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KIA TREND
Project work “KiA – Knowledge in Action”
Cibo sostenibile e healthy come nuova
forma di approccio ad ambiente e
benessere della persona
Master in Food & Beverage Management 2019-2020
A cura di:
Francesco Agresti
Ilaria Campanella
Riccardo Dispinseri
Tommaso Maria Foggetti
Cibo sostenibile e healthy come nuova forma di approccio ad ambiente e benessere della persona
Master in Food & Beverage Management 2019-2020
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Introduzione............................................................................................................................................... 3
1. L’individuo e l’alimentazione..................................................................................................................... 5
1.1 Squilibri nutrizionali........................................................................................................................... 5
1.2 La Piramide Alimentare ..................................................................................................................... 6
2. L’individuo e l’etica.................................................................................................................................... 7
2.1 La Piramide Ambientale .................................................................................................................... 7
2.2 Cultura e alimentazione .................................................................................................................... 8
2.3 L’evoluzione delle diete..................................................................................................................... 8
2.3.1 La quinoa: tra sostenibilità e benessere.................................................................................... 9
2.4 Food in the Anthropocene: the Eat-Lancet Commission on healthy diets from sustainable food
systems........................................................................................................................................................ 11
3. Consumatori e aziende: come comunicano vicendevolmente i propri valori?....................................... 12
3.1 I social media, un nuovo strumento di informazione...................................................................... 12
3.1.1 L’importanza della trasparenza aziendale............................................................................... 13
3.2 Le etichette come mezzo d’informazione ....................................................................................... 14
3.2.1 Nutella Ferrero e “palm oil free”............................................................................................. 15
3.3 La blockchain e la tracciabilità alimentare ...................................................................................... 16
4. Sostenibilità e lifestyle: pianificazione e distribuzione nella Green Economy........................................ 17
4.1 C.S.R................................................................................................................................................. 17
4.1.1 Il caso Barilla............................................................................................................................ 17
4.2 Greenwashing.................................................................................................................................. 18
4.2.1 Il caso Ferrarelle ...................................................................................................................... 18
4.3 Strategia del retail ........................................................................................................................... 18
5. L’economia circolare nel settore Agrifood.............................................................................................. 20
5.1 Casi concreti di applicazione del modello ....................................................................................... 20
5.2 Dinamiche “zero waste”.................................................................................................................. 21
Conclusione............................................................................................................................................. 22
Bibliografia e sitografia............................................................................................................................. 23
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Master in Food & Beverage Management 2019-2020
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Introduzione
Uno dei principali temi di attualità che riguarda indistintamente ogni individuo è la sostenibilità
ambientale. I cambiamenti climatici, il depauperamento delle risorse naturali e gli altri danni
ambientali sono fenomeni che si ripercuotono sul pianeta, il quale ci comunica costantemente il suo
stato di malessere. Le attività di antropizzazione dell’ambiente ne costituiscono la causa principale,
pertanto siamo tutti chiamati a sensibilizzarci e agire di conseguenza al fine di tutelare le generazioni
future.
La Commissione delle Nazioni Unite, infatti, con il rapporto di Brundtland nel 1987 definisce lo
sviluppo sostenibile come quello “che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la
capacità delle generazioni future di soddisfare i propri” [1].
Quello della sostenibilità è un concetto trasversale a molti temi, tra i quali assume particolare
rilevanza l’ambito delle produzioni alimentari, dal momento che il 40% della superficie terrestre viene
dedicata alle colture agroalimentari e il 70% dell’acqua che consumiamo è utilizzato per irrigare le
coltivazioni [2]. Il sistema agroalimentare, pertanto, risulta essere uno dei principali attori responsabili
dei danni arrecati al nostro Pianeta, quindi la sua gestione non può essere sottovalutata e necessita
il ricorso a pratiche eco-sostenibili.
Prima di entrare nel merito, bisogna individuare i fattori che hanno reso palesi queste nuove
esigenze. Secondo quanto illustrato dal Dipartimento degli affari sociali ed economici delle Nazioni
Unite nel World Population Prospect, la popolazione mondiale sfiorerà i 10 miliardi entro il 2050 [3].
La sfida più grande sarà quella di fronteggiare l’aumento demografico individuando e applicando
metodi, tecniche e comportamenti che limitino l’eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e
assicurino la conservazione della biodiversità.
Attualmente, inoltre, bisogna fare i conti con la domanda di generi alimentari “superflua” che deriva
da una serie di componenti; il primo tra questi riguarda il sovraconsumo alimentare, che cresce in
maniera proporzionale al benessere economico. Nei Paesi sviluppati, infatti, si sta diffondendo il
fenomeno per cui ”non si mangia per vivere, si vive per mangiare”. Così il cibo, da oggetto di
esperienza e convivialità, si trasforma rapidamente in esagerazione.
In questo modo si genera un paradosso, che vede da un lato lo sviluppo del fenomeno dell’obesità,
che la FAO (Food and Agriculture Organization) ha quantificato in 650 milioni di adulti e 120 milioni
di giovani tra i 5 e i 19 anni, dall’altro quello della denutrizione con 800 milioni di persone nel mondo
che soffrono quotidianamente la fame [4].
L’eccessiva alimentazione, se da un lato comporta l’insorgere di numerose patologie legate al
sovrappeso, dall’altro costringe i produttori ad intensificare coltivazioni e allevamenti, impattando
negativamente anche sull’ambiente e depauperando le risorse naturali.
La situazione è critica anche nei Paesi in via di sviluppo come la Cina e il Brasile, in cui
l’industrializzazione ha indotto progressivamente la popolazione a nutrirsi di alimenti poco salutari.
Nella domanda superflua confluiscono anche gli alimenti che si desiderano consumare al di fuori
della propria stagionalità, non tenendo conto del fatto che la coltivazione di frutta e verdura nelle
serre richieda una quantità di energia notevolmente superiore rispetto a quella impiegata per il loro
trasporto dai Paesi di provenienza.
Infine sono da considerare gli alimenti destinati al macero. Secondo i dati stimati dalla FAO, ogni
anno finiscono nella spazzatura un terzo degli alimenti prodotti a livello mondiale (1,3 miliardi di
tonnellate di cibo), per un valore di 2.600 miliardi di dollari. In Italia, in particolare, ogni anno vengono
sprecate circa 10 milioni di tonnellate di cibo, equivalenti a circa 17 miliardi di euro [4]. Come
evidenziato da Eufic (European Food International Council) “lo spreco alimentare avviene lungo tutta
la catena agroalimentare, dalla produzione e lavorazione alla distribuzione, vendita al dettaglio e
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ristorazione. La quantità maggiore di spreco alimentare è però quello domestico”. In Italia ciascuna
famiglia cestina circa 700€ di spesa alimentare ogni anno.
Inoltre, prosegue Eufic, “La produzione che deve supplire allo spreco rappresenta un inutile impiego
delle risorse naturali, di manodopera e di energia e contribuisce all’emissione di gas da effetto serra
(GHG). Se lo spreco alimentare fosse un Paese, esso sarebbe il terzo più grande produttore di CO2,
dopo USA e Cina” [3].
I problemi finora descritti hanno una radice comune, cioè la produzione industriale di alimenti che è
maggiormente improntata sull’aspetto quantitativo a discapito della qualità e della sostenibilità.
Fino a qualche decennio fa la sensibilità verso questi temi era riservata solo a delle nicchie di
individui, che venivano definiti semplicisticamente ambientalisti e animalisti. Oggi, invece, i promotori
della sostenibilità sono aumentati, pertanto i due principali attori del sistema agroalimentare,
produttori e consumatori, si stanno mobilitando verso uno sviluppo sostenibile.
Non possiamo più permetterci di seguire ciecamente le tendenze consumistiche imposte dal
marketing di alcune aziende: dobbiamo analizzare in modo critico l’impatto che il nostro
comportamento alimentare ha sul nostro pianeta e promuovere un’alimentazione che lo rispetti.
Il World Summit on Sustainable Development di Johannesburg (2002) individua tre principali
componenti della sostenibilità: ambientale, sociale ed economica [5].
Alimentarsi in maniera sostenibile significa quindi usufruire di cibo nutrizionalmente sano, con una
bassa impronta in termini di uso di suolo e di risorse idriche, con basse emissioni di carbonio e azoto,
attento alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi, socialmente equo ed economicamente
accessibile a tutti (Food security).
Partendo da queste considerazioni, il nostro report ha come scopo quello di analizzare l’approccio
dell’individuo e delle aziende agroalimentari a queste tematiche. In particolare nei primi due capitoli
approfondiremo i comportamenti e le scelte alimentari dell’individuo in relazione alla necessità di
seguire un’alimentazione nutrizionalmente sana ed eticamente corretta. Nel terzo capitolo
definiremo il ruolo che la comunicazione riveste nel mercato odierno per quanto concerne l’influenza
reciproca tra aziende e consumatori. Nel quarto capitolo, invece, esamineremo quali sono le
strategie messe in atto dalle aziende per far fronte ai cambiamenti del mercato in chiave sostenibile.
Infine nel quinto capitolo approfondiremo il tema della riduzione e recupero degli sprechi alimentari.
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1. L’individuo e l’alimentazione
Il cibo rappresenta una tematica complessa a livello globale, caratterizzata da molteplici contenuti e
sfumature. Innanzitutto si identifica come un bene ad elevato interesse socio-economico, che
coinvolge ogni individuo nella quotidianità, dal momento che è in grado di rispondere a un bisogno
primario. Data la sua eterogeneità per forma e significati, il cibo possiede una natura fortemente
dinamica, che viene influenzata dai diversi contesti pedoclimatici così come dalle opportunità
commerciali e dalle tecnologie disponibili.
Uno degli attributi fondamentali degli alimenti è la loro capacità di determinare un buono stato di
salute. Alla luce dei grandi progressi in campo medico possiedono una funzione centrale rivelandosi
sia un efficace strumento di prevenzione (ritardano o contrastano l’insorgenza della malattia) sia un
alleato fondamentale nel processo di recupero dello stato di salute [6].
Famose e sempre attuali sono le parole del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach: “L’uomo è ciò che
mangia”. Infatti siamo ciò che mangiamo e molto spesso sottovalutiamo le scelte che compiamo da
un punto di vista nutrizionale.
L’organismo umano necessita di una corretta alimentazione sia sotto il profilo quantitativo che
qualitativo, altrimenti ne verrebbe compromesso il regolare funzionamento. In assenza di tale
equilibrio, si possono verificare, ad esempio, disfunzioni nel processo di riproduzione cellulare,
rallentamento del metabolismo e patologie del sistema cardiovascolare.
Recenti studi di neuroscienze e biochimica dimostrano che, oltre a condizionare la nostra salute,
l’alimentazione ha un’influenza anche sulle nostre emozioni e sui nostri pensieri, alterando i nostri
comportamenti, l’umore e la creatività [7].
1.1 Squilibri nutrizionali
Negli ultimi anni in Italia studi e ricerche hanno dimostrato come le abitudini alimentari della
popolazione siano caratterizzate da squilibri nutrizionali che possono essere in eccesso (eccedenza
di calorie, grassi, zuccheri e proteine prevalentemente di origine animale) o in difetto (carenza di
calcio, fibre e vitamine). Le cause scatenanti sono molteplici: diete fai-da-te, distribuzione sbagliata
degli alimenti nell’arco della giornata, disproporzionamento dei macro e micronutrienti [8].
I ritmi di vita sono diventati progressivamente sempre più frenetici. Ciò ha portato il consumatore a
una gestione scorretta dei pasti nel corso della giornata. Uno degli errori più comuni è quello di dare
poca rilevanza alla colazione, con la diretta conseguenza di avere un rallentamento del metabolismo
nella quotidianità. Lo squilibrio nutrizionale si riversa pertanto nei pasti successivi, inficiando
sull’assorbimento dei nutrienti.
Le abitudini odierne possono, inoltre, indurre il consumatore a prediligere l’acquisto dei cosiddetti
“ready to eat”, prodotti pronti di origine industriale che talvolta si rivelano deficitari dal punto di vista
nutrizionale. Altro aspetto importante da considerare è quello di prediligere il junk food all’healthy
food; è sempre più facile fermarsi a comprare un cheeseburger piuttosto che acquistare cibi sani
che richiedono una preparazione domestica più dispendiosa in termini di tempo [9].
A queste problematiche vanno aggiunti anche i disturbi alimentari che vari studi epidemiologici
hanno messo in risalto. Data la loro elevata incidenza nella popolazione, si sono venuti ad
identificare due tipi di fattori di rischio: quelli sociali (influenza dei mass media, pressioni della
famiglia e status socio-economico) e quelli personali (bassa autostima, insoddisfazione corporea,
difficoltà nella gestione delle emozioni, perfezionismo, instabilità affettiva) [10] .
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1.2 La Piramide Alimentare
Negli ultimi decenni Istituzioni pubbliche e Organismi scientifici hanno dato vita a “Linee Guida” con
lo scopo di fornire al consumatore una serie di semplici informazioni ed indicazioni per mangiare
meglio, salvaguardando la propria salute.
Nello specifico le linee guida dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) suggeriscono un
apporto calorico giornaliero così composto: 60% circa di carboidrati (tre quarti complessi e un quarto
semplici); 20-25% di grassi di origine vegetale; la percentuale dei componenti restanti varia in base
allo stile di vita dell’individuo. È consigliato inoltre, consumare quotidianamente frutta e verdura, bere
molta acqua e preferibilmente non utilizzare il sale, in quanto il sodio presente naturalmente negli
alimenti è sufficiente a coprire il fabbisogno dell’organismo. Nell’arco della settimana, infine, è
indicata un’assunzione moderata di pesce e di carne [11].
Sulla base di queste disposizioni è stato introdotto il concetto di Piramide Alimentare. Lo schema
della piramide permette di comunicare in maniera semplice e immediata quali siano gli elementi che
determinano una dieta equilibrata. Gli alimenti vengono rappresentati su diversi livelli e salendo
verso il vertice se ne suggerisce una minore frequenza di consumo. Nessuna categoria resta esclusa
dalla piramide, perché la varietà è uno dei principi cardine della corretta alimentazione [12].
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2. L’individuo e l’etica
Il valore nutrizionale degli alimenti, però, non è l’unico driver su cui si basano le diete
contemporanee. Si sono sviluppate, infatti, nuove tendenze basate su valori etici che si diramano in
diverse direzioni, ma che sono strettamente interconnessi.
2.1 La Piramide Ambientale
La prima è quella correlata alla sostenibilità ambientale, tema verso cui è orientata sempre di più la
sensibilità dei consumatori e di conseguenza anche quella dei produttori.
Studi scientifici dimostrano che quello che mangiamo ha effetto, oltre che sulla nostra salute, anche
sull’ambiente che ci circonda. Questo impatto si può calcolare in diversi modi, usando specifici
indicatori e analizzando gli aspetti caratteristici delle singole filiere agroalimentari.
Tra tutte le metodologie di valutazione, l’analisi del ciclo di vita (LCA - Life Cycle Assessment) è
quello che ha riscosso maggior successo in quanto calcola l’impatto della filiera in tutte le sue fasi,
da quella agricola fino a quella di distribuzione e consumo contemplando, se necessario, anche la
cottura. I principali indicatori fanno riferimento a: emissioni di gas serra (Carbon Footprint), utilizzo
di acqua (Water Footprint) e superficie di territorio necessaria per produrre le risorse (Ecological
Footprint).
Essi sono stati rappresentati in tre diverse piramidi; di queste, la piramide dell’Ecological Footprint
rappresenta in maniera più completa i risultati in quanto prende in considerazione sia l’utilizzo delle
risorse naturali sia le emissioni di CO2.
Integrando i valori relativi ai tre indicatori, il gruppo di ricerca del Barilla Center for Food and Nutrition
(BCFN) ha dato vita alla Piramide Ambientale. Il passaggio successivo è stato quello di rapportarla
a quella alimentare, evidenziando la correlazione tra sostenibilità della produzione e salute associata
agli alimenti.
Figura 1. Piramide alimentare e piramide ambientale [12]
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I nutrizionisti consigliano un maggior consumo dei prodotti di origine vegetale che sono alla base
della piramide alimentare, nonché quelli con un minore impatto ambientale; viceversa, i prodotti di
origine animale sono da consumare con meno frequenza e hanno un maggior impatto [12].
Produrre 1 kg di carne, infatti, analizzando i dati relativi all’intera filiera, comporta mediamente
l’emissione di 6.57 kg di CO2 eq, mentre le emissioni legate a frutta e verdura si attestano intorno a
0,15 kg di CO2 eq1
[2].
Sulla base di queste considerazioni, è facile comprendere come le aziende si siano gradualmente
orientate verso una produzione volta a salvaguardare l’ambiente e che al contempo abbracci le
esigenze emergenti dei consumatori, sempre più sensibili a queste tematiche.
2.2 Cultura e alimentazione
L’alimentazione è stata, ed è ancora oggi, uno strumento che crea identità e confini. Gli aspetti
culturali e simbolico-religiosi del cibo sono molti, ed esso resta un veicolo di conservazione e, al
tempo stesso, di contaminazione e di incontro.
Il modo di mangiare e ciò che si mangia non sono elementi casuali o marginali nella vita. Il rapporto
che le persone instaurano con l’alimentazione, infatti, è legato a diversi fattori, poiché il modo di
pensare il cibo è mediato culturalmente dall’ambiente e dalla società in cui si vive.
Tra gli elementi culturali che influenzano il modo di alimentarsi c’è la religione che talvolta impone
vincoli sul consumo di determinati prodotti, con particolare riferimento al modo in cui vengono uccisi
gli animali (Halal e Kosher) [13].
Altro aspetto rilevante riguarda i diritti degli esseri viventi: da un lato si cerca di tutelare il benessere
degli animali, dall’altro si cerca di evitare lo sfruttamento dei braccianti. Le aziende che intendono
perseguire una politica di rispetto dei suddetti diritti, possono comunicarlo ai consumatori apportando
un marchio di riconoscimento nei propri prodotti (ne è un esempio il bollino NoCap) [14].
2.3 L’evoluzione delle diete
I consumatori hanno modificato le loro abitudini alimentari, spostando il focus della loro dieta
dall’edonismo al salutismo e alla salvaguardia di ciò che è naturale ed eticamente corretto.
Si diffondono così stili alimentari già esistenti, seppur poco conosciuti, basati su materie prime la cui
produzione garantisce il benessere degli animali e tutela la biodiversità e il vigore del suolo.
Prima fra tutte, ha acquisito una notorietà rilevante la dieta vegetariana, le cui origini sono da
attribuire alle civiltà orientali del VI secolo a.C.
Inizialmente, le motivazioni che spingevano a basare la propria dieta su alimenti di origine
esclusivamente vegetale erano connesse alla concezione religiosa degli animali. Diversi movimenti
religiosi hanno, infatti, posto al centro dell’attenzione gli animali, divinizzandoli e ponendo come
principio culturale nelle proprie società il loro rispetto; per questo motivo il loro apporto nella dieta
era del tutto marginale.
In Età moderna (seconda metà del ‘600), in Inghilterra, la dieta vegetariana si arricchisce di connotati
legati al contesto socio-politico: infatti, il colonialismo europeo viene accusato di sfruttamento nei
confronti di uomini e animali al fine di saziare il bisogno di sprechi e lussi. La principale forma di
protesta da parte del popolo britannico è proprio il processo di conversione a una dieta vegetariana.
1
Questo indice rappresenta le emissioni di gas serra (GHG) causate dalle singole fasi di produzione,
trasformazione e commercio dei prodotti agroalimentari. Tiene conto, oltre che della CO2, anche del metano
e del protossido di azoto, ritenuti responsabili del Global Warming Potential (GWP).
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Nella seconda metà dell’800 nasce così la Vegetarian Society, un movimento sociale che ha posto
le basi per lo sviluppo di movimenti analoghi negli altri Paesi europei.
Come logica conseguenza, nel 1944 a Londra nasce la Vegan Society, basata sul principio
dell’abbandono di latte, latticini e uova, dato il legame tra la produzione di questi alimenti e l’industria
dell’allevamento.
Gli animali vengono così progressivamente elevati alla posizione di esseri senzienti, dotati degli
stessi fondamentali diritti dell’uomo (libertà, serenità, vita) e in quanto tali meritano di essere trattati
con rispetto e giustizia [15].
Col passare del tempo il fenomeno della diffusione dei movimenti “veg” ha spinto le aziende a
sviluppare nuove linee di prodotti adatti a soddisfare le esigenze di un target di consumatori
emergente, comportando un aumento notevole degli introiti.
Un caso che merita sicuramente attenzione è quello di Greggs, principale catena di prodotti da forno
del Regno Unito. Azienda nata nel 1939, ha da sempre formulato prodotti che contenevano alimenti
di origine animale. Dopo “quasi due anni di test delle ricette”, dichiara il CEO Roger Whiteside, nel
Gennaio 2019 è stata lanciata nel mercato una salsiccia 100% vegetale a base di Quorn, che è
presto diventata uno dei cinque bestsellers della catena. Si è verificata, inoltre, un’impennata delle
vendite di tutti i prodotti dell’azienda, con un +10,5% e una crescita degli utili di oltre il 50% (40,6
milioni di sterline) [16].
L’implementazione di una linea di prodotti veg può quindi risultare una strategia finanziariamente
vincente per tutte le aziende che decidono di abbracciare questa politica di produzione.
Questo caso dimostra come si sia verificata una diffusione considerevole del fenomeno, che ha
portato oggi a un numero sempre crescente di persone che aderiscono a questa tipologia di dieta
nel mondo, nelle sue diverse forme.
Il target include i vegetariani che scelgono questo regime alimentare per diversi motivi: salutistici,
etici, religiosi, morali, igienici o ambientali.
Il vegetarianismo recentemente ha acquisito diverse accezioni a seconda del credo etico-sociale. Si
sono sviluppate la dieta latto-ovo vegetariana, che include uova e latticini, la dieta flexitariana o
reducetariana in cui sono permessi occasionalmente carni e/o pesce, la dieta crudista, simile ma
basata su verdura, frutta, semi e germogliati esclusivamente crudi, ma quella che ha in assoluto
maggiore rilevanza è la dieta vegana [17].
Chi segue la dieta vegana adotta un regime alimentare basato solo su prodotti vegetali, escludendo
tutti i tipi di carne e i suoi derivati, le uova, il latte e i latticini e talvolta anche il miele. Le
preoccupazioni per l’adozione delle diete vegane confluiscono in due macrocategorie: una riguarda
gli aspetti nutrizionali, ovvero la carenza potenziale di calcio, vitamina B12, riboflavina, ferro e
apporto calorico totale [18]; l’altra è legata all’impatto ambientale dovuto alla sovrapproduzione di
alimenti di origine vegetale. Un caso emblematico in grado di evidenziare al meglio questo fenomeno
è quello della quinoa.
2.3.1 La quinoa: tra sostenibilità e benessere
La quinoa è un alimento che negli ultimi anni ha avuto una larga diffusione grazie alle sue
caratteristiche nutritive e alla sua grande versatilità. Si tratta di una pianta erbacea ricca di benefici
per la salute, leggera e quindi adatta ad essere consumata in qualsiasi pasto della giornata. Questo
pseudo-cereale è composto per il 60% di amido, un carboidrato complesso presente nella forma a
basso indice glicemico, mentre il contenuto proteico oscilla tra il 12% e il 18% e possiede due
amminoacidi importanti per il funzionamento dell’organismo, ovvero lisina e metionina. Essi sono
amminoacidi essenziali che il nostro corpo non è in grado di sintetizzare, pertanto è necessario
introdurli tramite la dieta. Un altro vantaggio della quinoa è il suo alto contenuto in fibre (8,6%), che
conferisce a questo alimento proprietà benefiche per l’apparato digerente.
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La quinoa è originaria dei Paesi sudamericani, ma grazie alla sua crescente popolarità ha raggiunto
le tavole di tutto il mondo. È risultata tra gli alimenti più di tendenza, tanto che nel 2013 il segretario
delle Nazioni Unite Ban Ki-moon lo ha dichiarato “il cibo dell’anno”. Il mercato della quinoa è
decollato e in termini di marketing è stato definito “il grano miracoloso delle Ande”.
La produzione, concentrata prevalentemente tra Bolivia e Cile, è aumentata vertiginosamente
passando dalle 27 mila tonnellate del 2008 alle oltre 50 mila nel 2013. In Bolivia si è passati dai
10.000 ai 50.000 ettari coltivati, con un’incidenza delle esportazioni pari al 90%. La domanda sempre
crescente ha modificato le tradizioni agricole locali, pertanto per poter rientrare nei costi di
produzione vengono utilizzati prodotti chimici e fertilizzanti di scarsa qualità che provocano
l’inquinamento del prodotto stesso e delle risorse naturali ad esso associate. Nell’ultimo decennio il
terreno si è impoverito determinando un calo della produzione che è passato da 800 kg/ha a 560
kg/ha.
Secondo la FAO, l’agenzia ONU specializzata in alimentazione e agricoltura:
“Il boom della quinoa pone alcune sfide, tra cui il degrado del territorio e la riduzione delle varietà
coltivate. Più del 50% degli agricoltori definisce il terreno più povero rispetto a tre anni fa. Questo ha
un impatto su altre attività agricole, per esempio, il rapporto tra numero di lama ed ettari coltivati è
diminuito negli ultimi anni. Inoltre, solo tre varietà ricoprono oltre il 75% dell’intera produzione, perché
sono i più richiesti dal settore delle esportazioni. Questa riduzione di varietà coltivate è associata ad
una riduzione della biodiversità, nonostante chi vive nei villaggi apprezzi ancora le differenze
esistenti tra le varietà” [19].
La popolazione sudamericana ha trovato nei mercati occidentali la possibilità di crescita economica
dando vita a una periodica migrazione che segue il ciclo colturale della quinoa alterando, tuttavia, i
già precari equilibri sociali. Nelle stagioni di raccolta tantissimi braccianti invadono le monoculture
dell’Altopiano meridionale per andare a lavorare come dipendenti, mentre i più ricchi si spartiscono
il poco terreno rimasto per aumentare i propri guadagni. Gli operai coltivano a 4.000 metri di altitudine
con aria povera di ossigeno e il sole cocente in condizioni spesso precarie.
Quindi possiamo ora capire come il boom del “seme d’oro degli Incas” che si presentava come un
volano per la ripresa economica dei Paesi sudamericani ben presto si sia rivelato una falsa
speranza. A posteriori possiamo affermare che la quinoa ha portato lavoro alla popolazione ma ne
ha cambiato drasticamente gli equilibri naturali e sociali. L’aumento della domanda di quinoa nei
Paesi esteri ha portato a un’esplosione dei prezzi a tal punto che i contadini, per i quali era un
alimento tradizionale, non possono più permettersela. Si tratta di un alimento che ha indubbiamente
caratteristiche nutrizionali uniche e possiede indiscutibilmente effetti benefici per la salute, ma
spesso le condizioni che devono fronteggiare i produttori sono inammissibili [19].
E’ davvero così sostenibile porre al centro della propria dieta un alimento come la quinoa?
Lo stesso quesito dovrebbe essere la linea guida per compiere con occhio critico le proprie scelte
alimentari conciliando salute, etica e sostenibilità ambientale.
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2.4 Food in the Anthropocene: the Eat-Lancet Commission on healthy diets
from sustainable food systems
A partire dall’esigenza di fare chiarezza su quali potrebbero essere le soluzioni, la EAT-Lancet
Commission on Food, Planet, Health – costituita dai maggiori esperti internazionali di salute umana,
agricoltura, scienze politiche e sostenibilità ambientale - ha redatto un report da utilizzare come base
per nutrire in modo sano tutta la popolazione mondiale nel pieno rispetto della salute del pianeta
[20].
Come riportato dal Barilla CFN (Center for Food and Nutrition) “Con la sua analisi attenta dei dati
oggi disponibili il report EAT-Lancet colma le distanze tra salute, sostenibilità ambientale, scienza e
azioni concrete e fornisce traguardi scientifici per guidare tutti i protagonisti nel definire strategie
concrete in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite e gli Accordi sul clima
di Parigi” [21].
L’analisi, intitolata “Food in the Anthropocene: the Eat-Lancet Commission on healthy diets from
sustainable food systems” mostra come, per mantenere il sistema agroalimentare in un’ottica di
sostenibilità, sia necessario combinare una serie di cambiamenti sostanziali lungo tutta la catena di
approvvigionamento, dalla produzione alla trasformazione, per giungere fino alla vendita [22]. La
Commissione ha identificato gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, che possono essere sintetizzati
come: indirizzare la dieta a livello globale verso alimenti “sani”, migliorare le pratiche di produzione
e contestualmente ridurre la perdita di cibo e dei rifiuti [23].
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3. Consumatori e aziende: come comunicano vicendevolmente i propri
valori?
Per meglio comprendere la situazione odierna può esserci d’aiuto lo studio condotto dalla Nielsen
Global Survey nel 2015 a livello internazionale, la quale ha fatto emergere che: in Europa un
consumatore su due è disposto anche a pagare di più per un brand sostenibile; in media la fascia
d’età maggiormente propensa a pagare di più per la sostenibilità è quella tra i 21-34 anni, seguita
dai tardo-adolescenti (15-20 anni). Per quanto concerne l'Italia, i maggiori driver che spingono verso
scelte sostenibili sono la fiducia nel brand (52%) l’essere eco-friendly da parte del produttore (41%),
il packaging a basso impatto ambientale (38%), l'impegno nel sociale (33%), l'effetto positivo
dell'azienda sul territorio (31%) [24].
Dopo aver analizzato le principali motivazioni che spingono le persone a intraprendere determinate
scelte alimentari, possiamo valutare come le loro decisioni condizionino i consumi e di conseguenza
anche i modelli comunicativi delle aziende del settore food.
I consumatori sono sempre più attenti a cosa mettere nel carrello; ricercano, infatti, alternative più
salutari e naturali, facendo emergere quei valori personali ed etici che poi influenzano sensibilmente
i loro acquisti. L’obiettivo principale delle aziende è quindi quello di condividere e comunicare tali
valori agli utenti, in modo tale da creare un legame più stretto e poterne influenzare le abitudini di
consumo.
La comunicazione è un aspetto fondamentale per le aziende che oggi vogliono mostrarsi attente alla
responsabilità sociale. Questo genere di comunicazione non consta solo di uno scambio di
informazioni tra l’azienda e gli stakeholders, ma si fonda sullo studio della specifica natura di coloro
con cui si vuole comunicare e, ancora più importante, sul capire quale sia il veicolo migliore per la
trasmissione del messaggio.
I grandi brand non possono più fare affidamento sulla fiducia indiscussa da parte dei propri clienti,
bensì devono sottoporsi sempre di più alla stretta sorveglianza di occhi vigili e ben informati sulle
tematiche ambientali, etiche e sulle condizioni dei lavoratori lungo la filiera produttiva. Resta dunque
da interrogarsi su quanto le aziende del settore siano capaci di comunicare le proprie iniziative
sostenibili ai consumatori e come/se queste vengano percepite dal pubblico.
3.1 I social media, un nuovo strumento di informazione
L’obiettivo centrale delle aziende è quello di influenzare il comportamento del consumatore. Come
agire? Il mezzo più efficace per la comunicazione della sostenibilità oggi è sicuramente internet,
soprattutto attraverso l’uso intelligente dei social network. Si tratta infatti di un mezzo che fa leva su
un linguaggio diretto, sintetico, coinvolgente e semplice, che veicola messaggi positivi dal punto di
vista ecologico. Sempre più frequenti sono, infatti, le sponsorizzazioni nei confronti di associazioni
ambientaliste, di animal welfare e di tutela dei lavoratori, con l’intento di associare il nome del brand
ad una connotazione ecologista [25].
Nella Green Economy è ormai chiaro che insieme al prodotto e alla sua distribuzione, la
comunicazione del brand attraverso le varie piattaforme è divenuta una delle leve che contribuiscono
a definire un placement di successo. L’avvento dei social media ha infatti contribuito notevolmente
alla rivoluzione delle modalità di comunicazione, grazie alla crescita della trasparenza dovuta alla
presenza online di sempre più informazioni riguardanti i prodotti e le aziende che li producono. Per
questo motivo le aziende del settore si devono adeguare al nuovo trend. Uno degli aspetti più
interessanti riguardo all’utilizzo delle piattaforme online è il cambiamento nel comportamento degli
utenti rispetto al passato: il mobile rappresenta una quota sempre maggiore dell’attività, in quanto
capace di fornire un’esperienza di ricerca veloce e immediata.
Ma qual è, in particolare, la relazione tra comunicazione e sostenibilità?
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La comunicazione valorizza l’adozione di strategie socialmente responsabili e pone accento sulle
azioni compiute, con conseguenti effetti positivi sulla reputazione dell’azienda nei confronti degli
stakeholders. In base all’interlocutore con cui l’azienda si sta interfacciando, è opportuno selezionare
lo strumento comunicativo più efficace, da utilizzare in associazione con specifici canali e linguaggi,
il tutto finalizzato al raggiungimento di uno scopo preciso. Possiamo sicuramente affermare che le
generazioni maggiormente coinvolte sono i Millennials (nati tra gli anni Ottanta e Novanta) [26] e i
Centennials (nati tra il 1995 e il 2010) [27], chiamati rispettivamente generazione Y e Z.
La peculiarità di queste generazioni è il diffuso utilizzo di Internet: la tecnologia e i social media
incidono significativamente nel loro processo di socializzazione, tuttavia sembrano essere i più
desiderosi di aiutare il proprio Paese. Essi prediligono le esperienze online a quelle tradizionali,
soprattutto se possono attuarle direttamente dal proprio smartphone. Diventa dunque chiaro che per
assecondare i cosiddetti “figli della rete” le aziende devono adattarsi al cambiamento.
Si tratta dunque di un fenomeno che ha portato prima alla digitalizzazione dei processi e poi ad
un’evoluzione del rapporto azienda-cliente, caratterizzato sempre più da uno scambio di
informazioni rapido ed accattivante. È proprio per questo motivo che nascono strumenti online, quali
community, forum e social network, in grado di mettere in contatto milioni di persone che hanno la
possibilità di informarsi e dare la propria opinione su un prodotto o marchio, verificandone la
sostenibilità. I dati che si possono reperire in rete, tuttavia, sono davvero tanti e i clienti se da un lato
sono sempre più informati, dall’altro sono sempre più distratti dalla miriade di comunicazioni che
ricevono.
Una strategia efficace per le aziende è quella di optare per un approccio che fa leva sulla sfera
emotiva, più che su quella razionale, poiché solitamente il pubblico è più giovane e quindi
maggiormente soggetto a questa tipologia di sollecitazioni. La diffusione di notizie è in grado di
incrementare la consapevolezza, ma non sempre è capace di modificare le abitudini dei
consumatori. Per permeare più efficacemente il messaggio tra le nuove generazioni è possibile
adottare strategie comunicative quali diffusione di video con messaggi ottimisti a sostegno della
sostenibilità e utilizzo degli influencer come veicolo di informazioni, anche attraverso il fenomeno
degli hashtag [28].
Diverse ricerche hanno rivelato che circa l’85% dei Post-Millennials è attratta all’acquisto di nuovi
prodotti attraverso i social network, Instagram in primis. Prima di passare alla fase di acquisto,
inoltre, sempre più ragazzi si affidano alle recensioni di Influencer e Vlogger.
Come suggerisce la parola stessa, gli influencer sono personaggi in grado di influenzare le scelte
dei più giovani attraverso i vari canali social, indirizzandoli verso una visione sostenibile che li renda
capaci di impersonificarsi nei valori dell’azienda, creando engagement.Bisogna pertanto individuare
la personalità giusta con cui collaborare, assicurandosi che abbia un target di riferimento in linea
con quello del brand [29].
3.1.1 L’importanza della trasparenza aziendale
Nel frattempo, nei punti vendita della GDO e delle attività di ristorazione, spesso gli adolescenti
creano Stories sui social per documentare i loro acquisti. Diviene dunque di fondamentale
importanza per i brand cercare di comprendere come i giovani utilizzino i social network durante le
fasi di acquisto per cercare di coinvolgerli a seguire un giusto messaggio, come quello della
sostenibilità, magari attraverso l’uso consapevole dei tanto amati influencers.
I giovani basano gran parte dei propri acquisti sull’aspetto del prodotto e sulle mode del momento.
Per quanto le strategie volte a consapevolizzare i consumatori possano essere d’aiuto, risulta
fortemente necessario che le aziende in prima persona modifichino le proprie abitudini offrendo ai
consumatori un prodotto sempre sostenibile. Vi è un forte disappunto nei confronti delle aziende non
trasparenti e questo fattore porta ad una diminuzione della fiducia nei loro confronti. Se le aziende
fossero più limpide e socialmente impegnate in cause sostenibili, dimostrando iniziative concrete sui
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social network, i giovani sarebbero addirittura ben disposti a pagare un sovrapprezzo per avere
prodotti environmental friendly.
Vi è ormai la ferma convinzione che da parte delle aziende del settore food ci siano le basi per
poter virare verso una produzione sostenibile. Le imprese dovrebbero fornire al consumatore la
possibilità di informarsi sulla reale qualità del prodotto e soprattutto permettere all’acquirente di
verificare in ogni dettaglio il processo di produzione, le materie prime impiegate e le tecniche di
lavorazione.
3.2 Le etichette come mezzo d’informazione
Lo strumento ultimo di comunicazione con cui i produttori si interfacciano ai consumatori, attraverso
il retail, è rappresentato dalle etichette. Per questo motivo fare un’etichetta efficace può essere di
cruciale importanza per incrementare notevolmente le vendite e veicolare correttamente il
messaggio desiderato.
La scelta del prodotto da acquistare è influenzata da diversi fattori: nutrizionali, salutistici, etici,
religiosi, legati al prezzo. A tal proposito è interessante evidenziare alcuni aspetti resi noti
dall’Osservatorio Immagino, uno studio realizzato da Nielsen e GS1 Italy, nel quale viene analizzato
il mercato relativo a 94.179 prodotti per semplificare lo scambio di informazioni e immagini di
prodotto tra produttori e consumatori. Una particolare attenzione viene dedicata alle etichette, che
vengono utilizzate per orientare gli acquisti agendo sulla sfera razionale, ma anche su quella
sensoriale e quella emotiva [30].
La ricerca della salute e del benessere è sicuramente alla base delle motivazioni che influenzano gli
acquisti. Il 72% dei consumatori, infatti, dichiara di voler conoscere la composizione dei prodotti che
acquista, mentre il 71% si dichiara sensibile all’origine dei prodotti, alle relative modalità di
allevamento, coltivazione e produzione [31]. Ecco perché informare bene può fare davvero la
differenza.
Ponderare accuratamente contenuto e finalità dei messaggi commerciali significa tutelare i propri
clienti e promuovere una comunicazione aziendale trasparente, con conseguente ritorno di
immagine e vantaggi in termini di credibilità e serietà presso il consumatore.
Nella comunicazione l’OSA (Operatore del Settore Alimentare) è chiamato a veicolare
un’informazione nutrizionale e salutistica che sia trasparente e completa, che non induca in errore e
che non lasci spazio a libera interpretazione. A garanzia di ciò le aziende sono tenute ad attenersi
ai Reg CE nn.1924/2006 [32] e 432/2012 [33] rispettivamente per i claims nutrizionali e per quelli
sulla salute.
I primi rappresentano le indicazioni che affermano o sottintendono particolari proprietà nutrizionali
benefiche associate all’alimento, mentre i secondi suggeriscono un rapporto tra un componente del
prodotto e la salute.
Nel diritto alimentare si definisce più in generale “claim” ogni affermazione formulata a scopo
propagandistico relativamente a specifiche caratteristiche di un prodotto. Tali affermazioni possono
condizionare sensibilmente il destino commerciale di un prodotto da quello dei competitors e per
questo motivo la gran parte dei prodotti che si possono trovare nei p.d.v. del retail sono valorizzati
da uno o più claims. Nella maggior parte dei casi questi sono volontari e, pur rappresentando un
potente strumento di comunicazione e marketing, devono essere utilizzati con parsimonia per
rimanere entro i limiti della legalità; per altri, invece, è possibile ricorrere alla certificazione di
prodotto, un’attestazione rilasciata da un ente terzo indipendente che esegue controlli per verificare
il rispetto dei requisiti previsti dalla normativa vigente [34].
Secondo quanto riporta lo studio sopra citato, nel 2018 si sono riscontrati rispetto l’anno precedente
trend positivi soprattutto nelle vendite di alimenti legati al lifestyle (biologici, veg, halal e kosher) del
+8,9% e di prodotti “rich-in” (in particolare integrali e ricchi di fibre) del +5,2% [35].
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Meritano una particolare menzione i claims che richiamano alla regione di provenienza o all’italianità
tramite simboli (bandiera italiana) o diciture (“Made in Italy”, “100% italiano”), che costituiscono uno
dei plus di prodotto più apprezzati dai consumatori italiani.
Ancora positiva, ma più lenta dell’anno precedente, la crescita delle vendite di prodotti per soggetti
intolleranti al glutine o al lattosio (+3.2%) e “free from” (+1,0%). In quest’ultimo claim rientrano tutte
le diciture che vantano l’assenza di determinate sostanze o ingredienti. Esse mostrano un
andamento altalenante, molto influenzato dai trends del momento [35].
Emblematico è il caso del “senza olio di palma”, riguardo al quale abbiamo deciso di attenzionare la
strategia di marketing attuata da Ferrero sulla Nutella per fronteggiare una situazione molto critica.
3.2.1 Nutella Ferrero e “palm oil free”
Gli avvenimenti riguardanti l’olio di palma a cavallo tra il 2016 e il 2017 sono un caso unico nella
storia del cibo, perché per la prima volta il flusso decisionale sembra essere invertito rispetto a quello
usuale. Abbiamo analizzato gli eventi chiave che hanno influenzato questo fenomeno.
Nel primo decennio del XXI secolo l’olio di palma viene introdotto dalle aziende alimentari per
sostituire gli acidi grassi idrogenati, considerati dannosi per la salute. I motivi del suo successo sono
molteplici: ha ottime proprietà reologiche, di palatabilità, prolunga la shelf life dei prodotti e ne
migliora la consistenza.
Con l'entrata in vigore del Regolamento UE 1169/2011, dal 2015 diviene obbligatorio specificare in
etichetta la natura di oli e grassi vegetali utilizzati.
Nel maggio 2016 l’EFSA (European Food Security Autority) pubblica un rapporto la cui principale
prescrizione è quella di ridurre nella dieta uno dei componenti costitutivi dell’olio di palma. Questa
pubblicazione innesca una serie di successive reazioni a cascata: numerose aziende decidono, sia
sotto pressione degli attivisti che come forma di autotutela, di eliminare dalla formulazione dei propri
prodotti destinati alla GDO l’olio di palma, sostituendolo con altri grassi vegetali. La Coop, ad
esempio, ha deciso di eliminarlo da quasi tutti i prodotti a marchio, e anche Barilla ha effettuato una
scelta analoga.
Contestualmente si verifica un boom mediatico di informazioni che demonizzano questo ingrediente
sotto tutti gli aspetti: viene presentato come un prodotto dannoso per la salute, la cui produzione ha
un impatto eccessivo sull’ambiente e sulle popolazioni coinvolte durante la fase di coltivazione delle
piante di palma da olio [36].
Tali affermazioni, non sempre del tutto veritiere, vengono enfatizzate a tal punto da suscitare, nella
coscienza dei consumatori, un’influenza notevole: nel 2017 si verifica un trend di vendite pari a
+12,9% rispetto al 2016 sui prodotti “senza olio di palma” [35].
La maggior parte dei produttori, per adeguarsi alla domanda, ha quindi deciso di seguire il trend. Per
quanto riguarda Ferrero, invece, se da un lato sviluppa una linea di prodotti “palm oil free”, per la
Nutella decide di adottare una strategia anticonformista. L’olio di palma, infatti, è fondamentale in
questo prodotto, in quanto ne determina la consistenza, il sapore e la conservabilità, pertanto
sostituirlo con un altro grasso vegetale avrebbe influenzato eccessivamente la performance del
prodotto. Non potendolo escludere dalla formulazione, Ferrero decide di attuare una campagna di
marketing che si sarebbe rivelata molto efficiente; sviluppa un video promozionale da diffondere sia
tramite la pubblicità televisiva, che sui social, il quale recita:
“L’olio di palma Ferrero è un olio di eccellente qualità e sicurezza: proviene solo da frutti spremuti
freschi ed è lavorato a temperature controllate, svolgendo una parte essenziale del processo, quella
finale, direttamente a casa nostra. Abbiamo sviluppato una grande capacità nel lavorarlo ed è per
questo che l’olio di palma Ferrero è un olio sicuro, proprio come tutti gli oli vegetali di qualità.” [37].
Ferrero delinea, inoltre, una serie di punti che descrive nella pagina del proprio sito web dedicata
alla Nutella, in cui fa leva prevalentemente sugli aspetti etici, piuttosto che su quelli qualitativi:
sottolinea le certificazioni ottenute al fine di garantire una produzione sostenibile, contraria alla
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deforestazione e attuata nel rispetto dei diritti umani. Nel farlo si avvale dei riconoscimenti ottenuti
da Greenpeace e WWF, i quali conferiscono uno spessore notevole alla comunicazione [38].
Dopo una diminuzione delle vendite del 3% nella prima metà del 2016 legata agli effetti delle
campagne anti olio di palma, si verifica nella seconda metà del 2016 un incremento del 4% [39].
Indubbiamente la campagna attuata ha avuto i suoi effetti, ma i punti di forza della Nutella sono stati
l’equity del brand e quella dell’azienda, che hanno portato i consumatori a trascurare o ritenere
irrilevante la presenza dell’olio di palma.
Per quanto concerne gli altri prodotti “senza olio di palma”, sebbene il 2018 si sia chiuso con un
trend positivo delle vendite rispetto al 2017 (+3,8%) in Italia, la spinta evidenziata nei 12 mesi
precedenti (+12,9%) si è andata esaurendo [35]. Riteniamo che questo fenomeno sia legato al fatto
che, mentre inizialmente i consumatori ricercavano tra gli scaffali i prodotti con questo claim, in un
secondo momento abbiano iniziato a dare “for garanted” che fosse un prerequisito di produzione,
senza curarsi troppo di verificarne la presenza.
3.3 La blockchain e la tracciabilità alimentare
Un altro importante aspetto legato alla trasparenza verso il consumatore, che ricopre ogni passaggio
della filiera produttiva, è quello della tracciabilità alimentare garantita attraverso le nuove tecnologie.
La blockchain (letteralmente "catena di blocchi") è una struttura dati condivisa e immutabile. Questo
registro digitale è raggruppato in blocchi che sono concatenati in ordine cronologico e la cui
sicurezza è garantita dalla crittografia. Il più grande pregio della blockchain è l’immutabilità del suo
contenuto poiché una volta scritto non può più essere né modificato né eliminato. La digitalizzazione
di questa costruzione di informazioni permette una maggiore velocità per qualsiasi procedimento e,
infine, permette di saltare qualsiasi passaggio di controllo attraverso un’entità centrale [40].
Spesso nel settore alimentare i prodotti sono esposti a molteplici manipolazioni da parte di diversi
soggetti, che a loro modo contribuiscono alla supply chain, prima di arrivare al consumatore finale.
La block chain permette all’utente di avere una tracciatura registrata che certifichi l’assenza di frodi
lungo tutta la filiera e per tutti i lotti. Il settore Agrifood sfrutta l’inviolabilità della catena di blocchi per
garantire transazioni verificate ed immuni da infrazioni. Grazie alle peculiarità di questo sistema
digitale, infine, è possibile un’indagine veloce sui cibi contaminati, una maggiore informazione
rispetto alle condizioni e al percorso che il cibo ha compiuto ed un vantaggio per i consumatori finali
poiché l’origine dei prodotti è autenticata e a prova di manomissione.
La Blockchain dà la possibilità di rafforzare la fedeltà dei clienti per quelle aziende che possono
costantemente garantire la qualità dei loro prodotti. I consumatori, in modo del tutto trasparente,
possono riconoscere autonomamente il valore, la qualità e la quantità della materia prima alla fonte
e durante i passaggi di filiera.
Tra i principali esponenti della grande distribuzione organizzata ad applicare la tecnologia
Blockchain vi è Carrefour. Oggi negli store di questa insegna è possibile acquistare il pollo Filiera
Qualità Carrefour Italia, il primo prodotto ad essere tracciato con questa tecnologia: il consumatore,
attraverso il proprio smartphone, ha la possibilità di leggere il QR code applicato sull’etichetta per
verificare in tempo reale le informazioni relative all’intera filiera [41].
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4. Sostenibilità e lifestyle: pianificazione e distribuzione nella Green
Economy
Da quando le aziende del settore food hanno acquisito consapevolezza del fatto che ambiente e
sostenibilità risultano sempre più interessanti agli occhi dei consumatori, si sono aperte le porte ad
iniziative finalizzate a dare maggiore rilievo alle pratiche di produzione eco-friendly ed etiche. Il
termine Green Marketing (o Marketing Verde) nacque infatti già tra la fine degli anni Ottanta e gli
inizi degli Anni Novanta, ma solo di recente è divenuto un fenomeno di grande interesse per le
aziende, che hanno iniziato a vedere le politiche per il rispetto dell’ambiente come una nuova
strategia per affrontare la concorrenza e sopravvivere alla crisi dei mercati [42]. La diffusione di
questa nuova coscienza ha fatto diventare la sostenibilità un modello di business, considerata dai
vertici aziendali una vera e propria leva strategica, nonché uno dei principali obiettivi delle imprese.
I brands che hanno come scopo lo sviluppo e la crescita nel settore mettono la sostenibilità alla base
delle loro strategie e dei loro processi di innovazione, con la convinzione che servizi e prodotti
debbano portare non solo benefici finanziari ma anche sociali.
4.1 C.S.R.
Le aziende si sono trovate nella condizione di dover fornire ai consumatori risposte concrete per
poter rimanere sul mercato e poter marciare allo stesso passo dei competitors e per dimostrarlo al
loro interno hanno istituito la Corporate Social Responsibility. La C.S.R. è, secondo la
comunicazione UE 681/2011, la responsabilità delle imprese per gli impatti che hanno sulla società.
L’elemento distintivo della C.S.R. è quello di creare per l’azienda oltre che un valore economico
anche un valore sociale per le persone, per il territorio e per l’ambiente [43]. I valori tangibili e
intangibili che apporta alle aziende si possono riassumere in qualità, sostenibilità e trasparenza.
Risulta evidente come la C.S.R. indirizzi le aziende verso una nuova strada e un nuovo modo di
creare prodotti con alti standard qualitativi, ma avendo l’accortezza di limitare l’impatto ambientale.
La Responsabilità Sociale d’Impresa è attenta alla crescente sensibilità in termini di sostenibilità che
viene richiesta dalle organizzazioni internazionali e comunitarie come ONU e EU. Le aziende, inoltre,
hanno così la possibilità di rimanere competitive nel tempo e perseguire una continua innovazione
adattandosi al mercato. Infine vi è la costante necessità di distinguere un marchio non solo per il
prodotto, ma anche per la cultura e la reputazione di un’azienda per accrescere la credibilità verso
il consumatore.
A fronte di questa importante riflessione è opportuno soffermarci su questo reale e concreto esempio
al fine di poter meglio comprendere lo sforzo che quotidianamente le aziende compiono: il caso
Barilla.
4.1.1 Il caso Barilla
Il gruppo Barilla gestisce in modo diretto gli acquisti di tutte le materie prime per poter garantire una
qualità su tutti i prodotti, ma soprattutto per avere un costante controllo lungo tutto la filiera produttiva
sotto il profilo di sicurezza alimentare e ambientale. Barilla è il maggior produttore di pasta al mondo
con una produzione annua di 1 milione di tonnellate equivalenti a circa 1,6 miliardi di tonnellate di
grano duro.
Barilla afferma che la propria visione di fare impresa si può riassumere in “Buono per te, Buono per
il pianeta”. Questo significa che il fatturato è importante ma non ad ogni costo, bisogna infatti
continuare a lavorare per ridurre l’impatto ambientale e promuovere l’adozione di diete sostenibili.
In questa chiave è stato sviluppato il decalogo Barilla per la coltivazione del grano duro, ovvero 10
semplici regole per rendere più efficienti le pratiche agronomiche e limitare il depauperamento delle
risorse naturali. Questo sistema ha permesso di ridurre l’impatto ambientale derivante dalla
coltivazione di grano duro del 30% con una conseguente diminuzione dei costi per l’agricoltore del
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30% e un aumento delle rese del 20%. Nel 2014 il Gruppo Barilla ha annunciato l’intenzione di voler
realizzare un raccordo ferroviario per collegare l’headquarter di Pedrignano alla rete ferroviaria, con
l’obiettivo di abbattere il 95% delle emissioni inquinanti generate dai camion [44].
4.2 Greenwashing
Nonostante oggigiorno siano davvero poche le aziende nel settore food che non si presentano
attente alle tematiche ambientali, è necessario indagare su quanto reale sia l’impegno di queste
ultime nei confronti di questa causa e quanto invece si tratti di trovate pubblicitarie finalizzate ad
attirare clientela. La crescita della sensibilità ambientale ha dato infatti origine al fenomeno del
Greenwashing, composto dalle parole green (verde) e wash (lavare), che deriva dalla parola inglese
“whitewash” e significa “riverniciare di verde”.
Con questo neologismo si indica la strategia di comunicazione di imprese, organizzazioni o istituzioni
finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo ambientale, allo
scopo di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dagli effetti negativi per l’ambiente dovuti alle
proprie attività o ai propri prodotti [45].Un caso che può far comprendere quanto il Greenwashing
sia reale è quello di Ferrarelle.
4.2.1 Il caso Ferrarelle
Il 15 Aprile 2011 il Giurì di Autodisciplina Pubblicitaria afferma che Ferrarelle ha utilizzato una
pubblicità ingannevole usando sulle etichette la frase “prodotto a impatto zero”. Il claim era riportato
su circa 26 milioni di bottiglie di plastica da un litro e mezzo.
L’azienda aveva stipulato un accordo con Life Gate per un versamento di una somma destinata a
riforestare un’ampia area boschiva per bilanciare le emissioni di anidride carbonica derivanti dalla
produzione. La motivazione principale per la quale è scaturita la bocciatura, quindi, era legata al
fatto che l’azienda in questione non avrebbe adottato procedure tecniche effettivamente finalizzate
alla riduzione dell’impatto ambientale, bensì all’adesione temporanea a uno specifico progetto
promosso da un ente terzo (LifeGate).
Per il Giurì il claim lascia intendere che la produzione di acqua risulta interamente compensata, e
questo è falso. La riforestazione delle coste del Costa Rica non riguarda la totalità delle emissioni
ma solo il 7% del totale annuale con un’adesione al progetto di soli 2 mesi [46]. Ferrarelle ha quindi
intenzionalmente cercato, tramite le proprie politiche di marketing, di presentare la realtà ai
consumatori in maniera poco accurata e veritiera compiendo un’azione di greenwashing.
4.3 Strategia del retail
Un altro importante attore della filiera è quello relativo al canale distributivo, che funge da
intermediario tra azienda e consumatore.
Se da un lato la GDO attua campagne di marketing che influenzano i consumi tramite la pubblicità,
dall’altro opera in maniera più diretta dedicando spazi appositi a tutti quei consumatori che
prediligono determinate categorie di alimenti. Fino a qualche anno fa, per reperire questi prodotti,
era necessario recarsi in negozi specializzati. Progressivamente, a causa di un aumento repentino
della domanda, i punti vendita dei retailers hanno dedicato uno spazio crescente in stand specifici e
sugli scaffali ai prodotti considerati “healthy”, con il duplice obiettivo di intercettare i consumatori che
li richiedono e incentivare gli altri verso tutti quei prodotti che, oltre ad apportare benefici alla salute
– o comunque essere meno dannosi di altri surrogati industriali – sono da considerarsi sostenibili
avendo un impatto ambientale molto basso.
La categoria più emblematica, dati i volumi di produzione e vendita, è quella del biologico. In meno
di 10 anni si è del tutto invertita l’incidenza dei suoi canali di distribuzione: come riportato dal
censimento di BioBank “Supermercati & Specializzati” nel 2009 i negozi specializzati vendevano il
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45%, contro il 29% della GDO; nel 2018, invece, i negozi specializzati scendono al 24% e le vendite
si concentrano nella GDO, con il 45% [47].
Sul fronte dei supermercati crescono le referenze alimentari delle private label bio (da 3500 a 4300).
Inoltre, nello stesso censimento viene osservato che “Negli ultimi tre anni le vendite bio nei
supermercati sono cresciute con incrementi a due cifre, anche se via via meno elevati: +36% nel
2016, +21% nel 2017, +11% nel 2018 [47]. Mentre i negozi bio hanno mantenuto le vendite del
2015”. Inoltre, cresce anche il numero medio di referenze bio presenti in un punto vendita, che segna
un incremento medio dal 2001 al 2017 del 431% [48].
Il biologico, dunque, non è più una scelta di nicchia, ma un’opzione sempre più diffusa e apprezzata
dai consumatori. Per questo motivo, i prodotti che vengono identificati con questo marchio, si
propagano in maniera capillare in tutti gli spazi in cui il consumatore è abituato a fare acquisti
alimentari e, di tutta risposta, guidano anche le strategie di marketing dei produttori e del retail.
Il direttore MDD di Carrefour, ad esempio, ha dichiarato che uno dei principali obiettivi aziendali sia
una democratizzazione del bio volta a rendere tali prodotti accessibili a tutti, iniziando col creare dei
veri e propri “shop in shop” interamente dedicati al biologico, con particolare attenzione al
freschissimo [49].
Per muoversi in un contesto sempre più mutevole, il bio deve essere inserito in un ambito di multi-
canalità che riduce il cosiddetto time to market. Ecco perché Carrefour ha deciso di aprire un’ala dei
prodotti bio anche nel proprio e-commerce.
Anche la Coop ha deciso di puntare sul prodotto a marchio, mentre altre catene preferiscono
appoggiarsi a marche specializzate, tra le quali la sempre più alta concorrenza spinge le aziende
verso una diminuzione dei prezzi [50].
Tuttavia, dovrebbe essere chiaro ai consumatori che se desiderano alimenti di qualità non possono
avere come unico driver il prezzo, piuttosto dovrebbero ricercare un prezzo coerente con le
necessità dei produttori e i valori del vero bio.
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5. L’economia circolare nel settore Agrifood
Un modello che a nostro parere risulta essere particolarmente virtuoso per le aziende agroalimentari
che decidono di adottarlo è quello dell’economia circolare, che consente una riduzione dell’impatto
ambientale legato alla produzione.
Secondo la definizione della Ellen MacArthur Foundation l’economia circolare “è un termine generico
per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. Questo tipo di economia è
progettata in modo da reinserire i materiali di origine biologica nella biosfera e rivalorizzare i materiali
tecnici senza intaccare la biosfera” [51].
Questo modello economico prevede una rivalutazione dell’intero processo produttivo basato sul
rispetto di alcuni criteri fondamentali. In primo luogo è necessario progettare un processo con un
approccio ecosistemico, che permetta di utilizzare gli scarti della filiera come risorse da reinserire
nel ciclo produttivo (eco-progettazione). Inoltre sarebbe opportuno sfruttare le fonti di energia
rinnovabili abbandonando quelle tradizionali.
La Ellen MacArthur Foundation, inoltre, ha redatto un rapporto intitolato “Cities and circular economy
for food”, in cui si evincono tre iniziative da mettere in pratica per realizzare un’economia circolare
in ambito food.
La prima proposta si concentra su una produzione di cibo che premia la sostituzione di fertilizzanti
sintetici con quelli organici, tutelando la biodiversità locale tramite l’implementazione delle rotazioni
colturali.
La seconda proposta è quella di massimizzare il riciclo dell’output produttivo, emulando il sistema
naturale di generazione. Le risorse organiche derivanti dai sottoprodotti, prive di contaminanti,
possono essere restituite al suolo sotto forma di fertilizzanti organici, oppure impiegati come nuove
fonti bioenergetiche o ancora in altri settori come ad esempio l’industria tessile [52].
In Italia sono molte le aziende che hanno già applicato questo modello economico, con risvolti molto
positivi in vari ambiti.
5.1 Casi concreti di applicazione del modello
Un caso degno di nota è quello del pastazzo di agrumi, sottoprodotto ottenuto dalla lavorazione delle
arance.
Al termine della produzione industriale di succo, infatti, si ottiene un residuo umido che rappresenta
circa il 50% del peso della frutta processata. Questo scarto è sempre stato considerato un rifiuto
problematico per l’intera filiera agrumicola a causa dei suoi elevati costi di smaltimento. Basti
pensare che nella sola Sicilia si producono ogni anno oltre 340 mila tonnellate di pastazzo, che
costano alla filiera oltre 10 milioni di euro l’anno [53].
Le aziende, impossibilitate a sostenere tali costi, hanno spesso commesso illeciti impattando
fortemente sull’ambiente. Ultimamente, però, questo prodotto è stato soggetto a un processo di
rivalutazione volto a mettere in luce il suo potenziale: con la legge n. 98/2013, infatti, viene introdotta
la “disciplina dell’utilizzo del pastazzo di agrumi”, grazie alla quale viene riclassificato come
sottoprodotto agrumicolo. Con la legge di stabilità del 2014 il MiSE eroga fondi grazie ai quali le
aziende possono investire in ricerca e sviluppo, sperimentando utilizzi innovativi [54].
Numerose imprese siciliane si sono mobilitate, con il supporto delle principali Università regionali e
nazionali; i risvolti sono stati molteplici: il pastazzo, infatti, ha mostrato buona attitudine ad essere
impiegato come fertilizzante, come mangime per animali, per produrre biogas. Tuttavia gli impieghi
più innovativi riguardano l’utilizzo delle fibre ottenute da macinazione ed essiccazione come sostituti
dei grassi vegetali, dato il loro grande potere di assorbimento e, ancora più sorprendentemente, la
produzione di filati e tessuti sostenibili, innovazione promossa dall’azienda Orange Fiber [55] [56].
Un altro esempio pratico è il caso della Barilla che ha dato vita al progetto “CartaCrusca” in
collaborazione con l’azienda Favini. L’obiettivo è quello di recuperare la crusca derivante dagli scarti
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di produzione, che non è più utilizzabile per il consumo alimentare, e destinarla alla realizzazione di
un nuovo packaging di carta ecologica. Grazie a questo studio è possibile ridurre del 20% l’utilizzo
di cellulosa di origine arborea [57].
L’applicazione dell’economia circolare risulta chiaro essere un beneficio non solo per l’ambiente, ma
anche per le imprese stesse. Secondo Confartigianato Imprese, in Italia, questo modello di business
permette di conseguire un fatturato di 55,8 miliardi di euro e un valore aggiunto di 18 miliardi pari al
1,1% del PIL. Inoltre crea un’occupazione pari a mezzo milione di addetti: l’Italia è al primo posto tra
i maggiori Paesi europei per quota di occupati nell’economia circolare, pari al 2,1% dei lavoratori di
tutti i settori e superiore all’1,7% della media UE [58].
5.2 Dinamiche “zero waste”
L’Unione Europea, il 4 luglio 2018, ha adottato 4 direttive note come “Pacchetto Economia Circolare”,
le quali a loro volta modificano direttive precedenti riguardanti imballaggi e rifiuti speciali. Tra gli
obiettivi prefissati dall’Ue rientrano: un riciclo di almeno il 55% dei rifiuti urbani e il 65% degli
imballaggi entro il 2025 [59]. In quest’ottica si stanno diffondendo i negozi “alla spina” e senza
imballaggio, i quali favoriscono il consumo dei cibi sfusi. Pare che questa sia una tendenza del
momento, ma in realtà le vecchie generazioni di consumatori compravano gli alimenti “a peso” dalla
bottega di fiducia dove il concetto di spesa senza imballaggi era la norma. I prodotti alimentari sfusi
più diffusi sono: riso, pasta, cereali, legumi, carne e pesce.
Questo sistema di offerta alimentare consente di trarre benefici sotto diversi aspetti: ragionando in
termini economici permette un piccolo risparmio di spesa in quanto il prodotto privo di imballaggio,
presenta un prezzo molto più basso rispetto ad uno confezionato. Di conseguenza, evitando il
packaging si ha un reimpiego di contenitori e una riduzione delle quantità di rifiuti da smaltire. Inoltre,
è un metodo che abbraccia la filosofia del “zero waste” consentendo, infatti, di acquistare la quantità
di alimenti desiderata e a misura delle esigenze evitando gli sprechi [60].
Il consumo di cibi sfusi non è l’unico modo per poter combattere il dispendio degli alimenti. Accanto
a questa modalità tradizionale, oggi possiamo trovare altri metodi innovativi che fanno leva
sull’utilizzo della tecnologia.
Ne è un esempio l’app “Too good to go”, nata dall’idea di giovani “waste warrior”, il cui scopo è quello
di creare un contatto tra i retail con eccedenza di cibo e gli utenti che vogliono acquistare il loro
surplus.
Gli esercenti che aderiscono a questo meccanismo propongono delle Mistery Box, ovvero buste
contenenti alimenti prossimi alla scadenza il cui valore effettivo è molto più alto rispetto al prezzo a
cui vengono venduti. L’offerente può promuovere la propria disponibilità all’interno dell’app in modo
che l’utente possa prenotarne uno e successivamente ritirarlo in orari prestabiliti. La particolarità di
questo sistema di acquisto consiste nel non svelare il contenuto del box ma soltanto il costo. Così
facendo si crea un effetto sorpresa per l’utente che, una volta ritirato il suo sacchetto, sarà curioso
di aprirlo proprio come se fosse un regalo inaspettato.
“Too good to go” da un lato permette all’azienda di evitare di sostenere una perdita economica
derivante dalla mancata vendita di cibi scaduti, dall’altro consente agli utenti di ridurre lo spreco di
cibo divertendosi e risparmiando [61].
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Conclusione
Gli operatori del settore Agrifood non possono rimanere inermi davanti alla progressiva evoluzione
del mercato; sempre di più le aziende sono chiamate a coniugare la loro idea di business con i nuovi
trends emergenti, e per farlo è necessario un impegno costante in consociazione con una reale
coerenza tra obiettivi della mission e operatività. Basarsi su una scala valoriale solida può essere la
chiave di volta per acquisire credibilità verso i consumatori e consolidarla nel tempo. L’individuo,
infatti, non è più un fruitore finale passivo, bensì assume connotazioni ben delineate fondamentali
da comprendere per attuare strategie vincenti in grado di garantire alle imprese la permanenza o la
penetrazione nel mercato.
E’ la coscienza che guida gli acquisti, i quali si sono progressivamente spostati dalla sfera del
fabbisogno nutrizionale a quella dell’edonismo e dell’etica. Le scelte che gli individui compiono
hanno come drivers: fattori salutistici, legati al benessere individuale; fattori culturali, connessi al
contesto sociale di appartenenza, come ad esempio la religione; fattori valoriali, basati sulla
salvaguardia delle risorse naturali e del benessere degli animali, così come sulla tutela dei diritti dei
lavoratori coinvolti nella produzione.
La Green Economy, pertanto, permette ai consumatori di identificarsi in un’azienda che condivide i
propri ideali. Sono diverse le strategie che si possono adottare, ma quelle che riteniamo più rilevanti
sono: il modello dell’economia circolare, in grado di garantire un’ottimizzazione delle risorse e degli
sprechi; la promozione della trasparenza sui processi produttivi, che può essere garantita dalle
nuove tecnologie, tra cui assume particolare rilevanza la Blockchain.
Appare ora più immediata la comprensione di quanto la comunicazione sia il principale mezzo tramite
il quale manifestare il reale impegno quotidiano garantendone una corretta percezione.
Se da un lato, pertanto, ci sono aziende che cercano di innovare i propri processi produttivi, dall’altro
è possibile prevedere che molte si orienteranno verso prodotti alternativi, che si stanno
progressivamente affermando in un’ottica di sostenibilità e wellness.
Rientrano in questa categoria gli insetti, che sono già consumati da più di 2 miliardi di persone nel
mondo dal momento che, grazie al loro apporto proteico elevato, risultano una valida alternativa alla
carne e al pesce; inoltre, nutrendosi di sostanze organiche in decomposizione, funghi e piante,
hanno un impatto ambientale pressoché trascurabile.
Un’altra prospettiva futura è quella del consumo di alghe le quali sono fortemente consigliate dai
nutrizionisti in relazione alle proprietà benefiche ad esse associate. Questa tipologia di alimento è
già presente nei menù orientali e si sta diffondendo gradualmente nella cucina occidentale grazie
alla sua facilità di coltivazione.
Infine grazie al progresso tecnologico e i numerosi investimenti da parte delle aziende nella divisione
“ricerca e sviluppo”, avremo a che fare sempre più con alimenti prodotti in laboratorio. Un esempio
emblematico è l’impossible burger, un prodotto ottenuto grazie all’impiego di sostanze vegetali e
additivi chimici che appare, da un punto di vista organolettico, perfettamente identico a un
tradizionale hamburger di carne.
In conclusione è possibile affermare che ci sia ancora molto lavoro da fare per raggiungere pieno
equilibrio tra una produzione eco-sostenibile ed etica e un impegno da parte dei consumatori
nell’acquistare solo prodotti di aziende che tutelino questi valori.
Se sempre più aziende iniziassero a vendere prodotti sostenibili e, allo stesso tempo, gli acquirenti
comprassero unicamente cibi provenienti da filiere produttive eco friendly, si giungerebbe ad una
naturale diminuzione delle vendite per le aziende che non rispettano tali vincoli. Questi competitors
sarebbero quindi costretti ad adeguarsi formando così un circolo virtuoso a favore dell’ambiente. Si
auspica dunque che con la forte apertura dimostrata dai giovani da una parte, e il crescente interesse
in questo campo dall’altra, il futuro del settore sarà sempre più pulito, etico e sicuro sia per l’ambiente
che per i suoi abitanti.
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