mandato un
raq,azzo a cas¿t a chianlar.lni.
Saremmo partiti tre ore dopo. La prima volta che lo ave-
vo visto mi aveva avvertito che non avrei avuto tempo rJi pre_
pararmi, che quando sarebbe stato sarebbe stato, sarei dovu_
ta uscire immecliatamente. Ma in veritá non avevo avuto bi-
sogno dipreparativi. erano ormai giorni .h" ;;;;l.n"j
172
87.
Senza darci ilrempo cli ragionare ci d stato orrlinato cli
amnlass¿lre in un angolo tutto ció che avevamo. TLltto. Ci
a.vrebbelo pensaro
'»o,
cJopo, ui nu*.¡ brgogli. E., ;;",
riro st¡lo un piccoro sacchetto ii lrirrii.r. uno dei tafficantj
ne ha distribr-rito .no a testa. Iessuno
'oler.a
separarsi clai
propri bagagli, den*o c,era quello .tá.i_rr"ra delie nosrre
vite. Fa,'alle prema rure,,.,,,n rol"ralno abban c,1.; ;.;; ;'Jil"
bozzolc-,. Ho pensaro aila fascia, af ,iir*fi" cli gior.ale , h. roc-
caro Ia conchiglia a1 poJso. pui, .*. r¡n,illuminazione, ho
pensato dí t.rnare índicrro, c.ri correre á casa afare a pezzi i,
biglietto sul ravolo. fr.. fint,r;i;l;;;. prima o poi i clocu-
menti sarebbero arrivati, dovevo ,olo t.rr"r"cluro.
I trafficanti si sono avvicinati per smappare i bagauli a
.¡uclli chc sra'ir)() piü a'anri
"
non?,.ur,,. ,-,.lll¡i-d,rl-
cuno ha provaro a opporre resistenza, L .irp.,.áJr;;;;
poreva rinranere Ji, se non gli stava ben..
Davverr¡ volevo restare
".1¿.l.li,
Abcba? per qtranto renr_
¡»o? Turta la vira? per quanto ,u..i r;irru cosrreüa a comere
con Ia luna, corne uno scaraf¿ggio? Il; aperro la borsa e ho
preso la fascia di aabe .la foto ii Mo io.oh, un q{tinar e uo
g,trb,tsar, e ho lasciato il resto rr.U,rrsolo.
Subito ia mia borsa é srata somrn"l.* ¿u mille altre.
Al centro del cassone clella jcep i sei uomini, in silenzio,
hann,..sreso due panchc, i. ;;d.'.1;;;;rrr.. quarrro file dí
posti.,Senrbrava impossibile che .l p,rt.rrrrno stare tutti. In_
vece, lentamente, con una precision" .hi.rr.gica che faceva
pensarc all'abilitá di ce¡ti aitigiani,
"i
ha,rro incasrrari come
tessere c{i un puzzle.
Dovevamo tenere lc ginocchia afierte per accogliere nel
tnezz) la g,rrrrl>a tlí urro ,..u,ror.írto.'
Ero talmente stretta .la riuscire a malapena a respirare.
Volevo scappare, clínuovo. poi un bambino si é messo a strij_
lare nel mio orecchio. e mi ro.o ,iru"gliutr.
t71
Ho cercato di ricordare il motivo per cui ero li. Dovevo
continuare.
Il viaggio sarebbe durato tre giorni, era importanre che
non avessimo con noi nient'altro che il sacchetto: quello sa-
rebbe stato il nostro spazio vitale per settantadue ore, hanno
detto. Non potevamo poftare neanche l'acqua. Loro avevano
taniche per tutti.
Hanno fatto un altro giro di controllo e hanno requisito
qualcosa a quelli che credevano di fáre i furbi.
Dopo mezz'ora, stretti come sardine e giá con il respiro
fermo in gola, finalmente siamo partiti. Un autista e il suo
aiuto nell'abitacolo e in scttantadue nel cassone. Gli altri quat-
tro uomini sono rimasri giü a rimestare con i bagagli.
Una volta in marcia abbiamo capito: li avremmo lasciati
li per sempre. Cosi come li per sempre lasciavo la rnia vita
per come era stata fino a quel mornento. Lho intuitc¡ tin dai
primi metri, compressa in mezzct a quei corpi estranei. Nien-
te sarebbe piü stato uguale. Mi sravo lasciando dietro l'Afri-
ca, la mia famiglia,la mia terra. Il mio bozzolo, grande o pic,
colo che fosse, bello o brutto che fosse. Turro ció che restava
della mia storia era schiacciato denrro un saccherro di plasti-
cabíanca.
Tanto valevalamiavita fino a quelmomento/ Il mio cuo-
re diceva altro, per quanto mi picchiava nel petto.
Ho trattenuto le lacrime, moldendomi forte le labbra. É{o
chiuso gli occhi in mezzo a tutte quelle braccia, spalle. gomi-
ti, e ho pregato aabe e Allah. Che mi fac-essero trovare la via.
Lamiavia.
I1 primo tratto era in cittá. Quei venti minuti dentro
Addis Abeba ho provato vergogna. Una vergogna non divisa
per settantadue, ma rnoltiplicata per settantadue. Mi sono
sentita una nullitá. Ci siarno fermati a un semaforo, quello che
17t
88.
immetreva sulla stradanazionale. Gli occhi che ci guardava_
no erano colmi di pietá e diffidenza insieme.
Perché avevamo accettato cli ridurci cosi, chiedevano?
'oi
siamo usciri, e finarmente abbiamo imboccato ro stra-
done del deserto, come'iene chiamato ,1, t,rtti, iu;;r"&
strada che porta a nord. A ogni buca mi sembrava .h.; r;
rebbe scoppiaro il fega.to, oll mllza,per la a.rrl", Jig"#i
che premevano da ogni lato. L'asfalto'.lell, .itta uu.;."#;;
al solito sterraro, che si apriv, ,llu plnggia e ai sole violento
e quindi era cosrellato dituche p.áfon.t..
La strada era tutta dúfia,e tenevamo una velocit) costan-
te di circa o*anrá chilometri orari, ma ,1.p";;.;-;';ffi;
condizioni qualcuno ha comincíará u ,rr.. mare. A me man-
cava il respiro, ogni tanto mi sentivo svenire ecl ero .orr..r,u
a fare uno sforzo sovrumano, facendo leva sugli ultri, p., ut_
zarmi di due o tre centimetri e andare a pescare aria nuova.
Avevo sempre in mente il vento, ch" Ali mi diceva di caval_
care. Distese di
'erde
i¡rorare da venro e gialle fr.f"ll; é;
sto avevo nella testa. Di questo erano pieni imiei occhi. a;;;
rni cosftingevo a immaginare, p.. ron pensate.
All'inizio nessuno avev¿ il coraggio ái lr..rr,orsi, era piü
un sommesso brusio, poi la n.ni, iieru fatta piü ;;;;ü
finché non era sfociata nel vomito.
. Du,.o. che non potevamo muovere le braccia, il vomito fi_
niva adclosso a quelli che stavano attorno. Non pot.rr_o
schermarci, fines*e spalancare ,l -;;á; e a ogni tipo cli in_
temperie.
Sianro passati in tnezzo a due villaggi poco abitati.
-
Quei piccoli cenrri erano ,turl pr...duti da carrelloni
pubblicitari enormi e cororati. o". r.oricon grandi criniere
e sorto il nome di r-rn,agenzia di viaggi .h. p.rÉbü. irruru ru-
fari: un grande fuoristrada lucido..ir.ra.",e con la scrirra
CONQL]]STA I TUOI SOGNI,
Ai rnargini della strada c'era qualcire venciir,¡re chc'es¡,o-
treva ai gas di scirrico la vr:rclura o la fi"utta raccoita la mattina^
Oppure baracche di legno che venrler,áno p¿rtáriflc frittc. ac-
qua, biscotti, salatini, succhi, qomme dri masticarc.
Al nclstro passaggio, le poche .f)ersone suiia stra..ia ci se-
g,uivano con lr¡ sguardo. Forse eravanro buffi, o riclico]i. O
forse c'elano abitr,;ari, ci gr-rardal'alro con Ia stcssa curiositá
con cui si guariia tina foglia che volir Frort¿tta da.i r,<nto e poi
cade. All'jniz,io,7e prime ore, norl vt-ric'r,r., sc¡r i:irnri ¡:artc cii
quella comunitá, ho fafio cli tutto per pcnsarla come una si-
tuazione temporaflea. Pensavo aile Olimpiadi dj Londra del
2.A12 e mi dicevo che io li in nreazo nr-)n c'elil-r¿v.r nience. .VIa
por ho ceduto. I-Io acceltato che quelia, aijessc,, era la nlia
conclizione. it4i ero trasfbrmata in una t,ia¿gicf rice. Non ave-
vo scelta, se volevo soprra'"wirrere.
Fld erar,,amo <liventati un corpo unicc, in ogtii caso.
[)ovevo comi"rinare ogni s1'rosillrncni() insicme ai cinque o
sei che mi star¡ano di fianco.
()gni tanto, ir,rngo la strarla, ínciocia.,,amo clonne che tor-
navano dai cam¡ri, con grandi cesli sulla testa. o gnrppi di
bambilli scalzi che correvano die rro a nienfe e rirrirLlevano inl-
bambolati a guardarci passare, una leep strabor<lante di gente.
Verso le trn<lici cli sera, dc-'po clieci ore, finalmente ci sia'
mo fermati . In mezz<t al nulla. Avr:varn«¡ prüso r¡r-ra stradina
lírter¿lle e l'avevamo pelcorsa per trenta nlinuti. Era buio pe-
sto. f utt'attorno tlon c'era niente, solo utr c¿lilanlrone.
Scendere ¿ stato molto piü iaticoso cire salirc.
Ar,evo le ¿rticolazioni anchik'sate. i-ro farto fatica a pie¡¡a-
re le ginocchia e a c'ammirrare . l.,a cors¿r. ( Lrrne un firlrnine nli
é venuta in rnente la cotsa, un'illutlinazione im¡rror,.r,isa. l piir
anziani non riuscivano a stendcre ia schiena. Troppe ore col)
il peso sull'osso sacro, e alcuni n()n el'ano rrusr:iti nean,:hc ad
appoggiare i pieiii sul fondo clel cas.or:,ne.
l-i7
176
89.
Con nrolto sfo:zocihanno fatti scendere a uno a uno. Una
donna, che ad Addis Abeba;;;;;;r",iso per farmiforza,
mi ha guardata con as¡io. Non mi ha riconosciuta. Dura. Tut-
ri senrbra'ano molro piü <luri. ct,irri ¿**o la loro cotazza.
Dovevanro dormiie in quel .rpunnon. illuminato da un
unico piccolo neon central.. L, 1.r." .ru fr.dJ;;;;;.
Per terra, niente nlate.rassi. Hanno .portato dentro anche Ia
jcep c hanno ríchiuso íl canceJlo.
Solo allora mi sono accorta che fino a quel momento ave_
vo vissuto in apnca, come se avessi trattenLrto íl respiro quan_
Jo quel ragazzoera venrrto a chiamarmi, nel mio appartamen_
«,¡ di Addis Abeba..euan¿" lrrnno ,i;;rr" il cancel,lo dall,in_
temo con un grande catenaccio e mi sono ritrovata p.ar.r.u
in trn angolo senza neppure una stuoia, ecco il mio risveglio.
Quello era il Viaggio. l{odan ci era giá passara.
In un aftinlo é i
r,,onrirc,.,corpo,i"::",T:,Ji'fi:.'fi:il:l:i:ilH,*:ff
]
stare ferma mi face'a ribollire l.,i;;.;". Mo'i vomi tavano a
te*a, dove capirava. Ho.rivisto gh;.d" d.llu g.ni";l;;;
foro di Addis Abeba. Cí guardív"r.-.á*" nullitá, come se
fossimo cosc che si stavano spostando cla un iuogo all,alffo.
Nessuno .'li noi ,u"r,, d.tto ,i."L, ,i era lamentato. In
due ore, chiusi clentr:o qr.l gurrg" ái"Áa¿i, Abeba che puz-
zava clibenzinac sr.lore, ..r'urá., Jr..ir ad azzenrela no-
stra dignitá.
Prima di spegnere la luce hanno clistribuito barrerte di
cel'eali c cí hanno raccomandar,, ai tpnrrre. Saremnro ripar-
titi dopo sci ore. con I'alha. ,ll" .i;q;; á.llo ,r,rrrinr.
,,
II secondo giorno é srato anche peggio. I «lolo¡i, fino ad
allora conrenuri con ra.bia,.rr".
^Ii,iirtti. f, spal1a destra
mi dava fitte larcinanti. Siare ,.J;;i;'.;*pressi e senza la
pcrssibilirá di rnuoversi, faceva dil;;;;; azzi. Dopoun po,
llo corninciato a sentire ii L-,isoglro cii s¡rostarrni. Ci fro pr()v¿
to c ripr«rvato, l'unica cosa che l¡ri rirrsi.ir¡a erir queilir : isalit¿r
<ii dire c tre centirnetri chr.: salvarra ia vit¿. E,ro stretra .ientl.ir
¡-inir camici¿ di lirrza.
Alcuni. ogni tanto, strillilvano all'aria.
Poi, dopo un po', si cairiiavano.
Ai¡biamo incontrato un st¡lci villaggio, piü granclt: ciegli al-
tri due. Doveva esserf il gi<lrno c'lr:l *"r.rtc, perchtl sulla :iLra-
cla cra tutta una sfilara di bancarellc chi: vende,,,ano vesriti,
scarpe , ca¡rpelli di pa¡,,lia, occhiali ,Ja sole, jt:ans anrcricani, olio
per mctare e tergicristalli, veli da donn¿. ruriranti cla u«rmo,
cetrierli, trresche, laÍughe, ¡:ornoclori, biscotti, latte, Cr'¡ca-Cc "
la. Ogni cosa ci era pass¿rta ilar,.anti r,,.,loce cun)e ull nriraggio.
Quaicuno ha griCrrc, ¿11'autisra di fen¡arsi. ha tiraro ririt-
t() come se niente fc,sse.
Poi la vegetazione ha cr¡nlnciato ¿¡rl abbassarsi. gli alire-
ri sono spariti clcl tutto p.:r lasciare spazio agii ar"bristi, che
erano ovunqlre. Come anche la polvere, che si sollcrra'¿a ¿1
nostro pass:lggio e in pochi r¡inuti ha ricoperto la jer:p e le no-
stre tesie. Quella pcllr,err: sr:ttile. l-¿r arna.,,o. Era la stessa che
scrllei,avarno io e ¡ii e cl:e anda,,,a afinbenegli sbaa; dei.r,ec
chi. Mi sono sorpresa a ridere. La donna al nrio fienco rniha
glrár(iata conre fossi p'dzz,,a. Non rni soppcrtava. I{a schioc
cato la lin.9utr, pcr dire ':hc le facevo schilb" 1,'ho i¡lnolatl.
IJo corrtil¡uato a liclcre, da soia, cullata dallc urie uremrrrie
di salvezza.
Quella scra, verso mez:¿a1rotte, coit rr{r gicrno di anticipo
ci h¿rulo dett,' ¡f¡¡ eiJii¡ro arrirari.
P<¡co iuori da ur-l ccntro abitato si vedcvan..r alcune hrci in
lontananza. Hanno ferrnato la jeep e ci hannt, r¡rdinato di n-
n)anere a borcL-. Subito qualcuno h¡r r:ominciato a gic;ire, a
fare chiasso, creclcva che ce l'avessim,., fatte. Si sbagiiava.
17e
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90.
Presto un uomoha portato il silenzio. Era meglio cercare
di capire queilo che i áue trafficanti uol.urro cornunicarci,
in u¡a lingua che non era nostra, un rnisto di arabo . ,;J;;;
se. Per fortuna qualcuno tra noi capival,arabo . fr;;;;
tfaduttore .
"Non siamo a Khartoum,', ha detto il ffafficante. ,,C]i
ro_
viamo a due chilometri da Al eadarif, clopo il .onfirr. .onll
Sudan. Se a qualcuno non va b.n., p,ra continuare a piedi.,,
Al Qadarif é una piccola cittá .rÉl d.r..,o. La catriva no_
tizía era che non eravamo dove avevamo pagato per essere.
Quella buona, che non ci rovavamo piü-in Et;ói, S"rz
darci ii tempo di reagire, i clue sono tá.nrti ne*abitacolo e
hanno rian'iato il fuorístracla.
Ci hanno portati di nuovo clentro un garage e, senza clire
una parola, ci hanno consegnari a un alrro gruppo di traffi_
canti, che erano giá li ad asfettarci. euan<Jo"ri*ro *r.rii.i
siamo rrovari di f¡o,te ala stessa sceia <]i Acrctis Ab"t;. ü;
fuoristrada e sei uominí che si -rou.uuno nervosi, Fumava-
ff
e s.Putavano a terra imprecando in una lingua che nessuno
ctl nol captva.
Eravamo stati inrbrogliati.
Scendere era sraro ancora piü ciifficile clelgiorno prima.
. I nostri corpi si stavano abitran.lo u n.n ,lrpondere piü
ai comandi, a essefe costretti a postufe innaturali e dolorose
e a movimenti costanti e rapidissirni.
^^^3:1:::o
ha provaro a dire qualcosa. Erano due eriopi,
nanno alzato la voce. U¡o era da solo, l,altro viaggiava .o" lá
moglie e tre figli piccoli. E¡ano ,trti p.. o.e seduti fianco a
rlanco. Sl battevano il petto e poi la testa con le mani, dice_
vano cose che non capivo .n, ih. non sembrauuro uÁi.t.
voli contro i primi traffíca,ti. euelli, .o*. ," niente fosse,
hanno riacceso il motore. hrnri a"rro .t . chi era scontento
pote/a tornare indietro con loro. Subito. Gli avrebbero anche
restituito i soldi, hanno defto. Non ho capito se stavano scher-
zando o no. Nessuno, comunque, ha mosso un dito.
In un attimo sono ripartiti, insieme alla jeep che era stata
la nostra casa per due giorni interi.
Siamo rimasti li a guardarci in faccia senza sapere cosa fa-
re. Presto avrei capito che questa é la cosa che piü di tutte ti
cambia per sempre, del Viaggio: nessuno, mai e in nessun
momento, puó sapere ció che accadrá un minuto dopo.
Mentre eravamo ancora in piedi ho provato ad alfaccare
discorso con una tagazza somala che viaggiava conla sorella,
per avere il conforto di una voce. Di una voce che parlasse la
mia lingua. Tutto era accaduto cosi in fretta. In due giorni ero
riuscita a dimenticare chi ero.
"Di dove siete?" ho chiesto, "siete di Mogadiscio?" Quel-
la non ha risposto. Stava con io sguardo fisso sulla sorella mi-
nore, ancora accorracci ata a teffa per sgranchire le ginocchia
e vomitare.
"Siete somale?" ho provato ancora.
Laragazzasi é girata,la faccia era coperta di polvere bian-
ca,findentro l'hijab, all'attaccatura dei capelli. Sembrava un
fantasma, una maschera bianca dagli occhi spenti.
"Si," ha risposto, con un filo di voce. Poi si é chinata sul-
la sorella, le ha accarezzatola iesta.
Presto abbiamo capito che servivano altri duecento dol-
Iari per arrivare a Khartoum.
Di nr:ovo una Land Rover vecchia e arrugginita.
Saremmo partiti da li a una settimana.
Chi aveva i soldi poteva pagarc subito, gli almi dovevano
trovarsi un lavoro oppure farsi spedire il denaro dai parenti
a un Money Transfer che ci hanno indicato, h vicino. I traffi-
canti possedevano un telefono satellitare con cui si poteva
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180
91.
chiamare a casa.I duecento rlollari, ¡,cr chi non lj aveva su-
bito,
_sarebberr: ¡,erñ diventatr,lu.."irü.i.,quarlra.
Non c.i ho pcnsato ueanche Lrrl mínuto e ho pagato.
lio clrrmito pe_r u,ta setr.imaira in quella starlzasopra Lln
materasso umido di pir;cit, Ji carrr.o di capra.
La lrr.ri (i* prcnr) di capr.,.l,* I".l;;;,"r",¿rrl,,nq,,. o*
clcl giorrr. e deli¿ uottc, c.rne, irlrrcmoniate, ¿rssetrrte. affama-
te. pazze corne nr¡i. (,ascasse*, sull¿ l.ro testa mille litr:i di
acqua putrida e itnbevibile.
25
Dopo una settimana sono ripartita. Tutto, nel frattempo,
in quei giorni, era cambiato. Come una pianta che ali'improv-
viso dá i suoi frutti. da quel materasso fétido era germoglíato
il seme del rnio egoismo. Avevo cominciato a pensare a nle
soltanto. Ogni cosa era subordinata alla mia soprar,r,ivenza.
Ero diventata piü seh,atica, solitaria. Il mto unico ol¡iettivo
era arrivare allafine del Viaggio. Mi ero messa da sc¡la in qucl-
la situazione, e quella situazic¡ne mi aveva trasformata. Pcr
sempre. In pochissimi giorni. Non potevo piü uscirne, a me-
no di non tornare indietro a piedi. Potevo soio proseguire. E
accettare ia mia trasformazione. f)ovevo farcela a tutti i costi.
Non piü l'obiettivo finale. C'erala soprawivenza.
Eravamo un po meno, questa volta, quarantotto. Si stava
un po' piü larghi, non avevo la sensazione cli svenire a ogni
buca.
Tr-rtti sapevamo che il peggio del Viaggio doveva aucota
arrivare: l'attraversamento del Sahara. C)gnr,rno nella sua vita
aveva raccolto decine di racconti. sapevamo che il Sahara era
la prova piü dura. Per questo facevamo cli tutto pet non pen-
sarci. In piü, ci eravamo riposati per rlna settinrana e avevalrc)
un po' piü di spazio. Questo cí ha regalato une spccie di fol-
le euforia.
Cantavamo. In quella seconda iappa cantavamo. Per pas-
t82
r8l l
l
92.
sare il ternprf, per sc¿ndire lc ore. Lo spazic'' attotlto noti aiu-
tava. Non c'r-:rá- nientc. Un'inte'rrninabile clistesa ocra cli níen-
te. Te¡ra, terra o/unque, poivere fine che si alz,ava e ti si infi-
lava in gola, se non schernlavi la Lrocca con il r.elo. Terra e
arbusti secchi. Il un sentiero, quello su cui eraverno, dritt<r
come un filo a piornbo, prultito verso il norcl.
A turno cantavarr¡o canzoni clei nostri paesi. Ha comin-
ciat,:r una donna etiope, con il fi.slio di undjci me-*i in brac-cio.
I suoi connazionali l'hatrnr: seguita a ruota. Foi arrchc noi so-
mali abbiamo fatto lo stessr.,, e infine i sudanesi.
Di tutto. pur: di non pensáJe. Se Flodan fosse stata li sa-
rebbe stata lelicc. Cl-rissá clie nrin l'avesse fatto, nei suo Viag-
gir-r. Ilorse ¿1,s..r¿ ¡is66sso url gratl slrccesso. Un giorno me
l'arrrebl¡e raccontáto. Non ora. Non ha sel)so pensÍrre piü in
lá di <¡uell,:r che s¡ ha s'.rtto gii occhi. Il futuro non esiste.
Dopo verti ore di macchina cí siamo fermati di nuovo.
Davanti a lrna costruzione in mattt¡ni circonrlata soltanto
<Ia .,luel deserio polveroso.
Tutt'attrlrnr¡, niente.
Era notte, lra erano allneno sei orc che non rredevamo al-
tro che terl'a F.r
¡rietre. Piet¡'e e tc[ra. Poi, tutt'a un fratfo, la
vegetazione bassa si é corrf,rsa con il terriccio, e ¡',resto ogni
cosa si é trastormata in sabl''ia. 'era e propria sabbia fine.
Senz¿r rendercene conto eravarno entráti nel Sahara.
Ilcco i canii. A questo erano serviti.
Presto abl¡iamcl capito che rii nLlo/o ncrn ci lrova,rmo :1
Khartoum, rna in un p()sto che ci é stato presentato corne
Sharif al Amin. Áriche qrresto autista e il suo accompeg.nato-
re ¡rarlavano sr',lo sud¿lnese e un pcr' rli arabo. Di nuovo, al-
ctmi tra di noi tladucevano.
Ci hanno clettc', ,:he la jeep aveva avuto un imprevisto erJ
rrAVAnl() sl¿ri rostrctti a fer¡nal ei.
Lo capisci presto, nel Viaggio. Che l¿ veritá non é una co-
i84
sa che appartiene a chi scappa e ha biscgno-di rtn-rituo'io'
()rrella ieep non .'^ rottn, q"iil' 1t*p ancleve beuissimo" Ma
H;bb'#o ,,.,i,,,ro .r..{"..i, soit¿nt, percltc vr-,levam. sccn-
ffi;;;;;. t" g,,,'bJt r" ttrti*,J' Si ba*tta la ,erit) ct'n la
sopravvivenza.Per pr''co' Per lrn niente'
Soltanto.,n ,o*ulo
'i
é inturiato' llra rr'igro' avev¿ t'aspet-
,,, i"tt;i.,t.tlettuale, p()rtavfl occhialiní colr r-¡na montatura
sottile, le lcnti ,i.opeitt da uno strato tli ¡rt 'lr'ere
a cui dovevtr
essersi abtituato.
"Siete degli sporchi trtrffatori"' ha-rl:tto' in arttl;rc»' "L'achi
e bastardil 'f..rfututi-¿u qá"t' solcli"' ira sbraitato con la
schiurna alla bocca'
'-"L';i;;e
clell'autista gli si é av'ir-.i,ar, e gii lia rirato un
sonoro schiaffone' f-ü"'o ¿ c¿rcluto a lcrril' Gii occhiali si st¡-
nc; rotti, spezz,altn"i"'""o' A f¿tica' cc'n i «-luc rroncherini
in mano, si é rialzato t i'ul"titti'o: "Iatc st hilo' Sicte truffa-
ffi;;;;;,;;;;,,1di; ;i'"'?r'""" gli ha «iato un flrlci'r all'ai'
tezza áelpolpaccio
"
i; h;fatto catlere ..li iru'''vo' Ha de'iio:
"Taci, bazu,tian" ' Anirnale'
Poi basta"
Hravarno nelle loro mani'
l,orc, 1o Sapevano, haniro impamto,a i-allire.quando un
u,rÁn ,i trrri.o-u ijn'un bísr'lnos;o 1t'1t'ifitgirt'
['o le¡¡gono nc-
-r] ri.irt.[;;;;J" 'i
uá'1" Chiara' r:omc il sole ch': sc'r.
oe conttt I'acclua che sct''rre' É
"'''"
cosa che ti porti scritta
l.-ú ...frf
-Pu,"
f"" tli [tttttl ¡rei inascherarla trra non cl rlu-
,.liui rrui' É l't'dr"e del1'anirnalc s{-)ttcnlcss(i'
Li, per la ptima t't'rlla, siatno.stati ciiianr'rrl '"anirnali'"
O,.,'"lr¿i, *ili "a
d"'""" "'"tti
<li.essere uIr uorno' firo giá
'í-^
"nr¡¡rr.l
Ai;i- Ál'"b'' "'o
atlcsso ('r() (ina 1'¡l'vlh$i5<t'
snosa di rifugic' U;; ti;;;tstina fragiiissima' Un animalc- le-
ñh. "lt^i^
tin filc' sentpre piir sottile'
Ti Preuclono a bástonate'
S. no,, hai i sc¡kli: ti prenclono a bastonate'
18'
93.
Se non eseguigli ordini: ti prendono a bastonate.
Se osi rispondere: ti prendono a l¡astonate.
Se chiedi piü acqua: ti prendono a bastonate. Non gli in-
teressa se sei uomo o donna, se sei adulto o bambino: ti pren-
dono a bastonate.
Se fai troppe storie: ti portano alla polizia.
E li hai solo due strade. Pagare i poliziottí per essere con-
se€tnato ad altri trafl'icanti, oppure firrti riaccompagnare in-
clietro, al conflne con l'Etiopia.
Presto nel Viaggio si imparano il silenzio e la preghiera.
Presto nel riaggio si impara a dimenticare il motivo per
cui sei li, e a praticare silenzio e preghiera.
A Sharif al Arnin, in quella casa di mattoni che poi era una
prigione con le sbarre alle finestre, sono rimasta dieci giorni.
Dr,re litri d'acqua ogni ventiquattr'ore, e due porzioni di cibo.
Un tnaterassc) a terra in una camerafa da trenta.
Per arrivare a Khartoum servivano altri duecento dollari.
Avevo quasi finito i soldi.
Il terzo giorno ho chiamato Hodan in Finlandia e Ie ho
confessato che ero partita. Credeva fossi ancora a Addis Abe-
ba, non ávevo voluto dirlo a nessulro. Avevo soltanto un mi-
nuto di tem¡ro. non di piü. Lei sapeva. I trafficanti quello ti
concerlono. con i loro telefoni satellitari. Un minuto sembra
poco. lna in c¡uelle condizioni díventa eterno. Dentro un mi-
nuto ci ptroi fare stare tutto quello che serve. Impari che un
minuto puó salvarti la vita. Non sene di píü.
Hcrclan non se I'aspettava, parlando a ru{frca mi ha detto
dí lare attenzione, di cercare di fare amicizia con i somali, di
stare sempre in gruppo, di non allontanarmi mai, di copiare
gli altri per passare il piü inosservata possibile. lmpro,,visa-
mente íl mio cen¡ello hir ricominciato a funzionáre, registravo
tutto quello che diceva.
Mi ha chiesto dov'ero, gliel'ho detto.
186
Lei ncln c'crr¿l stata, noll c()nL)sceva il posto' il sut'r Viaggi«r
avevá preso un'altr¿r elirezione'
-'"i*'tro
rJetto r:he a¡evo bisogno tti soldi per continuirl'.: '
otrelli che ave't¡ erano tlniti, ni¡n vc'le'. chianrare i:'t¡'¡¡o '-t
il,.i. # r;,1;,
" " ;;";...,prr0".o. I.,i ar,rei sen¿iri ilall'Italia.
,rn¿ rr.,lta árrival.a.
Le ht¡ cornutritlato ciove spedire il denrrr-r'
ñti"r^.li chiudi:rc mi ha ricorciato dí non aver paura'
lNon .lire m¿ri che hai paura' Sainiir'"
"Va loene, dbd'ovit'"
Mai.
irr- qr.ito che le tlicevo io durante il sut'r' di Viaggio"
Ma a':less,_, efa tutto tiiverscl. Avevo paui:a, ne avevo tenta'
Sfiiacciata. Mi r"nti'l') tiitu']L'it'n' Corie la foto rli Nlo Farah
;;il;i;;;,1*nr,,' iL*t'cl"rto, rni sentivo sottiic comr: ali di
farlalla. Deila stessa consístenza di urra nuvc¡Ia' P¡;'Í"
(]r-rante cose sl riescr¡no a clirc in un minttto' Quarlle'
l)opo otto giorni sono al'rivati i soldi cli I{t¡dan e: drtc t¡ot-
ri tlo¡ro hrl riptcso ii viag¡:'io'
1 lt7
94.
26
Arrivata a Khartoumsapevo che av¡ei dovuto riposarmi
c recupcrare un po' di energie per .la parte piü dura, I,attra_
versamento del Sahara ' , -- -- r"
Ero disrrurra. Ero il ricordo di me sr,
re, un f i to,.*..
1]
memorie . ir,,r*il?:il:.J,óÍ:if §:l
Sono rimasta sei settimane in .,n *irur.olo appartamen_
ro alla periferia ,rd*d.lt, .ii;;. ;;r,#lcl alrre rrenra donne.
Un mese e mezzo. rrrr. q".riñ.;;ramo era dormire e
usci¡c a turno Dcr compra*.lu tnongü." r1 mercato. oppure
ín una botresa, ,,., ..niinri. di ;.;;;il'.rru. Eravamo tahrib.
dovevamo srarc attcnre. Ci mrov."r.. ¿, tabrih.Avevamo
occhi da tahrib. S"rb.ruá; ;il;;ffiini i, guard ia,para_
noiche, lrenetiche. r] .irah;;;;;;;;;ü, punro dí partenza.
IIo dovuto ¡ichiamare H;;;T;r'ái _rndure alrri cin-
quecento dollari Der un viaggio ;h" ;;r, essere fino a Trí_
poli. Scnza uol"rio.,ri .rrr'-ll*ri" ,-*r,ruíre íl denaro di
f'Hff']::n;x:Ti'i'[:'l:'" M;;;;; M;
"' cambiaro
'ru'['¡o
a,,i,"si, ó":fti: ilff,:5:i;iT#:.T-r., p.",i.,i
,,.j_,::.":rno
mi r".rá a"ii.;ffiV__"o sarebbe sraro co_
Sapevo che non ci avrebbero portati a Tripoli, che ci
avrebbero lasciari ,1, qrd.Ál;ñ.;;#.. peró avevo im_
parato. Bastava non pensarci per non farmi prendere dal-
7a paura.
Ho trascorso quaranta giorni tappatain quell'appartamen-
to in un edificio di sei piani nella periferia bruttissima di Khar-
toum. C'erano solo due finestre, e all'orizzonte soltanto il ce-
mento di alri edifici fatiscenti come quello. Muri scrostati e
balconi cadenti. Tra due palazzt, in lontananza, al margine
della vísuale, si scorgeva un pezzo di deserto.
Oro.
Il caldo era asfissiante. E noi eravamo trentuno donne piü
tre bambini in quaranta metri quadrati. Ho passato i primi
dieci gíorni per terra, su una stlroia.
Mi mancaval'aria anche per i sogni.
Poi ho commesso Lln errore.
Nonostante tutto, forse mi sentivo ancora invulnerabile,
invincibile,la Samia di sempre. Mi ero annullata, facevo fati-
ca anche a ricordare chi ero,le memorie riaffioravano fulmi-
nee quando volevano loro. Ma forse quello che siamo nel pro-
fondo non si cancella. Forse é cosi, e finiamo per riconoscere
chi siamo soltanto attraverso ció che facciamo, Ayana, una
rugazza somala, mi aveva a'v-yertito di non farlo. Ma l'acqua
era{inita, e stavamo aspettando che il sole calasse per uscire
a comprare delle taniche. Ero assetata. Quella notte il mio
sudore aveva inztppato i vestiti fino a bagnare la stuoia dura.
Ho bevuto quella del rubinetto <lel bagno. Nel giro di tre ore
ho cominciato a sentire brividi fortissimi alla schiena, nelle
braccia, nelle gambe, ovunque. Sudori freddi. Poi nausea e
allucinazioni. Sono stata assalita da una febbre mai provata.
E dissenteria.Da quando ero partita non avevo piü mangiato
molto. I muscoli che avevo sviluppato con Eshetu si stavano
piano piano sgonfiando. Me ne accorgevo da sola. Quella dis-
senteria ha dato il colpo di grazia. Ho passato venti giorni
188
189
I
l
t
95.
sulla sruoia inun
Lei é rim as,;: .;;:. Tfl:: ;i:l::':i : if ',':
Xll*:l X iX
l-::?l "*
I'acqua poreva esserc un fnrrro non lavaro. Onou_
re scl¿cquato con guella stcssa acqlia. () pesce ,ur,¡rro.'""
, .Sr..,
dovura parrire prima, ma hr., aspettato di rimettermi
rn forze. A.vana non aveva ncssuno in lruro¡:a .la chiarnare oer
farsi mandare del clenaro, ñil;lr..It.:lr;":;; il::ii,
casa rnolto piü a lungo di me. Aveva pr"ro u consi,.lerarla un
po' come fosse ia sua [.ása.
Poi, finalmente, sono guaúta.IJo recupe:rato Ie forze.
Quelie chc basravano"
c-i harulo schiacc'iati rutti crietrt¡, sor. che questa volta era-
vamo anco.a piü della priura. ortantasei. Thrrr.ni. rt;;;ü
vomitavamo per ia fftancar)za <f,aúa.I)i nuoyo rrna jee¡-r.
,^^,?:,.,.,
pr'chi chjlomerri nessun., frrlru. p;i,, ,,á*rrr,, ,;
rarrler)riva, a ncssuno vcniva in nler:rc ..li calit,rrc il viaggio
arrraverso il desert,r d mo,r. piü duro. Fa.n *fJ" .1, ür.?.]
ci nrorire e in piü l,auto avanzalenta. Mantiene una
'elocitá
costante di quaranra chilometri ora.ri. Non 1,r.*;';.;il;:
pcr non rimanere incagliata neila sahl¡ia. Ogni
"rr, ;i;;;;
snervan te, a.che respi rare. ü .,rm* pro."d"." r;, ;; ;;;;;;
infinito, c a passo cli iumaca. a .gni nor.o si .¿r,.cle la strada
aun)entrre anzichó diminuírc.
Quella tratta dovcva rlurare quartro giorni. Aspettavamo
soltanto i momenti in cu.i la it'"p,irr."frÍre rerrl¿tr, c.lue vol_
tc algi.rr.. Unir, ctr) la 1.,.., ¡rl, i L,^ü,e per Lrcre. Lalrra,
Jl ntirrc, pe. dormíre sulla r,irrbio. L,,-eior,.,¿r* si crano 1ra-
sformare in un',nica, irfir,lru nir.l;; Jilri;rr. [)al rnomenro in
cui riparrivi c.minciavi a contare ii,.rrp. ch. ti sepurr;;;i_
Ja sosta successiva_
.,-,.'ri
,trorno,. un paesaggio hrnare, in cui cieio e terra sono
un unrca cosa. Si pcrclono i punti di rife¡imenrr. É .;;.lr*
ciarsi dentro Lrno specchio. [ln, ,]iri"* ái .rublriu infinita. ltbl_
mente omogenea che finisci per diventare sabbia anche tu.
Non soltanto perc}ré s'infila ovunque. e dopo pochissimo ti
riempie gli occhi, la gola e i polmor.ii, e devi deglutire per non
farla seccare nelle fauci. Presto smetti di combatterla e sem-
plicemente chiudi gli occhi, stringi le n.rascelle e conti. Conti
fino a mille, e ogni cento mandi giü qLrei poco di saliva che ti
é rimasta, tenendo il conto con le dita. Poi fino a diecilniia.
Sai che quando arrivi a mille saranno passati r,enti minuti.
Questo me l'ha insegnato Amir, un somaio, nel primo viaggio
da Addis Abeba a Al Qadarif. Allora conti fino a diecimila.
Sono tre ore. Quando fai tre volte diecirnila é quasi il moruen-
to deila sosta. Continuando cosi finisci per diventare sabbia
tu stessa, perché ti vedi piccola come un graneilo di cluella
distesa bianca, o come uno dei secondí che non srnettl di ave-
re in testa, come una matfa.
Il mio sacchetto lo tenevo infilato sotto la rnaglietta.
Averramo a disposizione dieci litri d'acqua a testa pr-r quat-
tro giorni. Due litri e mez,za al giorno, che sotto i cínquanta
gradi del Sahara non bastano nenlmeno per qualche ora.
Ogni tanto, gqalcuno prende sonrlo oppure sviene per la
mancanza d'aria. E capitato anche a me. La donna che mi sta-
va vicina, una vecchia sonrala, se n'é accorta e ha provato a
svegliarmi con dei movímenti delle spalle, ma non ho reagito.
Allora qualcuno che era riuscito a nascondere una bottiglia
d'acqua l'ha tirata fuori. Hannr) passato la voce e in qualche
minuto la bottiglia é arrivata alla clonna. Me ne ha versata un
po' sulla testa e mi sono ripresa. Dol.'era la mía fctrza? Dov'era
la piccola guerriera delle Olimpiadi? Ero stata davvero a Pe-
chino, o era stato tutto un sogno? La cerimonia inaugurale,
io stella iuminosa del firmamento dei piü forti cli tutto il mon-
do? E Mo Farah in ntezzll al campo che ricleva tranquillo?
Un'altra allucinazione 2
Di sera si viaggia finché anche gli autisti non ce la fanno
piü. Per non farsi vedere dagli elicotteri rlella polizia che pat-
1c)1
190
96.
ruglianc' il dcserto,i trafficanti contilruano a spegnere i fari,
ii usano il meno possibile. Ti trcvi la notte «lentro il Sahara,
senza trtice, schiacciata in m.ezz,o a decine di corpi su una jeep
sgangherirta r.he va ienta colüe una ]utlaca.
Appena calal.a íl sole sembrava c{i viagqiare ir-i un incubo.
C-lontare mi lilassava e nutriva la mia immaginazione. Ogni
tanto cretlevo di tlorrarm.i sull'aereo, come quirndo ero an-
data aPechino e avevo preso il sonnifero. Come quella volta,
il runrore costante dej motore rrri lacerra sognare di essere in
un infinitc tunncl nero. .11'improvviso aprivo gli oc,chi e tut-
to passava. Stavo andando in Ctna, erano le mie Olimpiadi.
Lhotei sarebbe stato l¡ellissimo. Avrei strcrto la nrano a Ve-
ronica Carnpbell-Brou/r]. I-ei nrl avrebtrrc guarclato prinra con
curi<-,sitá, poi con amrnira;;ione. .Arvrei c()rso in unr¡ stadio
enorme, davanti alle telecarnere di tutto ilmondo. Avrei datc,
il meglio rJi nre. Alla fine tutti si sarebbero alzaú aá appláu-
dirrni, i giornalisti clel mondo intero mi avrebhero intervisfa-
La,lamia faccia sarebbe arcivata in oglri angolo clel pianeta.
Poi un urto pir) forte, una sterzata impror,'r,ise o r-rn ar,,rral-
lamento proibndo, il vorniro di q,.ralcr'lno. Tornal,c'' dov'r:ro.
In un runnel nero che c'era veramente. Chiiometti e chilon"re-
tri senza fari, guitlati sc'ltan¡o dal Cips.
Eravanro ottantasei, ancorati alla tecnologia cliun Gps.
Non ci sono strade, nel Sahara. Non cisono sefltieri. Ogni
trafficantc, ogni Viaggio, segue la sua particolare rotta. La
runttína i scgni clegli pneuntarici vengono ricoperti dalla sab
bia. Cancellati per seillpre. lr,lon c'i Viaggio uguale a un altro.
Si sta per gic',rni nelie mani di tlafficanti di uomini che a
loro,,,olta sono nelle mani <1i una scatolett¿r che cor.lrunica con
un satellire.
Verso le tre dcl mar¡ino ci fcrmavamo in un [)ul)to qua-
Itrnque in mezzo a qLrclla distesa rJi gobbe di sal",bia, mangia-
vamo moffc, una poltiglia di celeali e farina di mais, e cerca-
1L)2
vamo di prendere sonno cosi corue stavamo) tllttl attorno a
quel mezzo arrugginito che cla fuori sernbrava minuscolo'
L.e faniiglie stavano insienre, i bambini piangevano. I piu
vecchi silamentavano.
Avevo frltto aniicizia con uÍa ragazza etiope, Zena, ¡-roccl
piii grande cli me, che volevri f¿¡e il rnedico' Aveva ii sogno rJi
arri¡are in Eurolra e iscriversi all'universitá. Qualunque uni-
versitii, in clualunque citra euftlpea, per lei noll feceva diffe-
ren'za. Viaggiava cott la sua ve-'cchia nonlla' che le stava sem-
pre incollata.
Nonostante tutir{1, non avevalrlo soritto. l,ra clifficile clor-
mire. N'Iold pregavano. Pregavano ad alta voce. I bambini nolt
stavano urai tertti e i gt-'nittlri noil sapevano cosa farc. C'era'
sopraftutto un bamLring di quattro anni, Saicl, col1 stla rnaclre
. src, pa.lre. SaiJ selnbrava intleinoniato. Piangeva tutto il
giorno e non si fcrtnava ne¿rnchc tli notte. Non si fermava tnai.
i)u qrr.rt., aveva pianto, a l'uria cli raschiare Ia gola, la voce si
erufattaraucir., bassa cortte quella Ci ult ,¡ecr-'hio m¿tto, oppu-
re di un cane abbanclttnatt-', legato da scttir,tanc ¿ Lttl palo' 1
genitori facevano di tutro ¡rer {arlo stare z:itto. ( )gni sera era-
iro costletti ad allontanarsi a turno per rrcln disturbare il grup-
po. C'era il pericolo r:he qualcunc, coniinciasse a d¿re i nu-
meri. Bisc,gnilva sl-are ailellti a ttlrt().
In qr-relle sere. sdraiata sulla salrl¡ia. con gli scarafaggi e gli
scarabe,i dt--i descrto, palle nere e corn.p¿ite senza meta, pen-
savo a hc,or-ct,pensavo ad aabe. Piaiiger''o e chietlevo aiuto in
sílenzio a mio paclr,:. Oppure parlavo a ilodan, le ciicevo chc
presto sarei arrir¡ilta cla lei. l)ensavo a Pechino, ai giorni felici'
a q.,ella prima mattina in aibergo clavanti alla iJbc. Agli ap-
plausi, la gente in piecli che gridava il mio nome.
lIi cor-rcentr¿rvr¡ sttlle prossime Olimpiadi cliLon.lra e mi
facevo forza.
Cosi, lentatnenl.e, riuscivo a prendere s()nno'
t9)
97.
. .
Dopo duegiorni di marcia, amezzogiorno, Ia Land Rovcr
si érotta, ma questa volta per clalt ero.
Ha conrinciato a proceáere a scc)ssoni per un po,, poi si i
inchiodata nella sabbía. Eravamo in Árrroal sahara con cin-
quanta gradi e nessuna protezione.
Siamo scesi rutti. I trafficanti hanno provafo a smontare
quaiche pezzo senza r)ermet¡ere ¿l nessuno di ar.r¿icinarsi al
motore. Dopo tre ore hanno capito che non c,era niente da
fare e hanno chiamato i soccorsi, comunicanclo le coorclinate
del Cps.
I baml¡ini giá piangevano, gli anzianicercavano di ripa-
rarsinella strerta ombra sotto-la jeep. Siamo rirnrrti ;ri;;
ventiquaftr'ore. Lacqu a era finita áu ,, pezzo. pensavamo
che saremmo morri tutti, e quesro p"rli.ro da individuale é
diventato colletri'o. No. ,ri .",,.', ml ail,improwiso tutti
iniziano a cedere sotto lo stesso p..o, .o_. se un maglio enor_
me si materializzasse e corninciasse.a premer;r.ü;;;
teste contemporaneamente. Le ore inierminabili si ull,l"gr-
vano in allucinazioni, seduti sulla sabbia senza un riparo quel_
le visioni diventavano cosa comune.
Poi dalla lantananzaé giunto il rombo di un morore. Non
sapevamo se fosse reale o immaginario. N{a da dietro .,r. ¿r-
na é conrparsa la sagoma di unlatrto. Cí avevano trovato. _E
ave¡ano.jinche acqua, c'erano molte taniche u,rr..r* frá.i
Quella sressa sera abbiamo ripreso il viaggio.
Presto si diventa cattivi. Ognuno pensa soltanto a sé.
Nessuno. te Io spiega prirna, lo capisci da solo chei stá a te
non cadere dalla jeep. Se cadi i rrafüc;ri non si f.._uno. §r._
sto te lo dicono subiro, prima della partenza di ogni
"ir*iá.
Ci sono soltanro tre i.gole, .,grrii p.. og.rirffi., ."Xü,
volta vengono ripetute.
Prinra..Non puoi poriáre nienre ortre ir sacchetto.
Seconda. Se in rrn qualunque rro,l,.nro ti ribelli alle con-
194
,lizioni dei viaggio e costringi 1'arLto a lérmarsi, verr¿li lasci¿rtcr
clove ri trovi.
Tc:za. Se cadi dalia jeep 1'autista uc¡t'r si fermerá.
Quest'uitirna regoia serve per evitare prot:lemi. Irlon si pr:r-
derebbe neanche troppo tempo. Basterebt-¡e t'ermarsi, r'ecu[)e-
rare chi r: caciuto, ricacciarlo nel cassone e ripartire. .Eppr,rre
nc¡n succede. Se cadi ncrn verrai salr,ato. Se saí che pr-roi lasciar-
ti andare, in r¡olti 1o faranno. Nel gir:o di .palche or¿1 nascc-
rebbe lo sconforto. Dopo un ¡rai,:r di giorni al caldo,le firrmi-
che che noi siamo insorgerebbero. Meglio ai'¿zare tutti contro
tufti, ed evitare ii pericolo dell'aflbssamento d.:lle gomnre.
E poi sei solo un bar¿,aian, una besti¿r che paga f)er essel'e
trasport¿ta da un puilto a un altro, e niente di piü. Anzi: sr:i
la prova del reato per i tlafficafiti, -ss /engono ierrnati dalla
polizia. Ogni complicazione i per<Iita di tempo.
Ilultlma rnattina Zena e sun nonlla erano ca¡ritate sul f-on-
do de:I cassc,ne. Avevatnr¡ rlornlito iont¿lne dalia jeep. ¡rer evi'
tare il piccolo Said chc non vr¡k:va srncttcre di píangere.
Quando ci hanrro chiamate, all'alba, sapevarno di dover:ci
sbriga.rc. altrirnenti saremmo rimaste per ultirnc. L,a nonna
faceva fatica a cammiaare> aveva r)rrs() unA :itorta, forse ave-
va tenuto il pieeJe appo¡lgiato male per troppe ore di fila. So-
no crors¿ avanti per tenere il posto anchc, a loro. Ma .lualcuno
ha comirrciato ad alzare la voce, Ilon pctevo r-rccu¡;.rre ¡:osti
per nessr-rllo. ()gnuno cloveva fare per se" Ifo detto c¡ualcosa
sulla sigtrora anziana. c un¿r donna etio1.-e si é nressa a strilla-
re, ha fa¡to il gesto di tir¡rrmi uno schial[o, se non la smette-
vo. Nli si é scduta ili fianco. FIo i:ercato di retrocedere ma
non c'i statc verso, la massa umana cra fortissitna. l)ovevcl
rirnanere dov'ero. tlo cliiamatoTtna acl alta voce, c dalf,¡n
do rni ha ris¡rosto di non pieocculrra[J!)r: erar]o secluter.
Dopo qtralche ora, all'impro,l,iso, qtiak-uno ha griclato in
una lingua che non era la mia. Forse arabo, forse etiope , for-
1 ()<
98.
se sudanese oinglese. poi altri, clavanti,hanno iniziato atira_
re pugni sul rettuccio della cabina di g;¡u
"Fermatevi. Fermatevil',
Ho pensato che qualcuno si fosse sentito male, ogni tanto
capitava. Latrtista ha fatto ."*. ,".ri**"f"r.., h;;;;ffi;:
to. Quello insisteva a ba*ere., br;;;;;. nopn un po,il traf_
ficante ha abbassarn, il fin.rt.i;-;ir; óosto il braccio, la
rnano aperta verso il cassone nel gesro á.rbo .fr. Jgrifi.,
"malota". Piantatela.
Poi é arrivata Ia voce, passata di orecchio in orecchio.
Era caduta ,r, p..ro, a. Eracrdutallno nna di Zena.
27
Ci hanno lasciati al confine con Ia Líbia. Era il 72 ottobre
2011.
La Land Rover sí é fermata e abbiamo aspettato.
Non so come sapessero che li finiva il Sudan perché era-
vamo circondati soltanto da sabbia, ovunque. Ma il Sudan
finiva li. Abbiamo aspettato per ore.
Poi sono venuti a prenderci,
Trafficanti libici.
Molto peggiori dei sudanesi, a quanto si c{iceva. Perché in
Líbiala legge é piü severa.
Sono arrivati, ci hanno caricati su un piccolo pullman e ci
hanno con«lotti al carcere di Kufra.
Si m ateriali zzav a l' incubo peggiore.
Tutti sapevamo cosa era Kufra. Un posto dove rischiavi di
rimanere per sempre, se non avevi i soldi che ti chiedevano,
ed erano tanti. Oppure, quando comincíavi a puzzare di ca-
davere, r,enivi riportato al confine con il Sudan, poco prima
che morissi. Ti lasciavano in mezzo al Sahara, a crepare lá.
Questo si diceva.
Larrivo, peró, non é stato traumatico. Era un posto mi-
gliore della prigione di Sharif al Amin, piü grande, piü spa-
zioso. Una costruzione chiara di blocchi di cemento gÍezzo,
che sorgeva proprio al centro del deserto. Intorno, la solita
196
197
99.
,.listesa infinita didunr di sarrbia crorata. si respirava odore crr
¡r,ir,,ere, mossá da un .ieggero u"nro che si ,n.lu"rior"o irl
cancello, che di giorno ie grrarciie lasciavano aperto. euanclo
sianro arrivati ci hanno rrrtttati bene. lIann., áiuir,, l.tJ;;;;
ciagli uornini e ci hanno portato acqu?r e cibo a volontá. Mi
hanno la'ata. Vestita,,,x, panr-,ir""rli. Ui han,o clerto
,,Ben.l
venuta in Libia"" Mi hanno meslra su r¡n materasso, e cloL_ro
settimane con la schiena sulla sahbia ir srara _r;.ü.;;;;;.
Tutto quesro perir i dur,rto ciuc giorni.
A1 telnrinc dcl secondo gi,,rno'snno tornati e ci hannqr
chiesro i soldi.
Mille dollari per porrarrni a Tripoli"
. Come ai solitcl. se non .e li al,er,o potcvo te]efonrrre. N{as_
simo un minuto.
Sono venuti cinque volte aj siorno a ricorilarmi cii pagare.
(,inque volte con i bastoni e i lo.o r,.,rt,r, h;;;,;;;;;,':rrírlr"r_
rnale". Finché no'h, pagato. puó clirrare seirimane, mesi. A
lorr¡ non.intcressa. r.,on ,riollrn. er;.;; perd solo se sei bra_
vo a fargli crcdere chc pr.imr c ptii pagherai.
. Quando capiscorio che sci"iro ji q,relli ch. nol paghcrá,
ci sonc¡ solranto due possibilitá.
Se seí uorno tir"iportano al confine.
Se sei clouna ti vtlenrano in cambio diun bigJietto di so_
la anrjata. Quesrnr me i. f,u .u..o.ruto Taliyzr, ;;r^rJ)^
s,or¡ral.a, il terzo giorno dal rnio
"Li.iurr-
Avevo capito che era
del rnio paesc. e/evo bisogno .11 purirr" .on qualctrno, sen_
tire il conf'orto cli una voce, cli uná ,.ornirlo gratuir., umaro.
Dr;rmivanr. r,icine, e quel giorno l,a'crro incontrata nei cor_
tilc comune e le avevupr.i-rro. "C;;; ii chiami¡ S"i';;;,;
la?" le ho chiest,:, sedencl,-rmi ri"lr" r l.r, sll una ¡ranca acl_
dr:¡ssata al muro di argilia. G,,rr,jrm p.,:,"rru, chiss) a che
punto dei Viaggio ave'a perso il colaggio ,li flir;;. i.;.*_
nc negli oct.hi.
!"" h" ripeti:ro la dornanda: ,,Cor¡e
ti chiami?,,
Non parlava. ,{a io ho insistiro.
Dopo un po' ha detto "Taliya" e poi é tornata a fissare per
terra. Ho cominciato a farle le domande piü stupide, avevo
voglia di parlare. Taliya non ha piü risposto. Ho continuato
come una matta per mezz'ora,forse un'ora. Volevo che rispon-
desse. Alla fine ha detto solo: "Mi sono fatta scopare come
una cagna per andare via, é quattro mesi che sono qui".
Hodan ha impiegato ventotto giorni a mandarmi il clena-
ro, in un baracchino di legno per il trasferimento di contante
che guarda caso si trovava alf ingresso della prigione. Ventot-
t«r interminabili giorni in cui sono andat a avanti ad acqua e
noccioline. Dopo le prime quarantotto ore, infatti, non ci
hanno dato nient'altro, solo acqua e noccioline. Come alle
scimmie. Se avevi i soldi potevi comprarti qualcosa diretta-
mente dalle guardie. Ma se avevi i soldi venivano da te e li
prendevano come anticipo sui mille dollari.
La prigione era divisa in due sezioni, quella maschile e
quella femminile. In comune, un cortile in cuipotevamo pas-
seggiare e prendere il vento sporco del deserto. Non succe-
deva niente. Eravamo stren'iati, ridotti all'ombra di noi stessi.
Nessuno parlava, alcuni davano i numeri, pcr il caldo o per
la solitudine. per la nostalgia. Io cercavo di stare calma e di
tenermi lontana dai guai.
Un giorno, quattro uomini etiopi che erano a Kufra da
cinque mesi si sono messi d'accordo per dare una lezione al-
le guardie da cui avevano preso un sacco di botte. Sapevano
che avrebbero avuto la peggio, ma ormai erano pazzi, vole-
vano scaricarsí, provare il gusto di picchiare, fare male. Si era
sparsa la voce di quello che sarebbe successo, erano le uniche
cose che ci dicevamo. Era il nostro spettacolo, la nosta vita
vissuta sul filo della soprawivenza. Alle due del pomeriggio
ci siamo assembrati nel cortile per assistere alla vencletta. Le
guardie piü crudeli erano dure, erano quelli che quando ba-
stonavano lo facevano per fare male, per lasciare i segni. Con
199
1e8
100.
r'ra scusa,,,(lue rJeg-lietiopi lihari,. chiamati. eue]ri sono ar-
rir:a1j 5[ru¡1;ncjo ne]le loro divise vei.cli a tnezzenraniche, man_
ganello e pistola ncl cinrurt:¡ne, Subito gtl *ltri .tr"
"il"pi
]i ila^n, ragei,nti, cireonclad, e haniro ccui,illciat, o .i.rnpiili
Ji calci e pugni alia cieca. fi.ché quelli ,c»r st¡no cacluri. llan-
trt¡ sc-aric¿lto adcloss. alie due guar<Jic ttitto l'odir_i .h. ,,r.ru-
ll() CoillO [)er mesi. Doptl poCo. pr.rO, sono aCC()rSC altlC sCi
gtrar.lí.:. [_,rno Jri ,.1,,. ,, ,"r,.a ni m,.,,r*eu, e t,it,..r, *;;;tr;_
mentL'copcrto di sangue, l,alt.l in.,,cce sernbrava m.rrá, i,
mobile, gli occhi sbarrati. Io ¡¡uarclavo assue_fana, on"rrlrir-
zata. ll.sole a picc. mi ¿ve'a osciugat.., il c"rvell.,.'ñl*r. ,l
taceva irrpressione. Uno dei sei si i abb¿ssato e ha iasrato il
collega. L)over,¿t essere nrorto. Han,o chiesro .hi 1,, ,n,.u, u.-
ciscl. Nessuno ha fi¿rta¿o. llanno cl<-xran¡.{ato ,n.oru. ñil;
1l c<,rnanrlante..il piii minuto di ru*i, ha estratto la pisrol, e
ilir sprrrto rn aria. I-{a chiesto ancora. Uno degli etiupi, ii piü
corpuiento, si é fatto ,r'anti. "Sono st¿rto icr a ucci.rcre."'h,
cletto in arabo. Lonrirrc.¡ iri cli'isa ,".1i hu u..li.,;;.;;i;;*-i";.:
chiarsi, li, cli fronte a ru*i. poi gri ha chiesto di ccnfermare.
"Sono statc¡ io a ucciclere ,,, Ia r:iáetuto l,edop,e " frU ,ar.,r,, .
rno cosa sarebbe ac.sdr-rt.. Nessilno ha chir,so gri ...h,iá,,rrr
t¿ltci lc sguarclo. Anch.¿ J,etiope sapcv¿I, ,-,on ,ié scornposto.
Lr¡n-rirro ha abhassatc il braccio. Uir solo sparo, se(,_cLr. I_,erio_
L'.,e ha raggir¡nto l'alrro L¡onlo sul pavinrento.
Sono st¿ti venr()rto infiniti giorni, ad aggirarmj come un
f¿rfrLasma tra fantasnri. l,a notte lrun ,i.,..irlá , du.n,r,= 1_,". ii
calcl. e
"li
qi.rrlo mi f'rrre,taio senz¿r encrgie alra ricerlca ,Ji
¡,r
;rrr*,.Jt1 c()n r r,( ) s,icclr io ci't,r n bra. aur"; r]"1, iu rú;;rl;., i :
larc- qrrelclre' cser( izi(). stirare i musc,:ri app.ggiandonli al mrr-
r,. |*{¿ le n.cciolii-re non basta,rorr,,r, n,_,,n ,".ñ ie forze. Nfi si
anneLrt¡iava la l'is.a, q.and. ir s.re era a picco avev() re alltr-
cínazi..i' c.n il seclcrc Ír terra, acrciossaia a u.Jr rnui.o veccv.
aahe . i! r.:r'rLtil<-, l'eucalipt.. pensavo cli essere 1i sopra .,;rÁii,
nascosti nel fresco dei r¿rnli" O sul m¿terasso,la ,*r, ,.n.rrJo
stretta la mano diIIodan.l{r¡r ar.evo ne¿nche i sc-,ldiper chia-
mare lei ct ht,tt'r-,. Non ¡rotcvo fare rriente, se nor] star:e li e
aspcttare. (,on la parte clel cen,ello che rirnani:r,a'rigile scnti-
vo che stavo pelrJcndo piarro piano il c,¡ntatto con Ine stessa.
Mi st-avo lascianclo andare, fion avevo piü le lbrze. Ogni tan-
to pensÍrvo ch.: nol-l rni importava, sarei rimasta li trrer terra
per senrpre"
Poi sognavo, íl giorno e la notti:, prarrzil¡r-ronissimi. il l,.uf-
fet della colazione nell'hotel a Irechino. (l'era tutto, succhi di
frutta, uova sode a stÍapazzate, salsic:ce, fagioli, tunghi. ¡ro-
modori, caffé, té, cappuccino, cioccolata, croissant, bíscr¡tti
al miele, toast, salumi, fbrrnaggi. E qualc:uno che rti serviva.
Ogni giornr-r ripassavo nella nrente quel cibo. Pensare che non
avevo i-ieanche provato tutto. tri ci err: rimasta qrrindici giorni
interí. Pazza. Elo stata pazze.
Finché non sono ¿nivati i soldr.li I Ioclan e ho pagaro.
I''inalmente L1()te¡o arldare, p()tcvo lascia'e KuÍra.
Poi rní hanno fatto veclere qu.:[a chc sarelrbe stata la mia
casa per rnla settimana di viaggio"
Urr cc,ntainer sertza lrrce e slrltantl', urra piccolir tcssura in
cima ¡ier far entrare l'aria. Llar,¡ei diviso con altrr: dnecento-
venti F,e¡s6ne. Senz¿ riirc una parc,Ia. orrri[i rirlolti come gli
stracci che inclossavanro. siamo saliti"
Vivere dentro un contaiuel' i cclnrn: r,ivere all'interno di
una calnera a gas. Il sole riscaicia t¡.lurente ¡¿¡¡r.r il metallo
<leJle pareti che dopo qtralr:he Llla trrttr) evapora. ftia[o, piscio,
feci, vcmito, su«lorc. Tutto svapora in una nuvolir tossica i:he
leva il respiro.
Per i primi chilometri, forse 1,r:r fiiezz'ora, siamo st¿ti in
piedi. comc se clovessimo scenclerc cla un rn<¡mento ali'aitr:o:
non sapevarno corre rnuoverci. cosa fare. Poi ci siamo seduti
su1 fondo, e presio abbjamo capitlr che J'unico morlo per ap-
poggiare la schiena ere contro i[ corpo di cluak:utr altro. Le
2Ql
200
101.
lastre di metallodelle pareti scottavano corne ii fuoco, cerca-
vamo di stare il piü al cenrro possibile, per scappare da un
calore che era ovunque, toglieia il rf;; .-.rrr..ilár, i p*-ril
ri. Quando eravamo pi..oii..,rur,ron-, ulr, hooyo*prffi;;
un pentolone d,acqua in cui immerg.va deíe dli...l^t..;;;
e rosmarino e lo faceva bollire. poi ci cosringeá , r,rr. .,..
ore con la tesra Iá sopra, coperri cia un ,a. ?, ;#;;u,"-
'spirare ilvapore e liberare nuro
"
ceruello. Ái, g"..r#;
bagnati, tutti i pori crilarari. s,*" r.i.árr,rin.. era miile vor-
te
-peggio,
er¿ come srare dentro una pentoJa ir, .b;li;;i;;.
Il fon,o, poi, bruciava come ii fuoco. ó.r.ruu*" di tenere le
ginocchia aTzate, appoggianclo le scarpe, per chi ancora
Ic avcva. al nierallo. ,, ,rln .i ;,,tr;;; nella sressa posizio_
l. tl:. ore. e quinJi a rurno srerrdevamo ]. gr_b;. i;;;;;,
il sollievo che lasciavamo che l" .or." b*ciassero. Carne viva
come il sangue.
Lunica maniera di sopraw,ir,,ere era pror¡are ad arramoi_
carsi a rulno.?opra gli altii e ,e*ere pJ q;; i.,-;#;ii
:f^ ^|11:llalJ'apcrr
ura. Dooo ¿"" o.J r"r,za ossigeno, prima
or perdere r sensi, arrivano le allucinazioni. Visl¿e, ,áirir..
Noi rubrib bisognosi di rifugi, .frlrri .l.rrrn ,n ;";;;;;;
parlavamo a persone .h"
"rir'i"rr-lotirnro per i nostri oc_
chi, urlavamo a genre che griclava ,ár" ,.il" nosrre orecchie.
. Il viaggio denrr. il container sparanca gri occhi suila foilia
degli uomini..Dopo poche
"r"
,;;':;^;;o piü ,Jiffer enze cli
sesso. {_Iomini e donne sono ug,ali, ci si riduce ,l;i;;;;;_
mune denominarore. Di te relta ,áto l;o,,U., .f." .fri"-+ ál
soprawívere. Non rjcordi nemmeno piü se sei donna
" ";;;.
Dentro quel container forse.,.rr qruih...irtiurro etiope, ma
la maggioranza era,,,ur.,l*uru.$*;;;.n c,era donna con
le gambe o la testa coperte. frrro i.i*i, ,ur,o ..pnrro, perché
non rimane piü nierrre. se non qr.l .o.pu .¡. i.i."rji..rr*.
ruo solo per alcuni parricolari. ti ,.o.t'.'rrai suila .;;.;;. i;
dita storte dei piedi. La cicatrice ,.,il, for.iu. Sei tu. Ma an-
che nc,n lo sei piü, <lis¡rersa irt rnezzr-t ¿i vatrrori .iegli altli cor
pi" Quando lo sconosciuto chc tista di fianr:o non tr¿lttienc le
f'eci, o quando non le tratt.icni tr.r, e continr:i a respirare c a
navigare per giorni in quel puzzLt r,atrseahondo setrza acqua e
senza cibo, non sai neanche piir chi eri prima cli entrare. I.lim
rnagine cli mia madre il giorno clel matrinionio di Floclan che
mi tiene il viso tra le mani e con gli occhi gonl-i
di lacrirne dice: "Sei bellissima, figlia mia. í-a pitr beila deli¿
famiglia". Il rlio unbarazzo in nrc-z::o a tutti quei veli cokrrzrti,
all'bilab bianco che mi awrilge il capo e le spatle. La prirra
volta che mi sono.zista femmina. sentita speciaie"
Forse non ero pitr nessuno. Iiorse ero sempre stata fatta
delia stessa mateÍia dci sogni.
Il terzo giorno di víaggio r1n uorno tJl c¡-rarantadue annj,
somalo. e nrclrtcl. Se n'e accorta la cli'¡nna che gli stava accan-
to, dopo ctrissá qlranto Lenipo, Erano «Juc gi<rrni che prc,va-
vano a dargli da L-tere da una bor.tiglia sprintata d¿i chiss¿ do-
ve, ma non riusciva piü a degiutile.
Era rimastcr a Kufra soltanto un promcriggio, avr:va con
sé i soldi fino a'['ri¡roli, quasi <.li sicuro si sentiva male e ave-
va deciso di arrivare in cittá il prima possil,ile^ La sola si era
seccata a cáLlsa clella sabbia respirata suila jecp nel desert.'r.
A.,,eva fbrmaro Lrn tappo duro che l'acqutl noil liusciva iriir a
bucare.
ii n,.rrt,, soffocato. Quan*-1o nel container si i sparsa Ja
nt.,tizia, cr)mc semprc di orecchio in orecchio. st.:nz¿l ehe nes-
suno parlasse abbiamo intonato il sulat cctn gina:o,1a preghie-
ra per i morti. C)gnuno nella sua lingua. Abbiamo accornoa-
gnato qlrell uomo, di cuinon ho mais¿rputo rlepp(ire il norne,
nel suo pcrs.rnlle viaggio.
Quella notre, quando ci siamo fcrr-nati per dormirc, ab-
biamo scav¿to una buca nella sal-,bia c abt,i¿mo sc¡r¡rellito il
corpc) nclla terra che aveva bramato per ripretrdersc-lo.
Ogni tanto mi venivano in uente le C)limpia.li di l,ondra,
20)
202
102.
mentre stavo comeun sacco sul fondo di metallo che brucia-
va come il fuoco, appoggiata a qualcuno. euesto -ihu t.nr_
,o u,1ut la voglia «li muovere le §ambe, di tar esplo,t... i rnu
scoli. E stato I'unico modo in cui sono riuscita a soprar,wivere.
Pensavo all'allenatore che avrei avuto una ,oltu i'E".ofr.
Chissá perché, immaginavo fosse lo sresso di Mo Farah.l4l
vedevo in Inghilterra, prima di raggiungere Helsinki. Misu
ravo i miei tempi che miglioravano settirnana dopo settimana,
giorno dopo giorno.
Mi vedevo in finale.
. .Vedevo
la gente in piedi che applaudiva. euesta volta per_
ché ero anivafaprima.
Invece. Anziché a.Tripoli ci hanno portati in un'altra pri_
gio1e, appena fuori dalla cittadina d §dablya¡
r- -'
Lennesima trufla.
Per andarsene servivano rrillecinquecento dollari, che era-
no tanti anche per Hodan e Omar. Sono stata li quasi due
mesi.
Avevo bisogno di a*ivare. E ala fine ho cecruto. Ho chia-
maro b_oo r-o per chiedere soldi anche a lei e ai fratelli, .o.,f.r-
sarle che ero partita per il Vaggio, ma menrire clicendo che
andava tutto bene. Le ho d.tto ih" avevamo soltanto un mi-
nuto, di non piangere, andava tutto bene, ero felice .,rorurro
3:.f. il tenrpo per allenarmi. Di li a poco sarci arivata da
Hodan. Ormai non ci credevo piü nemmeno io. E,rano cin_
que mesi che ero partita da Addis Abeba, tutto mi sembrava
impossibile.
__
Nella prigione di Ajdabiya ci hanno úattatomeglio che a
Kufra, ma due poliziotti dei carcere mi hanno ..,blto ,ett._
centocinquanta dollari. Infatti paghi la polizia, non i traffi_
canti.,Sono gli stessi poliziotri ch" ii uendono u .hi poi t fo.
teri alla prossima destinazione. Nel mio caso harno ,o'lrro
milleciriquecento dollari quando invece a<l akrin. uu.urno
chiesti settecentocinquanta. Si erano impuntati. Se non aves-
si accettato mi avrebbero fatto quello che avevauo giá fatto
ad altre ragazze sole, mi avrebbero violentata. Come Taliya.
Potevo solo aspettare.
Pregare, aspettare e leggere. In quella prigione infatti
c'erano le lettere. In arabo, in somalo, in etiope e in inglese,
rimaste h chissá come, chissá percbé, buttate in un angolo,
accumulate in anni e anni. Lettere di detenuti o di loro pa-
renti. Forse erano memorie di morti che lc guardie non han-
no mai avuto il coraggio di buttare. Li denmo c'erano vite.
E cosi, leggendo, ho ritrovato quello che dentro di me non
esisteva piü. La vita. Ricordi. Amo¡e. Promesse. Coraggio.
Speranza. C'erano quelle di un uomo che scriverra ogni gior-
no alla moglie. Ogni mattina che il sole si alzava. Una giova-
ne donna che invece indirizzava parole sognanti al figlio di
due anni rimasto in Somalia. Un rag,azzíno che chiedeva co-
raggio al padre e alla rnadre, in missive che non sono mai
state recapitate. Erauo parole orfane, che non hanno mai
raggiunto la loro destinazione. Mi piaceva pensare che fos-
sero li per me.
In quei due mesi ho soltanto letto e dormito. Da tcmpo
non avevo piü le energie per allenarrni. Se chi aveva scritt<r
quelle lettere ingiallite aveva avuto laforza per scrivere qucl-
lo che aveva scritto, potevo farcela anch'io. Le rileggevo in
continuazione, imparavo a memoria i passaggi delle mie pre-
feríte.
C'era anche Lrna connessione a internet. Mi frrcevo presta-
re qualche spicciolo da un ragazzo somalo e ogni tanto scri-
vevo a Hodan. I giorni seguenti li vivevo nell'attesa della sua
risposta. Mi diceva che a Helsinki stava bene, non vedeva I'ora
che arrivassi. Mi f¿rceva coraggio, mi dicer.,a di pensare che
presto sarebbe tutto finito.
Sulla stuoia dura e piena di zecche mi chiedevo se ne va-
leva la pena. Mi rispondevo di no. Perché mi ero ridotta cosi?
Volevo soltanto essere una campionessa dei duecento metri.
205
204
103.
A nessuno almondo, lrer la brer¡e r]urata cli una vita, tiovcvir
cssi-.re consentito passare per queJl,inf erno.
l_lna scr'¿. url llruppo di tre uornirri somali d scappato rJal_
la prigiorre- L" g.,or.ii. ,i .,;.-:li-enricare cii chiurlere il
portorlc col chiavisrello. Ave,o co,.sciuto uno clei t'e ,omi-
ni. ,l>drrllahi. urr ¡irrr,r (_li sc(t,r,ane pr;nr,,, nri presra'r iso]di
per ilrter"net. Gli avevo rácco*t¿lto la mia vita.^Lui
"i
,i;;;
v¿ de.lla gara a pcc'ino. Ila cletto clr. ,r, rnoglic gli aveva
f,arjato.ii mc. Lci cla rirrasra a Mc¡i¡¡dísci" l,ri,'r"fri;;,.
rcrlrrta inviandole soldi rutri i lncsi, ,n, uolt, ,rr*r;;;f"i;;.
Ave'a m o fat «-t atnicizla. fra ri ru, nr,.,, .i lurrna ru"r"c, ;'ü;;.
to rnangiava,r:. insieme. Ail'inizio' rr,ru or.,.r.,uu .rr.'i"r,il",
per¡sa¡a rili ñssi in
;i d (, r r a, ; ;;;,; ;;; ilTi:l];J :i': rl;i:, ';;
t"H'l
l[;H : :i Ul
sr-,rro libico.
,,-.- ].:.*rordie
ci portav¿¡rro Ia cena, riso e rrerclure e nlezzo
,¡r() cl lrLqLrí1. c [r(rf Sc,r)t: anJ,lr.,rrro. {JucJIr .scr.a lr0n ,t,vJr}o
t'hirrst'r il can,:cilo.' Ah.rtr[arri
".,
u"n-,i-,1, ,," f"r lni"i"'.
rrri se'oic-r,. unirmi a Joro. Sarelrher., ,cappati nella notte e
avrebbero raggitr.t_o a piecli l,
"irtrJin
u a i'Á;¿,,irii". ll.'i;, f ,
niattina d(lpo avrehberc, trovat,-, ,,r, o,".1,, irá, ;;í;;*; -i?l:
iljl: I:, era comirlicaro, má,.li ou.ru..o scopeni li avreb_
t)cl-o amnl;,lzzall
Dorrer¡o deci<lere, ávevo soitanto due ore. E non p()tevo
parlarne con ncssLrll().
(,inque mesi l-rrima avrei cletto cli si. er-rella sera ecl Ab_
ciullahi lrrr risp,,r¡n c]i no. *.J,, .fr.* ))br, forrrconrcnro c]i
're
' liarei rimasra li acr aspc*are i sr'¡rcli ,ri ,.,.,un , ior,ri,-r
"'
I)ue ore ciop. s,:,rro usciti e ,i lo¡o ,.;ilüi;;';;i;r,
nuto niente.
l)oi iinainiente é giu,r'r ir clenaro. tr{o rasciat' re rerrere a
una dolce tag.¿zzLtr,rr',nL .lr" .rr-rplr.lr"uoai,roru, stremata e
pia,genre. l,e hr¡ clc¿t. che l.gg"rl" l._ ,"r.trt . ,ri;;;;i;;;;;
Erano li e nessuno ci faceva caso. Invece, era stato soltanto
g,razie a loro se ero sopra'uvissuta a quella prigione.
Ero viva, infatti, e finalmente libera. Avreí viaggiato insie-
me ad altre nove persone nel rimorchio di r-rn tir che traspor-
tava sacchi diÍarinadi mais. Lapartepiü comoda del Viaggio.
Abbiamo fatto sosta due giorni a Sirte per aspettare altri
tahrib, continuando a dormire nel rimorchi,c.
Poi siamo ripartiti.
Dopo una settimana, finalmente, ero a'l-ripoli.
I1 15 dicembre 2011. Esattamente cinque mesi dopo la
mia pafienza cla Addis Abeba. Un anno dopo quella da IVIo-
gadiscio.
Ero libera.
Quando, dal rimorchio, abbiamo sentito i rumori della
cittá, ci siamo messi a piangere. Dieci ombre che piangevanc
in silenzio dentro il rimorchio di un tir, Dieci ombre che si
vergognavano del loro pianto. Peró quel pianto ci ha uniti.
Questo succede, quando piangi insieme ad ahri. Porteró sem-
pre con me quei nove r.'olti piangenti" Per sempre saranno
miei fratelli, e io loro sorella. Erano mesi che non piangevo,
mi sono accorta. Il deserto aveva prosciugato tutto, anche le
lacrime, la saliva. Si era bevuto tutto.
Quando ci siamo fermati in una grande piazza e ci hanno
detto di scendere, mi sono sentita leggera come I'aria. A ma-
lapena stavo in piedi, ma il mio cervello ha ricominciato come
per miracolo a funzionare.
Ci hanno abbandonati in quella grancle piazza, era quasi
il tramonto, stavano chiudendo alcune bancarelle che vende-
vano dolciumi e kebab. Dieci fantasmi ricoperti di sabbia,
sporchi e puzzolenti come maiali.
Díeci fantasmi in mezzo a cittadini libíci.
I trafficanti hanno aperto il rimorchio e hanno detto: "Sie-
te liberi".
201
206
104.
Poi sono risalitisulla nrotrice e se nc sono ¡nciai:i, alzando
uÍr grari ¡rolverone e laseiandoci li a respirare il ír-rnro cli gaso-
lio ch,: ornrai cr¿ partc clci n«;stri polmoni.
Ci siamo ritror.atr sperdr,rti. E affám¿ti.
No, ci siirnro ritrovati.
Ero iibera,
Comr: l'aria, libera come le onde ciel rnilre.
le
A "ü:ipoli ho vissutc-r quirsi un ntesr: ncl ctrtiartiere iici so-
nrelr. Tutti vcti tabt'ib so¡rali ecl etio¡ri in attcsa" diirnbarcai:ci
per: 1'ltalta :itavant(.) in trna decina rii tr-,alazzir'-c addossate le
urre ¿jle altre, neilo stesso quartiel'ir,. a est clella cittá. LIn cluar-
tiere bnrtto e sporco, da clatrclestirri e ropi cli fo¡¡na quali era'
varno. N{a l'arrivo a'I'ripoli ilal prinro istantc ¿ stato una libe
razione. Non avrei mai piü vistc il cJeserio per ii rr:sto ciella
nlie vita. tli qucstt' cl'c' sicttra.
Non c'era- niente che avcvo odiato piü .lel d,:serto. Il de-
serto, srl r:i 1:assi mesi, ti entra nelie ()ssa, ti ertla nti sanELIe,
nella s¿liv¡, non tc lo tc;gli piü tii dosso, ti port-i trtr ¡rolvere
ovunque, anchc se ti lavi con l'acqua ccrrcntc l'imrtne rcmLrrc
con te. Ma la cosa peggiore é che il clerse t'to ti Ltnnulia l'alima,
ti cancella i pensieri. Devi chiudere gli occhj e mttra¡linaie
cose che non ci sono. fi'tresi e mesirli distese disabbia. Ovun-
qu(: ti giri. a qualunque ora clr:l giorno o cleila notte. Solo e
soitanto sabbia. Questo la im¡'sazzire.
I,lna volta arrivata a Tripoli ho capitt' cire ero sah'¿ per
n:iracol¡. E,ra stato s¿ltatlt«-r grilzie u qgell": ft:ttcre irrgiallite e:
alle Olimpiadi sc ero sana ei non una l)azza d¡ iinclltuclere.
Soio quando vecli la luce, dopo u:he sei siat¿i a lungc al br-rio,
ti ricorcli rlel r:ok¡re delie cose.
Cosi e successtt a mc. Mi sono ricord¿ta di cotrl'era faÍtt-r
il mondo. E rni é piaciuto u-lr sacco.
208 ){)9
105.
Si vive incase minuscole. In ognuno clegli appartamenti,
trenta o quaranta pe.rsone. Io ,tavo con quaranta donne Dro-
venienti da rufta I,Afiica, , T.ipolilriJrlir"¿"rri"lffii;
trano. C'eranr¡ nigeriane, .orrgtl.ri, ,o_,., etiopi, sucianesi,
clonne dalia Namibi", dd Gh;;;,;;iTb*", dalla Costa d,Avo_
¡icr, dal Biafra, dalla Liberir. ldJ;,.adolescenti , ragazze,
banrbine, vecchie. rr,t. irriá_"ilir;m."re salve.
Ci senrivamo salve_ prruu_á ir-.ir,¿, c,era turto cid che
serviva per vivere, era li e r.rrrro ..ln ur..trt . .*rpplr"i,
mano o ci avrebl¡e bastonato. Acqua, frutta, cibo. Sarei rima-
sta a Tripoli anche per rurta to uitr, .á_e molte pensavano di
fáre appena arrivate, se non forriÁo ,tu te tahrib e la polizia
non ci ¿r'esse t-¡diato a m?.rte per gli accordi .h. i ;;i"'';;il
bico ai.,evapr.s' con quello ífu;;.;;
te nei nostri pr..i. d.* r" *p.r."í.levamo
essere respin-
Comunque, non ci inr"r.rrru, ái;i;".. male, in quei gior_
ni. Se eravarno arrivare fln li, .,hi-i., ar. *.ri chi in due anni,
chi in cinque mesi colre me, se avevamo superato ir Sahara,
se eravamo delie soprawissute, tutto q".ff" J. *J#;;
rrente a cluel punto€ra la meta. Soltunio lr..rr. Ogffi;;
cosa era cancellara. per noi rul¡!,ib a tipoli .a;;;J;;;il.
Iripoli per noi era un passaggio, un lieve sbuffo di vento, il
l'rrrscia re. di.rr rra foglia.'r, b;;i; ji'.;nr,r.
b por a
'lrip«rli
c'é íl,mare. La citrál conre Mogadiscio, é
inondata dal profunr. ,l:] ,l;; f ,;; questo che mi sono
tornarc Ic encrgie. la voglia d; uiu*"-" di ,,r." bene. NIa an_
*" ll come a M"gudir.io, ,l .;;;;;;i potevo andare, se
mr ¿vessero trovata mi avrebbero n...rtutu. Avrei ;**;r;;
avrei soltanto aspettaro l,Itaha.
__,
,l.rrt, con il cibo d tornata la voglia di stare insieme, man-
grare,. racconrare ogn uno .le prop.,rié storie,,lir.;;;ili i-#"
ro a vicenda. pa¡lare..Le prüI. ,utu*o iu uito. E le parole in
assolutc¡ piü pronun.irt,r, ogr.,n.i;; tl ;
to, erano "Italia,' e
.,Larnpedusa,,. uo accento storpia-
Mai nella vira ho amaro tanto parlare come nel lungo pe_
210
riodo che ho passato a tipoli" Ahbiamo lormafo scluacire per
nazionalit;a e ci siamo sl:iciate a c?rrte, usnLlna ha inse¡¡nato al-
le altre i propri rnotii r{i giocarc e poi abbianr,r litigato sulie
regole" Ci siamr; inscgnale paroie nelle risncttivc iingrrer. (li
siamo raccontate deller nostre famiglie. deilc r-rostre case, rlei
nostri genitori, clei fratelli, .lei nostli anroi"i. I)ei piatti prele-
riri. Ci siamo chieste come o:rcmmo marrgiato cl¿ schifo ín
Iiuiotrra. Ci siamo clt'rmandate come sarebl:c sf ata la gentc" Ci
siamo immaginate le case che arrremmo ávuto. Lc ctir:ine. I
bagni con la vasca e la doccia. La moquette per telra. oppiire
il pareluet. E poi i lal,ori. Io sarei stata un'atleta. (,'era chi so-
gnaya, di fare I'awocato, chl la maestra. chi i'infrrrnier'¿ c la
pediatra.. Ciri irrvece voleva soltanto una farniglia. (li tcnevs-
mo compagnia coir irispettivi ¡»'ogctti. 1:, poi pensavalro í-u-l-
che alle cose pratiche. A corne partirc. Per i'ultima ''.,o]ta^
La traflla per passare i] mare crra sempre ia stcssa. Ti ¡rrr,,
curi il denaro per il viaggio, poi aspctti. Asperii che d r,'r:nga
no a chianrare e, senza iltempo rli prepararti, ti clican,¡ di par
tire un'ora dopo.
Lo sai che in mare puó accadere cL tutt,r:. rla nLrn ci;:cn-
si. Pensi solo ¿lla meta. Se tutto va per i1 meglio in due giornr
¿rrrivi a Lamp,edusa, nrassimct dr-re giorni c rTrr-zz(t. N'Ia pui)
succedere quaiunque cosa. 11 nlare é un osta¿:ciu p,rü qrar-r,-Ie
dci Sahar¿, cluesto ti dicono i trafllcanti quando li cr.rntatti.
Io ci ero andata con altre due ragazze sonlale.
"Preparati al peggio," ti dicono. "Qur,:ilc' chc hai ¿ff'ro¡r-
tato finc¡ra é niente. Il Sahara in confrontc¡ i una passe$girta,"
ti clicono. E tu non ci credi. Non put, esserc r,,ero. QLrcll.r che
avevo affrontato fino a quel morrrento era l'infern,:, niente
poteva essere ¡reggio. Éi pci il nrarc, il rnio nr¿rre, ncn pr)rc-,a
farrni rnale. A¡evauro un appuntamento che ciurava orrnai r-1ir
quasi vent'anni. Lo silpevo io e 1o sapeva iui. In Il¿rlia, final-
211
106.
lnente, ci saremmoritrovati. Una delle prime cose che avrei
fatto sarebbe stata buttarmici dentro, godermi quell'enorme,
accogliente vastitá.
Le imbarcazioni sono ferri rrecchi che andrebbero soltan-
to buttati. La potenza del mare potrebbe sopraffarle in qual-
siasi momento. Invece per noi tahrib sono oro zecchino, lus-
suosi yacht da crociera. Oltre alle avarie puó accadere che il
rafficante si perda, che quei maledetti Gps si guastino oppu-
re si sbaglino. O anche puó finire la benzina, sembra impos-
sibíle ma é cosi, a volte fanno male il calcolo del carburante,
oppure aliungano la rotta senza volerlo e rimangono a secco.
Sai che puó succedere di tutto ma non ci pensi, quello a cui
pensi é la meta.
Sei li che aspetti quel momento da settimane o mesi e
quando arrir,a ti coglie impreparata. Sempre. Non c'é modo
di prepararsi, non conosco nessuno che fosse preparato. Non
per le cose che clevi portare, quelle sono trri e sono sempre
con te. No, preparata con la testa. Preparata al fatto che é la
fine delViaggio.
Non sai se sará di mattina, di pomeriggio o di notte. Soli-
tamente é di notte, ma non si puó mai dire, dipende dalla
strategia del trafficante. C'é chi decide per la mezzancstte, in
modo da essere al largo con la luce. Chi per il pomeriggio,
in modo da essere giá lontano con l'alba. Chi invece per la
mattina presto, cosi da fare una lunga navigata ed essere lon-
tani dall'Africa con le tenebre, quindí meno visibili.
Io speravo che il mio viaggio sarebbe stato il pomeriggio,
mi sembrava un momento piü manquillo in cui partire.
Ero in fibrillazíone, Flodan mi aveva detto che in poco
tempo avrebbe spedito i soldi che servivano, milleduecento
dollari, all'indirizzo che le avevo dato. Non stavo nella pelle.
Non c'era voluto neanche un mese. Non so clove Hodan
avesse trovato i soldi, ma non mi interessava, er¿l una delle
212
cose che le avrei chiesto una volta a destinazione' E il mio
,*no-J;trt*," q,,tJ" gio"-'t dopo' i1 12 gennaio 2012' Non
;;;;i;;.riggiá. Era mattina' alle quattro' Sono stata sve-
gliata e mi é staro detto di uscire'
Ma il mio viaggio é durato soltanto tre ore' Tanto breve é
"utui;;;gi"i,-it[^ "i 'iÁ"ucol
mare' Quasi' non abbia-
mo fatto in tempo a salire - eravamo una settantina in un
;;;;;;Ji n.untht ¿lt'i -"ti - che siamo tornati indietro'
ffi fi''"ü; ;;;il;, ;;1^'i"*i'u' .il
sole sarebbe sorto sol -
tanto clue ore «lopo t i*ái '"if'tcáita'ione
si poteva tagliare
con il coltello. In silenzio ci eravamo sistemati' ognuno al suo
;uá, ;hi;;t Éo"1o chi in mezzo' Io ero tupit'tu
1'p?l?1'
ili;; ui truffi,unri, sul bordo' perché ero magra e ml ero 1n-
filata in Írezzo
"
d";';;;;"onii nig"iuni che avevano le brac-
.iu g.orr. come le mie gambe'
Invece niente'
Áuu.iu, il gommone ha cominciato a imbarcare acqua qua-
,i d;;;;. i ,,uffi*nti hanno imprecato in arabo e per un
;[;;;;i.^. J'i*]á;;S;;' poilo stop Sitorna indietro'
hanno detto. fi,r. d"tiu corsa' fine dei sogni e delle speranze'
"-";-sirÁo
stati fortunad a essercene accorti cosi presto' an-
cora vicini
^ltu.o"u]i
h;;"; detto' "Se fossimo stati a metá
;""d;;il-t"rft"a'ii' A'"'"guti tutti'" Cosi hanno detto'
Invece, tre ore'
Poi di nuovo a TriPoli'
E.r..ruro ti ridá i soldi indietro'
21.)
107.
29
Adesso sono quia'l'ripoli ád áspettare, sono passati eiue
rnesi e rytezzo da quando siamo ritornati indiertro L:, ll )t
lnarzo 20i2. i'vlancan() qllattro ilesi ali¿ cedmonia di a¡'s¡¡¡¡¿
delle Olimpiadi di Lonclra e io so chc pc.sso alrcora farceia.
I)opo tre gic.rni che sonc-r tornata nell'appartamento alla
periferia esf e arrir¡at a urra Íagazza nllov¿1, Nigist, etiopc. Iira
spa/entata, come tuttL'le nur¡ve arrivate, ma anche euforica,
aveva sconfitto il mostro clel Sahara, non aveva avuto paura.
Sianlo diventate aniiche. f,.oru" me, ha la mia stessil etá e la
mia stessa corporatura. Seconclo me ci assonrigliamo, anche
se iei dice che io sono piü bella di lei. Non é r,ero, secondo
me lei é piir bella. Le ho trovato uno spazio rli fianco allamia
stuoia. Irtron volevo che iinisse rra ir: gi:irifie di qualche dr¡nna
tnalr,,agia, a cui ii Viaggio aveva far¡o lnale, ávcva roirinalo il
cuofe.
(Jon 1"igist ho ripercorso un s¿1cco cji voite ia mia storia.
Mi ha ricclnosciuta. Mi aveva ¡,,istri in tv ormai r¡uasi quattro
anni fa., alie ( )limpiadi in Cina. e d,r. allc,ra ciice Ci non essersi
mai dinlenticara la mia faccia, il mio sorriso niitc e radioso,
díce .
All'inizio non ci poreva creclere, corne Ahdullahi. (lhe icr
fr¡ssi li come lei, :.:rta tahrib come turti. L/na bisognosa di ri-
fugio. Il secondo giorno me l'ha cl'riesto. E io non sono mai
214
stata piü gtat^
^qualcuno'
Nigist mi ha riportatain vita' é ¡rer
].l..ilüh; d..i.o di proteggerla- Se non se ne fosse accol'
ái.i, io non mi sarei rñordata chi ero. Era passato tt9pq"
i.-p, áAf'ultirna uoltu lh" mi ero gua-rdata allo specchio' In
veritá quella .ro ,"u á'u tht t'orr"uolevo piü
"t,t- 9:T*
capitavo vicina a una srrDerFicie riflettente voltavo [o sguaroo'
Erano ofio mesi ,-"'áche non vedevo-la miafaccia' se non
;;iil;;;tr"t che gli altri a'evan. guardandomi'
-t;;;;;;.ñ. a Nigisr sard gr.ata per sempre' Ed-é per
ouesto che rni pir." ,"toitarlc la mia storia' quasi tutti i gior-
.ri. Aur.-o fatio lo stesso discorso quantel, ventl' trenta 'ot-
i.i-f"*" ai piü. Ogruot" lti rni fa.le stesse domancle' op-
nr rre me ne la di nuo.'"' e ci sorprendiamo a ridcre negli stcs-
ffi;,i. O";;; Ali -t'u *buto le caramelle che aabe ave'
:,'.t.J.;;;;;il rt"' ai Iid' e lui per punizione gliele aveva
fatte mangir." ,t',,," iucendogli tenirá.1' diarrea' Quando
;;""t f;;r;. ""1i"
ttudio óont e imitavo ii rumore della
i;11;;." la voce' Aautaarrgbhltb' conuna grande alitata' ripro
¿".""ao il suono che emettono tante pefsone lnsleme' Ju¿n-
<io Ali era caduto
".it'
gt'"at pozzaái
""tt-"'ti'
alla prima
sara che avevo ui,'t,á'-ó"'do u
'n
giornalista dopo la gare
^
ñ".ffi;;.;; i;;;; c-h' sarei stata piü contenta se la gente
;;;t.. "fpla,,litt-,
f"ttr.,e ero arrivata prima
".'.."1:l:iT1'
. lr.ri
"ru
,.áipiuto a ridere e non riusciva otu a termarsl' oa-
vanti alla telecamera' Quando Ahdi credcva veramente che
l'acquario forr" -'gitt, t i" glielo. avevo confermato' e iui ci
era cascato. E poi i'""aliptl' A[ ch.e.saliva fino in cima e
.iri."rr.", finih¿ non tt''t"tmato dalla fame'La scimmia'
Altri tre *",i q'i'Tripoli senza poter qr-rasi us.cire di ca-
.,;;;.o.li "t""
braccati dalla polizia vuol dire un sac-
co cli chiacchierate' C'é stato un monento' durante gli scon-
,¡. p"i-t"Ü-" d"pJ;;';rte tl"l dittatore Ghec{dafi' alla fi-
ne riel 2ott,ín rii;;;;ior,".., piü tranquilla, Assenza di
;;";;.-;;l di'"
^tt""
di legge' Ii senza legge anche noi
tabriberavamo *Jio t'""o
'otl¡b'
Nessuno ci considerava
215
108.
perché nessr¡no ciclava piir ,a car:cia. [ *afticanti erano senza
lavoro e un passaggio pcr l,f ruii, .,,rrava po(.o.
Adesso in'ece ri s.rr..,,i,_,;;;;r;;irq"
r/' u'
Meglio rlj nrinla. Si djci: .lii r. *." vanct tuhrihper -crra_
cla ri rispcdis.t,ro clrirrc, ,,"1 i,,lrrrr.'
'
I)opo che sono ritornara inclierro ho clol,uto richiamare
f{odan e hoc¡1,r. X{a qrresri sa,,,rr., *if ulrinrj sojdi che chie_
clo.euesra'rlra. finaim.n,". .. l; ;;;,.
Ho pagatc., cli nuor.o, e sono qui con Nigist ad rlspettare
che rni richiamino per-.parrire. Dopo .h.i,;üj¿:ilil:i;
re chiusi in casa, !r.r.hé p;;=h#;;
Iromento. l,.Lrrrf, l)urr.enDero arrlvare in qualunque
.N{a orrnai lo sc
'e.i
,, .", ;, ; ;
;';,iJ
: : ;;?,Tü; :if :,; 5::.fr f [:,T',
t:i:;;..*n. derro, e siam. ¡" ,r",i i." Át. .-¿,i,r" ,." í"
Sono abitr¡ata alle p.lrteilze, in ottrt
meno sei o serrc. r,otr". ñon t ;;;;l:ffi; :XTT:¿r-
rare' sempre re stL'sse t'e cose: la fasci¿ ai ¿abe, irfazzoietto
dt b'o,,s con Ia conchiglia, i;;.;;ffii, pr.rh.
Io e Nigisr.i sai.,t...m";;;;il;,rrá ii nromenr.. §s¡
prima. D¡_rranre il Viaggi. ,i:;;i i, prin.,, del clovuto.
Non c'é il tenrpo ¡-,". il prrrrtn,
",,,
.;¿ rj temr¡r¡ per il futuro,
se non in mornenti pre,cisi. .h" .a.u"r_,a, a soprar,r".ivere, a ri_
manere r.,ivi. l,e cose pr.atichc, i_.ornej i salutl.. non lientrano in
questa categoria, e quindi si iinno s;olo quancr«r d ola"
Tanto poi ci rincontrerem(), r:e lo siamo siá derte.
Anche lei verrá ,.u.,u:.: . It;il;i;,'.o,r" me, voglianro
crstruire una cornLrnirá ai <ro,nc.r.-r ¿;;n. d'A1rica, Rípro
clurre in u, posro cosi ronran.; il;; i corori crei nosrri
paesi.
Voglio nrohc¡ bc.ne a iriigist, nii mancherá tanro finche non
ci rivedremo.
.[eri sera ho parlato via Skype cc,n Hclclan, e ¿iache con
N1ann¿ar. F{a quasi qu¿tIro iinni. r: olrrai r) cr:rlo chc ü idcn
tica a nir:. C'i un momento, ciurantc la clescita dei Lrambini,
nei prirni due o tre arlri, ín ciriii ltuo aspctto poiretrbc pren-
ilere qrralunc¡ue senrbianza, non ó ancr¡tir dctinit.r.,, er solo un
abl:,<tzzr¡" A quattro anni, peró, qrr,:ilc'r che .Jc,veva essere é
stato, e un?r pcrsona é ¡;iá ció che sari. Nlannael t idcnticir a
s¡a zia Sanria, é piü simile a me chc a su¿ r»ad¡r,.
Hr-rdan i'ha iscritt¿r in palestra un allnr¡ l'rr.
()rmai corre da piir di clieci mrsi. Aver, a rasioiri':, eviden-
temente le mamme capiscono t1¿1r",,er',.r tutrr; clci loro figii,
da anc<¡ra prima che nascan<1. Nlannaur ha un tahritt¡ pe r Ll
(:orsa, é1a piü veir¡ce clel suc¡ gruppo. ila iliá r,it-,to ic pt'itnc:
due gare. Chissá quÍurto solro cortc le sue gambinc. Ii,d i gi)
cosi veloce.
Io sonc¡ il suo n'iito, cosi mi ha cletro I'lrclan. {lna delie
prime parole che ha pronunciatLr a stirta "sii
'inia", zia S'.r-
mia. flene la mia fot,r¡Irafia, un ritaglic cli gi*rlale clai tempi
di Pechino, cli iianco al lefi,r, comc io ten,J'{) qirelLi rii J4o
Farah.
O¡rni voita che la veclo via Skype penso cire c incredihiie
qllanto siarno irlcntiche. llisic¿unen tc:, dr re-' go.,:e t l' acqua. lVIa
non solo. Qr-ranric, si muove c parla i¡ri sernl'rra di rivedcre rnc
stessa in miniatur;r.
"Arriv¿r prcsto," nri ha ili:tto icti scr¿ NLarlnaar. "Zia S¿-
tnia..." h¿ fatt.., r".lna pausa, "...n()n fartr'o,eniru: i mr¡stri... Nion
dirmi che hai par rra.''
Io e liodan siamc-, sr:oppiatc ¿l ricierc insic:ur:.
"No, ¡ricc<;la A4annaar, non ho f,Ílrr¿1. ,1¿i," ho lisposto.
(Juesta sera ilarto, tinalnlenter.
É,-rra c,ii pnrtire, d or¿ «li arri,,,are. Sono.ialri:a tii rlucsta
attesa. E staset'a con ire partc anche rni¿ zia Njari¿m. una /cc-
chia sorella di aahe r:he ho incontrato elui a
-[i'ipoli per caso
217
216
109.
Lln giorno chesc-,no uscita a prendere le taniche dell,acqua.
Ha vissuro quasi un nres. in un ,fpurir_"rrto qui vicino, e
nelnmeno Io sapevo.
,A.nche lei é stata arrestata tre rrolte duranfe il Vaggio, an_
che lei é sranca e ha Lrisogno dl ,rr;;;;:."r, guerra, un po_
sto r]a cui rron dovere scappare.
lltm
partiamo e presro rrovererro la pace.
I roverem(! la pace.
i0.
La barca § grande, rnolto piü grande di quarrto mi f':ssi
imnraginata. IJ proprio una trtli'ca, I'alÚa era un gommcne.
Siaino in tanti. non-ini, donne, bambini. neronalí, anziuni,
di nucl',ro sembriamr¡ lanfe otlbre eccirate e speranzr)se. Non
c'é paura nei nostri oci:hi, gii sur-rardi solro tr()ppo in 1-rrospet-
tiva. guardano giá di li dal rnare.
C,i siamo tror¡¿rti al port<''" /ers() lc unclici tli scra.
(l'é alche zia Mariam. E stancll. L, venuta insienre a r.¡n'ami-
ca con cui ha fatto il viaggio cla Mo.gadiscic. Sulla bar"ca si i
sistemata rientro, io lio prcfctitr,. rimancrc íuori. rcsirirare
l'odore delnrare, che ü gi) un po' orlore c{i libert¿r. ociolr il'it,r-
lia, d'Europa.
Il mar,:. fina]rnente il rlare, per ia rlcconda v,-''iia lc¡ vc¡ft,
cosi vicin<1. Si rruor,'e piano, acliigio, ci ;lspetta.
In tutto siamo circa trccetlto. Siamr-r veramirnre tarlti , t ve-
clerci facciamo irn¡rrcssione. ( )m[¡re sileuziose . (,'i, nci nostri
corpi, un fremito che d un mrsto di trrrurlcnza e tli sper;rnza.
Nessuno parla, perché parlarc sarelrbe nominare I'un¿ o l'al-
tra. E nonrinare ie cose le fa r:sistcrc, e¡uincli per qlresta notte
é meglio di no. É meglio clrc i,r pruuienza reiti chir-rsa delrtrcr
()grluno di ncli, e che la sperilnza cresca. r'nagari piano, dura,-i-
te i1 viaggio. Solc, allola. soltanÍr, alla finc, potrei.no glc,ire . ('
lo faremo tutti insieme. Iiiangeremt¡ e ricleremo insícme, e sz.r-
rá bellissimo. Come quando eravarno nel rimorchio.
2t8
219
110.
*nr*Í.ttt"
no' adesso dil momento del silenzio. E della pre-
Ci hanno detto di salire e siamo salíti.
Poi siamo partiti.
Questa volta abbiamo superato le prime tre ore.
, Llna'igazionc é agilissima. fi..¡r. iorrrnr.. II mare doci-
le, si [a pcrforare rranc¡uillo dr,] no-r'rrlrcafo. eualcuno dor_
me, qualcun altro no. It no, per ru*á il tempo che ho potuto
sono rimasra aprua a prendáre ir ventá, finch¿ il il;il;;;
si é fatto rr"oppo inrenso .lu nott";;" scura. sono ¡imasra
a prendere il venro e a guardar" ,
"á'.i,
ad aspettare la rcrca
della libera zione.
Poi é passato il primo giorno.
Da mangiare non abb-iamo granché, a parre un oo, di
dngero e di tnoffa. C,9me,._p.. non;ilil'i;;;:;r;
niente a borclo, per il peso. w"ur.tr.lü.qur.
Dopo un giorno e mezzo infatti ,ru firitu. eualcuno ha
provato a dire oualcosa, qualcun ultr.rri é anche messo a ur_
lare contro i traificanti, m, ¿ ,trto .ni,r"r" un modo cli fare,
non serviva a niente, se non a marcare i minuti ."n g;i.;
bligati, che qualcuno ¿ou.rr, .o,;;"*.
Dopo due gior,i sianro .".,..iii u ú".. l,o.qr, <lel fondo
dei barilidclla barca. lo non I,r"r.i ,J frr.:;:;l;'#ü;.
che avevo preso a Kharroum,ü;il;;;. che altri bevevano
e non si ammalavano, e allora ho lr""uto ,nch,io. er.*, ,.frl-
fo, sapeva di fer¡o e urina. Ho ,.ouuiá .,1, piccolo recipiente
. n:.lo p?rlgrlyn po'a zia Ma.irr..]r" ji'r,.*;;*";';r::
"Fa schifb," le dico. ,.Ma
é,rrr. qr"f fo che c.é.,,
Lei é ralmenre assuara, tu ,.nriorrl J.,l
";"d. i. ha pro_
sciugato la bocca, che beve ,"u" i" ,n Jo.ru.
"Grazie, cara.,,mi risponcle .o";fiio cli voce. Da quan_
do sono satire, lei e ta ü;;;:;;;i'r"r" mai mosse da
quci seggíolini. Immobili, dormono.pr"grn,., e mangiano suel
poco che i t ra[fican ti ci conceclon". § rrr-". n, rár, E, I iirlr*
davanti a loro quella distesa infinita di onde che ci separa dal-
la libertá. Torno dentro a recuperare acqua anche per la sua
amica.
Poi cerco di prendere sonno fuori, al sole, di giorno, per-
ché di notte mi piace guardare le stelle e non dormo. Mi sono
riposata forse due ore in tutto, frerno troppo, il mare mi met-
te addosso un'energia che non ho mai provato, lo aspetto da
quando sono piccola e andavo a vederlo da lontano con Ali
e Hodan. Lo aspetto da troppo.
Sto da sola, non parlo con nessuno. Alf improw,iso una
ragazz^ mi si ar,,vicina,ha voglia di fare due chiacchiere.
"Sei somala?" mi chiede. Come avevo fatto io con Taliya.
Fingo di non sentire. "Sei somala?" ripete. Allora rni giro ver-
so di lei, dico di si con la testa e le faccio segno che non vo-
glio parlare. Voglio stare soltanto io, il mare e il futuro, Solo
noi tre, come io, Hodan e AIi, da piccoli.
Poi é successo.
Di nuovo. Non potevo credere che stesse accadendo ve-
ramente, ma é accaduto.
Ci si dev'essere messo di ntezzo lblis, il demonio, perché
labarca é andata in avaúa, A metá del terzo giorno. 'i cascas-
sero sulla testa mille chili di merda talmente fetente da non
riuscire mai piü a levarvi 7a puzza di dosso.
Avevamo ridotto la veiocitá e poi ci siamo fermati.
Non potevo crederci, non doveva mancare troppo alle co-
ste italiane. Eppure eravafiro fermi. Siamo rimasti cosi per
circa quindici ore.
Quindici ore sono infinite se sai di essere a un passo dalla
meta. Se sei in viaggio come me da un anno e mezzo, se in-
cludo Addis Abeba. Quindici ore da fermi, con I'adrenalina
che avevo addosso, sono un tempo che non si riesce neanche
a pensare. E come se al finale di una gara, proprio quando
22t
r
I
i
i
tl
220
lI
il
l
111.
manca un passo,l'ultima falcat¿ per solcare la linea clel tra-
guardo, andassi a sbattete contro un lnuro trasparente.
Qualcuno ha iníziato a clare i nurneri. Quelcun altro ha
cominciato a nominare Allah. I traflicanti sonr¡ scesí sul pon-
te, erano sei uolnini. e con i bastoni hanno riportato la calma.
I! au'aian, state zitti.
"Se griclate, di certo in Italia nc'¡rl ci arriviaoro," dicono.
I)opo quindici ore, finalmente arriva la barca italiana.
I'titti insieme comirciatlo a sbracciarci, a saltare, a c¿rnta-
re, a gioire, a sa]tare e ancora ir saltare, e ,:j portiamo sullo
stt:sso iato, quelio degii italiani. in prr:da a un'euforia coilet-
tiva e incontrollabile .
Aicuni acldirittLrra si arrarnpicano sul bordr¡, vorrebbero
buttarsi in acgua e laggiungere I'inlb¿rcazione i¡ nuoto. Con
il peso tutto cla un lato la l¡arca rischia di shiianciarsi, cli ri-
baltarsí in mare. [Jno dci tr¿lflic¿nti grir-la atuaverso l'altopar-
lante dí ritornare ;ri r.tostri ¡'rosti
Iriano piano qurrsi tutti indietr:eggiano, trarrne alcuni che
rímangono aggrappati ai trorclí. Due sono gíá con le gambe
nel vuoto, pronti a saltare.
Poi si capisce. Tr-itto divcnta chiaro.
Non ci trainan«,'¡. no.
Qualcuno di noi dice chc non ci poireranno mai in salvo
in ltalia. Passianio Lln'ora cosl', le c|-re brrche una di fronte
all'atrtra, a furse cinquanta rnetri, a r.nrlulare sul mare. ii capi-
tano italiano ctre prrrla col noslro traflcante via radio.
Sulla nostra barca serpeggia cli orccchio in or:ecchio l¿ no-
tizia che ci riporteranno indietro. Chia¡neranno la polizia ita-
iian¿ e ci ripc'rrteranno a Tr"ipcrli. O magari a Kirl-ra, Alcuni di
noi scrno tetorizz,ati, Altri csausti.
Uno si nlette a gridare a squarciagola "Nor>oo, siete dei
bastaaaaaardi ! ", come se la sua voce potesse arrivarc fino al-
la barca italiana. Invece si perde cla qualche parre rl'a i fiutti,
che montano sempre piü arrabiriati.
222
Altri si pofiano di nuovo vicino al bordo' minacciano con
g.r,i plrt.uli di buttarsi, non vogliono tornare'
Poi clalla barca italiana viene presa una decisione' 11 capt
tr"o."*u"da di lanciare delle corde a mare' per tenersl pron-
,irr"ti'"u."ienza che qualcuno si butti'
Le funi raggiungo''o l'acqua con tanti sordi splash' a ta-
siiu;ái".,rJi" oná. ,.hi"-or., grandi, che s'infrangono
ffi;;J i;;" d.ll' bt';;' §o"o
"'iu
decina in tutto' le funi'
Una decina di sordi tpf'"-f'' O"t tuÚa la lunghezzadello scafo'
Poi accacle. Accade' e non si potrá mai fare come se non
fosse accadutc'r.
Un uomo rlalla nosra bagnarola alf improvr'tt"
:t
bll:i:
mare. Senza nessun preavviso' senza che nessurlo se lo potes-
* #;tl.. io tpl"tl-t questa volta é molto piü rumoroso'
.u-á.. fosse cascato un frigorifero'
Tutto si roro"tjJ, "tt*qc,
p'" osa fiatare' Il tempo si di-
lata in quel silenzio;t;;' É
'i*t''
E purá attcsa' Che qual-
cosa accada. Qualsiasi cosa'
Subito doPo un altro 1o segue-
Qualcuno gti g'it1u-Ji-'o"?'¿o' "Il mare é grosso' le on-
d. ti-ungiuno" gli urla qualcun altro'
In tanti, solo a qlteslo punto'-sl rrsvegliano' si ar'r'icinano
al bordo, la bagnarola s'inclina di nuovo'
Poi un altro tuffo, ancora'
Non si pud sapere da dove si butterá il prossimo' ognuno
si suarda attorno per capire sc ce ne sará un altro' Tutti sem-
il'il";ffi'^,üil,¿áü¡ du un'lttce potentissinra' di milioni di
rt*;;;t;r,o lu tt'tu a scatti' a destra e a sinistra'
All'improwiso é una donna' adesso' che si butta'
rii
il
l'11
I
223
112.
Nessuno ci crededavrycro, epplire in acqua ci sono quat-
tro persone che stanno facenclo di tuttc¡ per raggiungere le
funi. I)ue nuotano come pazzi. a grai"rdi bracciate rumorose.
Gli altri due, compresa la donna avvoita <iai veli che si apro-
nc¡ e si chiuclono come entra e riesce tlal urarc, si nruorrono
convulsi, a gesti nenosi, d chiaro a turri chc tron sanno nuo-
tare.
Lacqua é rnossa, é acqua arrabbiata.
"Tornate indietrol " gricia qualcunr,.
"Siete pazzí, tornate quil" si sgola quaicr,rn altro.
Da quand<,..' i quattro corpi sono in mare le onde semlrra-
no ancora pir alte. ancol'a piü Éorti. Sono,¡icina albordo co-
me tutti e guardo nia zia, crhe aclcsso é uscita srrl ponte.
Poi guardo il mare.
Il mio rnare.
Lei capisce subito e mi rriene incontro.
Forse ce 1'ho scritto neplli or:chi, c, non sc-' clove. ma lo ca-
pisce.
"No!" díce soltanto.
" Nooo!" ripete.
Dice cosi, ma la sua v,.rcr: io n,¡n la sento, vedo solo le lab-
bra che si mur¡rrono.
F<¡rse le rispondo qualcosa. forse dico "Indietro, di ntto-
vo, non ci tortio. {ai", nla r)ol) soncl sicura cilc, la voce mi
esca ,lar",rero.
Io ruoto una gamba'
Poi l'altta"
f)avanti ho il mare' finalnrente i1 mar:e- e potrei entrarci'
senza che nessullo J#;¿;t"'-p"'.tu prinra volta nella vi-
tq n.trei sentirmi
'*J;;;;"tta
quell'acqua' potrei nuotar-
:1 i;;,;;omc desidcro farc da scrnPre'
ora sono seduta sul fianco d']1'l'1T'il?hl'Üf:i:t;ii
*rr;J; iintini'o' gu'rrdo il mu¡"e' Guarcl'
fnare.
Mi volto'
Non rni ero accorta di nicnte' ZiaN?'a:ratné dietro di me'
continua a tirarmi ;;; ü maglietta'
:-ltu"u"'
vedo le labbra
ih" orti.nlono Lln suono che uorl sento'
Poi, succerle' L)i nuovo' succecle'
Sono io che sono porrata.ali'csistenza
tla questa forza che
mi ha affert"o
"
}'u"itti'á di p""dersi cura di me'
[1 salto é alto' come clev'essere-ogni salto verso la libertá'
[iacq,a é g"Ui;'; J'ntt-'" piir mossa di quanto sembra-
..'a da sopra.
Bucr¡ Ja superficie e raggiungo,il 9t't'o
rriü basso prima
rlcila risalita
"rrrrrj".
ior! *it occhj- ciü ,,.r,rr-'' un monclo Ji
b.lli.:inc ,'p" ..lli;;'i'';fi., ;u'llc pii' grarrdi i'icine alla
n, i,,'
"*,
r. I ei I t c' c l' "i' o'' *i ;
: f l : i I:Il : :t'r)'I}
n,',',!l'
?1,,
::,;:;;;:;^;J:J;:|^lH#:i:J-:lT:fi '"¿"ir'áu'i*
barcazioni.
12i
Poi una forza piü graucl.'di rne mi fa ar:rampicarc sul bc,r-
do. irJon so da elovc 1'ho presa, non so nientc. E iei chc pre n-
de me e mi i-a scavaicare il L,orcl«;. f{on sono io, é lei.
ZiaMartan pro/a a süattonartni, mi arpiona per la ma-
glierta, "Nool Samia, nol".
224
113.
Do un colpocon i piedi e risaigo, Sbuco all'aria e cerco le
funi con gli occhi.
Non so quai é la nostra barca e quale quella italiana, Pro-
vo a stare tranquilla, mentre tutto intorno il mare mi sommer-
ge a flutti ripetitivi.
Labarca degli italiani é quella a sinistra.
Faccio su e giü, su e giü. L'acqua mi culla e mi prende. Do
un po' di bracciate potenti, piü potenti che posso. Cerco di
metrerrni dritta e di indkizzarmi verso le funi.
Le funi. Sono le funi la mia meta, il mío maguardo.
Mentre sbatto le braccia contro le onde mi canto in testa
la canzone dí l{odan, la nostra canzone sulla libertá. Me la
canto mentre faccio su e giü, provo a cantaÁa con la bocca
ma non ci riesco, allorala ripeto nella mente.
Vola, Sanña, uola come il cauallo alato fa nell'aria...
Sogna, Samia, sogna cotne se fossi il uento che gictca tra le
foglie
Corri, Samia, c't¡rri corne se non douessi arriuare in nessun
posto...
Viui, Samia, uiui corr¿e se tuttctfctsse un ruiracolo...
Poi, finalmente, qualcosa accade.
Qualcuno mi afferra per la mano e mi trascina verso la
fune. Non so come, grazie a questa persona che non ricono-
sco ma per cui provo un amore infinito, riesco ad affercarla.
Il contatto con I'acqua si fa piü lieve, orizzontale, adesso.
Sto nuotando.
226
...Vola, Santia, t'ola crtnte il cauallo alato fa nell'aria"'
Ora rcspiro, finalmente' Respiro benc'
Únr roi,, a bo¡clo rni n-redicano'. -
Mi asciugano e mi mettono al c¿ldo'-
.
¿i,;ilü; il caldo' ii mare i cos,iTltu.ne
ora tli navi
Dopo poct'', pt'chisstmo' non plu dt q
*r;;;*ir*o'u Lu*Pedusa',In ltalia'
Non puó essere
'ltto'
fitul*ente sono in ltalia'
i;r;;rr^to il rnio s'gno' ce l'ho fatta'
...Sogna, Sarnia, sognd coute 're frtssi il uento che gioca tra le
foglie ..
A LenrPeclusa vellg() curata'
N,ti terrgsno i".;;:j;ü'l.,"¡1,ni Io clico che de'"o in-
conrrare ii mio utt"n-rl-" in Ingüilt",,rr, e allora mi lasciancr
andare, mi accompagnano all'aeroporto'
-";;'i;,"ptt1t"u
i'e''do un aereo per Roma'
ó, n"-u un altro Per Loncira
A i-ondra' u Sto'''t"tl' acl aspettarmi c'é Mo !'arah in per-
sona con il srro allenatore'
La prinra cosa che fanno é lamentarsi di quanto tempo cl
ho rtesso ad arrivare'
N'Ii scustl, rittiam'o' e tutti e tre c'i dirisianro srrbito al caln-
po cli allenan""o"üJt-,n ""to
tii tempt' J'¡ recul'erarc' lo
so, ne sono consapevole' Dovró lavorare clur<¡'
"-'
ltti .ip,.ntlo btt-'e' risponclo bene'
In qualche sertinJna
'o"o
ft"'tt come prima' molto pitr di
prima.
No. qualcuno mi sta
do della harca italiana'
tirando su. Mi stallllo issando a bor-
22i
114.
...Corri, Satnia, corricome se non douessi arru.uare in nessun
posto...
. S...go a qualificarmi per il rotto della cuffia per le Olim_
piadi di Londra2072.
La mia gioia tocca il cielo. Non sono rnai srata piü telice.
Supero rume le fasi prelimi nati e,.;;;. ogni pronosdco,
arrivo alla finale.
Il pubblico é con me.
^^-lI
blocchi di partenza, in monclovisione, sono in quana
COTSIA.
Alla mia destra c'é Veronica Campbell_Brown, alla mia
sinis¡ra Florence Griffith_Joyner, la á;;", piü veloce del
rnondo.
...Viui, Samia, uiui cc,¡me se tltttofosse un miracolo...
Samia Yusuf Ornar é morta nel Mar Mediterraneo il 2 apri-
le 2012 mentre teiltaua di raggiungere le funi lanciate da un'im-
barcazione italiana.
Bum.
Questo é lo start
Adesso si corre.
Alle Olimpiadi di Londra 2012 Mo Farah ba t,into i 5000
e i 10"000 ntetri, diuentando errle nazionale in Inghilterra e So-
malia. La fotografia che lo ritrae insierue a Usain Bolt ha fatto
il giro del pianeta: in un solo scatto, il uelocista e il fondista piü
forti del mondo.
Mannaar ha contpiuto ciruque anni e assomiglia ancor(t tan-
tissimo a sua zia. Pare che sia una delle barnbine pii ueloc'i del-
la sua eti.
228
22c)
Nota dell'autore
N'li sonoimbattuto irella storia di Samia Yusuf Omar per
caso, il 19 agosto 2AQ. a l,amu, in Kenya. Era nattina, e le
nervs di N-Jazeera si erano brevemente occupate di lei alla
conclusione delJe [)linipiacli di l.ondra. Quell¿ storia mi ha
folgorato. Qualche giorno dopo sor-ro tornato in Itelia, dove
la scrittrice lgiaba Scego ne aveva scritto su "Pubblico". E
soio grazie a Igiaba e aZahra Omar, ben piü cl:e una meclia-
trice e un'interprete, se sono riuscito a incontrare tk:dan e
Mannaar, a Heisinki, nel freddissimo febbraio del 201).ü
grazie aZahra se io e lilodan siamo rir-isciti a comunicare in
queila che mi é subito parsa Lrn¿l stessá lingua. Fl scdo grazie
a lgiaba e aZahra, cluindi, se questo Iibro esiste.
Non rirrgrazieró rnai al-''l¡estanza l{odan per lc lunghissi-
rre chiacchierate di cluei giorni infiniti, per le sue lacrime e i
srroi singhioz,zi e. pet:.[e sue risate, per le sue canzoni, chiusi
dentro uno stanzetta cl'albc'rgo, e per averrni dato il coraggio
e la{orzadi raccontare lzt storia di sua sorelia. Gruzieper aver-
mi af{idato questa storia, che spero cli essere riusctto a resti-
tuire almeno in minirna parte. E grazie per il buonissimo cibo
somalo che mi porfar,,i in albergo quando ogni ristolante nei
paraggi era chiuso.
117.
Grazie anche aMannaa¡ che nelle ore trascorse insieme
mi ha riempito di energia e vitalitá.
Voglio úngtaziare anche quella che nel libro ho chiamato
Nigist, e che vuole rimanere senza nome - ancora spaventata
da quello che la pc>Lizia libica potrebbe farle se la rrovasse -,
per avermi raccontato delle sue interminabili chiacchierate
con Sarnia nei trenta giorni trascorsi a Tripoli all'interno del-
la sua stessa casa, insieme ad altre quaranta donne.
Ilingraziatnenti
Questo libro é frutto del lavoro di molte persone' fu
ll
vari modi mi hanno
'-i"t
a scriverlc'' oppure hanno
:::":1
;;;;;;;derlo migLore una volta scritto: o ancora' prlmá'
-il;;;.*'t"11"- ton.]i'ioni cli trovare 1'energia per scrl-
verlo.
Innanzitutto grazie ai miei genitori' che ci sono seolpre
stati e che sono
" ot*;; it"lri '"tf'e
nei tnomenti piü dif-
ficili, quelli in ctri;;;i;b"ne che stratla prclrdcr-c' (]razic
a nonna llicheiina, il;th- Ju q*olth" pxrtc st¿-sorriJcn-
do glrar.landomi menffe batto stl ques.ta rastiers' f-ln grantlc
sraz,ie a tüttar' t*t^ ti]til ;;it'i;eili' Grazie a Carlo Ircl-
trinelli, per avere d;;;;ato il progetto' (lrazie a Gian-
luca Foglia, pt' uuu'" voluto che si realizzasse e pcr essersene
preso cosi ,ut"u.t'* {'raziead Alberto Roilo' per avere coll-
tribuito a tar surrufr;;;1lt: di.me uno si-'azio di sensihi-
litá per accogliere illtr* ¿i Samia e per arerrni detto' per
urimo, "é belio"' c;;;;;JAi""ond'o Monii' per ie parolc
fiiil :J rft *:.lxJ * n:i: m I ] x ;"';t ,''x :
ii c'¿ Bettina Cristiani' pcr ¿lvere scov'eto moltr: '"osc
cl're rrrct'-
ra noll andavano' ü;#,,"il' ót[*t e * Bianca oina-1it1'
peÍ avete putlut".tíiq*t'tu-'tn'in a t¿lnte pers()ne in rutto il
monclo. Grazic ,r¿'Ñü""o Schiavune' p"tthe é uno riei prirri
2)5
234
118.
a cui hovoluto far leggere questo libro. Un grazie collettivo a
Francesca Cappennani, Annalisa Laborai, Silvia Cassoni, Be-
nedetta Bellisario, Rossella Fancoli, Francesco Lopez e a Lu-
dovica Piccardo e Agnese Radaelli di Il Razzismo é una brutta
storia, per aver voluto leggere la prima bozza e per I'entusia-
smo che mi hanno trasmesso. Grazie ad Andrea Vigentini e
a Salr¡atore Panaccione per le loro parole, a piü riprese. Grazie
a Rodolfo Montuoro, per il supporto e I'energia, sempre. Gra-
zie a Rosie Ficocelli, per la precisione su ognuna delle bozze.
Grazie a Raf Scelsi, che ha saputo ascoltarmi nei momenti di
snrarrimento. Gruzie a Gíulia Romano, che ha condiviso con
me tante chiacchierate. Gruzie a Gomma, per il costante in-
coraggiamento a dístan za. Gnzie a Ana Díaz Ramír ez, per la
foto. Grazie a Cristiano Guemi e a Duccio Boscoli, per tutto
il lavoro sulla copertina a cui li ho costretti.
Un grande graziepoi va al mio agente. Roberto Santachia-
ra,tna colonna e la seconda persona in assoluto con cui ho
condiviso questa storia, per avermi subito incoraggiato a scri-
verla.
()ruzie a Roberto Saviano, per avermi detto, in un mo-
mento per me delicato: "Mi raccomando, scrivi".
Gruzie di nuovo a Igiaba Scego, da cui tutto ¿ partito.
Gruzie a Francesco Polimanti, per essere stato sensibile e
aperto durante lalezione sulla storia di Samia che ho tenuto
alla UM University a Miami, nell'ot¡obre del2013.
E grazie a chi c'é sempre: mia sorella Nicoletta.
E infíne grazie a Chiara: non c'é bisogno di svelare trop-
po. qui, quanto mi hai aiutato, prima durante e dopo.
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