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SUICIDA PER MOBBING, FAMIGLIA RISARCITA -IL GAZZETTINO, Martedì 24 settembre 2013-

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IL CASO: Una donna di 52 anni nel 2006 si gettò dal tetto della fabbrica
Per la prima volta il tribunale ha riconosciuto lo stress lavorativo come malattia professionale

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SUICIDA PER MOBBING, FAMIGLIA RISARCITA -IL GAZZETTINO, Martedì 24 settembre 2013-

  1. 1. Martedì 24 settembre 2013 IX VE Mestre email: mestrecronaca@gazzettino.it Redazione via Torino 110, Mestre Tel. 041.665111 - Fax 041.665160 LA TRAGEDIA SUICIDA La donna suicida lavorava per la Monico di Campalto, nella foto piccola il marito, Sergio Polesel Un volo di dieci metri Il 24 ottobre del 2006 Sandra Bottacin, 52 anni, mestrina, si gettò nel vuoto lanciandosi dal tetto dell'azienda in cui lavorava, la Monico di Campalto. Un volo di 10 metri, fatale. Per quella tragedia il marito della donna, Sergio Polesel, si è battuto per anni per avere giustizia, convinto che sua moglie avesse deciso di farla finita perché oppressa dalla responsabilità e dalle pressioni che subiva dal suo datore di lavoro. Raffaele Rosa MESTRE Il suicidio per mobbing è stato dichiarato una malattia professionale. Il 24 ottobre del 2006 Sandra Bottacin, 52 anni, mestrina, si gettò nel vuoto lanciandosi dal tetto dell'azienda in cui lavorava, la Monico di Campalto. Un volo di 10 metri, fatale. Per quella tragedia il marito della donna, Sergio Polesel, si è battuto per anni per avere giustizia, convinto che sua moglie avesse deciso di farla finita perché oppressa dalla responsabilità e dalle pressioni che subiva dal suo datore di lavoro: una situazione di mobbing che le aveva procurato sofferenza psichica con disturbi di natura ansiosa. Un percorso lungo, iniziato dallo sportello Contromobbing del Comune di Venezia e concluso il 19 luglio scorso quando il giudice del lavoro del tribunale di Venezia Anna Menegazzo, a fronte del ricorso presentato dall'avvocato Saveria Aversa che ha assistito il marito della vittima, ha emesso una sentenza in cui dichiara che «il suicidio per stress da lavoro può essere riconosciuto come malattia professionale» ed ha condannato l'Inail, che ha il compito di vigilare sulla sicurezza e la salubrità dei posti di lavoro anche nei casi in cui i fattori di rischio sono stress e mobbing, a versare la rendita ai superstiti della signora Bottacin (cioè al marito) oltre ad un assegno funerario, già saldato, di 1.600 euro. Una sentenza unica in Italia che crea un precedente a livello di giurisprudenza. «Giustizia non sarà mai fatta - ha detto il signor Polesel Ma questa sentenza rappresenta una piccola soddisfazione e un riconoscimento che dedico al SENTENZA IL MARITO L’Inail condannata a versare la rendita «Una piccola soddisfazione dedicata al suo sacrifico» IL CASO Una donna di 52 anni nel 2006 si gettò dal tetto della fabbrica a Campalto Suicida per mobbing, famiglia risarcita Per la prima volta il tribunale ha riconosciuto lo stress lavorativo come malattia professionale sacrificio della vita di mia moglie». Una vicenda giudiziaria e umana con varie tappe. La donna all'interno della Monico aveva il compito di controllare in laboratorio che flebo e flaconi fossero sicuri e senza traccia di batteri o altro, privi cioè di contaminazione, pena la perdita della produzione e quindi anche di denaro. Da quanto emerso dall'attività istruttoria e riportato nelle motivazioni della sentenza, la signora Bottacin nei mesi precedenti il suo gesto estremo «lavorò in un ambiente altamente stressante e ciò era per lei fonte di disagio e preoccupazione, situazione caratterizzante anche gli ultimi giorni di lavoro». La donna, in pratica temeva che di ogni errore che poteva accadere nella catena produttiva venisse incolpata lei. Come ha riferito l'avvocato Aversa fondamentale per il riconoscimento del nesso causa/effetto del suicidio con la situazione di stress lavorativo è stata la consulenza medico lega- le disposta dal giudice secondo il quale «visionata la documentazione e approfondito l'esame con il coniuge della signora Bottacin, ha ritenuto che con elevata probabilità la Bottacin avesse sviluppato una psicopatologia di natura depressiva da ricondurre a causa dell'insalubre ambiente lavorativo e che tale stato psico fisico sia all'origine della decisione di porre fine alla sua vita». Nella lettera che la stessa Bottacin ha lasciato prima di gettarsi nel vuoto ma anche dalle testimonianze della sorella (che lavorava con lei) e di un'altra collega si comprende come «la Bottacin aveva manifestato preoccupazione perché era stato commesso un errore al lavoro, e per ciò temeva di essere incolpata». Ora è probabile che verrà presentato appello. Il signor Polesel e l'avvocato Aversa stanno invece valutando l'ipotesi di chiedere il risarcimento, in sede civile, alla ditta per danno biologico. © riproduzione riservata Senza biglietto sul bus, colpisce la controllora Denunciato 32enne: ha sferrato un pugno alla dipendente Actv che voleva multarlo Non aveva il biglietto dell’autobus, e pare fosse una sua abitudine, solo che stavolta ha ben pensato di prendere a pugni il controllore donna che lo stava multando. È stato un sabato mattina di follia quello per un 32enne nigeriano - O.E., residente a Mira, già noto alla polizia - salito su un mezzo della linea 2 a piazzale Roma. Pochi istanti prima che l’autobus si mettesse in moto è salito a bordo anche una controllora, 43 anni, che di passeggero in passeggero ha chiesto a tutti il biglietto. Arrivato il turno del nigeriano, questi non ha potuto fare altro che cominciare a inveire contro la dipendente Actv e minacciarla. Quando questa ha messo mano al taccuino per le multe il 32enne ha perso la testa e le ha sferrato un pugno al petto, cogliendola di sorpresa. Un gesto miserabile e inutile. Fuori dall’autobus lo attendevano gli agenti della polizia, che erano stati allertati subito. Il nigeriano, che aveva dei precedenti specifici, è stato denunciato e gli è stato notificato il provvedimento di espulsione, contestualmente alla revoca del permesso di soggiorno. LA LETTERA «Allafinesarà colpamia Voglioandarmene daquiatestaalta» Sandra Bottacin quel tragico 24 ottobre del 2006 arrivò al lavoro dopo aver effettuato una visita dermatologica. Non riprende nemmeno le sue mansioni di sempre. Saluta i colleghi e sale sul tetto dello stabile della Monico a Campalto. Qui si lascia cadere nel vuoto per circa 10 metri schiantandosi sull'asfalto. Prima però, aveva scritto un biglietto e lo aveva lasciato nel suo armadietto dello spogliatoio. Una lettera scritta con calligrafia chiara, comprensibile, come hanno ricordato i colleghi. Il testo, struggente, è stato riportato anche nelle motivazioni della sentenza del tribunale. «Di quello che è successo alla fine sarà colpa mia. Voglio andare via dalla Monico a testa alta come ho sempre sperato. Vi voglio bene ragazze, state vicine a Bruna (la sorella che lavorava nella stessa azienda ndr). Dottor Monico cerchi di capire Enrico, sta passando un brutto momento e sicuramente avrà fatto tutto senza pen- sarci un attimo. Cerchi di capire i suoi dipendenti, sono sicura che nessuno ha mai cercato di farle seriamente del male. Un grosso bacio alla mia dottoressa, a Lucia, al dottor D., ciao a tutte, state vicino alla mia famiglia. Grazie. Sandra». Sono 35 i casi di suicidio in Italia riconosciuti come infortunio sul lavoro. Quello di Sandra Bottacin, però, è il primo riconosciuto come malattia professionale in conseguenza da stress lavorativo. Tutto è partito dallo sportello Contromobbing del Comune di Venezia. Ha sede in via Palazzo e sono 2600 le persone che lo hanno contattato dalla sua apertura. 900 i casi seguiti, di cui 200 solo nell'ultimo periodo. È aperto tutta la settimana, il martedì, mercoledì e giovedì per l'accoglienza, il lunedì e il venerdì per le prenotazioni con gli operatori, sempre dalle 14 alle 18. «Lo sportello serve per evitare che le persone si chiudano a riccio di fronte ai problemi. Vengano pure, noi possiamo aiutarli» dice Sebastiano Bonzio, delegato per le politiche del lavoro. (r.ros.)

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