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Paolo Coen
MUSEI DELLA SHOAH IERI, OGGI E FORSE
ANCHE DOMANI, TRA POLITICHE D’IDENTITA`
E ISTANZE DI RIPARAZIONE
ESTRATTO
...
I QUADERNI DI PALAZZO CARIGNANO
2
MUSEI TORINO 2011:
DA CRISI A OPPORTUNITA`
Verso la Nuova Galleri
Tutti i diritti riservati
CASA EDITRICE LEO S. OLSCHKI
Viuzzo del Pozzetto, 8
50126 Firenze
www.olschki.it
ISBN 978 88 222...
INDICE
Introduzione di EDITH GABRIELLI con approfondimenti di Mario
Epifani, Marco Albini e Carla Enrica Spantigati . . . ...
MARIO EPIFANI, Dal Museo al territorio. Musei italiani e musei
americani: il caso del Getty . . . . . . . . . . . . . . . ...
PAOLO COEN
MUSEI DELLA SHOAH
IERI, OGGI E FORSE ANCHE DOMANI,
TRA POLITICHE D’IDENTITA` E ISTANZE DI RIPARAZIONE*
Abitavo ...
Nations), ossia di quanti, sebbene non Ebrei, avevano rischiato e alle volte
perso la vita pur di salvarne anche soltanto ...
o in quelli della Resistenza. Elemento numero due: Yad Vashem adempie ai
suoi mandati a distanza di centinaia di chilometr...
ubicato nella parte sud-occidentale d’Israele, circa un chilometro a settentrione
della striscia di Gaza.6
Numerosi altri ...
Un giorno notai che su di una collina di fronte alla nostra, proprio quella di Yad
Vashem, c’era un’attivita` febbrile: un...
temente sbloccata dal Comune di Roma in favore della Fondazione responsa-
bile di erigere il Museo della Shoah;10
circa ve...
Una ricostruzione [...] svaluterebbe l’Olocausto; [...] significherebbe Disneyland,
un luogo preciso, pulito, senza tensio...
– peraltro destinato a condizionare non poco le soluzioni formali adottate nel-
la Holocaust Exhibition di Londra – Daniel...
Altri invece servono a porre in evidenza le radici dell’antisemitismo in eta` an-
teriore anche di molti secoli al compier...
l’alto, bisogna attraversare altri spazi, altre esperienze, che corrispondono a
una progressiva discesa all’inferno. Solo ...
medesimo. Il visitatore una volta fuori dal museo deve essere posto in condi-
zione di rispondere a poche, ma fondamentali...
portunamente dislocati, riecheggiano dunque musiche d’epoca, rumori tipici
della vita degli internati come il passaggio de...
done le generalita` o simulandone le esperienze. Cio` accade per esempio a
Washington. Al momento di salire nell’ascensore...
iniziano dunque con l’ascesa al potere di Hitler nel 1933; altri, incluso lo Ju¨-
disches Museum di Berlino, illustrano il...
ti Uniti, che si articola secondo un tema ad arco. Il percorso narrativo, infatti,
letteralmente si apre e chiude nel segn...
E mio padre, in modo molto amaro e ironico: «No, e` un museo per il genere uma-
no». Chiesi ancora cosa volesse dire, e lu...
curiosita` e sospetto i nuovi venuti dall’Europa, non di rado affetti da profonde
ferite psicologiche. Queste ed altre sit...
Il cerchio si chiude nel 1978, con la costruzione nel campus dell’Universita`
di Tel Aviv di Beit Hatfutsot, il Museo del ...
e` ben nota. Il 14 aprile del 1943 un manipolo di Ebrei, guidati da Mordecai
Anelewicz e del quale faceva parte, tra gli a...
vasse in prigionia oppure in clandestinita`, Bogen aveva continuato a disegnare
senza interruzione.
Da partigiano – ricord...
cosiddetto Partisan’s Panorama. Dal 2003 il Panorama reca al centro la scul-
tura in ferro dell’artista israeliano Zadook ...
bronzo a grandezza superiore al naturale raffigurante Anelewicz che lancia
una granata in direzione del nemico (Fig. 44). ...
come illustra la nota fotografia che ritrae Oskar Schindler intento a scavare la
relativa buca. «Aiutare era invece possib...
tegico, peraltro senza ottenere un adeguato tornaconto. Cio` fra l’altro spiega
come mai la Germania solo con grave ritard...
si era rivelata a un occhio occidentale e ancor piu` statunitense affidabile sia
politicamente che militarmente, anche in ...
compito di baluardo strategico contro il nemico rosso e contestualmente inizia
a configurarsi nelle vesti di ‘locomotiva d...
Lincoln, ma soprattutto l’unica potenza mondiale rimasta in piedi dopo il no-
vembre 1989, a sorvegliare il campo di stele...
ta di un paese che per tradizione fuori dall’Europa si rese interprete di una
politica aggressiva, espansionista e apertam...
dizioni e le ambiguita`, la presa di coscienza dell’Inghilterra del New Labour si
qualifica come un’azione istituzionale f...
il complesso di Ellis Island – dove peraltro esattamente nello stesso periodo
viene fondato lo spettacolare centro sull’im...
National Gallery of Art fino alla Library of Congress. Questa spinta, quando
mai esistente, si rivela comunque minoritaria...
valso in passato e varra` anche in futuro. I musei della Shoah continueranno
cioe` a prosperare fino a quando rimarra` viv...
to, il Museo della Shoah. Sulle ragioni parla chiaro il progetto di Roma, vera
cartina al tornasole. L’idea di costruirlo ...
FINITO DI STAMPARE
PER CONTO DI LEO S. OLSCHKI EDITORE
PRESSO ABC TIPOGRAFIA • SESTO FIORENTINO (FI)
NEL MESE DI NOVEMBRE ...
Paolo Coen, Musei della Shoah ieri, oggi e forse anche domani
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Paolo Coen, Musei della Shoah ieri, oggi e forse anche domani

Paolo Coen's essay on the Holocaust Museums. The essay was published in "Musei Torino 2011. Da crisi a opportunità. Verso la Nuova Galleria Sabauda", conference proceedings ed. by Edith Gabrielli

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Paolo Coen, Musei della Shoah ieri, oggi e forse anche domani

  1. 1. Paolo Coen MUSEI DELLA SHOAH IERI, OGGI E FORSE ANCHE DOMANI, TRA POLITICHE D’IDENTITA` E ISTANZE DI RIPARAZIONE ESTRATTO da MUSEI TORINO 2011: DA CRISI A OPPORTUNITÀ Verso la Nuova Galleria Sabauda Atti del convegno internazionale di studi I QUADE
  2. 2. I QUADERNI DI PALAZZO CARIGNANO 2 MUSEI TORINO 2011: DA CRISI A OPPORTUNITA` Verso la Nuova Galleri
  3. 3. Tutti i diritti riservati CASA EDITRICE LEO S. OLSCHKI Viuzzo del Pozzetto, 8 50126 Firenze www.olschki.it ISBN 978 88 222 6256 1
  4. 4. INDICE Introduzione di EDITH GABRIELLI con approfondimenti di Mario Epifani, Marco Albini e Carla Enrica Spantigati . . . . . . . . . Pag. 1 KRZYSZTOF POMIAN, Le sfide odierne del museo . . . . . . . . . . . . . » 23 PAOLO CARAFA, Il Museo racconta: archeologia, citta` e territorio . » 29 PAOLA NICITA, Elogio delle gallerie nazionali. L’identita`difficile ma vitale della Galleria d’Arte Antica di Roma . . . . . . . . . . . . . » 43 GIANLUCA KANNE` S, Architettura per i musei in Italia, dall’Unita` agli anni del Fascismo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 57 PAOLO COEN, Musei della Shoah ieri, oggi e forse anche domani, tra politiche d’identita` e istanze di riparazione . . . . . . . . . . . . . . » 67 LUCETTA LEVI MOMIGLIANO, Le proprieta` piemontesi del Fondo Ambiente Italiano e la Convenzione del 1992 con la Soprinten- denza per i Beni Artistici e Storici deli
  5. 5. MARIO EPIFANI, Dal Museo al territorio. Musei italiani e musei americani: il caso del Getty . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Pag. 163 GIACOMO GIACOBINI – CRISTINA CILLI – GIANCARLA MALERBA, Un nuovo polo museale torinese, il Palazzo degli Istituti Anatomici. Tutel
  6. 6. PAOLO COEN MUSEI DELLA SHOAH IERI, OGGI E FORSE ANCHE DOMANI, TRA POLITICHE D’IDENTITA` E ISTANZE DI RIPARAZIONE* Abitavo a Kyriat Novel, un quartiere separato dalla collina del Museo Yad Vashem solo da un avvallamento. Era mia abitudine allontanarmi da casa e giocare, da solo. Mi piaceva molto, ero un bambino che preferiva starsene per conto proprio.1 In Israele Yad Vashem, ufficialmente l’Autorita` per la Memoria dei Mar- tiri e degli Eroi dell’Olocausto (The Holocaust Martyrs’ and Heroes’ Memorial Remembrance Authorithy), e` pensato all’indomani della Guerra d’Indipen- denza del 1948 e istituito cinque anni dopo con la Legge n. 5713/1953. Nel- l’occasione la Knesset, il Parlamento israeliano, gli destina due colline alla pe- riferia di Gerusalemme, fra cui l’Har Hazzikaron, o Monte del Ricordo. Yad Vashem, che in se´ vuol dire «un memoriale e un nome», rinvia a un noto pas- so biblico: «E daro` loro una casa – si legge nel Libro di Isaia – e all’interno delle sue mura un memoriale [...] e un nome destinato a durare in eterno che mai potra` essere dimenticato».2 I compiti dell’istituto sono molteplici e consistono, in sintesi, nel commemorare i sei milioni di Ebrei uccisi dai nazisti e dai loro alleati, le comunita` annientate nel tentativo di sradicare l’intera cul- tura ebraica, come pure nell’esaltare il coraggio degli Ebrei che avevano com- battuto per la liberta` e quello dei Giusti fra le Nazioni (Righteous among the * Questo saggio rielabora e amplia quanto ebbi gia` modo di esporre parzialmente nel 2007, in oc- casione del primo convegno organizzato all’Universita` della Calabria per il Giorno della Memoria, di ritorno da una serie di viaggi che mi avevano consentito di studiare i musei ebraici e i musei della Shoah in Francia, Germania, Gran Bretagna, Israele, Stati Uniti e Canada. La citazione bibliografica estesa di questo intervento e` alla nota 3. Il mio ringraziamento va ora agli amici Nir Baram, Savyon Liebrecht, Livia Link e Nava Semel, che mi hanno aiutato a mettere a fuoco la peculiare interpretazione della Shoah e dei suoi musei in Israele. Dedico lo scritto ai miei figli Claudio e Riccardo. 1 Il brano, al pari dei seguenti in corsivo, e` tratto da DAVID GROSSMAN, La memoria della Shoah. Intervista di Matteo Bellinelli, Bellinzona, 2000, pp. 16-17. 2 Isaia, 56, 5. — 67 —
  7. 7. Nations), ossia di quanti, sebbene non Ebrei, avevano rischiato e alle volte perso la vita pur di salvarne anche soltanto uno. Dopo alcune esposizioni, ini- ziate nel 1957, Yad Vashem apre al pubblico le prime strutture museali al principio degli anni sessanta. Al 1961 risale la Sala del Ricordo (Remembrance Hall), disegnata alla sommita` dello Har Hazzikaron dagli architetti Arieh El- hanani, Arieh Sharon e Benjamin Idelson e destinata a custodire la Fiamma Eterna: intorno alla fiamma si leggono i nomi di ventidue fra i principali luo- ghi di sterminio, che simboleggiano le centinaia disseminate dai nazisti in Eu- ropa. Da quel momento Yad Vashem si articola in una sequenza di interventi architettonici: per definizione il complesso e` infatti concepito secondo la poe- tica del never ending tale, di un racconto storico per nuclei significanti, che ogni generazione ha il diritto-dovere di rielaborare e di riscrivere.3 Yad Vashem sotto il profilo museologico si caratterizza per due elementi.4 Elemento numero uno: il tema portante consiste in un fenomeno storico de- finito, vale a dire la discriminazione e la distruzione degli Ebrei d’Europa at- tuata dai nazisti e dai loro fiancheggiatori tra il 1933 e il 1945, termini corri- spondenti all’ascesa al potere e alla caduta di Adolf Hitler. E` questa la Shoah, in area anglosassone ancor oggi normalmente detta l’Olocausto. Tecnicamen- te Yad Vashem rientra percio` nella categoria dei musei che documentano, ri- cercano e divulgano episodi o movimenti storici in se´ conclusi, come per esempio succede in Italia nei musei Napoleonici, nei musei del Risorgimento 3 YISHAI JUSIDMAN, Unending Yad-Vashem: some notes toward an aesthetics of monuments and memorials, «Art criticism», 12, 1997, pp. 48-56; ID., Yad Vashem: the Holocaust Martyrs’ and Heroes’ Memorial and Remembrance Authority in Jerusalem, in Encyclopedia of Genocide, a cura di I.W. Charny, 2 voll., Santa Barbara et alii, 1999, II, p. 630; EMMANUEL SIVAN, Private pain and public re- membrance in Israel, in War and remembrance in the twentieth century, a cura di J. Winter, E. Sivan, Cambridge, 1999, pp. 177-204; MATTHIAS HASS, Gestaltetes Gedanken: Yad Vashem, das U.S. Holo- caust Memorial Museum und die Stiftung Topographie des Terrors, Francoforte, 2002; ID., To bear witness: Holocaust Remembrance at Yad Vashem, a cura di B. Gutterman, A. Shalev, Gerusalemme, 2005; NATASHA GOLDMAN, Israeli Holocaust memorial strategies at Yad Vashem: from silence to reco- gnition, «The Art journal», LXV, 2006, pp. 102-122; EAD., Yad Vashem: Moshe Safdie, the architec- ture of memory, a cura di D. Murphy, Lars Muller, Baden, 2006; DORITH HAREL, Facts and feelings: dilemmas in designing the Yad Vashem Holocaust History Museum, Gerusalemme, 2010. 4 Su questa distinzione di base si rimanda al saggio menzionato nella nota dedicatoria, vale a dire PAOLO COEN, Stiamo o non stiamo camminando sulla nostra ombra? Per una museologia della Shoah, in La memoria e la storia. Auschwitz, 27 gennaio 1945, temi, riflessioni, contesti, atti del con- vegno (Arcavacata di Rende, 2007), a cura di P. Coen, G. Violini, con una prefazione di L. Violante, Soveria Mannelli, 2010, pp. 109-150. Si vedano inoltre PATRIZIA DOGLIANI, Tra guerre e pace. Memo- rie e rappresentazioni di conflitti e dell’Olocausto nell’Occidente contemporaneo, Milano, 2001, in par- ticolare pp. 215-218; HAROLD MARCUSE, Legacies of Dachau: the uses and abuses of concentration camp 1933-2001, Cambridge, 2001; LUCA ZEVI, Conservazione dell’avvenire. Il progetto oltre gli abusi di identita`e memoria, Macerata, 2011; STEPHANIE SHOSH ROTEM, Constructing Memory: Architectural Narratives of the Holocaust Museums, New York, 2013. Un quadro vivido e per molti versi impietoso degli odierni ‘santuari della memoria’, tracciato durante una visita realizzata insieme a un gruppo di stu- denti, e` offerto da MARTIN GILBERT, Holocaust Journey. Travelling in search of the past, New York, 1997. PAOLO COEN — 68 —
  8. 8. o in quelli della Resistenza. Elemento numero due: Yad Vashem adempie ai suoi mandati a distanza di centinaia di chilometri da dove si sono svolti i fatti. Addirittura da un continente diverso. Emerge cosı` la sostanziale diversita` con altre due categorie di musei che, pure, vengono spesso associate a Yad Vas- hem, ovvero i musei della tradizione ebraica e i musei annessi ai memoriali della Shoah. I primi sono musei di natura fondamentalmente etno-antropolo- gica. Il fuoco principale risiede cioe` nelle vicende del popolo ebraico, non im- porta se inteso nella sua interezza, come accade per esempio nel Jewish Mu- seum di New York o nel Museum of Jewish People di Tel Aviv – conosciuto anche come Beit Hatfutsot o Nahum Goldmann Museum of the Jewish Dia- spora – ovvero comunita` per comunita`, secondo quanto puo` osservarsi a Ve- nezia, Francoforte, Bologna o Varsavia. Certo, quasi tutti i musei della classe trattano la Shoah, ma come uno fra i molti capitoli di una narrazione ben al- trimenti piu` estesa, che dal terzo millennio a.C. giunge fino ai nostri giorni. Quanto ai secondi, la loro ragion d’essere risulta inscindibile dal sorgere, ap- punto, in prossimita` o direttamente sui luoghi dove lo sterminio fu material- mente compiuto. Pochi e determinati lager, campi o prigioni sono stati percio` organizzati secondo percorsi di visita moderni, che prevedono il riutilizzo e la modifica degli edifici originali o la costruzione di nuovi. Cosı` funzionano i musei di Bergen Belsen, Maidanek, Mauthausen, della Risiera di San Sabba o infine quello di Auschwitz, per molti aspetti l’esempio piu` evoluto della ca- tegoria. Al di la` delle differenze, la sostanza rimane ovunque identica. Questa classe di istituti – che si potrebbero anche definire ‘santuari della memoria della Shoah’ – serve principalmente a documentare e custodire, a ricercare e infine a divulgare la memoria di quanto accaduto esattamente lı`, in quei luo- ghi. Non altrove. Solo una volta soddisfatta questa prima istanza essi possono e – perche´ no? – anche per certi versi debbono allargare l’orizzonte e cogliere il fenomeno nel suo complesso. Il Museo di Yad Vashem, com’e` noto, vanta un solo precedente diretto. Si tratta dello Itzhak Katnelson Holocaust and Jewish Resistance Heritage Mu- seum, fondato sempre in Israele nel 1949, in una fattoria collettiva – in ebraico detta comunemente kibbutz – situata nella Galilea nord-occidentale, un centi- naio di chilometri a nord di Tel Aviv, fra le citta` di Naharya ed Akko, l’antica San Giovanni d’Acri.5 Molti invece i successori. Il primo in ordine di tempo e` lo Holocaust Museum sorto nel 1968 all’interno del kibbutz Yad Mordecai, 5 TOM SEGEV, 1949, the first Israelis, New York, 1998; ANJA KURTHS, Shoahdenken im israeli- schen Alltag. Der Umgang mit der Shoah in Israel seit 1948 am Beispiel der Gedenksta¨tten Beit Loha- mei Hagetaot, Yad Vashem und Beit Terezin, Berlino, 2008. — 69 — MUSEI DELLA SHOAH
  9. 9. ubicato nella parte sud-occidentale d’Israele, circa un chilometro a settentrione della striscia di Gaza.6 Numerosi altri istituti del genere, disseminati stavolta in tutto il mondo occidentale, sono inaugurati dall’ultimo decennio del secolo scorso. Nel 1993 due luoghi chiave degli Stati Uniti d’America, Washington e Los Angeles, vedono aprirsi rispettivamente lo United States Holocaust Memo- rial and Museum e il Museum of Tolerance; su questa falsariga si muovono nel corso degli anni altre citta` o cittadine del paese, che includono New York con il Museum of Jewish Heritage – A Living Memorial of the Holocaust, St. Peter- sburgh in Florida, Houston in Texas, Skokie in Illinois ed infine nuovamente Los Angeles, dove il 14 ottobre 2010 si taglia il nastro dello Holocaust Museum. In Europa nel 2000 aprono i battenti della Holocaust Permanent Exhibition a Londra, cosı` grande e impegnativa da potersi considerare una sorta di museo a se´ stante all’interno dello Imperial War Museum. Nello stesso torno di mesi ecco schiudersi al pubblico, stavolta a Berlino, altre due grandi fondazioni, lo Ju¨disches Museum e il Memoriale degli Ebrei Assassinati d’Europa. Lo Ju¨di- sches Museum, costruito fra il 1992 e il 1998 su disegno architettonico di Daniel Libeskind, apre al pubblico nel gennaio del 1999 completamente vuoto, privo cioe` di ogni allestimento. All’epoca il richiamo alla Shoah risulta cosı` evidente da informare l’intero edificio: lo dimostra, da sola, la suddivisione del piano inter- rato in «Asse della Continuita`», «Asse dell’Esilio» e appunto «Asse dell’Olocau- sto». L’allestimento successivo, realizzato da Petra Winderholl e Klaus Wu¨rth e peraltro ancor oggi soggetto a ripetute evoluzioni, ha in larga parte disperso questa valenza originaria, puntando assai piu` sul radicamento storico della co- munita` ebraica in Germania, con il risultato di creare un contrasto, tanto singo- lare quanto significativo, con il messaggio originario dell’architetto. Il Memoria- le degli Ebrei Assassinati d’Europa, a sua volta frutto di una competizione bandita nel 1998, viene costruito su disegno di Peter Eisenman fra il 2003 e il 2005 e solennemente inaugurato il 10 maggio 2005. Il Memoriale include nella parte interrata un centro di documentazione ed informazioni sulla Shoah allesti- to da Dagmar von Wilcken, in collaborazione con Claudia Franke, che per i contenuti dipende in larga misura da Yad Vashem. Non basta. Altri istituti si trovano attualmente allo stadio di progetto avanzato o in costruzione, inclusi il Museo della Shoah di Roma, lo Holocaust Museum di Dallas, il Museum of Tolerance di New York e il Museum of Tolerance di Gerusalemme. 6 MARGARETH LARKIN, L’Exile et le retour [1963], Yad Mordecai, 1975; EAD., The Hand of Mordechai, ed. cons. Londra, 1968; HAGIT RAPEL, U-mi yizkor et ha-zokhrim? Sikaron k ˙ olek ˙ t ˙ ivi v ˙ e-zikaron ishi be-k ˙ ibuts Yad-Mordekhai, 2004; ARYEH TEPPER, The Old Young Guard, «Jewish Ideas Daily», 7 marzo 2011. PAOLO COEN — 70 —
  10. 10. Un giorno notai che su di una collina di fronte alla nostra, proprio quella di Yad Vashem, c’era un’attivita` febbrile: un sacco di autocarri stavano trasportando tonnellate di pietre, sabbia e cemento. Dopo due o tre giorni portai mio padre a vedere i lavori in corso e gli chiesi: «Cosa stanno facendo?». I musei della Shoah sorgono grazie all’impegno e al coinvolgimento diret- to o almeno indiretto dei piu` alti ranghi istituzionali, che si traducono in elar- gizioni in danaro o in facilitazioni di vario genere. Yad Vashem, come si e` ap- pena osservato, nasce da un’apposita legge della Knesset ed e` tuttora un’emanazione dello Stato d’Israele. Lo United States Holocaust Memorial and Museum di Washington trae origine da una commissione governativa di trentaquattro membri, con a capo Elie Wiesel, formata nel 1978 dal presi- dente Jimmy Carter; il governo americano continua a sostenerlo anche nelle fasi successive, fra l’altro assegnandogli un sito in precedenza occupato da un edificio federale.7 Non da meno e` il Memoriale degli Ebrei Assassinati d’Europa di Berlino.8 Per quanto concepito inizialmente da un cittadino pri- vato, la giornalista televisiva Lea Rosh, il Memoriale e` di fatto commissionato dalla Repubblica Federale Tedesca, grazie all’impegno del cancelliere cristia- no-democratico Helmut Kohl. Gli investimenti necessari alla realizzazione risultano in genere assai eleva- ti. Quindici milioni e mezzo di dollari e` la cifra dichiarata dai trustees del Los Angeles Museum of the Holocaust.9 Ventuno milioni di euro la somma recen- 7 Sul museo di Washington, oggetto di una nutrita bibliografia, bastino qui MICHAEL BEREN- BAUM, The world must know: a history of the Holocaust as told in the United States Holocaust Memo- rial Museum, con fotografie di A. Kramer, Boston, 1993; MARGARETH A. DREW, U.S. Holocaust Mu- seum: annotated bibliography, Washington, 1994; JESHAJAHU WEINBERG – RINA ELIELI, The Holocaust Museum in Washington, New York, 1995; ADRIAN DANNATT, James Ingo Freed: United States Holocaust Museum, Washington DC 1993, in Twentieth Century Museums, introduzione di J.S. Russell, Londra, 1999 249.67526 Tm[(a)] TJETBT8.46ETBT8.4682 0 0 8.4682 136.8566116 T.8318.466 Tm[(i)] TJE-91; EDWARD T. LIN
  11. 11. temente sbloccata dal Comune di Roma in favore della Fondazione responsa- bile di erigere il Museo della Shoah;10 circa ventisei quelli spesi per il Memo- riale degli Ebrei Assassinati d’Europa. La curva s’impenna con i quarantacin- que milioni di dollari necessari per lo Illinois Holocaust Museum di Skokie11 e i sessantuno di euro per lo Ju¨disches Museum di Berlino.12 Su livelli ancora superiori, fino a sfondare il tetto dei cento milioni di dollari, si collocano il museo di Washington e il Museum of Tolerance di Gerusalemme: per Wash- ington le fonti parlano di centosessantotto milioni, novanta necessari alla co- struzione, settantotto all’allestimento. L’architettura dei musei della Shoah passa il piu` delle volte attraverso una serie di dinieghi preliminari. Ovunque si rigetta per esempio il linguag- gio classico o classicheggiante, anche nella sua accezione post-modernista: e non soltanto perche´ esso viene percepito come quello del Museo per anto- nomasia, ma anche perche´ – secondo quanto dichiarato esplicitamente da James Ingo Freed, progettista dello United States Holocaust Museum and Memorial – suscita un richiamo automatico e decisamente fuori luogo alle architetture di Albert Speer e del Terzo Reich in genere.13 Allo stesso modo vengono rifiutate le copie palmari e integrali di edifici tipici della cultura ebraica – sinagoghe incluse – come pure, all’opposto, dei luoghi dello ster- minio. La nuova ala dello Holocaust Museum di Houston (Fig. 28), alcuni spazi dello Ju¨disches Museum di Berlino e la facciata dello Illinois Holo- caust Museum di Skokie (Figg. 29-30) – frutto rispettivamente della matita di Ralph Appelbaum, Daniel Libeskind e Stanley Tigerman – si limitano percio` soltanto ad alludere, a rievocare il camino dei forni crematori. «Kitsch» e` la categoria estetica che Hagy Belzberg, l’ideatore del Los Ange- les Museum of the Holocaust (Figg. 31-32), chiama in causa per qualificare le riprese architettoniche letterali dai luoghi di sterminio, di prigionia o an- che di liberazione.14 James I. Freed chiarisce ancor meglio il limite di ope- razioni del genere: 10 GIULIA CERASI, Museo della Shoah, fondi sbloccati, stanziati 21 milioni di euro, «La Repub- blica», 14 dicembre 2012. 11 LISBETH LEVINE, Skokie to open new Holocaust Museum, «The Jewish Daily Forward», 8 aprile 2009; G. ROSENFELD, Skokie builds to remember, «The Jewish Daily Forward», 15 aprile 2009. 12 Il costo in questo caso si riferisce al solo edificio; cfr. CLEMENS BEECK, Daniel Libeskind and the the Jewish Museum, Berlino, 2011, p. 94. 13 Cfr. JAMES INGO FREED, The Holocaust Memorial Museum, «Partisan Review», 61, 1994, pp. 448-456; ID., The United States Holocaust and Memorial Museum, in The art of memory: Holocaust memorials in History, a cura di J.E. Young, New York, 1994, pp. 89-101. 14 C. HAWTHORNE 2010, op. cit. PAOLO COEN — 72 —
  12. 12. Una ricostruzione [...] svaluterebbe l’Olocausto; [...] significherebbe Disneyland, un luogo preciso, pulito, senza tensione. Con questo particolare soggetto [i.e. la Shoah] esiste un grave rischio di estetizzazione e di perdita dell’energia primitiva.15 Il linguaggio architettonico dei musei della Shoah appartiene per intero e inequivocabilmente al contemporaneo, nel cui panorama viene operata una scelta in favore delle tendenze piu` ‘espressive’. Ovunque l’involucro fisico ol- tre che a custodire, organizzare e mettere in mostra quanto si trova all’interno assolve a due fondamentali funzioni. Da un lato il contenitore e` a sua volta «a resonator of memory», per tornare a Freed, ovvero comunica in termini visivi il concetto di memoria; dall’altro contribuisce a suscitare nel fruitore una rea- zione emotiva e sentimentale. «Volevamo innescare nella comunita` discussioni di ordine etico e morale, che fossero in grado di mettere in allarme le persone sulle conseguenze dell’odio e del razzismo» e` l’obiettivo dichiarato da Appel- baum parlando di Houston (Fig. 28).16 In taluni musei della Shoah la miccia della comunicazione e` offerta dai materiali costruttivi, spesso lasciati scabri e allo stato grezzo, senza intonaco o tinteggiatura e soprattutto senza ornamento. Nella Valle delle Comunita` Di- strutte di Yad Vashem (Fig. 33), gli architetti israeliani Lipa Yahalom e Dan Tsur, maestri negli interventi sul paesaggio, costruiscono il percorso su bloc- chi giganti sovrapposti in pietra calcarea locale, interrotti dalle centosette in- serzioni in cemento liscio che appunto ricordano i nomi delle oltre cinquemila comunita` ebraiche spazzate via dalla furia nazista.17 Pareti in mattoni a vista, travi d’acciaio e assi di legno a chiusura delle finestre contraddistinguono la Sala della Testimonianza del museo di Washington.18 Ancor piu` spesso la comunicazione passa attraverso le forme. Di nuovo a Yad Vashem, il lungo braccio rettilineo dello Historical Museum, disegnato dall’architetto di origine canadese Moshe Safdie, con la sua desueta sezione triangolare insinua nel visitatore un senso di chiusura asfittica e nel contempo lo priva dell’elementare sistema di orientamento e di appoggio rappresentato dalle pareti in verticale.19 Nello Ju¨ disches Museum di Berlino (Figg. 34-35) 15 J.I. FREED, The United States Holocaust and Memorial Museum 1994, op. cit., p. 91. 16 Si veda http://www.hmh.org/au_architecture.shtml. 17 YAEL PADAN, Replacing memory, in Constructing a sense of place: architecture and the Zionist discourse, a cura di H. Yacobi, Londra, 2004, p. 254 sg.; p. 263; SAMUEL BURMIL – RUTH ENIS, The changing landscape of a Utopia. The landscape and gardens of the kibbutz. Past and present, Worms, 2012, in particolare pp. 263-265. 18 Su questo punto cfr. in particolare JAMES S. RUSSELL, Bearing witness in bricks and steel, «Ar- chitectural Record», 176, 1988, pp. 65-66. 19 Yad Vashem: Moshe Safdie, the architecture of memory, a cura di D. Murphy, Baden, 2006. — 73 — MUSEI DELLA SHOAH
  13. 13. – peraltro destinato a condizionare non poco le soluzioni formali adottate nel- la Holocaust Exhibition di Londra – Daniel Libeskind utilizza ovunque ele- menti spezzati, anche qui destituiti da ogni logica.20 Le finestre squarciano le pareti esterne in metallo come ferite provocate da un’arma da taglio; i pila- stri di sostegno, anche qui eretti di sbieco, anziche´ in verticale, contribuiscono a imprimere nella mente del destinatario un senso di squilibrio e di incertezza. Generatore di emozione e` poi il trattamento della luce. Nel Los Angeles Museum of the Holocaust essa decresce man mano che si procede verso la narrazione dello sterminio, per poi aumentare di nuovo con il graduale ritorno al mondo normale, dopo il 1945. Nella Sala della Testimonianza del museo di Washington Freed maltratta e filtra la luce fino a renderla spettrale, grazie al- l’interposizione di pesanti strutture in metallo; al contrario, nella Sala del Ri- cordo un chiarore intenso e diffuso concorre a dar vita a uno spazio sereno di meditazione e contemplazione. Nella Valle delle Comunita` Distrutte a Yad Vashem (Fig. 33) il cielo ed il sole, pur rimanendo sempre visibili, tendono a ridursi e quasi a scomparire man mano che lo spettatore si inoltra nel labi- rinto. Sempre a Yad Vashem, intorno al rapporto fra tenebra e luce orbita l’intero Memoriale dei Bambini Uccisi, concepito nuovamente da Safdie nella prima meta` degli anni ottanta del Novecento. Esso si presenta all’inizio come un tunnel buio, che incute nel visitatore un profondo, radicale sgomento; inol- trandosi verso l’interno, il bagliore di poche candele commemorative, un ele- mento cardine nella tradizione ebraica in rapporto al culto dei morti, riflesso all’infinito grazie a un sistema di specchi, desta l’impressione di trovarsi dinan- zi a un firmamento di milioni e milioni di stelle. I musei della Shoah in genere custodiscono ed espongono categorie di og- getti simili o addirittura analoghe, tanto da risultare di primo acchito persino ripetitivi. In taluni casi il visitatore si trova dinanzi a originali, in altri invece a copie, eseguite in scala ridotta oppure mantenendo inalterate le dimensioni. Il museo di Washington ne include per esempio una molto fedele dell’insegna in ferro battuto «Arbeit macht frei» che campeggiava all’ingresso del campo di Auschwitz. Alcuni pezzi, non importa se in originale o in copia, attestano la sedimentazione degli Ebrei in Europa nei secoli successivi alla Diaspora. E` questa la funzione svolta normalmente da libri, abiti e arredi liturgici tradizio- nali, incluso fra l’altro quel raro esemplare di Shemot, o Libro dell’Esodo, stam- pato a Vienna nel 1795 ed esposto nel Los Angeles Museum of the Holocaust. 20 LIVIO SACCHI, Daniel Libeskind. Museo ebraico, Berlino, Torino, 1998; ARNT COBBERS, Daniel Libeskind, Berlino, 2001; BERNHARD SCHNEIDER, Daniel Libeskind: Jewish Museum Berlin: between the lines, Monaco et alii, 2005; ANTONELLA MAROTTA, Daniel Libeskind, Roma, 2007. PAOLO COEN — 74 —
  14. 14. Altri invece servono a porre in evidenza le radici dell’antisemitismo in eta` an- teriore anche di molti secoli al compiersi dello sterminio. Una vetrina della Ho- locaust Permanent Exhibition di Londra contiene dunque una xilografia tede- sca del tardo XV secolo dove gli Ebrei sotto forma di Sinagoga sono paragonati a Satana. Nella maggior parte dei casi gli oggetti servono comunque a docu- mentare la vicenda della Shoah e dunque a seconda delle circostanze si colle- gano ai carnefici, a quanti – Ebrei o non Ebrei – seppero ribellarsi alla violenza nazista e infine alle vittime. Per documentare gli uni ecco dunque scorrere di- nanzi agli occhi del pubblico i veicoli della propaganda antisemita, gli atti nor- mativi e i documenti della discriminazione e dello sterminio, gli effetti perso- nali dei nazisti e dei loro fiancheggiatori – uniformi, bandiere, spille con la croce uncinata e cosı` via – gli strumenti di tortura e di annientamento, come i barattoli del gas, i vagoni piombati o un’intera sezione del muro del Ghetto di Varsavia, smontata e poi rimontata pietra su pietra nel percorso espositivo di Washington; per i secondi alcune reliquie della resistenza e della liberta`, inclu- so, sempre a Washington, uno dei battelli impiegati dai cittadini danesi per il trasbordo degli Ebrei dalla Germania; per i terzi, infine i documenti, le missive e i diari, effetti personali come ad esempio pettini, valigie e scarpe, talora am- massate in cumuli sul pavimento, la cosiddetta ‘arte di testimonianza’ – le ope- re cioe` realizzate da artisti prigionieri, quasi sempre in condizioni di estrema difficolta` – i filmati e le fotografie. Alcuni particolari scatti catalizzano una tale carica di significati da ritrovarsi sostanzialmente in ogni museo. Le cose vanno in questo mondo, per esempio, con quei pochi fotogrammi scattati di nascosto ad Auschwitz-Birkenau da un componente del Sond o
  15. 15. l’alto, bisogna attraversare altri spazi, altre esperienze, che corrispondono a una progressiva discesa all’inferno. Solo cosı` si capisce il destino di Eishishok: in due soli giorni, il 25 e il 26 settembre del 1941, la comunita` ebraica subı` il totale annientamento, certificato anche qui dall’obiettivo del fotografo. Rimar- chevole, infine, risulta la presenza di opere d’arte contemporanea che si ispira- no alla Shoah.22 Alcune volte la direzione dei musei si indirizza verso tendenze astratte. Cio` e` accaduto per esempio in modo sistematico a Washington, dove le collezioni annoverano lavori di maestri come Ellsworth Kelly, Joel Shapiro e Richard Serra. Gravity (Fig. 37), collocata nella zona sinistra della Sala della Testimonianza, si mantiene accostata alla tradizionale linea di ricerca sui mate- riali e solidi semplici, sperimentata da Serra fin dal settimo decennio del No- vecento.23 Nella maggior parte delle circostanze, in ogni modo, le scelte musea- li vedono prevalere artisti e opere che rientrano nelle tendenze figurative, di solito con forti accenti realistici, espressionisti o comunque patetici. Parla chia- ro in tale direzione l’ampio ventaglio di proposte apprezzabile a Yad Vashem, a cominciare dal monumento di Boris Saktier dedicato al grande pedagogo ed educatore polacco Janusz Korczak (Fig. 38). Korczak e` raffigurato nell’atto di proteggere con le mani – ma nel medesimo istante anche di riprendere, di ricondurre presso di se´ – i ‘suoi’ bambini, ormai morti: immediato e` il riferi- mento a quel drammatico episodio del 1942 in cui Korczak si vide sottrarre dai nazisti un gruppo di bambini ebrei ricoverati presso il suo istituto, pur avendo profuso ogni sforzo per difenderli. Nei percorsi di visita dei musei della Shoah la vicenda e` intesa come un racconto storico documentato, limpido e senza possibilita` di equivoci. Non manipolabile, innegabile. Una mano gentile eppure ben salda afferra subito il visitatore per accompagnarlo fino all’uscita. Ovunque si nota poi lo sforzo di rendere la narrazione semplice, essenziale, adatta a essere assimilata anche da persone non avvezze alla lettura, a ragionare sulle vicende storiche o in pos- sesso di idee estremamente nebulose sulla Seconda Guerra Mondiale, gli Ebrei e l’Olocausto. Nulla viene dato per scontato. Uno per uno vengono il- lustrati i riferimenti storici, gli snodi e i protagonisti. L’obiettivo, messo a fuo- co e raggiunto anche tramite un impiego molto esteso di sondaggi, e` sempre il 22 Su questo aspetto si rinvia anche in termini bibliografici al volume Vedere l’Altro, vedere la Shoah, a cura di P. Coen, Soveria Mannelli, 2012 e in particolare al saggio di PAOLO COEN, ‘‘L’artista agisce in modo artistico: questa e` la sua arma’’: riflessioni di valore introduttivo sul rapporto fra arte e Shoah, da Alexander Bogen e Corrado Cagli a Nathan Rapoport e Richard Serra, pp. 7-71. 23 Cfr. Richard Serra, catalogo della mostra, (Parigi, 1983-1984), Parigi, 1983; Richard Serra: Sculp- ture, catalogo della mostra (New York, 1987), a cura di L. Rosenstock, New York, 1986; Reden u¨ber Kunst: Richard Serra: zum Holocaust-Mahnmal in Berlin [...], Hamburg, 1998. Un’analisi del rapporto fra Serra e la Shoah, che parte da Gravity ed altre sue due opere a tema, e` in P. COEN 2012, op. cit. PAOLO COEN — 76 —
  16. 16. medesimo. Il visitatore una volta fuori dal museo deve essere posto in condi- zione di rispondere a poche, ma fondamentali domande. Eccone alcune: «Do- ve e quando si svolsero i fatti? Chi furono le vittime e chi i carnefici? A quanti ammontarono i morti e da dove provenivano?». A questo scopo uno spazio chiave e` assegnato alla scrittura. Alle volte il pubblico si trova dinanzi ad ammonimenti di ordine etico, per lo piu` estrapo- lati dalla Bibbia o da altri libri sacri della religione ebraica: un brano tratto dal Deuteronomio, «Ricordare, mai dimenticare»,24 campeggia nel Museum of Jewish Heritage – A Living Memorial of the Holocaust di New York, disegna- to da due maestri della disciplina museografica americana, Kevin Roche e John Dinkeloo, e formalmente aperto il 15 settembre 1997;25 in altre circo- stanze a trascrizioni di fonti dirette, eventualmente tradotte, di testimonianze che risalgono alla Seconda Guerra Mondiale, secondo quanto puo` osservarsi a Londra con alcuni passi del Mein Kampf di Hitler o a Washington con la Di- chiarazione della Conferenza di Wannsee. La maggior parte dei testi ricade comunque nella categoria degli apparati didattici ed e` dunque frutto del lavo- ro dei curatori del percorso, dai pannelli generali d’introduzione al museo a quelli delle sezioni, fino alle didascalie degli oggetti. Qui si nota l’aspirazione a un’alta divulgazione e, insieme, a restituire i fatti nella propria concretezza: il ricorso generalizzato a un linguaggio semplice in questo caso viene dunque a patti con l’impegno a ricondurre fin dove possibile il singolo pezzo esposto al suo contesto individuale, cosı` da evitare ogni genericita` o banalizzazione. Altrettanto comune e` il desiderio di coinvolgere il pubblico sul piano emotivo. «Frastornato [...], ossessionato»: cosı` il presidente americano Wil- liam Clinton descrive il proprio stato d’animo il 22 aprile 1993, al termine del- la visita al museo di Washington. Che si tratti di un preciso mandato istituzio- nale e` provato nello stesso anno e nello stesso museo dal direttore esecutivo Jeshajahu Weinberg: «Non vogliamo che le persone vengano qua e si depri- mano; vogliamo che ne escano sconvolte».26 Lo scopo e` raggiunto in primo luogo attraverso la sollecitazione plurisensoriale. Oltre alla vista, chiamata in causa per la lettura di testi e la percezione stessa dei luoghi e degli oggetti, anche l’udito e il tatto svolgono un ruolo decisivo. Diffusi da altoparlanti op- 24 Deut. 9, 7. 25 ROCHELLE G. SAIDEL, Never too late to remember: the politics behind. New York City’s Ho- locaust museum, New York, Londra, 1996. Per una contestualizzazione del Museo nell’intera carriera architettonica di Roche si rinvia al lavoro monografico di FRANCESCO DAL CO, Kevin Roche, Milano et alii, 1986. 26 DIANA JEAN SCHEMO, A place to remember, to touch the unbearable, «New York Times», 18 aprile 1993. — 77 — MUSEI DELLA SHOAH
  17. 17. portunamente dislocati, riecheggiano dunque musiche d’epoca, rumori tipici della vita degli internati come il passaggio del treno sulle rotaie, il battere del piccone sulla roccia o le raffiche di mitragliatrice e, ancora, ordini militari, discorsi politici nazisti o, infine, le parole dei sopravvissuti. Le potenzialita` evo- cative di questo strumento si colgono al massimo nel citato Memoriale dei Bambini di Safdie a Yad Vashem, dove una voce, alternativamente maschile e femminile, ricorda il nome, l’eta` e la provenienza di ciascuno del milione e mezzo di bambini ebrei uccisi nei campi di sterminio. In questo modo l’archi- tetto, debitore di alcuni meccanismi portanti della retorica barocca, tramuta in pochi attimi l’inizial
  18. 18. done le generalita` o simulandone le esperienze. Cio` accade per esempio a Washington. Al momento di salire nell’ascensore verso il quarto piano, dove ha inizio l’esposizione permanente, ciascuno e` invitato a munirsi del passapor- to di un deportato nei campi di sterminio: il documento, ovviamente in facsi- mile, presenta in una nota a margine il destino finale del suo titolare, di volta in volta diverso. L’esperienza museale e` dunque vissuta non gia` – o comunque non solo – da liberi cittadini che appartengono a un mondo democratico. Il destinatario attraverso il proprio alias e` spinto a forza nel passato, entra ideal- mente nella fabbrica della morte: a questo punto importa assai poco se, in ba- se all’identita` assunta, egli finira` tra i sommersi o tra i salvati. Ancor piu` avanti si spinge nel 2010 David Gafni, responsabile del percorso espositivo dello Holocaust Museum di Yad Mordecai. «Volevo suscitare negli spettatori un’impressione forte» – ha sintetizzato Gafni – «creando un’esperienza am- bientale a 360 gradi, non l’ennesimo museo convenzionale, con dipinti incor- niciati e appesi alle pareti».28 Su tali basi il visitatore e` dapprima bollato con una stella gialla di David, proiettata sulla parte sinistra del petto grazie a un computer. In un’altra sezione viene poi chiuso entro un vagone piombato e af- fronta un viaggio virtuale in direzione del lager: un sistema automatizzato che imita i suoni, i rumori e gli scossoni caratteristici del treno conferisce al viag- gio un realismo piu` che sufficiente. Tutto, a cominciare dai mezzi tecnologici, serve insomma a rendere l’esperienza spettacolare ed emozionante. «Volevo che le persone venute da lontano dicessero che qui esiste qualcosa che non esiste da nessun’altra parte, qualcosa che e` impossibile trasmettere via mail o con una fotografia», osserva ancora Gafni.29 Mi rispose: «Beh, stanno costruendo qualcosa...». Continuai: «Cos’e` questo qualco- sa?», perche´ con la sensibilita` tipica dei bambini percepii un tono inusuale, una sfuma- tura nella voce di mio padre, che disse: «E` una specie di museo». Non sono sicuro se sapessi allora cosa fosse un museo, ma probabilmente mio padre me lo spiego`. Cosı`do- mandai ancora: «Beh, che tipo di museo: un museo d’arte, di dipinti, di sculture?». I musei della Shoah, come si e` appena osservato circoscrivibili entro una classe relativamente omogenea e contrassegnati da molte linee comuni, non di meno presentano cospicui margini di autonomia e individualita`. A seconda delle istituzioni mutano ad esempio gli estremi cronologici del percorso. Alcu- ni musei, secondo quanto puo` osservarsi fra l’altro a Washington o in Florida, 28 Cfr. A. TEPPER 2011, op. cit. 29 Ivi. — 79 — MUSEI DELLA SHOAH
  19. 19. iniziano dunque con l’ascesa al potere di Hitler nel 1933; altri, incluso lo Ju¨- disches Museum di Berlino, illustrano il radicamento dell’antisemitismo in Europa e dunque fanno partire la narrazione decenni o addirittura secoli pri- ma. Significative risultano anche le differenze che si riscontrano nel termine del racconto. L’esposizione di Londra si conclude nella primavera del 1945, vale a dire con la liberazione dei campi di sterminio da parte delle truppe al- leate. A New York o al Los Angeles Museum of the Holocaust il racconto comprende «I postumi» (The Aftermath) e giunge percio` fino alla fondazione d’Israele, nella primavera del 1948. In altre circostanze ancora il passato si sal- da all’oggi. L’ultima sezione del museo di Washington, intitolata Present, co- pre l’arco di tempo che va dal 1946 al 1993, data di apertura del museo. A Yad Vashem, il braccio rettilineo dello Holocaust Historical Museum termina nel panorama della Gerusalemme contemporanea: protagonista viva e concre- ta in fondo a un lungo tunnel di sofferenza e` la citta` delle origini e della Dia- spora, che in tal modo resta negli occhi come il luogo principe del movimento migratorio di ritorno alla Terra Promessa, l’aliyah (Figg. 40-41). Un secondo motivo di discontinuita` e` rappresentato dal peso di volta in volta conferito ad alcuni temi specifici dell’intera vicenda. Si guardi in primo luogo all’antisemitismo. Se dunque la Germania nell’esposizione di Londra o nei musei di Washington e di Saint Petersburgh e` individuata come la sola nazione colpevole, altrove le campagne discriminatorie naziste sono diluite nel sentimento razzista e antisemita comune a molti paesi dell’Occidente fra diciannovesimo e ventesimo secolo: ecco dunque spiegato fra l’altro l’am- pio spazio conferito nello Ju¨disches Museum di Berlino all’affaire Dreyfus. Oscillazioni del genere si colgono anche nel giudizio sulle responsabilita` della Chiesa cattolica. Nel Los Angeles Museum of the Holocaust o anche a Wash- ington non si fa alcuna menzione dei ‘silenzi’ di Pio XII, ovvero della sua man- cata condanna ufficiale dei crimini commessi dai nazisti ai danni degli Ebrei. Una questione che, per quanto notoriamente ancor oggi lontana da una solu- zione univoca e definitiva, e` invece sollevata in altri musei, a cominciare da Yad Vashem. Non a caso alcuni critici hanno giudicato la scelta di Washing- ton «imbarazzante». Parimenti diversa e` la valutazione del ruolo svolto nella lotta contro Hitler dalla resistenza partigiana ebraica e, piu` in generale, della componente ebraica delle forze armate alleate. Se dunque i tre musei d’Israele la considerano un elemento fondamentale, negli istituti europei e americani viene citata di sfuggita e in determinate circostanze persino ignorata, secondo quanto risulta fra l’altro nel Los Angeles Museum of the Holocaust. Anche il montaggio dei singoli episodi puo` differire da percorso a percor- so. Emblematico in tal senso e` il museo di Washington. L’elemento caratteriz- zante – e veramente unico nell’intera classe – consiste nella presenza degli Sta- PAOLO COEN — 80 —
  20. 20. ti Uniti, che si articola secondo un tema ad arco. Il percorso narrativo, infatti, letteralmente si apre e chiude nel segno della bandiera a stelle e strisce: le truppe alleate, dunque, al principio della visita liberano i campi di sterminio e ne testimoniano l’esistenza grazie ai loro re´portage; al termine si ergono a garanti della liberta` e del progressivo ritorno degli Ebrei ad un’esistenza nor- male, in Israele oppure negli Stati Uniti stessi. Originale risulta poi il grado di sensibilita` mostrato verso le altre minoran- ze coinvolte nello sterminio nazista, dai Rom e Sinti ai Testimoni di Jeovah, gli omosessuali, i dissenzienti politici e i disabili di varia natura. Yad Vashem ri- serva dunque una vetrina ai Rom e ai Sinti, una sezione ai disabili fisici e men- tali. Piu` oltre si spinge il Los Angeles Museum of the Holocaust, al cui interno si contano piu` spazi centrati sui diversi «nazi targets»: non a caso, dunque, l’esposizione include un modello del castello di Hartheim, uno dei principali siti della Aktion 4, il programma di eutanasia attuato dai nazisti appunto per lo sterminio dei disabili fisici e mentali. Ancora piu` singolare e` l’indirizzo scel- to nel Museum of Tolerance di Los Angeles, o Beit hashoah, inaugurato come si e` gia` esposto nel 1993.30 Pochi istituti possono vantare un legame altrettan- to solido con la tradizione ebraica e con i sei milioni di vittime dell’Olocausto: alla sua radice vi sono infatti la biblioteca e l’archivio del Simon Wiesenthal Center, il centro di ricerca messo in piedi dal piu` accreditato ‘cacciatore’ di criminali nazisti. Nelle intenzioni di Wiesenthal l’esperienza della Shoah, ancor piu` che strumento per rivendicare la specificita` della sofferenza ebrai- ca, diviene un monito per intervenire concretamente sull’oggi e sul domani e cosı` lanciare alle vecchie e nuove generazioni un messaggio di pacificazione, rispetto e convivenza civile. Si spiega in questo modo l’ampio spazio nel per- corso di visita devoto non soltanto a ‘bersagli nazisti’ diversi dagli Ebrei, ma anche la proiezione nei conflitti etnici e religiosi del presente, dal Rwanda alla Cambogia, fino alle bande metropolitane di Los Angeles e di Detroit. Su cri- teri molto simili dovrebbe impostarsi il Museo della Shoah di Roma. Secondo le intenzioni di Luca Zevi, responsabile del progetto architettonico insieme a Giorgio Tamburini, l’istituto dovrebbe porgersi come un luogo per ricordare l’orrore passato, ma al tempo medesimo per stabilire un fruttuoso dialogo con il futuro: «[...] un luogo che riscatti anche le ingiustizie inflitte ai portatori di handicap, ai gay, al popolo armeno. E che spezzi la morsa delle intolle- ranze».31 30 Beit hashoah: Museum of Tolerance. Simon Wiesenthal center, Los Angeles, 1993. 31 PIERO MELATI, Museo della Shoah, una casa contro l’intolleranza, «La Repubblica. Il Vener- dı`», 29 luglio 2011. — 81 — MUSEI DELLA SHOAH
  21. 21. E mio padre, in modo molto amaro e ironico: «No, e` un museo per il genere uma- no». Chiesi ancora cosa volesse dire, e lui rispose: «E` un museo consacrato a quello che gli uomini sono capaci di fare». E non aggiunse altro. In Israele i musei della Shoah, come si e` osservato eretti a valle della Di- chiarazione d’Indipendenza del 14 maggio 1948, oltre a rispondere a un’effet- tiva urgenza di natura etica obbediscono a una chiara istanza politica: in par- ticolare, essi sorgono in rapporto alla costituzione dell’identita` nazionale israeliana, un progetto di rimarchevole ampiezza e complessita` intrapreso an- cor prima del 1948 da David Ben Gurion e dagli altri ‘padri della patria’.32 In tale contesto servono in primo luogo a integrare i sopravvissuti alla Shoah nel- la nuova dimensione israeliana. Fino al 1948 costoro, dopo avere affrontato la discriminazione, i ghetti e i campi, avevano dovuto infatti superare gli ostacoli posti dall’embargo britannico e in particolare dalla sua politica basata sul Mac- Donald White Paper, volta in sostanza a impedirne o quanto meno a regolarne il flusso. Gli arrivi, fra il 1940 e il 1947 pari a circa ventiquattromila unita`, si erano naturalmente impennati non appena raggiunta l’indipendenza: nel solo 1948 si registrano infatti ventiduemila immigrazioni. Israele si trova dunque nella necessita` di fornire una dimensione di accoglienza a un gruppo demo- grafico in rapida crescita e di difficile assimilazione. Al di la` della comune ra- dice religiosa e culturale ebraica, i profughi affrontano una realta` aliena alla propria. Non soltanto sono proiettati in un clima arido, caldo e semi-desertico e in contesti di vita e di lavoro per lo piu` agricoli o semi-rurali, ma debbono anche familiarizzare il piu` in fretta possibile con lo strumento basilare di co- municazione, l’ebraico moderno, una lingua diversa non solo da qualunque altra del continente, ma anche dallo yiddish e perfino dall’ebraico biblico. Tutto cio` contribuisce a creare una distanza con il tessuto sociale preesistente, formato in massima parte dai coloni ebrei che si erano insediati in Palestina sull’onda del movimento sionista, fondato da Theodor Herzl nel 1897 e par- ticolarmente attivo negli anni venti e trenta del Novecento. Forgiati dal lavoro della terra, almeno in apparenza scevri da complessi di natura intellettuale e resi orgogliosi dalla raggiunta autonomia ai danni del nemico britannico, que- sti coloni si considerano l’e´lite del paese e percio` guardano con un misto di 32 TOM SEGEV, Le septi
  22. 22. curiosita` e sospetto i nuovi venuti dall’Europa, non di rado affetti da profonde ferite psicologiche. Queste ed altre situazioni analoghe stavano creando allo scadere del quinto decennio un solco profondo e potenzialmente assai perico- loso tra i due gruppi. Il Museo, in quanto macchina della memoria collettiva per antonomasia, offre ai sopravvissuti alla Shoah un luogo per elaborare la dimensione del lutto e nello stesso tempo un pieno riconoscimento pubblico e istituzionale, concorrendo cosı` a smussare e appianare le differenze fra le parti. I tre musei della Shoah in Israele contribuiscono poi a legittimare storica- mente il ritorno degli Ebrei in Palestina e la fondazione di uno Stato proprio. Una volta di piu`, la chiave di lettura e` il rapporto con gli Arabi. Com’e` noto, la presenza ebraica – volendo qui ridurre a sintesi una vicenda di rimarchevole complessita` – era stata posta in discussione dagli Arabi fin dai primi insediamenti sionisti. Ed ancora su questa linea, le popolazioni arabe avevano mosso un attac- co contro le ebraiche all’indomani della decisione delle Nazioni Unite del 29 no- vembre 1947 di costituire nella regione due stati, l’ebraico e l’arabo, appunto. La risposta dei responsabili delle istituzioni museali israeliane consiste nell’inserire la Shoah in una prospettiva storica di lungo periodo, che ha il suo punto piu` lon- tano proprio nell’insediamento originario ebraico in Palestina e un momento di fondamentale rottura nella Diaspora, ovvero nella cacciata degli Ebrei sotto l’im- peratore Tito. Essi recepiscono un’istanza chiave del nuovo Stato ebraico. Cosı` recitano infatti i primi paragrafi della Dichiarazione d’Indipendenza, letta il 14 maggio 1948 nell’allora Museo d’Arte di Tel Aviv da David Ben Gurion: Eretz Israel [La terra d’Israele] fu il luogo d’origine del popolo ebraico. Qui si formo` la sua identita` spirituale, religiosa e politica. Qui per la prima volta esso e` di- venuto nazione, ha creato valori culturali di significato nazionale e universale, qui die- de al mondo l’eterno Libro dei Libri. La catastrofe che ha recentemente colpito il popolo ebraico – il massacro di mi- lioni di Ebrei in Europa – e` stata un’altra chiara dimostrazione dell’urgenza di risol- vere il problema della sua mancanza di una patria attraverso il ristabilimento nella ter- ra di Israele di uno Stato ebraico, che aprira` la sua porta a qualunque ebreo e che conferira` al popolo ebraico lo status di membro a pieno diritto della comunita` delle nazioni [...]. I sopravvissuti all’Olocausto nazista in Europa, come del resto gli Ebrei di ogni parte del mondo, hanno continuato a migrare nella terra d’Israele, nonostante le dif- ficolta`, i pericoli e le restrizioni; costoro non hanno mai cessato di asserire il proprio diritto a una vita dignitosa, libera e onesta nella loro patria nazionale.33 33 Per la versione ufficiale in inglese, a cura del Governo israeliano si veda: http://www.mfa.- — 83 — MUSEI DELLA SHOAH
  23. 23. Il cerchio si chiude nel 1978, con la costruzione nel campus dell’Universita` di Tel Aviv di Beit Hatfutsot, il Museo del Popolo Ebraico, gia` noto come Museo della Diaspora. Qui la Shoah viene reinserita e rielaborata entro un percorso che dalla distruzione del Tempio giunge attraverso meccanismi e vie multiformi fino al ritorno degli Ebrei in Palestina e alla costituzione del nuovo Stato. In tale chiave Beit Hatfutsot e Yad Vashem possono leggersi in simbiosi, come due modi di interpretare la medesima storia. L’uno lo fa partendo dalle fasi piu` antiche del popolo ebraico alle moderne; l’altro dalle moderne alle piu` antiche. Volendo utilizzare il paragone della Storia umana come una freccia, Beit Hatfutsot procede da sinistra verso destra, Yad Vas- hem da destra verso sinistra. I musei della Shoah servono infine ad accreditare e a definire l’immagine di Israele sul piano militare. La guerra, d’altro canto, e` una realta` con cui gli Ebrei della Palestina debbono fare i conti ancor prima di costituirsi come Sta- to autonomo e indipendente. La strada stessa della Dichiarazione del 1948 e` lastricata da una serie ininterrotta di sabotaggi, assalti e aggressioni, indirizzati vuoi alle comunita` arabe e beduine, vuoi con intensita` e frequenza superiori all’esercito regolare britannico, avvertito dalla comunita` ebraica, appunto, co- me una forza occupante ed imperialista. Di qui la costituzione di bande e cor- pi armati di varia natura, incluse la Banda Stern e l’Haganah, letteralmente Di- fesa: giusto dall’Haganah, particolarmente attiva ed efficace nell’intero arco compreso dal 1920 e il 1948, hanno origine le forze armate israeliane. La sen- sibilita` verso la guerra procede senza effettiva interruzione di continuita` nei decenni successivi, dal primo conflitto ufficiale arabo-israeliano del 1948- 1949, noto in Israele come Guerra d’Indipendenza, alla Guerra del Sinai del 1956 fino a quella dei Sei Giorni del 1967, per tacere naturalmente di sca- ramucce e scontri minori. Del resto, dal 1948 in avanti i nemici rimangono piu` o meno sempre i medesimi: la Siria e talora il Libano a nord; la Trans-Gior- dania o Giordania e l’Iraq ad est; infine, l’Egitto a sud, sud-ovest. Bene: la di- mensione della guerra trova nei musei della Shoah d’Israele una risposta, un sostegno concreto. Lo scopo e` raggiunto attraverso il largo spazio che viene concesso all’interno dei loro percorsi agli eroi dell’Olocausto, ovvero a quegli Ebrei che nel corso del secondo conflitto mondiale anziche´ arrendersi ai na- zisti ed ai loro fiancheggiatori avevano preferito ribellarsi, imbracciare le armi e dare battaglia. Un ruolo chiave giocano in tal senso i protagonisti della resi- stenza ebraica e in particolare della rivolta del Ghetto di Varsavia. La vicenda gov.il/mfa/peace%20process/guide%20to%20the%20peace%20process/declaration%20of%20e- stablishment%20of%20state%20of%20israel. PAOLO COEN — 84 —
  24. 24. e` ben nota. Il 14 aprile del 1943 un manipolo di Ebrei, guidati da Mordecai Anelewicz e del quale faceva parte, tra gli altri, Itzhak Katnelson, si ribello` alle truppe naziste e per quanto mal armato e nutrito le tenne in scacco per diverse settimane, infliggendo loro perdite molto gravi. Che alla fine il manipolo ve- nisse annientato e che lo stesso Anelewicz dopo una strenua resistenza nel bunker MILA 18 fosse costretto a suicidarsi, pur di non cadere in mano al nemico, non ha in fondo molto rilievo. L’episodio servı` comunque a intaccare la fama della macchina da guerra nazista, tanto da assurgere al valore di una nuova Masada, ovvero al paradigma del coraggio del popolo ebraico dinanzi alla tirannia dell’oppressore. Non a caso, a pochi mesi dal termine della guerra l’artista polacco ed ebreo Nathan Rapoport ne fornı` una celeberrima interpre- tazione scultorea in Rivolta, un monumentale rilievo in bronzo campeggiante nel Memoriale degli Ebrei del Ghetto, a Varsavia. Il senso dell’operazione e` molto chiaro. Porre l’accento sulla resistenza ebraica equivale a trasmettere che il popolo d’Israele si opporra` con fierezza a qualsiasi attacco. Accadde a Masada; e` accaduto a Varsavia; accadra` di nuovo, ogni volta che gli Ebrei dovranno lottare fino all’ultimo uomo. Questo spirito e` alla base dello Itzhak Katnelson Holocaust and Jewish Resistance Heritage Museum. Gia` il nome rimanda a uno degli eroi della ri- volta di Varsavia, il menzionato Itzhak Katnelson, e piu` in generale all’intero movimento della resistenza ebraica. Il museo, d’altro canto, viene realizzato all’interno del kibbutz Beit Lohamei Hagetaot, letteralmente Casa dei Com- battenti del Ghetto, fondato tre anni prima, nel 1946, da un gruppo di ex par- tigiani. Lungo la stessa falsariga si orienta il percorso del museo. Basti pensare al ruolo delle opere di Alexander Bogen, tra i fondatori della ‘Casa’. Bogen,34 originario di Dorpt, in Lituania, dal 1936 si era spostato in Estonia per studia- re pittura presso l’Accademia di Vilna. Qui nel 1940 era stato imprigionato e rinchiuso nel ghetto. L’artista, noto per il suo carattere fiero e intraprendente, nel giro di qualche mese era tuttavia riuscito a evadere e dallo stesso 1940 ave- va vissuto come clandestino e membro della resistenza nelle foreste che cir- condano la citta`. Nel 1943 Bogen era divenuto capo di Vendetta, o Nekama, una brigata ebraica di partigiani il cui obiettivo principale consisteva nel libe- rare altri compagni dal ghetto e, come tale, responsabile di una serie di azioni ad alto rischio contro le forze naziste. Lungo tutto l’arco della guerra, si tro- 34 Cfr. ALEXANDER BOGEN, Revolt: Hamered, catalogo della mostra (Gerusalemme, 1984), Ge- rusalemme, 1974; ID., And I never put my pencil down, in With proud bearing, 1939-1945: Chapters in the history of Jewish fighting in the Naroch Forests, a cura di M. Kalcheim, Tel Aviv, 1991; SORIN HELLER, Bogen as a shaper of cultural memory, in Alexander Bogen. Drawings for poems in Yiddish, catalogo della mostra (Haifa, 2002), a cura di S. Heller, Haifa, 2003. — 85 — MUSEI DELLA SHOAH
  25. 25. vasse in prigionia oppure in clandestinita`, Bogen aveva continuato a disegnare senza interruzione. Da partigiano – ricordera` Bogen a guerra finita – mentre mi recavo in missione realizzavo schizzi di qualunque cosa, non importa se fossi piegato sull’arma oppure sdraiato in attesa di cogliere i nemici in un’imboscata. Disegnavo il bosco, i miei com- pagni e alle volte persino la battaglia stessa. Non vi erano il tavolo, ne´ carta, ne´ matite colorate. Avevo trovato della carta da pacchi; con alcuni stecchi di legno preparai del carboncino per realizzare degli schizzi. [...] Inoltre collezionavo pezzi di carta per di- segnarvi sopra. [...] Ogni uomo quando si trova faccia a faccia con un pericolo cru- dele, con la morte, reagisce a suo modo. L’artista reagisce in un modo artistico. Que- sta e` la sua arma. Questo dimostra anche che i tedeschi non potevano distruggere il suo spirito.35 Questo genere di produzione e` alla base del cosiddetto Diario d’artista, per la maggior parte conservato ed esposto proprio nello Yitzak Katnelson. Non solo. Fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2010, Bogen pur ispirandosi ad altri temi continuera` a realizzare opere dedicate alla resistenza ebraica de- stinate alla ‘Casa’, come dimostra fra l’altro la xilografia dal titolo Partigiani (Fig. 42). L’esaltazione degli eroi caratterizza poi Yad Vashem, in obbedienza a una delle missioni enunciate dalla legge costitutiva del 1953, come gia` ricordato. Cosı` va letto l’ampliamento condotto all’inizio degli anni sessanta della piazza intitolata ai combattenti del Ghetto di Varsavia e al contestuale montaggio sul muro di fondo di repliche in bronzo a grandezza naturale di Rivolta ed Esilio, i due bassorilievi eseguiti da Rapoport per il gia` citato Memoriale di Varsavia. Cosı` il Pilastro dell’eroismo, concepito nel 1967 da Buky Schwartz. Il Pilastro, ben visibile anche dal viale d’accesso al museo, reca alla base l’iscrizione: In memoria di quanti si ribellarono nei campi e nei ghetti, combatterono nelle foreste, nella Resistenza e nelle forze degli Alleati; che affrontarono un cammino co- raggioso verso la terra d’Israele; e morirono santificando il nome di Dio. Oggi e per sempre. Cosı` il Memoriale dei Soldati e Partigiani Ebrei, realizzato da Bernie Fink nel 1985 e dedicato appunto al milione e mezzo di ebrei che in vario modo e forma avevano combattuto nel conflitto (Fig. 43). Cosı`, per porre termine a questa breve rassegna, l’intera zona del percorso museale dedicata al milione e mezzo di Ebrei che fecero parte della milizia o della resistenza ebraica, il 35 A. BOGEN 1991, op. cit., p. 35. PAOLO COEN — 86 —
  26. 26. cosiddetto Partisan’s Panorama. Dal 2003 il Panorama reca al centro la scul- tura in ferro dell’artista israeliano Zadook Ben-David, dal titolo For the Tree of the Field is Man’s Life. Alta sei metri, essa raffigura appunto un albero, do- ve ogni elemento, tronco, rami e foglie, ha un profilo antropomorfo. In termini ancora piu` concreti parla lo Holocaust Museum nel kibbutz Yad Mordecai. Il museo ripropone la stessa esaltazione degli eroi della resi- stenza ebraica e in particolare della rivolta del Ghetto di Varsavia. Il nucleo centrale del percorso consiste infatti in una sorta di spettacolo multimediale volto a riprodurre le fasi salienti della battaglia. Grazie all’accorta regia di Da- vid Gafni lo spettatore compie un viaggio nel tempo e nello spazio, ritrovan- dosi nella primavera del 1943 all’interno del bunker MILA 18: suoni e luci riproducono l’esplodere delle case, il fragore dei combattimenti, la grida dei feriti e il pianto dei bambini, il rombo dei cannoni e il crepitio delle mitraglie- re. Anche qui in realta` nulla di anomalo. Il museo sorge infatti in un kibbutz legato a doppio filo con Mordecai Anelewicz. La sua fondazione si deve all’i- niziativa della Nuova Guardia, o Hashomer Hatzair, una particolare frangia del movimento sionista internazionale connotata da una declinazione agricola, collettivista e marxista, della quale faceva appunto parte anche il giovanissimo Anelewicz. Nell’autunno del 1943, trascorse poche settimane dalla battaglia del Ghetto di Varsavia, la comunita` era stata trasferita nel sito attuale e ride- dicata giusto ad Anelwicz, in onore della sua duplice veste di esponente di spicco della Hashomer Hatzair e di padre della resistenza ebraica. Vi e` tuttavia anche dell’altro. Nel museo di Yad Mordecai, infatti, il collegamento fra pas- sato e presente – ovvero l’esaltazione del coraggio dei partigiani ebrei della Seconda Guerra Mondiale quale presupposto della potenza militare dell’eser- cito israeliano – trova uno sbocco concreto nell’oggi, fino a indirizzarsi contro l’esercito egiziano. Ancora una volta e` il contesto a suggerirlo con estrema puntualita`. Per via di un episodio storico preciso e estremamente celebre, l’immaginario collettivo israeliano considera infatti Yad Mordecai un baluar- do contro questo nemico. Nel 1948 il kibbutz era divenuto teatro di un’aspra contesa fra le truppe egiziane e le israeliane. Le une erano riuscite a prenderlo nella primavera, distruggendone pressoche´ ogni edificio: soltanto la torre del- l’acqua, per quanto crivellata di colpi, era rimasta in piedi in cima alla collina. Nell’autunno dello stesso 1948 gli Israeliani avevano pero` riconquistato il luo- go in via definitiva, dando inizio alla sua completa ricostruzione. A futura me- moria i coloni avevano lasciato alcuni ricordi dello scontro, a mo’ di reliquie: la piu` significativa era stata proprio la torre dell’acqua, con in bella mostra le ferite inferte dagli Egiziani. Questa sequenza di eventi aveva conferito natural- mente al luogo una carica straordinaria. Tre anni dopo, nel 1951, proprio di- nanzi alla collina e alla torre Nathan Rapoport aveva collocato una statua in — 87 — MUSEI DELLA SHOAH
  27. 27. bronzo a grandezza superiore al naturale raffigurante Anelewicz che lancia una granata in direzione del nemico (Fig. 44). Si badi: un Mordecai Anelewicz vestito da colono israeliano, anziche´ da membro della resistenza polacca. Ne- gli anni successivi il kibbutz, divenuto sempre piu` prospero grazie all’alleva- mento delle api, aveva fornito alle forze armate un numero di giovani ufficiali nettamente superiore alla media del paese. A fugare ogni dubbio sulla valenza del museo e` la sua data di fondazione: come si ricordera`, esso sorge all’indo- mani della Guerra dei Sei Giorni, che segna il trionfo delle armate d’Israele e, piu` in generale, lo zenith di quel particolare indirizzo politico volto al control- lo militare sull’intera regione mediorientale. Nel corso del tempo i musei della Shoah in terra d’Israele si sintonizzano cosı` da offrire nuovi e moderni contributi alla formazione dell’identita` nazio- nale, dando prova di una singolare flessibilita` al mutare delle esigenze. Esem- plare quanto accade nei primi anni sessanta del Novecento, nel clima creatosi sulla scia del processo ad Adolf Eichmann. Com’e` noto, Eichmann, in quanto regista della Soluzione Finale, fin da subito era stato individuato come uno dei principali responsabili della Shoah. Ricercato in tutto il mondo, era stato pro- tagonista di una fuga rocambolesca, fino al suo riconoscimento in Argentina: catturato dagli agenti del Mossad e trasferito di forza a Gerusalemme, era sta- to sottoposto a un processo pubblico, conclusosi con la sentenza di morte per impiccagione, puntualmente eseguita. A sconvolgere l’opinione pubblica, su- scitando una vasta riflessione, era stata soprattutto la linea difensiva di Eich- mann: «Non ho nessuna colpa. Stavo solo obbedendo agli ordini. Ordini che peraltro nessuno poteva disattendere, pena la morte immediata. Io, come del resto tutti i miei colleghi». Ecco la strategia, ridotta al nocciolo: lo stesso cir- colo vizioso destinato peraltro ad essere percorso, di nuovo e ancora, da ogni criminale nazista nelle medesime condizioni, si tratti di Herbert Kappler o di Erich Priebke. A questo sostanziale scarico di responsabilita` Israele risponde con i Giusti fra le Nazioni, un progetto ideato fin dal 1942, ovvero a guerra in corso, e inserito nei mandati principali di Yad Vashem nel 1953, ma cui solo adesso viene dato sviluppo concreto. Il riconoscimento di Giusto, la sola ono- rificenza civile concessa da Israele, intende rendere omaggio – come si e` in qualche misura premesso – a quei non Ebrei che durante il secondo conflitto mondiale senza alcun tornaconto avevano posto a repentaglio la propria vita pur di salvare anche un solo ebreo. Il 1º maggio 1962 viene cosı` istituita la commissione apposita e in contemporanea sono inaugurati all’interno del per- corso museale di Yad Vashem il viale ed il giardino dei Giusti: il giardino, de- stinato a crescere con il tempo fino a diventare una piccola foresta, e` formato da alberi sempreverdi, ciascuno dei quali reca appu
  28. 28. come illustra la nota fotografia che ritrae Oskar Schindler intento a scavare la relativa buca. «Aiutare era invece possibile, in qualsiasi condizione»: ecco, an- che qui ridotta a una sigla, la risposta formulata da Israele attraverso il suo principale museo della Shoah, Yad Vashem appunto, alla pericolosa asserzio- ne di Eichmann. Si apre cosı` la via a un processo di rielaborazione ufficiale, volto da un lato a proiettare la memoria della Shoah da un piano storico ad uno etico, nei termini dell’educazione alla cittadinanza; dall’altro a creare gli strumenti adatti a condividerla con altri paesi. Se infatti la responsabilita` e` strettamente individuale, condannare una nazione nella sua globalita` non ha piu` senso, qualora l’avesse mai avuto. Ogni nazione puo` infatti trovare un riscatto morale attraverso i propri Giusti. In contemporanea con l’apertura delle prime grandi strutture museali e in particolare della Sala della Rimem- branza, Yad Vashem – e Israele con esso – diviene cosı` la tappa preliminare e imprescindibile della diplomazia internazionale. Oggi come allora, un rigido cerimoniale obbliga qualsiasi dignitario straniero che visiti Israele nel crisma dell’ufficialita` a recarsi in prima istanza a Yad Vashem per tributarvi l’omag- gio alla Fiamma Eterna. Da questo momento il protocollo rappresenta l’impe- gno concreto di ciascun individuo – tanto piu` importante laddove tale indivi- duo svolge compiti di governo – a non commettere piu` gli errori di un tempo. Fuori dallo Stato ebraico le cose procedono su binari sostanzialmente di- versi. In Europa e negli Stati Uniti il paradigma di museo della Shoah stabilito e messo a punto in Israele e` ripreso soltanto dopo il 1989. Anche in questo caso i motivi risiedono nella politica, in particolare nel riassetto degli equilibri complessivi in seguito al crollo del Muro di Berlino. Certo, nel 1945-1946 il popolo statunitense, dopo aver scoperto i campi, si era reso interprete di un autentico sentimento collettivo di «rabbia, disgusto, colpevolezza e aliena- zione», lo stesso fatto proprio da Dwight D. Eisenhower, a suo tempo coman- dante in capo delle truppe alleate.36 Era questa l’aria che si respirava ai pro- cessi di Norimberga, che avevano portato alla condanna di oltre trentunomila criminali nazisti, inclusi molti gerarchi vicini a Hitler. Tuttavia lo spirito di Norimberga si era ben presto spento. Gia` alla fine degli anni quaranta la Shoah era stata costretta nel dimenticatoio. Nel volgere di questi pochi mesi la Repubblica Federale Tedesca da paese alla sbarra era divenuta un elemento chiave dello scacchiere NATO, in contrapposizione al blocco sovietico e al Patto di Varsavia. In tale ottica anche semplicemente menzionare la Shoah equivaleva a mettere in scacco o comunque in forte imbarazzo un alleato stra- 36 Cfr. ROBERT H. ABZUG, Inside the vicious heart. Americans and the liberation of nazi concen- tration camps, Oxford, 1985; E.T. LINENTHAL 2012, op. cit., p. 5. — 89 — MUSEI DELLA SHOAH
  29. 29. tegico, peraltro senza ottenere un adeguato tornaconto. Cio` fra l’altro spiega come mai la Germania solo con grave ritardo prendesse coscienza dei propri errori e soprattutto del suo profondo legame con il Nazismo. Un meccanismo di rimozione collettiva, questo, che sovente fece rima con un’iniqua tenerezza giudiziaria verso gli aguzzini di un tempo. Assai meglio delle pur numerose inchieste su esecrabili episodi di connivenza, il sentimento generale d’impuni- ta` trovo` espressione in Elie Wiesel, secondo quanto emerge in un brano del manoscritto originale che fu intenzionalmente escluso dalla prima edizione francese di Notte: E adesso, trascorsi a malapena dieci anni da Buchenwald, mi accorgo che il mon- do dimentica in fretta. Oggi la Germania e` uno Stato sovrano. L’esercito tedesco e` stato resuscitato. Ad Ilse Koch, che notoriamente fu il mostro di Buchenwald, e` stato consentito di avere figli e di vivere felicemente da allora... Criminali di guerra scorraz- zano per le strade di Amburgo come di Monaco. Il passato sembra essere stato can- cellato, costretto all’oblio.37 Le cose erano iniziate a cambiare nei primi anni sessanta. Un primo squil- lo di tromba era giunto dal citato processo ad Eichmann.38 Intorno al proces- so ruoto` il pensiero di Hannah Arendt, destinato a divenire ben presto in Eu- ropa e negli Stati Uniti, assai piu` che Israele, un punto di riferimento essenziale per ogni riflessione sul tema inerente all’etica. Soprattutto, in palese contrasto con i tribunali di Norimberga, l’intera questione aveva avuto un for- te impatto mediatico. Sul banco dei testimoni erano saliti oltre cento soprav- vissuti: la loro parola era rimbalzata in tutto il mondo, grazie alle cronache dei quotidiani, alle trasmissioni via etere e alla pubblicazione degli atti. Si era trat- tata di una forza galvanizzatrice, che porto` gli [Ebrei d’America] faccia a faccia con emozio- ni fino allora represse, con eventi il cui scopo complessivo e i cui effetti d’insieme era- no stati tenuti segreti, a rimuginare, sotto la superficie della coscienza.39 Un secondo momento chiave, stavolta di rottura, aveva avuto luogo nel biennio 1967-1968. Da soli, la distruzione dello Stato ebraico e il nuovo Olo- causto auspicati dal presidente egiziano Nasser avevano sollevato negli Stati Uniti e in una parte d’Europa un’ondata di autentica indignazione. Israele, dal suo canto, grazie soprattutto alla piena vittoria nella Guerra dei Sei Giorni 37 ELIE WIESEL, Night, Londra, 2006, p. XII. 38 T. SEGEV 1993, op. cit., p. 272. 39 E.T. LINENTHAL 2012, op. cit., p. 9. PAOLO COEN — 90 —
  30. 30. si era rivelata a un occhio occidentale e ancor piu` statunitense affidabile sia politicamente che militarmente, anche in virtu` del carisma di generali come Moshe Dayan o Ariel Sharon. Ne era venuto fuori il rovesciamento degli equi- libri strategici nell’intera regione mediorientale. Da un lato, in Unione Sovie- tica il favore mostrato verso gli esperimenti di matrice socialista, comunista o piu` genericamente anarcoide-collettivista – che pure avevano caratterizzato i primi due decenni di vita della nazione ebraica, fino a creare ad esempio il mito del kibbutz – veniva messo da parte per schierarsi con decisione a favore della causa araba. Dall’altro, negli Stati Uniti e nei partiti di destra di un con- gruo numero di stati occidentali si registrava l’ascesa progressiva delle simpa- tie filo-israeliane. Nel 1968, al culmine della contestazione studentesca contro la Guerra del Vietnam, alcune universita` statunitensi avevano attivato corsi sulla Shoah, individuata come il rasoio fra il Bene e il Male, su cosa in guerra fosse giusto combattere e cosa no. Una terza fase del cambiamento era caduta infine nel 1977-1979. La crisi petrolifera, la rivoluzione islamica in Iran e il conseguente, rinnovato interesse verso lo scacchiere mediorientale avevano portato con se´ un’ulteriore ridefinizione dei rapporti. Erano stati gli anni dei trattati di pace siglati a Camp David fra Israele e l’Egitto, che dopo una lunga parabola di fuoco avevano per la prima volta incrinato la compattezza del fronte arabo ostile all’esistenza stessa dello Stato ebraico. Ed erano nel contempo stati gli anni della serie televisiva Olocausto, che sebbene annuncia- ta da polemiche di varia natura, aveva ottenuto un formidabile successo po- polare, grazie a centoventi milioni di audience soltanto negli Stati Uniti. Nel nuovo clima il presidente Jimmy Carter, come si ricordera`, aveva formato una commissione governativa che aveva fra i suoi obiettivi promuovere un Giorno della Memoria, lo Holocaust Remembrance Day – in effetti approvato dal Congresso gia` nel 1980 – e decidere se, dove e come costruire un memo- riale per le vittime. Questo complesso di fattori, pur cosı` sommariamente ab- bozzati, spiega il progressivo emergere nei vent’anni successivi al 1967 di ini- ziative volte a ricordare e a promuovere la conoscenza della Shoah. Nel 1987 nei soli Stati Uniti si contavano oltre cento fra memoriali, archivi, biblioteche e centri di ricerca e documentazione.40 A questo stadio la memoria della Shoah aveva senza dubbio subito un processo di irrobustimento. Per renderla collettiva attraverso il Museo biso- gna pero` attendere il crollo del Muro di Berlino, nel novembre del 1989. In tale diverso contesto la Germania, ossia il frutto della riunificazione tra la Re- pubblica Federale a ovest e la Repubblica Democratica ad est, perde il suo 40 JUDITH MILLER, One, by One, by One: facing the Holocaust, New York, 1990. — 91 — MUSEI DELLA SHOAH
  31. 31. compito di baluardo strategico contro il nemico rosso e contestualmente inizia a configurarsi nelle vesti di ‘locomotiva d’Europa’, ovvero di un reale antago- nista economico degli Stati Uniti. Ecco finalmente le condizioni giuste per ini- ziare a parlare della Shoah, per riprendere dopo mezzo secolo un discorso la- sciato interrotto. Nel caso della Germania non soltanto si puo`, ma addirittura diviene necessario discutere, scrivere e appunto costruire musei della Shoah. Perche´ il futuro della nazione passa ora attraverso la resa dei conti con i fan- tasmi di ieri e di oggi. Perche´ affrontando il tema in modo serio, senza le ‘te- nerezze giudiziarie’, gli episodi di connivenza con i gerarchi e al tempo stesso combattendo il risorgere di gruppi neonazisti, la nuova Germania s’impegna a chiudere una volta per tutte con il passato. I musei progettati a Berlino da Eisenman e da Libeskind non rappresentano dunque «l’ennesimo dazio da pagare agli Ebrei e a Israele», come riportano alcune vulgate di estrema destra o di estrema sinistra, dando cosı` prova di una formidabile ingenuita` politica. Tali musei rappresentano piuttosto il sigillo di garanzia di un avvenuto proces- so di democratizzazione, della presa di coscienza di un’intera nazione. Essi co- municano a tutti – in primo luogo ovviamente ai Tedeschi stessi – che il Paese non ripetera` mai piu` gli errori di un tempo, tanto meno si fara` tentare dai ri- gurgiti di una destra xenofoba e antisemita. Per questo motivo entrambi i mu- sei vengono costruiti nella rinata capitale, Berlino appunto. E per questo il museo di Eisenman porta la dedica agli «Ebrei assassinati» (fu¨r die ermordeten Juden), anziche´ agli «Ebrei morti» o agli «Ebrei» tout court; sorge a poca di- stanza dalla porta di Brandeburgo e dall’originario percorso del Muro; infine, e` concepito quale fattore integrante ma anche condizionante degli edifici nuo- vi o completamente rinnovati del Bundestag e del Reichstag, trasparenti come il vetro. Una simile presa di coscienza delle proprie responsabilita` storiche non sarebbe completa in mancanza di almeno un garante strategico. Ebbene, chi potrebbe interpretare il ruolo, se non gli Stati Uniti? Il passaggio non e` affatto scontato. Appena due anni prima, nel 1987 – quando il Muro, per quanto eroso, non aveva ancora ceduto – gli Stati Uniti si erano resi protago- nisti di un clamoroso strappo diplomatico: il Governo a stelle e strisce aveva infatti escluso ufficialmente la Germania dal novero delle nazioni considerate degne di offrire il proprio supporto finanziario nella costruzione dello United States Holocaust Museum and Memorial. L’onta della maglia nera era toccata ad una sola altra nazione: l’Unione Sovietica, formalmente ancora comuni- sta.41 Trascorsi appena due anni lo strappo e` ricucito: sono infatti proprio gli Stati Uniti, gli eredi di George Washington, Thomas Jefferson e Abraham 41 P. DOGLIANI 2001, op. cit., p. 173. PAOLO COEN — 92 —
  32. 32. Lincoln, ma soprattutto l’unica potenza mondiale rimasta in piedi dopo il no- vembre 1989, a sorvegliare il campo di stele di Eisenman e a garantire la sua interpretazione della Storia. Una sorveglianza, una garanzia che hanno anche un risvolto fisico: la facciata posteriore dell’ambasciata americana di Berlino, peraltro rifatta proprio in questi anni, si affaccia direttamente sul Memoriale degli Ebrei Assassinati d’Europa. Meccanismi almeno in parte analoghi costituiscono la base della costruzio- ne di altri musei della Shoah. Una chiara dimostrazione viene dal Regno Uni- to. A partire dal 2000, su iniziativa dello Home Office, l’equivalente del Mi- nistero degli Interni, e` adottata una legislazione sull’Olocausto, divenuto materia d’obbligo nei percorsi scolastici e ricordato il 27 gennaio nel Giorno della Memoria; nello stesso anno, secondo quanto piu` volte illustrato, l’Impe- rial War Museum di Londra apre a titolo permanente una grande esposizione specifica. In se´, queste iniziative potrebbero destare un moto di sorpresa. Per- che´ mai pensare a una mostra sul tema proprio nella capitale della Gran Bre- tagna, cioe` di una delle nazioni vincitrici della Seconda Guerra Mondiale? Una nazione che per giunta conservava ancora integro nel corpo sociale – e ancora in parte conserva – un sentimento di orgoglio per avere contribuito a liberare gli Ebrei dai campi di sterminio? Operazione tecnicamente avvenu- ta fra l’altro a Bergen Belsen? Le risposte ancora una volta riconducono alla sfera politica, anche se con matrici, spinte e obiettivi in buona misura diversi dai tedeschi. In effetti, la Holocaust Permanent Exhibition e, piu` in generale, le iniziative a favore della memoria della Shoah nel Regno Unito sembrano piuttosto legarsi al riconoscimento dei torti dell’Occidente verso le colonie e alla coscienza che la politica razzista qui adottata in forma sistematica rap- presento` il presupposto dell’antisemitismo nazista. Dalle colonie, insomma, ebbe origine quel ‘male oscuro’ successivamente ripreso da Adolf Hitler e seguaci. Le radici moderne di questo filone interpretativo, e` fatto noto, affondano nel 1951, ovvero nella pubblicazione de Le origini del totalitarismo di Hannah Arendt:42 da allora gli studiosi hanno largamente dimostrato le connessioni a livelli plurimi tra fascismo e coloniali o
  33. 33. ta di un paese che per tradizione fuori dall’Europa si rese interprete di una politica aggressiva, espansionista e apertamente razzista, causa di massacri e di veri e propri genocidi. Ma perche´ fu capace di elaborare prima e meglio delle altre concorrenti un modello di dominazione estremamente efficace, so- prattutto in termini economici. Un modello che, non a caso, negli anni trenta del ventesimo secolo gli ideologi dell’antisemitismo tedesco continuavano a guardare con ammirazione, tanto da sentirsene i legittimi eredi. «A noi [nazisti] pare evidente che anche l’Impero Britannico sia fondato su un crite- rio di dominanza su base razziale», affermava per esempio nel 1936 Alfred Rosenberg.43 Cinque anni piu` tardi, nel 1941, Adolf Hitler, euforico per il brillante andamento delle fasi iniziali dell’Operazione Barbarossa, confessava a Martin Borman: «Quello che l’India e` stata per l’Inghilterra saranno per noi i territori della Russia [...]. L’Europa non e` un’entita` geografica, ma un’entita` razziale».44 Ecco dunque spiegato perche´ il Governo di Sua Maesta` decide di aprire una grande e costosa esposizione permanente sul tema dell’Olocausto proprio nell’Imperial War Museum di Londra. E` questo infatti il museo che, posto al centro del quartiere di Lambeth, a poche centinaia di metri in linea d’aria da Westminster, fin dalla sua nascita era stato concepito come luogo principe di custodia e trasmissione delle memorie militari del paese e insieme ad esse della sua potenza, dei suoi traguardi: potenza, traguardi che si erano poggiati in lar- ga parte sulla ricchezza generata dalle colonie. Attraverso la Shoah, il piu` cru- dele e il meglio organizzato dei genocidi operati in base al criterio di ‘razza’, l’Inghilterra multietnica del suo leader del tempo, Tony Blair, vuole comuni- care a tutti – e anche qui ovviamente in primo luogo a se´ stessa – di avere ab- bandonato le politiche espansioniste e l’ideologia che ne aveva rappresentato il brodo di cultura. Nel settembre 1982 il Primo Ministro inglese Margaret Thatcher nel suo viaggio a Pechino negoziava il futuro di Hong Kong, l’estremo brandello di un impero che poteva a suo tempo contare su oltre mezzo miliardo di anime. Due anni piu` tardi, nel 1984, venne siglato l’accordo: il 30 giugno 1997 Hong Kong sarebbe tornata nelle mani del Governo cinese, sotto forma di una re- gione amministrativa speciale. La cerimonia di riconsegna e` stata spesso chia- mata «la fine dell’Impero».45 Guardando oltre le scelte di comodo, le contrad- 43 ALFRED ROSENBERG, Die rassische Bedingtrheit der Aussenpolitik, in Blut und Ehre: ein Kampf fu¨r deutsche Wiedergeburt, Monaco, 1936, p. 340. 44 Hitler’s table talk 1941-1944, Oxford, 1988, p. 23. 45 JUDITH BROWN, The Twentieth Century, in The Oxford History of the Empire, 5 voll., Oxford, New York, 1998-1999, IV, 1998, p. 594. PAOLO COEN — 94 —
  34. 34. dizioni e le ambiguita`, la presa di coscienza dell’Inghilterra del New Labour si qualifica come un’azione istituzionale fra le piu` solide nel doloroso processo di riconoscimento dei debiti del mondo occidentale nei confronti delle ex co- lonie. Un livello di coscienza che altre nazioni stentano a raggiungere. Lo di- mostra forse al meglio il caso dell’Italia che, ancor oggi in larga misura cloro- formizzata dal mito del ‘buon italiano’, degli ‘Italiani brava gente’, solo in tempi recenti e con immensa, colpevole fatica inizia a fare i conti con le ope- razioni di stampo razzista attuate a cavallo fra Otto e Novecento nel Corno d’Africa come in Libia, in Etiopia come nell’impresa ‘internazionale’ dei Boxer in Cina: operazioni che rappresentarono la base di partenza della politica a sua volta razzista e antisemita di Mussolini.46 Un quadro ancora differente si registra negli Stati Uniti. Qui un primo obiettivo dei musei consiste nel dare sfogo a un senso di colpa collettivo verso gli Ebrei.47 A New York e a Washington ampio spazio viene dunque concesso ad alcuni episodi che rappresentano dei punti oscuri, delle macchie nella con- dotta della nazione: cio` vale per il mancato bombardamento dei campi di ster- minio da parte dell’aviazione alleata e ancor piu` per il caso della Saint Louis, la nave passeggeri proveniente dall’Europa cui il Governo americano nel 1939 nego` il permesso di attracco, con l’effetto di condannare alla morte quasi tutti i novecentotrentasette ebrei imbarcati. Queste situazioni, comunque in nume- ro ristretto, vengono portate alla luce come ferite aperte, con un misto di ver- gogna e umiliazione. Eppure, proprio in quanto eccezionali servono anch’esse da rampa di lancio per promuovere altri valori della societa` americana, stavol- ta di segno nettamente positivo. Il principale fra questi valori e` l’opzione in favore di una societa` multietnica, dove chiunque e` in grado di costruirsi il pro- prio cammino con le proprie sole forze, indipendentemente dalla religione, dal sesso o dal colore della pelle. A New York questo valore – espresso chia- ramente dal percorso di visita – e` sottolineato dalla decisione di ubicare il con- tenitore a Battery Park, la zona all’estrema punta meridionale di Manhattan dove nel diciannovesimo secolo e nei primi decenni del ventesimo attraccava- no le navi passeggeri provenienti da tutto il mondo, Europa in testa. Si stabi- lisce in questo modo un filo conduttore con il mito della land of opportunities e i simboli canonici dell’emigrazione, entrambi perfettamente visibili sullo sfondo, la baia di New York, la statua della Liberta` e, ormai nel New Jersey, 46 Sul tema si rinvia a DAVID BIDUSSA, Razzismo e antisemitismo in Italia: ontologia e fenome- nologia del bravo italiano, Roma, 1992; ID., Il mito del bravo italiano, Milano, 1994. Si vedano anche ANGELO DEL BOCA, La nostra Africa, Vicenza, 2003; ID., Italiani, brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, 2005. 47 Per l’analisi del rapporto della societa` americana con la Shoah cfr. J. MILLER 1990, op. cit. — 95 — MUSEI DELLA SHOAH
  35. 35. il complesso di Ellis Island – dove peraltro esattamente nello stesso periodo viene fondato lo spettacolare centro sull’immigrazione e sulla civilta` america- ne.48 Il cerchio si chiude con il rinvio al Liberty State Park, sempre sullo sfon- do, il cui fulcro monumentale e` il gruppo bronzeo di Nathan Rapoport dal titolo Liberation, un soldato americano raffigurato nel salvare un sopravvissu- to ebreo dai campi di sterminio.49 Una diversa e ancor piu` scoperta declinazione del medesimo tema puo` co- gliersi al Museum of Tolerance di Los Angeles. La Shoah e` in questo caso la stella polare nella ricerca di una via d’uscita ad alcuni problemi tipici delle societa` mul- tietniche. Martin Gilbert, lo studioso britannico di origine ebraica responsabile della sezione storica, miscela dunque passato e presente, intrecciando il tema della Shoah con le guerre fra bande a sfondo razziale caratteristiche della Los Angeles moderna: la stessa citta`, vale ricordare, che appena qualche mese prima, nell’aprile del 1992, era divenuta teatro di una spaventosa rivolta della minoran- za nera ai danni dei bianchi. Ora, proporsi nei primi anni novanta del ventesimo secolo come apostoli di una societa` multietnica – anche a costo di aprire alcune porte buie e dolorose della propria coscienza nazionale – significa spedire un messaggio politico estremamente preciso. Uno dei tratti salienti della situazione internazionale di allora consiste infatti nel disfacimento progressivo di molte na- zioni gia` nell’orbita comunista, da Jugoslavia, Polonia e Cecoslovacchia alla stes- sa Unione Sovietica. Un processo talora dai contraccolpi drammatici sul piano umanitario, anche per via dei frequenti episodi di genocidio, tanto da richiedere in determinati casi l’azione di truppe al comando dell’ONU e l’intervento del tri- bunale internazionale dell’Aja. Il massacro di Srebrenica, ad esempio, cade nel luglio 1995. Ricordare l’Olocausto, erigere musei dell’Olocausto mentre altrove si eseguono pulizie etniche – vale a dire si e` discriminati o uccisi solo in quanto si appartiene a una qualche etnia, si e`qualcuno – diventa cosı` strumento per pro- porre un modello civile democratico e vincente rispetto a un altro. Ancora negli Stati Uniti la Shoah contribuisce a perseguire ulteriori fini istituzionali, come risulta evidente soprattutto nel National Mall di Washing- ton. Si e` talora affermato che dare una sistemazione alla Shoah nel Mall signi- fichi ricondurla nell’alveo di una tradizionale politica imperialista, volta in so- stanza a rivendicare agli Stati Uniti la priorita` nei vari campi del sapere attraverso il possesso fisico di oggetti culturali: secondo tale lettura lo United States Holocaust Memorial and Museum andrebbe semplicemente ad aggiun- gersi ad altri istituti ubicati nelle immediate vicinanze, dallo Smithsonian alla 48 Immigrants and Minorities, a cura di T. Kushner, «Heritage and Ethnicity», X, 1-2. 49 Sulla valenza di Liberation di Rapoport cfr. P. COEN 2012, op. cit. PAOLO COEN — 96 —
  36. 36. National Gallery of Art fino alla Library of Congress. Questa spinta, quando mai esistente, si rivela comunque minoritaria rispetto ad altre. Il museo di Ja- mes Ingo Freed – e di Elie Wiesel – va infatti assai piu` d’accordo con l’inter- pretazione generale che il Mall sta ormai acquistando negli ultimi anni, volta a plasmare, rinsaldare e per certi versi a rifondare l’identita` nazionale. Bene: questa nuova identita` passa attraverso i memoriali ai caduti eretti nella zona, sempre piu` numerosi dall’ultimo decennio del Novecento. Giusto nel Mall gli Stati Uniti si ritrovano come un paese che al termine della Guerra Fredda puo` dire a se´ stesso di avere portato a termine la sua missione di pacificare l’intero pianeta. Una nazione che finalmente puo` ed anzi deve ricordare le proprie vit- time. Attenzione: che e` talmente forte da potersi persino permettere di rende- re omaggio a tutte le vittime. Il computo dei torti e delle ragioni passa in se- condo piano, rispetto all’incombenza morale di piangere la sorte di tanti e cosı` valorosi soldati. L’edificio di Freed e i memoriali ai caduti in guerra servono percio` un comune scopo: sanare le ferite, ricucire gli strappi interni di una na- zione che, per quanto ormai vittoriosa, quasi paradossalmente nell’assolvere alla propria missione aveva visto progressivamente perduta la propria spinta ideale. Quella spinta ideale, quell’identita`, che – basti qui solo accennarlo – vengono sancite esattamente nello stesso luogo dai memoriali a George Wash- ington, Thomas Jefferson e Abraham Lincoln. Non solo in termini cronologici il legame piu` stretto fra questo museo – e, si ricordi, anche memoriale – del- l’Olocausto va percio` ravvisato con il Monumento ai Caduti del Vietnam, la piu` controversa e lacerante fra le guerre combattute dopo il 1945. CONCLUSIONE Un passo dopo l’altro misuro il parco di villa Torlonia, a Roma. Dall’entrata mo- numentale su via Nomentana ho percorso il tragitto che porta fino al sito destinato in futuro ad accogliere il Museo della Shoah. Ora mi trovo lı`, in piedi. Ne ricostruisco mentalmente il progetto, dalle linee moderne e quasi tecnologiche al dettaglio minimo. Inclusi i nomi degli Ebrei deportati su uno dei prospetti laterali. Il pianto di un bimbo poco lontano rompe la concentrazione e mi fa voltare di scat- to. Nel rincorrere una palla ha messo un piede in una buca e adesso si dispera nelle brac- cia della madre. Ne vedo chiaramente i lucciconi, che vanno gia` asciugandosi. Scene di vita quotidiana in un qualsiasi parco di una qualsiasi citta`. Ma in questa circostanza il cammino va dipanandosi all’ombra di Benito Mussolini, che durante il suo regime abito` insieme alla famiglia nel Casino Nobile della villa. In molti paesi del moderno Occidente, come si e` visto, i musei della Shoah si ricollegano alle politiche di costituzione delle rispettive identita`. Questo e` — 97 — MUSEI DELLA SHOAH
  37. 37. valso in passato e varra` anche in futuro. I musei della Shoah continueranno cioe` a prosperare fino a quando rimarra` vivo il senso della memoria collettiva di cui sono portavoce: ossia finche´ la Shoah servira` a plasmare nazioni. Negli ultimi anni il vento sta cambiando di nuovo. La divulgazione e l’in- segnamento della memoria della Shoah sono da tempo al centro di critiche e obiezioni, che vanno facendosi piu` pungenti con l’approssimarsi ogni anno del 27 gennaio, Giorno della Memoria. Iniziate come vessilli di intellettuali anticonformisti, espressioni come «Shoah business», «massificazione della Shoah», «cerimonializzazione della Shoah», «pornografia della Shoah», «litur- gia della Shoah» sono ormai divenute di uso corrente. A tutto questo non fa eccezione Israele, che anzi per molti aspetti ne e` sta- ta l’origine. Dai tardi anni ottanta del Novecento, in stretta coincidenza con la prima Intifada palestinese, una pattuglia di storici formata da Tom Segev, Benny Morris, Ilan Pappe´, Avi Shlaim, Hillel Cohen e Baruch Kimmerling ha messo in luce gli impieghi e le manipolazioni della Shoah attuati dal gover- no, quasi sempre in funzione di una politica ostile agli Arabi e ai Palestinesi stessi. Questa corrente di studi, generalmente riunita sotto l’ombrello dei New Historians, gode oggi di ampio credito e ha posto di fatto in seria crisi la storiografia ufficiale. Nulla percio` di strano che in parecchi fra le nuove ge- nerazioni di israeliani tendano a disertare i musei tradizionali e ancor piu` i mu- sei della Shoah, tacciandoli di «spazzatura di regime».50 Sia Yad Vashem che Beit Hatfutsot hanno dimostrato di saper reagire, adattandosi alle nuove condizioni. «Il museo di oggi trasmette effettivamente un senso di buio e di scoramento nel raccontare la storia della Diaspora», di- chiara Avinoam Armoni, a capo di quest’ultimo. «Noi pensiamo che la storia degli Ebrei, sebbene abbia i suoi momenti di tragedia e di buio, non sia sol- tanto una storia di buio» prosegue Armoni, fresco di un finanziamento statale di oltre quattordici milioni di euro, grazie al quale il museo verra` completa- mente rinnovato.51 Da questi processi di azione e di reazione, di svolte e revisioni brilla per assenza l’Italia. Attenzione: esattamente come le altre nazioni del Patto Atlan- tico anche la nostra si e` allineata con il clima venutosi a creare dopo il 1989 e dunque ha fatto molto per approfondire e divulgare la memoria della Shoah. Basti pensare al congruo numero di iniziative realizzate, specie dopo l’istitu- zione nel 2000 del Giorno della Memoria. Fuori dal cerchio e` rimasto, appun- 50 ETHA BRONNER, The New New Historians, «The New York Times», 9 novembre 2003. 51 SARAH CARNVEK, Second life for Beit Hatfutsot Museum of the Jewish People, «Israel Ministry of Foreign Affairs», 18 gennaio 2012. PAOLO COEN — 98 —
  38. 38. to, il Museo della Shoah. Sulle ragioni parla chiaro il progetto di Roma, vera cartina al tornasole. L’idea di costruirlo proprio su un terreno contrassegnato dalla presenza di Mussolini, l’alleato europeo di Adolf Hitler, responsabile di una campagna antisemita e delle leggi razziali, denuncia i limiti nel nostro pae- se nel perseguire una memoria collettiva realmente condivisa e, per ricaduta, la sua incapacita` di mettere a fuoco e dare corso a una politica di costruzione della propria identita` nazionale.52 Inizio di nuovo a camminare per Villa Torlonia. Il bambino, cessato il pianto, ha ripreso il pallone e adesso calcia, in giro per il prato. Nel guadagnare l’uscita penso a una conversazione di qualche settimana or sono con un alto funzionario dell’ambasciata statunitense. Stavamo affrontando il tema dell’architettura contemporanea a Roma. I tasti battevano percio` su Renzo Piano, Richard Meier e Zaha Hadid. Fino a quando ar- riviamo all’edificio di Zevi e Tamburini, il Museo della Shoah nell’area di Villa Torlo- nia. «Ah, sı`, il museo che non c’e`», fa lui. E` solo un attimo, un’espressione da salotto. Ma allora perche´ho ancora in mente la piega ironica del suo sorriso, mentre alza il calice di champagne? 52 ANNA PAOLA AGATI, La residenza di Mussolini a Villa Torlonia, in Villa Torlonia. Guida, a cura di A. Campitelli, Roma, 2006, pp. 183-190. Per alcune considerazioni museologiche in merito alla scelta di questo peculiare sito, si veda PAOLO COEN, Il sito di alcuni musei della Shoa fra capo- volgimenti e redenzioni della memoria, in Opporsi al negazionismo. Un dibattito necessario tra filosofi, giuristi e storici, a cura di F. Recchia Luciani, L. Patruno, Genova, 2013. — 99 — MUSEI DELLA SHOAH
  39. 39. FINITO DI STAMPARE PER CONTO DI LEO S. OLSCHKI EDITORE PRESSO ABC TIPOGRAFIA • SESTO FIORENTINO (FI) NEL MESE DI NOVEMBRE 2014

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