Comunicazione ponte welness

274 views
177 views

Published on

0 Comments
0 Likes
Statistics
Notes
  • Be the first to comment

  • Be the first to like this

No Downloads
Views
Total views
274
On SlideShare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
4
Actions
Shares
0
Downloads
2
Comments
0
Likes
0
Embeds 0
No embeds

No notes for slide

Comunicazione ponte welness

  1. 1. La Comunicazione, il “ponte” per il Wellness1Carmine D’Arconte, docente di Economia e Gestione d’Impresa e di Trend e Megatrend all’UniversitàQuaroni della Sapienza di Roma e di Corporate Communication all’Università di Roma Tre, ha maturatoun’esperienza più che trentennale in aziende leader nel settore delle telecomunicazioni operando inparticolare nell’ambito della Comunicazione, del Customer Relationship Management e dell’InformationCommunication Technology. Ha interessi specifici nell’ambito dei metodi quantitativi per la gestioned’impresa, negli aspetti psicologici della vendita e della comunicazione interpersonale. Svolge attività diconsulenza e formazione. Ha recentemente pubblicato un saggio sul Crm e contributi sul pricing(Marketing, Peter, Donnelley, Pratesi. Mc Graw Hill. 2009- ISBN 978 -88- 386-6610-0iIi) Ritorno e “richiamo” “Aridanghete” - direbbe qualcuno parafrasando l’ormai famoso “Mario” cherecentemente ha fatto coppia a lungo con la Hunziker nello spot di Telecom per il 187-eccolo che ritorna e per di più ancora una volta sullo stesso tema! Il punto è, caro lettore, che ti avevo raccontato solo un pezzo della storia e nonpotevo assolutamente lasciarti a metà; come infatti forse ricorderai sempre in tema diWellness, nel mese di luglio dello scorso anno ti avevo decantato i pregi di un buonmassaggio Shiatsu come toccasana per i problemi della vita. Il massaggio nelle mie intenzioni era però solo un punto d’arrivo, il frutto per cosìdire di un diverso approccio alla vita; l’idea di fondo era quella di far percepirel’importanza e la necessità di “fermarsi” un momento, di rallentare la corsa continua di tuttii giorni, di trovare un po’ di tempo per noi, per ricominciare a volerci bene oppure, comepiace dire a me, per amarci un po’ di più. Nel momento in cui la mente è serena e intorno a noi aleggia un minimo di silenzioesterno ed interno è anche più facile predisporsi per il passo successivo, quello di cuiappunto vorrei parlarti oggi e cioè di relazioni e di comunicazione. Come dicevamo stare in pace dentro di noi è fondamentale altrimenti è inevitabileripiegare su sé stessi spesso in una fase di autocommiserazione e lamentele; tuttavia, unavolta raggiunto tale obiettivo, non possiamo pensare di restare nella nostra torre, sia purd’avorio, compiacendoci e adagiandoci in un solitario e quasi narcisistico benessere. Dobbiamo andare a visitare altre torri, vicine e lontane, per comprendere e vivereesperienze diverse che possano arricchire noi e gli altri e per far questo dobbiamoimparare a costruire molti “ponti” che ci consentano di entrare in contatto con gli altri , conciò che è fuori da noi e, spesso, con chi è diverso da noi. Riflettiamo un momento insiemesu questo tema,1 Pubblicato nell’inserto edito dalla B&P di Torino, allegato a Economy, 24/03/2009
  2. 2. Giochi a “somma zero” e giochi a “somma diversa da zero”. Jean Paul Sartre in Huis Clos (In italiano A porte chiuse) afferma che, “L’enfer c’estles autres, cioè l’inferno sono gli altri; magari non avevamo pensato di arrivare fino aquesto ma certo qualche complicazione c’era da aspettarsela, è già tanto difficile gestirenoi stessi figuriamoci se siamo in due o più e magari stiamo cercando di fare qualcosainsieme (potrebbe essere un po’ come voler pilotare un aeroplano in due senza essersimessi d’accordo prima sulla rotta da seguire). Senza togliere nulla a Sartre, forse ancora meglio è affermare “L’enfer c’est notrerelation avec les autres”, l’inferno è la nostra relazione con gli altri; in tal modo infatti ilfocus è sulla relazione e non sugli altri ma, cosa ancora più importante, questa diversaformulazione non ci induce ad attribuire in modo quasi automatico agli altri la colpa dellostesso inferno. Bene, ciò detto, vale ora la pena di chiederci quali siano in genere le nostrerelazioni con gli altri (come pure le relazioni tra gruppi, popoli e nazioni); bene, sembraproprio – e la storia ce ne dà ampie conferme - che siano per lo più del tipo “io vinco tuperdi oppure io perdo tu vinci” (in fondo un moderno riciclaggio del vetusto mors tua vitamea). Relazioni di questo tipo vengono denominate da una teoria abbastanza recente, lateoria dei giochi nata intorno al 1920 nell’ambito dell’alta matematica, come giochi asomma zero. Un esempio immediato è quando due persone mettono una somma didenaro sul piatto ed estraggono da un mazzo una carta. Chi ha la carta più alta vince, chiha quella più bassa perde, la differenza tra vincita e perdita è sempre uguale a zero. Per esprimere questa apparente banalità in altri termini, più espressivi ai nostri fini,questo significa in sostanza che “si vince solo se si porta via qualcosa all’altro, a qualcunoche, in tale ottica, dobbiamo necessariamente definire un avversario o un nemico. E’ sempre e solo così? Niente affatto, esistono anche giochi di tipo diverso e cioèquelli a somma diversa da zero, quelli cioè in cui la differenza tra vincita e perdita puòessere minore o maggiore di zero. Immaginiamo ad esempio che il Management e i sindacati di un’impresa nonriescano a trovare un accordo su un punto importante quale per esempio il rinnovo delcontratto e si irrigidiscano sulle loro posizioni; i dipendenti iniziano allora una lunga seriedi scioperi con grave pregiudizio per la produzione o l’erogazione di servizi. A questopunto è plausibile che i clienti danneggiati dal perdurare di scioperi e disservizi decidanodi ricorrere ad un altro fornitore e questo comporterà per l’azienda una perdita dicommesse e quindi una riduzione dei propri introiti. Ovviamente non è detto che finisca qui, in quanto la diminuzione dei ricavipotrebbe costringere l’azienda a ridurre il personale; in questo caso le parti antagonisteperdono entrambe e ci ritroviamo in un gioco a somma minore di zero con conseguentedistruzione di valore. Se al contrario Management e sindacati trovano un accordo vantaggioso perentrambe le parti in modo che i processi risultino più snelli e la produzione si incrementi,l’azienda potrà aumentare i propri profitti e avrà modo di concedere qualcosa in più aidipendenti; avremmo allora un caso di giochi a somma maggiore di zero con conseguentecreazione di valore. Non occorre molta fantasia per trasportare il modello nell’ambito delle nostrerelazioni personali (ed in particolare di quella con il nostro partner) e vedere le devastanticonseguenze di giocare, come spesso accade, esclusivamente a somma zero; in tal caso
  3. 3. è solo questione di tempo e qualunque relazione, se non patologica, non potrà che finiremale. Lascio a ciascuno il compito di fare le opportune verifiche personali precisando soloche non è il caso di farci grandi illusioni, giocare a somma diversa da zero è moltodifficile, a volte al limite dell’impossibile, ma a noi piacciono i compiti difficili e le sfide, verolettore? Vediamo quindi se di posso dare un piccolo aiuto in tal senso cercando almeno didelineare , sia pure in modo del tutto schematico, un possibile percorso in tale direzione. Alla riscoperta dell’altro In alcune culture e contesti autoreferenziali lo standard assunto come ottimale puòdiventare lo spartiacque tra normalità e anormalità; tutto ciò che non rientra nello standardassunto arbitrariamente come modello di riferimento è considerato come una deviazioneo distorsione. Questo approccio coniugato a facili e superficiali generalizzazioni (es. tutti gliabitanti della città x sono maleducati, tutti quelli della città y sono gentili ecc., non fa chepotenziare discriminazioni ingiustificate che possono arrivare a conseguenze devastanticome quando per esempio si arriva a definire certe razze inferiori e quindi da poterutilizzare come bestie (vedi la tratta degli schiavi) o addirittura sterminare (come nelcaso degli ebrei). Bello e giusto, in altre parole, è in tal caso solo ciò che siamo noi, gli eletti, ai qualitutti gli altri dovrebbero conformarsi; chi non lo fa va isolato, allontanato e ancheperseguitato o soppresso. In realtà è vero esattamente il contrario, la relazione con l’altro non va vissutacome “conflitto”, come una guerra che presupponga vincitori e vinti ma al contrario comeun’opportunità di confronto costruttivo dove si possono mettere a fattor comunecompetenze/esperienze diverse con elevate possibilità di un reciproco arricchimento. Per convincersene proviamo a metterci per un momento il cappello del cosmologodilettante e non sarà difficile comprendere come in fondo l’intero universo sembri obbedireproprio ad una legge di associazione e ricomposizione di elementi in una sintesi di livellosuperiore. Sembra infattI che dal Big Bang in poi si sia verificata una continua espansione edifferenziazione della materia che ha visto per miliardi di anni atomi e molecole diversecome cercarsi, incontrarsi, scontrarsi e infine unirsi in associazioni sempre più complesseche di norma hanno portano a qualcosa di più e di diverso rispetto alla somma delle parti(come l’acqua che evidenzia proprietà del tutto diverse rispetto ai suoi componenti,idrogeno e ossigeno) Pur rendendoci conto del rischio di sembrare semplicistici è sempre da unprocesso con tali caratteristiche che sono emerse le molecole più complesse fino adarrivare alle prime forme di vita e poi all’infinita varietà delle forme viventi. In questo universo la cui comprensione è ben lontana dalle nostre modestepossibilità intellettuali la terra è un minuscolo granello che insieme al sole e agli altripianeti del sistema solare è lontano ben 30.000 anni luce circa dal centro della Via Lattea,una delle galassie che esistono numerosissime (se non infinite) nell’Universo. Cosa ha fatto invece per secoli l’uomo in tale contesto? Ha pensato bene dimettersi al centro dell’Universo e si è anche inventato di sana pianta un sistemaastronomico sistema Tolemaico) dove ovviamente l’uomo e la terra sono al centro di ognicosa e l’intero universo gli gira intorno. Non basta, al povero Galileo che aveva capito chele cose stavano diversamente si è pensato bene di costringerlo a dichiarare il contrario(altrimenti c’era il rogo) anche se nessuno gli ha fatto poi cambiare idea (eppur si muove!)
  4. 4. Bene non so se sono riuscito a spiegarmi con questi esempi ma proprio qui è ilprimo grande passo da fare e cioè smettere di mettersi al centro delle cose,autodefenestrarsi da un ruolo di sovrano dell’universo che non ci compete e capire che ilnostro punto di vista, le nostre convinzioni e principi, il nostro modo di pensare e ragionaresono un punto di vista di grande importanza per noi perché è appunto il nostro ma cheesistono altri n punti vista tutti sacrosanti e legittimi con i quali fare i conti. Se riusciamo a fare questo primo passo e riconosciamo la dignità e l’importanzadelle opinioni altrui, cominciamo automaticamente a porci in una condizione di “ascolto”, diricettività, di disponibilità intellettuale ed affettiva indispensabile per comprendere l’altro. Segue poi un altro passo di enorme difficoltà e cioè la capacità di metterci indiscussione, la capacità di analizzare e metabolizzare ciò che l’altro ci comunica eassimilare ciò che ci risuona dentro come vero, giusto e comunque adatto per noi. Questodicevo è un passo d’importanza straordinaria perché se non riusciamo a compierlo anchese ci poniamo in uno stato d’ascolto, di fatto non assimileremo nulla e non impareremopiù nulla. Questo è quello che secondo Paul Watzlawick, uno dei più grandi esperti diComunicazione, ritiene che accada alla maggior parte di noi e cioè il permanereindefinitamente in una sorta di status quo; in un celeberrimo libretto, Istruzioni perrendersi infelici, l’autore evidenzia infatti che l’uomo, ma anche i gruppi, le società e leNazioni, sembrano continuare ad adottare sempre gli stessi modelli di comportamento equesto nonostante che il contesto di riferimento sia di norma in costante evoluzione. In altre parole non solo non si mettono in discussione e quindi non imparano e noncambiano ma sembrano anche non rendersi conto dei cambiamenti del mondo esterno. Il tema è straordinariamente interessante visto che riguarda un punto di estremacriticità nella nostra vita ma qui, oltre a rimandarti per un approfondimento alla lettura dellibro di Watzlawick, posso solo aggiungere un consiglio pratico che ci aiuterà anche achiarire meglio il concetto. Pensiamo un attimo ad una frase del genere: “se tornassi indietro rifareiesattamente tutte le cose che ho fatto e le rifarei inoltre nello stesso modo” Quante volteci è capitato di sentirla o addirittura di pronunciarla? Questa frase tra l’altro sembraconferire a chi parla forza e determinazione, viene da pensare che si tratti di una personache sa quello che vuole e che sia forte e coerente con sé stesso. Chi invece ammette ipropri errori e magari chiede anche scusa ci piace di meno e ci trasmette insicurezza edebolezza . E’ vero? No, anzi è assolutamente falso nonché logicamente insostenibile! E’vero invece il contrario e cioè che ogni cosa che abbiamo fatto avrebbe potuto essere fattameglio, a volte molto meglio, a volte un poco meglio ma di sicuro non è stata fatta in modoperfetto perché noi, per definizione siamo imperfetti, o c’è qualcuno tra noi che pensa diessere perfetto? Tutto quello che abbiamo visto finora sono solo condizioni e premesse, ciò cheoccorre fare per rimuovere gli ostacoli e gli impedimenti, poi però bisogna imparare acomunicare davvero e questo è un altro mondo, spesso tutto da scoprire maassolutamente indispensabile per migliorare le nostre relazioni a tutti i livelli. Anche in tal caso, caro lettore, non posso che rimandarti ad un buon testo diComunicazione o meglio ancora ad un corso di comunicazione interpersonale o diProgrammazione Neuroliguistica ma, prima di lasciarti, ci tengo a darti quantomeno unminimo contributo come nel caso precedente. In genere la nostra comunicazione è specifica per macroaree, voglio dire con taleespressione che se abbiamo di fronte classi diverse di persone siamo di norma capaci ditarare adeguatamente la nostra comunicazione. Con un professore parliamo in mododiverso che verso uno studente, con un amico ancora diversamente da un estraneo e cosìvia ma il punto è che ogni professore, ogni studente, ogni amico o estraneo sono tutti
  5. 5. mondi a sé e ognuno di loro comunica in modo diverso ed è diversamente sensibile agli“n” modi possibili di comunicare. Cosa fare? Cerca di ascoltare davvero il tuo interlocutore, fallo parlare, conoscilomeglio, senti i termini che usa più spesso e poi, anche se mi rendo conto come possaessere tutt’altro che facile, cerca di ricalcare le sue modalità di comunicazione e diadeguare la tua comunicazione alla sua. Lui percepirà il tuo sforzo sia pureinconsciamente, gli risuonerai dentro bene, come due corde all’unisono e si sentiràapprezzato nella sua individualità unica e irripetibile. Bene alla fine di queste riflessioni che spero caro lettore non ti abbiano annoiatotroppo, nel rileggere il testo mi assale un dubbio poderoso di quelli che forse non mi faràdormire tranquillo per cui vi chiedo un aiuto. Secondo voi l’Aridanghete del già citato sig.Mario si scrive proprio così ? Ciao lettore e a presto Carmine D’Arconte cdarconte@uniroma3.itRoma, novembre 2009

×