James Joyce   GENTE DI DUBLINO                Traduzione di Marco Papi e Emilio Tadini> digitalizzazione a cura di Yorikar...
SorelleNon c’era speranza per lui questa volta: era il terzo attacco. Sera per sera passavodinanzi alla sua casa (si era i...
Sapevo di essere osservato, così continuai a mangiare come se non m’importassedella notizia. Lo zio spiegò al vecchio Cott...
Cominciava a confessarsi in un bisbiglio e mi chiedevo perché sorridesse dicontinuo e perché le labbra fossero umide di sa...
anzi in me quasi un senso di sollievo perché, come aveva detto lo zio la seraprima, egli m’era stato in molte cose maestro...
nell’entrata e poiché sarebbe parso sconveniente rivolgerle la parola ad alta voce,la zia si limitò a stringerle la mano.C...
- E... è morto serenamente? - chiese.- Oh, sì, serenamente, signora, - disse Eliza. - Non ci si è neanche accorti diquando...
- Eh, povero James... Non era davvero che ci desse fastidio. Non si sentivanemmeno in casa, non più di ora... Eppure so ch...
- Gli scombussolò la mente. Da allora cominciò a intristirsi, a non voler piùparlare con nessuno e ad andare in giro da so...
Un incontroFu Joe Dillon a farci conoscere il Far West. Aveva una piccola biblioteca fatta divecchi numeri dell’«Union Jac...
- Che pagina allora? Questa o quella? Questa?... Su Dillon, alzati... «Appena ilgiorno... » Avanti! Che giorno?... «Appena...
quando prendemmo gli ultimi accordi. Ci stringemmo la mano ridendo e Mahonydisse:- A domani, camerati!Dormii male quella n...
gli irlandesi sogliono chiamare i protestanti. – N.d.T.]. Arrivati a Smoothing Ironstabilimmo di organizzare un assedio in...
Quando fummo stanchi di stare a guardare, ci avviammo adagio verso ilRingsend. La giornata s’era fatta afosa e nelle vetri...
essere   giovane. Mentre    esprimeva    questi suoi sentimenti che in         realtàc’interessavano poco, noi serbavamo i...
fatto risaputo da tutti, talaltra l’abbassava invece fino a un bisbiglio e assumevaun tono di mistero quasi ci stesse conf...
L’uomo continuò nel suo monologo. Pareva si fosse dimenticato l’indulgenza dipoc’anzi. Se avesse sorpreso un ragazzo a par...
ArabiaEra a fondo cieco la North Richmond Street e come tale poco frequentata, trannenell’ora in cui uscivano i ragazzi da...
Stavamo lì a guardare se se ne andava o se rimaneva, e se rimaneva eravamocostretti a lasciare l’angolo buio e ad avviarci...
vedere così poco. Tutti i miei sensi pareva aspirassero a un velo d’oblio eaccorgendomi d’essere lì lì per venir meno prem...
Ora che c’era lui in anticamera non potevo andare nel salotto d’ingresso eaffacciarmi alla finestra. Sentivo che c’era un’...
ripetuto una seconda volta domandò se non conoscevo «L’addio dell’arabo al suostallone». Quando uscii di cucina ne stava r...
Scorgendomi, la signorina s’avvicinò e mi chiese se volevo comprare qualcosa.Non aveva un tono troppo incoraggiante e pare...
EvelineSeduta alla finestra guardava la sera invadere il viale. Teneva la testa appoggiatacontro le tendine e sentiva nell...
Sì, aveva acconsentito ad andarsene, a lasciare la casa. Ma era ragionevole daparte sua? Si sforzava di prendere in consid...
minori, affidati alle sue cure, andassero a scuola ogni mattina e avessero di chemangiare. Un lavoro duro, sì, una vitacci...
un giorno che era stata a letto, malata, s’era messo a leggerle una storia difantasmi e le aveva abbrustolito il pane sul ...
d’illuminarla, di mostrarle qual era il suo dovere. Il lungo, lamentoso fischio dellasirena tagliò la nebbia. Se partiva, ...
Dopo la corsaLe macchine puntavano in corsa su Dublino filando come proiettili nel solco dellaNaas Road. Lungo la cresta d...
diventato così ricco che i giornali cittadini alludevano a lui come a un re delcommercio. Aveva mandato il figlio prima in...
si serbava nel fondo erede di ben solidi istinti, e sapeva quanto era stato difficilemetterli insieme quei soldi: consapev...
parte si sfogava dimostrandosi nei riguardi di Villona insolitamente amichevole eil suo contegno esprimeva un vero e propr...
- È Farley!Ne seguì un torrente di parole. Farley era americano. Nessuno si rendeva conto diche cosa si stesse parlando. V...
che smettessero, però: si faceva tardi. Uno brindò allo “yacht”, «La bella diNewport» e un altro propose un gioco in grand...
I due galantiLa calda, grigia sera d’agosto era scesa sulla città. Un’aria dolce e ferma, ricordodell’estate, circolava pe...
avevano sempre impedito agli amici di boicottarlo. Aveva un suo modo spavaldod’aggregarsi ad un crocchio nel bar tenendose...
guardare qualcuno per strada, gli toccava girarsi con tutto il busto. Al momentoera a spasso. Ogni volta che si faceva un ...
- Idem per me.- Una soltanto...Corley s’inumidì il labbro con la lingua e gli occhi gli s’accesero al ricordo. Fissavaanch...
Pizzicava le corde con aria distratta e di tanto in tanto levava rapido gli occhi infaccia ai nuovi venuti per poi riporta...
greve di profumo e i suoi occhi scrutarono ansiosi la ragazza. S’era messa ilvestito delle feste. La sottana di lanetta az...
avrebbe passato il tempo finché non si fosse ritrovato con Corley. E alla mentenon gli venne altra idea che seguitare a ca...
Pensò a come sarebbe stato bello avere un fuoco acceso e una buona cenadavanti. Da troppo tempo ormai correva le strade co...
occhi verso il fondo della via: non si vedeva nessuno. Eppure doveva essere giàpassata di certo una mezz’ora da quando ave...
Lenehan gli si teneva a passo, ansando a disagio. Si sentiva tradito e una nota diminaccia gl’incrinò la voce.- Non mi dic...
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  1. 1. James Joyce GENTE DI DUBLINO Traduzione di Marco Papi e Emilio Tadini> digitalizzazione a cura di Yorikarus @ http://forum.tntvillage.scambioetico.org < 1
  2. 2. SorelleNon c’era speranza per lui questa volta: era il terzo attacco. Sera per sera passavodinanzi alla sua casa (si era in tempo di vacanze) e scrutavo il quadrato di lucedella finestra, e sera per sera lo trovavo illuminato allo stesso modo, debole eeguale. Se fosse morto, pensavo, vedrei il riflesso delle candele sulle imposteabbassate, poiché sapevo che si mettono due ceri accesi al capezzale di undefunto. Spesso mi diceva: - Non ci resterò più per molto in questo mondo, - e iocredevo che parlasse a vuoto. Capivo adesso che diceva la verità. Ogni seraalzando gli occhi alla finestra ripetevo piano fra me la parola «paralisi». M’erasempre suonata strana, come «gnomone» in Euclide o «simonia» nel catechismo.Ora però mi suonava come il nome di un essere malefico e peccaminoso; unessere che mi riempiva di terrore e al quale al tempo stesso avrei voluto starvicino per assistere alla sua opera mortale.Quando scesi per cena trovai il vecchio Cotter che fumava, seduto accanto alfuoco. E mentre la zia mi scodellava la minestra, disse, come tornando su unaprecedente osservazione: - No, non che fosse proprio... ma c’era qualcosa distrano, sì... qualcosa di misterioso in lui. Vi dirò la mia opinione...Prese a tirar boccate dalla pipa e certo pensava fra sé al miglior modo diformulare questa sua opinione. Vecchio imbecille! I primi tempi che loconoscevamo quasi m’interessava coi suoi discorsi su storte e alambicchi: ma poiavevo fatto presto a stancarmi di lui e delle sue chiacchiere interminabili sulledistillerie.- Ho la mia teoria in proposito, - disse. - Secondo me è uno... uno di quei casiparticolari, insomma. Ma è difficile a spiegarsi...E si rimise a tirare alla pipa senza spiegarcela, la sua teoria. Lo zio, visto chestavo lì ad occhi spalancati, mi disse:- Be’, ti dispiacerà saperlo, ma il tuo vecchio amico se n’è andato.- Chi? - domandai.- Padre Flynn.- È morto?- Ce lo diceva giusto ora il signor Cotter. È passato da casa sua. 2
  3. 3. Sapevo di essere osservato, così continuai a mangiare come se non m’importassedella notizia. Lo zio spiegò al vecchio Cotter:- Erano grandi amici, lui e il ragazzo. Pover’uomo, gl’insegnava un sacco di cose.Dicevano tutti che gli voleva un gran bene.- Dio l’abbia in gloria, - commentò la zia in tono pio.Il vecchio Cotter mi guardò. Sentivo quei suoi occhietti neri a capocchia di spilloche mi scrutavano, ma non volli dargli la soddisfazione di alzare i miei dal piatto.Tornò alla sua pipa e alla fine sputò con forza sulla grata.- Non mi garberebbe che figli miei avessero a che fare con un uomo simile, -dichiarò.- Che volete dire signor Cotter? - chiese la zia.- Voglio dire che non hanno nulla da guadagnarci, ecco. Per conto mio, i ragazzidovrebbero correre e divertirsi fra di loro e non essere... Ho ragione Jack?- Sono del tuo parere anch’io, - disse lo zio. - Che impari a difendere il suo postonel mondo. È quel che dico sempre a questo Rosacroce qui. Fa’ della ginnastica.Quando ero ragazzo, ogni mattina senza fallo, estate o inverno, mi facevo un belbagno freddo. Ecco perché sono ancora in gamba adesso. L’istruzione sarà unabella cosa ma... Forse il signor Cotter l’assaggerebbe volentieri un po’ di quelcoscio di montone... - aggiunse rivolgendosi alla zia.- No, no, prego, - si schermì quello.La zia prese il piatto dalla credenza e lo posò sul tavolo.- Ma perché secondo voi, signor Cotter, sarebbe un male per i ragazzi? - insisté.- Perché sono di natura impressionabile. E il vedere certe cose, non so se mispiego, ha un effetto...Mi riempii la bocca di minestra per timore di dare sfogo alla mia rabbia. Vecchiopeperone rammollito!Era tardi quando m’addormentai. Sebbene ce l’avessi col vecchio Cotter per quelsuo trattarmi da marmocchio, mi torturavo il cervello per trarre un qualchesignificato dalle sue frasi lasciate a mezzo. Nel buio della stanza mi immaginavodi rivedere la faccia grigia e massiccia del paralitico. Mi tirai le coperte fin sullatesta e cercai di pensare al Natale.Ma la faccia grigia mi perseguitava. Bisbigliava piano e capivo che volevaconfessarmi qualcosa. Sentivo che il mio animo si ritraeva nei recessi di unaregione piacevole e viziosa e qui di nuovo ritrovavo quella faccia ad aspettarmi. 3
  4. 4. Cominciava a confessarsi in un bisbiglio e mi chiedevo perché sorridesse dicontinuo e perché le labbra fossero umide di saliva. Poi mi ricordavo che eramorto di paralisi e sentivo che sorridevo anch’io, debolmente, come per assolvereil simoniaco dal suo peccato.L’indomani mattina, dopo colazione, andai a dare un’occhiata alla casa, in GreatBritain Street. Era una bottega modesta, catalogata sotto la generica dicitura:«Abbigliamento». Per la maggior parte poi questo abbigliamento consisteva inombrelli e scarponcini per ragazzi e di solito in vetrina pendeva un cartello con lascritta «Si ricoprono ombrelli». Adesso però non si vedevano cartelli di sortaperché i battenti erano chiusi e alla maniglia era legato con un nastro un fiocco dicrespo nero. Due donnette e un fattorino del telegrafo leggevano il bigliettoappuntato sul crespo. M’avvicinai anch’io e lessi:11 Luglio 1895Il Rev. James Flynn (già della Chiesa di Santa Caterina in Meath Street) di anni65 – R. I. P.La lettura del biglietto mi convinse che era morto e il trovarmi così di fronteall’evidenza mi turbò. Se fosse stato ancora in vita sarei andato nella stanzettabuia del retrobottega e lo avrei trovato là in poltrona, vicino al fuoco, mezzoaffogato nelle pieghe della sottana. Forse la zia mi avrebbe dato da portargli unpacchetto di High Toast e il regalo sarebbe valso a destarlo dal suo torpore. Erosempre io a vuotargli il pacchetto nella vecchia tabacchiera nera: le mani glitremavano troppo perché potesse farlo da sé senza versarne metà sull’impiantito.Perfino nel gesto di portarsi la grossa mano tremula al naso, nuvolette brune glisfuggivano di fra le dita cadendogli in rivoli sul davanti della veste. E forse eraproprio questo innaffiamento continuo a dare ai suoi vecchi abiti talari quelcolore verdastro; tanto più che il fazzoletto rosso, annerito, come sempre, dallemacchie di tabacco di un’intera settimana, e col quale tentava di spolverarsi, sirivelava del tutto insufficiente allo scopo.Avrei voluto entrare a vederlo ma non ebbi il coraggio di bussare alla porta.M’allontanai adagio lungo il lato assolato della strada e passando dinanzi ainegozi mi leggevo via via tutti gli avvisi teatrali esposti in vetrina. Trovavo stranoche né io né la giornata fossimo disposti alla tristezza e mi dispiaceva scoprire 4
  5. 5. anzi in me quasi un senso di sollievo perché, come aveva detto lo zio la seraprima, egli m’era stato in molte cose maestro. Aveva studiato nei collegio dei Padriirlandesi a Roma e così mi aveva appreso una corretta pronuncia latina. Solevaraccontarmi aneddoti sulle catacombe o su Napoleone Bonaparte e m’avevaspiegato il significato delle diverse cerimonie della Messa nonché dei diversiparamenti indossati dal sacerdote. A volte si divertiva a sottopormi difficili quesiti,chiedendomi come ci si dovesse comportare in date circostanze e se certi peccatifossero da considerarsi mortali o veniali o, altrimenti, semplici imperfezioni. Talidomande mi dimostravano quanto misteriose e complesse fossero certe istituzionidella Chiesa che fino allora avevo riguardato come le cose più elementari. Leresponsabilità del sacerdote nei confronti dell’Eucarestia e del segreto dellaConfessione mi apparivano addirittura di tal gravità che mi stupivo si potessetrovare chi aveva il coraggio di portarne il peso; e non rimanevo affatto sorpresoquando mi raccontava che i Padri della Chiesa avevano scritto volumi e volumi,dello spessore dell’annuario delle poste e di stampa fitta come il notiziario legaledei giornali, al fine di delucidare tutte quelle intricate questioni. Spesso,pensandoci, non riuscivo a rispondergli oppure mi veniva alle labbra solo unarisposta molto sciocca o confusa, della quale egli era solito sorridere scuotendo ilcapo, due o tre volte. Talora invece mi faceva ripassare le risposte della Messa,che aveva voluto imparassi a memoria e quando incespicavo sorrideva pensoso escuoteva la testa, fiutando enormi prese di tabacco ora da una narice oradall’altra, alternativamente. Di solito, quando sorrideva, scopriva i grossi dentigiallastri e lasciava pendere la lingua sul labbro inferiore; abitudine che sulprincipio della nostra amicizia, prima ancora di conoscerlo bene, mi dava uncerto disagio.Mentre camminavo al sole mi tornarono in mente le parole del vecchio Cotter ecercai di rammentarmi cosa fosse accaduto, dopo, nel sogno. Ricordavo di avervisto lunghe tende di velluto e una lampada antica che dondolava... Sentivo chedovevo essere stato via, lontano lontano, in un paese dalle usanze strane, inPersia forse... Ma non riuscivo a rammentarmi come fosse finito il sogno.Quella sera la zia mi portò con sé a far visita in casa del defunto. Era dopo iltramonto ma i vetri delle finestre delle case che guardavano a occidenteriflettevano ancora l’oro cupo di una gran massa di nubi. Nannie ci ricevette 5
  6. 6. nell’entrata e poiché sarebbe parso sconveniente rivolgerle la parola ad alta voce,la zia si limitò a stringerle la mano.Con fare interrogativo la vecchia alzò gli occhi verso il piano superiore e a uncenno di consenso della zia ci fece strada arrancando su per le scale, con la testacurva che sporgeva appena di sopra la ringhiera. Sul primo pianerottolo si fermòe con gesto incoraggiante additò la porta aperta della stanza funebre. La zia entròper prima e la vecchia, vedendo che esitavo, rinnovò più volte con cenni dellamano l’invito.Entrai in punta di piedi. Attraverso l’orlo di trina delle tende filtrava nella stanzauna cupa luce dorata in cui le candele apparivano come pallide fiamme lievi.L’avevano già messo nella bara. Nannie diede l’esempio e tutti e trec’inginocchiammo ai piedi del letto. Feci finta di pregare ma non riuscivo araccogliere le idee perché il borbottio della vecchia mi distraeva. Le guardavo lasottana goffamente agganciata sul dorso e i tacchi delle scarpe di panno tuttistorti da un lato. E mi venne in mente che il vecchio prete ne dovesse sorridere,disteso là, nella bara.Ma no. Quando ci alzammo e ci avvicinammo a capo del letto vidi che nonsorrideva. Giaceva massiccio e solenne, vestito come per andare all’altare, uncalice fra le grosse mani abbandonate. Aveva una faccia truce, grigia e pesante,con le narici nere e fonde cerchiate di rada peluria bianca. E c’era un odor grevenella stanza, i fiori.Ci segnammo ed uscimmo. Nella stanzetta dabbasso trovammo Eliza sedutasolennemente nella poltrona del prete. Mi diressi incerto verso la mia solita sedia,nell’angolo, mentre Nannie s’avvicinava alla credenza e ne toglieva una bottiglia disherry e dei bicchieri. Li posò sul tavolo e ci invitò a bere. Poi, ad un cenno dellasorella, versò lo sherry nei bicchieri e ce li porse. Si fece anche premurad’insistere perché prendessi del croccante, ma rifiutai pensando al rumore cheavrei fatto mangiandolo. Ebbe quasi l’aria di restar male al mio rifiuto e in silenzios’accostò al divano dove sedette alle spalle della sorella. Nessuno parlava.Guardavamo tutti il focolare vuoto.La zia attese un sospiro da parte di Eliza, poi disse:- Be’ se n’è andato in un mondo migliore.Eliza sospirò di nuovo e chinò il capo in assenso. Ad ogni sorso la zia si gingillavacol piede del bicchiere. 6
  7. 7. - E... è morto serenamente? - chiese.- Oh, sì, serenamente, signora, - disse Eliza. - Non ci si è neanche accorti diquando ha esalato l’ultimo respiro. Una bella morte, sì, ringraziando Iddio.- E per i...- È venuto Padre O’Rourke martedì a dargli l’Estrema Unzione e a prepararlo.- Sapeva, allora?- Era pienamente rassegnato.- Si vede, infatti.- È quel che ha detto la donna ch’è venuta a lavarlo. Pare che dorma, ha detto,tanto ha l’aria serena e rassegnata. Chi avrebbe detto che avrebbe fatto una cosìbella salma.- Già, è vero, - disse la zia.Bevve un altro sorso e aggiunse:- Ad ogni modo, signorina Flynn, dev’esservi di gran consolazione il pensiero cheavete fatto tutto quel che potevate per lui. Bisogna riconoscere che siete statebuone assai, tutt’e due.Eliza si lisciò il vestito sulle ginocchia.- Eh, povero James! Dio sa se abbiamo fatto il possibile, povere come siamo... Mamai, fintanto che era in vita, gli avremmo fatto mancare qualcosa...Nannie aveva appoggiato la testa sul cuscino del divano e pareva lì lì peraddormentarsi.- Guardate un po’ la povera Nannie, - disse Eliza, - è sfinita. Tutto quel cheabbiamo avuto da fare lei ed io, e chiamare la donna per lavarlo, e preparare lasalma, e la bara, e prendere gli accordi per la messa nella cappella... Se non fossestato per Padre O’Rourke non so proprio come ce la saremmo cavata. È stato lui aportarci tutti i fiori e perfino quei due candelabri dalla chiesa. Lui che ha scrittol’annuncio per il «Freeman’s General» e s’è incaricato dei documenti per il cimiteroe per l’assicurazione del povero James.- Ah, ma è stato buono davvero! - disse la zia.Eliza chiuse gli occhi e scosse la testa, adagio.- Solo dei vecchi amici ci si può fidare, - disse. - Alla resa dei conti se no, nontrovi un cane che t’aiuti.- È vero, e come se è vero, - disse la zia. - E sono certa che ora ch’è andato aricevere il premio eterno non si dimenticherà di voi e della vostra bontà. 7
  8. 8. - Eh, povero James... Non era davvero che ci desse fastidio. Non si sentivanemmeno in casa, non più di ora... Eppure so che se n’è andato e...- Quando sarà finito tutto, allora sì che ne sentirete la mancanza, - disse la zia.- Lo so. Non gli porterò più la sua tazza di brodo e voi signora non avrete più damandargli il tabacco... povero James!Tacque, come in intima comunione col passato, poi riprese cauta:- Vedete, m’ero accorta, in questi ultimi tempi, che doveva avere qualcosa. Ognivolta che gli portavo la minestra lo trovavo qui sdraiato nella poltrona colbreviario che gli era caduto per terra e la bocca spalancata.Si posò un dito sul naso corrugando la fronte. Poi seguitò:- Eppure, continuava a dire che un giorno di bel tempo, prima che finisse l’estate,avrebbe fatto una gita in carrozza, tanto per rivedere la casa dove siamo nati, giùa Irishtown e ci avrebbe portate con sé, Nannie ed io. Se avessimo potuto trovarequi di fronte, diceva, da John Rush, una di quelle carrozzelle moderne che nonfanno rumore, di cui gli aveva parlato Padre O’Rourke, di quelle insomma con leruote gommate, per intenderci, da prendere a nolo per tutta la giornata, allora cisi sarebbe potuti andare tutti e tre insieme, una domenica sera... Ci s’era fissato,povero James!- Che Dio abbia misericordia dell’anima sua! - commentò la zia.Eliza tirò fuori il fazzoletto e s’asciugò il naso. Poi se lo rimise in tasca e per unpo’ stette lì a fissare il caminetto vuoto in silenzio.- Ha avuto sempre troppi scrupoli, - disse. - I doveri del sacerdozio erano troppoper lui. E così ha avuto una vita, come dire... contrariata, ecco.- Già. Un uomo deluso. Si vedeva.Il silenzio s’impadronì della stanza e profittandone mi avvicinai al tavolo,assaggiai il mio sherry e me ne tornai pian pianino nel mio angolo. Eliza parevaimmersa in profonda meditazione. Aspettammo reverenti che rompesse il silenzio.Alla fine, dopo una lunga pausa, disse adagio:- Fu quel calice che ruppe... Da lì cominciò ogni cosa. Naturalmente dicevanotutti che non c’era da darvi peso... era un calice vuoto, voglio dire. Eppure... Pareche fosse stata colpa del chierico. Ma il povero James era così nervoso, Dio gliperdoni!- Fu quello, allora? - fece la zia. - Ne avevo sentito parlare ma...Eliza accennò di sì col capo. 8
  9. 9. - Gli scombussolò la mente. Da allora cominciò a intristirsi, a non voler piùparlare con nessuno e ad andare in giro da solo. Così una sera che l’avevanomandato a chiamare, non riuscirono a trovarlo da nessuna parte. Lo cercarono inlungo e in largo, dappertutto... macché, non lo trovavano. Alla fine il sagrestanosuggerì che poteva essere in cappella e col Padre O’Rourke e un altro prete ch’eralì entrarono con un lume a cercarlo. E lo credereste? Lo trovarono là, solo solo,nel buio del confessionale, completamente sveglio e che se la rideva piano fra sé.S’interruppe d’un tratto come per ascoltare. Stetti in ascolto anch’io ma nons’udiva suono in tutta la casa e sapevo che il vecchio prete giaceva immobile nellabara, come lo avevamo visto noi, solenne e truce nella morte, il caliceabbandonato sul petto. Eliza riprese:- Completamente sveglio, sì e che se la rideva piano fra sé...Naturalmente quando se ne accorsero pensarono subito che dovesse avergli datodi volta il cervello... 9
  10. 10. Un incontroFu Joe Dillon a farci conoscere il Far West. Aveva una piccola biblioteca fatta divecchi numeri dell’«Union Jack», del «Pluck» e dell’«Halfpenny Marvel». Ogni sera,usciti di scuola, ci si riuniva nel giardino sul retro di casa sua e là organizzavamobattaglie indiane. Lui e quel grassone del suo fratello minore, Leo, lo sfaticato,tenevano il soppalco della stalla e noi, dal basso, si tentava di prenderlo d’assalto;quando non ci disponevamo invece a combattere battaglie in piena regolasull’erba. Ma per quanto ci si mettesse d’impegno mai riuscimmo a vincere néassedio né battaglie e tutte le nostre imprese terminavano immancabilmente conla vittoriosa danza di guerra di Joe Dillon. Tuttele mattine i suoi genitori andavano alla messa delle otto in Gardiner Street, e nelvestibolo indugiava sempre il soave profumo della signora Dillon. Per noi però,più piccoli e più timidi com’eravamo, egli era troppo violento nei suoi giochi.Pareva proprio un indiano quando con un vecchio copriteiera in testa scorrazzavasu e giù per il giardino battendo col pugno su una latta e urlando:- Ya! Yaka, yaka, yaka, ya!Stentammo a crederlo quando ci vennero a dire che aveva vocazione alsacerdozio. Eppure era vero.Ben presto uno spirito di rivolta si diffuse fra noi e sotto la sua influenza anchediversità di cultura e di temperamento furon messe da parte. Ci si raccolse tuttiin una banda, chi per arditezza, chi per gioco, altri per paura, e nel numero diquesti ultimi indiani riluttanti che avevano timore di apparire deboli o sgobboni,c’ero anch’io. Le avventure descritte dalla letteratura del Far West erano benlontane dalla mia natura, ma servivano almeno ad aprire le porte all’evasione. Siconfacevano di più al mio gusto certi racconti polizieschi, ravvivati da fugaciapparizioni di belle ragazze, fiere e scapigliate. E sebbene non ci fosse nulla dimale in questo genere di racconti, non privi a volte di velleità letterarie, pure ascuola li facevano circolare di nascosto.Un giorno che Padre Butler stava interrogando sulle solite quattro pagine di storiaromana, quello sciocco di Leo Dillon si fece sorprendere con una copiadell’«Halfpenny Marvel». 10
  11. 11. - Che pagina allora? Questa o quella? Questa?... Su Dillon, alzati... «Appena ilgiorno... » Avanti! Che giorno?... «Appena il giorno si fu levato...» Ma insomma haistudiato sì o no? Che cos’hai lì in tasca?Ci prese a tutti il batticuore quando Leo Dillon tirò fuori il giornale e tutti si fece ilviso innocente. Padre Butler sfogliò le pagine, accigliato.- Ma che roba è? «Il capo degli Apaches!» E così è questo che leggete invece distudiare la storia romana! Che non trovi più porcherie simili in iscuola! Chi le hascritte doveva essere proprio un disgraziato che adoperava la penna tanto perguadagnarsi di che bere. E mi stupisce che ragazzi come voi, colti e educati,leggano di queste sciocchezze. Lo capirei se foste... che so... allievi della ScuolaNazionale. Siamo intesi allora, Dillon. T’avverto una volta per tutte: mettiti sulserio al lavoro o...Dinanzi alla gravità della ramanzina nel raccolto silenzio delle ore di scuola, lagloria del Far West perse ai miei occhi molto del suo splendore e la grassa facciaimbarazzata di Leo Dillon mi destò seri scrupoli di coscienza. Ma fuori di questainfluenza moderatrice mi riprendeva la sete di sensazioni violente e di un’evasioneche solo quelle cronache di disordine parevano offrirmi. Le finte battaglie dellasera mi divennero altrettanto noiose del giornaliero tran tran della scuola almattino, poiché il mio era adesso un desiderio di avventure vere. Ma, riflettevo,non capitano mai le avventure a chi se ne sta a casa propria: bisogna andar fuoria cercarsele.S’avvicinavano le vacanze estive allorché mi risolsi a rompere per un giornoalmeno la monotonia della mia vita di scolaro. Con Leo Dillon e un certo Mahonycombinammo di marinare la scuola, una giornata intera. Avevamo in serbo sei“pence” ciascuno. Ci saremmo dovuti trovare sul ponte, alle dieci del mattino. Lasorella maggiore di Mahony gli avrebbe scritto un biglietto di giustificazione e LeoDillon avrebbe incaricato il fratello di dire che era ammalato. Avevamo stabilito diprendere giù per la Wharf Road fino alla darsena e là di fare la traversata in“ferry-boat” per spingerci fino alla Pigeon House. Leo Dillon aveva paura cheincontrassimo Padre Butler o qualcun altro del Collegio, ma Mahony obbiettò conmolto buon senso che cosa avrebbe mai potuto andare a fare Padre Butler allaPigeon House. Rassicurati che si fu su questo punto, spettò a me di portare atermine la prima parte del programma facendomi dare i sei “pence” dagli altri duee mostrando allo stesso tempo i miei. Eravamo tutti un po’ eccitati la vigilia, 11
  12. 12. quando prendemmo gli ultimi accordi. Ci stringemmo la mano ridendo e Mahonydisse:- A domani, camerati!Dormii male quella notte. Al mattino fui il primo ad arrivare al ponte, poiché eroquello che abitava più vicino. Nascosi i libri nell’erba folta accantoall’immondezzaio, in fondo al giardino, dove non andava mai nessuno, em’affrettai lungo il fiume. Era un mattino di primo giugno, dolce e soleggiato. Misedetti sul parapetto del ponte e presi ad ammirarmi le leggere scarpe di tela cheavevo diligentemente pulito col bianchetto la sera prima; a osservare i docilicavalli di un omnibus carico di gente indaffarata, che arrancavano adagio su perla collina. I rami degli alti alberi sul viale si ergevano tutti in un’allegria difoglioline verde chiaro e il sole le traversava cadendo di sbieco sull’acqua. Lapietra del parapetto cominciava a riscaldarsi e io presi a batterla con le mani sulritmo di un motivo che avevo in mente. Ero felice.Saranno stati cinque o dieci minuti che stavo lì seduto quando vidi apparire dilontano il vestito grigio di Mahony. Saliva sorridendo la collina e raggiunto chem’ebbe mi s’arrampicò accanto sul parapetto.Mentre aspettavamo tirò fuori la fionda che gli gonfiava la tasca e mi spiegò tutti imiglioramenti che vi aveva fatti. Gli chiesi perché l’aveva portata e lui rispose chevoleva divertirsi a tirare agli uccelli. Mahony non si peritava di usare il dialetto eparlava di Padre Butler come del «vecchio sgonfione». Aspettammo un altro quartod’ora ma Leo Dillon non si vedeva. Alla fine Mahony saltò giù dal parapetto.- Andiamocene, va’! Lo sapevo che avrebbe avuto fifa, il grassone.- Ma... e i suoi sei “pence”?- Requisiti. Tanto meglio per noi. Avremo uno scellino e mezzo invece d’uno solo.Prendemmo giù per la North Strand Road fino alla fabbrica del vetriolo e poivoltammo a destra lungo la Wharf Road. Appena fummo fuori di vista Mahony simise a fare l’indiano. Impugnata la fionda scarica diede la caccia a un branco diragazzine cenciose e quando due straccioncelli per spirito di cavalleriacominciarono a prenderci a sassate, mi propose di dar loro battaglia. Osservai cheerano troppo piccoli e così proseguimmo per la nostra strada mentre lamarmaglia prendendoci evidentemente per protestanti, perché Mahony, che eraassai scuro di pelle, portava sul berretto il distintivo d’argento di un’associazionedi cricket, ci gridava dietro: «“Swaddlers! Swaddlers!”» [Termine spregiativo con cui 12
  13. 13. gli irlandesi sogliono chiamare i protestanti. – N.d.T.]. Arrivati a Smoothing Ironstabilimmo di organizzare un assedio in grande stile, ma fu un fiasco perchéavremmo dovuto essere almeno in tre. Ci vendicammo allora di Leo Dillon dicendoche era un fifone e domandandoci chissà quante gliene avrebbe dette il signorRyan alla lezione delle tre.Arrivammo così al fiume. Per un bel pezzo seguitammo a vagabondare per lestrade rumorose fiancheggiate da alti muri di pietra. Ci fermavamo intenti dinanzia manovre di gru e locomotive e la nostra immobilità non mancava d’attirarci lefiorite apostrofi dei carrettieri.Fummo al molo a mezzogiorno passato e poiché pareva che tutti gli operai se nefossero andati a far colazione, ci comprammo anche noi due belle focacce all’uva ece le mangiammo seduti sulle tubature vicino al fiume. Ci godevamo lo spettacolodel traffico dublinese: i vaporetti che si annunciavano da lontano con fiocchi difumo lanoso, le brune barche da pesca oltre il Ringsend e il gran veliero biancoche scaricava dall’altra parte della banchina. Mahony disse che sarebbe stata unagran bella cosa potersene andare via sul mare in uno di quei barconi e anch’ioguardando le alte alberature vedevo o immaginavo di vedere quella geografia chea scuola mi veniva propinata in dosi così modeste, prendere a poco a pocosostanza sotto i miei occhi. Ma già pareva che scuola e casa s’allontanasserosempre più e ogni loro influenza scompariva.Traversammo il Liffey in “ferry-boat”, pagando il nostro pedaggio per esseretraghettati in compagnia di due operai e di un piccolo ebreo con un sacco.Avevamo un’aria seria, quasi solenne, ma l’unica volta che in quel breve tragitto inostri sguardi s’incontrarono, scoppiammo a ridere tutti e due. Approdati chefummo ci fermammo a veder scaricare il bel tre alberi che avevamo già notatodall’altra parte del porto. Un tale che stava lì ci disse che era un battellonorvegese. M’avvicinai a poppa per cercare di decifrarne il nome, ma non ci riusciie tornato indietro mi misi allora a osservare i marinai forestieri per vedere se percaso ce n’era qualcuno con gli occhi verdi, poiché, ricordavo, m’avevano detto...Ma li avevano tutti azzurri o grigi o anche neri e l’unico ad averli quasi verdi eraun uomo alto che dava spettacolo alla folla raggruppata sulla banchina gridandoallegramente ad ogni cadere di tavole:- Bene! Bene! 13
  14. 14. Quando fummo stanchi di stare a guardare, ci avviammo adagio verso ilRingsend. La giornata s’era fatta afosa e nelle vetrine di droghiere stavano ascolorire biscotti ammuffiti. Ci comprammo un po’ di biscotti e di cioccolata e ce limangiammo pian piano vagabondando per le squallide viuzze dove abitavano lefamiglie dei pescatori. Non ci riuscì di trovare una latteria e così dovemmo entrarenella baracca di un venditore ambulante per comprarci una bottiglia di sciroppoal lampone per ciascuno. Preso nuovo vigore dalla bevanda Mahony si mise ainseguire un gatto lungo un viottolo, ma il gatto fuggì in un campo.Eravamo piuttosto stanchi tutti e due e arrivati nel campo ci dirigemmo senz’altroverso la scarpata dalla quale si poteva vedere il Dodder.Era troppo tardi e ci sentivamo troppo stanchi per risolverci a realizzare il nostroprogetto di visitare la Pigeon House. Dovevamo essere di ritorno per prima dellequattro se non volevamo che la nostra avventura venisse scoperta. Mahonyguardava con rimpianto la sua fionda e dovetti proporre di tornare a casa in trenoperché ritrovasse un po’ della sua allegria. Il sole scomparve dietro le nubilasciandoci soli coi nostri tristi pensieri e le briciole della merenda.Tranne noi non c’era anima viva nel campo. Era già un po’ che stavamo làsdraiati senza parlare quando vidi da lontano un uomo che si avvicinava. Loosservavo con aria indolente, masticando uno di quei fili d’erba coi quali leragazze leggono l’avvenire. Camminava adagio lungo la scarpata, una mano su unfianco e nell’altra un bastone col quale andava battendo piano per terra. Eravestito miseramente con un abito di un nero-verdastro e in capo portava uno diquei cappelli a cupola alta, un po’ malandato. Pareva piuttosto vecchio perchéaveva i baffi grigio cenere. Nel passarci davanti alzò in fretta gli occhi a guardarci,poi continuò la sua strada. Lo seguimmo con lo sguardo tutti e due e vedemmoche, fatta una cinquantina di passi, si voltava e tornava indietro. Veniva verso dinoi molto adagio e sempre battendo per terra col bastone, così adagio che pensaistesse cercando qualcosa fra l’erba.Raggiunti che ci ebbe si fermò e ci dette il buongiorno. Ricambiammo il saluto elui, sempre adagio e con gran precauzione, si sedette accanto a noi sullascarpata. Si mise a parlare del tempo. Disse che sarebbe stata un’estate caldaassai e aggiunse che le stagioni erano mutate di molto da quando lui era ragazzo,tanti anni fa. Disse anche che il più felice periodo della vita è senza dubbio quelloin cui si va ancora a scuola e che avrebbe dato qualsiasi cosa pur di tornare a 14
  15. 15. essere giovane. Mentre esprimeva questi suoi sentimenti che in realtàc’interessavano poco, noi serbavamo il silenzio. Poi cominciò a parlare di scuola edi libri. Ci chiese se avessimo mai letto le poesie di Thomas Moore o i romanzi diWalter Scott e di Lord Lytton. Feci finta d’aver letto tutto, così che alla fine midisse:- Be’, vedo che sei un topo di biblioteca anche tu, come me. Il tuo amico invece èdiverso, - aggiunse indicando Mahony che ci guardava a bocca aperta. - Gli piacegiocare a lui.Aveva a casa tutti i libri di Walter Scott e di Lord Lytton, disse, e non si stancavamai di leggerli.- Certo che, specie fra quelli di Lord Lytton, ce ne sono di non adatti per i ragazzi,- osservò. Mahony domandò perché non erano adatti, domanda che mi turbò e mimise in imbarazzo: temevo di far la figura dello stupido anch’io di fronte aquell’uomo. Vidi invece che si limitava a sorridere e notai i vuoti fra i dentigiallastri. Ci chiese poi chi dei due aveva più innamorate. Mahony affermòdisinvolto di averne tre. Mi chiese allora quante ne avevo io e risposi che non neavevo nessuna.Non mi credette: ne dovevo avere una anch’io, n’era certo. Rimasi in silenzio.- E voi, - domandò Mahony con piglio arrogante, - quante ne avete, sentiamo?L’uomo sorrise come prima e disse che alla nostra età ne aveva a non finire.- Tutti i ragazzi hanno l’innamorata, - dichiarò.Questo suo modo di considerare l’argomento mi colpì come stranamente liberoper un uomo della sua età. Pensavo entro di me che era giusto quanto diceva deiragazzi e delle innamorate, ma mi spiacevano quelle parole in bocca sua e midomandai anche perché fosse rabbrividito una volta o due come se avesse pauradi qualcosa o avesse sentito freddo, tutto a un tratto. Aveva buon accento, notai,mentre riprendeva il discorso. Parlava delle ragazze e dei loro bei capelli morbidi edelle belle mani bianche e diceva che si faceva presto ad accorgersi che non eranopoi tanto buone come parevano, non appena se ne aveva un po’ d’esperienza. -Non c’è niente che mi piaccia, - diceva, - come guardare una bella fanciulla e lesue belle mani bianche e i bei capelli morbidi -. E via via che parlava avevol’impressione che ripetesse qualcosa d’imparato a memoria e che quasimagnetizzata dalle sue parole la mente gli girasse adagio torno torno, semprenella stessa orbita. Dalla voce pareva talvolta che alludesse semplicemente a un 15
  16. 16. fatto risaputo da tutti, talaltra l’abbassava invece fino a un bisbiglio e assumevaun tono di mistero quasi ci stesse confidando un segreto che non voleva fosseudito da altri. E così continuava a ripetere e ripetere le sue frasi, variandole erigirandole con monotonia. L’ascoltavo, lo sguardo fisso in fondo alla scarpata.Dopo un bel po’ interruppe il monologo. S’alzò adagio dicendo che dovevalasciarci per un minuto o due, poco tempo insomma, e senza mutare la direzionedel mio sguardo lo vidi allontanarsi lentamente verso il fondo del campo.Rimanemmo in silenzio, quando se ne fu andato. Poco dopo però sentii Mahonyche esclamava:- Ma di’... Guarda che sta facendo!E poiché non rispondevo né alzavo lo sguardo proseguì:- Bel tipo dev’essere!- Caso mai ci domandasse i nomi, - dissi, - tu ti chiami Murphy e io Smith.Non aggiungemmo altro. Stavo ancora considerando se dovevo andarmene o noquando l’uomo tornò indietro e ci risedette accanto. Si era appena seduto cheMahony, scorto il gatto che gli era sfuggito poco prima, saltò in piedi e si diede ainseguirlo per il campo. L’uomo ed io osservavamo la caccia. Il gatto riuscì ascamparla ancora una volta e Mahony cominciò a tirar sassi contro il muro su cuisi era arrampicato.Alla fine smise e prese a vagare senza scopo in fondo al campo. Dopo una pausal’uomo attaccò a parlare. Disse che il mio amico doveva essere un ragazzaccio emi chiese se lo frustavano spesso a scuola. Fui lì lì per rispondere indignato chenon si era allievi della scuola nazionale, noi, per essere frustati come diceva lui;ma tacqui.Quello cominciò allora a parlare dei diversi modi di castigare i ragazzi. Pareva chela sua mente, tornando a subire il magnetismo delle parole, girasse in lentacerchia attorno a quel nuovo polo. Ragazzi di tal sorta, disse, avrebbero dovutoessere frustati ben bene. Non c’è nulla che valga come una buona frustataquando si è violenti o indisciplinati.Colpi sulle mani o scapaccioni non servono; quel che ci vuole è la frusta. Rimasistupito di queste sue affermazioni e involontariamente gli detti un’occhiata.Incontrai così lo sguardo d’un paio d’occhi verde bottiglia che mi spiavano di sottoalla fronte contratta e subito riabbassai i miei. 16
  17. 17. L’uomo continuò nel suo monologo. Pareva si fosse dimenticato l’indulgenza dipoc’anzi. Se avesse sorpreso un ragazzo a parlare con una fanciulla o uno cheavesse l’innamorata, lo avrebbe frustato a sangue: gli avrebbe insegnato così afare il galletto. Se poi avesse fatto all’amore di nascosto gliene avrebbe date tantecome nessun altro al mondo. E mi descriveva come avrebbe fatto a frustarlo,quasi stesse rivelando un qualche complicatissimo mistero. Gli sarebbe piaciuto,disse, più di qualsiasi cosa; e la voce, via via che monotonamente mi guidavaattraverso quel mistero, gli s’inteneriva e pareva mi supplicasse di capirlo. Attesiche il monologo giungesse a una nuova pausa. Allora m’alzai di scatto. Per nontradire la mia agitazione indugiai ancora un poco, fingendo di allacciarmi unascarpa; poi dissi che me ne dovevo andare e lo salutai. Risalii adagio la scarpatama il cuore mi batteva forte per timore ch’egli mi fermasse afferrandomi a unacaviglia.Quando fui in cima mi voltai e chiamai forte in direzione del campo.- Murphy!La mia voce aveva un accento di forzata spavalderia e mi vergognavo di quel vilestrattagemma. Dovetti chiamare ancora prima che Mahony mi vedesse e gridassein risposta. Come mi batteva il cuore mentre egli mi correva incontro, attraverso ilcampo! Correva come per portarmi aiuto ed ebbi rimorso perché entro di me loavevo sempre disprezzato un poco. 17
  18. 18. ArabiaEra a fondo cieco la North Richmond Street e come tale poco frequentata, trannenell’ora in cui uscivano i ragazzi dalla scuola dei Fratelli Cristiani. Al terminedella strada s’ergeva una casa disabitata a due piani, separata dalle sue vicine daun quadrato di terreno. Le altre case, consce dell’integerrima vita che si svolgevaentro di esse, si guardavano l’un l’altra con brune facce imperturbabili.Il precedente inquilino della nostra casa, un prete, era morto nel salotto sul retro.In tutte le stanze, tenute chiuse per tanto tempo, aleggiava un odore di muffa e ilripostiglio dietro la cucina era disseminato di cartacce. Era qui che avevo trovatofra l’altro vecchi libri senza rilegatura, dalle pagine umide e gualcite: “L’abate” diWalter Scott, “Il devoto comunicante” e “Le memorie di Vidocq”. Quest’ultimo mipiaceva in modo particolare perché aveva i fogli ingialliti. Nel mezzo del giardinoincolto dietro la casa c’era un melo e cespugli qua e là, sotto uno dei quali m’eracapitato di trovare un giorno la pompa da bicicletta dell’ex locatario, tuttaarrugginita. Era stato un prete caritatevole e nel testamento aveva lasciato tutto ilsuo denaro a istituzioni pie e i mobili alla sorella.D’inverno, accorciandosi le giornate, calava la sera prima che avessimo finito dicenare. Quando ci ritrovavamo nella strada la fila di case era già in ombra. Iltratto di cielo sulle nostre teste si faceva d’un color viola cangiante e verso di essoi lampioni alzavano le deboli fiamme delle lanterne. L’aria era fredda e pungente enoi si giocava fino a sentirci avvampare in tutto il corpo. Le nostre gridaecheggiavano nella strada silenziosa e spesso il corso del gioco ci trascinava pervicoli bui e fangosi dietro le case, ad affrontare la marmaglia del rione, fino alleporte dei giardinetti sul retro cupi e stillanti da cui saliva il lezzo degliimmondezzai o alle scure stalle odorose dove un cocchiere strigliava il suo cavallofacendo tintinnare musicalmente le fibbie dei finimenti.Quando tornavamo nella strada, le luci delle cucine già inondavano i cortili. Ognivolta che scorgevamo mio zio svoltare la cantonata ci nascondevamo nell’ombra evi si restava finché non eravamo sicuri che fosse entrato in casa. Quando poi lasorella di Mangan si faceva sulla soglia a chiamare suo fratello per il tè, dalnostro nascondiglio la guardavamo scrutare la strada a destra e a sinistra. 18
  19. 19. Stavamo lì a guardare se se ne andava o se rimaneva, e se rimaneva eravamocostretti a lasciare l’angolo buio e ad avviarci rassegnati verso la porta deiMangan. Lei ci aspettava, la figura inquadrata nell’alone di luce dell’usciosemiaperto. La faceva sempre ammattire il fratello, prima di obbedirle, e io inpiedi presso il cancello la guardavo. Ad ogni movimento le ondeggiava la veste e latreccia morbida dondolava in qua e in là.Ogni mattina mi sdraiavo sul pavimento del salotto d’entrata per spiare la portadi casa sua. Tenevo le persiane abbassate fino a pochi centimetri dal davanzale,così che nessuno poteva vedermi, e quando appariva sulla soglia il cuore mi davaun tuffo. Correvo in anticamera, afferravo i libri e la seguivo. Non perdevo maid’occhio la sua figurina bruna e arrivati al punto in cui le nostre stradedivergevano, affrettavo il passo e la sorpassavo. Ciò avveniva ogni mattina. Non leavevo mai parlato, se non per rivolgerle poche parole casuali eppure il solo suonome era un richiamo per il mio sangue impetuoso.L’immagine sua m’accompagnava anche nei luoghi meno propizi al romanticismo.Il sabato sera quando la zia si recava al mercato ero costretto ad andare con leiper aiutarla a portare i pacchi. Si camminava per le strade illuminate fra glispintoni degli ubriachi e delle donne che contrattavano, fra le bestemmie deglioperai, le stridule tiritere dei garzoni a guardia dei barili di carne salata e le nenienasali dei cantastorie che declamavano inni su O’Donovan Rossa o ballate sulleagitazioni nel nostro paese. Tutti rumori che per me convergevano in un’unicasensazione di vita: immaginavo di recare in salvo il mio calice frammezzo a unafolla di nemici. A volte il nome di lei mi saliva alle labbra in lodi e preghiere che iostesso non capivo; senza che me ne rendessi conto gli occhi sovente mi siriempivano di lacrime e a tratti la piena del mio cuore sembrava traboccarmi inpetto. Non pensavo all’avvenire. Non sapevo se le avrei mai parlato né in qualmodo, sempre che ne avessi avuto il coraggio, avrei potuto farla partecipe diquella mia attonita adorazione. Sapevo solo che il mio corpo era come un’arpa e igesti, le parole di lei come dita che ne sfiorassero le corde.Una sera me ne andai nel salotto sul retro, dov’era morto il prete. Era una buiasera di pioggia e non s’udiva rumore in tutta la casa.Attraverso i vetri rotti sentivo la pioggia battere sul terreno: sottili, incessanti aghidi pioggia che giocavano sulle fradice aiuole. Giù, in basso, scorgevo il vagobaluginare di un lampione in distanza o di una finestra illuminata e m’era grato 19
  20. 20. vedere così poco. Tutti i miei sensi pareva aspirassero a un velo d’oblio eaccorgendomi d’essere lì lì per venir meno premetti insieme le palme fino a farletremare, mormorando più volte: O amore... amore... amore!Finalmente ella mi parlò. Alle prime parole che mi rivolse rimasi così confuso chenon seppi risponderle. Mi aveva chiesto se sarei andato all’«Arabia». Non ricordose risposi di sì o di no. Era un bellissimo bazar, disse e le sarebbe piaciutoandarci.- E chi te lo impedisce? - chiesi.Parlando si rigirava un braccialetto d’argento intorno al polso. Non poteva, spiegò:aveva il ritiro al convento quella settimana. Il fratello e altri due ragazzi si stavanodisputando i berretti nella strada e io ero solo presso il cancello. Con una manolei si teneva alla sbarra e piegava la testa verso di me. La luce del lampione difronte le coglieva la bianca curva del collo e illuminava i capelli raccolti sullanuca, la mano posata sulla sbarra. Cadendo di lato sul vestito, coglieva anchel’orlo bianco della sottana, messo in evidenza dalla posa trascurata.- Sei fortunato tu a poterci andare, - disse.- Be’, se ci vado ti porterò qualcosa.Quali innumerevoli follie non mi sconvolsero la mente, da quella sera, sia chestessi sveglio, sia che dormissi. Avrei voluto annientare le monotone giornate cheseguirono. Lo studio m’era divenuto insopportabile: di notte in camera, di giornoa scuola, l’immagine di lei s’interponeva fra me e la pagina che mi sforzavo dileggere, e nel silenzio in cui s’esaltava l’anima mia le sillabe della parola “Arabia”mi tornavano in mente per versarmi in cuore un incanto orientale.Alla fine mi decisi a chiedere il permesso d’andare al bazar, il sabato sera. La ziase ne stupì ed espresse la speranza che non si trattasse di qualche trappola daframmassoni. In classe non seppi rispondere all’interrogazione. Vidi la facciadell’insegnante mutarsi man mano da benevola in severa: c’era da augurarsi chenon diventassi uno sfaticato, mi disse. Non riuscivo a raccogliere le idee e sentivotutto il peso dei seri impegni della vita ora che, ostacolandomi nei miei desideri,m’apparivano uno sciocco e tedioso gioco da bambini.Il sabato mattina ricordai allo zio che avrei voluto andare al bazar, quella sera.Stava frugando nella cassapanca in cerca di una spazzola da cappelli e mi risposebreve:- Sì, sì, lo so, ragazzo mio. 20
  21. 21. Ora che c’era lui in anticamera non potevo andare nel salotto d’ingresso eaffacciarmi alla finestra. Sentivo che c’era un’aria di malumore in casa e cosìm’avviai lentamente verso la scuola. Faceva freddo e in cuore già avevo un tristepresentimento.Quando tornai a casa per il desinare lo zio non era rientrato. Era ancora presto.Per un po’ rimasi lì seduto a guardare l’orologio e quando il suo tic-tac cominciò airritarmi, lasciai la stanza. Salii le scale fino al piano superiore. Le stanze alte,fredde e vuote mi dettero un senso di sollievo: passavo dall’una all’altra cantando.Dalla finestra sul davanti vedevo i miei compagni giocare giù nella strada. Le lorogrida mi giungevano opache e indistinte e con la fronte appoggiata al vetro freddoguardavo la casa buia dove abitava lei. Sarò rimasto lì quasi un’ora, non vedendoaltro che la sua figura vestita di scuro evocata dalla mia fantasia, con la luce dellampione che illuminava discretamente la bianca curva del collo, la mano posatasulla sbarra e l’orlo della sottana.Scendendo trovai la signora Mercer seduta presso il fuoco. Era la vedova d’unostrozzino, una vecchia chiacchierona che faceva collezione di francobolli usati perconto di un’istituzione pia. Mi dovetti sorbire le sue ciarle interminabili durante iltè. Il pasto durò oltre un’ora e ancora mio zio non tornava. La signora Mercers’alzò per andarsene: le spiaceva non potersi trattenere più a lungo ma erano leotto sonate e non voleva trovarsi fuori tanto tardi perché l’aria della notte lefaceva male. Quando se ne fu andata mi misi a passeggiare in su e in giù per lastanza, coi pugni stretti. La zia disse:- Ho paura che dovrai rinunciare al tuo bazar per stasera.Alle nove sentii lo zio che girava la chiave nella serratura. Lo sentii anche parlarefra sé e notai il dondolio dell’attaccapanni sotto il peso del cappotto: tutti indizichiari per me. Solo a metà cena mi decisi a chiedergli i soldi per il bazar. Se n’eradimenticato.- È a letto la gente a quest’ora e nel primo sonno, - disse.Ma io non sorrisi e la zia intervenne energica.- Potresti anche darglieli i soldi e lasciarlo andare... L’hai già fatto aspettareabbastanza.Lo zio si dichiarò allora spiacente della dimenticanza: era del parere che ognitanto un po’ di svago ci vuole. Mi chiese dove volevo andare e quando gliel’ebbi 21
  22. 22. ripetuto una seconda volta domandò se non conoscevo «L’addio dell’arabo al suostallone». Quando uscii di cucina ne stava recitando i primi versi alla zia.Col mio fiorino stretto in pugno m’avviai giù per Buckingham Street, verso lastazione. La vista delle strade illuminate a gas e affollate di compratori mirammentò la meta del mio viaggio. Mi sedetti in un vagone di terza classe, in untreno deserto. Dopo un’attesa interminabile il treno uscì adagio dalla stazione.Arrancava lento fra file di case in rovina, lungo il fiume che luccicava. A WestlandRow una folla di gente s’accalcò agli sportelli ma i facchini la respinsero dicendoche era un treno speciale per il bazar. Rimasi solo nello scompartimento vuoto.Pochi minuti dopo il treno si fermava presso una piattaforma di legnoimprovvisata.Uscii nella strada e dal quadrante luminoso di un orologio vidi che mancavanodieci minuti alle dieci. Un capannone mi stava di fronte, ostentando il magiconome.Non mi riuscì di trovare l’ingresso da sei “pence” e temendo che avessero achiudere passai in fretta da un’entrata girevole e tesi uno scellino a un uomodall’aria stanca. Mi trovai in una gran sala circondata a mezza altezza da unagalleria. Quasi tutti i padiglioni erano già chiusi e la sala per la maggior parte eraal buio. Vi ritrovavo il silenzio delle chiese dopo la funzione.M’avviai timido verso il centro del bazar. Poca gente si raccoglieva intorno aipadiglioni ancora aperti. Dinanzi a una tenda sopra la quale erano scritte alampadine luminose le parole «“Café Chantant”», due uomini contavano deldenaro su un vassoio. Sentivo il tintinnare delle monete contro il metallo.Ricordandomi con sforzo il motivo per cui ero venuto, m’avvicinai a uno deibanchi e mi misi a guardare i vasi di porcellana e i servizi da tè a fiorami.Sull’ingresso del padiglione una signorina parlava e rideva con due giovanotti.Notai che avevano l’accento inglese e prestai un orecchio disattento ai lorodiscorsi.- Ma io non ho mai detto una cosa simile.- Vi dico di sì!- Macché!- Non è vero che l’ha detto?- Sì, l’ho sentita anch’io.- Per carità! È una bugia, ecco. 22
  23. 23. Scorgendomi, la signorina s’avvicinò e mi chiese se volevo comprare qualcosa.Non aveva un tono troppo incoraggiante e pareva me lo domandasse solo per unsenso di dovere. Guardai umile gli alti vasi che come guardie orientali s’ergevanoda ambo i lati dell’ingresso buio e mormorai:- No, grazie.La signorina cambiò di posto a una brocca e tornò dai suoi giovanotti.Ripresero a parlare sullo stesso argomento. Una volta o due la vidi darmiun’occhiata da sopra la spalla.Sebbene ne sapessi l’inutilità, indugiai ancora dinanzi al banco, tanto per renderepiù evidente il mio interesse alla merce. Poi mi voltai e adagio presi giù per ilcorridoio centrale. Mi lasciai scivolare in tasca le due monete da un “penny”accanto a quella da sei “pence” e dal fondo della galleria sentii una voce gridareche si spengevano le luci. Adesso la parte superiore della sala era completamentein ombra.Alzando allora lo sguardo su nel buio mi vidi come una creatura trascinata ederisa dalla vanità e gli occhi mi bruciarono d’ira e d’angoscia. 23
  24. 24. EvelineSeduta alla finestra guardava la sera invadere il viale. Teneva la testa appoggiatacontro le tendine e sentiva nelle narici l’odore del “crétonne” polveroso. Erastanca.Poca gente per strada. Passò l’inquilino della casa di fondo che rientrava. Senti ipassi risuonare sul marciapiede di cemento, poi lo scricchiolio della ghiaia sulsentiero dinanzi alla fila di costruzioni nuove, color mattone. Un tempo c’era uncampo laggiù e loro solevano giocarci ogni sera, insieme agli altri ragazzi delquartiere. Poi l’aveva comprato un tale di Belfast e ci aveva costruito delle case;non misere casupole nere come le loro, ma case chiare in mattoni, dal tettolucente.Tutti i ragazzi del viale avevano giocato in quel campo: i Devine, i Water, i Dunn,il piccolo Keogh lo zoppo e lei coi suoi fratelli e sorelle. Solo Ernest non ci giocava:era troppo grande. Spesso veniva il padre a scacciarli di là col suo bastone dipruno, ma di solito il piccolo Keogh stava di guardia e chiamava non appena lovedeva arrivare. Eppure parevan bei tempi quelli! Il padre non era ancora cosìcattivo e la mamma era ancora viva. Molti anni erano passati da allora: adesso leie i suoi fratelli e sorelle s’erano fatti grandi e la mamma era morta. Anche TizzieDunn era morto e i Water erano tornati in Inghilterra. Come tutto cambia!Toccava a lei ora d’andarsene come gli altri, lasciare la casa.La sua casa! Si guardò attorno nella stanza fissando ad uno ad uno gli oggettifamiliari che in tutti quegli anni aveva spolverato regolarmente una volta allasettimana, domandandosi sempre da dove poteva venire tanta polvere. Forse nonli avrebbe più visti quegli oggetti, dai quali mai aveva immaginato di doversiseparare un giorno. Nonostante ne fosse passato del tempo, ancora non erariuscita a sapere il nome del prete la cui fotografia ingiallita pendeva dalla paretesopra l’harmonium scordato, accanto alla stampa a colori dei voti dedicati allaBeata Margherita Maria Alacoque. Era stato un compagno di scuola del padre eogni volta che questi mostrava il ritratto a un visitatore non mancavad’accompagnare il gesto con una parola casuale:- È a Melbourne adesso. 24
  25. 25. Sì, aveva acconsentito ad andarsene, a lasciare la casa. Ma era ragionevole daparte sua? Si sforzava di prendere in considerazione ogni lato del problema. Lìalmeno non le sarebbero mai mancati cibo e alloggio; né, quel che più conta, lepersone che era avvezza a vedersi intorno sin dalla nascita. Certo doveva lavorare,e lavorare sodo, sia in casa che fuori. Chissà cosa avrebbero detto ai Magazziniquando si fosse risaputo che era scappata con un giovanotto? Le avrebbero datodella scema, forse, e messo un annuncio sul giornale per sostituirla.Sarebbe stata contenta la signorina Gavan. Non le aveva mai risparmiato le suestoccate, specie se c’era gente che sentiva.- Non vedete che le signore aspettano, signorina Hill?- Ma svegliatevi signorina Hill, fatemi il piacere...Non c’era da piangerci davvero a lasciare i Magazzini.Nella casa nuova però, in un paese lontano e sconosciuto, non sarebbe andatacosì. Sarebbe stata una donna maritata lei, Eveline, e la gente le avrebbe usatorispetto. Non si sarebbe lasciata trattare come sua madre, no. Ancora adesso, perquanto avesse già diciannove anni compiuti, le avveniva a volte di temere laviolenza paterna. Era stata questa paura, lo sapeva, a farle venire le palpitazioni.Prima, quando erano ancora piccoli, il padre non si sfogava mai su di lei come suHarry e Ernest, perché era una ragazza; ma in seguito aveva cominciato aminacciarla e a dirle che, se non fosse stato per la memoria di quella buon’animadi sua madre, non avrebbe mancato di darle il fatto suo. E ora non c’era piùnessuno a proteggerla. Ernest era morto e Harry che faceva il decoratore dichiese, era sempre via, lontano da casa. C’erano poi le eterne discussioni per isoldi, il sabato sera; discussioni che la sfinivano. Dava lo stipendio intero infamiglia - sette scellini alla settimana - e Harry mandava quanto poteva; ma ilguaio era cavarli al padre, i quattrini. Era una spendacciona, le diceva, unascervellata e non se la sentiva lui di darle i soldi guadagnati con tanta fatica pervederli buttare dalla finestra; questo e altro le diceva, perché era sempre di cattivoumore il sabato sera. Alla fine però glieli dava e le chiedeva se non aveva per casol’intenzione di comperare qualcosa per il pranzo della domenica. Così le toccavascappar via a fare la spesa, aprendosi la strada a gomitate fra la folla, il borsellinodi pelle nera stretto nel pugno, per rincasare poi, tardi, carica di provviste. C’erada faticare, è vero, a tenere in ordine le stanze e a stare attenta che i due fratellini 25
  26. 26. minori, affidati alle sue cure, andassero a scuola ogni mattina e avessero di chemangiare. Un lavoro duro, sì, una vitaccia; eppure, ora che stava per lasciarla, giànon la trovava più così insopportabile.Ne avrebbe cominciata un’altra, adesso, con Frank. Era buono e forte Frank, e dicuore generoso. Sarebbe andata via con lui quella sera, col piroscafo della notte.Sarebbe andata via per diventare sua moglie e vivere con lui a Buenos Aires nellacasa che l’aspettava. Come ricordava bene la prima volta che l’aveva visto! Avevapreso alloggio in una casa sulla strada principale, dove lei aveva degli amici. Lepareva fossero passate poche settimane da allora. Stava sul cancello, il berrettotirato all’indietro sulla nuca e i capelli che gli ricadevano a ciocche sulla fronteabbronzata. Poi si erano conosciuti. Ogni sera andava a prenderla all’uscita deiMagazzini e l’accompagnava fino a casa. Una volta l’aveva anche portata a sentire“La ragazza di Boemia” e a lei era parso un sogno potersene stare lì fianco afianco, a teatro, in posti che non le erano abituali. Gli piaceva la musica a Franke sapeva anche cantare.Tutti erano al corrente del loro amore e così quand’egli cantava la canzone dellaragazza innamorata del marinaio, Eveline non poteva fare a meno di sentire uncerto dolce imbarazzo. La chiamava Poppy, tanto per ridere. In principio l’idea diavere un corteggiatore le aveva dato alla testa, ma poi s’era messa a volergli benesul serio. Le parlava di paesi lontani, di come avesse cominciato da mozzo, a unasterlina al mese, su una nave della linea Allan che andava al Canada. E le dicevai nomi delle altre navi su cui era stato e dei diversi servizi, le raccontava diquando aveva passato lo Stretto di Magellano e le sue mirabolanti avventure coiselvaggi. Aveva avuto fortuna a Buenos Aires, diceva, e in patria c’era tornato soloper godersi una vacanza. Naturalmente il padre era venuto a saperlo e le avevaproibito d’avere a che fare con lui.- Li conosco, va’ là, questi marinai! - aveva detto.Un giorno avevano litigato, Frank e il padre, e da allora avevano dovuto vedersi dinascosto.La sera s’andava infittendo sul viale e il bianco delle due lettere che aveva ingrembo, si faceva indistinto. Una era per Harry, l’altra per il padre. Il suoprediletto, veramente, era stato Ernest, ma anche a Harry voleva bene. Avevanotato che in quegli ultimi tempi il padre era un po’ invecchiato; avrebbe sentitola sua mancanza. Anche lui a volte sapeva essere gentile. Non molto tempo prima, 26
  27. 27. un giorno che era stata a letto, malata, s’era messo a leggerle una storia difantasmi e le aveva abbrustolito il pane sul fuoco. Un’altra volta, quando ancoraera viva la madre, erano andati tutti insieme a far merenda sulla collina di Howthe ricordava com’egli si fosse messo in testa il cappellino della moglie, per farlidivertire.Il tempo passava ma lei rimaneva lì seduta presso la finestra, la testa appoggiatacontro le tendine e l’odore polveroso del “crétonne” nelle narici. Giù dal vialesaliva il suono di un organetto. Lo conosceva quel motivo. Strano che venisseproprio quella sera a rammentarle la promessa fatta alla madre, la promessa ditenere insieme la famiglia fintanto che avesse potuto. Le tornò a mente l’ultimanotte della sua malattia. Si rivide nella stanza buia, chiusa, in fondo al corridoio:da fuori giungeva il melanconico suono dell’organetto. Avevano dato sei “pence” alsonatore, perché se ne andasse. E ricordava il padre che tornava in punta di piedinella camera dell’ammalata dicendo:- Dannati italiani! Proprio qui debbono venire!E mentre stava lì a meditare, la penosa visione della vita della madre operava nelpiù profondo del suo essere una specie di maleficio; una vita di sacrifici meschiniconclusasi nella pazzia finale. Tremò riudendo la voce materna ripetere con vuotainsistenza:- Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!S’alzò di scatto, sotto l’impulso del terrore. Fuggire! Fuggire doveva!Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato vita e forse anche amore. E voleva viverelei! Perché avrebbe dovuto essere infelice? Anche lei aveva diritto alla felicità. EFrank l’avrebbe presa fra le braccia, l’avrebbe stretta fra le braccia, l’avrebbesalvata.Era alla stazione di North Wall, in mezzo alla folla ondeggiante. Egli la teneva permano ed essa sapeva che le stava parlando, che le ripeteva qualche cosa sullatraversata. La stazione era piena di soldati coi loro bagagli scuri e attraverso leampie porte della tettoia si scorgeva a tratti, oltre la murata della banchina, lamassa immobile e nera della nave, con gli oblò illuminati. Taceva. Si sentiva leguance pallide e fredde e in quel groviglio di disperazione pregava Iddio 27
  28. 28. d’illuminarla, di mostrarle qual era il suo dovere. Il lungo, lamentoso fischio dellasirena tagliò la nebbia. Se partiva, domani si sarebbe trovata in alto mare, conFrank, diretta a Buenos Aires. Avevano già fissato i posti. Come poteva tirarsiindietro dopo tutto quel che aveva fatto per lei? Lo sgomento le dette quasi unsenso di nausea: continuava a muovere le labbra in tacita e fervida preghiera.Una campana le rintoccò sul cuore. Senti ch’egli l’afferrava per mano.- Vieni!Tutti i mari del mondo le s’infrangevano sul cuore. E lui la trascinava dentro, lavoleva annegare. Con ambo le mani s’aggrappò alla cancellata.- Vieni!No! no! no! Era impossibile. Le mani strinsero frenetiche le sbarre. E dal fondo deimari ella alzò un grido d’angoscia.- Eveline! Evy!Lo vide correre di là dai cancelli, chiamandola perché lo seguisse. Gli gridarono diandare avanti ma egli continuava a chiamarla. Volse allora verso di lui la facciapallida, passiva, come un povero animale impotente, e i suoi occhi non gli diederoalcun segno d’amore o di addio o di riconoscimento. 28
  29. 29. Dopo la corsaLe macchine puntavano in corsa su Dublino filando come proiettili nel solco dellaNaas Road. Lungo la cresta della collina di Inchicore si erano raccolti gruppi dispettatori per assistere al ritorno e attraverso questo canale di povertà e d’inerziafluiva l’industria e la ricchezza del continente: di tanto in tanto dalla folla s’alzaval’applauso di gratitudine dell’oppresso. Le simpatie, però, andavano tutte allemacchine azzurre, le macchine dei loro amici, i francesi.I francesi, del resto, virtualmente almeno, potevano considerarsi i vincitori. Laloro squadra aveva concluso in bellezza: si erano piazzati al secondo e terzo postoe pareva inoltre che il guidatore della macchina tedesca vincente fosse un belga.Ogni macchina azzurra, così, arrivando in cima alla collina, riceveva doppia dosedi evviva e da parte di quelli che erano dentro ogni evviva veniva accolto consorrisi e cenni del capo. In una di queste automobili di gran modello c’era unacombriccola di quattro giovanotti il cui buonumore in quell’occasione superava dimolto quello solito dei francesi quando vincono; i quattro giovanotti, di fatti,esultavano addirittura. Si trattava di Charles Segouin, il proprietario dellamacchina; André Rivière, un giovane elettrotecnico nato nel Canada; unungherese grande e grosso a nome Villona e un giovanottino ben vestito, certoDoyle. Segouin era di buonumore perché aveva ricevuto ordinazioni del tuttoinattese (stava per fondare una fabbrica di automobili a Parigi) e Rivière lo eraperché di questa fabbrica sarebbe stato il direttore: entrambi inoltre (eranocugini) si compiacevano del successo delle macchine francesi. Villona poi erasoddisfatto perché aveva pranzato bene, nonché per un innato ottimismo e inquanto al quarto membro della compagnia si trovava in uno stato di troppaeccitazione per potersi dire genuinamente felice.Doveva essere sui ventisei anni circa e aveva morbidi baffi castano chiaro e occhigrigi dall’espressione piuttosto ingenua. Suo padre pur iniziando la carriera daacceso nazionalista, non aveva tardato a mutare opinione. I primi soldi se li eraguadagnati facendo il macellaio a Kingstown e a forza di aprir botteghe in Dublinoe dintorni aveva addirittura moltiplicato il patrimonio. Gli era anche capitata lafortuna di metter le mani su certi appalti vantaggiosi e in conclusione era 29
  30. 30. diventato così ricco che i giornali cittadini alludevano a lui come a un re delcommercio. Aveva mandato il figlio prima in Inghilterra a compiere la suaeducazione in un noto collegio cattolico, e poi all’Università di Dublino a studiarvilegge. Ma Jimmy non prendeva lo studio sul serio e per un po’ di tempo s’era datoai bagordi. Lo conoscevano tutti laggiù e i quattrini non gli mancavano: strano adirsi, divideva il suo tempo fra i circoli automobilistici e quelli musicali. In seguitol’avevano mandato a Cambridge per un trimestre, perché si godesse un po’ di vitae il padre che pur fra le rimostranze si sentiva in fondo in fondo orgoglioso deglieccessi del figlio, saldati tutti i conti, se l’era poi riportato a casa. Era stato aCambridge che aveva incontrato Segouin e per quanto non fossero ancora nullapiù di semplici conoscenze, Jimmy trovava gran piacere nella compagnia di ungiovane che aveva già visto tanto mondo e che per di più era ritenuto proprietariodi alcuni fra gli alberghi più lussuosi e rinomati di Francia.Un tipo simile (anche suo padre era d’accordo), anche non fosse stato quelsimpaticone che era, poteva ben dirsi degno d’amicizia. Anche Villona dal cantosuo, non mancava d’interesse. Era un pianista di talento, ma, disgraziatamenteassai povero.La macchina continuava a correre col suo carico di festosa gioventù. I due cuginisedevano davanti e Jimmy con l’amico ungherese, dietro. Villona decisamente erad’umore eccellente; per miglia e miglia seguitò a mugolare un motivo fra sé, con lasua voce fonda di basso. I francesi invece gettavan frizzi e risate di sopra le spallee Jimmy doveva chinarsi in avanti se voleva afferrarne il senso; còmpito nontroppo piacevole perché quasi sempre gli toccava di buttarsi a indovinare,sforzandosi a gridare controvento la risposta adatta. Il mugolio di Villona, poi,avrebbe confuso chiunque; senza contare il rumore del motore.La rapida corsa dà sempre un senso di ebbrezza, allo stesso modo che la fama e ildenaro: eccellenti motivi tutti e tre per spiegare l’eccitazione di Jimmy. Moltiamici lo avevano visto quel giorno in compagnia dei continentali. Al traguardoSegouin lo aveva presentato a uno della squadra francese e in risposta al suoimbarazzato mormorio di complimento la faccia sudata del corridore avevadischiuso una fila di denti abbaglianti. Era stato bello, dopo un simile onore,tornarsene nella folla anonima degli spettatori fra colpi di gomito e occhiatesignificative. Quanto poi al denaro ne aveva già a disposizione una bella somma.Per Segouin forse non lo sarebbe stata ma, nonostante i passeggeri errori, Jimmy 30
  31. 31. si serbava nel fondo erede di ben solidi istinti, e sapeva quanto era stato difficilemetterli insieme quei soldi: consapevolezza che già prima aveva trattenuto le suespese nei limiti di una ragionevole disinvoltura; e se della fatica inerente aldenaro già era consapevole prima, quando non si trattava che di capricci daraffinato, tanto più se ne rendeva conto adesso che stava per mettere a rischio lamaggior parte della sua sostanza. Una cosa seria per lui!Certo l’investimento era buono e Segouin si era condotto in modo di darl’impressione che solo grazie all’amicizia quell’esigua parte di denaro irlandesesarebbe stata accolta nel capitale della società. Jimmy teneva assai contodell’abilità paterna in fatto d’affari e in questo caso era stato proprio il padre asuggerire per primo l’investimento: c’era da far quattrini con l’industriaautomobilistica, quattrini a palate. Segouin inoltre aveva indiscutibilmente l’ariadel riccone. Jimmy prese senz’altro a tradurre in termini di lavoro quotidiano lamacchina principesca in cui era seduto. Come filava liscia e spedita! E con chestile si erano slanciati a corsa per le strade! Il viaggio posava un magico dito sulgenuino polso della vita e coraggiosamente il complicato meccanismo dei nerviumani cercava d’adeguarsi ai balzi impetuosi del veloce animale azzurro.Svoltarono in Dame Street. C’era un insolito traffico nella via, in cui risuonavanolo strombettio degli autisti e lo scampanellare dei tranvieri impazienti. Vicino allaBanca, Segouin fermò e Jimmy e l’amico scesero. Subito sul marciapiede siradunò un gruppetto di gente per rendere omaggio al motore rombante.Avrebbero cenato tutti Insieme all’albergo di Segouin quella sera e nel frattempoJimmy e Villona, che era suo ospite, sarebbero andati a casa a vestirsi. Mentre lamacchina virava adagio in direzione di Grafton Street i due giovani s’aprirono lastrada nel gruppo dei curiosi. Andavano verso nord provando uno strano sensod’impaccio nel camminare e sopra di loro nella nebbia della sera estiva la cittàappendeva pallidi globi di luce.In casa di Jimmy questa cena veniva considerata un avvenimento. Nei suoigenitori l’orgoglio si mischiava alla trepidazione nonché a un certo desiderio dibuttar polvere negli occhi: merito anche questo da ascriversi al nome delle grandicittà straniere. Lo stesso Jimmy del resto, vestito che fu, faceva la sua figura, ementre indugiava nell’atrio dandosi l’ultimo ritocco al nodo della cravatta, suopadre anche dal lato commerciale non poteva che ritenersi soddisfatto di averassicurato al figliolo qualità sovente impossibili a comprarsi. Il pover’uomo d’altra 31
  32. 32. parte si sfogava dimostrandosi nei riguardi di Villona insolitamente amichevole eil suo contegno esprimeva un vero e proprio rispetto per la cultura straniera; tuttefinezze ch’era probabile andassero completamente perdute agli occhidell’ungherese il cui desiderio della cena si faceva man mano sempre più vivo.Fu in realtà una cena eccellente, squisita. Segouin, decise Jimmy, doveva avereun gusto fra i più raffinati. Alla combriccola s’era aggiunto adesso un giovaneinglese, certo Routh, che Jimmy aveva visto a Cambridge con Segouin. La stanzain cui cenarono era comoda, illuminata a candele elettriche e i discorsi liberi evariati. Jimmy, cui s’era accesa la fantasia, si spinse ad un’ardita immagine dellagiovane vitalità francese elegantemente allacciata alla solida cornicedell’educazione anglo-sassone: immagine a suo giudizio non priva di grazia eappropriata. Ammirava l’abilità con cui l’ospite sapeva dirigere la conversazione. Icinque giovanotti avevano gusti diversi e la parlantina si era sciolta a tutti.Villona con immenso rispetto s’adoperava a svelare al semplice Routh che loascoltava stupito, le bellezze del madrigale inglese, deplorando che gli antichistrumenti fossero caduti in disuso: mentre Rivière dal canto suo e non del tuttoingenuamente, iniziava a beneficio di Jimmy il panegirico delle industriemeccaniche francesi. La sonora voce del musicista stava per prendere ilsopravvento nella mordace critica ai falsi liuti dei pittori romantici, allorchéSegouin intervenne avviando i commensali in una discussione politica. Qui sitrovarono tutti a proprio agio. Sotto quelle influenze generose, Jimmy si sentìrisvegliare dentro l’ormai sepolto entusiasmo paterno e alla fine riuscì a scuoteredal suo torpore perfino Routh. Il calore della stanza raddoppiò e il còmpito diSegouin si fece sempre più difficile: c’era rischio di passare addirittura alle offesepersonali. Alla prima occasione però l’ospite accorto levò il calice all’Umanità efinito il brindisi aprì con gesto significativo una finestra.La città quella notte s’era mascherata da grande metropoli.I cinque giovanotti procedevano lungo lo Stephen’s Green, avvolti in odorosenuvole di fumo. Parlavano a voce alta e allegra, i mantelli penzolanti dalle spalle,e la gente si scostava per lasciarli passare.All’angolo di Grafton Street un ometto grasso aiutava due belle signore a salire invettura affidandole alle cure di un altro grassone. La macchina si avviò e l’omettoscorse la gaia brigata.- André! 32
  33. 33. - È Farley!Ne seguì un torrente di parole. Farley era americano. Nessuno si rendeva conto diche cosa si stesse parlando. Villona e Rivière erano i più chiassoni, ma anche glialtri parevano eccitatissimi. Salirono tutti insieme in una macchina, pigiandosifra le risate, e al suono di un’allegra musica di campane, tagliarono la folla fusaadesso in scialbature di colore. Presero il treno a Westland Row e in pochisecondi, così almeno parve a Jimmy, arrivavano alla stazione di Kingstown. Ilcontrollore, un vecchio, lo salutò:- Felice notte, signore!Era una quieta sera estiva. Come uno specchio abbrunato il porto giaceva ai loropiedi. Vi si diressero tenendosi a braccetto: cantavano in coro “Cadet Roussel” ead ogni «“Ho! ho! hoé vraiment!”» battevano il piede.Al molo salirono in una barca e puntarono verso lo “yacht” dell’americano. Là cisarebbe stata cena, musica e carte. Villona disse convinto:- Sarà delizioso!C’era un pianoforte nella cabina. Villona suonò un valzer per Farley e Rivière:Farley faceva da cavaliere e Rivière da dama. Poi improvvisò una quadriglia e iballerini si diedero a inventare le più strane figure.Che divertimento! Jimmy prendeva sul serio la sua parte: quella sì ch’era vita!Alla fine Farley gridò senza fiato: - Alt! - Venne servito un leggero spuntino e proforma i giovani si sedettero a tavola. Bevvero però: era vino di Boemia. Brindaronoall’Irlanda, all’Inghilterra, alla Francia, all’Ungheria, agli Stati Uniti d’America.Jimmy fece un discorso, un lunghissimo discorso e ad ogni pausa Villonainterveniva gridando: - Bravo! Bravo! - Lo applaudirono tutti quando si sedette.Doveva essere stato un bel discorso. Farley gli dava gran manate sulle spalle erideva forte. Che mattacchioni! Che simpatica compagnia!Carte! Carte! La tavola fu sparecchiata. Villona se ne tornò calmo calmo alpianoforte e si mise a improvvisare. Gli altri intanto giocavano una partita dopol’altra buttandosi a capofitto nell’avventura. Brindarono alla regina di cuori e aquella di quadri. Jimmy sentiva oscuramente la mancanza di un uditorio: latensione era al colmo. Si giocava forte ora e i conti s’allungavano. Jimmy nonriusciva nemmeno a capire con precisione chi fosse a vincere, ma sapeva che luiperdeva. Tutta colpa sua del resto, perché spesso sbagliava le carte ed erano glialtri a dovergli fare il conto di quanto doveva. Diavoli di ragazzi! Avrebbe voluto 33
  34. 34. che smettessero, però: si faceva tardi. Uno brindò allo “yacht”, «La bella diNewport» e un altro propose un gioco in grande, tanto per finire.Il pianoforte taceva: Villona doveva essere andato sul ponte. Fu una partitatremenda. S’interruppero un po’ prima della fine per brindare alla fortuna. Jimmysapeva che adesso la lotta era fra Segouin e Routh. Che emozione! Si sentivaeccitatissimo e avrebbe perso, naturalmente.Quanto aveva firmato? Gli uomini s’alzarono in piedi per giocare gli ultimi colpi,gridando e gesticolando. Vinse Routh. La cabina rintronò sotto gli applausi evennero raccolte le carte. Poi si fecero i conti: quelli che avevano perso di piùerano Farley e Jimmy.L’indomani gli sarebbe dispiaciuto, lo sapeva, ma adesso era contentod’abbandonarsi, contento dell’oscuro stupore che avrebbe annegato la sua follia.Appoggiò i gomiti sul tavolo tenendosi la testa fra le mani e s’ascoltò il battitodelle tempie. La porta della cabina si aprì e apparve l’ungherese in piedi, nelgrigio riquadro di luce:- Signori, è l’alba! 34
  35. 35. I due galantiLa calda, grigia sera d’agosto era scesa sulla città. Un’aria dolce e ferma, ricordodell’estate, circolava per le vie, e nelle vie con le serrande abbassate per il riposodomenicale, sciamava un’allegra folla variopinta. Dal sommo degli alti pali lelampade splendevano come perle luminose su quella trama viva che mutandoincessantemente di colore e di forma mandava su nell’aria calda e grigia dellasera un continuo, incessante mormorio.Due giovani scendevano la collina di Rutland Square. Uno di essi stavaconcludendo giusto allora un lungo monologo e l’altro che camminava sull’orlodel marciapiede e a tratti per la malagrazia del compagno era costretto asconfinare nella strada, ascoltava intento e divertito. Era un individuo tarchiato eacceso di colore. Portava all’indietro sulla nuca un berretto da marinaio e ildiscorso cui prestava orecchio gli provocava in viso continui mutamentid’espressione che a ondate gli s’irradiavano dagli angoli della bocca, degli occhi edel naso. Scoppi di riso convulso lo scuotevano senza posa e ad ogni istante gliocchi, ammiccando compiaciuti, si volgevano alla faccia dell’amico. Una volta odue si raggiustò con una scrollata l’impermeabile che gli pendeva da una spallaalla maniera dei toreador; impermeabile buttato là alla brava e che assieme aipantaloni e alle scarpe bianche di gomma, esprimeva la gioventù, mentre lapersona, rotondeggiante alla vita, i capelli grigi e radi e il viso, ad ogni spegnersidi quelle ondate d’espressione, gli davano un aspetto devastato.Sicuro che fu della fine del racconto rise silenziosamente per mezzo minutobuono, poi disse:- Ah, questo é il colmo!La voce gli suonava priva d’energia e quasi per dare maggior enfasi alle parole,aggiunse con brio:- Proprio il colmo dei colmi!Detto questo ritornò subito serio e silenzioso.Gli s’era seccata la lingua quel pomeriggio a furia di discorrere in una bottiglieriadella Dorset Street. Agli occhi della maggior parte della gente, Lenehan era unoscroccone ma, nonostante tale nomea, il suo saper fare e la sua eloquenza 35
  36. 36. avevano sempre impedito agli amici di boicottarlo. Aveva un suo modo spavaldod’aggregarsi ad un crocchio nel bar tenendosene abilmente ai margini finché nonveniva incluso nella partita. Un vero e proprio mendicante del divertimento,Lenehan, armato di tutto un repertorio di aneddoti, barzellette e indovinelli e perdi più insensibile ad ogni sorta di sgarberie. A nessuno era noto in qual manierarisolvesse il difficile problema dell’esistenza, ma il suo nome, sia pur vagamente,veniva associato a trucchi e scommesse nel campo delle corse.- E dove l’hai pescata, Corley? - domandò.Corley si passò in fretta la lingua sul labbro superiore.- Caro mio, - disse, - una sera me ne andavo giù per Dame Street quando propriosotto l’orologio della Waterhouse ti vedo un bel bocconcino. Naturalmente, saicome succede, le do la buonasera e così ce ne andiamo a fare quattro passi lungoil canale. Mi raccontò che faceva la serva in una casa di Baggot Street. Le misi unbraccio intorno alla vita e per quella sera mi limitai a palparla un po’. Ci demmoappuntamento per la domenica dopo e questa volta ce ne andammo fuori aDonnybrook. Laggiù la portai in un campo. Se la intendeva con un lattaio, m’hadetto... Una bazza, te lo dico io. Sigarette ogni giorno mi porta e in più mi paga iltram all’andata e al ritorno. Una volta m’ha portato anche due sigari di marca,sigari coi fiocchi, sai, di quelli che fumava l’altro... Avevo paura mi restasseincinta, ma conosce il trucco.- Penserà tu la voglia sposare, - osservò Lenehan.- Eh, no, le ho già detto che sono senza lavoro. Le avevo inventato che stavo daPim. Il mio nome non lo sa: troppo furbo per dirglielo. Ciò non toglie che mi credaun signore...Lenehan si rimise a ridere come prima, senza rumore.- Fra tutte quelle che ho sentito questa le supera tutte, te l’assicuro io.L’andatura di Corley confermò il complimento. Con un dondolìo del coppomassiccio costrinse l’amico a due o tre saltelli, dal marciapiede alla strada eviceversa. Corley era figlio di un ispettore di polizia e dal padre aveva ereditato lasagoma e il modo di camminare. Procedeva eretto, le braccia ciondoloni,oscillando col capo in qua e in là. Aveva un gran testone sferico e unto che glisudava in tutte le stagioni e il largo cappello rotondo inclinato da una parte daval’impressione di un bulbo cresciuto su un altro più grosso. Teneva sempre losguardo fisso dinanzi a sé, come se stesse in parata, e quando voleva voltarsi a 36
  37. 37. guardare qualcuno per strada, gli toccava girarsi con tutto il busto. Al momentoera a spasso. Ogni volta che si faceva un posto vuoto, diceva, c’era sempre unamico pronto a metterci una cattiva parola. Spesso lo si vedeva in giro con agentiin borghese, che discorreva fitto fitto. Sapeva il lato oscuro d’ogni questione e sututto amava dare un giudizio definitivo. Mai che ascoltasse gli altri quandoparlava e quasi sempre eran discorsi che vertevano sulla sua persona: quel cheaveva detto a un tale e quel che il tale gli aveva risposto e come egli avevasistemato l’intera faccenda. Riferendo questi dialoghi aspirava la prima lettera delproprio nome all’uso toscano.Lenehan offrì una sigaretta all’amico. Mentre camminavano fra la folla Corley nontralasciava di lanciare sorrisi all’indirizzo delle ragazze che passavano; Lenehaninvece teneva fisso lo sguardo sulla gran luna pallida, cerchiata d’un duplicealone e seguiva intento la grigia trama del crepuscolo che le passava lenta sulvolto. Alla fine disse:- Dimmi un po’, Corley, sei proprio sicuro di cavartela?Per tutta risposta Corley strizzò un occhio con aria significativa.- Sì, ma credi che lei ci stia? - chiese Lenehan dubbioso. - Con le donne non si samai.- Ci starà, ci starà, non dubitare. So da che verso prenderla caro mio. Ha un po’perso la testa, capisci?- Ah, sei proprio quel che si dice un gaio Lotario, - esclamò Lenehan. -Il vero tipo del Lotario, anzi. Una sfumatura d’ironia attenuava la servilità dei suoimodi. Come via di scampo era uso lasciare la lusinga sempre aperta aun’interpretazione mordace. Ma Corley non era di mente così sottile.- Credi a me, ci vuol poco per fare colpo su una serva, - dichiarò.- Per chi le ha già provate tutte, magari.- Sai, prima anch’io andavo a spasso con le ragazze per bene, - disseCorley con l’aria di confidarsi. - Ragazze del South Circular, non so se mi spiego.Le portavo fuori in tram e pagavo io, oppure le conducevo a teatro o a sentire labanda e compravo cioccolatini, dolci e così via. Insomma ci spendevo fior diquattrini, - aggiunse in tono convincente, quasi fosse certo di non essere creduto.Ma Lenehan poteva ben credergli; assentì grave.- Conosco il gioco. Un gioco da cretini.- Già. E sia dannato se ci ho mai ricavato nulla. 37
  38. 38. - Idem per me.- Una soltanto...Corley s’inumidì il labbro con la lingua e gli occhi gli s’accesero al ricordo. Fissavaanche lui il pallido disco lunare ora già quasi interamente coperto, e parevaimmerso in profonde meditazioni.- Peccato, era in gamba, - disse con rimpianto.Tacque di nuovo, poi aggiunse:- Fa il marciapiede adesso. L’ho vista una sera in automobile giù per Earl Street,in compagnia di due giovanotti.- Colpa tua, probabilmente, - disse Lenehan.- Ce n’erano stati altri prima di me, - osservò Corley con filosofia.Questa volta però Lenehan era propenso a non credergli. Scosse il capo e sorrise.- A me non la dài a bere, Corley.- Com’è vero Dio. Me lo disse lei stessa. Lenehan ebbe un gesto drammatico.- Mascalzone! - esclamò.Passarono lungo la cancellata del Trinity College e Lenehan saltellò fuori delmarciapiede nella strada, per dare un’occhiata all’orologio.- Passati i venti, - disse.- C’è tempo, - fece Corley. - Lei ci sarà già, ma io la faccio sempre aspettare.Lenehan ridacchiò piano.- Perdinci, Corley, sai come trattarle.- Eh, li conosco i loro trucchi, - confessò l’altro.- Ma dimmi, - riprese Lenehan ansioso, - sei sicuro di farcela? È una faccendadelicata. In genere sono maledettamente tirate su quel punto. Eh... cosa?Scrutava con gli occhietti lustri la faccia dell’amico quasi per esserne rassicurato.Ma Corley scosse la testa e aggrottò la fronte, come per scacciare un insettomolesto.- Me la caverò, sta’ tranquillo. Lascia fare a me. Lenehan non replicò.Non voleva s’irritasse e magari lo mandasse al diavolo dicendo che non avevabisogno dei consigli: tatto, ci voleva. La fronte di Corley però fece presto aspianarsi. I suoi pensieri già seguivano un altro corso.- Un bel bocconcino, - commentò in tono d’intenditore. - Te lo garantisco io.Percorsa la Nassau Street svoltarono in Kildare Street. Non lontano dai portici delclub, proprio in mezzo alla via, un arpista suonava fra una cerchia di ascoltatori. 38
  39. 39. Pizzicava le corde con aria distratta e di tanto in tanto levava rapido gli occhi infaccia ai nuovi venuti per poi riportarli stancamente al cielo. Incurante che lacopertura le fosse scesa ai ginocchi, l’arpa pareva stanca anche lei, sia deglisguardi di quegli estranei, sia delle mani del suo padrone. Una eseguiva nel bassola melodia di “Silent, O Moyle” e ad ogni gruppo di note l’altra scorreva nellefioriture degli acuti. Il canto emergeva pieno e profondo.I due giovanotti seguitarono per la loro strada senza parlare, inseguiti dallamusica lamentosa. Raggiunto lo Stephen’s Green, attraversarono.Qui il rumore dei tram, la folla e le luci vennero a liberarli dal silenzio.- Eccola! - disse Corley.C’era una ragazza infatti all’angolo della Hume Street. Portava un abito azzurro eun berretto bianco alla marinara e mentre aspettava lì ferma sul marciapiede, conuna mano faceva dondolare l’ombrellino. Lenehan si animò.- Lascia che le dia un’occhiata, Corley.Corley lo guardò di sbieco e una smorfia sgradevole gli comparve sul viso.- Di’, niente niente, me la vorresti soffiare?- Per Dio, non pretendo mica che me la presenti! - protestò Lenehan con calore. -Solo un’occhiata. Va’ là, che non te la mangio!- Be’, se è solo per questo, - fece Corley in tono più amabile. - Aspetta che ti dicocome... Io m’avvicino e mentre le parlo tu ci passi accanto.- Benissimo.Corley aveva già scavalcato con una gamba le catene quando Lenehan gli gridò:- E dopo? Dove ci troviamo?- Alle dieci e mezzo, - rispose Corley scavalcando anche con l’altra.- Ma dove?- All’angolo di Merrion Street. Ci passeremo al ritorno.- Mi raccomando fai le cose ammodo! - fece Lenehan a mo’ di saluto.Corley non rispose. Traversò lemme lemme la strada dondolando la testa. Il torsomassiccio, l’andatura sicura, e il picchio risoluto degli stivali gli davano l’aria delconquistatore. Abbordò la ragazza e senza nemmeno salutarla attaccò subito adiscorrere. Lei faceva oscillare più in fretta l’ombrellino e si rigirava a mezzo suitacchi. Una volta o due mentre egli le parlava sul viso, rise e chinò il capo.Per qualche minuto Lenehan li stette a guardare, ma poi s’avviò rasente le catenee traversò di sbieco la strada. Avvicinandosi all’angolo di Hume Street, sentì l’aria 39
  40. 40. greve di profumo e i suoi occhi scrutarono ansiosi la ragazza. S’era messa ilvestito delle feste. La sottana di lanetta azzurra era tenuta in vita da una cinta dipelle nera e la grossa fibbia d’argento le comprimeva il mezzo del corpostringendole come in una morsa il tessuto leggero della camicetta bianca. Sopraindossava un corto giacchetto nero coi bottoni di madreperla e un boaspelacchiato al collo. S’era spiegazzati ad arte gli orli della collaretta di tulle e inpetto aveva appuntato un grosso mazzo di fiori rossi coi gambi all’insù.Lenehan ne notò subito con compiacenza il corpo tozzo e muscoloso. Una salutefranca e rigogliosa le accendeva il viso, le grasse guance rosse e gli occhi azzurrisfrontati. Aveva fattezze grossolane: le narici larghe, la bocca tumida sempreaperta in una smorfia impudente e i due denti davanti sporgenti. Passando,Lenehan si tolse il berretto e dieci secondi dopo Corley ricambiava un salutodistratto portandosi con gesto vago la mano al cappello e mutandogli di posizionecon aria meditabonda.Lenehan proseguì fino allo Shelbourne Hotel e qui si fermò ad aspettare. Dopo unpo’ se li vide venire incontro e quando svoltarono a destra li seguì camminandosenza rumore con le sue scarpe di gomma lungo un lato della Merrion Square.Mentre camminava così, adagio, regolando il suo passo sul loro, osservava latesta di Corley voltarsi ad ogni istante verso la ragazza come una palla cherotasse su un perno. Li tenne d’occhio finché non li vide salire sul tram diDonnybrook. Allora si rivoltò e rifece la strada per cui era venuto.Adesso che era solo la sua faccia appariva più vecchia. Pareva che ogni allegria loavesse disertato e costeggiando la cancellata del DukÈs Lawn s’abbandonò a farscorrere la mano lungo le sbarre. Il motivo della canzone suonata dall’arpistacominciava a regolare i suoi movimenti: i piedi calzati di gomma segnavano iltempo e ad ogni gruppo di note le dita indolenti eseguivano variazioni sullaringhiera.Vagabondò a caso attorno allo Stephen’s Green e poi giù per Grafton Street. Maper quanto i suoi occhi non tralasciassero di osservare anche nei minimi dettaglila folla che lo circondava, ciò avveniva senza che vi prendesse interesse. Tuttoquel che avrebbe dovuto attrarlo gli appariva invece volgare e non riusciva arispondere agli sguardi che lo invitavano all’avventura. Sapeva che avrebbedovuto dire chissà quante cose, inventare e far dello spirito e si sentiva gola ecervello troppo aridi per un compito simile. Lo tormentava il problema di come 40
  41. 41. avrebbe passato il tempo finché non si fosse ritrovato con Corley. E alla mentenon gli venne altra idea che seguitare a camminare.Arrivato all’angolo di Rutland Square svoltò a sinistra e si sentì più a suo agionella via buia e tranquilla il cui squallore meglio si addiceva al suo stato d’animo.Alla fine si fermò dinanzi alla vetrina di una botteguccia modesta che portavastampato in lettere bianche il nome: «Bibite e liquori». Sul vetro c’erano duescritte svolazzanti: “Ginger beer” e “Ginger ale”, su un gran piatto azzurro eraesposto un prosciutto incominciato e accanto, su un altro piatto, un frammentodi torta di susine. Per un po’ i suoi sguardi si posarono avidi sul cibo e girato cheebbe un’occhiata circospetta da un capo all’altro della strada, entrò in fretta.Aveva fame perché dalla mattina a colazione, all’infuori ci pochi biscotti servitiglia malincuore da due garzoni svogliati, non aveva mangiato altro. Sedette a untavolo di legno senza tovaglia di fronte a un meccanico e due operaie. Una ragazzatrasandata venne a chiedergli ordini.- Quanto un piatto di piselli? - le domandò.- Un “penny” e mezzo, signore.- Bene, portatemene un piatto e una bottiglia di birra. Parlava grossolano in mododa smentire la sua aria da signore poiché al suo ingresso era seguito un silenzionel locale. Si sentiva accaldato in viso e per parer naturale si spinse il berrettosulla nuca e piantò i gomiti sul tavolo. Il meccanico e le due operaie loesaminarono punto per punto prima di riprendere in tono più sommesso ildiscorso.La serva portò un piatto di piselli caldi conditi con pepe e aceto, una forchetta euna bottiglia di birra. Mangiò il cibo di gusto e lo trovò così saporito chementalmente prese nota della bottega. Spolverati che ebbe tutti i piselli, sorseggiòpian piano la birra e per un po’ rimase lì seduto pensando all’avventura di Corley.Nella fantasia vedeva la coppia d’amanti passeggiare lungo una strada buia,udiva la voce di Corley profondersi in energiche galanterie e gli riappariva ilsorriso impudente della ragazza: visione che riacuiva in lui il senso della propriapovertà di spirito e di portafoglio. Era stanco di quel suo vagabondare continuo,di quello stentare la vita a furia d’espedienti e d’intrighi. A novembre avrebbecompiuto trentun anni. Non gli sarebbe mai riuscito dunque di trovare unimpiego decoroso? Non avrebbe mai avuto una casa sua? 41
  42. 42. Pensò a come sarebbe stato bello avere un fuoco acceso e una buona cenadavanti. Da troppo tempo ormai correva le strade con ragazze e amici, e sapevaquanto valessero e le une e gli altri. L’esperienza gli aveva inasprito il cuorecontro il mondo, ma ancora non aveva perduto del tutto la speranza. Si sentivameglio adesso che aveva mangiato, meno stanco della vita e meno abbattuto dispirito. Sì, avrebbe potuto sistemarsi anche lui in qualche cantuccio e vivere inpace, se tanto tanto gli fosse capitata la fortuna d’incontrare una brava figliola,semplice di cuore e con un po’ di soldi da parte.Pagò due “pence” e mezzo alla serva malvestita e uscì dalla bottega per riprendereil suo vagabondaggio. Imboccò Capel Street e si diresse verso la City Hall; poisvoltò in Dame Street. All’angolo di George Street incontrò due amici e si fermò achiacchierare: era contento di riposarsi della camminata. Gli amici gli chiesero seaveva visto Corley e se c’erano novità. Parlavano poco: con occhio distrattoguardavano la gente che passava azzardando ogni poco un commento. Uno disseche un’ora prima aveva visto Mac in Westmoreland Street e a questo Lenehanosservò che era stato con Mac la sera prima, da Egan. Il giovanotto che avevavisto Mac in Westmoreland Street domandò se era vero che avesse vinto dei soldial bigliardo. Lenehan non lo sapeva: disse che Holohan aveva pagato da bere atutti, da Egan.A un quarto alle dieci li lasciò e prese su per George Street. Al City Market svoltòa sinistra e imboccò Grafton Street. La folla di giovanotti e ragazze si era diradatae risalendo la strada sentì diverse comitive e coppie che si salutavano dandosi labuona notte. Si spinse fino all’orologio del Surgeons College: suonavano le dieci inpunto. Allora s’avviò lungo il lato nord del Green affrettandosi per timore cheCorley fosse di ritorno in anticipo. Raggiunto l’angolo di Merrion Street si appostònell’ombra di un lampione e tirata fuori una delle sigarette che aveva di riserval’accese. Appoggiato al lampione teneva gli occhi fissi dalla parte da cui siaspettava di veder tornare Corley e la ragazza.Riprese a lavorare di cervello. Si domandava se Corley se l’era cavata e segliel’aveva chiesto subito o aveva aspettato invece all’ultimo momento. Soffrivainsomma tutti i tremori e le ansie sia della situazione dell’amico che della propria.Venne però a rassicurarlo il ricordo delle lente evoluzioni della testa di Corley: sela sarebbe cavata certamente. Lo colpì allora il dubbio che potesse avereaccompagnato la ragazza per un’altra strada facendogliela in barba. Appuntò gli 42
  43. 43. occhi verso il fondo della via: non si vedeva nessuno. Eppure doveva essere giàpassata di certo una mezz’ora da quando aveva guardato l’orologio al SurgeonsCollege. Sarebbe stato capace Corley di un’azione simile?Accese l’ultima sigaretta e cominciò a fumarla nervosamente. Aguzzava losguardo ogni volta che i tram si fermavano all’angolo della piazza. Dovevanoproprio essere tornati a casa per un’altra strada. La carta della sigaretta gli siruppe e la buttò via con una bestemmia.A un tratto li vide venire alla sua volta. Trasalì di piacere e tenendosi accosto allampione cercò d’indovinare dalla loro andatura il risultato dell’impresa.Camminavano in fretta, a passettini brevi la ragazza, mentre Corley le tenevadietro col suo passo lungo e deciso. Avevan l’aria di tacere, e un presentimento lopunse. Corley aveva fatto fiasco, lo sapeva: tutto tempo sprecato.Svoltarono per Baggot Street ed egli li seguì subito, prendendo l’altro marciapiede.Quando si fermarono si fermò anche lui. Stettero un po’ lì a confabulare davanti auna casa, poi la ragazza scese gli scalini che portavano in cortile. Corley rimase apoca distanza, sul marciapiede.Passò qualche minuto. La porta d’ingresso si aprì adagio, con cautela. Una donnascese i gradini di corsa e tossì. Corley si voltò e le si accostò. Per pochi secondi lasua figura massiccia la nascose alla vista poi essa riapparve mentre correva super la scala. La porta si richiuse alle sue spalle e Corley si avviò a passo sveltoverso lo Stephen’s Green.Lenehan s’affrettò nella stessa direzione. Cadeva qualche goccia di pioggia. Egli laprese come un avvertimento e data un’occhiata alla casa in cui era scomparsa laragazza per vedere se non c’era nessuno a osservarlo, traversò correndo la strada.L’ansia e la velocità della corsa lo facevano ansimare. Gridò:- Ehi, Corley!Corley voltò la testa per vedere chi lo chiamava e continuò a camminare comeniente fosse. Lenehan gli corse dietro e con una mano si raggiustaval’impermeabile sulle spalle.- Corley! - ripeté.Raggiunse l’amico e lo guardò bene in faccia. Non riuscì a leggervi nulla.- Be’, - chiese. - Com’è andata?Erano arrivati all’angolo di Ely Place. Sempre senza rispondere Corley svoltò asinistra e risalì la strada laterale. Una calma solenne gli componeva i lineamenti. 43
  44. 44. Lenehan gli si teneva a passo, ansando a disagio. Si sentiva tradito e una nota diminaccia gl’incrinò la voce.- Non mi dici nulla? Hai provato?Corley si fermò sotto il primo lampione e guardò fisso dinanzi a sé. Poi con gestograve tese una mano verso la luce e sorridendo l’aprì adagio allo sguardo del suodiscepolo. Una piccola moneta d’oro brillava nel palmo. 44

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