Borghi storicie centri minori italiani
1.2 Lo spopolamento e l’abbandono dei Borghi .
Lo spopolamento e l’abbandono - i due termini indicano fenomeni distinti - dei piccoli paesi
dell’interno è un problema di enormi dimensioni che interesa la moontagna e le colline italiane.
Le sue cause antiche e recenti sono molteplici, di
natura sa storica (l’emigrazione), antropologica e
politica; ragioni diverse, locali e generali, che
devono essere indagate caso per caso con le
tante peculiarità e i diversi esiti locali (sempre in
un contesto più generale).
La maggioranza dei paesi abbandonati nascono
per le cause naturali. Abbandonati e non più
recuperati. Il cataclisma si trasforma sempre in
nuovo intervento edilizio. Attenzione particolare
è rivolta alle zone dell’Abruzzo colpite dal
violente terremoto. Il Abruzzo è un caso dramatico italiano che può diventare esemplare per i
criteri da adottare. Nuovi insediamenti provvisori diventano abitazioni stabili. Infatti in Italia
sono presenti 8 milioni di alloggi in più rispetto al numero delle famiglie residenti.
I Borghi vengono abbandonati, specialmente dai giovani per vari motivi: attrazione più popolati
e vivaci, ricerca di occupazione, noia. Si assiste a quela che è stata definita la crisi “urbanistico-
esistenziale”. Di fatto, se si scende la soglia dei 2000 abitanti risulta complicato garantire servizi
primari come le scuole, faracie, o peggio ancor degli svaghi. Ecco allora che i giovani
preferiscono entrare nell’orbita delle città pur andando a vivere in periferie senza qualità che si
allargano a dismisura. La malta che unisce le comunità è l’affetto per I luoghi e la complicità tra
le persone, e se cede il senso di appartenenza i paesi si spopolano e le periferie anonime delle
città, crescono. “Per invertire questo fenomeno occorre prima di tutto rafforzare
l’educazione e la formazione per incrementare la “massa critica.“
Lo svuotaento dei luoghi internii ha conseguenze rilevanti a vario livello: antropologico,
geologico, sociale, economico. Costituiesce anche un vuoto di memoria, di rapporti, una
desertificazione ambientale e un deserto di speranze. Negli ultimi anni, questo fenomeno
epocale quasi ignorato e rimosso nell’epoca della modernizzazione selvaggia e
dell’intastamento delle città, è al centro di interese, attenzione, rifflesioni, narrazioni da parte
di soggetti diversi, di studiosi di numerose discipline, anche del mondo politico. Accanto a
rifflesioni attente, profonde, serie e mirate per comprendere e affrontare il fenomeno, in tempi
brevi e localmente ma anche in un quadro di ‘”lunga durata” e in contesti più vasti: accanto a
iniziative concrete, economiche, sociaali tendenti ad arrestare il declino la fuga, l’abbandono o
talora a favorire forme nuove di ritordo e di “ripopolamento”, bisogna segnalare come, di
recente – al pari di quanto era successo negli anni Sessanta con il folklore e le culture popolari
non mancano operazioni “strumentali”, mediatiche, sterilmente nostalgiche e lacrimevoli,
nonché interventi e piani di ricupero che spesso sono più nefasti e distruttivi stesso abbandono.
Osservado il teritorio Italiano notiamo che si sono venute a creare
ampie aree urbane dalla densità molto elevata, il resto del
territorio è costellato e piccola grandezza. Erede dei piccoli borghi
è quel 72% degli oltre 8.000 comuni italiani che conta meno di
cinquemila abitanti. Un’Italia dove vivono più di dieci milioni di
persone e che rappresenta il 55% del territorio nazionale. Questi
5.835 piccoli borghi non solo svolgono un’opera di presidio e cura
del territorio, ma sono portatori insostituibili di cultura, saperi e
tradizioni. Ad oggi si registrano circa 2.500 Borghi abbandonati su
tutto il territorio. Questi luoghi, suggestivi e compomessi dal
passare del tempo dalla natura da catastrofi sono i più numerosi, il
frutto di nni disagi economici, lontananza dai principali poli
commerciali ed industriali, isolamento geografico, difficile
accessibilità, variazione della struttura economica e scarsa rispondenza dell’abiato ale esigene
della vita moderna, il tutto aggravato da disseti derivati anche dal sopraggiungere di eventi
cataclismatici. Per quanto riguardo i centri completamente abbandonati spesso si tratta di
luoghi protagonisti di eventi bellici o di disseti idrogeologici; Molti dei “paesi fantasma” si
trovano nelle zone più sperdute lungo l’arco dell’Appennino.
Una costellazione solo in apparenza minore, che ha fatto grande l’Italia e ancora brilla per
l’inestimabile patrimonio ambientale e artistico custodito. Ma che soffre di gravi problemi:
scarsa attività commerciale, bassa occupazione, popolazione residente fatta di pochissimi
giovani e molti anziani (più del doppio rispetto alla media nazionale le pensioni di invalidità
erogate), poco turismo, scarsità di presidi sanitari e scuole. Tutti sintomi di un male chiamato
disagio abitativo, che nel 1996 interessava 2.830 piccoli comuni, saliti a 3.556 nel 2006. Oggi il
problema riguarda il 42,1% dei comuni italiani e un rapporto di Confcommercio e Legambiente,
realizzato insieme al Cresme, prevede che nel 2016 saranno
4.395. E fra questi, se nessuno interverrà per cambiare le cose, saranno 1.650 quelli destinati a
sparire: un quinto dei comuni italiani, in cui oggi risiede il 4,2% della nostra popolazione.

Lo spopolamento e l'abbandono dei borghi

  • 1.
    Borghi storicie centriminori italiani 1.2 Lo spopolamento e l’abbandono dei Borghi . Lo spopolamento e l’abbandono - i due termini indicano fenomeni distinti - dei piccoli paesi dell’interno è un problema di enormi dimensioni che interesa la moontagna e le colline italiane. Le sue cause antiche e recenti sono molteplici, di natura sa storica (l’emigrazione), antropologica e politica; ragioni diverse, locali e generali, che devono essere indagate caso per caso con le tante peculiarità e i diversi esiti locali (sempre in un contesto più generale). La maggioranza dei paesi abbandonati nascono per le cause naturali. Abbandonati e non più recuperati. Il cataclisma si trasforma sempre in nuovo intervento edilizio. Attenzione particolare è rivolta alle zone dell’Abruzzo colpite dal violente terremoto. Il Abruzzo è un caso dramatico italiano che può diventare esemplare per i criteri da adottare. Nuovi insediamenti provvisori diventano abitazioni stabili. Infatti in Italia sono presenti 8 milioni di alloggi in più rispetto al numero delle famiglie residenti. I Borghi vengono abbandonati, specialmente dai giovani per vari motivi: attrazione più popolati e vivaci, ricerca di occupazione, noia. Si assiste a quela che è stata definita la crisi “urbanistico- esistenziale”. Di fatto, se si scende la soglia dei 2000 abitanti risulta complicato garantire servizi primari come le scuole, faracie, o peggio ancor degli svaghi. Ecco allora che i giovani preferiscono entrare nell’orbita delle città pur andando a vivere in periferie senza qualità che si allargano a dismisura. La malta che unisce le comunità è l’affetto per I luoghi e la complicità tra le persone, e se cede il senso di appartenenza i paesi si spopolano e le periferie anonime delle città, crescono. “Per invertire questo fenomeno occorre prima di tutto rafforzare l’educazione e la formazione per incrementare la “massa critica.“ Lo svuotaento dei luoghi internii ha conseguenze rilevanti a vario livello: antropologico, geologico, sociale, economico. Costituiesce anche un vuoto di memoria, di rapporti, una desertificazione ambientale e un deserto di speranze. Negli ultimi anni, questo fenomeno epocale quasi ignorato e rimosso nell’epoca della modernizzazione selvaggia e dell’intastamento delle città, è al centro di interese, attenzione, rifflesioni, narrazioni da parte di soggetti diversi, di studiosi di numerose discipline, anche del mondo politico. Accanto a rifflesioni attente, profonde, serie e mirate per comprendere e affrontare il fenomeno, in tempi brevi e localmente ma anche in un quadro di ‘”lunga durata” e in contesti più vasti: accanto a iniziative concrete, economiche, sociaali tendenti ad arrestare il declino la fuga, l’abbandono o talora a favorire forme nuove di ritordo e di “ripopolamento”, bisogna segnalare come, di recente – al pari di quanto era successo negli anni Sessanta con il folklore e le culture popolari non mancano operazioni “strumentali”, mediatiche, sterilmente nostalgiche e lacrimevoli, nonché interventi e piani di ricupero che spesso sono più nefasti e distruttivi stesso abbandono.
  • 2.
    Osservado il teritorioItaliano notiamo che si sono venute a creare ampie aree urbane dalla densità molto elevata, il resto del territorio è costellato e piccola grandezza. Erede dei piccoli borghi è quel 72% degli oltre 8.000 comuni italiani che conta meno di cinquemila abitanti. Un’Italia dove vivono più di dieci milioni di persone e che rappresenta il 55% del territorio nazionale. Questi 5.835 piccoli borghi non solo svolgono un’opera di presidio e cura del territorio, ma sono portatori insostituibili di cultura, saperi e tradizioni. Ad oggi si registrano circa 2.500 Borghi abbandonati su tutto il territorio. Questi luoghi, suggestivi e compomessi dal passare del tempo dalla natura da catastrofi sono i più numerosi, il frutto di nni disagi economici, lontananza dai principali poli commerciali ed industriali, isolamento geografico, difficile accessibilità, variazione della struttura economica e scarsa rispondenza dell’abiato ale esigene della vita moderna, il tutto aggravato da disseti derivati anche dal sopraggiungere di eventi cataclismatici. Per quanto riguardo i centri completamente abbandonati spesso si tratta di luoghi protagonisti di eventi bellici o di disseti idrogeologici; Molti dei “paesi fantasma” si trovano nelle zone più sperdute lungo l’arco dell’Appennino. Una costellazione solo in apparenza minore, che ha fatto grande l’Italia e ancora brilla per l’inestimabile patrimonio ambientale e artistico custodito. Ma che soffre di gravi problemi: scarsa attività commerciale, bassa occupazione, popolazione residente fatta di pochissimi giovani e molti anziani (più del doppio rispetto alla media nazionale le pensioni di invalidità erogate), poco turismo, scarsità di presidi sanitari e scuole. Tutti sintomi di un male chiamato disagio abitativo, che nel 1996 interessava 2.830 piccoli comuni, saliti a 3.556 nel 2006. Oggi il problema riguarda il 42,1% dei comuni italiani e un rapporto di Confcommercio e Legambiente, realizzato insieme al Cresme, prevede che nel 2016 saranno 4.395. E fra questi, se nessuno interverrà per cambiare le cose, saranno 1.650 quelli destinati a sparire: un quinto dei comuni italiani, in cui oggi risiede il 4,2% della nostra popolazione.