R. Villano - verso la società globale info-conclusioni

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R. Villano - verso la società globale info-conclusioni

  1. 1. 3 ROTARY INTERNATIONAL DISTRETTO 2100 ITALIA Service Above Self - He Profit Most Who Serves Best Raimondo Villano Verso la società globale dell’informazione A. R. 2000-2001
  2. 2. 4 L’elaborazione e la scrittura di questo testo è stata ultimata nel mese di maggio 1996. © Rotary International - Club Pompei Oplonti Vesuvio Est Elaborazione, impaginazione e correzioni a cura di Raimondo Villano Edizioni Eidos, Castellammare di Stabia (Na)
  3. 3. 5 Indice Presentazione 7 Prefazione 9 CAPITOLO I Analisi settoriale delle principali applicazioni telematiche 11 CAPITOLO II Analisi settoriale dei problemi tecnici di applicazione e/o sviluppo delle tecnologie informatiche 33 CAPITOLO III Sicurezza e reati informatici: problemi tecnici, giuridici e normativi 85 CAPITOLO IV Problematiche ed azioni politiche 113 CAPITOLO V Politica, attività e problematiche delle imprese del settore informatico 135 CAPITOLO VI Stime di mercato 149 CAPITOLO VII Aspetti filosofici, morali ed esistenziali 155 CAPITOLO VIII Impatto spaziale. Problemi urbanistici 163 CAPITOLO IX Impatto sociale 169 Conclusioni 177 Note 180 Bibliografia 183
  4. 4. 7 Presentazione Un grande dono offerto con grande umiltà. Ecco come si può definire questa lunga e non lieve fatica di Raimondo Villano, il quale, per mero spirito di servizio e non certo per ambizioni accademiche, ha voluto assumere la parte e l’ufficio di mediatore tra una materia intrinsecamente complessa e in rapida evolu- zione e la gran massa di coloro che, in numero e in misura crescenti, son destinati a fare i conti con essa, anche se non per loro scelta. Il discorso sull’attuale società dell’informazione è tanto diffuso, che rischia di apparire un luogo comune. Ma proprio il fatto di essere comune comporta la necessità che se ne conoscano, sia pure a grandi linee ma non superficialmente, contenuti metodi e finalità non con la pretesa di dominare il nuovo universo disciplinare ma con il legittimo desiderio di non esserne dominati e manipolati. La nuova realtà creata dalla scienza informatica ed elettronica ha profondamente mutato, abbreviandole fin quasi a cancellarle, le tradizionali coordinate spaziali e temporali dell’umano agire e comunicare, costringendo anche menta- lità e abitudini a rapidi processi di adattamento. Quando gli adattamenti ci sono stati (con o senza traumi conta poco), si son ritrovati enormemente accresciuti i poteri di ciascun individuo di mettersi in relazione con gli altri e quindi di moltiplicare, attraverso lo scambio di informazioni, le occasioni e le modalità della crescita globale della personalità. Quando, invece, gli adattamenti non sono stati nep- pure tentati o, se avviati, non hanno creato le sperate abilità, s’è avvertita una progressiva emerginazione dal flusso delle informazioni e s’è instaurata la non felice condizione di do- ver utilizzare informazioni manipolate da altri o comunque di seconda mano. Ecco perché oggi non è più possibile scegliere tra l’adesione alla nuova realtà e il rifiuto di essa. Nella società dell’informazione ci siamo già e, ci piaccia o no, l’unica libertà di scelta che rimane è tra il rassegnarsi a subirla o il prepararsi a guidarla. E l’uomo, se non vuole abdicare alla propria dignità, non può non provvedere in tempo alla propria libertà con lo scegliere la seconda ipotesi. È davvero un Giano bifronte quello che sfida l’uomo contemporaneo a scelte difficili e irrevocabili: esso promette e fa intravvedere un gran bene, ma contiene anche, occulte, le insidie di un gran male. Ancora una volta, come all’inizio della storia, l’uomo deve vivere e risolvere dentro di sé l’eterno dramma della scelta. Ma in ogni caso la via resta sempre una: quella della cono- scenza. Per accettare o per respingere. * * * L’autore non chiude gli occhi di fronte ai problemi che vien ponendo all’uomo di oggi la trasformazione in atto della società. Al contrario: li fa suoi, quei problemi, e, pur con le debite cautele e riserve, assume coraggiosamente posizione a favore della prospettiva di cambiamento, ovviamente governato e diretto dall’uomo. Il cap. VII, in particolare, con- tiene una diligente e accurata disamina del pensiero filosofico contemporaneo nel suo
  5. 5. 8 misurarsi con la tecnologia informatica e con i problemi ch’essa pone alla perplessa intel- ligenza e all’ancor più perplessa sensibilità degli uomini. Sembra proprio che l’intera civiltà occidentale, di plurimillenaria durata, sia giunta ad una svolta decisiva del suo cammino: la macchina, che pur è frutto dell’umano pensiero, ne incrementa ed amplifica le potenzialità in misura incredibile e imprevedibile, ma restano molto difformi da essa i ritmi con cui le masse degli uomini si adeguano alle nuove possibi- lità operative. È come se l’immensa eredità della storia dell’umana intelligenza e ricerca oggi costituisse una remora o un gravame per l’uomo dannato al cambiamento: questo c’è sempre stato, ma, per i ritmi che ne scandivano il processo, è stato sempre agevolmente “metabolizzato” dall’uomo. Oggi è l’incalzante rapidità dei processi innovativi che mette a nudo la lentezza dell’adeguamento dell’uomo e della sua struttura psichica e mentale. Ed è proprio lì, nello scarto tra le due velocità, che si annida il rischio: la liberazione dalla ripetitività meccanica di certe operazioni, offerta dalla macchina, potrebbe tramutarsi in un forma sconosciuta di asservimento delle masse. Da parte di chi? e a vantaggio di chi? Se a questo punto della riflessione interviene l’inevitabile avvertimento di tener sempre l’uomo come fine, ecco che ammonitore si leva il passato con tutto il fascino dei valori ch’esso ha creati e consegnati alla nostra coscienza e alla nostra responsabilità. Il cammino verso il nuovo è inarrestabile. L’augurio è che l’uomo sappia percorrerlo con saggezza, con coraggio e con umiltà, traghettando sempre nei nuovi approdi l’eredità delle passate gene- razioni, in virtù della quale egli può ancora riconoscersi e dirsi uomo. La riflessione dell’autore su tutta quest’area problematica dura da alcuni anni, nel cor- so dei quali egli ne ha fatto partecipi gli amici rotariani del suo club con la generosità di chi mette a vantaggio degli altri la propria fatica e con l’umiltà di chi sente il proprio dono inadeguato al sentimento che lo muove e lo accompagna. Alcune tappe di questo fecondo e costante rapporto della silenziosa operosità del singolo con la vita del gruppo sono state contrassegnate da concrete proposte di notevole utilità e rilevanza sociale: ricordo le validissime indicazioni sull’organizzazione del servizio sanita- rio e dell’assistenza agli anziani, sull’orientamento dei giovani nella scelta degli studi uni- versitari e nella ricerca del lavoro nonché le preziose applicazioni della razionalità infor- matica alla sistemazione dell’archivio del Distretto 2100 del R.I. Di tutta l’esperienza acquisita e della conoscenza accumulata nell’itinerario degli ultimi anni quest’opera rappresenta la “summa”, della quale non saprei se apprezzare di più l’ampiez- za della materia trattata o lo sforzo di renderla accessibile alla comprensione di persone sforni- te di competenza specifica ma dotate di buona volontà, quali son certamente i Rotariani. A me, che ho avuto più volte l’occasione di apprezzare la serietà dell’impegno professio- nale e civile dell’autore, piace concludere questa presentazione col notare ch’egli, nel delineare l’avvento del nuovo universalismo tecnologico come versione contempora- nea degli universalismi classici (cristiano, umanistico, razionalistico), ha saputo far sua la pedagogia rotariana dell’uomo come fine. Gennaio 2000 Antonio Carosella
  6. 6. 9 Prefazione Il presente lavoro è scaturito dall’analisi, a mano a mano sem- pre più approfondita, degli aspetti e delle problematiche della so- cietà globale dell’informazione, condotta sulla scorta di numerosi testi e pubblicazioni, tra le quali ultime mi piace ricordare qui il prestigioso quotidiano nazionale IL SOLE 24 ORE, che al fenome- no delle telecomunicazioni riserva con costanza la sua ben nota e non superficiale attenzione. A me pare, invero, ch’esso, pur senza la pretesa di essere esau- stivo in una materia oltremodo complessa a causa dell’intrinseca multifattorialità e polivalenza nonché della magmatica evoluzione del fenomeno, possa tuttavia divenire un utile strumento di ulterio- re comprensione e punto di partenza per l’aggiornamento delle co- noscenze. Ciò a beneficio di una platea non di addetti ai lavori ma di sog- getti di buona volontà, che con attenzione, sensibilità e sollecitudi- ne recano il loro tassello, piccolo ma pur sempre prezioso, alla gran- de opera collettiva dell’edificazione della società contemporanea. Raimondo Villano
  7. 7. 169 CAPITOLO IX Impatto sociale Esiste un impatto di carattere sociale dovuto all’adozione delle nuove tecnologie di teleco- municazioni; impatto che incide (come si è potuto constatare o desumere da quanto trattato nei precedenti capitoli) sulle relazioni, sulle abitudini, sul modo di comunicare dell’uomo poiché trasferisce ad altro sistema ciò che oggi è svolto, in maniera quasi esclusiva, dal rapporto interfaccia. L’adozione della telematica, infatti, potrebbe risultare determinante ai fini della risoluzione di problemi sociali e soddisfare il bisogno emergente di ulteriori scambi e contatti. L’interattività consentita dalle nuove tecnologie di telecomunicazioni garantirebbe, ad esem- pio, una maggiore partecipazione dei cittadini ai processi di pianificazione territoriale. Le TLC sicuramente modificano le relazioni sociali se non altro perché eliminano la barriera distanza; così come ipotizzato nel “Villaggio Universale” di Mac-Luhan, la comunicazione è diventata immediata in ogni punto del mondo. Ma se da un lato esse “avvicinano” le persone, dall’altro esasperano l’individualismo privilegiando il rapporto uomo-macchina col pericolo di accelerare un processo di disgregazione sociale. Superando quelle che sono due posizioni anti- tetiche, una messianica e l’altra catastrofica, il rapporto cultura-società può essere affrontato con una analisi più articolata che entra nello specifico delle relazioni sociali in rapporto allo spazio. Per chiarire i termini del discorso è necessario precisare che il concetto di relazione sociale non può essere ridotto a quello di semplice relazione personale con l’implicazione di una com- presenza fisica di interlocutori; esso va analizzato nella distinzione di classi o gruppi dove la “promiscuità” non elimina la “differenza”. Si possono distinguere: pratiche sociali che implicano un’azione collettiva; rapporti che richiedono compresenza; relazioni a distanza; relazioni di individui mediate dall’uso collettivo di uno stesso servizio. E’ necessario precisare che quest’analisi, che si limita esclusivamente all’interpretazione em- pirica del fenomeno, parte dal presupposto che ormai un qualunque tipo di comunicazione può avvenire a distanza attraverso un terzo elemento che media e supporta la relazione. Le TLC, qualunque sia la tecnica usata (telematica, radio o CB), sembrano non trasformare la spazialità delle relazioni; esse si strutturano intorno alle relazioni sociali in rapporto stretta- mente interattivo, inserendosi all’interno di uno spazio sociale già prefigurato. Alcuni promotori sperano che le TLC possano ricomporre quelle relazioni sociali destrutturate dall’eccessiva urbanizzazione degli ultimi 30 anni ed individuano questo ruolo nello creazione di nuovi lavori del tipo “animatore”. Ma questo nuovo “operatore sociale”, che comunica con deter- minati gruppi, mette in luce la possibilità che ha in mano il gestore del media; egli può egemoniz- zare la realtà sociale alla quale si rivolge inducendo nuove tendenze dello sviluppo collettivo. L’utenza si aggrega intorno al media ma non struttura una nuova forma di socializzazione, essa rappresenta una serie di individui che si rapporta in modo univoco al “mezzo”. Le TLC assumono in questo senso il ruolo di supporto all’immaginario sociale; esse mimano una comunicazione che non è reale incarnando il simulacro necessario alla crisi della civiltà urbana, ed, ancora, rispondono in maniera funzionale al bisogno di relazione sociale.
  8. 8. 170 La comunicazione a distanza consente l’anonimato e dà la possibilità di “agire” senza muo- versi; ma non sono le TLC a creare questa “socializzazione immaginaria”, è questo tipo di biso- gno che utilizza le TLC in tale maniera. L’ambiente urbano offre a ciascun individuo un supporto di identificazione legata allo spazio nel quale vive; la comunicazione a distanza permette, illusoriamente, di evadere in un altro luogo in maniera economica e senza fatica. Ma questo nega chi vuol vedere nelle TLC un mezzo per rafforzare i rapporti di vicinanza che in questo modo diventano intercambiabili e variabili contrad- dicendo il carattere stabile e fisso che hanno quando sono reali e concreti. Le TLC creano uno spazio simbolico ma, per il momento, non raggiungono l’obiettivo di quei promotori che vorrebbero giungere alla strutturazione di una nuova aggregazione sociale che modifichi la spazialità. Questo tipo di comunicazione promuove un’identità collettiva ma non lo sviluppo delle rela- zioni sociali; il processo che si crea è un processo di identificazione collettiva analogo al proces- so di identificazione freudiana di un gruppo intorno al “terzo simbolico”. L’adesione al “tramite” è tanto più sentita quando il dispositivo risponde ad esigenze di rivendi- cazione sociale. La co-identificazione può essere ottenuta attraverso la telematica associativa che fa partecipare l’utenza alla formazione di banche-dati o di pagine. Un’altra forma di co-identificazione si può ottenere creando un’emittente che serve comunità limitrofe, ma diverse per caratteri morfologici e culturali, in cui gli ascoltatori si riconoscono come appartenenti ad un’unica realtà. I mezzi di comunicazione producono una rappresentazione coesiva dello spazio sociale, raffor- zando il ruolo dei mezzi diffusivi locali tradizionali e in tal modo si riesce a gestire una comunità differenziata (periferia e centro) in una strategia di ricomposizione dei gruppi sociali creando l’illusione a tutti di vivere al centro della città. Va, inoltre, considerato che gli effetti e le “ricadute” indirette di quelle reti comunicative di varia natura, dai circuiti televisivi ai flussi di risorse del mercato finanziario internazionale, van- no giorno dopo giorno svuotando di ogni significato il controllo statuale del territorio. Non vi è, infatti, alcun bisogno di essere fisicamente presenti su un dato territorio per controllarlo direttamen- te, dal momento che se ne può influenzare potentemente la cultura e il modo di vita, le abitudini economiche e gli atteggiamenti intellettuali, semplicemente irradiandovi programmi e notizie. L’ingresso dell’elettronica e dei mass media nel mondo, con la loro caratteristica capacità di abolire la “frizione dello spazio”, elaborando e trasmettendo in tempo reale dati e programmi su scala planetaria, colpisce al cuore quella che Badie chiama la “pesanteur territoriale” (la pesantezza territoriale). Naturalmente, nessun superficiale ottimismo circa una crescita indolore transnazionale può essere comprovato in termini puramente tecnologici. La crisi dello Stato-nazione, con le sue dogane e gli uffici della polizia di frontiera incapaci ovviamente di controllare i flussi di notizie oggi trasmessi sul piano internazionale via etere o via cavo o ancora grazie ai satelliti, indica nuove responsabilità e compiti inediti per i Governi democratici. Questi non possono lasciare mano libera in questo campo alle società private multinazionali che oggi inevitabilmente si trovano a dover riempire i vuoti legislativi determinati dai ritardi delle strutture politiche. Vi è, poi, la scena del lavoro che appare sottoposta a radicali cambiamenti. Nozioni canoniche, già ritenute acquisizioni permanenti dell’analisi sociale, come quella elaborata a proposito della burocrazia da Max Weber - fenomeno considerato eminentemente razionale e depersonalizzato - mostrano i loro limiti. Le grandi carriere che duravano tutta una vita ed esigevano una dedizione quasi sacrale sono finite. Alla granitica lealtà alla propria organizzazione subentra la flessibilità, mobile e adattabile, del singolo operatore. Inoltre, tutta la varia e ricca rete di intermediari fra fonti e utenti dell’informazione sarà spazzata via. Le grandi strutture di servizio, dalle banche ai giornali e ai più diversi uffici di consulenza, ridurranno drammaticamente la loro forza lavoro fissa in pianta stabile.
  9. 9. 171 Si passerà e, anzi, si sta già passando dagli ordini di servizio e dalle istruzioni su carta stam- pata ai dischetti e ai programmi elettronici. Già sta sorgendo una figura nuova, la figura dell’impiegato-nomade, l’operatore informatico non più radicato in un ufficio ma pronto a spostarsi là dove la sua opera è richiesta. Dunque, nell’economia di oggi, liberata dai meccanismi di controllo, rivoluzionata nell’in- novazione tecnologica e sempre più aperta alla concorrenza internazionale, nessuna impresa e certamente nessun posto di lavoro o attività indipendente possono considerarsi al sicuro, per quanto positivi siano i dati complessivi e, conseguentemente, l’insicurezza economica è diventa- ta sempre più un fenomeno centrale in molti Paesi. Quello che è nuovo rispetto al passato, però, è l’accelerazione dei cambiamenti strutturali in ogni fase della crescita economica. Va, ancora, tenuto presente che nonostante la globalizzazione della economia di per sé non determini il livello salariale (ad esempio, il lavoratore statunitense che si trova a competere testa a testa con un indiano nella sua stessa posizione viene pagato in base alla domanda ed all’offerta per le sue competenze esistenti sul mercato del lavoro USA, non di quello indiano), è indubbio che ha portato e continua a provocare mutamenti massicci e talora destabilizzanti nell’economia là dove più pesanti sono, ad esempio, i tagli occupazionali. Pertanto, pur in presenza di una crescita della ricchezza complessiva di un Paese, in specifici settori può crescere il bisogno psicologico e pratico di intere famiglie e comunità di un ragione- vole grado di stabilità socio-economica. Inoltre, l’equazione forte mobilità del lavoro e più alta proporzione di coppie uguale crisi della famiglia sembra abbastanza semplice. L’eccessiva mobilità del lavoro, poi, può causare ancora altri effetti negativi, come la perdita continua di colleghi di lavoro e di legami comunitari, compresi i bambini strappati dal loro quar- tiere e dalla scuola, una delle cause riconosciute di devianza e/o delinquenza giovanile. Per quanto concerne, più in particolare, il telelavoro domiciliare va tenuto presente che: - gli stessi spostamenti giornalieri tra il domicilio e il posto di lavoro, spesso considerati faticosi, possono essere valutati diversamente ovvero, per esempio, come dei momenti di relax; - non c’è differenza fra giorno e notte per il disbrigo delle mansioni professionali. Contano le ore di lavoro che sono dedicate, non la loro distribuzione giornaliera; - scompare anche la distinzione fra tempo del lavoro e tempo del gioco. I rapporti umani sono quasi inesistenti ed alta è la percentuale di divorzi; - i ritmi intensi di lavoro provocano un esaurimento dei soggetti per cui, ottenuto il successo economico, si abbandona il lavoro molto presto; - la società sarà solo per uomini “forti” in cui la meritocrazia ha un ruolo predominante. Quindi, il telelavoratore deve avere poco bisogno di contatti interfaccia con quelli con cui lavora, deve avere una situazione casalinga che gli permetta di lavorare con una certa continuità senza interruzioni o, comunque, deve essere capace di separare la vita privata da quella lavorativa. Il telelavoratore, poi, deve avere una grande sicurezza interiore e spirito di iniziativa ed esse- re capace di lavorare senza accusare la mancanza del feedback dei capi: i diretti superiori giudi- cano dai risultati , non da quanto o da come si lavora. In genere, infine, quando si passa dall’uffi- cio a casa chi ha buoni rapporti con i capi li migliora mentre chi li ha cattivi li peggiora: in questo caso il telelavoro è il preludio alla ricerca di un nuovo posto di lavoro. Nella società globale dell’informazione, inoltre, sarà più facile non solo informarsi ma an- che far girare le opinioni favorendo forme sia di democrazia diretta che semi-diretta. Ciò offri- rebbe molte possibilità fra cui il permettere alla gente di votare e di prendere elettronicamente tutte le decisioni politiche ed amministrative giorno dopo giorno; la massima partecipazione dei cittadini senza affidare ai sondaggi o al voto elettronico tutte le decisioni; l’uso più capillare dei
  10. 10. 172 sondaggi elettronici per avere un’idea aggiornata dell’opinione più diffusa in un Paese e, quindi, aiutare i rappresentanti eletti nello loro decisioni; l’uso dei sondaggi come voti per rendere più rappresentativo e non per sostituire un Parlamento: si potrebbe, per esempio, stabilire che per prendere una decisione oltre ai voti dei componenti l’Assemblea, si debba tener conto anche di altri voti che vengono assegnati in base ai sondaggi. Ovviamente sono molti i modi per integrare la democrazia elettronica con le istituzioni parlamentari. Sarà, quindi, anche probabile la diffusione di canali televisivi che consentono sia di controllare le istituzioni e giudicarle in tempo reale che di far svolgere talune attività politi- che ed assumere decisioni in videoconferenza. Indubbiamente dovranno essere effettuate approfondite valutazioni in merito alla necessità ed alla superiorità o meno della democrazia diretta rispetto a quella rappresentativa. Infatti, se da un lato effettivamente c’è il rischio che le istituzioni che devono deliberare, un Congresso, un Parlamento, possano diventare soggetti alle ondate emotive della pubblica opinione, dall’altro è più facile ritenere che queste istituzioni hanno resistito ai cambiamenti tecnologici per generazioni ed alla fine tutti si imparerà a convivere anche con questa nuova era globale dell’informazione. Inoltre, benché già adesso i sondaggi di opinione possano tirar fuori il lato peggiore di taluni che governano, stimolando ad assecondare di volta in volta opportunisticamente le opinioni della maggioranza invece che a progettare con lungimiranza il futuro del proprio Paese e benché il sondaggio possa risultare uno strumento addirittura preistorico se paragonato alle possibilità di consultazione che consentono le TLC, il rischio estremo che la democrazia rappresentativa degeneri nel senso radicale di un ingovernabile sistema plebiscitario è funzione, a monte, di una totale, gene- ralizzata quanto improbabile leadership priva del coraggio di resistere alle opinioni popolari. Ancora, si dovrà vedere quanti si appassioneranno ai processi democratici in diretta ed alle decisioni collettive giacché non è accettabile un universo composto solo da attivisti cittadini esperti nell’uso delle nuove tecnologie, considerando anche il fatto che la telematica può permet- tere di fare referendum istantanei ma non può spiegare istantaneamente questioni complesse. Dunque, sia il sondaggio direzione che il sondaggio soggezione possono indebolire ed esau- torare la democrazia rappresentativa. Tuttavia, ritenendo che di per sé le nuove tecnologie sono da considerare neutrali e accetta- bili, il problema riguarda l’assoluta adeguatezza e validità delle regole che devono governare il sistema democratico. Se lo Stato sovrano diventerà obsoleto, dunque, saranno le idee a renderlo tale, certamente non la tecnologia. Date, poi, le caratteristiche della rivoluzione digitale, si può ritenere che la società si trovi in prossimità di una svolta storica: un taglio netto col passato, un momento di discontinuità, che diverrà concreto ed evidente all’improvviso, non appena la crescita esponenziale delle reti tele- matiche e degli utenti che se ne servono per comunicare e scambiare informazioni avrà raggiun- to la necessaria massa critica. La digitalizzazione e la multimedialità, inoltre, conducono in una dimensione nuova per almeno due ordini di motivi. Il primo è che le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione potenziano la capacità conoscitiva dell’uomo favorendo l’ingresso nell’era post-industriale, nel- l’era dell’immateriale e dei servizi nella società in cui la conoscenza, le informazioni, l’intelligenza, prendono il posto delle materie prime e persino della energia, come fattori strategici dello sviluppo. Il secondo motivo è che le nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione sono più pervasive e trasversali di ogni altra tecnologia. Penetrano in ogni settore produttivo, nelle ammini- strazioni, nella scuola, nella vita quotidiana dei cittadini, con un impatto a 360 gradi. Trasforma- no ogni tipo di attività, il modo di lavorare, di insegnare, di apprendere, di divertirsi. Incidono sul- l’organizzazione delle imprese, dei processi produttivi e dei servizi. Consentono di rinnovare radi- calmente vecchi prodotti e servizi o di portare sul mercato prodotti e servizi completamente nuovi.
  11. 11. 173 E’ una nuova sfida per tutti: il modo di organizzarsi, di produrre e di competere deve essere ripensato in modo totale. Ed il passaggio dalla potenzialità delle risorse rese disponibili dalla tecnologia alla realtà delle risorse sfruttate in maniera adeguata e diffusa si presenta irto di difficoltà di ogni genere. Specialmente se si ritenesse di poter vivere il futuro con i vecchi arnesi culturali del passato. In questa ottica gli Stati hanno almeno due funzioni da esercitare: quella di utente e acquiren- te di impianti e servizi per le proprie strutture amministrative ed istituzionali, e quella di promo- tore, oltre che di attore diretto, di investimenti immateriali nell’istruzione e nella formazione dei cittadini, dei giovani che dovranno vivere nella società dell’informazione di domani e dei meno giovani che dovranno non essere marginalizzati. Inoltre, pur dipendendo sempre più la forza di un Paese dalla quantità di intelligenza incorpo- rata nei prodotti e nei servizi della sua amministrazione e delle sue imprese e pur essendo, quindi, il capitale umano la fonte più importante delle competitività, investire nell’istruzione e formazione non risponde solo a esigenze economiche. La rivoluzione elettronica e la diffusione del computer stanno determinando anche nei Paesi più evoluti nuove forme di analfabetismo e di emarginazione. Spesso la “computer illiteracy” si traduce in “information illiteracy” e cioè nell’incapacità di accedere ai nuovi modi di comunicare, raccogliere ed elaborare informazioni. Questo nuovo analfabetismo, che non si rintraccia solo all’interno delle classi sociali più povere, va combattuto perché crea nuove povertà, nuove divisioni e dipendenze culturali. La logica delle information highways è di per sé una logica di democrazia e di mercato aperto, nel senso che non crea discriminazioni e monopoli, ma offre a tutti, dovunque, la possibilità di accedere a tutte le informazioni. Le reti per loro natura non sono gerarchiche ma di fatto è possibile che la computer illiteracy (o la information illiteracy) crei discriminazioni tra “haves” e “have-nots”, tra chi dispone delle competenze necessarie per vivere nella società dell’informazione e chi non ne dispone. Questo pericolo riguarda i rapporti tra le classi sociali ma anche tra le nazioni. Per questo è da ritenere che un grande impegno a favore dell’istruzione risponda a pressanti esigenze politiche e sociali, oltre che economiche. Questo impegno deve riguardare sia i conte- nuti (più attenzione alle nuove tecnologie) sia i tempi (formazione permanente) sia i modi e gli strumenti dell’education. Inoltre, se la formazione è un diritto per tutti, come si sostiene in ambito internazionale, lo è a maggior ragione la formazione permanente. Nel nostro Paese, ad esempio, non meno di 10 milioni di italiani tra i 24 e i 44 anni sono in possessodellalicenzadiscuolamediadell’obbligocomemassimotitolodistudio.Iltrenddemografico negativo, la difficoltà dei giovani a entrare nel mercato del lavoro, l’impatto delle tecnologie “digita- li” sposteranno sempre più l’attenzione dall’utenza giovane a quella adulta dei sistemi formativi. Si riscopre un nuovo ruolo del sistema scolastico, parallelo all’impegno che le imprese dovranno assu- mere nell’assicurare opportunità di formazione permanente per i lavoratori adulti. Tutto ciò implicherà la revisione dei criteri di scelta nell’utilizzo delle risorse che interessano le politiche dell’istruzione e quelle economico-sociali: individuazione delle priorità, distribuzio- ne diversa degli stanziamenti in rapporto all’utenza, incentivi fiscali alle aziende. Ancora, è evidente che in questa situazione, ormai non più lontana da non essere già percepibile in molti campi, le tecniche della formazione professionale, anche le più avanzate e non solo quelle arcaiche basate sui vecchi “profili di mestiere”, entrano in una crisi irreversibile. La tecnologia e le pratiche del lavoro cambiano così rapidamente che le specializzazioni (job skills) imparate a scuola hanno scarse possibilità di restare rilevanti dalla laurea alla pen- sione. Chiaramente, le esigenze di un’economia a grande intensità di conoscenze (knowledge- intensive economy) richiederanno una preparazione, ma le tendenze probabili favoriranno certi tipi di addestramento a scapito di altri. In particolare, poiché possiamo aspettarci che acquisiti
  12. 12. 174 contenuti cognitivi siano parecchie volte rivoluzionati nel corso di una singola vita, la capacità di maggior valore sembra consistere nell’imparare come imparare. Altro aspetto da considerare, poi, è che pur rendendosi urgente il problema della formazione di una cultura adeguata è necessario porsi in guardia contro le facili scorciatoie formative che spesso approdano soltanto al lamentevole esito della conferma pomposa dello statu quo. “Impiegato nelle circostanze più svariate - scrive Ravaglioli - il termine cultura ha acquistato una radicale ambiguità. E’ un’impresa disperata enumerarne i significati sanciti dall’uso. Eppure una distinzione pare esistere: quella che rileva la differenza fra le conoscenze controllate e le rappresentazioni o speculazioni o argomentazioni che pur mostrando una coerenza interna non sono sottoposte a prove empiriche. In breve, la differenza è fra conoscenza e cultura”. In questa divaricazione, si può vedere un rischio: quello di scavare nuovamente un fosso, che potrà anche divenire fossato e frattura, fra scienze tecniche in senso proprio e cultura umanistica in senso lato. Di nuovo si porrà dunque il dilemma se fare imparare e spiegare la seconda legge della termodinamica agli umanisti letterati oppure costringere gli ingegneri a leggere Shakespeare e a mandare a memoria la Divina Commedia. Nulla di tutto questo, evidentemente. La polemica sulle famose “due culture” era viziata da una seria carenza interna. Sembrava non rendersi conto che la cultura ha da essere insieme umanistica e scientifica nel senso di una valutazione dei fenomeni e delle situazioni umane che sia globale e complessiva, non ridotta a una formula meccanica da applicarsi caso per caso, ma neppure condannata a una genericità che termini in romantica vaghezza, incapace di offrire gli strumenti necessari alla comprensione dei problemi specifici. Forse solo per questa via sarà possibile non separare la scienza dalla coscienza e riscoprire nella cultura uno strumento essen- ziale di auto-consapevolezza. Un’altra delle chiavi di volta della trasformazione in atto è la disponibilità di informatica amichevole, che vuol dire anzitutto sviluppare un software ultracomplesso ma di facilissimo uso, che internalizzi tutte le complicazioni che non debbono neppure essere intuibili, e questo è pos- sibile oggi con la potenza dei nuovi chip e il loro basso costo. Ancora informatica amichevole significa ideare servizi che interessino tante persone e siano di immediata presa. Per quanto concerne, poi, più particolarmente la televisione, la diffusione di Pay-TV e di reti tematiche mirate, va detto che esse costituiranno una sempre più accentuata personalizzazione del rapporto fra utente ed emittente che consiste, quindi, nella graduale trasformazione di un mezzo e di un consumo per definizione “di massa” in una serie di proposte differenziate. Inoltre, la TV interattiva consente all’utente un intervento attivo per esercitare la possibilità di realizzare un percorso personale all’interno delle informazioni, la cui emissione, in gradi diversi, dipende dalle richieste dell’utente stesso. In queste situazioni muta e, in un certo senso, si radicalizza rispetto ai precedenti tentativi di personalizzazione l’attività di cooperazione del destinatario. Cambia il suo ruolo, cambia il suo tipo di azione, ma cambia anche la competenza richiestagli, intesa come capacità di utilizzare tecnicamente gli strumenti e di approfittarne creativamente per costruire un “suo” percorso di senso; per non parlare, poi, del livello economico che, per il momento, implica l’accesso a questi nuovi media. Di fronte a uno spettatore apparentemente “libero” (e sicuramente in una situazione di mag- gior libertà rispetto a quella della TV monodirezionale), si riafferma comunque il ruolo centrale dell’emittente che fa da filo di collegamento delle esperienze di TV interattiva. Quella che potremmo chiamare genericamente come “personal TV”, sia nelle sue forme ascrivibili alla televisione monodirezionale sia in quelle definibili in senso stretto come interattive, manifesta dunque due caratteristiche: il ruolo sempre più attivo dello spettatore (coinvolto nel processo di consumo del testo anche come soggetto concreto, chiamato a una serie di azioni) e il progressivo assorbimento di questa presenza attiva, di questa collaborazione alla costruzione del testo, all’interno del progetto del trasmittente.
  13. 13. 175 Ma la “personal TV”, insieme alle innovazioni tecnologiche che stanno sempre più trasformando il campo delle telecomunicazioni, pone anche molti interrogativi sociali, umani e culturali. Ci si limita a indicarne soltanto due fra i tanti. In prima istanza, il problema di un corretto controllo sociale su beni simbolici cosi numerosi, mobili e sfuggenti come i prodotti audiovisivi. E’ in gioco la qualità dei prodotti televisivi: se le possibilità di trasmissione e di “conversazione” mediata con le emittenti aumentano sempre più, è necessario pensare seriamente a “cosa” si diffonderà attraverso gli innumerevoli canali per attivare, interessare e soddisfare il pubblico (o suoi diversi segmenti) senza venir meno a una scelta fondativa di rispetto nei suoi confronti. Se la TV di domani impone un ripensamento non solo tecnologico ma semantico, estenden- dosi da strumento esclusivo di svago anche a strumento di democrazia che consente di pensare e agire conseguentemente, ovviamente nella sua qualità di cultura democratica disponibile a tutti ed interamente governata da quel che la gente vuole, pone il problema, talora terrificante, proprio di ciò che la gente potrebbe volere. A mano a mano che l’onda della tecnofilia cresce, poi, è possibile riscontrare più chiaramen- te anche due fenomeni di polarizzazione estrema: accanto ad una utopia tecnicista, accarezzata da coloro i quali sperano in un cambiamento dei principi di dominazione sociale, diviene sem- pre maggiore la paura di coloro che avendo potere nel mondo attuale temono di perderlo in un contesto che non riescono a capire e finiscono per favorire, direttamente o indirettamente, una nuova popolarità del luddismo. Il mondo inizialmente potrà essere diviso tra collegati e scollegati alle reti. Come il telefono all’inizio non fu disponibile per tutti, anche le autostrade informatiche cominceranno a servire prima un ceto medio. Ma intanto le città si libereranno dal traffico. Costeranno meno per quelli che ci restano, ci sarà meno inquinamento. Anche i non collegati ne avranno giovamento. Del resto, la digitalizzazione, nonostante la sua pervasività, non è necessariamente un fenomeno di tipo “coloniale” per cui la cultura del computer si impone imperialisticamente sulle altre trasfor- mandole o addirittura eliminandole. La società è multiculturale e la forza della diversità è im- mensa. Per questo si osserva che la diffusione dei computer incontra importanti discontinuità. Trarrà, comunque, il massimo vantaggio colui che saprà comprendere più che i soli elementi tecnologici soprattutto quelli umani e sociali.
  14. 14. 176
  15. 15. 177 Conclusioni Le nuove realtà stanno entrando, dunque, nella vita attuale ma la nostra cultura, invero, non sembra aiutare molto il Paese e, soprattutto, i giovani a sviluppare quella qualità che appare oggi indispensabile per muoversi verso il futuro: la flessibilità, cioè l’essere aperti alle cose nuove e l’essere capaci di adattarvisi. L’ambiente in cui viviamo, infatti, è in continua trasformazione con tempi che sono rapidissi- mi. La genetica non permette questo genere di adattamenti possibili invece con la cultura. Con quest’ultima, nel corso di una sola generazione, si può passare dalla preistoria alla micro-elettro- nica poiché i cambiamenti non sono biologici ma mentali. E la nostra capacità di adattamento dipende solo dall’elasticità intellettuale con cui sappia- mo imparare, capire, creare, cambiare: cioè dalla nostra intelligenza o, come direbbe il paleo- antropologo, dalla nostra flessibilità. Questo continuo adattamento culturale riguarda oggi non solo i singoli individui ma le im- prese e la stessa collettività: perché comporta a “ogni livello” una perenne verifica delle idee, delle tecniche, degli obiettivi. Oggi i grandi mutamenti sono quelli indotti soprattutto dalla tecnologia. Va considerato, inoltre, che l’economia moderna può essere definita combinatoria nel senso che, combinando insieme in modo intelligente gli elementi in circolazione, si possono creare innovazioni non solo tecnologiche, ma organizzative, finanziarie, manageriali che corrispondono sia all’obietti- vo del massimo rendimento col minimo costo sia alle esigenze di un mondo in continua trasfor- mazione. Un mondo che, tra l’altro, richiede un sempre maggiore benessere. In questo senso “flessibilità” è certamente sinonimo di intelligenza; poiché anche il nostro cervello, in pratica, opera in modo analogo per risolvere un problema. Rimane un’ultima domanda, al termine di questa trattazione, che è quasi doverosa: ma questi cambiamenti sempre più rapidi dove ci portano? Questo sviluppo sempre più tumultuoso, in cui la tecnologia trasforma, accelera, innova, modificando il modo di vivere, il modo di produrre, il modo di lavorare, non potrebbe essere in definitiva un boomerang e ritorcersi contro l’uomo, cioè contro noi stessi? Quello che si può fare è prendere atto di questa situazione e, per quanto possibile, governar- la. Il problema, cioè, è quello di tentare di conciliare i vantaggi e gli svantaggi di questo svilup- po tecnologico che ha senza dubbio già migliorato l’alimentazione e il reddito, ha diminuito la mortalità infantile e l’analfabetismo, ha aumentato la durata della vita e l’assistenza medica, ha accorciato gli orari di lavoro e ha creato, ancora, circolazione di idee ed emancipazione ma che può anche apportare effetti negativi. E’ allora possibile riuscire ad avere uno sviluppo equilibrato che permetta all’uomo di avere i vantaggi della crescita senza pagarli con un prezzo talora molto alto? Questa è senz’altro una sfida difficile ma la si può affrontare. L’obiettivo deve essere quello di riuscire a comprendere le potenzialità offerte dallo sviluppo tecnologico e gli usi applicativi possibili considerando che nelle macchine si trova solo ciò che si è precedentemente inserito e che è importante, dunque, inserire algoritmi frutto di problematiche gestionali corrette. E’ necessario, inoltre, possedere una formazione e una cultura molto diverse da quelle cui spesso siamo abituati, che sono troppo rivolte al passato anziché al futuro e che guardano più
  16. 16. 178 alle nostre grandi tradizioni letterarie, storiche, artistiche di ieri, che alle sfide tecnologiche, economiche e culturali di ‘oggi’ e di ‘domani’. Accettare le opportunità che la situazione ci offre richiede, pertanto, di compiere alcuni .passi fondamentali sul piano culturale collettivo, il cui ruolo è centrale. Il primo è quello di capire ciò che siamo diventati e quello che abbiamo avuto, non per difenderlo ma per costruire quello che possiamo diventare e possiamo avere ancora. Ma questo significa accet- tare e scommettere sulla ‘idea del rischio’ rispetto alla tradizione protettiva di cui abbiamo goduto. Il secondo passo, conseguente dal primo, è quello di investire il patrimonio sinora accumu- lato per poter raggiungere nuovi traguardi e innescare un’ulteriore fase del nostro collettivo sviluppo. Abbiamo ricchezza collettiva e individuale, abbiamo istruzione, abbiamo società pur con tutti i suoi difetti, abbiamo imprenditorialità che vanno nel loro insieme investite con un ‘atto di maturità’. Poiché di questo si tratta, soprattutto in Italia: un Paese che ha goduto di una lunga rincorsa di sviluppo all’insegna dei principi della creatività e della vitalità e che oggi deve affrontare la sua fase piena di maturità, con le conseguenze che questo comporta anche sul piano delle decisioni ulteriori da prendere. Ed ecco allora che il terzo passo ha a che fare con lo sviluppo di tanti e diffusi atti di responsabi- lità individuale e collettiva, che debbono alimentare l’innervatura civile, politica, istituzionale, cultu- rale e ovviamente economica del nostro sviluppo attuale, per poter avere sviluppo futuro. Rischio, maturità, responsabilità costituiscono i tre ingredienti sul piano politico e sociale, ma anche educativo, che ci sono richiesti dalla nuova frontiera dello sviluppo. Bisogna uscire dalle analisi con le decisioni, la scelta, l’azione, i progetti. Bisogna creare la nuova “etica del fare” finalizzata allo sviluppo complessivo della collettività nella società dei servizi. Bisogna operare per realizzare le nuove infrastrutture della modernizzazione. Nella moderna società dei servizi la rete delle connessioni sociali assume ancora maggiore centralità, sia per la capacità di creare ricchezza dentro la nuova economia industriale sia per la capacità di rappresentare gli interessi degli associati. Mentre si discute sull’assetto istituzionale dei poteri, non si può trascurare la necessità di investire sulle reti di tessuto civile, sociale ed economico, soprattutto su quelle legate all’istruzione e alla conoscenza. L’apporto, però, delle strutture istituzionali dello Stato non è sufficiente di per sé. Si richiedono, dunque, interventi di promozione e di sollecitazione sulle componenti della società civile. E’ su questo terreno che si misurerà la capacità di realizzare una nuova fase di sviluppo per il Paese, garantendo il passaggio della società industriale alla società dei servizi. E’ questa, a mio parere, la responsabilità della classe dirigente che è chiamata a governare il cambiamento. E’opportuno, infine, considerare che la conoscenza di quella catena di cause ed effetti, che può determinarsi ex post nel passato, poco serve a predeterminare il futuro, regno degli eventi possibili. E’ delineabile una dicotomia profonda fra l’analisi storica dei fatti conclusi, fra loro concatenati dal rapporto di causa ed effetto, e le azioni che quei fatti determineranno attualizzandoli dal futuro. Quelle azioni nascono in funzione di specifiche finalità e sono sempre propositive fra causalità del passato e finalità del futuro che il presente costantemente media costruendo le vicende del mondo. In una evoluzione magmatica degli eventi attuali, ogni componente strutturale della società contemporanea dovrà esser sempre più capace di saldare il dominio del presente con l’appro- priazione del futuro, concependo ed attuando con grande attenzione una strategia duale che consenta la distinzione fra pianificazione dell’azione, o pianificazione operativa, a breve termi- ne, e pianificazione per il cambiamento strategico, o a lungo termine. Di fatto, alcune componenti o parti di esse privilegiano il presente mentre altre si lasciano troppo attrarre dal futuro. E’ raro che venga raggiunto uno scambio efficace fra i due tipi di approcci, che cioè venga raggiunto un adeguato equilibrio fra la gestione delle attività correnti e la
  17. 17. 179 pianificazione del futuro. E questo perché gestire con strategie duali impone profondi cambiamenti, non soltanto nella pianificazione, ma anche nella struttura organizzativa e nei controlli di gestione. Sarà necessario che ciascuna componente sviluppi sempre il dominio del presente, la esigen- za di condurre un’azione coordinata e collettiva basata sulla visione di come gestire oggi, indivi- duando le opportunità vincenti e prestando la dovuta attenzione alle diverse attrattive. In questo senso è importante distinguere fra rapporti orizzontali, che definiscono e mettono in evidenza le strategie interne, e rapporti verticali, necessari a sintonizzarsi con le mutevoli realtà esterne. In secondo luogo sarà sempre necessaria la programmazione del futuro nel cui scenario l’in- gresso può esser consentito ed anche accelerato soprattutto dal contributo che ciascuno di noi deve portare per cambiare una cultura che ancor vede nel cambiamento una minaccia anziché una opportunità. E’, infatti, chiaro che le opportunità non si conquistano opponendo ostacoli al cambiamento e difendendo un passato che non abbia futuro; le opportunità si conquistano solo se ciascuno, nel proprio ambito di responsabilità, è capace di cogliere correttamente il significato e la portata delle nuove sfide e di affrontare con coraggio i costi e i rischi del cambiamento.
  18. 18. 180 Note 1 Si può scegliere tra due grandi famiglie di fornitori: quella rivolta alle aziende e quella rivolta ai privati. I primi hanno un costo variabile tra le 200mila lire e i 2 milioni al’ anno, a seconda dei servizi richiesti. I secondi forniscono abbonamenti ai servizi telematici italiani in contatto con Internet a un canone annuo variabile dalle 60 alle 200 mila lire. 2 Ed in parte si sta già attuando, ad esempio: Conferenza Onu sulla donna, Pechino 1995. 3 Nicholas Negroponte, Media Lab. di Boston, U.S.A. 4 Gli indicatori sulle dotazioni tecniche nelle scuole superiori (indagine a campione) rivelano che: a) Il numero di studenti per ogni macchina fotocopiatrice è di: 237,25 nei Licei e nei Magistrali; 197,17 nel Liceo artistico; 206,29 negli Istituti professionali; 245,12 negli Istituti tecnici; per una media complessiva di 231,52; b) il numero di studenti per ogni computer destinato ad attività didattica è di: 37,95 nei Licei e nei Magistrali; 45,58 nel Liceo artistico; 15,12 negli Istituti professionali; 17,4 negli Istituti tecnici; per una media comples- siva di 24,14. Fonte: indagine Censis-Cnel, anno scolastico 1993-94 (i dati si riferiscono ai primi 570 questionari elaborati sui 1600 pervenuti dalle scuole). 5 Giuliano Beretta, direttore commerciale Eutelstat 6 Servizi per i quali i telespettatori sono disposti a pagare un supplemento (dati percentuali; fonte: Inteco): Film senza alcuna pubblicità: Gran Bretagna 39, Italia 57, Francia 70, Germania 49; Ampia possibilità di scelta dei programmi multimediali interattivi: Gran Bretagna 60; Italia 47; Francia 82; Germania 45; Possibilità di decidere l’ora di inizio del programma scelto: Gran Bretagna 28; Italia 25; Francia 69; Germa- nia 30; Possibilità di vedere le anteprime dei film: Gran Bretagna 40; Italia 43; Francia 80; Germania 41. 7 Percentuale di persone “molto interessate” alla Tv interattiva (Vod): Gran Bretagna 19; Italia 101; Francia 19; Germania 12; U.S.A. 43; Percentuale di proprietari di videoregistratori che noleggiano almeno un film al mese: Gran Bretagna 37; Italia 39; Francia 29; Germania 35; U.S.A. 75; Percentuale di telespettatori che programmano il videoregistratore parecchie volte la settimana: Gran Bretagna 60; Italia 28; Francia 40; Germania 32; U.S.A. 26. Fonte: Inteco 8 Consumi giornalieri di Tv nel 194, espressi in minuti pro capite, in alcuni Paesi europei (Fonte: Carat-Tv Minibook 1994): Gran Bretagna 230,6; Spagna 198,2; Italia 197,3 Germania 193,3; Francia 185,2; Media europea 185,4. 9 Dati di utilizzo in percentuale di satellite e cavo rispetto alla diffusione degli apparecchi televisivi (Fonte: elaborazioni del Sole-24 Ore su dati Frost and Sullivan, Dataquest, Datamonitor, Alcatel): Satellite 1994: Germania 25, Gran Bretagna 20, U.S.A. 10, Francia 8, Olanda 4, Italia 1; 1997(previsioni): Gran Bretagna 35,Germania 34,U.S.A. 10, Italia 1O,Francia 9, Olanda 6 Cavo 1994: Olanda 82, U.S.A. 65, Germania 45, Francia 15, Gran Bretagna 15, Italia 0; 1997 (previsioni): Olanda 85, USA 70, Germania 48, Gran Bretagna 30, Francia 23, Italia 8. 10 Mercato del cavo in Europa occidentale dal 1993 al 2003 (Fonte: Cit Research): Famiglie con Tv (in milioni): 155 nel 1993, 161 nel 1995, 166 nel 1997, 175 nel 2001, 179 nel 2003; Famiglie con Tv cavo (in milioni): 32 nel 1993, 38 nel 1995, 43 nel 1997,52 nel 2001, 55 nel 2003; Renetrazione Tv cavo (in % su case con Tv): 21 nel 1993, 23 nel 1995, 26 nel 1997, 30 nel 2001, 31 nel 2003; Penetrazione Pay-Tv (in % su case con Tv): 7 nel 1993, 9 nel 1995, 12 nel 1997,16 nel 2001, 18 nel 2003. 11 Ricerca Inteco. 12 Sartori. 13 B.Miccio, Consigliere RAI. 14 Giulio Carminati, Responsabile Studi e Ricerche RAI. 15 Investimenti in informatica delle industrie italiane espressi in miliardi di lire (Fonte Teknibank per Osserva- torio Smau 1995): 4199 nel 1993,4173 nel 1994 e 4882 nel ’95. Gli investimenti delle aziende fino a 99 addetti hanno registrato un incremento dello 1,8% nel 1994 rispetto al 1993 e del 40% nel 1995 rispetto al
  19. 19. 181 1994. Gli investimenti delle aziende da 100 a 499 addetti hanno registrato un decremento dell’0,8% nel 1994/93 ed un incremento dell’1,4% nel 1995/94. Gli investimenti delle aziende con 500 ed oltre addetti hanno registrato una flessione del 3,1% nel 1994/93 ed un incremento dell’1,9% nel 1995/94. Complessivamente gli investimenti dei tre comparti hanno regi- strato una flessione del 10,6% nel 1994/93 ed un incremento del 2,7% nel 1995/94. 16 Giovanna Scarpitti, sociologa, Società Italiana Telelavoro. 17 Carlo De Benedetti, presidente Olivetti. 18 Ettore Pietrabissa, direttore centrali ABI. Nona conferenza di IPACRI su “I nuovi orizzonti nelle relazioni banche-clienti” (Barcellona, 1995). 19 Ricerca dell’ABI, Associazione Bancaria Italiana, illustrata da Fernando Fabiano, responsabile del Servizio automazione interbancaria dell’ABI, al Convegno su “ L’informatica nelle banche: stato dell’arte e prospet- tive” (Roma, 1995). 20 Fonte: Nomos Ricerca. 21 Fonte: Andersen Consulting. 22 Andrea Corbella, Vice direttore generale Banca Popolare di Milano. 23 Alberto Crippa, Vice direttore generale CARIPLO. 24 Fabio Chiusa, Direttore generale IPACRI. 25 Anna Maria Llopis, Open Bank. 26 Costantino Lauria, dirigente Servizio Antiriciclaggio Ministero del Tesoro - Convegno Assofiduciaria su aggiornamento delle istruzioni per la lotta al riciclaggio (Roma,1995). 27 Carlo Pisanti, funzionario Settore Normativo Ufficio Vigilanza Banca d’Italia. 28 Fonte: Commerce dept., Killen and Associates-Business Week. 29 Pierfrancesco Gaggi, coordinatore del gruppo di lavoro dell’ABI. 30 Tommaso Padoa Schioppa . 31 Ettore Pietrabissa, direttore centrale ABI. 32 Elserino Piol, Presidente Olivetti-Telemedia. 33 Libro mutante, Ipertesto: si comincia il primo breve capitolo, poi si sceglie subito, a un bivio elettronico, se proseguire all’antica con pagina 2, oppure soffermarsi su una delle parole del testo, schiacciare un tasto quando il cursore del computer la incontra sullo schermo e di li balzare a una pagina collegata, seguendo una storia nella storia, un sentiero che si biforca cento volte. Per tornare poi alla storia principale, oppure lasciar- la in cambio di altre. 34 Il Sole-24 Ore è attivo anche su Audiotel con informazioni di Borsa e di tipo normativo. 35 Fonte: Informatica pubblica. 36 Giancarlo Scatassa, dirigente generale Ministero Funzione Pubblica. 37 Guido Rey, Presidente A.I.P.A. 38 Fonte: Ministero Pubblica Istruzione. 39 Fulvio Berghella, vice direttore generale ISTINFORM (Istituto Consulenza Bancaria) e responsabile Security Net, che collega oltre 300 aziende fornendo servizi per la prevenzione contro il computer crime. 40 Dati Security Net. 41 Il gruppo di specialisti in materia costituito dall’Associazione italiana per il calcolo automatico (Aica) inten- de proporsi, per l’appunto, come osservatorio sull’impiego dei sistemi di sicurezza e diventare al tempo stesso un punto d’incontro e discussione su questi temi fra utenti, costruttori e ricercatori. 42 Sicurforum Italia-F.T.I.: Giornate di studio “La sicurezza informatica: il progetto intersettoriale A.I.P.A.11, Roma 1995. 43 Vedasi appendice legislativa. 44 Giusella Finocchiaro. 45 Guido Rey, Presidente A.I.P.A., Convegno Technimedia su “Comportamenti e norme nella società vulnera- bile” nell’ambito del Forum multimediale “La società dell’informazione” (Libera Università Studi Sociali “Guido Carli” - 1995). 46 Martino Pompilj, dirigente Confindustria. 47 Angelo Mancusi, presidente Infocamere. 48 Dossier pubblico ANASIN sull’eccesso di privacy. 49 Herschel Fink, U.S.A. 50 Electronic Frontier Foundation. 51 Giuseppe Verrini, presidente Task force antipirateria di BSA Italia. 52 Giuseppe Pirillo, presidente Gruppo Informatici Tecnico-Giuridici. 53 Mario Monti, Commissario al Mercato Interno U.E.
  20. 20. 182 54 Esempio: in Italia accordo Telecom (agosto 1995). 55 Jacques Santer, Presidente Commissione Europea: relazione di apertura G7 (Bruxelles, 24.2.1995). 56 Fonte: Commissione Europea. 57 Fabio Cammarano, Amministratore delegato Saritel. 58 Fonte: Pat McGovern, presidente e amministratore delegato di Ide, che ha aperto i lavori dell’European It Forum organizzato nel 1995 a Parigi. 59 Fonte: elaborazioni e stime Nomos Ricerca su fonti varie. 60 Fonte: Eito, Dataquest, Ide - 60/B. Fonte: Nomos Ricerca-Assinform. 61 Fonte: Eito ’95. 62 Fonte: Eito 1995. 63 Fonte: Dataquest. 64 Fonte: Direzione generale Intel, 1995. 65 Fonte: Osservatorio Smau. 66 Fonte: Assinform-Nomos Ricerca. 67 Fonte: Assinform-Nomos Ricerca. 68 Fonte: Assinform-Nomos Ricerca. 69 Fonte: Ide Italia. 70 Fonte: Ed. Zander, Amministratore delegato Sun Microsystem (Madrid, 1995). 71 Fonte: Eito ’95. 72 Fonte: Gartner Group 73 Stime Teknibank, società di analisi e consulenza italiana nel settore delle Tlc. 74 Fonte: OVUM. 75 Fonte: Associazione Italiana Internet Providers. 76 Elaborata da Charles Sanders Peirce. 77 Paolo Parrini - “Conoscenza e realtà. Saggio di filosofia positiva” - Laterza, Bari 1995 . 78 ABS. e/o Rif. “Evangelium Vitae” 21+24, Enciclica S. S. Giovanni Paolo II (1995). 79 ABS e/o Rif. “Criteri di collaborazione ecumenica ed interreligiosa nel campo delle comunicazioni sociali”, 15+17, 21+23 Pontificio Consiglio delle Comunicazioni sociali (1989). 80 ABS e/o Rif. “Le università cattoliche” 5,7,17,18, Costituzione apostolica S.S.Giovanni Paolo II (1990).
  21. 21. 183 Bibliografia R. VACCA, Un computer per amico - 2000 giorni al 2000, N. 4/94. G. DE VARDA-P. PAGELLA, “Telematica e territorio: telematica e agricoltura” “Turismatica” - Quader- ni Italtel N.77 NOV/84. S. REBOSTI, Il Giornale 1986. E. DE PASCALE, Stet, la sfida parte dalla cablatura - Sole 24 Ore 30/6/95. C. SOTTOCORONA, Il futuro vi attende in autostrada - Panorama 23/7/94. L. DE BIASE, Come funziona il collegamento globale dei P.C. - Panorama 23/7/94. J. LELYVELD, Avanti a tutte news - Panorama 10/3/95. S. PENDE, Intervista a Nicola Grauso: “Modem forza otto” - Panorama 28/4/95. L. DE BIASE, Intervista a Franco Tatò: “Meglio fare che annunciare” - Panorama 7/4/95. L. DE BIASE, Che cento canali fioriscano - Panorama 24/3/95. L. DE BIASE, Al di là dell’Internet - Panorama 24/3/95. B. GATES, Cliccando s’impara - Panorama 24/3/95. D. LIOTTO, ATM, arriva la super rete - Il Mattino 10/3/95. F. VERGNANO, Italia fanalino di coda nella TV interattiva - Sole 24 Ore 14/6/95. M. MORINO, La pubblicità punta sul video multimediale - Sole 24 Ore 14/6/95. C. BASTASIN, Hopp risposta tedesca a Gates - Sole 05/7/95. M. MELE, Stream lancia la sfida dei servizi interattivi - Sole 31/5/95. F. VERGNANO, Il telefono corteggia Hollywood ma è guerra sulle regole - Sole 31/5/95. M. MELE, Il vecchio mercato è saturo. Arrivano le reti specializzate - Sole 31/5/95. F. VERGNANO, Clinton moltiplica i canali delle televisioni - Sole 31/5/95. M. NIADA, Londra, le nuove tecnologie svuotano il “tetto” - Sole 31/5/95. L. OLIVA, Info 2000 al debutto - Il Sole, luglio 95. L. DE BIASE, Il fine giustifica i media - Panorama 9/6/95. N. NEGROPONTE, Essere digitali - Sperling e Kupfer 1985. G. BECHELLONI, Lunga vita alla TV via etere - Sole 23/6/95. A. PILATI, La libertà appesa a un bit - Sole 23/6/95. G. CAVALLO, Computer scaccia video: sarà il nuovo focolare - Il Mattino 21/4/95. TG UNO - RAI, 27/2/95. M. HACK, Il futuro va piano e va lontano - Il Mattino 07/3/95. B. GATES, Come ti divento bimillionario - Sesto potere - Panorama 13/1/95. P. FOGLIANI, Venite con me nel futuro: è meraviglioso - Intervista a R. VACCA - CLASS sett. 94. M. L. FELICI, Finsiel in crescita guarda all’estero - Sole 16/6/95. M. R. ZINGONE, La famiglia scopre il personal - Sole 07/07/95. A. BINI - C. PAPETTI, Il territorio è gestito dal computer - Sole 30/6/95. G. CASERZA, La democrazia elettrodomestica. Intervista a U. Volli - Il Mattino 9/12/94. D. L. M., Gli alberghi sono online - Sole 2/6/95. E. T. U., Nelle scuole italiane arriva il software Doc - Sole 30/6/95. L. DE BIASE, Eurochips coi baffi - Intervista a P. Pistorio - Panorama 13/1/95. A. MASERA, Pronto... Qui Internet - Panorama 28/10/94. L. DE BIASE, Sesto potere - Panorama 28/10/94. M. DE MARTINO, Alzati e lavora - Panorama 7/5/94. E. SILVA, USA, in viaggio con Internet - Sole 16/6/95. E. VACIAGO, Nella galleria Ricci Oddi attraverso la rete Internet - Sole 28/7/95. A. GALLIPPI, Medicina sempre più hi-tech - Sole 2/8/95. M. R. ZINCONE, Pronto al decollo il mercato della formazione a distanza - Sole 14/7/95. F. RO, Sul video città senza segreti - Sole 24/7/95. F. FERRO, Lavoro a distanza - Telecom fa scuola - Sole 15/8/95. C. PIGA, Telelavoro - RAI - TG UNO Economia 27/6/95. A. D. F., Telelavoro: firmato un accordo “test” alla DBK - Sole 6/7/95.
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