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la politica industriale ai tempi del Tablet

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la politica industriale ai tempi del Tablet

  1. 1. 27 Industria 2626 Il libro di Dario di Vico e Gianfranco Viesti ci fornisce un quadro molto preciso di quanto siano state molto im- precise, generiche e incerte, in Italia, certe scelte deter- minanti per la crescita del Paese. Il libro è una ricogni- zione di taglio giornalistico in grado di farci accorgere di una svantaggiosa tendenza molto italiana a non portare a termine progetti, a enunciare ed esortare più che a concre- tizzare. Emerge anche che, qui da noi, non possiamo attribuire la mancanza di una pianifica- zione strategica alla scelta le- gittima di lasciar fare al merca- to, quanto a un’inammissibile incapacità italiana di definire ed eseguire una qualsiasi stra- tegia. L’idea di “politica industriale” ha un’oscillante fortuna critica. Abbiamo trascorso, fino alla crisi, una lunga stagione d’im- popolarità del termine e dei principi che esso contiene. La tifoseria del “Mercato” che ritiene inutile o dannosa la politica industriale, ha per oltre un ventennio messo in soggezione quella dello “Stato” che auspicava invece un’attiva e vivace politica industriale. Oggi la politica in- dustriale torna ad alimentare il dibattito sulla crescita e s’infoltisce il numero di fautori di un intervento pubblico mirato e strategico in economia: nel mondo, in Europa e finalmente, di nuovo, in Italia. Con il perdurare della cri- si, con l’avvento accelerato delle tecnologie “disruptive” che cancellano posti di lavoro molto più velocemente di quanti ne possano ricreare, ritornano anche gli indu- strialisti convinti e si può parlare di azione pubblica e politica industriale senza sentirsi statalisti e demodé. Anzi l’economia industriale mostra soluzioni di politica industriale avanzate e “sistemiche” adatte alle sfide nuo- vissime di riconfigurazione delle catene del valore glo- bali e di creazione di ecosistemi dell’innovazione in cui si metta in moto il “turbo” della tripla elica costituita dal- le imprese, dallo Stato e dall’Accademia. Scrivo “finalmente in Italia” non perché voglio subito unirmi ai “tifosi” dell’“industrialismo” contro quelli del “post-industrialismo” o contro gli oltranzisti ultraliberisti affetti spesso da “anti-industrialismo”, ma perchè ho l’impressione che il nostro tempo di risposta sia rallen- tato, oltre che da una carenza di visione sistemica, di capacità strategica e di “project management”, da una certa inerzia e da una certa opacità delle posizioni. Il li- bro di Viesti e di Vico sembra confermarlo. I segnali di risveglio della politica industriale nel mondo sono molti. Cominciamo dagli Stati Uniti in cui l’ammini- strazione Obama ha lanciato due grandi progetti per lo sviluppo del Paese: “Transatlantic Trade and Investmens Partnership” (TTIP), per favorire gli scambi commerciali, e “Manufacturing” anche denominato “Industrial renais- sance” o, dal MIT, “Making in America”, per favorire il ri- torno delle fabbriche sul suolo USA. Del primo progetto si è parlato molto perché i critici cre- dono che, prevedendo l’abbattimento di molte barriere normative tra USA ed Europa (anche quelle improntate a una certa prudenza degli standard di produzione), sia molto favorevole a un’America che non si cura né di wel- fare né di garanzia di qualità dei prodotti, poco favore- vole all’Europa e al suo modello accorto di welfare e di qualificazione dei prodotti e del tutto sfavorevole all’Ita- lia e ai prodotti tradizionali di alta qualità delle sue pic- cole aziende, soprattutto nel- l’alimentazione. Il secondo pro- getto riguarda gli investimenti pubblici per la riscossa del “ma- nufactured in USA”. I due pro- grammi, intervenendo indiretta- mente in modo integrato e innova- tivo sul Product Lifecycle Mana- gement (R&D, progettazione ed engineering, approvvigionamen- to, produzione, Original Equip- ment Manufacturing, distribuzio- ne, servizio) e sulla configurazio- ne della catena del valore globale, mettono le premesse per una ridi- stribuzione internazionale del lavoro molto favorevole alle capability e agli obiettivi statunitensi. Con i due progetti del governo Oba- ma, uno che rimuove ostacoli e l’altro che investe nei varchi di opportunità creati, gli Stati Uniti vogliono modificare l’“ecosistema” (soprat- tutto nell’area atlantica e con possibili vantag- gi reciproci, secondo alcuni, per USA ed Europa, considerati “partner”) con l’obiet- tivo di arrestare il pro- cesso di deindustrializ- zazione che, negli USA, ha visto la quota del pro- dotto manifatturiero ridursi dal 15% all’11,6% del quindicennio 1998-2012, con la perdita di 5,7 milioni di posti di lavoro e una crescita del disavanzo commerciale. Il risultato atteso per il 2024 è di riportare al 16% il peso della manifattura nel PIL e la creazione di 3,7 milioni di po- sti di lavoro aggiuntivi. C’è da credere che le riconosciute capacità di project manage- ment degli americani diano una ragionevole confidenza che gli obiettivi saranno per- seguiti e raggiunti, anche par- zialmente, pur alla presenza dei futuri cambi dell’ammini- strazione. Vediamo l’Europa. Nel 2012, una comunicazione della Commissione ha sollecitato il Parlamento Europeo ad ag- di Enrico Viceconte Industria La politica industriale ai tempi del tablet Recensione del libro “CACCIAVITE, ROBOT E TABLET. COME FAR RIPARTIRE LE IMPRESE” di Dario di Vico e Gianfranco Viesti *
  2. 2. 29 Industria 28 Industria giornare gli obiettivi della politica industriale comunita- ria. Nel 2014, alla comunicazione si aggiungeva un me- morandum intitolato, senza grande fantasia, “For an Eu- ropean Renaissance” ovvero, nel gergo più antipatico in uso in Europa, “Industrial Compact”. Il “Compact” è una proposta di patto volta a mantenere l’impegno assunto dell’Europa di riportare il peso della manifattura europea dal 15% al 20% del PIL nei prossi- mi sei anni. Se si tiene conto che la Germania viaggia stabilmente con un 22% sin dal 1999, il patto lancia a tutti gli altri paesi, scesi molto al di sotto del 20%, una sfida estrema sul piano dell’innovazione, dell’efficienza e della crescita della produttività. Passiamo infine all’Italia che, in tema di “rinascimento”, dovrebbe insegnare e in cui invece, come scrive Confin- dustria in una nota del 31 gennaio 2014, “la politica in- dustriale è tuttora assente.” Confindustria scrive proprio “assente” e non “incerta” o “sfocata”, in un gioco delle parti in cui tutti bocciano tutti agli esami di maturità. La sfida del “Compact”, con queste premesse, non è quella di un rinascimento ma quella di una rivoluzione culturale che, tra l’altro, dovrebbe provare a rimuovere una serie di alibi. Della difficoltà della sfida ci parla il libro di Viesti (economista industriale) e De Vico (giornalista) uscito nella collana "Bian- conero". La battaglia delle idee" de “Il Mulino”. I due autori sono largamente d’accordo sul problema italiano e sulle sue radici storiche, ma divergono sulla ri- sposta alla domanda che è nel titolo “Come far ripartire le imprese?” Il libro si divide così in due saggi, ciascuno dei quali mette argomentazioni ed esempi sul proprio piatto della bilancia. Insomma più che di una battaglia tra “bianco e nero”, il libro presenta lodevol- mente molteplici sfumature e il senso di un equilibrio. Nel primo piatto della bilancia, Gianfranco Viesti sostie- ne con convinzione le ragioni e l’importanza dell’azione pubblica (top-down) per fronteggiare la globalizzazione, per scetticismo sulla possibilità che il mercato sia capa- ce “di spingere gli imprenditori a fare investimenti e a governare l’innovazione”. Nel secondo piatto della bilan- cia, Dario Di Vico, per scetticismo sulla “capacità dei soggetti pubblici di operare in una materia così com- plessa”, mostra invece maggiore fiducia nell’iniziativa e negli “animal spirit” degli imprenditori italiani (bottom- up), nell’effetto dell’abbassamento delle tasse e nei comportamenti di banche e multinazionali. Il pregio del libro è che le due tesi, invece di contrap- porsi ideologicamente, escludendosi a vicenda, sembra- no integrarsi tra loro, superando le faziosità dei “tifosi” di Coppi o Bartali. Un’ integrazione basata su una pos- sible composizione degli interessi e dei punti di vista delle parti, in logica combinata top-down-bottom-up. Va- le a dire il superamento sistemico della confusione tutta italiana del cerchio e della botte, oppure della tendenza, nel dubbio, a non fare alcunchè. Una rinata politica in- dustriale potrebbe indicare soluzioni nuove e creative, in logica ambidestra di “Stato e Mercato” più che di “Sta- to o Mercato” e con la presa d’atto che, in un’ economia competitiva, convivono il “cacciavite, il robot e il tablet”. La possibile nuova politica industriale auspicata nel libro prevede la presenza, in un paese, di molteplici settori in- dustriali e il presidio, la prossimità e l’integrazione “qua- si gerarchica” (ovvero di “quasi mercato”), del maggior numero possibile di segmenti verticali delle Global Va- lue Chain. Per restare alla metafora vetero-ciclistica, il libro non sembra mai abbandonarsi al principio di Bartali che “è tutto sbagliato, tutto da rifare”, ma indica diversi fenome- ni incoraggianti sui cui è possibile lavorare. Un esempio tra tutti è quello della performance dell’industria biotech e farmaceutica italia- na che emerge benissimo nell’ipercom- petizione, nonostante lo smantellamento del piano “Industria 2015” che si propo- neva di intervenire top-down nel compar- to delle scienze della vita (pag. 78-79). In- somma si intravede, dai due saggi del volu- me, un’area di lavoro (tra stato e mercato; tra top-down e bottom-up) in cui si potrà avere successo se saranno chiari i principi strategici adottati. Come so- no chiarissimi, ad esempio, negli USA. Dal libro emerge che è giunto il tempo delle scelte, do- po che per decenni, nel dubbio se soddisfare alcune istanze o altre, non si sono fatte scelte precise e azioni concrete, ad esempio la scelta di quei settori (e non al- tri) in cui l’“Azienda Italia” poteva difendere o generare vantaggi competitivi sullo scenario globale. Ricordiamo una delle definizioni di strategia (tratto da Hax, Majluf, 1991): 1 la strategia è un insieme di decisioni coerente, unita- rio e ben integrato; 2 che definisce ed esplicita gli obiettivi di lungo perio- do, le linee d'azione per perseguirli e i criteri per l'al- locazione delle risorse; 3 che seleziona le aree strategiche in cui si dovrà esse- re presenti; 4 che mira a raggiungere un vantaggio competitivo so- stenibile in ciascuna delle aree strategiche, rispon- dendo in modo appropriato alle minacce e alle op- portunità – espresse dall'ambiente – che devono es- sere coerentemente combinate con i punti di forza e di debolezza; 5 che motiva e coinvolge tutti. Leggendo il libro di Viesti e Di Vico, o se sfogliamo una rivista di Economia industriale come “L’industria”, ci ac- corgiamo che le scelte non sono state fatte anche per mancanza di strategia, così come l’abbiamo schemati- camente definita. Il rischio di non trovare la strategia ita- liana è che, in presenza dell’“Industrial Compact” euro- peo, e del “TTIP” atlantico, a dettarci la strategia saran- no altri e probabilmente non a favore dei nostri interessi. Poi c’è il problema dell’“Execution”, non certo seconda- rio alla strategia: saremmo dopotutto in grado di esegui- re una strategia ben formulata? Oppure abbiamo, nel pubblico e nel privato, delle tare insuperabili ed è me- glio che ci affidiamo allo “stellone” italiano. Abbiamo, a tutti i livelli, capacità di project management pari a quel- le degli altri paesi? Oltre alla necessità di riforme (istitu- zioni, lavoro, pubblica amministrazione, giustizia, fisco, legalità) non servirà, per accrescere le nostre capacità di esecuzione, anche un progetto di lungo termine per coltivare, allo stesso tempo, “technical capabilities” e “social capabilities”? Le social capability sono nel quadro politico e giuridico, nella disponibilità d’infrastrutture materiali e immateriali, ma anche nell’istruzione, nella mobilità sociale, nella cultu- ra e nel sistema di valori, nel “capitale sociale”. Tutti fattori che si modificano, se c’è la volontà, in tempi molto lunghi. Nessuna strategia di sviluppo può fare a meno di capa- bility fondamentali e capability “distintive”, altrimenti si ri- duce a un insieme di “esortazioni”. Sono stati evidenti i casi in cui le esortazioni, da qualunque parte provenis- sero, sono restate esortazioni e dunque lettera morta; i casi in cui piani strategici ottimamente articolati (come “Industria 2015”, elaborato nel 2006 e dotato di un “fondo di competitività” di un miliardo di Euro) sono sta- ti smantellati nel susseguirisi dei governi senza avere la possibilità di dispiegarsi nel tempo. Questi insuccessi sono elementi di riflessione per chiedersi, non ideologi- camente, “cosa non ha funzionato?”: le “lezioni appre- se” di alcuni progetti. Questa è una funzione del libro di Viesti e Di Vico: chiedersi cosa non ha funzionato (e far- celo sapere con chiarezza) per non commettere più gli errori del passato. “Ancora una volta però ci si muoverà solo sotto il segno dell’emergenza e non su progetti di sviluppo” scrive con molta rassegnazione Dario di Vico a pag. 134. “Bisogna che l’Italia diventi un paese più serio. Vale la pena di provarci” conclude con un po’ più di speranza Gianfranco Viesti. Buona fortuna! Oggi che l’accelerazione del cambiamento ci mette in angoscia, come scrive Adriano Solidoro in questo blog, nell’era che si definiva post-industriale e che invece non lo è del tutto, quella del cacciavite, dei robot e dei ta- blet, l’economia industriale è una materia che comincia finalmente da appassionare e la politica industriale di- venta un tema all’ordine del giorno. Lo testimonia anche il successo che incontrano i libri e gli studiosi che parla- no con chiarezza di politica industriale anche ai non ad- detti ai lavori. Prendiamo il caso di Marianna Mazzucca- to e del suo best seller internazionale “Lo stato innova- tore”. Le persone vogliono saperne di più, non si accon- tentano di assistere nei talk-show alla contrapposizione tra le formule semplificate espresse da schieramenti contrapposti né all’esercizio esibito dell’esortazione e delle bocciature agli altri. Le persone sanno che è in gioco il futuro proprio e dei propri figli e vogliono capire di più, per partecipare alle scelte ormai indifferibili per un rinascimento italiano. * pubblicata sul Bolg di Bicocca Training & Development Centre. Il Bicocca Training & Development Centre (BTDC) è il centro di ricerca dell'Università di Milano-Bicocca che ope- ra nel campo dello sviluppo organizzativo, della formazione e della gestione strategica delle risorse umane. Il BTDC è composto da studiosi e ricercatori nell’area degli studi or- ganizzativi e delle risorse umane. Si avvale di un ampio network di università, centri di ricerca e Business School italiane e straniere per svolgere studi su temi di frontiera re- lativi allo sviluppo organizzativo e di crescita delle risorse umane, nel mondo delle organizzazioni pubbliche, private, non-profit. Il BTDC, inoltre, svolge ricerche su commessa su temi rilevanti per gruppi dirigenti, famiglie professionali e associazioni di imprese.

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