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DIRITTO, LAVORO E MUTAMENTI CULTURALI. FRAMMENTI AUTOBIOGRAFICI DI UN
GIURISTA ITALIANO (XX-XXI SECOLO)


di Lorenzo Gaeta


I. 1978
      Mi sono laureato in Giurisprudenza il 10 maggio 1978. Poche ore prima, le Brigate rosse
avevano fatto ritrovare il corpo di Aldo Moro, al termine di un sequestro durato quasi due mesi.
Quel giorno tutta l’Italia si svegliò in preda a sentimenti di angoscia e preoccupazione. Quel giorno
sembrò il culmine degli “anni di piombo” che insanguinarono il nostro Paese e gli impressero una
precisa svolta sociale e politica. Quel giorno io andai all’Università (quella di Salerno, la città dove
allora vivevo) con l’assoluta certezza che la data della mia laurea sarebbe stata posticipata; perciò,
ci andai vestito come sempre, senza una giacca o una cravatta che solennizzassero l’avvenimento,
senza un genitore, fratello o amico, vicino ed orgoglioso di partecipare con me a quella importante
tappa della vita. Eppure, mi laureai: in quell’atmosfera irreale, in tutta fretta, quasi di nascosto,
senza parenti o cravatte, con pochissimi festeggiamenti, mi laureai.
La mia carriera di giurista è cominciata così, in silenzio.

II. 1973
      Ma perché, a fine 1973, avevo deciso di iscrivermi ad una Facoltà giuridica? Non certo per
tradizioni di famiglia: avevo uno zio giudice a Roma, col quale però non avevo mai avuto grandi
rapporti, e sapevo che un mio antenato nell’Ottocento aveva fatto il notaio, non foss’altro per il
fatto che ne conservavo in casa i libri ormai polverosi, con interesse più che altro antiquariale; ma la
mia famiglia più prossima si occupava di tutt’altro, mio padre era un artigiano e mia madre una
casalinga, e mi lasciarono libero di fare le mie scelte, sostenendole.
Posso allora dire di aver deciso di entrare nel mondo del diritto, in piena autonomia e senza
condizionamenti familiari, seguendo sostanzialmente due motivazioni, del tutto differenti tra loro,
se non addirittura contraddittorie. In primo luogo, per banali considerazioni di carattere utilitaristico
e di comodo: non sapendo ancora quale mestiere mi sarebbe piaciuto fare “da grande”, scelsi la via
più tranquilla, aspettare ancora qualche anno, entrando in quella sorta di “parcheggio” costituito da
una Facoltà universitaria, che allora (ma temo ancora oggi) era utile ad un giovane dell’Italia
meridionale per ritardare di qualche tempo l’ingresso nel mondo della disoccupazione; e quale
parcheggio migliore di una Facoltà di Giurisprudenza fondata l’anno prima, che per di più potevo
raggiungere a piedi in dieci minuti da casa? Non si diceva, poi, in giro che Giurisprudenza “apre
tutte le porte”, cioè ti consente di non prendere subito una decisione, ma di rinviarla, potendo poi
comodamente scegliere, una volta laureato, se fare il magistrato, l’avvocato, il notaio, il funzionario
di una pubblica amministrazione, e tanto altro ancora? Entrai, perciò, nella Facoltà giuridica di
Salerno con un po’ di indolenza, con un atteggiamento molto attendistico, ma anche con tanta
curiosità.
Perché qui viene in gioco la seconda motivazione, quella nobile, quella ideale. E, allora, devo
necessariamente tornare indietro ancora di qualche anno, al tempo in cui entrai alla scuola
superiore, in un anno che per forza di cose doveva significare molto per un ragazzo giovanissimo ed
entusiasta: quell’anno era il 1968.

III. 1968
      In realtà, avevo appena compiuto quattordici anni, ma, nonostante fossi ancora un timidissimo
adolescente, assai meno smaliziato di un quattordicenne di allora (figuriamoci di oggi…), mi trovai
immerso all’improvviso in un clima di contestazione globale dell’autorità, qualunque autorità, fosse
quella dei professori o dei genitori o dei rappresentanti delle istituzioni, e coinvolto in
manifestazioni vivaci, cortei chiassosi, lunghe occupazioni, che mi fecero scoprire improvvisamente
l’interesse per la politica e per le motivazioni sociali e ideali. Si trattò di un percorso assolutamente
comune a tanti ragazzi della mia età, oggi forse poco immaginabile: un percorso che, visto con gli
occhi di adesso, anche con qualche indulgenza si palesa pieno di assolutistiche certezze preconcette:
in una parola, di tanti errori. Nei primi anni ‘70 mi trasformai, per reazione, da ragazzino compito in
adolescente vestito in modo approssimativo, coi capelli lunghissimi, che trascorreva il suo tempo tra
lunghi studi (la causa del proletariato si serve con letture impegnate) ed assemblee e dibattiti
estenuanti, tra rapporti quasi sempre burrascosi con ragazze immancabilmente iperfemministe, e
furibondi litigi politici generazionali (mio padre era un liberale di vecchio stampo, ma ai miei occhi
di allora era solo un pericoloso reazionario). Ebbi, insomma, con tutti gli errori di cui dicevo, una
forte formazione politica, attratto da un lato dal carisma dell’indiscusso leader del nostro liceo, un
ragazzo che sarebbe poi diventato uno dei più famosi anchormen televisivi italiani (contro cui, anni
dopo, si sarebbe scagliato il capo della destra in persona) e, dall’altro lato, dall’altrettanto
indiscusso punto di riferimento scientifico, un professore di italiano di solida cultura marxista, che
ci formò a uno studio politicamente orientato ma molto critico, facendoci apprezzare aspetti
economici e sociali che mai prima di allora mi erano stati fatti considerare, in uno studio che si
esauriva spesso nell’apprendimento di nozioni aride e scollegate. Dopo qualche tempo, quindi,
abbandonai il libretto rosso del presidente Mao, che era stato mio compagno fedele di quegli anni, e
cominciai a leggere con passione di storia, di letteratura, di cinema e un po’ anche di economia.
Quindi, per tornare al punto di partenza, l’altra motivazione della scelta di dedicarmi a studi
giuridici – e non, ad esempio, letterari, verso i quali forse mi sarei sentito più portato per
inclinazioni e temperamento – dipese anche in qualche misura dalla considerazione di poter
maggiormente incidere con quei mezzi sulle dinamiche di una società che, finiti i fasti degli anni
della contestazione, stava cominciando a dibattersi nelle spire di una profonda crisi, non solo
economica. Iscrivendomi a Giurisprudenza, mi sembrò, insomma, che potessi fare qualcosa per
mettere in pratica le idee, talvolta confuse o retoriche, di rivolta e di affrancamento sociale che mi
erano rimaste dagli anni di scuola. Non sapevo ancora come, ma ero certo, giovanilmente ed
entusiasticamente certo, che qualcosa avrei fatto.

IV. 1975
      E la Facoltà di Giurisprudenza non mi deluse. Certo, si trattava – come ho già detto – di una
Facoltà appena istituita, che aveva poco del prestigio plurisecolare del vicinissimo Ateneo
federiciano di Napoli. Ma, forse proprio per questo, era popolata per buona parte di docenti giovani
e promettenti, che spesso avevano lo stesso entusiasmo di molti di noi studenti e coi quali si poteva
avere un rapporto molto diretto e collaborativo, sia a causa dei tempi – che avevano molto smussato
le tradizionali distanze tra studenti e professori – che grazie ad una struttura non ipertrofica della
Facoltà. Ebbi a che fare, naturalmente, col tecnicismo talvolta spiazzante di molte materie, ma – con
l’aiuto di tanti docenti bravi, che poi avrebbero fatto molta strada – riuscii a coniugare
discretamente studio tecnico e passione politica, diritto positivo e istanze sociali; a leggere le
premesse di quell’idea di diritto che mi ero venuto formando, come di uno strumento di riequilibrio
sociale, se non addirittura di riscatto di classe, che esso poteva diventare se interpretato e applicato
in un certo modo. Erano passati i tempi in cui mi sembrava giusto che, a prescindere da tutto,
“trionfasse la giustizia proletaria” (come diceva una non dimenticata canzone dell’epoca), e che il
giurista dovesse semplicemente assecondare tale aspirazione. Cominciai, piuttosto, a districarmi tra
le sottigliezze delle tecniche ermeneutiche, trovandovi il vero nodo dell’utilizzo della legge come
strumento di volta in volta di dominio o di rivolta o di compromesso.
Era quasi ovvio, con queste premesse, appassionarsi al diritto del lavoro. E, nell’estate del 1975,
ebbi questo folgorante colpo di fulmine.
Ebbi la fortuna di trovarmi in un periodo interessantissimo del diritto del lavoro, segnato da grandi
cambiamenti. Ed ebbi la fortuna di studiarlo con un Maestro che era uno dei più convinti aderenti
alla scuola dell’“uso alternativo del diritto”, il che segnò in modo profondo la mia passione per una
materia dai predominanti contenuti sociali. Si viveva, allora, una stagione ancora percorsa dalle
forti tensioni sociali che, da noi, avevano portato all’ingresso del sindacato nelle fabbriche, alla fine
del feudalesimo delle relazioni industriali che aveva imperato fino a metà degli anni ’60, allo
Statuto dei lavoratori del 1970 che si stava imponendo come la Magna Charta del nostro diritto del
lavoro. Nel contempo, emergevano i primi sintomi di quella crisi susseguente allo shock petrolifero
del 1973 che, dapprima ritenuta passeggera, stava manifestando tutte le caratteristiche di
endemicità. Si stava passando, proprio davanti ai miei occhi curiosi, dal diritto del lavoro del
garantismo a quello dell’emergenza o della crisi. Mi trovai perciò ad appassionarmi con forza di una
materia in cui convivevano contraddittoriamente i grandi aneliti sociali di spinte liberatorie appena
conquistate e le preoccupazioni contingenti affidate a pessime leggine frammentate ed
estemporanee. Per me, ormai, la passione era quella: l’entusiasmo politico aveva trovato la sua
concretizzazione; in quel tempo esisteva solo il diritto del lavoro e poco più. Seguii con attenzione
ogni attività universitaria che lo riguardasse; lavorai con entusiasmo e impegno a una tesi di laurea
sul lavoro nero e il decentramento produttivo, che inquadrai tenendo conto del dato economico, di
quello sociologico e di quello giuridico (sul lavoro a domicilio era appena stata approvata
un’importante legge). E alla fine diventai dottore in Giurisprudenza, quel giorno triste e silenzioso
del 1978. E non ebbi neanche un momento di esitazione nello scegliere quello che avrei fatto dopo.
Mi interessava un’unica cosa, e quella cosa avrei fatto, a qualunque costo: studiare e capire il diritto
del lavoro, restare aggrappato all’Università con le unghie e con i denti.

V. 1980
      Essendo qui a parlarne, evidentemente ci sono riuscito. Con le unghie e con i denti, come mi
ero ripromesso: in anni nei quali il precariato più nero era destinato a durare tanto e in un momento
particolare della mia vita, rimasto improvvisamente senza padre e perciò divenuto in pochissimo
tempo molto più solo (ed economicamente dipendente) ma anche molto più adulto, mio malgrado.
La mia crescita culturale andò, dagli anni ’80 in poi, di pari passo con i mutamenti epocali della
materia cui mi ero votato con dedizione. Cambiai molto in quegli anni, ovviamente maturai molto,
ma intorno a me cambiò tanto anche il diritto del lavoro. Iniziarono gli anni della concertazione,
della politica economica e del lavoro decisa nei tavoli trilaterali con governo, imprenditori e
sindacati; il nostro diritto del lavoro diventò – con una brutta parola che evocava un infelice passato
– “neocorporativo”. Passati gli entusiasmi forse eccessivi di qualche anno prima, non so se per una
nostra maturazione o per gli oggettivi mutamenti sociali, finimmo col diventare tutti un po’ più
guardinghi e cauti, ammorbidendo tante posizioni date per scontate fino a poco prima. Il diritto del
lavoro stava diventando, nostro malgrado, qualcosa di diverso da quel diritto antagonista che mi/ci
aveva conquistati appena qualche anno prima.
Fu il momento nel quale, crescendo, cercai di estendere i miei orizzonti scientifici e culturali, con
l’aiuto di tanti amici: quelli, a me così vicini, della scuola napoletana, che mi insegnarono il difficile
mestiere di coniugare teoria e prassi; quelli della scuola bolognese, da cui affinai la passione per la
storia e la politica del diritto; quelli della scuola barese, da cui cominciai a sentir parlare di relazioni
industriali e di comparazione. Non so dire se si sia trattato di una semplice crescita personale o
invece di un (ancora inconscio) allontanamento da una materia che mi stava cominciando a sfuggire
di mano; fatto sta che, a partire dai primi anni ’80, mi dedicai con sempre maggiore interesse alla
storia giuridica del lavoro ed alla comparazione, scegliendo un paese che lentamente mi aveva
cominciato ad affascinare: la Germania. Fu merito sostanziale di un amico carissimo che da tempo
non c’è più, Gaetano Vardaro, il quale tanto influenzò i miei itinerari culturali e personali; egli mi
introdusse allo studio dei giuslavoristi weimariani e all’ampliamento degli orizzonti scientifici al di
là di un angolo visuale che mi ero imposto quasi naturalmente, e che ora mi appariva troppo
angusto. La Germania, dove passavo ormai diverso tempo, diventò uno dei miei punti di riferimento
obbligato, e non solo per lo studio del diritto.
Sviluppai, poi, fin da quel momento un interesse marcato per i profili teorici e di fondo della
materia, prediligendo lo studio di grandi temi concettuali, spesso a scapito di tanti suoi aspetti
ricostruttivi. Facendo un esame di coscienza, non posso dire di avere interagito in maniera sensibile
con la società che mi circondava. Tanto per dirne una, per mia predisposizione personale (cui non è
aliena una certa dose di pigrizia), non mi ha mai interessato troppo il rapporto con il mondo forense;
perciò, mi è forse mancato qualcosa circa l’approccio applicativo di quel che studiavo (e di sicuro
mi sono mancati i soldi che avrei potuto guadagnare facendo l’avvocato).

VI. 1987
      Poco significarono, e non lo dico per snobismo, le vicende della mia carriera accademica,
nelle quali comunque – com’è naturale – riversai passioni e arrabbiature. Capii subito che
promozioni e bocciature impreviste rientravano tra gli “incerti del mestiere”, e il mio percorso lo
emblematizzò, poiché diventai professore associato in anticipo rispetto a quanto “doveva essere” e
professore ordinario piuttosto tardi rispetto alla stessa tabella di marcia. Salendo per la prima volta
alla titolarità ufficiale di un insegnamento, mi toccò una piccola Università, quella di Catanzaro, la
cui Facoltà giuridica era stata fondata l’anno prima: vissi perciò dall’altra parte la stessa esperienza
che avevo fatto da studente. Eravamo un corpo docente piuttosto giovane e motivato, con studenti
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repubblica italianacostituzione
qualche anno prima: molto più “rispettosi” ma anche più rassegnati, meno entusiasti, come se già
sapessero “come andava a finire”.
Il diritto del lavoro che cercai di trasmettere loro si era ormai trasformato in una materia più
contrattata e partecipata, in cui stava cominciando ad irrompere la rivoluzione tecnologica, con una
parte sindacale che si allontanava progressivamente dalle istanze autonomistiche tipiche del sistema
italiano. Un diritto frammentato, al passo coi tempi “postmoderni” degli anni ’90 e sempre più
lontano dalle monolitiche ricostruzioni di un ordinamento a misura di grande fabbrica; una sorta di
diritto più “maturo”, ormai lontano da quelle intemperanze giovanili che me lo avevano fatto amare,
forse anche perché gli rassomigliavo un poco.

VII. 2000
       Nel 2000, diventato ordinario, mi trasferii a Siena e per la prima volta mi trovai in una Facoltà
non fondata l’anno prima ma nel XIII secolo, accanto a tanti colleghi più esperti. Gli studenti, però,
non mi sembrarono molto cambiati, anche perché provenivano quasi tutti dall’Italia meridionale,
facendomi perciò ancora sentire gli accenti ai quali ero abituato. L’atteggiamento complessivo di
attesa, scetticismo e poca fiducia nel futuro era segno dei nuovi tempi, che stavano lentamente
svelando una società televisivamente appiattita su una realtà in cui sembrava contare solo il facile
successo economico, mentre venivano messi in disparte valori che mi/ci erano apparsi centrali,
come l’impegno, la critica, l’etica. Il diritto del lavoro non poteva non seguire il percorso generale,
ed era perciò man mano diventato qualcosa di più simile ad una parte di diritto commerciale
piuttosto che al vecchio diritto antagonista dei ceti subalterni, che era stato una volta. Sulla nostra
materia si proiettò, poi, la tragica ombra del terrorismo, che prese di mira, fin dai primi momenti,
chi si occupava di lavoro; e ripenso soprattutto a Massimo D’Antona. La scia del diritto del lavoro
insanguinato, che colpì i mediatori e i costruttori di pace, non poteva non avere conseguenze su un
tema così centrale per la società attuale e per il giurista che vi deve operare; e così è stato per tutti
noi.
Non ho mai fatto mistero della circostanza che questo nuovo diritto del lavoro neoliberista,
intessuto di riscoperta del contratto, di flessibilità, di frammentazione, di precarietà, sempre più
individuale e meno collettivo, non mi entusiasma troppo. Confesso di essermene di giorno in giorno
staccato ed estraniato, avendo sempre meno voglia di rincorrere l’ultimo provvedimento, l’ultima
circolare, l’ultima sentenza. Ho perciò reagito ricavandomi una nicchia stabile e rassicurante,
rinsaldando uno dei miei primi amori scientifici, ovvero lo studio storico della disciplina. Sono
consapevole del fatto che si tratta di una fuga. Così come, in qualche modo, una strada ancora più
agevole in questa direzione mi è stata offerta quando, nel 2004, sono stato eletto Preside della
Facoltà giuridica senese: ciò mi ha consentito in un certo senso di “cambiare mestiere”,
occupandomi della gestione di una Facoltà importante e difficile e mettendo del tutto in un angolo
non i miei doveri di docente, ma i miei impegni di studioso.
Non ho, infine, trovato una via d’uscita a questa situazione nell’allargamento d’orizzonte derivante
dalla massiccia europeizzazione del nostro sistema giuridico, quindi anche (e forse soprattutto) del
diritto del lavoro. Sarò forse “euroscettico”, ma il diritto comunitario mi è sempre sembrato
qualcosa di più burocratico e calato dall’alto rispetto ad una materia dal forte orgoglio
autonomistico. L’ardore comparatistico, come tante passioni, è andato maturando, mentre il
riferimento del cuore è diventato la Spagna, dove ho incontrato colleghi vivaci e affettuosi. Ho
riversato, alla fine, alcune mie energie nell’organizzazione di seminari comparatistici destinati alla
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nostra solo cercando di comunicare qualcosa a quegli studenti (non moltissimi) nei cui occhi mi
sembra di leggere la scintilla della curiosità intellettuale; e, soprattutto, interagendo coi più giovani
colleghi che in questi anni senesi hanno avuto la pazienza di raccogliersi intorno a me. Nei progetti
comuni, nei consigli che reciprocamente ci scambiamo, trovo una salutare valvola di sfogo rispetto
ad un contesto nel quale vedo sempre più difficile per il giurista continuare ad avere il ruolo di
vigile coscienza critica che aveva, o pensava di avere, un tempo.
Conclude amaramente un bellissimo film di qualche tempo fa: “Volevamo cambiare il mondo, e non
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16 Pagine - Numero 9
 

Festschrift Blanke

  • 1. DIRITTO, LAVORO E MUTAMENTI CULTURALI. FRAMMENTI AUTOBIOGRAFICI DI UN GIURISTA ITALIANO (XX-XXI SECOLO) di Lorenzo Gaeta I. 1978 Mi sono laureato in Giurisprudenza il 10 maggio 1978. Poche ore prima, le Brigate rosse avevano fatto ritrovare il corpo di Aldo Moro, al termine di un sequestro durato quasi due mesi. Quel giorno tutta l’Italia si svegliò in preda a sentimenti di angoscia e preoccupazione. Quel giorno sembrò il culmine degli “anni di piombo” che insanguinarono il nostro Paese e gli impressero una precisa svolta sociale e politica. Quel giorno io andai all’Università (quella di Salerno, la città dove allora vivevo) con l’assoluta certezza che la data della mia laurea sarebbe stata posticipata; perciò, ci andai vestito come sempre, senza una giacca o una cravatta che solennizzassero l’avvenimento, senza un genitore, fratello o amico, vicino ed orgoglioso di partecipare con me a quella importante tappa della vita. Eppure, mi laureai: in quell’atmosfera irreale, in tutta fretta, quasi di nascosto, senza parenti o cravatte, con pochissimi festeggiamenti, mi laureai. La mia carriera di giurista è cominciata così, in silenzio. II. 1973 Ma perché, a fine 1973, avevo deciso di iscrivermi ad una Facoltà giuridica? Non certo per tradizioni di famiglia: avevo uno zio giudice a Roma, col quale però non avevo mai avuto grandi rapporti, e sapevo che un mio antenato nell’Ottocento aveva fatto il notaio, non foss’altro per il fatto che ne conservavo in casa i libri ormai polverosi, con interesse più che altro antiquariale; ma la mia famiglia più prossima si occupava di tutt’altro, mio padre era un artigiano e mia madre una casalinga, e mi lasciarono libero di fare le mie scelte, sostenendole. Posso allora dire di aver deciso di entrare nel mondo del diritto, in piena autonomia e senza condizionamenti familiari, seguendo sostanzialmente due motivazioni, del tutto differenti tra loro, se non addirittura contraddittorie. In primo luogo, per banali considerazioni di carattere utilitaristico e di comodo: non sapendo ancora quale mestiere mi sarebbe piaciuto fare “da grande”, scelsi la via più tranquilla, aspettare ancora qualche anno, entrando in quella sorta di “parcheggio” costituito da una Facoltà universitaria, che allora (ma temo ancora oggi) era utile ad un giovane dell’Italia meridionale per ritardare di qualche tempo l’ingresso nel mondo della disoccupazione; e quale parcheggio migliore di una Facoltà di Giurisprudenza fondata l’anno prima, che per di più potevo raggiungere a piedi in dieci minuti da casa? Non si diceva, poi, in giro che Giurisprudenza “apre tutte le porte”, cioè ti consente di non prendere subito una decisione, ma di rinviarla, potendo poi comodamente scegliere, una volta laureato, se fare il magistrato, l’avvocato, il notaio, il funzionario di una pubblica amministrazione, e tanto altro ancora? Entrai, perciò, nella Facoltà giuridica di Salerno con un po’ di indolenza, con un atteggiamento molto attendistico, ma anche con tanta curiosità. Perché qui viene in gioco la seconda motivazione, quella nobile, quella ideale. E, allora, devo necessariamente tornare indietro ancora di qualche anno, al tempo in cui entrai alla scuola
  • 2. superiore, in un anno che per forza di cose doveva significare molto per un ragazzo giovanissimo ed entusiasta: quell’anno era il 1968. III. 1968 In realtà, avevo appena compiuto quattordici anni, ma, nonostante fossi ancora un timidissimo adolescente, assai meno smaliziato di un quattordicenne di allora (figuriamoci di oggi…), mi trovai immerso all’improvviso in un clima di contestazione globale dell’autorità, qualunque autorità, fosse quella dei professori o dei genitori o dei rappresentanti delle istituzioni, e coinvolto in manifestazioni vivaci, cortei chiassosi, lunghe occupazioni, che mi fecero scoprire improvvisamente l’interesse per la politica e per le motivazioni sociali e ideali. Si trattò di un percorso assolutamente comune a tanti ragazzi della mia età, oggi forse poco immaginabile: un percorso che, visto con gli occhi di adesso, anche con qualche indulgenza si palesa pieno di assolutistiche certezze preconcette: in una parola, di tanti errori. Nei primi anni ‘70 mi trasformai, per reazione, da ragazzino compito in adolescente vestito in modo approssimativo, coi capelli lunghissimi, che trascorreva il suo tempo tra lunghi studi (la causa del proletariato si serve con letture impegnate) ed assemblee e dibattiti estenuanti, tra rapporti quasi sempre burrascosi con ragazze immancabilmente iperfemministe, e furibondi litigi politici generazionali (mio padre era un liberale di vecchio stampo, ma ai miei occhi di allora era solo un pericoloso reazionario). Ebbi, insomma, con tutti gli errori di cui dicevo, una forte formazione politica, attratto da un lato dal carisma dell’indiscusso leader del nostro liceo, un ragazzo che sarebbe poi diventato uno dei più famosi anchormen televisivi italiani (contro cui, anni dopo, si sarebbe scagliato il capo della destra in persona) e, dall’altro lato, dall’altrettanto indiscusso punto di riferimento scientifico, un professore di italiano di solida cultura marxista, che ci formò a uno studio politicamente orientato ma molto critico, facendoci apprezzare aspetti economici e sociali che mai prima di allora mi erano stati fatti considerare, in uno studio che si esauriva spesso nell’apprendimento di nozioni aride e scollegate. Dopo qualche tempo, quindi, abbandonai il libretto rosso del presidente Mao, che era stato mio compagno fedele di quegli anni, e cominciai a leggere con passione di storia, di letteratura, di cinema e un po’ anche di economia. Quindi, per tornare al punto di partenza, l’altra motivazione della scelta di dedicarmi a studi giuridici – e non, ad esempio, letterari, verso i quali forse mi sarei sentito più portato per inclinazioni e temperamento – dipese anche in qualche misura dalla considerazione di poter maggiormente incidere con quei mezzi sulle dinamiche di una società che, finiti i fasti degli anni della contestazione, stava cominciando a dibattersi nelle spire di una profonda crisi, non solo economica. Iscrivendomi a Giurisprudenza, mi sembrò, insomma, che potessi fare qualcosa per mettere in pratica le idee, talvolta confuse o retoriche, di rivolta e di affrancamento sociale che mi erano rimaste dagli anni di scuola. Non sapevo ancora come, ma ero certo, giovanilmente ed entusiasticamente certo, che qualcosa avrei fatto. IV. 1975 E la Facoltà di Giurisprudenza non mi deluse. Certo, si trattava – come ho già detto – di una Facoltà appena istituita, che aveva poco del prestigio plurisecolare del vicinissimo Ateneo
  • 3. federiciano di Napoli. Ma, forse proprio per questo, era popolata per buona parte di docenti giovani e promettenti, che spesso avevano lo stesso entusiasmo di molti di noi studenti e coi quali si poteva avere un rapporto molto diretto e collaborativo, sia a causa dei tempi – che avevano molto smussato le tradizionali distanze tra studenti e professori – che grazie ad una struttura non ipertrofica della Facoltà. Ebbi a che fare, naturalmente, col tecnicismo talvolta spiazzante di molte materie, ma – con l’aiuto di tanti docenti bravi, che poi avrebbero fatto molta strada – riuscii a coniugare discretamente studio tecnico e passione politica, diritto positivo e istanze sociali; a leggere le premesse di quell’idea di diritto che mi ero venuto formando, come di uno strumento di riequilibrio sociale, se non addirittura di riscatto di classe, che esso poteva diventare se interpretato e applicato in un certo modo. Erano passati i tempi in cui mi sembrava giusto che, a prescindere da tutto, “trionfasse la giustizia proletaria” (come diceva una non dimenticata canzone dell’epoca), e che il giurista dovesse semplicemente assecondare tale aspirazione. Cominciai, piuttosto, a districarmi tra le sottigliezze delle tecniche ermeneutiche, trovandovi il vero nodo dell’utilizzo della legge come strumento di volta in volta di dominio o di rivolta o di compromesso. Era quasi ovvio, con queste premesse, appassionarsi al diritto del lavoro. E, nell’estate del 1975, ebbi questo folgorante colpo di fulmine. Ebbi la fortuna di trovarmi in un periodo interessantissimo del diritto del lavoro, segnato da grandi cambiamenti. Ed ebbi la fortuna di studiarlo con un Maestro che era uno dei più convinti aderenti alla scuola dell’“uso alternativo del diritto”, il che segnò in modo profondo la mia passione per una materia dai predominanti contenuti sociali. Si viveva, allora, una stagione ancora percorsa dalle forti tensioni sociali che, da noi, avevano portato all’ingresso del sindacato nelle fabbriche, alla fine del feudalesimo delle relazioni industriali che aveva imperato fino a metà degli anni ’60, allo Statuto dei lavoratori del 1970 che si stava imponendo come la Magna Charta del nostro diritto del lavoro. Nel contempo, emergevano i primi sintomi di quella crisi susseguente allo shock petrolifero del 1973 che, dapprima ritenuta passeggera, stava manifestando tutte le caratteristiche di endemicità. Si stava passando, proprio davanti ai miei occhi curiosi, dal diritto del lavoro del garantismo a quello dell’emergenza o della crisi. Mi trovai perciò ad appassionarmi con forza di una materia in cui convivevano contraddittoriamente i grandi aneliti sociali di spinte liberatorie appena conquistate e le preoccupazioni contingenti affidate a pessime leggine frammentate ed estemporanee. Per me, ormai, la passione era quella: l’entusiasmo politico aveva trovato la sua concretizzazione; in quel tempo esisteva solo il diritto del lavoro e poco più. Seguii con attenzione ogni attività universitaria che lo riguardasse; lavorai con entusiasmo e impegno a una tesi di laurea sul lavoro nero e il decentramento produttivo, che inquadrai tenendo conto del dato economico, di quello sociologico e di quello giuridico (sul lavoro a domicilio era appena stata approvata un’importante legge). E alla fine diventai dottore in Giurisprudenza, quel giorno triste e silenzioso del 1978. E non ebbi neanche un momento di esitazione nello scegliere quello che avrei fatto dopo. Mi interessava un’unica cosa, e quella cosa avrei fatto, a qualunque costo: studiare e capire il diritto del lavoro, restare aggrappato all’Università con le unghie e con i denti. V. 1980 Essendo qui a parlarne, evidentemente ci sono riuscito. Con le unghie e con i denti, come mi ero ripromesso: in anni nei quali il precariato più nero era destinato a durare tanto e in un momento particolare della mia vita, rimasto improvvisamente senza padre e perciò divenuto in pochissimo tempo molto più solo (ed economicamente dipendente) ma anche molto più adulto, mio malgrado.
  • 4. La mia crescita culturale andò, dagli anni ’80 in poi, di pari passo con i mutamenti epocali della materia cui mi ero votato con dedizione. Cambiai molto in quegli anni, ovviamente maturai molto, ma intorno a me cambiò tanto anche il diritto del lavoro. Iniziarono gli anni della concertazione, della politica economica e del lavoro decisa nei tavoli trilaterali con governo, imprenditori e sindacati; il nostro diritto del lavoro diventò – con una brutta parola che evocava un infelice passato – “neocorporativo”. Passati gli entusiasmi forse eccessivi di qualche anno prima, non so se per una nostra maturazione o per gli oggettivi mutamenti sociali, finimmo col diventare tutti un po’ più guardinghi e cauti, ammorbidendo tante posizioni date per scontate fino a poco prima. Il diritto del lavoro stava diventando, nostro malgrado, qualcosa di diverso da quel diritto antagonista che mi/ci aveva conquistati appena qualche anno prima. Fu il momento nel quale, crescendo, cercai di estendere i miei orizzonti scientifici e culturali, con l’aiuto di tanti amici: quelli, a me così vicini, della scuola napoletana, che mi insegnarono il difficile mestiere di coniugare teoria e prassi; quelli della scuola bolognese, da cui affinai la passione per la storia e la politica del diritto; quelli della scuola barese, da cui cominciai a sentir parlare di relazioni industriali e di comparazione. Non so dire se si sia trattato di una semplice crescita personale o invece di un (ancora inconscio) allontanamento da una materia che mi stava cominciando a sfuggire di mano; fatto sta che, a partire dai primi anni ’80, mi dedicai con sempre maggiore interesse alla storia giuridica del lavoro ed alla comparazione, scegliendo un paese che lentamente mi aveva cominciato ad affascinare: la Germania. Fu merito sostanziale di un amico carissimo che da tempo non c’è più, Gaetano Vardaro, il quale tanto influenzò i miei itinerari culturali e personali; egli mi introdusse allo studio dei giuslavoristi weimariani e all’ampliamento degli orizzonti scientifici al di là di un angolo visuale che mi ero imposto quasi naturalmente, e che ora mi appariva troppo angusto. La Germania, dove passavo ormai diverso tempo, diventò uno dei miei punti di riferimento obbligato, e non solo per lo studio del diritto. Sviluppai, poi, fin da quel momento un interesse marcato per i profili teorici e di fondo della materia, prediligendo lo studio di grandi temi concettuali, spesso a scapito di tanti suoi aspetti ricostruttivi. Facendo un esame di coscienza, non posso dire di avere interagito in maniera sensibile con la società che mi circondava. Tanto per dirne una, per mia predisposizione personale (cui non è aliena una certa dose di pigrizia), non mi ha mai interessato troppo il rapporto con il mondo forense; perciò, mi è forse mancato qualcosa circa l’approccio applicativo di quel che studiavo (e di sicuro mi sono mancati i soldi che avrei potuto guadagnare facendo l’avvocato). VI. 1987 Poco significarono, e non lo dico per snobismo, le vicende della mia carriera accademica, nelle quali comunque – com’è naturale – riversai passioni e arrabbiature. Capii subito che promozioni e bocciature impreviste rientravano tra gli “incerti del mestiere”, e il mio percorso lo emblematizzò, poiché diventai professore associato in anticipo rispetto a quanto “doveva essere” e professore ordinario piuttosto tardi rispetto alla stessa tabella di marcia. Salendo per la prima volta alla titolarità ufficiale di un insegnamento, mi toccò una piccola Università, quella di Catanzaro, la cui Facoltà giuridica era stata fondata l’anno prima: vissi perciò dall’altra parte la stessa esperienza che avevo fatto da studente. Eravamo un corpo docente piuttosto giovane e motivato, con studenti in buona parte intelligenti e curiosi, ma piuttosto diversi da come lo eravamo stati noi appena
  • 5. qualche anno prima: molto più “rispettosi” ma anche più rassegnati, meno entusiasti, come se già sapessero “come andava a finire”. Il diritto del lavoro che cercai di trasmettere loro si era ormai trasformato in una materia più contrattata e partecipata, in cui stava cominciando ad irrompere la rivoluzione tecnologica, con una parte sindacale che si allontanava progressivamente dalle istanze autonomistiche tipiche del sistema italiano. Un diritto frammentato, al passo coi tempi “postmoderni” degli anni ’90 e sempre più lontano dalle monolitiche ricostruzioni di un ordinamento a misura di grande fabbrica; una sorta di diritto più “maturo”, ormai lontano da quelle intemperanze giovanili che me lo avevano fatto amare, forse anche perché gli rassomigliavo un poco. VII. 2000 Nel 2000, diventato ordinario, mi trasferii a Siena e per la prima volta mi trovai in una Facoltà non fondata l’anno prima ma nel XIII secolo, accanto a tanti colleghi più esperti. Gli studenti, però, non mi sembrarono molto cambiati, anche perché provenivano quasi tutti dall’Italia meridionale, facendomi perciò ancora sentire gli accenti ai quali ero abituato. L’atteggiamento complessivo di attesa, scetticismo e poca fiducia nel futuro era segno dei nuovi tempi, che stavano lentamente svelando una società televisivamente appiattita su una realtà in cui sembrava contare solo il facile successo economico, mentre venivano messi in disparte valori che mi/ci erano apparsi centrali, come l’impegno, la critica, l’etica. Il diritto del lavoro non poteva non seguire il percorso generale, ed era perciò man mano diventato qualcosa di più simile ad una parte di diritto commerciale piuttosto che al vecchio diritto antagonista dei ceti subalterni, che era stato una volta. Sulla nostra materia si proiettò, poi, la tragica ombra del terrorismo, che prese di mira, fin dai primi momenti, chi si occupava di lavoro; e ripenso soprattutto a Massimo D’Antona. La scia del diritto del lavoro insanguinato, che colpì i mediatori e i costruttori di pace, non poteva non avere conseguenze su un tema così centrale per la società attuale e per il giurista che vi deve operare; e così è stato per tutti noi. Non ho mai fatto mistero della circostanza che questo nuovo diritto del lavoro neoliberista, intessuto di riscoperta del contratto, di flessibilità, di frammentazione, di precarietà, sempre più individuale e meno collettivo, non mi entusiasma troppo. Confesso di essermene di giorno in giorno staccato ed estraniato, avendo sempre meno voglia di rincorrere l’ultimo provvedimento, l’ultima circolare, l’ultima sentenza. Ho perciò reagito ricavandomi una nicchia stabile e rassicurante, rinsaldando uno dei miei primi amori scientifici, ovvero lo studio storico della disciplina. Sono consapevole del fatto che si tratta di una fuga. Così come, in qualche modo, una strada ancora più agevole in questa direzione mi è stata offerta quando, nel 2004, sono stato eletto Preside della Facoltà giuridica senese: ciò mi ha consentito in un certo senso di “cambiare mestiere”, occupandomi della gestione di una Facoltà importante e difficile e mettendo del tutto in un angolo non i miei doveri di docente, ma i miei impegni di studioso. Non ho, infine, trovato una via d’uscita a questa situazione nell’allargamento d’orizzonte derivante dalla massiccia europeizzazione del nostro sistema giuridico, quindi anche (e forse soprattutto) del diritto del lavoro. Sarò forse “euroscettico”, ma il diritto comunitario mi è sempre sembrato qualcosa di più burocratico e calato dall’alto rispetto ad una materia dal forte orgoglio autonomistico. L’ardore comparatistico, come tante passioni, è andato maturando, mentre il riferimento del cuore è diventato la Spagna, dove ho incontrato colleghi vivaci e affettuosi. Ho riversato, alla fine, alcune mie energie nell’organizzazione di seminari comparatistici destinati alla
  • 6. crescita dei più giovani studiosi europei della materia; i seminari di Pontignano, che già venivano svolti con successo da una ventina d’anni. VIII. 2008 I giovani, allora. Senza timore di essere patetico, potrebbe essere questo un buon modo di continuare a perseguire alcuni ideali ai quali può sembrare che sia stata messa la sordina. Ho sempre più netta la sensazione di riuscire a fare bene il mio lavoro di giurista in una società come la nostra solo cercando di comunicare qualcosa a quegli studenti (non moltissimi) nei cui occhi mi sembra di leggere la scintilla della curiosità intellettuale; e, soprattutto, interagendo coi più giovani colleghi che in questi anni senesi hanno avuto la pazienza di raccogliersi intorno a me. Nei progetti comuni, nei consigli che reciprocamente ci scambiamo, trovo una salutare valvola di sfogo rispetto ad un contesto nel quale vedo sempre più difficile per il giurista continuare ad avere il ruolo di vigile coscienza critica che aveva, o pensava di avere, un tempo. Conclude amaramente un bellissimo film di qualche tempo fa: “Volevamo cambiare il mondo, e non ci siamo accorti che nel frattempo il mondo ha cambiato noi”.