Intervista Stefano Cera_The New Training

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Intervista pubblicata su The New Training - mese di maggio 2013 - http://www.thenewtraining.com

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Intervista Stefano Cera_The New Training

  1. 1. Intervistewww.thenewtraining.com 15Colloquio con Stefano Ceraprofessione “Formatore” o meglio “FormaTTore”Chi è il formatore e chi è invece il formaTTore? Ci rac-conti la sua esperienza personale.Sulla base della mia esperienza personale ritengo che traformatore e formaTTore esista una differenza importan-te, anche se poi entrambi dovrebbero arrivare allo stessoobiettivo che è quello di favorire l’apprendimento da partedei partecipanti. Tuttavia, con modalità che sono diverse equi sta la differenza.In particolare, non avendo un’esperienza da attore teatraleo da attore in generale, io intendo il mio essere “formaT-Tore” come arricchire le mie modalità didattiche attraversol’uso di racconti, aneddoti, scene di film, ecc.. Cerco cioè inmodi diversi di “intrattenere” quello che starei per dire ilmio pubblico, cioè i partecipanti ai corsi, proprio per cerca-re di dare quel valore aggiunto che ritengo sia dato propriodall’intrattenimento.D’altra parte ricordo ancora cosa mi disse, tanti anni fa, ildocente di un corso formazione-formatori che frequen-tai, secondo cui uno dei miei punti di forza era propriol’uso dell’ironia e la battuta pronta. E sempre a propositodi ricordi, lessi anni fa un’intervista ad Enrico Bertolino,che non è solo un comico brillante ma che per anni è sta-to anche formatore, il quale, a fronte di una specifica do-manda su quanto portasse dell’attività di cabarettista nellaformazione, lui aveva risposto dicendo che portava tanto,a significare una “contaminazione” che, a suo dire, risul-tava molto efficace. Concordo pienamente con lui; infatti,ritengo che esistano tanti punti di contatto, diversi elementiche accomunano l’esperienza della formazione con quelladell’intrattenimento.Questo tuttavia rappresenta anche un rischio, perché la ca-pacità di intrattenere non deve mai “travalicare” ed esserea scapito della facilitazione dell’apprendimento perché, ovecosì fosse, il formatore non sarebbe più tale, a vantaggioproprio del “puro” intrattenitore.Quali competenze dovrebbe avere un buon formatore?Indubbiamente le competenze relazionali e quelle legatealla capacità di trasferimento dei contenuti attraverso lemodalità efficaci di cui abbiamo parlato in precedenza. In-fatti, se penso alla tipologia di corso che mi ha visto in aulanell’ultimo biennio, quello sulla mediazione civile e com-merciale, penso che noi stiamo in aula per circa dieci oreal giorno e far stare tante persone in aula così tanto temponon è certo una cosa semplice. Anche se questo, in fin deiconti, semplice non lo è mai.Quello che, sinceramente, mi fa piacere è che molti parte-cipanti mi dicono che il tempo in aula “vola” e non sembrache, alla fine della giornata, siano passate invece così tanteore.L’apprendimento informale e quello formale: qual è ilmodello di formazione del futuro?Ritengo che andiamo sempre di più verso una situazionein cui il formatore agisce come facilitatore e non come do-cente. Non che già non lo faccia, visto che anche adesso èdifficile trovare figure di “docente vecchia-maniera”, ossiadella persona che stava in cattedra con i partecipanti cheerano lì ad “abbeverarsi” alla conoscenza del docente stes-so, come esperto dei contenuti. Sempre di più il formatoreè un professionista dei processi formativi che tende a facili-tare l’apprendimento, quindi io ritengo che sempre di più sivada verso questa “frontiera”.Peraltro, ritengo che limitatamente ad alcuni settori, ad es.quello del quale mi occupo ritengo che ancora tanti mieicolleghi, purtroppo, siano soprattutto esperti dei contenutifacilitatori dell’apprendimento. Ritengo che, sotto questoaspetto, si debba ancora fare molto e si debba crescere nellafamose competenze legate alla “gestione dell’aula”.Essere formatori significa qualcosa in più dell’essere espertodi qualcosa; significa essere esperti di un metodo efficaceche deve facilitare un apprendimento che sempre meno av-viene nei canoni della “formalità” e sempre più passa attra-verso un apprendimento “informale”. Penso a tal propositoanche a quanto dice il “connettivismo”, teoria dell’apprendi-mento di cui parla Siemens che, in particolare, sto seguen-do in questo ultimo periodo. Quest’ultimo anche grazie allavoro che sto portando avanti con il mio collega ed amicoMichele Cardone focalizzato sul progetto “NO .PPT” cheper il momento si è estrinsecato in un seminario fatto perAIF (Ass. Italiana Formatori) Lazio – di cui sono membrodel Consiglio Direttivo (e del quale faremo una versione“2.0” nel novembre di quest’anno) – e in articolo pubblicatoa febbraio su AIF Learning News; spero tuttavia che primao poi possa sfociare un qualcosa di più strutturato.Un argomento importante in questo “progetto” riguardaproprio l’informalità dell’apprendimento, che passa sem-pre di più attraverso la rete e le sue potenzialità. La reteè anche una metafora per spiegare come avviene lappren-dimento. In tale metafora, un nodo è qualunque cosa chepossa essere connessa ad un altro nodo: informazioni, dati,immagini, sentimenti. Lapprendimento, in questo modo, èun processo che crea delle connessioni e sviluppa una rete.La formazione e la creatività ai tempi di internet. Comela websfera sta cambiando l’approccio alla formazione ela creatività?Direi che la websfera sta cambiando tantissimo l’approc-cio alla formazione e alla creatività. Infatti a mio avvisol’utilizzo di internet e dei social network introducono unconcetto fondamentale nella formazione: la collaborazio-ne. Sempre di più noi lavoriamo all’interno di gruppi chesono più ampi rispetto ai semplici partecipanti a un corso.Ovviamente resta sempre molto importante lavorare cone su un gruppo di partecipanti, ma cambia decisamente ilmodo di lavorare e, soprattutto, di collaborare. Tuttavia, perfare questo però è importante che ci sia la disponibilità e lavolontà di confrontarsi e di lavorare insieme verso questo“progetto” di apprendimento.Faccio un esempio. In AIF Lazio insieme a altri colleghi delDirettivo stiamo lavorando su alcune comunità di pratica.Insieme alla collega Beatrice Lomaglio abbiamo propostodi creare una specifica comunità sui formatori “Professio-nisti di professionisti”, ossia di formatori che, partendo dal-le rispettive esperienze professionali, si trovano a formarea loro volta professionisti (avvocati, commercialisti, inge-gneri, architetti, medici, psicologi, geometri, ecc.). Questotipo di attività determina l’esigenza di una “standardizza-zione” oltre che della ricerca di “specificità” dell’attività diformazione per chi, di solito, svolge invece un altro tipo diattività. All’interno di questa comunità di pratica Beatriceha creato anche uno strumento informatico specifico, un“wiki” per evitare lunghi e poco efficaci “giri di mail”. Devodire che, nonostante la buona volontà di tutti i partecipanti(siamo una quindicina di persone in tutto) poi non tuttisi ritrovano a collaborare attivamente su tale progetto, so-prattutto in termini di contributi e di stimoli per il gruppoSempre a proposito di collaborazione, ritengo peraltro cheaffinché essa possa raggiungere effettivi benefici è impor-tante che sia “a doppio senso”, ossia non si entri in una retesolo per “ricevere”, ma che si sia anche disposti a “dare”. Equesto, temo, è un altro dei nervi scoperti.La comunicazione 2.0 è separata dalla contestualità dellospazio fisico, ritiene che la dicotomia ‘presenza/virtuali-tà’ nel web possa indebolire il progetto di apprendimen-to e formazione online?Sinceramente non so se il web possa indebolire o al contra-rio rafforzare il progetto di apprendimento e formazioneon line… Mi limito a dire che la formazione on line offreindubbiamente delle grandi potenzialità (possibilità di rag-giungere un alto numero di partecipanti, risparmio di costi,ecc.), ma al tempo stesso presenta anche alcuni aspetti sucui è opportuno fare attenzione.Anni fa io ho lavorato in una società di consulenza che sioccupava, tra l’altro, anche di formazione on line… la prin-cipale difficoltà era riuscire a capire “quanto” e soprattutto“come” le persone riuscissero a lavorare a distanza, aldilàdi quelli che potevano essere degli indicatori di fruizionedi prodotti multimediali. Per questo avevamo sviluppatoanche percorsi di formazione “blended” che prevedevanodei giorni iniziali e di chiusura del corso proprio per daremaggiore efficacia al lavoro fatto “a distanza”. Ed a tal fineil lavoro era moderato attraverso l’attività dei tutor, che sti-molavano la partecipazione.Il suo blog personale si chiama “FormaMediAzione”, unnome carico di buoni propositi, quali obiettivi si propo-ne la sua attività di FormaMediAttore?Buoni propositi… intanto, diciamo l’idea del blog mi è ve-nuta perché pensavo che fosse importante mantenere uncontatto con le persone che avevano partecipato ai mieicorsi, ma la tempo stesso crearne di nuovi con persone nonconosciute, ma potenzialmente interessate ad approfondi-re due argomenti specifici come mediazione e formazione.Altro obiettivo era quello di avere una visibilità su internete nei social network (infatti sono presente sia su facebo-ok che su LinkedIn che su Twitter, dove sono riuscito a far“dialogare” un po’ tutto) cercando un “luogo” dove inserirecontenuti che, relativamente ai due argomenti che ho detto,fossero in qualche modo interessanti ed attraenti.Non avevo idea di quelle che poteva essere la risposta daparte dei potenziali fruitori. Ora dopo un anno e mezzoposso dire con soddisfazione di avere una buona media ri-spetto alle pagine visitate (oltre 20.000 pagine visitate entroil primo anno e ad oggi - 7 maggio 2013 - sono arrivatoa quasi 44.000 pagine visitate) ed al numero di visitatori(circa 20.000). Certo, vedo che, dal punto di vista statistico,alcuni contenuti (ad es. quelli sulla mediazione) sono mag-giormente seguiti, anche perché questi ultimi raggiungonoun maggior numero di utenti potenziali. Ma dal mio puntodi vista sono molto soddisfatto perché vedo che anche con-tenuti più specifici sulla formazione hanno un loro seguito.Ora, dopo aver detto qualcosa sul blog, quali sono i mieiobiettivi? Sostanzialmente non vorrei aggiungere nullariguardo l’essere “formaTTore”, su cui ho detto già pri-ma, mentre per quanto riguarda l’attività di formatore ilmio obiettivo è quello di essere efficace, come facilitatoredell’apprendimento, riguardo lo specifico tema trattato, ades. la mediazione. Magari sarà banale, ma la ritengo unapriorità, da non trascurare mai.Ora, per quanto riguarda la mediazione, quest’ultimo tut-tavia potrà apparire un termine tutto sommato tecnico;infatti quando parlo di mediazione in realtà sto parlandodi argomenti diversi come la gestione costruttiva dellecontroversie, la negoziazione e, appunto, la mediazione. Ingenerale raggrupperei tutti questi argomenti in un’unicacategoria che definirei la capacità di gestire le relazioni congli altri in maniera efficace. E questo, a ben vedere, si adat-ta non solo all’aspetto più meramente “tecnico”, ma si puòriferire in generale anche alla capacità di stare bene, con séstessi e con gli altri, rispetto a situazione diverse (in ufficio,come in famiglia, ecc.).Qual è la sua opinione riguardo le ‘tecnologie comuni-cative-cognitive’? In che modo impattano sulle relazioniinterpersonali e sul modo di interpretare la realtà?Direi che queste impattano moltissimo. Penso, infatti, chequeste siano assolutamente fondamentali; d’altra parte nonmi sarei iscritto nei vari social network se non avessi pen-sato che le tecnologie comunicative-cognitive sono pocoimportanti.Peraltro, proprio i social network pongono, dal punto di vi-sta sia comunicativo che cognitivo, delle sfide non da poco;infatti il loro utilizzo fa porre delle riflessioni sulle modalitàcon cui la comunicazione e la relazionalità debbano avve-nire e le differenze rispetto a quanto si farebbe invece “devisu”. Si passa da una “relazione” che non è più quella che sicostruiva un tempo, come si dice in questi casi “quando erogiovane”, ad una relazione che passa attraverso il computer,internet, ecc. che ha regole “proprie”, una sua netiquette.In particolare su quest’ultimo punto, dico la verità, talvol-ta non mi ritrovo rispetto a quello che accade… mi spiegomeglio. A me piacerebbe che chiunque approcci ad un con-tenuto, uno qualsiasi, si ricordasse di citare la fonte, o anchesemplicemente di ringraziare per l’”imbeccata” (come di-remmo a Roma). Magari anche solo per ricordare la prove-nienza di un contenuto che si ritiene meritevole.E invece vedo che questo, ahimè non sempre accade(anzi)… a me per es. che alcuni hanno preso miei conte-nuti anche “personali”, senza il minimo cenno di ringrazia-mento o anche solo un semplice segno di gradimento. Percarità, li ho resi disponibili e sono on line, però… Ancheper questo motivo ritengo che la rete, che pure offre gran-di potenzialità di collaborazione, possa talvolta presentarequesto “retrogusto” amaro. Basterebbe poco per far funzio-nare la collaborazione, porsi su un piano “a doppio binario”e non solo “a senso unico”… rispettare il lavoro degli altri,che poi credo sia anche il modo per arrivare a far rispettareun po’ di più anche sé stessi.L’arte della negoziazione e della mediazione in campoprofessionale: come e quanto incidono sulla sfera lavo-rativa? Direi che la negoziazione e la mediazione incido-no sempre, in tutti gli aspetti della vita, non solo in quelloprofessionale. Pertanto, ritengo che la capacità di gestire lerelazioni interpersonali sia decisiva per una persona e fac-cia la differenza. Certamente, dobbiamo tenere conto chela persona ed il professionista agiscono sempre su piani di-versi; del resto anche abili diplomatici (un es. su tutti, Win-ston Churchill) in privato erano conosciuti invece per averepessimi rapporti. Rispetto a questa presunta “arte”, sulla cuiparola sono stati intitolati diversi libri sulla negoziazione(penso ad es. a “L’Arte del negoziato” di Roger Fisher e Wil-liam Ury o “L’arte e la scienza della negoziazione” di Ho-ward Raiffa), ritengo che questa sia al tempo stesso fruttodi una specifica attitudine, ma anche di una competenzache si può acquisire. In sintesi, bravo negoziatore si nasce esi diventa. L’obiettivo è sempre quello di mettersi nell’otticadel miglioramento.Formazione e giovani: cosa si ha voglia di imparare oggi?Questa domanda mi richiama alla mente una frase mol-to simile che era solito dire Richard Holbrooke (noto di-plomatico americano) al suo staff prima di iniziare ognitrattativa: “Cosa vogliamo imparare oggi?”. Questa frasenasconde una profonda verità, ossia che noi tutti, giovanie “diversamente” giovani, dobbiamo sempre porci nell’ot-tica di cercare di imparare qualcosa di nuovo, in qualsiasioccasione.A questo punto la mia domanda è: cosa sono disposti adimparare i giovani? In questo senso ho il timore che essi,in generale, rispetto a qualche anno fa non abbiano forse lastessa voglia di imparare che avevamo qualche anno fa, an-che se poi, avendo comunque (fortunatamente) a che farecon i giovani, noto che ce ne sono tanti che sono disposti arimboccarsi le maniche e mettersi in gioco.In fin dei conti, tanti anni fa (parliamo dell’inizio degli anni’90) anche io mi sono trovato in questa situazione, visto cheho iniziato a collaborare con un professore che durante uncorso di specializzazione in commercio estero ci parlò an-che di negoziazione internazionale. Questo è stato il mioprimo “incontro” con una materia che mi avrebbe cambia-to la vita. Infatti, da lì ho iniziato a leggere, documentarmi,studiare, cercare di andare oltre la negoziazione (ancheoltre i suggerimenti del mio “mentore”) per approfondireanche altri temi. Insieme a me c’erano anche altri ragazzi,molti dei quali col tempo si sono fermati, non hanno cre-duto, o semplicemente non hanno voluto proseguire, per-ché magari non era questo il loro percorso (ammesso chesapessero quale fosse). Sta di fatto che di lì a poco tempoho iniziato ad occuparmi delle due materie che erano (coltempo l’ho scoperto – “Unire i puntini”, avrebbe detto SteveJobs) un po’ la mia personale “vision”… formazione e me-diazione, anzi forma-mediazione. E da lì ad oggi il passo èstato, tutto sommato, breve…STEFANOCERAA cura diDolores Cabras@Zaffaranu"Formatore specializzato nello sviluppo personale e organizzativoe nella gestione delle controversie, nella negoziazione e nella me-diazione e Responsabile scientifico accreditato presso il Ministerodella Giustizia, Stefano Cera racconta alla nostra redazione la nuovafrontiera della formazione in Italia e nel mondo."

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