Panorama 2011 - Egitto e bacino del nilo

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Capitolo scritto per Panorama 2011, allegato al numero 6/2010 di Informazioni della Difesa

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Panorama 2011 - Egitto e bacino del nilo

  1. 1. lizzare il linguaggio politico dell’Islam, arricchendo la sua ideologia di termini cari alla tradizione islamica. Di fatto, però, il suo era undiscorso laico e socialista. L’aver “socializzato” l’Islam ha relegato gli ulema a un ruolo privo di significato, sostenendo che ogni mu-sulmano avesse il diritto di interpretare l’Islam. Con questi altri stratagemmi, il colonnello si è erto a guida dei musulmani, scatenandoreazioni in parte della popolazione . La segretezza che caratterizza il regime libico, tuttavia, rende difficile definire in modo chiaro ilfenomeno islamista in Libia. Nel 1995 è stato fondato il movimento al-Jama’a al-Islamiyyah al-Muqatilah bi-Libya, meglio noto comeGruppo Combattente Libico, che sembra essere il movimento radicale più forte che veicola il jihadismo in Libia. La dura repressionedel regime, però, ne ha avuto presto ragione. La strategia è consistita, prima, nella violenta repressione, che ha portato all’uccisionee alla cattura di gran parte dei militanti radicali, successivamente, grazie all’azione del figlio del leader libico, Sayf al-Islam in un’ope-razione di perdono dei militanti incarcerati. Quest’azione ha fatto sì che questi ultimi abbandonassero ogni ideale di lotta armata, esi reintegrassero all’interno della società libica. Pertanto si può tranquillamente affermare che in questo momento non esiste in Libiauna questione terrorismo islamico, bensì una profonda “riconservatizzazione” della società e un forte ritorno alle radici islamichedel paese. Quanto questo possa portare alla creazione di veri e propri movimenti islamisti non è dato ipotizzare. Molto dipenderàdall’atteggiamento del regime e dall’adozione o meno di adeguate riforme in senso pluralista, orami dai più ritenute come necessarie.ConclusioneSe gli attentati degli anni Novanta e Duemila possono indurre a pensare che i movimenti islamisti siano cresciuti sia in aggressivitàche in sostegno dell’opinione pubblica, la realtà dimostra che non è così. I movimenti cosiddetti terroristi non hanno mai riscossosuccesso nell’opinione pubblica musulmana nordafricana. Riteniamo che il vero pericolo per il progresso in senso democratico epluralista dei paesi nordafricani derivi più dall’irrigidimento e dalla corruzione dei regimi al potere che dall’emergere di movimentiislamisti di opposizione. Anche in Nord Africa, come in genere nel resto del Medio Oriente, è indispensabile sostenere e spingerel’evoluzione dei regimi al potere in modo da permettere la partecipazione al governo dei movimenti islamisti moderati. Solo cosìsi potrà definitivamente osservare il tramonto dell’opzione radicale.Note1 M. Ottaway, A. Hamzawy, Getting To Pluralism – Political Actors in the Arab World, Carnegie Endowment, 2009.2 N. J. Brown, E.E. Shahin, The Struggle over Democracy in the Middle East – Regional politics and external policies, Routlledge, London, 2010.3 M. Campanini, K. Mezran, Arcipelago Islam – Tradizione, riforma e militanza in età contemporanea, Editori Laterza, Bari, 20074 ibidem5 M. Campanini, K.Mezran, I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo, Utet, 2010.6 La corrente salafita è diretta emanazione della Salafiyya, movimento islamico nato nel XIX secolo in Egitto, che per corrggere le contraddi- zioni e i malesseri della società musulmana, invoca il ricorso all’Islam delle prime generazioni, salaf in arabo.7 J. Calvert, Sayyid Qutb and the Origins f Radical Islamism, Columbia University Press, 2010.8 G. Kepel, Il Profeta e il Faraone, Laterza, Roma-Bari, 2006.9 M. Branciard, Le Magreb au coeur des crises. Chronique sociale, Lyon, 1994.10 Lo shaykh, volgarmente reso in italiano con il termine “sceicco”, in arabo anziano, indica una persona che gode di grande rispetto.Può es- sere paragonato al decano della nostra tradizione.11 K. Mezran, Negotiation and Construction of National Identities, Martinus Nijhoff Publishers, Leiden-Boston, 2007.12 S. Haddad, Le jihadisme au Magreb: vers la fin des exceptions algérienne et marocaine?, in J. L. Marret, Les fabriques du jihad, Presses Uni- versitarires de France, Paris 2005.13 A. Baldinetti, The Origins of the Libyan Nation – Colonial legacy, exile and the emergence of a new nation-state, Routledge, London, 2010.Egitto e bacino del NiloStefano CeraA un anno circa dalle prossime elezioni presidenziali l’atmosfera che si vive nel paese è che il quasi trentennale governo di HosniMubarak potrebbe presto volgere al termine. Per Adam Shatz la situazione è molto simile all’Iran pre-rivoluzionario, «quando ilgoverno dello scià stava per essere rovesciato dalla rivoluzione khomeinista». Infatti, come allora «la legittimità dello stato egizianoè messa totalmente in discussione, mentre si fa strada, s’intensifica un combinato di fervore islamico e di malcontento popolare»1.Le manifestazioni svoltesi in occasione del processo contro due agenti dei servizi di sicurezza, accusati di aver picchiato a morteKhaled Mohamed Said, rappresentano «una svolta nella sensibilità del paese, nella mobilitazione, nella coscienza degli egiziani»2.All’inizio dell’estate, per diversi giorni, centinaia di persone sono sfilate per le vie del Cairo rimanendo in silenzio in segno diprotesta e mostrando le foto del giovane assassinato. Per la prima volta alle manifestazioni hanno partecipato tanti giovani, cheutilizzano internet e gli strumenti di social networking. Protestano perché stanchi di un regime che da troppo tempo si regge sulbinomio esercito-servizi di sicurezza, dell’impunità che garantisce i funzionari di polizia coinvolti in episodi del genere e della«cultura di brutalità e abuso» che pervade il paese. Le manifestazioni dell’estate s’inseriscono nel quadro di una situazione politicadelicata, in cui “spicca” il dibattito intorno al futuro della presidenza. Nel corso del 2010 i giornali hanno spesso fatto riferimentoalle pessime condizioni di salute dell’ottantaduenne presidente, che a marzo si è sottoposto a un’operazione chirurgica in Germania.Alcuni hanno parlato di una “grave patologia” (cancro allo stomaco e al pancreas). Il New York Times il 12 luglio, citando fonti ac-32 INFORMAZIONI DELLA DIFESA 6/2010
  2. 2. creditate della CIA, ha scritto che al presidente sarebbe rimasto al massimo un anno di vita3. Il suo staff nega con forza l’esistenzadi una malattia; anzi, secondo il portavoce Suleiman Awad, le sue recenti apparizioni pubbliche costituirebbero la migliore rispostaalle false voci sulla sua salute. Mubarak, per la verità, non ha ancora chiarito se il prossimo anno si candiderà nuovamente. TuttaviaAli Heddin Hilal, responsabile dei rapporti con i media del National Democratic party (NDP - il partito di governo), ha affermatoche il presidente parteciperà alle prossime elezioni, pur facendo presente che il NDP sceglierà il proprio candidato solo qualchemese prima delle elezioni (termine probabilmente necessario per verificare le condizioni di salute del presidente).Chi potrebbe essere il suo successore?Nonostante ciò, la comunità internazionale e l’opinione pubblica egiziana s’interrogano da tempo sulla eventuale successione e,soprattutto, sul sistema politico che verrà. Max Rodenbeck4 “azzarda” tre diversi scenari: una soluzione “alla russa”, con l’emergeredi un uomo “forte” interno al sistema; oppure, in linea con l’ipotesi di Shatz, una soluzione simile alla rivoluzione iraniana (con ilvecchio sistema “spazzato via” dalla reazione popolare); o ancora, quella più auspicata, una soluzione “alla turca” che “approdi”a un sistema politico più stabile. Sul nome di chi sarà chiamato a sostituire il rais, l’ipotesi più probabile resta quella del figlio se-condogenito Gamal, soluzione “familiare” simile a quella che una decina di anni fa portò Bashar Assad al vertice in Siria. Per alcuninonostante le smentite “ufficiali”, Mubarak sta lavorando da anni alla successione del figlio quarantasettenne, come dimostra lasua nomina alla carica di vice-segretario generale e poi di segretario generale del Policy Planning Committee del partito. Inoltre,Gamal è comparso più volte al fianco del padre nel corso di cerimonie ufficiali, anche in visite ufficiali negli Stati Uniti5, grandi fi-nanziatori del sistema difensivo del Cairo e del suo apparato anti-terroristico. Gamal è stato “addestrato” in Gran Bretagna e negliStati Uniti (ha lavorato per anni in una banca di investimenti e poi nella Bank of America) e in economia è un convinto liberista evicino agli uomini d’affari filo-occidentali che, dal 2004, attraverso il primo ministro Ahmed Nazif, hanno assunto un ruolo di primopiano all’interno del NDP. Per questo motivo, rappresenterebbe «la migliore chance per la transizione del Paese in crescita»6.Gamal gode dell’appoggio di alcune figure di riferimento nel partito, come Ahmed al-Ezz, segretario per gli affari organizzativi emagnate dell’acciaio, Ali Hilal al-Dessouki, segretario per l’Informazione, Mohamed Mansour, ministro dei trasporti, Ahmed el-Maghrabi, ministro delle politiche abitative, e Rashid Mohammad Rashid, ministro dell’industria (questi ultimi tutti facenti partedel “clan” degli imprenditori di Alessandria facenti parte del Gabinetto), nonché altri importanti uomini d’affari, tra cui l’industrialedella ceramica Muhammad Abdul Einein. L’ascesa ai vertici dello stato di Gamal è ostacolata dalla c.d. “vecchia guardia” del partito,in cui spicca il nome del capo dello staff presidenziale Zakaria Azmi; il gruppo annovera tra le sue file anche il segretario generaleSafwat al-Sharif e il Ministro per gli Affari parlamentari Mufid Shehab. La “vecchia guardia” non gradisce che il figlio del presidentenon provenga dall’ambiente militare e vede nella campagna di privatizzazione condotta dal primo ministro Nazif e nel successodella cerchia degli uomini d’affari vicini a Gamal una limitazione del ruolo dello stato nel settore economico (in cui il gruppo hafortissimi interessi). Nel Congresso del 2009 la “vecchia guardia” ha ottenuto un importante successo, garantendosi così un ruolodi primo piano nella scelta dei candidati per le elezioni della Shura Council (la Camera Alta del Parlamento) della metà di que-st’anno. Per la successione il gruppo degli oppositori di Gamal preferisce soluzioni diverse, ad esempio Omar Suleiman, 74 anni,il potente coordinatore dell’apparato militare e di sicurezza che governa il paese fin dai tempi di Sadat. Suleiman, vicino ad Azmied el-Sharif, è un convinto sostenitore di Mubarak e già qualche anno fa, ai primi problemi di salute del rais, era stato salutatocome il suo probabile successore. Inoltre, ha forti legami con l’apparato di difesa israeliano7 ed è gradito ai paesi arabi per l’impegnopersonale nel favorire il dialogo tra Hamas e Al Fatah. Infine, è considerato l’uomo giusto per mantenere stretti legami con Wa-shington. Nel dibattito sulla successione altro elemento ritenuto importante sono i militari, che fino ad oggi si sono tenuti in unaposizione sostanzialmente “attendista”, ma che sono ugualmente ritenuti una forza decisiva per “bloccare” l’eventuale successionedi Gamal, sia in considerazione dei legami personali esistenti con alcuni membri della “vecchia guardia” sia perché alcuni, comeAhmed Muhammad Shafiq, ex comandante dell’Aeronautica militare e attuale Ministro per l’Aviazione civile, e il Ministro dellaDifesa Muhammed Hussein Tantawi, nutrono ambizioni “dirette” di successione alla presidenza.I movimenti di opposizioneLa situazione dei partiti di opposizione non è molto incoraggiante, poiché sono perlopiù “tollerati” dal regime e, ad eccezione deiFratelli Musulmani, non hanno un grande seguito. Secondo Amr el-Shobaki8, importante analista politico egiziano e presidentedell’Arab Forum for Alternatives, l’opposizione non è riuscita, nel corso degli anni, a costruire un fronte capace di collegare leelites alle masse e diventare un “polo” di attrazione nei confronti delle nuove forze politiche e i giovani attivisti. Tale incapacità di-pende certamente dalle restrizioni imposte dal regime, ma anche dalla debolezza “intrinseca” dei movimenti di opposizione.Infatti, «hanno accettato di restare per l’appunto partiti d’opposizione, non fastidiosi, educati, che parlano sui giornali e sui libriche nessuno compra ma che restano quasi in silenzio (e al massimo si lamentano agonizzanti) davanti alle televisioni che tuttiguardano. I partiti non legali quasi non hanno la possibilità di parlare e, intanto, il movimento Kifaya (Basta!)9, nonostante l’acca-nimento terapeutico operato da alcuni dei suoi esponenti e gli estenuanti tentativi di rianimazione, osserva attonito il fallimentodi tutti i suoi propositi che avevano animato le strade del Cairo alla vigilia delle scorse elezioni presidenziali (2005)»10.Il movimento di El-BaradeiIl ritorno in Egitto di Mohamed El-Baradei, 67 anni, premio Nobel per la pace 2005 e direttore generale dell’Agenzia Internazionaleper l’Energia Atomica (AIEA) dal 1997 al 2009, ha generato nuove speranze in chi crede nel cambiamento e nella democrazia11. El-Baradei è sembrato “incarnare” quella figura di riferimento che mancava alle forze di opposizione; un “taumaturgo” in grado di af- SUPPLEMENTO 33
  3. 3. fermarsi anche oltre i circoli intellettuali. Egli, infatti, ha un profilo molto diverso rispetto agli altri leaders dell’opposizione, per la sualunga attività nell’AIEA, ma anche per la sua precedente esperienza al Ministero degli Esteri; inoltre è un moderato, pronto a intrat-tenere buoni rapporti con gli USA e a continuare il dialogo con Israele. El-Baradei ha fondato un suo movimento, il National Frontfor Change (NFC), un’associazione cui ha aderito un elettorato “trasversale” che va dalla borghesia agli accademici, dai conservatoriai liberali, dai cristiani ai musulmani. Tuttavia, nonostante l’entusiasmo iniziale, l’ex Direttore Generale AIEA non ha nessuno dei re-quisiti necessari per partecipare alle elezioni presidenziali. Infatti, come stabilito dall’art. 76 della Costituzione, è necessario che uncandidato sia all’interno della direzione di un partito legale da almeno un anno e che il partito esista da almeno cinque anni. Il suomovimento non è un partito e non avrebbe comunque i cinque anni richiesti dalla Costituzione. Resta la strada della candidatura“indipendente”, ma per questa è necessario il sostegno di 250 membri eletti dei due rami del parlamento, o dei consigli municipali,tutti organi controllati dal NDP. Per questo motivo, il NFC ha iniziato una campagna per la raccolta di firme con l’obiettivo di pro-muovere modifiche alla costituzione (in particolare gli articoli 76, 77 e 78), per permettere a ogni cittadino di candidarsi alle elezionipresidenziali e di porre fine allo stato d’emergenza, in vigore dal 1981 e confermato nei mesi scorsi per altri due anni. Nei primigiorni di giugno, El-Baradei ha dichiarato di non avere intenzione di candidarsi alle presidenziali del 2011, chiedendo alle altre forzepolitiche di boicottare il voto12. Il premio Nobel per la pace 2005 ha incontrato forti ostacoli da parte del governo13 e, dopo l’inizialeentusiasmo, il clima intorno a lui è cambiato anche all’interno dell’opposizione14. Infatti, se alcune forze, come il liberale “Fronte De-mocratico”, hanno dato pieno appoggio al suo movimento, altre, come il liberale al-Ghad di Ayman Nour15, l’islamista Wasat e ilnasserista Karama, pur appoggiando le iniziative dell’ex-Direttore Generale AIEA, contestano la sua eventuale candidatura alleelezioni. Altri, come i movimenti “tradizionali” Wafd, Tagammu e Partito Nasserista, hanno invece rifiutato l’appello di El-Baradei.Chi critica il premio Nobel 2005 gli rimprovera le frequenti visite all’estero, che gli impediscono di rimanere in Egitto il tempo ne-cessario per organizzare il suo movimento, la scarsa attenzione alle vicende di politica interna e il tentativo di un dialogo diretto conil popolo a cui si aggiungono atteggiamenti presuntuosi e “snob” nei confronti della classe politica tradizionale. Il suo appello al boi-cottaggio alle elezioni parlamentari di fine anno non ha avuto grande seguito, ad eccezione del partito al-Ghad, del partito comunistae di alcuni rappresentanti del movimento Kifaya, soprattutto perché i partiti di opposizione hanno il timore che un’eventuale adesioneal boicottaggio possa favorire gli altri partiti di opposizione perdendo legittimità di fronte all’opinione pubblica.I Fratelli MusulmaniL’organizzazione islamica Al-ikhw n al-muslim n, è uno dei gruppi fondamentalisti sunniti con maggiore influenza nel mondoarabo. In Egitto è considerato l’unico movimento in grado di realizzare un effettivo cambiamento e, nel corso degli anni, è statooggetto di forti “attenzioni” da parte del governo. Nel 2005 è stato impedito alla Fratellanza di presentarsi alle elezioni parlamentari,grazie alla modifica dell’art. 5 della costituzione, che ha bandito qualsiasi attività politica basata su fondamenti di tipo religioso.Nonostante ciò, i suoi rappresentanti si sono presentati come indipendenti, ottenendo 88 seggi dei 444 disponibili all’interno del-l’Assemblea Popolare e diventando così il più rilevante movimento di opposizione. Nell’ultimo periodo l’organizzazione sta attra-versando un forte cambiamento al suo interno, con due correnti in competizione tra loro: l’ala “modernista” e moderata diMohammed Habib, che vorrebbe integrare l’islamismo con l’apertura ai paesi occidentali e alla democrazia, e l’ala conservatrice,che nel mese di luglio ha prevalso con l’elezione ai vertici dell’organizzazione di Mohammed Badie, 66 anni professore di veterinariaall’università di Beni Suef. Badie nel suo discorso d’insediamento ha affermato di non voler assumere posizioni contrarie al governoe di voler adottare un sostanziale disimpegno «dalla partecipazione attiva alla politica del Paese» per focalizzare l’attenzione sulle«sole attività religiose e di assistenza sociale»16. Secondo el-Shobaki, la Fratellanza non è ancora pronta «a pagare il prezzo di tra-sformarsi in attori politici, anche perché la loro forza si manifesta al meglio nell’imporre l’apparenza islamica, il velo, la morale:governare è un’altra cosa»17. Nonostante ciò, con l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari, Mubarak ha operato l’ennesimo giro divite, facendo arrestare alcuni esponenti dello staff di Badie (tra cui il suo vice Mahomoud Ezzat) e alcuni responsabili del movimentoa livello regionale, a ribadire la volontà del governo di piegare l’organizzazione, senza alcuna possibilità di trattativa.Il rapporto tra Fratellanza ed El-Baradei è contraddistinto da uno scarso entusiasmo reciproco, sebbene si afferma da più parti cheun legame più stretto potrebbe portare benefici a entrambi. Infatti, la Fratellanza ha bisogno di El-Baradei «per spezzare la barrierache il regime ha cercato di costruire tra loro e gli altri partiti d’opposizione», mentre quest’ultimo ha bisogno della Fratellanza «perportare dalla propria parte le altre forze politiche d’opposizione»18. Le elezioni del mese di giugno 2010 per il rinnovo di un terzodei seggi della Shura (la Camera Alta del Parlamento) si sono rivelate un fallimento per l’organizzazione, visto che nessuno dei 13candidati è stato eletto. In seguito alla debacle la Fratellanza ha iniziato una maggiore collaborazione con il movimento di El-Baradei per la raccolta delle firme; riguardo l’appello al boicottaggio la posizione dei Fratelli Musulmani non è stata univoca e stacreando non poche tensioni all’interno del movimento. Infatti, se è stata accolta con favore da Abdel Moneim Aboul Fotouh, leaderdell’ala riformista, è stata invece rifiutata da Badie, che all’inizio di ottobre ha annunciato la presentazione di almeno 150 candidati,e Essam el-Erian, altro elemento di rilievo dell’ala conservatrice.Le tensioni nell’area del bacino del NiloA parte l’impegno nel processo di pace in Medio oriente, con il governo egiziano pienamente coinvolto nel tentativo di dialogo trail governo israeliano e Mahmoud Abbas, uno dei capisaldi “regionali” della politica estera del Cairo è il mantenimento della situa-zione nel bacino del Nilo, teatro di forti contrasti con alcuni paesi dell’area. La metà della popolazione (oltre 300 milioni di persone)che vive nei dieci paesi della regione19 dipende direttamente dalle risorse dal fiume. Ad eccezione di Kenya ed Egitto, l’area includepaesi inseriti nella lista dei cinquanta paesi più poveri al mondo ed ha tassi di crescita che prevedono il doppio della popolazione34 INFORMAZIONI DELLA DIFESA 6/2010
  4. 4. nei prossimi 25 anni. Inoltre, la corsa allo sviluppo agricolo e industriale dei paesi a monte e l’impatto dei cambiamenti climaticiaumentano la delicatezza degli equilibri della regione e i potenziali rischi sull’utilizzo delle risorse idriche garantite dal Nilo.La posizione dell’EgittoL’Egitto è, nell’area, il paese che utilizza la quota più rilevante delle risorse idriche del Nilo, pur non contribuendo in alcun modo allasua portata. Da sempre Il Cairo ha interessi predominanti sul fiume, confermati da due accordi, quello del 1929, sottoscritto con ilcolonizzatore britannico, e quello del 1959, siglato insieme al Sudan, che ha stabilito per l’Egitto una quota di acqua pari a 55,5miliardi di metri cubi e per il Sudan di 18,5 miliardi di metri cubi, lasciando agli altri solo una minima percentuale di disponibilità. Iltrattato del 1959 ha riservato inoltre il diritto di veto su tutti i lavori a monte suscettibili di ridurre la portata del fiume, e ha previsto,in futuro, di non concedere l’uso dell’acqua a nessun altro paese20. Il paese, tuttavia, non è riuscito a gestire i notevoli benefici ricon-sociuti dagli accordi; infatti, «l’agricoltura egiziana rimane estremamente scarsa, le attrezzature antiquate e i sistemi di irrigazionearcaici e dispendiosi»21. Inoltre, altri problemi fanno prevedere una progressiva diminuzione della disponibilità di acqua per abitante22,tra cui il progressivo interramento del delta del fiume, la dispersione provocata dal lago Nasser, la salinizzazione delle terre el’aumento della popolazione. Per questo motivo, Il Cairo teme che gli altri paesi possano ostruire il corso del fiume, favorendoblocchi e deviazioni che diminuirebbero il flusso de fiume. I pericoli riguardano soprattutto tre nodi “strategici”: innanzitutto, i paesia monte del fiume (Ruanda, Burundi, Kenya e Tanzania), che possono accedere con facilità ai grandi laghi equatoriali e sfruttarnele risorse; poi il Sudan, che utilizza quote eccedenti rispetto a quelle previste dall’accordo del 1959; infine, l’Etiopia che ha ambiziosiprogetti di costruzione di dighe di proporzioni medio-piccole. Inoltre, a complicare ulteriormente la situazione, l’Egitto “lamenta” ilruolo ambiguo di Israele che starebbe incoraggiando alcuni paesi a rivendicare maggiori spazi e sarebbe pronta a finanziare la co-struzione di diverse centrali idro-elettriche. Israele smentisce di avere interessi nell’area, ma la visita del Ministro degli esteri AvigdorLieberman in Etiopia, Kenya e Uganda del settembre 2009 è stata comunque l’occasione utile per riallacciare le relazioni diplomatichecon il continente africano (dopo oltre 20 anni) e stipulare accordi per la fornitura di armamenti e tecnologia bellica.La posizione del SudanIn virtù dell’accordo del 1959, il paese è il secondo utilizzatore delle acque del Nilo. Nei rapporti con gli altri paesi ha una posizioneambivalente, appoggiando da un lato l’Egitto nella difesa degli interessi acquisiti e dall’altro rivendicando nei suoi confronti unaquota maggiore. I suoi programmi di crescita prevedono, infatti, la costruzione di un massiccio sistema di dighe, tra cui la più im-portante è quella di Merowe, costruita con ingenti capitali cinesi (soprattutto) e dei paesi arabi. La diga, in grado di raddoppiarela capacità idroelettrica del paese, ha causato danni all’ambiente e alle popolazioni vicine e, secondo le previsioni future, causeràil prosciugamento del lago Nasser (il bacino artificiale formatosi con la costruzione della diga di Assuan) entro un massimo di dueanni dall’inizio del funzionamento a pieno regime, causando ulteriori tensioni nell’area.La posizione del Sudan meridionaleLa situazione della regione meridionale del Sudan è un altro fattore importante per gli equilibri dell’area e per le prospettive futuredel bacino del Nilo. L’accordo di pace del 2005, raggiunto al termine della lunga guerra civile che ha contrapposto due “entità”(Nord e Sud del paese), profondamente diverse per cultura, lingua e religione, ha previsto il diritto all’autodeterminazione per ilSud Sudan e lo svolgimento di un referendum sull’indipendenza dopo un periodo di sei anni. La data fissata per il referendum è il9 gennaio prossimo, che, alla luce dei ritardi nella preparazione, è diventata piuttosto problematica. Alcuni hanno richiesto di rinviareil voto di alcuni mesi, ma in questo caso esisterebbe il grave rischio della possibile ripresa del conflitto che ha prodotto oltre duemilioni e mezzo di vittime. La situazione al momento è tutt’altro che stabile e la guerra sembra al momento l’ipotesi più probabile,soprattutto perché si teme la reazione del presidente sudanese Bashir alla perdita di una parte importante del paese, circa un quartodel territorio, ma che tuttavia contiene circa tre quarti delle riserve petrolifere dell’intero paese. Il problema non sarebbe tanto la se-cessione,23 quanto la mancanza di accordo sulla spartizione delle risorse delle c.d. “zone di contatto”, le zone di confine ricche dipetrolio che sono al centro delle attenzioni di Khartoum e di Juba (capitale del Sud). Il ministro degli Esteri sudanese Ali Karti ha ri-levato che il suo paese non vuole la guerra, pur affermando che esiste un interesse primario nei confronti della regione dell’Abyei,che Khartoum chiede rimanga la Nord. In particolare è questa regione che costituisce «il motivo per cui il nuovissimo stato africanopotrebbe nascere tra le violenze», poiché «patria sia degli agricoltori del sud, sia dei nomadi del nord» e, soprattutto, “traboccantedi petrolio24. Per evitare il peggio il presidente del Sudan meridionale Salva Kiir ha chiesto all’ONU di schierare al confine i caschiblu (presenti nel paese nell’ambito della missione UNMIS – United Nations Mission in Sudan), ipotesi che tuttavia è stata esclusada Alan Le Roy, vice-segretario generale dell’ONU responsabile delle missioni di peacekeeping, poiché non sarebbe possibile riuscirea “coprire” l’intera frontiera di 1.250 miglia e, comunque, «non consentirebbe di “impedire” o anche “solo contenere” una ripresadel conflitto armato»25. Tuttavia, l’idea potrebbe essere quella di aumentare la presenza di forze-ONU “in alcuni punti-caldi”26, no-nostante il presidente Bashir sia contrario a ogni ipotesi di aumento delle truppe-ONU. Nonostante la guerra resti l’ipotesi purtroppopiù probabile, quanti credono in un esito diverso focalizzano l’attenzione sugli interessi in comune esistenti tra Khartoum e Juba, apartire dalla mutua dipendenza determinata dallo sfruttamento delle risorse petrolifere; infatti se è vero che gran parte delle riservesono nella regione meridionale, è altrettanto vero le infrastrutture-chiave si trovano invece nella parte settentrionale. Inoltre, alcunianalisti27 ritengono che i due milioni di cittadini del Sudan meridionale che vivono e lavorano nel Nord abbiano di fatto creato legamimolto forti tra le due economie e questi potrebbero avere un peso rilevante ai fini della definizione positiva della controversia. Senzaconsiderare gli incentivi che potrebbero provenire dai paesi coinvolti nella vicenda, tra cui lo stesso Egitto, la Cina e, soprattutto, gli SUPPLEMENTO 35
  5. 5. Stati Uniti, con questi ultimi che sarebbero pronti a offrire «un mucchio di incentivi per convincere il presidente Omar Hassan al-Bashir a “convivere con un sud indipendente» (Usher, cit.). Quel Bashir su cui continua a pendere la richiesta di arresto da partedella Comunità Internazionale per i crimini commessi nel conflitto del Darfur, su cui Washington, attraverso il Consiglio di SicurezzaONU, potrebbe chiedere il rinvio (ma non l’annullamento del giudizio) in cambio della piena accettazione dell’indipendenza delSudan meridionale e la fine delle violenze in Darfur. In sintesi, i prossimi mesi saranno cruciali per l’attendibilità del referendum or-ganizzato dall’ONU (cosa non semplice in una regione grande come la Francia e con pochissime infrastrutture) e per la conclusionedi accordi che possano evitare soluzioni “a somma zero” che provocherebbero la deflagrazione di quella “bomba a orologeria” dicui ha parlato Hillary Clinton e che sta mettendo a repentaglio il futuro prossimo del Sudan.La posizione dell’Etiopia e altri paesiTra i paesi della parte meridionale del Nilo, l’Etiopia è probabilmente il maggiormente interessato alla gestione delle sue risorsee, pur contribuendo in maniera massiccia alla portata totale del fiume (86% circa), in realtà ne utilizza solo una parte minima (1%circa). Lo squilibrio è ancora più indicativo se consideriamo gli alti tassi di crescita del paese, che lo porteranno a diventare, entropochi anni, il secondo più popolato del continente. Per questo, gli scenari futuri prevedono un maggiore utilizzo delle risorse delNilo, attraverso programmi di sviluppo interni e crescenti investimenti da parte di paesi stranieri.Tra questi la Cina, grazie al recente accordo per la costruzione di centrali idro-elettriche ed eoliche, l’Italia, che nel 2009 ha firmatoun contratto di cooperazione che prevede forti investimenti, e i paesi del Golfo, interessati invece all’acquisto di aree coltivabili. Ipaesi esclusi dall’accordo del 1959 non considerano vincolanti gli accordi sottoscritti nel periodo coloniale e rivendicano oggi lasua revisione e un più equo utilizzo delle risorse del Nilo soprattutto ai fini della progettazione di canali di irrigazione e centraliidro-elettriche; chiedono inoltre una serie di misure specifiche, tra le quali la riduzione del flusso della diga di Assuan, l’eliminazionedegli sprechi, il pagamento dell’acqua consumata per l’impiego in agricoltura, ecc.Una soluzione cooperativa è possibile?Negli ultimi anni si sta cercando di risolvere le tensioni nel bacino attraverso politiche collaborative, ad esempio la Nile Basin Ini-tiative (NBI), nata nel 1999 con l’obiettivo di condividere i benefici socio-economici dell’utilizzo delle risorse idriche presentinell’area e di promuovere la stabilità e la sicurezza regionale attraverso lo svolgimento di progetti in cooperazione tra gli stati. Tut-tavia, fino ad oggi i risultati non sono stati in linea con le attese. Infatti, l’incontro di Sharm el-Sheikh di aprile ha registrato, ancorauna volta, una notevole differenza di posizioni e si è concluso senza la firma del tanto atteso nuovo accordo quadro di cooperazionepermanente. Egitto e Sudan restano irremovibili nella pretesa di mantenere i risultati acquisiti, sostenendo «che la loro posizionea valle li renda più vulnerabili ai cambiamenti di disponibilità idrica provocati dai progetti di sviluppo a monte del fiume»28, mentregli altri paesi accusano (soprattutto) il Cairo di ritardare i negoziati per la piena operatività della NBI29 e di voler perseguire interessiindividualistici, senza tenere conto della situazione. Nel mese di maggio Etiopia, Uganda, Ruanda e Tanzania, a cui si è aggiuntopoi anche il Kenya, ad Entebbe (in Uganda) hanno raggiunto un accordo separato per un utilizzo condiviso delle risorse del Nilo.Repubblica Democratica del Congo e Burundi non hanno ancora deciso se ratificare l’accordo. Questo non riconosce i diritti“storici” di Egitto e Sudan, prevede la rinegoziazione delle quote e la creazione di una Commissione permanente. Inoltre, non ri-conosce la regola del consenso unanime sulla presa di decisioni e neanche l’obbligo di previa approvazione da parte di Egitto eSudan per qualsiasi progetto idrico in qualunque paese del bacino. Per cercare di trovare ancora una volta una soluzione, alla finedi giugno tutti i paesi del bacino si sono incontrati ad Addis Abeba, ma senza alcun risultato. I paesi firmatari hanno fatto presenteche se Egitto e Sudan non dovessero riprendere le trattative entro il maggio 2011, essi ratificheranno l’accordo. La reazione delCairo ha oscillato tra dichiarazioni “a caldo” forti, ad es. la minaccia di ricorrere a tutte le misure legali (incluso il ricorso al Tribunaledell’Aja), diplomatiche e militari (è stata ventilata l’ipotesi di utilizzare l’aviazione militare ed è stata sottoscritta un’alleanza con glieritrei, nemici storici di Addis Abeba) e la cautela del periodo successivo. Il capo della diplomazia egiziana Gheit, ha intrapresotrattative per decidere se il paese resterà fuori dall’accordo oppure entrarne a far parte per cercare di emendarlo. Il segretario ge-nerale del NDP, el-Sharif ha escluso la possibilità di un intervento militare. Alcuni analisti hanno evidenziato che la reazione “forte”del Cairo in realtà potrebbe essere solo una “boutade”, che «serve a mascherare gli interessi economici e commerciali dellepotenze del nord, Egitto e Sudan, nell’investire nei futuri progetti che si realizzeranno a monte, e minacciare serve ad alzare ilprezzo e a procurarsi una fetta più grossa negli investimenti, un posto in prima fila»30.ConclusioniCome abbiamo visto, a un anno circa dalle prossime elezioni presidenziali, la situazione politica in Egitto appare piuttosto complessae di difficile “lettura”. Infatti, pur non essendosi ancora pronunciato, Mubarak è già presentato come il candidato del NDP. Il figlioGamal, considerato da molti il suo “successore”, si trova a un bivio: nel contrasto tra “vecchia” e “nuova” guardia deve decidere setagliare i ponti con i suoi sostenitori per cercare appoggi dall’altra parte (attirandosi così le ire degli uomini d’affari egiziani), oppurerestare sulle sue posizioni e mantenere un legame consolidato con l’elite economica (ma in questo caso la sua candidatura potrebbenaufragare). Per questo, saranno molto importanti le prossime elezioni parlamentari, fissate per la fine di novembre (di cui al mo-mento di andare in stampa non conosciamo l’esito), perché considerate un test indicativo sugli equilibri all’interno del NDP in vistadelle elezioni presidenziali del 2011. Infatti, una maggioranza chiara per i candidati del gruppo vicino a Gamal gli consentirebbe dilimitare il peso specifico degli oppositori interni e vedere così aumentare le sue chances di diventare il candidato ufficiale del partito.Di fronte a un risultato incerto, invece, Hosni Mubarak potrebbe decidere di ricandidarsi per un sesto mandato, anche solo per un36 INFORMAZIONI DELLA DIFESA 6/2010
  6. 6. periodo limitato di tempo, soprattutto per aiutare il figlio a “districarsi tra due fuochi”31 e consolidare così la sua posizione. In questoquadro, la figura di El-Baradei rappresenta una “sfida” per tutte le forze politiche; infatti, affermando la necessità di ammodernarelo stato, raggiungere una maggiore uguaglianza tra i cittadini e una maggiore integrazione tra cristiani e musulmani, può essere fi-nalmente l’uomo in grado di giocare un ruolo “persuasivo” sul governo per la realizzazione di autentiche riforme. Il prossimo futuroservirà per capire se il suo movimento rappresenta davvero una pagina nuova nello scenario politico egiziano, oppure se è destinatoa ripercorrere le orme delle organizzazioni politiche con scarso seguito e “tollerate” dal governo. Per el-Shobaki (Parties, movementsand…, cit.), El-Baradei per mantenere la forza della sua “immagine evocativa”, dovrà essere in grado di prendere le distanze damovimenti destinati al fallimento e al tempo stesso riuscire ad avere presa all’interno delle istituzioni. Questo è l’unico modo perpresentarsi come alternativa moderata e riformista all’attuale establishment e avere concrete possibilità di successo. Per quanto ri-guarda invece la situazione del bacino del Nilo, l’accordo di Entebbe rappresenta indubbiamente un duro colpo per le speranze diraggiungere un accordo globale capace di sviluppare su base cooperativa la suddivisione delle risorse del fiume e dei relativi beneficisocio-economici e ha confermato la prevalenza di “visioni” particolaristiche e competitive sulle acque del fiume più lungo e piùconteso d’Africa. Chi può fermare la pericolosa escalation? Secondo Robert Rotberg, presidente della World Peace Foundation, isoli in grado di intervenire con efficacia sono gli Stati Uniti per «scongiurare i rischi di una delle guerre più cruente della storia delContinente nero»32. Tuttavia, per quanto importante, l’intervento esterno, da solo, non è sufficiente; infatti, è necessaria la collabo-razione fra i paesi dell’area, a cominciare dalle misure che coinvolgono direttamente la società civile, volte a creare una maggioreconsapevolezza nelle popolazioni che vivono in prima persona i problemi del bacino. Ovviamente, sta agli stati riuscire a coglierele opportunità rappresentate dalle diverse iniziative in campo, contenendo al tempo stesso i rischi legati agli interessi individualistici.Note1 Il commento di Shatz è riportato in Azzurra Meringolo, Egitto: alla ricerca di un’alternativa a Mubarak, Limes on line, 14 giugno 2010. Il mal- contento popolare è dimostrato anche dalle basse percentuali di votanti alle elezioni: «Il ventidue percento degli aventi diritto partecipa alle elezioni, secondo i dati forniti dal governo, generalmente maggiorati». Silvia Mollicchi, L’opposizione si spacca tra boicottaggio e partecipazione, ma si guarda alle presidenziali, tra l’astensionismo dilagante, Peace Reporter, 22 ottobre 2010.2 Le dichiarazioni sono di Ayman Moyeldin, inviato di Al Jazeera e sono riportate in Vincenzo Nigro, I faraoni. Mubarak, tra le proteste, dopo trent’anni prepara la successione. Di padre in figlio, Il venerdì di Repubblica, 13 agosto 2010.3 Steven Cook, esperto di affari egiziani del Council on Foreign Relations, riporta stime che non vanno oltre i 12-18 mesi. Mubarak to die soon, reports paper but Egyptian government denies, Daily Nation, 30 luglio 2010.4 The long wait, The Economist, 15 luglio 2010.5 L’ultima in ordine di tempo, all’inizio di settembre, in occasione della ripresa del negoziato medio-orientale. Secondo l’analista politico Deyaa Rashwan le visite ad Obama sono il segno di ciò che verrà: «I feel that Gamal’s presence with the Egyptian delegation is a new way of introducing him to the American administration. […] If we take a closer look, we’ll find that Gamal shouldn’t be in America because of his NDP position. There are higher-ranked NDP officials like General Secretary Safwat El Sherif, who could have been ahead of him for such selection». Amro Hassan, Egypt: Mr. Mubarak and son go to Washington, Los Angeles Times, 17 agosto 2009.6 Gara a due per il dopo Mubarak, La Stampa, 22 settembre 2010.7 «Durante l’ultima crisi fra Israele e Libia, causata da una nave che voleva attraccare a Gaza, l’intervento di Suleiman pare sia stato risolutivo e addirittura il Ministro degli esteri israeliano Lieberman ha voluto personalmente ringraziare il capo degli 007 egiziani per la sua preziosa inter- mediazione». Marco Di Donato, The day after (Mubarak), ilcaffegeopolitico.net, 16 luglio 2010.8 Parties, movements and prospects for change in Egypt, Carnegie endowment for International Peace, 20 maggio 2010.9 Che riunisce varie figure dai liberal all’islam politico più pragmatico.10 Michela De Marco, Egitto presidenziali: El-Baradei e il suo “Yes we can”, Limes on line, 14 marzo 2010.11 «A fine marzo il gruppo che su Facebook sostiene la candidatura di El Baradei registrava quasi 85 mila adesioni, un numero enorme se para- gonato ai 6 mila internauti che, sullo stesso social network, sostengono Gamal». Meringolo, cit.12 «Allo stato attuale delle cose in Egitto è meglio il non voto. Chiedo quindi di boicottare le elezioni perché ci troviamo in un paese dove vige una dittatura democratica, nel senso che resterà al potere sempre lo stesso partito. A queste condizioni non scendo in politica, perché tanto vincerebbe sempre lo stesso partito che ora è al governo». Egitto: El-Baradei, non mi candido alle presidenziali, adnkronos.com, 7 giugno 2010.13 Rodenbeck (The best man always wins, The Economist, 15 luglio 2010) parla di “pressioni” e misure intimidatorie che rendono molto complicata la sua attività.14 L’Economist on line il 21 luglio ha scritto che nel giro di soli sei mesi, per la prima volta, ha iniziato a subire le prime critiche, soprattutto per il limitato seguito che ha avuto la sua campagna. A dream deferred?, Economist on-line, 21 luglio 2010.15 Che nelle elezioni del 2005 si era candidato alla presidenza, ottenendo il 7% dei voti.16 Mediterraneo e Medio Oriente, in Osservatorio di politica internazionale, voce Egitto, a cura del Centro Studi Internazionali, n.1, gennaio/marzo 2010, p. 29.17 Al Cairo aspettando il cambiamento, La Stampa, 19 settembre 2010.18 Lorenzo Biondi, Dopo Mubarak? La nostra speranza è El-Baradei, Europa.it, 15 luglio 2010.19 Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sudan, Tanzania e Uganda.20 «In altre parole era esplicitamente previsto che risorse naturali interne al territorio di Stati sovrani non fossero a disposizione di questi Stati, ma sotto il controllo di uno Stato esterno, senza peraltro che una tale condizione fosse raggiunta con negoziati, ma solo per imposizione arbitraria. Tali accordi sono grosso modo ancora in vigore». Alessandro Micci, A chi spettano i doni del Nilo, Peace Reporter, 5 giugno 2010. SUPPLEMENTO 37
  7. 7. 21 Anna Pozzi, La guerra dell’acqua, Missionline, 1 giugno 2010.22 Nel 1990 era di 922 metri cubi, mentre le previsioni al 2025 parlano di 332 metri cubi. La Stampa, 17 maggio 2010.23 «Gli abitanti del Nord, tacitamente, non si oppongono all’idea di disfarsi degli abitanti del Sud, nella convinzione che il Sud povero sia un peso che disperde le loro ricchezze nazionali, causando la loro povertà». Amin Kammourieh, Il referendum sudanese: una ricetta per la guerra, Me- darabnews, 5 ottobre 2010.24 «In bilico su un confine ancora incerto, l’area è la patria sia degli agricoltori del sud, sia dei nomadi del nord, e trabocca di petrolio. Nonostante un intervallo di cinque anni, nemmeno una di queste questioni (la delimitazione dei confini, la cittadinanza, la ripartizione delle risorse) è stata risolta». Usher, cit.25 Sudan, ONU: “Niente caschi blu alla frontiera”, Peace reporter, 26 ottobre 2010.26 Graham Usher, Sudan: conto alla rovescia per il D-day, in Medarabnews, 28 ottobre 2010.27 Philippe De Pontet, Can Sudan avoid a return to civil war in 2011?, Carnegie Endwment for International Peace, 13 ottobre 2010.28 Matt Bradley, Nessun accordo sulle acque del Nilo, The National, in Internazionale, n. 846 del 14 maggio 2010, p. 24.29 Il Ministro dell’ambiente ruandese Stanislas Kamanzi ha affermato: «Egypt has been requesting to defer the signing of Cooperative Framework Agreement – we couldn’t wait no longer, since we have been negotiating for over ten years». East Africa seeks more Nile water, BBC news, 14 maggio 2010.30 Alessandro Micci, Nilo, sale la tensione, Peacer reporter, 5 giugno 2010.31 Azzurra Meringolo, L’Egitto alle urne e la successione a Mubarak, Affari Internazionali, 10 ottobre 2010.32 Pietro Del Re, La battaglia del Nilo, la Repubblica, 7 luglio 2010. LEVANTE MEDITERRANEOLibanoFrancesco MazzucotelliIl Libano sembra avviarsi verso una nuova stagione di instabilità, dopo alcuni mesi di apparente calma seguiti alle elezioni parla-mentari del Giugno 2009 e alla successiva, faticosa composizione di un governo di “unità nazionale” guidato da Saad Hariri, in cuii due dicasteri chiave degli interni e della difesa sono affidati a personalità indipendenti del calibro di Ziad Baroud ed Elias el-Murr.Gli sviluppi dell’inchiesta affidata al Tribunale internazionale speciale per il Libano (TSL) in merito all’assassinio dell’ex-primoministro Rafiq Hariri e alla catena di attentati politicamente motivati avvenuti nel 2005 rischiano infatti di riaprire le profonde lineedi frattura politiche, ideologiche e confessionali che attraversano il paese e di frantumare i fragili equilibri raggiunti con l’accordodi Doha del Maggio 20081.Il nodo della legittimità del Tribunale SpecialeMolti mesi dopo che, tra una diffusa incredulità, il settimanale Der Spiegel si era spinto a scrivere che il TSL stava apprestandosi a in-criminare alcuni membri di Hezbollah in merito agli attentati del 20052, ripetute indiscrezioni apparse nei mesi estivi su diversi giornalie siti sembrano andare tutte nella direzione di una possibile, prossima incriminazione da parte del TSL di alcuni militanti del Partitodi Dio. Si tratta di voci amplificate dalla stampa o di una fuga di notizie da parte di un tribunale talvolta troppo propenso a far trapelareinformazioni riguardanti un’indagine ancora in corso? È stato proprio il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, a rivelarenel mese di Luglio che lo stesso primo ministro Saad Hariri gli avrebbe comunicato gli sviluppi delle inchieste del TSL3. Osservatori eanalisti hanno inizialmente atteso un atto formale di incriminazione per la fine del mese di Ramadan4; fonti di stampa, incluse alcunevicine a Hezbollah, citano il presidente del TSL, Antonio Cassese, nell’indicare l’inizio del mese di Dicembre come nuova data plausibilein cui il procuratore del tribunale, Daniel Bellemare, potrebbe emettere gli avvisi di incriminazione e i mandati di comparizione.5 Gliesponenti del tribunale smentiscono questi voci e sembrano prendere tempo. Creato ai sensi della risoluzione 1664 (2006) del Con-siglio di sicurezza delle Nazioni Unite e ufficialmente operativo dall’1 Marzo 2009, il TSL ha il mandato di identificare e portare in giu-dizio i mandanti e gli esecutori dell’attentato in cui ha perso la vita l’ex-primo ministro Rafiq Hariri; può estendere la sua giurisdizionesu altri attentati avvenuti in Libano tra l’1 Ottobre 2004 e il 12 Dicembre 2005 se è possibile provare un collegamento col caso del-l’assassinio di Rafiq Hariri. Il TSL ha una natura ibrida, in quanto è formato tanto da giudici internazionali quanto da giudici libanesi,ed è chiamato ad applicare le norme di diritto penale libanese. Il TSL rappresenta inoltre il primo esempio di un tribunale internazionalecreato sotto l’ègida delle Nazioni Unite per investigare un caso individuale, a differenza di altri tribunali creati negli ultimi anni per in-vestigare gravi violazioni dei diritti umani in conflitti civili, come nei casi di Ruanda, ex-Jugoslavia e Sierra Leone. Il presidente del TSLdifende il titolo di legittimità della corte e la legittimità procedurale del suo operato in base al mandato conferito dalla risoluzione1757 (2007), ma è difficile sfuggire alle potenti implicazioni politiche che circondano e appesantiscono il lavoro del tribunale, rischiandodi farlo apparire a tratti come uno strumento politicamente motivato di regolamento di conti a livello interno e regionale. Il TSL nascein continuità con la Commissione internazionale di inchiesta (UNIIIC) fortemente voluta dalla coalizione anti-siriana andata al governodopo i rivolgimenti della primavera del 2005. Sotto la guida del procuratore Devlet Mehlis, la Commissione di inchiesta ha emessoquattro ordini di arresto nei confronti di altrettanti alti generali libanesi, accusati di complicità in un piano che sarebbe stato ordito38 INFORMAZIONI DELLA DIFESA 6/2010

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