LICIA TROISI   La ragazza dragoII – Lalbero di Idhunn          2009
A mia zia Adele,che ha dato linfa e consistenza allemie fantasie
Prologo     LAlbero del Mondo gemeva. Eltanin ne udiva il lamen-to straziante. Lo percepiva nella carne, prima ancora chen...
«LAlbero del Mondo sta al centro di unarea scoperta,una specie di tempio» aveva detto al suo nuovo signore.«Oltre ai Guard...
le loro ragioni, e perché loro credono in te. Allora guarda,guarda e gioisci. Fa tutto parte del piano."      I Draghi del...
gli sembrò di capire: labisso in cui era scivolato, labominiodi cui si era reso partecipe, la follia che laveva dominato i...
1 Vita da Clown     La platea del circo era gremita. Dentro il grande tendonea strisce blu e gialle ogni ordine di file er...
nonostante il largo sorriso disegnato con il rossetto, avevaunespressione tristissima.      Si alzò sollevandosi i pantalo...
"Ma perché sono dovuta venire qua?" si chiese con di-sperazione, ed era almeno la centesima volta che si ponevaquella doma...
difficilissimo. Erano lunghe come quelle di Pippo, forse an-che di più, e si piegavano ogni volta che alzava il piede date...
ti. Attraversò le quinte a testa bassa, sfuggendo alle facce deicompagni del circo che la guardavano sorridendo. Colse unp...
2 Come fù che Sofia si ritrovò al circo     Allinizio Sofia aveva pensato che si trattasse di una pu-nizione per la sua in...
Era questo il compito di Lidja e Sofia, che erano Draco-niane e ospitavano ciascuna lo spirito di uno dei Draghi dellaGuar...
In ogni caso, si era data da fare. Ore e ore passate vicinoalla Gemma, la reliquia dellAlbero del Mondo, per sfruttarneal ...
«Vedi, se ti impegni i risultati alla fine arrivano» avevareplicato Schlafen compiaciuto.      Poi aveva sorbito tranquill...
«Ma anche Lidja parte!»      Nei secondi di silenzio che erano seguiti, Sofia avevaavuto tutto il tempo di comprendere lam...
«Ci sarà Lidja con te, e la gente del circo. Sarà diverten-te, vedrai. Non posso rimandare il viaggio, Sofia, è tassativoc...
Sofia aveva contemplato a lungo il suo ciondolo, stu-pendosi di non sentirne provenire alcuna magia; non percepi-va il sen...
Sofia aveva sospirato. «Non penso proprio che avrò oc-casione di metterlo. Vado in un circo, non a una serata digala.»    ...
Era una vecchia rinsecchita, ma dallaria gioviale e fur-ba. La pelle cotta dal sole, aveva lunghi capelli bianchi striatid...
più bene al mondo per andare in un luogo strano di cui sape-va ben poco.     Aveva salutato il professore baciandolo sulle...
3 Incubi e icontri     Doveva essere il tramonto. Intorno a lei tutto era di unviola cupo. Anche il cielo era della stessa...
lelepipedi allineati uno di fianco allaltro come tessere di undomino gigantesco.      I suoi passi risuonavano sul selciat...
serpente che si contorceva furioso. Dovette aggrapparsi condisperazione alle squame per non cadere. Urlò, ma la suabocca n...
come coltelli schioccavano sulle sue ossa. Solo allora unurlo, inumano e terribile, proruppe dalla sua gola.      Sofia si...
Sofia si lavò in quattro e quattrotto. Si faceva colazionetutti insieme nella pista del circo, attorno a una tavolata chem...
lo errore per prendere fuoco. Ma la loro fiducia nelle propriecapacità era sconfinata, e del resto non sbagliavano mai.   ...
«Invece è esattamente quello che hai detto. Ammettiloche è la nostra vita che non ti piace» la aggredì Lidja.      «Ragazz...
nuovi aspetti. Era una cosa rassicurante, a pensarci bene. An-che quando si è finito il proprio compito, si può essere uti...
piaceva. Era un giardino incantato. Appena ci entravi, il ru-more della città rimaneva chiuso fuori. Cera spazio solo peri...
Da quando stava al circo, era la prima lettera che riceve-va dal professore, e laveva attesa a lungo. Le mancava, lemancav...
Sofia aveva provato un vago senso di delusione quandoaveva saputo che il terzo Draconiano era un ragazzo. Avevasperato si ...
Perché questo le era sempre mancato in tutti queglianni: una famiglia.     Sono certo che tu e Lidja state continuando a c...
Il suo cuore perse un colpo. Ricordò in un istante lincu-bo della notte prima, ed ebbe una paura pazzesca, la stessache av...
«Ti ho sentito, sai?» disse la figura.      Sofia smise di respirare.      «So che sei lì, non aver paura, non mordo.»    ...
«È il giardino di una chiesa» riprese la vecchia «di unconvento, per la precisione. Forse per questo è un luogo cosìtranqu...
«Io vengo spesso qui. E tu?»     «Tutti i giorni, se posso» rispose Sofia.     «Allora magari ci rivedremo. Lo spero, alme...
4 Un ragazzo misterioso     «Dove cavolo eri sparita?» laccolse Lidja sgarbatamen-te, quando Sofia rientrò al circo.     «...
grossi. Con quelli che studiano a casa la commissione non èmai tenera. E poi ti sei dimenticata del frutto? Avremmo an-che...
za. Aveva fatto solo una richiesta: stare con la sua genteunultima volta.      «Nella mia vita cè sempre stato solo il cir...
Una cosa Sofia la ottenne: basta con i clown. Lidja levenne addirittura in soccorso.     «Lei non si sente a suo agio a fa...
Un paio di persone anziane con un bambino al seguito:due nonni e il nipote, con ogni probabilità.      Una coppia giovane,...
«Mi scusi» disse senza alzare la testa, mettendo le manisul carnet di biglietti. «Quanti ha detto che ne vuole?» E sol-lev...
Scivolò giù dalla sedia e si mise a frugare a terra.      «Arrivo!» urlò. Quando riemerse, il ragazzo era scom-parso. Si g...
«Io non sto sgattaiolando da nessuna parte!»      Sofia sentì un colpo al cuore. Quella era la sua voce. Leaveva detto sol...
Il ragazzo la fissava con unaria di superiorità assoluta.Giustificatissima, pensò Sofia, data la patetica figura cheaveva ...
«Faccio io, grazie» aggiunse scocciato. Prese il bigliet-to, poi con malagrazia le rimise il carnet in mano.      Sofia lo...
«Senti, mi sembrava che avessi accettato la cosa. Non tidevi esibire, non sei vestita da clown, ti assicuro che non cisarà...
Lamica le indicò il vestito. Sofia lo indossò evitandoaccuratamente lo specchio, e quando si voltò trovò Lidja aesaminarla...
spalancati. Porse il carrello a Carlo, e si ricordò che invecedoveva metterlo davanti a Martina. Carlo non ne fece un pro-...
dalle spalle, e per un attimo fluttuarono eteree nellaria geli-da. Dopodiché, dalla struttura sulla sua schiena partironol...
5 il nemico si muove      Il ragazzo volò sui campi deserti, addormentati nel si-lenzio della notte, e seguì il corso pigr...
Il posto era desolato. Il fiume scorreva lento, facendosi stra-da tra cumuli di immondizia, con un gorgoglio che sembravau...
«Ti sbagli, Fabio» replicò il giovane. «Tu sei sicura-mente un servo, ma io sono ben altro.»      Il ragazzo fu costretto ...
«Dal profondo della tua prigionia, ti chiamiamo, o Eter-no Serpente, rispondi alla nostra supplica» recitarono alluni-sono...
Fu Ratatoskr a parlare: «È stato il ragazzo a chiedermidi evocarvi, mio Signore.»      «Lo so» fu la secca risposta di Nid...
«Perché quello è un loro posto» rispose Fabio, deciso esprezzante. Poi tornò a guardare Nidhoggr. «Voi avete dettoche lamp...
Le tenebre si dissiparono, il volto del signore delle vi-verne scomparve allimprovviso e Fabio e Ratatoskr furonodi nuovo ...
«Vedremo» sogghignò Ratatoskr con cattiveria. Quinditirò su una mano chiusa a pugno, tranne per lindice e il me-dio. «Due ...
ogni volta che lo vedeva arrivare e andare via. Aveva sogna-to un futuro insieme a lui, una casa e dei figli, addirittura,...
6 Il noce     «Bingo!» esclamò Lidja sedendosi al tavolo della cola-zione. Saltava sempre come un grillo, la mattina, ment...
ma con il senno di poi si era detta che i sogni e le visioni era-no sempre stati un modo con cui i loro poteri si manifest...
vano, le squame saltavano via e veniva alla luce la nuda ter-ra. Ma anche la terra aveva qualcosa di strano, perché era lu...
«E cosa cerchiamo? Noci famosi della storia?» A Sofiascappò un mezzo sorriso.      «Per esempio» asserì Lidja senza ombra ...
per non capire quali fossero le cose attendibili e quali invecequelle assurde. Poi la chiavetta di rete che si ritrovava f...
Non lavrebbe mai ammesso, ma moriva dalla voglia dirivedere il ragazzo misterioso. Camminava, e si domandavase lui avesse ...
cose in comune. Poi, in piedi in una di quelle stradine, luiprima le avrebbe messo un braccio intorno alle spalle, e poila...
La vecchina le regalò un sorriso triste e sdentato. «Ci in-contriamo di nuovo» disse.     «Già.»     Lanziana donna fece u...
Sofia deglutì, si fece coraggio. «Loro chi? E chi è questalei di cui mi ha parlato anche laltra volta?»      «Le streghe, ...
«Vado via subito» si affrettò a dire Sofia. E si avviò dicorsa verso luscita. Del resto, aveva trovato quello che stavacer...
7 L esito della ricerca     Allora il noce non cè più?» chiese Lidja. «È stato abbat-tuto tanto tempo fa. Quanto, non lo s...
«Soprattutto perché appare e scompare improvvisamen-te e la incontri sempre quando sei sola… Ce nè abbastanzaper avere dei...
davanti alla porta chiusa per più di mezzora. Lidja era rima-sta al circo per gli allenamenti del pomeriggio. Alma sapevaq...
che per miracolo trovava, e alla fine, dopo ore di lavoro, pro-duceva pagine di quaderno che a leggerle facevano schifo: i...
ne, intrecciare le criniere dei cavalli o preparare filtri damo-re. Non sapeva se crederci o meno. La magia era qualcosa d...
«Non cè problema, ma adesso devo chiudere, percui…» La bibliotecaria la prese per un braccio, tirandola de-licatamente ma ...
dea egizia Iside, cui forse veniva tributato un culto interpre-tato come affine alla stregoneria; dei Longobardi, gli anti...
nulla o farne crescere altre che già esistevano, e modellarlein qualsiasi foggia. Allinizio Sofia laveva definito un poter...
Lo vide fermarsi vicino al cancello a lato della chiesa eguardarsi intorno furtivo. Poi un brillio, e due enormi ali tra-s...
8 La prima battaglia     Sofia si guardò attorno: non cera nessuno. Percorse lapiazza di corsa e si appoggiò con le mani a...
Licia troisi la ragazza drago 02 l'albero di idhunn
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Licia troisi la ragazza drago 02 l'albero di idhunn

  1. 1. LICIA TROISI La ragazza dragoII – Lalbero di Idhunn 2009
  2. 2. A mia zia Adele,che ha dato linfa e consistenza allemie fantasie
  3. 3. Prologo LAlbero del Mondo gemeva. Eltanin ne udiva il lamen-to straziante. Lo percepiva nella carne, prima ancora chenelle orecchie, e se ne sentiva dilaniato. Perché lui era an-cora una creatura di Draconia e uno dei Guardiani dellAl-bero del Mondo, e niente avrebbe potuto fargli dimenticarele sue origini. Nemmeno il tradimento che aveva compiuto.Nemmeno la lunga notte trascorsa, durante la quale avevalottato contro i suoi simili, i draghi, al fianco delle viverne. Avevano combattuto tutta la notte e il giorno seguente.Si erano scontrati a ogni angolo di strada, gli incendi aveva-no divorato case e cadaveri, e lui non si era risparmiato.Aveva affondato gli artigli nella carne dei fratelli, avevasoppresso ogni pietà e aveva guidato i suoi contro i vecchiamici. Ma per quanto si battessero con coraggio, per quantosi accanissero sul nemico incuranti delle ferite, le vivernenon erano riuscite a prevalere. Al tramonto risultava eviden-te che la sortita non era andata a buon fine. Avevano inflittoterribili perdite al nemico, ma la città era ancora saldamen-te in mano ai draghi. Ed era stato allora che Eltanin avevaspiegato a Nidhoggr come sferrare lultimo attacco, quellodecisivo.
  4. 4. «LAlbero del Mondo sta al centro di unarea scoperta,una specie di tempio» aveva detto al suo nuovo signore.«Oltre ai Guardiani, che comunque saranno impegnati acombattere, cè una barriera che lo protegge. Si può oltre-passare spalmandosi di linfa, ma brucerà.» La linfa dellAlbero del Mondo… Laveva consegnata aNidhoggr. Il signore delle viverne aveva ghignato con ferocia. «Èun dolore che sopporterò con piacere.» Ed ecco, laveva fatto. Nidhoggr era andato fino allAl-bero del Mondo, e ora lo stava distruggendo. Eltanin si voltò, corse verso larena obbedendo a unistinto primordiale; era pur stato un Guardiano per moltianni. Nidhoggr era là, le squame fumanti per il contatto conla linfa. Le sue zanne scavavano la terra e ne estraevano leradici dellAlbero del Mondo, tranciandole, divorandole. Lalinfa si spandeva a terra come sangue, lucente e preziosa,mentre lAlbero era scosso da orrendi singulti, gli ultimispasmi di un essere agonizzante. Eltanin percepì lorrore di quanto stava accadendo,sentì il cuore tremare e le zampe implorarlo di accorrere, disalvare quel che restava dellAlbero. Le foglie in cima allachioma già cominciavano ad appassire, stingendo in ungiallo malato e cadendo al suolo. Ma si controllò. "È quello che hai voluto, quello che hai scelto. Sapeviche doveva accadere. Hai scelto le viverne perché credi nel-
  5. 5. le loro ragioni, e perché loro credono in te. Allora guarda,guarda e gioisci. Fa tutto parte del piano." I Draghi della Guardia accorsero. Alcuni feriti, le ar-mature sporche di sangue nero – sangue di viverna – o ros-so, il loro stesso sangue. Thuban, Rastaban, lorrore negliocchi. Nidhoggr rideva, le zanne grondanti linfa vitale dellAl-bero del Mondo. Ruggì al cielo, un ruggito di trionfo. «Cosafarete, adesso, eh? Cosa farete adesso che lAlbero è morto?È solo questione di tempo, e le viverne torneranno a domi-nare la Terra. Il tempo dei draghi è finito!» Spalancò le ali, nere, immense, e spiccò il volo con unsolo, possente battito. «Ritirata!» urlò trionfante. «Torneremo» ripetè poi,guardando verso il basso. «Torneremo e saremo decine dimigliaia. E allora Draconia sarà solo un pallido ricordo.» Volò via, seguito da uno stormo di viverne. Eltanin loseguì con i suoi. Era ancora stordito, incapace di credereche limpossibile fosse davvero accaduto. LAlbero del Mon-do era morto. Gettò un ultimo sguardo verso terra, là dovelAlbero si dissanguava lentamente, le foglie che cadevano auna a una, la corteccia che avvizziva. Non riusciva più nep-pure a vedere i frutti. Ma lei, lei la vide. Assieme ai Guar-diani, in ginocchio sullerba rorida di linfa, disperata. Dovette percepire il suo sguardo, perché girò la testa elo fissò. Eltanin non scorse né odio né rimprovero in quellosguardo. Cera piuttosto dolore, e una supplica. In un istante
  6. 6. gli sembrò di capire: labisso in cui era scivolato, labominiodi cui si era reso partecipe, la follia che laveva dominato inquei mesi che aveva trascorso inebriato di sangue e potere.Ma più di tutto, lannientò il pensiero che lesse in quellosguardo: "Quello che hai fatto può essere perdonato, perchétu sei e sempre resterai uno di noi. " Eltanin dovette chiudere gli occhi e soffocare con forzail desiderio cocente di tornare indietro, di abbandonare tuttoe cancellare ciò che era stato. Ma aveva fatto una scelta,una scelta da cui non cera ritorno, e lAlbero morente, lànellarena, lo dimostrava fin troppo chiaramente. Si volse e seguì i suoi nuovi compagni. No, non cera ri-torno possibile.
  7. 7. 1 Vita da Clown La platea del circo era gremita. Dentro il grande tendonea strisce blu e gialle ogni ordine di file era occupato: fami-glie, soprattutto, e tanti bambini che mangiavano popcorn alburro e zucchero filato. Lodore dolce riempiva la pista. So-fia guardò il pubblico da dietro le quinte, attraverso un sottilespiraglio. Si sentiva la faccia immobilizzata dalla biacca cheMartina aveva steso senza risparmiarsi. Quando si era guar-data allo specchio, aveva stentato a riconoscersi. Per altro,
  8. 8. nonostante il largo sorriso disegnato con il rossetto, avevaunespressione tristissima. Si alzò sollevandosi i pantaloni con le mani: di un bluelettrico, larghissimi, la vita circondata da un ampio cerchiodi plastica, erano tenuti su da un paio di bretelle rosse e bian-che. Le scarpe erano di almeno due misure più grandi dellasua, e soprattutto lunghissime. Ci incespicava a ogni passo. «È proprio necessario?» chiese in un ultimo impeto diribellione. «Sì» fu la spietata risposta di Martina. Sofia sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla.«Pronta?» Era Lidja, nello splendore dellabito di scena: un body divelluto viola e un tutù di impalpabile chiffon. Si era appenaesibita nel suo numero di acrobazia con i drappi, ed era stataperfetta, come al solito. Il pubblico si era spellato le mani da-gli applausi. «No» fu onesta Sofia. «Neppure un po.» Lidja assunse unespressione seria. «Quanto la failunga… Entri in scena, porti le torte e te ne vai. Fine. Rapidoe indolore.» «Niente è indolore quando a farlo sono io.» Lamica le diede un buffetto. «Piantala adesso. Fallo ebasta. E comunque sarai bravissima.» Uno scroscio di applausi costrinse Sofia a guardare dinuovo fuori. Minimo, il banditore nano, era entrato in pista.E questo significava che tra poco sarebbe toccato a lei.
  9. 9. "Ma perché sono dovuta venire qua?" si chiese con di-sperazione, ed era almeno la centesima volta che si ponevaquella domanda da quando aveva messo piede al circo. «E ora, il duo CicoByo!» annunciò Minimo. Carlo e Martina, in arte Cico e Byo, le passarono accan-to. Martina le fece locchiolino. «In gamba, okay?» le sussurrò. Era linizio del numero, e Sofia sentì che la testa le gira-va. Guardò i clown: Martina si esibiva come giocoliere con ibirilli, ma quando li lanciava a Carlo, lui non ne prendevaneppure uno. Ogni volta che un birillo gli finiva sul petto, loguardava perplesso cadere a terra, e i bambini ridevano comepazzi. Sofia distolse lo sguardo. Ripassò mentalmente la suaparte. Prima di tutto doveva afferrare il carrello con le torte,poi doveva raggiungere il centro della pista spingendolo finoa Carlo e Martina. Alla fine doveva voltarsi e andare via.Cinque passi in tutto. Non era difficile. "Cinque passi, molliil carrello e vai. Fine." Vide Martina e Carlo girati verso di lei, in attesa che ar-rivasse, e il pubblico in silenzio. Deglutì. "Okay, vado!" Si spinse attraverso le quinte. Qualche ragazzo fece untimido applauso, ma la maggior parte del pubblico rimase aguardarla muta. Lei immaginò come la vedevano: un tristis-simo clown che camminava e basta, niente di molto diverten-te. Fece un passo. Due passi. Avanzare con quelle scarpe era
  10. 10. difficilissimo. Erano lunghe come quelle di Pippo, forse an-che di più, e si piegavano ogni volta che alzava il piede daterra. E quando lo riappoggiava, sollevavano nubi di segatu-ra. "Stai andando alla grande, Sofia" si disse. "Tra pocosarà finita." Tre passi. "Rapido e indolore. Hai visto? È facile." Quattro pas… E lì accadde. Al quarto passo i suoi pie-doni si allacciarono tra loro, sbilanciandola e facendola cade-re in avanti. Fu come in un film dellorrore. Il tempo rallentò, e Sofiaebbe modo di sentire che il suo sederone finiva allinsù, men-tre la sua faccia affondava nelle torte. Vi fu un gigantescoSPLAT… Poi solo silenzio. Un attimo che durò uneternità.Dopodiché qualcuno del pubblico cominciò a ridere, e la ri-sata contagiò gli altri come una scintilla in un bosco si tra-sforma in un incendio, mentre Sofia rischiava di soffocare inuna torta alla panna grande quanto lei. Finalmente sentì che qualcuno lafferrava per i pantalonie la tirava su a forza. Tra panna e frammenti di pan di spagnache le colavano sugli occhi, riuscì a distinguere la faccettafurba di Martina. Cercò di dire qualcosa, ma un frammentodi torta le andò di traverso, e cominciò a tossire. Il pubblicopensò a un nuovo sketch e si sganasciò dal ridere. Sofia scappò via tossendo, a tutta la velocità che le scar-pe le permettevano, seguita da applausi e risa sempre più for-
  11. 11. ti. Attraversò le quinte a testa bassa, sfuggendo alle facce deicompagni del circo che la guardavano sorridendo. Colse unpaio di: «Cavoli, hai davvero la stoffa!» e «È stato un suc-cessone!». Si infilò nel camerino, sbatté la porta alle sue spalle e siaccasciò davanti allo specchio. Era finita. Se Dio voleva, erafinita. Intravide il riflesso della propria faccia, e si trovò piùtriste e ridicola che mai. Aveva unenorme voglia di piange-re, ma si trattenne. Perché qualche mese prima aveva giuratoa se stessa che avrebbe smesso di essere debole, di farsi mal-trattare da tutti. E allora fu la rabbia ad avere la meglio: ver-so Lidja, verso Alma, che del circo era proprietaria, e versotutte le persone che ci lavoravano. Ma soprattutto verso ilprofessore, che un bel giorno aveva preso armi e bagagli e senera andato, mollandola lì in mezzo a sconosciuti. E lei nonaveva alcuna intenzione di perdonarlo.
  12. 12. 2 Come fù che Sofia si ritrovò al circo Allinizio Sofia aveva pensato che si trattasse di una pu-nizione per la sua incapacità. In fin dei conti, da quel primoscontro con Nidhoggr, nove mesi prima, non era riuscita acombinare niente di buono. Certo, avevano trovato il primofrutto – uno dei cinque oggetti magici che avrebbero potutoridare vita allAlbero del Mondo – ma si trattava, appunto,solo del primo. Ne rimanevano ancora quattro da ritrovare, edel secondo non cera traccia.
  13. 13. Era questo il compito di Lidja e Sofia, che erano Draco-niane e ospitavano ciascuna lo spirito di uno dei Draghi dellaGuardia, che in passato avevano avuto lincarico di protegge-re lAlbero. Per quanto si fossero sforzate, però, fino a quelmomento non cera stato nulla da fare. Dove fosse il fruttorestava un mistero. Il professor Schlafen del resto laveva detto subito. Gliocchialetti tondi sul naso affilato, il volto serio incorniciatodalla corta barba candida, e quella sua aria irresistibile dagentleman dellOttocento, aveva sentenziato: «Abbiamo vin-to una battaglia, ma la guerra purtroppo è ancora aperta. Cisono due cose da fare immediatamente: trovare un altro Dor-miente e cercare un nuovo frutto.» Eh sì, perché di Draconiani in giro ce nerano ancora tre,e ciascuno di loro al momento era con ogni probabilità unDormiente, una persona qualsiasi ignara di ospitare in senolo spirito di un drago. Trovare gli altri tre e metterli al cor-rente della situazione era compito del professore, ma solo Li-dja e Sofia potevano recuperare i frutti dellAlbero del Mon-do. Solo loro erano in grado di percepirne la presenza. Ed entrambe si erano messe al lavoro, subito, anche seSofia aveva solo voglia di ponderare con tranquillità quantoera successo in quelle ultime settimane. Sì, era una Draco-niana – addirittura il capo dei Draconiani, ma a questo prefe-riva non pensare – e aveva un compito da svolgere. Ma ave-va anche quattordici anni, non aveva diritto a un po di pace?
  14. 14. In ogni caso, si era data da fare. Ore e ore passate vicinoalla Gemma, la reliquia dellAlbero del Mondo, per sfruttarneal meglio i poteri; e poi allenamenti e studio sui libri della bi-blioteca del professore. Tutto inutile. La situazione si era sbloccata quando Lidja aveva decisodi fare un ultimo viaggio con il suo circo, prima di abbando-narlo definitivamente e andare a vivere con il professorSchlafen e Sofia. Era un passo inevitabile: dovevano aiutarsilun laltra nella ricerca dei frutti, e stare fisicamente vicineera il modo migliore per farlo. Benevento sarebbe stata lameta di quellultimo viaggio assieme alla sua gente. In quei mesi il professore aveva lavorato alacrementeper cercare di identificare un altro Draconiano, ma limpresasi era dimostrata più complessa del previsto. «Per trovare te ho impiegato molti anni, lo sai» diceva aSofia. «È normale che sia complicato.» «Ma Lidja lhai trovata abbastanza facilmente…» «È stato un caso fortunato.» Sofia invidiava il professore. Contrariamente a lei, sem-brava animato da una fiducia illimitata nelle proprie capacitàe nella propria missione. Fiducia per altro ben riposta, vistoche una sera si era presentato a cena tutto sorridente. «Credo di essere sulla buona strada per la nostra ricercadel terzo Draconiano.» Sofia era rimasta con il cucchiaio fermo a mezzaria. «Ma è fantastico!»
  15. 15. «Vedi, se ti impegni i risultati alla fine arrivano» avevareplicato Schlafen compiaciuto. Poi aveva sorbito tranquillamente la sua zuppa di porci-ni. Li avevano raccolti Thomas e Sofia nel pomeriggio. Sofianon usciva molto: del resto Nidhoggr e i suoi scagnozzi pote-vano sempre essere nei paraggi. Ogni tanto, però, andava apasseggiare nel bosco con Thomas, il maggiordomo del pro-fessore che, come il suo padrone, sembrava uscito da un qua-dro dellOttocento, con quella pelata corredata di folti baset-toni dordinanza. Tuttavia, a dispetto dellaria severa e com-passata, era una persona gioviale e socievole, e aveva frater-nizzato molto con Sofia, a cui piaceva andare in giro per iboschi assieme a lui. «Ebbene?» aveva chiesto la ragazzina al professore. «Credo sia in Ungheria.» Un universo di immagini si era aperto in lei. Un viaggioallestero! A Budapest! Le guance le si erano fatte rosse perleccitazione. «E quando partiamo?» Il professore era apparso sorpreso. «Pensavo di partirelunedì prossimo.» Davanti ai suoi occhi luccicanti, si erasentito in dovere di aggiungere: «Io. Io partirò.» Sofia aveva sentito le spalle abbassarsi di colpo. Comesarebbe "partirò"? «Mi stai dicendo che io non vengo?» «Be… no, in effetti no.» «E perché?» «Preferisco che tu resti assieme a Lidja.»
  16. 16. «Ma anche Lidja parte!» Nei secondi di silenzio che erano seguiti, Sofia avevaavuto tutto il tempo di comprendere lamara verità. Sarebbepartita anche lei, ma con il circo, non verso Budapest e lemeraviglie dellEst Europa. «Voi due dovete stare assieme» aveva insistito il profes-sore. «Innanzitutto perché in caso di attacco nemico potretedifendervi meglio, e poi perché dovete collaborare per la ri-cerca del frutto. Sofia, è assolutamente indispensabile trovar-lo il prima possibile.» «Ma io qui sono al sicuro! Voglio dire, cè la barrieradella Gemma che ci protegge, meglio di così… E comunquesono diventata più forte, e…» Il professore laveva interrotta sollevando una mano.«Ognuno ha il suo compito. Io devo cercare i tuoi simili, tudevi trovare i frutti.» «È una punizione? E perché non trovo il secondofrutto?» Il professore si era intenerito. «Ma no, assolutamente!Come può venirti in mente una cosa simile? Ti ho già spie-gato…» «E allora non capisco. Prof, questa è casa mia, qui cisono la Gemma e il frutto di Rastaban, perché devo andarecon il circo in un posto che non conosco? Poi tra qualchegiorno è Natale, e io volevo passarlo qua, assieme a te.»
  17. 17. «Ci sarà Lidja con te, e la gente del circo. Sarà diverten-te, vedrai. Non posso rimandare il viaggio, Sofia, è tassativoche parta il prima possibile.» «Sì, ma lì sarò davvero senza protezione» aveva obietta-to lei alla fine. Ecco, contro quello non cera scusa che reg-gesse. Invece lui aveva sorriso. «Ti sbagli.» E per il momentonon aveva voluto aggiungere altro. Lindomani, quando Lidja era venuta a trovarli, il pro-fessore aveva raggiunto le due ragazze in biblioteca. Avevaposato sul tavolo due ciondoli, uno verde e uno rosa. Sem-bravano pendagli qualsiasi, di quelli che si vendono alle fiereper pochi euro; erano assicurati a un paio di laccetti di cuoiostretti da semplici nodi, e avevano tutta lapparenza di duepietre dure di forma irregolare. «Cosa sono?» aveva chiesto Sofia. «Due talismani. Li ha fatti Thomas. Abbiamo letto inantichi tomi come realizzarli. Non avete idea di quanti tenta-tivi siano andati a vuoto prima di riuscire a costruire questi.Abbiamo infuso in ciascuno una goccia della Gemma, cri-stallizzata attraverso un processo lungo e complesso. Tenete-li sempre nascosti sotto i vestiti. Se un Assoggettato o unodei tirapiedi di Nidhoggr li vedesse, potrebbe riconoscervi.Vi proteggeranno fuori da qui; sono in grado di annullarecompletamente la vostra aura di Draconiane. Quando li in-dosserete, sarete ragazze qualsiasi.»
  18. 18. Sofia aveva contemplato a lungo il suo ciondolo, stu-pendosi di non sentirne provenire alcuna magia; non percepi-va il senso di benessere e tranquillità che in genere la Gem-ma le comunicava. «Sembra proprio una qualunque pietra.» «Già, non è fantastico?» Il professore era eccitato comeun bambino. «Funziona anche quando usiamo i nostri poteri?» avevachiesto Lidja. «Soltanto se praticate magie di basso livello. Ad esem-pio, vi copre completamente quando si tratta di cercare ilfrutto, che sarà lunica attività che vi terrà impegnate a Bene-vento.» Solo a udire quel nome, Sofia aveva sentito i brividiscenderle giù per la schiena. Domani. Lindomani sarebbepartita. Aveva passato la notte quasi insonne. La valigia era giàpronta sul letto. Laveva preparata assieme a Thomas. Daitempi dellorfanotrofio, il suo guardaroba si era molto arric-chito, ma aveva pensato lo stesso di portare solo tute, ma-glioni e jeans. «Lei è una ragazza così carina… Perché non porta an-che uno di questi vestiti?» aveva suggerito Thomas, indican-do alcuni degli abiti che Sofia amava di più. Cera anchequello che il professore le aveva regalato per il suo com-pleanno, una settimana prima. Che regalo meraviglioso sa-rebbe stato poter andare in Ungheria con lui! Non era maistata allestero. E invece le toccava andare a… Benevento.
  19. 19. Sofia aveva sospirato. «Non penso proprio che avrò oc-casione di metterlo. Vado in un circo, non a una serata digala.» Thomas aveva ugualmente tirato fuori labito dallarma-dio. «Non si sa mai. E comunque, fossi in lei, non sottovalu-terei Benevento.» Sofia aveva scrollato le spalle. «Non ne ho mai sentitoparlare. Voglio dire, tutti si vantano di aver visitato cittàcome Firenze, Venezia, ma nessuno dice mai: "Sono stato aBenevento, è fantastica!"» «E invece è un posto… magico. Lo sa che secondo laleggenda tutte le streghe del mondo si riunivano lì?» avevareplicato Thomas, sorridendo. «E cè persino una chiesa de-dicata a Santa Sofia.» «Comunque ci vado con il circo, non penso che avròtempo per fare la turista.» «Il tempo per girare un po una città nuova si trova sem-pre» aveva obiettato il maggiordomo. Poi, con gesti sicuri,aveva piegato perfettamente il vestito e lo aveva messo invaligia. Alma era venuta a prenderla lindomani. Sofia sapevache era lei a guidare il circo, e che era lunica parente di Lid-ja ancora in vita. Era una sua lontana zia, o qualcosa del ge-nere: non aveva mai capito chiaramente il grado di parentela,ma di certo tra loro esisteva un rapporto molto profondo. Erastata lei a discutere del futuro di Lidja con il professore.
  20. 20. Era una vecchia rinsecchita, ma dallaria gioviale e fur-ba. La pelle cotta dal sole, aveva lunghi capelli bianchi striatidi grigio, decorati da treccine, monete e amuleti vari. Indos-sava un corpetto nero di velluto, stretto su una camicia rossaa maniche larghe, e una gonna di un verde brillante. Avevaun paio di denti doro che esibiva di continuo, perché sorride-va spesso, un sorriso aperto e sincero, e fumava senza sosta. Quella prima volta, Sofia era rimasta stupita: si era im-maginata che tutte le signore di una certa età dovessero esse-re sobrie e vestite di nero, come le vecchiette che ogni tantovenivano a portare i vestiti usati allorfanotrofio. «Sai, lei è ancora piuttosto legata alle nostre origini. Piùdi me» aveva spiegato Lidja. «Perché, di dove siete?» «Siamo rom, zingari.» Sofia non ci aveva mai pensato, eppure era abbastanzaovvio che lo fosse. Però non assomigliava per nulla agli zin-gari di cui aveva sentito parlare. Non le sembrava possibileche Lidja o Alma andassero in giro a rubare o a rapire i bam-bini. Forse quelle storie non erano poi così vere. Sofia teneva la valigia con due mani. Si sentiva un pocome quando il professore era andato a prenderla allorfano-trofio per adottarla. Solo che quel giorno lasciava una vitamonotona e grama per andare in un posto favoloso dove fi-nalmente avrebbe trovato una famiglia. Adesso, invece, la-sciava un posto fantastico dove cera la persona cui voleva
  21. 21. più bene al mondo per andare in un luogo strano di cui sape-va ben poco. Aveva salutato il professore baciandolo sulle guance.Lui laveva abbracciata con forza. «Vedrai che ti piacerà. Eda Budapest ti porterò qualcosa» le aveva sussurrato in unorecchio. Poi Sofia si era avviata verso Alma, che lattendeva conla solita sigaretta in bocca e Lidja al fianco. «Benvenuta tra noi» laveva salutata mostrando i dentidoro. Lei aveva sospirato, ma non aveva detto nulla. Il suo viaggio con il circo era iniziato lì, ed era finito unmese dopo a faccia in giù in una torta gigante.
  22. 22. 3 Incubi e icontri Doveva essere il tramonto. Intorno a lei tutto era di unviola cupo. Anche il cielo era della stessa sfumatura, comese qualcuno avesse passato una mano di vernice ovunque,uniformando i colori. Tuttavia, nonostante non fosse buio, Sofia non riuscivaa scorgere nessun particolare di quel paesaggio. Sì, sentivache cerano dei palazzi, e in qualche modo li vedeva, masenza individuarli bene. Ai suoi occhi erano anonimi paral-
  23. 23. lelepipedi allineati uno di fianco allaltro come tessere di undomino gigantesco. I suoi passi risuonavano sul selciato. Un rumore seccoe distinto che si ripeteva in mille echi nello spazio circostan-te. "Rumore di zoccoli" si trovò a pensare. Lei però indos-sava il solito paio di scarpe da ginnastica, quelle azzurreche le piacevano tanto. Mentre avanzava, cercava di cogliere qualche dettagliodi quel paesaggio surreale, ma non ci riusciva. Poi avvertì qualcosa sotto i piedi. Una sorda vibrazioneche le salì su per la schiena, fino alle orecchie, dove si tra-dusse in una specie di cupo brontolio. Lo riconosceva, ma non sapeva definirlo. Sapeva solodi aver paura, una paura folle. "Sta arrivando!" pensò con angoscia. La strada parve muoversi. Lo sentì sotto le scarpe daginnastica, prima di riuscire a distinguere il movimento si-nuoso dellimpiantito, il contorcersi lento di qualcosa sottodi lei. La strada si innalzò, come scossa da onde, prima lenta-mente, poi in modo sempre più convulso. Sofia cadde a terra, ma quando le sue mani incontraro-no il suolo, non sentì sotto le palme la ruvida consistenzadellasfalto, piuttosto toccò delle squame, fredde e viscide. Si guardò intorno con orrore: la strada semplicementenon cera più. Al suo posto, limmenso corpo di una specie di
  24. 24. serpente che si contorceva furioso. Dovette aggrapparsi condisperazione alle squame per non cadere. Urlò, ma la suabocca non aveva voce. Due tagli rossi si aprirono nei fianchi dellenorme ser-pe, e pian piano ne emersero gigantesche ali membranose.Artigli lunghi e affilati si aggrapparono agli anonimi palaz-zi, producendo uno stridio insopportabile. Poi il mostro si girò, e prima ancora di vederlo Sofiaseppe chi era. Laveva saputo fin dal primo momento in cuisi era ritrovata in quel luogo assurdo, fin dalla prima vibra-zione sotto i suoi piedi. Lui. Leterno nemico, il traditore, ilmale: Nidhoggr. La sua testa era immensa, imponente, i suoi occhi rossiaccesi di una crudeltà senza pari, da cui si sentì annientata.Percepì grosse lacrime di terrore scenderle lungo le guance,e pensò che lunica salvezza era la fuga. Ma dove andare?Dove scappare? Non cera altro che lui, ovunque. «E così è sempre stato» disse una voce terribile, rim-bombante. «E se davvero sei tanto folle da credere di essereriuscito a sfuggirmi solo perché hai vinto una misera batta-glia, ti sbagli di grosso. Io e te siamo legati per leternità, elo sai. Io e te siamo destinati a questo, e presto ci incontre-remo di nuovo.» La sua bocca si aprì, le sue fauci erano rosse di sanguee il calore del suo fiato era insostenibile. Sofia provò ancora a gridare, inutilmente, perché quel-la bocca gigantesca si chiuse su di lei, mentre zanne affilate
  25. 25. come coltelli schioccavano sulle sue ossa. Solo allora unurlo, inumano e terribile, proruppe dalla sua gola. Sofia si tirò su di scatto e recuperò tutte le percezioni.Sentì improvvisamente freddo, avvertì il pigiama incollato alcorpo. Intorno a lei, una penombra diffusa. Mattina. Vide lecoperte, il tubo al neon sul soffitto, le tendine tirate vicino alfinestrino, lambiente rassicurante della roulotte dove vivevada quasi un mese. E Lidja. «Tutto a posto?» Lamica sembrava preoccupata. Sofia si prese un po di tempo per rispondere. «Sì, pensodi sì. È stato solo un incubo.» «Ti ho sentito urlare, e allora…» Scese una cortina di imbarazzo. Sofia era ancora arrabbiata. Cercava accuratamente dinon ricordare la figuraccia della sera prima, e quello che neera seguito. Non riusciva a crederci: Lidja era entrata tutta sorridentenel camerino e le aveva persino fatto i complimenti. Ma percosa? Per leleganza del tuffo nella torta? Ah, ma gliele aveva cantate, eccome. Forse anche trop-po. In ogni caso, ora non aveva voglia di fare la pace, e Lid-ja sembrava irritata anche più di lei. «Muoviti, zia Alma ha preparato lhalvava.»
  26. 26. Sofia si lavò in quattro e quattrotto. Si faceva colazionetutti insieme nella pista del circo, attorno a una tavolata chemontavano la mattina, a pranzo e a cena. La cosa in sé non ledispiaceva: durante i pasti tirava sempre unaria spensierata,e poi quella gente era davvero simpatica. Cera Marcus, il do-matore, un omaccione grande e grosso che sembrava uscitoda uno di quei manifesti storici del circo. Sarebbe stato per-fetto come banditore. E invece si dedicava a Orsola, lelefan-te, con il quale Sofia si era resa protagonista di unaltra stori-ca figuraccia il giorno in cui aveva conosciuto Lidja. Il pro-fessore aveva insistito perché facesse una foto con lelefante,e lei, come al solito, aveva trovato il modo di rendersi ridico-la, finendo a gambe allaria mentre cercava di salire in grop-pa allanimale. Marcus e Orsola erano un po come padre efiglia. Lui e lelefante si intendevano a meraviglia: Sofiaavrebbe giurato che si lanciassero accorati sguardi damore. «Marcus vuole più bene a Orsola che a qualsiasi essereumano» diceva Lidja. E lui controbatteva: «Gli animali non tradiscono, sonoingenui come bambini e non fanno mai del male per il purogusto di farlo: perché non dovrei preferirli agli esseriumani?» E poi cerano Ettore e Mario, gemelli, acrobati e gioco-lieri. Ogni volta che facevano il numero con i birilli infuoca-ti, Sofia si sentiva male. Perché le fiamme lambivano i lorocorpi, passavano così vicino che sarebbe bastato il più picco-
  27. 27. lo errore per prendere fuoco. Ma la loro fiducia nelle propriecapacità era sconfinata, e del resto non sbagliavano mai. E poi cera Minimo – il cui vero nome nessuno conosce-va – il nano che faceva il banditore; e Becca, lacrobata eque-stre, inseparabile da Dana, la sua puledra; e ancora Carlo eMartina, e Sara, che a seconda della serata si esibiva comedonna cannone o come donna barbuta. Un universo a parte,strano, pieno di allegria. Ma non quella mattina. Quella mat-tina, Sofia lo sapeva, sarebbero tutti partiti in quarta a ricor-darle là sera prima, e ricordare era proprio quello che volevaevitare. «Allora, impressioni su ieri sera?» esordì Martina. Sofia scrollò le spalle e provò ad affondare la faccia nel-la tazza del latte, mentre il sapore dolce delìhalvava le riem-piva la bocca. «Dai, è stato fantastico, no? Non avevo mai sentito lagente ridere tanto» osservò Carlo. Tutte le teste annuironoconvinte. «Lasciala stare» intervenne secca Lidja. «È così scemache non si è nemmeno accorta di aver fatto un gran numero.» «Se a te sembra che rendersi ridicoli davanti a tutti siaun gran numero…» ribatté Sofia stringendo le dita sulla taz-za. «È quello che fanno Martina e Carlo tutte le sere.» Intorno a loro il silenzio si fece gelido. Sofia rimase spiazzata. «Non era quello che intendevodire» replicò, lanciando uno sguardo disperato a Martina.
  28. 28. «Invece è esattamente quello che hai detto. Ammettiloche è la nostra vita che non ti piace» la aggredì Lidja. «Ragazze, avanti, non mi pare il caso» provò a interve-nire Minimo. «La stai girando come ti pare» insistette Sofia. «Che ne dici di andare ad allenarci?» propose sorridenteCarlo. Si beccò unocchiataccia da parte di Martina. «No!» scoppiò Sofia scattando in piedi. «Non mi voglioallenare! Non fa per me, non mi piace, ma perché non lo ca-pite? Sono già goffa di mio, e con quel costume lo sono an-cora di più. Non sono divertente come voi, sono solo pateti-ca!» Scappò via e corse alla roulotte. Il tempo di prendere ilcappotto e poi si avviò fuori dal campo. Aveva bisogno di ri-flettere, e di stare da sola. Si diresse verso il centro, a piedi. Era parecchia strada,ma il freddo e la fatica laiutavano a schiarirsi le idee. Mentrecamminava, pian piano la rabbia stemperava. Si lasciò pren-dere dalla città. Le piacevano quei palazzi, perché nasconde-vano delle sorprese. Quando meno te laspettavi, tra un mat-tone e laltro, nel bel mezzo di una colata di cemento, spunta-va fuori un capitello romano, un pezzo di tomba, un bassori-lievo. La cosa laveva stupita fin da subito. Lidea che le ve-stigia di un antico passato, magari preziose, venissero usatecome laterizi laveva quasi scandalizzata. Poi si era detta cheera semplicemente la vita che si imponeva sulla morte; quel-lo che era rovina, pietra morta, allimprovviso serviva per
  29. 29. nuovi aspetti. Era una cosa rassicurante, a pensarci bene. An-che quando si è finito il proprio compito, si può essere utiliancora in tanti altri modi. Ma il punto che le piaceva di più di Benevento era na-scosto, segreto. E le piaceva proprio per questo: perché eraun luogo difficile da raggiungere e poco frequentato. Attraversò corso Garibaldi fino al vicoletto che cono-sceva bene. Bastava imboccarlo, e il rumore del traffico si at-tenuava. Si finiva in unaltra dimensione, solitaria e pacifica. Un paio di svolte, e si ritrovò davanti a un muro rosso. Ilcancello era appena accostato, come sempre. Sofia rallentò ilpasso ed entrò adagio, come se si stesse inoltrando in un ter-ritorio sacro. E in un certo senso lo era: il suo posto segreto,un posto dove poter finalmente godere di un po di tranquilli-tà e di solitudine. Era un giardino, si chiamava Hortus Conclusus, unnome latino di cui neppure conosceva il significato. Un mi-nuscolo parco, chiuso tra le mura dei palazzi circostanti,dove crescevano platani e ippocastani. Persino bambù e pa-piri. E, come sorprese tra alberi e arbusti, cerano delle scul-ture. Un cavallo – le zampe lunghe e sottili, il volto doro –in cima a un muro. Un enorme disco di bronzo, piantato interra come fosse precipitato dallo spazio, con in cima una te-sta scarna dalla quale colava acqua che finiva in un catino.Un uomo dalle braccia lunghissime. Un cappello strano, al-lungato. Erano figure sognanti, sottili, che sembravano spun-tare allimprovviso da terra, come visioni. E questo a Sofia
  30. 30. piaceva. Era un giardino incantato. Appena ci entravi, il ru-more della città rimaneva chiuso fuori. Cera spazio solo peril dolce chioccolare dellacqua che colava dalle varie fontane. Sofia respirò a pieni polmoni. Si sentiva già un pochinomeglio. Fece un breve giro, come sempre. Passo passo si appro-priava di quel luogo e si assicurava che non ci fosse nessuno. Andò vicino al fontanile di pietra. Era una bassa vasca,piena di ninfee e piante acquatiche. Sulla superficie naviga-vano le pulci dacqua. Si fermò a guardarle, piccoli e tenacivogatori. In fin dei conti erano equilibristi come Lidja: comefacevano a restare a galla sulle loro zampine sottili? Lidja. Lidja aveva esagerato, ecco, e se ne sarebbe resaconto. Però… però forse aveva esagerato anche lei. Solo unpo. Okay, abbastanza. Ma era esasperata. Le mancava la suacasa, e le mancava il professore. Sotto il pelo dellacqua, i pesci rossi nuotavano pigri,zigzagando tra le alghe. Sofia prese coraggio e tirò fuori labusta da sotto il cappotto. Laveva ricevuta due giorni prima.Aveva riconosciuto subito la calligrafia: elegante, curata,svolazzante. Il cuore le aveva fatto un balzo nel petto. Per Sofia… Solo per lei. Rigirò la busta tra le mani, ne contemplò la carta prezio-sa e il timbro. Veniva da lontano, da quel luogo che avrebbetanto voluto visitare: Budapest.
  31. 31. Da quando stava al circo, era la prima lettera che riceve-va dal professore, e laveva attesa a lungo. Le mancava, lemancava terribilmente. Dentro cera anche una cartolina. Era la splendida im-magine di una città di notte: davanti, un fiume scorreva lisciocome lolio; dietro, una cattedrale illuminata da migliaia diluci. Sofia sentì una stretta al cuore. La lettera era piegata in quattro, scritta su unelegantecarta velina che scrocchiava mentre la si apriva. La lesse perlennesima volta. Cara Sofia, spero davvero che tu abbia perdonato la mia scelta.Sono ancora convinto di quello che ho fatto, e ancora di piùsono certo che ormai avrai avuto modo di ambientarti al cir-co e di capire che posto fantastico sia. Sofia sospirò. A quanto pareva il prof la sopravvalutava. La ricerca procede, sebbene assai meno speditamentedi quanto credessi. Se anche fossi venuta con me, nonavremmo avuto tempo per stare assieme. Non faccio altroche vagare per biblioteche, battendo la città a palmo a pal-mo alla ricerca di un fantasma. Di lui so solo che è un ra-gazzo poco più grande di te; per il resto, buio pesto.
  32. 32. Sofia aveva provato un vago senso di delusione quandoaveva saputo che il terzo Draconiano era un ragazzo. Avevasperato si trattasse di unaltra ragazza. Sarebbero state un beltrio, assieme, un po come le Mermaid Melody, a parte il fat-to che lei non sapeva cantare e non era certo così graziosa. Ha lasciato tracce ovunque, lungo il suo cammino, maciascuna conduce a un vicolo cieco. Sai, comincio ad esserealquanto irritato da questa situazione. In ogni caso, non de-mordo. E non demordere neppure tu. So perfettamente quan-to ora ti senti frustrata, e so che tendi a colpevolizzarti per-ché non riesci a trovare il frutto. Non farlo. Ti confesserò una cosa: ti ho mandato da Lidja ancheper questo. Hai bisogno di cambiare aria, Sofia. Il lago, lasua atmosfera malinconica, e la mia casa… stavi appassen-do. Lì per te non cera altro che la missione, a partire dallatua cameretta, che tanto è simile a Draconia. Hai bisogno disvagarti, di godere un po della tua età. Ho pensato che ilcirco fosse il posto ideale, e sono sicuro che ti stai diverten-do. Sofia alzò gli occhi dalla lettera. La commuoveva ilpensiero che il professore aveva avuto per lei, ed era cosìcontenta di quellaffetto, di sapere che si preoccupava per ilsuo bene… Ma non era di svago che aveva bisogno. Piutto-sto della sua presenza, della vicinanza dellunica persona chepotesse chiamare "famiglia".
  33. 33. Perché questo le era sempre mancato in tutti queglianni: una famiglia. Sono certo che tu e Lidja state continuando a cercare,ma non sforzatevi troppo. Sì, la guerra è ancora tutta dacombattere, e il tempo ci rema contro, ma non vi angustiate.Occorre anche godersi la vita. Se siete stanche e abbattute,è più difficile far uso dei vostri poteri. Questo è tutto. Aspet-to con ansia la tua risposta. Spediscila pure allindirizzo cheti ho scritto. Ti voglio bene. Il tuo prof Sofia avvertì un groppo in gola. Mai come in quel mo-mento sentiva la mancanza di casa. Sì, proprio quel postoche il professore considerava triste e opprimente era casasua, e rispecchiava perfettamente il suo modo di essere e disentire. Era per questo che aveva fatto quella scenata, la mat-tina. Per nostalgia, e solitudine. Si alzò. Non sarebbe stato facile, ma doveva tornare escusarsi. Si rendeva conto di aver fatto una ben misera figu-ra. Ma su una cosa sarebbe stata irremovibile: basta con iclown! Fece per avviarsi, quando udì un rumore lontano. Non era né il chioccolio dellacqua né lo stormire dellefronde, e per questo la colpì. Era qualcosa di diverso, di rit-mico e secco. Zoccoli.
  34. 34. Il suo cuore perse un colpo. Ricordò in un istante lincu-bo della notte prima, ed ebbe una paura pazzesca, la stessache aveva provato nel sonno. La mano corse distinto al cion-dolo, là, sotto il maglione. Lo strinse convulsamente. "Se è il nemico, cosa faccio?" Il neo sulla sua fronte si mise subito a pulsare, e un ca-lore familiare lavvolse: era Thuban, il drago il cui spirito al-bergava in lei. Dallultima battaglia si era allenata duramente,e adesso era in grado di richiamare a comando i poteri deldrago. Aveva persino imparato a evocare le ali, ali di carne eossa, con le quali volare. Le sentì premere sulle sue spalle.Era pronta a combattere, se necessario. Il rumore si fece più vicino. Sofia si nascose dietro unarbusto e con il cuore in gola si sporse. Il rumore cessò. Isuoi occhi scrutarono lombra tuttintorno finché la videro.Una figura nera, accucciata. Era accoccolata proprio sottolenorme disco di bronzo. Vicino a lei, piccioni intenti a bec-care da terra. Sofia pensò immediatamente a Nida, uno dei due sca-gnozzi di Nidhoggr, la bellissima ragazza bionda contro laquale aveva dovuto combattere mesi prima. Era lei? Avanzò appena appena, giusto per capire. Doveva sape-re se Nidhoggr era lì, se aveva spedito qualcuno sulle suetracce. Alla luce che filtrava tra le fronde, vide una crocchia dicapelli bianchi e il corpo tozzo di una vecchia. Si tranquilliz-zò tirando un grosso sospiro di sollievo.
  35. 35. «Ti ho sentito, sai?» disse la figura. Sofia smise di respirare. «So che sei lì, non aver paura, non mordo.» Sofia strinse di nuovo le dita sul ciondolo sotto la ma-glia. Certo, non era Nida, ma se si fosse trattato comunque diun nemico? «Anche i piccioni hanno bisogno di mangiare, propriocome noi» aggiunse la vecchia. Aveva una voce calma, rassi-curante. Si mise a tubare, piano piano, e i piccioni le si avvi-cinarono fiduciosi. "Non farebbero così se si trattasse di unemanazione diNidhoggr" pensò Sofia. Si fece avanti, stretta nel cappotto. La vecchia era com-pletamente vestita di nero: una gonna di panno, un maglion-cino liso, calze pesanti. Ai piedi, zoccoli. Una nonnetta, nullapiù. «Ecco, vedi che non mordo?» ripetè la vecchia, poi leporse un tozzo di pane. «Vuoi aiutarmi?» Sofia si avvicinò titubante. Prese il tozzo di pane seccoe si accoccolò anche lei. I piccioni accorsero immediatamen-te. «Non pensavo ci fosse qualcuno» disse, tanto per fareconversazione. «Non è un posto molto frequentato» replicò la vecchiacon un sorriso. «Mi piace per questo.» «Anche a me» aggiunse Sofia.
  36. 36. «È il giardino di una chiesa» riprese la vecchia «di unconvento, per la precisione. Forse per questo è un luogo cosìtranquillo.» Sofia osservava la lotta dei piccioni per il pane. Si senti-va vagamente a disagio, ma non avrebbe saputo dire il per-ché. Eppure, istintivamente, percepiva di potersi fidare diquella donna. «Abita qui da molto?» le chiese. Lei parve rabbuiarsi un istante. «Da tanto, tanto tempo»rispose con una nota di dolore nella voce. Poi indicò qualco-sa. Sul muro rosso dallaltro lato della piazzola in cui si tro-vavano, cera una scultura. Una specie di cappello sulla cuisommità si incrociavano due rami pieni di spine. «Io ero quiquando cerano loro.» «Loro chi?» La vecchia tacque, confusa. «Loro» insistette poi. «Anche tu in qualche modo seiqui fin da quei tempi e prima ancora, vero?» Sofia avvertì un lungo brivido percorrerle le membra.«Chi sei?» La vecchina sorrise. «Io le sento le persone speciali, e tusei speciale. Come lei.» «Lei chi?» chiese Sofia. «Lei» mormorò la vecchia, incerta. «Lei» ripetè con do-lore. Sofia continuò a guardarla, ma ora sembrava riassorbitadai suoi piccioni. Dopo un po si tirò su.
  37. 37. «Io vengo spesso qui. E tu?» «Tutti i giorni, se posso» rispose Sofia. «Allora magari ci rivedremo. Lo spero, almeno» disse lavecchia. Quindi prese la scalinata che era alle sue spalle, e ilrumore degli zoccoli si spense pian piano. Sofia rimase attonita al centro della piazzola. Poi i pic-cioni si alzarono in volo, e fu come se lincantesimo si fosserotto. Chi era quella donna? E dovera finita? Si precipitò giù per le scale. I suoi passi si bloccaronopoco dopo davanti a una grata. Chiusa. Appoggiò le manisulle sbarre. Aveva sognato?
  38. 38. 4 Un ragazzo misterioso «Dove cavolo eri sparita?» laccolse Lidja sgarbatamen-te, quando Sofia rientrò al circo. «Avevo bisogno di stare sola» replicò lei mettendo ilmuso. «Ci hai fatto preoccupare, senza contare che stamattinaavevamo programmato di studiare. Ti ricordo che questannoabbiamo gli esami, e se non li passiamo il prof sarà in guai
  39. 39. grossi. Con quelli che studiano a casa la commissione non èmai tenera. E poi ti sei dimenticata del frutto? Avremmo an-che una missione da portare a termine.» Lidja la stava letteralmente aggredendo. Sofia si preparò a rispondere per le rime, quando lamicacambiò improvvisamente tono. «E in ogni caso scusa» disse,distogliendo lo sguardo. Sofia rimase sconcertata. Non se laspettava proprio: Lidja era orgogliosa, e tendeva a pensare di avere sem-pre ragione. «Ho esagerato, non ti dovevo punzecchiare» aggiunseinvece sottovoce. «Ma anche tu hai esagerato con quella sto-ria dei clown.» «Un po» ammise Sofia. «Dispiace anche a me» si co-strinse a dire. «Scusami.» Lidja la fissò per qualche istante. «Lo so che ti mancacasa tua» disse seria. «Non credere che non capisca come tisenti.» «Invece non puoi capire» replicò Sofia. «La villa delprofessore è quello che ho desiderato in tutti questi anni, unavera casa, e lho persa così presto!» «Non lhai persa. Tra poco il tour del circo finirà, e tu ciritornerai. Io, invece, perderò per sempre la mia famiglia.» Sofia non ci aveva mai riflettuto: quelli erano gli ultimimesi di Lidja al circo. Quando la decisione era stata presa,sembrava che lei non ci avesse dato peso più di tanto. Avevacontinuato la sua vita di sempre, ostentando la solita sicurez-
  40. 40. za. Aveva fatto solo una richiesta: stare con la sua genteunultima volta. «Nella mia vita cè sempre stato solo il circo» disse Lid-ja piano. «Da quando mia nonna è morta, queste personesono state la mia famiglia. E zia Alma… zia Alma è stata lamadre che non ho mai avuto. Mi ha cresciuto e mi ha inse-gnato tutto quello che so, della vita e dellarte circense. Mi hadifeso contro tutto e tutti, mi ha reso quel che sono.» Si prese una pausa, e Sofia ebbe limpressione che cer-casse di cacciare indietro le lacrime. «Lei e gli altri del circo non ci saranno più tutti i giorni»proseguì Lidja, e stavolta la sua voce tremava un po. «Quan-do mi sveglierò non li vedrò, e non ci saranno quando misentirò sola, o soltanto triste. E mi mancheranno tanto. Per-ciò non azzardarti a dire che non capisco.» Sofia labbracciò con tutta la forza che aveva. Improvvi-samente la sentiva così vicina, così simile a sé. Per una volta,Lidja era debole come lei, una debolezza dolce, che glielarendeva ancora più cara. «Scusami, sono stata doppiamentescema.» Avvertì le mani di Lidja accarezzarle la schiena, e la suafaccia nascondersi sulla sua spalla. Poi si allontanò da lei ra-pidamente. «Forza, abbiamo un sacco di cose da fare» dissesbrigativa, ed era tornata quella di prima: forte, sicura, deci-sa. «Pranzo, e poi ci mettiamo al lavoro! Con lo studio e conil frutto.»
  41. 41. Una cosa Sofia la ottenne: basta con i clown. Lidja levenne addirittura in soccorso. «Lei non si sente a suo agio a farlo, quindi meglio noncostringerla» disse davanti a Carlo e Martina, costernati. «Ma è brava!» insistette Martina. «Non lo metto in dubbio, anzi la penso come te, maadesso non ne ha voglia. Non tutti sono fatti per il palco. Ma-gari più in là le andrà di riprovare.» "Manco morta" pensò Sofia, tuttavia annuì. Meglio farebuon viso a cattivo gioco. «Almeno le torte in scena ce le porti?» Sofia inorridì. Era già pronta a urlare un bel no, ma Lid-ja la prevenne: «Lo farà senza trucco. Le darò uno dei mieivestiti.» «Uno castigato» aggiunse subito Sofia. «E basta conquelle scarpe orribili. Lo faccio solo se non esiste neppure lapiù remota possibilità che io venga in contatto con quelle tor-te.» Martina e Carlo annuirono tristemente. Sofia aveva vin-to su tutta la linea. Prima dello spettacolo la misero al botteghino. Era unacosa che aveva già fatto altre volte. Prendi i soldi, stacchi ilbiglietto, sorridi. Decisamente meglio che tuffarsi a testa ingiù nel pan di spagna. E poi tutto sommato le piaceva starelì. Guardare tutti quegli sconosciuti la distraeva. Si sofferma-va su ciascun volto, cercando di indovinare le vite che na-scondevano.
  42. 42. Un paio di persone anziane con un bambino al seguito:due nonni e il nipote, con ogni probabilità. Una coppia giovane, magari in cerca di una serata diver-sa. E poi bambini ovunque, come era normale che fosse: infila per la famigerata foto con Orsola, oppure vicino al chio-sco dello zucchero filato. Bambini piangenti, sorridenti, chefacevano i capricci, che stavano buoni buoni al fianco dei ge-nitori. Famiglie. Sofia le guardava con un misto di dolore e curiosità.Chissà comera vivere in una famiglia. Avere una mammache ti rimbocca le coperte la sera, che ti dà il bacio della buo-nanotte. Pensò a sua mamma, di cui il professore non parlavamai. Ogni volta che provava a fargli qualche domanda al ri-guardo, diventava evasivo e cambiava argomento. Non leaveva neppure detto se fosse viva o morta; eppure lui dovevasaperlo. Aveva conosciuto suo padre, e si era fatto scappareche sua madre non era una Draconiana. Doveva per forzaavere qualche informazione su di lei. "Se fosse stata viva mi avrebbe cercata, sarebbe venutaa prendermi in orfanotrofio. Una mamma fa così" si disse. «Ehi!» Sofia si riscosse. Era così immersa nei propri pensieriche si era dimenticata della fila al botteghino.
  43. 43. «Mi scusi» disse senza alzare la testa, mettendo le manisul carnet di biglietti. «Quanti ha detto che ne vuole?» E sol-levò gli occhi. Rimase di sasso. Non era un adulto. Era un ragazzo. Un ragazzo che do-veva avere sì e no un anno più di lei. Aveva i capelli ricci,ma non quellorribile crespo che si ritrovava lei e che trasfor-mava la sua testa in un groviglio inestricabile di paglia rossa.No, i suoi ricci erano ampi, vaporosi, sembravano disegnatiin volute dalla mano di uno scultore. Aveva occhi scurissimi,e un accenno di efelidi intorno al naso. Era magro, alto per lasua età, e Sofia pensò che era la cosa più bella che avessemai visto. Non avrebbe saputo dire esattamente perché, male toglieva il fiato. Era così… così perfetto, e aveva unariacosì matura e sofferta… E gli occhi… pozzi neri che laveva-no inghiottita in un istante, senza via di scampo. «Un biglietto» disse lui. Sofia tornò sulla terra. Il ragazzo la guardò con lariascocciata di chi ha a che fare con una stupida. «Sì, io… scusa… non…» «Me lo dai o no?» Cera voluto un solo istante perché quegli occhi si riem-pissero di una collera cupa, venata di cattiveria. Sembravanoancora più scuri, quasi neri. Ed erano anche più belli. Sofia guardò il carnet: le dita non riuscivano a separare ifogli, tremavano. Il carnet cadde a terra. «Dannazione… Unattimo…»
  44. 44. Scivolò giù dalla sedia e si mise a frugare a terra. «Arrivo!» urlò. Quando riemerse, il ragazzo era scom-parso. Si guardò intorno disperata, con un senso di sperdi-mento totale. Finiva così? "Certo che finisce così, perché sei una stupida!" le disseuna voce nella sua mente. «Tre, grazie.» Sofia guardò lacquirente. Un padre con un bambino sul-le spalle e una graziosa signora appesa al braccio. Ci mise unistante a staccare i tre biglietti. "Perché adesso funzionate, maledette dita?" Il botteghino chiuse un quarto dora più tardi. Sofia sisentiva stranamente imbambolata. Il ragazzo dagli occhi scu-ri le era rimasto nel cuore. Ma appena pensava alla figura daidiota che aveva fatto con lui, stava male. Scuoteva la testaper cercare di cancellare quel ricordo imbarazzante. Neppuresapere che a breve avrebbe dovuto calcare la pista riusciva adistrarla. Ovunque guardasse, cerano quegli occhi. Sentivauna strana sensazione allo stomaco, come la sera precedente,prima di uscire sulla pista, ma non centrava nulla con lesibi-zione che laspettava di lì a poco. No, il centro di tutto, la ra-gione di quella confusione era il tipo a cui non aveva saputovendere il biglietto. Poi udì delle voci concitate. Marcus. Marcus non grida-va mai. Gli bastava sfoderare appena il suo vocione baritona-le, e la gente si faceva piccola piccola. Stavolta invece avevadovuto alzare il tono. «Dove stai sgattaiolando?» diceva.
  45. 45. «Io non sto sgattaiolando da nessuna parte!» Sofia sentì un colpo al cuore. Quella era la sua voce. Leaveva detto solo due parole, ma la riconosceva. Corse versolingresso. Era lui. «Ah, no? E che ci facevi sotto il tendone, mezzo dentroe mezzo fuori?» «Non valete il prezzo del biglietto» ribatté il ragazzocon un ghigno, ficcandosi le mani in tasca. Ogni cosa intorno perse consistenza e si sciolse in unmagma di colori indistinti. Lui era al centro della scena. Pan-taloni militari, una camicia a quadretti bianchi e blu, una T-shirt lisa e stinta. Vicino al petto cera un minuscolo buco.Ogni particolare di quellimmagine si stampò a fuoco nellamente di Sofia. Il ragazzo la vide. La indicò. «E comunque è colpa sua,i soldi ce li avevo.» Sofia tornò in sé. Marcus la guardava, il ragazzo avevatirato fuori dalla tasca degli spiccioli che ora teneva nel pal-mo della mano. «È lei che non mi ha voluto dare il biglietto, prenditelacon lei.» Marcus lo guardò dubbioso, poi si voltò verso Sofia.«Cosè questa storia?» Lei aveva la gola completamente secca. Dovera finita lasua voce? «Io… ecco… non…»
  46. 46. Il ragazzo la fissava con unaria di superiorità assoluta.Giustificatissima, pensò Sofia, data la patetica figura cheaveva fatto con lui pochi minuti prima. «No, è che… sì, ha ragione… mi era caduto il carnet,poi ero un po distratta e…» Il resto finì in un borbottio indi-stinto. Marcus si grattò la testa. «Sofia, non ci sto capendoniente.» «È stata colpa mia, ha ragione» capitolò lei. «Che ti dicevo?» esclamò il ragazzo, assumendo unariastrafottente che Sofia amò da subito. Marcus lo fissò, poi il suo sguardo si posò su Sofia, eancora sul ragazzo. «Ce li hai o no i soldi?» disse infine. Lui sbuffò, tirò di nuovo fuori la mano che si era infilatoin tasca e fece vedere i soldi del biglietto. Glieli porse. «Con-tento?» Marcus lo guardò torvo. «Non ci provare mai più.» «In un posto dove mi danno del ladro non ci torno dicerto» replicò il ragazzo, lanciando a Sofia uno sguardo as-sassino. Lei rimase stordita. "Di qualcosa, una cosa qualunque." «Mi… mi dispiace.» Il ragazzo scrollò le spalle, indifferente. «Allora, questobiglietto?» «Subito» disse lei, scattando come una molla. Il carnetrimasto se lera messo in tasca. Lo tirò fuori con difficoltà, elui glielo strappò di mano.
  47. 47. «Faccio io, grazie» aggiunse scocciato. Prese il bigliet-to, poi con malagrazia le rimise il carnet in mano. Sofia lo seguì con lo sguardo finché non scomparve ol-tre lingresso. Il cuore riprese a batterle, e tirò un profondo respiro,come fosse stata a lungo sottacqua e adesso le mancasse la-ria. «Ma ancora qua sei?» la riscosse Lidja, su di giri comesempre prima dellinizio dello spettacolo. «Dai, che ti devivestire!» Lei era già in tenuta da lavoro, bellissima come sempre. Sofia, ancora intontita, si lasciò trascinare via. Fu solonel camerino che se ne rese conto. Lui era entrato, lui era se-duto sugli spalti. Lui lavrebbe vista in tutù, con tutti i rotoli-ni di grasso in bella mostra. «No!» Lidja quasi si spaventò a quel grido. «No, cosa?» escla-mò. «Oggi non posso esibirmi» disse Sofia saltando giù dal-la sedia. «Sto… male. Di pancia. Mal di pancia.» «Sofia, calmati.» Ma lei si era già avviata verso la porta. Lidja le afferrò il polso. «Sofia!» Sofia la guardò supplice. «Non posso, davvero. Propriono.»
  48. 48. «Senti, mi sembrava che avessi accettato la cosa. Non tidevi esibire, non sei vestita da clown, ti assicuro che non cisarà proprio nessuno a ridere di te. Ma almeno questo a Car-lo e Martina glielo devi.» «No, tu non capisci… Io non posso uscire conciatacosì!» Indicò labito di scena appoggiato alla sedia. Che poinon era neppure tanto terribile. Magari su una persona nor-male avrebbe anche fatto una discreta figura. Ma lei non eranormale. Lei era un sacco di patate. «Non fare la scema» insistette Lidja. «La gonna è lunga,cè solo lo spacco di lato, ma devi fare cinque passi cinque,figurati se la gente si mette a guardarti le gambe. Te lo giuro,Sofia, è la cosa più castigata che ho trovato.» «Il corpetto è stretto. E io sono grassa.» Lidja prese un lungo respiro. «Tu adesso la pianti di farelidiota, ammetti che se non era per me altro che corpettostretto, ti toccava un altro tuffo nel carrello delle torte, timetti quel cavolo di vestito, sorridi e fai il tuo dovere in pi-sta, chiaro?» «Chiaro» mormorò Sofia. «Mi sono rotta di tutte queste storie, mi sono rotta deltuo muso lungo, mi sono rotta dei tuoi incomprensibili com-plessi dinferiorità. Ora ti vesti, okay?» Sofia si sentì sommersa da quel mare di parole. AdessoLidja le faceva quasi paura. «Okay.»
  49. 49. Lamica le indicò il vestito. Sofia lo indossò evitandoaccuratamente lo specchio, e quando si voltò trovò Lidja aesaminarla con occhio critico. «Se ti fossi guardata allo specchio avresti scoperto che tista benissimo» disse, e se ne andò indignata. Sofia gettò uno sguardo curioso allo specchio. Una zuc-ca con labito da sera, ecco cosa sembrava. Si lasciò sfuggireun gemito. Attese il proprio turno dietro le quinte come uncondannato a morte. Le facevano male gli occhi a furia dicercare il ragazzo tra il pubblico. Forse non cera, forse allafine aveva deciso di non entrare, e lei sarebbe stata salva. Minimo chiamò in scena Martina e Carlo. Entraronosaltellando come pazzi. Sofia non riuscì a seguire il loro nu-mero. Passava in rassegna i seggiolini sugli spalti a uno auno, pregando che lui non ci fosse. Poi sentì una mano pog-giarsi sulla sua spalla. «Ma che fai? Sta a te, avanti!» Era Lidja. «Ah! Sì, sì» disse meccanicamente, quindi prese il car-rello e fece il suo ingresso. Appena calcò la terra battuta del-la pista, li sentì. I suoi occhi. Nascosti da qualche parte, invi-sibili, che la guardavano e ridevano di lei, di quel vestito deltutto inadeguato al suo fisico da bambina grassoccia. Eracome venire punta da tanti piccoli spilli. Mise un passo die-tro laltro, terrorizzata. Avanzò piano, mentre Carlo e Marti-na cercavano come potevano di riempire quellinaspettatobuco nello spettacolo. E poi fu lì, al centro, ferma, gli occhi
  50. 50. spalancati. Porse il carrello a Carlo, e si ricordò che invecedoveva metterlo davanti a Martina. Carlo non ne fece un pro-blema: prese una torta e la sparò dritta sulla faccia di Marti-na. Lei prontamente ne prese unaltra e infierì sul collega. Risate. Fatta. Era fatta. Ed era andata bene. Sofia sgatta-iolò nel retro più in fretta che potè. Si sedette a terra e ripresea respirare. Era al sicuro. «Be, complimenti! Anche se devo dire che quando ca-devi a faccia in giù sulle torte facevi ridere di più.» Lidjasorrideva con fare canzonatorio. Sofia la guardò intontita. «Almeno non è stato umiliantecome ieri» disse quasi tra sé e sé; poi osservò di nuovo glispalti. Chissà se lui era ancora lì, e se laveva vista. Il ragazzo uscì dal tendone mescolandosi alla folla.Camminò a lungo, macinando la strada a larghi passi. Pianpiano le voci degli spettatori si allontanarono, e così il mor-morio sommesso della città avvolta nella quiete della sera.Quando pensò di aver messo abbastanza spazio tra sé e la ci-viltà, rallentò. Aveva il fiatone. Si guardò attorno: era in pe-riferia. Perfetto. Gli bastò chiudere gli occhi e concentrarsi un istante ap-pena. Qualcosa serpeggiò sotto la maglietta, svolgendosi lun-go la sua colonna vertebrale. Dal colletto, emerse la parteterminale di una sorta di millepiedi metallico, che gli si ag-grappò saldamente al collo con due zampette sottili comeaghi. Fu lunico momento di dolore. Poi al ragazzo bastò bat-tere le palpebre. Ali evanescenti, di drago, gli spuntarono
  51. 51. dalle spalle, e per un attimo fluttuarono eteree nellaria geli-da. Dopodiché, dalla struttura sulla sua schiena partironolunghi filamenti metallici, prima sottili, poi più robusti. Siavvolsero lungo il profilo delle ali di drago, finendo per so-stituirne le nervature. Il ragazzo guardò il cielo plumbeo. Batté le ali un paiodi volte, poi spiccò il volo. Qualcuno lo attendeva, ai marginidella città.
  52. 52. 5 il nemico si muove Il ragazzo volò sui campi deserti, addormentati nel si-lenzio della notte, e seguì il corso pigro del Sabato. Vide ilfiume restringersi, insinuarsi tra gole aspre. Roteò un paio divolte sullo stretto, poi discese. Le ali si ripiegarono, il cordo-ne metallico che aveva lungo la schiena si arrotolò su se stes-so e scomparve sotto la maglietta. Rabbrividì. Era un gennaio davvero rigido, e la maglia ela camicia che indossava erano adesso tutte stracciate. Cercòdi stringersi sulle spalle i brandelli rimasti. Si guardò attorno.
  53. 53. Il posto era desolato. Il fiume scorreva lento, facendosi stra-da tra cumuli di immondizia, con un gorgoglio che sembravaun singhiozzo. "È il luogo ideale per quelli come me" pensò con rabbia. «Ci sei? Guarda che ho freddo» urlò. Non gli rispose altro che il cupo richiamo di una civetta. «Ehi!» ripete a voce più alta. Un fruscio. Il ragazzo si voltò. Lo vide emergere tra i ri-fiuti, posato ed elegante. Era un giovane di una trentina dan-ni, bellissimo. I capelli, di un castano ramato, gli scendevanomorbidi su un occhio, e di tanto in tanto li scostava con lamano, in un gesto affettato e sensuale. Era alto, magro e ve-stito in modo impeccabile: pantaloni chiari, una giacca dellostesso colore sopra una camicia di un tenue rosa. Intorno alcollo aveva avvolta una morbida sciarpa di cachemire. Avan-zava a passi lunghi, quasi volando sui cumuli di rifiuti. «Che hai da gridare?» chiese con un sorriso sghembo. Il ragazzo strinse le braccia intorno alle spalle. «Gridoperché non mi va di stare qua a fare lo stoccafisso mentreaspetto te. Ho freddo.» Il giovane si fermò, lo considerò con aria severa. «Tipare il modo di rivolgerti a un tuo superiore?» Lui sostenne il suo sguardo con strafottenza. «Inginocchiati!» Il ragazzo sorrise. «Siamo tutti e due servi, qui, Ratato-skr, lo sai anche tu, ed è uno solo quello a cui dobbiamo in-ginocchiarci.»
  54. 54. «Ti sbagli, Fabio» replicò il giovane. «Tu sei sicura-mente un servo, ma io sono ben altro.» Il ragazzo fu costretto ad abbassare lo sguardo. «Dovre-sti inventarti qualcosa per questa storia delle ali; non è possi-bile buttare una maglietta ogni volta che le spiego. I soldinon mi avanzano.» Ratatoskr ridacchiò. «Ecco unaltra differenza tra me ete. Io non bado certo a scempiaggini del genere.» Fabio strinse ancora di più le braccia intorno alle spalle.«Allora, ci muoviamo o no?» Il giovane lo guardò a lungo. «Novità?» gli chiese poi. «Qualcuna.» Ratatoskr sospirò. «E sia» disse, porgendogli le mani. A malincuore Fabio staccò le proprie dalle spalle e af-ferrò le palme dellaltro. Erano freddissime. Era stata la pri-ma cosa che aveva notato in quel tizio, quando era venuto abussare alla sua porta. Sembrava che nessun calore scaldassele sue membra, come se il sangue che circolava nelle suevene fosse gelido. La cosa laveva inquietato: nessun essereumano poteva avere mani così fredde. Già, nessun essere umano. Aveva cominciato a crederealla sua inverosimile storia proprio per via delle mani gelide.Si era ricordato di quando dava la caccia alle lucertole, delsentore viscido e freddo che la loro pelle trasmetteva ai suoipolpastrelli. Strinse la presa sulle mani del giovane, socchiuse gli oc-chi.
  55. 55. «Dal profondo della tua prigionia, ti chiamiamo, o Eter-no Serpente, rispondi alla nostra supplica» recitarono alluni-sono. Ogni rumore intorno a loro si spense, e le stelle scom-parvero di colpo. Il nero dilagò tuttintorno dal letto del fiu-me, arrampicandosi lungo le rocce dello stretto/divorandoogni forma, finché tutto fu oscurità. Nidhoggr… Fabio lopercepì, prima ancora di vederlo, e come sempre tremò. Nonsi era ancora abituato al terrore che la sua figura emanava, néal suo tremendo potere, a quel senso di annientamento che lasua apparizione evocava in chiunque gli fosse davanti. Macercò di stare saldo, perché lui era uno tosto, lui era uno chenon aveva paura di niente. Nel nulla che circondava Ratatoskr e Fabio, si delinea-rono dapprima un paio di occhi ardenti e luminosissimi. Poidal buio emerse lentamente il contorno di un muso allungatoe il rosso di una bocca larga e grottesca, aperta in un ghignoterrificante, infine il bianco di zanne acuminate. Da ultimo,apparve il disegno di squame coriacee, nere. Le narici fre-mettero, annusando qualcosa. Laria, passandovi attraverso,sibilò sinistramente. «Quasi lo percepisco… il sentore dellaria, il profumodella notte… Sono più forte, e il sigillo più debole…» Perqualche istante lessere mostruoso tacque, poi allimprovvisospalancò gli occhi, piantandoli su Fabio. «Ebbene? Perchémi disturbate?»
  56. 56. Fu Ratatoskr a parlare: «È stato il ragazzo a chiedermidi evocarvi, mio Signore.» «Lo so» fu la secca risposta di Nidhoggr. «Ho ripostomolta fiducia in te, ragazzo. Sei il primo della tua specie cuilascio la volontà, perché so che nel tuo cuore mi appartieni,che la tua anima sta dalla mia parte. Dimostra di avere meri-tato questo dono: hai con te lampolla?» Fabio deglutì. «Ho cercato dappertutto» disse. «Nei luo-ghi delle leggende e in quelli che mi avete suggerito voi.Non cè.» Sentì Nidhoggr fremere di rabbia repressa, vide i suoiocchi colmarsi dodio, finché la sua furia esplose. Se ne sentìattraversato, dilaniato; gli sembrò che la sua mente si spac-casse, mentre la sua gola proruppe in un urlo. Poi, così comera iniziata, finì. Fabio ebbe la percezionedi scivolare indietro, verso il buio e lincoscienza, ma Nid-hoggr lo trattenne a sé con la sola forza del pensiero. «Ti ho dato un ordine, e tu devi obbedire ciecamente»disse con freddezza. Il ragazzo cercò di recuperare lucidità. «Credo di saperedove si trova» affermò con voce strozzata. Nidhoggr allentòla presa, e lui potè di nuovo respirare. «La chiesa» aggiunsesollevando lo sguardo. Voleva disperatamente mostrarsi for-te, e sostenere il peso di quegli occhi spietati. «E perché proprio lì?» intervenne Ratatoskr con unmezzo sorriso.
  57. 57. «Perché quello è un loro posto» rispose Fabio, deciso esprezzante. Poi tornò a guardare Nidhoggr. «Voi avete dettoche lampolla vi fu rubata, che le sacerdotesse la presero aivostri seguaci. Se è così, allora deve trovarsi in uno dei loroposti, e la chiesa lo è. O almeno, sorge in un luogo che haavuto a che fare con loro; ho percepito una strana aura qual-che giorno fa, quando ci sono andato.» Nidhoggr rimase in silenzio, gli occhi socchiusi, due vo-lute di fumo grigio che si stagliavano sul nero che circonda-va il suo volto. «Il tempo stringe» disse infine. «Ogni tuo er-rore, ogni tuo colpevole tentennamento potrebbero avvicina-re i nostri nemici al frutto.» «Mio Signore, loro neppure sanno che siamo qui, loronon conoscono quello che noi conosciamo. E in ogni casoNida è già sulle tracce del terzo frutto» osservò Ratatoskr. «Non mi interessa.» La voce di Nidhoggr tuonò feroce,trapassando le menti dei suoi servitori. «Non avrò pace fin-ché Thuban non sarà annientato e lAlbero del Mondo di-strutto. Abbiamo già perso il primo frutto: non ammetterò al-tri fallimenti.» Poi Fabio percepì di nuovo su di sé il suo sguardo. «Conosci i patti. Ti ho dato molto, e molto esigo incambio. E se fallirai, mi riprenderò tutto, e da ultimo ti to-glierò la vita.» Il ragazzo controllò la paura nella propria mente e cercòdi mostrarsi saldo. «Non fallirò.» «Lo spero» sibilò Nidhoggr.
  58. 58. Le tenebre si dissiparono, il volto del signore delle vi-verne scomparve allimprovviso e Fabio e Ratatoskr furonodi nuovo soli nel panorama desolante dello stretto. Fabio eraa terra, le palme posate sulla nuda roccia. Sentì Ratatoskr ri-dacchiare alle sue spalle. Digrignò i denti, poi scattò in piedi. Lo afferrò per il ba-vero, mentre gli innesti lungo la sua schiena si attivavano dinuovo e avvolgevano il suo braccio destro in una guaina dimetallo liquido. Ci volle un istante perché sul suo pugno simaterializzasse una lama affilata che puntò alla gola del gio-vane. «Che hai da sghignazzare?» Il sorriso era scomparso dal volto di Ratatoskr. «Mettigiù le mani.» Fabio non rispose. Allaltro bastò stringergli il polso conuna mano. Un lampo scuro, e il ragazzo urlò di dolore stac-candosi da lui. «Non osare minacciarmi» sibilò Ratatoskr. «Ridevo perla misera figura che hai fatto, ridevo perché alla fine non seimeglio degli Assoggettati che ti hanno preceduto.» «Io sono diverso. Io sono forte» disse Fabio fissandolocon rancore. Ratatoskr gli si fece vicino. «E allora dimostralo. Portalampolla al nostro Signore.» «Lo farò, eccome se lo farò, e tu ti rimangerai quel riso-lino.»
  59. 59. «Vedremo» sogghignò Ratatoskr con cattiveria. Quinditirò su una mano chiusa a pugno, tranne per lindice e il me-dio. «Due giorni. Poi, tra due notti, ci ritroveremo qui, e se tunon avrai lampolla, be, di pure addio ai tuoi poteri e alla tuapreziosa coscienza. Ho già pronti gli innesti che controlle-ranno la tua volontà.» «Li userai su qualcun altro. Io non fallirò.» «Ti piace tanto parlare, eh?» Ratatoskr si permise anco-ra un sorriso canzonatorio. Dopodiché si allontanò con la stessa eleganza con cuiera arrivato. «Due giorni, non di più» aggiunse. Poi il buio loinghiottì. Mentre Fabio si preparava a spiccare di nuovo il volonella notte, Sofia si rigirava nel letto cercando di addormen-tarsi. Si sentiva frastornata, e più passava il tempo più acqui-siva unacuta e dolorosa consapevolezza di quanto era suc-cesso quella sera. La terribile figura che aveva fatto con il ra-gazzo al botteghino, il suo sguardo cupo, sprezzante, quandofinalmente gli aveva dato il biglietto. Ogni pensiero, ogni cosa svaniva di fronte ai suoi occhiscuri e ai suoi riccioli. E Sofia sapeva bene cosa quellosses-sione significasse. Perché in qualche modo le era già capita-to. Quando era ancora allorfanotrofio, per un anno interoaveva aspettato con ansia larrivo della posta. Perché a por-tarla era un biondino troppo carino, che una volta avevascambiato due parole con lei e le aveva fatto una battuta. Daallora Sofia non aveva pensato ad altro che a lui, sospirando
  60. 60. ogni volta che lo vedeva arrivare e andare via. Aveva sogna-to un futuro insieme a lui, una casa e dei figli, addirittura, eun vestito bianco in una piccola chiesa di campagna. Poi ungiorno laveva visto baciarsi appassionatamente con una tipache lei non conosceva, ma che le era sembrata bellissima.Fine del sogno. Da quel momento aveva accuratamente evi-tato il momento della consegna della posta, fino a quando ilpostino del suo cuore non era stato sostituito da una più in-nocua signora di mezza età, grassoccia e sgarbata. "È come allora" si disse con una dolorosa stretta al pet-to. "Anzi, peggio di allora." Perché adesso era più forte, piùdolce e terribile insieme. Perché quel ragazzo aveva cercatodi entrare senza biglietto, aveva fatto arrabbiare Marcus e na-scondeva qualcosa di oscuro, lo sentiva. Quello sguardo cat-tivo che era balenato nei suoi occhi per un istante lavevaraggelata. Si girò con rabbia nel letto e affondò la faccia nel cusci-no. I suoi occhi neri furono lultima cosa cui pensò prima diaddormentarsi.
  61. 61. 6 Il noce «Bingo!» esclamò Lidja sedendosi al tavolo della cola-zione. Saltava sempre come un grillo, la mattina, mentre So-fia aveva bisogno di parecchio tempo per riuscire a carbura-re. Quel giorno, però, Lidja era davvero euforica. «La notte ti ha portato consiglio?» le chiese Sofia, men-tre inzuppava stancamente un biscotto nel latte. «Non solo:ha portato un sogno interessante.» Sofia si fece subito atten-ta. Perché la sera prima avevano discusso del suo, di sogno.Lì per lì non aveva ritenuto necessario raccontarlo a Lidja,
  62. 62. ma con il senno di poi si era detta che i sogni e le visioni era-no sempre stati un modo con cui i loro poteri si manifestava-no. Quellincubo poteva essere un indizio nella ricerca delfrutto. «Camminavo nella stessa via che hai sognato tu.» Sofia ebbe un colpo al cuore. «Non è possibile.» «Palazzi tutti identici, irriconoscibili, una strada legger-mente in salita, e a terra una pavimentazione strana… comese camminassi su squame di serpente.» Sofia provò di nuovo langoscia di quella notte, la terri-bile sensazione di terrore che laveva attanagliata nel sogno.«È proprio quella» mormorò. «Solo che Nidhoggr non cera. Cera invece un albero.» «LAlbero del Mondo.» Lidja scosse la testa. «No, no, non era lAlbero del Mon-do.» «Come fai a dirlo? Non labbiamo mai visto né sognato,conosciamo solo il frutto che abbiamo recuperato quasi unanno fa, quello di Rastaban.» «Sentivo che non lo era. Era un albero diverso, avevaqualcosa di particolare, ma non era lAlbero del Mondo. Eraun noce.» «Perché particolare?» «Stava al centro esatto della strada, lo scorgevo da lon-tano mentre camminavo. Le radici affondavano sotto lesquame, e io le vedevo insinuarsi nel terreno, e crescere auna velocità spaventosa. Man mano che le radici si allunga-
  63. 63. vano, le squame saltavano via e veniva alla luce la nuda ter-ra. Ma anche la terra aveva qualcosa di strano, perché era lu-minosa. Sembrava che il noce le desse vita, capisci?» Sofia annuì. «Ma è molto diverso dal mio sogno… Vo-glio dire, il mio era un incubo, il tuo sembra… sì, un bel so-gno.» Preferì non attardarsi a pensare che a lei capitavano in-cubi terribili, e a Lidja sogni tutto sommato piacevoli di al-beri che facevano spuntare erba al posto delle strade. «Ma la città era la stessa.» Sofia scosse la testa. «Senti, io ci ho pensato, e credoche non voglia dire niente. E anche se significasse qualcosa,è troppo confuso. Non si riesce a capire che città sia, i palaz-zi sono anonimi…» «È lunica cosa che abbiamo in mano, e non penso siaun caso che tanto il mio sogno quanto il tuo incubo sianoambientati nello stesso posto» obiettò Lidja con decisione.«Sono mesi che cerchiamo il frutto senza alcun risultato, esono mesi che né io né tu abbiamo visioni. Questa è la primavolta che vediamo qualcosa, qualcosa che, lo sento, ha a chefare con il nostro passato, con la nostra natura di Draconiane.Non possiamo lasciarcelo sfuggire.» Sofia rimase per un po a mescolare il latte pensierosa.«E quindi? Qual è il piano?» Lidja sembrò perdere un po della sua sicurezza. «Nonlo so. Potremmo partire dallalbero, dal noce. Magari è un in-dizio per capire di che città si tratti.»
  64. 64. «E cosa cerchiamo? Noci famosi della storia?» A Sofiascappò un mezzo sorriso. «Per esempio» asserì Lidja senza ombra alcuna di iro-nia. «Ma stai dicendo sul serio?» Lidja era serissima. «Dobbiamo cercare informazioni alriguardo. Possiamo cominciare con Internet.» A casa del pro-fessore non avevano la rete, per via della mancanza di elettri-cità, ma al circo si arrangiavano con un collegamento volan-te, intermittente e lentissimo, sempre meglio di niente. Sofia sospirò. «È troppo complicato, non saprei comedistricarmi.» «Certo che sei proprio una disfattista» osservò Lidja. «Più che disfattista, realista. Tanto lo so che tu devi sta-re qui ad allenarti, quindi toccherà a me fare la talpa sullarete.» «Almeno eviterai il mitico duo CicoByo, non sei con-tenta?» disse Lidja facendole locchiolino. Sofia contraccambiò. «Tu invece vedi sempre il lato mi-gliore delle cose.» Lidja le tirò una mollica di pane e Sofia rispose con unalinguaccia. Quanto meno, la giornata era iniziata con un sor-riso. Sofia, con la scusa dello studio, si mise al computer, unportatile antidiluviano che nel circo usavano tutti a turno. Fuun mezzo strazio. Già non era granché portata per le ricerchein rete, visto che nel magma di informazioni finiva sempre
  65. 65. per non capire quali fossero le cose attendibili e quali invecequelle assurde. Poi la chiavetta di rete che si ritrovava fun-zionava come un macinino. Alla fine capì che lunica era af-fidarsi ai vecchi mezzi. Cercò una bibliografia essenziale –tirando in verità un po a caso – e decise che lindomani sa-rebbe andata in biblioteca. Ce nera una lungo corso Garibal-di, se non ricordava male. Quanto meno, quella ricerca laveva tenuta lontana perun po dal pensiero del ragazzo misterioso. Infatti, lungi dal-lessere passata con una buona notte di sonno, la sua osses-sione era ancora lì, peggio del giorno prima. Lo vedeva un po ovunque. Nei passanti che intravedevaal di là del campo, nelle facce dei compagni del circo, in quelcarnet di biglietti che teneva ancora in tasca, come fosse unareliquia. Si sentiva ridicola, ma non riusciva a farci niente.Era più forte di lei, non pensava ad altro. Chiuse il computer, si guardò intorno. Mancava unoret-ta alla cena e cominciava a far fresco, ma aveva bisogno dischiarirsi le idee. Le bruciavano gli occhi e si sentiva la testapesante. Per cui si strinse la sciarpa intorno al collo, si miseil cappotto e uscì per una passeggiata. I suoi piedi la portaro-no come al solito sul corso. Stavolta guardò la parte alta del-la strada: lì cera la Villa Comunale, dove non era mai stata.Infilò le mani nelle tasche del cappotto e si disse che si pote-va fare. Si incamminò. Per la verità non aveva solo voglia dicamminare o di svagarsi un pochino. La ragione, inconfessa-bile, era unaltra.
  66. 66. Non lavrebbe mai ammesso, ma moriva dalla voglia dirivedere il ragazzo misterioso. Camminava, e si domandavase lui avesse mai calcato quegli stessi lastroni di basalto.Guardava i palazzi, e si domandava se lui abitasse da quelleparti. Non le piaceva sentirsi così. Procedette a testa bassa,per evitare di trasalire ogni volta che vedeva passare qualcu-no con una corporatura simile alla sua. Entrò nella villa e finalmente alzò la testa. Si sentiva su-bito meglio quando metteva piede in un posto dove ceranoerba e alberi. Forse aveva a che fare con il suo essere Draco-niana, forse era solo questione di gusti personali, ma la natu-ra, a differenza delle persone, la metteva subito a suo agio. Apartire dal grosso albero che sorgeva allingresso: aveva unramo gigantesco che pendeva minaccioso su una panchina, eche era così pesante da essere sostenuto da una corda metallica assi-curata con un robusto anello. Sofia sorrise: sembrava unramo al guinzaglio. Si mise a vagare per i vialetti semideserti. Chiunque al-tro avrebbe avuto qualche timore in un parco di sera, con po-chissime persone in giro. Lei no. Lei era come a casa. Ilbuio, gli alberi, il dolce gorgoglio dellacqua delle fontane,persino il freddo. Tutto la faceva sentire bene. Si abbandonò a fantasie bizzarre: pensò di incrociare ilragazzo misterioso, che lavrebbe riconosciuta e salutata conun sorriso aperto. Miracolosamente interessato a lei, avreb-bero cominciato a parlare, scoprendo di avere un sacco di
  67. 67. cose in comune. Poi, in piedi in una di quelle stradine, luiprima le avrebbe messo un braccio intorno alle spalle, e poilavrebbe baciata a tradimento. Sofia arrossì violentemente. "Cretina" si disse impieto-sa. Non cera un briciolo di speranza non solo di suscitare inlui un benché minimo interesse, ma anche semplicemente dirivederlo. Salì i gradoni del gazebo e si fermò alla sua ombra. Leera familiare, perché aveva le stesse linee slanciate ed ele-ganti di tanti oggetti in casa del professore: era ottocentesco,proprio come lui. Sospirò. Chissà cosa stava facendo, e seogni tanto pensava a lei pentendosi di non essersela portatadietro. Si sedette sul marmo, tirò le ginocchia al petto e ci posòsopra il mento. La malinconia cominciava a farsi strada: dol-ce, sottile. Poi qualcosa attirò la sua attenzione. Dietro di lei,sui gradoni che conducevano al gazebo, si erano improvvisa-mente assiepati un centinaio di piccioni. Non le erano maipiaciuti troppo i piccioni, le sembravano sporchi, ma erastrano che tutto a un tratto ce ne fossero così tanti. Si tirò su, scese un paio di gradoni e scoprì tra gli uccel-li una schiena nera curva, un paio di zoccoli che coprivanopiedi stretti in pesanti calze nere. La vecchia. Sofia fu scossa da un brivido. Ricordava il modo in cuilaveva vista sparire, e anche adesso era comparsa allimprov-viso, dal nulla.
  68. 68. La vecchina le regalò un sorriso triste e sdentato. «Ci in-contriamo di nuovo» disse. «Già.» Lanziana donna fece un passo avanti, e Sofia uno indie-tro. Non cera davvero nulla di minaccioso in lei, eppure neaveva paura. E laria sembrava di colpo più gelida. La vecchia le porse un sacchettino. «Per i piccioni» dis-se. Sofia indugiò un istante prima di prenderlo. La manodella donna era insolitamente fredda. Guardò dentro il sac-chetto: mangime per uccelli. Ne prese un pizzico e lo gettò a terra. I piccioni accorse-ro tubando: sentì il battito delle loro ali intorno alle gambe. «Anche a lei piace la solitudine?» chiese. La vecchia la guardò come se non capisse. «Sì, sonosola… da un sacco di tempo. È che sto cercando qualcosa…da tanto» mormorò sognante. Sofia le restituì il sacchetto. Improvvisamente volevaandare via. «Quando cera ancora lei, era diverso… Cera calore, eluce» aggiunse la vecchia. «Ma poi il noce fu abbattuto, etutto finì.» Guardò a terra sconsolata. Qualcosa si accese nella testa di Sofia. «Il noce?» «Sì, sì, il noce.» La donna assunse un aspetto ispirato.«Unguento, unguento, portami al noce di Benevento, sullac-qua e sul vento a dispetto di ogni maltempo! Diceva così,così diceva! E lei ci andava. Loro, ci andavano.»
  69. 69. Sofia deglutì, si fece coraggio. «Loro chi? E chi è questalei di cui mi ha parlato anche laltra volta?» «Le streghe, o così le chiamavano. Ma lei diceva cheerano sacerdotesse.» «Ed era qui, questo noce?» A Sofia parve che laria sifosse fatta spessa, e che a fatica le entrasse nei polmoni. I ru-mori pian piano si erano spenti, e persino il tubare dei piccio-ni si era calmato. «Nessuno sa dovè. Era qui a Benevento, sì, ma dove…dove… Unguento, unguento…» e riprese la cantilena. Sofia capì che non ne avrebbe cavato altro. Ma quelloche aveva sentito le bastava. Era quello il noce che aveva so-gnato Lidja? Un piccione le salì su una scarpa, e lei scosse ilpiede spaventata. A quel gesto gli uccelli si dispersero in unvolo precipitoso, facendole chiudere istintivamente gli occhi.Quando li riaprì, la vecchietta era svanita. In compenso cera un vigile urbano che la guardava.«Tutto bene?» le chiese. Sofia prese un grosso respiro. «Sì, credo… di sì» rispo-se. «Non dovresti stare qua. Questo di sera è un brutto po-sto» aggiunse il vigile. «Ti sei persa?» Sofia scese lentamente i gradini. «No, no… Stavo solofacendo un giro.» «È meglio se te ne vai a casa. Di giorno qui è più bello esicuro.»
  70. 70. «Vado via subito» si affrettò a dire Sofia. E si avviò dicorsa verso luscita. Del resto, aveva trovato quello che stavacercando.
  71. 71. 7 L esito della ricerca Allora il noce non cè più?» chiese Lidja. «È stato abbat-tuto tanto tempo fa. Quanto, non lo so con precisione» rispo-se Sofia, e poi le raccontò della vecchia. «Un tipo strano» osservò Lidja. «E credo che sia anche un po via di testa, ma sembravasicura di quello che diceva.» «In ogni caso sei stata imprudente: non dovresti attacca-re bottone con gli sconosciuti, potrebbero essere nemici.» «Mi è sembrata innocua. Certo, un po inquietante.»
  72. 72. «Soprattutto perché appare e scompare improvvisamen-te e la incontri sempre quando sei sola… Ce nè abbastanzaper avere dei sospetti» osservò Lidja. A tutti questi particolari Sofia non aveva pensato. Eracosì abituata a sottovalutare i propri timori che non le venivamai in mente che almeno qualcuno potesse essere fondato.«La prossima volta farò attenzione. Comunque limportante èche abbiamo una traccia» concluse con gli occhi che le bril-lavano. «E la tua ricerca su Internet comè andata?» «Una tragedia. Quel computer risale allepoca dei dino-sauri.» «Sempre meglio che niente, no?» replicò Lidja piccata.«E poi ha tutto quello che serve, se lo sai usare.» Sofia capì di aver toccato un tasto dolente. Cambiò ar-gomento. «Ho trovato una lista di libri che parlano delle coseche ci interessano. Cè una biblioteca, lungo il corso. Pensa-vo di andare domani a consultarli.» «Sì, domani devi cominciare assolutamente» tagliò cor-to Lidja. «Agli ordini!» esclamò Sofia, facendo il saluto militare.Il fatto di avere finalmente una pista seria la metteva di buo-numore. Lindomani arrivò in biblioteca troppo presto. Non co-nosceva gli orari di apertura, e per questo si era tenuta larga,presentandosi lì alle due e mezzo. Dovette aspettare impalata
  73. 73. davanti alla porta chiusa per più di mezzora. Lidja era rima-sta al circo per gli allenamenti del pomeriggio. Alma sapevaqualcosa dei poteri della nipote. Quando era andato a parlarecon lei di Lidja, il professore le aveva raccontato almeno unaparte della verità. Sofia lo sapeva perché, prima di salutarla,le aveva detto sottovoce: «Se hai bisogno, ti puoi fidare diAlma. Sa… alcune cose.» Sofia non aveva idea del perché il professore si fosse fi-dato di quella donna. «Mia nonna e zia Alma erano come sorelle. Durante laguerra riuscirono a sopravvivere insieme, uniche della lorokumpania, e questo le ha unite molto» le aveva raccontatoLidja. Gli altri del circo, però, non sapevano niente dei loropoteri. Ogni volta bisognava inventarsi qualcosa per giustifi-care le assenze. «È per lo studio. Devo fare una ricerca» erastata la bugia del giorno, una scusa buona per tutte le occa-sioni. Entrò animata da un entusiasmo sorprendente, conside-rato che andava a seppellirsi tra saggi storici. Sofia amavaleggere, ma romanzi, libri davventura, fantasy. Non mattonistorici. A ogni modo presentò la sua lista a una bibliotecariasegaligna e scontrosa, che le trovò alcuni volumi. Davantialla pila di libri, Sofia sentì lentusiasmo sgonfiarsi: ci avreb-be messo una vita. Era un po come quando allorfanotrofio leaffibbiavano come compito una ricerca. Lei le odiava, le ri-cerche. Non riusciva a mettere insieme bene le informazioni
  74. 74. che per miracolo trovava, e alla fine, dopo ore di lavoro, pro-duceva pagine di quaderno che a leggerle facevano schifo: ivari brani copiati cozzavano luno con laltro, andando acomporre un collage assurdo di stili diversi. Un orrore comeil mostro di Frankenstein. E invece stavolta fu quasi divertente. Allinizio affogòtra saggi storici piuttosto noiosi, perdendosi tra le genealogiedi principi e maggiorenti longobardi che avevano dominatola città: Arechi, Sicardo, Zottone. Poi capitò nella parte dedi-cata alle leggende, e a quel punto si immerse completamentenella lettura. A quanto pareva, Benevento era stata la capitale dellastregoneria, o ci era andata vicino. La cantilena che la vec-china le aveva sciorinato serviva alle streghe per convenirein città – sotto un fantomatico noce – per il sabba che, dacome lo descrivevano, era una cosa a metà tra una seratasfrenata in discoteca e il rito satanico. Trovò anche i verbalidi confessioni di streghe e i raccapriccianti racconti delle tor-ture che le povere sospettate subivano durante gli interroga-tori. Sofia rabbrividì mentre leggeva degli strumenti di tortu-ra e delle sofferenze che erano in grado di procurare. Il nocetornava in ogni leggenda: era il fulcro di tutti i riti. Le stre-ghe si riunivano là sotto per le loro feste, e lalbero a quanto sembrava nonperdeva mai le foglie. Sofia lesse di quei riti, e lesse quello che si diceva faces-sero le streghe: uccidere i neonati, gettare malefici sulle don-
  75. 75. ne, intrecciare le criniere dei cavalli o preparare filtri damo-re. Non sapeva se crederci o meno. La magia era qualcosa divero, tangibile nella sua vita, e anche lesistenza del male eraqualcosa che aveva sperimentato purtroppo in prima persona.I poteri di Nidhoggr erano tutto sommato una forma perversae terribile di magia. Ma le streghe… che fossero serve di Ni-dhoggr? Che il loro culto fosse legato in qualche modo a lui?Quando aveva combattuto a Villa Mondragone, aveva avutomodo di vedere quello che restava di unabitazione di uominiche avevano adorato il signore delle viverne nei secoli. Si chiese allora se quel noce fosse quello sognato da Li-dja. "Questo sembra un albero malefico, quello di Lidja davanuova vita alla terra" pensò. A ogni buon conto cercò indica-zioni sul luogo in cui poteva sorgere lalbero e scoprì che unvescovo laveva fatto abbattere. Cercò ugualmente il posto incui si trovava quando ancora esisteva. «Signorina? Ehi, signorina!» Sofia trasalì, e si trovò di fronte la faccia arcigna dellabibliotecaria. «Mi sembrava di averti detto che alle cinque e mezzochiudiamo.» Sofia si riscosse. Guardò fuori dalle finestre e vide cheera buio. Era così immersa nella lettura che non si era accor-ta di quanto fosse tardi. «Mi scusi, il tempo è volato.»
  76. 76. «Non cè problema, ma adesso devo chiudere, percui…» La bibliotecaria la prese per un braccio, tirandola de-licatamente ma con decisione verso la porta. «Posso almeno prendere in prestito il libro?» Non avevaancora scoperto dove si trovava lalbero, e voleva continuarea cercare. La donna la squadrò come se fosse una richiesta assur-da. Eppure in genere le biblioteche prestano i libri. «Sai che,secondo il regolamento, se lo rovini o lo perdi sei tenuta a ri-pagarlo?» «Io i libri li tratto con cura e amore, soprattutto se nonsono miei» ribatté Sofia, offesa. La tizia la fissò ancora. «Immagino che tu non abbia undocumento da lasciare in garanzia. Dammi i tuoi dati.» Sofia dovette declinare le generalità, e quando nominò ilcirco, lo sguardo della bibliotecaria si fece ancora più sospet-toso e ostile. In ogni caso, riuscì a portare il libro con sé. Uscì soddisfatta: era stato un pomeriggio proficuo. Ma,tutto sommato, era ancora presto. Guardò il corso in su e ingiù, nel petto linconfessabile speranza di rivedere il ragazzomisterioso. Poi il solito vicoletto la chiamò. Quale posto mi-gliore per continuare a studiare del suo amato Hortus Con-clusus? Sulla consueta panchina, alla luce di un lampione, si im-merse di nuovo in quei racconti di leggende e di eventi terri-bili. Lesse degli antichi culti legati al noce, da cui avevanoprobabilmente preso origine le leggende sulle streghe; della
  77. 77. dea egizia Iside, cui forse veniva tributato un culto interpre-tato come affine alla stregoneria; dei Longobardi, gli antichisignori di quella città, che erano soliti celebrare un dio ap-pendendo una pelle a un albero, e trafiggendola più e piùvolte con una lancia, in una specie di combattimento. Lessedi riti strani e millenari, di dei perduti e di storie affascinanti.E cercò il noce. Non trovò alcuna indicazione precisa sullasua ubicazione, eppure, secondo la leggenda, lalbero, sebbe-ne abbattuto, era rinato più volte, sempre nello stesso posto. Quando Sofia chiuse il libro, era ormai notte. Nulla distrano, quando era uscita dalla biblioteca già imbruniva. Eratutta infreddolita e lo stomaco si mise a brontolare con vee-menza. Si meravigliò di quella fame improvvisa e guardò lo-rologio. Erano quasi le nove! Tre ore e mezza filate a leggeree prendere appunti, dimenticandosi che al circo laspettava-no, che magari a quellora la stavano anche cercando. Scattò in piedi, strinse il libro sotto il braccio e volò ver-so il cancello. Chiuso. E certo, lorario di apertura era passatoe di lei, immersa nella lettura, nessuno si era accorto. Per for-tuna uscire da lì non era difficile. Essere una Draconianaaveva i suoi vantaggi. Non dovette neppure concentrarsi: ilneo che aveva sulla fronte, di solito così anonimo, divennecaldo e luminoso, fino ad apparire simile a una gemma di unverde brillante. Ogni Draconiano aveva un potere specifico: quello diLidja era la telecinesi, quello di Sofia la capacità di evocarela vita. Che poi significava riuscire a far nascere piante dal
  78. 78. nulla o farne crescere altre che già esistevano, e modellarlein qualsiasi foggia. Allinizio Sofia laveva definito un potereda giardiniere, ma le aveva salvato la vita più di una volta, eadesso aveva imparato a rispettare le proprie capacità. Avvi-cinò lindice alla serratura del cancello. Ne uscì fuori un ra-metto verde, tenero ed elastico, che si insinuò negli ingra-naggi. Ci vollero pochi secondi perché la serratura scattassee il cancello si aprisse. Sofia si precipitò fuori timorosa che qualcuno potessescoprirla, ma appena mise piede sul corso, il tempo sembròfermarsi. Il paesaggio perse i suoi colori, i palazzi divenneroanonimi, le finestre orbite vuote. La via del sogno, la via chesi trasformava nel dorso di Nidhoggr. Era quella. La rivela-zione la folgorò. Perché ora che realtà e visione si sovrappo-nevano, riconosceva quel posto. A terra, le squame che ricor-dava erano i sanpietrini della pavimentazione, bianchi, grigie rossastri, ed era evidente, lampante, che andavano a dise-gnare i contorni sinuosi di un serpente. "Nidhoggr è qui." Quella consapevolezza le gelò le tempie, e la visionescomparve. Fu di nuovo semplicemente il corso, deserto. So-fia si guardò intorno, smarrita. E fu così che lo vide. Una fi-gura davanti a lei, che sgattaiolava veloce verso la chiesa lìvicino. Si ricordava quella chiesa, perché portava il suonome: Santa Sofia. Il fiato le mancò, perché sebbene fosse lontano, sebbenesi muovesse rapidamente, laveva riconosciuto allistante. Erail ragazzo misterioso.
  79. 79. Lo vide fermarsi vicino al cancello a lato della chiesa eguardarsi intorno furtivo. Poi un brillio, e due enormi ali tra-sparenti gli spuntarono dalle spalle, le nervature metallicheche scintillavano alla scarsa luce. Il ragazzo spiccò un brevevolo, quanto bastava per superare il cancello, e fu inghiottitodal buio che si spandeva al di là. Sofia rimase impietrita. Il cuore, che fino a pochi istantiprima le tamburellava il petto con violenza, si era come fer-mato. Il ragazzo della sera prima, il tizio cui aveva pensatocontinuamente in quei due giorni, che aveva cercato nei voltidei passanti, era un Assoggettato.
  80. 80. 8 La prima battaglia Sofia si guardò attorno: non cera nessuno. Percorse lapiazza di corsa e si appoggiò con le mani al cancello neroche il ragazzo aveva appena scavalcato volando. Ripensòalla sua figura slanciata, e alle maledette ali che gli eranospuntate dalle spalle. "Non ci badare, e fa il tuo dovere" si disse con durezza.

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