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                                                 PDF generated at: Fri, 23 Apr 2010 08:35:41 UTC
Indice
Voci
    Vittime di Cosa Nostra              1
    Vittime della camorra               9
    Vittime della 'Ndrangheta          12
    Vittime della Sacra corona unita   14

Attivisti                              15
    Peppino Impastato                  15

Politici                               20
    Michele Reina                      20
    Piersanti Mattarella               20
    Pio La Torre                       23

Forze dell'ordine                      26
    Boris Giuliano                     26
    Lenin Mancuso                      29
    Emanuele Basile (carabiniere)      29
    Carlo Alberto Dalla Chiesa         30
    Mario D'Aleo                       40
    Giuseppe Montana                   41
    Antonino Cassarà                   41
    Antonino Agostino                  43

Magistrati                             44
    Pietro Scaglione (magistrato)      44
    Cesare Terranova                   45
    Gaetano Costa                      46
    Giangiacomo Ciaccio Montalto       47
    Bruno Caccia                       48
    Rocco Chinnici                     50
    Rosario Livatino                   52
    Antonino Scopelliti                54
    Giovanni Falcone                   55
    Paolo Borsellino                   66
Giornalisti                                   79
    Mario Francese                            79
    Giuseppe Fava                             80
    Giancarlo Siani                           88
    Beppe Alfano                              91

Imprenditori                                  92
    Libero Grassi                             92
    Giuseppe Borsellino                       93

Religiosi                                     94
    Pino Puglisi                              94
    Giuseppe Diana                            97

Avvocati                                     101
    Giorgio Ambrosoli                        101


Note
    Fonti e autori delle voci                104
    Fonti, licenze e autori delle immagini   106


Licenze della voce
    Licenza                                  107
Vittime di Cosa Nostra                                                                                                1



    Vittime di Cosa Nostra
    Elenco delle vittime di Cosa Nostra in Italia. In totale le vittime di Cosa Nostra risultano essere
    approssimativamente più di 5000.


    XIX secolo

    Anni 1860
    • Giovanni Corrao (3 agosto 1863).


    Anni 1870
    • Mario Pàncari (12 marzo 1871) giovane benvoluto, onesto e di retti principi, aspirante ad amministrare la sua
      città. Ucciso una sera con una fucilata al petto nel pieno centro di Vittoria (RG). Mandante Giombattista
      Mazza-Iacono del clan Iacono.


    Anni 1890
    • Francesco Gebbia (10 ottobre 1892), consulente legale, Consigliere comunale di opposizione del Comune di
      Mezzojuso, assassinato nella piazza del paese a fucilate.
    • Emanuele Notarbartolo (1 febbraio 1893), ex sindaco di Palermo,
      ex direttore generale del Banco di Sicilia.
    • Emanuela Sansone (1896)
    • Antonino D'Alba (1897), membro della cosca di Falde.
    • Vincenzo Lo Porto e Giuseppe Caruso (24 ottobre 1897), due
      cocchieri affiliati alla cosca dell'Olivuzza.


    XX secolo

                                                                                        Emanuele Notarbartolo
Vittime di Cosa Nostra                                                                                                        2


    Anni 1900
    • Luciano Nicoletti (14 ottobre 1905), contadino socialista,
      impegnato nelle affittanze collettive per ottenere la gestione
      delle terre da parte dei contadini. Ucciso a Corleone (PA).
    • Andrea Orlando (13 gennaio 1906), medico chirurgo nonché
      consigliere comunale socialista di Corleone, sosteneva
      anch'egli le affittanze collettive. Ucciso a Corleone (PA).
    • Giuseppe (Joe) Petrosino (12 marzo 1909), figlio di
      emigranti, divenne ben presto tenente della polizia di New
      York, in particolare dell'Italian Legion, cioè gruppi di agenti
      italiani, a suo giudizio indispensabili per combattere la
      mafia americana. Stimato da Roosevelt per il suo impegno
      costante nel cercare di sconfiggere la mafia, allora chiamata
      Mano Nera, assicurò alla giustizia boss di alto calibro. Capì
      che la mafia, a New York, aveva le sue radici in Sicilia,
      tant’è che intraprese un viaggio in Sicilia per infliggerle il
      colpo mortale.


    Anni 1910
                                                                                             Joe Petrosino.
    • Lorenzo Panepinto (16 maggio 1911), maestro elementare
      nonché consigliere comunale socialista a Santo Stefano
      Quisquina, si batteva per i diritti dei contadini contro lo strapotere dei feudatari collusi. Viene ucciso Santo
      Stefano Quisquina.
    • Mariano Barbato (1914), esponente di spicco del Partito socialista del tempo, viene ucciso nel 1914.
    • Giorgio Pecoraro (1914).
    • Bernardino Verro (3 novembre 1915), sindaco socialista di Corleone si batteva anch'egli per le affittanze
      collettive.
    • Giorgio Gennaro (1916), prete non gradito a Cosa Nostra, viene ucciso a Ciaculli (PA) per aver denunciato il
      ruolo dei mafiosi nell'amministrazione delle rendite ecclesiastiche.
    • Giovanni Zangara (29 gennaio 1919), dirigente contadino e assessore della giunta socialista a Corleone, viene
      ucciso a Corleone (PA).
    • Costantino Stella (6 luglio 1919), arciprete di Resuttano, era uscito dalla sacrestia e si era dedicato ad importanti
      attività sociali. Viene accoltellato il 19 giugno per poi morire il 6 luglio a Resuttano (CL).
    • Giuseppe Rumore (22 settembre 1919), segretrario della Lega contadini, viene ucciso a Prizzi (PA).
    • Alfonso Canzio (19 dicembre 1919), presidente della Lega per il miglioramento agricolo, viene ucciso a
      Barrafranca (EN).


    Anni 1920
    • Giuseppe Zaffuto (morto il 26 dicembre 1920), Gaetano Circo (morto a Palermo il 4 febbraio 1921), Calogero
      Faldetta (morto a Palermo il 31 dicembre 1920), Carmelo Minardi (morto a Palermo il 26 dicembre 1920),
      Salvatore Varsalona (morto il 27 dicembre 1920): il 26 dicembre 1920, quattro persone incappucciate, rimaste
      sconosciute, lanciarono una bomba all'interno della sezione socialista di Casteltermini (sita in via Nazario Sauro),
      in quel momento piena di militanti. L'esplosione provocò, oltre a numerosi feriti, la morte del prof. Zaffuto,
      segretario locale, insieme a quattro contadini iscritti al partito. Dall'accertamento compiuto dai carabinieri,
      incaricati di indagare sul grave attentato, risultò che l'atto criminale venne compiuto dalla mafia della Valle del
Vittime di Cosa Nostra                                                                                                       3


        Platani, «perché le cooperative agricole socialiste avrebbero provocato la fine dei campieri della mafia che
        indisturbati imperavano su tutte le campagne e su tutti i i proprietari».
    •   Nicola Alongi (1 marzo 1920), dirigente socialista e anima del movimento contadino, viene ucciso a Prizzi (PA).
    •   Paolo Li Puma e Croce Di Gangi (settembre 1920), contadini nonché consiglieri comunali socialisti di Petralia
        Soprana, vengono uccisi a Petralia Soprana (PA).
    •   Paolo Mirmina (3 ottobre 1920), combattivo sindacalista socialista, viene ucciso a Noto (SR).
    •   Antonino Scuderi (9 ottobre 1920), segretario della cooperativa agricola nonché consigliere comunale socialista di
        Paceco, viene ucciso a Paceco (TP).
    •   Giovanni Orcel (14 ottobre 1920), segretario dei metalmeccanici di Palermo nonché promotore (assieme ad
        Alongi) del collegamento tra movimento operaio e movimento contadino nel palermitano. Era il candidato
        socialista alla provincia di Palermo quando viene ucciso a Palermo.
    •   Giuseppe Monticciolo (27 ottobre 1920), presidente socialista della Lega per il miglioramento agricolo, viene
        ucciso a Trapani.
    •   Stefano Caronia (1920), arciprete di Gibellina.
    •   Pietro Ponzo (1921).
    •   Vito Stassi (1921), dirigente del movimento dei contadini, viene ucciso a Piana degli Albanesi (PA).
    •   Giuseppe Cassarà e Vito Cassarà (1921).
    • Giuseppe Compagna (29 gennaio 1921), contadino nonché consigliere comunale socialista di Vittoria.
    • Domenico Spatola, Mario Spatola, Pietro Spatola e Paolo Spatola (febbraio 1922), parenti di Giacomo Spatola
      (presidente della locale società agricola cooperativa). Tutti uccisi a Paceco.
    • Sebastiano Bonfiglio (11 giugno 1922), sindaco di Erice nonché membro della direzione del Partito Socialista,
      viene ucciso a Erice (TP).
    • Antonino Ciolino (1924).


    Anni 1940
    •   Antonio Mancino (2 settembre 1943), carabiniere
    •   Santi Milisenna (27 maggio 1944), segretario della federazione comunista di Enna
    •   Andrea Raia (6 agosto 1944), organizzatore comunista
    •   Calogero Comajanni (28 marzo 1945), guardia giurata, viene ucciso una mattina a Corleone (PA). La sua colpa
        era stata quella di arrestare un boss in erba del calibro di Luciano Liggio.
    •   Filippo Scimone (1945), maresciallo dei carabinieri, viene ucciso nel 1945 a San Cipirello (PA).
    •   Calcedonio Catalano (1945).
    •   Nunzio Passafiume (7 giugno 1945), sindacalista
    •   Agostino D'Alessandro (11 settembre 1945), segretario della Camera del Lavoro di Ficarazzi
    •   Calogero Cicero, carabiniere semplice, viene ucciso in un conflitto a fuoco con dei banditi il 18 settembre 1945 a
        Palma di Montechiaro (AG).
    •   Fedele De Francisca, carabiniere semplice, viene ucciso anch'egli in un conflitto a fuoco con dei banditi il 18
        settembre 1945 a Palma di Montechiaro (AG).
    •   Michele Di Miceli, viene ucciso nel 1945.
    •   Mario Paoletti, viene ucciso nel 1945.
    •   Rosario Pagano, viene ucciso nel 1945
    •   Giuseppe Scalia (25 novembre 1945), segretario della Camera del Lavoro
    •   Giuseppe Puntarello (4 dicembre 1945), segretario della sezione di Ventimiglia (PA) del Partito Comunista
    •   Gaetano Guarino (16 maggio 1946), sindaco socialista di Favara (AG)
    •   Marina Spinelli, viene uccisa per sbaglio il 16 maggio 1946 a Favara
    • Pino Camilleri (28 giugno 1946), sindaco socialista di Naro (AG)
Vittime di Cosa Nostra                                                                                                    4


    • Nicolò Azoti, segretario della Camera del lavoro di Baucina (PA) colpito dalla mafia il 21 dicembre 1946 e morto
      il 23 dicembre 1946
    • Accursio Miraglia (4 gennaio 1947), sindacalista,
      segretario della Camera confederale circondariale di
      Sciacca
    • Epifanio Li Puma (2 marzo 1948), sindacalista ed
      esponente del Partito Socialista Italiano, capolega
      della Federterra
    • Placido Rizzotto (10 marzo 1948), ex-partigiano,
      dirigente del Partito Socialista Italiano e segretario
      della Camera del Lavoro di Corleone
    • Calogero Cangelosi (2 aprile 1948), esponente del
      Partito Socialista Italiano e sindacalista, segretario
      della Camera del Lavoro di Camporeale
    • Strage di Portella della Ginestra: 11 morti e 56
      feriti (1 maggio 1947), contadini celebranti la festa
      del lavoro. Dell'eccidio venne accusato il bandito
      Salvatore Giuliano ma in realtà i mandanti erano alti
      esponenti della Democrazia Cristiana e i grandi
      mafiosi latifondisti.
    • Giuseppe Biondo (22 ottobre 1948) Trapani.


    Anni 1950
                                                                                   Accursio Miraglia.
    • Salvatore Carnevale (16 maggio 1955), sindacalista
      e militante del Partito Socialista Italiano di Sciara, in
      provincia di Palermo.
    • Giuseppe Spagnolo (13 agosto 1955), sindacalista e dirigente politico
    • Pasquale Almerico (25 marzo 1957), maestro elementare, sindaco di Camporeale e segretario della sezione locale
      della Democrazia Cristiana


    Anni 1960
    • Cataldo Tandoy (30 marzo 1960), ex capo della squadra mobile di Agrigento
    • Cosimo Cristina (5 maggio 1960), giornalista
    • Paolo Bongiorno (20 luglio 1960), sindacalista.
    • Strage di Ciaculli (30 giugno 1963): il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e
      Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Mario Farbelli, il maresciallo dell'esercito Pasquale Nuccio e
      il soldato Giorgio Ciacci, uccisi dallo scoppio di un'autobomba abbandonata dai mafiosi in campagna.
    • Carmelo Battaglia (24 marzo 1966), sindacalista e dirigente politico del Partito Socialista Italiano di Tusa, in
      provincia di Messina.
Vittime di Cosa Nostra                                                                                                    5


    Anni 1970
    •   Mauro De Mauro (16 settembre 1970), giornalista.
    •   Pietro Scaglione (5 maggio 1971), procuratore capo di Palermo.
    •   Antonino Lo Russo (5 maggio 1971), autista di Pietro Scaglione.
    •   Giovanni Spampinato (27 ottobre 1972), giornalista de "L'Ora" e de "L'Unità".
    •   Gaetano Cappiello (2 luglio 1975), agente di pubblica sicurezza.
    •   Giuseppe Russo (20 agosto 1977), tenente colonnello dei carabinieri.
    •   Carlo Napolitano (21 novembre 1977), presunto guardiaspalle del boss di Riesi, Giuseppe di Cristina.
    •   Giuseppe di Fede (21 novembre 1977), presunto guardiaspalle del boss di Riesi, Giuseppe di Cristina.
    •   Peppino Impastato (9 maggio 1978), giovane attivista politico e speaker radiofonico di Cinisi, in provincia di
        Palermo.
    •   Antonio Esposito Ferraioli (30 agosto 1978), cuoco.
    •   Calogero Di Bona (28 agosto 1979), maresciallo ordinario in servizio presso la casa circondariale Ucciardone di
        Palermo.
    •   Filadelfio Aparo (11 gennaio 1979), vice Brigadiere della squadra mobile di Palermo.
    •   Mario Francese (26 gennaio 1979), giornalista.
    •   Michele Reina (9 marzo 1979), segretario provinciale della Democrazia Cristiana.
    • Carmine Pecorelli (20 marzo 1979), giornalista.
    • Giorgio Ambrosoli (12 luglio 1979), avvocato milanese liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele
      Sindona.
    • Boris Giuliano (21 luglio 1979), capo della squadra mobile di Palermo.
    • Cesare Terranova (25 settembre 1979), magistrato.
    • Lenin Mancuso (25 settembre 1979), maresciallo morto insieme a Cesare Terranova.


    Anni 1980
    • Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), presidente
      della Regione Siciliana.
    • Emanuele Basile (4 maggio 1980), capitano dei
      Carabinieri.
    • Giovanni Losardo, militante comunista, già sindaco
      di Cetraro e segretario capo presso la procura della
      Repubblica del Tribunale di Paola. Assassinato il 21
      giugno 1980.
    • Gaetano Costa (6 agosto 1980), procuratore capo di
      Palermo.
    • Vito Lipari (12 agosto 1980), sindaco DC di
      Castelvetrano (TP).
    • Vito Jevolella (10 ottobre 1981), maresciallo dei
      carabinieri di Palermo
    • Sebastiano Bosio (6 novembre 1981), medico,
      docente universitario.
    • Pio La Torre (30 aprile 1982), segretario del PC
                                                                                 Carlo Alberto Dalla Chiesa.
      siciliano.
    • Rosario Di Salvo (30 aprile 1982), autista e uomo di fiducia di Pio La Torre.
    • Gennaro Musella (3 maggio 1982), imprenditore.
Vittime di Cosa Nostra                                                                                                      6


    • Strage della circonvallazione (16 giugno 1982):
      Salvatore Raiti, Silvano Franzolin, Luigi Di Barca e
      Giuseppe Di Lavore, carabinieri, e Alfio Ferlito,
      boss di Catania, uccisi a colpi di fucile AK-47 dai
      killer del boss Nitto Santapaola, che mirava a
      prendere il posto di Ferlito.
    • Paolo Giaccone (11 agosto 1982), medico legale.
    • Strage di via Carini (3 settembre 1982): Carlo
      Alberto Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri e
      prefetto del capoluogo siciliano; Emanuela Setti
      Carraro, moglie di Carlo Alberto Dalla Chiesa, e
      Domenico Russo, agente di polizia, uccisi
      brutalmente mentre andavano a cena a Mondello.                            La strage della circonvallazione.

    • Calogero Zucchetto (14 novembre 1982), agente di
      polizia della squadra mobile di Palermo.
    • Giangiacomo Ciaccio Montalto (26 gennaio 1983), magistrato di punta di Trapani.
    • Mario D'Aleo (13 giugno 1983), capitano dei carabinieri.
    •   Pietro Morici (13 giugno 1983), carabiniere.
    •   Giuseppe Bommarito (13 giugno 1983), carabiniere.
    •   Bruno Caccia (26 giugno 1983), giudice.
    •   Strage di via Pipitone Federico (29 luglio 1983): Rocco Chinnici, capo dell'ufficio istruzione del Tribunale di
        Palermo, Mario Trapassi, maresciallo dei carabinieri; Salvatore Bartolotta, carabiniere; Stefano Li Sacchi,
        portinaio di casa Chinnici, uccisi dallo scoppio di un'autobomba, che provocò anche gravi danni alla facciata del
        palazzo adiacente.
    • Salvatore Zangara (8 ottobre 1983), analista.
    • Giuseppe Fava, (5 gennaio 1984), giornalista.
    • Roberto Parisi (23 febbraio 1985), imprenditore e
      presidente del Palermo calcio, assieme al suo autista
      Giuseppe Mangano.
    • Piero Patti (28 febbraio 1985), imprenditore.
      Rimane ferita anche la figlia Gaia di nove anni.
    • Giuseppe Spada (14 giugno 1985), imprenditore.
    • Strage di Pizzolungo (2 aprile 1985): Barbara Asta,
      signora morta nell'attentato con autobomba contro il
      sostituto procuratore Carlo Palermo, salvatosi
      miracolosamente; morti anche i due figli gemelli di
      Barbara Asta.
    • Giuseppe Montana (28 luglio 1985), funzionario
      della squadra mobile, dirigente della sezione contro i
      latitanti mafiosi.
    • Ninni Cassarà (6 agosto 1985), dirigente della
      squadra mobile di Palermo, e il suo collega Roberto
      Antiochia, agente di polizia.
    • Graziella Campagna (12 dicembre 1985),                                              Pippo Fava.
      diciassettenne di Saponara (ME) che aveva
      riconosciuto due latitanti.
Vittime di Cosa Nostra                                                                                                         7


    • Claudio Domino (7 ottobre 1986), bambino di 11 anni che forse aveva assistito ad un sequestro di persona.
    • Giuseppe Insalaco (12 gennaio 1988), ex sindaco di Palermo.
    • Natale Mondo, (14 gennaio 1988), agente di polizia scampato all'attentato in cui persero la vita Ninni Cassarà e
      Roberto Antiochia, venne ucciso perché si era infiltrato nelle cosche mafiose.
    • Alberto Giacomelli (14 settembre 1988), ex magistrato in pensione.
    • Antonino Saetta (25 settembre 1988), giudice ucciso con il figlio disabile Stefano Saetta.
    • Mauro Rostagno (26 settembre 1988), leader della comunità Saman per il recupero dei tossicodipendenti, dai
      microfoni di una televisione locale faceva i nomi di capi mafia e di politici corrotti. Venne assassinato a Valderice
      (TP).
    • Antonino Agostino (5 agosto 1989), agente di polizia, e la moglie Ida Castelluccio, incinta di cinque mesi.


    Anni 1990
    •   Giovanni Trecroci (7 febbraio 1990), vice-sindaco di Villa San Giovanni.
    •   Emanuele Piazza (16 marzo 1990), agente di polizia.
    •   Giuseppe Miano (18 marzo 1990), mafioso pentito.
    •   Gioitta Nicola (21 marzo 1990), gioielliere.
    •   Giovanni Bonsignore, (9 maggio 1990), funzionario della Regione Siciliana.
    •   Rosario Livatino (21 settembre 1990), giudice di Canicattì (AG).
    •   Nicolò Di Marco (21 febbraio 1991), geometra del comune di Misterbianco (CT).
    •   Sergio Compagnini (5 marzo 1991), imprenditore.
    •   Antonino Scopelliti (9 agosto 1991), giudice.
    •   Libero Grassi (29 agosto 1991), imprenditore attivo nella lotta contro le tangenti alle cosche e il racket.
    •   Tobia Andreozzi (30 agosto 1990), ragioniere.
    •   Paolo Arena (27 settembre 1991), segretario DC di Misterbianco (CT).
    •   Serafino Ogliastro (12 ottobre 1991), ex agente della polizia di Stato. Ucciso a Palermo da Salvatore Grigoli con
        il metodo della lupara bianca perché i mafiosi di Brancaccio sospettavano fosse a conoscenza degli autori
        dell'omicidio di un mafioso, Filippo Quartararo. Al processo, Grigoli si autoaccusava dell'omicidio indicando altri
        7 complici.
    •   Salvo Lima (12 marzo 1992), uomo politico democristiano.
    •   Giuliano Guazzelli (14 aprile 1992), maresciallo dei carabinieri.
    •   Paolo Borsellino (21 aprile 1992), imprenditore ed omonimo del giudice Paolo Borsellino.
    •   Strage di Capaci (23 maggio 1992): Giovanni Falcone, magistrato; Francesca Morvillo, magistrato, moglie di
        Giovanni Falcone; Antonio Montinaro, agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone; Rocco
        Dicillo, agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone; Vito Schifani, agente di polizia facente
        parte della scorta di Giovanni Falcone. Il mafioso pentito Giovanni Brusca si autoaccusò di aver guidato il
        commando malavitoso che sistemò l'esplosivo in un tunnel scavato sotto un tratto dell'autostrada A29 all'altezza
        di Capaci e fu lui a premere il pulsante del radiocomando che causò l'esplosione, proprio nel momento in cui
        passavano le auto di scorta del giudice Falcone.
    •   Strage di via d'Amelio (19 luglio 1992): Paolo Borsellino, magistrato; Emanuela Loi, agente di polizia facente
        parte della scorta di Paolo Borsellino; Walter Cusina, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo
        Borsellino; Vincenzo Li Muli, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Claudio Traina,
        agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Agostino Catalano, agente di polizia facente parte
        della scorta di Paolo Borsellino. Dalle recenti indagini si è scoperto che i mandanti dell'attentato, messo in atto
        con un'autobomba parcheggiata sotto casa della madre del giudice Borsellino, vanno ricercati non solo all'interno
        di Cosa nostra ma anche negli ambienti della politica e dei servizi segreti deviati.
    • Rita Atria (27 luglio 1992), figlia di un mafioso, muore suicida dopo la morte di Paolo Borsellino, con il quale
      aveva iniziato a collaborare.
Vittime di Cosa Nostra                                                                                                    8


    •   Giovanni Lizzio (27 luglio 1992), ispettore della squadra mobile.
    •   Ignazio Salvo (17 settembre 1992), esattore, condannato per associazione mafiosa.
    •   Paolo Ficalora (28 settembre 1992), proprietario di un villaggio turistico.
    •   Gaetano Giordano (10 dicembre 1992), commerciante.
    •   Giuseppe Borsellino (17 dicembre 1992), imprenditore, padre dell'imprenditore Paolo Borsellino ucciso otto mesi
        prima, quest'ultimo omonimo del giudice Paolo Borsellino.
    •   Beppe Alfano (8 gennaio 1993), giornalista.
    •   Strage di via dei Georgofili (27 maggio 1993): Caterina Nencioni, bambina di 50 giorni; Nadia Nencioni,
        bambina di 9 anni; Angela Fiume, custode dell'Accademia dei Georgofili, 36 anni; Fabrizio Nencioni, 39 anni;
        Dario Capolicchio, studente di architettura, 22 anni.
    •   Pino Puglisi (15 settembre 1993), sacerdote impegnato nel recupero dei giovani reclutati da Cosa Nostra a
        Brancaccio.
    •   Cosimo Fabio Mazzola (marzo 1994), ucciso perché ex fidanzato della moglie del mafioso Giuseppe Monticciolo,
        ora collaboratore di giustizia: la donna, figlia del capomafia Giuseppe Argento, accettò di non sposare Mazzola
        perché non appartenente al suo ambiente.
    •   Liliana Caruso (10 luglio 1994), moglie di Riccardo Messina, pentito.
    •   Agata Zucchero (10 luglio 1994), suocera di Riccardo Messina, pentito.
    • Domenico Buscetta (6 marzo 1995), nipote del pentito Tommaso Buscetta.
    • Carmela Minniti (1 settembre 1995), moglie di Benedetto Santapaola, detto Nitto, boss catanese.
    • Serafino Famà (9 novembre 1995),avvocato penalista catanese, ucciso a pochi passi dal suo studio perché era un
      esempio di onestà intellettuale e professionale.
    • Giuseppe Montalto (23 dicembre 1995), agente di custodia del carcere dell’Ucciardone.
    • Giuseppe Di Matteo (11 gennaio 1996), figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo. Ucciso e disciolto
      in una vasca di acido nitrico.
    • Antonio Barbera (7 settembre 1996), giovane di Biancavilla (CT), massacrato a diciotto anni con una decina di
      colpi di pistola in testa, in un agguato in "contrada Sgarro" (Catania). Gli omicidi non hanno ricevuto alcuna
      condanna dal processo, celebrato nell'aula bunker del carcere "Bicocca" di Catania; il processo è stato celebrato
      anche in Corte d'appello e in Cassazione, senza che la famiglia del ragazzo venisse informata.
    • Antonino Polifroni (30 settembre 1996), imprenditore di Varapodio (RC), assassinato perché non aveva ceduto ai
      ricatti e alle estorsioni mafiose.
    • Gaspare Stellino (12 settembre 1997), commerciante, morto suicida per non deporre contro i suoi estortori.
    • Domenico Geraci (8 ottobre 1998), sindacalista.
    • Filippo Basile (5 luglio 1999), funzionario della Regione Siciliana.
    • Vincenzo Vaccaro Notte[1] (3 dicembre 1999), imprenditore di Sant'Angelo Muxaro (AG), assassinato perché non
      accettava i condizionamenti mafiosi.
    • Giueseppe Montalbano (18 novembre 1998) medico, Camporeale
Vittime di Cosa Nostra                                                                                                   9


    XXI secolo

    Anni 2000
    • Salvatore Vaccaro Notte (5 febbraio 2000), caposquadra forestale e fratello di Vincenzo, ucciso per non essersi
      piegato ai condizionamenti di una cosca locale meglio conosciuta come "Cosca dei Pidocchi".
    • Giuseppe D'Angelo (22 agosto 2006), pensionato, ucciso per sbaglio davanti a un fruttivendolo del quartiere
      Sferracavallo di Palermo perché scambiato per il boss Bartolomeo Spatola.


    Voci correlate
    • Vittime della Camorra
    • Vittime della 'Ndrangheta
    • Vittime della Sacra corona unita


    Note
    [1] Sicania (http:/ / sicania. spazioblog. it/ )




    Vittime della camorra
    Elenco di vittime della camorra:


    anni ottanta
    • Marcello Torre (11 dicembre 1980), sindaco di Pagani
    • Dino Gassani (27 marzo 1981), avvocato penalista, ucciso nel suo studio per non aver voluto rinunciare alla
      difesa
    • Giuseppe Grimaldi (27 marzo 1981), segretario dell'Avv. Dino Gassani
    • Giuseppe Salvia (14 aprile 1981), vice direttore del carcere di Napoli-Poggioreale
    • Simonetta Lamberti (29 maggio 1982), figlia del giudice Lamberti di Cava de' Tirreni, lo stadio della città
      metelliana è intitolato a lei
    • Salvatore Nuvoletta (2 luglio 1982), carabiniere ventenne, ucciso perché accusato ingiustamente dalla camorra di
      aver partecipato allo scontro a fuoco in cui morì un loro affiliato
    • Antonio Ammaturo (15 luglio 1982), vicequestore della Polizia di Stato a Napoli
    • Pasquale Paola (15 luglio 1982), agente che accompagnava Antonio Ammaturo
    • Franco Imposimato (11 ottobre 1983), Maddaloni, ucciso per ritorsione nei confronti del fratello, il giudice
      Ferdinando, e per il suo impegno sul territorio
    • Giancarlo Siani (23 settembre 1985), giornalista ucciso per degli articoli che aveva scritto
    • Mario Ferrillo (5 novembre 1986), impresario teatrale assassinato a Licola Mare scambiato con noto camorrista
      locale lascia moglie e quattro figli di cui la più piccola Marianna di 10 anni
Vittime della camorra                                                                                                         10


    anni novanta
    • Nunzio Pandolfi (18 maggio 1990) , ammazzato a due anni nel rione Sanità, mentre era tra le braccia della zia,
      nella stessa stanza dove c'era il padre vero obbiettivvo dell'agguato, anch'esso ucciso.
    • Tobia Andreozzi (30 agosto 1990),un ragioniere incensurato, estraneo alla camorra fu eliminato per il solo fatto di
      trovarsi in compagnia del vero obiettivo dei sicari.
    • Fabio De Pandi, 21 luglio 1991, colpito durante un regolamento di conti
    • Scamardella Palmina (1994) lasciando una figlia di un anno
    • Giuseppe Diana (19 marzo 1994), parroco di Casal di Principe
    • Gioacchino Costanzo (15 ottobre 1995), un bimbo di due anni, viene ucciso per mano della camorra. Era in auto
      con lo zio, un pregiudicato, venditore di sigarette di contrabbando, che il “commando” di sicari aveva deciso di
      eliminare[1]
    • Silvia Ruotolo (11 giugno 1997)
    • Alberto Vallefuoco (24 anni), Salvatore De Falco (21) e Rosario Flaminio (24), uccisi a Pomigliano d'Arco perché
      scambiati per componente di una banda rivale (20 luglio 1998)[2]
    • Giovanni Gargiulo, 14 anni[3]
    • Giustino Perna, 30 aprile 1999, assicuratore, ucciso per una vendetta trasversale nell'ambito della faida di Pianura.


    XXI secolo
    • Luigi Sequino (10 agosto 2000), ragazzo ucciso a 20 anni per errore[4] [5]
    • Paolo Castaldi (10 agosto 2000), ragazzo ucciso a 20 anni per errore[6]
    • Valentina Terracciano (12 novembre 2000), ammazzata a due anni[7]
    • Federico Del Prete (18 febbraio 2002), sindacalista
    • Annalisa Durante (27 marzo 2004), ragazzina uccisa a 14 anni per errore
    • Gelsomina Verde (21 novembre 2004), uccisa a 22 perché legata affettivamente ad uno scissionista
    • Antonio Landieri (6 novembre 2004), disabile 25enne ammazzato per errore
    • Dario Scherillo, 26 anni, ucciso il 6 dicembre 2004[8]
    • Carmela Attrice (15 gennaio 2005), 47 anni[9] [10]
    • Attilio Romanò (30 marzo 1975 - 24 gennaio 2005), 29 anni[11]
    • Francesco Rossi (2005)
    • Nunzio Giuliano (21 marzo 2005)
    • Enrico Amelio (10 ottobre 2006)
    • Domenico Noviello (Baia Verde, 20 maggio 2008), imprenditore ribellatosi al pizzo impostogli dal clan dei
      Casalesi diversi anni prima, già sotto protezione
    • Umberto Bidognetti, ammazzato il 2 maggio 2008[12] padre del pentito Domenico
    • Raffaele Granata, ucciso il 11 luglio 2008, padre del sindaco di Calvizzano: ucciso per aver rifiutato di pagare il
      pizzo al clan dei Casalesi
Vittime della camorra                                                                                                                                     11


    Voci correlate
    • Vittime di Cosa Nostra
    • Vittime della 'Ndrangheta
    • Vittime della Sacra corona unita


    Collegamenti esterni
    • Vittime della camorra [13] su Open Directory Project ( Segnala [14] su DMoz un collegamento pertinente all'argomento "Vittime
       della camorra")
    • « 656 innocenti uccisi... », Internapoli.it, 21/03/2006 [15]


    Note
    [1] Gioacchino Costanzo (http:/ / www. studenticontrolacamorra. org/ Vittime/ Gioacchino Costanzo. html), studenticontrolacamorra.org
    [2] 20 luglio 1998, tre operai uccisi per sbaglio dalla camorra (http:/ / www. pupia. tv/ notizie/ 0003534. html)
    [3] « Napoli, la camorra lo uccide a 14 anni », La Repubblica, 18 febbraio 1998 (http:/ / www. repubblica. it/ online/ fatti/ faida/ faida/ faida.
        html)
    [4] « Una corona per ricordare Gigi e Paolo », videocomunicazioni.com, 11 agosto 2008 (http:/ / www. videocomunicazioni. com/ 2008/ 08/ 11/
        una-corona-per-ricordare-gigi-e-paolo/ )
    [5] « Nove anni fa Gigi e Paolo furono uccisi per errore dalla camorra », videocomunicazioni.com, 11 agosto 2009 (http:/ / www.
        videocomunicazioni. com/ notizie/ nove-anni-fa-gigi-e-paolo-furono-uccisi-per-errore-dalla-camorra. html)
    [6] « Una corona per ricordare Gigi e Paolo », videocomunicazioni.com, 11 agosto 2008 (http:/ / www. videocomunicazioni. com/ 2008/ 08/ 11/
        una-corona-per-ricordare-gigi-e-paolo/ )
    [7] Repubblica.it (http:/ / www. repubblica. it/ online/ cronaca/ bambinanapoli/ funerali/ funerali. html)
    [8] « Napoli, faida senza fine giovane ucciso a colpi di pistola », La Repubblica, 6 dicembre 2004 (http:/ / www. repubblica. it/ 2004/ k/ sezioni/
        cronaca/ napol/ delitto/ delitto. html)
    [9] « Napoli, agguato a Scampia la faida uccide un'altra donna », La Repubblica, 15 gennaio 2005 (http:/ / www. repubblica. it/ 2004/ l/ sezioni/
        cronaca/ napoli2/ donnamor/ donnamor. html)
    [10] « Sei condanne per il delitto Attrice » (http:/ / www. nntp. it/ cultura-storia/ 202863-re-sei-condanne-per-il-delitto-attrice. html)
    [11] 21marzo: Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime della mafia (Attilio Romanò) (http:/ / 21marzo. ilcannocchiale. it/
        post/ 1392617. html)
    [12] Omicidio Bidognetti (http:/ / www. delittiimperfetti. com/ show_vitt. php?id_vitt=1420)
    [13] http:/ / search. dmoz. org/ cgi-bin/ search?search=Vittime+ della+ camorra& all=yes& cs=UTF-8& cat=World%2FItaliano
    [14] http:/ / www. dmoz. org/ cgi-bin/ add. cgi?where=
    [15] http:/ / www. internapoli. it/ articolo. asp?id=6098& src
Vittime della 'Ndrangheta                                                                                                         12



    Vittime della 'Ndrangheta
    Elenco di vittime della 'Ndrangheta:


    Anni settanta
    Giovanni Ventra consigliere comunale del PC assassinato innocentemente il 27 dicembre del 1972 a Cittanova RC
    • Francesco Ferlaino Avvocato Generale della Corte d'appello di Catanzaro. Il 3 luglio 1975, mentre rientrava
      nella propria abitazione a Lamezia Terme, veniva colpito alla schiena da due colpi di fucile esplosi da due
      sconosciuti che si trovavano a bordo di un'autovettura. Al suo nome è intitolato il palazzo di giustizia di
      Catanzaro.
    • Rocco Gatto, mugnaio ed iscritto al PCI viene ucciso l'11 marzo 1977 a Gioiosa Jonica.
    • Donald Mackay, attivista antidroga ucciso in Australia il 15 luglio 1977.
    • Carmelo Di Giorgio e Primo Perdoncini - operai ditta Montresor e Morselli di Verona che avevano acquistato
      agrumi dai produttori della piana di Gioia Tauro turbando così il mercato agrumicolo controllato dalla
      'ndrangheta- uccisi a Rizziconi il 5 gennaio 1979.


    Anni ottanta
    • Giuseppe Valarioti, segretario della Sezione del PCI di Rosarno. Assassinato l'11 giugno 1980.
    • Giovanni Losardo, militante comunista, già Sindaco di Cetraro e Segretario capo presso la Procura della
      repubblica del Tribunale di Paola. Assassinato il 21 giugno 1980.[1]
    • Gennaro Musella, morto a Reggio Calabria il 3 maggio 1982
    • Bruno Caccia, magistrato, morto a Torino il 26 giugno 1983
    • Sergio Cosmai direttore del carcere di Cosenza (assassinato nel marzo del 1985)
    • Lodovico Ligato ex parlamentare DC ed ex presidente delle Ferrovie dello Stato. Coinvolto nello "scandalo delle
      lenzuola d'oro", nel novembre del 1988 fu costretto a dimettersi dalla presidenza delle Ferrovie dello Stato. Venne
      assassinato in un agguato mafioso a Bocale di Reggio Calabria il 27 agosto 1989.
    • Giovanni Mileto, Caposquadra Cantonieri FCL di Cittanova, assassinato in un agguato mafioso il 7 novembre
      1987, sacrificatosi per salvare un'altra vita umana, riconosciuto vittima della criminalità organizzata.
    • Vincenzo Grasso, rivenditore d'automobili, assassinato a Locri nel marzo 1989.
    • Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata assassinata il 2 settembre 1988 a Lamezia Terme Riconosciuto
      vittima innocente della criminalità organizzata. Per difendere il suo diritto al lavoro gli è stato negato il suo diritto
      alla vita.
    • Francesco Ventura, tra i piu illustri imprenditori del mezzogiorno ed uomo di grande influenza politica.
      Assassinato il 3 novembre del 1989 a Reggio Calabria.


    Anni novanta
    •   Antonino Marino comandante della caserma di Platì (ucciso nel 1990)
    •   Nicodemo Panetta, imprenditore di Grotteria ucciso a Mammola dagli Ursini il 13 giugno 1990
    •   Versaci Angelo guardia municipale, ucciso il 3 settembre 1990
    •   Tramonte Francesco e Cristiano Pasquale, 2 netturbini uccisi sul lavoro a Lamezia Terme (CZ) il 24 maggio
        1991.
    • Salvatore Aversa e Lucia Precenzano, sovrintendente della Polizia di Lamezia Terme (CZ) e moglie, uccisi il 4
      gennaio 1992.
    • Antonino Scopelliti magistrato, ucciso da una joint-venture ndrangheta-cosa nostra il 9 agosto del 1991.
    • Giuseppe Marino Vigile Urbano, ucciso in servizio nella città di Reggio Calabria il 16 aprile 1993 .
Vittime della 'Ndrangheta                                                                                                 13


    • Adolfo Cartisano detto Lollò fotografo, sequestrato il 22 luglio 1993 e ritrovato morto nel 2003.
    • Matteo Bottari, professore di Diagnostica e Chirurgia endoscopica dell'Università di Messina ucciso il 15
      gennaio 1998.
    • Luigi Ioculano medico di Gioia Tauro ucciso il 25 settembre 1998.
    • Giusseppe Maria Biccheri, ucciso per sbaglio insieme alla nipotina Mariangela Ansalone 9 anni,
      nell'agguato furono feriti la moglie Pignataro Maria * Annunziata, la figlia Francesca Biccheri e il nipotino
      Giuseppe Maria Ansalone 7 anni (madre e fratello di Mariangela), uccisi l'8 maggio 1998 per * * sbaglio a
      Oppido Mamertina(Rc)


    2000
    •   Torquato Ciriaco avvocato, assassinato nei pressi di Lamezia Terme (1 marzo 2002)
    •   Gianluca Congiusta imprenditore (assassinato a Siderno il 24 maggio 2005) Sito di Congiusta [2]
    •   Francesco Fortugno vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, assassinato a Locri (16 ottobre 2005)
    •   Antonio Longo imprenditore (26 marzo 2008)


    Voci correlate
    •   Ndrangheta
    •   Vittime di Cosa Nostra
    •   Vittime della Camorra
    •   Vittime della Sacra Corona Unita


    Note
    [1] http:/ / italy. indymedia. org/ news/ 2005/ 12/ 953112. php
    [2] http:/ / www. gianlucacongiusta. org/ joomla/
Vittime della Sacra corona unita                                                                                         14



    Vittime della Sacra corona unita
    Nel periodo più buio della Sacra corona unita si scatena una guerra nel brindisino, dove a farne le spese sono dei
    pregiudicati di elevata postura nel clan della sacra corona unita brindisina.
    Delle vittime fanno parte:
    •   Antonio Antonica - Capo SCU
    •   Nicola Petrachi - Capo "Zona Paradiso"
    •   Roberto Gorgoni - Capo "Zona Commenda"
    •   Eugenio Carbone - Capo della Sacra corona libera
    •   Rino Carrata
    •   Vincenzo Cucci Gambino - (ucciso a Milano nipote del boss Guerrieri Giuseppe colpito con il cugino Guerrieri
        Giovanni figlio del Boss scampato all'agguato)
    •   Pino D'Alo
    •   Teodoro Perchinenna (clan Buccarella, ucciso in Montenegro)
    •   Santino Vantaggiato (ucciso dal suo braccio destro, ora pentito Vito Di Emidio, detto "Bullone")
    •   Nicola Luperti e Salvatore Luperti - Capi della "Zona Centro"
    •   Leonzio Roselli e Giacomo Casale (affiliati di Luperti, uccisi dalla lupara)
    •   Francesco Volpe (Clan di Emidio)
    •   Felice Malorgio ( ucciso a Sava)
    •   Marrazza


    Voci correlate
    • Sacra corona unita
    • Sacra corona libera
    • Brindisi
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                                                  Attivisti

Peppino Impastato




Giuseppe Impastato

Giuseppe Impastato, meglio noto come Peppino (Cinisi, 5 gennaio 1948 – Cinisi, 9 maggio 1978), è stato un
politico, attivista e conduttore radiofonico italiano, famoso per le denunce delle attività della mafia in Sicilia, che gli
costarono la vita.
Peppino Impastato                                                                                                                  16


    Biografia

    La vita
    Peppino Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5
    gennaio 1948, da una famiglia mafiosa (il padre Luigi era stato inviato
    al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano
    mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso
    nel 1963 in un agguato nella sua Giulietta imbottita di tritolo).
    Ancora ragazzo rompe con il padre, che lo caccia di casa, ed avvia
    un'attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino
    L'idea socialista e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi, partecipa, con
    ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le
    lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista
    dell'aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei
    disoccupati.

    Nel 1976 costituisce il gruppo Musica e cultura, che svolge attività
    culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc.); nel 1977 fonda
    Radio Aut, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli   Passeggio per i campi con il cuore sospeso nel
    affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo del capomafia      sole. Il pensiero, avvolto a spirale, ricerca il
    Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici                     cuore della nebbia.

    internazionali di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto. Il
    programma più seguito era Onda pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.

    Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l'8 e
    il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui
    binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo,
    simbolicamente, al Consiglio comunale.[1]
    Stampa, forze dell'ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l'attentatore sarebbe rimasto vittima e di
    suicidio dopo la scoperta di una lettera scritta in realtà molti mesi prima. L'uccisione, avvenuta in piena notte, riuscì
    a passare la mattina seguente quasi inosservata poiché proprio in quelle ore veniva "restituito" il corpo del presidente
    della DC Aldo Moro in via Caetani a Roma.


    Le accuse e le scoperte
    Grazie all'attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato (1916 - 2004), che rompono
    pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione[2] di
    Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato proprio a Giuseppe Impastato, viene individuata la
    matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta
    l'inchiesta giudiziaria.
    Il 9 maggio del 1979, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima
    manifestazione nazionale contro la mafia della storia d'Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il
    paese.
    Nel maggio del 1984 l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere
    istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del
    1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice
    mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti.
Peppino Impastato                                                                                                                17


    Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume La mafia in
    casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel
    frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza
    connection.
    Nel gennaio 1988, il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992
    lo stesso tribunale decide l'archiviazione del caso Impastato, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, ma escludendo
    la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei
    corleonesi.
    Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un'istanza per la riapertura dell'inchiesta, accompagnata da una
    petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia
    Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato
    presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento
    dei carabinieri subito dopo il delitto.
    Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell'omicidio
    assieme al suo vice Vito Palazzolo, l'inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un
    ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l'udienza
    preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata.
    I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l'Ordine dei giornalisti chiedono di
    costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia
    all'udienza preliminare e chiede il giudizio immediato.
    Nell'udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il
    processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel
    procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di
    costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell'Ordine dei giornalisti.
    Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6
    dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio
    delle indagini. Nella commissione si rendono note le posizioni favorevoli all'ipotesi dell'attentato terroristico poste in
    essere dai seguenti militari dell'arma: il Maggiore Tito Baldo Honorati; il maggiore Antonio Subranni; il maresciallo
    Alfonso Travali.[3]
    Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a trent'anni di
    reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo.


    Cinema e musica

                    « Nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio,
                    negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di giustizia che lo portò a lottare,
                    aveva un cognome ingombrante e rispettato, di certo in quell'ambiente da lui poco
                    onorato,
                    si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un ideale ti porterà dolore. »
                    (Dalla canzone I Cento Passi dei Modena City Ramblers)

    • Alla vita di Peppino è dedicato il film I cento passi di Marco Tullio Giordana, con Luigi Lo Cascio nel ruolo di
      Impastato. Il film è una ricostruzione abbastanza libera dell'attività di Peppino, e i "cento passi" che separavano
      casa sua da quella del boss Tano Badalamenti sono non sono solo una metafora usata dal regista, ma è
      effettivamente la paradossale distanza presente tra quella che era la casa di Peppino (ora Centro Impastato) e la
      casa del boss (attualmente disabitata).
Peppino Impastato                                                                                                             18


    • I Modena City Ramblers hanno inciso una canzone, omonima al film di Giordana, dedicata anch'essa a Peppino,
      presente nell'album ¡Viva la vida, muera la muerte!.
    • Il cantautore siciliano Pippo Pollina ha inciso la canzone Centopassi, ispirandosi alla vita di Peppino Impastato e
      inserendola nel suo album Racconti Brevi.
    • Nel 2006, il gruppo folk dei Lautari ha musicato una poesia di Peppino, Ciuri di campo. La canzone viene
      eseguita da Carmen Consoli durante i suoi concerti.
    • Gli Aut In Vertigo hanno inciso una canzone dal titolo Radio Aut, contenuta nell'album Welcome.
    • In occasione del 30° anniversario della morte di Aldo Moro e Peppino Impastato. Roberto Rampi ha prodotto lo
      spettacolo teatrale A.N.N.A. - Amore Non Ne Avremo (testo di Giuseppe Adduci, regia di Paolo Trotti, con Stefano
      Annoni, Paolo Cosenza e Marta Galli).[4]
    • "Vorrei" è una canzone del gruppo "I LUF" dedicato a Peppino Impastato.
    • Nel 2008 i Marta sui tubi includono all'interno del loro dvd Nudi e Crudi il brano Negghia, ricavato da una poesia
      di Peppino Impastato. Il brano è disponibile come download gratuito sul sito ufficiale del gruppo [5] .
    • Il gruppo ska punk Talco dedica la canzone Radio Aut, contenuta nell'album Mazel Tov, a Peppino Impastato,
    • Nel 2008 esce in allegato con il quotidiano Il Manifesto il doppio cd "Amore Non Avremo: 26 Canzoni per
      Peppino Impastato", con la partecipazione dei seguenti artisti: Collettivo musicale "Peppino Impastato", Resina,
      Riccardo Sinigallia, Le loup Garou, Marta sui tubi, Lautari e Carmen Consoli, 24 Grana, Taberna Milensis,
      Modena City Ramblers, Zu, Affinità di quarta, Low Fi, One Dimensional Man, Uzeda, CPF, Gang, Bisca,
      Marlene Kuntz, Radio Zapata, Amaury Cambuzat con gli Ulan Bator, Lalli, Giaccone, Libera Velo, Marina Rei,
      Perturbazione, Yo Yo Mundi[6] .


    Curiosità
    • Al 21° Jamboree mondiale dello scautismo, raduno mondiale dello scautismo svoltosi nel Regno Unito nell'estate
      2007, un noviziato AGESCI era dedicato a Peppino Impastato.
    • Il 21 marzo 2009, (Giornata dedicata ai caduti contro tutte le mafie), una classe dell'ITAS "G. Deledda" di Lecce
      ha intitolato la propria aula a Peppino Impastato, chiedendo alle altre di fare altrettanto con personaggi eroici dei
      nostri tempi.
    • Il 9 settembre 2009 Il nuovo sindaco leghista di Ponteranica (BG) fece rimuovere la targa commemorativa dalla
      biblioteca comunale, dedicata un anno e mezzo prima a Peppino Impastato, scatenando molte polemiche.[7] .
    • Il 31 gennaio 2010 a Manfredonia alla presenza delle autorità civili locali, del governatore della Regione Puglia
      Nichi Vendola e del cantautore Roberto Vecchioni è stato inaugurato il "Laboratorio Urbano Culturale" (LUC),
      centro di aggregazione giovanile, intitolato a Peppino Impastato. Grazie ad una petizione nata su facebook ed
      accolta dall'Amministrazione Comunale di intitolare un luogo pubblico della città al coraggioso giovane di Cinisi.


    Bibliografia
    • Felicia Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia, intervista a cura di Anna Puglisi e Umberto Santino, La Luna,
      Palermo 1986, 2000
    • Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli
      1995
    • Umberto Santino (a cura di), L'assassinio e il depistaggio. Atti relativi all'omicidio di Giuseppe Impastato, Centro
      Impastato, Palermo 1998
    • Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Relazione della Commissione parlamentare antimafia presentata
      da Giovanni Russo Spena, Editori Riuniti, Roma 2001
    • Giuseppe Impastato, Lunga è la notte. Poesie, scritti, documenti, (a cura di Umberto Santino), Centro Impastato,
      Palermo 2002
Peppino Impastato                                                                                                                                    19


    • Anna Puglisi – Umberto Santino (a cura di), Cara Felicia. A Felicia Bartolotta Impastato, Centro Impastato,
      Palermo 2005
    • Augusto Cavadi, in Gente bella. Volti e storie da non dimenticare (Candida Di Vita, Don Pino Puglisi, Francesco
      Lo Sardo, Lucio Schirò D'Agati, Giorgio La Pira, Peppino Impastato), Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2004.
        • Claudio Fava; Marco Tullio Giordana, Monica Zapelli, I cento passi, Feltrinelli, 2001. ISBN 8807816504


    Voci correlate
    • Radio Aut
    • I cento passi
    • Cosimo Cristina


    Altri progetti
    •       Wikiquote contiene citazioni di o su Peppino Impastato


    Collegamenti esterni
    • Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” [8]
    • peppinoimpastato.com [9]
    • Intervista con Giovanni Impastato [10]
    • progetto 9maggio78 [11] - spettacolo teatrale e pubblicazione


    Note
    [1] Nelle elezioni comunali del 14 maggio del 1978 "Peppino fu eletto consigliere comunale con 260 voti e la lista Democrazia Proletaria
        conseguì il 6%: fu la prima volta che gli elettori votarono un morto" (fonte (http:/ / www. comunicalo. it/ index. php?option=com_content&
        task=view& id=432& Itemid=1))
    [2] CSD - HomePage (http:/ / www. centroimpastato. it/ )
    [3] Fonte: Relazione Parlamentare sul caso Impastato
    [4] www.9maggio78.it (http:/ / www. 9maggio78. it)
    [5] Marta sui tubi (http:/ / www. martasuitubi. it) - sito ufficiale
    [6] octopusrecords (http:/ / www. octopusrecords. net/ minisito/ index. html#)
    [7] «"Via la targa per Peppino Impastato" Decisione shock del sindaco leghista» (http:/ / www. repubblica. it/ 2009/ 09/ sezioni/ politica/
        lega-impastato/ lega-impastato/ lega-impastato. html). La Repubblica, 10-9-2009. URL consultato in data 31-10-2009.
    [8] http:/ / www. centroimpastato. it/
    [9] http:/ / www. peppinoimpastato. com/
    [10] http:/ / www. reti-invisibili. net/ giuseppeimpastato/ articles/ art_3897. html
    [11] http:/ / www. 9maggio78. it
20




                                                      Politici

Michele Reina
Michele Reina (1932 – 9 marzo 1979) è stato un politico italiano, ucciso da Cosa Nostra.
Michele Reina era il segretario provinciale di Palermo della Democrazia Cristiana. Venne ucciso la sera del 9 marzo
1979 da killer mafiosi. Fu il primo politico ucciso da Cosa Nostra.


Voci correlate
• Vittime di Cosa Nostra


Collegamenti esterni
• http://www.ecorav.it/arci/cronaca/scheda3/scheda3.htm



Piersanti Mattarella




Piersanti Mattarella (a destra) in compagnia del presidente della Repubblica Sandro Pertini

Piersanti Mattarella (Castellammare del Golfo, 24 maggio 1935 – Palermo, 6 gennaio 1980) è stato un politico
italiano, assassinato dalla mafia mentre era presidente della Regione Siciliana.
Piersanti Mattarella                                                                                                            21


     Biografia
     Figlio di Bernardo Mattarella, uomo politico della Democrazia Cristiana, e fratello di Sergio Mattarella. Crebbe con
     istruzione religiosa, studiando a Roma al San Leone Magno, dei Fratelli maristi. Dopo l'attività nell'Azione cattolica,
     si dedicò alla politica nella Democrazia Cristiana. Fra i suoi ispiratori ci fu Giorgio La Pira, avvicinandosi alla
     corrente politica di Aldo Moro e divenendo consigliere comunale a Palermo.
     Assistente ordinario all'Università di Palermo, fu eletto all'Assemblea regionale siciliana nel 1967 nel collegio di
     Palermo, rieletto per tre legislature. Dal 1971 al 1978 fu assessore regionale alla Presidenza. Fu eletto presidente
     della Regione Siciliana nel 1978, guidando una giunta di centro sinistra, con il sostegno esterno del PCI. Nel 1979
     dopo una breve crisi politica, formò un secondo governo.


     Lotta alla mafia
     Rappresentò una chiara scelta di campo il suo atteggiamento alla Conferenza regionale dell'agricoltura, tenuta a Villa
     Igea la prima settimana di febbraio del 1979. L'onorevole Pio La Torre, presente in quanto responsabile nazionale
     dell'ufficio agrario del Partito Comunista Italiano (sarebbe divenuto dopo qualche mese segretario regionale dello
     stesso partito) attaccò, con furore, l'Assessorato dell'agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione
     regionale, e additando lo stesso assessore come colluso alla delinquenza regionale. Mentre tutti attendevano che il
     presidente della Regione difendesse vigorosamente il proprio assessore, sgomentando la sala, Mattarella riconobbe
     pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali.
     Un solo periodico sfidando il clima imposto pubblicò il resoconto, sottolineando come fosse generale lo sconcerto e
     come fosse comune la percezione che si apriva, quel giorno a Palermo, un confronto che non avrebbe non potuto
     conoscere eventi drammatici. Un senatore comunista e il presidente democristiano della regione si erano, di fatto,
     esposti alle pesanti reazioni della mafia.[1]


     Assassinio
     Il 6 gennaio 1980, appena entrato in auto insieme con la moglie e col figlio per andare a messa, un killer si avvicinò
     al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola. In quel periodo stava portando avanti un'opera di modernizzazione
     dell'amministrazione regionale. Si presume che ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra, a causa del suo impegno
     nella ricerca di collusioni tra mafia e politica.
     Inizialmente considerato un attentato terroristico, il delitto fu indicato da Tommaso Buscetta come delitto di mafia.[2]
     Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, Giulio Andreotti era consapevole dell'insofferenza
     della mafia per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l'interessato né la magistratura,[3] pur avendo partecipato
     ad almeno due incontri con capi mafiosi aventi ad oggetto proprio la politica di Piersanti Mattarella e, poi, il suo
     omicidio. Il fatto viene riportato nella sentenza del giudizio di Appello del lungo processo allo stesso Giulio
     Andreotti confermata dalla Cassazione nel 2004.[4] La stessa sentenza afferma che l'allontanamento di Andreotti dal
     sodalizio mafioso fu dovuta proprio all'efferato delitto Mattarella.[5]
Piersanti Mattarella                                                                                                                                              22


     Commemorazioni
     La Rai, nel trentennale della scomparsa, ha dedicato alla figura e al delitto Mattarella uno speciale prodotto da La
     grande storia di RaiTre. Nel documentario di Giovanni Grasso, collaborazione di Emanuela Andreani, regia di
     Alessandro Varchetta, parlano i testimoni dell'epoca e i familiari del politico assassinato.


     Bibliografia
     Per una ricostruzione della biografia politica di Piersanti Mattarella: P. Basile, "Le carte in regola". Piersanti
     Mattarella. Un democristiano diverso, con saggio introduttivo di G.C. Marino, Centro Studi ed iniziative culturali
     Pio La Torre, Palermo 2007.


     Voci correlate
     • Vittime di Cosa Nostra
     • Vincenzo Puccio
     • Vittime degli anni di piombo e della strategia della tensione nel 1980


     Collegamenti esterni
     • Intervista [6] a Giulio Andreotti relativa al suo processo, da Le Iene

                                            Predecessore:      Presidente della Regione Siciliana        Successore:

                                               Angelo             20 marzo 1978 - 6 gennaio               Gaetano
                                              Bonfiglio                     1980                          Giuliano



     Note
     [1] Antonio Saltini (17 febbraio 1979). A Palermo la conferenza agricola regionale: agricoltura pomo della discordia tra i partiti". Terra e Vita
         (7).
     [2] Tommaso Buscetta , Marimo Mannoia e Valerio Fioravanti (http:/ / www. rifondazione-cinecitta. org/ fioravanti-buscetta. html)
     [3] Gli incontri tra Andreotti e i boss mafiosi al fine di discutere il delitto Mattarella sono trattati nella Sentenza Corte di Appello di Palermo 2
         maggio 2003 , Parte III cap. 2 pp. 1093-1185 Presidente Scaduti, Relatore Fontana. In particolare, nelle conclusioni si legge (pp. 1514-1515):
         «Del resto, ad ultimativo conforto dell’assunto, basta considerare proprio la, assolutamente indicativa, vicenda che ruota attorno all’assassinio
         dell'on. Pier Santi Mattarella. Anche ammettendo la prospettata possibilità che l’imputato sia personalmente intervenuto allo scopo di evitare
         una soluzione cruenta della questione Mattarella, alla quale era certamente e nettamente contrario, appare alla Corte evidente che egli
         nell’occasione non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del Presidente
         della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai
         mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità ed i loro disegni: il predetto, invece, ha, sì, agito per assumere il controllo della
         situazione critica e preservare la incolumità dell’on. Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e
         palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro, che, in quel contesto, non possono
         interpretarsi come meramente fittizie e strumentali. A seguito del tragico epilogo della vicenda, poi, Andreotti non si è limitato a prendere atto,
         sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è
         "sceso" in Sicilia per chiedere al boss Stefano Bontate conto della scelta di sopprimere il Presidente della Regione: anche tale atteggiamento
         deve considerarsi incompatibile con una pregressa disponibilità soltanto strumentale e fittizia e, come già si è evidenziato, non può che
         leggersi come espressione dell’intento (fallito per le ragioni già esposte in altra parte della sentenza) di verificare, sia pure attraverso un duro
         chiarimento, la possibilità di recuperare il controllo sull'azione dei mafiosi riportandola entro i tradizionali canali di rispetto per la istituzione
         pubblica e di salvaguardare le buone relazioni con gli stessi, nel quadro della aspirazione alla continuità delle stesse.»
     [4] Sentenze: Giulio Andreotti (http:/ / www. marcotravaglio. it/ sentenze. htm). www.marcotravaglio.it. URL consultato il 19-02-2007.
     [5] Processo Andreotti, la Sentenza (http:/ / www. diritto. net/ content/ view/ 709/ 8/ ). Il Foro Penale. URL consultato il 19-02-2007.
     [6] http:/ / www. iene. mediaset. it/ video/ video_1840. shtml
Pio La Torre                                                                                                                   23



    Pio La Torre
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                                                                                      Camera dei deputati

                                                       On. Pio La Torre




    Luogo nascita                                                Palermo

    Data nascita                                                 24 dicembre 1927

    Luogo morte                                                  Palermo

    Data morte                                                   30 aprile 1982

    Titolo di studio                                              Laurea in Scienze Politiche

    Professione                                                   Sindacalista

    Partito                                                      PCI

    Legislatura                                                  VI Legislatura
                                                                 VII Legislatura
                                                                 VIII Legislatura

    Gruppo                                                        Partito Comunista Italiano

    Circoscrizione                                               Palermo

    Regione                                                      Sicilia

                                                    Incarichi parlamentari
    Componente della V COMMISSIONE (BILANCIO E PARTECIPAZIONI STATALI) dal 25 maggio 1972 al 4 luglio 1976
    Componente della COMMISSIONE PARLAMENTARE PER L'ESERCIZIO DEI POTERI DI CONTROLLO SULLA
    PROGRAMMAZIONE E SULL'ATTUAZIONE DEGLI INTERVENTI ORDINARI E STRAORDINARI NEL MEZZOGIORNO
    dal 20 maggio 1976 al 4 luglio 1976
    Componente della COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUL FENOMENO DELLA MAFIA IN SICILIA dal 28
    luglio 1972 al 23 gennaio 1973 e dal 22 febbraio 1973 al 4 luglio 1976
    Componente della V COMMISSIONE (BILANCIO E PARTECIPAZIONI STATALI) dal 5 luglio 1976 al 24 gennaio 1977
    Componente della XI COMMISSIONE (AGRICOLTURA E FORESTE) dal 24 gennaio 1977 al 19 giugno 1979
    Componente della COMMISSIONE PARLAMENTARE PER L'ESERCIZIO DEI POTERI DI CONTROLLO SULLA
    PROGRAMMAZIONE E SULL'ATTUAZIONE DEGLI INTERVENTI ORDINARI E STRAORDINARI NEL MEZZOGIORNO
    dal 5 agosto 1976 al 23 marzo 1977
    Componente della VII COMMISSIONE (DIFESA) dal 20 settembre 1979 al 30 aprile 1982

    Componente della XI COMMISSIONE (AGRICOLTURE E FORESTE) dall'11 luglio 1979 al 20 settembre 1979

    Pio La Torre (Palermo, 24 dicembre 1927 – Palermo, 30 aprile 1982) è stato un politico italiano.
    Sin da giovane si impegnò nella lotta a favore dei braccianti, prima nella Confederterra, poi nella Cgil (come
    segretario regionale della Sicilia) e, infine, aderendo al Partito comunista italiano. Nel 1960 entrò nel Comitato
    centrale del PCI e, nel 1962 fu eletto segretario regionale. Nel 1969 si trasferì a Roma per dirigere prima la direzione
Pio La Torre                                                                                                                   24


    della Commissione agraria e poi di quella meridionale. Messosi in luce per le sue doti politiche, Enrico Berlinguer lo
    fece entrare nella Segreteria nazionale di Botteghe Oscure. Nel 1972 venne eletto deputato, e subito in Parlamento si
    occupa di agricoltura.[1] Propose una legge che introduceva il reato di associazione mafiosa (Legge Rognoni-La
    Torre [2] ) ed una norma che prevedeva la confisca dei beni ai mafiosi (scopo poi raggiunto dall'associazione Libera,
    che raccolse un milione di firme al fine di presentare una proposta di legge, che si concretizzò poi nella legge
    109/96).
    Nel 1981 decise di tornare in Sicilia per assumere la carica di segretario regionale del partito. Svolse la sua maggiore
    battaglia contro la costruzione della base missilistica NATO a Comiso che, secondo La Torre, rappresentava una
    minaccia per la pace nel Mar Mediterraneo e per la stessa Sicilia; per questo raccolse un milione di firme in calce ad
    una petizione al Governo. Ma le sue iniziative erano rivolte anche alla lotta contro la speculazione edilizia.
    La mattina del 30 aprile 1982, insieme a Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo in auto (una Fiat 132) la
    sede del partito. Alla macchina si affiancarono due moto di grossa cilindrata: alcuni uomini mascherati con il casco e
    armati di pistole e mitragliette spararono decine di colpi contro i due uomini. Pio La Torre morì all'istante mentre Di
    Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere.
    Poco dopo l'omicidio fu rivendicato dai Gruppi proletari organizzati. Dopo nove anni di indagini, nel 1991, i giudici
    del tribunale di Palermo chiusero l'istruttoria rinviando a giudizio nove boss mafiosi aderenti alla Cupola mafiosa di
    Cosa Nostra. Per quanto riguarda il movente si fecero varie ipotesi, ma nessuna di queste ottenne riscontri effettivi.
    Nel 1992, un mafioso pentito, Leonardo Messina, rivelò che Pio La Torre fu ucciso su ordine di Totò Riina, capo dei
    corleonesi, a causa della sua proposta di legge riguardante i patrimoni dei mafiosi.
    Il 30 aprile 2007 venne intitolato a Pio La Torre, dalla giunta di centrosinistra, il nuovo aeroporto di Comiso.
    Nell'agosto del 2008, la nuova giunta di centrodestra decide di togliere l'intitolazione a La Torre per tornare a quella
    precedente di "Generale Magliocco", un generale del periodo fascista distintosi nella guerra colonialista d'Etiopia [3]
    [4]
        .
    Il 10 maggio 2008, a Torino, è stato presentato il libro Pio La Torre - Una Storia Italiana di Giuseppe Bascietto e
    Claudio Camarca, con la prefazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Si tratta della prima
    biografia del politico autorizzata dalla famiglia La Torre.


    Collegamenti esterni
    • Raccolta di articoli su Pio La Torre [5]
    • Sito del Centro studi ed iniziative culturali Pio La Torre [6]
    • 27 anni dopo Pio La Torre [7]
    • PUNTATA LA STORIA SIAMO NOI "L'UOMO CHE INCASTRO' LA MAFIA - PIO LA TORRE" DI
      ALBERTO PUOTI [8]
    • The Gang: Duecento giorni a Palermo [9]
Pio La Torre                                                                                                                                                   25


    Note
    [1] Antonio Saltini, Intervista all'on. La Torre. PCI all'opposizione: quale politica agraria? Terra e vita, n. 30, 28 lug. 1979
    [2] Legge 13 dicembre 1982 n. 646 - Proposta di legge n. 1581, presentata il 31 marzo 1980
    [3] Scalo di Comiso, si torna al vecchio nome Cancellato La Torre. Veltroni: offensivo - Corriere della Sera (http:/ / www. corriere. it/ cronache/
        08_agosto_27/ comiso_nuova_intitolazione_b8c4a60a-7447-11dd-97d8-00144f02aabc. shtml)
    [4] Cancellazione e riscrittura della storia :: Il pane e le rose - classe capitale e partito (http:/ / www. pane-rose. it/ files/ index. php?c3:o12633)
    [5] http:/ / www. terrelibere. it/ counter. php?file=latorre1. htm& riga=96
    [6] http:/ / www. piolatorre. it/
    [7] http:/ / www. pane-rose. it/ files/ index. php?c3:o14920
    [8] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=702
    [9] http:/ / www. thegang. it/ testi/ testi%20duecento%20giorni%20a%20palermo. htm
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                                      Forze dell'ordine

Boris Giuliano




Boris Giuliano

Giorgio Boris Giuliano (Piazza Armerina, 22 ottobre 1930 – Palermo, 21 luglio 1979) è stato un poliziotto italiano,
investigatore della Polizia di Stato e capo della Squadra Mobile di Palermo.
Diresse le indagini con metodi innovativi e determinazione, facendo parte di una cerchia nei fatti isolata di
funzionari dello Stato che, a partire dalla fine degli anni settanta, iniziarono un'autentica lotta contro la mafia dopo
che, nella deludente stagione degli anni sessanta, troppi processi erano falliti per mancanza di prove.
Venne ucciso dal mafioso Leoluca Bagarella, che gli sparò sette colpi di pistola alle spalle.


Biografia

Le indagini sulla scomparsa di De Mauro
Brillante e determinato investigatore, Giuliano fu nominato capo della Squadra Mobile di Palermo al posto di Bruno
Contrada, suo amico fraterno poi accusato di collusione con la mafia. Delle molte vicende delle quali si è occupato,
quella intorno alla quale si imperniano tutti gli interrogativi sui motivi della sua uccisione è certamente la misteriosa
scomparsa del giornalista Mauro De Mauro.
Improvvisamente, infatti, nel 1970 il De Mauro scomparve nel nulla, e del caso furono interessati gli alti comandi
palermitani ed i migliori investigatori della Polizia (Boris Giuliano) e dei Carabinieri (Carlo Alberto Dalla Chiesa).
Giuliano interpretò l'indagine con molta partecipazione, ben deciso a portarla sino in fondo, incontrando sul suo
cammino molti e diversi percorsi, tanti articolati scenari e numerosi possibili moventi.
De Mauro aveva avuto un passato alquanto animato e viveva un presente non meno vispo: repubblichino in gioventù,
aderì alla Xª Flottiglia MAS e restò in ottimi rapporti col suo comandante, Junio Valerio Borghese; dopo essere stato
giornalista presso la testata dell'Eni, "Il Giorno", si interessò degli interventi di Enrico Mattei nella politica siciliana
Boris Giuliano                                                                                                                  27


    (con quella che è nota come "Operazione Milazzo") e, dopo essere stato assunto al quotidiano "L'Ora" (si è detto, per
    interessamento di Mattei) iniziò un'attività di cronista investigativo sulla mafia, quantunque slegata dalla linea
    editoriale e perciò per suo conto. Scomparve dopo aver promesso al regista Francesco Rosi, che stava realizzando un
    film sulla vita di Mattei, notizie importanti, tali da potergli far guadagnare, aveva detto alla figlia, una "laurea in
    giornalismo".
    Interessandosi all'Operazione Milazzo, De Mauro aveva sottolineato che l'intervento di Mattei aveva insediato un
    governo regionale che, alla prima occasione, con una legge speciale favorì in modo smaccato i potentissimi esattori
    Nino ed Ignazio Salvo, considerati vicini alla mafia che, sempre più certamente, si occupò poi di eliminare lo stesso
    Mattei. Forse De Mauro aveva documenti su questo coinvolgimento, quando promise a Rosi. O forse aveva indagato
    in altre direzioni, ad esempio sui traffici di droga o sulle connessioni fra la mafia ed il potere. Dulcis in fundo, De
    Mauro era scomparso, con una singolare coincidenza temporale, nel momento in cui il suo vecchio Comandante
    Borghese, in onore del quale aveva chiamato una figlia Junia e col quale comunque era rimasto in contatto, andava
    allestendo il noto tentativo di colpo di stato, il famoso "golpe dei forestali".
    Mentre i Carabinieri si indirizzavano su piste legate al traffico di droga, sul quale De Mauro poteva effettivamente
    aver avuto, ma soprattutto "cercato" informazioni, Giuliano, insieme ai magistrati, approfondì la pista dell'attentato a
    Mattei e finì con l'indagare l'ambiguo avvocato Vito Guarrasi, uno strano individuo che aveva preso parte in un ruolo
    mai chiarito anche all'armistizio di Cassibile. Il Guarrasi, che in vita sua fu indiziato di molte cose, ma mai nulla più
    che indiziato, pur non volendolo, diede a Giuliano ulteriori spunti che l'accorto investigatore avrebbe approfondito in
    seguito per altre indagini.


    Le indagini sulla droga
    Giuliano ebbe infatti ad occuparsi di droga, parallelamente a Dalla Chiesa, sebbene non in relazione al caso De
    Mauro, ed arrivò a scoprire il nascondiglio (vuoto) del latitante Leoluca Bagarella, in via Pecori Giraldi a Palermo,
    nel quale si trovava un ingente quantitativo di stupefacenti. Cercando di inseguirlo attraverso i flussi di denaro
    collegati al traffico, si imbatté in un libretto al portatore contenente qualche centinaio di milioni di lire, che
    apparteneva a Michele Sindona, il quale sotto falsa identità si trovava in quel periodo in Sicilia avendo inscenato un
    falso rapimento.
    Dopo essersi incontrato con Giorgio Ambrosoli, che stava per liquidare la banca di Sindona (e che fu anch'egli poi
    ucciso, solo una decina di giorni prima di lui), pare che Giuliano abbia cercato di organizzare un'apposita indagine
    sul banchiere.


    L'assassinio
    Nel 1979, Giuliano aveva dunque esperito indagini sulla mafia, sul traffico mafioso degli stupefacenti, sui rapporti
    fra mafia e politica, sul caso Mattei, sul caso De Mauro, su Sindona ed il suo falso rapimento, e forse ancora su altre
    vicende che a queste dovevano collegarsi.
    Il 21 luglio, mentre pagava il caffè che aveva preso in un bar di via Di Blasi, a Palermo, Leoluca Bagarella gli sparò,
    a distanza ravvicinata, sette colpi di pistola alle spalle, uccidendolo.
    Probabilmente dalla maggioranza degli osservatori, è stato posto in relazione l'assassinio del capitano dei Carabinieri
    Emanuele Basile, ucciso a Monreale pochi mesi dopo, alle indagini che stava svolgendo in ordine all'attentato di cui
    era stato vittima Giuliano. Ciò, va detto, contrasta con alcune risultanze processuali, o perlomeno con talune
    asserzioni incidentalmente considerate attendibili in procedimenti di altra materia, per le quali si vorrebbe che
    entrambi siano stati uccisi per aver indagato su alcuni piccoli esponenti della mafia rurale. Secondo la versione
    giudizialmente accreditata - par di desumere - nonostante Giuliano si sia occupato di alcuni fra i misteri più intricati
    e gravi della storia repubblicana, sarebbe morto per il fastidio arrecato ai piccoli capizona di Altofonte, paesino dei
    dintorni di Monreale.
Boris Giuliano                                                                                                                 28


    Secondo molti osservatori, con Giuliano si spense un grande talento investigativo, un onesto funzionario di polizia
    che nel suo ruolo fu una grande personalità delle istituzioni, il cui ricordo, come accade anche per altri suoi colleghi
    di analogo destino, non è adeguatamente onorato, ed anzi particolarmente lasciato all'oblio. Gli interrogativi sul reale
    movente del suo assassinio restano tuttora aperti, non considerandosi in genere altro che una coincidenza la sua
    perpetrazione ad opera di un mafioso da lui indagato. Né vi sono verità giudiziarie capaci di stabilirne senza
    alimentare dubbi.
    Pare assai probabile che Giuliano stesse per scoprire qualcosa di importante, ed è forse in quella scoperta ormai
    perduta che cadde per servizio.
    Successore di Boris Giuliano, come capo della squadra mobile, sarà Giuseppe Impallomeni (tessera P2 n. 2213),
    precedentemente allontanato dalla mobile di Firenze per un giro di tangenti, e inopinatamente, dal 309° posto della
    graduatoria dei vicequestori aggiunti, era passato al 13° posto, fatto che gli consente di prendere il comando della
    Mobile di Palermo. Questore del capoluogo palermitano diventa Giuseppe Nicolicchia, di cui verrà rinvenuta, tra le
    carte di Castiglion Fibocchi, la domanda di affiliazione alla Loggia di Gelli.


    Il proseguimento dell'opera di Boris Giuliano
    Il testimone di Boris Giuliano è stato raccolto dal figlio Alessandro, anch'egli funzionario della Polizia di Stato e
    valente investigatore, che nel 2001 ha scoperto ed arrestato il serial killer di Padova, Michele Profeta.


    Bibliografia su Boris Giuliano
    Daniele Billitteri, La Squadra dei giusti, Alberti, 2008
    • Saverio Lodato e Marco Travaglio, INTOCCABILI. Perché la mafia è al potere. Dai processi Andreotti, Dell'Utri
      & C. alla normalizzazione. Le verità occultate sui complici di Cosa Nostra nella politica e nello Stato.
      Introduzione di Paolo Sylos Labini., (BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 2005, ISBN 88-17-00537-1). I
      riferimenti a Boris Giuliano sono nelle pagine 41-42.
    • Saverio Lodato Trent'anni di Mafia, (BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 2006, ISBN 88-17-01136-3). I
      riferimenti a Boris Giuliano sono nelle pagine 10-17.
Lenin Mancuso                                                                                                                                29



    Lenin Mancuso
    Lenin Mancuso (Rota Greca, 6 novembre 1922 – Palermo, 25 settembre 1979) è stato un poliziotto italiano.
    Era il maresciallo [1] della Polizia assegnato alla scorta del giudice istruttore del Tribunale di Palermo Cesare
    Terranova.
    Insieme a lui venne assassinato in un agguato mafioso il 25 settembre 1979, pochissimo tempo dopo che il giudice
    aveva chiesto di essere nominato capo dell'ufficio istruzione di Palermo. Gli assassini sono rimasti ignoti.
    I condòmini dell'edificio sotto al quale fu ucciso (fra la via Rutelli e la via De Amicis) rifiutarono di consentire
    l'apposizione di una targa che ricordasse l'accaduto, comunque a Lenin Mancuso è stata dedicata una via a
    Palermo.[2]
    Il figlio Carmine è un uomo politico ed un senatore la cui linea politica è fortemente improntata alla lotta alla mafia.


    Collegamenti esterni
    Èla guerra alla mafia la nuova [[Resistenza [3]] da ANPIpatria]


    Note
    [1] Commemorazione del giudice Cesare Terranova e del maresciallo Mancuso: L'Auditorium della scuola piazzi dedicato alla loro memoria
        (http:/ / www. comune. palermo. it/ Comune/ Avvisi/ 1998/ Settembre/ 25_settembre_1998. htm)
    [2] Planimetria contenente la via (http:/ / www. unipa. it/ dct/ agap/ aree/ via_Lenin_Mancuso. pdf)
    [3] http:/ / www. anpi. it/ patria_2006/ 10/ 09-12_MARINO. pdf




    Emanuele Basile (carabiniere)
    Emanuele Basile (Taranto, 2 luglio 1949 – Monreale, 4 maggio 1980) è stato un carabiniere italiano, ucciso da Cosa
    Nostra mentre ritornava a casa con la moglie Silvana e con la figlia Barbara di quattro anni, dopo aver presenziato
    nel paese alla festa del Santissimo Crocifisso.
    Terzo di cinque figli, frequentò l'Accademia Militare di Modena. Prima di intraprendere la carriera militare, riuscì a
    superare il test di Medicina e a sostenere il difficile esame di Anatomia, ma i sentimenti di giustizia e legalità, valori
    fondamentali nella sua vita, ebbero il sopravvento sulla professione medica. Fu così che entrò nell'Arma dei
    Carabinieri. Prima di giungere a Monreale comandò le compagnie di altre città, tra cui quella di Sestri Levante (GE),
    e se la mafia non avesse interrotto la carriera del giovane carabiniere di 31 anni, la successiva destinazione sarebbe
    stata quella di San Benedetto del Tronto (AP). Precedentemente al suo assassinio, aveva condotto alcune indagini
    sull’uccisione di Boris Giuliano, durante le quali aveva scoperto l'esistenza di traffici di stupefacenti. Tuttavia,
    apprestandosi a lasciare Monreale, si era premurato di consegnare tutti i risultati a cui era pervenuto a Paolo
    Borsellino. La sera del 4 maggio 1980 mentre con la figlia piccola e alla moglie aspetta di assistere allo spettacolo
    pirotecnico della festa del Santissimo Crocefisso a Monreale, un killer mafioso gli spara alle spalle e poi fugge in
    auto atteso da due complici. Basile viene trasportato all'ospedale di Palermo dove i medici tenteranno di salvargli la
    vita con un delicato intervento chirurgico ma il carabiniere muore durante l'operazione lasciando nel dolore la moglie
    e lo stesso Paolo Borsellino che era corso in ospedale. Vincenzo Puccio, il suo assassino, verrà catturato dai
    carabinieri subito dopo l'omicidio ma verrà assolto tre anni dopo, creando sgomento e rabbia sia nei magistrati sia nei
    suoi colleghi. Tre anni dopo la sua morte, il 13 Giugno 1983, morirà ucciso il Capitano Mario D'Aleo sempre per
    mano di Cosa Nostra, D'Aleo aveva preso il posto di Basile come comandante della stazione dei carabinieri di
    Monreale.
Emanuele Basile (carabiniere)                                                                                                        30


    Onorificenze
                             Medaglia d'oro al valor civile

                             «Comandante di Compagnia distaccata, già distintosi in precedenti, rischiose operazioni di
                             servizio, si impegnava, pur consapevole dei pericoli cui si esponeva, in prolungate e difficili
    indagini, in ambiente caratterizzato da tradizionale omertà, che portavano alla individuazione e all'arresto di
    numerosi e pericolosi aderenti ad organizzazioni mafiose operanti anche a livello internazionale. Proditoriamente
    fatto segno a colpi d'arma da fuoco in un vile agguato tesogli da tre malfattori, immolava la sua giovane esistenza ai
    più nobili ideali di giustizia ed assoluta dedizione al dovere.»
    — Monreale (Palermo), 4 maggio 1980



    Carlo Alberto Dalla Chiesa




    Carlo Alberto Dalla Chiesa

    Carlo Alberto Dalla Chiesa (Saluzzo, 27 settembre 1920 – Palermo, 3 settembre 1982) fu un partigiano, generale e
    prefetto italiano.

    « [...] ci sono cose che non si fanno per coraggio. Si fanno per potere continuare a guardare serenamente negli occhi i propri
    figli e i figli dei propri figli. C’è troppa gente onesta, tanta gente qualunque, che ha fiducia in me. Non posso deluderla. »
    (Carlo Alberto Dalla Chiesa al figlio Nando)



    Gli inizi nell'Arma dei Carabinieri
    Figlio di un Carabiniere (il padre partecipò alle campagne del Prefetto Mori e nel 1955 sarebbe divenuto vice
    comandante generale dell'Arma), divenne ufficiale di complemento di fanteria nel 1942, e successivamente passò
    all'Arma dei Carabinieri (dove già prestava servizio il fratello Romolo [1] ) in servizio permanente effettivo e
    completò gli studi di giurisprudenza. Come primo incarico viene mandato a comandare la caserma di San Benedetto
    del Tronto, dove rimane circa un anno, sino alla caduta del fascismo [2] . A causa del suo rifiuto a collaborare nella
    caccia ai partigiani, viene inserito nella lista nera dai nazisti, ma riesce a fuggire prima che le SS riescano a catturarlo
    [3]
        .
    Dopo l'armistizio entrò nella Resistenza, operando in clandestinità nelle Marche, dove organizzò i gruppi per
    fronteggiare i tedeschi. Nel dicembre del 1943 entrò tra le linee nemiche con le truppe alleate ritovandosi in una zona
    d'Italia già liberata [4] .
Carlo Alberto Dalla Chiesa                                                                                                       31


    Dopo la guerra fu inviato a comandare una tenenza a Bari, dove riesce a conseguire 2 lauree; una in giurisprudenza e
    l'altra in scienze politiche [5] ( per quest'ultima segue i corsi di Laurea tenuti dall'allora docente Aldo Moro). A Bari
    conosce Dora Fabbro, la ragazza che nel 1945 diventerà sua moglie. Viene inviato a Roma per seguire gli alleati nel
    loro ingresso e per provvedere alla sicurezza della Presidenza del Consiglio dei ministri dell'Italia liberata.
    Arriva poi in Campania, avendo per prima destinazione Casoria (comando di Compagnia), dove erano in corso
    rilevanti operazioni nella lotta al banditismo. Durante la permanenza a Casoria, nasce la figlia Rita. Proprio in questa
    lotta si distinse e nel 1949 fu pertanto inviato in Sicilia [6] , dove entrò nella formazione delle Forze Repressione
    Banditismo agli ordini del Generale Ugo Luca, che oltre ad avere a che fare con criminali come il bandito Salvatore
    Giuliano, si occupava anche di arginare le tensioni separatistiche attizzate dall'EVIS e da altri agitatori, nonché delle
    relazioni fra queste due pericolose sacche di illegalità; nell'isola comandò il Gruppo Squadriglie di Corleone e svolse
    ruoli importanti e di grande delicatezza, meritando peraltro una Medaglia d'Argento al Valor Militare [7] .
    Nel novembre del 1949, nasce a Firenze il figlio, Nando Dalla Chiesa.
    Da Capitano, indagò sulla scomparsa (poi rivelatasi omicidio) del sindacalista Placido Rizzotto, scoprendone il
    cadavere che era stato abilmente occultato e giungendo ad indagare e incriminare l'allora emergente boss della mafia
    Luciano Liggio [8] . Il posto di Rizzotto sarebbe stato preso da Pio La Torre, che Dalla Chiesa conobbe in tale
    occasione e che in seguito fu anch'egli ucciso dalla mafia [9] .


    Gli incarichi a Milano e Roma
    Dopo il periodo in Sicilia, venne trasferito a Firenze prima, successivamente a Como e quindi presso il comando
    della Brigata di Roma.
    Nel 1964 passò al coordinamento del nucleo di polizia giudiziaria presso la Corte d'Appello di Milano, che poi
    unificò e diresse come nuovo gruppo.


    Il ritorno in Sicilia
    Dal 1966 al 1973 tornò in Sicilia con il grado di colonnello, al comando della legione carabinieri di Palermo. Iniziò
    particolari indagini per contrastare Cosa Nostra, che nel 1966 e 1967 sembra aver abbassato i toni dello scontro che
    si era verificato nei primi anni 60.
    Nel 1968 intervenne coi suoi reparti in soccorso delle popolazioni del Belice colpite dal sisma, riportandone una
    medaglia di bronzo al valor civile per la personale partecipazione "in prima linea" alle operazioni, oltre che la
    cittadinanza onoraria presso Gibellina e Montevago [10] .
    Nel 1969 riesplode in maniera evidente lo scontro interno tra le famiglie con la strage di Viale Lazio, nella quale
    perse la vita il boss Michele Cavataio. Dalla Chiesa intuì la situazione che andava configurandosi, con scontri
    violente per giungere al potere tra elementi mafiosi di una nuova generazione, pronti a lasciare sulla strada cadaveri
    eccellenti.
    Nel 1970 svolse indagini sulla misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, il quale poco prima aveva
    contattato il regista Francesco Rosi promettendogli materiale che lasciava intendere scottante sul caso Mattei [11] . Le
    indagini furono svolte con ampia collaborazione fra i Carabinieri e la Polizia, sotto la direzione di Boris Giuliano,
    anch'egli in seguito ucciso dalla mafia mentre iniziava ad intuire le connessioni tra Mafia e alta finanza. Nel 1971 si
    trova ad indagare sulla morte del procuratore Pietro Scaglione.
    Il metodo nuovo di Dalla Chiesa consiste nell'utilizzo di infiltrati, in grado di fornire elementi utili per creare una
    mappa del potere di Cosa Nostra, arrivando a conoscere non solo gli elementi di basso livello, ma anche gli
    intoccabili Boss.
    Il risultato di queste indagini fu il dossier dei 114, nel quale si fecero per la prima volta i nomi di Gerlando Alberti e
    Tommaso Buscetta come elementi centrali di molti fatti di sangue, oltre che quelli di Luciano Liggio e Michele
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    Greco. Gran parte dei nomi esposti nel dossier erano però sconosciuti all'opinione pubblica e alla magistratura. Come
    conseguenza del dossier, scattarono decine di arresti dei boss [12] , e per coloro i quali non sussisteva la possibilità
    dell'arresto scattò il confino. L'innovazione voluta però dal generale fu quella di non mandare i boss al confino nelle
    periferie delle grandi città del nord Italia, ma pretese che le destinazioni fossero le isole di Linosa, Asinara e
    Lampedusa [13] .


    In Piemonte, la lotta alle Brigate Rosse
    Nel 1973 fu promosso al grado di generale di brigata, nel 1974 divenne comandante della regione militare di
    nord-ovest, con giurisdizione su Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria [14] .
    Si trovò cosi a dover combattere il crescente numero di episodi di violenza portati avanti dalle Brigate Rosse, e al
    loro crescente radicarsi negli ambienti operai. Per fare ciò, utilizza i metodi che già aveva sperimentato in Sicilia,
    infiltrando alcuni uomini all'interno dei gruppi terroristici al fine di conoscere perfettamente gli schemi di potere del
    gruppo [15] [16] .
    Nell'aprile del 1974 viene rapito dalle Brigate Rosse il giudice genovese Mario Sossi, con il quale le Br volevano
    barattare la liberazione di 8 detenuti della banda 22 ottobre [17] .
    Ad Alessandria, una rivolta dei detenuti che avevano preso degli ostaggi viene stroncata dal procuratore generale di
    Torino, Carlo Reviglio Della Veneria e dal generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa che ordinano un
    attacco militare che si conclude con l’uccisione di due detenuti, di due secondini, del medico del carcere e di una
    assistente sociale.
    Dopo aver selezionato dieci ufficiali dell'arma, Dalla Chiesa creò nel maggio del 1974 una struttura antiterrorismo
    denominata Nucleo Speciale Antiterrorismo con base a Torino.
    Nel settembre del 1974 il Nucleo riuscì a catturare a Pinerolo Renato Curcio e Alberto Franceschini, esponenti di
    spicco e fondatori delle Brigate Rosse, grazie anche alla determinante collaborazione di Silvano Girotto, detto "frate
    mitra" [18] .
    Nel febbraio del 1975 Curcio riesce ad evadere dal carcere di Casale Monferrato, grazie ad un intervento dei
    compagni brigatisti capeggiati dalla moglie dello stesso Curcio, Margherita Cagol [19] .
    Sempre nel 1975, i Carabinieri intervennero nel rapimento di Vittorio Gancia, uccidendo nel conflitto a fuoco
    Margherita Cagol.
    Nel 1976 venne sciolto il Nucleo Antiterrorismo a seguito delle critiche ricevute per i metodi utilizzati
    nell'infiltrazione degli agenti tra i brigatisti e sulla tempistica dell'arresti di Curcio e Franceschini [20] .
    Nel 1977 fu nominato Coordinatore del Servizio di Sicurezza degli Istituti di Prevenzione e Pena, e passato generale
    di divisione, ottenne in seguito (9 agosto 1978) poteri speciali per diretta determinazione governativa e fu nominato
    Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo, sorta di reparto
    operativo speciale alle dirette dipendenze del ministro dell'interno Virginio Rognoni, creato con particolare
    riferimento alla lotta alle Brigate rosse ed alla ricerca degli assassini di Aldo Moro [21] .
    La concessione di poteri speciali a Dalla Chiesa fu veduta da taluni come pericolosa o impropria (le sinistre estreme
    la catalogarono come "atto di repressione").
    Dopo la morte di Aldo Moro, Dalla Chiesa decise di stringere il cerchio intorno ai vertici delle Brigate Rosse.
    Nel frattempo, nel febbraio del 1978, Dalla Chiesa aveva perso la moglie Dora, stroncata in casa a Torino da un
    infarto. Per il Generale fu un duro colpo che lo lasciò per qualche tempo nella disperazione, e lo costrinse
    successivamente a dedicarsi completamente alla lotta contro i brigatisti [22] [23] .
    In una perquisizione successiva a due arresti ( Lauro Azzolini e Nadia Mantovani) in via Monte Nevoso a Milano,
    vengono ritrovate alcune carte riguardanti Aldo Moro, tra cui un presunto memoriale dello stesso Moro [24] .
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    Nel 1979 viene trasferito nuovamente a Milano per comandare la prestigiosa Divisione Pastrengo sino al dicembre
    1981.
    Particolarmente importanti, furono i successi contro le Brigate Rosse ottenuti a seguito della sanguinosa irruzione di
    via Fracchia, e l'arresto di Patrizio Peci [25] (che con le sue rivelazioni contribuì a sconfiggere le Br [26] ) e Rocco
    Micaletto.
    Nel 1982 viene promosso Vice Comandante Generale dell'Arma, la massima carica per un Carabiniere [27] .


    Il ritorno in Sicilia per combattere Cosa Nostra
    Nel 1982 viene nominato prefetto di Palermo, nel tentativo di ottenere contro Cosa Nostra gli stessi risultati brillanti
    ottenuti contro le Brigate Rosse. Dalla Chiesa inizialmente si dimostrò perplesso da tale nomina, ma venne convinto
    dal ministro Virginio Rognoni, che gli promise poteri fuori dall'ordinario per contrastare la guerra tra le cosche che
    insanguinava l'isola.
    Il 12 luglio nella cappella del castello di Ivano Faceno, in provincia di Trento, sposò in seconde nozze Emanuela
    Setti Carraro.
    A Palermo, dove arrivò ufficialmente nel maggio del 1982, lamentò più volte la carenza di sostegno da parte dello
    stato (emblematica la sua amara frase: "Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di
    Forlì".
    In una intervista rilasciata a Giorgio Bocca, il Generale dichiarò ancora una volta la carenza di sostegno e di mezzi,
    necessari per la lotta alla mafia, che nei suoi piani doveva essere combattuta strada per strada, rendendo palese la
    massiccia presenza di forze dell'ordine alla criminalità [28] .
    Comincia ad ottenere i primi successi investigativi, con i carabinieri che irrompono durante un blitz e arrestano 10
    boss corleonesi, e successivamente scoprono e smantellano una raffineria di eroina.
    Nel giugno del 1982 riesce a sviluppare, come già aveva fatto in passato, una sorta di mappa dei boss della nuova
    Mafia, che chiama rapporto dei 162. Poi inizia una lunga serie di arresti, di indagini, anche in collaborazione con la
    Guardia di Finanza, che hanno come obbiettivo quello di appurare eventuali collusioni tra politica e Cosa Nostra [29]
    .
    Per la prima volta, con una telefonata fatta ai carabinieri di Palermo a fine agosto, Cosa Nostra sembrò annunciare
    l'attentato al Generale, dichiarando che dopo gli ultimi omicidi di mafia l'operazione Carlo Alberto è quasi conclusa,
    dico quasi conclusa [30] [31] .
Carlo Alberto Dalla Chiesa                                                                                                                        34


    La morte

                                 « Qui è morta la speranza dei palermitani onesti. »
                                                                                                                      [32]
                                 (Scritta affissa il giorno seguente in prossimità del luogo dell'attentato                  )

    Alle ore 21.15 del 3 settembre del 1982, la
    A112 bianca sulla quale viaggiava il
    prefetto, guidata dalla moglie Emanuela
    Setti Carraro, fu affiancata, in via Isidoro
    Carini, a Palermo, da una BMW dalla quale
    partirono alcune raffiche di Kalashnikov
    AK-47 che uccisero il prefetto e la giovane
    moglie [33] .

    Nello stesso momento l'auto con a bordo
    l'autista e agente di scorta, Domenico Russo,
    che seguiva la vettura del prefetto, veniva                             La scena dell'omicidio dei coniugi Dalla Chiesa il 3 settembre 1982
    affiancata da una motocicletta dalla quale
    partì un'altra raffica che uccise Russo.
    Per l'omicidio di Dalla Chiesa, della Setti Carraro e di Domenico Russo sono stati condannati all'ergastolo come
    mandanti i vertici Cosa Nostra, nelle persone di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò,
    Bernardo Brusca e Nenè Geraci [34] .
    Nel 2002, sono stati condannati in primo grado quali esecutori materiali dell'attentato, Vincenzo Galatolo e Antonino
    Madonia entrambi all'ergastolo, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci a 14 anni di reclusione ciascuno [35] [36]
    .


                                                                                   I Funerali e la reazione dell'opinione
                                                                                   pubblica
                                                                                   Il giorno dei suoi funerali, che si tennero in San
                                                                                   Domenico, una grande folla protestò contro le presenze
                                                                                   politiche accusandole di averlo lasciato solo. Vi furono
                                                                                   attimi di tensione tra la folla e le autorità, sottoposte a
                                                                                   lanci di monetine e insulti al limite dell'aggressione
                                                                                   fisica. Solo il Presidente della RepubblicaSandro
                                                                                   Pertini venne risparmiato dalla contestazione [37] .

                                                                                   La figlia Rita pretese che fossero immediatamente tolte
       I funerali di Dalla Chiesa. Riconoscibili in prima fila: il presidente
       della Repubblica Sandro Pertini e Giovanni Spadolini a quel tempo
                                                                                   di mezzo le corone di fiori inviate dalla Regione
                               ministro della difesa                               Siciliana, e volle che sul feretro del padre fossero
                                                                                   deposti il tricolore, la sciabola e il cappello della sua
    divisa da Generale [38] .
    Dell'omelia del cardinale Pappalardo, fecero il giro dei telegiornali le seguenti parole (citazione di un passo di Tito
    Livio), che furono liberatorie per la folla accorsa,[39] mentre causarono imbarazzo tra le file delle autorità (il figlio
    Nando le definisce "una frustata per tutti"):


    « Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici [..] e questa volta non è Sagunto, ma
            [40]
    Palermo       »
Carlo Alberto Dalla Chiesa                                                                                                          35



    Dalla Chiesa fu insignito di medaglia d'oro al valore civile alla memoria.
    Il 5 settembre al quotidiano La Sicilia arrivò un'altra telefonata anonima, che annunciò : "L'operazione Carlo Alberto
    è conclusa" [41] .


    Dalla Chiesa e il caso Moro
    Dopo il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, in seguito al ritrovamento di un borsello sopra un pulman, i
    carabinieri di Dalla Chiesa riuscirono ad individuare un covo delle Brigate appartenente alla colonna Walter Alasia,
    situato a Milano in Via Monte Nevoso. Ne scaturirono 9 arresti e una serie di perquisizioni, nella quale furono
    rinvenuti alcuni documenti riguardanti il rapimento di Moro ed un memoriale dello stesso [42] . Nel 1990, durante
    alcuni lavori, furono rinvenuti nell'appartamento di via Monte Nevoso, altri documenti riguardanti Moro nascosti in
    un doppio fondo di una parete.
    Seguirono alcune polemiche sulle circostanze in cui nel 1978 i carabinieri operarono l'inchiesta e condussero le
    perquisizioni.
    Il memoriale di Moro, sarebbe stato consegnato da Dalla Chiesa a Giulio Andreotti, a causa delle informazioni
    contenute al suo interno. Secondo la madre di Emanuela Setti Carraro, la figlia le avrebbe confidato che il Generale
    non consegnò tutte le carte rinvenute ad Andreotti, e che nelle stesse fossero indicati segreti estrememante gravi [43] .
    Il giornalista Mino Pecorelli, amico di Dalla Chiesa, che aveva dichiarato che di memoriali ne erano stati rinvenuti
    diversi, e che le rivelazioni contenute all'interno fossero collegate alle responsabilità politiche del sequestro Moro [44]
    , fu ucciso pochi giorni dopo aver dichiarato di voler pubblicare integralmente uno degli stessi sulla sua rivista Op
    [45]
         . Secondo la sorella del giornalista, Dalla Chiesa aveva incontrato Pecorelli pochi giorni prima che venisse
    ucciso, ed il Generale aveva confidato al giornalista alcune importanti informazioni sul caso Moro [46] ,
    consegnandoli documenti riguardanti il ruolo di Giulio Andreotti [47] [48] .
    Nel 2000 un consulente della Commissione Parlamentare d'inchiesta, affermò che a suo giudizio, i carabinieri
    avessero falsificato la realtà, omettendo di descrivere le modalità di ritrovamento del borsello, impiegando troppo
    tempo ad effettuare il blitz ( il borsello fu ritrovato a fine agosto, il blitz venne fatto ad ottobre ) e ipotizzando che la
    perdita del borsello da parte di Walter Azzolini non fosse stata casuale, ma un'azione che potrebbe far nascere
    sospetti sul suo reale ruolo in seno alle Brigate Rosse.
    Tali affermazioni hanno suscitato la reazione di Nando Dalla Chiesa e dei magistrati Pomarici e Spataro, in difesa
    dei carabinieri che condussero l'indagine, la cui unica lacuna fu non individuare il doppio fondo nel muro [49] .


    Onorificenze [50]
                             Medaglia d'oro al valor civile

                             «Già strenuo combattente, quale altissimo Ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, della
                            criminalità organizzata, assumeva anche l'incarico, come Prefetto della Repubblica, di
    respingere la sfida lanciata allo Stato Democratico dalle organizzazioni mafiose, costituenti una gravissima minaccia
    per il Paese. Barbaramente trucidato in un vile e proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sublimava con il
    proprio sacrificio una vita dedicata, con eccelso senso del dovere, al servizio delle Istituzioni, vittima dell'odio
    implacabile e della violenza di quanti voleva combattere.»
    — Palermo, 3 settembre 1982
                             Medaglia d'argento al Valor Militare
Carlo Alberto Dalla Chiesa                                                                                                    36


    «Durante nove mesi di lotta contro il banditismo in Sicilia cui partecipava volontario, dirigeva complesse indagini e
    capeggiava rischiosi servizi, riuscendo dopo lunga, intensa ed estenuante azione a scompaginare ed a debellare
    numerosi agguerriti nuclei di malfattori responsabili di gravissimi delitti. Successivamente, scovati i rifugi dei più
    pericolosi, col concorso di pochi dipendenti, riusciva con azione rischiosa e decisa a catturarne alcuni e ad ucciderne
    altri in violento conflitto a fuoco nel corso del quale offriva costante esempio di coraggio.»
    — Sicilia Occidentale, settembre 1949 - giugno 1950
                             Medaglia di bronzo al Valor Civile

                             «Comandante di Legione territoriale accorreva, in occasione di un disastroso movimento
                            sismico, nei centri maggiormente colpiti, prodigandosi per avviare, dirigere e coordinare le
    complesse e rischiose operazioni di soccorso alle popolazioni. Malgrado ulteriori scosse telluriche, persisteva nella
    propria infaticabile opera, offrendo nobile esempio di elevate virtù civiche e di attaccamento al dovere.»
    — Sicilia Occidentale, gennaio 1968
                             Grande ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana — 2 giugno 1980




                             Grande Ufficiale dell'Ordine Militare d'Italia — 17 maggio 1983




                             Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia




                             Croce al merito di guerra (2 volte)




                             Medaglia di benemerenza per i Volontari della Guerra 1940–43




                             Distintivo di Volontario della Libertà




                             Medaglia commemorativa della guerra 1940 – 43




                             Medaglia commemorativa della guerra 1943 – 45




                             Medaglia Mauriziana al merito di 10 lustri di carriera militare
Carlo Alberto Dalla Chiesa                                                                                                  37


                             Medaglia al merito di lungo comando nell'esercito (20 anni)




                             Croce d'oro per anzianità di servizio (40 anni)




                             Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta




                             Cavaliere dell'Ordine al Merito Melitense (classe militare)




                             Cavaliere dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme




                             Distintivo di Osservatore d'Aeroplano




                    Avanzamento per merito di guerra


                    Libri
                      • Il Generale Dalla Chiesa-La storia di un uomo amato dalla gente,odiato dalla mafia e morto per
       l'Italia. di Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos (1982)
    • Morte di un generale: l'assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, la mafia, la droga, il potere politico. di Pino
      Arlacchi - Mondadori (1982)
    • Delitto imperfetto: il generale, la mafia, la società italiana. di Nando Dalla Chiesa - Editori Riuniti (1984)
    • Storia dei Carabinieri: imprese, battaglie, uomini e protagonisti : i due secoli della benemerita al servizio della
      gente. di Francesco Grisi - Piemme (1996)
    • La strategia vincente del generale Dalla Chiesa contro le Brigate rosse e la mafia. di Gianremo Armeni -
      Edizioni Associate (2003)
Carlo Alberto Dalla Chiesa                                                                                                                                38


    Cinema
    • Cento giorni a Palermo, regia di Giuseppe Ferrara (1984)


    Televisione
    • Il generale Dalla Chiesa - miniserie tv trasmessa su Canale 5 (2007) [51]
    • Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa - La storia siamo noi trasmessa su Rai3


    Voci correlate
    •   Carabinieri
    •   Mafia
    •   Terrorismo
    •   Anni di piombo
    •   Strage di via Carini
    •   Irruzione di via Fracchia
    •   Nando Dalla Chiesa
    •   Rita Dalla Chiesa


    Altri progetti
    •       Wikiquote contiene citazioni di o su Carlo Alberto Dalla Chiesa


    Collegamenti esterni
    • Carlo Alberto dalla Chiesa sul sito dei Carabinieri [52]
    • La Storia Siamo Noi, puntata dedicata al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa [53], puntata integrale video, scheda
      e filmati
    • L'ultima intervista di Dalla Chiesa [54], rilasciata a Giorgio Bocca (10 agosto 1982).


    Note
    [1] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
    [2] Scheda Carlo Alberto Dalla Chiesa (http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Arma/ Curiosita/ Non+ tutti+ sanno+ che/ D/ 3+ D. htm) Dal sito
        dell'Arma dei carabinieri
    [3] Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982
    [4] Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982
    [5] Scheda Carlo Alberto Dalla Chiesa (http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Arma/ Curiosita/ Non+ tutti+ sanno+ che/ D/ 3+ D. htm) Dal sito
        dell'Arma dei carabinieri
    [6] «Io, Carlo Alberto Dalla Chiesa, e la lezione ignorata di mio nonno» (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2002/ settembre/ 02/
        Carlo_Alberto_Dalla_Chiesa_lezione_co_0_0209024905. shtml) Corriere della Sera - 2 settembre 2002
    [7] XX Anniversario della morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (http:/ / www. difesa. it/ Ministro/ Compiti+ e+ Attivita/ dettaglio+
        interventi. htm?DetailID=199) Ministero della Difesa
    [8] L'ANALISI LA FINE DI UN'ERA. (http:/ / archivio. lastampa. it/ LaStampaArchivio/ main/ History/ tmpl_viewObj. jsp?objid=1040685) La
        Stampa - 16 gennaio 1993
    [9] Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982
    [10] Scheda del Generale Dalla Chiesa (http:/ / www. ansa. it/ legalita/ static/ bio/ dallachiesa. shtml) Dal sito Ansa.it
    [11] Palermo ricorda il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a 25 anni dalla morte (http:/ / www. ilsole24ore. com/ art/ SoleOnLine4/ Attualita ed
        Esteri/ Attualita/ 2007/ 09/ dallachiesa-Palermo-ricorda. shtml?uuid=f8533f28-59fb-11dc-ae36-00000e25108c& DocRulesView=Libero)
    [12] XX Anniversario della morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (http:/ / www. difesa. it/ Ministro/ Compiti+ e+ Attivita/ dettaglio+
        interventi. htm?DetailID=199) Ministero della Difesa
    [13] Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982
Carlo Alberto Dalla Chiesa                                                                                                                                 39

    [14] XX Anniversario della morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (http:/ / www. difesa. it/ Ministro/ Compiti+ e+ Attivita/ dettaglio+
        interventi. htm?DetailID=199) Ministero della Difesa
    [15] quando uccisero dalla chiesa (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2008/ 10/ 24/ quando-uccisero-dalla-chiesa.
        html) La Repubblica - 24 ottobre 2008
    [16] Dalla Chiesa, nemico invisibile che mise in ginocchio le Br (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2002/ 09/ 03/
        dalla-chiesa-nemico-invisibile-che-mise-in. html) La Repubblica - 3 settembre 2002
    [17] 'Qui Radio Gap...' la banda 22 Ottobre, un romanzo criminale (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2008/ 09/ 13/
        qui-radio-gap-la-banda-22-ottobre. html) La Repubblica - 13 settembre 2008
    [18] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
    [19] 1976, finisce a Porta Ticinese la fuga del br Renato Curcio (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2008/ dicembre/ 03/
        1976_finisce_Porta_Ticinese_fuga_co_7_081203033. shtml) Corriere della Sera - 3 dicembre 2008
    [20] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
    [21] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
    [22] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
    [23] Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982
    [24] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
    [25] TORNA IN LIBERTA' PATRIZIO PECI IL CAPOSTIPITE DEI PENTITI BR (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/
        repubblica/ 1986/ 03/ 01/ torna-in-liberta-patrizio-peci-il-capostipite. html) La Repubblica - 1 marzo 1986
    [26] A caccia del "fantasma" Patrizio Peci il compagno che uccise le Brigate Rosse (http:/ / www. ilgiornale. it/ interni/
        a_caccia_fantasma_patrizio_peci_il_compagno_che_uccise_brigate_rosse/ 19-10-2008/ articolo-id=299145-page=0-comments=1) Il Giornale
        - 19 ottobre 2008
    [27] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
    [28] Intervista del Generale a Giorgio Bocca (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ cms/ upload/ 66. pdf) La Repubblica - 10 agosto 1982
    [29] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
    [30] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
    [31] Dalla Chiesa vent'anni dopo Palermo ricorda il generale (http:/ / www. repubblica. it/ online/ cronaca/ dallachiesa/ dallachiesa/ dallachiesa.
        html) La Repubblica - 2 settembre 2002
    [32] [[repubblica/1985/02/07/dalla-chiesa-rilancia-la-sfida-degli-onesti.html DALLA CHIESA RILANCIA LA 'SFIDA DEGLI ONESTI' (http:/ /
        ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ ) La Repubblica - 7 febbraio 1985
    [33] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
    [34] Delitto Dalla Chiesa: ottavo ergastolo a Riina (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 1995/ marzo/ 18/
        Delitto_Dalla_Chiesa_ottavo_ergastolo_co_0_95031816119. shtml) Corriere della Sera - 18 marzo 1995
    [35] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
    [36] Palermo, delitto Dalla Chiesa Due ergastoli dopo 20 anni (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2002/ marzo/ 23/
        Palermo_delitto_Dalla_Chiesa_Due_co_0_02032311291. shtml) Corriere della Sera - 23 marzo 2002
    [37] GEN. C.A. CARLO ALBERTO DALLA CHIESA - NOTA BIOGRAFICA (http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Arma/ Curiosita/ Non+
        tutti+ sanno+ che/ D/ 3+ D. htm) Sito dell'Arma dei Carabinieri
    [38] La Dalla Chiesa si confessa al nuovo "Sorrisi e Canzoni" (http:/ / www. lastampa. it/ redazione/ cmsSezioni/ spettacoli/ 200709articoli/
        25370girata. asp) La Stampa - 3 settembre 2007
    [39] Pappalardo, quel grido in cattedrale - l'Unità, 11 dicembre 2006
    [40] Palermo, è morto il cardinale Pappalardo simbolo della lotta contro la mafia (http:/ / www. repubblica. it/ 2006/ 12/ sezioni/ cronaca/
        morto-pappalardo/ morto-pappalardo/ morto-pappalardo. html) La Repubblica.it - 10 dicembre 2006
    [41] GEN. C.A. CARLO ALBERTO DALLA CHIESA - NOTA BIOGRAFICA (http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Arma/ Curiosita/ Non+
        tutti+ sanno+ che/ D/ 3+ D. htm) Sito dell'Arma dei Carabinieri
    [42] "Caso Moro, troppe falsità Dalla Chiesa non fu sleale" (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2000/ marzo/ 16/
        Caso_Moro_troppe_falsita_Dalla_co_0_0003169148. shtml) Corriere della Sera - 16 marzo 2000
    [43] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata.
        aspx?id=367)
Carlo Alberto Dalla Chiesa                                                                                                                                  40

    [44] intreccio Pecorelli Moro, gia' da un anno s' indaga (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 1993/ aprile/ 15/
        intreccio_Pecorelli_Moro_gia_anno_co_0_930415968. shtml) Corriere della Sera - 15 aprile 1993
    [45] I giudici:"Il delitto Pecorelli nell'interesse di Andreotti" (http:/ / www. repubblica. it/ online/ politica/ propeco/ motivazioni/ motivazioni.
        html?ref=search) La Repubblica - 13 febbraio 2003
    [46] ' E ANDREOTTI DISSE: FERMATE PECORELLI' (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 1993/ 06/ 11/
        andreotti-disse-fermate-pecorelli. html) La Repubblica - 11 giugno 1993
    [47] Processo Pecorelli. Il pg di Cassazione: contro Andreotti solo congetture senza prove. Il senatore va assolto (http:/ / www. rainews24. rai. it/
        it/ news. php?newsid=42857) RaiNews24.it
    [48] PECORELLI, VIA AL PROCESSO ANDREOTTI: ' IO CI SARO' (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 1996/
        04/ 11/ pecorelli-via-al-processo-andreotti-io. html) La Repubblica - 11 aprile 1996
    [49] "Caso Moro, troppe falsità Dalla Chiesa non fu sleale" (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2000/ marzo/ 16/
        Caso_Moro_troppe_falsita_Dalla_co_0_0003169148. shtml) Corriere della Sera - 16 marzo 2000
    [50] foto dove sono visibili le onorificenze (http:/ / img222. imageshack. us/ img222/ 2886/ gen0717ak1. jpg)
    [51] «Dalla Chiesa abbandonato nella battaglia» (http:/ / ricerca. gelocal. it/ ilcentro/ archivio/ ilcentro/ 2007/ 09/ 10/ CT2PO_CT209. html) Il
        Centro - 10 settembre 2007
    [52] http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Arma/ Curiosita/ Non+ tutti+ sanno+ che/ D/ 3+ D. htm
    [53] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367
    [54] http:/ / www. wuz. it/ articolo/ 704/ intervista-bocca-dalla-chiesa. html




    Mario D'Aleo
    Mario D'Aleo (Roma, 1954 – Palermo, 13 giugno 1983) è stato un carabiniere italiano.[1]


    Biografia
    Capitano dei carabinieri, insieme ad altri 2 colleghi, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici, venne ucciso da Cosa
    Nostra [2] in un attentato a Palermo il 13 giugno 1983 in via Cristoforo Scobar, da un commando composto da tre
    persone che colpirono i militari mentre si trovavano a bordo dello loro auto di servizio [3] .
    D'Aleo aveva preso il posto di Emanuele Basile, anch'esso ucciso in un agguato di Mafia.
    Dopo la sua morte gli è stata conferita la Medaglia d'oro al valor civile [4]


    Voci correlate
    • Cosa Nostra
    • Totò Riina


    Collegamenti esterni
    • sentenza del tribunale di Palermo [5]


    Note
    [1] Dal sito chieracostui.com (http:/ / www. chieracostui. com/ costui/ docs/ search/ schedaoltre. asp?ID=3187)
    [2] Da La Repubblica del 12-06-1984 (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 1984/ 12/ 06/ delitto-aleo-23-incriminati.
        html)
    [3] Da La Repubblica del 13-06-2008 (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2008/ 06/ 13/
        il-valore-eroismo-del-capitano. html)
    [4] Dal sito Carabinieri.it (http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Editoria/ Rassegna+ Arma/ 2008/ 3/ Vita+ della+ Scuola/ 06_Vita+ della+
        Scuola. htm)
    [5] http:/ / www. giuseppebommarito. it/ wp-content/ stralcio_sentenza_daleo_bommarito_-morici. pdf
Giuseppe Montana                                                                                                              41



    Giuseppe Montana
    Giuseppe Montana, meglio conosciuto come Beppe Montana (Agrigento, 1951 – Palermo, 28 luglio 1985), è stato
    un poliziotto italiano commissario della squadra mobile di Palermo ucciso dalla mafia.


    Biografia
    Dal giorno della sua uccisione iniziò un'estate che vide la città di Palermo immersa nel sangue delle vittime della
    mafia: in soli dieci giorni vennero assassinati tre investigatori della squadra mobile di Palermo, particolarmente
    esposta proprio perché molto efficiente.
    Nato ad Aquila nel 1951, si trasferì poi a Catania dove crebbe. Ottenne la laurea in Giurisprudenza e
    successivamente vinse il concorso per entrare nella Polizia.
    Entrò a far parte della squadra mobile di Palermo e, nell'estate del 1985, il giorno prima di entrare in ferie, venne
    ucciso a colpi di pistola da un killer mentre era con la fidanzata nei pressi del porto dove era sito il suo motoscafo.
    Importante la sua collaborazione con il giudice Rocco Chinnici non solo nella "sfida" con Cosa Nostra, ma anche per
    il contributo all'educazione dei giovani (era dirigente del Sap ed era stato l'ideatore ed il principale animatore del
    comitato in memoria di Calogero Zucchetto), in materia di legalità.



    Antonino Cassarà




    Antonino Cassarà

    Antonino Cassarà, detto Ninni (Palermo, 1948 – Palermo, 6 agosto 1985), è stato un agente di Polizia italiano,
    vittima della mafia.
Antonino Cassarà                                                                                                                 42


    Biografia
    Fu un Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato in forza presso la questura di Palermo e il vice dirigente della
    squadra mobile. Fu ucciso dalla mafia nel 1985, all'età di 37 anni.
    Nel 1982 andava in giro per Palermo insieme all'agente Calogero Zucchetto per indagare sui clan di Cosa nostra. In
    quest'occasione lui e Zucchetto riconobbero i due killer latitanti Pino Greco e Mario Prestifilippo ma non riuscirono
    ad arrestarli perché scapparono. Tra le numerose operazioni cui prese parte, molte delle quali insieme al commissario
    Giuseppe Montana, la nota operazione "Pizza Connection", in collaborazione con forze di polizia degli Stati Uniti.
    Cassarà fu uno stretto collaboratore di Giovanni Falcone e del c.d. "pool antimafia" della procura di Palermo e le sue
    indagini contribuirono all'istruzione del primo maxiprocesso alle cosche mafiose. Era sposato e padre di tre figli.


    L'assassinio
    Il 6 agosto 1985, rientrando dalla questura nella sua abitazione a via Croce Rossa (al civico 41) a Palermo a bordo di
    un'Alfetta e scortato da 2 agenti, scese dall'auto per arrivare al portone della sua abitazione quando un gruppo di
    nove uomini armati di fucile AK-47, appostati sulle finestre e sui piani dell'edificio in costruzione di fronte alla sua
    palazzina (al civico 77), sparò sull'Alfetta. L'agente Roberto Antiochia, che era uscito dall'auto per aprire lo sportello
    a Cassarà, venne violentemente colpito dagli spari e morì, e Natale Mondo restò illeso (ma sarebbe stato ucciso
    anch'egli il 14 gennaio 1988). Cassarà, che era stato colpito dai killer quasi contemporaneamente ad Antiochia, spirò
    sulle scale di casa tra le braccia della moglie Laura, accorsa in lacrime dopo aver visto l'accaduto insieme alla figlia
    dal balcone della sua abitazione.
    Il 17 febbraio 1995, la terza sezione della Corte d'Assise di Palermo ha condannato all'ergastolo cinque componenti
    della Cupola mafiosa (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Bernardo Brusca e Francesco Madonia)
    come mandanti del delitto.


    Onorificenze
                            Medaglia d'oro al valor civile

                            «Con la piena consapevolezza dei pericoli cui si esponeva, nella lotta contro la feroce
                             organizzazione mafiosa, ispirava, conduceva e sviluppava in prima persona e con eccezionale
    capacità investigativa una serie di delicate operazioni di polizia giudiziaria che portavano all'identificazione e
    all'arresto di numerosi fuorilegge. In un proditorio agguato teso davanti alla propria abitazione, veniva colpito da
    assassini armati di fucili mitragliatori, trovando tragica morte. Alto esempio di attaccamento al dovere spinto fino
    all'estremo sacrificio della vita.»
    — Palermo, 6 agosto 1985
Antonino Agostino                                                                                                               43



    Antonino Agostino
    Antonino Agostino , chiamato da tutti Nino, (1960 – Villagrazia di Carini, 5 agosto 1989) è stato un poliziotto
    italiano.


    Il delitto
    Il 5 agosto 1989 Antonino Agostino, agente PS alla questura di Palermo, era a Villagrazia di Carini con la moglie Ida
    Castelluccio, sposata appena un mese prima. La sua consorte era incinta di cinque mesi di una bambina. Mentre
    entravano nella villa di famiglia per festeggiare il compleanno della sorella di lui, un gruppo di sicari in motocicletta
    arrivarono all'improvviso e cominciarono a sparare sui due. Agostino venne colpito varie volte dagli spari mentre la
    Castelluccio venne raggiunta da un solo colpo e cominciò a strisciare per terra per avvicinarsi al marito morente. I
    genitori di Agostino, uditi gli spari, andarono a soccorrere il figlio e la nuora ma non c'era più niente da fare: erano
    morti. Quel giorno, Agostino non portava armi addosso.


    I misteri intorno all'omicidio
    La notte della morte di Antonino Agostino e della moglie, alcuni ignoti "uomini dello Stato" riuscirono ad entrare
    nell'abitazione dei defunti e fecero sparire degli appunti che riguardavano delle importanti indagini che stava
    conducendo Agostino. Ai funerali di Antonino Agostino e Ida Castelluccio, tenutisi il 10 agosto 1989, erano presenti
    i giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo stesso Falcone disse ad un amico commissario, pure
    presente al funerale:

                                             « Io a quel ragazzo gli devo la vita. »
    Antonino Agostino stava indagando sul fallito attentato dell'Addaura: il 21 giugno 1989 alcuni agenti di scorta
    trovarono su una spiaggia dell'Addaura un borsone contenente cinquantotto candelotti di tritolo. In quella stessa
    spiaggia si trovava la villa di Giovanni Falcone, obiettivo del fallito attentato. Sicuramente Agostino aveva scoperto
    qualcosa di importante su quel borsone-bomba dell'Addaura e per questo è stato eliminato. Attualmente i mandanti e
    gli esecutori dell'omicidio di Agostino e della Castelluccio sono ignoti. Vincenzo Agostino, il padre di Antonino, ha
    giurato di non tagliarsi più la barba finché non verrà scoperta la verità sulla morte del figlio e della nuora.


    Bibliografia
    • Carlo Lucarelli. Antonino Agostino ed Emanuele Piazza in Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu Notte. Torino,
      Einaudi, 2004. pp. 134-150. ISBN 8806176405.


    Voci correlate
    • Vittime di Cosa Nostra
44




                                                Magistrati

Pietro Scaglione (magistrato)
Pietro Scaglione (Palermo, 2 marzo 1906 – Palermo, 5 maggio 1971) è stato un magistrato italiano.
Fu assassinato in via dei Cipressi a Palermo il 5 maggio 1971 mentre era a bordo di una Fiat 1300 nera insieme al
suo autista Antonio Lo Russo. Scaglione era stato da poco destinato a Procuratore Generale di Lecce. L'assassinio
del procuratore della repubblica di Palermo, Pietro Scaglione, 65 anni, si può considerare il primo omicidio
eccellente compiuto in Sicilia dopo quello di Emanuele Notabartolo del 1893. Il magistrato era uscito dal cimitero
dove era andato a pregare sulla tomba della moglie Concettina Abate. Furono usate le classiche tecniche di
delegittimazione dell'ucciso: cioè che fosse colluso, che insabbiasse le inchieste , invece era vero tutto il contrario.
Fu Tommaso Buscetta a chiarire le motivazioni dell'omicidio (Leonardo Vitale, primo pentito di mafia non fu mai
creduto). Colui che decise l'omicidio fu Luciano Liggio che eseguì l'omicidio insieme a Totò Riina. Il potere mafioso
era passato in mano al gruppo dei corleonesi.


La testimonianza di Piero Grasso
Nel libro la Mafia Invisibile, il superprocuratore antimafia Piero Grasso (intervistato da Saverio Lodato) si occupa
ampiamente dell'omicidio Scaglione.
Grasso racconta:

« Ero appena entrato in magistratura. Appresi la notizia mentre ero pretore a Barrafranca, in provincia di Enna.
L’impressione e lo sgomento tra i colleghi fu enorme. Era il primo magistrato siciliano a cadere sotto il piombo dei mafiosi.
Erano altri tempi. Ricordo che un giornale nazionale, se non erro il "Giorno" di Milano, titolò. "Sangue sulla toga". Ricordo
le prime campagne di delegittimazione sulla figura del magistrato. Ricordo che circolarono certe voci per gettare ombre sulla
sua attività: calunnie poi categoricamente smentite dalle indagini successive. Scaglione aveva sempre tenuto un
atteggiamento coerente e rigoroso nei confronti di una criminalità che allora era ancora difficilmente decifrabile come
mafiosa. Ovviamente, trattandosi della morte di un magistrato, indagò un’altra autorità giudiziaria Genova. Posso solo dire
che, all’epoca di quel delitto, Cosa Nostra era governata da quel triumvirato di cui faceva parte anche Luciano Liggio.
Parecchie fonti hanno confermato che quell’esecuzione fu decisa ed eseguita personalmente da Luciano Liggio per un suo
astio personale. Scaglione propose Liggio per il soggiorno obbligato, ma il boss riuscì a scappare in tempo da una clinica di
Roma dove era ricoverato, rendendosi latitante. Il procuratore a quel punto riuscì a spedire al confino, sia pure per
brevissimo tempo, una delle sorelle del boss. La sorella nubile che non era mai uscita da Corleone in vita sua... Liggio
ebbe buon gioco a dipingere il suo nemico come un persecutore che, non potendo colpire lui, si era accanito contro una
giovane donna innocente. La mattina dell’agguato, come ogni giorno, Scaglione si recava al cimitero dei Cappuccini nel
centro della vecchia Palermo, per deporre un mazzo di fiori sulla tomba della moglie, accompagnato da Lo Russo, un agente
di custodia. L’auto dei killer tagliò loro la strada. La guidava Pino Greco "Scarpuzzedda", della famiglia di Santa Maria di
Gesù. A bordo c’era anche un uomo d’onore di Porta Nuova, territorio in cui veniva commesso il delitto. E secondo
tantissime ricostruzioni, anche Luciano Liggio che avrebbe addirittura sparato a Scaglione. Liggio, dal canto suo, fin quando
rimase in vita, si difese dicendo che la tubercolosi ossea non gli avrebbe permesso una simile performance. Ma le malattie
dei mafiosi molto spesso sono un alibi »

(in Lodato-Grasso, La mafia invisibile. La nuova strategia di Cosa Nostra. Milano, Mondadori 2001, p. 91 ss.).
Cesare Terranova                                                                                                              45



    Cesare Terranova
    Cesare Terranova (Palermo, 15 agosto 1921 – Palermo, 25 settembre 1979) è stato un magistrato e parlamentare
    italiano.
    Magistrato italiano, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, era già stato procuratore d'accusa al
    processo contro la mafia corleonese tenutosi nel 1969 a Bari, ove però quasi tutti gli imputati furono assolti. Fu
    procuratore della Repubblica a Marsala fino al 1973 dove si occupò del "mostro" Michele Vinci. Si distinse per aver
    processato e condannato all'ergastolo, nel 1974, la "Primula rossa" di Corleone, Luciano Liggio (già assolto al
    processo di Bari).
    Fu deputato alla Camera, nella lista del PCI, come indipendente di sinistra, dal 1976 al 1979, e fu membro della
    Commissione parlamentare Antimafia. Dopo l'esperienza parlamentare, tornò in magistratura per essere nominato
    capo dell'Ufficio Istruzione di Palermo.


    L'assassinio
    Il 25 settembre del 1979 verso le ore 8,30 del mattino, una Fiat 131 di scorta arrivò sotto casa del giudice a Palermo
    per portarlo a lavoro. Cesare Terranova si mise alla guida della vettura mentre accanto a lui sedeva il maresciallo di
    Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, l'unico uomo della sua scorta che lo seguiva da vent'anni come un angelo
    custode. L'auto imboccò una strada secondaria trovandola inaspettatamente chiusa da una transenna di lavori in
    corso. Il giudice Terranova non fece in tempo a intuire il pericolo. In quell'istante da un angolo sbucarono alcuni
    killer che aprirono ripetutamente il fuoco con una carabina Winchester e delle pistole contro la Fiat 131. Cesare
    Terranova istintivamente ingranò la retromarcia nel disperato tentativo di sottrarsi a quella tempesta di piombo
    mentre il maresciallo Mancuso, in un estremo tentativo di reazione, impugnò la Beretta di ordinanza per cercare di
    sparare contro i sicari, ma entrambi furono raggiunti dai proiettili in varie parti del corpo. Al giudice Terranova i
    killer riservarono anche il colpo di grazia, sparandogli a bruciapelo alla nuca. La sua fedele guardia del corpo, Lenin
    Mancuso, morì poche ore dopo di agonia in ospedale.


    Voci correlate
    •   Piersanti Mattarella
    •   Paolo Borsellino
    •   Lenin Mancuso
    •   Carmine Mancuso
Gaetano Costa                                                                                                                      46



    Gaetano Costa




    Gaetano Costa

    Gaetano Costa (Caltanissetta, 1916 – Palermo, 6 agosto 1980) è stato un magistrato italiano ucciso dalla mafia.
    Procuratore Capo di Palermo all'inizio degli anni ottanta. Fu assassinato dalla mafia la mattina del 6 agosto 1980,
    mentre sfogliava dei libri su una bancarella, sita in un marciapiede di via Cavour a Palermo, a due passi da casa sua,
    freddato da tre colpi di pistola sparatigli alle spalle da due killer in moto. Causa di quella spietata esecuzione, il fatto
    che egli avesse firmato personalmente dei mandati di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola ed alcuni dei
    suoi uomini che altri suoi colleghi si erano rifiutato di firmare. Il delitto venne sicuramente ordinato dal clan mafioso
    capeggiato da Salvatore Inzerillo.
Giangiacomo Ciaccio Montalto                                                                                                     47



    Giangiacomo Ciaccio Montalto
    Giangiacomo Ciaccio Montalto (Milano, 20 ottobre 1941 – Valderice, 25 gennaio 1983) è stato un magistrato
    italiano, ucciso dalla mafia.


    Biografia
    In Magistratura dal 1970, era Sostituto procuratore della Repubblica di Trapani, dove era arrivato nel 1971.
    Negli anni '70 era stato pubblico ministero nel processo contro Michele Vinci, il cosiddetto "mostro di Marsala", che
    aveva rapito, gettato in un pozzo e lasciato morire, tre bambine, tra cui una nipote.
    Aveva svolto le indagini sui clan trapanesi dediti al traffico di droga, al commercio di armi, alla sofisticazione di
    vini, alle frodi comunitarie e agli appalti per la ricostruzione del Belice, e sui collegamenti tra mafia trapanese e Cosa
    nostra americana.
    Fu ucciso mentre rientrava a casa a Valderice, privo di scorta e di auto blindata, nonostante le minacce ricevute.
    Aveva quarant’anni e lasciava la moglie e tre figlie. Entro poche settimane, si sarebbe dovuto trasferire, su sua
    richiesta, in Toscana. Dell'omicidio fu accusato il boss trapanese Totò Minore, che all'epoca risultava latitante, che
    però, e si accertò solo nel 1998, era stato eliminato l'anno prima dai corleonesi. La mafia ritenne che in Toscana, il
    magistrato che bene conosceva uomini e cose di Cosa nostra, potesse interferire con gli interessi che in quella
    regione stava sviluppando il fratello di Totò Riina.


    Bibliografia
    • Carlo Lucarelli, Trapani, coppole e colletti bianchi in Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste, 1a
      ed. Einaudi, 2008. pp. 332-395 ISBN 978-88-06-19502-1


    Voci correlate
    • Vittime di Cosa Nostra
    • Carlo Palermo
Bruno Caccia                                                                                                                     48



    Bruno Caccia
    Bruno Caccia (Cuneo, 16 novembre 1917 – Torino, 26 giugno 1983) è stato un magistrato italiano, vittima della
    'Ndrangheta.


    L'attività da magistrato
    Iniziò la sua carriera in magistratura nel 1941 nel Palazzo di giustizia torinese. Nel capoluogo piemontese ci rimase
    sino al 1964 ricoprendo la carica di Sostituto Procuratore, per poi passare ad Aosta come Procuratore della
    Repubblica. Nel 1967 Caccia ritornò nelle aule torinesi con l’incarico di sostituto Procuratore della Repubblica.
    Nominato nel 1980 Procuratore della Repubblica di Torino, si occupò di indagare sulle violenze ed i pestaggi che
    all'epoca puntualmente si verificavano in occasione di ogni sciopero. Come ricorda l'allora suo collega Marcello
    Maddalena: "Fu, nel settore, il primo segno di presenza dello Stato dopo anni di non indolore assenza".
    Successivamente, avviò delle indagini sui terroristi delle Brigate Rosse e sui traffici della 'Ndrangheta in Piemonte,
    indagini che furono così incisive da condannarlo a morte.


    La morte
    Il 26 giugno 1983, Bruno Caccia si recò fuori città e tornò a Torino soltanto nella sera. Essendo una domenica,
    decise di lasciare a riposo la propria scorta, decisione che facilitò il compito ai sicari 'ndranghetisti. Verso le 23,30,
    mentre portava da solo a passeggio il proprio cane, Bruno Caccia venne affiancato da una macchina con due uomini
    a bordo. Questi, senza scendere dall'auto, spararono 14 colpi e, per essere certi della morte del magistrato, lo finirono
    con 3 colpi di grazia.


    Le indagini
    Sui mandanti dell'omicidio, subito le indagini presero la via delle Brigate Rosse: erano gli anni di piombo e per di
    più le indagini di Bruno Caccia riguardavano in presa diretta molti brigatisti. Il giorno seguente, le Brigate Rosse
    rivendicarono l'omicidio, ma presto si scoprì che la rivendicazione risultava essere falsa. Inoltre nessuno dei
    brigatisti in carcere rivelò che fosse mai stato pianificato l'omicidio del magistrato cuneese. Le indagini puntarono
    allora l'attenzione sui neofascisti del NAR, ma anche questa pista si rivelò ben presto infondata. L'imbeccata giusta
    arrivò da un mafioso in galera, Francesco Miano, boss della cosca catanese che si era insediata a Torino. Grazie
    all'intermediazione dei servizi segreti, Miano decise di collaborare per risolvere il caso e raccolse le confidenze
    dell'ndranghetista Domenico Belfiore, uno dei capi dell'ndrangheta a Torino e anch'egli in galera. Belfiore ammise
    che era stata l'ndrangheta ad uccidere Bruno Caccia e il motivo principale fu che "con il procuratore Caccia non ci si
    poteva parlare", come disse lo stesso Belfiore. In aggiunta, va detto che l'ndrangheta ha da sempre controllato, in
    Piemonte, molti ristoranti, imprese edili, bar e addirittura era arrivata a mettere le mani sul bar del Palazzo di
    Giustizia dove Bruno Caccia lavorava. Le indagini del magistrato cuneese si rivelarono troppo incisive e troppo
    dannose per la sopravvivenza dell'ndrangheta in Piemonte, tanto da spingere i Belfiore a ordinare l'uccisione del
    magistrato.
    Come mandante dell'omicidio, nel 1993 Domenico Belfiore venne condannato all'ergastolo.
    La memoria di Bruno Caccia, al pari di quella di Antonino Scopelliti, è stata largamente e vergognosamente
    abbandonata, specialmente nella terra dove egli nacque e morì tragicamente. In pochi infatti ricordano tutt'oggi il suo
    sacrificio e questo a causa della poca sensibilità che il nord ha riservato al tema della mafia. Nonostante di recente la
    magistratura di Torino abbia avviato delle indagini su presunte infiltrazioni 'ndranghetiste in diverse amministrazioni
    pubbliche, la lotta all'ndrangheta in Piemonte da parte dei cittadini è ancora lontana dal suo nascere.
Bruno Caccia                                                                                                                             49


    La memoria
    A Bruno Caccia sono stati intitolati il Palazzo di Giustizia di Torino "Bruno Caccia" nonché un cascinale a San
    Sebastiano da Po(TO), Cascina Bruno e Carla Caccia, quest'ultimo sequestrato proprio alla famiglia Belfiore, più
    precisamente a Salvatore Belfiore, fratello di Domenico, grazie alla legge 109/96.
    È stato inoltre dedicato da Giulio Cavalli un monologo, intitolato "Il sorriso di Bruno Caccia",un "testo scritto e
    recitato per"[1] l'evento di chiusura del festival "Libera Quanto Basta Per", svoltosi proprio a Cascina Caccia ed
    eseguito il 17 Maggio 2009.


    Voci correlate
    •     Vittime della mafia
    •     Vittime della 'Ndrangheta
    •     Ammazzateci tutti
    •     Libera


    Collegamenti esterni
    • Blu Notte "La mafia al nord" [2]
    •     La Storia siamo Noi "Il caso Bruno Caccia" [3]
    •     Giulio Cavalli "Il sorriso di Bruno Caccia" (Testo) [4]
    •     Giulio Cavalli "Il sorriso di Bruno Caccia" (Video) [5]
    •     Cascina Bruno e Carla Caccia [6]


    Note
    [1]   Giulio Cavalli "Il sorriso di Bruno Caccia" (Testo) (http:/ / www. giuliocavalli. net/ diario/ 2009/ 05/ 25/ bruno-caccia/ )
    [2]   http:/ / www. blunotte. rai. it/ category/ 0,1067207,1067065-1079704,00. html
    [3]   http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=668
    [4]   http:/ / www. giuliocavalli. net/ diario/ 2009/ 05/ 25/ bruno-caccia/
    [5]   http:/ / www. youtube. com/ watch?v=Iono-0fKQkE
    [6]   http:/ / cascinacaccia. liberapiemonte. it/
Rocco Chinnici                                                                                                                50



    Rocco Chinnici
    Rocco Chinnici (Misilmeri, 19 gennaio 1925 – Palermo, 29 luglio 1983) è stato un magistrato italiano, assassinato
    dalla mafia
    .


    Biografia
    Dopo la maturità conseguita nel 1943 presso il Liceo Classico "Umberto" a Palermo, si
    è iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, si è laureato il 10 luglio 1947.
    È entrato in Magistratura nel 1952 con destinazione al Tribunale di Trapani. Poi è stato
    pretore a Partanna per dodici anni, dal 1954. Nel maggio del 1966 è stato trasferito a
    Palermo, presso l'Ufficio Istruzione del Tribunale, come giudice istruttore.                       Rocco Chinnici

    Nel novembre 1979, già magistrato di Cassazione, è stato promosso Consigliere
    Istruttore presso il Tribunale di Palermo.
    «Un mio orgoglio particolare» - ha rivelato Chinnici - «è una dichiarazione degli americani secondo cui l'Ufficio
    Istruzione di Palermo è un centro pilota della lotta antimafia, un esempio per le altre Magistrature d'Italia. I
    Magistrati dell'Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero». Il primo grande processo alla
    mafia, il cosiddetto maxi processo di Palermo, è il risultato del lavoro istruttorio svolto da Chinnici, tra l'altro
    considerato il padre del Pool antimafia, che compose chiamando accanto a sé magistrati come Giovanni Falcone,
    Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello.
    Chinnici partecipò, quale relatore, a molti congressi e convegni giuridici e socio-culturali e credeva nel
    coinvolgimento dei giovani nella lotta contro la mafia. È stato il primo magistrato a recarsi nelle scuole per parlare
    agli studenti della mafia e dei pericoli della droga.
    «Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi» - diceva - «fa parte dei doveri
    di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai».
    In una delle sue ultime interviste, Chinnici ha detto:
    «La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la
    scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli
    uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma
    questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare».
    Rocco Chinnici è stato ucciso il 29 luglio 1983 con una Fiat 127 imbottita di esplosivo davanti alla sua abitazione in
    via Pipitone Federico a Palermo, all'età di cinquantotto anni. Ad azionare il detonatore che provocò l'esplosione fu il
    killer mafioso Pino Greco. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il
    maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato,
    e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico Stefano Li Sacchi.
Rocco Chinnici                                                                                                                              51


    Influenze
    In suo onore dal 1985 è stato istituito il Premio Rocco Chinnici. Tra i vincitori: Valentino Picone[1] , Michele
    Guardì[1] , Giuseppe Tornatore[1] , Fortunato Di Noto [2] , Marco Travaglio, Giorgio Bongiovanni, Marco Benanti,
    Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte[2] e tanti altri[3] [2] .


    Opere
    • L'illegalità protetta. Attività criminose e pubblici poteri nel meridione d'Italia. Palermo, Edizioni La Zisa, 1990.
      Raccolta di suoi interventi
    • Leone Zingales, Rocco Chinnici. L’inventore del pool antimafia, Limina, 2006. ISBN 8860410096


    Onorificenze
                                  Medaglia d'oro al valor civile

                                  «Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole
                             dei rischi cui andava incontro quale Capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo,
    dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle
    organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Barbaramente trucidato In un proditorio agguato, tesogli con efferata
    ferocia, sacrificava la sua vita al servizio della giustizia, dello Stato e delle istituzioni»
    — Palermo, 29 luglio 1983[4]


    Bibliografia
    • Leone Zingales. Rocco Chinnici, l'inventore del pool antimafia. Edizioni Limina, 2006.


    Collegamenti esterni
    • Fondazione Rocco Chinnici [5]

                                                 Predecessore:     Giudice Istruttore         Successore:
                                                    Cesare                 a              Antonino Caponnetto
                                                  Terranova            Palermo




    Note
    [1] Terza edizione (http:/ / misilmeriblog. wordpress. com/ 2009/ 01/ 14/ 3-edizione-premio-rocco-chinnici/ )
    [2] Storia del Premio Rocco Chinnici (http:/ / web. tiscalinet. it/ scuolachinnici/ premio/ storia. htm)
    [3] Tra i premiati nelle sezioni scuole, anche i ragazzi di Addio Pizzo di Palermo
    [4] Onorificenze (http:/ / www. quirinale. it/ elementi/ DettaglioOnorificenze. aspx?decorato=3858). Presidenza della Repubblica. URL
        consultato il 28-12-2009.
    [5] http:/ / www. fondazioneroccochinnici. it
Rosario Livatino                                                                                                               52



    Rosario Livatino




    Rosario Angelo Livatino

    Rosario Angelo Livatino (Canicattì, 3 ottobre 1952 – Agrigento, 21 settembre 1990) è stato un magistrato italiano
    assassinato dalla mafia.


    Biografia
    Figlio dell'avvocato Vincenzo e della signora Rosalia Corbo. Conseguita la maturità presso il liceo classico Ugo
    Foscolo, nel 1971 s'iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Palermo nella quale si laureò nel 1975 cum laude. Tra il
    1977 ed il 1978 prestò servizio come vicedirettore in prova presso l'Ufficio del Registro di Agrigento. Sempre nel
    1978, dopo essersi classificato tra i primi in graduatoria nel concorso per uditore giudiziario, entrò in magistratura
    presso il Tribunale di Caltanissetta.
    Nel 1979 diventò sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento e ricoprì la carica fino al 1989, quando
    assunse il ruolo di giudice a latere.
    Venne ucciso il 21 settembre del 1990 sulla SS 640 mentre si recava, senza scorta, in tribunale, per mano di quattro
    sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa Nostra. Del delitto fu
    testimone oculare Pietro Nava, sulla base delle cui dichiarazioni furono individuati gli esecutori dell'omicidio.
    Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la Tangentopoli Siciliana ed aveva messo a
    segno numerosi colpi nei confronti della mafia, attraverso lo strumento della confisca dei beni.
    Non molti giorni dopo la scoperta di legami mafia-massoneria, l'allora presidente della Repubblica Francesco
    Cossiga lo definì Il giudice ragazzino, e dopo la morte del magistrato l'Espresso ne sviscerò molti retroscena.
    Dal 1993 il vescovo di Agrigento ha incaricato Ida Abate, che del giudice fu insegnante, di raccogliere testimonianze
    per la causa di beatificazione. Una signora, Elena Valdetara, afferma di essere stata guarita da una grave forma di
    leucemia, grazie all'intervento del giudice che le sarebbe apparso in sogno, in abiti sacerdotali, spronandola a trovare
    in sé stessa la forza per superare la malattia.
    Papa Giovanni Paolo II definì Rosario Livatino «martire della giustizia ed indirettamente della fede».
Rosario Livatino                                                                                                         53


    La sua figura è ricordata nel film di Alessandro Di Robilant "Il giudice ragazzino", uscito nel 1994. È invece del
    1992 il libro omonimo, scritto da Nando Dalla Chiesa.


    Conferenze tenute dal giudice
    • Il ruolo del giudice nella società che cambia [1], conferenza tenuta il 7 aprile 1984 presso il Rotary Club di
      Canicattì.
    • Fede e diritto [2], conferenza tenuta il 30 aprile 1986 a Canicattì, nel salone delle suore vocazioniste.


    Cinema
    • Il giudice ragazzino, regia di Alessandro Di Robilant (1994)
    • Testimone a rischio, regia di Pasquale Pozzessere (1996)
    • Luce verticale.Rosario Livatino.Il Martirio,regia di Salvatore Presti (2007)


    Bibliografia
    • Nando Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino 1992


    Collegamenti esterni
    • Associazione Livatino [3]
    • Rosario Livatino - Il giudice ragazzino - [4]
    • I giudici R. Livatino e A. Saetta [5]


    Note
    [1]   http:/ / www. solfano. it/ canicatti/ Ruolo_Giudice. html
    [2]   http:/ / www. solfano. it/ canicatti/ fedeediritto. htm
    [3]   http:/ / www. livatino. it/
    [4]   http:/ / rosariolivatino. splinder. com/
    [5]   http:/ / www. solfano. it/ canicatti/ livatino_saetta. html
Antonino Scopelliti                                                                                                                54



    Antonino Scopelliti
    « Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è
    spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon
    giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso. »
    (Antonino Scopelliti)

    Antonino Scopelliti (Campo Calabro, 20 gennaio 1935 – Piale, 9 agosto 1991) è stato un magistrato italiano.


    Biografia
    Entrato in magistratura a soli 24 anni, ha svolto la carriera di magistrato requirente, iniziando come Pubblico
    Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, poi presso la Procura della Repubblica di Milano. Procuratore
    generale presso la corte d'Appello quindi, Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione.
    Seguì una eccezionale carriera, che lo portò ad essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso
    la Corte di Cassazione. Si è occupato di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo.
    Il giudice solo, così definito dal giornalista Antonio Prestifilippo, nel libro che ricostruisce la vita del magistrato, fu
    ucciso il 9 agosto 1991, mentre era in vacanza in Calabria, sua terra d'origine, presso Piale, sulla strada provinciale
    tra Villa San Giovanni e Campo Calabro.
    Senza scorta, metodico nei suoi movimenti, Scopelliti venne intercettato dai suoi assassini mentre, a bordo della sua
    automobile, rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. L' agguato avvenne all' altezza di una curva,
    poco prima del rettilineo che immette nell' abitato di Campo Calabro. Gli assassini, almeno due persone a bordo di
    una moto, appostati lungo la strada, spararono con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato,
    colpito alla testa ed al torace, fu istantanea.
    L' automobile, priva di controllo, finì in un terrapieno. In un primo tempo si pensò che Scopelliti fosse rimasto
    coinvolto in un incidente stradale. L'esame esterno del cadavere e la scoperta delle ferite da arma da fuoco fecero
    emergere la verità sulla morte del magistrato.
    Quando fu ucciso stava preparando, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese
    dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Si ritiene che per la sua
    esecuzione si siano mosse insieme la 'ndrangheta e Cosa Nostra, dopo che il magistrato rifiutò 5 miliardi di lire
    italiane per sospendere il suo lavoro.
    Secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la cupola di Cosa Nostra siciliana
    a chiedere alla 'ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel
    maxi processo a Cosa nostra. Cosa nostra, in cambio del favore ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la
    guerra di mafia che si protraeva a Reggio Calabria dall'ottobre 1985, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano.
    Nell' abitazione del padre di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, fu trovato il fascicolo del
    processo alla Cupola di Cosa nostra.
    Come mandante fu condannato in primo grado Pietro Aglieri, successivamente assolto nel 1999 dalla Corte di
    Cassazione perché accusato da soli pentiti.
    Nel 2001, la Corte d' Assise d'Appello di Reggio Calabria assolve Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo
    Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre' e Benedetto Santapaola dall'accusa di essere stati i
    mandanti. L'omicidio Scopelliti rimane quindi impunito.
    Gli è stata dedicata una strada nel suo paese natale, Campo Calabro, ed una nella contigua Villa San Giovanni.
    Nel 2007, su iniziativa della figlia, Rosanna Scopelliti, è stata costituita una Fondazione intitolata all'Alto magistrato.
Antonino Scopelliti                                                                                                        55


    Bibliografia
    • Antonio Prestifilippo, Morte di un giudice solo. Il delitto Scopelliti, Città del Sole, 2008, ISBN 9788873512035


    Voci correlate
    •     Fondazione Scopelliti
    •     Vittime della mafia
    •     Vittime della 'Ndrangheta
    •     Vittime della Camorra


    Collegamenti esterni
    • Fondazione "Antonino Scopelliti" - sito ufficiale [1]
    • LeG. Tutti i magistrati uccisi [2]. 19 luglio 2005, LibertàGiustizia.it.
    • Il processo di primo grado contro Aglieri [3] e la sentenza della Cassazione [4]


    Note
    [1]   http:/ / www. fondazionescopelliti. it
    [2]   http:/ / www. libertaegiustizia. it/ primopiano/ pp_leggi_articolo. php?id=11& id_titoli_primo_piano=2
    [3]   http:/ / digilander. libero. it/ inmemoria/ boss_mafiosi. htm
    [4]   http:/ / www. centroimpastato. it/ php/ crono. php3?month=7& year=1999




    Giovanni Falcone
    « La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche
    una fine. »
                           [1]
    (Giovanni Falcone            )
Giovanni Falcone                                                                                                                  56




    Giovanni Falcone

    Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939[2] – Palermo, 23 maggio 1992) è stato un magistrato italiano, tra i
    padri della lotta alla mafia, ed è considerato un eroe italiano, come Paolo Borsellino, di cui fu amico e collega.


    Biografia
    Figlio di Arturo Falcone, direttore del Laboratorio
    chimico provinciale, e di Luisa Bentivegna, aveva due
    sorelle maggiori, Anna e Maria. Giovanni Falcone
    studiò al liceo classico "Umberto" e successivamente,
    dopo una breve esperienza all'Accademia Navale di
    Livorno, si iscrisse a giurisprudenza all'Università degli
    studi di Palermo dove si laureò nel 1961, con una tesi
    sulla     "Istruzione        probatoria     in      diritto
                      [3]
    amministrativo".


    Gli inizi in Magistratura e gli anni del Pool
    Falcone vinse il concorso in Magistratura nel 1964 e
    per breve tempo fu pretore a Lentini e poi sostituto
    procuratore a Trapani per dodici anni. Qui, a poco a
    poco nacque in lui la passione per il diritto penale.[4]
    Arrivò a Palermo e dopo l'omicidio del giudice Cesare
    Terranova cominciò a lavorare all'Ufficio istruzione,         Un murales rappresentante i magistrati Falcone (a sinistra) e
    che sotto la successiva guida di Rocco Chinnici diviene                              Borsellino
Giovanni Falcone                                                                                                                 57


    un esempio innovativo di organizzazione giudiziaria. Chinnici chiamò al suo fianco anche Paolo Borsellino e
    Falcone, al quale affida, nel maggio 1980, le indagini contro Rosario Spatola: un lavoro che coinvolgeva anche
    criminali negli Stati Uniti e all'epoca osteggiato da alcuni altri magistrati.
    Alle prese con questo caso, Falcone comprese che per indagare con successo le associazioni mafiose era necessario
    basarsi anche su indagini patrimoniali e bancarie, per ricostruire il percorso del denaro che accompagnava i traffici
    ed un quadro complessivo del fenomeno, per evitare la serie di assoluzioni con cui si erano conclusi i precedenti
    processi contro la mafia.
    Sono anni tumultuosi che vedono la prepotente ascesa dei Corleonesi, i quali impongono il proprio feudo criminale
    insanguinando le strade a colpi di omicidi. Emblematici i titoli del quotidiano palermitano L'Ora, che arriverà a
    titolare le sue prime pagine enumerando le vittime della drammatica guerra di mafia. Tra queste vittime anche
    svariati e valorosi servitori dello Stato come Pio La Torre, principale artefice della legge Rognoni-La Torre (che
    introdusse nel codice penale il reato di associazione mafiosa), e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Infine lo
    stesso Chinnici, al quale succedette Antonino Caponnetto.
    Caponnetto si insedia concependo la creazione di un "pool" di pochi magistrati che, così come sperimentato contro il
    terrorismo, potessero occuparsi dei processi di mafia, esclusivamente e a tempo pieno, col vantaggio sia di favorire
    la condivisione delle informazioni tra tutti i componenti e minimizzare così i rischi personali, che per garantire in
    ogni momento una visione più ampia ed esaustiva possibile di tutte le componenti del fenomeno mafioso.
    Nello scegliere i suoi uomini, Caponnetto pensa subito a Falcone per l'esperienza ed il prestigio già da lui acquisiti,
    ed a Giuseppe Di Lello, pupillo di Chinnici. Lo stesso Falcone suggerì poi l'introduzione di Borsellino, mentre la
    scelta dell'ultimo membro ricadde sul giudice più anziano, Leonardo Guarnotta. La validità del nuovo sistema
    investigativo si dimostra da subito indiscutibile, e sarà fondamentale per ogni successiva indagine, negli anni a
    venire.
    Ma una vera e propria svolta epocale alla lotta alla mafia sarebbe stata impressa con l'arresto di Tommaso Buscetta,
    il quale, dopo una drammatica sequenza di eventi, decise di collaborare con la Giustizia. Il suo interrogatorio,
    iniziato a Roma nel luglio 1984 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro del
    Nucleo operativo della Criminalpol, si rivelerà determinante per la conoscenza non solo di determinati fatti, ma
    specialmente della struttura e delle chiavi di lettura dell'organizzazione definita Cosa nostra.


    Il maxiprocesso di Palermo
    Le inchieste avviate da Chinnici e portate avanti dalle indagini di Falcone e di tutto il pool portarono così a costituire
    il primo grande processo contro la mafia.
    Questa reagì bruciando il terreno attorno ai giudici: dopo l'omicidio di Giuseppe Montana e Ninni Cassarà nell'estate
    1985, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati, che
    furono indotti per motivi di sicurezza a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell'Asinara
    (incredibilmente dovettero pagarsi le spese di soggiorno e consumo bevande, come ricordò Borsellino in un'intervista
    [5]
        ), dove gettarono le basi dell'istruttoria.
    Ma il 16 novembre 1987 diventa una data storica e insieme un momento fondamentale per il Paese, che per la prima
    volta inchioda la mafia traducendola alla Giustizia. Il Maxiprocesso sentenzia 360 condanne per complessivi 2665
    anni di carcere e undici milardi e mezzo di lire di multe da pagare, segnando un grande successo per il lavoro svolto
    da tutto il pool antimafia.[6]
    Nel dicembre 1986, Borsellino viene nominato Procuratore della Repubblica di Marsala e lascia il pool. Come
    ricorderà Caponnetto, a quel punto gli sviluppi dell'istruttoria includono ormai quasi un milione di fogli processuali,
    rendendo necessaria l'integrazione di nuovi elementi per seguire l'accresciuta mole di lavoro. Entrarono così a far
    parte del pool altri tre giudici istruttori: Ignazio De Francisci, Gioacchino Natali e Giacomo Conte.
Giovanni Falcone                                                                                                                 58


    La fine del Pool Antimafia
    Se lo Stato aveva conseguito una vittoria memorabile, la partita era lungi da considerarsi conclusa. Inoltre,
    Caponnetto si apprestava a lasciare l'incarico per ragioni di salute, e raggiunti limiti di età. Alla sua sostituzione
    vennero candidati Falcone, ed Antonino Meli. Nel settembre 1987, dopo una discussa votazione [7], il Consiglio
    Superiore della Magistratura nominò Meli. A favore di Falcone, votò anche il futuro Procuratore della Repubblica di
    Palermo, Giancarlo Caselli.
    La scelta di Meli, generalmente motivata in base alla mera anzianità di servizio, piuttosto che alla maggiore
    competenza effettivamente maturata da Falcone, innescò amare polemiche, e venne interpretata come una possibile
    rottura dell'azione investigativa; Borsellino stesso aveva lanciato a più riprese l'allarme a mezzo stampa, rischiando
    conseguenze disciplinari; esternazioni che di fatto non sortirono alcun effetto.
    Meli si insedia nel gennaio 1988 e finisce con lo smantellare il metodo di lavoro intrapreso, riportandolo indietro di
    un decennio. Da qui in poi Falcone e i suoi dovettero fronteggiare un numero sempre crescente di ostacoli alla loro
    attività. La mafia intanto non ha abbassato la guardia, ed uccide l'ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, che
    aveva denunciato le pressioni subite da Vito Ciancimino durante il suo mandato. Tempo dopo, i due membri del pool
    Di Lello e Conte si dimisero polemicamente. Non ultimo, persino la Cassazione sconfessò l'unitarietà delle indagini
    in fatto di mafia affermata da Falcone.
    Il 30 luglio Falcone richiese addirittura di essere destinato a un altro ufficio, ma Meli, ormai in aperto contrasto con
    Falcone, e, come premonizzato da Borsellino, sciolse ufficialmente il pool. Un mese dopo, Falcone ebbe l'ulteriore
    amarezza di vedersi preferito Domenico Sica alla guida dell'Alto Commissariato per la lotta alla Mafia. Nonostante
    gli avvenimenti, tuttavia, Falcone proseguì ancora una volta il suo straordinario lavoro, realizzando una importante
    operazione antidroga in collaborazione con Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di New York.


    Il fallito attentato dell'Addaura e la vicenda del "corvo"
                                                                   Il 21 giugno 1989, Falcone divenne obiettivo di un
                                                                   attentato presso la sua villa al mare, comunemente
                                                                   detto attentato dell'Addaura e sul quale ancor oggi non
                                                                   è stata fatta piena luce.
                                                                   I sicari di Totò Riina e di altri mafiosi ritenuti
                                                                   mandanti, piazzarono un borsone con cinquantotto
                                                                   candelotti di tritolo in mezzo agli scogli, a pochi metri
                                                                   dalla villa del giudice, che stava per ospitare i colleghi
                                                                   Carla del Ponte e Claudio Lehmann. Il piano era
                                                                   probabilmente quello di assassinare il giudice allorché
                                                                   fosse sceso dalla villa sulla spiaggia per fare il bagno,
         L'immagine più nota dei due giudici, Falcone e Borsellino
                                                                   ma l'attentato fallì, probabilmente perché i killer non
                                                                   riuscirono a far esplodere l'ordigno a causa di un
    detonatore difettoso, dandosi quindi alla fuga e abbandonando il borsone.

    Falcone dichiarò a riguardo che a volere la sua morte si trattava probabilmente di qualcuno che intendeva bloccarne
    l’inchiesta sul riciclaggio in corso, parlando inoltre di "menti raffinatissime", e teorizzando la collusione tra soggetti
    occulti e criminalità organizzata, come avvenuto per l'omicidio Dalla Chiesa. Espressioni in cui molti lessero i
    servizi segreti deviati. Il giudice, in privato, si manifestò sospettando di Bruno Contrada, funzionario del Sisde che
    aveva costruito la sua carriera al fianco di Boris Giuliano. Contrada verrà poi arrestato e condannato in primo grado
    a dieci anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza poi confermata in Cassazione.
    Ma al Palazzo di Giustizia di Palermo aveva preso corpo anche la nota vicenda del "corvo": una serie di lettere
    anonime (di cui un paio addirittura composte su carta intestata della Criminalpol), che diffamarono il giudice ed i
Giovanni Falcone                                                                                                                   59


    colleghi Giuseppe Ayala, Giammanco, Prinzivalli più altri come il Capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, ed
    importanti investigatori come De Gennaro e Antonio Manganelli. In esse Falcone veniva millantato soprattutto di
    avere "pilotato" il ritorno di un pentito, Totuccio Contorno, al fine di sterminare i corleonesi, storici nemici della sua
    famiglia.
    I fatti descritti venivano presentati come movente della morte di Falcone ad opera dei corleonesi, i quali avrebbero
    organizzato il poi fallito attentato come vendetta per il rientro di Contorno (e non, si badi, per i decenni di inflessibile
    lotta senza quartiere che Falcone aveva scatenato contro di loro...). I contenuti, particolarmente ben dettagliati sulle
    presunte coperture del Contorno e gli accadimenti all'interno del tribunale, furono alimentati ad arte sino a destare
    notevole inquietudine negli ambienti giudiziari, tanto che nello stesso ambiente degli informatori di polizia queste
    missive vennero attribuite ad un "corvo", ossia un magistrato.
    Sebbene sul momento la stampa non lo spiegasse apertamente al grande pubblico, infatti, tra gli esperti di "cose di
    cosa nostra" (come Falcone) era risaputo che, nel linguaggio mafioso, tale appellativo designasse proprio i magistrati
    (dalla toga nera che indossano in udienza); le missive avrebbero così inteso insinuare la certezza che in realtà il pool
    operasse al di fuori dalle regole, immerso tra invidie, concorrenze e gelosie professionali.
    Gli accertamenti per individuare gli effettivi responsabili portarono alla condanna in primo grado per diffamazione
    del giudice Alberto Di Pisa, identificato grazie a dei rilievi dattiloscopici. Le impronte digitali - raccolte con un
    artificio dal magistrato inquirente - furono però dichiarate processualmente inutilizzabili, oltre a lasciare dubbi sulla
    loro validità probatoria (sia il bicchiere di carta su cui erano state prelevate le impronte, sia l'anonimo con cui furono
    confrontate, erano alquanto deteriorati).
    Una settimana dopo il fallito attentato, il C.S.M. decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la
    Procura della Repubblica. Di Pisa, che tre mesi dopo davanti al C.S.M. avrebbe mosso gravi rilievi allo stesso
    Falcone sia sulla gestione dei pentiti che sull'operato, verrà poi assolto in Appello per non aver commesso il fatto[8] .


    La stagione dei veleni
    Nell'agosto 1989 iniziò a collaborare coi magistrati anche il mafioso Giuseppe Pellegriti, fornendo preziose
    informazioni sull’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, e rivelando al pubblico ministero Libero Mancuso di
    essere venuto a conoscenza, tramite il boss Nitto Santapaola, di fatti inediti sul ruolo del politico Salvo Lima negli
    omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Mancuso informò subito Falcone, che interrogò il pentito a sua volta,
    e, dopo due mesi di indagini, lo incrimina insieme ad Angelo Izzo, spiccando nei loro confronti due mandati di
    cattura per calunnia (poi annullati dal Tribunale della libertà in quanto essi erano già in carcere). Pellegriti, dopo
    l’incriminazione, ritrattò, attribuendo a Izzo di essere l’ispiratore delle accuse.
    Lima e la corrente di Giulio Andreotti, erano spregiati dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e tutto il movimento
    antimafia, e l’incriminazione di Pellegriti venne vista come una sorta di cambiamento di rotta del giudice dopo il
    fallito attentato, tanto che ricevette nuove e dure critiche al suo operato da parte di esponenti come Carmine
    Mancuso, Alfredo Galasso e in maniera minore anche da Nando Dalla Chiesa, figlio del compianto generale.
    Gerardo Chiaromonte, presidente della Commissione Antimafia, scriverà poi, in riferimento al fallito attentato
    all'Addaura contro Falcone: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per
    farsi pubblicità».
    Nel gennaio '90, Falcone coordina un'altra importante inchiesta che porta all'arresto di trafficanti di droga colombiani
    e siciliani. Ma a maggio riesplose, violentissima, la polemica, allorquando Orlando interviene alla seguitissima
    trasmissione televisiva di Rai 3, Samarcanda dedicata all'omicidio di Giovanni Bonsignore, scagliandosi contro
    Falcone, che, a suo dire, avrebbe "tenuto chiusi nei cassetti" una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti
    della mafia. Le accuse erano indirizzate anche verso il giudice Roberto Scarpinato, oltre al procuratore Pietro
    Giammanco, ritenuto vicino ad Andreotti. Si asseriscono responsabilità politiche alle azioni della cupola mafiosa (il
    cosiddetto "terzo livello") ma Falcone dissente sostanzialmente da queste conclusioni, sostenendo, come sempre, la
    necessità di prove certe e bollando simili affermazioni come "cinismo politico". Rivolto direttamente ad Orlando,
Giovanni Falcone                                                                                                                60


    dirà: "Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che
    ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati"[9] .
    Nel settembre 1991 Salvatore Cuffaro, all'epoca deputato regionale poi presidente della Regione Siciliana per il
    centro-destra ed attualmente eurodeputato UDC, intervenne ad una puntata speciale della trasmissione televisiva
    Samarcanda condotta da Michele Santoro in collegamento con il Maurizio Costanzo Show e dedicata alla
    commemorazione dell'imprenditore Libero Grassi, ucciso dalla mafia. In quella occasione, Cuffaro - presente tra il
    pubblico - si scagliò con veemenza contro conduttori ed ospiti (tra cui Falcone), sostenendo come le iniziative
    portate avanti da un certo tipo di "giornalismo mafioso" fossero degne dell'attività mafiosa vera e propria, tanto
    criticata e comunque lesive della dignità della Sicilia. Cuffaro parlò di certa magistratura "che mette a repentaglio e
    delegittima la classe dirigente siciliana", con chiaro riferimento a Mannino, in quel momento uno dei politici più
    influenti della Dc[10] [11] .
    La polemica sancì la rottura del fronte antimafia, e da allora in poi Cosa Nostra si avvantaggerà della tensione
    strisciante nelle istituzioni, cosa che avvelenò sempre più il clima attorno a Falcone, isolandolo. Alle seguenti
    elezioni dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura del 1990, Falcone venne candidato per le liste
    collegate "Movimento per la giustizia" e "Proposta 88", ma non viene eletto. Fattisi poi via via sempre più aspri i
    dissensi con Giammanco, Falcone optò per accettare la proposta di Claudio Martelli, allora vicepresidente del
    Consiglio e ministro di Grazia e Giustizia ad interim, a dirigere la sezione Affari Penali del ministero.


    L'ultima battaglia
    In questo periodo, che va dal 1991 alla sua morte, Falcone fu molto attivo, cercando in ogni modo di rendere più
    incisiva l'azione della magistratura contro il crimine. Tuttavia, la vicinanza di Giovanni Falcone al socialista Claudio
    Martelli costò al magistrato siciliano violenti attacchi da buona parte del mondo politico. In particolare, l'appoggio di
    Martelli fece destare sospetti da parte dei partiti di centro sinistra che fino ad allora avevano appoggiato una
    possibile candidatura di Falcone.
    Falcone in realtà profuse tutta la propria professionalità nel preparare leggi che il Parlamento avrebbe
    successivamente approvato, ed in particolare sulla procura nazionale antimafia.
    Alcuni magistrati avversarono poi il progetto della Superprocura, denunciando il rischio che essa costituisse
    paradossalmente un elemento strategico nell'allontanamento di Falcone dal territorio siciliano e nella
    neutralizzazione reale delle sue indagini. [12]
    Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone è costretto a difendersi davanti al CSM in seguito all'esposto presentato il mese
    prima (l'11 settembre) da Leoluca Orlando. L'esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse
    mosse da Orlando al magistrato palermitano, il quale ribatté ancora alle accuse definendole «eresie, insinuazioni» e
    «un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario». Sempre davanti al CSM Falcone, commentando il clima di
    sospetto creatosi a Palermo, affermò che «non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del
    sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo».
    In questo contesto fortemente negativo, nel marzo 1992 viene assassinato Salvo Lima, omicidio che rappresenta un
    importante segnale dell'inasprimento della strategia mafiosa la quale rompe così gli equilibri consolidati ed alza il
    tiro verso lo Stato per ridefinire alleanze e possibili collusioni. Falcone era stato informato poco più di un anno prima
    con un dossier dei Carabinieri del ROS che analizzava l'imminente neo-equilibrio tra mafia, politica ed
    imprenditoria, ma il nuovo incarico non gli aveva permesso di ottemperare ad ulteriori approfondimenti.
    Il ruolo di "Superprocuratore" a cui stava lavorando avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle
    organizzazioni mafiose sin lì impensabile. Ma ancor prima che egli vi venisse formalmente indicato, si riaprirono
    ennesime polemiche sul timore di una riduzione dell'autonomia della Magistratura ed una subordinazione della stessa
    al potere politico. Esse sfociarono per lo più in uno sciopero dell'Associazione Nazionale Magistrati e nella decisione
    del Consiglio Superiore della Magistratura che per la carica gli oppose inizialmente Agostino Cordova.
Giovanni Falcone                                                                                                                 61


    Sostenuto da Martelli, Falcone rispose sempre con lucidità di analisi e limpidezza di argomentazioni, intravedendo,
    presumibilmente, che il coronamento della propria esperienza professionale avrebbe definito nuovi e più efficaci
    strumenti al servizio dello Stato. Eppure, nonostante la sua determinazione, egli fu sempre più solo all'interno delle
    istituzioni, condizione questa che prefigurerà tristemente la sua fine. Emblematicamente, Falcone ottenne la nomina
    a Superprocuratore il giorno prima della sua morte.
    Nell'intervista rilasciata a Marcelle Padovani per "Cose di Cosa Nostra", Falcone attesta la sua stessa profezia: "Si
    muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si
    dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che
    lo Stato non è riuscito a proteggere."


    La strage di Capaci
    Giovanni Falcone muore nella comunemente detta strage di Capaci, il 23 maggio 1992[13] . Stava tornando, come era
    solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arriva a
    Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Lo attendono quattro autovetture tre Fiat Croma, gruppo di scorta sotto
    comando del capo della squadra mobile della Polizia di Stato, Arnaldo La Barbera.
    Appena sceso dall'aereo, Falcone si sistema alla guida della vettura bianca, ed accanto prende posto la moglie
    Francesca Morvillo mentre l'autista giudiziario Giuseppe Costanza occupa il sedile posteriore. Nella Croma marrone,
    c'è alla guida Vito Schifani, con accanto l'agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Dicillo, mentre nella
    vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Al gruppo è in testa la Croma marrone,
    poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra. Alcune telefonate avvisano della partenza i
    sicari che hanno sistemato l'esplosivo per la strage.
    I particolari sull'arrivo del giudice dovevano essere coperti dal più rigido riserbo; indicativo del clima di sospetto che
    si viveva nel Paese, è il fatto che nell'aereo di Stato - che lo riportava a Palermo - avevano avuto un passaggio diversi
    "grandi elettori" (deputati, senatori e delegati regionali) siciliani reduci dagli scrutini di Montecitorio per l'elezione
    del Capo dello Stato, prolungatisi invano fino al sabato mattina. Uno di essi sarebbe stato addirittura inquisito per
    associazione a delinquere di stampo mafioso tre anni dopo; ma nessuna verità definitiva fu acquisita in sede
    processuale sull'identità della fonte che aveva comunicato alla mafia la partenza di Falcone da Roma e l'arrivo a
    Palermo per l'ora stabilita.
    Le auto lasciano l'aeroporto imboccando l'autostrada in direzione Palermo. La situazione appare tranquilla, tanto che
    non vengono attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina si affianca agli spostamenti delle tre
    Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; sono gli ultimi secondi
    prima della strage.
    Otto minuti dopo, alle ore 17:58, presso il Km.5 della A29, una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in un
    tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine viene azionata per
    telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Pochissimi istanti prima della detonazione,
    Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina, e le aveva tolte dal
    cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, preme il pulsante in
    ritardo, sicché l'esplosione investe in pieno solo La Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti
    oltre la carreggiata opposta di marcia, sin su un piano di alberi; i tre agenti di scorta muoiono sul colpo.
    La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti
    improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza,
    vengono proiettati violentemente contro il parabrezza. Falcone, che riporta ferite solo in apparenza non gravi, muore
    dopo il trasporto in ospedale a causa di emorragie interne. Rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma
    azzurra, che infine resiste, e si salvano miracolosamente anche un'altra ventina di persone che al momento
    dell'attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell'eccidio.
Giovanni Falcone                                                                                                                          62


    La detonazione provoca un'esplosione immane ed una voragine enorme sulla strada.[14] . In un clima irreale e di
    iniziale disorientamento, altri automobilisti ed abitanti dalle villette vicine danno l'allarme alle autorità e prestano i
    primi soccorsi tra la strada sventrata ed una coltre di polvere.
    Venti minuti dopo circa, Giovanni Falcone viene trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un
    elicottero dell'Arma dei Carabinieri presso l'ospedale Civico di Palermo.Gli altri agenti e i civili coinvolti vengono
    anch'essi trasportati in ospedale mentre la Polizia Scientifica esegue i primi rilievi ed i Vigili del Fuoco espletano il
    triste compito di estrarre i cadaveri irriconoscibili di Schifani, Montinaro e Di Cillo.
    Intanto i media iniziano a diffondere la notizia di un attentato a Palermo, ed il nome del giudice Falcone trova via via
    conferma. L'Italia intera, sgomenta, trattiene il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva e
    contrastante, sinché alle 19:05, ad un'ora e sette minuti dall'attentato, Giovanni Falcone muore dopo alcuni disperati
    tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. Francesca Morvillo morirà
    anch'essa, poche ore dopo.
    Due giorni dopo, mentre a Roma viene eletto Presidente della
    Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Palermo si svolgono i funerali delle
    vittime ai quali partecipa l'intera città, assieme a colleghi e familiari e
    personalità come Giuseppe Ayala e Tano Grasso. I più alti
    rappresentanti del mondo politico, come Giovanni Spadolini, Claudio
    Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni, vengono duramente
    contestati dalla cittadinanza; e le immagini televisive delle parole e del
    pianto straziante della vedova Schifani [15] susciteranno particolare
    emozione nell'opinione pubblica.
                                                                                            Volantini recanti una citazione del giudice
    Il giudice Ilda Boccassini urlerà la sua rabbia rivolgendosi ai colleghi         Falcone: "Gli uomini passano, le idee restano.
    nell'aula magna del Tribunale di Milano: «Voi avete fatto morire                Restano le loro tensioni morali e continueranno a
    Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate          camminare sulle gambe di altri uomini".

    di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali».
    Nel suo sfogo il magistrato, che si farà trasferire a Caltanissetta per indagare sulla strage di Capaci, ricorderà anche il
    linciaggio subito dall'amico Falcone da parte dei suoi colleghi magistrati, anche facenti capo alla stessa corrente cui
    Falcone aderiva:

   « Due mesi fa ero a Palermo in un'assemblea dell'Anm. Non potrò mai dimenticare quel giorno. Le parole più gentili, specie
   da Magistratura democratica, erano queste: Falcone si è venduto al potere politico. Mario Almerighi lo ha definito un
   nemico politico. Ora io dico che una cosa è criticare la Superprocura. Un'altra, come hanno fatto il Consiglio superiore della
   Magistratura, gli intellettuali e il cosiddetto fronte antimafia, è dire che Giovanni non fosse più libero dal potere politico. A
   Giovanni è stato impedito nella sua città di fare i processi di mafia. E allora lui ha scelto l'unica strada possibile, il ministero
   della Giustizia, per fare in modo che si realizzasse quel suo progetto: una struttura unitaria contro la mafia. Ed è stata una
   rivoluzione. »

    La Boccassini criticherà anche l'atteggiamento dei magistrati milanesi impegnati in Mani pulite:

   « Tu, Gherardo Colombo, che diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale? Giovanni è morto con l'amarezza di
   sapere che i suoi colleghi lo consideravano un traditore. E l'ultima ingiustizia l'ha subìta proprio da quelli di Milano, che gli
   hanno mandato una richiesta di rogatoria per la Svizzera senza gli allegati. Mi ha telefonato e mi ha detto: "Non si fidano
   neppure del direttore degli Affari penali" »

    Ilda Boccassini, confermerà le critiche in un'intervista a La Repubblica del maggio 2002[16] , in occasione
    dell'affissione di targa in memoria di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia. Il magistrato criticherà gli onori
    postumi offerti a Falcone, sostenendo che
Giovanni Falcone                                                                                                                        63


   « Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita,
   e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento.[...]
   Non c'è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i
   convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di "amici" che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini
   di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito  »

    Nell'intervista ricorderà anche come diversi magistrati e politici, sia vicini a partiti della sinistra che della destra,
    criticarono fortemente Falcone quando questo era ancora vivo.
    In particolare, l'opposizione a Falcone dei magistrati vicini al Pds fu fortissima: al Csm, per tre volte il magistrato
    palermitano subì dei veti. Quando concorse al posto di super-procuratore antimafia, gli venne preferito Agostino
    Cordova, procuratore capo di Palmi. Alessandro Pizzorusso, componente laico del Csm designato dal Partito
    Comunista, firmò un articolo sull'Unità sostenendo che Falcone non fosse "affidabile" e che essendo "governativo",
    avrebbe perso le sue caratteristiche di indipendenza. Successivamente, quando al Consiglio superiore della
    magistratura si dovette decidere se Falcone dovesse essere posto o meno a capo dell'Ufficio istruzione di Palermo,
    gli venne preferito Antonino Meli; votarono per quest'ultimo e quindi contro Falcone anche gli esponenti di
    Magistratura democratica, vicini al Pds, Giuseppe Borré ed Elena Paciotti, quest'ultima poi eletta europarlamentare
    dei Democratici di Sinistra.
    Dopo la sua morte, Leoluca Orlando, commentando l'ostracismo che Falcone subì da parte di alcuni colleghi negli
    ultimi mesi di vita, dirà: «L'isolamento era quello che Giovanni si era scelto entrando nel Palazzo dove le diverse
    fazioni del regime stavano combattendo la battaglia finale».
    All'esecrazione dell'assassinio, il 4 giugno si unisce anche il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308)
    intesa a rafforzare l'impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente[17] . Intanto, Paolo
    Borsellino, intraprenderà la sua ultima lotta contro il tempo, che durerà appena altri cinquantotto giorni, indagando
    nel tentativo di dare giustizia all'amico Giovanni.
    Il 25 Giugno 1992, durante un Convegno a Palermo organizzato da La Rete e dalla rivista Micromega [18] [19] , Paolo
    Borsellino affermò:

                            « Il vero obiettivo del CSM era eliminare al più presto Giovanni Falcone »

   « Quando Giovanni Falcone solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino
   Caponnetto, il CSM, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si
   impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino
   Meli. »


    L'eredità
    Al magistrato, in Sicilia e nel resto d'Italia sono state dedicate molte scuole e
    strade, nonché una piazza nel centro di Palermo. A Falcone e al suo collega
    Borsellino è stato dedicato anche l'Aeroporto di Palermo-Punta Raisi. Un
    albero situato di fronte l'ingresso del suo appartamento, in via Emanuele
    Notarbartolo a Palermo, raccoglie messaggi, regali e fiori dedicati al giudice:
    è "l'albero Falcone"[20] .

    Il 23 gennaio 2008, su proposta del sindaco Walter Veltroni, con una
    risoluzione approvata all'unanimità dal Consiglio dell'VIII Municipio di                        Francobollo commemorativo
    Roma, la località Ponte di Nona è stata rinominata Villaggio Falcone in suo
    onore[21] .
Giovanni Falcone                                                                                                             64


    Attualmente all'uscita di Capaci, dov'è avvenuto l'attentato, è eretta una colonna che espone i nomi delle vittime di
    quel 23 maggio 1992.
    La Corte Suprema degli Stati Uniti, massimo organo giurisdizionale USA, ricorda il 29 ottobre 2009 Giovanni
    Falcone in una seduta solenne quale "martire della causa della giustizia"[22] .


    Opere
    • Rapporto sulla mafia degli anni '80. Gli atti dell'Ufficio istruzione del tribunale di Palermo, Palermo, S. F.
      Flaccovio, 1986.
    • Cose di Cosa Nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani, Milano, Rizzoli, 1991.
    • Io accuso. Cosa nostra, politica e affari nella requisitoria del maxiprocesso, Roma, Libera informazione, 1993.


    Bibliografia
    • Fondazione Giovanni Falcone, Giovanni Falcone: interventi e proposte (1982 – 1992) a cura di F. Patroni Griffi,
      Sansoni, Firenze 1994
    • Marcelle Padovani e Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, ISBN 978-88-17-00233-2, BUR, Milano 1991
    • Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone [23], Rizzoli, Milano 1993; Feltrinelli, Milano, 2006
    • Claudio Fava, Cinque delitti imperfetti: Impastato, Giuliano, Insalaco, Rostagno, Falcone, Mondadori, Milano
      1994
    • Lucio Galluzzo, Obiettivo Falcone, Pironti, Napoli 1992
    • Saverio Lodato, Ho ucciso Giovanni Falcone: la confessione di Giovanni Brusca, Mondadori, Milano 1999
    • Giammaria Monti, Falcone e Borsellino: la calunnia il tradimento la tragedia, Editori Riuniti, Roma 1996
    • Luca Rossi, I disarmati: Falcone, Cassarà e gli altri, Mondadori, Milano 1992
    • Raoul Muhm , Gian Carlo Caselli : Il ruolo del Pubblico Ministero - Esperienze in Europa ; Die Rolle des
      Staatsanwaltes - Erfahrungen in Europa ; Le role du Magistrat du Parquet - Expériences en Europe ; The role of
      the Public Prosecutor - Experiences in Europe ; Vecchiarelli Editore Manziana (Roma) 2005, ISBN
      88-8247-156-X
    • Alexander Stille, Excellent Cadavers, Vintage (Jonathan Cape) 1995
    • Luigi Garlando, Per questo mi chiamo Giovanni Fabbri 2004
    • Anna Falcone, Maria Falcone, Leone Zingales, Giovanni Falcone, un uomo normale, Ed. Aliberti, 2007, ISBN
      978-88-7424-253-5
    • Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, Feltrinelli Editore, 1993, ISBN
      978-88-07-12010-7


    Onorificenze
                           Medaglia d'oro al valor civile

                           «Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole
                             dei rischi cui andava incontro quale componente del 'pool antimafia', dedicava ogni sua
    energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo
    Stato democratico. Proseguiva poi tale opera lucida, attenta e decisa come Direttore degli Affari Penali del Ministero
    di Grazia e Giustizia ma veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando
    la propria esistenza, vissuta al servizio delle Istituzioni.»
    — Palermo, 5 agosto 1992
Giovanni Falcone                                                                                                                                       65


    Cinema
    • Giovanni Falcone, (1993)
    • I Giudici - Excellent Cadavers, (1999), Scheda su Excellent Cadavers [24] dell'Internet Movie Database
    • Giovanni Falcone, l'uomo che sfidò Cosa Nostra, (2006), Scheda su Giovanni Falcone, l'uomo che sfidò Cosa
      Nostra [25] dell'Internet Movie Database
    • In un altro paese, (2006), recensione [26] sul quotidiano la Repubblica ( 22 luglio 2007 ).


    Musica
    • Il coraggio della solitudine, (2007), [27] sul quotidiano la Repubblica ( 23 maggio 2007 ).
    Musiche di Stefano Fonzi, testi di Giommaria Monti. Edizioni Musicali Rai Trade


    Altri progetti
    •        Wikiquote contiene citazioni di o su Giovanni Falcone


    Collegamenti esterni
    •     Cuffaro polemizza al Costanzo-Samarcanda (presente anche Falcone) [28]
    •     Giovanni Falcone - Anomalia palermitana [29] La Storia siamo Noi - Rai Educational
    •     La strage di Capaci [30]
    •     Totò Cuffaro, durante una trasmissione di Costanzo, aggredisce verbalmente Falcone, mentre è ancora in vita [31]
    •     Fonte: La Repubblica, 22.12.2009, "Il custode dei segreti di Falcone: «Dai suoi archivi spariti molti dati»" [32] -
          "Mancano 20 dischetti dall'archivio di Falcone" [33]


    Note
    [1]  Giovanni Falcone, Marcelle Padovani 1991, 2004, op. cit.
    [2]  Citato in: F. La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Feltrinelli, Milano 2006, p. 24.
    [3]  Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone], pag. 23-36
    [4]  Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone], pag. 37-44
    [5]  Video dell'intervista di Paolo Borsellino con Lamberto Sposini (http:/ / www. youtube. com/ watch?v=NL0trFpyxOA) su YouTube
    [6]  Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto
    [7]  http:/ / digilander. libero. it/ inmemoria/ falcone_meli. htm
    [8]  Anche se al suo dossier difensivo al CSM il sostituto procuratore Ayala fa discendere un ulteriore elemento di delegittimazione del pool
        antimafia, cioè gli addebiti deontologici che portarono al suo trasferimento per incompatibilità ambientale: Giuseppe AYALA: Chi ha paura
        muore ogni giorno – Mondadori 2008.
    [9] «QUANDO COSSIGA CONVOCO' LE TOGHE DI SICILIA» (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 1993/ 10/ 21/
        quando-cossiga-convoco-le-toghe-di-sicilia. html). La Repubblica, 21-10-1993, pag. 4. URL consultato in data 24-01-2010.
    [10] Costanzo Show: Totò Cuffaro aggredisce Giovanni Falcone (http:/ / www. youtube. com/ watch?gl=IT& hl=it& v=F5MZmJLMQ9Y) in
        Video di YouTube. URL consultato il 18-10-2009.
    [11] «MANNINO NON E' MAFIOSO E IL CASO VIENE ARCHIVIATO» (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/
        1991/ 10/ 12/ mannino-non-mafioso-il-caso-viene. html). La Repubblica, 12-10-1991, pag. 6. URL consultato in data 18-10-2009.
    [12] Citato in: F. La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Feltrinelli, Milano 2006, p. 120, 137-141.
    [13] Citato in: F. La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Feltrinelli, Milano 2006, p. 169.
    [14] Si veda: C. Lucarelli, Blu Notte - Misteri Italiani (sesta serie - 2004), La Mattanza: dai silenzi sulla Mafia al silenzio della Mafia
    [15] http:/ / www. youtube. com/ watch?v=mtzTlTqVkiY
    [16] Giuseppe D'Avanzo. «Boccassini: "Falcone un italiano scomodo"» (http:/ / www. repubblica. it/ online/ politica/ falcone/ falcone/ falcone.
        html). La Repubblica, 21-5-2002. URL consultato in data 18-10-2009.
    [17] Si veda: C. Lucarelli, Blu Notte - Misteri Italiani (sesta serie - 2004), La Mattanza: dai silenzi sulla Mafia al silenzio della Mafia
    [18] Una fra le numerose fonti online (http:/ / www. societacivile. it/ previsioni/ articoli_previ/ sciascia. html)
    [19] Trascrizione intervento (http:/ / liquida. noblogs. org/ post/ 2006/ 12/ 26/ 25-giugno-1992-ultimo-intervento-pubblico-di-paolo-borsellino)
    [20] Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, pag 180
Giovanni Falcone                                                                                                                                   66

    [21] Nuova denominazione per Ponte di Nona P.d.z. "Villaggio Falcone" (http:/ / www. romamunicipiodelletorri. it/ Primo Piano/ Notizie Primo
        Piano/ Villaggio Falcone. htm)
    [22] «Gli Usa ricordano Falcone» (http:/ / www. lasiciliaweb. it/ index. php?id=29813& template=lasiciliaweb). La Sicilia, 30-10-2009. URL
        consultato in data 30-10-2009.
    [23] http:/ / books. google. it/ books?id=3DvxqVPSwekC& printsec=frontcover& dq=giovanni+ falcone& client=firefox-a&
        sig=ACfU3U1jswcx5S9noIUi_kKuiIjyhBNoHg#PPA24,M1
    [24] http:/ / www. imdb. it/ title/ tt0151734/
    [25] http:/ / www. imdb. it/ title/ tt0883368/
    [26] http:/ / www. repubblica. it/ 2007/ 07/ sezioni/ spettacoli_e_cultura/ film-mafia-stille/ film-mafia-stille/ film-mafia-stille. html
    [27] http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2007/ 05/ 23/ falcone-mille-ragazzi-lo-ricordano-corleone. html
    [28] http:/ / video. google. it/ videoplay?docid=1054793156825213625
    [29] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=334
    [30] http:/ / digilander. libero. it/ inmemoria/ strage_capaci. htm
    [31] http:/ / it. youtube. com/ watch?v=F5MZmJLMQ9Y
    [32] http:/ / palermo. repubblica. it/ dettaglio/ il-custode-dei-segreti-di-falcone-dai-suoi-archivi-spariti-molti-dati/ 1811349
    [33] http:/ / palermo. repubblica. it/ multimedia/ home/ 22235706




    Paolo Borsellino
                               « Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. »
                               (Paolo Borsellino)




    Paolo Borsellino

    Paolo Emanuele Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992) è stato un magistrato italiano,
    vittima della mafia.
    È considerato un eroe italiano, come Giovanni Falcone, di cui fu amico e collega.
Paolo Borsellino                                                                                                                67


    Biografia
    Nato a Palermo nel quartiere popolare La Kalsa, in cui vivevano tra gli altri anche Giovanni Falcone e Tommaso
    Buscetta, dopo aver frequentato le scuole dell'obbligo Borsellino si iscrisse al Liceo Classico "Giovanni Meli" di
    Palermo. Durante gli anni del liceo diventò direttore del giornale studentesco "Agorà". Nel giugno del 1958 si
    diplomò con ottimi voti e l'11 settembre dello stesso anno si iscrisse a Giurisprudenza a Palermo[1] . Dopo una rissa
    tra studenti "neri" e "rossi" finì erroneamente anche lui di fronte al magistrato Cesare Terranova, cui dichiarò la
    propria estraneità ai fatti. Il giudice sentenziò che Borsellino non era implicato nell'episodio.
    Proveniente da una famiglia con simpatie politiche di destra, nel 1959 si iscrisse al FUAN, organizzazione degli
    universitari missini di cui divenne membro dell'esecutivo provinciale, e fu eletto come rappresentante studentesco
    nella lista del FUAN "Fanalino" di Palermo[2] .
    Il 27 giugno 1962, all'età di ventidue anni, Borsellino si laureò con 110 e lode con una tesi su "Il fine dell'azione
    delittuosa" con relatore il professor Giovanni Musotto. Pochi giorni dopo, a causa di una malattia, suo padre morì
    all'età di cinquantadue anni. Borsellino si impegnò allora con l'ordine dei farmacisti a mantenere attiva la farmacia
    del padre fino al raggiungimento della laurea in farmacia della sorella Rita. Durante questo periodo la farmacia fu
    data in gestione per un affitto bassissimo, 120.000 lire al mese[3] e la famiglia Borsellino fu costretta a gravi rinunce
    e sacrifici. A Paolo fu concesso l'esonero dal servizio militare poiché egli risultava "unico sostentamento della
    famiglia".
    Nel 1967 Rita si laureò in farmacia e il primo stipendio da magistrato di Paolo servì a pagare la tassa governativa.
    Il 23 dicembre 1968 sposò Agnese Piraino Leto, figlia di Angelo Piraino Leto, a quel tempo magistrato presidente
    del tribunale di Palermo.




          Un murales rappresentante i magistrati Falcone e Borsellino (a
                                     destra)
Paolo Borsellino                                                                                                                          68


    La carriera da giudice

    «
     L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di
    avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è
    un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere
    giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi
    consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri
    poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia,
    dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano
    comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti
    dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma
    tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però
    c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere
    onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti
    inquietanti, anche se non costituenti reati. »
    (Paolo Borsellino, Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa 26/01/1989)

    Nel 1963 Borsellino partecipò al concorso per entrare in magistratura; classificatosi venticinquesimo sui 110 posti
    disponibili, con il voto di 57, divenne il più giovane magistrato d'Italia[4] . Nel 1967 fu nominato pretore a Mazara
    del Vallo. Nel 1969 fu pretore a Monreale, dove lavorò insieme ad Emanuele Basile, capitano dei Carabinieri.
    Proprio qui ebbe modo di conoscere per la prima volta la nascente mafia dei corleonesi[5] .
    Il 21 marzo 1975 fu trasferito a Palermo ed il 14 luglio entrò nell'ufficio istruzione affari penali sotto la guida di
    Rocco Chinnici. Con Chinnici si stabilì un rapporto, più tardi descritto dalla sorella Rita Borsellino e da Caterina
    Chinnici, figlia del capo dell'Ufficio, come di "adozione" non soltanto professionale. La vicinanza che si stabilì fra i
    due uomini e le rispettive famiglie fu intensa e fu al giovane Paolo che Chinnici affidò la figlia, che abbracciava
    anch'essa quella carriera, in una sorta di tirocinio[6] .
                                                                Il 1980 si aprì con l'arresto dei primi sei mafiosi grazie all'indagine
                                                                condotta da Basile e Borsellino sugli appalti truccati a Palermo a
                                                                favore degli esponenti di Cosa Nostra, ma nello stesso anno
                                                                Emanuele Basile fu assassinato e fu decisa l'assegnazione di una
                                                                scorta alla famiglia Borsellino.


                                                                Il pool antimafia
                                                                In quell'anno si costituì il "pool" antimafia nel quale sotto la guida
                                                                di Chinnici lavorarono alcuni magistrati (fra gli altri, Falcone,
                                                                Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni
                                                                Barrile) e funzionari della Polizia di Stato (Cassarà e Montana).
                                                                Nel racconto che ne fece lo stesso Borsellino, il pool nacque per
                                                                risolvere il problema dei giudici istruttori che lavoravano
                                                                individualmente, separatamente, ognuno "per i fatti suoi", senza
                                                                che uno scambio di informazioni fra quelli che si occupavano di
                                                                materie contigue potesse consentire, nell'interazione, una maggiore
             via D'Amelio: l'albero che ricorda il luogo
                                                                efficacia con un'azione penale coordinata capace di fronteggiare il
        dell'uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta
                                                                fenomeno mafioso nella sua globalità[6] . Uno dei primi esempi
                                                                concreti del coordinamento operativo fu la collaborazione fra

    Borsellino e l'appena "acquisito" Di Lello, che Chinnici aveva voluto e richiesto in squadra: Di Lello prendeva
    giornalmente a prestito la documentazione che Borsellino produceva e gliela rendeva la mattina successiva, dopo
Paolo Borsellino                                                                                                                            69


    averla studiata come fossero "quasi delle dispense sulla lotta alla mafia". E presto, senza che le note divergenze
    politiche[7] potessero essere di più che mera materia di battute, anche fra i due il legame professionale si estese
    all'amicizia personale[6] . Del resto era proprio la formazione di una conoscenza condivisa uno degli effetti, ma prima
    ancora uno degli scopi, della costituzione del pool: come ebbe a dire Guarnotta, si andava ad esplorare un mondo
    che sinora era sconosciuto per noi in quella che era veramente la sua essenza[6] .
    Nel pool andò formandosi una "gerarchia di fatto", come la chiamò Di Lello: fondata sulle qualità personali di
    Falcone e Borsellino, tributari di questa leadership per superiori qualità - sempre secondo lo stesso collega - di
    "grande intelligenza, grandissima memoria e grande capacità di lavoro"; ed i colleghi non l'avrebbero discussa,
    questa supremazia, anche per il timore di essere sfidati a sostituirli[6] .
    Tutti i componenti del pool chiedevano espressamente l'intervento dello Stato, che non arrivò. Qualcosa
    faticosamente giunse nel 1982, a prezzo però di nuovo altro sangue "eccellente", quando dopo l'omicidio del
    deputato comunista Pio La Torre, il ministro dell'interno Virginio Rognoni inviò a Palermo il generale dei
    Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, che proprio in Sicilia e contro la mafia aveva iniziato la sua carriera di
    ufficiale, nominandolo prefetto. E quando anche questi trovò la morte, 100 giorni dopo, nella strage di via Carini, il
    parlamento italiano riuscì a varare la cosiddetta "legge Rognoni-La Torre" con la quale si istituiva il reato di
    associazione mafiosa (l'articolo 416 bis del codice penale) che il pool avrebbe sfruttato per ampliare le investigazioni
    sul fronte bancario, all'inseguimento dei capitali riciclati; era questa la strada che Giovanni Falcone ed i suoi colleghi
    del pool maggiormente intendevano seguire, una strada anni prima aperta dalle indagini finanziarie di Boris Giuliano
    (sul cui omicidio investigava il capitano Basile quando a sua volta assassinato) a proposito dei rapporti fra il
    capomafia Leoluca Bagarella ed il losco finanziere Michele Sindona.
    Il 29 luglio 1983 fu ucciso Rocco Chinnici, con l'esplosione di un'autobomba[8] , e pochi giorni dopo giunse a
    Palermo da Firenze Antonino Caponnetto. Il pool chiese una mobilitazione generale contro la mafia. Nel 1984 fu
    arrestato Vito Ciancimino, mentre Tommaso Buscetta ("Don Masino", come era chiamato nell'ambiente mafioso),
    catturato a San Paolo del Brasile ed estradato in Italia, iniziò a collaborare con la giustizia.
    Buscetta descrisse in modo dettagliato la struttura della mafia, di cui fino ad allora si sapeva ben poco. Nel 1985
    furono uccisi da Cosa Nostra, a pochi giorni l'uno dall'altro, il commissario Giuseppe Montana ed il vice-questore
    Ninni Cassarà[9] . Falcone e Borsellino furono per sicurezza trasferiti nella foresteria del carcere dell'Asinara, nella
    quale iniziarono a scrivere l'istruttoria per il cosiddetto "maxiprocesso", che mandò alla sbarra 475 imputati. Si seppe
    in seguito che l'amministrazione penitenziaria richiese poi ai due magistrati un rimborso spese ed un indennizzo per
    il soggiorno trascorso [10] .

    Senza il camino fa freddo...

    Pochi giorni prima di essere assassinato, Borsellino incontrò lo scrittore Luca Rossi cui raccontò diversi aneddoti della sua
    esperienza professionale, fra i quali uno riguardante degli accertamenti che insieme con Falcone conducevano in merito ad alcune
    delle rivelazioni di Buscetta. Don Masino aveva descritto minuziosamente la villa dei cugini Salvo, e questa descrizione, cruciale
    per attestare l'attendibilità del teste (ed ancora più cruciale visto quanto questo particolare teste stava risultando essenziale
    nell'azione complessiva del pool, che su queste spendeva la sua credibilità operativa), parlava di un grande salone che aveva al
    centro un grande camino. Durante il sopralluogo nella villa, però, quasi tutto corrispondeva al racconto del pentito, meno che il
    camino, che non c'era.

    Falcone allora, guardando costernato Borsellino, fece il gesto della pistola alla tempia e gli disse "adesso possiamo spararci tutt'e
    due". La discrepanza poteva infatti in rapida successione rendere inattendibile il teste, privare l'impianto dell'indagine di uno dei
    suoi tasselli centrali, esporre l'intero pool alle accuse già ventilate di approssimazione professionale o, peggio, di intenti
    persecutorii nei confronti di onesti cittadini.

    Borsellino avvicinò il custode della villa e, dopo averci chiacchierato di cose insignificanti, ad un certo punto gli chiese per
                                                                                                                          [11]
    curiosità cosa usassero per scaldarsi d'inverno. Il custode ripose: "Col camino. Ma d'estate lo spostiamo in giardino"       .
Paolo Borsellino                                                                                                                  70


    Borsellino a Marsala
    Borsellino chiese ed ottenne (il 19 dicembre 1986) di essere nominato Procuratore della Repubblica di Marsala. La
    nomina superava il limite ordinariamente vigente del possesso di alcuni requisiti principalmente relativi all'anzianità
    di servizio[12] .
    Secondo il collega Giacomo Conte[13] la scelta di decentrarsi e di assumere un ruolo autonomo rispondeva ad una
    sua intuizione per la quale l'accentramento delle indagini istruttorie sotto la guida di una sola persona esponeva non
    solo al rischio di una disorganicità complessiva dell'azione contro la mafia, ma anche a quello di poter facilmente
    soffocare questa azione colpendo il magistrato che ne teneva le fila; questa collocazione, "solo apparentemente
    periferica", fu secondo questo autore esempio della proficuità di questa collaborazione a distanza.
    Di parere difforme fu Leonardo Sciascia, scrittore siciliano, il quale in un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera
    il 10 gennaio del 1987, si scagliò contro questa nomina invitando il lettore a prendere atto che "nulla vale più, in
    Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso", a conclusione di
    un'esposizione principiata con due autocitazioni[14] . Si tratta della nota polemica sui cosiddetti "professionisti
    dell'antimafia". Borsellino commentò (o lo citò) solo dopo la morte di Falcone, parlando il 25 giugno 1992 ad un
    dibattito, organizzato da La Rete e da MicroMega (rivista)., sullo stato della lotta alla mafia dopo la Strage di
    Capaci: "Tutto incominciò con quell’articolo sui professionisti dell'antimafia"[15] [16] .

                            « Il vero obiettivo del CSM era eliminare al più presto Giovanni Falcone »
                            ((Durante il Convegno del La Rete del 25 Giugno 1992)


    « Quando Giovanni Falcone solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino
    Caponnetto, il CSM, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si
    impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli.
     »
    ((Durante il Convegno del La Rete del 25 Giugno 1992)

    Secondo Umberto Lucentini, uno dei suoi biografi, Borsellino si era invece reso conto della crescente importanza
    delle cosche trapanesi, e di Totò Riina e Bernardo Provenzano, all'interno della rete criminale Cosa Nostra, che ad
    esempio intorno a Mazara del Vallo e nel Belice, facevano ruotare interessi notevoli che occorreva seguire da
    vicino[6] .

    Verso la fine
    Nel 1987, mentre il maxiprocesso si avviava alla sua conclusione[17] con l'accoglimento delle tesi investigative del
    pool e l'irrogazione di 19 ergastoli e 2.665 anni di pena[18] [6] , Caponnetto lasciò il pool per motivi di salute e tutti
    (Borsellino compreso) si attendevano che al suo posto fosse nominato Falcone, ma il Consiglio Superiore della
    Magistratura non la vide alla stessa maniera e il 19 gennaio 1988 nominò Antonino Meli; sorse il timore che il pool
    stesse per essere sciolto.
    Borsellino parlò allora in pubblico a più riprese, raccontando quel che stava accadendo alla procura di Palermo. In
    particolare, in due interviste rilasciate il 20 luglio 1988 a la Repubblica ed a L'Unità, riferendosi al CSM, dichiarò tra
    l'altro espressamente: "si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all'Ufficio", "hanno disfatto il pool
    antimafia", "hanno tolto a Falcone le grandi inchieste", "la squadra mobile non esiste più", "stiamo tornando
    indietro, come 10 o 20 anni fa". Per queste dichiarazioni rischiò un provvedimento disciplinare (fu messo sotto
    inchiesta)[19] . A seguito di un intervento del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, si decise almeno di
    indagare su ciò che succedeva nel palazzo di Giustizia.
    Il 31 luglio il CSM convocò Borsellino, il quale rinnovò accuse e perplessità. Il 14 settembre Antonino Meli, sulla
    base di una decisione fondata sulla mera anzianità di ruolo in magistratura, fu nominato capo del pool; Borsellino
    tornò a Marsala, dove riprese a lavorare alacremente insieme a giovani magistrati, alcuni di prima nomina. Iniziava
Paolo Borsellino                                                                                                                  71


    in quei giorni il dibattito per la costituzione di una Superprocura e su chi porvi a capo, nel frattempo Falcone fu
    chiamato a Roma per assumere il comando della direzione affari penali e da lì premeva per l'istituzione della
    Superprocura.
    Con Falcone a Roma, Borsellino chiese il trasferimento alla Procura di Palermo e l'11 dicembre 1991 vi ritornò come
    Procuratore aggiunto, insieme al sostituto Antonio Ingroia.


    Il cammino segnato
    Nel settembre del 1991, la mafia aveva già abbozzato progetti per l'uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu Vincenzo
    Calcara, picciotto della zona di Castelvetrano cui la Cupola mafiosa, per bocca di Francesco Messina Denaro (capo
    della cosca di Trapani), aveva detto di tenersi pronto per l'esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare o mediante un
    fucile di precisione, o con un'autobomba. Assai onorato dell'incarico, che gli avrebbe consentito la scalata di qualche
    gradino nella gerarchia mafiosa, il mafioso attendeva l'ordine di entrare in azione come cecchino qualora si fosse
    propeso per questa soluzione.
    Ma Calcara fu arrestato il 5 novembre e la sua situazione in carcere si fece assai pericolosa poiché, secondo quanto
    da lui stesso indicato, aveva in precedenza intrecciato una relazione con la figlia di uno dei capi di Cosa Nostra, uno
    sbilanciamento del tutto contrario alle "regole" mafiose e sufficiente a costargli la vita; se da latitante poteva ancora
    essere utilizzato per "lavori sporchi", da carcerato invece gli restava solo la condanna a morte emessa
    dall'organizzazione. Prima che finisse il periodo di isolamento, Calcara decise di diventare collaboratore di giustizia
    e si incontrò proprio con Borsellino, al quale, una volta rivelatogli il piano e l'incarico, disse: "lei deve sapere che io
    ero ben felice di ammazzarla". Dopo di ciò, raccontò sempre il pentito, gli chiese di poterlo abbracciare e Borsellino
    avrebbe commentato: "nella mia vita tutto potevo immaginare, tranne che un uomo d'onore mi abbracciasse"[20] .
    Il pomeriggio del 19 maggio 1992, nel corso dell'XI scrutinio delle elezioni presidenziali, i 47 parlamentari del MSI
    votarono per Paolo Borsellino come Presidente della Repubblica.
    Il 23 maggio 1992 nell'attentato di Capaci persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre
    agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.

    « Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il
    dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo.
    Mi disse: "Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano". »
    (Paolo Borsellino, intervista a Lamberto Sposini dell'inizio di luglio)

    Il 19 luglio, 57 giorni dopo Capaci, Paolo Borsellino fu ucciso insieme agli agenti della sua scorta Agostino
    Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina).
    Una settimana dopo la strage, la giovanissima testimone di giustizia Rita Atria, che proprio per la fiducia che
    riponeva nel giudice Borsellino si era decisa a collaborare con gli inquirenti pur al prezzo di recidere i rapporti con la
    madre, si uccise.
    Diversi pentiti di mafia ritrattarono alcune accuse precedentemente espresse.
Paolo Borsellino                                                                                                                            72


    Dichiarazioni e rifiuti
    Borsellino rilasciò interviste e partecipò a numerosi convegni per denunciare l'isolamento dei giudici e l'incapacità o
    la mancata volontà da parte della politica di dare risposte serie e convinte alla lotta alla criminalità. In una di queste
    Borsellino descrisse le ragioni che avevano portato all'omicidio del giudice Rosario Livatino e prefigurò la fine (che
    poi egli stesso fece) che ogni giudice "sovraesposto" è destinato a fare.
    Alla presentazione di un libro[21] alla presenza dei ministri dell'interno e della giustizia, Vincenzo Scotti e Claudio
    Martelli, nonché del capo della polizia Vincenzo Parisi, dal pubblico fu chiesto a Borsellino se intendesse candidarsi
    alla successione di Falcone alla "Superprocura"; alla sua risposta negativa Scotti intervenne annunciando di aver
    concordato con Martelli di chiedere al CSM di riaprire il concorso ed invitandolo formalmente a candidarsi.
    Borsellino non rispose a parole, sebbene il suo biografo Lucentini abbia così descritto la sua reazione: "dal suo viso
    trapela una indignazione senza confini""[22] . Rispose al ministro per iscritto, giorni dopo: "La scomparsa di
    Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di effetti
    comunque riconducibili a tale luttuoso evento"[23] .


    La penultima intervista di Borsellino e le sue versioni
    Due mesi prima di essere ucciso, Paolo Borsellino rilasciò un'intervista ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio
    Calvi (21 maggio 1992)[24] . L'intervista mandata in onda da RaiNews 24 nel 2000 era di trenta minuti, quella
    originale era invece di cinquantacinque minuti.
    La trascrizione dell'intervista integrale si trova qui [25]




                                                                                         Lenzuoli dedicati a Giovanni Falcone e Paolo
                                                                                                          Borsellino




    « All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso
    l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze
    stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali,
    naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e
    allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di
    capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa
    ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in
    modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano
    trovati in possesso »
    (Paolo Borsellino, in quella intervista)

    In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parlò anche dei legami tra la mafia e l'ambiente industriale milanese
    e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio
    Mangano e Marcello Dell'Utri.
    Alla domanda se Mangano fosse un "pesce pilota" della mafia al Nord, Borsellino rispose che egli era sicuramente
    una testa di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord d'Italia. Sui rapporti con Berlusconi invece, nosatante
Paolo Borsellino                                                                                                                          73


    esplicitamente sollecitato dall'intervistatore, si astenne da qualsiasi giudizio.
    Anche alla luce di quest'intervista e del ruolo di Mangano così come descritto da Borsellino (testa di ponte
    dell'organizzazione mafiosa nel Nord d'Italia) destò scalpore la dichiarazione di Marcello Dell'Utri, condivisa dal
    presidente del consiglio dei ministri Silvio Berlusconi riferita a Vittorio Mangano: egli fu, a modo suo, un eroe[26]
    [27]

    Paolo Guzzanti aveva sostenuto che l'intervista trasmessa da Rai News 24 era stata manipolata, i giornalisti della rete
    gli fecero causa, ma fu assolto. Vi era corrispondenza tra la cassetta ricevuta ed il contenuto trasmesso, ma non con il
    video originale. Alcune risposte erano state tagliate e messe su altre domande. Ad esempio, quando Borsellino parla
    di "cavalli in albergo" per indicare un traffico di droga, non si riferiva ad una telefonata fra Dell'Utri e Mangano
    come poteva sembrare dalla domanda dell'intervistatore (che faceva riferimento ad un'intercettazione dell'inchiesta di
    San Valentino, che Borsellino aveva seguito solo per poco tempo), ma ad una fra Mangano e un mafioso della
    famiglia Inzerillo.[28]
    Nel numero de L'Espresso dell'8 aprile 1994 fu pubblicata una versione più estesa dell'intervista[29] .
    L'intervista, e i tagli relativi alla sua versione televisiva, furono citati anche dal tribunale di Palermo nella sentenza di
    condanna di Gaetano Cinà e Marcello Dell'Utri:

    « Un riferimento a quelle indagini si rinviene nella intervista rilasciata il 21 maggio 1992 dal dr. Paolo Borsellino ai
    giornalisti Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo. In dibattimento il Pubblico Ministero ha prodotto la cassetta contenente la
    registrazione originale di quella intervista che, nelle precedenti versioni, aveva subito, invece, evidenti manipolazioni ed era
    stata trasmessa a diversi anni di distanza dal momento in cui era stata resa, malgrado l’indubbio rilievo di un simile
    documento. »
                                                       [30]
    (Dalla sentenza di condanna di Dell'Utri Pag 431          )

    Nella sentenza fu poi riportato il brano dell'intervista relativo all'uso del termine "cavalli" per indicare la droga e
    sulle precedenti condanne di Mangano, in una versione ancora differente rispetto alle due già diffuse, trascritta dal
    nastro originale. Nella stessa sentenza era poi riportata l'intercettazione della telefonata intercorsa tra Mangano (la
    cui linea era sotto controllo) e Dell'Utri[31] , relativo al blitz di San Valentino, in cui veniva citato un "cavallo", a cui
    aveva fatto riferimento il giornalista nelle domande dell'intervista a Borsellino.[32] . La sentenza specificava però
    che:

    « Tra le telefonate intercettate (il cui tenore aveva consentito di disvelare i loschi traffici ai quali il Mangano si era dedicato
    in quegli anni) si inserisce quella del 14 febbraio 1980 intercorsa tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri.
    È opportuno chiarire subito che questa conversazione, pur avendo ad oggetto il riferimento a “cavalli”, termine criptico usato
    dal Mangano nelle conversazioni telefoniche per riferirsi agli stupefacenti che trafficava, non presenta un significato
    chiaramente afferente ai traffici illeciti nei quali il Mangano era in quel periodo coinvolto e costituisce il solo contatto
    evidenziato, nel corso di quelle indagini, tra Marcello Dell’Utri e i diversi personaggi attenzionati dagli investigatori. »
Paolo Borsellino                                                                                                                          74



    La strage di via d'Amelio
    Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie
    Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme
    alla sua scorta in via D'Amelio, dove viveva sua madre.
    Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre
    con circa 100 kg di tritolo a bordo, esplose al passaggio del
    giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti
    di scorta Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta
    in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie
                                                                                               Francobollo commemorativo
    Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu Antonino
    Vullo, ferito mentre parcheggiava uno dei veicoli della scorta [33] .

    Pochi giorni prima di essere ucciso, durante un incontro organizzato dalla rivista MicroMega, così come in una
    intervista televisiva a Lamberto Sposini, Borsellino aveva parlato della sua condizione di "condannato a morte".
    Sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra e sapeva che difficilmente la mafia si lascia scappare le sue vittime
    designate.
    Antonino Caponnetto, che subito dopo la strage aveva detto, sconfortato, "Non c'è più speranza...", intervistato anni
    dopo da Gianni Minà ricordò che "Paolo aveva chiesto alla questura – già venti giorni prima dell'attentato – di
    disporre la rimozione dei veicoli nella zona antistante l'abitazione della madre. Ma la domanda era rimasta inevasa.
    Ancora oggi aspetto di sapere chi fosse il funzionario responsabile della sicurezza di Paolo, se si sia proceduto
    disciplinarmente nei suoi confronti e con quali conseguenze"[34] .


    Via d'Amelio come strage di Stato

    « Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono
    d'accordo. »
                                        [35]
    (Lirio Abbate, Peter Gomez                 )

    Nell'introduzione del libro L'agenda rossa di Paolo Borsellino Marco Travaglio scrive:

    « Oggi, quindici anni dopo, non è cambiato nulla. L’impressione è che, ai piani alti del potere, quelle verità indicibili le
    conoscano in tanti, ma siano d’accordo nel tenerle coperte da una spessa coltre di omissis. Per sempre. L’agenda rossa è la
    scatola nera della Seconda Repubblica. Grazie a questo libro cominciamo a capire qualcosa anche noi »
                      [36]
    (Marco Travaglio         )

    Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino, parla esplicitamente di "strage di Stato":

    « Perché quello che è stato fatto è proprio cercare di fare passare l’assassinio di Paolo e di quei ragazzi che sono morti in via
    D’Amelio come una strage di mafia. [...] Hanno messo in galera un po’ di persone - tra l’altro condannate per altri motivi e
    per altre stragi - e in questa maniera ritengono di avere messo una pietra tombale sull’argomento. Devo dire che purtroppo
    una buona parte dell’opinione pubblica, cioè quella parte che assume le proprie informazioni semplicemente dai canali di
    massa - televisione e giornali - è caduta in questa chiamiamola “trappola” [...] Quello che noi invece cerchiamo in tutti i modi
    di far capire alla gente [...] è che questa è una strage di stato, nient’altro che una strage di stato. E vogliamo far capire anche
    che esiste un disegno ben preciso che non fa andare avanti certe indagini, non fa andare avanti questi processi, che mira a
    coprire di oblio agli occhi dell’opinione pubblica questa verità, una verità tragica perché mina i fondamenti di questa nostra
    repubblica. Oggi questa nostra seconda repubblica è una diretta conseguenza delle stragi del ‘92 »
                             [37]
    (Salvatore Borsellino           )
Paolo Borsellino                                                                                                                             75


    L'eredità

    « Io accetto la... ho sempre accettato il... più che il rischio, la... condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio,
    del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita,
    di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli.
    Il... la sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in... in estremo pericolo, è una sensazione
    che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so
    che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me.
    E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare... dalla sensazione che, o
    financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro. »
    (Paolo Borsellino, intervista a Sposini, inizio luglio 1992)

    La figura di Paolo Borsellino, come quella di Giovanni Falcone, ha lasciato un grande esempio nella società civile e
    nelle istituzioni.
    Alla sua memoria sono state intitolate numerose scuole e
    associazioni, nonché (insieme all'amico e collega) l'aeroporto
    internazionale "Falcone e Borsellino" (ex "Punta Raisi", Palermo)
    ed un'aula della facoltà di Giurisprudenza all'Università di Roma
    La Sapienza.
    Anche il cinema e la televisione hanno onorato la memoria del
    magistrato palermitano:
    • Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara;
    • I giudici di Ricky Tognazzi;
    • Gli angeli di Borsellino di Rocco Cesareo;
    • Paolo Borsellino, miniserie televisiva del 2004 di Gianluca
      Maria Tavarelli;
    • Paolo Borsellino - Essendo Stato, scritto e diretto da Ruggero                   Un rosone in bronzo, opera di Tommaso Geraci,
                                                                                    commemora insieme Falcone e Borsellino all'aeroporto
      Cappuccio.
                                                                                      loro dedicato di Palermo. Nell'iscrizione, si legge:
                                                                                               "L'orgoglio della Nuova Sicilia"




    « Un giudice vero fa quello che ha fatto Borsellino, uno che si trova solo occasionalmente a fare quel mestiere e non ha la
    vocazione può scappare, chiedere un trasferimento se ne ha il tempo e se gli viene concesso. Borsellino, invece, era di
    un'altra tempra, andò incontro alla morte con una serenità e una lucidità incredibili. »
                                                                     [38]
    (Antonino Caponnetto, intervista a Gianni Minà, maggio 1996             )



    Onorificenze
                              Medaglia d'oro al valor civile

                              «Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo, esercitava la propria
                             missione con profondo impegno e grande coraggio, dedicando ogni sua energia a respingere
    con rigorosa coerenza la proterva sfida lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Nonostante le
    continue e gravi minacce, proseguiva con zelo ed eroica determinazione il suo duro lavoro di investigatore, ma
    veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando la propria esistenza,
    vissuta al servizio dei più alti ideali di giustizia e delle Istituzioni.»
    — Palermo, 19 luglio 1992
Paolo Borsellino                                                                                                                76


    Musica
    • Il coraggio della solitudine, (2007), [27] sul quotidiano la Repubblica ( 23 maggio 2007 ).


    Bibliografia
    • Maurizio Calvi, Crescenzo Fiore, Figure di una battaglia: documenti e riflessioni sulla mafia dopo l'assassinio di
      G. Falcone e P. Borsellino, Dedalo, 1992 ISBN 9788822061379
    • Giustizia e Verità. Gli scritti inediti di Paolo Borsellino, a cura di Giorgio Bongiovanni, Ed. Associazione
      Culturale Falcone e Borsellino, 2003
    • Rita Borsellino, Il sorriso di Paolo, EdiArgo, Ragusa, 2005
    • Umberto Lucentini, Paolo Borsellino. Il valore di una vita, Mondadori 1994, riedito San Paolo 2004.
    • Giammaria Monti, Falcone e Borsellino: la calunnia il tradimento la tragedia, Editori Riuniti, 1996
    • Leone Zingales, Paolo Borsellino - una vita contro la mafia, Limina, 2005
    • Rita Borsellino, Fare memoria per non dimenticare e capire, Maria Pacini Fazzi Editore, 2002
    • Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco, L'agenda rossa di Paolo Borsellino, Chiarelettere, 2007
    • Fondazione Progetto Legalità Onlus in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime della mafia, La
      memoria ritrovata. Storie delle vittime della mafia raccontate dalle scuole, Palumbo Editore, 2005


    Voci correlate
    •   Strage di via d'Amelio
    •   Paolo Borsellino (miniserie televisiva)
    •   Rita Borsellino
    •   Rita Atria


    Altri progetti
    •          Wikiquote contiene citazioni di o su Paolo Borsellino


    Collegamenti esterni
    • Video di Paolo Borsellino [39]: incontro del 26 gennaio del 1989 con gli studenti di Istituto professionale di Stato
      per il commercio "Remondini" di Bassano del Grappa
    • Sito del libro Falcone Borsellino, misteri di stato [40]
    • L'ultima intervista ufficiale a Paolo Borsellino [41] : l'intervista rilasciata da Paolo Borsellino ai giornalisti Jean
      Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi il 19 maggio 1992, due mesi prima della sua morte.
    • Video dell'ultima intervista a Borsellino [42]
    • L'ultimo intervento pubblico di Paolo Borsellino [43] prima di essere ucciso. Nell'atrio della biblioteca comunale
      di Palermo, il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino ricorda la figura di Giovanni Falcone
    • Paolo Borsellino. La storia del magistrato ucciso dalla mafia [44] La Storia siamo Noi - Rai Educational
    • Sito della Fondazione Progetto Legalità onlus in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime della mafia
        [45]

    • Sito dedicato alla vita di Paolo Borsellino [46]
    • Sito con video della Rai dedicato a Paolo Borsellino e a Giovanni Falcone [47]
Paolo Borsellino                                                                                                                                               77


    Note
    [1] Numero di matricola 2301
    [2] "Paolo Borsellino" - Umberto Lucentini - 2003 - Edizioni San Paolo
    [3] Il valore di una vita, pag. 35
    [4] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=154
    [5] www.ansa.it/legalita/static/bio/borsellino.shtml
    [6] La Storia siamo noi - Paolo Borsellino (http:/ / www. rai. tv/ dl/ RaiTV/ programmi/ media/
        ContentItem-53f16858-7d26-4906-994a-2bab5f272362. html?p=0)
    [7] Borsellino era di destra, Di Lello si definisce "social-comunista".
    [8] La prima autobomba usata dalla mafia, secondo Rita Borsellino
    [9] Insieme all'agente Roberto Antiochia
    [10] Figure di una battaglia: documenti e riflessioni sulla mafia dopo l'assassinio di G. Falcone e P. Borsellino, pag. 121
    [11] Riassunto dal relato di Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, Feltrinelli, 1993 - ISBN 8807120100
    [12] "Notiziario straordinario" n. 17 del 10 settembre 1986 del Consiglio superiore della magistratura:


    « Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dottor Borsellino, si
    impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire
    e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore
    della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in
    misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone
    il "superamento" da parte del più giovane aspirante. »
    [13] Giacomo Conte (procuratore a Gela), Lo sdegno e la speranza: la lezione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in (a cura di) Franco
        Occhiogrosso, Ragazzi della mafia: storie di criminalità e contesti minorili, voci dal carcere, le reazioni e i sentimenti, i ruoli e le proposte,
        FrancoAngeli, 1993 - ISBN 8820479729
    [14] Il testo dell'articolo di Sciascia online (http:/ / www. italialibri. net/ dossier/ mafia/ professionistiantimafia. html) (2 pagine)
    [15] Una fra le numerose fonti online (http:/ / www. societacivile. it/ previsioni/ articoli_previ/ sciascia. html)
    [16] Trascrizione intervento (http:/ / liquida. noblogs. org/ post/ 2006/ 12/ 26/ 25-giugno-1992-ultimo-intervento-pubblico-di-paolo-borsellino)
    [17] Il 16 dicembre.
    [18] Sentenza della Corte di Assise (pres. Alfonso Giordano) poi sostanzialmente confermata 5 anni dopo dalla Corte di Cassazione.
    [19] Disse lo stesso Borsellino durante la serata alla Biblioteca Comunale di Palermo il 25 giugno 1992: "per aver denunciato questa verità io
        rischiai conseguenze professionali gravissime, e forse questo lo avevo pure messo nel conto, ma quel che è peggio il Consiglio superiore
        immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al
        più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque;
        almeno, dissi, se deve essere eliminato, l'opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti,
        non deve morire in silenzio. L'opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell'agosto 1988, l'opinione
        pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di
        agosto, tant'è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. ". Nello stesso intervento commentò la mancata
        nomina di Falcone: "Si aprì la corsa alla successione all'ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si
        impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì
        Antonino Meli."
    [20] Relato testuale del pentito in La Storia siamo noi - Paolo Borsellino (http:/ / www. rai. tv/ dl/ RaiTV/ programmi/ media/
        ContentItem-53f16858-7d26-4906-994a-2bab5f272362. html?p=0) (fonte per l'intero paragrafo)
    [21] "Gli uomini del disonore", di Pino Arlacchi
    [22] Umberto Lucentini, Paolo Borsellino. Il valore di una vita, Mondadori, 1994
    [23] Fonte (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 1994/ gennaio/ 16/ Paolo_rifiuto_posto_Falcone_co_0_940116669. shtml) per questo paragrafo
    [24] Trascrizione dell'intervista (http:/ / www. rainews24. rai. it/ ran24/ speciali/ borsellino_new/ espre. htm)
    [25] http:/ / www. 19luglio1992. org/ index. php?option=com_content& view=article& catid=26:in-evidenza&
        id=2300:paolo-borsellino-lintervista-nascosta#trascrizione
    [26] RadioDue (http:/ / www. youtube. com/ watch?v=PD4ixdKJzOE)
    [27] . la Repubblica (http:/ / www. repubblica. it/ 2008/ 04/ sezioni/ politica/ verso-elezioni-18/ berlusconi-toghe/ berlusconi-toghe. html)
    [28] http:/ / www. paologuzzanti. it/ wp-content/ 2008/ 03/ sentenza. pdf
    [29] trascrizione dell'intervista (http:/ / www. rainews24. rai. it/ ran24/ speciali/ borsellino_new/ espre. htm) pubblicata su L'Espresso dell'8 aprile
        1994, dal sito di Rainews 24
    [30] sentenza (http:/ / www. narcomafie. it/ sentenza_dellutri. pdf) dell’11 dicembre 2004, relativa al procedimento contro Marcello Dell'Utri
    [31] Rapporto 0500/CAS del 13 aprile 1981 della Criminalpol di Milano.
    [32] Trascrizione di un'intercettazione telefonica tra Vittorio Mangano e Marcello Dell'Utri, sentenza (http:/ / www. narcomafie. it/
        sentenza_dellutri. pdf) dell’11 dicembre 2004, relativa al procedimento contro Marcello Dell'Utri, pag 483 e seguenti, proveniente dal rapporto
        0500/CAS dell’aprile 1981 della Criminalpol di Milano
Paolo Borsellino                                                                                                                            78

    [33]   http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 1992/ luglio/ 21/ agente_superstite_vivo_per_miracolo_co_0_9207211793. shtml
    [34]   Intervista di Minà a Caponnetto (http:/ / www. giannimina. it/ index. php?option=com_content& task=view& id=95& Itemid=46)
    [35]   Lirio Abbate, Peter Gomez, I complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano, da Corleone al Parlamento, p. 36
    [36]   L'agenda rossa di Paolo Borsellino (http:/ / chiarelettere. ilcannocchiale. it/ ?id_blogdoc=1538344)
    [37]   Intervista RAI a Salvatore Borsellino fratello di Paolo Borsellino (http:/ / www. forum. rai. it/ index. php?showtopic=242566)
    [38]   Intervista di Minà a Caponnetto (http:/ / www. giannimina. it/ index. php?option=com_content& task=view& id=95& Itemid=46)
    [39]   http:/ / www. arcoiris. tv/ modules. php?name=BigDownload& id=1902
    [40]   http:/ / www. falconeborsellino. net/
    [41]   http:/ / www. terzoocchio. org/ intervista_paolo_borsellino. php
    [42]   http:/ / video. google. com/ videoplay?docid=2207923928642748192& q=borsellino+ dell%27utri/
    [43]   http:/ / liquida. noblogs. org/ post/ 2006/ 12/ 26/ 25-giugno-1992-ultimo-intervento-pubblico-di-paolo-borsellino
    [44]   http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=154
    [45]   http:/ / www. progettolegalita. it.
    [46]   http:/ / www. 19luglio1992. com/
    [47]   http:/ / www. rai. tv/ mpprogramma/ 0,,Eventi-SpecialeFalconeBorsellino%5E16%5E118340%5Et-1,00. html
79




                                             Giornalisti

Mario Francese
Mario Francese (Siracusa, 6 febbraio 1925 – Palermo, 26 gennaio 1979) è stato un giornalista italiano, assassinato
dalla mafia.
Francese iniziò la carriera come telescriventista dell'ANSA, successivamente passò a giornalista e scrisse per il
quotidiano "La Sicilia" di Catania. Di simpatie monarchiche, nel 1958 viene assunto all'ufficio stampa
dell'assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Siciliana. Nel frattempo intraprese la collaborazione con "Il
Giornale di Sicilia" di Palermo. Nel 1968 si licenzia dall'ufficio stampa per lavorare a pieno nel giornale [1] dove si
occupa della cronaca giudiziaria entrando in contatto con gli scottanti temi del fenomeno mafioso.
Divenuto giornalista professionista si occupò della strage di Ciaculli, del processo ai corleonesi del 1969 a Bari,
dell'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e fu l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò
Riina, Antonietta Bagarella. Nelle sue inchieste entrò profondamente nella analisi dell'organizzazione mafiosa, delle
sue spaccatture, delle famiglie e dei capi specie del corleonese legato a Luciano Liggio e Totò Riina[2] . Fu un
fervente sostenitore dell'ipotesi che quello di Cosimo Cristina fosse un assassinio di mafia. La sera del 26 gennaio
1979 venne assassinato a Palermo, davanti casa.
Per l'assassinio sono stati condannati:Totò Riina, Leoluca Bagarella (che sarebbe stato l'esecutore materiale del
delitto), Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano [3] . Le motivazioni della
condanna nella sentenza d'appello furono: «Il movente dell' omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo
straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un'approfondita ricostruzione delle più complesse e
rilevanti vicende di mafia degli anni '70»[4] .


Media
Dopo la messa in onda su Mediaset della miniserie tv Il capo dei capi, che racconta la storia del boss mafioso Totò
Riina, i familiari di Mario Francese hanno protestato contro Mediaset e gli sceneggiatori del film. Nella storia,
infatti, non figura il personaggio di Mario Francese (di contro, figura il personaggio inventato Biagio Schirò).


Correlazioni esterne
• Fondazione Francese [5]
• Articolo: Mario Francese, coraggio e fiuto di un cronista [6]
Mario Francese                                                                                                                                    80


    Note
    [1] Particolari biografici citati in http:/ / www. fondazionefrancese. org/ biografia. htm
    [2] secondo sapere.it (http:/ / www. sapere. it/ tca/ MainApp?srvc=dcmnt& url=/ tc/ storia/ percorsi/ MarioFrancese/ Mario_Home. jsp) fu il
        primo a citare Riina come capo mafia
    [3] Come riportato da Fondazionefrancese.org (http:/ / www. fondazionefrancese. org/ biografia. htm)
    [4] Come riportato da almanaccodeimisteri.info (http:/ / www. almanaccodeimisteri. info/ mafiafebbraio2003. htm)
    [5] http:/ / www. fondazionefrancese. org
    [6] http:/ / www. infocity. go. it/ vedi_articolo. php?id=2087




    Giuseppe Fava
                                             « A che serve vivere, se non c'è il coraggio di lottare? »
                                             (Giuseppe Fava)




    Pippo Fava

    Giuseppe Fava detto Pippo (Palazzolo Acreide, 15 settembre 1925 – Catania, 5 gennaio 1984) è stato uno scrittore,
    giornalista e drammaturgo italiano, oltre che saggista e sceneggiatore.
    Fu un personaggio carismatico, apprezzato dai propri collaboratori per la professionalità e il modo di vivere
    semplice. È stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, secondo giornale antimafia in
    Sicilia. Il film Palermo or Wolfsburg, di cui ha curato la sceneggiatura, ha vinto l'Orso d'oro al Festival di Berlino
    nel 1980. È stato ucciso nel gennaio 1984 e per quel delitto sono stati condannati alcuni membri del clan mafioso dei
    Santapaola. È stato il secondo intellettuale ad essere ucciso da Cosa nostra dopo Giuseppe Impastato (9 maggio
    1978). È il padre del giornalista e politico Claudio Fava.
Giuseppe Fava                                                                                                                      81


    Biografia

    Gli esordi all'Espresso sera
    Nacque a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 settembre 1925. I suoi genitori Giuseppe ed Elena erano
    maestri di scuola elementare, i suoi nonni contadini. Nel 1943 si trasferì a Catania e si laureò in giurisprudenza[1] .
    Nel 1952 diventò giornalista professionista. Iniziò così a collaborare a varie testate regionali e nazionali, tra cui Sport
    Sud, La Domenica del Corriere, Tuttosport e Tempo illustrato di Milano.
    Nel 1956 venne assunto dall'Espresso sera, di cui fu caporedattore fino al 1980[2] . Scriveva di vari argomenti, dal
    cinema al calcio, ma i suoi lavori migliori furono una serie di interviste ad alcuni boss di Cosa nostra, tra cui
    Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo. Molti lo avrebbero visto alla direzione del secondo quotidiano catanese,
    ma l'editore Mario Ciancio Sanfilippo gli preferì un altro giornalista, si disse perché non facilmente controllabile da
    chi comandava[1] .


    Teatro, cinema e radio
    Nel periodo in cui lavorò all'Espresso sera, Pippo Fava iniziò a scrivere per il teatro. La sua prima opera, Cronaca di
    un uomo, è datata 1966 e ha vinto il Premio Vallecorsi. Nel 1970 La violenza conquista il Premio IDI e dopo la
    prima al Teatro Stabile di Catania è portata in tournée per tutta l'Italia. Nel 1972 è partita la sua collaborazione con il
    grande schermo, con la trasposizione cinematografica del suo primo dramma: La violenza: Quinto potere, che fu
    diretto da Florestano Vancini. Nel 1975 il suo primo romanzo, Gente di rispetto, è stato messo in scena da Luigi
    Zampa.
    Dopo aver lasciato l'Espresso sera, Fava si trasferì a Roma, dove condusse Voi e io, una trasmissione radiofonica su
    Radiorai. Continuò a scrivere collaborando con Il Tempo e il Corriere della sera e, soprattutto, scrivendo la
    sceneggiatura di Palermo or Wolfsburg, film di Werner Schroeter tratto dal suo romanzo Passione di Michele. Nel
    1980 il film vince l'Orso d'Oro. Continuava anche l'attività teatrale, iniziata anni prima e culminata con alcune
    rappresentazioni delle sue opere[1] .


    Direttore del Giornale del Sud
    Nella primavera del 1980 gli venne affidata la direzione del Giornale del Sud. Inizialmente accolto con scetticismo,
    Fava creò un gruppo redazionale ex novo, affidandosi a giovani ed inesperti cronisti improvvisati. Tra di essi
    figuravano il figlio Claudio, Riccardo Orioles, Michele Gambino, Antonio Roccuzzo, Elena Brancati, Rosario Lanza,
    che l'avrebbero seguito nelle successive esperienze lavorative.
    Pippo Fava fece del Giornale del Sud un quotidiano coraggioso. L'11 ottobre 1981 pubblicò Lo spirito di un
    giornale, un articolo in cui chiariva le linee guida che faceva seguire alla sua redazione: basarsi sulla verità per
    «realizzare giustizia e difendere la libertà»[3] . Fu in quel periodo che si riuscì a denunciare le attività di Cosa nostra,
    attiva nel capoluogo etneo soprattutto nel traffico della droga.
    Per un anno il Giornale del Sud continuò senza soste il suo lavoro. Il tramonto della gestione Fava fu segnato da tre
    avvenimenti: la sua avversione all'installazione di una base missilistica a Comiso (poi effettivamente realizzata), la
    sua presa di posizione a favore dell'arresto del boss Alfio Ferlito e l'arrivo di una nuova cordata di imprenditori al
    giornale. I nomi dei nuovi editori dicevano poco: Salvatore Lo Turco, Gaetano Graci, Giuseppe Aleppo, Salvatore
    Costa. Si trattava di «tipi ambiziosi, astuti, pragmatici», come il figlio Claudio spiegava ne La mafia comanda a
    Catania. Poi si scoprì che Lo Turco frequentava il boss Nitto Santapaola, e che Graci andava a caccia con il boss.
    Inoltre erano iniziati gli atti di forza contro la rivista. Venne organizzato un attentato, a cui scampò, con una bomba
    contenente un chilo di tritolo. In seguito, la prima pagina del Giornale del Sud che denunciava alcune attività di
    Ferlito fu sequestrata prima della stampa e censurata, mentre il direttore era fuori.
Giuseppe Fava                                                                                                                          82


    Di lì a poco Pippo venne licenziato. I giovani giornalisti occuparono la redazione, ma a nulla valsero le loro proteste.
    Per una settimana rimasero chiusi nella sede, ricevendo pochi attestati di solidarietà. Dopo un intervento del
    sindacato, l'occupazione cessò. Poco tempo dopo, il Giornale del Sud avrebbe chiuso i battenti per volontà degli
    editori[1] .


    Direttore de I Siciliani

   « Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un
   ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa... »
   (Pippo Fava)

                                                     Rimasto senza lavoro, Fava si rimbocca le maniche e con i suoi
                                                     collaboratori fonda una cooperativa, Radar, per poter finanziare un
                                                     nuovo progetto editoriale. Praticamente senza mezzi operativi (appena
                                                     due Roland di seconda mano acquistate grazie alle cambiali) ma con
                                                     molte idee, il gruppo riesce a pubblicare il primo numero della rivista
                                                     nel novembre 1982. La nuova rivista, con cadenza mensile, si chiama I
                                                     Siciliani.

                                                     Diventò subito una delle esperienze decisive per il movimento
                                                     antimafia. Le inchieste della rivista diventarono un caso politico e
                                                     giornalistico: gli attacchi alla presenza delle basi missilistiche in Sicilia,
                                                     la denuncia continua della presenza della mafia, le piccole storie di
                                                     ordinaria delinquenza. Probabilmente l'articolo più importante è il
                                                     primo firmato Pippo Fava, intitolato I quattro cavalieri dell'apocalisse
                     Giuseppe Fava.                  mafiosa. Si tratta di un'inchiesta-denuncia sulle attività illecite di
                                                     quattro imprenditori catanesi, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci
    (agrigentino di nascita), Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi come Michele Sindona. Senza
    giri di parole, Fava collega i cavalieri del lavoro con il clan del boss Nitto Santapaola[4] .

    Nell'anno successivo, Rendo, Salvo Andò e Graci cercarono di comprare il giornale per poterlo controllare,
    ottenendo solo rifiuti. I Siciliani continuò ad essere una testata indipendente. Continuò a mostrare le foto di
    Santapaola con politici, imprenditori e questori. Immagini conosciute dalle forze di polizia ma non usate contro i
    collusi[1] .
    Il 28 dicembre 1983 rilascia la sua ultima intervista a Enzo Biagi nella trasmissione Filmstory, trasmessa su Rai Uno,
    sette giorni prima del suo assassinio. Raccontava Fava[5] :

   « Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte
   sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può
   definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da
   piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più
   tragico ed importante.... »
   ("I mafiosi stanno in Parlamento")
Giuseppe Fava                                                                                                                    83


    L'omicidio
    Alle ore 22 del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava si trovava in via dello Stadio e stava
    andando a prendere la nipote che recitava in Pensaci, Giacomino! al Teatro Verga.
    Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale. Non ebbe il tempo di scendere
    dalla sua Renault 5 che fu freddato da cinque proiettili calibro 7,65 alla nuca[6] .
    Inizialmente, l'omicidio venne etichettato come delitto passionale, sia dalla stampa che
    dalla polizia. Si disse che la pistola utilizzata non fosse tra quelle solitamente impiegate
    in delitti a stampo mafioso. Si iniziò anche a frugare tra le carte de I Siciliani, in cerca
    di prove: un'altra ipotesi era il movente economico, per le difficoltà in cui versava la
    rivista[7] .

    Anche le istituzioni, in primis il sindaco Angelo Munzone, diedero peso a questa tesi,            Giuseppe Fava.

    tanto da evitare di organizzare una cerimonia pubblica alla presenza delle più alte
    cariche cittadine[8] . Le prime dichiarazioni ufficiali furono clamorose. L'onorevole Nino Drago chiese una chiusura
    rapida delle indagini perché «altrimenti i cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al Nord». Il
    sindaco ribadì che la mafia a Catania non esisteva. A ciò ribatté l'alto commissario Emanuele De Francesco, che
    confermò che «la mafia è arrivata a Catania, ne sono certo», e il questore Agostino Conigliaro, sostenitore della pista
    del delitto di mafia[7] .

    Il funerale si tenne nella piccola chiesa di Santa Maria della Guardia in Ognina e poche persone diedero l'ultimo
    saluto al giornalista[9] : furono soprattutto giovani ed operai quelli che accompagnarono la bara. Inoltre, ci fu chi fece
    notare che spesso Fava scriveva dei funerali di stato organizzati per altre vittime della mafia, a cui erano presenti
    ministri e alte cariche pubbliche: il suo, invece, fu disertato da molti, gli unici presenti erano il questore, alcuni
    membri del PCI e il presidente della regione Santi Nicita[7] .


    Le indagini e i processi
    Successivamente, l'evidenza delle accuse lanciate da Fava sulle collusioni tra Cosa nostra e i cavalieri del lavoro
    catanesi viene rivalutata dalla magistratura, che avvia vari procedimenti giudiziari. L'attacco frontale che la mafia
    aveva messo in atto nei confronti delle istituzioni non poté passare inosservato[10] . Dopo un primo stop nel 1985, per
    la sostituzione del sostituto procuratore aggiunto per "incompatibilità ambientale", il processo riprese a pieno ritmo
    solo nel 1994[6] .
    Nel 1998 si è concluso a Catania il processo denominato "Orsa Maggiore 3" dove per l'omicidio di Giuseppe Fava
    sono stati condannati all'ergastolo il boss mafioso Nitto Santapaola, ritenuto il mandante, Marcello D'Agata e
    Francesco Giammuso come organizzatori, e Aldo Ercolano come esecutore assieme al reo confesso Maurizio Avola.
    Nel 2001 le condanne all'ergastolo sono state confermate dalla Corte d'appello di Catania per Nitto Santapaola e
    Aldo Ercolano, accusati di essere stati i mandanti dell'omicidio. Assolti Marcello D'Agata e Franco Giammuso che in
    primo grado erano stati condannati all'ergastolo come esecutori dell'omicidio. L'ultimo processo si è concluso nel
    2003 con la sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato Santapaola ed Ercolano all'ergastolo e Avola a
    sette anni patteggiati.
    Sono stati due i pentiti protagonisti del processo: Luciano Grasso e Maurizio Avola. Entrambi sono stati presi di mira
    da La Sicilia, che ha annunciato il pentimento di Grasso prima ancora che avesse potuto testimoniare contro gli
    assassini di Fava (poi effettivamente l'avrebbe fatto, ma ad un altro inquirente) e che ha cercato più volte di
    screditare Avola tramite Tony Zermo. Avola, in particolare, spiegò che Santapaola organizzò l'omicidio per conto di
    alcuni «imprenditori catanesi» e di Luciano Liggio: nessuno di questi però è stato condannato come mandante[6] .
Giuseppe Fava                                                                                                                       84


    Stile

    Fava giornalista

   « Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere
   quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte
   corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei
   servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai
   politici il buon governo. »
                                            [11]
   (Pippo Fava. Lo spirito di un giornale       . 11 ottobre 1981)

    Giuseppe Fava era uno strenuo sostenitore della verità. L'articolo Lo spirito di un giornale fu il suo manifesto
    programmatico, in cui sottolineò l'importanza di denunciare attraverso la stampa per sminuire il potere della
    criminalità e per «realizzare giustizia e difendere la libertà». Il giornalista si dedicò soprattutto alla denuncia della
    mafia, il male che attanagliava la sua terra, e delle sue collusioni con la politica. Fu anche accostato a Pier Paolo
    Pasolini per le sue critiche alla classe dirigente[12] . D'altro canto, l'intellettuale palazzolese fu anche apprezzato per i
    suoi lavori riguardanti lo sport e la cultura, a cui si dedicò per tutto l'arco della sua carriera.


    Fava scrittore
    Riccardo Orioles, uno dei suoi più stretti collaboratori, lo pone tra le massime espressioni della letteratura italiana in
    Sicilia. Lo definisce uno scrittore minore e dimenticato, ma anche uno che, a differenza dei grandi come Luigi
    Pirandello o Giovanni Verga, non ha abbandonato i suoi ideali giovanili per diventare un reazionario. Viene
    accomunato a Giuseppe Tomasi di Lampedusa come la massima espressione letteraria della Sicilia nel secondo
    dopoguerra.
    Orioles definisce il suo stile popolare, il suo linguaggio denso e forte, il suo stile semplice. I suoi personaggi erano
    tutti ben connotati psicologicamente, ma solitamente erano ben schierati tra potenti ed oppressi. Il suo capolavoro è
    stato Passione di Michele, pubblicato nel 1980[13] .


    L'eredità

    I Siciliani
    L'omicidio di Giuseppe Fava non impedì alla sua rivista, I Siciliani, di continuare ad uscire. Il giorno dopo la sua
    morte la redazione riaprì come se nulla fosse successo. Anzi, la sua morte servì a trovare nuova gente che
    collaborasse. Orioles raccontò che quel giorno si presentò un gruppo di giovani di Sant'Agata li Battiati iscritti alla
    FGCI pronti a distribuire il giornale. Per tre anni la rivista portò avanti la sua campagna antimafia, malgrado le
    crescenti difficoltà, e contribuì ad animare varie manifestazioni a cui partecipavano persone di qualsiasi
    schieramento politico[13] .
Giuseppe Fava                                                                                                                   85


    Fondazione Fava
    L'attività antimafia di Pippo Fava e de I Siciliani è stata portata avanti anche dalla fondazione Fava. Scopo principale
    della Fondazione, che non riceve finanziamenti dallo stato, è quello di stimolare varie attività contro la delinquenza,
    tra cui la creazione di centri di aggregazione, l'organizzazione di convegni ed eventi culturali rivolti soprattutto alla
    scuola, la pubblicazione di libri e la messa in scena di opere teatrali.
    Dal gennaio 2007 è stato istituito un Premio a carattere nazionale per chi si è distinto nelle inchieste giornalistiche.
    La prima edizione è stata vinta da Fabrizio Gatti[14] .
    Dal gennaio 2008, al Premio Nazionale si affianca una sezione Giovani. La seconda edizione è stata vinta da Roberto
    Morrione per la sezione nazionale, e dai ragazzi di Addiopizzo per la sezione Giovani.
    Nel gennaio 2009 la terza edizione del Premio è stata vinta da Carlo Lucarelli per la sezione Nazionale, e dai registi
    Andrea D'Ambrosio, Esmeralda Calabria, Peppe Ruggiero del film documentario Biùtiful cauntri per la sezioni
    Giovani.
    Nel gennaio 2010 la quarta edizione del Premio è stata vinta da Sigfrido Ranucci [15] per la sezione Nazionale, e da
    Giulio Cavalli per la sezioni Giovani.


    Opere

    Teatro
    •   Cronaca di un uomo (1966);
    •   La violenza (1970);
    •   Il proboviro (1972);
    •   Bello bellissimo (1974);
    •   Delirio (1979);
    •   Opera buffa (1979);
    •   Sinfonia d'amore (1980);
    •   Foemina ridens (1982);
    •   Ultima violenza (1983).
    Giuseppe Fava ha scritto anche alcune opere mai andate in scena:
    •   La rivoluzione;
    •   America America;
    •   Dialoghi futuri imminenti;
    •   Il vangelo secondo Giuda;
    •   Paradigma;
    •   L'uomo del nord.
Giuseppe Fava                                                                                                              86


    Antologie di inchieste
    •   Processo alla Sicilia (1970);
    •   I Siciliani (1978);
    •   Mafia. Da Giuliano a Dalla Chiesa (1984);
    •   Un anno (2003).


    Romanzi
    • Gente di rispetto (Bompiani, 1975)
    • Prima che vi uccidano (Bompiani, 1977)
    • Passione di Michele (Cappelli, 1980).


    Opere su Fava
    Nel 1984 il regista Vittorio Sindoni ha realizzato il film-documentario Giuseppe Fava: Siciliano come me. Tra gli
    attori, figuravano Leo Gullotta e Ignazio Buttitta[16] . Nel 2005 è stata messa in scena al Centro Zō di Catania
    L'istruttoria - atti del processo in morte di Pippo Fava, di Claudio Fava e Ninni Bruschetta, sui processi seguiti
    all'omicidio. L'opera mette in scena le dichiarazioni (a volte ridicole) rilasciate da Mario Ciancio, Tony Zermo,
    Salvatore Lo Turco e altri testimoni, tutti personaggi che hanno avversato in qualche modo l'operato del giornalista
    palazzolese contro la mafia[17] .


    Bibliografia
    • Claudio Fava. La mafia comanda a Catania 1960-1991. Roma-Bari, Laterza, 1992. ISBN 8842038113
    • Claudio Fava. Nel nome del padre. Milano, Baldini & Castoldi, 1996. ISBN 8880891294
    • Nando dalla Chiesa. Storie. Torino, Einaudi, 1990.
    • Umberto Santino (a cura di). L’antimafia difficile. Palermo, Centro siciliano di documentazione Giuseppe
      Impastato, 1989.
    • Rosalba Cannavò Pippo Fava. Cronaca di un uomo libero. Catania, Cuecm, 1990.


    Voci correlate
    •   Vittime di Cosa Nostra
    •   Mauro De Mauro
    •   Giovanni Spampinato
    •   Mario Francese
    •   Claudio Fava
    •   Riccardo Orioles
Giuseppe Fava                                                                                                                                                       87


    Altri progetti
    •       Wikiquote contiene citazioni di o su Giuseppe Fava


    Collegamenti esterni
    •   Fondazione Fava [18]
    •   Coordinamento Fava [19]
    •   Dossier su Pippo Fava su Girodivite.it [20]
    •   Alcuni articoli de "I Siciliani" di Fava [21]
    •   Video dell'ultima intervista del 28 dicembre 1983 a Enzo Biagi [22]
    •   Una tesi di laurea sul percorso giornalistico di Fava [23]
    •   Blog sulla storia dei Siciliani di Giuseppe Fava [24]
    •   Giuseppe Fava - Un uomo [25] La storia siamo noi - Rai Educational
    •   I quattro cavalieri dell'Apocalisse mafiosa [26]


    Note
    [1] Sebastiano Gulisano. Giuseppe "Pippo" Fava (http:/ / www. reti-invisibili. net/ giuseppefava/ ). «Polizia e Democrazia», 2002
    [2] Antenati: Giuseppe Fava (http:/ / www. girodivite. it/ antenati/ xx3sec/ _fava_giuseppe. htm)
    [3] Giuseppe Fava. Lo spirito di un giornale (http:/ / www. girodivite. it/ Lo-spirito-di-un-giornale-di-Pippo. html). «Giornale del Sud», 11
        ottobre 1981.
    [4] Giuseppe Fava. I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa (http:/ / www. girodivite. it/ I-quattro-cavalieri-dell. html). «I Siciliani», novembre
        1982.
    [5] "I mafiosi stanno in Parlamento" (http:/ / www. youtube. com/ watch?v=jAogBSvaSyU) , Video dell'ultima intervista di Giuseppe Fava del
        28 dicembre 1983.
    [6] Daniele Biacchessi. Il caso Pippo Fava (http:/ / www2. radio24. ilsole24ore. com/ speciali1/ speciale_gialloenero20032004_29. htm).
        Radio24.it.
    [7] Alcune cronache su un caso di mafia (http:/ / www. claudiofava. it/ siciliani/ memoria/ info/ info01. htm). I Siciliani, aprile 1984.
    [8] Silvestro Livolsi. Piccola testimonianza sul ’giorno dopo’ l’omicidio Fava (http:/ / www. girodivite. it/ Piccola-testimonianza-sul-giorno.
        html). Girodivite.it, 14 luglio 2004.
    [9] Ida Sconzo. Vent'anni fa: Pippo Fava (http:/ / www. girodivite. it/ Vent-anni-fa-Pippo-Fava. html). Girodivite.it, 28 febbraio 2004.
    [10] Relazione sullo stato della criminalità nella città di Catania (http:/ / www. camera. it/ _dati/ leg13/ lavori/ doc/ xxiii/ 048/ d030. htm),
        approvato dalla Commissione parlamentare antimafia il 29 novembre 2000.
    [11] http:/ / www. girodivite. it/ Lo-spirito-di-un-giornale-di-Pippo. html
    [12] Marco Olivieri. L'istruttoria: il teatro rilegge il delitto Fava (http:/ / invisibil. blogspot. com/ 2006/ 01/ listruttoria-il-teatro-rilegge-il. html).
        «La Repubblica», 4 gennaio 2006.
    [13] Riccardo Orioles. Cinque gennaio (http:/ / www. girodivite. it/ Cinque-Gennaio. html). Girodivite.it, 5 aprile 2006.
    [14] Pina La Villa. Giuseppe Fava: Un anno (http:/ / www. girodivite. it/ Giuseppe-Fava-Un-anno. html). Girodivite.it, 6 gennaio 2004.
    [15] http:/ / www. report. rai. it/ RE_autori/ 0,11513,21,00. html
    [16] Scheda su Giuseppe Fava: Siciliano come me (http:/ / www. imdb. it/ title/ tt0178504/ ) dell'Internet Movie Database
    [17] Carmen Ruggeri. La mafia in scena 21 anni dopo la morte di Pippo Fava (http:/ / www. girodivite. it/ La-mafia-in-scena-21-anni-dopo-la.
        html). Girodivite.it, 6 gennaio 2005.
    [18] http:/ / www. fondazionefava. it/
    [19] http:/ / www. coordinamentofava. org/
    [20] http:/ / www. girodivite. it/ -Pippo-Fava-. html
    [21] http:/ / www. claudiofava. it/ old/ memoria. htm
    [22] http:/ / www. youtube. com/ watch?v=jAogBSvaSyU
    [23] http:/ / www. francescocosta. net/ 2006/ 11/ 20/ giuseppe-fava-giornalista/
    [24] http:/ / isicilianidigiuseppefava. blogspot. com
    [25] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=617
    [26] http:/ / www. lavocedifiore. org/ SPIP/ article. php3?id_article=4002
Giancarlo Siani                                                                                                                88



    Giancarlo Siani
    Giancarlo Siani (Napoli, 19 settembre 1959 – Napoli, 23 settembre 1985) è stato un giornalista italiano, assassinato
    dalla camorra.


    Biografia

    Primi anni
    Nato in una famiglia della borghesia napoletana del
    quartiere del Vomero, frequentò il Liceo Vico
    partecipando ai movimenti studenteschi del 1977.
    Iscrittosi all'università, iniziò a collaborare con alcuni
    periodici napoletani mostrando particolare interesse per le
    problematiche dell'emarginazione: proprio all'interno
    delle fasce sociali più disagiate si annidava, infatti, il
    principale serbatoio di manovalanza della criminalità
    organizzata.

    Scrisse i suoi primi articoli per il periodico "Osservatorio
    sulla camorra", diretto da Amato Lamberti,
    appassionandosi ai rapporti ed alle gerarchie delle
    famiglie camorristiche che controllavano Torre
    Annunziata e dintorni. Poi iniziò a lavorare come
    corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano Il
    Mattino: dipendeva dalla redazione distaccata di
    Castellammare di Stabia. Pur lavorando come
    corrispondente, il giornalista frequentava stabilmente la
    redazione del comune stabiese, preparando il terreno per                            Giancarlo Siani.

    la stabile assunzione come praticante giornalista
    professionista.

    Lavorando per Il Mattino Siani compì le sue importanti indagini sui boss locali, ed in particolare su Valentino
    Gionta, che aveva costruito un business basato sul contrabbando di sigarette.


    L'impegno giornalistico
    Le vigorose denunce del giovane giornalista lo condussero ad essere regolarizzato nella posizione di corrispondente
    (articolo 12 del contratto di lavoro giornalistico) dal quotidiano nell'arco di un anno. Le sue inchieste scavavano
    sempre più in profondità, tanto da arrivare a scoprire la moneta con cui i boss mafiosi facevano affari. Siani con un
    suo articolo accusò il clan Nuvoletta, alleato dei Corleonesi di Totò Riina, e il clan Bardellino, esponenti della
    "Nuova Famiglia", di voler spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto pericoloso, scomodo
    e prepotente, per porre fine alla guerra tra famiglie. Ma le rivelazioni, ottenute da Giancarlo grazie ad un suo amico
    carabiniere e pubblicate il 10 giugno 1985, indussero la camorra a sbarazzarsi di questo scomodo giornalista.
    In quell'articolo Siani ebbe modo di scrivere che l'arresto del boss Valentino Gionta fu reso possibile da una
    "soffiata" che esponenti del clan Nuvoletta fecero ai carabinieri. Il boss oplontino fu infatti arrestato poco dopo aver
    lasciato la tenuta del boss Lorenzo Nuvoletta a Marano, comune a Nord di Napoli. Secondo quanto successivamente
    rivelato dai collaboratori di giustizia, l'arresto di Gionta fu il prezzo che i Nuvoletta pagarono al boss Antonio
Giancarlo Siani                                                                                                                    89


    Bardellino per ottenerne un patto di non belligeranza. La pubblicazione dell'articolo suscitò le ire dei fratelli
    Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei, facevano la figura degli "infami", ossia di coloro che,
    contrariamente al codice degli uomini d'onore della mafia, intrattenevano rapporti con le forze di polizia.
    Da quel momento i capo-clan Lorenzo ed Angelo Nuvoletta tennero numerosi summit per decidere in che modo
    eliminare Siani, nonostante la reticenza di Valentino Gionta, incarcerato. A ferragosto del 1985 la camorra decise la
    sentenza di Siani, che doveva essere ucciso lontano da Torre Annunziata per depistare le indagini. Giancarlo
    lavorava sempre alacremente alle sue inchieste e stava per pubblicare un libro sui rapporti tra politica e camorra negli
    appalti per la ricostruzione post-terremoto.
    Il giorno della sua morte telefonò al suo ex-direttore dell'Osservatorio sulla Camorra, Amato Lamberti, chiedendogli
    un incontro per parlargli di cose che "è meglio dire a voce". Non si è però mai saputo di cosa si trattasse e se
    Giancarlo avesse iniziato a temere per la sua incolumità. Lo stesso Lamberti, nelle diverse escussioni testimoniali cui
    è stato sottoposto, ha fornito versioni diverse della vicenda che non hanno mai chiarito quell'episodio.


    L'assassinio
    Il 23 settembre 1985, quattro giorni dopo aver compiuto 26 anni, appena giunto sotto casa sua con la propria Mehari,
    Giancarlo Siani venne ucciso: l'agguato avvenne alle 20.50 circa in via Vincenzo Romaniello, nel quartiere
    napoletano del Vomero, vicino casa sua. Siani, trasferito dalla redazione di Castellammare di Stabia del quotidiano
    napoletano Il Mattino a quella centrale, all'epoca diretto da Pasquale Nonno proveniva dalla sede centrale de Il
    Mattino in via Chiatamone. Per chiarire i motivi che hanno determinato la morte e identificare mandanti ed esecutori
    materiali furono necessari 12 anni e 3 pentiti.


    Processi
    Il 15 aprile del 1997 la seconda sessione della corte d'assise di Napoli ha condannato all'ergastolo i mandanti
    dell'omicidio (Angelo Nuvoletta, Valentino Gionta e Luigi Baccante) e i suoi esecutori materiali (Ciro Cappuccio e
    Armando Del Core). Le sentenze sono state confermate dalla Corte di Cassazione, mentre per Valentino Gionta si è
    svolto un secondo processo di appello che il 29 settembre del 2003 l'ha di nuovo condannato all'ergastolo, mentre il
    giudizio definitivo della Cassazione lo ha definitivamente scagionato per non aver commesso il fatto.
    Il fratello Paolo, unico rimasto in vita della famiglia Siani, ricorda il fratello come un ragazzo carismatico, capace di
    grandi sacrifici, ma anche come una persona solare, pronta a dare sostegno; ed in un'intervista egli afferma:

    « Di noi due, insieme, conservo l’immagine di una giornata a Roma, a una marcia per la pace. Io col gesso che gli dipingo in
    faccia il simbolo anarchico della libertà. E lui che mi sorride. »



    Tributi dopo la morte
    Nel 1999 è stato realizzato un cortometraggio sulla vicenda di Giancarlo Siani, dal titolo Mehari, diretto da
    Gianfranco De Rosa, per la sceneggiatura del giornalista napoletano e amico di Siani, Maurizio Cerino. Protagonista
    Alessandro Ajello, con la partecipazione di Nello Mascia.
    Nel 2004 è uscito nelle sale cinematografiche il film "E io ti seguo" di Maurizio Fiume, interpretato da Yari
    Gugliucci. Nello stesso anno è stato istituito il Premio Giancarlo Siani dedicato a giornalisti impegnati sul fronte
    della cronaca.
    Il 4 giugno del 2008 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha presenziato ad una cerimonia di
    commemorazione del giovane giornalista, nel corso della quale un'aula della scuola di giornalismo dell'Università
    degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli è stata a lui intitolata.
    Nel 2009 esce il il film "Fortapàsc", di Marco Risi (sceneggiatura di Marco Risi, Andrea Purgatori, Jim Carrington e
    Maurizio Cerino), dedicato agli ultimi quattro mesi di vita del giornalista, interpretato da Libero De Rienzo. Il 19
Giancarlo Siani                                                                                                                90


    settembre 2009, nel giorno del 50° anniversario dalla nascita di Siani, Fortapàsc, all'Invisible Film Festival di Cava
    de' Tirreni vince i premi «Miglior Film», miglior regia, miglior attore protagonista, migliori attori non protagonisti e
    migliore sceneggiatura.
    Sempre nel 2009 il gruppo rap napoletano Biscuits dedica a quest'ultimo film un video musicale, girato a Torre
    Annunziata, ispirato proprio alla pellicola che racconta la storia di Giancarlo Siani.
    È stato ideato anche uno spettacolo intitolato "Ladri di Sogni" per non dimenticarlo.
    Gli sono state inoltre intitolate strade, tra cui una nei pressi di Piazza Leonardo a Napoli, nel luogo dove fu
    assassinato. Questa strada è nominata come Rampe Siani.
    Diverse scuole in Italia sono a lui intitolate.
    Il giorno 21 Marzo 2010 nel comune di Castel San Giorgio, viene intitolata a Giancarlo Siani un centro polivalente
    per giovani, per insegnare ai giovani del posto e non i veri valori della vita per cui Giancarlo ha vissuto ed è morto.


    Bibliografia
    • Giancarlo Siani, Le Parole di una Vita. Gli scritti giornalistici, Phoebus Edizioni, 2006, ISBN 9788886816366.
    • Antonio Franchini, L'abusivo, Marsilio Editori, Padova, 2001.


    Voci correlate
    • Premio Giancarlo Siani


    Collegamenti esterni
    • Giancarlo Siani: Cronista Libero martire per la verità [1]
    • Giancarlo Siani - Un giornalista ucciso dalla camorra [2] La Storia siamo Noi - Rai Educational
    • Cronologia degli eventi [3] dal giorno dell'omicidio al 23 settembre 2008


    Note
    [1] http:/ / www. giancarlosiani. it
    [2] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=390
    [3] http:/ / www. antimafiaduemila. com/ content/ view/ 9174/ 48/
Beppe Alfano                                                                                                                         91



    Beppe Alfano
    Giuseppe Aldo Felice Alfano detto Beppe (Barcellona Pozzo di Gotto, 1945 – Barcellona Pozzo di Gotto, 8
    gennaio 1993) è stato un giornalista italiano, ucciso per mano della mafia.


    Giornalista e politico
    Frequentò la facoltà di economia e commercio all'Università di Messina dove conobbe Mimma Barbarò, sua futura
    moglie. Dopo la morte del padre lascia gli studi e si trasferisce a Cavedine, vicino a Trento, trovando lavoro come
    insegnante di educazione tecnica alle scuole medie e ritornando in Sicilia nel 1976. Appassionato di giornalismo e
    militante di destra (in gioventù fu militante di Ordine Nuovo e poi del MSI-DN[1] ), Alfano comincia a collaborare
    con alcune radio provinciali, con l'emittente locale Radio Tele Mediterranea ed è corrispondente de La Sicilia di
    Catania.


    Le inchieste sulla mafia e il malaffare in Sicilia
    La sua attività giornalistica è rivolta soprattutto verso uomini d'affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali
    e massoneria.
    La sua operosità e il suo lavoro diedero fastidio a più di una persona. La notte dell'8 gennaio 1993 fu colpito da tre
    proiettili mentre era alla guida della sua auto in via Marconi a Barcellona. Alla morte seguì un lungo processo,
    tuttora non concluso, che condannò un boss locale all'ergastolo per aver organizzato l'omicidio, lasciando ancora
    ignoti i veri mandanti.
    La figlia Sonia Alfano è molto impegnata nel preservare la memoria del padre e i diritti delle vittime della mafia,
    oltre che nel condurre un'intensa attività informativa relativamente alla criminalità organizzata e attualmente è
    Eurodeputata dell'Italia dei Valori, eletta al Parlamento Europeo.


    Bibliografia
    • Carlo Lucarelli. Beppe Alfano in Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu Notte. Torino, Einaudi, 2004. pp. 173-189.
      ISBN 8806176405.


    Note
    [1] Articolo su Beppe Alfano (http:/ / www. ateneonline-aol. it/ 060125vlad. php)
92




                                           Imprenditori

Libero Grassi
Libero Grassi (Catania, 19 luglio 1924 – Palermo, 29 agosto 1991) è stato un imprenditore italiano, ucciso dalla
mafia dopo aver intrapreso un'azione solitaria contro una richiesta di estorsione (conosciuta in Sicilia come "pizzo"),
senza ricevere alcun appoggio, per il meritevole gesto, da parte delle associazioni di categoria.


Origini e impegno politico
Nato a Catania, ma trasferitosi a 8 anni a Palermo, i genitori gli diedero il nome di Libero in ricordo del sacrificio di
Giacomo Matteotti. La famiglia è antifascista e il ragazzo matura anch'egli una posizione avversa al regime di Benito
Mussolini. Nel 1942 si trasferisce a Roma, dove studia in Scienze Politiche durante la seconda guerra mondiale. Per
non andare in guerra, entra in seminario, da cui però esce dopo la liberazione, tornando a studiare. Passa però a
Giurisprudenza, all'Università di Palermo.
Malgrado voglia fare il diplomatico, prosegue l'attività del padre come commerciante. Negli anni cinquanta si
trasferisce a Gallarate, dove entra nel meccanismo dell'imprenditoria. Torna a Palermo per aprire uno stabilimento
tessile. Nel 1961 inizia a scrivere articoli politici per vari giornali e successivamente si dà anche alla politica attiva
con il Partito Repubblicano Italiano, che lo mette a capo dell'azienda municipale del gas.


Minacce di Cosa nostra e assassinio
Dopo aver avuto alcuni problemi con la fabbrica di famiglia, viene anche preso di mira da Cosa nostra, che pretende
il pagamento del pizzo. Libero Grassi ebbe il coraggio di opporsi alle richieste di racket della mafia, e di uscire allo
scoperto denunciando gli estorsori. I suoi dipendenti lo aiutano facendo scoprire degli emissari, ma la situazione
peggiora.
La condanna a morte di Grassi arriva con la pubblicazione sul Giornale di Sicilia di una lettera sul suo rifiuto a
cedere ai ricatti della mafia. La sua lotta prosegue in televisione, intervistato da Michele Santoro a Samarcanda su
Rai Tre, e anche su una rivista tedesca colpita dal suo comportamento positivo volto a denunciare i mafiosi. Libero
Grassi fu lasciato solo nella sua lotta contro la mafia, senza alcun appoggio da parte dei suoi colleghi imprenditori.
Per questo fu assassinato il 29 agosto 1991. Il 20 settembre 1991, Santoro e Maurizio Costanzo dedicano una serata
televisiva a reti unificate (Rai Tre e Canale 5) alla figura di Libero Grassi.
Per il suo omicidio sono stati condannati nel 2004 vari boss, tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pietro
Aglieri.


Onorificenze
                        Medaglia d'oro al valor civile

                        «Imprenditore siciliano, consapevole del grave rischio cui si esponeva, sfidava la mafia
                         denunciando pubblicamente richieste di estorsioni e collaborando con le competenti Autorità
nell'individuazione dei malviventi. Per tale non comune coraggio e per il costante impegno nell'opporsi al criminale
ricatto rimaneva vittima di un vile attentato. Splendido esempio di integrità morale e di elette virtù civiche, spinte
sino all'estremo sacrificio.»
— Palermo, 29 agosto 1991
Libero Grassi                                                                                                                      93


    Bibliografia
    • Marcello Ravveduto, Libero Grassi. Storia di un siciliano normale, Roma, Ediesse, 1997.
    • Antonella Mascali, Lotta Civile, Chiarelettere, 2009


    Altri progetti
    •      Wikiquote contiene citazioni di o su Libero Grassi


    Collegamenti esterni
    • Biografia di LiberoGrassi.it [1]
    • Biografia di Aciap.it [2]
    • Intervista a Libero Grassi [3] a Samarcanda l'11 aprile 1991


    Note
    [1] http:/ / www. liberograssi. it/ scuola/ biografia_libero_grassi. htm
    [2] http:/ / www. aciap. it/ Aciap/ aciap%20biografia%20Libero%20Grassi. htm
    [3] http:/ / www. youtube. com/ watch?v=M9fMiONElC4




    Giuseppe Borsellino
    Giuseppe Borsellino (Lucca Sicula, 15 febbraio 1938 – Lucca Sicula, 17 dicembre 1992) è stato un imprenditore
    italiano, vittima della mafia.
    Nacque da una famiglia di origine riberesi, poi trasferitasi stabilmente Lucca Sicula. Cominciò a lavorare presto. Si
    sposò a 18 anni con Calogera Pagano, sua coetanea; con cui ebbe tre figli, Antonella, Paolo e Pasquale. Dopo vari
    lavori si dedicò alla sua definitiva attività di piccolo imprenditore-operaio di una piccola impresa di calcestruzzo che
    diresse assieme al figlio Paolo.
    Rifiutarono qualsiasi tipo di compromesso o sottomissione al potere ed agli interessi mafiosi e perciò venne ucciso il
    17 dicembre 1992 dopo aver rivelato alla magistratura i nomi dei mandanti e degli esecutori dell'omicidio del figlio
    Paolo (ucciso il 21 aprile 1992, omonimo del giudice Paolo Borsellino pure ucciso nel 1992). Le sue dichiarazioni
    permisero agli inquirenti di ricostruire gli intrecci tra mafia, affari e politica dell'hinterland lucchese di quel periodo.
94




                                                  Religiosi

Pino Puglisi
Padre Giuseppe Puglisi meglio conosciuto come Pino, soprannominato 3P (Palermo, 15 settembre 1937 – Palermo,
15 settembre 1993) è stato un presbitero italiano, ucciso dalla mafia il giorno del suo 56° compleanno a motivo del
suo costante impegno evangelico e sociale.

                                                      Giuseppe Puglisi

                                                        Servo di Dio
                                          Nascita        Palermo, 15 settembre
                                                         1937

                                          Morte          Palermo, 15 settembre
                                                         1993

                                          Venerato da Chiesa cattolica

                                          Attributi      veste talare


Il 15 settembre 1999 il cardinale di Palermo Salvatore De Giorgi ha aperto ufficialmente la causa di beatificazione
proclamandolo Servo di Dio.


Biografia
Nasce il 15 settembre 1937 a Brancaccio, quartiere povero di Palermo, da una famiglia modesta (il padre calzolaio,
la madre sarta).
A 16 anni, nel 1953 entra nel seminario palermitano da dove ne uscirà prete il 2 luglio 1960 ordinato dal cardinale
Ernesto Ruffini.
Nel 1961 viene nominato vicario cooperatore presso la parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata di
Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, e successivamente rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi.
Nel 1963 è nominato cappellano presso l'orfanotrofio Roosevelt e vicario presso la parrocchia Maria Santissima
Assunta a Valdesi, borgata marinara di Palermo. È in questi anni che Padre Puglisi comincia a maturare la sua
attività educativa rivolta particolarmente ai giovani.
Il 1 ottobre 1970 viene nominato parroco a Godrano un paesino della provincia palermitana che in quegli anni è
interessato da una feroce lotta tra due famiglie mafiose. L'opera di evangelizzazione del prete riesce a far riconciliare
le due famiglie. Rimarrà parroco a Godrano fino al 31 luglio 1978.
Dal 1978 al 1990 riveste diversi incarichi: pro-rettore del seminario minore di Palermo, direttore del Centro
diocesano vocazioni, responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale, docente di
matematica e di religione presso varie scuole, animatore presso diverse realtà e movimenti tra i quali l'Azione
cattolica, e la Fuci.
Il 29 settembre 1990 viene nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla
criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella. Qui
inizia la lotta antimafia di Don Pino Puglisi.
Nel 1992 viene nominato direttore spirituale presso il seminario arcivescovile di Palermo.
Il 29 gennaio 1993 inaugura a Brancaccio il centro Padre Nostro per la promozione umana e la evangelizzazione.
Pino Puglisi                                                                                                                              95


    Il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56° compleanno viene ucciso dalla mafia, davanti al portone di casa. Il 2
    giugno qualcuno mura il portone del centro "Padre Nostro" con dei calcinacci, lasciandone gli attrezzi vicino la
    porta.


    Le circostanze della morte
    Il 19 giugno 1997 viene arrestato a Palermo il latitante Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi tra cui quello di
    don Pino Puglisi. Poco dopo l'arresto Grigoli comincia a collaborare con la giustizia, confessando 46 omicidi tra cui
    quello di don Puglisi. Grigoli, che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza, gli sparò un colpo alla nuca. Dopo
    l'arresto egli sembra intraprendere un cammino di pentimento e conversione. Lui stesso ha raccontato le ultime
    parole di don Pino prima di essere ucciso: un sorriso e poi un criptico "me lo aspettavo". [1] Condannato a 16 anni
    dalla Corte d'Assise di Palermo, è stato scarcerato nel 2000 dopo aver scontato una pena effettiva inferiore a due anni
    di reclusione. Mandanti dell'omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, arrestati il 26 gennaio 1994.
    Giuseppe Graviano viene condannato all'ergastolo per l'uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999. Il fratello Filippo,
    dopo l'assoluzione in primo grado, viene condannato in appello all'ergastolo il 19 febbraio 2001. Condannati
    all'ergastolo dalla Corte d'assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi
    Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete. [2]
    Il 7 aprile 1995 Vittorio Sgarbi lesse al TG5 una lettera sui «veri colpevoli» dell'assassinio di Don Pino Puglisi, non
    rilevando le generalità essendo priva di firma ma attribuita ad un sedicente amico del sacerdote assassinato; la
    missiva accusava come mandante il procuratore Caselli e come killer Leoluca Orlando.

    « Fui più volte contattato da Caselli e dai suoi uomini [...] pretendevano accuse, nomi, circostanze... volevano che
    denunciassi la mia gente e miei ragazzi... che rivelassi cose apprese in confessione [...]. Caselli disprezza i siciliani, mi vuole
    obbligare a rinnegare i miei voti e la mia veste, pretende che mi prostituisca a lui. Più che nemico della mafia, è un nemico
    della Sicilia. Orlando è un mafioso vestito da gesuita [...]. Caselli ha fatto di me consapevolmente un sicuro bersaglio. Avrà
    raggiunto il suo scopo quando un prete impegnato nel sociale verrà ucciso [...]. Caselli, per aumentare il suo potere, ha avuto
    la sua vittima illustre. »

    Per queste dichiarazioni Sgarbi è stato condannato per diffamazione in primo e secondo grado, ma è intervenuta la
    prescrizione prima della sentenza di Cassazione.[3]
    Sulla sua tomba, nel Cimitero di Sant'Orsola a Palermo sono scolpite le parole del Vangelo di Giovanni "Nessuno ha
    un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13).


    Bibliografia
    •   Francesco Anfossi. E li guardò negli occhi. Milano, Edizioni Paoline, 2005.
    •   Francesco Anfossi. Puglisi-un piccolo prete tra i grandi boss. Milano, Edizioni Paoline, 1994.
    •   Francesco Deliziosi. Don Puglisi, vita del prete palermitano ucciso dalla mafia. Milano, Mondadori, 2005.
    •   Francesco Deliziosi. 3P-Padre Pino Puglisi, la vita e la pastorale del prete ucciso dalla mafia. Milano, Edizioni
        Paoline, 1994.
    •   Roberto Faenza. Alla luce del sole. Un film di Roberto Faenza. Roma, Gremese, 2005.
    •   Bianca Stancanelli. A testa alta. Don Puglisi: storia di un eroe solitario. Torino, Einaudi, 2003.
    •   Lia Cerrito. Come in cielo così in terra. Milano, San Paolo, 2001.
    •   Augusto Cavadi, in Gente bella. Volti e storie da non dimenticare (Candida Di Vita, Don Pino Puglisi, Francesco
        Lo Sardo, Lucio Schirò D'Agati, Giorgio La Pira, Peppino Impastato), Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2004.
Pino Puglisi                                                                                                            96


    Voci correlate
    • Alla luce del sole, film di Roberto Faenza sulla vita di Don Puglisi, con Luca Zingaretti.
    • A testa alta. Don Giuseppe Puglisi: storia di un eroe solitario, libro di Bianca Stancanelli sulla vita di Don
      Puglisi, edito da Einaudi


    Altri progetti
    •        Wikiquote contiene citazioni di o su Pino Puglisi


    Collegamenti esterni
    •     il sito ufficiale [4]
    •     il centro Padre Nostro [5]
    •     Comitato Intercondominiale di Brancaccio [6]
    •     [7]
    •     [8]
    •     Musical su Padre Pino puglisi - CgsLife [9]


    Note
    [1]   Intervista Salvatore Grigoli a Famiglia Cristiana, (http:/ / www. stpauls. it/ fc99/ 3699fc/ 3699fc18. htm)
    [2]   Cronologia della Mafia (http:/ / www. misteriditalia. it/ lamafia/ cosa-nostra/ MAFIA(cronologia). pdf)
    [3]   Giancarlo Caselli, Un magistrato fuorilegge. Melampo, 2005. cap. 3 ISBN 88-89533-34-X
    [4]   http:/ / www. padrepinopuglisi. net/
    [5]   http:/ / www. centropadrenostro. it/
    [6]   http:/ / www. angelfire. com/ journal/ puglisi/
    [7]   http:/ / www. gliscritti. it/ approf/ 2005/ papers/ sicari01. htm
    [8]   http:/ / www. ildialogo. org/ testimoni/ puglisi. htm
    [9]   http:/ / www. cgslife. it/
Giuseppe Diana                                                                                                                     97



    Giuseppe Diana
    Giuseppe Diana, chiamato anche Peppe Diana o Peppino Diana (Casal di Principe, 4 luglio 1958 – Casal di
    Principe, 19 marzo 1994), è stato un presbitero e scrittore italiano, assassinato dalla camorra per il suo impegno
    antimafia[1] .


    Biografia
    Giuseppe Diana nasce a Casal di Principe da una famiglia di proprietari terrieri.
    Nel 1968 entra in seminario, vi frequenta la scuola media e il liceo classico. Successivamente intraprende gli studi
    teologici nel seminario di Posillipo, sede della Pontificia facoltà teologica dell'Italia Meridionale. Qui si licenzia in
    Teologia biblica e poi si laurea in Filosofia alla Federico II.
    Nel 1978 entra nell'Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI) dove fa il caporeparto.
    Nel marzo 1982 è ordinato sacerdote. Diventa Assistente ecclesiastico del Gruppo Scout di Aversa e
    successivamente anche Assistente del settore Foulards Bianchi.
    Dal 19 settembre 1989 era parroco della parrocchia di San Nicola di Bari in Casal di Principe, suo paese natio.
    Successivamente diventa anche segretario del vescovo della diocesi di Aversa, monsignor Giovanni Gazza.
    Insegnava anche materie letterarie presso il liceo legalmente riconosciuto del seminario Francesco Caracciolo,
    nonché religione cattolica presso l'istituto tecnico industriale statale Alessandro Volta e l'Istituto Professionale
    Alberghiero di Aversa.
    Il Liceo Scientifico di Morcone dal 21 aprile 2010 prende il suo nome.


    L'omicidio
    Alle 7.30 del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, don Giuseppe Diana viene assassinato purtroppo nella
    sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, mentre si accingeva a celebrare la Santa Messa. Due
    killer lo affrontano con una pistola calibro.I cinque proiettili vanno tutti a segno, due alla testa, uno in faccia uno alla
    mano e uno al collo, Don Peppe Diana muore all'istante. L'omicidio, di puro stampo camorristico, fece scalpore in
    tutta Italia. Un messaggio di cordoglio venne pronunciato anche da Giovanni Paolo II durante l'Angelus.
    Don Peppe visse negli anni del dominio assoluto della camorra casalese, legata principalmente al boss Francesco
    Schiavone detto Sandokan. Gli uomini del clan controllavano non solo i traffici illeciti, ma si erano infiltrati negli
    enti locali e gestivano fette rilevanti di economia legale, tanto da diventare "camorra imprenditrice".


    Lo scritto
    Il suo impegno civile e religioso contro la camorra ha lasciato un profondo segno nella società campana. Il suo
    scritto più noto è la lettera Per amore del mio popolo non tacerò, un documento diffuso a Natale del 1991 in tutte le
    chiese di Casal di Principe e della zona aversana insieme ai parroci della foranìa di Casal di Principe, un manifesto
    dell'impegno contro il sistema criminale. Ecco il testo:
    “PER AMORE DEL MIO POPOLO”
    Siamo preoccupati
    Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle
    organizzazioni della camorra.
    Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra
    responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Giuseppe Diana                                                                                                                    98


    Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del
    Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto
    privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
    La Camorra
    La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente
    endemica nella società campana.
    I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre
    zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti
    per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo
    spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione
    delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle
    famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri
    laboratori di violenza e del crimine organizzato.
    Precise responsabilità politiche
    E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti
    i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da
    corruzione, lungaggini e favoritismi.
    La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e
    d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc;
    non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo
    più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze
    anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e
    meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di
    promozione umana e di servizio.
    Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di
    testimonianze, di esempi, per essere credibili.
    Impegno dei cristiani
    Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno.
    Dio ci chiama ad essere profeti.
    - Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele
    3,16-18);
    - Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43);
    - Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23);
    - Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5)
    Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si
    ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra
    Speranza.
    NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO
    Appello
    Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali,
    aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed
    economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”
Giuseppe Diana                                                                                                                 99


    Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si
    richiede una testimonianza coraggiosa;
    Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si
    concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici
    e civili (Lam. 3,17-26).
    Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace…
    abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal
    nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”.
    Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo - Casal di Principe;
    Santa Croce e M.S.S. Annunziata - San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M. S.S. Assunta - Villa
    Literno; M.S.S. Assunta - Villa di Briano; SANTUARIO DI M.SS. DI BRIANO )


    Comitato
    Il 25 aprile 2006, a Casal di Principe, nasce ufficialmente il Comitato don Peppe Diana con lo scopo di non
    dimenticare il martirio di un sacerdote morto per amore del suo popolo.
    Inizialmente, il comitato fu costituito nel 2003 grazie a sette organizzazioni attive nel sociale, le quali decisero che
    l'impegno e il messaggio di Don Peppe non dovesse essere dimenticato. Queste organizzazioni erano: l'Agesci
    Campania, le associazioni Scuola di Pace don Peppe Diana, Jerry Essan Masslo, Progetto Continenti, Omnia Onlus,
    Legambiente circolo Ager e la cooperativa sociale Solesud Onlus. Il confronto avviato in quel nucleo iniziale di
    organizzazioni, arricchito dal contributo degli amici di don Peppe, ha fatto maturare la necessità di costituire
    un'associazione di promozione sociale, che si metta al servizio di quanti vogliono fare memoria del sacrificio di don
    Peppe, e come lui continuare a costruire comunità alternative alla camorra.


    Onorificenze
                            Medaglia d'oro al valor civile

                            «Parroco di un paese campano, in prima linea contro il racket e lo sfruttamento degli
                            extracomunitari, pur consapevole di esporsi a rischi mortali, non esitava a schierarsi nella
    lotta alla camorra, cadendo vittima di un proditorio agguato mentre si accingeva ad officiare la messa. Nobile
    esempio dei più alti ideali di giustizia e di solidarietà umana[2] .»
    — Casal di Principe, 19 ottobre 1994


    Bibliografia
    • Don Giuseppe Diana, Per amore del mio popolo non tacerò, 1991.
    • Roberto Saviano, Gomorra - viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Milano -
      Arnoldo Mondadori Editore, 2006.
    • Rosario Giuè, Il costo della memoria. Don Peppe Diana. Il prete ucciso dalla camorra, Edizioni Paoline, 2007.
    • Raffaele Sardo, La Bestia - Camorra, Storia di delitti, vittime e complici, Melampo Editore, 2008.
Giuseppe Diana                                                                                                                                       100


    Voci correlate
    •   Casal di Principe
    •   Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani
    •   Vittime della camorra
    •   Gomorra (romanzo)
    •   Roberto Saviano


    Collegamenti esterni
    • http://www.dongiuseppediana.it, sito legato all'AGESCI, con biografia, rassegna stampa, materiale originale,
      fotografie e iniziative contro la camorra.
    • Per amore del mio popolo [3] - lo scritto di don Diana
    • Video da Youtube [4]


    Note
    [1] Roberto Saviano. Perché Pecorella infanga don Peppe Diana? (http:/ / www. repubblica. it/ 2009/ 07/ sezioni/ cronaca/ mafia-9/
        saviano-diana/ saviano-diana. html). la Repubblica, 1 agosto 2009. URL consultato il 2-8-2009.
    [2] Medaglia d'oro al valor civile (http:/ / www. quirinale. it/ qrnw/ statico/ onorificenze/ decorato. asp?id=4228& ono=13). Presidenza della
        Repubblica. URL consultato il 2-8-2009.
    [3] http:/ / www. dongiuseppediana. it/ default1. asp?active_page_id=223
    [4] http:/ / it. youtube. com/ watch?v=w1c3neLjna0
101




                                                Avvocati

Giorgio Ambrosoli




Giorgio Ambrosoli.

Giorgio Ambrosoli (Milano, 17 ottobre 1933 – Milano, 11 luglio 1979) è stato un avvocato italiano, esperto in
liquidazioni coatte amministrative. Fu assassinato l'11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano
Michele Sindona, sulle cui attività aveva ricevuto incarico di indagare.


Antefatto
Nel 1971 si addensarono sospetti sulle attività del banchiere siciliano Michele Sindona. La Banca d'Italia per mano
del Banco di Roma investigò sulle attività di Sindona nel tentativo di non fare fallire gli Istituti di credito da questi
gestiti (Banca Unione e Banca Privata Finanziaria). I motivi delle scelte dell'allora Governatore Carli erano
chiaramente tese a non provocare il panico nei correntisti. Così fu accordato un prestito al Sindona, voluto anche in
virtù della benevolenza dell'Amministratore Delegato Dott. Mario Barone. Quest'ultimo fu cooptato come terzo
amministratore, addirittuta modificando lo statuto della Banca stessa che ne prevedeva due (nel caso specifico, i
Sig.ri Ventriglia e Guidi).
Fu accordato tale prestito con tutte le modalità e transazioni necessarie e fu incaricato il Direttore Centrale del Banco
di Roma, Sig. Giovanbattista Fignon, di occuparsi della cosiddetta vicenda. Le Banche di Sindona furono fuse e
prese vita la Banca Privata Italiana di cui il Fignon divenne Vice Presidente e Amministratore Delegato. Al contrario
di tutte le aspettative, Fignon andò a Milano a rivestire detta carica e capì immediatamente la gravità della
situazione. Stese numerose relazioni, capì le operazioni gravose messe in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori
tanto che ne ordinò l'immediata sospensione. Ma a Roma i poteri forti forse non gradirono una così massiccia
operazione di pulizia, sebbene nei pochi mesi di tale gestione emersero innumerevoli aspetti che potevano indurre ad
un salvataggio.
Fignon fece egregio lavoro ma non poté bastare e nel settembre del 1974 consegnò a Giorgio Ambrosoli la relazione
sullo stato della Banca. Fignon continuò nel suo operato tanto da essere citato anche nelle agende dell' Avvocato
Ambrosoli che nulla poteva immaginare di ciò che sarebbe seguito. Ciò che emerse dalle investigazioni indusse, nel
Giorgio Ambrosoli                                                                                                               102


    1974, a ordinare un commissario liquidatore. Per il compito fu scelto Giorgio Ambrosoli.


    L'incarico
    In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle
    articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, principiando dalla società "Fasco", l'interfaccia
    fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi
    irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili.
    Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di
    corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buona fede di
    Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti
    scoperti dell'istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile.
    Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi. Nel 1975 indirizzò una lettera alla moglie in cui scrisse:

   « È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi
   lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di far qualcosa per il Paese. »

    Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di
    liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere.
    Nel corso dell'indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un'altra banca, la
    statunitense Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L'indagine, dunque,
    vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l'FBI.
    In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe
    infine dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979.


    L'omicidio
    La sera dell'11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, fu avvicinato sotto il suo portone da uno
    sconosciuto.
    Questi si scusò e gli esplose contro quattro colpi di .357 Magnum. Ad ucciderlo fu William J. Aricò, un sicario fatto
    appositamente venire dall'America e pagato con 25 000 dollari in contanti ed un bonifico di altri 90 000 dollari su un
    conto bancario svizzero. Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali, ad eccezione della sola Banca d'Italia.
    Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d'armi che aveva messo in contatto
    Sindona col killer) furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.


    In memoria di Giorgio Ambrosoli
    Giorgio Ambrosoli non ebbe, al momento, grandi riconoscimenti, nonostante il sacrificio estremo con cui aveva
    pagato la sua onestà e il suo zelo professionale.
    Il primo omaggio alla figura di Ambrosoli è stato il libro di Corrado Stajano, intitolato Un eroe borghese. Dal libro è
    stato tratto nel 1995 il film omonimo di Michele Placido. Nel 2009 il figlio di Ambrosoli, Umberto, ha pubblicato
    Qualunque cosa succeda, ricostruzione della vicenda del genitore "sulla base di ricordi personali, familiari, di amici
    e collaboratori e attraverso le agende del padre, le carte processuali e alcuni filmati dell'archivio RAl" (dalla quarta
    di copertina).
    Nell'anno 2000 il comune di Milano, durante il primo mandato del Sindaco Gabriele Albertini, ha dedicato una
    piccola piazza a Giorgio Ambrosoli in zona Corso Vercelli, e tre Borse di Studio di 5100 euro l'una.
    Il comune di Roma, durante il primo mandato del sindaco Walter Veltroni gli ha dedicato un Largo, in zona
    Nomentana. Anche altri Comuni hanno dedicato vie, piazze e larghi all'Avv. Ambrosoli, tra cui Desio, Seveso, Nova
Giorgio Ambrosoli                                                                                                          103


    Milanese, Ravenna, Cesena, Varese, Rodano, Scanzorosciate, Scandicci, Corbetta, Arcene, Reggiolo, Volvera,
    Firenze ed altri.
    A Giorgio Ambrosoli è attualmente intitolata la biblioteca del palazzo di giustizia di Milano, alla quale accedono
    magistrati, avvocati e studenti di giurisprudenza del foro ambrosiano. A Giorgio Ambrosoli è intitolato l'Istituto
    Secondario Superiore di Viale della Primavera 207, Roma.
    L'Università degli Studi di Milano (Statale) ha dedicato una scritta commemorativa all'avvocato nell'aula 311
    "Giorgio Ambrosoli" di via Festa del Perdono. Anche il Comune di Ghiffa (sul Lago Maggiore), dove Giorgio
    Ambrosoli è sepolto, ha dedicato all'avvocato milanese il proprio lungolago. Nell'aula magna del Liceo Classico
    Manzoni di Milano è affissa una targa in memoria di Giorgio Ambrosoli.


    Onorificenze
                                Medaglia d'oro al valor civile

                                «Commissario liquidatore di un istituto di credito, benché fosse oggetto di pressioni e
                           minacce, assolveva all'incarico affidatogli con inflessibile rigore e costante impegno. Si
    espose, perciò, a sempre più gravi intimidazioni, tanto da essere barbaramente assassinato prima di poter concludere
    il suo mandato. Splendido esempio di altissimo senso del dovere e assoluta integrità morale, spinti sino all'estremo
    sacrificio.»
    — Milano, 12 luglio 1999


    Bibliografia
    • Corrado Stajano. Un eroe borghese. Il caso dell'avvocato Ambrosoli assassinato dalla mafia politica, Torino,
      Einaudi, 1995. ISBN 978-88-06-17763-8.
    • Carlo Lucarelli. Misteri d'Italia. I casi di Blu notte. Torino, Einaudi, 2002. ISBN 978-88-06-15445-5.
    • Umberto Ambrosoli. Qualunque cosa succeda. Storia di un uomo libero. Sironi, 2009. ISBN 978-88-51-80120-5.


    Filmografia
    • Un eroe borghese. Regia di Michele Placido, con F. Bentivoglio, M. Placido, Italia, (1995).


    Collegamenti esterni
    • La lettera alla moglie, quasi un testamento spirituale [1]
    • Giorgio Ambrosoli, "eroe borghese" e vittima della finanza [2]
    • Articoli su Giorgio Ambrosoli su archivio900.it [3]


    Note
    [1] http:/ / www. giustiziacarita. it/ professioni/ AMBR. htm
    [2] http:/ / www. lalente. net/ index. php?option=com_content& task=view& id=414& Itemid=28
    [3] http:/ / www. archivio900. it/ it/ articoli/ index. aspx?c=1286
Fonti e autori delle voci                                                                                                                                                                                104



     Fonti e autori delle voci
     Vittime di Cosa Nostra  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31349333  Autori:: .snoopy., Agnellino, Akela, Amux, Ask21, Basilero, Befree, Bilbo, Bramfab, Buggia,
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     Ary29, AttoRenato, Baldolami, Baruneju, Basilero, Caulfield, Civa61, Codas, Contromano76, Darold, Dedda71, Delasale, Domenicano, Elbloggers, Emme17, Eumolpo, Fibonaccixp, Figiu,
     Formica rufa, Francisco83pv, Fredin, GJo, Gacio, GiaGar, GiuseppeMassimo, Grifone87, Guidomac, Hill, Ignlig, Jaqen, Koldo Biguri, Laramaroni, Lceline, Lingtft, Lou Crazy, LuckyLisp,
     Malemar, Marcok, Marcopil64, Marcuscalabresus, Marko86, Martin H., Medmar, Micniosi, Miticobaro, Mizardellorsa, Monnezzaro, Montemurro, Moongateclimber, Moroboshi, NRJI, Nalegato,
     OTILLAF, Peppì, Piaz1606, Quatar, Richzena, Rosario9, Ruthven, Sailko, Sbazzone, Scaligero, Senza nome.txt, Shaka, Shanpu, Silas Flannery, Squattaturi, Toobaz, Twice25, Vermondo,
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     Michele Reina  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=15752344  Autori:: Griffo83, Squattaturi

     Piersanti Mattarella  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31310945  Autori:: Attilios, BMF81, Caulfield, Civa61, Cloj, Codas, Danilostentella, Dedda71, DominusViarum, F.
     Cosoleto, Formica rufa, Fotogian, Frieda, Giancarlo Rossi, Ignlig, IlPisano, Ilario, Ilcolono, Kaboot, Klone123, Lingtft, Malemar, Marcuscalabresus, Moroboshi, Mr buick, Nrykko, Patty, Piero
     Montesacro, Quoniam, Sarcelles, Senza nome.txt, Sicilgolem, Silas Flannery, Snowdog, Squattaturi, Svante, Taccolamat, Trixt, WinstonSmith, Zeitbloom, 27 Modifiche anonime

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     Guidomac, Inthewolf, Inviaggio, Kamo, Klone123, Lillorizzo, Marcuscalabresus, Mizardellorsa, Moroboshi, Morza, Mr buick, Pegua, Pequod76, Razzairpina, Roccuz, Rojelio, Sicilgolem, Silas
     Flannery, Starlight, Tia solzago, Tirinto, Tooby, 18 Modifiche anonime

     Boris Giuliano  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=28342668  Autori:: Alec, AndreA, Andy87, BMF81, Codas, ComputerXtreme, Dedda71, Gian-, Gianfranco, Il palazzo,
     Kar.ma, Lingtft, LuckyLisp, Marcol-it, Marcuscalabresus, Masuper, Moroboshi, Pipep, Sailko, Senza nome.txt, Squattaturi, Taccolamat, Tano-kun, TierrayLibertad, Umberto s, 25 Modifiche
     anonime

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     Emanuele Basile (carabiniere)  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30151372  Autori:: Angelosante, AnjaManix, AttoRenato, Carlomorino, DanGarb, Dedda71, Fotogian, Gac,
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     Moroboshi, Mr buick, Nick, Nrykko, Paolo parioli, Paolocuccu, Pequod76, PersOnLine, Pramzan45, Rael, Razorblink, Resigua, Roccuz, RockPoetry, Sarcelles, Senpai, Senza nome.txt,
     Sesquipedale, Shaka, Silas Flannery, Stefanox1985, Telepso, TierrayLibertad, Tomi, Toobaz, Topowiki, Torav, Truman Burbank, Yoggysot, 90 Modifiche anonime

     Mario D'Aleo  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30166005  Autori:: Buggia, Stefanox1985, Triquetra

     Giuseppe Montana  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31376737  Autori:: AndreA, Carlomorino, Dedda71, Ermanon, Gianfranco, Griffo83, Lingtft, Masuper, 14 Modifiche
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     Antonino Cassarà  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=29191350  Autori:: AndreA, Ary29, Buggia, Caulfield, Debszzz, Dedda71, Ermanon, Gianfranco, Giusabat, Klaudio,
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     Antonino Agostino  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30503228  Autori:: Andre86, Elbloggers, Erinaceus, Jok3r, 7 Modifiche anonime

     Pietro Scaglione (magistrato)  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=25932411  Autori:: Ary29, Borgolibero, Guidomac, Marco Bernardini, Masuper, 21 Modifiche anonime

     Cesare Terranova  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31368404  Autori:: Carlomorino, Civa61, Dr Zimbu, Exkappa, Fantasma, Formica rufa, Kaspo, Malemar,
     Marcuscalabresus, Moroboshi, Sarcelles, Senza nome.txt, Sf71177, Shaka, Sicilarch, Silas Flannery, Stefanox1985, Teletrasporto, 16 Modifiche anonime

     Gaetano Costa  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=25819933  Autori:: Calabash, Marko86, Paul Gascoigne, Rago, Ripepette, 8 Modifiche anonime

     Giangiacomo Ciaccio Montalto  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=28403134  Autori:: Civa61, Elbloggers, LaseriumFloyd, Salvux, Teletrasporto, 2 Modifiche anonime

     Bruno Caccia  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=29930577  Autori:: EdoTenani, Fara, Jalo, Marcuscalabresus, Maxbeer, Rago, 18 Modifiche anonime

     Rocco Chinnici  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=28910451  Autori:: Avemundi, Caulfield, Ceccorossi, Dedda71, Desyman, Donato ditrapani, Elbloggers, Enrico-CI-90,
     Giancarlo Rossi, Jaqen, Lingtft, Llodi, Lucas, Marcuscalabresus, Moroboshi, Orion21, Patafisik, Roccuz, Senza nome.txt, Sicilarch, Silas Flannery, 23 Modifiche anonime

     Rosario Livatino  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30079002  Autori:: Adrian Comollo, Alessandro Barone, Arturo.c, Beatrice, Blues 1911, Crabbymole, Crisarco,
     DCGIURSUN, Elbloggers, Giancarlo Rossi, Lingtft, Moroboshi, Ogrizzo, Panairjdde, Retaggio, Sicilia fantastica, Silas Flannery, Solfano, Torav, 17 Modifiche anonime

     Antonino Scopelliti  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=28545465  Autori:: .snoopy., Ags, Askenaz, AttoRenato, Blakwolf, Carlomorino, Ciccio Blaganò, Domenico Arcudi,
     Emilianodimarco71, Ignlig, Jaqen, Lingtft, MUSICANTE, MapiVanPelt, Maxx1972, Mr buick, Nicoli, Squattaturi, Villese92, Waglione, 15 Modifiche anonime

     Giovanni Falcone  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31536315  Autori:: %Pier%, .anaconda, .snoopy., ASP, Aboliamoli.eu, Accurimbono, Allergic, AndreA, Andrew88, Ary29,
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     Domino89, Dr Zimbu, Dread83, Fabr, Fantasma, Figiu, Francy9797, Franztanz, Freddyballo, Gacio, Galessandroni, Garen, Gcalderone, Geghesors, Generale Lee, Giancarlo Rossi, Giggiggio76,
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     M7, MM, Manutius, Marcok, Marcopil64, Marcuscalabresus, Mariogyn, Marko86, Matrixmorbidoso, Maximianus, Mechanical, Melkor II, Melos, Menion89, Metralla, Michele.B, Moroboshi,
     Nandorum, Nevermindfc, Nick1915, Nicoli, No2, PROXIMO, Peter Benjamin, Phyk, Piero, Pil56, Quoniam, Rael, Rago, Razzabarese, Remulazz, Resigua, Restu20, Roccuz, Rutja76, SCDBob,
     Sailko, Sbazzone, Senza nome.txt, Serenet, Sf71177, Sicilarch, Simotdi, Snowdog, Squattaturi, Stefanofonzi, Superchilum, Supernino, Teresa19, Tia solzago, Tirinto, Tizi101, Tricolore88,
     Udonknome, Umberto Basilica, Una giornata uggiosa '94, Vale maio, Viames, Vin junior, Vituzzu, Vmoscarda, Vomitron, WINDWILDE, Wikif, Wyszinski, Yiyi, Yoggysot, Zimmon, Zuzeca,
     234 Modifiche anonime

     Paolo Borsellino  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31537674  Autori:: *Raphael*, .jhc., .mau., Accurimbono, Aldolat, Alessandromano, Alfio, Alfovel, Alleborgo, AmonSûl,
     Amux, AndreA, Angelo.romano, AntonEgger, Archeologo, Ary29, Avaleri, Bennycalasanzio, Blackcat, Bonovox84, Brownout, Buggia, Caulfield, Cialz, Cinzia, Civa61, Civvì, Cloj, Codas,
Fonti e autori delle voci                                                                                                                                                                             105

     ComputerXtreme, Crisarco, Cristiano72, Cruccone, DCGIURSUN, Dedda71, Django, Domino89, EH101, Eva Mathiasch, Exorcist Z, Fabr, Fantasma, Fertility, FireFlight, Freddyballo, Gac,
     Gacio, Gandalf.the.Grey, Gcalderone, Giancarlo Rossi, Giancarlodessi, Gianluca91, Giannizx1, Giggiggio76, Giuse93, Guaza, Guidomac, Hamlet80, Hanyell29, Hauteville, Heelens, Hellis,
     Homer, Ignlig, Iiiioo, Ilario, Inviaggio, Iron Bishop, Jaqen, Kaspo, Kattoliko, KingFanel, L736E, Larios, Legendcrow, Lingtft, Llodi, Lukius, M7, Malemar, MapiVanPelt, Marco Olivini, Marcok,
     Marcopil64, Marcoranuzzi, Marcuscalabresus, Mariogyn, Marko86, Matrixmorbidoso, Matt.mac, Maximianus, Melos, Morgan Sand, Moroboshi, Nanae, Nicoli, Ninù, PROXIMO, Pakdooik,
     Pap3rinik, PersOnLine, Peter Benjamin, Piero, Psylocibe, Rael, Razzabarese, Remulazz, Respighel, Rifrodo, Riotforlife, Roberto Mura, Roccuz, Rojelio, Rosario9, SCDBob, Sailko, Sbazzone,
     Senza nome.txt, Sesquipedale, Sf71177, Sicilarch, Sid-Vicious, Silas Flannery, Simo82, Smuggler, Snigger, Snowdog, Square87, Stefanox1985, Superchilum, Superuomopazzoide,
     Sveliamoimisteri33, Taccolamat, Tano-kun, Teresa19, Terrasque, Tia solzago, Tiyoringo, Tonii, Unriccio, Vale maio, Viames, Vipera, Virtualtips, Vomitron, WINDWILDE, Wyszinski,
     Yoggysot, Yuma, Zooropaforever, Zuzeca, 262 Modifiche anonime

     Mario Francese  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30889268  Autori:: Caulfield, Civa61, Codas, Dedda71, Fantasma, LuckyLisp, No2, Peppì, Squattaturi, Toobaz, 10 Modifiche
     anonime

     Giuseppe Fava  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31248754  Autori:: 2diPikke, Airon90, Amarvudol, AttoRenato, Coordgfavapalazzolo, DaniDF1995, Dr Zimbu,
     Ferdinand.bardamu, Figiu, Jalo, Kaspo, Lingtft, LucaLuca, Luciano G. Calì, Mac'ero, Monnezzaro, Nicolcocco, Nicoli, Peppì, Pequod76, Phantomas, Piero Montesacro, Pigei, Pino alpino,
     Puppybarf, Restu20, Sailko, Squattaturi, Trixt, Vituzzu, 34 Modifiche anonime

     Giancarlo Siani  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31518970  Autori:: Al Pereira, Antiedipo, Antonuzza, Arturo.c, Basilero, BlackOrestes, Cloj, CorradoM, DCGIURSUN,
     Danilo.sarnataro, Delasale, Figiu, Gaspyr, Giancarlo Rossi, Gianfranco, Gliu, Grigio60, Ilario, Inviaggio, Jaqen, Jepo, Joe mentina, Lalupa, MM, Mafia Expert, Maurice Carbonaro, Melezio,
     Moloch981, Nerofumo, Nuceria5, Osk, Pakdooik, Peppì, Picsel, Razzairpina, Romero, Sammy01, Sannita, Sbazzone, Vermillo, Vito Calise, Zappuddu, 37 Modifiche anonime

     Beppe Alfano  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30755321  Autori:: AndreA, AttoRenato, Caulfield, Civa61, Elbloggers, Giovanni Messina, Giovanni Panuccio, Ignlig, Jaqen,
     Loroschi, Peppì, Rl89, Roccuz, Squattaturi, Taccolamat, Tiziano1900, Triquetra, Wyszinski, 12 Modifiche anonime

     Libero Grassi  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30507399  Autori:: Andre86, Caulfield, DanGarb, Dedda71, Giancarlo Rossi, Ignlig, Ilario, Kuviz, Lingtft, Llodi, Medan,
     Melos, Moroboshi, Nitya Dharma, Paginazero, Pakdooik, Peppì, Squattaturi, Trixt, 20 Modifiche anonime

     Giuseppe Borsellino  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30050449  Autori:: Carlomorino, Debszzz, Dedda71, Figiu, Lucas, Moloch981, Moroboshi, Peppì, Retaggio, Rojelio,
     Squattaturi, Trikke, Vmoscarda, Wyszinski, 2 Modifiche anonime

     Pino Puglisi  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31500528  Autori:: *nto, Akela, Ary29, Avemundi, Baldolami, Barone Birra, Calabash, Codas, Cotton, Dedda71, DonPaolo,
     Eltharion, Eyeinthesky, Felisopus, Giancarlo Rossi, Guidomac, Gusme, Hanyell29, Ignlig, Lingtft, Marcok, Marcuccio02, Marcuscalabresus, Marko86, Maximianus, Micione, Moroboshi, Nicola
     Romani, Panz Panz, Paulatz, Peppì, Rainbowpino, Roberto Mura, Sailko, Senza nome.txt, Serenet, Shaka, Sicilarch, Silas Flannery, Snowdog, Square87, StefanoBarillà, Vando85, Vipera,
     Vmoscarda, Wolland, 40 Modifiche anonime

     Giuseppe Diana  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31565890  Autori:: 84628589MDJMF, Ask21, Assianir, Blaumeer, Demart81, Dr Zimbu, Guidomac, Gvf, Hanyell29,
     IlPisano, Jaqen, Kibira, Lingtft, Lou Crazy, Mirkocav, Pedros86, Pietro Giannini, Romero, Sbazzone, Snowdog, Toobaz, Ugo d'Arles, 84 Modifiche anonime

     Giorgio Ambrosoli  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30998399  Autori:: %Pier%, Akuankka, Alexander VIII, AnjaQantina, Aracuano, Ary29, Atina, AttoRenato, Bisco,
     Blakwolf, Borgolibero, Brownout, Caulfield, Codas, Cruccone, Dunferr, Elbloggers, Eweriuer, Formica rufa, Fotogian, Fredericks, Gffr, Guidomac, Hal8999, Ignlig, Kuviz, Llodi, Lou Crazy,
     Lucam74, Malemar, Marcok, Marius, Massimo Macconi, Mr buick, Orobico, Piero, Rago, Rimigliano, Roberto Momesso, Rollopack, Samoano, Sarcelles, Sbisolo, Senza nome.txt, Shaka,
     TierrayLibertad, Tinette, Torav, Vento, 76 Modifiche anonime
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Non dimentichiamoli

  • 1.
    Non dimentichiamoli Da Wikipedia PDFgenerato attraverso il toolkit opensource ''mwlib''. Per maggiori informazioni, vedi [[http://code.pediapress.com/ http://code.pediapress.com/]]. PDF generated at: Fri, 23 Apr 2010 08:35:41 UTC
  • 2.
    Indice Voci Vittime di Cosa Nostra 1 Vittime della camorra 9 Vittime della 'Ndrangheta 12 Vittime della Sacra corona unita 14 Attivisti 15 Peppino Impastato 15 Politici 20 Michele Reina 20 Piersanti Mattarella 20 Pio La Torre 23 Forze dell'ordine 26 Boris Giuliano 26 Lenin Mancuso 29 Emanuele Basile (carabiniere) 29 Carlo Alberto Dalla Chiesa 30 Mario D'Aleo 40 Giuseppe Montana 41 Antonino Cassarà 41 Antonino Agostino 43 Magistrati 44 Pietro Scaglione (magistrato) 44 Cesare Terranova 45 Gaetano Costa 46 Giangiacomo Ciaccio Montalto 47 Bruno Caccia 48 Rocco Chinnici 50 Rosario Livatino 52 Antonino Scopelliti 54 Giovanni Falcone 55 Paolo Borsellino 66
  • 3.
    Giornalisti 79 Mario Francese 79 Giuseppe Fava 80 Giancarlo Siani 88 Beppe Alfano 91 Imprenditori 92 Libero Grassi 92 Giuseppe Borsellino 93 Religiosi 94 Pino Puglisi 94 Giuseppe Diana 97 Avvocati 101 Giorgio Ambrosoli 101 Note Fonti e autori delle voci 104 Fonti, licenze e autori delle immagini 106 Licenze della voce Licenza 107
  • 4.
    Vittime di CosaNostra 1 Vittime di Cosa Nostra Elenco delle vittime di Cosa Nostra in Italia. In totale le vittime di Cosa Nostra risultano essere approssimativamente più di 5000. XIX secolo Anni 1860 • Giovanni Corrao (3 agosto 1863). Anni 1870 • Mario Pàncari (12 marzo 1871) giovane benvoluto, onesto e di retti principi, aspirante ad amministrare la sua città. Ucciso una sera con una fucilata al petto nel pieno centro di Vittoria (RG). Mandante Giombattista Mazza-Iacono del clan Iacono. Anni 1890 • Francesco Gebbia (10 ottobre 1892), consulente legale, Consigliere comunale di opposizione del Comune di Mezzojuso, assassinato nella piazza del paese a fucilate. • Emanuele Notarbartolo (1 febbraio 1893), ex sindaco di Palermo, ex direttore generale del Banco di Sicilia. • Emanuela Sansone (1896) • Antonino D'Alba (1897), membro della cosca di Falde. • Vincenzo Lo Porto e Giuseppe Caruso (24 ottobre 1897), due cocchieri affiliati alla cosca dell'Olivuzza. XX secolo Emanuele Notarbartolo
  • 5.
    Vittime di CosaNostra 2 Anni 1900 • Luciano Nicoletti (14 ottobre 1905), contadino socialista, impegnato nelle affittanze collettive per ottenere la gestione delle terre da parte dei contadini. Ucciso a Corleone (PA). • Andrea Orlando (13 gennaio 1906), medico chirurgo nonché consigliere comunale socialista di Corleone, sosteneva anch'egli le affittanze collettive. Ucciso a Corleone (PA). • Giuseppe (Joe) Petrosino (12 marzo 1909), figlio di emigranti, divenne ben presto tenente della polizia di New York, in particolare dell'Italian Legion, cioè gruppi di agenti italiani, a suo giudizio indispensabili per combattere la mafia americana. Stimato da Roosevelt per il suo impegno costante nel cercare di sconfiggere la mafia, allora chiamata Mano Nera, assicurò alla giustizia boss di alto calibro. Capì che la mafia, a New York, aveva le sue radici in Sicilia, tant’è che intraprese un viaggio in Sicilia per infliggerle il colpo mortale. Anni 1910 Joe Petrosino. • Lorenzo Panepinto (16 maggio 1911), maestro elementare nonché consigliere comunale socialista a Santo Stefano Quisquina, si batteva per i diritti dei contadini contro lo strapotere dei feudatari collusi. Viene ucciso Santo Stefano Quisquina. • Mariano Barbato (1914), esponente di spicco del Partito socialista del tempo, viene ucciso nel 1914. • Giorgio Pecoraro (1914). • Bernardino Verro (3 novembre 1915), sindaco socialista di Corleone si batteva anch'egli per le affittanze collettive. • Giorgio Gennaro (1916), prete non gradito a Cosa Nostra, viene ucciso a Ciaculli (PA) per aver denunciato il ruolo dei mafiosi nell'amministrazione delle rendite ecclesiastiche. • Giovanni Zangara (29 gennaio 1919), dirigente contadino e assessore della giunta socialista a Corleone, viene ucciso a Corleone (PA). • Costantino Stella (6 luglio 1919), arciprete di Resuttano, era uscito dalla sacrestia e si era dedicato ad importanti attività sociali. Viene accoltellato il 19 giugno per poi morire il 6 luglio a Resuttano (CL). • Giuseppe Rumore (22 settembre 1919), segretrario della Lega contadini, viene ucciso a Prizzi (PA). • Alfonso Canzio (19 dicembre 1919), presidente della Lega per il miglioramento agricolo, viene ucciso a Barrafranca (EN). Anni 1920 • Giuseppe Zaffuto (morto il 26 dicembre 1920), Gaetano Circo (morto a Palermo il 4 febbraio 1921), Calogero Faldetta (morto a Palermo il 31 dicembre 1920), Carmelo Minardi (morto a Palermo il 26 dicembre 1920), Salvatore Varsalona (morto il 27 dicembre 1920): il 26 dicembre 1920, quattro persone incappucciate, rimaste sconosciute, lanciarono una bomba all'interno della sezione socialista di Casteltermini (sita in via Nazario Sauro), in quel momento piena di militanti. L'esplosione provocò, oltre a numerosi feriti, la morte del prof. Zaffuto, segretario locale, insieme a quattro contadini iscritti al partito. Dall'accertamento compiuto dai carabinieri, incaricati di indagare sul grave attentato, risultò che l'atto criminale venne compiuto dalla mafia della Valle del
  • 6.
    Vittime di CosaNostra 3 Platani, «perché le cooperative agricole socialiste avrebbero provocato la fine dei campieri della mafia che indisturbati imperavano su tutte le campagne e su tutti i i proprietari». • Nicola Alongi (1 marzo 1920), dirigente socialista e anima del movimento contadino, viene ucciso a Prizzi (PA). • Paolo Li Puma e Croce Di Gangi (settembre 1920), contadini nonché consiglieri comunali socialisti di Petralia Soprana, vengono uccisi a Petralia Soprana (PA). • Paolo Mirmina (3 ottobre 1920), combattivo sindacalista socialista, viene ucciso a Noto (SR). • Antonino Scuderi (9 ottobre 1920), segretario della cooperativa agricola nonché consigliere comunale socialista di Paceco, viene ucciso a Paceco (TP). • Giovanni Orcel (14 ottobre 1920), segretario dei metalmeccanici di Palermo nonché promotore (assieme ad Alongi) del collegamento tra movimento operaio e movimento contadino nel palermitano. Era il candidato socialista alla provincia di Palermo quando viene ucciso a Palermo. • Giuseppe Monticciolo (27 ottobre 1920), presidente socialista della Lega per il miglioramento agricolo, viene ucciso a Trapani. • Stefano Caronia (1920), arciprete di Gibellina. • Pietro Ponzo (1921). • Vito Stassi (1921), dirigente del movimento dei contadini, viene ucciso a Piana degli Albanesi (PA). • Giuseppe Cassarà e Vito Cassarà (1921). • Giuseppe Compagna (29 gennaio 1921), contadino nonché consigliere comunale socialista di Vittoria. • Domenico Spatola, Mario Spatola, Pietro Spatola e Paolo Spatola (febbraio 1922), parenti di Giacomo Spatola (presidente della locale società agricola cooperativa). Tutti uccisi a Paceco. • Sebastiano Bonfiglio (11 giugno 1922), sindaco di Erice nonché membro della direzione del Partito Socialista, viene ucciso a Erice (TP). • Antonino Ciolino (1924). Anni 1940 • Antonio Mancino (2 settembre 1943), carabiniere • Santi Milisenna (27 maggio 1944), segretario della federazione comunista di Enna • Andrea Raia (6 agosto 1944), organizzatore comunista • Calogero Comajanni (28 marzo 1945), guardia giurata, viene ucciso una mattina a Corleone (PA). La sua colpa era stata quella di arrestare un boss in erba del calibro di Luciano Liggio. • Filippo Scimone (1945), maresciallo dei carabinieri, viene ucciso nel 1945 a San Cipirello (PA). • Calcedonio Catalano (1945). • Nunzio Passafiume (7 giugno 1945), sindacalista • Agostino D'Alessandro (11 settembre 1945), segretario della Camera del Lavoro di Ficarazzi • Calogero Cicero, carabiniere semplice, viene ucciso in un conflitto a fuoco con dei banditi il 18 settembre 1945 a Palma di Montechiaro (AG). • Fedele De Francisca, carabiniere semplice, viene ucciso anch'egli in un conflitto a fuoco con dei banditi il 18 settembre 1945 a Palma di Montechiaro (AG). • Michele Di Miceli, viene ucciso nel 1945. • Mario Paoletti, viene ucciso nel 1945. • Rosario Pagano, viene ucciso nel 1945 • Giuseppe Scalia (25 novembre 1945), segretario della Camera del Lavoro • Giuseppe Puntarello (4 dicembre 1945), segretario della sezione di Ventimiglia (PA) del Partito Comunista • Gaetano Guarino (16 maggio 1946), sindaco socialista di Favara (AG) • Marina Spinelli, viene uccisa per sbaglio il 16 maggio 1946 a Favara • Pino Camilleri (28 giugno 1946), sindaco socialista di Naro (AG)
  • 7.
    Vittime di CosaNostra 4 • Nicolò Azoti, segretario della Camera del lavoro di Baucina (PA) colpito dalla mafia il 21 dicembre 1946 e morto il 23 dicembre 1946 • Accursio Miraglia (4 gennaio 1947), sindacalista, segretario della Camera confederale circondariale di Sciacca • Epifanio Li Puma (2 marzo 1948), sindacalista ed esponente del Partito Socialista Italiano, capolega della Federterra • Placido Rizzotto (10 marzo 1948), ex-partigiano, dirigente del Partito Socialista Italiano e segretario della Camera del Lavoro di Corleone • Calogero Cangelosi (2 aprile 1948), esponente del Partito Socialista Italiano e sindacalista, segretario della Camera del Lavoro di Camporeale • Strage di Portella della Ginestra: 11 morti e 56 feriti (1 maggio 1947), contadini celebranti la festa del lavoro. Dell'eccidio venne accusato il bandito Salvatore Giuliano ma in realtà i mandanti erano alti esponenti della Democrazia Cristiana e i grandi mafiosi latifondisti. • Giuseppe Biondo (22 ottobre 1948) Trapani. Anni 1950 Accursio Miraglia. • Salvatore Carnevale (16 maggio 1955), sindacalista e militante del Partito Socialista Italiano di Sciara, in provincia di Palermo. • Giuseppe Spagnolo (13 agosto 1955), sindacalista e dirigente politico • Pasquale Almerico (25 marzo 1957), maestro elementare, sindaco di Camporeale e segretario della sezione locale della Democrazia Cristiana Anni 1960 • Cataldo Tandoy (30 marzo 1960), ex capo della squadra mobile di Agrigento • Cosimo Cristina (5 maggio 1960), giornalista • Paolo Bongiorno (20 luglio 1960), sindacalista. • Strage di Ciaculli (30 giugno 1963): il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao e Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare e Mario Farbelli, il maresciallo dell'esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci, uccisi dallo scoppio di un'autobomba abbandonata dai mafiosi in campagna. • Carmelo Battaglia (24 marzo 1966), sindacalista e dirigente politico del Partito Socialista Italiano di Tusa, in provincia di Messina.
  • 8.
    Vittime di CosaNostra 5 Anni 1970 • Mauro De Mauro (16 settembre 1970), giornalista. • Pietro Scaglione (5 maggio 1971), procuratore capo di Palermo. • Antonino Lo Russo (5 maggio 1971), autista di Pietro Scaglione. • Giovanni Spampinato (27 ottobre 1972), giornalista de "L'Ora" e de "L'Unità". • Gaetano Cappiello (2 luglio 1975), agente di pubblica sicurezza. • Giuseppe Russo (20 agosto 1977), tenente colonnello dei carabinieri. • Carlo Napolitano (21 novembre 1977), presunto guardiaspalle del boss di Riesi, Giuseppe di Cristina. • Giuseppe di Fede (21 novembre 1977), presunto guardiaspalle del boss di Riesi, Giuseppe di Cristina. • Peppino Impastato (9 maggio 1978), giovane attivista politico e speaker radiofonico di Cinisi, in provincia di Palermo. • Antonio Esposito Ferraioli (30 agosto 1978), cuoco. • Calogero Di Bona (28 agosto 1979), maresciallo ordinario in servizio presso la casa circondariale Ucciardone di Palermo. • Filadelfio Aparo (11 gennaio 1979), vice Brigadiere della squadra mobile di Palermo. • Mario Francese (26 gennaio 1979), giornalista. • Michele Reina (9 marzo 1979), segretario provinciale della Democrazia Cristiana. • Carmine Pecorelli (20 marzo 1979), giornalista. • Giorgio Ambrosoli (12 luglio 1979), avvocato milanese liquidatore della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. • Boris Giuliano (21 luglio 1979), capo della squadra mobile di Palermo. • Cesare Terranova (25 settembre 1979), magistrato. • Lenin Mancuso (25 settembre 1979), maresciallo morto insieme a Cesare Terranova. Anni 1980 • Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), presidente della Regione Siciliana. • Emanuele Basile (4 maggio 1980), capitano dei Carabinieri. • Giovanni Losardo, militante comunista, già sindaco di Cetraro e segretario capo presso la procura della Repubblica del Tribunale di Paola. Assassinato il 21 giugno 1980. • Gaetano Costa (6 agosto 1980), procuratore capo di Palermo. • Vito Lipari (12 agosto 1980), sindaco DC di Castelvetrano (TP). • Vito Jevolella (10 ottobre 1981), maresciallo dei carabinieri di Palermo • Sebastiano Bosio (6 novembre 1981), medico, docente universitario. • Pio La Torre (30 aprile 1982), segretario del PC Carlo Alberto Dalla Chiesa. siciliano. • Rosario Di Salvo (30 aprile 1982), autista e uomo di fiducia di Pio La Torre. • Gennaro Musella (3 maggio 1982), imprenditore.
  • 9.
    Vittime di CosaNostra 6 • Strage della circonvallazione (16 giugno 1982): Salvatore Raiti, Silvano Franzolin, Luigi Di Barca e Giuseppe Di Lavore, carabinieri, e Alfio Ferlito, boss di Catania, uccisi a colpi di fucile AK-47 dai killer del boss Nitto Santapaola, che mirava a prendere il posto di Ferlito. • Paolo Giaccone (11 agosto 1982), medico legale. • Strage di via Carini (3 settembre 1982): Carlo Alberto Dalla Chiesa, generale dei Carabinieri e prefetto del capoluogo siciliano; Emanuela Setti Carraro, moglie di Carlo Alberto Dalla Chiesa, e Domenico Russo, agente di polizia, uccisi brutalmente mentre andavano a cena a Mondello. La strage della circonvallazione. • Calogero Zucchetto (14 novembre 1982), agente di polizia della squadra mobile di Palermo. • Giangiacomo Ciaccio Montalto (26 gennaio 1983), magistrato di punta di Trapani. • Mario D'Aleo (13 giugno 1983), capitano dei carabinieri. • Pietro Morici (13 giugno 1983), carabiniere. • Giuseppe Bommarito (13 giugno 1983), carabiniere. • Bruno Caccia (26 giugno 1983), giudice. • Strage di via Pipitone Federico (29 luglio 1983): Rocco Chinnici, capo dell'ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, Mario Trapassi, maresciallo dei carabinieri; Salvatore Bartolotta, carabiniere; Stefano Li Sacchi, portinaio di casa Chinnici, uccisi dallo scoppio di un'autobomba, che provocò anche gravi danni alla facciata del palazzo adiacente. • Salvatore Zangara (8 ottobre 1983), analista. • Giuseppe Fava, (5 gennaio 1984), giornalista. • Roberto Parisi (23 febbraio 1985), imprenditore e presidente del Palermo calcio, assieme al suo autista Giuseppe Mangano. • Piero Patti (28 febbraio 1985), imprenditore. Rimane ferita anche la figlia Gaia di nove anni. • Giuseppe Spada (14 giugno 1985), imprenditore. • Strage di Pizzolungo (2 aprile 1985): Barbara Asta, signora morta nell'attentato con autobomba contro il sostituto procuratore Carlo Palermo, salvatosi miracolosamente; morti anche i due figli gemelli di Barbara Asta. • Giuseppe Montana (28 luglio 1985), funzionario della squadra mobile, dirigente della sezione contro i latitanti mafiosi. • Ninni Cassarà (6 agosto 1985), dirigente della squadra mobile di Palermo, e il suo collega Roberto Antiochia, agente di polizia. • Graziella Campagna (12 dicembre 1985), Pippo Fava. diciassettenne di Saponara (ME) che aveva riconosciuto due latitanti.
  • 10.
    Vittime di CosaNostra 7 • Claudio Domino (7 ottobre 1986), bambino di 11 anni che forse aveva assistito ad un sequestro di persona. • Giuseppe Insalaco (12 gennaio 1988), ex sindaco di Palermo. • Natale Mondo, (14 gennaio 1988), agente di polizia scampato all'attentato in cui persero la vita Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, venne ucciso perché si era infiltrato nelle cosche mafiose. • Alberto Giacomelli (14 settembre 1988), ex magistrato in pensione. • Antonino Saetta (25 settembre 1988), giudice ucciso con il figlio disabile Stefano Saetta. • Mauro Rostagno (26 settembre 1988), leader della comunità Saman per il recupero dei tossicodipendenti, dai microfoni di una televisione locale faceva i nomi di capi mafia e di politici corrotti. Venne assassinato a Valderice (TP). • Antonino Agostino (5 agosto 1989), agente di polizia, e la moglie Ida Castelluccio, incinta di cinque mesi. Anni 1990 • Giovanni Trecroci (7 febbraio 1990), vice-sindaco di Villa San Giovanni. • Emanuele Piazza (16 marzo 1990), agente di polizia. • Giuseppe Miano (18 marzo 1990), mafioso pentito. • Gioitta Nicola (21 marzo 1990), gioielliere. • Giovanni Bonsignore, (9 maggio 1990), funzionario della Regione Siciliana. • Rosario Livatino (21 settembre 1990), giudice di Canicattì (AG). • Nicolò Di Marco (21 febbraio 1991), geometra del comune di Misterbianco (CT). • Sergio Compagnini (5 marzo 1991), imprenditore. • Antonino Scopelliti (9 agosto 1991), giudice. • Libero Grassi (29 agosto 1991), imprenditore attivo nella lotta contro le tangenti alle cosche e il racket. • Tobia Andreozzi (30 agosto 1990), ragioniere. • Paolo Arena (27 settembre 1991), segretario DC di Misterbianco (CT). • Serafino Ogliastro (12 ottobre 1991), ex agente della polizia di Stato. Ucciso a Palermo da Salvatore Grigoli con il metodo della lupara bianca perché i mafiosi di Brancaccio sospettavano fosse a conoscenza degli autori dell'omicidio di un mafioso, Filippo Quartararo. Al processo, Grigoli si autoaccusava dell'omicidio indicando altri 7 complici. • Salvo Lima (12 marzo 1992), uomo politico democristiano. • Giuliano Guazzelli (14 aprile 1992), maresciallo dei carabinieri. • Paolo Borsellino (21 aprile 1992), imprenditore ed omonimo del giudice Paolo Borsellino. • Strage di Capaci (23 maggio 1992): Giovanni Falcone, magistrato; Francesca Morvillo, magistrato, moglie di Giovanni Falcone; Antonio Montinaro, agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone; Rocco Dicillo, agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone; Vito Schifani, agente di polizia facente parte della scorta di Giovanni Falcone. Il mafioso pentito Giovanni Brusca si autoaccusò di aver guidato il commando malavitoso che sistemò l'esplosivo in un tunnel scavato sotto un tratto dell'autostrada A29 all'altezza di Capaci e fu lui a premere il pulsante del radiocomando che causò l'esplosione, proprio nel momento in cui passavano le auto di scorta del giudice Falcone. • Strage di via d'Amelio (19 luglio 1992): Paolo Borsellino, magistrato; Emanuela Loi, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Walter Cusina, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Vincenzo Li Muli, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Claudio Traina, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino; Agostino Catalano, agente di polizia facente parte della scorta di Paolo Borsellino. Dalle recenti indagini si è scoperto che i mandanti dell'attentato, messo in atto con un'autobomba parcheggiata sotto casa della madre del giudice Borsellino, vanno ricercati non solo all'interno di Cosa nostra ma anche negli ambienti della politica e dei servizi segreti deviati. • Rita Atria (27 luglio 1992), figlia di un mafioso, muore suicida dopo la morte di Paolo Borsellino, con il quale aveva iniziato a collaborare.
  • 11.
    Vittime di CosaNostra 8 • Giovanni Lizzio (27 luglio 1992), ispettore della squadra mobile. • Ignazio Salvo (17 settembre 1992), esattore, condannato per associazione mafiosa. • Paolo Ficalora (28 settembre 1992), proprietario di un villaggio turistico. • Gaetano Giordano (10 dicembre 1992), commerciante. • Giuseppe Borsellino (17 dicembre 1992), imprenditore, padre dell'imprenditore Paolo Borsellino ucciso otto mesi prima, quest'ultimo omonimo del giudice Paolo Borsellino. • Beppe Alfano (8 gennaio 1993), giornalista. • Strage di via dei Georgofili (27 maggio 1993): Caterina Nencioni, bambina di 50 giorni; Nadia Nencioni, bambina di 9 anni; Angela Fiume, custode dell'Accademia dei Georgofili, 36 anni; Fabrizio Nencioni, 39 anni; Dario Capolicchio, studente di architettura, 22 anni. • Pino Puglisi (15 settembre 1993), sacerdote impegnato nel recupero dei giovani reclutati da Cosa Nostra a Brancaccio. • Cosimo Fabio Mazzola (marzo 1994), ucciso perché ex fidanzato della moglie del mafioso Giuseppe Monticciolo, ora collaboratore di giustizia: la donna, figlia del capomafia Giuseppe Argento, accettò di non sposare Mazzola perché non appartenente al suo ambiente. • Liliana Caruso (10 luglio 1994), moglie di Riccardo Messina, pentito. • Agata Zucchero (10 luglio 1994), suocera di Riccardo Messina, pentito. • Domenico Buscetta (6 marzo 1995), nipote del pentito Tommaso Buscetta. • Carmela Minniti (1 settembre 1995), moglie di Benedetto Santapaola, detto Nitto, boss catanese. • Serafino Famà (9 novembre 1995),avvocato penalista catanese, ucciso a pochi passi dal suo studio perché era un esempio di onestà intellettuale e professionale. • Giuseppe Montalto (23 dicembre 1995), agente di custodia del carcere dell’Ucciardone. • Giuseppe Di Matteo (11 gennaio 1996), figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo. Ucciso e disciolto in una vasca di acido nitrico. • Antonio Barbera (7 settembre 1996), giovane di Biancavilla (CT), massacrato a diciotto anni con una decina di colpi di pistola in testa, in un agguato in "contrada Sgarro" (Catania). Gli omicidi non hanno ricevuto alcuna condanna dal processo, celebrato nell'aula bunker del carcere "Bicocca" di Catania; il processo è stato celebrato anche in Corte d'appello e in Cassazione, senza che la famiglia del ragazzo venisse informata. • Antonino Polifroni (30 settembre 1996), imprenditore di Varapodio (RC), assassinato perché non aveva ceduto ai ricatti e alle estorsioni mafiose. • Gaspare Stellino (12 settembre 1997), commerciante, morto suicida per non deporre contro i suoi estortori. • Domenico Geraci (8 ottobre 1998), sindacalista. • Filippo Basile (5 luglio 1999), funzionario della Regione Siciliana. • Vincenzo Vaccaro Notte[1] (3 dicembre 1999), imprenditore di Sant'Angelo Muxaro (AG), assassinato perché non accettava i condizionamenti mafiosi. • Giueseppe Montalbano (18 novembre 1998) medico, Camporeale
  • 12.
    Vittime di CosaNostra 9 XXI secolo Anni 2000 • Salvatore Vaccaro Notte (5 febbraio 2000), caposquadra forestale e fratello di Vincenzo, ucciso per non essersi piegato ai condizionamenti di una cosca locale meglio conosciuta come "Cosca dei Pidocchi". • Giuseppe D'Angelo (22 agosto 2006), pensionato, ucciso per sbaglio davanti a un fruttivendolo del quartiere Sferracavallo di Palermo perché scambiato per il boss Bartolomeo Spatola. Voci correlate • Vittime della Camorra • Vittime della 'Ndrangheta • Vittime della Sacra corona unita Note [1] Sicania (http:/ / sicania. spazioblog. it/ ) Vittime della camorra Elenco di vittime della camorra: anni ottanta • Marcello Torre (11 dicembre 1980), sindaco di Pagani • Dino Gassani (27 marzo 1981), avvocato penalista, ucciso nel suo studio per non aver voluto rinunciare alla difesa • Giuseppe Grimaldi (27 marzo 1981), segretario dell'Avv. Dino Gassani • Giuseppe Salvia (14 aprile 1981), vice direttore del carcere di Napoli-Poggioreale • Simonetta Lamberti (29 maggio 1982), figlia del giudice Lamberti di Cava de' Tirreni, lo stadio della città metelliana è intitolato a lei • Salvatore Nuvoletta (2 luglio 1982), carabiniere ventenne, ucciso perché accusato ingiustamente dalla camorra di aver partecipato allo scontro a fuoco in cui morì un loro affiliato • Antonio Ammaturo (15 luglio 1982), vicequestore della Polizia di Stato a Napoli • Pasquale Paola (15 luglio 1982), agente che accompagnava Antonio Ammaturo • Franco Imposimato (11 ottobre 1983), Maddaloni, ucciso per ritorsione nei confronti del fratello, il giudice Ferdinando, e per il suo impegno sul territorio • Giancarlo Siani (23 settembre 1985), giornalista ucciso per degli articoli che aveva scritto • Mario Ferrillo (5 novembre 1986), impresario teatrale assassinato a Licola Mare scambiato con noto camorrista locale lascia moglie e quattro figli di cui la più piccola Marianna di 10 anni
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    Vittime della camorra 10 anni novanta • Nunzio Pandolfi (18 maggio 1990) , ammazzato a due anni nel rione Sanità, mentre era tra le braccia della zia, nella stessa stanza dove c'era il padre vero obbiettivvo dell'agguato, anch'esso ucciso. • Tobia Andreozzi (30 agosto 1990),un ragioniere incensurato, estraneo alla camorra fu eliminato per il solo fatto di trovarsi in compagnia del vero obiettivo dei sicari. • Fabio De Pandi, 21 luglio 1991, colpito durante un regolamento di conti • Scamardella Palmina (1994) lasciando una figlia di un anno • Giuseppe Diana (19 marzo 1994), parroco di Casal di Principe • Gioacchino Costanzo (15 ottobre 1995), un bimbo di due anni, viene ucciso per mano della camorra. Era in auto con lo zio, un pregiudicato, venditore di sigarette di contrabbando, che il “commando” di sicari aveva deciso di eliminare[1] • Silvia Ruotolo (11 giugno 1997) • Alberto Vallefuoco (24 anni), Salvatore De Falco (21) e Rosario Flaminio (24), uccisi a Pomigliano d'Arco perché scambiati per componente di una banda rivale (20 luglio 1998)[2] • Giovanni Gargiulo, 14 anni[3] • Giustino Perna, 30 aprile 1999, assicuratore, ucciso per una vendetta trasversale nell'ambito della faida di Pianura. XXI secolo • Luigi Sequino (10 agosto 2000), ragazzo ucciso a 20 anni per errore[4] [5] • Paolo Castaldi (10 agosto 2000), ragazzo ucciso a 20 anni per errore[6] • Valentina Terracciano (12 novembre 2000), ammazzata a due anni[7] • Federico Del Prete (18 febbraio 2002), sindacalista • Annalisa Durante (27 marzo 2004), ragazzina uccisa a 14 anni per errore • Gelsomina Verde (21 novembre 2004), uccisa a 22 perché legata affettivamente ad uno scissionista • Antonio Landieri (6 novembre 2004), disabile 25enne ammazzato per errore • Dario Scherillo, 26 anni, ucciso il 6 dicembre 2004[8] • Carmela Attrice (15 gennaio 2005), 47 anni[9] [10] • Attilio Romanò (30 marzo 1975 - 24 gennaio 2005), 29 anni[11] • Francesco Rossi (2005) • Nunzio Giuliano (21 marzo 2005) • Enrico Amelio (10 ottobre 2006) • Domenico Noviello (Baia Verde, 20 maggio 2008), imprenditore ribellatosi al pizzo impostogli dal clan dei Casalesi diversi anni prima, già sotto protezione • Umberto Bidognetti, ammazzato il 2 maggio 2008[12] padre del pentito Domenico • Raffaele Granata, ucciso il 11 luglio 2008, padre del sindaco di Calvizzano: ucciso per aver rifiutato di pagare il pizzo al clan dei Casalesi
  • 14.
    Vittime della camorra 11 Voci correlate • Vittime di Cosa Nostra • Vittime della 'Ndrangheta • Vittime della Sacra corona unita Collegamenti esterni • Vittime della camorra [13] su Open Directory Project ( Segnala [14] su DMoz un collegamento pertinente all'argomento "Vittime della camorra") • « 656 innocenti uccisi... », Internapoli.it, 21/03/2006 [15] Note [1] Gioacchino Costanzo (http:/ / www. studenticontrolacamorra. org/ Vittime/ Gioacchino Costanzo. html), studenticontrolacamorra.org [2] 20 luglio 1998, tre operai uccisi per sbaglio dalla camorra (http:/ / www. pupia. tv/ notizie/ 0003534. html) [3] « Napoli, la camorra lo uccide a 14 anni », La Repubblica, 18 febbraio 1998 (http:/ / www. repubblica. it/ online/ fatti/ faida/ faida/ faida. html) [4] « Una corona per ricordare Gigi e Paolo », videocomunicazioni.com, 11 agosto 2008 (http:/ / www. videocomunicazioni. com/ 2008/ 08/ 11/ una-corona-per-ricordare-gigi-e-paolo/ ) [5] « Nove anni fa Gigi e Paolo furono uccisi per errore dalla camorra », videocomunicazioni.com, 11 agosto 2009 (http:/ / www. videocomunicazioni. com/ notizie/ nove-anni-fa-gigi-e-paolo-furono-uccisi-per-errore-dalla-camorra. html) [6] « Una corona per ricordare Gigi e Paolo », videocomunicazioni.com, 11 agosto 2008 (http:/ / www. videocomunicazioni. com/ 2008/ 08/ 11/ una-corona-per-ricordare-gigi-e-paolo/ ) [7] Repubblica.it (http:/ / www. repubblica. it/ online/ cronaca/ bambinanapoli/ funerali/ funerali. html) [8] « Napoli, faida senza fine giovane ucciso a colpi di pistola », La Repubblica, 6 dicembre 2004 (http:/ / www. repubblica. it/ 2004/ k/ sezioni/ cronaca/ napol/ delitto/ delitto. html) [9] « Napoli, agguato a Scampia la faida uccide un'altra donna », La Repubblica, 15 gennaio 2005 (http:/ / www. repubblica. it/ 2004/ l/ sezioni/ cronaca/ napoli2/ donnamor/ donnamor. html) [10] « Sei condanne per il delitto Attrice » (http:/ / www. nntp. it/ cultura-storia/ 202863-re-sei-condanne-per-il-delitto-attrice. html) [11] 21marzo: Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime della mafia (Attilio Romanò) (http:/ / 21marzo. ilcannocchiale. it/ post/ 1392617. html) [12] Omicidio Bidognetti (http:/ / www. delittiimperfetti. com/ show_vitt. php?id_vitt=1420) [13] http:/ / search. dmoz. org/ cgi-bin/ search?search=Vittime+ della+ camorra& all=yes& cs=UTF-8& cat=World%2FItaliano [14] http:/ / www. dmoz. org/ cgi-bin/ add. cgi?where= [15] http:/ / www. internapoli. it/ articolo. asp?id=6098& src
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    Vittime della 'Ndrangheta 12 Vittime della 'Ndrangheta Elenco di vittime della 'Ndrangheta: Anni settanta Giovanni Ventra consigliere comunale del PC assassinato innocentemente il 27 dicembre del 1972 a Cittanova RC • Francesco Ferlaino Avvocato Generale della Corte d'appello di Catanzaro. Il 3 luglio 1975, mentre rientrava nella propria abitazione a Lamezia Terme, veniva colpito alla schiena da due colpi di fucile esplosi da due sconosciuti che si trovavano a bordo di un'autovettura. Al suo nome è intitolato il palazzo di giustizia di Catanzaro. • Rocco Gatto, mugnaio ed iscritto al PCI viene ucciso l'11 marzo 1977 a Gioiosa Jonica. • Donald Mackay, attivista antidroga ucciso in Australia il 15 luglio 1977. • Carmelo Di Giorgio e Primo Perdoncini - operai ditta Montresor e Morselli di Verona che avevano acquistato agrumi dai produttori della piana di Gioia Tauro turbando così il mercato agrumicolo controllato dalla 'ndrangheta- uccisi a Rizziconi il 5 gennaio 1979. Anni ottanta • Giuseppe Valarioti, segretario della Sezione del PCI di Rosarno. Assassinato l'11 giugno 1980. • Giovanni Losardo, militante comunista, già Sindaco di Cetraro e Segretario capo presso la Procura della repubblica del Tribunale di Paola. Assassinato il 21 giugno 1980.[1] • Gennaro Musella, morto a Reggio Calabria il 3 maggio 1982 • Bruno Caccia, magistrato, morto a Torino il 26 giugno 1983 • Sergio Cosmai direttore del carcere di Cosenza (assassinato nel marzo del 1985) • Lodovico Ligato ex parlamentare DC ed ex presidente delle Ferrovie dello Stato. Coinvolto nello "scandalo delle lenzuola d'oro", nel novembre del 1988 fu costretto a dimettersi dalla presidenza delle Ferrovie dello Stato. Venne assassinato in un agguato mafioso a Bocale di Reggio Calabria il 27 agosto 1989. • Giovanni Mileto, Caposquadra Cantonieri FCL di Cittanova, assassinato in un agguato mafioso il 7 novembre 1987, sacrificatosi per salvare un'altra vita umana, riconosciuto vittima della criminalità organizzata. • Vincenzo Grasso, rivenditore d'automobili, assassinato a Locri nel marzo 1989. • Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata assassinata il 2 settembre 1988 a Lamezia Terme Riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata. Per difendere il suo diritto al lavoro gli è stato negato il suo diritto alla vita. • Francesco Ventura, tra i piu illustri imprenditori del mezzogiorno ed uomo di grande influenza politica. Assassinato il 3 novembre del 1989 a Reggio Calabria. Anni novanta • Antonino Marino comandante della caserma di Platì (ucciso nel 1990) • Nicodemo Panetta, imprenditore di Grotteria ucciso a Mammola dagli Ursini il 13 giugno 1990 • Versaci Angelo guardia municipale, ucciso il 3 settembre 1990 • Tramonte Francesco e Cristiano Pasquale, 2 netturbini uccisi sul lavoro a Lamezia Terme (CZ) il 24 maggio 1991. • Salvatore Aversa e Lucia Precenzano, sovrintendente della Polizia di Lamezia Terme (CZ) e moglie, uccisi il 4 gennaio 1992. • Antonino Scopelliti magistrato, ucciso da una joint-venture ndrangheta-cosa nostra il 9 agosto del 1991. • Giuseppe Marino Vigile Urbano, ucciso in servizio nella città di Reggio Calabria il 16 aprile 1993 .
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    Vittime della 'Ndrangheta 13 • Adolfo Cartisano detto Lollò fotografo, sequestrato il 22 luglio 1993 e ritrovato morto nel 2003. • Matteo Bottari, professore di Diagnostica e Chirurgia endoscopica dell'Università di Messina ucciso il 15 gennaio 1998. • Luigi Ioculano medico di Gioia Tauro ucciso il 25 settembre 1998. • Giusseppe Maria Biccheri, ucciso per sbaglio insieme alla nipotina Mariangela Ansalone 9 anni, nell'agguato furono feriti la moglie Pignataro Maria * Annunziata, la figlia Francesca Biccheri e il nipotino Giuseppe Maria Ansalone 7 anni (madre e fratello di Mariangela), uccisi l'8 maggio 1998 per * * sbaglio a Oppido Mamertina(Rc) 2000 • Torquato Ciriaco avvocato, assassinato nei pressi di Lamezia Terme (1 marzo 2002) • Gianluca Congiusta imprenditore (assassinato a Siderno il 24 maggio 2005) Sito di Congiusta [2] • Francesco Fortugno vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, assassinato a Locri (16 ottobre 2005) • Antonio Longo imprenditore (26 marzo 2008) Voci correlate • Ndrangheta • Vittime di Cosa Nostra • Vittime della Camorra • Vittime della Sacra Corona Unita Note [1] http:/ / italy. indymedia. org/ news/ 2005/ 12/ 953112. php [2] http:/ / www. gianlucacongiusta. org/ joomla/
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    Vittime della Sacracorona unita 14 Vittime della Sacra corona unita Nel periodo più buio della Sacra corona unita si scatena una guerra nel brindisino, dove a farne le spese sono dei pregiudicati di elevata postura nel clan della sacra corona unita brindisina. Delle vittime fanno parte: • Antonio Antonica - Capo SCU • Nicola Petrachi - Capo "Zona Paradiso" • Roberto Gorgoni - Capo "Zona Commenda" • Eugenio Carbone - Capo della Sacra corona libera • Rino Carrata • Vincenzo Cucci Gambino - (ucciso a Milano nipote del boss Guerrieri Giuseppe colpito con il cugino Guerrieri Giovanni figlio del Boss scampato all'agguato) • Pino D'Alo • Teodoro Perchinenna (clan Buccarella, ucciso in Montenegro) • Santino Vantaggiato (ucciso dal suo braccio destro, ora pentito Vito Di Emidio, detto "Bullone") • Nicola Luperti e Salvatore Luperti - Capi della "Zona Centro" • Leonzio Roselli e Giacomo Casale (affiliati di Luperti, uccisi dalla lupara) • Francesco Volpe (Clan di Emidio) • Felice Malorgio ( ucciso a Sava) • Marrazza Voci correlate • Sacra corona unita • Sacra corona libera • Brindisi
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    15 Attivisti Peppino Impastato Giuseppe Impastato Giuseppe Impastato, meglio noto come Peppino (Cinisi, 5 gennaio 1948 – Cinisi, 9 maggio 1978), è stato un politico, attivista e conduttore radiofonico italiano, famoso per le denunce delle attività della mafia in Sicilia, che gli costarono la vita.
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    Peppino Impastato 16 Biografia La vita Peppino Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa (il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso nel 1963 in un agguato nella sua Giulietta imbottita di tritolo). Ancora ragazzo rompe con il padre, che lo caccia di casa, ed avvia un'attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino L'idea socialista e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi, partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1976 costituisce il gruppo Musica e cultura, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc.); nel 1977 fonda Radio Aut, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli Passeggio per i campi con il cuore sospeso nel affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, in primo luogo del capomafia sole. Il pensiero, avvolto a spirale, ricerca il Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici cuore della nebbia. internazionali di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto. Il programma più seguito era Onda pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale.[1] Stampa, forze dell'ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l'attentatore sarebbe rimasto vittima e di suicidio dopo la scoperta di una lettera scritta in realtà molti mesi prima. L'uccisione, avvenuta in piena notte, riuscì a passare la mattina seguente quasi inosservata poiché proprio in quelle ore veniva "restituito" il corpo del presidente della DC Aldo Moro in via Caetani a Roma. Le accuse e le scoperte Grazie all'attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato (1916 - 2004), che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del Centro siciliano di documentazione[2] di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato proprio a Giuseppe Impastato, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l'inchiesta giudiziaria. Il 9 maggio del 1979, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d'Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il paese. Nel maggio del 1984 l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base delle indicazioni del Consigliere istruttore Rocco Chinnici, che aveva avviato il lavoro del primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del 1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito però ad ignoti.
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    Peppino Impastato 17 Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di Giuseppe Impastato, nel volume La mafia in casa mia, e il dossier Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto il boss Gaetano Badalamenti, nel frattempo condannato a 45 anni di reclusione per traffico di droga dalla Corte di New York, nel processo alla Pizza connection. Nel gennaio 1988, il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Nel maggio del 1992 lo stesso tribunale decide l'archiviazione del caso Impastato, ribadendo la matrice mafiosa del delitto, ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei corleonesi. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un'istanza per la riapertura dell'inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi. Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell'omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l'inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l'udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata. I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l'Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999 Gaetano Badalamenti rinuncia all'udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell'udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Il 4 maggio, nel procedimento contro Palazzolo, e il 21 settembre, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell'Ordine dei giornalisti. Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Nella commissione si rendono note le posizioni favorevoli all'ipotesi dell'attentato terroristico poste in essere dai seguenti militari dell'arma: il Maggiore Tito Baldo Honorati; il maggiore Antonio Subranni; il maresciallo Alfonso Travali.[3] Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a trent'anni di reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo. Cinema e musica « Nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio, negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di giustizia che lo portò a lottare, aveva un cognome ingombrante e rispettato, di certo in quell'ambiente da lui poco onorato, si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un ideale ti porterà dolore. » (Dalla canzone I Cento Passi dei Modena City Ramblers) • Alla vita di Peppino è dedicato il film I cento passi di Marco Tullio Giordana, con Luigi Lo Cascio nel ruolo di Impastato. Il film è una ricostruzione abbastanza libera dell'attività di Peppino, e i "cento passi" che separavano casa sua da quella del boss Tano Badalamenti sono non sono solo una metafora usata dal regista, ma è effettivamente la paradossale distanza presente tra quella che era la casa di Peppino (ora Centro Impastato) e la casa del boss (attualmente disabitata).
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    Peppino Impastato 18 • I Modena City Ramblers hanno inciso una canzone, omonima al film di Giordana, dedicata anch'essa a Peppino, presente nell'album ¡Viva la vida, muera la muerte!. • Il cantautore siciliano Pippo Pollina ha inciso la canzone Centopassi, ispirandosi alla vita di Peppino Impastato e inserendola nel suo album Racconti Brevi. • Nel 2006, il gruppo folk dei Lautari ha musicato una poesia di Peppino, Ciuri di campo. La canzone viene eseguita da Carmen Consoli durante i suoi concerti. • Gli Aut In Vertigo hanno inciso una canzone dal titolo Radio Aut, contenuta nell'album Welcome. • In occasione del 30° anniversario della morte di Aldo Moro e Peppino Impastato. Roberto Rampi ha prodotto lo spettacolo teatrale A.N.N.A. - Amore Non Ne Avremo (testo di Giuseppe Adduci, regia di Paolo Trotti, con Stefano Annoni, Paolo Cosenza e Marta Galli).[4] • "Vorrei" è una canzone del gruppo "I LUF" dedicato a Peppino Impastato. • Nel 2008 i Marta sui tubi includono all'interno del loro dvd Nudi e Crudi il brano Negghia, ricavato da una poesia di Peppino Impastato. Il brano è disponibile come download gratuito sul sito ufficiale del gruppo [5] . • Il gruppo ska punk Talco dedica la canzone Radio Aut, contenuta nell'album Mazel Tov, a Peppino Impastato, • Nel 2008 esce in allegato con il quotidiano Il Manifesto il doppio cd "Amore Non Avremo: 26 Canzoni per Peppino Impastato", con la partecipazione dei seguenti artisti: Collettivo musicale "Peppino Impastato", Resina, Riccardo Sinigallia, Le loup Garou, Marta sui tubi, Lautari e Carmen Consoli, 24 Grana, Taberna Milensis, Modena City Ramblers, Zu, Affinità di quarta, Low Fi, One Dimensional Man, Uzeda, CPF, Gang, Bisca, Marlene Kuntz, Radio Zapata, Amaury Cambuzat con gli Ulan Bator, Lalli, Giaccone, Libera Velo, Marina Rei, Perturbazione, Yo Yo Mundi[6] . Curiosità • Al 21° Jamboree mondiale dello scautismo, raduno mondiale dello scautismo svoltosi nel Regno Unito nell'estate 2007, un noviziato AGESCI era dedicato a Peppino Impastato. • Il 21 marzo 2009, (Giornata dedicata ai caduti contro tutte le mafie), una classe dell'ITAS "G. Deledda" di Lecce ha intitolato la propria aula a Peppino Impastato, chiedendo alle altre di fare altrettanto con personaggi eroici dei nostri tempi. • Il 9 settembre 2009 Il nuovo sindaco leghista di Ponteranica (BG) fece rimuovere la targa commemorativa dalla biblioteca comunale, dedicata un anno e mezzo prima a Peppino Impastato, scatenando molte polemiche.[7] . • Il 31 gennaio 2010 a Manfredonia alla presenza delle autorità civili locali, del governatore della Regione Puglia Nichi Vendola e del cantautore Roberto Vecchioni è stato inaugurato il "Laboratorio Urbano Culturale" (LUC), centro di aggregazione giovanile, intitolato a Peppino Impastato. Grazie ad una petizione nata su facebook ed accolta dall'Amministrazione Comunale di intitolare un luogo pubblico della città al coraggioso giovane di Cinisi. Bibliografia • Felicia Bartolotta Impastato, La mafia in casa mia, intervista a cura di Anna Puglisi e Umberto Santino, La Luna, Palermo 1986, 2000 • Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli. Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995 • Umberto Santino (a cura di), L'assassinio e il depistaggio. Atti relativi all'omicidio di Giuseppe Impastato, Centro Impastato, Palermo 1998 • Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Relazione della Commissione parlamentare antimafia presentata da Giovanni Russo Spena, Editori Riuniti, Roma 2001 • Giuseppe Impastato, Lunga è la notte. Poesie, scritti, documenti, (a cura di Umberto Santino), Centro Impastato, Palermo 2002
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    Peppino Impastato 19 • Anna Puglisi – Umberto Santino (a cura di), Cara Felicia. A Felicia Bartolotta Impastato, Centro Impastato, Palermo 2005 • Augusto Cavadi, in Gente bella. Volti e storie da non dimenticare (Candida Di Vita, Don Pino Puglisi, Francesco Lo Sardo, Lucio Schirò D'Agati, Giorgio La Pira, Peppino Impastato), Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2004. • Claudio Fava; Marco Tullio Giordana, Monica Zapelli, I cento passi, Feltrinelli, 2001. ISBN 8807816504 Voci correlate • Radio Aut • I cento passi • Cosimo Cristina Altri progetti • Wikiquote contiene citazioni di o su Peppino Impastato Collegamenti esterni • Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato” [8] • peppinoimpastato.com [9] • Intervista con Giovanni Impastato [10] • progetto 9maggio78 [11] - spettacolo teatrale e pubblicazione Note [1] Nelle elezioni comunali del 14 maggio del 1978 "Peppino fu eletto consigliere comunale con 260 voti e la lista Democrazia Proletaria conseguì il 6%: fu la prima volta che gli elettori votarono un morto" (fonte (http:/ / www. comunicalo. it/ index. php?option=com_content& task=view& id=432& Itemid=1)) [2] CSD - HomePage (http:/ / www. centroimpastato. it/ ) [3] Fonte: Relazione Parlamentare sul caso Impastato [4] www.9maggio78.it (http:/ / www. 9maggio78. it) [5] Marta sui tubi (http:/ / www. martasuitubi. it) - sito ufficiale [6] octopusrecords (http:/ / www. octopusrecords. net/ minisito/ index. html#) [7] «"Via la targa per Peppino Impastato" Decisione shock del sindaco leghista» (http:/ / www. repubblica. it/ 2009/ 09/ sezioni/ politica/ lega-impastato/ lega-impastato/ lega-impastato. html). La Repubblica, 10-9-2009. URL consultato in data 31-10-2009. [8] http:/ / www. centroimpastato. it/ [9] http:/ / www. peppinoimpastato. com/ [10] http:/ / www. reti-invisibili. net/ giuseppeimpastato/ articles/ art_3897. html [11] http:/ / www. 9maggio78. it
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    20 Politici Michele Reina Michele Reina (1932 – 9 marzo 1979) è stato un politico italiano, ucciso da Cosa Nostra. Michele Reina era il segretario provinciale di Palermo della Democrazia Cristiana. Venne ucciso la sera del 9 marzo 1979 da killer mafiosi. Fu il primo politico ucciso da Cosa Nostra. Voci correlate • Vittime di Cosa Nostra Collegamenti esterni • http://www.ecorav.it/arci/cronaca/scheda3/scheda3.htm Piersanti Mattarella Piersanti Mattarella (a destra) in compagnia del presidente della Repubblica Sandro Pertini Piersanti Mattarella (Castellammare del Golfo, 24 maggio 1935 – Palermo, 6 gennaio 1980) è stato un politico italiano, assassinato dalla mafia mentre era presidente della Regione Siciliana.
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    Piersanti Mattarella 21 Biografia Figlio di Bernardo Mattarella, uomo politico della Democrazia Cristiana, e fratello di Sergio Mattarella. Crebbe con istruzione religiosa, studiando a Roma al San Leone Magno, dei Fratelli maristi. Dopo l'attività nell'Azione cattolica, si dedicò alla politica nella Democrazia Cristiana. Fra i suoi ispiratori ci fu Giorgio La Pira, avvicinandosi alla corrente politica di Aldo Moro e divenendo consigliere comunale a Palermo. Assistente ordinario all'Università di Palermo, fu eletto all'Assemblea regionale siciliana nel 1967 nel collegio di Palermo, rieletto per tre legislature. Dal 1971 al 1978 fu assessore regionale alla Presidenza. Fu eletto presidente della Regione Siciliana nel 1978, guidando una giunta di centro sinistra, con il sostegno esterno del PCI. Nel 1979 dopo una breve crisi politica, formò un secondo governo. Lotta alla mafia Rappresentò una chiara scelta di campo il suo atteggiamento alla Conferenza regionale dell'agricoltura, tenuta a Villa Igea la prima settimana di febbraio del 1979. L'onorevole Pio La Torre, presente in quanto responsabile nazionale dell'ufficio agrario del Partito Comunista Italiano (sarebbe divenuto dopo qualche mese segretario regionale dello stesso partito) attaccò, con furore, l'Assessorato dell'agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione regionale, e additando lo stesso assessore come colluso alla delinquenza regionale. Mentre tutti attendevano che il presidente della Regione difendesse vigorosamente il proprio assessore, sgomentando la sala, Mattarella riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali. Un solo periodico sfidando il clima imposto pubblicò il resoconto, sottolineando come fosse generale lo sconcerto e come fosse comune la percezione che si apriva, quel giorno a Palermo, un confronto che non avrebbe non potuto conoscere eventi drammatici. Un senatore comunista e il presidente democristiano della regione si erano, di fatto, esposti alle pesanti reazioni della mafia.[1] Assassinio Il 6 gennaio 1980, appena entrato in auto insieme con la moglie e col figlio per andare a messa, un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola. In quel periodo stava portando avanti un'opera di modernizzazione dell'amministrazione regionale. Si presume che ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra, a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni tra mafia e politica. Inizialmente considerato un attentato terroristico, il delitto fu indicato da Tommaso Buscetta come delitto di mafia.[2] Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, Giulio Andreotti era consapevole dell'insofferenza della mafia per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l'interessato né la magistratura,[3] pur avendo partecipato ad almeno due incontri con capi mafiosi aventi ad oggetto proprio la politica di Piersanti Mattarella e, poi, il suo omicidio. Il fatto viene riportato nella sentenza del giudizio di Appello del lungo processo allo stesso Giulio Andreotti confermata dalla Cassazione nel 2004.[4] La stessa sentenza afferma che l'allontanamento di Andreotti dal sodalizio mafioso fu dovuta proprio all'efferato delitto Mattarella.[5]
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    Piersanti Mattarella 22 Commemorazioni La Rai, nel trentennale della scomparsa, ha dedicato alla figura e al delitto Mattarella uno speciale prodotto da La grande storia di RaiTre. Nel documentario di Giovanni Grasso, collaborazione di Emanuela Andreani, regia di Alessandro Varchetta, parlano i testimoni dell'epoca e i familiari del politico assassinato. Bibliografia Per una ricostruzione della biografia politica di Piersanti Mattarella: P. Basile, "Le carte in regola". Piersanti Mattarella. Un democristiano diverso, con saggio introduttivo di G.C. Marino, Centro Studi ed iniziative culturali Pio La Torre, Palermo 2007. Voci correlate • Vittime di Cosa Nostra • Vincenzo Puccio • Vittime degli anni di piombo e della strategia della tensione nel 1980 Collegamenti esterni • Intervista [6] a Giulio Andreotti relativa al suo processo, da Le Iene Predecessore: Presidente della Regione Siciliana Successore: Angelo 20 marzo 1978 - 6 gennaio Gaetano Bonfiglio 1980 Giuliano Note [1] Antonio Saltini (17 febbraio 1979). A Palermo la conferenza agricola regionale: agricoltura pomo della discordia tra i partiti". Terra e Vita (7). [2] Tommaso Buscetta , Marimo Mannoia e Valerio Fioravanti (http:/ / www. rifondazione-cinecitta. org/ fioravanti-buscetta. html) [3] Gli incontri tra Andreotti e i boss mafiosi al fine di discutere il delitto Mattarella sono trattati nella Sentenza Corte di Appello di Palermo 2 maggio 2003 , Parte III cap. 2 pp. 1093-1185 Presidente Scaduti, Relatore Fontana. In particolare, nelle conclusioni si legge (pp. 1514-1515): «Del resto, ad ultimativo conforto dell’assunto, basta considerare proprio la, assolutamente indicativa, vicenda che ruota attorno all’assassinio dell'on. Pier Santi Mattarella. Anche ammettendo la prospettata possibilità che l’imputato sia personalmente intervenuto allo scopo di evitare una soluzione cruenta della questione Mattarella, alla quale era certamente e nettamente contrario, appare alla Corte evidente che egli nell’occasione non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del Presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità ed i loro disegni: il predetto, invece, ha, sì, agito per assumere il controllo della situazione critica e preservare la incolumità dell’on. Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro, che, in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente fittizie e strumentali. A seguito del tragico epilogo della vicenda, poi, Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è "sceso" in Sicilia per chiedere al boss Stefano Bontate conto della scelta di sopprimere il Presidente della Regione: anche tale atteggiamento deve considerarsi incompatibile con una pregressa disponibilità soltanto strumentale e fittizia e, come già si è evidenziato, non può che leggersi come espressione dell’intento (fallito per le ragioni già esposte in altra parte della sentenza) di verificare, sia pure attraverso un duro chiarimento, la possibilità di recuperare il controllo sull'azione dei mafiosi riportandola entro i tradizionali canali di rispetto per la istituzione pubblica e di salvaguardare le buone relazioni con gli stessi, nel quadro della aspirazione alla continuità delle stesse.» [4] Sentenze: Giulio Andreotti (http:/ / www. marcotravaglio. it/ sentenze. htm). www.marcotravaglio.it. URL consultato il 19-02-2007. [5] Processo Andreotti, la Sentenza (http:/ / www. diritto. net/ content/ view/ 709/ 8/ ). Il Foro Penale. URL consultato il 19-02-2007. [6] http:/ / www. iene. mediaset. it/ video/ video_1840. shtml
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    Pio La Torre 23 Pio La Torre Parlamento italiano Camera dei deputati On. Pio La Torre Luogo nascita Palermo Data nascita 24 dicembre 1927 Luogo morte Palermo Data morte 30 aprile 1982 Titolo di studio Laurea in Scienze Politiche Professione Sindacalista Partito PCI Legislatura VI Legislatura VII Legislatura VIII Legislatura Gruppo Partito Comunista Italiano Circoscrizione Palermo Regione Sicilia Incarichi parlamentari Componente della V COMMISSIONE (BILANCIO E PARTECIPAZIONI STATALI) dal 25 maggio 1972 al 4 luglio 1976 Componente della COMMISSIONE PARLAMENTARE PER L'ESERCIZIO DEI POTERI DI CONTROLLO SULLA PROGRAMMAZIONE E SULL'ATTUAZIONE DEGLI INTERVENTI ORDINARI E STRAORDINARI NEL MEZZOGIORNO dal 20 maggio 1976 al 4 luglio 1976 Componente della COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUL FENOMENO DELLA MAFIA IN SICILIA dal 28 luglio 1972 al 23 gennaio 1973 e dal 22 febbraio 1973 al 4 luglio 1976 Componente della V COMMISSIONE (BILANCIO E PARTECIPAZIONI STATALI) dal 5 luglio 1976 al 24 gennaio 1977 Componente della XI COMMISSIONE (AGRICOLTURA E FORESTE) dal 24 gennaio 1977 al 19 giugno 1979 Componente della COMMISSIONE PARLAMENTARE PER L'ESERCIZIO DEI POTERI DI CONTROLLO SULLA PROGRAMMAZIONE E SULL'ATTUAZIONE DEGLI INTERVENTI ORDINARI E STRAORDINARI NEL MEZZOGIORNO dal 5 agosto 1976 al 23 marzo 1977 Componente della VII COMMISSIONE (DIFESA) dal 20 settembre 1979 al 30 aprile 1982 Componente della XI COMMISSIONE (AGRICOLTURE E FORESTE) dall'11 luglio 1979 al 20 settembre 1979 Pio La Torre (Palermo, 24 dicembre 1927 – Palermo, 30 aprile 1982) è stato un politico italiano. Sin da giovane si impegnò nella lotta a favore dei braccianti, prima nella Confederterra, poi nella Cgil (come segretario regionale della Sicilia) e, infine, aderendo al Partito comunista italiano. Nel 1960 entrò nel Comitato centrale del PCI e, nel 1962 fu eletto segretario regionale. Nel 1969 si trasferì a Roma per dirigere prima la direzione
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    Pio La Torre 24 della Commissione agraria e poi di quella meridionale. Messosi in luce per le sue doti politiche, Enrico Berlinguer lo fece entrare nella Segreteria nazionale di Botteghe Oscure. Nel 1972 venne eletto deputato, e subito in Parlamento si occupa di agricoltura.[1] Propose una legge che introduceva il reato di associazione mafiosa (Legge Rognoni-La Torre [2] ) ed una norma che prevedeva la confisca dei beni ai mafiosi (scopo poi raggiunto dall'associazione Libera, che raccolse un milione di firme al fine di presentare una proposta di legge, che si concretizzò poi nella legge 109/96). Nel 1981 decise di tornare in Sicilia per assumere la carica di segretario regionale del partito. Svolse la sua maggiore battaglia contro la costruzione della base missilistica NATO a Comiso che, secondo La Torre, rappresentava una minaccia per la pace nel Mar Mediterraneo e per la stessa Sicilia; per questo raccolse un milione di firme in calce ad una petizione al Governo. Ma le sue iniziative erano rivolte anche alla lotta contro la speculazione edilizia. La mattina del 30 aprile 1982, insieme a Rosario Di Salvo, Pio La Torre stava raggiungendo in auto (una Fiat 132) la sede del partito. Alla macchina si affiancarono due moto di grossa cilindrata: alcuni uomini mascherati con il casco e armati di pistole e mitragliette spararono decine di colpi contro i due uomini. Pio La Torre morì all'istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere. Poco dopo l'omicidio fu rivendicato dai Gruppi proletari organizzati. Dopo nove anni di indagini, nel 1991, i giudici del tribunale di Palermo chiusero l'istruttoria rinviando a giudizio nove boss mafiosi aderenti alla Cupola mafiosa di Cosa Nostra. Per quanto riguarda il movente si fecero varie ipotesi, ma nessuna di queste ottenne riscontri effettivi. Nel 1992, un mafioso pentito, Leonardo Messina, rivelò che Pio La Torre fu ucciso su ordine di Totò Riina, capo dei corleonesi, a causa della sua proposta di legge riguardante i patrimoni dei mafiosi. Il 30 aprile 2007 venne intitolato a Pio La Torre, dalla giunta di centrosinistra, il nuovo aeroporto di Comiso. Nell'agosto del 2008, la nuova giunta di centrodestra decide di togliere l'intitolazione a La Torre per tornare a quella precedente di "Generale Magliocco", un generale del periodo fascista distintosi nella guerra colonialista d'Etiopia [3] [4] . Il 10 maggio 2008, a Torino, è stato presentato il libro Pio La Torre - Una Storia Italiana di Giuseppe Bascietto e Claudio Camarca, con la prefazione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Si tratta della prima biografia del politico autorizzata dalla famiglia La Torre. Collegamenti esterni • Raccolta di articoli su Pio La Torre [5] • Sito del Centro studi ed iniziative culturali Pio La Torre [6] • 27 anni dopo Pio La Torre [7] • PUNTATA LA STORIA SIAMO NOI "L'UOMO CHE INCASTRO' LA MAFIA - PIO LA TORRE" DI ALBERTO PUOTI [8] • The Gang: Duecento giorni a Palermo [9]
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    Pio La Torre 25 Note [1] Antonio Saltini, Intervista all'on. La Torre. PCI all'opposizione: quale politica agraria? Terra e vita, n. 30, 28 lug. 1979 [2] Legge 13 dicembre 1982 n. 646 - Proposta di legge n. 1581, presentata il 31 marzo 1980 [3] Scalo di Comiso, si torna al vecchio nome Cancellato La Torre. Veltroni: offensivo - Corriere della Sera (http:/ / www. corriere. it/ cronache/ 08_agosto_27/ comiso_nuova_intitolazione_b8c4a60a-7447-11dd-97d8-00144f02aabc. shtml) [4] Cancellazione e riscrittura della storia :: Il pane e le rose - classe capitale e partito (http:/ / www. pane-rose. it/ files/ index. php?c3:o12633) [5] http:/ / www. terrelibere. it/ counter. php?file=latorre1. htm& riga=96 [6] http:/ / www. piolatorre. it/ [7] http:/ / www. pane-rose. it/ files/ index. php?c3:o14920 [8] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=702 [9] http:/ / www. thegang. it/ testi/ testi%20duecento%20giorni%20a%20palermo. htm
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    26 Forze dell'ordine Boris Giuliano Boris Giuliano Giorgio Boris Giuliano (Piazza Armerina, 22 ottobre 1930 – Palermo, 21 luglio 1979) è stato un poliziotto italiano, investigatore della Polizia di Stato e capo della Squadra Mobile di Palermo. Diresse le indagini con metodi innovativi e determinazione, facendo parte di una cerchia nei fatti isolata di funzionari dello Stato che, a partire dalla fine degli anni settanta, iniziarono un'autentica lotta contro la mafia dopo che, nella deludente stagione degli anni sessanta, troppi processi erano falliti per mancanza di prove. Venne ucciso dal mafioso Leoluca Bagarella, che gli sparò sette colpi di pistola alle spalle. Biografia Le indagini sulla scomparsa di De Mauro Brillante e determinato investigatore, Giuliano fu nominato capo della Squadra Mobile di Palermo al posto di Bruno Contrada, suo amico fraterno poi accusato di collusione con la mafia. Delle molte vicende delle quali si è occupato, quella intorno alla quale si imperniano tutti gli interrogativi sui motivi della sua uccisione è certamente la misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Improvvisamente, infatti, nel 1970 il De Mauro scomparve nel nulla, e del caso furono interessati gli alti comandi palermitani ed i migliori investigatori della Polizia (Boris Giuliano) e dei Carabinieri (Carlo Alberto Dalla Chiesa). Giuliano interpretò l'indagine con molta partecipazione, ben deciso a portarla sino in fondo, incontrando sul suo cammino molti e diversi percorsi, tanti articolati scenari e numerosi possibili moventi. De Mauro aveva avuto un passato alquanto animato e viveva un presente non meno vispo: repubblichino in gioventù, aderì alla Xª Flottiglia MAS e restò in ottimi rapporti col suo comandante, Junio Valerio Borghese; dopo essere stato giornalista presso la testata dell'Eni, "Il Giorno", si interessò degli interventi di Enrico Mattei nella politica siciliana
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    Boris Giuliano 27 (con quella che è nota come "Operazione Milazzo") e, dopo essere stato assunto al quotidiano "L'Ora" (si è detto, per interessamento di Mattei) iniziò un'attività di cronista investigativo sulla mafia, quantunque slegata dalla linea editoriale e perciò per suo conto. Scomparve dopo aver promesso al regista Francesco Rosi, che stava realizzando un film sulla vita di Mattei, notizie importanti, tali da potergli far guadagnare, aveva detto alla figlia, una "laurea in giornalismo". Interessandosi all'Operazione Milazzo, De Mauro aveva sottolineato che l'intervento di Mattei aveva insediato un governo regionale che, alla prima occasione, con una legge speciale favorì in modo smaccato i potentissimi esattori Nino ed Ignazio Salvo, considerati vicini alla mafia che, sempre più certamente, si occupò poi di eliminare lo stesso Mattei. Forse De Mauro aveva documenti su questo coinvolgimento, quando promise a Rosi. O forse aveva indagato in altre direzioni, ad esempio sui traffici di droga o sulle connessioni fra la mafia ed il potere. Dulcis in fundo, De Mauro era scomparso, con una singolare coincidenza temporale, nel momento in cui il suo vecchio Comandante Borghese, in onore del quale aveva chiamato una figlia Junia e col quale comunque era rimasto in contatto, andava allestendo il noto tentativo di colpo di stato, il famoso "golpe dei forestali". Mentre i Carabinieri si indirizzavano su piste legate al traffico di droga, sul quale De Mauro poteva effettivamente aver avuto, ma soprattutto "cercato" informazioni, Giuliano, insieme ai magistrati, approfondì la pista dell'attentato a Mattei e finì con l'indagare l'ambiguo avvocato Vito Guarrasi, uno strano individuo che aveva preso parte in un ruolo mai chiarito anche all'armistizio di Cassibile. Il Guarrasi, che in vita sua fu indiziato di molte cose, ma mai nulla più che indiziato, pur non volendolo, diede a Giuliano ulteriori spunti che l'accorto investigatore avrebbe approfondito in seguito per altre indagini. Le indagini sulla droga Giuliano ebbe infatti ad occuparsi di droga, parallelamente a Dalla Chiesa, sebbene non in relazione al caso De Mauro, ed arrivò a scoprire il nascondiglio (vuoto) del latitante Leoluca Bagarella, in via Pecori Giraldi a Palermo, nel quale si trovava un ingente quantitativo di stupefacenti. Cercando di inseguirlo attraverso i flussi di denaro collegati al traffico, si imbatté in un libretto al portatore contenente qualche centinaio di milioni di lire, che apparteneva a Michele Sindona, il quale sotto falsa identità si trovava in quel periodo in Sicilia avendo inscenato un falso rapimento. Dopo essersi incontrato con Giorgio Ambrosoli, che stava per liquidare la banca di Sindona (e che fu anch'egli poi ucciso, solo una decina di giorni prima di lui), pare che Giuliano abbia cercato di organizzare un'apposita indagine sul banchiere. L'assassinio Nel 1979, Giuliano aveva dunque esperito indagini sulla mafia, sul traffico mafioso degli stupefacenti, sui rapporti fra mafia e politica, sul caso Mattei, sul caso De Mauro, su Sindona ed il suo falso rapimento, e forse ancora su altre vicende che a queste dovevano collegarsi. Il 21 luglio, mentre pagava il caffè che aveva preso in un bar di via Di Blasi, a Palermo, Leoluca Bagarella gli sparò, a distanza ravvicinata, sette colpi di pistola alle spalle, uccidendolo. Probabilmente dalla maggioranza degli osservatori, è stato posto in relazione l'assassinio del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, ucciso a Monreale pochi mesi dopo, alle indagini che stava svolgendo in ordine all'attentato di cui era stato vittima Giuliano. Ciò, va detto, contrasta con alcune risultanze processuali, o perlomeno con talune asserzioni incidentalmente considerate attendibili in procedimenti di altra materia, per le quali si vorrebbe che entrambi siano stati uccisi per aver indagato su alcuni piccoli esponenti della mafia rurale. Secondo la versione giudizialmente accreditata - par di desumere - nonostante Giuliano si sia occupato di alcuni fra i misteri più intricati e gravi della storia repubblicana, sarebbe morto per il fastidio arrecato ai piccoli capizona di Altofonte, paesino dei dintorni di Monreale.
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    Boris Giuliano 28 Secondo molti osservatori, con Giuliano si spense un grande talento investigativo, un onesto funzionario di polizia che nel suo ruolo fu una grande personalità delle istituzioni, il cui ricordo, come accade anche per altri suoi colleghi di analogo destino, non è adeguatamente onorato, ed anzi particolarmente lasciato all'oblio. Gli interrogativi sul reale movente del suo assassinio restano tuttora aperti, non considerandosi in genere altro che una coincidenza la sua perpetrazione ad opera di un mafioso da lui indagato. Né vi sono verità giudiziarie capaci di stabilirne senza alimentare dubbi. Pare assai probabile che Giuliano stesse per scoprire qualcosa di importante, ed è forse in quella scoperta ormai perduta che cadde per servizio. Successore di Boris Giuliano, come capo della squadra mobile, sarà Giuseppe Impallomeni (tessera P2 n. 2213), precedentemente allontanato dalla mobile di Firenze per un giro di tangenti, e inopinatamente, dal 309° posto della graduatoria dei vicequestori aggiunti, era passato al 13° posto, fatto che gli consente di prendere il comando della Mobile di Palermo. Questore del capoluogo palermitano diventa Giuseppe Nicolicchia, di cui verrà rinvenuta, tra le carte di Castiglion Fibocchi, la domanda di affiliazione alla Loggia di Gelli. Il proseguimento dell'opera di Boris Giuliano Il testimone di Boris Giuliano è stato raccolto dal figlio Alessandro, anch'egli funzionario della Polizia di Stato e valente investigatore, che nel 2001 ha scoperto ed arrestato il serial killer di Padova, Michele Profeta. Bibliografia su Boris Giuliano Daniele Billitteri, La Squadra dei giusti, Alberti, 2008 • Saverio Lodato e Marco Travaglio, INTOCCABILI. Perché la mafia è al potere. Dai processi Andreotti, Dell'Utri & C. alla normalizzazione. Le verità occultate sui complici di Cosa Nostra nella politica e nello Stato. Introduzione di Paolo Sylos Labini., (BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 2005, ISBN 88-17-00537-1). I riferimenti a Boris Giuliano sono nelle pagine 41-42. • Saverio Lodato Trent'anni di Mafia, (BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 2006, ISBN 88-17-01136-3). I riferimenti a Boris Giuliano sono nelle pagine 10-17.
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    Lenin Mancuso 29 Lenin Mancuso Lenin Mancuso (Rota Greca, 6 novembre 1922 – Palermo, 25 settembre 1979) è stato un poliziotto italiano. Era il maresciallo [1] della Polizia assegnato alla scorta del giudice istruttore del Tribunale di Palermo Cesare Terranova. Insieme a lui venne assassinato in un agguato mafioso il 25 settembre 1979, pochissimo tempo dopo che il giudice aveva chiesto di essere nominato capo dell'ufficio istruzione di Palermo. Gli assassini sono rimasti ignoti. I condòmini dell'edificio sotto al quale fu ucciso (fra la via Rutelli e la via De Amicis) rifiutarono di consentire l'apposizione di una targa che ricordasse l'accaduto, comunque a Lenin Mancuso è stata dedicata una via a Palermo.[2] Il figlio Carmine è un uomo politico ed un senatore la cui linea politica è fortemente improntata alla lotta alla mafia. Collegamenti esterni Èla guerra alla mafia la nuova [[Resistenza [3]] da ANPIpatria] Note [1] Commemorazione del giudice Cesare Terranova e del maresciallo Mancuso: L'Auditorium della scuola piazzi dedicato alla loro memoria (http:/ / www. comune. palermo. it/ Comune/ Avvisi/ 1998/ Settembre/ 25_settembre_1998. htm) [2] Planimetria contenente la via (http:/ / www. unipa. it/ dct/ agap/ aree/ via_Lenin_Mancuso. pdf) [3] http:/ / www. anpi. it/ patria_2006/ 10/ 09-12_MARINO. pdf Emanuele Basile (carabiniere) Emanuele Basile (Taranto, 2 luglio 1949 – Monreale, 4 maggio 1980) è stato un carabiniere italiano, ucciso da Cosa Nostra mentre ritornava a casa con la moglie Silvana e con la figlia Barbara di quattro anni, dopo aver presenziato nel paese alla festa del Santissimo Crocifisso. Terzo di cinque figli, frequentò l'Accademia Militare di Modena. Prima di intraprendere la carriera militare, riuscì a superare il test di Medicina e a sostenere il difficile esame di Anatomia, ma i sentimenti di giustizia e legalità, valori fondamentali nella sua vita, ebbero il sopravvento sulla professione medica. Fu così che entrò nell'Arma dei Carabinieri. Prima di giungere a Monreale comandò le compagnie di altre città, tra cui quella di Sestri Levante (GE), e se la mafia non avesse interrotto la carriera del giovane carabiniere di 31 anni, la successiva destinazione sarebbe stata quella di San Benedetto del Tronto (AP). Precedentemente al suo assassinio, aveva condotto alcune indagini sull’uccisione di Boris Giuliano, durante le quali aveva scoperto l'esistenza di traffici di stupefacenti. Tuttavia, apprestandosi a lasciare Monreale, si era premurato di consegnare tutti i risultati a cui era pervenuto a Paolo Borsellino. La sera del 4 maggio 1980 mentre con la figlia piccola e alla moglie aspetta di assistere allo spettacolo pirotecnico della festa del Santissimo Crocefisso a Monreale, un killer mafioso gli spara alle spalle e poi fugge in auto atteso da due complici. Basile viene trasportato all'ospedale di Palermo dove i medici tenteranno di salvargli la vita con un delicato intervento chirurgico ma il carabiniere muore durante l'operazione lasciando nel dolore la moglie e lo stesso Paolo Borsellino che era corso in ospedale. Vincenzo Puccio, il suo assassino, verrà catturato dai carabinieri subito dopo l'omicidio ma verrà assolto tre anni dopo, creando sgomento e rabbia sia nei magistrati sia nei suoi colleghi. Tre anni dopo la sua morte, il 13 Giugno 1983, morirà ucciso il Capitano Mario D'Aleo sempre per mano di Cosa Nostra, D'Aleo aveva preso il posto di Basile come comandante della stazione dei carabinieri di Monreale.
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    Emanuele Basile (carabiniere) 30 Onorificenze Medaglia d'oro al valor civile «Comandante di Compagnia distaccata, già distintosi in precedenti, rischiose operazioni di servizio, si impegnava, pur consapevole dei pericoli cui si esponeva, in prolungate e difficili indagini, in ambiente caratterizzato da tradizionale omertà, che portavano alla individuazione e all'arresto di numerosi e pericolosi aderenti ad organizzazioni mafiose operanti anche a livello internazionale. Proditoriamente fatto segno a colpi d'arma da fuoco in un vile agguato tesogli da tre malfattori, immolava la sua giovane esistenza ai più nobili ideali di giustizia ed assoluta dedizione al dovere.» — Monreale (Palermo), 4 maggio 1980 Carlo Alberto Dalla Chiesa Carlo Alberto Dalla Chiesa Carlo Alberto Dalla Chiesa (Saluzzo, 27 settembre 1920 – Palermo, 3 settembre 1982) fu un partigiano, generale e prefetto italiano. « [...] ci sono cose che non si fanno per coraggio. Si fanno per potere continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli. C’è troppa gente onesta, tanta gente qualunque, che ha fiducia in me. Non posso deluderla. » (Carlo Alberto Dalla Chiesa al figlio Nando) Gli inizi nell'Arma dei Carabinieri Figlio di un Carabiniere (il padre partecipò alle campagne del Prefetto Mori e nel 1955 sarebbe divenuto vice comandante generale dell'Arma), divenne ufficiale di complemento di fanteria nel 1942, e successivamente passò all'Arma dei Carabinieri (dove già prestava servizio il fratello Romolo [1] ) in servizio permanente effettivo e completò gli studi di giurisprudenza. Come primo incarico viene mandato a comandare la caserma di San Benedetto del Tronto, dove rimane circa un anno, sino alla caduta del fascismo [2] . A causa del suo rifiuto a collaborare nella caccia ai partigiani, viene inserito nella lista nera dai nazisti, ma riesce a fuggire prima che le SS riescano a catturarlo [3] . Dopo l'armistizio entrò nella Resistenza, operando in clandestinità nelle Marche, dove organizzò i gruppi per fronteggiare i tedeschi. Nel dicembre del 1943 entrò tra le linee nemiche con le truppe alleate ritovandosi in una zona d'Italia già liberata [4] .
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    Carlo Alberto DallaChiesa 31 Dopo la guerra fu inviato a comandare una tenenza a Bari, dove riesce a conseguire 2 lauree; una in giurisprudenza e l'altra in scienze politiche [5] ( per quest'ultima segue i corsi di Laurea tenuti dall'allora docente Aldo Moro). A Bari conosce Dora Fabbro, la ragazza che nel 1945 diventerà sua moglie. Viene inviato a Roma per seguire gli alleati nel loro ingresso e per provvedere alla sicurezza della Presidenza del Consiglio dei ministri dell'Italia liberata. Arriva poi in Campania, avendo per prima destinazione Casoria (comando di Compagnia), dove erano in corso rilevanti operazioni nella lotta al banditismo. Durante la permanenza a Casoria, nasce la figlia Rita. Proprio in questa lotta si distinse e nel 1949 fu pertanto inviato in Sicilia [6] , dove entrò nella formazione delle Forze Repressione Banditismo agli ordini del Generale Ugo Luca, che oltre ad avere a che fare con criminali come il bandito Salvatore Giuliano, si occupava anche di arginare le tensioni separatistiche attizzate dall'EVIS e da altri agitatori, nonché delle relazioni fra queste due pericolose sacche di illegalità; nell'isola comandò il Gruppo Squadriglie di Corleone e svolse ruoli importanti e di grande delicatezza, meritando peraltro una Medaglia d'Argento al Valor Militare [7] . Nel novembre del 1949, nasce a Firenze il figlio, Nando Dalla Chiesa. Da Capitano, indagò sulla scomparsa (poi rivelatasi omicidio) del sindacalista Placido Rizzotto, scoprendone il cadavere che era stato abilmente occultato e giungendo ad indagare e incriminare l'allora emergente boss della mafia Luciano Liggio [8] . Il posto di Rizzotto sarebbe stato preso da Pio La Torre, che Dalla Chiesa conobbe in tale occasione e che in seguito fu anch'egli ucciso dalla mafia [9] . Gli incarichi a Milano e Roma Dopo il periodo in Sicilia, venne trasferito a Firenze prima, successivamente a Como e quindi presso il comando della Brigata di Roma. Nel 1964 passò al coordinamento del nucleo di polizia giudiziaria presso la Corte d'Appello di Milano, che poi unificò e diresse come nuovo gruppo. Il ritorno in Sicilia Dal 1966 al 1973 tornò in Sicilia con il grado di colonnello, al comando della legione carabinieri di Palermo. Iniziò particolari indagini per contrastare Cosa Nostra, che nel 1966 e 1967 sembra aver abbassato i toni dello scontro che si era verificato nei primi anni 60. Nel 1968 intervenne coi suoi reparti in soccorso delle popolazioni del Belice colpite dal sisma, riportandone una medaglia di bronzo al valor civile per la personale partecipazione "in prima linea" alle operazioni, oltre che la cittadinanza onoraria presso Gibellina e Montevago [10] . Nel 1969 riesplode in maniera evidente lo scontro interno tra le famiglie con la strage di Viale Lazio, nella quale perse la vita il boss Michele Cavataio. Dalla Chiesa intuì la situazione che andava configurandosi, con scontri violente per giungere al potere tra elementi mafiosi di una nuova generazione, pronti a lasciare sulla strada cadaveri eccellenti. Nel 1970 svolse indagini sulla misteriosa scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, il quale poco prima aveva contattato il regista Francesco Rosi promettendogli materiale che lasciava intendere scottante sul caso Mattei [11] . Le indagini furono svolte con ampia collaborazione fra i Carabinieri e la Polizia, sotto la direzione di Boris Giuliano, anch'egli in seguito ucciso dalla mafia mentre iniziava ad intuire le connessioni tra Mafia e alta finanza. Nel 1971 si trova ad indagare sulla morte del procuratore Pietro Scaglione. Il metodo nuovo di Dalla Chiesa consiste nell'utilizzo di infiltrati, in grado di fornire elementi utili per creare una mappa del potere di Cosa Nostra, arrivando a conoscere non solo gli elementi di basso livello, ma anche gli intoccabili Boss. Il risultato di queste indagini fu il dossier dei 114, nel quale si fecero per la prima volta i nomi di Gerlando Alberti e Tommaso Buscetta come elementi centrali di molti fatti di sangue, oltre che quelli di Luciano Liggio e Michele
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    Carlo Alberto DallaChiesa 32 Greco. Gran parte dei nomi esposti nel dossier erano però sconosciuti all'opinione pubblica e alla magistratura. Come conseguenza del dossier, scattarono decine di arresti dei boss [12] , e per coloro i quali non sussisteva la possibilità dell'arresto scattò il confino. L'innovazione voluta però dal generale fu quella di non mandare i boss al confino nelle periferie delle grandi città del nord Italia, ma pretese che le destinazioni fossero le isole di Linosa, Asinara e Lampedusa [13] . In Piemonte, la lotta alle Brigate Rosse Nel 1973 fu promosso al grado di generale di brigata, nel 1974 divenne comandante della regione militare di nord-ovest, con giurisdizione su Piemonte, Valle d'Aosta e Liguria [14] . Si trovò cosi a dover combattere il crescente numero di episodi di violenza portati avanti dalle Brigate Rosse, e al loro crescente radicarsi negli ambienti operai. Per fare ciò, utilizza i metodi che già aveva sperimentato in Sicilia, infiltrando alcuni uomini all'interno dei gruppi terroristici al fine di conoscere perfettamente gli schemi di potere del gruppo [15] [16] . Nell'aprile del 1974 viene rapito dalle Brigate Rosse il giudice genovese Mario Sossi, con il quale le Br volevano barattare la liberazione di 8 detenuti della banda 22 ottobre [17] . Ad Alessandria, una rivolta dei detenuti che avevano preso degli ostaggi viene stroncata dal procuratore generale di Torino, Carlo Reviglio Della Veneria e dal generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa che ordinano un attacco militare che si conclude con l’uccisione di due detenuti, di due secondini, del medico del carcere e di una assistente sociale. Dopo aver selezionato dieci ufficiali dell'arma, Dalla Chiesa creò nel maggio del 1974 una struttura antiterrorismo denominata Nucleo Speciale Antiterrorismo con base a Torino. Nel settembre del 1974 il Nucleo riuscì a catturare a Pinerolo Renato Curcio e Alberto Franceschini, esponenti di spicco e fondatori delle Brigate Rosse, grazie anche alla determinante collaborazione di Silvano Girotto, detto "frate mitra" [18] . Nel febbraio del 1975 Curcio riesce ad evadere dal carcere di Casale Monferrato, grazie ad un intervento dei compagni brigatisti capeggiati dalla moglie dello stesso Curcio, Margherita Cagol [19] . Sempre nel 1975, i Carabinieri intervennero nel rapimento di Vittorio Gancia, uccidendo nel conflitto a fuoco Margherita Cagol. Nel 1976 venne sciolto il Nucleo Antiterrorismo a seguito delle critiche ricevute per i metodi utilizzati nell'infiltrazione degli agenti tra i brigatisti e sulla tempistica dell'arresti di Curcio e Franceschini [20] . Nel 1977 fu nominato Coordinatore del Servizio di Sicurezza degli Istituti di Prevenzione e Pena, e passato generale di divisione, ottenne in seguito (9 agosto 1978) poteri speciali per diretta determinazione governativa e fu nominato Coordinatore delle Forze di Polizia e degli Agenti Informativi per la lotta contro il terrorismo, sorta di reparto operativo speciale alle dirette dipendenze del ministro dell'interno Virginio Rognoni, creato con particolare riferimento alla lotta alle Brigate rosse ed alla ricerca degli assassini di Aldo Moro [21] . La concessione di poteri speciali a Dalla Chiesa fu veduta da taluni come pericolosa o impropria (le sinistre estreme la catalogarono come "atto di repressione"). Dopo la morte di Aldo Moro, Dalla Chiesa decise di stringere il cerchio intorno ai vertici delle Brigate Rosse. Nel frattempo, nel febbraio del 1978, Dalla Chiesa aveva perso la moglie Dora, stroncata in casa a Torino da un infarto. Per il Generale fu un duro colpo che lo lasciò per qualche tempo nella disperazione, e lo costrinse successivamente a dedicarsi completamente alla lotta contro i brigatisti [22] [23] . In una perquisizione successiva a due arresti ( Lauro Azzolini e Nadia Mantovani) in via Monte Nevoso a Milano, vengono ritrovate alcune carte riguardanti Aldo Moro, tra cui un presunto memoriale dello stesso Moro [24] .
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    Carlo Alberto DallaChiesa 33 Nel 1979 viene trasferito nuovamente a Milano per comandare la prestigiosa Divisione Pastrengo sino al dicembre 1981. Particolarmente importanti, furono i successi contro le Brigate Rosse ottenuti a seguito della sanguinosa irruzione di via Fracchia, e l'arresto di Patrizio Peci [25] (che con le sue rivelazioni contribuì a sconfiggere le Br [26] ) e Rocco Micaletto. Nel 1982 viene promosso Vice Comandante Generale dell'Arma, la massima carica per un Carabiniere [27] . Il ritorno in Sicilia per combattere Cosa Nostra Nel 1982 viene nominato prefetto di Palermo, nel tentativo di ottenere contro Cosa Nostra gli stessi risultati brillanti ottenuti contro le Brigate Rosse. Dalla Chiesa inizialmente si dimostrò perplesso da tale nomina, ma venne convinto dal ministro Virginio Rognoni, che gli promise poteri fuori dall'ordinario per contrastare la guerra tra le cosche che insanguinava l'isola. Il 12 luglio nella cappella del castello di Ivano Faceno, in provincia di Trento, sposò in seconde nozze Emanuela Setti Carraro. A Palermo, dove arrivò ufficialmente nel maggio del 1982, lamentò più volte la carenza di sostegno da parte dello stato (emblematica la sua amara frase: "Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì". In una intervista rilasciata a Giorgio Bocca, il Generale dichiarò ancora una volta la carenza di sostegno e di mezzi, necessari per la lotta alla mafia, che nei suoi piani doveva essere combattuta strada per strada, rendendo palese la massiccia presenza di forze dell'ordine alla criminalità [28] . Comincia ad ottenere i primi successi investigativi, con i carabinieri che irrompono durante un blitz e arrestano 10 boss corleonesi, e successivamente scoprono e smantellano una raffineria di eroina. Nel giugno del 1982 riesce a sviluppare, come già aveva fatto in passato, una sorta di mappa dei boss della nuova Mafia, che chiama rapporto dei 162. Poi inizia una lunga serie di arresti, di indagini, anche in collaborazione con la Guardia di Finanza, che hanno come obbiettivo quello di appurare eventuali collusioni tra politica e Cosa Nostra [29] . Per la prima volta, con una telefonata fatta ai carabinieri di Palermo a fine agosto, Cosa Nostra sembrò annunciare l'attentato al Generale, dichiarando che dopo gli ultimi omicidi di mafia l'operazione Carlo Alberto è quasi conclusa, dico quasi conclusa [30] [31] .
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    Carlo Alberto DallaChiesa 34 La morte « Qui è morta la speranza dei palermitani onesti. » [32] (Scritta affissa il giorno seguente in prossimità del luogo dell'attentato ) Alle ore 21.15 del 3 settembre del 1982, la A112 bianca sulla quale viaggiava il prefetto, guidata dalla moglie Emanuela Setti Carraro, fu affiancata, in via Isidoro Carini, a Palermo, da una BMW dalla quale partirono alcune raffiche di Kalashnikov AK-47 che uccisero il prefetto e la giovane moglie [33] . Nello stesso momento l'auto con a bordo l'autista e agente di scorta, Domenico Russo, che seguiva la vettura del prefetto, veniva La scena dell'omicidio dei coniugi Dalla Chiesa il 3 settembre 1982 affiancata da una motocicletta dalla quale partì un'altra raffica che uccise Russo. Per l'omicidio di Dalla Chiesa, della Setti Carraro e di Domenico Russo sono stati condannati all'ergastolo come mandanti i vertici Cosa Nostra, nelle persone di Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Nenè Geraci [34] . Nel 2002, sono stati condannati in primo grado quali esecutori materiali dell'attentato, Vincenzo Galatolo e Antonino Madonia entrambi all'ergastolo, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci a 14 anni di reclusione ciascuno [35] [36] . I Funerali e la reazione dell'opinione pubblica Il giorno dei suoi funerali, che si tennero in San Domenico, una grande folla protestò contro le presenze politiche accusandole di averlo lasciato solo. Vi furono attimi di tensione tra la folla e le autorità, sottoposte a lanci di monetine e insulti al limite dell'aggressione fisica. Solo il Presidente della RepubblicaSandro Pertini venne risparmiato dalla contestazione [37] . La figlia Rita pretese che fossero immediatamente tolte I funerali di Dalla Chiesa. Riconoscibili in prima fila: il presidente della Repubblica Sandro Pertini e Giovanni Spadolini a quel tempo di mezzo le corone di fiori inviate dalla Regione ministro della difesa Siciliana, e volle che sul feretro del padre fossero deposti il tricolore, la sciabola e il cappello della sua divisa da Generale [38] . Dell'omelia del cardinale Pappalardo, fecero il giro dei telegiornali le seguenti parole (citazione di un passo di Tito Livio), che furono liberatorie per la folla accorsa,[39] mentre causarono imbarazzo tra le file delle autorità (il figlio Nando le definisce "una frustata per tutti"): « Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici [..] e questa volta non è Sagunto, ma [40] Palermo  »
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    Carlo Alberto DallaChiesa 35 Dalla Chiesa fu insignito di medaglia d'oro al valore civile alla memoria. Il 5 settembre al quotidiano La Sicilia arrivò un'altra telefonata anonima, che annunciò : "L'operazione Carlo Alberto è conclusa" [41] . Dalla Chiesa e il caso Moro Dopo il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, in seguito al ritrovamento di un borsello sopra un pulman, i carabinieri di Dalla Chiesa riuscirono ad individuare un covo delle Brigate appartenente alla colonna Walter Alasia, situato a Milano in Via Monte Nevoso. Ne scaturirono 9 arresti e una serie di perquisizioni, nella quale furono rinvenuti alcuni documenti riguardanti il rapimento di Moro ed un memoriale dello stesso [42] . Nel 1990, durante alcuni lavori, furono rinvenuti nell'appartamento di via Monte Nevoso, altri documenti riguardanti Moro nascosti in un doppio fondo di una parete. Seguirono alcune polemiche sulle circostanze in cui nel 1978 i carabinieri operarono l'inchiesta e condussero le perquisizioni. Il memoriale di Moro, sarebbe stato consegnato da Dalla Chiesa a Giulio Andreotti, a causa delle informazioni contenute al suo interno. Secondo la madre di Emanuela Setti Carraro, la figlia le avrebbe confidato che il Generale non consegnò tutte le carte rinvenute ad Andreotti, e che nelle stesse fossero indicati segreti estrememante gravi [43] . Il giornalista Mino Pecorelli, amico di Dalla Chiesa, che aveva dichiarato che di memoriali ne erano stati rinvenuti diversi, e che le rivelazioni contenute all'interno fossero collegate alle responsabilità politiche del sequestro Moro [44] , fu ucciso pochi giorni dopo aver dichiarato di voler pubblicare integralmente uno degli stessi sulla sua rivista Op [45] . Secondo la sorella del giornalista, Dalla Chiesa aveva incontrato Pecorelli pochi giorni prima che venisse ucciso, ed il Generale aveva confidato al giornalista alcune importanti informazioni sul caso Moro [46] , consegnandoli documenti riguardanti il ruolo di Giulio Andreotti [47] [48] . Nel 2000 un consulente della Commissione Parlamentare d'inchiesta, affermò che a suo giudizio, i carabinieri avessero falsificato la realtà, omettendo di descrivere le modalità di ritrovamento del borsello, impiegando troppo tempo ad effettuare il blitz ( il borsello fu ritrovato a fine agosto, il blitz venne fatto ad ottobre ) e ipotizzando che la perdita del borsello da parte di Walter Azzolini non fosse stata casuale, ma un'azione che potrebbe far nascere sospetti sul suo reale ruolo in seno alle Brigate Rosse. Tali affermazioni hanno suscitato la reazione di Nando Dalla Chiesa e dei magistrati Pomarici e Spataro, in difesa dei carabinieri che condussero l'indagine, la cui unica lacuna fu non individuare il doppio fondo nel muro [49] . Onorificenze [50] Medaglia d'oro al valor civile «Già strenuo combattente, quale altissimo Ufficiale dell'Arma dei Carabinieri, della criminalità organizzata, assumeva anche l'incarico, come Prefetto della Repubblica, di respingere la sfida lanciata allo Stato Democratico dalle organizzazioni mafiose, costituenti una gravissima minaccia per il Paese. Barbaramente trucidato in un vile e proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sublimava con il proprio sacrificio una vita dedicata, con eccelso senso del dovere, al servizio delle Istituzioni, vittima dell'odio implacabile e della violenza di quanti voleva combattere.» — Palermo, 3 settembre 1982 Medaglia d'argento al Valor Militare
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    Carlo Alberto DallaChiesa 36 «Durante nove mesi di lotta contro il banditismo in Sicilia cui partecipava volontario, dirigeva complesse indagini e capeggiava rischiosi servizi, riuscendo dopo lunga, intensa ed estenuante azione a scompaginare ed a debellare numerosi agguerriti nuclei di malfattori responsabili di gravissimi delitti. Successivamente, scovati i rifugi dei più pericolosi, col concorso di pochi dipendenti, riusciva con azione rischiosa e decisa a catturarne alcuni e ad ucciderne altri in violento conflitto a fuoco nel corso del quale offriva costante esempio di coraggio.» — Sicilia Occidentale, settembre 1949 - giugno 1950 Medaglia di bronzo al Valor Civile «Comandante di Legione territoriale accorreva, in occasione di un disastroso movimento sismico, nei centri maggiormente colpiti, prodigandosi per avviare, dirigere e coordinare le complesse e rischiose operazioni di soccorso alle popolazioni. Malgrado ulteriori scosse telluriche, persisteva nella propria infaticabile opera, offrendo nobile esempio di elevate virtù civiche e di attaccamento al dovere.» — Sicilia Occidentale, gennaio 1968 Grande ufficiale Ordine al merito della Repubblica Italiana — 2 giugno 1980 Grande Ufficiale dell'Ordine Militare d'Italia — 17 maggio 1983 Cavaliere dell'Ordine della Corona d'Italia Croce al merito di guerra (2 volte) Medaglia di benemerenza per i Volontari della Guerra 1940–43 Distintivo di Volontario della Libertà Medaglia commemorativa della guerra 1940 – 43 Medaglia commemorativa della guerra 1943 – 45 Medaglia Mauriziana al merito di 10 lustri di carriera militare
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    Carlo Alberto DallaChiesa 37 Medaglia al merito di lungo comando nell'esercito (20 anni) Croce d'oro per anzianità di servizio (40 anni) Cavaliere del Sovrano Militare Ordine di Malta Cavaliere dell'Ordine al Merito Melitense (classe militare) Cavaliere dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme Distintivo di Osservatore d'Aeroplano Avanzamento per merito di guerra Libri • Il Generale Dalla Chiesa-La storia di un uomo amato dalla gente,odiato dalla mafia e morto per l'Italia. di Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos (1982) • Morte di un generale: l'assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, la mafia, la droga, il potere politico. di Pino Arlacchi - Mondadori (1982) • Delitto imperfetto: il generale, la mafia, la società italiana. di Nando Dalla Chiesa - Editori Riuniti (1984) • Storia dei Carabinieri: imprese, battaglie, uomini e protagonisti : i due secoli della benemerita al servizio della gente. di Francesco Grisi - Piemme (1996) • La strategia vincente del generale Dalla Chiesa contro le Brigate rosse e la mafia. di Gianremo Armeni - Edizioni Associate (2003)
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    Carlo Alberto DallaChiesa 38 Cinema • Cento giorni a Palermo, regia di Giuseppe Ferrara (1984) Televisione • Il generale Dalla Chiesa - miniserie tv trasmessa su Canale 5 (2007) [51] • Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa - La storia siamo noi trasmessa su Rai3 Voci correlate • Carabinieri • Mafia • Terrorismo • Anni di piombo • Strage di via Carini • Irruzione di via Fracchia • Nando Dalla Chiesa • Rita Dalla Chiesa Altri progetti • Wikiquote contiene citazioni di o su Carlo Alberto Dalla Chiesa Collegamenti esterni • Carlo Alberto dalla Chiesa sul sito dei Carabinieri [52] • La Storia Siamo Noi, puntata dedicata al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa [53], puntata integrale video, scheda e filmati • L'ultima intervista di Dalla Chiesa [54], rilasciata a Giorgio Bocca (10 agosto 1982). Note [1] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367) [2] Scheda Carlo Alberto Dalla Chiesa (http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Arma/ Curiosita/ Non+ tutti+ sanno+ che/ D/ 3+ D. htm) Dal sito dell'Arma dei carabinieri [3] Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982 [4] Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982 [5] Scheda Carlo Alberto Dalla Chiesa (http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Arma/ Curiosita/ Non+ tutti+ sanno+ che/ D/ 3+ D. htm) Dal sito dell'Arma dei carabinieri [6] «Io, Carlo Alberto Dalla Chiesa, e la lezione ignorata di mio nonno» (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2002/ settembre/ 02/ Carlo_Alberto_Dalla_Chiesa_lezione_co_0_0209024905. shtml) Corriere della Sera - 2 settembre 2002 [7] XX Anniversario della morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (http:/ / www. difesa. it/ Ministro/ Compiti+ e+ Attivita/ dettaglio+ interventi. htm?DetailID=199) Ministero della Difesa [8] L'ANALISI LA FINE DI UN'ERA. (http:/ / archivio. lastampa. it/ LaStampaArchivio/ main/ History/ tmpl_viewObj. jsp?objid=1040685) La Stampa - 16 gennaio 1993 [9] Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982 [10] Scheda del Generale Dalla Chiesa (http:/ / www. ansa. it/ legalita/ static/ bio/ dallachiesa. shtml) Dal sito Ansa.it [11] Palermo ricorda il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a 25 anni dalla morte (http:/ / www. ilsole24ore. com/ art/ SoleOnLine4/ Attualita ed Esteri/ Attualita/ 2007/ 09/ dallachiesa-Palermo-ricorda. shtml?uuid=f8533f28-59fb-11dc-ae36-00000e25108c& DocRulesView=Libero) [12] XX Anniversario della morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (http:/ / www. difesa. it/ Ministro/ Compiti+ e+ Attivita/ dettaglio+ interventi. htm?DetailID=199) Ministero della Difesa [13] Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982
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    Carlo Alberto DallaChiesa 39 [14] XX Anniversario della morte del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa (http:/ / www. difesa. it/ Ministro/ Compiti+ e+ Attivita/ dettaglio+ interventi. htm?DetailID=199) Ministero della Difesa [15] quando uccisero dalla chiesa (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2008/ 10/ 24/ quando-uccisero-dalla-chiesa. html) La Repubblica - 24 ottobre 2008 [16] Dalla Chiesa, nemico invisibile che mise in ginocchio le Br (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2002/ 09/ 03/ dalla-chiesa-nemico-invisibile-che-mise-in. html) La Repubblica - 3 settembre 2002 [17] 'Qui Radio Gap...' la banda 22 Ottobre, un romanzo criminale (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2008/ 09/ 13/ qui-radio-gap-la-banda-22-ottobre. html) La Repubblica - 13 settembre 2008 [18] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367) [19] 1976, finisce a Porta Ticinese la fuga del br Renato Curcio (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2008/ dicembre/ 03/ 1976_finisce_Porta_Ticinese_fuga_co_7_081203033. shtml) Corriere della Sera - 3 dicembre 2008 [20] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367) [21] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367) [22] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367) [23] Il generale Dalla Chiesa - Marco Nese e Ettore Serio - AdnKronos 1982 [24] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367) [25] TORNA IN LIBERTA' PATRIZIO PECI IL CAPOSTIPITE DEI PENTITI BR (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 1986/ 03/ 01/ torna-in-liberta-patrizio-peci-il-capostipite. html) La Repubblica - 1 marzo 1986 [26] A caccia del "fantasma" Patrizio Peci il compagno che uccise le Brigate Rosse (http:/ / www. ilgiornale. it/ interni/ a_caccia_fantasma_patrizio_peci_il_compagno_che_uccise_brigate_rosse/ 19-10-2008/ articolo-id=299145-page=0-comments=1) Il Giornale - 19 ottobre 2008 [27] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367) [28] Intervista del Generale a Giorgio Bocca (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ cms/ upload/ 66. pdf) La Repubblica - 10 agosto 1982 [29] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367) [30] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367) [31] Dalla Chiesa vent'anni dopo Palermo ricorda il generale (http:/ / www. repubblica. it/ online/ cronaca/ dallachiesa/ dallachiesa/ dallachiesa. html) La Repubblica - 2 settembre 2002 [32] [[repubblica/1985/02/07/dalla-chiesa-rilancia-la-sfida-degli-onesti.html DALLA CHIESA RILANCIA LA 'SFIDA DEGLI ONESTI' (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ ) La Repubblica - 7 febbraio 1985 [33] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367) [34] Delitto Dalla Chiesa: ottavo ergastolo a Riina (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 1995/ marzo/ 18/ Delitto_Dalla_Chiesa_ottavo_ergastolo_co_0_95031816119. shtml) Corriere della Sera - 18 marzo 1995 [35] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367) [36] Palermo, delitto Dalla Chiesa Due ergastoli dopo 20 anni (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2002/ marzo/ 23/ Palermo_delitto_Dalla_Chiesa_Due_co_0_02032311291. shtml) Corriere della Sera - 23 marzo 2002 [37] GEN. C.A. CARLO ALBERTO DALLA CHIESA - NOTA BIOGRAFICA (http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Arma/ Curiosita/ Non+ tutti+ sanno+ che/ D/ 3+ D. htm) Sito dell'Arma dei Carabinieri [38] La Dalla Chiesa si confessa al nuovo "Sorrisi e Canzoni" (http:/ / www. lastampa. it/ redazione/ cmsSezioni/ spettacoli/ 200709articoli/ 25370girata. asp) La Stampa - 3 settembre 2007 [39] Pappalardo, quel grido in cattedrale - l'Unità, 11 dicembre 2006 [40] Palermo, è morto il cardinale Pappalardo simbolo della lotta contro la mafia (http:/ / www. repubblica. it/ 2006/ 12/ sezioni/ cronaca/ morto-pappalardo/ morto-pappalardo/ morto-pappalardo. html) La Repubblica.it - 10 dicembre 2006 [41] GEN. C.A. CARLO ALBERTO DALLA CHIESA - NOTA BIOGRAFICA (http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Arma/ Curiosita/ Non+ tutti+ sanno+ che/ D/ 3+ D. htm) Sito dell'Arma dei Carabinieri [42] "Caso Moro, troppe falsità Dalla Chiesa non fu sleale" (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2000/ marzo/ 16/ Caso_Moro_troppe_falsita_Dalla_co_0_0003169148. shtml) Corriere della Sera - 16 marzo 2000 [43] Video e descrizioni sulla storia di Dalla Chiesa tratti dalla puntata di La storia siamo noi (http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367)
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    Carlo Alberto DallaChiesa 40 [44] intreccio Pecorelli Moro, gia' da un anno s' indaga (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 1993/ aprile/ 15/ intreccio_Pecorelli_Moro_gia_anno_co_0_930415968. shtml) Corriere della Sera - 15 aprile 1993 [45] I giudici:"Il delitto Pecorelli nell'interesse di Andreotti" (http:/ / www. repubblica. it/ online/ politica/ propeco/ motivazioni/ motivazioni. html?ref=search) La Repubblica - 13 febbraio 2003 [46] ' E ANDREOTTI DISSE: FERMATE PECORELLI' (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 1993/ 06/ 11/ andreotti-disse-fermate-pecorelli. html) La Repubblica - 11 giugno 1993 [47] Processo Pecorelli. Il pg di Cassazione: contro Andreotti solo congetture senza prove. Il senatore va assolto (http:/ / www. rainews24. rai. it/ it/ news. php?newsid=42857) RaiNews24.it [48] PECORELLI, VIA AL PROCESSO ANDREOTTI: ' IO CI SARO' (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 1996/ 04/ 11/ pecorelli-via-al-processo-andreotti-io. html) La Repubblica - 11 aprile 1996 [49] "Caso Moro, troppe falsità Dalla Chiesa non fu sleale" (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2000/ marzo/ 16/ Caso_Moro_troppe_falsita_Dalla_co_0_0003169148. shtml) Corriere della Sera - 16 marzo 2000 [50] foto dove sono visibili le onorificenze (http:/ / img222. imageshack. us/ img222/ 2886/ gen0717ak1. jpg) [51] «Dalla Chiesa abbandonato nella battaglia» (http:/ / ricerca. gelocal. it/ ilcentro/ archivio/ ilcentro/ 2007/ 09/ 10/ CT2PO_CT209. html) Il Centro - 10 settembre 2007 [52] http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Arma/ Curiosita/ Non+ tutti+ sanno+ che/ D/ 3+ D. htm [53] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=367 [54] http:/ / www. wuz. it/ articolo/ 704/ intervista-bocca-dalla-chiesa. html Mario D'Aleo Mario D'Aleo (Roma, 1954 – Palermo, 13 giugno 1983) è stato un carabiniere italiano.[1] Biografia Capitano dei carabinieri, insieme ad altri 2 colleghi, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici, venne ucciso da Cosa Nostra [2] in un attentato a Palermo il 13 giugno 1983 in via Cristoforo Scobar, da un commando composto da tre persone che colpirono i militari mentre si trovavano a bordo dello loro auto di servizio [3] . D'Aleo aveva preso il posto di Emanuele Basile, anch'esso ucciso in un agguato di Mafia. Dopo la sua morte gli è stata conferita la Medaglia d'oro al valor civile [4] Voci correlate • Cosa Nostra • Totò Riina Collegamenti esterni • sentenza del tribunale di Palermo [5] Note [1] Dal sito chieracostui.com (http:/ / www. chieracostui. com/ costui/ docs/ search/ schedaoltre. asp?ID=3187) [2] Da La Repubblica del 12-06-1984 (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 1984/ 12/ 06/ delitto-aleo-23-incriminati. html) [3] Da La Repubblica del 13-06-2008 (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2008/ 06/ 13/ il-valore-eroismo-del-capitano. html) [4] Dal sito Carabinieri.it (http:/ / www. carabinieri. it/ Internet/ Editoria/ Rassegna+ Arma/ 2008/ 3/ Vita+ della+ Scuola/ 06_Vita+ della+ Scuola. htm) [5] http:/ / www. giuseppebommarito. it/ wp-content/ stralcio_sentenza_daleo_bommarito_-morici. pdf
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    Giuseppe Montana 41 Giuseppe Montana Giuseppe Montana, meglio conosciuto come Beppe Montana (Agrigento, 1951 – Palermo, 28 luglio 1985), è stato un poliziotto italiano commissario della squadra mobile di Palermo ucciso dalla mafia. Biografia Dal giorno della sua uccisione iniziò un'estate che vide la città di Palermo immersa nel sangue delle vittime della mafia: in soli dieci giorni vennero assassinati tre investigatori della squadra mobile di Palermo, particolarmente esposta proprio perché molto efficiente. Nato ad Aquila nel 1951, si trasferì poi a Catania dove crebbe. Ottenne la laurea in Giurisprudenza e successivamente vinse il concorso per entrare nella Polizia. Entrò a far parte della squadra mobile di Palermo e, nell'estate del 1985, il giorno prima di entrare in ferie, venne ucciso a colpi di pistola da un killer mentre era con la fidanzata nei pressi del porto dove era sito il suo motoscafo. Importante la sua collaborazione con il giudice Rocco Chinnici non solo nella "sfida" con Cosa Nostra, ma anche per il contributo all'educazione dei giovani (era dirigente del Sap ed era stato l'ideatore ed il principale animatore del comitato in memoria di Calogero Zucchetto), in materia di legalità. Antonino Cassarà Antonino Cassarà Antonino Cassarà, detto Ninni (Palermo, 1948 – Palermo, 6 agosto 1985), è stato un agente di Polizia italiano, vittima della mafia.
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    Antonino Cassarà 42 Biografia Fu un Vice Questore Aggiunto della Polizia di Stato in forza presso la questura di Palermo e il vice dirigente della squadra mobile. Fu ucciso dalla mafia nel 1985, all'età di 37 anni. Nel 1982 andava in giro per Palermo insieme all'agente Calogero Zucchetto per indagare sui clan di Cosa nostra. In quest'occasione lui e Zucchetto riconobbero i due killer latitanti Pino Greco e Mario Prestifilippo ma non riuscirono ad arrestarli perché scapparono. Tra le numerose operazioni cui prese parte, molte delle quali insieme al commissario Giuseppe Montana, la nota operazione "Pizza Connection", in collaborazione con forze di polizia degli Stati Uniti. Cassarà fu uno stretto collaboratore di Giovanni Falcone e del c.d. "pool antimafia" della procura di Palermo e le sue indagini contribuirono all'istruzione del primo maxiprocesso alle cosche mafiose. Era sposato e padre di tre figli. L'assassinio Il 6 agosto 1985, rientrando dalla questura nella sua abitazione a via Croce Rossa (al civico 41) a Palermo a bordo di un'Alfetta e scortato da 2 agenti, scese dall'auto per arrivare al portone della sua abitazione quando un gruppo di nove uomini armati di fucile AK-47, appostati sulle finestre e sui piani dell'edificio in costruzione di fronte alla sua palazzina (al civico 77), sparò sull'Alfetta. L'agente Roberto Antiochia, che era uscito dall'auto per aprire lo sportello a Cassarà, venne violentemente colpito dagli spari e morì, e Natale Mondo restò illeso (ma sarebbe stato ucciso anch'egli il 14 gennaio 1988). Cassarà, che era stato colpito dai killer quasi contemporaneamente ad Antiochia, spirò sulle scale di casa tra le braccia della moglie Laura, accorsa in lacrime dopo aver visto l'accaduto insieme alla figlia dal balcone della sua abitazione. Il 17 febbraio 1995, la terza sezione della Corte d'Assise di Palermo ha condannato all'ergastolo cinque componenti della Cupola mafiosa (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Bernardo Brusca e Francesco Madonia) come mandanti del delitto. Onorificenze Medaglia d'oro al valor civile «Con la piena consapevolezza dei pericoli cui si esponeva, nella lotta contro la feroce organizzazione mafiosa, ispirava, conduceva e sviluppava in prima persona e con eccezionale capacità investigativa una serie di delicate operazioni di polizia giudiziaria che portavano all'identificazione e all'arresto di numerosi fuorilegge. In un proditorio agguato teso davanti alla propria abitazione, veniva colpito da assassini armati di fucili mitragliatori, trovando tragica morte. Alto esempio di attaccamento al dovere spinto fino all'estremo sacrificio della vita.» — Palermo, 6 agosto 1985
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    Antonino Agostino 43 Antonino Agostino Antonino Agostino , chiamato da tutti Nino, (1960 – Villagrazia di Carini, 5 agosto 1989) è stato un poliziotto italiano. Il delitto Il 5 agosto 1989 Antonino Agostino, agente PS alla questura di Palermo, era a Villagrazia di Carini con la moglie Ida Castelluccio, sposata appena un mese prima. La sua consorte era incinta di cinque mesi di una bambina. Mentre entravano nella villa di famiglia per festeggiare il compleanno della sorella di lui, un gruppo di sicari in motocicletta arrivarono all'improvviso e cominciarono a sparare sui due. Agostino venne colpito varie volte dagli spari mentre la Castelluccio venne raggiunta da un solo colpo e cominciò a strisciare per terra per avvicinarsi al marito morente. I genitori di Agostino, uditi gli spari, andarono a soccorrere il figlio e la nuora ma non c'era più niente da fare: erano morti. Quel giorno, Agostino non portava armi addosso. I misteri intorno all'omicidio La notte della morte di Antonino Agostino e della moglie, alcuni ignoti "uomini dello Stato" riuscirono ad entrare nell'abitazione dei defunti e fecero sparire degli appunti che riguardavano delle importanti indagini che stava conducendo Agostino. Ai funerali di Antonino Agostino e Ida Castelluccio, tenutisi il 10 agosto 1989, erano presenti i giudici antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo stesso Falcone disse ad un amico commissario, pure presente al funerale: « Io a quel ragazzo gli devo la vita. » Antonino Agostino stava indagando sul fallito attentato dell'Addaura: il 21 giugno 1989 alcuni agenti di scorta trovarono su una spiaggia dell'Addaura un borsone contenente cinquantotto candelotti di tritolo. In quella stessa spiaggia si trovava la villa di Giovanni Falcone, obiettivo del fallito attentato. Sicuramente Agostino aveva scoperto qualcosa di importante su quel borsone-bomba dell'Addaura e per questo è stato eliminato. Attualmente i mandanti e gli esecutori dell'omicidio di Agostino e della Castelluccio sono ignoti. Vincenzo Agostino, il padre di Antonino, ha giurato di non tagliarsi più la barba finché non verrà scoperta la verità sulla morte del figlio e della nuora. Bibliografia • Carlo Lucarelli. Antonino Agostino ed Emanuele Piazza in Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu Notte. Torino, Einaudi, 2004. pp. 134-150. ISBN 8806176405. Voci correlate • Vittime di Cosa Nostra
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    44 Magistrati Pietro Scaglione (magistrato) Pietro Scaglione (Palermo, 2 marzo 1906 – Palermo, 5 maggio 1971) è stato un magistrato italiano. Fu assassinato in via dei Cipressi a Palermo il 5 maggio 1971 mentre era a bordo di una Fiat 1300 nera insieme al suo autista Antonio Lo Russo. Scaglione era stato da poco destinato a Procuratore Generale di Lecce. L'assassinio del procuratore della repubblica di Palermo, Pietro Scaglione, 65 anni, si può considerare il primo omicidio eccellente compiuto in Sicilia dopo quello di Emanuele Notabartolo del 1893. Il magistrato era uscito dal cimitero dove era andato a pregare sulla tomba della moglie Concettina Abate. Furono usate le classiche tecniche di delegittimazione dell'ucciso: cioè che fosse colluso, che insabbiasse le inchieste , invece era vero tutto il contrario. Fu Tommaso Buscetta a chiarire le motivazioni dell'omicidio (Leonardo Vitale, primo pentito di mafia non fu mai creduto). Colui che decise l'omicidio fu Luciano Liggio che eseguì l'omicidio insieme a Totò Riina. Il potere mafioso era passato in mano al gruppo dei corleonesi. La testimonianza di Piero Grasso Nel libro la Mafia Invisibile, il superprocuratore antimafia Piero Grasso (intervistato da Saverio Lodato) si occupa ampiamente dell'omicidio Scaglione. Grasso racconta: « Ero appena entrato in magistratura. Appresi la notizia mentre ero pretore a Barrafranca, in provincia di Enna. L’impressione e lo sgomento tra i colleghi fu enorme. Era il primo magistrato siciliano a cadere sotto il piombo dei mafiosi. Erano altri tempi. Ricordo che un giornale nazionale, se non erro il "Giorno" di Milano, titolò. "Sangue sulla toga". Ricordo le prime campagne di delegittimazione sulla figura del magistrato. Ricordo che circolarono certe voci per gettare ombre sulla sua attività: calunnie poi categoricamente smentite dalle indagini successive. Scaglione aveva sempre tenuto un atteggiamento coerente e rigoroso nei confronti di una criminalità che allora era ancora difficilmente decifrabile come mafiosa. Ovviamente, trattandosi della morte di un magistrato, indagò un’altra autorità giudiziaria Genova. Posso solo dire che, all’epoca di quel delitto, Cosa Nostra era governata da quel triumvirato di cui faceva parte anche Luciano Liggio. Parecchie fonti hanno confermato che quell’esecuzione fu decisa ed eseguita personalmente da Luciano Liggio per un suo astio personale. Scaglione propose Liggio per il soggiorno obbligato, ma il boss riuscì a scappare in tempo da una clinica di Roma dove era ricoverato, rendendosi latitante. Il procuratore a quel punto riuscì a spedire al confino, sia pure per brevissimo tempo, una delle sorelle del boss. La sorella nubile che non era mai uscita da Corleone in vita sua... Liggio ebbe buon gioco a dipingere il suo nemico come un persecutore che, non potendo colpire lui, si era accanito contro una giovane donna innocente. La mattina dell’agguato, come ogni giorno, Scaglione si recava al cimitero dei Cappuccini nel centro della vecchia Palermo, per deporre un mazzo di fiori sulla tomba della moglie, accompagnato da Lo Russo, un agente di custodia. L’auto dei killer tagliò loro la strada. La guidava Pino Greco "Scarpuzzedda", della famiglia di Santa Maria di Gesù. A bordo c’era anche un uomo d’onore di Porta Nuova, territorio in cui veniva commesso il delitto. E secondo tantissime ricostruzioni, anche Luciano Liggio che avrebbe addirittura sparato a Scaglione. Liggio, dal canto suo, fin quando rimase in vita, si difese dicendo che la tubercolosi ossea non gli avrebbe permesso una simile performance. Ma le malattie dei mafiosi molto spesso sono un alibi » (in Lodato-Grasso, La mafia invisibile. La nuova strategia di Cosa Nostra. Milano, Mondadori 2001, p. 91 ss.).
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    Cesare Terranova 45 Cesare Terranova Cesare Terranova (Palermo, 15 agosto 1921 – Palermo, 25 settembre 1979) è stato un magistrato e parlamentare italiano. Magistrato italiano, capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, era già stato procuratore d'accusa al processo contro la mafia corleonese tenutosi nel 1969 a Bari, ove però quasi tutti gli imputati furono assolti. Fu procuratore della Repubblica a Marsala fino al 1973 dove si occupò del "mostro" Michele Vinci. Si distinse per aver processato e condannato all'ergastolo, nel 1974, la "Primula rossa" di Corleone, Luciano Liggio (già assolto al processo di Bari). Fu deputato alla Camera, nella lista del PCI, come indipendente di sinistra, dal 1976 al 1979, e fu membro della Commissione parlamentare Antimafia. Dopo l'esperienza parlamentare, tornò in magistratura per essere nominato capo dell'Ufficio Istruzione di Palermo. L'assassinio Il 25 settembre del 1979 verso le ore 8,30 del mattino, una Fiat 131 di scorta arrivò sotto casa del giudice a Palermo per portarlo a lavoro. Cesare Terranova si mise alla guida della vettura mentre accanto a lui sedeva il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, l'unico uomo della sua scorta che lo seguiva da vent'anni come un angelo custode. L'auto imboccò una strada secondaria trovandola inaspettatamente chiusa da una transenna di lavori in corso. Il giudice Terranova non fece in tempo a intuire il pericolo. In quell'istante da un angolo sbucarono alcuni killer che aprirono ripetutamente il fuoco con una carabina Winchester e delle pistole contro la Fiat 131. Cesare Terranova istintivamente ingranò la retromarcia nel disperato tentativo di sottrarsi a quella tempesta di piombo mentre il maresciallo Mancuso, in un estremo tentativo di reazione, impugnò la Beretta di ordinanza per cercare di sparare contro i sicari, ma entrambi furono raggiunti dai proiettili in varie parti del corpo. Al giudice Terranova i killer riservarono anche il colpo di grazia, sparandogli a bruciapelo alla nuca. La sua fedele guardia del corpo, Lenin Mancuso, morì poche ore dopo di agonia in ospedale. Voci correlate • Piersanti Mattarella • Paolo Borsellino • Lenin Mancuso • Carmine Mancuso
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    Gaetano Costa 46 Gaetano Costa Gaetano Costa Gaetano Costa (Caltanissetta, 1916 – Palermo, 6 agosto 1980) è stato un magistrato italiano ucciso dalla mafia. Procuratore Capo di Palermo all'inizio degli anni ottanta. Fu assassinato dalla mafia la mattina del 6 agosto 1980, mentre sfogliava dei libri su una bancarella, sita in un marciapiede di via Cavour a Palermo, a due passi da casa sua, freddato da tre colpi di pistola sparatigli alle spalle da due killer in moto. Causa di quella spietata esecuzione, il fatto che egli avesse firmato personalmente dei mandati di cattura nei confronti del boss Rosario Spatola ed alcuni dei suoi uomini che altri suoi colleghi si erano rifiutato di firmare. Il delitto venne sicuramente ordinato dal clan mafioso capeggiato da Salvatore Inzerillo.
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    Giangiacomo Ciaccio Montalto 47 Giangiacomo Ciaccio Montalto Giangiacomo Ciaccio Montalto (Milano, 20 ottobre 1941 – Valderice, 25 gennaio 1983) è stato un magistrato italiano, ucciso dalla mafia. Biografia In Magistratura dal 1970, era Sostituto procuratore della Repubblica di Trapani, dove era arrivato nel 1971. Negli anni '70 era stato pubblico ministero nel processo contro Michele Vinci, il cosiddetto "mostro di Marsala", che aveva rapito, gettato in un pozzo e lasciato morire, tre bambine, tra cui una nipote. Aveva svolto le indagini sui clan trapanesi dediti al traffico di droga, al commercio di armi, alla sofisticazione di vini, alle frodi comunitarie e agli appalti per la ricostruzione del Belice, e sui collegamenti tra mafia trapanese e Cosa nostra americana. Fu ucciso mentre rientrava a casa a Valderice, privo di scorta e di auto blindata, nonostante le minacce ricevute. Aveva quarant’anni e lasciava la moglie e tre figlie. Entro poche settimane, si sarebbe dovuto trasferire, su sua richiesta, in Toscana. Dell'omicidio fu accusato il boss trapanese Totò Minore, che all'epoca risultava latitante, che però, e si accertò solo nel 1998, era stato eliminato l'anno prima dai corleonesi. La mafia ritenne che in Toscana, il magistrato che bene conosceva uomini e cose di Cosa nostra, potesse interferire con gli interessi che in quella regione stava sviluppando il fratello di Totò Riina. Bibliografia • Carlo Lucarelli, Trapani, coppole e colletti bianchi in Storie di bande criminali, di mafie e di persone oneste, 1a ed. Einaudi, 2008. pp. 332-395 ISBN 978-88-06-19502-1 Voci correlate • Vittime di Cosa Nostra • Carlo Palermo
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    Bruno Caccia 48 Bruno Caccia Bruno Caccia (Cuneo, 16 novembre 1917 – Torino, 26 giugno 1983) è stato un magistrato italiano, vittima della 'Ndrangheta. L'attività da magistrato Iniziò la sua carriera in magistratura nel 1941 nel Palazzo di giustizia torinese. Nel capoluogo piemontese ci rimase sino al 1964 ricoprendo la carica di Sostituto Procuratore, per poi passare ad Aosta come Procuratore della Repubblica. Nel 1967 Caccia ritornò nelle aule torinesi con l’incarico di sostituto Procuratore della Repubblica. Nominato nel 1980 Procuratore della Repubblica di Torino, si occupò di indagare sulle violenze ed i pestaggi che all'epoca puntualmente si verificavano in occasione di ogni sciopero. Come ricorda l'allora suo collega Marcello Maddalena: "Fu, nel settore, il primo segno di presenza dello Stato dopo anni di non indolore assenza". Successivamente, avviò delle indagini sui terroristi delle Brigate Rosse e sui traffici della 'Ndrangheta in Piemonte, indagini che furono così incisive da condannarlo a morte. La morte Il 26 giugno 1983, Bruno Caccia si recò fuori città e tornò a Torino soltanto nella sera. Essendo una domenica, decise di lasciare a riposo la propria scorta, decisione che facilitò il compito ai sicari 'ndranghetisti. Verso le 23,30, mentre portava da solo a passeggio il proprio cane, Bruno Caccia venne affiancato da una macchina con due uomini a bordo. Questi, senza scendere dall'auto, spararono 14 colpi e, per essere certi della morte del magistrato, lo finirono con 3 colpi di grazia. Le indagini Sui mandanti dell'omicidio, subito le indagini presero la via delle Brigate Rosse: erano gli anni di piombo e per di più le indagini di Bruno Caccia riguardavano in presa diretta molti brigatisti. Il giorno seguente, le Brigate Rosse rivendicarono l'omicidio, ma presto si scoprì che la rivendicazione risultava essere falsa. Inoltre nessuno dei brigatisti in carcere rivelò che fosse mai stato pianificato l'omicidio del magistrato cuneese. Le indagini puntarono allora l'attenzione sui neofascisti del NAR, ma anche questa pista si rivelò ben presto infondata. L'imbeccata giusta arrivò da un mafioso in galera, Francesco Miano, boss della cosca catanese che si era insediata a Torino. Grazie all'intermediazione dei servizi segreti, Miano decise di collaborare per risolvere il caso e raccolse le confidenze dell'ndranghetista Domenico Belfiore, uno dei capi dell'ndrangheta a Torino e anch'egli in galera. Belfiore ammise che era stata l'ndrangheta ad uccidere Bruno Caccia e il motivo principale fu che "con il procuratore Caccia non ci si poteva parlare", come disse lo stesso Belfiore. In aggiunta, va detto che l'ndrangheta ha da sempre controllato, in Piemonte, molti ristoranti, imprese edili, bar e addirittura era arrivata a mettere le mani sul bar del Palazzo di Giustizia dove Bruno Caccia lavorava. Le indagini del magistrato cuneese si rivelarono troppo incisive e troppo dannose per la sopravvivenza dell'ndrangheta in Piemonte, tanto da spingere i Belfiore a ordinare l'uccisione del magistrato. Come mandante dell'omicidio, nel 1993 Domenico Belfiore venne condannato all'ergastolo. La memoria di Bruno Caccia, al pari di quella di Antonino Scopelliti, è stata largamente e vergognosamente abbandonata, specialmente nella terra dove egli nacque e morì tragicamente. In pochi infatti ricordano tutt'oggi il suo sacrificio e questo a causa della poca sensibilità che il nord ha riservato al tema della mafia. Nonostante di recente la magistratura di Torino abbia avviato delle indagini su presunte infiltrazioni 'ndranghetiste in diverse amministrazioni pubbliche, la lotta all'ndrangheta in Piemonte da parte dei cittadini è ancora lontana dal suo nascere.
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    Bruno Caccia 49 La memoria A Bruno Caccia sono stati intitolati il Palazzo di Giustizia di Torino "Bruno Caccia" nonché un cascinale a San Sebastiano da Po(TO), Cascina Bruno e Carla Caccia, quest'ultimo sequestrato proprio alla famiglia Belfiore, più precisamente a Salvatore Belfiore, fratello di Domenico, grazie alla legge 109/96. È stato inoltre dedicato da Giulio Cavalli un monologo, intitolato "Il sorriso di Bruno Caccia",un "testo scritto e recitato per"[1] l'evento di chiusura del festival "Libera Quanto Basta Per", svoltosi proprio a Cascina Caccia ed eseguito il 17 Maggio 2009. Voci correlate • Vittime della mafia • Vittime della 'Ndrangheta • Ammazzateci tutti • Libera Collegamenti esterni • Blu Notte "La mafia al nord" [2] • La Storia siamo Noi "Il caso Bruno Caccia" [3] • Giulio Cavalli "Il sorriso di Bruno Caccia" (Testo) [4] • Giulio Cavalli "Il sorriso di Bruno Caccia" (Video) [5] • Cascina Bruno e Carla Caccia [6] Note [1] Giulio Cavalli "Il sorriso di Bruno Caccia" (Testo) (http:/ / www. giuliocavalli. net/ diario/ 2009/ 05/ 25/ bruno-caccia/ ) [2] http:/ / www. blunotte. rai. it/ category/ 0,1067207,1067065-1079704,00. html [3] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=668 [4] http:/ / www. giuliocavalli. net/ diario/ 2009/ 05/ 25/ bruno-caccia/ [5] http:/ / www. youtube. com/ watch?v=Iono-0fKQkE [6] http:/ / cascinacaccia. liberapiemonte. it/
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    Rocco Chinnici 50 Rocco Chinnici Rocco Chinnici (Misilmeri, 19 gennaio 1925 – Palermo, 29 luglio 1983) è stato un magistrato italiano, assassinato dalla mafia . Biografia Dopo la maturità conseguita nel 1943 presso il Liceo Classico "Umberto" a Palermo, si è iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo, si è laureato il 10 luglio 1947. È entrato in Magistratura nel 1952 con destinazione al Tribunale di Trapani. Poi è stato pretore a Partanna per dodici anni, dal 1954. Nel maggio del 1966 è stato trasferito a Palermo, presso l'Ufficio Istruzione del Tribunale, come giudice istruttore. Rocco Chinnici Nel novembre 1979, già magistrato di Cassazione, è stato promosso Consigliere Istruttore presso il Tribunale di Palermo. «Un mio orgoglio particolare» - ha rivelato Chinnici - «è una dichiarazione degli americani secondo cui l'Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota della lotta antimafia, un esempio per le altre Magistrature d'Italia. I Magistrati dell'Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero». Il primo grande processo alla mafia, il cosiddetto maxi processo di Palermo, è il risultato del lavoro istruttorio svolto da Chinnici, tra l'altro considerato il padre del Pool antimafia, che compose chiamando accanto a sé magistrati come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello. Chinnici partecipò, quale relatore, a molti congressi e convegni giuridici e socio-culturali e credeva nel coinvolgimento dei giovani nella lotta contro la mafia. È stato il primo magistrato a recarsi nelle scuole per parlare agli studenti della mafia e dei pericoli della droga. «Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi» - diceva - «fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai». In una delle sue ultime interviste, Chinnici ha detto: «La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare». Rocco Chinnici è stato ucciso il 29 luglio 1983 con una Fiat 127 imbottita di esplosivo davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico a Palermo, all'età di cinquantotto anni. Ad azionare il detonatore che provocò l'esplosione fu il killer mafioso Pino Greco. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall'esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l'appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico Stefano Li Sacchi.
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    Rocco Chinnici 51 Influenze In suo onore dal 1985 è stato istituito il Premio Rocco Chinnici. Tra i vincitori: Valentino Picone[1] , Michele Guardì[1] , Giuseppe Tornatore[1] , Fortunato Di Noto [2] , Marco Travaglio, Giorgio Bongiovanni, Marco Benanti, Roberto Scarpinato, Guido Lo Forte[2] e tanti altri[3] [2] . Opere • L'illegalità protetta. Attività criminose e pubblici poteri nel meridione d'Italia. Palermo, Edizioni La Zisa, 1990. Raccolta di suoi interventi • Leone Zingales, Rocco Chinnici. L’inventore del pool antimafia, Limina, 2006. ISBN 8860410096 Onorificenze Medaglia d'oro al valor civile «Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale Capo dell'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Barbaramente trucidato In un proditorio agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificava la sua vita al servizio della giustizia, dello Stato e delle istituzioni» — Palermo, 29 luglio 1983[4] Bibliografia • Leone Zingales. Rocco Chinnici, l'inventore del pool antimafia. Edizioni Limina, 2006. Collegamenti esterni • Fondazione Rocco Chinnici [5] Predecessore: Giudice Istruttore Successore: Cesare a Antonino Caponnetto Terranova Palermo Note [1] Terza edizione (http:/ / misilmeriblog. wordpress. com/ 2009/ 01/ 14/ 3-edizione-premio-rocco-chinnici/ ) [2] Storia del Premio Rocco Chinnici (http:/ / web. tiscalinet. it/ scuolachinnici/ premio/ storia. htm) [3] Tra i premiati nelle sezioni scuole, anche i ragazzi di Addio Pizzo di Palermo [4] Onorificenze (http:/ / www. quirinale. it/ elementi/ DettaglioOnorificenze. aspx?decorato=3858). Presidenza della Repubblica. URL consultato il 28-12-2009. [5] http:/ / www. fondazioneroccochinnici. it
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    Rosario Livatino 52 Rosario Livatino Rosario Angelo Livatino Rosario Angelo Livatino (Canicattì, 3 ottobre 1952 – Agrigento, 21 settembre 1990) è stato un magistrato italiano assassinato dalla mafia. Biografia Figlio dell'avvocato Vincenzo e della signora Rosalia Corbo. Conseguita la maturità presso il liceo classico Ugo Foscolo, nel 1971 s'iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Palermo nella quale si laureò nel 1975 cum laude. Tra il 1977 ed il 1978 prestò servizio come vicedirettore in prova presso l'Ufficio del Registro di Agrigento. Sempre nel 1978, dopo essersi classificato tra i primi in graduatoria nel concorso per uditore giudiziario, entrò in magistratura presso il Tribunale di Caltanissetta. Nel 1979 diventò sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento e ricoprì la carica fino al 1989, quando assunse il ruolo di giudice a latere. Venne ucciso il 21 settembre del 1990 sulla SS 640 mentre si recava, senza scorta, in tribunale, per mano di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa Nostra. Del delitto fu testimone oculare Pietro Nava, sulla base delle cui dichiarazioni furono individuati gli esecutori dell'omicidio. Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la Tangentopoli Siciliana ed aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della mafia, attraverso lo strumento della confisca dei beni. Non molti giorni dopo la scoperta di legami mafia-massoneria, l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo definì Il giudice ragazzino, e dopo la morte del magistrato l'Espresso ne sviscerò molti retroscena. Dal 1993 il vescovo di Agrigento ha incaricato Ida Abate, che del giudice fu insegnante, di raccogliere testimonianze per la causa di beatificazione. Una signora, Elena Valdetara, afferma di essere stata guarita da una grave forma di leucemia, grazie all'intervento del giudice che le sarebbe apparso in sogno, in abiti sacerdotali, spronandola a trovare in sé stessa la forza per superare la malattia. Papa Giovanni Paolo II definì Rosario Livatino «martire della giustizia ed indirettamente della fede».
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    Rosario Livatino 53 La sua figura è ricordata nel film di Alessandro Di Robilant "Il giudice ragazzino", uscito nel 1994. È invece del 1992 il libro omonimo, scritto da Nando Dalla Chiesa. Conferenze tenute dal giudice • Il ruolo del giudice nella società che cambia [1], conferenza tenuta il 7 aprile 1984 presso il Rotary Club di Canicattì. • Fede e diritto [2], conferenza tenuta il 30 aprile 1986 a Canicattì, nel salone delle suore vocazioniste. Cinema • Il giudice ragazzino, regia di Alessandro Di Robilant (1994) • Testimone a rischio, regia di Pasquale Pozzessere (1996) • Luce verticale.Rosario Livatino.Il Martirio,regia di Salvatore Presti (2007) Bibliografia • Nando Dalla Chiesa, Il giudice ragazzino 1992 Collegamenti esterni • Associazione Livatino [3] • Rosario Livatino - Il giudice ragazzino - [4] • I giudici R. Livatino e A. Saetta [5] Note [1] http:/ / www. solfano. it/ canicatti/ Ruolo_Giudice. html [2] http:/ / www. solfano. it/ canicatti/ fedeediritto. htm [3] http:/ / www. livatino. it/ [4] http:/ / rosariolivatino. splinder. com/ [5] http:/ / www. solfano. it/ canicatti/ livatino_saetta. html
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    Antonino Scopelliti 54 Antonino Scopelliti « Il giudice è quindi solo, solo con le menzogne cui ha creduto, le verità che gli sono sfuggite, solo con la fede cui si è spesso aggrappato come naufrago, solo con il pianto di un innocente e con la perfidia e la protervia dei malvagi. Ma il buon giudice, nella sua solitudine, deve essere libero, onesto e coraggioso. » (Antonino Scopelliti) Antonino Scopelliti (Campo Calabro, 20 gennaio 1935 – Piale, 9 agosto 1991) è stato un magistrato italiano. Biografia Entrato in magistratura a soli 24 anni, ha svolto la carriera di magistrato requirente, iniziando come Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Roma, poi presso la Procura della Repubblica di Milano. Procuratore generale presso la corte d'Appello quindi, Sostituto Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione. Seguì una eccezionale carriera, che lo portò ad essere il numero uno dei sostituti procuratori generali italiani presso la Corte di Cassazione. Si è occupato di vari maxi processi, di mafia e di terrorismo. Il giudice solo, così definito dal giornalista Antonio Prestifilippo, nel libro che ricostruisce la vita del magistrato, fu ucciso il 9 agosto 1991, mentre era in vacanza in Calabria, sua terra d'origine, presso Piale, sulla strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro. Senza scorta, metodico nei suoi movimenti, Scopelliti venne intercettato dai suoi assassini mentre, a bordo della sua automobile, rientrava in paese dopo avere trascorso la giornata al mare. L' agguato avvenne all' altezza di una curva, poco prima del rettilineo che immette nell' abitato di Campo Calabro. Gli assassini, almeno due persone a bordo di una moto, appostati lungo la strada, spararono con fucili calibro 12 caricati a pallettoni. La morte del magistrato, colpito alla testa ed al torace, fu istantanea. L' automobile, priva di controllo, finì in un terrapieno. In un primo tempo si pensò che Scopelliti fosse rimasto coinvolto in un incidente stradale. L'esame esterno del cadavere e la scoperta delle ferite da arma da fuoco fecero emergere la verità sulla morte del magistrato. Quando fu ucciso stava preparando, in sede di legittimità, il rigetto dei ricorsi per Cassazione avanzati dalle difese dei più pericolosi esponenti mafiosi condannati nel primo maxiprocesso a Cosa Nostra. Si ritiene che per la sua esecuzione si siano mosse insieme la 'ndrangheta e Cosa Nostra, dopo che il magistrato rifiutò 5 miliardi di lire italiane per sospendere il suo lavoro. Secondo i pentiti della 'ndrangheta Giacomo Lauro e Filippo Barreca, sarebbe stata la cupola di Cosa Nostra siciliana a chiedere alla 'ndrangheta di uccidere Scopelliti, che avrebbe rappresentato la pubblica accusa in Cassazione nel maxi processo a Cosa nostra. Cosa nostra, in cambio del favore ricevuto, sarebbe intervenuta per fare cessare la guerra di mafia che si protraeva a Reggio Calabria dall'ottobre 1985, quando fu assassinato il boss Paolo De Stefano. Nell' abitazione del padre di Scopelliti, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze, fu trovato il fascicolo del processo alla Cupola di Cosa nostra. Come mandante fu condannato in primo grado Pietro Aglieri, successivamente assolto nel 1999 dalla Corte di Cassazione perché accusato da soli pentiti. Nel 2001, la Corte d' Assise d'Appello di Reggio Calabria assolve Bernardo Provenzano, Giuseppe e Filippo Graviano, Raffaele Ganci, Giuseppe Farinella, Antonino Giuffre' e Benedetto Santapaola dall'accusa di essere stati i mandanti. L'omicidio Scopelliti rimane quindi impunito. Gli è stata dedicata una strada nel suo paese natale, Campo Calabro, ed una nella contigua Villa San Giovanni. Nel 2007, su iniziativa della figlia, Rosanna Scopelliti, è stata costituita una Fondazione intitolata all'Alto magistrato.
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    Antonino Scopelliti 55 Bibliografia • Antonio Prestifilippo, Morte di un giudice solo. Il delitto Scopelliti, Città del Sole, 2008, ISBN 9788873512035 Voci correlate • Fondazione Scopelliti • Vittime della mafia • Vittime della 'Ndrangheta • Vittime della Camorra Collegamenti esterni • Fondazione "Antonino Scopelliti" - sito ufficiale [1] • LeG. Tutti i magistrati uccisi [2]. 19 luglio 2005, LibertàGiustizia.it. • Il processo di primo grado contro Aglieri [3] e la sentenza della Cassazione [4] Note [1] http:/ / www. fondazionescopelliti. it [2] http:/ / www. libertaegiustizia. it/ primopiano/ pp_leggi_articolo. php?id=11& id_titoli_primo_piano=2 [3] http:/ / digilander. libero. it/ inmemoria/ boss_mafiosi. htm [4] http:/ / www. centroimpastato. it/ php/ crono. php3?month=7& year=1999 Giovanni Falcone « La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. » [1] (Giovanni Falcone )
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    Giovanni Falcone 56 Giovanni Falcone Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939[2] – Palermo, 23 maggio 1992) è stato un magistrato italiano, tra i padri della lotta alla mafia, ed è considerato un eroe italiano, come Paolo Borsellino, di cui fu amico e collega. Biografia Figlio di Arturo Falcone, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e di Luisa Bentivegna, aveva due sorelle maggiori, Anna e Maria. Giovanni Falcone studiò al liceo classico "Umberto" e successivamente, dopo una breve esperienza all'Accademia Navale di Livorno, si iscrisse a giurisprudenza all'Università degli studi di Palermo dove si laureò nel 1961, con una tesi sulla "Istruzione probatoria in diritto [3] amministrativo". Gli inizi in Magistratura e gli anni del Pool Falcone vinse il concorso in Magistratura nel 1964 e per breve tempo fu pretore a Lentini e poi sostituto procuratore a Trapani per dodici anni. Qui, a poco a poco nacque in lui la passione per il diritto penale.[4] Arrivò a Palermo e dopo l'omicidio del giudice Cesare Terranova cominciò a lavorare all'Ufficio istruzione, Un murales rappresentante i magistrati Falcone (a sinistra) e che sotto la successiva guida di Rocco Chinnici diviene Borsellino
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    Giovanni Falcone 57 un esempio innovativo di organizzazione giudiziaria. Chinnici chiamò al suo fianco anche Paolo Borsellino e Falcone, al quale affida, nel maggio 1980, le indagini contro Rosario Spatola: un lavoro che coinvolgeva anche criminali negli Stati Uniti e all'epoca osteggiato da alcuni altri magistrati. Alle prese con questo caso, Falcone comprese che per indagare con successo le associazioni mafiose era necessario basarsi anche su indagini patrimoniali e bancarie, per ricostruire il percorso del denaro che accompagnava i traffici ed un quadro complessivo del fenomeno, per evitare la serie di assoluzioni con cui si erano conclusi i precedenti processi contro la mafia. Sono anni tumultuosi che vedono la prepotente ascesa dei Corleonesi, i quali impongono il proprio feudo criminale insanguinando le strade a colpi di omicidi. Emblematici i titoli del quotidiano palermitano L'Ora, che arriverà a titolare le sue prime pagine enumerando le vittime della drammatica guerra di mafia. Tra queste vittime anche svariati e valorosi servitori dello Stato come Pio La Torre, principale artefice della legge Rognoni-La Torre (che introdusse nel codice penale il reato di associazione mafiosa), e il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Infine lo stesso Chinnici, al quale succedette Antonino Caponnetto. Caponnetto si insedia concependo la creazione di un "pool" di pochi magistrati che, così come sperimentato contro il terrorismo, potessero occuparsi dei processi di mafia, esclusivamente e a tempo pieno, col vantaggio sia di favorire la condivisione delle informazioni tra tutti i componenti e minimizzare così i rischi personali, che per garantire in ogni momento una visione più ampia ed esaustiva possibile di tutte le componenti del fenomeno mafioso. Nello scegliere i suoi uomini, Caponnetto pensa subito a Falcone per l'esperienza ed il prestigio già da lui acquisiti, ed a Giuseppe Di Lello, pupillo di Chinnici. Lo stesso Falcone suggerì poi l'introduzione di Borsellino, mentre la scelta dell'ultimo membro ricadde sul giudice più anziano, Leonardo Guarnotta. La validità del nuovo sistema investigativo si dimostra da subito indiscutibile, e sarà fondamentale per ogni successiva indagine, negli anni a venire. Ma una vera e propria svolta epocale alla lotta alla mafia sarebbe stata impressa con l'arresto di Tommaso Buscetta, il quale, dopo una drammatica sequenza di eventi, decise di collaborare con la Giustizia. Il suo interrogatorio, iniziato a Roma nel luglio 1984 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro del Nucleo operativo della Criminalpol, si rivelerà determinante per la conoscenza non solo di determinati fatti, ma specialmente della struttura e delle chiavi di lettura dell'organizzazione definita Cosa nostra. Il maxiprocesso di Palermo Le inchieste avviate da Chinnici e portate avanti dalle indagini di Falcone e di tutto il pool portarono così a costituire il primo grande processo contro la mafia. Questa reagì bruciando il terreno attorno ai giudici: dopo l'omicidio di Giuseppe Montana e Ninni Cassarà nell'estate 1985, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati, che furono indotti per motivi di sicurezza a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell'Asinara (incredibilmente dovettero pagarsi le spese di soggiorno e consumo bevande, come ricordò Borsellino in un'intervista [5] ), dove gettarono le basi dell'istruttoria. Ma il 16 novembre 1987 diventa una data storica e insieme un momento fondamentale per il Paese, che per la prima volta inchioda la mafia traducendola alla Giustizia. Il Maxiprocesso sentenzia 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici milardi e mezzo di lire di multe da pagare, segnando un grande successo per il lavoro svolto da tutto il pool antimafia.[6] Nel dicembre 1986, Borsellino viene nominato Procuratore della Repubblica di Marsala e lascia il pool. Come ricorderà Caponnetto, a quel punto gli sviluppi dell'istruttoria includono ormai quasi un milione di fogli processuali, rendendo necessaria l'integrazione di nuovi elementi per seguire l'accresciuta mole di lavoro. Entrarono così a far parte del pool altri tre giudici istruttori: Ignazio De Francisci, Gioacchino Natali e Giacomo Conte.
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    Giovanni Falcone 58 La fine del Pool Antimafia Se lo Stato aveva conseguito una vittoria memorabile, la partita era lungi da considerarsi conclusa. Inoltre, Caponnetto si apprestava a lasciare l'incarico per ragioni di salute, e raggiunti limiti di età. Alla sua sostituzione vennero candidati Falcone, ed Antonino Meli. Nel settembre 1987, dopo una discussa votazione [7], il Consiglio Superiore della Magistratura nominò Meli. A favore di Falcone, votò anche il futuro Procuratore della Repubblica di Palermo, Giancarlo Caselli. La scelta di Meli, generalmente motivata in base alla mera anzianità di servizio, piuttosto che alla maggiore competenza effettivamente maturata da Falcone, innescò amare polemiche, e venne interpretata come una possibile rottura dell'azione investigativa; Borsellino stesso aveva lanciato a più riprese l'allarme a mezzo stampa, rischiando conseguenze disciplinari; esternazioni che di fatto non sortirono alcun effetto. Meli si insedia nel gennaio 1988 e finisce con lo smantellare il metodo di lavoro intrapreso, riportandolo indietro di un decennio. Da qui in poi Falcone e i suoi dovettero fronteggiare un numero sempre crescente di ostacoli alla loro attività. La mafia intanto non ha abbassato la guardia, ed uccide l'ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, che aveva denunciato le pressioni subite da Vito Ciancimino durante il suo mandato. Tempo dopo, i due membri del pool Di Lello e Conte si dimisero polemicamente. Non ultimo, persino la Cassazione sconfessò l'unitarietà delle indagini in fatto di mafia affermata da Falcone. Il 30 luglio Falcone richiese addirittura di essere destinato a un altro ufficio, ma Meli, ormai in aperto contrasto con Falcone, e, come premonizzato da Borsellino, sciolse ufficialmente il pool. Un mese dopo, Falcone ebbe l'ulteriore amarezza di vedersi preferito Domenico Sica alla guida dell'Alto Commissariato per la lotta alla Mafia. Nonostante gli avvenimenti, tuttavia, Falcone proseguì ancora una volta il suo straordinario lavoro, realizzando una importante operazione antidroga in collaborazione con Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di New York. Il fallito attentato dell'Addaura e la vicenda del "corvo" Il 21 giugno 1989, Falcone divenne obiettivo di un attentato presso la sua villa al mare, comunemente detto attentato dell'Addaura e sul quale ancor oggi non è stata fatta piena luce. I sicari di Totò Riina e di altri mafiosi ritenuti mandanti, piazzarono un borsone con cinquantotto candelotti di tritolo in mezzo agli scogli, a pochi metri dalla villa del giudice, che stava per ospitare i colleghi Carla del Ponte e Claudio Lehmann. Il piano era probabilmente quello di assassinare il giudice allorché fosse sceso dalla villa sulla spiaggia per fare il bagno, L'immagine più nota dei due giudici, Falcone e Borsellino ma l'attentato fallì, probabilmente perché i killer non riuscirono a far esplodere l'ordigno a causa di un detonatore difettoso, dandosi quindi alla fuga e abbandonando il borsone. Falcone dichiarò a riguardo che a volere la sua morte si trattava probabilmente di qualcuno che intendeva bloccarne l’inchiesta sul riciclaggio in corso, parlando inoltre di "menti raffinatissime", e teorizzando la collusione tra soggetti occulti e criminalità organizzata, come avvenuto per l'omicidio Dalla Chiesa. Espressioni in cui molti lessero i servizi segreti deviati. Il giudice, in privato, si manifestò sospettando di Bruno Contrada, funzionario del Sisde che aveva costruito la sua carriera al fianco di Boris Giuliano. Contrada verrà poi arrestato e condannato in primo grado a dieci anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza poi confermata in Cassazione. Ma al Palazzo di Giustizia di Palermo aveva preso corpo anche la nota vicenda del "corvo": una serie di lettere anonime (di cui un paio addirittura composte su carta intestata della Criminalpol), che diffamarono il giudice ed i
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    Giovanni Falcone 59 colleghi Giuseppe Ayala, Giammanco, Prinzivalli più altri come il Capo della Polizia di Stato, Vincenzo Parisi, ed importanti investigatori come De Gennaro e Antonio Manganelli. In esse Falcone veniva millantato soprattutto di avere "pilotato" il ritorno di un pentito, Totuccio Contorno, al fine di sterminare i corleonesi, storici nemici della sua famiglia. I fatti descritti venivano presentati come movente della morte di Falcone ad opera dei corleonesi, i quali avrebbero organizzato il poi fallito attentato come vendetta per il rientro di Contorno (e non, si badi, per i decenni di inflessibile lotta senza quartiere che Falcone aveva scatenato contro di loro...). I contenuti, particolarmente ben dettagliati sulle presunte coperture del Contorno e gli accadimenti all'interno del tribunale, furono alimentati ad arte sino a destare notevole inquietudine negli ambienti giudiziari, tanto che nello stesso ambiente degli informatori di polizia queste missive vennero attribuite ad un "corvo", ossia un magistrato. Sebbene sul momento la stampa non lo spiegasse apertamente al grande pubblico, infatti, tra gli esperti di "cose di cosa nostra" (come Falcone) era risaputo che, nel linguaggio mafioso, tale appellativo designasse proprio i magistrati (dalla toga nera che indossano in udienza); le missive avrebbero così inteso insinuare la certezza che in realtà il pool operasse al di fuori dalle regole, immerso tra invidie, concorrenze e gelosie professionali. Gli accertamenti per individuare gli effettivi responsabili portarono alla condanna in primo grado per diffamazione del giudice Alberto Di Pisa, identificato grazie a dei rilievi dattiloscopici. Le impronte digitali - raccolte con un artificio dal magistrato inquirente - furono però dichiarate processualmente inutilizzabili, oltre a lasciare dubbi sulla loro validità probatoria (sia il bicchiere di carta su cui erano state prelevate le impronte, sia l'anonimo con cui furono confrontate, erano alquanto deteriorati). Una settimana dopo il fallito attentato, il C.S.M. decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica. Di Pisa, che tre mesi dopo davanti al C.S.M. avrebbe mosso gravi rilievi allo stesso Falcone sia sulla gestione dei pentiti che sull'operato, verrà poi assolto in Appello per non aver commesso il fatto[8] . La stagione dei veleni Nell'agosto 1989 iniziò a collaborare coi magistrati anche il mafioso Giuseppe Pellegriti, fornendo preziose informazioni sull’omicidio del giornalista Giuseppe Fava, e rivelando al pubblico ministero Libero Mancuso di essere venuto a conoscenza, tramite il boss Nitto Santapaola, di fatti inediti sul ruolo del politico Salvo Lima negli omicidi di Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Mancuso informò subito Falcone, che interrogò il pentito a sua volta, e, dopo due mesi di indagini, lo incrimina insieme ad Angelo Izzo, spiccando nei loro confronti due mandati di cattura per calunnia (poi annullati dal Tribunale della libertà in quanto essi erano già in carcere). Pellegriti, dopo l’incriminazione, ritrattò, attribuendo a Izzo di essere l’ispiratore delle accuse. Lima e la corrente di Giulio Andreotti, erano spregiati dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, e tutto il movimento antimafia, e l’incriminazione di Pellegriti venne vista come una sorta di cambiamento di rotta del giudice dopo il fallito attentato, tanto che ricevette nuove e dure critiche al suo operato da parte di esponenti come Carmine Mancuso, Alfredo Galasso e in maniera minore anche da Nando Dalla Chiesa, figlio del compianto generale. Gerardo Chiaromonte, presidente della Commissione Antimafia, scriverà poi, in riferimento al fallito attentato all'Addaura contro Falcone: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». Nel gennaio '90, Falcone coordina un'altra importante inchiesta che porta all'arresto di trafficanti di droga colombiani e siciliani. Ma a maggio riesplose, violentissima, la polemica, allorquando Orlando interviene alla seguitissima trasmissione televisiva di Rai 3, Samarcanda dedicata all'omicidio di Giovanni Bonsignore, scagliandosi contro Falcone, che, a suo dire, avrebbe "tenuto chiusi nei cassetti" una serie di documenti riguardanti i delitti eccellenti della mafia. Le accuse erano indirizzate anche verso il giudice Roberto Scarpinato, oltre al procuratore Pietro Giammanco, ritenuto vicino ad Andreotti. Si asseriscono responsabilità politiche alle azioni della cupola mafiosa (il cosiddetto "terzo livello") ma Falcone dissente sostanzialmente da queste conclusioni, sostenendo, come sempre, la necessità di prove certe e bollando simili affermazioni come "cinismo politico". Rivolto direttamente ad Orlando,
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    Giovanni Falcone 60 dirà: "Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati"[9] . Nel settembre 1991 Salvatore Cuffaro, all'epoca deputato regionale poi presidente della Regione Siciliana per il centro-destra ed attualmente eurodeputato UDC, intervenne ad una puntata speciale della trasmissione televisiva Samarcanda condotta da Michele Santoro in collegamento con il Maurizio Costanzo Show e dedicata alla commemorazione dell'imprenditore Libero Grassi, ucciso dalla mafia. In quella occasione, Cuffaro - presente tra il pubblico - si scagliò con veemenza contro conduttori ed ospiti (tra cui Falcone), sostenendo come le iniziative portate avanti da un certo tipo di "giornalismo mafioso" fossero degne dell'attività mafiosa vera e propria, tanto criticata e comunque lesive della dignità della Sicilia. Cuffaro parlò di certa magistratura "che mette a repentaglio e delegittima la classe dirigente siciliana", con chiaro riferimento a Mannino, in quel momento uno dei politici più influenti della Dc[10] [11] . La polemica sancì la rottura del fronte antimafia, e da allora in poi Cosa Nostra si avvantaggerà della tensione strisciante nelle istituzioni, cosa che avvelenò sempre più il clima attorno a Falcone, isolandolo. Alle seguenti elezioni dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura del 1990, Falcone venne candidato per le liste collegate "Movimento per la giustizia" e "Proposta 88", ma non viene eletto. Fattisi poi via via sempre più aspri i dissensi con Giammanco, Falcone optò per accettare la proposta di Claudio Martelli, allora vicepresidente del Consiglio e ministro di Grazia e Giustizia ad interim, a dirigere la sezione Affari Penali del ministero. L'ultima battaglia In questo periodo, che va dal 1991 alla sua morte, Falcone fu molto attivo, cercando in ogni modo di rendere più incisiva l'azione della magistratura contro il crimine. Tuttavia, la vicinanza di Giovanni Falcone al socialista Claudio Martelli costò al magistrato siciliano violenti attacchi da buona parte del mondo politico. In particolare, l'appoggio di Martelli fece destare sospetti da parte dei partiti di centro sinistra che fino ad allora avevano appoggiato una possibile candidatura di Falcone. Falcone in realtà profuse tutta la propria professionalità nel preparare leggi che il Parlamento avrebbe successivamente approvato, ed in particolare sulla procura nazionale antimafia. Alcuni magistrati avversarono poi il progetto della Superprocura, denunciando il rischio che essa costituisse paradossalmente un elemento strategico nell'allontanamento di Falcone dal territorio siciliano e nella neutralizzazione reale delle sue indagini. [12] Il 15 ottobre 1991 Giovanni Falcone è costretto a difendersi davanti al CSM in seguito all'esposto presentato il mese prima (l'11 settembre) da Leoluca Orlando. L'esposto contro Falcone era il punto di arrivo della serie di accuse mosse da Orlando al magistrato palermitano, il quale ribatté ancora alle accuse definendole «eresie, insinuazioni» e «un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario». Sempre davanti al CSM Falcone, commentando il clima di sospetto creatosi a Palermo, affermò che «non si può investire nella cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo». In questo contesto fortemente negativo, nel marzo 1992 viene assassinato Salvo Lima, omicidio che rappresenta un importante segnale dell'inasprimento della strategia mafiosa la quale rompe così gli equilibri consolidati ed alza il tiro verso lo Stato per ridefinire alleanze e possibili collusioni. Falcone era stato informato poco più di un anno prima con un dossier dei Carabinieri del ROS che analizzava l'imminente neo-equilibrio tra mafia, politica ed imprenditoria, ma il nuovo incarico non gli aveva permesso di ottemperare ad ulteriori approfondimenti. Il ruolo di "Superprocuratore" a cui stava lavorando avrebbe consentito di realizzare un potere di contrasto alle organizzazioni mafiose sin lì impensabile. Ma ancor prima che egli vi venisse formalmente indicato, si riaprirono ennesime polemiche sul timore di una riduzione dell'autonomia della Magistratura ed una subordinazione della stessa al potere politico. Esse sfociarono per lo più in uno sciopero dell'Associazione Nazionale Magistrati e nella decisione del Consiglio Superiore della Magistratura che per la carica gli oppose inizialmente Agostino Cordova.
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    Giovanni Falcone 61 Sostenuto da Martelli, Falcone rispose sempre con lucidità di analisi e limpidezza di argomentazioni, intravedendo, presumibilmente, che il coronamento della propria esperienza professionale avrebbe definito nuovi e più efficaci strumenti al servizio dello Stato. Eppure, nonostante la sua determinazione, egli fu sempre più solo all'interno delle istituzioni, condizione questa che prefigurerà tristemente la sua fine. Emblematicamente, Falcone ottenne la nomina a Superprocuratore il giorno prima della sua morte. Nell'intervista rilasciata a Marcelle Padovani per "Cose di Cosa Nostra", Falcone attesta la sua stessa profezia: "Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere." La strage di Capaci Giovanni Falcone muore nella comunemente detta strage di Capaci, il 23 maggio 1992[13] . Stava tornando, come era solito fare nei fine settimana, da Roma. Il jet di servizio partito dall'aeroporto di Ciampino intorno alle 16:45 arriva a Punta Raisi dopo un viaggio di 53 minuti. Lo attendono quattro autovetture tre Fiat Croma, gruppo di scorta sotto comando del capo della squadra mobile della Polizia di Stato, Arnaldo La Barbera. Appena sceso dall'aereo, Falcone si sistema alla guida della vettura bianca, ed accanto prende posto la moglie Francesca Morvillo mentre l'autista giudiziario Giuseppe Costanza occupa il sedile posteriore. Nella Croma marrone, c'è alla guida Vito Schifani, con accanto l'agente scelto Antonio Montinaro e sul retro Rocco Dicillo, mentre nella vettura azzurra ci sono Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo. Al gruppo è in testa la Croma marrone, poi la Croma bianca guidata da Falcone, e in coda la Croma azzurra. Alcune telefonate avvisano della partenza i sicari che hanno sistemato l'esplosivo per la strage. I particolari sull'arrivo del giudice dovevano essere coperti dal più rigido riserbo; indicativo del clima di sospetto che si viveva nel Paese, è il fatto che nell'aereo di Stato - che lo riportava a Palermo - avevano avuto un passaggio diversi "grandi elettori" (deputati, senatori e delegati regionali) siciliani reduci dagli scrutini di Montecitorio per l'elezione del Capo dello Stato, prolungatisi invano fino al sabato mattina. Uno di essi sarebbe stato addirittura inquisito per associazione a delinquere di stampo mafioso tre anni dopo; ma nessuna verità definitiva fu acquisita in sede processuale sull'identità della fonte che aveva comunicato alla mafia la partenza di Falcone da Roma e l'arrivo a Palermo per l'ora stabilita. Le auto lasciano l'aeroporto imboccando l'autostrada in direzione Palermo. La situazione appare tranquilla, tanto che non vengono attivate neppure le sirene. Su una strada parallela, una macchina si affianca agli spostamenti delle tre Croma blindate, per darne segnalazione ai killer in agguato sulle alture sovrastanti il litorale; sono gli ultimi secondi prima della strage. Otto minuti dopo, alle ore 17:58, presso il Km.5 della A29, una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in un tunnel scavato sotto la sede stradale nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine viene azionata per telecomando da Giovanni Brusca, il sicario incaricato da Totò Riina. Pochissimi istanti prima della detonazione, Falcone si era accorto che le chiavi di casa erano nel mazzo assieme alle chiavi della macchina, e le aveva tolte dal cruscotto, provocando un rallentamento improvviso del mezzo. Brusca, rimasto spiazzato, preme il pulsante in ritardo, sicché l'esplosione investe in pieno solo La Croma marrone, prima auto del gruppo, scaraventandone i resti oltre la carreggiata opposta di marcia, sin su un piano di alberi; i tre agenti di scorta muoiono sul colpo. La seconda auto, la Croma bianca guidata dal giudice, si schianta invece contro il muro di cemento e detriti improvvisamente innalzatosi per via dello scoppio. Falcone e la moglie, che non indossano le cinture di sicurezza, vengono proiettati violentemente contro il parabrezza. Falcone, che riporta ferite solo in apparenza non gravi, muore dopo il trasporto in ospedale a causa di emorragie interne. Rimangono feriti gli agenti della terza auto, la Croma azzurra, che infine resiste, e si salvano miracolosamente anche un'altra ventina di persone che al momento dell'attentato si trovano a transitare con le proprie autovetture sul luogo dell'eccidio.
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    Giovanni Falcone 62 La detonazione provoca un'esplosione immane ed una voragine enorme sulla strada.[14] . In un clima irreale e di iniziale disorientamento, altri automobilisti ed abitanti dalle villette vicine danno l'allarme alle autorità e prestano i primi soccorsi tra la strada sventrata ed una coltre di polvere. Venti minuti dopo circa, Giovanni Falcone viene trasportato sotto stretta scorta di un corteo di vetture e di un elicottero dell'Arma dei Carabinieri presso l'ospedale Civico di Palermo.Gli altri agenti e i civili coinvolti vengono anch'essi trasportati in ospedale mentre la Polizia Scientifica esegue i primi rilievi ed i Vigili del Fuoco espletano il triste compito di estrarre i cadaveri irriconoscibili di Schifani, Montinaro e Di Cillo. Intanto i media iniziano a diffondere la notizia di un attentato a Palermo, ed il nome del giudice Falcone trova via via conferma. L'Italia intera, sgomenta, trattiene il fiato per la sorte delle vittime con tensione sempre più viva e contrastante, sinché alle 19:05, ad un'ora e sette minuti dall'attentato, Giovanni Falcone muore dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione, a causa della gravità del trauma cranico e delle lesioni interne. Francesca Morvillo morirà anch'essa, poche ore dopo. Due giorni dopo, mentre a Roma viene eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Palermo si svolgono i funerali delle vittime ai quali partecipa l'intera città, assieme a colleghi e familiari e personalità come Giuseppe Ayala e Tano Grasso. I più alti rappresentanti del mondo politico, come Giovanni Spadolini, Claudio Martelli, Vincenzo Scotti, Giovanni Galloni, vengono duramente contestati dalla cittadinanza; e le immagini televisive delle parole e del pianto straziante della vedova Schifani [15] susciteranno particolare emozione nell'opinione pubblica. Volantini recanti una citazione del giudice Il giudice Ilda Boccassini urlerà la sua rabbia rivolgendosi ai colleghi Falcone: "Gli uomini passano, le idee restano. nell'aula magna del Tribunale di Milano: «Voi avete fatto morire Restano le loro tensioni morali e continueranno a Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate camminare sulle gambe di altri uomini". di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali». Nel suo sfogo il magistrato, che si farà trasferire a Caltanissetta per indagare sulla strage di Capaci, ricorderà anche il linciaggio subito dall'amico Falcone da parte dei suoi colleghi magistrati, anche facenti capo alla stessa corrente cui Falcone aderiva: « Due mesi fa ero a Palermo in un'assemblea dell'Anm. Non potrò mai dimenticare quel giorno. Le parole più gentili, specie da Magistratura democratica, erano queste: Falcone si è venduto al potere politico. Mario Almerighi lo ha definito un nemico politico. Ora io dico che una cosa è criticare la Superprocura. Un'altra, come hanno fatto il Consiglio superiore della Magistratura, gli intellettuali e il cosiddetto fronte antimafia, è dire che Giovanni non fosse più libero dal potere politico. A Giovanni è stato impedito nella sua città di fare i processi di mafia. E allora lui ha scelto l'unica strada possibile, il ministero della Giustizia, per fare in modo che si realizzasse quel suo progetto: una struttura unitaria contro la mafia. Ed è stata una rivoluzione. » La Boccassini criticherà anche l'atteggiamento dei magistrati milanesi impegnati in Mani pulite: « Tu, Gherardo Colombo, che diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale? Giovanni è morto con l'amarezza di sapere che i suoi colleghi lo consideravano un traditore. E l'ultima ingiustizia l'ha subìta proprio da quelli di Milano, che gli hanno mandato una richiesta di rogatoria per la Svizzera senza gli allegati. Mi ha telefonato e mi ha detto: "Non si fidano neppure del direttore degli Affari penali" » Ilda Boccassini, confermerà le critiche in un'intervista a La Repubblica del maggio 2002[16] , in occasione dell'affissione di targa in memoria di Giovanni Falcone al ministero della Giustizia. Il magistrato criticherà gli onori postumi offerti a Falcone, sostenendo che
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    Giovanni Falcone 63 « Né il Paese né la magistratura né il potere, quale ne sia il segno politico, hanno saputo accettare le idee di Falcone, in vita, e più che comprenderle, in morte, se ne appropriano a piene mani, deformandole secondo la convenienza del momento.[...] Non c'è stato uomo la cui fiducia e amicizia è stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di "amici" che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito  » Nell'intervista ricorderà anche come diversi magistrati e politici, sia vicini a partiti della sinistra che della destra, criticarono fortemente Falcone quando questo era ancora vivo. In particolare, l'opposizione a Falcone dei magistrati vicini al Pds fu fortissima: al Csm, per tre volte il magistrato palermitano subì dei veti. Quando concorse al posto di super-procuratore antimafia, gli venne preferito Agostino Cordova, procuratore capo di Palmi. Alessandro Pizzorusso, componente laico del Csm designato dal Partito Comunista, firmò un articolo sull'Unità sostenendo che Falcone non fosse "affidabile" e che essendo "governativo", avrebbe perso le sue caratteristiche di indipendenza. Successivamente, quando al Consiglio superiore della magistratura si dovette decidere se Falcone dovesse essere posto o meno a capo dell'Ufficio istruzione di Palermo, gli venne preferito Antonino Meli; votarono per quest'ultimo e quindi contro Falcone anche gli esponenti di Magistratura democratica, vicini al Pds, Giuseppe Borré ed Elena Paciotti, quest'ultima poi eletta europarlamentare dei Democratici di Sinistra. Dopo la sua morte, Leoluca Orlando, commentando l'ostracismo che Falcone subì da parte di alcuni colleghi negli ultimi mesi di vita, dirà: «L'isolamento era quello che Giovanni si era scelto entrando nel Palazzo dove le diverse fazioni del regime stavano combattendo la battaglia finale». All'esecrazione dell'assassinio, il 4 giugno si unisce anche il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l'impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente[17] . Intanto, Paolo Borsellino, intraprenderà la sua ultima lotta contro il tempo, che durerà appena altri cinquantotto giorni, indagando nel tentativo di dare giustizia all'amico Giovanni. Il 25 Giugno 1992, durante un Convegno a Palermo organizzato da La Rete e dalla rivista Micromega [18] [19] , Paolo Borsellino affermò: « Il vero obiettivo del CSM era eliminare al più presto Giovanni Falcone » « Quando Giovanni Falcone solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il CSM, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli. » L'eredità Al magistrato, in Sicilia e nel resto d'Italia sono state dedicate molte scuole e strade, nonché una piazza nel centro di Palermo. A Falcone e al suo collega Borsellino è stato dedicato anche l'Aeroporto di Palermo-Punta Raisi. Un albero situato di fronte l'ingresso del suo appartamento, in via Emanuele Notarbartolo a Palermo, raccoglie messaggi, regali e fiori dedicati al giudice: è "l'albero Falcone"[20] . Il 23 gennaio 2008, su proposta del sindaco Walter Veltroni, con una risoluzione approvata all'unanimità dal Consiglio dell'VIII Municipio di Francobollo commemorativo Roma, la località Ponte di Nona è stata rinominata Villaggio Falcone in suo onore[21] .
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    Giovanni Falcone 64 Attualmente all'uscita di Capaci, dov'è avvenuto l'attentato, è eretta una colonna che espone i nomi delle vittime di quel 23 maggio 1992. La Corte Suprema degli Stati Uniti, massimo organo giurisdizionale USA, ricorda il 29 ottobre 2009 Giovanni Falcone in una seduta solenne quale "martire della causa della giustizia"[22] . Opere • Rapporto sulla mafia degli anni '80. Gli atti dell'Ufficio istruzione del tribunale di Palermo, Palermo, S. F. Flaccovio, 1986. • Cose di Cosa Nostra, in collaborazione con Marcelle Padovani, Milano, Rizzoli, 1991. • Io accuso. Cosa nostra, politica e affari nella requisitoria del maxiprocesso, Roma, Libera informazione, 1993. Bibliografia • Fondazione Giovanni Falcone, Giovanni Falcone: interventi e proposte (1982 – 1992) a cura di F. Patroni Griffi, Sansoni, Firenze 1994 • Marcelle Padovani e Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, ISBN 978-88-17-00233-2, BUR, Milano 1991 • Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone [23], Rizzoli, Milano 1993; Feltrinelli, Milano, 2006 • Claudio Fava, Cinque delitti imperfetti: Impastato, Giuliano, Insalaco, Rostagno, Falcone, Mondadori, Milano 1994 • Lucio Galluzzo, Obiettivo Falcone, Pironti, Napoli 1992 • Saverio Lodato, Ho ucciso Giovanni Falcone: la confessione di Giovanni Brusca, Mondadori, Milano 1999 • Giammaria Monti, Falcone e Borsellino: la calunnia il tradimento la tragedia, Editori Riuniti, Roma 1996 • Luca Rossi, I disarmati: Falcone, Cassarà e gli altri, Mondadori, Milano 1992 • Raoul Muhm , Gian Carlo Caselli : Il ruolo del Pubblico Ministero - Esperienze in Europa ; Die Rolle des Staatsanwaltes - Erfahrungen in Europa ; Le role du Magistrat du Parquet - Expériences en Europe ; The role of the Public Prosecutor - Experiences in Europe ; Vecchiarelli Editore Manziana (Roma) 2005, ISBN 88-8247-156-X • Alexander Stille, Excellent Cadavers, Vintage (Jonathan Cape) 1995 • Luigi Garlando, Per questo mi chiamo Giovanni Fabbri 2004 • Anna Falcone, Maria Falcone, Leone Zingales, Giovanni Falcone, un uomo normale, Ed. Aliberti, 2007, ISBN 978-88-7424-253-5 • Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, Feltrinelli Editore, 1993, ISBN 978-88-07-12010-7 Onorificenze Medaglia d'oro al valor civile «Magistrato tenacemente impegnato nella lotta contro la criminalità organizzata, consapevole dei rischi cui andava incontro quale componente del 'pool antimafia', dedicava ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la sfida sempre più minacciosa lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Proseguiva poi tale opera lucida, attenta e decisa come Direttore degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia ma veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando la propria esistenza, vissuta al servizio delle Istituzioni.» — Palermo, 5 agosto 1992
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    Giovanni Falcone 65 Cinema • Giovanni Falcone, (1993) • I Giudici - Excellent Cadavers, (1999), Scheda su Excellent Cadavers [24] dell'Internet Movie Database • Giovanni Falcone, l'uomo che sfidò Cosa Nostra, (2006), Scheda su Giovanni Falcone, l'uomo che sfidò Cosa Nostra [25] dell'Internet Movie Database • In un altro paese, (2006), recensione [26] sul quotidiano la Repubblica ( 22 luglio 2007 ). Musica • Il coraggio della solitudine, (2007), [27] sul quotidiano la Repubblica ( 23 maggio 2007 ). Musiche di Stefano Fonzi, testi di Giommaria Monti. Edizioni Musicali Rai Trade Altri progetti • Wikiquote contiene citazioni di o su Giovanni Falcone Collegamenti esterni • Cuffaro polemizza al Costanzo-Samarcanda (presente anche Falcone) [28] • Giovanni Falcone - Anomalia palermitana [29] La Storia siamo Noi - Rai Educational • La strage di Capaci [30] • Totò Cuffaro, durante una trasmissione di Costanzo, aggredisce verbalmente Falcone, mentre è ancora in vita [31] • Fonte: La Repubblica, 22.12.2009, "Il custode dei segreti di Falcone: «Dai suoi archivi spariti molti dati»" [32] - "Mancano 20 dischetti dall'archivio di Falcone" [33] Note [1] Giovanni Falcone, Marcelle Padovani 1991, 2004, op. cit. [2] Citato in: F. La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Feltrinelli, Milano 2006, p. 24. [3] Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone], pag. 23-36 [4] Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone], pag. 37-44 [5] Video dell'intervista di Paolo Borsellino con Lamberto Sposini (http:/ / www. youtube. com/ watch?v=NL0trFpyxOA) su YouTube [6] Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto [7] http:/ / digilander. libero. it/ inmemoria/ falcone_meli. htm [8] Anche se al suo dossier difensivo al CSM il sostituto procuratore Ayala fa discendere un ulteriore elemento di delegittimazione del pool antimafia, cioè gli addebiti deontologici che portarono al suo trasferimento per incompatibilità ambientale: Giuseppe AYALA: Chi ha paura muore ogni giorno – Mondadori 2008. [9] «QUANDO COSSIGA CONVOCO' LE TOGHE DI SICILIA» (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 1993/ 10/ 21/ quando-cossiga-convoco-le-toghe-di-sicilia. html). La Repubblica, 21-10-1993, pag. 4. URL consultato in data 24-01-2010. [10] Costanzo Show: Totò Cuffaro aggredisce Giovanni Falcone (http:/ / www. youtube. com/ watch?gl=IT& hl=it& v=F5MZmJLMQ9Y) in Video di YouTube. URL consultato il 18-10-2009. [11] «MANNINO NON E' MAFIOSO E IL CASO VIENE ARCHIVIATO» (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 1991/ 10/ 12/ mannino-non-mafioso-il-caso-viene. html). La Repubblica, 12-10-1991, pag. 6. URL consultato in data 18-10-2009. [12] Citato in: F. La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Feltrinelli, Milano 2006, p. 120, 137-141. [13] Citato in: F. La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Feltrinelli, Milano 2006, p. 169. [14] Si veda: C. Lucarelli, Blu Notte - Misteri Italiani (sesta serie - 2004), La Mattanza: dai silenzi sulla Mafia al silenzio della Mafia [15] http:/ / www. youtube. com/ watch?v=mtzTlTqVkiY [16] Giuseppe D'Avanzo. «Boccassini: "Falcone un italiano scomodo"» (http:/ / www. repubblica. it/ online/ politica/ falcone/ falcone/ falcone. html). La Repubblica, 21-5-2002. URL consultato in data 18-10-2009. [17] Si veda: C. Lucarelli, Blu Notte - Misteri Italiani (sesta serie - 2004), La Mattanza: dai silenzi sulla Mafia al silenzio della Mafia [18] Una fra le numerose fonti online (http:/ / www. societacivile. it/ previsioni/ articoli_previ/ sciascia. html) [19] Trascrizione intervento (http:/ / liquida. noblogs. org/ post/ 2006/ 12/ 26/ 25-giugno-1992-ultimo-intervento-pubblico-di-paolo-borsellino) [20] Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, pag 180
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    Giovanni Falcone 66 [21] Nuova denominazione per Ponte di Nona P.d.z. "Villaggio Falcone" (http:/ / www. romamunicipiodelletorri. it/ Primo Piano/ Notizie Primo Piano/ Villaggio Falcone. htm) [22] «Gli Usa ricordano Falcone» (http:/ / www. lasiciliaweb. it/ index. php?id=29813& template=lasiciliaweb). La Sicilia, 30-10-2009. URL consultato in data 30-10-2009. [23] http:/ / books. google. it/ books?id=3DvxqVPSwekC& printsec=frontcover& dq=giovanni+ falcone& client=firefox-a& sig=ACfU3U1jswcx5S9noIUi_kKuiIjyhBNoHg#PPA24,M1 [24] http:/ / www. imdb. it/ title/ tt0151734/ [25] http:/ / www. imdb. it/ title/ tt0883368/ [26] http:/ / www. repubblica. it/ 2007/ 07/ sezioni/ spettacoli_e_cultura/ film-mafia-stille/ film-mafia-stille/ film-mafia-stille. html [27] http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2007/ 05/ 23/ falcone-mille-ragazzi-lo-ricordano-corleone. html [28] http:/ / video. google. it/ videoplay?docid=1054793156825213625 [29] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=334 [30] http:/ / digilander. libero. it/ inmemoria/ strage_capaci. htm [31] http:/ / it. youtube. com/ watch?v=F5MZmJLMQ9Y [32] http:/ / palermo. repubblica. it/ dettaglio/ il-custode-dei-segreti-di-falcone-dai-suoi-archivi-spariti-molti-dati/ 1811349 [33] http:/ / palermo. repubblica. it/ multimedia/ home/ 22235706 Paolo Borsellino « Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola. » (Paolo Borsellino) Paolo Borsellino Paolo Emanuele Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992) è stato un magistrato italiano, vittima della mafia. È considerato un eroe italiano, come Giovanni Falcone, di cui fu amico e collega.
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    Paolo Borsellino 67 Biografia Nato a Palermo nel quartiere popolare La Kalsa, in cui vivevano tra gli altri anche Giovanni Falcone e Tommaso Buscetta, dopo aver frequentato le scuole dell'obbligo Borsellino si iscrisse al Liceo Classico "Giovanni Meli" di Palermo. Durante gli anni del liceo diventò direttore del giornale studentesco "Agorà". Nel giugno del 1958 si diplomò con ottimi voti e l'11 settembre dello stesso anno si iscrisse a Giurisprudenza a Palermo[1] . Dopo una rissa tra studenti "neri" e "rossi" finì erroneamente anche lui di fronte al magistrato Cesare Terranova, cui dichiarò la propria estraneità ai fatti. Il giudice sentenziò che Borsellino non era implicato nell'episodio. Proveniente da una famiglia con simpatie politiche di destra, nel 1959 si iscrisse al FUAN, organizzazione degli universitari missini di cui divenne membro dell'esecutivo provinciale, e fu eletto come rappresentante studentesco nella lista del FUAN "Fanalino" di Palermo[2] . Il 27 giugno 1962, all'età di ventidue anni, Borsellino si laureò con 110 e lode con una tesi su "Il fine dell'azione delittuosa" con relatore il professor Giovanni Musotto. Pochi giorni dopo, a causa di una malattia, suo padre morì all'età di cinquantadue anni. Borsellino si impegnò allora con l'ordine dei farmacisti a mantenere attiva la farmacia del padre fino al raggiungimento della laurea in farmacia della sorella Rita. Durante questo periodo la farmacia fu data in gestione per un affitto bassissimo, 120.000 lire al mese[3] e la famiglia Borsellino fu costretta a gravi rinunce e sacrifici. A Paolo fu concesso l'esonero dal servizio militare poiché egli risultava "unico sostentamento della famiglia". Nel 1967 Rita si laureò in farmacia e il primo stipendio da magistrato di Paolo servì a pagare la tassa governativa. Il 23 dicembre 1968 sposò Agnese Piraino Leto, figlia di Angelo Piraino Leto, a quel tempo magistrato presidente del tribunale di Palermo. Un murales rappresentante i magistrati Falcone e Borsellino (a destra)
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    Paolo Borsellino 68 La carriera da giudice «  L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati. » (Paolo Borsellino, Istituto Tecnico Professionale di Bassano del Grappa 26/01/1989) Nel 1963 Borsellino partecipò al concorso per entrare in magistratura; classificatosi venticinquesimo sui 110 posti disponibili, con il voto di 57, divenne il più giovane magistrato d'Italia[4] . Nel 1967 fu nominato pretore a Mazara del Vallo. Nel 1969 fu pretore a Monreale, dove lavorò insieme ad Emanuele Basile, capitano dei Carabinieri. Proprio qui ebbe modo di conoscere per la prima volta la nascente mafia dei corleonesi[5] . Il 21 marzo 1975 fu trasferito a Palermo ed il 14 luglio entrò nell'ufficio istruzione affari penali sotto la guida di Rocco Chinnici. Con Chinnici si stabilì un rapporto, più tardi descritto dalla sorella Rita Borsellino e da Caterina Chinnici, figlia del capo dell'Ufficio, come di "adozione" non soltanto professionale. La vicinanza che si stabilì fra i due uomini e le rispettive famiglie fu intensa e fu al giovane Paolo che Chinnici affidò la figlia, che abbracciava anch'essa quella carriera, in una sorta di tirocinio[6] . Il 1980 si aprì con l'arresto dei primi sei mafiosi grazie all'indagine condotta da Basile e Borsellino sugli appalti truccati a Palermo a favore degli esponenti di Cosa Nostra, ma nello stesso anno Emanuele Basile fu assassinato e fu decisa l'assegnazione di una scorta alla famiglia Borsellino. Il pool antimafia In quell'anno si costituì il "pool" antimafia nel quale sotto la guida di Chinnici lavorarono alcuni magistrati (fra gli altri, Falcone, Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Barrile) e funzionari della Polizia di Stato (Cassarà e Montana). Nel racconto che ne fece lo stesso Borsellino, il pool nacque per risolvere il problema dei giudici istruttori che lavoravano individualmente, separatamente, ognuno "per i fatti suoi", senza che uno scambio di informazioni fra quelli che si occupavano di materie contigue potesse consentire, nell'interazione, una maggiore via D'Amelio: l'albero che ricorda il luogo efficacia con un'azione penale coordinata capace di fronteggiare il dell'uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta fenomeno mafioso nella sua globalità[6] . Uno dei primi esempi concreti del coordinamento operativo fu la collaborazione fra Borsellino e l'appena "acquisito" Di Lello, che Chinnici aveva voluto e richiesto in squadra: Di Lello prendeva giornalmente a prestito la documentazione che Borsellino produceva e gliela rendeva la mattina successiva, dopo
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    Paolo Borsellino 69 averla studiata come fossero "quasi delle dispense sulla lotta alla mafia". E presto, senza che le note divergenze politiche[7] potessero essere di più che mera materia di battute, anche fra i due il legame professionale si estese all'amicizia personale[6] . Del resto era proprio la formazione di una conoscenza condivisa uno degli effetti, ma prima ancora uno degli scopi, della costituzione del pool: come ebbe a dire Guarnotta, si andava ad esplorare un mondo che sinora era sconosciuto per noi in quella che era veramente la sua essenza[6] . Nel pool andò formandosi una "gerarchia di fatto", come la chiamò Di Lello: fondata sulle qualità personali di Falcone e Borsellino, tributari di questa leadership per superiori qualità - sempre secondo lo stesso collega - di "grande intelligenza, grandissima memoria e grande capacità di lavoro"; ed i colleghi non l'avrebbero discussa, questa supremazia, anche per il timore di essere sfidati a sostituirli[6] . Tutti i componenti del pool chiedevano espressamente l'intervento dello Stato, che non arrivò. Qualcosa faticosamente giunse nel 1982, a prezzo però di nuovo altro sangue "eccellente", quando dopo l'omicidio del deputato comunista Pio La Torre, il ministro dell'interno Virginio Rognoni inviò a Palermo il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, che proprio in Sicilia e contro la mafia aveva iniziato la sua carriera di ufficiale, nominandolo prefetto. E quando anche questi trovò la morte, 100 giorni dopo, nella strage di via Carini, il parlamento italiano riuscì a varare la cosiddetta "legge Rognoni-La Torre" con la quale si istituiva il reato di associazione mafiosa (l'articolo 416 bis del codice penale) che il pool avrebbe sfruttato per ampliare le investigazioni sul fronte bancario, all'inseguimento dei capitali riciclati; era questa la strada che Giovanni Falcone ed i suoi colleghi del pool maggiormente intendevano seguire, una strada anni prima aperta dalle indagini finanziarie di Boris Giuliano (sul cui omicidio investigava il capitano Basile quando a sua volta assassinato) a proposito dei rapporti fra il capomafia Leoluca Bagarella ed il losco finanziere Michele Sindona. Il 29 luglio 1983 fu ucciso Rocco Chinnici, con l'esplosione di un'autobomba[8] , e pochi giorni dopo giunse a Palermo da Firenze Antonino Caponnetto. Il pool chiese una mobilitazione generale contro la mafia. Nel 1984 fu arrestato Vito Ciancimino, mentre Tommaso Buscetta ("Don Masino", come era chiamato nell'ambiente mafioso), catturato a San Paolo del Brasile ed estradato in Italia, iniziò a collaborare con la giustizia. Buscetta descrisse in modo dettagliato la struttura della mafia, di cui fino ad allora si sapeva ben poco. Nel 1985 furono uccisi da Cosa Nostra, a pochi giorni l'uno dall'altro, il commissario Giuseppe Montana ed il vice-questore Ninni Cassarà[9] . Falcone e Borsellino furono per sicurezza trasferiti nella foresteria del carcere dell'Asinara, nella quale iniziarono a scrivere l'istruttoria per il cosiddetto "maxiprocesso", che mandò alla sbarra 475 imputati. Si seppe in seguito che l'amministrazione penitenziaria richiese poi ai due magistrati un rimborso spese ed un indennizzo per il soggiorno trascorso [10] . Senza il camino fa freddo... Pochi giorni prima di essere assassinato, Borsellino incontrò lo scrittore Luca Rossi cui raccontò diversi aneddoti della sua esperienza professionale, fra i quali uno riguardante degli accertamenti che insieme con Falcone conducevano in merito ad alcune delle rivelazioni di Buscetta. Don Masino aveva descritto minuziosamente la villa dei cugini Salvo, e questa descrizione, cruciale per attestare l'attendibilità del teste (ed ancora più cruciale visto quanto questo particolare teste stava risultando essenziale nell'azione complessiva del pool, che su queste spendeva la sua credibilità operativa), parlava di un grande salone che aveva al centro un grande camino. Durante il sopralluogo nella villa, però, quasi tutto corrispondeva al racconto del pentito, meno che il camino, che non c'era. Falcone allora, guardando costernato Borsellino, fece il gesto della pistola alla tempia e gli disse "adesso possiamo spararci tutt'e due". La discrepanza poteva infatti in rapida successione rendere inattendibile il teste, privare l'impianto dell'indagine di uno dei suoi tasselli centrali, esporre l'intero pool alle accuse già ventilate di approssimazione professionale o, peggio, di intenti persecutorii nei confronti di onesti cittadini. Borsellino avvicinò il custode della villa e, dopo averci chiacchierato di cose insignificanti, ad un certo punto gli chiese per [11] curiosità cosa usassero per scaldarsi d'inverno. Il custode ripose: "Col camino. Ma d'estate lo spostiamo in giardino" .
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    Paolo Borsellino 70 Borsellino a Marsala Borsellino chiese ed ottenne (il 19 dicembre 1986) di essere nominato Procuratore della Repubblica di Marsala. La nomina superava il limite ordinariamente vigente del possesso di alcuni requisiti principalmente relativi all'anzianità di servizio[12] . Secondo il collega Giacomo Conte[13] la scelta di decentrarsi e di assumere un ruolo autonomo rispondeva ad una sua intuizione per la quale l'accentramento delle indagini istruttorie sotto la guida di una sola persona esponeva non solo al rischio di una disorganicità complessiva dell'azione contro la mafia, ma anche a quello di poter facilmente soffocare questa azione colpendo il magistrato che ne teneva le fila; questa collocazione, "solo apparentemente periferica", fu secondo questo autore esempio della proficuità di questa collaborazione a distanza. Di parere difforme fu Leonardo Sciascia, scrittore siciliano, il quale in un articolo pubblicato su Il Corriere della Sera il 10 gennaio del 1987, si scagliò contro questa nomina invitando il lettore a prendere atto che "nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso", a conclusione di un'esposizione principiata con due autocitazioni[14] . Si tratta della nota polemica sui cosiddetti "professionisti dell'antimafia". Borsellino commentò (o lo citò) solo dopo la morte di Falcone, parlando il 25 giugno 1992 ad un dibattito, organizzato da La Rete e da MicroMega (rivista)., sullo stato della lotta alla mafia dopo la Strage di Capaci: "Tutto incominciò con quell’articolo sui professionisti dell'antimafia"[15] [16] . « Il vero obiettivo del CSM era eliminare al più presto Giovanni Falcone » ((Durante il Convegno del La Rete del 25 Giugno 1992) « Quando Giovanni Falcone solo, per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il CSM, con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il CSM ci fece questo regalo. Gli preferì Antonino Meli.  » ((Durante il Convegno del La Rete del 25 Giugno 1992) Secondo Umberto Lucentini, uno dei suoi biografi, Borsellino si era invece reso conto della crescente importanza delle cosche trapanesi, e di Totò Riina e Bernardo Provenzano, all'interno della rete criminale Cosa Nostra, che ad esempio intorno a Mazara del Vallo e nel Belice, facevano ruotare interessi notevoli che occorreva seguire da vicino[6] . Verso la fine Nel 1987, mentre il maxiprocesso si avviava alla sua conclusione[17] con l'accoglimento delle tesi investigative del pool e l'irrogazione di 19 ergastoli e 2.665 anni di pena[18] [6] , Caponnetto lasciò il pool per motivi di salute e tutti (Borsellino compreso) si attendevano che al suo posto fosse nominato Falcone, ma il Consiglio Superiore della Magistratura non la vide alla stessa maniera e il 19 gennaio 1988 nominò Antonino Meli; sorse il timore che il pool stesse per essere sciolto. Borsellino parlò allora in pubblico a più riprese, raccontando quel che stava accadendo alla procura di Palermo. In particolare, in due interviste rilasciate il 20 luglio 1988 a la Repubblica ed a L'Unità, riferendosi al CSM, dichiarò tra l'altro espressamente: "si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all'Ufficio", "hanno disfatto il pool antimafia", "hanno tolto a Falcone le grandi inchieste", "la squadra mobile non esiste più", "stiamo tornando indietro, come 10 o 20 anni fa". Per queste dichiarazioni rischiò un provvedimento disciplinare (fu messo sotto inchiesta)[19] . A seguito di un intervento del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, si decise almeno di indagare su ciò che succedeva nel palazzo di Giustizia. Il 31 luglio il CSM convocò Borsellino, il quale rinnovò accuse e perplessità. Il 14 settembre Antonino Meli, sulla base di una decisione fondata sulla mera anzianità di ruolo in magistratura, fu nominato capo del pool; Borsellino tornò a Marsala, dove riprese a lavorare alacremente insieme a giovani magistrati, alcuni di prima nomina. Iniziava
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    Paolo Borsellino 71 in quei giorni il dibattito per la costituzione di una Superprocura e su chi porvi a capo, nel frattempo Falcone fu chiamato a Roma per assumere il comando della direzione affari penali e da lì premeva per l'istituzione della Superprocura. Con Falcone a Roma, Borsellino chiese il trasferimento alla Procura di Palermo e l'11 dicembre 1991 vi ritornò come Procuratore aggiunto, insieme al sostituto Antonio Ingroia. Il cammino segnato Nel settembre del 1991, la mafia aveva già abbozzato progetti per l'uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu Vincenzo Calcara, picciotto della zona di Castelvetrano cui la Cupola mafiosa, per bocca di Francesco Messina Denaro (capo della cosca di Trapani), aveva detto di tenersi pronto per l'esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare o mediante un fucile di precisione, o con un'autobomba. Assai onorato dell'incarico, che gli avrebbe consentito la scalata di qualche gradino nella gerarchia mafiosa, il mafioso attendeva l'ordine di entrare in azione come cecchino qualora si fosse propeso per questa soluzione. Ma Calcara fu arrestato il 5 novembre e la sua situazione in carcere si fece assai pericolosa poiché, secondo quanto da lui stesso indicato, aveva in precedenza intrecciato una relazione con la figlia di uno dei capi di Cosa Nostra, uno sbilanciamento del tutto contrario alle "regole" mafiose e sufficiente a costargli la vita; se da latitante poteva ancora essere utilizzato per "lavori sporchi", da carcerato invece gli restava solo la condanna a morte emessa dall'organizzazione. Prima che finisse il periodo di isolamento, Calcara decise di diventare collaboratore di giustizia e si incontrò proprio con Borsellino, al quale, una volta rivelatogli il piano e l'incarico, disse: "lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla". Dopo di ciò, raccontò sempre il pentito, gli chiese di poterlo abbracciare e Borsellino avrebbe commentato: "nella mia vita tutto potevo immaginare, tranne che un uomo d'onore mi abbracciasse"[20] . Il pomeriggio del 19 maggio 1992, nel corso dell'XI scrutinio delle elezioni presidenziali, i 47 parlamentari del MSI votarono per Paolo Borsellino come Presidente della Repubblica. Il 23 maggio 1992 nell'attentato di Capaci persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. « Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninnì Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo. Mi disse: "Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano". » (Paolo Borsellino, intervista a Lamberto Sposini dell'inizio di luglio) Il 19 luglio, 57 giorni dopo Capaci, Paolo Borsellino fu ucciso insieme agli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina). Una settimana dopo la strage, la giovanissima testimone di giustizia Rita Atria, che proprio per la fiducia che riponeva nel giudice Borsellino si era decisa a collaborare con gli inquirenti pur al prezzo di recidere i rapporti con la madre, si uccise. Diversi pentiti di mafia ritrattarono alcune accuse precedentemente espresse.
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    Paolo Borsellino 72 Dichiarazioni e rifiuti Borsellino rilasciò interviste e partecipò a numerosi convegni per denunciare l'isolamento dei giudici e l'incapacità o la mancata volontà da parte della politica di dare risposte serie e convinte alla lotta alla criminalità. In una di queste Borsellino descrisse le ragioni che avevano portato all'omicidio del giudice Rosario Livatino e prefigurò la fine (che poi egli stesso fece) che ogni giudice "sovraesposto" è destinato a fare. Alla presentazione di un libro[21] alla presenza dei ministri dell'interno e della giustizia, Vincenzo Scotti e Claudio Martelli, nonché del capo della polizia Vincenzo Parisi, dal pubblico fu chiesto a Borsellino se intendesse candidarsi alla successione di Falcone alla "Superprocura"; alla sua risposta negativa Scotti intervenne annunciando di aver concordato con Martelli di chiedere al CSM di riaprire il concorso ed invitandolo formalmente a candidarsi. Borsellino non rispose a parole, sebbene il suo biografo Lucentini abbia così descritto la sua reazione: "dal suo viso trapela una indignazione senza confini""[22] . Rispose al ministro per iscritto, giorni dopo: "La scomparsa di Giovanni Falcone mi ha reso destinatario di un dolore che mi impedisce di rendermi beneficiario di effetti comunque riconducibili a tale luttuoso evento"[23] . La penultima intervista di Borsellino e le sue versioni Due mesi prima di essere ucciso, Paolo Borsellino rilasciò un'intervista ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi (21 maggio 1992)[24] . L'intervista mandata in onda da RaiNews 24 nel 2000 era di trenta minuti, quella originale era invece di cinquantacinque minuti. La trascrizione dell'intervista integrale si trova qui [25] Lenzuoli dedicati a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino « All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso » (Paolo Borsellino, in quella intervista) In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parlò anche dei legami tra la mafia e l'ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell'Utri. Alla domanda se Mangano fosse un "pesce pilota" della mafia al Nord, Borsellino rispose che egli era sicuramente una testa di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord d'Italia. Sui rapporti con Berlusconi invece, nosatante
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    Paolo Borsellino 73 esplicitamente sollecitato dall'intervistatore, si astenne da qualsiasi giudizio. Anche alla luce di quest'intervista e del ruolo di Mangano così come descritto da Borsellino (testa di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord d'Italia) destò scalpore la dichiarazione di Marcello Dell'Utri, condivisa dal presidente del consiglio dei ministri Silvio Berlusconi riferita a Vittorio Mangano: egli fu, a modo suo, un eroe[26] [27] Paolo Guzzanti aveva sostenuto che l'intervista trasmessa da Rai News 24 era stata manipolata, i giornalisti della rete gli fecero causa, ma fu assolto. Vi era corrispondenza tra la cassetta ricevuta ed il contenuto trasmesso, ma non con il video originale. Alcune risposte erano state tagliate e messe su altre domande. Ad esempio, quando Borsellino parla di "cavalli in albergo" per indicare un traffico di droga, non si riferiva ad una telefonata fra Dell'Utri e Mangano come poteva sembrare dalla domanda dell'intervistatore (che faceva riferimento ad un'intercettazione dell'inchiesta di San Valentino, che Borsellino aveva seguito solo per poco tempo), ma ad una fra Mangano e un mafioso della famiglia Inzerillo.[28] Nel numero de L'Espresso dell'8 aprile 1994 fu pubblicata una versione più estesa dell'intervista[29] . L'intervista, e i tagli relativi alla sua versione televisiva, furono citati anche dal tribunale di Palermo nella sentenza di condanna di Gaetano Cinà e Marcello Dell'Utri: « Un riferimento a quelle indagini si rinviene nella intervista rilasciata il 21 maggio 1992 dal dr. Paolo Borsellino ai giornalisti Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo. In dibattimento il Pubblico Ministero ha prodotto la cassetta contenente la registrazione originale di quella intervista che, nelle precedenti versioni, aveva subito, invece, evidenti manipolazioni ed era stata trasmessa a diversi anni di distanza dal momento in cui era stata resa, malgrado l’indubbio rilievo di un simile documento. » [30] (Dalla sentenza di condanna di Dell'Utri Pag 431 ) Nella sentenza fu poi riportato il brano dell'intervista relativo all'uso del termine "cavalli" per indicare la droga e sulle precedenti condanne di Mangano, in una versione ancora differente rispetto alle due già diffuse, trascritta dal nastro originale. Nella stessa sentenza era poi riportata l'intercettazione della telefonata intercorsa tra Mangano (la cui linea era sotto controllo) e Dell'Utri[31] , relativo al blitz di San Valentino, in cui veniva citato un "cavallo", a cui aveva fatto riferimento il giornalista nelle domande dell'intervista a Borsellino.[32] . La sentenza specificava però che: « Tra le telefonate intercettate (il cui tenore aveva consentito di disvelare i loschi traffici ai quali il Mangano si era dedicato in quegli anni) si inserisce quella del 14 febbraio 1980 intercorsa tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri. È opportuno chiarire subito che questa conversazione, pur avendo ad oggetto il riferimento a “cavalli”, termine criptico usato dal Mangano nelle conversazioni telefoniche per riferirsi agli stupefacenti che trafficava, non presenta un significato chiaramente afferente ai traffici illeciti nei quali il Mangano era in quel periodo coinvolto e costituisce il solo contatto evidenziato, nel corso di quelle indagini, tra Marcello Dell’Utri e i diversi personaggi attenzionati dagli investigatori. »
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    Paolo Borsellino 74 La strage di via d'Amelio Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D'Amelio, dove viveva sua madre. Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa 100 kg di tritolo a bordo, esplose al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Francobollo commemorativo Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, ferito mentre parcheggiava uno dei veicoli della scorta [33] . Pochi giorni prima di essere ucciso, durante un incontro organizzato dalla rivista MicroMega, così come in una intervista televisiva a Lamberto Sposini, Borsellino aveva parlato della sua condizione di "condannato a morte". Sapeva di essere nel mirino di Cosa Nostra e sapeva che difficilmente la mafia si lascia scappare le sue vittime designate. Antonino Caponnetto, che subito dopo la strage aveva detto, sconfortato, "Non c'è più speranza...", intervistato anni dopo da Gianni Minà ricordò che "Paolo aveva chiesto alla questura – già venti giorni prima dell'attentato – di disporre la rimozione dei veicoli nella zona antistante l'abitazione della madre. Ma la domanda era rimasta inevasa. Ancora oggi aspetto di sapere chi fosse il funzionario responsabile della sicurezza di Paolo, se si sia proceduto disciplinarmente nei suoi confronti e con quali conseguenze"[34] . Via d'Amelio come strage di Stato « Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d'accordo. » [35] (Lirio Abbate, Peter Gomez ) Nell'introduzione del libro L'agenda rossa di Paolo Borsellino Marco Travaglio scrive: « Oggi, quindici anni dopo, non è cambiato nulla. L’impressione è che, ai piani alti del potere, quelle verità indicibili le conoscano in tanti, ma siano d’accordo nel tenerle coperte da una spessa coltre di omissis. Per sempre. L’agenda rossa è la scatola nera della Seconda Repubblica. Grazie a questo libro cominciamo a capire qualcosa anche noi » [36] (Marco Travaglio ) Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino, parla esplicitamente di "strage di Stato": « Perché quello che è stato fatto è proprio cercare di fare passare l’assassinio di Paolo e di quei ragazzi che sono morti in via D’Amelio come una strage di mafia. [...] Hanno messo in galera un po’ di persone - tra l’altro condannate per altri motivi e per altre stragi - e in questa maniera ritengono di avere messo una pietra tombale sull’argomento. Devo dire che purtroppo una buona parte dell’opinione pubblica, cioè quella parte che assume le proprie informazioni semplicemente dai canali di massa - televisione e giornali - è caduta in questa chiamiamola “trappola” [...] Quello che noi invece cerchiamo in tutti i modi di far capire alla gente [...] è che questa è una strage di stato, nient’altro che una strage di stato. E vogliamo far capire anche che esiste un disegno ben preciso che non fa andare avanti certe indagini, non fa andare avanti questi processi, che mira a coprire di oblio agli occhi dell’opinione pubblica questa verità, una verità tragica perché mina i fondamenti di questa nostra repubblica. Oggi questa nostra seconda repubblica è una diretta conseguenza delle stragi del ‘92 » [37] (Salvatore Borsellino )
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    Paolo Borsellino 75 L'eredità « Io accetto la... ho sempre accettato il... più che il rischio, la... condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli. Il... la sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in... in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare... dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro. » (Paolo Borsellino, intervista a Sposini, inizio luglio 1992) La figura di Paolo Borsellino, come quella di Giovanni Falcone, ha lasciato un grande esempio nella società civile e nelle istituzioni. Alla sua memoria sono state intitolate numerose scuole e associazioni, nonché (insieme all'amico e collega) l'aeroporto internazionale "Falcone e Borsellino" (ex "Punta Raisi", Palermo) ed un'aula della facoltà di Giurisprudenza all'Università di Roma La Sapienza. Anche il cinema e la televisione hanno onorato la memoria del magistrato palermitano: • Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara; • I giudici di Ricky Tognazzi; • Gli angeli di Borsellino di Rocco Cesareo; • Paolo Borsellino, miniserie televisiva del 2004 di Gianluca Maria Tavarelli; • Paolo Borsellino - Essendo Stato, scritto e diretto da Ruggero Un rosone in bronzo, opera di Tommaso Geraci, commemora insieme Falcone e Borsellino all'aeroporto Cappuccio. loro dedicato di Palermo. Nell'iscrizione, si legge: "L'orgoglio della Nuova Sicilia" « Un giudice vero fa quello che ha fatto Borsellino, uno che si trova solo occasionalmente a fare quel mestiere e non ha la vocazione può scappare, chiedere un trasferimento se ne ha il tempo e se gli viene concesso. Borsellino, invece, era di un'altra tempra, andò incontro alla morte con una serenità e una lucidità incredibili. » [38] (Antonino Caponnetto, intervista a Gianni Minà, maggio 1996 ) Onorificenze Medaglia d'oro al valor civile «Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo, esercitava la propria missione con profondo impegno e grande coraggio, dedicando ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la proterva sfida lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Nonostante le continue e gravi minacce, proseguiva con zelo ed eroica determinazione il suo duro lavoro di investigatore, ma veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando la propria esistenza, vissuta al servizio dei più alti ideali di giustizia e delle Istituzioni.» — Palermo, 19 luglio 1992
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    Paolo Borsellino 76 Musica • Il coraggio della solitudine, (2007), [27] sul quotidiano la Repubblica ( 23 maggio 2007 ). Bibliografia • Maurizio Calvi, Crescenzo Fiore, Figure di una battaglia: documenti e riflessioni sulla mafia dopo l'assassinio di G. Falcone e P. Borsellino, Dedalo, 1992 ISBN 9788822061379 • Giustizia e Verità. Gli scritti inediti di Paolo Borsellino, a cura di Giorgio Bongiovanni, Ed. Associazione Culturale Falcone e Borsellino, 2003 • Rita Borsellino, Il sorriso di Paolo, EdiArgo, Ragusa, 2005 • Umberto Lucentini, Paolo Borsellino. Il valore di una vita, Mondadori 1994, riedito San Paolo 2004. • Giammaria Monti, Falcone e Borsellino: la calunnia il tradimento la tragedia, Editori Riuniti, 1996 • Leone Zingales, Paolo Borsellino - una vita contro la mafia, Limina, 2005 • Rita Borsellino, Fare memoria per non dimenticare e capire, Maria Pacini Fazzi Editore, 2002 • Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco, L'agenda rossa di Paolo Borsellino, Chiarelettere, 2007 • Fondazione Progetto Legalità Onlus in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime della mafia, La memoria ritrovata. Storie delle vittime della mafia raccontate dalle scuole, Palumbo Editore, 2005 Voci correlate • Strage di via d'Amelio • Paolo Borsellino (miniserie televisiva) • Rita Borsellino • Rita Atria Altri progetti • Wikiquote contiene citazioni di o su Paolo Borsellino Collegamenti esterni • Video di Paolo Borsellino [39]: incontro del 26 gennaio del 1989 con gli studenti di Istituto professionale di Stato per il commercio "Remondini" di Bassano del Grappa • Sito del libro Falcone Borsellino, misteri di stato [40] • L'ultima intervista ufficiale a Paolo Borsellino [41] : l'intervista rilasciata da Paolo Borsellino ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi il 19 maggio 1992, due mesi prima della sua morte. • Video dell'ultima intervista a Borsellino [42] • L'ultimo intervento pubblico di Paolo Borsellino [43] prima di essere ucciso. Nell'atrio della biblioteca comunale di Palermo, il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino ricorda la figura di Giovanni Falcone • Paolo Borsellino. La storia del magistrato ucciso dalla mafia [44] La Storia siamo Noi - Rai Educational • Sito della Fondazione Progetto Legalità onlus in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime della mafia [45] • Sito dedicato alla vita di Paolo Borsellino [46] • Sito con video della Rai dedicato a Paolo Borsellino e a Giovanni Falcone [47]
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    Paolo Borsellino 77 Note [1] Numero di matricola 2301 [2] "Paolo Borsellino" - Umberto Lucentini - 2003 - Edizioni San Paolo [3] Il valore di una vita, pag. 35 [4] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=154 [5] www.ansa.it/legalita/static/bio/borsellino.shtml [6] La Storia siamo noi - Paolo Borsellino (http:/ / www. rai. tv/ dl/ RaiTV/ programmi/ media/ ContentItem-53f16858-7d26-4906-994a-2bab5f272362. html?p=0) [7] Borsellino era di destra, Di Lello si definisce "social-comunista". [8] La prima autobomba usata dalla mafia, secondo Rita Borsellino [9] Insieme all'agente Roberto Antiochia [10] Figure di una battaglia: documenti e riflessioni sulla mafia dopo l'assassinio di G. Falcone e P. Borsellino, pag. 121 [11] Riassunto dal relato di Enrico Deaglio, Raccolto rosso: la mafia, l'Italia e poi venne giù tutto, Feltrinelli, 1993 - ISBN 8807120100 [12] "Notiziario straordinario" n. 17 del 10 settembre 1986 del Consiglio superiore della magistratura: « Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dottor Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da parte del più giovane aspirante. » [13] Giacomo Conte (procuratore a Gela), Lo sdegno e la speranza: la lezione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in (a cura di) Franco Occhiogrosso, Ragazzi della mafia: storie di criminalità e contesti minorili, voci dal carcere, le reazioni e i sentimenti, i ruoli e le proposte, FrancoAngeli, 1993 - ISBN 8820479729 [14] Il testo dell'articolo di Sciascia online (http:/ / www. italialibri. net/ dossier/ mafia/ professionistiantimafia. html) (2 pagine) [15] Una fra le numerose fonti online (http:/ / www. societacivile. it/ previsioni/ articoli_previ/ sciascia. html) [16] Trascrizione intervento (http:/ / liquida. noblogs. org/ post/ 2006/ 12/ 26/ 25-giugno-1992-ultimo-intervento-pubblico-di-paolo-borsellino) [17] Il 16 dicembre. [18] Sentenza della Corte di Assise (pres. Alfonso Giordano) poi sostanzialmente confermata 5 anni dopo dalla Corte di Cassazione. [19] Disse lo stesso Borsellino durante la serata alla Biblioteca Comunale di Palermo il 25 giugno 1992: "per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, e forse questo lo avevo pure messo nel conto, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l'opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio. L'opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell'agosto 1988, l'opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant'è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. ". Nello stesso intervento commentò la mancata nomina di Falcone: "Si aprì la corsa alla successione all'ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli." [20] Relato testuale del pentito in La Storia siamo noi - Paolo Borsellino (http:/ / www. rai. tv/ dl/ RaiTV/ programmi/ media/ ContentItem-53f16858-7d26-4906-994a-2bab5f272362. html?p=0) (fonte per l'intero paragrafo) [21] "Gli uomini del disonore", di Pino Arlacchi [22] Umberto Lucentini, Paolo Borsellino. Il valore di una vita, Mondadori, 1994 [23] Fonte (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 1994/ gennaio/ 16/ Paolo_rifiuto_posto_Falcone_co_0_940116669. shtml) per questo paragrafo [24] Trascrizione dell'intervista (http:/ / www. rainews24. rai. it/ ran24/ speciali/ borsellino_new/ espre. htm) [25] http:/ / www. 19luglio1992. org/ index. php?option=com_content& view=article& catid=26:in-evidenza& id=2300:paolo-borsellino-lintervista-nascosta#trascrizione [26] RadioDue (http:/ / www. youtube. com/ watch?v=PD4ixdKJzOE) [27] . la Repubblica (http:/ / www. repubblica. it/ 2008/ 04/ sezioni/ politica/ verso-elezioni-18/ berlusconi-toghe/ berlusconi-toghe. html) [28] http:/ / www. paologuzzanti. it/ wp-content/ 2008/ 03/ sentenza. pdf [29] trascrizione dell'intervista (http:/ / www. rainews24. rai. it/ ran24/ speciali/ borsellino_new/ espre. htm) pubblicata su L'Espresso dell'8 aprile 1994, dal sito di Rainews 24 [30] sentenza (http:/ / www. narcomafie. it/ sentenza_dellutri. pdf) dell’11 dicembre 2004, relativa al procedimento contro Marcello Dell'Utri [31] Rapporto 0500/CAS del 13 aprile 1981 della Criminalpol di Milano. [32] Trascrizione di un'intercettazione telefonica tra Vittorio Mangano e Marcello Dell'Utri, sentenza (http:/ / www. narcomafie. it/ sentenza_dellutri. pdf) dell’11 dicembre 2004, relativa al procedimento contro Marcello Dell'Utri, pag 483 e seguenti, proveniente dal rapporto 0500/CAS dell’aprile 1981 della Criminalpol di Milano
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    Paolo Borsellino 78 [33] http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 1992/ luglio/ 21/ agente_superstite_vivo_per_miracolo_co_0_9207211793. shtml [34] Intervista di Minà a Caponnetto (http:/ / www. giannimina. it/ index. php?option=com_content& task=view& id=95& Itemid=46) [35] Lirio Abbate, Peter Gomez, I complici. Tutti gli uomini di Bernardo Provenzano, da Corleone al Parlamento, p. 36 [36] L'agenda rossa di Paolo Borsellino (http:/ / chiarelettere. ilcannocchiale. it/ ?id_blogdoc=1538344) [37] Intervista RAI a Salvatore Borsellino fratello di Paolo Borsellino (http:/ / www. forum. rai. it/ index. php?showtopic=242566) [38] Intervista di Minà a Caponnetto (http:/ / www. giannimina. it/ index. php?option=com_content& task=view& id=95& Itemid=46) [39] http:/ / www. arcoiris. tv/ modules. php?name=BigDownload& id=1902 [40] http:/ / www. falconeborsellino. net/ [41] http:/ / www. terzoocchio. org/ intervista_paolo_borsellino. php [42] http:/ / video. google. com/ videoplay?docid=2207923928642748192& q=borsellino+ dell%27utri/ [43] http:/ / liquida. noblogs. org/ post/ 2006/ 12/ 26/ 25-giugno-1992-ultimo-intervento-pubblico-di-paolo-borsellino [44] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=154 [45] http:/ / www. progettolegalita. it. [46] http:/ / www. 19luglio1992. com/ [47] http:/ / www. rai. tv/ mpprogramma/ 0,,Eventi-SpecialeFalconeBorsellino%5E16%5E118340%5Et-1,00. html
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    79 Giornalisti Mario Francese Mario Francese (Siracusa, 6 febbraio 1925 – Palermo, 26 gennaio 1979) è stato un giornalista italiano, assassinato dalla mafia. Francese iniziò la carriera come telescriventista dell'ANSA, successivamente passò a giornalista e scrisse per il quotidiano "La Sicilia" di Catania. Di simpatie monarchiche, nel 1958 viene assunto all'ufficio stampa dell'assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Siciliana. Nel frattempo intraprese la collaborazione con "Il Giornale di Sicilia" di Palermo. Nel 1968 si licenzia dall'ufficio stampa per lavorare a pieno nel giornale [1] dove si occupa della cronaca giudiziaria entrando in contatto con gli scottanti temi del fenomeno mafioso. Divenuto giornalista professionista si occupò della strage di Ciaculli, del processo ai corleonesi del 1969 a Bari, dell'omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e fu l'unico giornalista a intervistare la moglie di Totò Riina, Antonietta Bagarella. Nelle sue inchieste entrò profondamente nella analisi dell'organizzazione mafiosa, delle sue spaccatture, delle famiglie e dei capi specie del corleonese legato a Luciano Liggio e Totò Riina[2] . Fu un fervente sostenitore dell'ipotesi che quello di Cosimo Cristina fosse un assassinio di mafia. La sera del 26 gennaio 1979 venne assassinato a Palermo, davanti casa. Per l'assassinio sono stati condannati:Totò Riina, Leoluca Bagarella (che sarebbe stato l'esecutore materiale del delitto), Raffaele Ganci, Francesco Madonia, Michele Greco e Bernardo Provenzano [3] . Le motivazioni della condanna nella sentenza d'appello furono: «Il movente dell' omicidio Francese è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui la vittima aveva compiuto un'approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia degli anni '70»[4] . Media Dopo la messa in onda su Mediaset della miniserie tv Il capo dei capi, che racconta la storia del boss mafioso Totò Riina, i familiari di Mario Francese hanno protestato contro Mediaset e gli sceneggiatori del film. Nella storia, infatti, non figura il personaggio di Mario Francese (di contro, figura il personaggio inventato Biagio Schirò). Correlazioni esterne • Fondazione Francese [5] • Articolo: Mario Francese, coraggio e fiuto di un cronista [6]
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    Mario Francese 80 Note [1] Particolari biografici citati in http:/ / www. fondazionefrancese. org/ biografia. htm [2] secondo sapere.it (http:/ / www. sapere. it/ tca/ MainApp?srvc=dcmnt& url=/ tc/ storia/ percorsi/ MarioFrancese/ Mario_Home. jsp) fu il primo a citare Riina come capo mafia [3] Come riportato da Fondazionefrancese.org (http:/ / www. fondazionefrancese. org/ biografia. htm) [4] Come riportato da almanaccodeimisteri.info (http:/ / www. almanaccodeimisteri. info/ mafiafebbraio2003. htm) [5] http:/ / www. fondazionefrancese. org [6] http:/ / www. infocity. go. it/ vedi_articolo. php?id=2087 Giuseppe Fava « A che serve vivere, se non c'è il coraggio di lottare? » (Giuseppe Fava) Pippo Fava Giuseppe Fava detto Pippo (Palazzolo Acreide, 15 settembre 1925 – Catania, 5 gennaio 1984) è stato uno scrittore, giornalista e drammaturgo italiano, oltre che saggista e sceneggiatore. Fu un personaggio carismatico, apprezzato dai propri collaboratori per la professionalità e il modo di vivere semplice. È stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, secondo giornale antimafia in Sicilia. Il film Palermo or Wolfsburg, di cui ha curato la sceneggiatura, ha vinto l'Orso d'oro al Festival di Berlino nel 1980. È stato ucciso nel gennaio 1984 e per quel delitto sono stati condannati alcuni membri del clan mafioso dei Santapaola. È stato il secondo intellettuale ad essere ucciso da Cosa nostra dopo Giuseppe Impastato (9 maggio 1978). È il padre del giornalista e politico Claudio Fava.
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    Giuseppe Fava 81 Biografia Gli esordi all'Espresso sera Nacque a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, il 15 settembre 1925. I suoi genitori Giuseppe ed Elena erano maestri di scuola elementare, i suoi nonni contadini. Nel 1943 si trasferì a Catania e si laureò in giurisprudenza[1] . Nel 1952 diventò giornalista professionista. Iniziò così a collaborare a varie testate regionali e nazionali, tra cui Sport Sud, La Domenica del Corriere, Tuttosport e Tempo illustrato di Milano. Nel 1956 venne assunto dall'Espresso sera, di cui fu caporedattore fino al 1980[2] . Scriveva di vari argomenti, dal cinema al calcio, ma i suoi lavori migliori furono una serie di interviste ad alcuni boss di Cosa nostra, tra cui Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo. Molti lo avrebbero visto alla direzione del secondo quotidiano catanese, ma l'editore Mario Ciancio Sanfilippo gli preferì un altro giornalista, si disse perché non facilmente controllabile da chi comandava[1] . Teatro, cinema e radio Nel periodo in cui lavorò all'Espresso sera, Pippo Fava iniziò a scrivere per il teatro. La sua prima opera, Cronaca di un uomo, è datata 1966 e ha vinto il Premio Vallecorsi. Nel 1970 La violenza conquista il Premio IDI e dopo la prima al Teatro Stabile di Catania è portata in tournée per tutta l'Italia. Nel 1972 è partita la sua collaborazione con il grande schermo, con la trasposizione cinematografica del suo primo dramma: La violenza: Quinto potere, che fu diretto da Florestano Vancini. Nel 1975 il suo primo romanzo, Gente di rispetto, è stato messo in scena da Luigi Zampa. Dopo aver lasciato l'Espresso sera, Fava si trasferì a Roma, dove condusse Voi e io, una trasmissione radiofonica su Radiorai. Continuò a scrivere collaborando con Il Tempo e il Corriere della sera e, soprattutto, scrivendo la sceneggiatura di Palermo or Wolfsburg, film di Werner Schroeter tratto dal suo romanzo Passione di Michele. Nel 1980 il film vince l'Orso d'Oro. Continuava anche l'attività teatrale, iniziata anni prima e culminata con alcune rappresentazioni delle sue opere[1] . Direttore del Giornale del Sud Nella primavera del 1980 gli venne affidata la direzione del Giornale del Sud. Inizialmente accolto con scetticismo, Fava creò un gruppo redazionale ex novo, affidandosi a giovani ed inesperti cronisti improvvisati. Tra di essi figuravano il figlio Claudio, Riccardo Orioles, Michele Gambino, Antonio Roccuzzo, Elena Brancati, Rosario Lanza, che l'avrebbero seguito nelle successive esperienze lavorative. Pippo Fava fece del Giornale del Sud un quotidiano coraggioso. L'11 ottobre 1981 pubblicò Lo spirito di un giornale, un articolo in cui chiariva le linee guida che faceva seguire alla sua redazione: basarsi sulla verità per «realizzare giustizia e difendere la libertà»[3] . Fu in quel periodo che si riuscì a denunciare le attività di Cosa nostra, attiva nel capoluogo etneo soprattutto nel traffico della droga. Per un anno il Giornale del Sud continuò senza soste il suo lavoro. Il tramonto della gestione Fava fu segnato da tre avvenimenti: la sua avversione all'installazione di una base missilistica a Comiso (poi effettivamente realizzata), la sua presa di posizione a favore dell'arresto del boss Alfio Ferlito e l'arrivo di una nuova cordata di imprenditori al giornale. I nomi dei nuovi editori dicevano poco: Salvatore Lo Turco, Gaetano Graci, Giuseppe Aleppo, Salvatore Costa. Si trattava di «tipi ambiziosi, astuti, pragmatici», come il figlio Claudio spiegava ne La mafia comanda a Catania. Poi si scoprì che Lo Turco frequentava il boss Nitto Santapaola, e che Graci andava a caccia con il boss. Inoltre erano iniziati gli atti di forza contro la rivista. Venne organizzato un attentato, a cui scampò, con una bomba contenente un chilo di tritolo. In seguito, la prima pagina del Giornale del Sud che denunciava alcune attività di Ferlito fu sequestrata prima della stampa e censurata, mentre il direttore era fuori.
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    Giuseppe Fava 82 Di lì a poco Pippo venne licenziato. I giovani giornalisti occuparono la redazione, ma a nulla valsero le loro proteste. Per una settimana rimasero chiusi nella sede, ricevendo pochi attestati di solidarietà. Dopo un intervento del sindacato, l'occupazione cessò. Poco tempo dopo, il Giornale del Sud avrebbe chiuso i battenti per volontà degli editori[1] . Direttore de I Siciliani « Qualche volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta sotto casa... » (Pippo Fava) Rimasto senza lavoro, Fava si rimbocca le maniche e con i suoi collaboratori fonda una cooperativa, Radar, per poter finanziare un nuovo progetto editoriale. Praticamente senza mezzi operativi (appena due Roland di seconda mano acquistate grazie alle cambiali) ma con molte idee, il gruppo riesce a pubblicare il primo numero della rivista nel novembre 1982. La nuova rivista, con cadenza mensile, si chiama I Siciliani. Diventò subito una delle esperienze decisive per il movimento antimafia. Le inchieste della rivista diventarono un caso politico e giornalistico: gli attacchi alla presenza delle basi missilistiche in Sicilia, la denuncia continua della presenza della mafia, le piccole storie di ordinaria delinquenza. Probabilmente l'articolo più importante è il primo firmato Pippo Fava, intitolato I quattro cavalieri dell'apocalisse Giuseppe Fava. mafiosa. Si tratta di un'inchiesta-denuncia sulle attività illecite di quattro imprenditori catanesi, Carmelo Costanzo, Gaetano Graci (agrigentino di nascita), Mario Rendo e Francesco Finocchiaro, e di altri personaggi come Michele Sindona. Senza giri di parole, Fava collega i cavalieri del lavoro con il clan del boss Nitto Santapaola[4] . Nell'anno successivo, Rendo, Salvo Andò e Graci cercarono di comprare il giornale per poterlo controllare, ottenendo solo rifiuti. I Siciliani continuò ad essere una testata indipendente. Continuò a mostrare le foto di Santapaola con politici, imprenditori e questori. Immagini conosciute dalle forze di polizia ma non usate contro i collusi[1] . Il 28 dicembre 1983 rilascia la sua ultima intervista a Enzo Biagi nella trasmissione Filmstory, trasmessa su Rai Uno, sette giorni prima del suo assassinio. Raccontava Fava[5] : « Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante.... » ("I mafiosi stanno in Parlamento")
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    Giuseppe Fava 83 L'omicidio Alle ore 22 del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava si trovava in via dello Stadio e stava andando a prendere la nipote che recitava in Pensaci, Giacomino! al Teatro Verga. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale. Non ebbe il tempo di scendere dalla sua Renault 5 che fu freddato da cinque proiettili calibro 7,65 alla nuca[6] . Inizialmente, l'omicidio venne etichettato come delitto passionale, sia dalla stampa che dalla polizia. Si disse che la pistola utilizzata non fosse tra quelle solitamente impiegate in delitti a stampo mafioso. Si iniziò anche a frugare tra le carte de I Siciliani, in cerca di prove: un'altra ipotesi era il movente economico, per le difficoltà in cui versava la rivista[7] . Anche le istituzioni, in primis il sindaco Angelo Munzone, diedero peso a questa tesi, Giuseppe Fava. tanto da evitare di organizzare una cerimonia pubblica alla presenza delle più alte cariche cittadine[8] . Le prime dichiarazioni ufficiali furono clamorose. L'onorevole Nino Drago chiese una chiusura rapida delle indagini perché «altrimenti i cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al Nord». Il sindaco ribadì che la mafia a Catania non esisteva. A ciò ribatté l'alto commissario Emanuele De Francesco, che confermò che «la mafia è arrivata a Catania, ne sono certo», e il questore Agostino Conigliaro, sostenitore della pista del delitto di mafia[7] . Il funerale si tenne nella piccola chiesa di Santa Maria della Guardia in Ognina e poche persone diedero l'ultimo saluto al giornalista[9] : furono soprattutto giovani ed operai quelli che accompagnarono la bara. Inoltre, ci fu chi fece notare che spesso Fava scriveva dei funerali di stato organizzati per altre vittime della mafia, a cui erano presenti ministri e alte cariche pubbliche: il suo, invece, fu disertato da molti, gli unici presenti erano il questore, alcuni membri del PCI e il presidente della regione Santi Nicita[7] . Le indagini e i processi Successivamente, l'evidenza delle accuse lanciate da Fava sulle collusioni tra Cosa nostra e i cavalieri del lavoro catanesi viene rivalutata dalla magistratura, che avvia vari procedimenti giudiziari. L'attacco frontale che la mafia aveva messo in atto nei confronti delle istituzioni non poté passare inosservato[10] . Dopo un primo stop nel 1985, per la sostituzione del sostituto procuratore aggiunto per "incompatibilità ambientale", il processo riprese a pieno ritmo solo nel 1994[6] . Nel 1998 si è concluso a Catania il processo denominato "Orsa Maggiore 3" dove per l'omicidio di Giuseppe Fava sono stati condannati all'ergastolo il boss mafioso Nitto Santapaola, ritenuto il mandante, Marcello D'Agata e Francesco Giammuso come organizzatori, e Aldo Ercolano come esecutore assieme al reo confesso Maurizio Avola. Nel 2001 le condanne all'ergastolo sono state confermate dalla Corte d'appello di Catania per Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, accusati di essere stati i mandanti dell'omicidio. Assolti Marcello D'Agata e Franco Giammuso che in primo grado erano stati condannati all'ergastolo come esecutori dell'omicidio. L'ultimo processo si è concluso nel 2003 con la sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato Santapaola ed Ercolano all'ergastolo e Avola a sette anni patteggiati. Sono stati due i pentiti protagonisti del processo: Luciano Grasso e Maurizio Avola. Entrambi sono stati presi di mira da La Sicilia, che ha annunciato il pentimento di Grasso prima ancora che avesse potuto testimoniare contro gli assassini di Fava (poi effettivamente l'avrebbe fatto, ma ad un altro inquirente) e che ha cercato più volte di screditare Avola tramite Tony Zermo. Avola, in particolare, spiegò che Santapaola organizzò l'omicidio per conto di alcuni «imprenditori catanesi» e di Luciano Liggio: nessuno di questi però è stato condannato come mandante[6] .
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    Giuseppe Fava 84 Stile Fava giornalista « Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. » [11] (Pippo Fava. Lo spirito di un giornale . 11 ottobre 1981) Giuseppe Fava era uno strenuo sostenitore della verità. L'articolo Lo spirito di un giornale fu il suo manifesto programmatico, in cui sottolineò l'importanza di denunciare attraverso la stampa per sminuire il potere della criminalità e per «realizzare giustizia e difendere la libertà». Il giornalista si dedicò soprattutto alla denuncia della mafia, il male che attanagliava la sua terra, e delle sue collusioni con la politica. Fu anche accostato a Pier Paolo Pasolini per le sue critiche alla classe dirigente[12] . D'altro canto, l'intellettuale palazzolese fu anche apprezzato per i suoi lavori riguardanti lo sport e la cultura, a cui si dedicò per tutto l'arco della sua carriera. Fava scrittore Riccardo Orioles, uno dei suoi più stretti collaboratori, lo pone tra le massime espressioni della letteratura italiana in Sicilia. Lo definisce uno scrittore minore e dimenticato, ma anche uno che, a differenza dei grandi come Luigi Pirandello o Giovanni Verga, non ha abbandonato i suoi ideali giovanili per diventare un reazionario. Viene accomunato a Giuseppe Tomasi di Lampedusa come la massima espressione letteraria della Sicilia nel secondo dopoguerra. Orioles definisce il suo stile popolare, il suo linguaggio denso e forte, il suo stile semplice. I suoi personaggi erano tutti ben connotati psicologicamente, ma solitamente erano ben schierati tra potenti ed oppressi. Il suo capolavoro è stato Passione di Michele, pubblicato nel 1980[13] . L'eredità I Siciliani L'omicidio di Giuseppe Fava non impedì alla sua rivista, I Siciliani, di continuare ad uscire. Il giorno dopo la sua morte la redazione riaprì come se nulla fosse successo. Anzi, la sua morte servì a trovare nuova gente che collaborasse. Orioles raccontò che quel giorno si presentò un gruppo di giovani di Sant'Agata li Battiati iscritti alla FGCI pronti a distribuire il giornale. Per tre anni la rivista portò avanti la sua campagna antimafia, malgrado le crescenti difficoltà, e contribuì ad animare varie manifestazioni a cui partecipavano persone di qualsiasi schieramento politico[13] .
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    Giuseppe Fava 85 Fondazione Fava L'attività antimafia di Pippo Fava e de I Siciliani è stata portata avanti anche dalla fondazione Fava. Scopo principale della Fondazione, che non riceve finanziamenti dallo stato, è quello di stimolare varie attività contro la delinquenza, tra cui la creazione di centri di aggregazione, l'organizzazione di convegni ed eventi culturali rivolti soprattutto alla scuola, la pubblicazione di libri e la messa in scena di opere teatrali. Dal gennaio 2007 è stato istituito un Premio a carattere nazionale per chi si è distinto nelle inchieste giornalistiche. La prima edizione è stata vinta da Fabrizio Gatti[14] . Dal gennaio 2008, al Premio Nazionale si affianca una sezione Giovani. La seconda edizione è stata vinta da Roberto Morrione per la sezione nazionale, e dai ragazzi di Addiopizzo per la sezione Giovani. Nel gennaio 2009 la terza edizione del Premio è stata vinta da Carlo Lucarelli per la sezione Nazionale, e dai registi Andrea D'Ambrosio, Esmeralda Calabria, Peppe Ruggiero del film documentario Biùtiful cauntri per la sezioni Giovani. Nel gennaio 2010 la quarta edizione del Premio è stata vinta da Sigfrido Ranucci [15] per la sezione Nazionale, e da Giulio Cavalli per la sezioni Giovani. Opere Teatro • Cronaca di un uomo (1966); • La violenza (1970); • Il proboviro (1972); • Bello bellissimo (1974); • Delirio (1979); • Opera buffa (1979); • Sinfonia d'amore (1980); • Foemina ridens (1982); • Ultima violenza (1983). Giuseppe Fava ha scritto anche alcune opere mai andate in scena: • La rivoluzione; • America America; • Dialoghi futuri imminenti; • Il vangelo secondo Giuda; • Paradigma; • L'uomo del nord.
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    Giuseppe Fava 86 Antologie di inchieste • Processo alla Sicilia (1970); • I Siciliani (1978); • Mafia. Da Giuliano a Dalla Chiesa (1984); • Un anno (2003). Romanzi • Gente di rispetto (Bompiani, 1975) • Prima che vi uccidano (Bompiani, 1977) • Passione di Michele (Cappelli, 1980). Opere su Fava Nel 1984 il regista Vittorio Sindoni ha realizzato il film-documentario Giuseppe Fava: Siciliano come me. Tra gli attori, figuravano Leo Gullotta e Ignazio Buttitta[16] . Nel 2005 è stata messa in scena al Centro Zō di Catania L'istruttoria - atti del processo in morte di Pippo Fava, di Claudio Fava e Ninni Bruschetta, sui processi seguiti all'omicidio. L'opera mette in scena le dichiarazioni (a volte ridicole) rilasciate da Mario Ciancio, Tony Zermo, Salvatore Lo Turco e altri testimoni, tutti personaggi che hanno avversato in qualche modo l'operato del giornalista palazzolese contro la mafia[17] . Bibliografia • Claudio Fava. La mafia comanda a Catania 1960-1991. Roma-Bari, Laterza, 1992. ISBN 8842038113 • Claudio Fava. Nel nome del padre. Milano, Baldini & Castoldi, 1996. ISBN 8880891294 • Nando dalla Chiesa. Storie. Torino, Einaudi, 1990. • Umberto Santino (a cura di). L’antimafia difficile. Palermo, Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, 1989. • Rosalba Cannavò Pippo Fava. Cronaca di un uomo libero. Catania, Cuecm, 1990. Voci correlate • Vittime di Cosa Nostra • Mauro De Mauro • Giovanni Spampinato • Mario Francese • Claudio Fava • Riccardo Orioles
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    Giuseppe Fava 87 Altri progetti • Wikiquote contiene citazioni di o su Giuseppe Fava Collegamenti esterni • Fondazione Fava [18] • Coordinamento Fava [19] • Dossier su Pippo Fava su Girodivite.it [20] • Alcuni articoli de "I Siciliani" di Fava [21] • Video dell'ultima intervista del 28 dicembre 1983 a Enzo Biagi [22] • Una tesi di laurea sul percorso giornalistico di Fava [23] • Blog sulla storia dei Siciliani di Giuseppe Fava [24] • Giuseppe Fava - Un uomo [25] La storia siamo noi - Rai Educational • I quattro cavalieri dell'Apocalisse mafiosa [26] Note [1] Sebastiano Gulisano. Giuseppe "Pippo" Fava (http:/ / www. reti-invisibili. net/ giuseppefava/ ). «Polizia e Democrazia», 2002 [2] Antenati: Giuseppe Fava (http:/ / www. girodivite. it/ antenati/ xx3sec/ _fava_giuseppe. htm) [3] Giuseppe Fava. Lo spirito di un giornale (http:/ / www. girodivite. it/ Lo-spirito-di-un-giornale-di-Pippo. html). «Giornale del Sud», 11 ottobre 1981. [4] Giuseppe Fava. I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa (http:/ / www. girodivite. it/ I-quattro-cavalieri-dell. html). «I Siciliani», novembre 1982. [5] "I mafiosi stanno in Parlamento" (http:/ / www. youtube. com/ watch?v=jAogBSvaSyU) , Video dell'ultima intervista di Giuseppe Fava del 28 dicembre 1983. [6] Daniele Biacchessi. Il caso Pippo Fava (http:/ / www2. radio24. ilsole24ore. com/ speciali1/ speciale_gialloenero20032004_29. htm). Radio24.it. [7] Alcune cronache su un caso di mafia (http:/ / www. claudiofava. it/ siciliani/ memoria/ info/ info01. htm). I Siciliani, aprile 1984. [8] Silvestro Livolsi. Piccola testimonianza sul ’giorno dopo’ l’omicidio Fava (http:/ / www. girodivite. it/ Piccola-testimonianza-sul-giorno. html). Girodivite.it, 14 luglio 2004. [9] Ida Sconzo. Vent'anni fa: Pippo Fava (http:/ / www. girodivite. it/ Vent-anni-fa-Pippo-Fava. html). Girodivite.it, 28 febbraio 2004. [10] Relazione sullo stato della criminalità nella città di Catania (http:/ / www. camera. it/ _dati/ leg13/ lavori/ doc/ xxiii/ 048/ d030. htm), approvato dalla Commissione parlamentare antimafia il 29 novembre 2000. [11] http:/ / www. girodivite. it/ Lo-spirito-di-un-giornale-di-Pippo. html [12] Marco Olivieri. L'istruttoria: il teatro rilegge il delitto Fava (http:/ / invisibil. blogspot. com/ 2006/ 01/ listruttoria-il-teatro-rilegge-il. html). «La Repubblica», 4 gennaio 2006. [13] Riccardo Orioles. Cinque gennaio (http:/ / www. girodivite. it/ Cinque-Gennaio. html). Girodivite.it, 5 aprile 2006. [14] Pina La Villa. Giuseppe Fava: Un anno (http:/ / www. girodivite. it/ Giuseppe-Fava-Un-anno. html). Girodivite.it, 6 gennaio 2004. [15] http:/ / www. report. rai. it/ RE_autori/ 0,11513,21,00. html [16] Scheda su Giuseppe Fava: Siciliano come me (http:/ / www. imdb. it/ title/ tt0178504/ ) dell'Internet Movie Database [17] Carmen Ruggeri. La mafia in scena 21 anni dopo la morte di Pippo Fava (http:/ / www. girodivite. it/ La-mafia-in-scena-21-anni-dopo-la. html). Girodivite.it, 6 gennaio 2005. [18] http:/ / www. fondazionefava. it/ [19] http:/ / www. coordinamentofava. org/ [20] http:/ / www. girodivite. it/ -Pippo-Fava-. html [21] http:/ / www. claudiofava. it/ old/ memoria. htm [22] http:/ / www. youtube. com/ watch?v=jAogBSvaSyU [23] http:/ / www. francescocosta. net/ 2006/ 11/ 20/ giuseppe-fava-giornalista/ [24] http:/ / isicilianidigiuseppefava. blogspot. com [25] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=617 [26] http:/ / www. lavocedifiore. org/ SPIP/ article. php3?id_article=4002
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    Giancarlo Siani 88 Giancarlo Siani Giancarlo Siani (Napoli, 19 settembre 1959 – Napoli, 23 settembre 1985) è stato un giornalista italiano, assassinato dalla camorra. Biografia Primi anni Nato in una famiglia della borghesia napoletana del quartiere del Vomero, frequentò il Liceo Vico partecipando ai movimenti studenteschi del 1977. Iscrittosi all'università, iniziò a collaborare con alcuni periodici napoletani mostrando particolare interesse per le problematiche dell'emarginazione: proprio all'interno delle fasce sociali più disagiate si annidava, infatti, il principale serbatoio di manovalanza della criminalità organizzata. Scrisse i suoi primi articoli per il periodico "Osservatorio sulla camorra", diretto da Amato Lamberti, appassionandosi ai rapporti ed alle gerarchie delle famiglie camorristiche che controllavano Torre Annunziata e dintorni. Poi iniziò a lavorare come corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano Il Mattino: dipendeva dalla redazione distaccata di Castellammare di Stabia. Pur lavorando come corrispondente, il giornalista frequentava stabilmente la redazione del comune stabiese, preparando il terreno per Giancarlo Siani. la stabile assunzione come praticante giornalista professionista. Lavorando per Il Mattino Siani compì le sue importanti indagini sui boss locali, ed in particolare su Valentino Gionta, che aveva costruito un business basato sul contrabbando di sigarette. L'impegno giornalistico Le vigorose denunce del giovane giornalista lo condussero ad essere regolarizzato nella posizione di corrispondente (articolo 12 del contratto di lavoro giornalistico) dal quotidiano nell'arco di un anno. Le sue inchieste scavavano sempre più in profondità, tanto da arrivare a scoprire la moneta con cui i boss mafiosi facevano affari. Siani con un suo articolo accusò il clan Nuvoletta, alleato dei Corleonesi di Totò Riina, e il clan Bardellino, esponenti della "Nuova Famiglia", di voler spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto pericoloso, scomodo e prepotente, per porre fine alla guerra tra famiglie. Ma le rivelazioni, ottenute da Giancarlo grazie ad un suo amico carabiniere e pubblicate il 10 giugno 1985, indussero la camorra a sbarazzarsi di questo scomodo giornalista. In quell'articolo Siani ebbe modo di scrivere che l'arresto del boss Valentino Gionta fu reso possibile da una "soffiata" che esponenti del clan Nuvoletta fecero ai carabinieri. Il boss oplontino fu infatti arrestato poco dopo aver lasciato la tenuta del boss Lorenzo Nuvoletta a Marano, comune a Nord di Napoli. Secondo quanto successivamente rivelato dai collaboratori di giustizia, l'arresto di Gionta fu il prezzo che i Nuvoletta pagarono al boss Antonio
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    Giancarlo Siani 89 Bardellino per ottenerne un patto di non belligeranza. La pubblicazione dell'articolo suscitò le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei, facevano la figura degli "infami", ossia di coloro che, contrariamente al codice degli uomini d'onore della mafia, intrattenevano rapporti con le forze di polizia. Da quel momento i capo-clan Lorenzo ed Angelo Nuvoletta tennero numerosi summit per decidere in che modo eliminare Siani, nonostante la reticenza di Valentino Gionta, incarcerato. A ferragosto del 1985 la camorra decise la sentenza di Siani, che doveva essere ucciso lontano da Torre Annunziata per depistare le indagini. Giancarlo lavorava sempre alacremente alle sue inchieste e stava per pubblicare un libro sui rapporti tra politica e camorra negli appalti per la ricostruzione post-terremoto. Il giorno della sua morte telefonò al suo ex-direttore dell'Osservatorio sulla Camorra, Amato Lamberti, chiedendogli un incontro per parlargli di cose che "è meglio dire a voce". Non si è però mai saputo di cosa si trattasse e se Giancarlo avesse iniziato a temere per la sua incolumità. Lo stesso Lamberti, nelle diverse escussioni testimoniali cui è stato sottoposto, ha fornito versioni diverse della vicenda che non hanno mai chiarito quell'episodio. L'assassinio Il 23 settembre 1985, quattro giorni dopo aver compiuto 26 anni, appena giunto sotto casa sua con la propria Mehari, Giancarlo Siani venne ucciso: l'agguato avvenne alle 20.50 circa in via Vincenzo Romaniello, nel quartiere napoletano del Vomero, vicino casa sua. Siani, trasferito dalla redazione di Castellammare di Stabia del quotidiano napoletano Il Mattino a quella centrale, all'epoca diretto da Pasquale Nonno proveniva dalla sede centrale de Il Mattino in via Chiatamone. Per chiarire i motivi che hanno determinato la morte e identificare mandanti ed esecutori materiali furono necessari 12 anni e 3 pentiti. Processi Il 15 aprile del 1997 la seconda sessione della corte d'assise di Napoli ha condannato all'ergastolo i mandanti dell'omicidio (Angelo Nuvoletta, Valentino Gionta e Luigi Baccante) e i suoi esecutori materiali (Ciro Cappuccio e Armando Del Core). Le sentenze sono state confermate dalla Corte di Cassazione, mentre per Valentino Gionta si è svolto un secondo processo di appello che il 29 settembre del 2003 l'ha di nuovo condannato all'ergastolo, mentre il giudizio definitivo della Cassazione lo ha definitivamente scagionato per non aver commesso il fatto. Il fratello Paolo, unico rimasto in vita della famiglia Siani, ricorda il fratello come un ragazzo carismatico, capace di grandi sacrifici, ma anche come una persona solare, pronta a dare sostegno; ed in un'intervista egli afferma: « Di noi due, insieme, conservo l’immagine di una giornata a Roma, a una marcia per la pace. Io col gesso che gli dipingo in faccia il simbolo anarchico della libertà. E lui che mi sorride. » Tributi dopo la morte Nel 1999 è stato realizzato un cortometraggio sulla vicenda di Giancarlo Siani, dal titolo Mehari, diretto da Gianfranco De Rosa, per la sceneggiatura del giornalista napoletano e amico di Siani, Maurizio Cerino. Protagonista Alessandro Ajello, con la partecipazione di Nello Mascia. Nel 2004 è uscito nelle sale cinematografiche il film "E io ti seguo" di Maurizio Fiume, interpretato da Yari Gugliucci. Nello stesso anno è stato istituito il Premio Giancarlo Siani dedicato a giornalisti impegnati sul fronte della cronaca. Il 4 giugno del 2008 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha presenziato ad una cerimonia di commemorazione del giovane giornalista, nel corso della quale un'aula della scuola di giornalismo dell'Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli è stata a lui intitolata. Nel 2009 esce il il film "Fortapàsc", di Marco Risi (sceneggiatura di Marco Risi, Andrea Purgatori, Jim Carrington e Maurizio Cerino), dedicato agli ultimi quattro mesi di vita del giornalista, interpretato da Libero De Rienzo. Il 19
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    Giancarlo Siani 90 settembre 2009, nel giorno del 50° anniversario dalla nascita di Siani, Fortapàsc, all'Invisible Film Festival di Cava de' Tirreni vince i premi «Miglior Film», miglior regia, miglior attore protagonista, migliori attori non protagonisti e migliore sceneggiatura. Sempre nel 2009 il gruppo rap napoletano Biscuits dedica a quest'ultimo film un video musicale, girato a Torre Annunziata, ispirato proprio alla pellicola che racconta la storia di Giancarlo Siani. È stato ideato anche uno spettacolo intitolato "Ladri di Sogni" per non dimenticarlo. Gli sono state inoltre intitolate strade, tra cui una nei pressi di Piazza Leonardo a Napoli, nel luogo dove fu assassinato. Questa strada è nominata come Rampe Siani. Diverse scuole in Italia sono a lui intitolate. Il giorno 21 Marzo 2010 nel comune di Castel San Giorgio, viene intitolata a Giancarlo Siani un centro polivalente per giovani, per insegnare ai giovani del posto e non i veri valori della vita per cui Giancarlo ha vissuto ed è morto. Bibliografia • Giancarlo Siani, Le Parole di una Vita. Gli scritti giornalistici, Phoebus Edizioni, 2006, ISBN 9788886816366. • Antonio Franchini, L'abusivo, Marsilio Editori, Padova, 2001. Voci correlate • Premio Giancarlo Siani Collegamenti esterni • Giancarlo Siani: Cronista Libero martire per la verità [1] • Giancarlo Siani - Un giornalista ucciso dalla camorra [2] La Storia siamo Noi - Rai Educational • Cronologia degli eventi [3] dal giorno dell'omicidio al 23 settembre 2008 Note [1] http:/ / www. giancarlosiani. it [2] http:/ / www. lastoriasiamonoi. rai. it/ puntata. aspx?id=390 [3] http:/ / www. antimafiaduemila. com/ content/ view/ 9174/ 48/
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    Beppe Alfano 91 Beppe Alfano Giuseppe Aldo Felice Alfano detto Beppe (Barcellona Pozzo di Gotto, 1945 – Barcellona Pozzo di Gotto, 8 gennaio 1993) è stato un giornalista italiano, ucciso per mano della mafia. Giornalista e politico Frequentò la facoltà di economia e commercio all'Università di Messina dove conobbe Mimma Barbarò, sua futura moglie. Dopo la morte del padre lascia gli studi e si trasferisce a Cavedine, vicino a Trento, trovando lavoro come insegnante di educazione tecnica alle scuole medie e ritornando in Sicilia nel 1976. Appassionato di giornalismo e militante di destra (in gioventù fu militante di Ordine Nuovo e poi del MSI-DN[1] ), Alfano comincia a collaborare con alcune radio provinciali, con l'emittente locale Radio Tele Mediterranea ed è corrispondente de La Sicilia di Catania. Le inchieste sulla mafia e il malaffare in Sicilia La sua attività giornalistica è rivolta soprattutto verso uomini d'affari, mafiosi latitanti, politici e amministratori locali e massoneria. La sua operosità e il suo lavoro diedero fastidio a più di una persona. La notte dell'8 gennaio 1993 fu colpito da tre proiettili mentre era alla guida della sua auto in via Marconi a Barcellona. Alla morte seguì un lungo processo, tuttora non concluso, che condannò un boss locale all'ergastolo per aver organizzato l'omicidio, lasciando ancora ignoti i veri mandanti. La figlia Sonia Alfano è molto impegnata nel preservare la memoria del padre e i diritti delle vittime della mafia, oltre che nel condurre un'intensa attività informativa relativamente alla criminalità organizzata e attualmente è Eurodeputata dell'Italia dei Valori, eletta al Parlamento Europeo. Bibliografia • Carlo Lucarelli. Beppe Alfano in Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu Notte. Torino, Einaudi, 2004. pp. 173-189. ISBN 8806176405. Note [1] Articolo su Beppe Alfano (http:/ / www. ateneonline-aol. it/ 060125vlad. php)
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    92 Imprenditori Libero Grassi Libero Grassi (Catania, 19 luglio 1924 – Palermo, 29 agosto 1991) è stato un imprenditore italiano, ucciso dalla mafia dopo aver intrapreso un'azione solitaria contro una richiesta di estorsione (conosciuta in Sicilia come "pizzo"), senza ricevere alcun appoggio, per il meritevole gesto, da parte delle associazioni di categoria. Origini e impegno politico Nato a Catania, ma trasferitosi a 8 anni a Palermo, i genitori gli diedero il nome di Libero in ricordo del sacrificio di Giacomo Matteotti. La famiglia è antifascista e il ragazzo matura anch'egli una posizione avversa al regime di Benito Mussolini. Nel 1942 si trasferisce a Roma, dove studia in Scienze Politiche durante la seconda guerra mondiale. Per non andare in guerra, entra in seminario, da cui però esce dopo la liberazione, tornando a studiare. Passa però a Giurisprudenza, all'Università di Palermo. Malgrado voglia fare il diplomatico, prosegue l'attività del padre come commerciante. Negli anni cinquanta si trasferisce a Gallarate, dove entra nel meccanismo dell'imprenditoria. Torna a Palermo per aprire uno stabilimento tessile. Nel 1961 inizia a scrivere articoli politici per vari giornali e successivamente si dà anche alla politica attiva con il Partito Repubblicano Italiano, che lo mette a capo dell'azienda municipale del gas. Minacce di Cosa nostra e assassinio Dopo aver avuto alcuni problemi con la fabbrica di famiglia, viene anche preso di mira da Cosa nostra, che pretende il pagamento del pizzo. Libero Grassi ebbe il coraggio di opporsi alle richieste di racket della mafia, e di uscire allo scoperto denunciando gli estorsori. I suoi dipendenti lo aiutano facendo scoprire degli emissari, ma la situazione peggiora. La condanna a morte di Grassi arriva con la pubblicazione sul Giornale di Sicilia di una lettera sul suo rifiuto a cedere ai ricatti della mafia. La sua lotta prosegue in televisione, intervistato da Michele Santoro a Samarcanda su Rai Tre, e anche su una rivista tedesca colpita dal suo comportamento positivo volto a denunciare i mafiosi. Libero Grassi fu lasciato solo nella sua lotta contro la mafia, senza alcun appoggio da parte dei suoi colleghi imprenditori. Per questo fu assassinato il 29 agosto 1991. Il 20 settembre 1991, Santoro e Maurizio Costanzo dedicano una serata televisiva a reti unificate (Rai Tre e Canale 5) alla figura di Libero Grassi. Per il suo omicidio sono stati condannati nel 2004 vari boss, tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano e Pietro Aglieri. Onorificenze Medaglia d'oro al valor civile «Imprenditore siciliano, consapevole del grave rischio cui si esponeva, sfidava la mafia denunciando pubblicamente richieste di estorsioni e collaborando con le competenti Autorità nell'individuazione dei malviventi. Per tale non comune coraggio e per il costante impegno nell'opporsi al criminale ricatto rimaneva vittima di un vile attentato. Splendido esempio di integrità morale e di elette virtù civiche, spinte sino all'estremo sacrificio.» — Palermo, 29 agosto 1991
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    Libero Grassi 93 Bibliografia • Marcello Ravveduto, Libero Grassi. Storia di un siciliano normale, Roma, Ediesse, 1997. • Antonella Mascali, Lotta Civile, Chiarelettere, 2009 Altri progetti • Wikiquote contiene citazioni di o su Libero Grassi Collegamenti esterni • Biografia di LiberoGrassi.it [1] • Biografia di Aciap.it [2] • Intervista a Libero Grassi [3] a Samarcanda l'11 aprile 1991 Note [1] http:/ / www. liberograssi. it/ scuola/ biografia_libero_grassi. htm [2] http:/ / www. aciap. it/ Aciap/ aciap%20biografia%20Libero%20Grassi. htm [3] http:/ / www. youtube. com/ watch?v=M9fMiONElC4 Giuseppe Borsellino Giuseppe Borsellino (Lucca Sicula, 15 febbraio 1938 – Lucca Sicula, 17 dicembre 1992) è stato un imprenditore italiano, vittima della mafia. Nacque da una famiglia di origine riberesi, poi trasferitasi stabilmente Lucca Sicula. Cominciò a lavorare presto. Si sposò a 18 anni con Calogera Pagano, sua coetanea; con cui ebbe tre figli, Antonella, Paolo e Pasquale. Dopo vari lavori si dedicò alla sua definitiva attività di piccolo imprenditore-operaio di una piccola impresa di calcestruzzo che diresse assieme al figlio Paolo. Rifiutarono qualsiasi tipo di compromesso o sottomissione al potere ed agli interessi mafiosi e perciò venne ucciso il 17 dicembre 1992 dopo aver rivelato alla magistratura i nomi dei mandanti e degli esecutori dell'omicidio del figlio Paolo (ucciso il 21 aprile 1992, omonimo del giudice Paolo Borsellino pure ucciso nel 1992). Le sue dichiarazioni permisero agli inquirenti di ricostruire gli intrecci tra mafia, affari e politica dell'hinterland lucchese di quel periodo.
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    94 Religiosi Pino Puglisi Padre Giuseppe Puglisi meglio conosciuto come Pino, soprannominato 3P (Palermo, 15 settembre 1937 – Palermo, 15 settembre 1993) è stato un presbitero italiano, ucciso dalla mafia il giorno del suo 56° compleanno a motivo del suo costante impegno evangelico e sociale. Giuseppe Puglisi Servo di Dio Nascita Palermo, 15 settembre 1937 Morte Palermo, 15 settembre 1993 Venerato da Chiesa cattolica Attributi veste talare Il 15 settembre 1999 il cardinale di Palermo Salvatore De Giorgi ha aperto ufficialmente la causa di beatificazione proclamandolo Servo di Dio. Biografia Nasce il 15 settembre 1937 a Brancaccio, quartiere povero di Palermo, da una famiglia modesta (il padre calzolaio, la madre sarta). A 16 anni, nel 1953 entra nel seminario palermitano da dove ne uscirà prete il 2 luglio 1960 ordinato dal cardinale Ernesto Ruffini. Nel 1961 viene nominato vicario cooperatore presso la parrocchia del Santissimo Salvatore nella borgata di Settecannoli, limitrofa a Brancaccio, e successivamente rettore della chiesa di San Giovanni dei Lebbrosi. Nel 1963 è nominato cappellano presso l'orfanotrofio Roosevelt e vicario presso la parrocchia Maria Santissima Assunta a Valdesi, borgata marinara di Palermo. È in questi anni che Padre Puglisi comincia a maturare la sua attività educativa rivolta particolarmente ai giovani. Il 1 ottobre 1970 viene nominato parroco a Godrano un paesino della provincia palermitana che in quegli anni è interessato da una feroce lotta tra due famiglie mafiose. L'opera di evangelizzazione del prete riesce a far riconciliare le due famiglie. Rimarrà parroco a Godrano fino al 31 luglio 1978. Dal 1978 al 1990 riveste diversi incarichi: pro-rettore del seminario minore di Palermo, direttore del Centro diocesano vocazioni, responsabile del Centro regionale Vocazioni e membro del Consiglio nazionale, docente di matematica e di religione presso varie scuole, animatore presso diverse realtà e movimenti tra i quali l'Azione cattolica, e la Fuci. Il 29 settembre 1990 viene nominato parroco a San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalità organizzata attraverso i fratelli Graviano, capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca Bagarella. Qui inizia la lotta antimafia di Don Pino Puglisi. Nel 1992 viene nominato direttore spirituale presso il seminario arcivescovile di Palermo. Il 29 gennaio 1993 inaugura a Brancaccio il centro Padre Nostro per la promozione umana e la evangelizzazione.
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    Pino Puglisi 95 Il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56° compleanno viene ucciso dalla mafia, davanti al portone di casa. Il 2 giugno qualcuno mura il portone del centro "Padre Nostro" con dei calcinacci, lasciandone gli attrezzi vicino la porta. Le circostanze della morte Il 19 giugno 1997 viene arrestato a Palermo il latitante Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi tra cui quello di don Pino Puglisi. Poco dopo l'arresto Grigoli comincia a collaborare con la giustizia, confessando 46 omicidi tra cui quello di don Puglisi. Grigoli, che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza, gli sparò un colpo alla nuca. Dopo l'arresto egli sembra intraprendere un cammino di pentimento e conversione. Lui stesso ha raccontato le ultime parole di don Pino prima di essere ucciso: un sorriso e poi un criptico "me lo aspettavo". [1] Condannato a 16 anni dalla Corte d'Assise di Palermo, è stato scarcerato nel 2000 dopo aver scontato una pena effettiva inferiore a due anni di reclusione. Mandanti dell'omicidio furono i capimafia Filippo e Giuseppe Graviano, arrestati il 26 gennaio 1994. Giuseppe Graviano viene condannato all'ergastolo per l'uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999. Il fratello Filippo, dopo l'assoluzione in primo grado, viene condannato in appello all'ergastolo il 19 febbraio 2001. Condannati all'ergastolo dalla Corte d'assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete. [2] Il 7 aprile 1995 Vittorio Sgarbi lesse al TG5 una lettera sui «veri colpevoli» dell'assassinio di Don Pino Puglisi, non rilevando le generalità essendo priva di firma ma attribuita ad un sedicente amico del sacerdote assassinato; la missiva accusava come mandante il procuratore Caselli e come killer Leoluca Orlando. « Fui più volte contattato da Caselli e dai suoi uomini [...] pretendevano accuse, nomi, circostanze... volevano che denunciassi la mia gente e miei ragazzi... che rivelassi cose apprese in confessione [...]. Caselli disprezza i siciliani, mi vuole obbligare a rinnegare i miei voti e la mia veste, pretende che mi prostituisca a lui. Più che nemico della mafia, è un nemico della Sicilia. Orlando è un mafioso vestito da gesuita [...]. Caselli ha fatto di me consapevolmente un sicuro bersaglio. Avrà raggiunto il suo scopo quando un prete impegnato nel sociale verrà ucciso [...]. Caselli, per aumentare il suo potere, ha avuto la sua vittima illustre. » Per queste dichiarazioni Sgarbi è stato condannato per diffamazione in primo e secondo grado, ma è intervenuta la prescrizione prima della sentenza di Cassazione.[3] Sulla sua tomba, nel Cimitero di Sant'Orsola a Palermo sono scolpite le parole del Vangelo di Giovanni "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Bibliografia • Francesco Anfossi. E li guardò negli occhi. Milano, Edizioni Paoline, 2005. • Francesco Anfossi. Puglisi-un piccolo prete tra i grandi boss. Milano, Edizioni Paoline, 1994. • Francesco Deliziosi. Don Puglisi, vita del prete palermitano ucciso dalla mafia. Milano, Mondadori, 2005. • Francesco Deliziosi. 3P-Padre Pino Puglisi, la vita e la pastorale del prete ucciso dalla mafia. Milano, Edizioni Paoline, 1994. • Roberto Faenza. Alla luce del sole. Un film di Roberto Faenza. Roma, Gremese, 2005. • Bianca Stancanelli. A testa alta. Don Puglisi: storia di un eroe solitario. Torino, Einaudi, 2003. • Lia Cerrito. Come in cielo così in terra. Milano, San Paolo, 2001. • Augusto Cavadi, in Gente bella. Volti e storie da non dimenticare (Candida Di Vita, Don Pino Puglisi, Francesco Lo Sardo, Lucio Schirò D'Agati, Giorgio La Pira, Peppino Impastato), Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2004.
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    Pino Puglisi 96 Voci correlate • Alla luce del sole, film di Roberto Faenza sulla vita di Don Puglisi, con Luca Zingaretti. • A testa alta. Don Giuseppe Puglisi: storia di un eroe solitario, libro di Bianca Stancanelli sulla vita di Don Puglisi, edito da Einaudi Altri progetti • Wikiquote contiene citazioni di o su Pino Puglisi Collegamenti esterni • il sito ufficiale [4] • il centro Padre Nostro [5] • Comitato Intercondominiale di Brancaccio [6] • [7] • [8] • Musical su Padre Pino puglisi - CgsLife [9] Note [1] Intervista Salvatore Grigoli a Famiglia Cristiana, (http:/ / www. stpauls. it/ fc99/ 3699fc/ 3699fc18. htm) [2] Cronologia della Mafia (http:/ / www. misteriditalia. it/ lamafia/ cosa-nostra/ MAFIA(cronologia). pdf) [3] Giancarlo Caselli, Un magistrato fuorilegge. Melampo, 2005. cap. 3 ISBN 88-89533-34-X [4] http:/ / www. padrepinopuglisi. net/ [5] http:/ / www. centropadrenostro. it/ [6] http:/ / www. angelfire. com/ journal/ puglisi/ [7] http:/ / www. gliscritti. it/ approf/ 2005/ papers/ sicari01. htm [8] http:/ / www. ildialogo. org/ testimoni/ puglisi. htm [9] http:/ / www. cgslife. it/
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    Giuseppe Diana 97 Giuseppe Diana Giuseppe Diana, chiamato anche Peppe Diana o Peppino Diana (Casal di Principe, 4 luglio 1958 – Casal di Principe, 19 marzo 1994), è stato un presbitero e scrittore italiano, assassinato dalla camorra per il suo impegno antimafia[1] . Biografia Giuseppe Diana nasce a Casal di Principe da una famiglia di proprietari terrieri. Nel 1968 entra in seminario, vi frequenta la scuola media e il liceo classico. Successivamente intraprende gli studi teologici nel seminario di Posillipo, sede della Pontificia facoltà teologica dell'Italia Meridionale. Qui si licenzia in Teologia biblica e poi si laurea in Filosofia alla Federico II. Nel 1978 entra nell'Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI) dove fa il caporeparto. Nel marzo 1982 è ordinato sacerdote. Diventa Assistente ecclesiastico del Gruppo Scout di Aversa e successivamente anche Assistente del settore Foulards Bianchi. Dal 19 settembre 1989 era parroco della parrocchia di San Nicola di Bari in Casal di Principe, suo paese natio. Successivamente diventa anche segretario del vescovo della diocesi di Aversa, monsignor Giovanni Gazza. Insegnava anche materie letterarie presso il liceo legalmente riconosciuto del seminario Francesco Caracciolo, nonché religione cattolica presso l'istituto tecnico industriale statale Alessandro Volta e l'Istituto Professionale Alberghiero di Aversa. Il Liceo Scientifico di Morcone dal 21 aprile 2010 prende il suo nome. L'omicidio Alle 7.30 del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, don Giuseppe Diana viene assassinato purtroppo nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, mentre si accingeva a celebrare la Santa Messa. Due killer lo affrontano con una pistola calibro.I cinque proiettili vanno tutti a segno, due alla testa, uno in faccia uno alla mano e uno al collo, Don Peppe Diana muore all'istante. L'omicidio, di puro stampo camorristico, fece scalpore in tutta Italia. Un messaggio di cordoglio venne pronunciato anche da Giovanni Paolo II durante l'Angelus. Don Peppe visse negli anni del dominio assoluto della camorra casalese, legata principalmente al boss Francesco Schiavone detto Sandokan. Gli uomini del clan controllavano non solo i traffici illeciti, ma si erano infiltrati negli enti locali e gestivano fette rilevanti di economia legale, tanto da diventare "camorra imprenditrice". Lo scritto Il suo impegno civile e religioso contro la camorra ha lasciato un profondo segno nella società campana. Il suo scritto più noto è la lettera Per amore del mio popolo non tacerò, un documento diffuso a Natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana insieme ai parroci della foranìa di Casal di Principe, un manifesto dell'impegno contro il sistema criminale. Ecco il testo: “PER AMORE DEL MIO POPOLO” Siamo preoccupati Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
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    Giuseppe Diana 98 Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”. La Camorra La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato. Precise responsabilità politiche E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili. Impegno dei cristiani Il nostro impegno profetico di denuncia non deve e non può venire meno. Dio ci chiama ad essere profeti. - Il Profeta fa da sentinella: vede l’ingiustizia, la denuncia e richiama il progetto originario di Dio (Ezechiele 3,16-18); - Il Profeta ricorda il passato e se ne serve per cogliere nel presente il nuovo (Isaia 43); - Il Profeta invita a vivere e lui stesso vive, la Solidarietà nella sofferenza (Genesi 8,18-23); - Il Profeta indica come prioritaria la via della giustizia (Geremia 22,3 -Isaia 5) Coscienti che “il nostro aiuto è nel nome del Signore” come credenti in Gesù Cristo il quale “al finir della notte si ritirava sul monte a pregare” riaffermiamo il valore anticipatorio della Preghiera che è la fonte della nostra Speranza. NON UNA CONCLUSIONE: MA UN INIZIO Appello Le nostre “Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe”
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    Giuseppe Diana 99 Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa; Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili (Lam. 3,17-26). Tra qualche anno, non vorremmo batterci il petto colpevoli e dire con Geremia “Siamo rimasti lontani dalla pace… abbiamo dimenticato il benessere… La continua esperienza del nostro incerto vagare, in alto ed in basso,… dal nostro penoso disorientamento circa quello che bisogna decidere e fare… sono come assenzio e veleno”. Forania di Casal di Principe (Parrocchie: San Nicola di Bari, S.S. Salvatore, Spirito Santo - Casal di Principe; Santa Croce e M.S.S. Annunziata - San Cipriano d’Aversa; Santa Croce – Casapesenna; M. S.S. Assunta - Villa Literno; M.S.S. Assunta - Villa di Briano; SANTUARIO DI M.SS. DI BRIANO ) Comitato Il 25 aprile 2006, a Casal di Principe, nasce ufficialmente il Comitato don Peppe Diana con lo scopo di non dimenticare il martirio di un sacerdote morto per amore del suo popolo. Inizialmente, il comitato fu costituito nel 2003 grazie a sette organizzazioni attive nel sociale, le quali decisero che l'impegno e il messaggio di Don Peppe non dovesse essere dimenticato. Queste organizzazioni erano: l'Agesci Campania, le associazioni Scuola di Pace don Peppe Diana, Jerry Essan Masslo, Progetto Continenti, Omnia Onlus, Legambiente circolo Ager e la cooperativa sociale Solesud Onlus. Il confronto avviato in quel nucleo iniziale di organizzazioni, arricchito dal contributo degli amici di don Peppe, ha fatto maturare la necessità di costituire un'associazione di promozione sociale, che si metta al servizio di quanti vogliono fare memoria del sacrificio di don Peppe, e come lui continuare a costruire comunità alternative alla camorra. Onorificenze Medaglia d'oro al valor civile «Parroco di un paese campano, in prima linea contro il racket e lo sfruttamento degli extracomunitari, pur consapevole di esporsi a rischi mortali, non esitava a schierarsi nella lotta alla camorra, cadendo vittima di un proditorio agguato mentre si accingeva ad officiare la messa. Nobile esempio dei più alti ideali di giustizia e di solidarietà umana[2] .» — Casal di Principe, 19 ottobre 1994 Bibliografia • Don Giuseppe Diana, Per amore del mio popolo non tacerò, 1991. • Roberto Saviano, Gomorra - viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Milano - Arnoldo Mondadori Editore, 2006. • Rosario Giuè, Il costo della memoria. Don Peppe Diana. Il prete ucciso dalla camorra, Edizioni Paoline, 2007. • Raffaele Sardo, La Bestia - Camorra, Storia di delitti, vittime e complici, Melampo Editore, 2008.
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    Giuseppe Diana 100 Voci correlate • Casal di Principe • Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani • Vittime della camorra • Gomorra (romanzo) • Roberto Saviano Collegamenti esterni • http://www.dongiuseppediana.it, sito legato all'AGESCI, con biografia, rassegna stampa, materiale originale, fotografie e iniziative contro la camorra. • Per amore del mio popolo [3] - lo scritto di don Diana • Video da Youtube [4] Note [1] Roberto Saviano. Perché Pecorella infanga don Peppe Diana? (http:/ / www. repubblica. it/ 2009/ 07/ sezioni/ cronaca/ mafia-9/ saviano-diana/ saviano-diana. html). la Repubblica, 1 agosto 2009. URL consultato il 2-8-2009. [2] Medaglia d'oro al valor civile (http:/ / www. quirinale. it/ qrnw/ statico/ onorificenze/ decorato. asp?id=4228& ono=13). Presidenza della Repubblica. URL consultato il 2-8-2009. [3] http:/ / www. dongiuseppediana. it/ default1. asp?active_page_id=223 [4] http:/ / it. youtube. com/ watch?v=w1c3neLjna0
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    101 Avvocati Giorgio Ambrosoli Giorgio Ambrosoli. Giorgio Ambrosoli (Milano, 17 ottobre 1933 – Milano, 11 luglio 1979) è stato un avvocato italiano, esperto in liquidazioni coatte amministrative. Fu assassinato l'11 luglio 1979 da un sicario ingaggiato dal banchiere siciliano Michele Sindona, sulle cui attività aveva ricevuto incarico di indagare. Antefatto Nel 1971 si addensarono sospetti sulle attività del banchiere siciliano Michele Sindona. La Banca d'Italia per mano del Banco di Roma investigò sulle attività di Sindona nel tentativo di non fare fallire gli Istituti di credito da questi gestiti (Banca Unione e Banca Privata Finanziaria). I motivi delle scelte dell'allora Governatore Carli erano chiaramente tese a non provocare il panico nei correntisti. Così fu accordato un prestito al Sindona, voluto anche in virtù della benevolenza dell'Amministratore Delegato Dott. Mario Barone. Quest'ultimo fu cooptato come terzo amministratore, addirittuta modificando lo statuto della Banca stessa che ne prevedeva due (nel caso specifico, i Sig.ri Ventriglia e Guidi). Fu accordato tale prestito con tutte le modalità e transazioni necessarie e fu incaricato il Direttore Centrale del Banco di Roma, Sig. Giovanbattista Fignon, di occuparsi della cosiddetta vicenda. Le Banche di Sindona furono fuse e prese vita la Banca Privata Italiana di cui il Fignon divenne Vice Presidente e Amministratore Delegato. Al contrario di tutte le aspettative, Fignon andò a Milano a rivestire detta carica e capì immediatamente la gravità della situazione. Stese numerose relazioni, capì le operazioni gravose messe in piedi da Sindona e dai suoi collaboratori tanto che ne ordinò l'immediata sospensione. Ma a Roma i poteri forti forse non gradirono una così massiccia operazione di pulizia, sebbene nei pochi mesi di tale gestione emersero innumerevoli aspetti che potevano indurre ad un salvataggio. Fignon fece egregio lavoro ma non poté bastare e nel settembre del 1974 consegnò a Giorgio Ambrosoli la relazione sullo stato della Banca. Fignon continuò nel suo operato tanto da essere citato anche nelle agende dell' Avvocato Ambrosoli che nulla poteva immaginare di ciò che sarebbe seguito. Ciò che emerse dalle investigazioni indusse, nel
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    Giorgio Ambrosoli 102 1974, a ordinare un commissario liquidatore. Per il compito fu scelto Giorgio Ambrosoli. L'incarico In questo ruolo, Ambrosoli assunse la direzione della banca e si trovò ad esaminare tutta la trama delle articolatissime operazioni che il finanziere siciliano aveva intessuto, principiando dalla società "Fasco", l'interfaccia fra le attività palesi e quelle occulte del gruppo. Nel corso dell'analisi svolta dall'avvocato emersero le gravi irregolarità di cui la banca si era macchiata e le numerose falsità nelle scritturazioni contabili. Contemporaneamente a questa opera di controllo Ambrosoli cominciò ad essere oggetto di pressioni e di tentativi di corruzione. Queste miravano sostanzialmente a ottenere che avallasse documenti comprovanti la buona fede di Sindona. Se si fosse ottenuto ciò lo Stato Italiano, per mezzo della Banca d'Italia, avrebbe dovuto sanare gli ingenti scoperti dell'istituto di credito. Sindona, inoltre, avrebbe evitato ogni coinvolgimento penale e civile. Ambrosoli non cedette, sapendo di correre notevoli rischi. Nel 1975 indirizzò una lettera alla moglie in cui scrisse: « È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di far qualcosa per il Paese. » Ai tentativi di corruzione fecero presto seguito minacce esplicite. Malgrado ciò, Ambrosoli confermò la necessità di liquidare la banca e di riconoscere la responsabilità penale del banchiere. Nel corso dell'indagine emerse, inoltre, la responsabilità di Sindona anche nei confronti di un'altra banca, la statunitense Franklin National Bank, le cui condizioni economiche erano ancora più precarie. L'indagine, dunque, vide coinvolta non solo la magistratura italiana, ma anche l'FBI. In un clima di tensione e di pressioni anche politiche molto forti, Ambrosoli concluse la sua inchiesta. Avrebbe infine dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale il 12 luglio 1979. L'omicidio La sera dell'11 luglio 1979, rincasando dopo una serata trascorsa con amici, fu avvicinato sotto il suo portone da uno sconosciuto. Questi si scusò e gli esplose contro quattro colpi di .357 Magnum. Ad ucciderlo fu William J. Aricò, un sicario fatto appositamente venire dall'America e pagato con 25 000 dollari in contanti ed un bonifico di altri 90 000 dollari su un conto bancario svizzero. Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali, ad eccezione della sola Banca d'Italia. Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e Roberto Venetucci (un trafficante d'armi che aveva messo in contatto Sindona col killer) furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli. In memoria di Giorgio Ambrosoli Giorgio Ambrosoli non ebbe, al momento, grandi riconoscimenti, nonostante il sacrificio estremo con cui aveva pagato la sua onestà e il suo zelo professionale. Il primo omaggio alla figura di Ambrosoli è stato il libro di Corrado Stajano, intitolato Un eroe borghese. Dal libro è stato tratto nel 1995 il film omonimo di Michele Placido. Nel 2009 il figlio di Ambrosoli, Umberto, ha pubblicato Qualunque cosa succeda, ricostruzione della vicenda del genitore "sulla base di ricordi personali, familiari, di amici e collaboratori e attraverso le agende del padre, le carte processuali e alcuni filmati dell'archivio RAl" (dalla quarta di copertina). Nell'anno 2000 il comune di Milano, durante il primo mandato del Sindaco Gabriele Albertini, ha dedicato una piccola piazza a Giorgio Ambrosoli in zona Corso Vercelli, e tre Borse di Studio di 5100 euro l'una. Il comune di Roma, durante il primo mandato del sindaco Walter Veltroni gli ha dedicato un Largo, in zona Nomentana. Anche altri Comuni hanno dedicato vie, piazze e larghi all'Avv. Ambrosoli, tra cui Desio, Seveso, Nova
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    Giorgio Ambrosoli 103 Milanese, Ravenna, Cesena, Varese, Rodano, Scanzorosciate, Scandicci, Corbetta, Arcene, Reggiolo, Volvera, Firenze ed altri. A Giorgio Ambrosoli è attualmente intitolata la biblioteca del palazzo di giustizia di Milano, alla quale accedono magistrati, avvocati e studenti di giurisprudenza del foro ambrosiano. A Giorgio Ambrosoli è intitolato l'Istituto Secondario Superiore di Viale della Primavera 207, Roma. L'Università degli Studi di Milano (Statale) ha dedicato una scritta commemorativa all'avvocato nell'aula 311 "Giorgio Ambrosoli" di via Festa del Perdono. Anche il Comune di Ghiffa (sul Lago Maggiore), dove Giorgio Ambrosoli è sepolto, ha dedicato all'avvocato milanese il proprio lungolago. Nell'aula magna del Liceo Classico Manzoni di Milano è affissa una targa in memoria di Giorgio Ambrosoli. Onorificenze Medaglia d'oro al valor civile «Commissario liquidatore di un istituto di credito, benché fosse oggetto di pressioni e minacce, assolveva all'incarico affidatogli con inflessibile rigore e costante impegno. Si espose, perciò, a sempre più gravi intimidazioni, tanto da essere barbaramente assassinato prima di poter concludere il suo mandato. Splendido esempio di altissimo senso del dovere e assoluta integrità morale, spinti sino all'estremo sacrificio.» — Milano, 12 luglio 1999 Bibliografia • Corrado Stajano. Un eroe borghese. Il caso dell'avvocato Ambrosoli assassinato dalla mafia politica, Torino, Einaudi, 1995. ISBN 978-88-06-17763-8. • Carlo Lucarelli. Misteri d'Italia. I casi di Blu notte. Torino, Einaudi, 2002. ISBN 978-88-06-15445-5. • Umberto Ambrosoli. Qualunque cosa succeda. Storia di un uomo libero. Sironi, 2009. ISBN 978-88-51-80120-5. Filmografia • Un eroe borghese. Regia di Michele Placido, con F. Bentivoglio, M. Placido, Italia, (1995). Collegamenti esterni • La lettera alla moglie, quasi un testamento spirituale [1] • Giorgio Ambrosoli, "eroe borghese" e vittima della finanza [2] • Articoli su Giorgio Ambrosoli su archivio900.it [3] Note [1] http:/ / www. giustiziacarita. it/ professioni/ AMBR. htm [2] http:/ / www. lalente. net/ index. php?option=com_content& task=view& id=414& Itemid=28 [3] http:/ / www. archivio900. it/ it/ articoli/ index. aspx?c=1286
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    Fonti e autoridelle voci 104 Fonti e autori delle voci Vittime di Cosa Nostra  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31349333  Autori:: .snoopy., Agnellino, Akela, Amux, Ask21, Basilero, Befree, Bilbo, Bramfab, Buggia, Cavalierebianco, Cialz, Civvì, Crisarco, Darixdm, Dedda71, Demart81, DoppioM, F.chiodo, Filnik, Francisco83pv, Gac, Gegemio, Giac83, Gierre, Ilcittadinonews, Ilcorvo, Ilsocialista, Jaqen, Kal-El, Kar.ma, Klone123, Kuviz, Liliumjoker, Lp, Madaki, Mafia Expert, Marco Bernardini, Marcok, Marcuscalabresus, Masuper, Maximianus, Nandodome, Pap3rinik, Paulatz, PersOnLine, Ricks85, Roccuz, Romero, Salvai, Salvux, Satanetto, Sbazzone, Sbisolo, Senza nome.txt, Sicilarch, Silas Flannery, Snowdog, Solfano, Squattaturi, Stegen88, Steven chiefa, Supercus, Svante, Taccolamat, Tempiese, Tirinto, To-bia1, Toobaz, Twice25, Vituzzu, Wikif, Yerul, 178 Modifiche anonime Vittime della camorra  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31206520  Autori:: .snoopy., Buggia, Caulfield, Cmm, Emilianodimarco71, Francisco83pv, Frieda, Geoffrey Calabria, Hohenloh it, Jaqen, KS, Lingtft, Lucas, Lucio Di Madaura, Marcok, Marcuscalabresus, Maximianus, Microsoikos, No2, Padovanim, Pegasos2, PersOnLine, Raffaele1979, Romero, Sbazzone, Senza nome.txt, Squattaturi, Vipera, 80 Modifiche anonime Vittime della 'Ndrangheta  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31412871  Autori:: .anaconda, Carvalho, Caulfield, Darth Kule, Formica rufa, Gp 1980, Ilaria.ioculano, Marcuscalabresus, Maxx1972, Pap3rinik, Romanella drinks, Salli, Satanetto, To011, WikiTed, 72 Modifiche anonime Vittime della Sacra corona unita  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30748448  Autori:: Fradeve11, Guidomac, Ignlig, MapiVanPelt, Nicola Romani, No2, Pap3rinik, 23 Modifiche anonime Peppino Impastato  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30797134  Autori:: .jhc., Acchiappasogni, Agentilini, Alecobbe, Antonio.Melita, Arancino, Armi e ritagli, ArtAttack, Ary29, AttoRenato, Baldolami, Baruneju, Basilero, Caulfield, Civa61, Codas, Contromano76, Darold, Dedda71, Delasale, Domenicano, Elbloggers, Emme17, Eumolpo, Fibonaccixp, Figiu, Formica rufa, Francisco83pv, Fredin, GJo, Gacio, GiaGar, GiuseppeMassimo, Grifone87, Guidomac, Hill, Ignlig, Jaqen, Koldo Biguri, Laramaroni, Lceline, Lingtft, Lou Crazy, LuckyLisp, Malemar, Marcok, Marcopil64, Marcuscalabresus, Marko86, Martin H., Medmar, Micniosi, Miticobaro, Mizardellorsa, Monnezzaro, Montemurro, Moongateclimber, Moroboshi, NRJI, Nalegato, OTILLAF, Peppì, Piaz1606, Quatar, Richzena, Rosario9, Ruthven, Sailko, Sbazzone, Scaligero, Senza nome.txt, Shaka, Shanpu, Silas Flannery, Squattaturi, Toobaz, Twice25, Vermondo, Zappuddu, Zuffe, ÁngelVF, 101 Modifiche anonime Michele Reina  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=15752344  Autori:: Griffo83, Squattaturi Piersanti Mattarella  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31310945  Autori:: Attilios, BMF81, Caulfield, Civa61, Cloj, Codas, Danilostentella, Dedda71, DominusViarum, F. Cosoleto, Formica rufa, Fotogian, Frieda, Giancarlo Rossi, Ignlig, IlPisano, Ilario, Ilcolono, Kaboot, Klone123, Lingtft, Malemar, Marcuscalabresus, Moroboshi, Mr buick, Nrykko, Patty, Piero Montesacro, Quoniam, Sarcelles, Senza nome.txt, Sicilgolem, Silas Flannery, Snowdog, Squattaturi, Svante, Taccolamat, Trixt, WinstonSmith, Zeitbloom, 27 Modifiche anonime Pio La Torre  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30855974  Autori:: Bhettax, Blues 1911, Bossina87, Cemg, Cialz, Ercoli70, Geppino74, Gian punk, Gigiblues, Gmelfi, Griffo83, Guidomac, Inthewolf, Inviaggio, Kamo, Klone123, Lillorizzo, Marcuscalabresus, Mizardellorsa, Moroboshi, Morza, Mr buick, Pegua, Pequod76, Razzairpina, Roccuz, Rojelio, Sicilgolem, Silas Flannery, Starlight, Tia solzago, Tirinto, Tooby, 18 Modifiche anonime Boris Giuliano  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=28342668  Autori:: Alec, AndreA, Andy87, BMF81, Codas, ComputerXtreme, Dedda71, Gian-, Gianfranco, Il palazzo, Kar.ma, Lingtft, LuckyLisp, Marcol-it, Marcuscalabresus, Masuper, Moroboshi, Pipep, Sailko, Senza nome.txt, Squattaturi, Taccolamat, Tano-kun, TierrayLibertad, Umberto s, 25 Modifiche anonime Lenin Mancuso  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30238175  Autori:: Biopresto, Boombaster, Buggia, Gianfranco, ITA32, Lupo rosso, Pakdooik, Pegaso9, Phantomas, Rago, Squattaturi, Stefanox1985, Yuma, 6 Modifiche anonime Emanuele Basile (carabiniere)  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30151372  Autori:: Angelosante, AnjaManix, AttoRenato, Carlomorino, DanGarb, Dedda71, Fotogian, Gac, Gand, Jacopo, Jaqen, Kaspo, Klaudio, Llodi, Maximix, Mr buick, Saro76, Senpai, Silas Flannery, Stefanox1985, 15 Modifiche anonime Carlo Alberto Dalla Chiesa  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31380916  Autori:: %Pier%, ARCHIsavio, Archeologo, ArtAttack, Arturolorioli, Ary29, AttoRenato, Baruneju, Blackcat, Bramfab, Caulfield, Cesalpino, Chiappinik, Cialz, Civvì, Cloj, Codas, Cruccone, Dedda71, DerfelLink, Dr Zimbu, F l a n k e r, F. Cosoleto, Gian-, Giordaano, Hellis, Hiaghy, Inviaggio, Jalo, Jaqen, Juan, Kar.ma, Kaspo, Klone123, Kronin, Leopold, Lingtft, Llodi, Lorenzo Cantagallo, Luca3, Malemar, Marcok, Marcuscalabresus, Marko86, Maverick1987, Mercury, Mirkocav, Moroboshi, Mr buick, Nick, Nrykko, Paolo parioli, Paolocuccu, Pequod76, PersOnLine, Pramzan45, Rael, Razorblink, Resigua, Roccuz, RockPoetry, Sarcelles, Senpai, Senza nome.txt, Sesquipedale, Shaka, Silas Flannery, Stefanox1985, Telepso, TierrayLibertad, Tomi, Toobaz, Topowiki, Torav, Truman Burbank, Yoggysot, 90 Modifiche anonime Mario D'Aleo  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30166005  Autori:: Buggia, Stefanox1985, Triquetra Giuseppe Montana  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31376737  Autori:: AndreA, Carlomorino, Dedda71, Ermanon, Gianfranco, Griffo83, Lingtft, Masuper, 14 Modifiche anonime Antonino Cassarà  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=29191350  Autori:: AndreA, Ary29, Buggia, Caulfield, Debszzz, 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Giangiacomo Ciaccio Montalto  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=28403134  Autori:: Civa61, Elbloggers, LaseriumFloyd, Salvux, Teletrasporto, 2 Modifiche anonime Bruno Caccia  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=29930577  Autori:: EdoTenani, Fara, Jalo, Marcuscalabresus, Maxbeer, Rago, 18 Modifiche anonime Rocco Chinnici  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=28910451  Autori:: Avemundi, Caulfield, Ceccorossi, Dedda71, Desyman, Donato ditrapani, Elbloggers, Enrico-CI-90, Giancarlo Rossi, Jaqen, Lingtft, Llodi, Lucas, Marcuscalabresus, Moroboshi, Orion21, Patafisik, Roccuz, Senza nome.txt, Sicilarch, Silas Flannery, 23 Modifiche anonime Rosario Livatino  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30079002  Autori:: Adrian Comollo, Alessandro Barone, Arturo.c, Beatrice, Blues 1911, Crabbymole, Crisarco, DCGIURSUN, Elbloggers, Giancarlo Rossi, Lingtft, Moroboshi, Ogrizzo, Panairjdde, Retaggio, Sicilia fantastica, Silas Flannery, Solfano, Torav, 17 Modifiche anonime Antonino Scopelliti  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=28545465  Autori:: .snoopy., Ags, Askenaz, AttoRenato, Blakwolf, Carlomorino, Ciccio Blaganò, Domenico Arcudi, Emilianodimarco71, Ignlig, Jaqen, Lingtft, MUSICANTE, MapiVanPelt, Maxx1972, Mr buick, Nicoli, Squattaturi, Villese92, Waglione, 15 Modifiche anonime Giovanni Falcone  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31536315  Autori:: %Pier%, .anaconda, .snoopy., ASP, Aboliamoli.eu, Accurimbono, Allergic, AndreA, Andrew88, Ary29, BMF81, Barbaking, Bronzino, Bultro, Calabash, Caulfield, Cinzia, Civvì, Cloj, Codas, ComputerXtreme, Consbuonomo, Crisarco, D'arcywretzy, DCGIURSUN, Dedda71, Desyman, Dmerico, Domino89, Dr Zimbu, Dread83, Fabr, Fantasma, Figiu, Francy9797, Franztanz, Freddyballo, Gacio, Galessandroni, Garen, Gcalderone, Geghesors, Generale Lee, Giancarlo Rossi, Giggiggio76, Guidomac, Gusme, Hal8999, Hanyell29, Hauteville, Hellis, Homer, Ignlig, Il Borg, Ilsocialista, Kal-El, Kattoliko, Klone123, Kormoran, Legendcrow, Limpar, Lingtft, Llodi, Losògià, LuckyLisp, M7, MM, Manutius, Marcok, Marcopil64, Marcuscalabresus, Mariogyn, Marko86, Matrixmorbidoso, Maximianus, Mechanical, Melkor II, Melos, Menion89, Metralla, Michele.B, Moroboshi, Nandorum, Nevermindfc, Nick1915, Nicoli, No2, PROXIMO, Peter Benjamin, Phyk, Piero, Pil56, Quoniam, Rael, Rago, Razzabarese, Remulazz, Resigua, Restu20, Roccuz, Rutja76, SCDBob, Sailko, Sbazzone, Senza nome.txt, Serenet, Sf71177, Sicilarch, Simotdi, Snowdog, Squattaturi, Stefanofonzi, Superchilum, Supernino, Teresa19, Tia solzago, Tirinto, Tizi101, Tricolore88, Udonknome, Umberto Basilica, Una giornata uggiosa '94, Vale maio, Viames, Vin junior, Vituzzu, Vmoscarda, Vomitron, WINDWILDE, Wikif, Wyszinski, Yiyi, Yoggysot, Zimmon, Zuzeca, 234 Modifiche anonime Paolo Borsellino  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31537674  Autori:: *Raphael*, .jhc., .mau., Accurimbono, Aldolat, Alessandromano, Alfio, Alfovel, 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    Fonti e autoridelle voci 105 ComputerXtreme, Crisarco, Cristiano72, Cruccone, DCGIURSUN, Dedda71, Django, Domino89, EH101, Eva Mathiasch, Exorcist Z, Fabr, Fantasma, Fertility, FireFlight, Freddyballo, Gac, Gacio, Gandalf.the.Grey, Gcalderone, Giancarlo Rossi, Giancarlodessi, Gianluca91, Giannizx1, Giggiggio76, Giuse93, Guaza, Guidomac, Hamlet80, Hanyell29, Hauteville, Heelens, Hellis, Homer, Ignlig, Iiiioo, Ilario, Inviaggio, Iron Bishop, Jaqen, Kaspo, Kattoliko, KingFanel, L736E, Larios, Legendcrow, Lingtft, Llodi, Lukius, M7, Malemar, MapiVanPelt, Marco Olivini, Marcok, Marcopil64, Marcoranuzzi, Marcuscalabresus, Mariogyn, Marko86, Matrixmorbidoso, Matt.mac, Maximianus, Melos, Morgan Sand, Moroboshi, Nanae, Nicoli, Ninù, PROXIMO, Pakdooik, Pap3rinik, PersOnLine, Peter Benjamin, Piero, Psylocibe, Rael, Razzabarese, Remulazz, Respighel, Rifrodo, Riotforlife, Roberto Mura, Roccuz, Rojelio, Rosario9, SCDBob, Sailko, Sbazzone, Senza nome.txt, Sesquipedale, Sf71177, Sicilarch, Sid-Vicious, Silas Flannery, Simo82, Smuggler, Snigger, Snowdog, Square87, Stefanox1985, Superchilum, Superuomopazzoide, Sveliamoimisteri33, Taccolamat, Tano-kun, Teresa19, Terrasque, Tia solzago, Tiyoringo, Tonii, Unriccio, Vale maio, Viames, Vipera, Virtualtips, Vomitron, WINDWILDE, Wyszinski, Yoggysot, Yuma, Zooropaforever, Zuzeca, 262 Modifiche anonime Mario Francese  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30889268  Autori:: Caulfield, Civa61, Codas, Dedda71, Fantasma, LuckyLisp, No2, Peppì, Squattaturi, Toobaz, 10 Modifiche anonime Giuseppe Fava  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31248754  Autori:: 2diPikke, Airon90, Amarvudol, AttoRenato, Coordgfavapalazzolo, DaniDF1995, Dr Zimbu, Ferdinand.bardamu, Figiu, Jalo, Kaspo, Lingtft, LucaLuca, Luciano G. Calì, Mac'ero, Monnezzaro, Nicolcocco, Nicoli, Peppì, Pequod76, Phantomas, Piero Montesacro, Pigei, Pino alpino, Puppybarf, Restu20, Sailko, Squattaturi, Trixt, Vituzzu, 34 Modifiche anonime Giancarlo Siani  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31518970  Autori:: Al Pereira, Antiedipo, Antonuzza, Arturo.c, Basilero, BlackOrestes, Cloj, CorradoM, DCGIURSUN, Danilo.sarnataro, Delasale, Figiu, Gaspyr, Giancarlo Rossi, Gianfranco, Gliu, Grigio60, Ilario, Inviaggio, Jaqen, Jepo, Joe mentina, Lalupa, MM, Mafia Expert, Maurice Carbonaro, Melezio, Moloch981, Nerofumo, Nuceria5, Osk, Pakdooik, Peppì, Picsel, Razzairpina, Romero, Sammy01, Sannita, Sbazzone, Vermillo, Vito Calise, Zappuddu, 37 Modifiche anonime Beppe Alfano  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30755321  Autori:: AndreA, AttoRenato, Caulfield, Civa61, Elbloggers, Giovanni Messina, Giovanni Panuccio, Ignlig, Jaqen, Loroschi, Peppì, Rl89, Roccuz, Squattaturi, Taccolamat, Tiziano1900, Triquetra, Wyszinski, 12 Modifiche anonime Libero Grassi  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30507399  Autori:: Andre86, Caulfield, DanGarb, Dedda71, Giancarlo Rossi, Ignlig, Ilario, Kuviz, Lingtft, Llodi, Medan, Melos, Moroboshi, Nitya Dharma, Paginazero, Pakdooik, Peppì, Squattaturi, Trixt, 20 Modifiche anonime Giuseppe Borsellino  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30050449  Autori:: Carlomorino, Debszzz, Dedda71, Figiu, Lucas, Moloch981, Moroboshi, Peppì, Retaggio, Rojelio, Squattaturi, Trikke, Vmoscarda, Wyszinski, 2 Modifiche anonime Pino Puglisi  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31500528  Autori:: *nto, Akela, Ary29, Avemundi, Baldolami, Barone Birra, Calabash, Codas, Cotton, Dedda71, DonPaolo, Eltharion, Eyeinthesky, Felisopus, Giancarlo Rossi, Guidomac, Gusme, Hanyell29, Ignlig, Lingtft, Marcok, Marcuccio02, Marcuscalabresus, Marko86, Maximianus, Micione, Moroboshi, Nicola Romani, Panz Panz, Paulatz, Peppì, Rainbowpino, Roberto Mura, Sailko, Senza nome.txt, Serenet, Shaka, Sicilarch, Silas Flannery, Snowdog, Square87, StefanoBarillà, Vando85, Vipera, Vmoscarda, Wolland, 40 Modifiche anonime Giuseppe Diana  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=31565890  Autori:: 84628589MDJMF, Ask21, Assianir, Blaumeer, Demart81, Dr Zimbu, Guidomac, Gvf, Hanyell29, IlPisano, Jaqen, Kibira, Lingtft, Lou Crazy, Mirkocav, Pedros86, Pietro Giannini, Romero, Sbazzone, Snowdog, Toobaz, Ugo d'Arles, 84 Modifiche anonime Giorgio Ambrosoli  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?oldid=30998399  Autori:: %Pier%, Akuankka, Alexander VIII, AnjaQantina, Aracuano, Ary29, Atina, AttoRenato, Bisco, Blakwolf, Borgolibero, Brownout, Caulfield, Codas, Cruccone, Dunferr, Elbloggers, Eweriuer, Formica rufa, Fotogian, Fredericks, Gffr, Guidomac, Hal8999, Ignlig, Kuviz, Llodi, Lou Crazy, Lucam74, Malemar, Marcok, Marius, Massimo Macconi, Mr buick, Orobico, Piero, Rago, Rimigliano, Roberto Momesso, Rollopack, Samoano, Sarcelles, Sbisolo, Senza nome.txt, Shaka, TierrayLibertad, Tinette, Torav, Vento, 76 Modifiche anonime
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    Fonti, licenze eautori delle immagini 106 Fonti, licenze e autori delle immagini Immagine:Emanuele Notarbartolo.gif  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:Emanuele_Notarbartolo.gif  Licenza: Public Domain  Autori:: G.dallorto, Roberto86 Immagine:JoePetrosino-Commons.jpg  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:JoePetrosino-Commons.jpg  Licenza: Public Domain  Autori:: Frank C. Müller, Twice25, Wst, 1 Modifiche anonime Immagine:Accursio Miraglia.jpg  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:Accursio_Miraglia.jpg  Licenza: sconosciuto  Autori:: Kronin, Squattaturi, 1 Modifiche anonime Immagine:Carloalbertodallachiesa.png  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:Carloalbertodallachiesa.png  Licenza: sconosciuto  Autori:: AttoRenato, Giac83, Jalo, Sannita Immagine:Strage della circonvallazione.jpg  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:Strage_della_circonvallazione.jpg  Licenza: sconosciuto  Autori:: Squattaturi Immagine:Giuseppe Fava.jpg  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:Giuseppe_Fava.jpg  Licenza: sconosciuto  Autori:: Squattaturi Immagine:Peppino Impastato 1977.jpg  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:Peppino_Impastato_1977.jpg  Licenza: sconosciuto  Autori:: Giac83, Shaka Immagine:GIUSEPPE IMPASTATO (214811692).jpg  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:GIUSEPPE_IMPASTATO_(214811692).jpg  Licenza: Creative Commons Attribution 2.0  Autori:: Obi from ROMA Immagine:Wikiquote-logo.svg  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:Wikiquote-logo.svg  Licenza: sconosciuto  Autori:: -xfi-, Dbc334, Doodledoo, Elian, Guillom, Jeffq, Maderibeyza, Majorly, Nishkid64, RedCoat, Rei-artur, Rocket000, 11 Modifiche anonime Immagine:Piersanti Mattarella Pertini.jpg  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:Piersanti_Mattarella_Pertini.jpg  Licenza: sconosciuto  Autori:: Caulfield, Trixt File:Logo della Camera dei deputati.svg  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:Logo_della_Camera_dei_deputati.svg  Licenza: sconosciuto  Autori:: Basilicofresco, F l a n k e r, M7, Riccardo630, 1 Modifiche anonime File:Pio la torre.jpg  Fonte:: http://it.wikipedia.org/w/index.php?title=File:Pio_la_torre.jpg  Licenza: sconosciuto  Autori:: Razzairpina Immagine:Borisgiuliano.jpg 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