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Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2021

G. Giovannetti, 7 aprile 2021 -
Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2021, un rapporto tempestivo ed importante

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Rapporto sulla competitività dei settori produttivi 2021

  1. 1. Discussione del: Giorgia Giovannetti Università di Firenze 7 aprile 2021 Un Rapporto tempestivo e importante
  2. 2. Diversi livelli di analisi della crisi legata al Covid 19: i risultati principali per livello Forte eterogeneità • Macroeconomico: contributo negativo anche della domanda estera; contrazione delle esportazioni pur senza perdita di competitività; riduzione del margine estensivo e intensivo (concentrazione sui mercati con presenza consolidata); • Settoriale: crollo maggiore nei servizi non finanziari (protetti nella crisi del 2008-09); flessione delle esportazioni maggiore nei settori di specializzazione [Q: sono settori a crescita domanda mondiale lenta, ancora più penalizzati nella crisi?]; limitati cambiamenti nella concentrazione geografica dei mercati di provenienza delle importazioni [Q: riguarda intermedi o finali? Potrebbe essere un collegamento con cap 3]; focus sul settore più penalizzato dal confinamento e dalle misure restrittive: il turismo; • Impresa: un terzo delle imprese a rischio sopravvivenza, oltre il 60% dichiara ricavi in diminuzione (> 10%); la dimensione conta molto (piccolo non è bello); reazioni molto diverse alla crisi (alcune imprese «spiazzate», altre hanno predisposto strategie di difesa, in alcuni casi anche complesse) • Territorio (regioni e sistemi locali del lavoro): l’analisi riprende i risultati principali a livello di impresa e settore: nelle regioni e SI dove le imprese sono piccole e meno aperte ai mercati internazionali, crisi più dura;
  3. 3. I messaggi principali, per livello Elevata eterogeneità • Macroeconomico: l’Italia non ha perso competitività sui mercati internazionali grazie alla struttura merceologica e geografica delle export; • Settoriale: le imprese manifatturiere, soprattutto quelle nelle catene del valore, hanno modificato di poco le proprie strategie di internazionalizzazione (sia in termini di diversificazione delle tipologie di prodotti venduti all’estero che nel numero dei fornitori esteri); sembrano aver prevalso orientamenti di «wait and see» (percezione di interruzione temporanea delle CGV?) • Impresa: le imprese internazionalizzate sono meno vulnerabili e più resilienti (risultati rafforzati con forme più complesse di internazionalizzazione, NB: ex ante le imprese internazionalizzate sono più produttive e più grandi) • Territorio (regioni e sistemi locali del lavoro): dualismo fra regioni settentrionali (a basso rischio) e meridionali, che hanno imprese più piccole e meno internazionalizzate (ad alto rischio); ma Val d’Aosta, Trentino «ad alto rischio» (altamente specializzate in turismo) [si tiene conto che il Nord è stato colpito più duramente dal virus?]
  4. 4. Mi concentro sul capitolo 3: «imprese» • Banca dati molto ricca derivante da due «indagini Covid» collegate al censimento: circa 90mila imprese (rappresentative di un universo di 1 milione di unità, 13 milioni di addetti, il 90% del VA). • Oltre 2/3 delle imprese ha subito riduzione del fatturato • Ma il 18% non ha subito conseguenze o ha tratto beneficio [un elemento di ottimismo] • Diverse classificazioni di imprese (non necessariamente sovrapponibili): per dinamismo (basso/medio/alto) e tipologia di reazione (statiche- in crisi e resilienti- e proattive – in sofferenza, espansione, avanzate); per solidità strutturale (a rischio, fragili, resistenti, solide) [imprese, occupazione, VA]: l’11% delle «solide» rappresenta il 46,3% dell’occupazione e il 14,9% del VA
  5. 5. Forme di internazionalizzazione più complesse tendono a associarsi a minori elementi di vulnerabilità Le imprese internazionalizzate segnalano meno problemi di liquidità e rischi operativi; tuttavia hanno sofferto calo della domanda (specialmente le esportatrici, two-ways & global). Il fatto che soffrano meno lo shock di offerta suggerisce che CGV hanno «retto»
  6. 6. Il rischio di non sopravvivere per le imprese piccole (3-9 e 10-49 addetti) è elevato ma nettamente più contenuto per le imprese internazionalizzate (il divario piccole grandi si annulla per le MN) La dimensione conta, soprattutto per le imprese meno internazionalizzate
  7. 7. Di fronte alla crisi le imprese reagiscono…. • Non tutte e non tutte nello stesso modo…. • 30% delle imprese sono «spiazzate», non hanno attuato strategie di difesa; • 25% ha introdotto nuovi prodotti, diversificato i canali di vendita e fornitura, intensificato le relazioni esistenti con altre imprese, digitalizzato ….. • Varie domande (alcune trovano risposta, altre no) 1. Molte imprese hanno reagito modificando le fonti di finanziamento, espandendo le attività on line (non solo e-commerce), cambiando spazi di lavoro….. • Q1: queste modifiche saranno temporanee o permanenti? La risposta è cruciale per la sopravvivenza stessa delle imprese, in un contesto mondiale più competitivo ma anche per predisporre politiche adeguate 2. Ci sono state diverse «ondate», non sempre sincronizzate a livello mondiale • Q2: le imprese si sono comportate nello stesso modo nelle due/tre ondate? Si può pensare che siano state colte di sorpresa dalla prima ondata, più preparate per rispondere alla seconda (terza)? Nel rapporto non sono evidenziate differenze temporali (salvo quelle settoriali con l’indicatore sintetico di competitività), ma con le due indagini, i dati micro ci sono e sarebbe interessante indagare proprio sulle differenze
  8. 8. I nessi settori-imprese-territori sono importanti • Ma non sempre semplici (ci sono a volte problemi statistici di compatibilità fra i dati macro, quelli delle tavole input output e quelli microeconomici) • Q1: Le imprese che hanno reagito meglio alla crisi sono concentrate in settori specifici? Ad esempio, in settori con inputs intermedi più complessi (dove il costo di cambiare partner commerciale è molto più alto e c’è maggiore isteresi?) • Q2: I risultati sulle perdite di fatturato nella manifattura (maggiori nei beni strumentali e intermedi) valgono anche per le imprese nelle catene del valore? • Q3: Le imprese internazionalizzate si concentrano in alcuni territori? In che misura contano le infrastrutture? A che livello di granularità? • L’analisi (nel capitolo 2) sulle catene del valore suggerisce che c’è stata una debole tendenza alla diversificazione delle fonti, ma che i contratti con i fornitori sono stati mantenuti. I settori più aperti all’internazionalizzazione hanno reagito meglio e più velocemente (così come le imprese) • Le imprese piccole sono quelle che riducono i fornitori esteri a vantaggio di quelli in Italia (ma sono anche le più fragili), adottano meno tecnologie innovative, sono indebitate. • Tutti questi elementi sono importanti per identificare le politiche economiche
  9. 9. Le implicazioni di politica economica • Una analisi accurata deve essere la base della politica economica, specialmente in un momento in cui si discute di fondi del «Next generation EU» • E’ importante capire la crisi Covid 19 per poter predisporre politiche adeguate • Questa crisi è molto diversa dalle precedenti, in termini di forza, pervasività, simultaneità, interazione di shock di domanda e di offerta, settori e territori maggiormente coinvolti • I settori più influenzati sono diversi soprattutto rispetto alla grande crisi finanziaria, con un forte impatto sui servizi «face to face» • In molti settori una forma di internazionalizzazione comune (per piccole imprese) è la partecipazione alle catene del valore (considerate procicliche): questa volta le catene del valore sembrano aver mitigato lo shock [resta da esplorare il possibile ruolo della posizione forward o backward di imprese e paesi] • I risultati settoriali e a livello di impresa vanno nella stessa direzione: settori/imprese più «aperti» alla concorrenza internazionale hanno performances migliori/reagiscono più velocemente/si adeguano meglio. Cosa vuol dire in termini di politiche?
  10. 10. Disegnare una politica • All'inizio della crisi si è privilegiato il sostegno alle imprese per evitare la distruzione (in parte irrecuperabile) di capacità produttiva. • Il rischio era di mantenere in vita attività comunque destinate a scomparire o ridimensionarsi, con possibili effetti negativi sull'efficienza di lungo periodo. Ma era un rischio che si poteva/doveva «sopportare» • Nel breve periodo è un politica sensata, ma per quanto tempo può essere portata avanti? Che succede se/quando si "tolgono" gli aiuti alle imprese? [problema di incoerenza temporale] • Quali sono le passività (finanziarie e in termini di capitale umano) delle imprese? • Dopo oltre un anno è essenziale facilitare il funzionamento dei mercati. Per le imprese innovare, digitalizzare, ripensare modalità di produzione e esportazione, non avere difficoltà burocratiche è necessario per sopravvivere. Non è più una strategia, è la strategia
  11. 11. Quali sono allora le politiche appropriate? • In questo contesto, le politiche protezionistiche, che diminuiscono la diversificazione del rischio, potrebbero risultare controproducenti proprio per le imprese (e i lavoratori) che vorrebbero proteggere • Le spinte al reshoring non hanno un fondamento nelle analisi del Rapporto. Potrebbe avere più senso una regionalizzazione (scorciamento delle catene del valore) [Suez, aumento dei costi di trasporto dovuto a questioni logistiche] • L’appartenenza alle catene del valore (o in genere una modalità di internazionalizzazione più complessa) in se sembra «proteggere», anche se la maggiore resilienza delle imprese dipende da caratteristiche ex ante • Politiche di internazionalizzazione e integrazione potrebbero quindi aiutare le imprese a essere più resilienti e al tempo stesso portare benefici sistemici, collegati al risk management e alla diversificazione delle imprese all’interno delle catene del valore • Queste politiche dovrebbero far si che la crisi sanitaria ed economica non si trasformi anche in crisi finanziaria, data l’eredità (in termini di debito pubblico e privato) • Ci sono eterogeneità importanti a livello di imprese e di settori, e quindi le politiche non possono essere «one size fits all»
  12. 12. Grazie Giorgia.giovannetti@unifi.it Università degli Studi di Firenze

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