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America first
Trump conferma l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo mondiale sul clima. Cerchiamo di capire
meglio di cosa si tratta e quali sono le implicazioni per il mondo del lavoro.
Il documento licenziato dall’ONU in data 11.12.2015 (ADOPTION OF THE PARIS AGREEMENT –
Proposal by the President – Draft decision CP.21), reca in sé un ambizioso piano energetico: la
crescita della temperatura deve essere bloccata "ben al di sotto dei 2 gradi" rispetto all'era
preindustriale; e si deve fare tutto lo sforzo possibile per non superare 1,5 gradi. Inoltre, i Paesi
industrializzati si impegnano ad alimentare un fondo annuo da 100 miliardi di dollari (a partire dal
2021, con un meccanismo di crescita programmata), per il trasferimento delle tecnologie pulite nei
Paesi non in grado di fare da soli il salto verso la green economy.
L’accordo, sottoscritto da 195 nazioni, tende a evitare che ampie zone fertili inaridiscano, che
siccità e alluvioni crescano, che il livello del mare si alzi, cancellando isole stato e città costiere:
uno scenario apocalittico che occorre a tutti i costi scongiurare.
A Parigi, un anno e mezzo fa, è dunque partito un percorso destinato a cambiare il modo di vivere
e di produrre lungo tutto il XXI secolo. Valga un’eclatante conseguenza, immediatamente
registrata dal mondo della finanza: il settore del carbone, colpito da un calo dei consumi e dal
successo della campagna per il disinvestimento, è andato in crisi subito dopo la firma dell’accordo.
Dal summit è uscita con chiarezza la direzione che va prendendo l'economia: chi deve decidere gli
investimenti dovrà avere molta più fiducia nel fatto che sarà il settore a basse emissioni a far
conseguire profitti, mentre il settore delle fonti fossili comporterà dei grandi rischi finanziari.
Senonché, Trump (rinnegando, per l’ennesima volta, la scelta della precedente Amministrazione)
ha dichiarato il ritiro degli USA dall’accordo parigino. Motivo ufficiale: “L'accordo impone target
non realistici per gli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni, lasciando invece a Paesi quali la Cina
un lasciapassare per anni".
Analizzeremo più avanti il discorso cinese; quanto al resto, francamente appare difficile pensare
che proprio lo Stato più ricco e potente del mondo, sia l’unico a non poter far fronte agli impegni
sottoscritti. È evidente che tutti i governi firmatari dovranno fare uno sforzo economico non da
poco per il bene comune: ossia, la sopravvivenza stessa del pianeta; e ciò comporterà un
inevitabile contraccolpo per le economie interne, oltre che, nell’odierno mondo globalizzato, per il
mercato internazionale.
D’altronde, appare a tutti altrettanto ovvio che il maggiore sforzo economico debba essere
compiuto proprio dalla maggiore potenza mondiale (non certo dalle nazioni più povere); così come
– per esempio – per parlare di qualcosa di molto più vicino alla nostra professione, le maggiori
aliquote impositive sono a carico dei soggetti che producono i maggiori redditi. Ci pare questo un
precetto sacrosanto, inoppugnabile e indiscutibile.
Cerchiamo, allora, di comprendere meglio la situazione.
“L'atmosfera è come un grande mantice che assorbe ed espelle anidride carbonica. Il mantice è
azionato da tre pompe: l'oceano globale, la terra solida e l'uomo.” (Antonino Zichichi).
Con l’addio degli USA agli accordi di Parigi, si aggiungerebbero 3 miliardi di tonnellate di
CO2/anno. Per il 2099, la temperatura della terra aumenterebbe fino a + 0,3. L’accordo – si è detto
– impegna 195 Paesi a contenere il riscaldamento entro 2° dai livelli pre-industriali. Ma, già oggi, le
temperature sono 1° sopra.
Da un punto di vista pratico, occorre ricordare che l’accordo sul clima non è vincolante; inoltre,
nessuno Stato rischia penalizzazioni dirette se decide di lasciare. Nel trattato è previsto un
meccanismo per abbandonarlo che, nel complesso, richiede circa quattro anni per essere
completato. Gli Stati Uniti potrebbero, però, interrompere da subito tutte le loro attività di
collaborazione, non partecipare alle nuove riunioni sul clima e isolarsi dal resto della comunità
internazionale su questo tema. La successiva amministrazione, se lo volesse, potrebbe poi
ritornare indietro e sottoscrivere nuovamente l’accordo. Trump potrebbe anche decidere di
ritirarsi dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Accordi di Rio),
che porterebbe per la prima volta gli Stati Uniti a non partecipare più ai gruppi di lavoro sul
cambiamento climatico.
Attualmente, due soli Stati non fanno parte dell’accordo di Parigi: Siria e Nicaragua.
Nel suo lungo discorso dalla Casa Bianca, Trump ha sostenuto che l’accordo di Parigi avrebbe
danneggiato l’economia degli Stati Uniti. Ma il punto, semmai, è comprendere chi siano i soggetti
imprenditoriali davvero danneggiati e per quali altri soggetti, viceversa, questo accordo potrebbe
rappresentare una nuova ipotesi economica di sviluppo.
Negli ultimi anni – a esempio – la Cina ha visto nella lotta al cambiamento climatico una grande
opportunità economica, legata allo sviluppo di nuove tecnologie, soprattutto per quanto riguarda
lo sfruttamento delle fonti rinnovabili. Il governo ha attivato fondi e investimenti nella ricerca
sull’eolico e sul solare, così come sul nucleare di nuova generazione per realizzare reattori più
piccoli e più sicuri. La maggiore economia del continente asiatico ha un estremo bisogno di
diversificare il modo in cui produce energia elettrica, riducendo il consumo delle sue centrali a
carbone altamente inquinanti. Il costo sociale dell’inquinamento è difatti enorme, specie nelle
grandi città come Pechino, dove l’aria è irrespirabile e pericolosa per la salute durante molti mesi
dell’anno.
Dopo avere faticato nello sviluppo delle loro tecnologie, soprattutto per quanto riguarda il solare,
le aziende cinesi potrebbero aumentare sensibilmente le loro esportazioni di pannelli e altri
sistemi per sfruttare le energie rinnovabili, grazie alla minore concorrenza degli Stati Uniti nel
settore.
Abbiamo in premessa ricordato come, già all’indomani della firma sul patto, la finanza aveva
evidenziato l’immediato crollo dell’industria carbonifera. Le principali fonti di inquinamento
atmosferico sono, infatti: gli impianti di riscaldamento domestico, i motori degli autoveicoli a
combustione interna, gli impianti termici industriali, le centrali termoelettriche e gli impianti di
incenerimento di rifiuti solidi. A queste fonti, cui si deve la liberazione nell'atmosfera di diossido di
carbonio, monossido di carbonio, diossido di zolfo, ossidi di azoto, piombo, particelle sospese e
idrocarburi, vanno anche aggiunti numerosi settori industriali (chimico, metallurgico, estrattivo) e
di consumo finale, responsabili dell'emissione di sostanze quali, per esempio, composti organici di
varia natura (tra cui i clorofluorocarburi).
Riassumendo molto: negli ultimi decenni la produzione di anidride carbonica (CO2) nel mondo è
aumentata, soprattutto a causa dell’attività umana che con industrie, automobili e il costante
consumo di combustibili fossili ha immesso nell’atmosfera enormi quantità di questo gas. La CO2
crea una sorta di bolla intorno alla Terra, impedendole di disperdere in modo efficiente il calore
proveniente dal Sole: questo riscaldamento anomalo del pianeta porta i ghiacci polari a sciogliersi
più velocemente, muta le correnti oceaniche e, più in generale, il clima, con eventi sempre più
estremi come alluvioni o prolungati periodi di siccità.
Il carbone (o carbon fossile) è un combustibile fossile, in genere, estratto da miniere a cielo aperto.
Si tratta di un combustibile pronto all'uso, composto principalmente da carbonio, tracce di
idrocarburi, oltre a vari altri minerali accessori assortiti, compresi alcuni a base di zolfo. Le miniere
a cielo aperto di carbone hanno un elevato impatto ambientale, tanto da indicare detto fossile
come il più potente nemico per l’equilibrio climatico.
A questo punto, ci siamo presi la briga di verificare quali siano i Paesi con le maggiori riserve di
carbone nel mondo. Riportiamo i dati – assai indicativi – solamente dei primi tre Paesi, in base a
quanto esposto dalle tre maggiori organizzazioni internazionali specializzate nel settore:
USA = 265.000 (mld. mt.)
RUSSIA = 157.000 (mld. mt.)
CINA = 114.000 (mld. mt.)
Da notare che le riserve di carbone sono ancora abbondanti, tanto da prevedere una disponibilità
almeno per i prossimi 200 anni; per la cronaca, ben oltre ai 50 anni circa previsti per il petrolio e il
gas naturale.
Inoltre, Cina e Stati Uniti sono i primi nella classifica dei più grandi produttori di emissioni di
anidride carbonica al mondo.
Appare subito importante allora rappresentare che le altre due super potenze del carbone, Russia
e Cina (unitamente all’UE), pur con il loro imponente fabbisogno interno, si sono immediatamente
preoccupate di precisare che, nonostante la decisione di Trump, loro rispetteranno pienamente gli
impegni presi a Parigi.
Il problema è che ci sono aziende europee e cinesi, soprattutto dell’industria pesante, fortemente
preoccupate dalle limitazioni sulle emissioni, che fanno pressioni per cambiarle. Imporre politiche
energetiche più restrittive, mentre una delle più grandi potenze economiche del mondo può farne
a meno, potrebbe diventare molto difficile in Europa e in Cina. Gli Stati Uniti potrebbero, infatti,
produrre a costi minori, inquinando di più, e praticando una sorta di concorrenza sleale (dumping)
nei confronti degli altri Paesi che invece mantengono delle politiche sulle emissioni assai più
responsabili.
Negli Stati Uniti, in particolare, circa la metà dell'elettricità è generata dal carbone. Ergo, la ritirata
strategica sembrerebbe poggiare su valutazioni esclusivamente economiche. D’altra parte, anche il
Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha di recente tagliato le sue previsioni di crescita per
l'economia statunitense, per ragioni legate all'incertezza delle politiche intraprese dalla Casa
Bianca.
Il ritiro dall’accordo di Parigi è, quindi, solo un pezzo del puzzle: appena diventato presidente,
Trump ha di fatto ridotto i poteri dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA), e sta
lavorando per eliminare il Clean Power Plan, promosso da Obama per ridurre le emissioni di CO2
prodotte dalle centrali elettriche statunitensi che bruciano combustibili fossili.
Fortunatamente, a prescindere dalle decisioni di Trump, molte aziende locali sono comunque
determinate a mantenere i loro piani per la produzione di pannelli solari, turbine eoliche e altri
sistemi per sfruttare le fonti rinnovabili. Sono società che durante gli otto anni di amministrazione
Obama hanno ottenuto fondi e agevolazioni per ingrandirsi e svilupparsi, e che hanno visto
nell’energia pulita una grande opportunità per fare affari.
È quindi lampante che all’origine del ritiro statunitense dall’accordo vi siano puri e semplici fattori
di economicità interna. Ma, rebus sic stantibus, qualcosa ancora stride, non torna: tutte le nazioni
firmatarie – come detto – hanno dovuto effettuare delle rinunce per firmare il patto; la situazione
non era diversa nel 2015, eppure Obama aveva aderito, non lesinando oggi forti critiche per la
decisione adottata da Trump (Così si rifiuta il futuro).
Evidentemente manca un “passaggio” fondamentale, soprattutto se si considera che le procedure
per l'uscita degli Usa dagli accordi di Parigi potrebbero protrarsi fino al novembre del 2020, cioè a
dire lo stesso mese delle prossime elezioni presidenziali americane.
Ebbene, a tal proposito, andando a leggere l’elenco dei finanziatori della recente campagna
presidenziale, scopriamo che la Clinton era foraggiata dalle lobby bancarie, mentre Trump da
quelle di armaioli e industriali particolarmente attive nel comparto carbonifero.
Parrebbe, quindi, lecito concludere che – tutto il mondo è Paese – i governanti agiscono per il
benessere economico dei loro “amici”, e non certo per quello complessivo dell’intera nazione:
Trump ne è il più fulgido esempio.
In generale, a prendere Trumpate ci siamo subito abituati; ma, non essendo noi cittadini
americani, non ci hanno ancora toccato se non in modo marginale. Peraltro, nella specifica
fattispecie, trattandosi di decisioni che vanno a incidere sulla vita futura del pianeta, la cosa ci
tocca profondamente, atteso che siamo tutti, indubitabilmente, cittadini del mondo.
In fondo, è molto semplice: non esiste un’alternativa all’attuale accordo climatico, perché non
esiste un’alternativa attuale al pianeta Terra… e nessun esperto, o presunto tale, potrà mai
convincerci del contrario.

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America first

  • 1. America first Trump conferma l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo mondiale sul clima. Cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta e quali sono le implicazioni per il mondo del lavoro. Il documento licenziato dall’ONU in data 11.12.2015 (ADOPTION OF THE PARIS AGREEMENT – Proposal by the President – Draft decision CP.21), reca in sé un ambizioso piano energetico: la crescita della temperatura deve essere bloccata "ben al di sotto dei 2 gradi" rispetto all'era preindustriale; e si deve fare tutto lo sforzo possibile per non superare 1,5 gradi. Inoltre, i Paesi industrializzati si impegnano ad alimentare un fondo annuo da 100 miliardi di dollari (a partire dal 2021, con un meccanismo di crescita programmata), per il trasferimento delle tecnologie pulite nei Paesi non in grado di fare da soli il salto verso la green economy. L’accordo, sottoscritto da 195 nazioni, tende a evitare che ampie zone fertili inaridiscano, che siccità e alluvioni crescano, che il livello del mare si alzi, cancellando isole stato e città costiere: uno scenario apocalittico che occorre a tutti i costi scongiurare. A Parigi, un anno e mezzo fa, è dunque partito un percorso destinato a cambiare il modo di vivere e di produrre lungo tutto il XXI secolo. Valga un’eclatante conseguenza, immediatamente registrata dal mondo della finanza: il settore del carbone, colpito da un calo dei consumi e dal successo della campagna per il disinvestimento, è andato in crisi subito dopo la firma dell’accordo. Dal summit è uscita con chiarezza la direzione che va prendendo l'economia: chi deve decidere gli investimenti dovrà avere molta più fiducia nel fatto che sarà il settore a basse emissioni a far conseguire profitti, mentre il settore delle fonti fossili comporterà dei grandi rischi finanziari. Senonché, Trump (rinnegando, per l’ennesima volta, la scelta della precedente Amministrazione) ha dichiarato il ritiro degli USA dall’accordo parigino. Motivo ufficiale: “L'accordo impone target non realistici per gli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni, lasciando invece a Paesi quali la Cina un lasciapassare per anni". Analizzeremo più avanti il discorso cinese; quanto al resto, francamente appare difficile pensare che proprio lo Stato più ricco e potente del mondo, sia l’unico a non poter far fronte agli impegni sottoscritti. È evidente che tutti i governi firmatari dovranno fare uno sforzo economico non da poco per il bene comune: ossia, la sopravvivenza stessa del pianeta; e ciò comporterà un inevitabile contraccolpo per le economie interne, oltre che, nell’odierno mondo globalizzato, per il mercato internazionale. D’altronde, appare a tutti altrettanto ovvio che il maggiore sforzo economico debba essere compiuto proprio dalla maggiore potenza mondiale (non certo dalle nazioni più povere); così come – per esempio – per parlare di qualcosa di molto più vicino alla nostra professione, le maggiori aliquote impositive sono a carico dei soggetti che producono i maggiori redditi. Ci pare questo un precetto sacrosanto, inoppugnabile e indiscutibile. Cerchiamo, allora, di comprendere meglio la situazione.
  • 2. “L'atmosfera è come un grande mantice che assorbe ed espelle anidride carbonica. Il mantice è azionato da tre pompe: l'oceano globale, la terra solida e l'uomo.” (Antonino Zichichi). Con l’addio degli USA agli accordi di Parigi, si aggiungerebbero 3 miliardi di tonnellate di CO2/anno. Per il 2099, la temperatura della terra aumenterebbe fino a + 0,3. L’accordo – si è detto – impegna 195 Paesi a contenere il riscaldamento entro 2° dai livelli pre-industriali. Ma, già oggi, le temperature sono 1° sopra. Da un punto di vista pratico, occorre ricordare che l’accordo sul clima non è vincolante; inoltre, nessuno Stato rischia penalizzazioni dirette se decide di lasciare. Nel trattato è previsto un meccanismo per abbandonarlo che, nel complesso, richiede circa quattro anni per essere completato. Gli Stati Uniti potrebbero, però, interrompere da subito tutte le loro attività di collaborazione, non partecipare alle nuove riunioni sul clima e isolarsi dal resto della comunità internazionale su questo tema. La successiva amministrazione, se lo volesse, potrebbe poi ritornare indietro e sottoscrivere nuovamente l’accordo. Trump potrebbe anche decidere di ritirarsi dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Accordi di Rio), che porterebbe per la prima volta gli Stati Uniti a non partecipare più ai gruppi di lavoro sul cambiamento climatico. Attualmente, due soli Stati non fanno parte dell’accordo di Parigi: Siria e Nicaragua. Nel suo lungo discorso dalla Casa Bianca, Trump ha sostenuto che l’accordo di Parigi avrebbe danneggiato l’economia degli Stati Uniti. Ma il punto, semmai, è comprendere chi siano i soggetti imprenditoriali davvero danneggiati e per quali altri soggetti, viceversa, questo accordo potrebbe rappresentare una nuova ipotesi economica di sviluppo. Negli ultimi anni – a esempio – la Cina ha visto nella lotta al cambiamento climatico una grande opportunità economica, legata allo sviluppo di nuove tecnologie, soprattutto per quanto riguarda lo sfruttamento delle fonti rinnovabili. Il governo ha attivato fondi e investimenti nella ricerca sull’eolico e sul solare, così come sul nucleare di nuova generazione per realizzare reattori più piccoli e più sicuri. La maggiore economia del continente asiatico ha un estremo bisogno di diversificare il modo in cui produce energia elettrica, riducendo il consumo delle sue centrali a carbone altamente inquinanti. Il costo sociale dell’inquinamento è difatti enorme, specie nelle grandi città come Pechino, dove l’aria è irrespirabile e pericolosa per la salute durante molti mesi dell’anno. Dopo avere faticato nello sviluppo delle loro tecnologie, soprattutto per quanto riguarda il solare, le aziende cinesi potrebbero aumentare sensibilmente le loro esportazioni di pannelli e altri sistemi per sfruttare le energie rinnovabili, grazie alla minore concorrenza degli Stati Uniti nel settore. Abbiamo in premessa ricordato come, già all’indomani della firma sul patto, la finanza aveva evidenziato l’immediato crollo dell’industria carbonifera. Le principali fonti di inquinamento atmosferico sono, infatti: gli impianti di riscaldamento domestico, i motori degli autoveicoli a combustione interna, gli impianti termici industriali, le centrali termoelettriche e gli impianti di
  • 3. incenerimento di rifiuti solidi. A queste fonti, cui si deve la liberazione nell'atmosfera di diossido di carbonio, monossido di carbonio, diossido di zolfo, ossidi di azoto, piombo, particelle sospese e idrocarburi, vanno anche aggiunti numerosi settori industriali (chimico, metallurgico, estrattivo) e di consumo finale, responsabili dell'emissione di sostanze quali, per esempio, composti organici di varia natura (tra cui i clorofluorocarburi). Riassumendo molto: negli ultimi decenni la produzione di anidride carbonica (CO2) nel mondo è aumentata, soprattutto a causa dell’attività umana che con industrie, automobili e il costante consumo di combustibili fossili ha immesso nell’atmosfera enormi quantità di questo gas. La CO2 crea una sorta di bolla intorno alla Terra, impedendole di disperdere in modo efficiente il calore proveniente dal Sole: questo riscaldamento anomalo del pianeta porta i ghiacci polari a sciogliersi più velocemente, muta le correnti oceaniche e, più in generale, il clima, con eventi sempre più estremi come alluvioni o prolungati periodi di siccità. Il carbone (o carbon fossile) è un combustibile fossile, in genere, estratto da miniere a cielo aperto. Si tratta di un combustibile pronto all'uso, composto principalmente da carbonio, tracce di idrocarburi, oltre a vari altri minerali accessori assortiti, compresi alcuni a base di zolfo. Le miniere a cielo aperto di carbone hanno un elevato impatto ambientale, tanto da indicare detto fossile come il più potente nemico per l’equilibrio climatico. A questo punto, ci siamo presi la briga di verificare quali siano i Paesi con le maggiori riserve di carbone nel mondo. Riportiamo i dati – assai indicativi – solamente dei primi tre Paesi, in base a quanto esposto dalle tre maggiori organizzazioni internazionali specializzate nel settore: USA = 265.000 (mld. mt.) RUSSIA = 157.000 (mld. mt.) CINA = 114.000 (mld. mt.) Da notare che le riserve di carbone sono ancora abbondanti, tanto da prevedere una disponibilità almeno per i prossimi 200 anni; per la cronaca, ben oltre ai 50 anni circa previsti per il petrolio e il gas naturale. Inoltre, Cina e Stati Uniti sono i primi nella classifica dei più grandi produttori di emissioni di anidride carbonica al mondo. Appare subito importante allora rappresentare che le altre due super potenze del carbone, Russia e Cina (unitamente all’UE), pur con il loro imponente fabbisogno interno, si sono immediatamente preoccupate di precisare che, nonostante la decisione di Trump, loro rispetteranno pienamente gli impegni presi a Parigi. Il problema è che ci sono aziende europee e cinesi, soprattutto dell’industria pesante, fortemente preoccupate dalle limitazioni sulle emissioni, che fanno pressioni per cambiarle. Imporre politiche energetiche più restrittive, mentre una delle più grandi potenze economiche del mondo può farne a meno, potrebbe diventare molto difficile in Europa e in Cina. Gli Stati Uniti potrebbero, infatti,
  • 4. produrre a costi minori, inquinando di più, e praticando una sorta di concorrenza sleale (dumping) nei confronti degli altri Paesi che invece mantengono delle politiche sulle emissioni assai più responsabili. Negli Stati Uniti, in particolare, circa la metà dell'elettricità è generata dal carbone. Ergo, la ritirata strategica sembrerebbe poggiare su valutazioni esclusivamente economiche. D’altra parte, anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha di recente tagliato le sue previsioni di crescita per l'economia statunitense, per ragioni legate all'incertezza delle politiche intraprese dalla Casa Bianca. Il ritiro dall’accordo di Parigi è, quindi, solo un pezzo del puzzle: appena diventato presidente, Trump ha di fatto ridotto i poteri dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente (EPA), e sta lavorando per eliminare il Clean Power Plan, promosso da Obama per ridurre le emissioni di CO2 prodotte dalle centrali elettriche statunitensi che bruciano combustibili fossili. Fortunatamente, a prescindere dalle decisioni di Trump, molte aziende locali sono comunque determinate a mantenere i loro piani per la produzione di pannelli solari, turbine eoliche e altri sistemi per sfruttare le fonti rinnovabili. Sono società che durante gli otto anni di amministrazione Obama hanno ottenuto fondi e agevolazioni per ingrandirsi e svilupparsi, e che hanno visto nell’energia pulita una grande opportunità per fare affari. È quindi lampante che all’origine del ritiro statunitense dall’accordo vi siano puri e semplici fattori di economicità interna. Ma, rebus sic stantibus, qualcosa ancora stride, non torna: tutte le nazioni firmatarie – come detto – hanno dovuto effettuare delle rinunce per firmare il patto; la situazione non era diversa nel 2015, eppure Obama aveva aderito, non lesinando oggi forti critiche per la decisione adottata da Trump (Così si rifiuta il futuro). Evidentemente manca un “passaggio” fondamentale, soprattutto se si considera che le procedure per l'uscita degli Usa dagli accordi di Parigi potrebbero protrarsi fino al novembre del 2020, cioè a dire lo stesso mese delle prossime elezioni presidenziali americane. Ebbene, a tal proposito, andando a leggere l’elenco dei finanziatori della recente campagna presidenziale, scopriamo che la Clinton era foraggiata dalle lobby bancarie, mentre Trump da quelle di armaioli e industriali particolarmente attive nel comparto carbonifero. Parrebbe, quindi, lecito concludere che – tutto il mondo è Paese – i governanti agiscono per il benessere economico dei loro “amici”, e non certo per quello complessivo dell’intera nazione: Trump ne è il più fulgido esempio. In generale, a prendere Trumpate ci siamo subito abituati; ma, non essendo noi cittadini americani, non ci hanno ancora toccato se non in modo marginale. Peraltro, nella specifica fattispecie, trattandosi di decisioni che vanno a incidere sulla vita futura del pianeta, la cosa ci tocca profondamente, atteso che siamo tutti, indubitabilmente, cittadini del mondo.
  • 5. In fondo, è molto semplice: non esiste un’alternativa all’attuale accordo climatico, perché non esiste un’alternativa attuale al pianeta Terra… e nessun esperto, o presunto tale, potrà mai convincerci del contrario.