Politici inquisiti (Craxi, Berlusconi, Andreotti, Dell'Utri)

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Promemoria sui politici italiani più famosi inquisiti e/o condannati - tratto da Wikipedia

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Politici inquisiti (Craxi, Berlusconi, Andreotti, Dell'Utri)

  1. 1. Politici inquisiti Da Wikipedia PDF generato attraverso il toolkit opensource ''mwlib''. Per maggiori informazioni, vedi [[http://code.pediapress.com/ http://code.pediapress.com/]]. PDF generated at: Fri, 23 Apr 2010 11:10:06 UTC
  2. 2. Indice Voci Giulio Andreotti 1 Salvo Lima 21 Vito Ciancimino 23 Bettino Craxi 26 Silvio Berlusconi 51 Marcello Dell'Utri 87 Cesare Previti 95 Salvatore Cuffaro 100 Note Fonti e autori delle voci 106 Fonti, licenze e autori delle immagini 108 Licenze della voce Licenza 110
  3. 3. Giulio Andreotti 1 Giulio Andreotti Presidente del Consiglio dei ministri Giulio Andreotti Luogo di nascita Roma Data di nascita 14 gennaio 1919 Partito politico Democrazia Cristiana Coalizione Pentapartito Mandato 1972-1973, 1976 - 1979, 1989 - 1992 Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza Professione Giornalista e politico Predecessore Emilio Colombo, Aldo Moro, Ciriaco De Mita Successore Mariano Rumor, Francesco Cossiga, Giuliano Amato Ministro dell'Interno Coalizione Governo Fanfani I Mandato 18 gennaio 1954 - 10 febbraio 1955 Predecessore Amintore Fanfani Successore Mario Scelba
  4. 4. Giulio Andreotti 2 Parlamento italiano Senato della Repubblica Sen. Giulio Andreotti Luogo nascita Roma Data nascita 14 gennaio 1919 Partito Democrazia Cristiana fino al 1994, Partito Popolare Italiano (1994-2001), Democrazia Europea (2001-2002) Legislatura X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI Gruppo UDC-SVP-AUT Senatore a vita Investitura Nomina presidenziale Data 1º giugno 1991 Incarichi parlamentari • Commissione speciale per l'esame di disegni di legge di conversione di decreti-legge • Commissione parlamentare d'inchiesta concernente il "dossier Mitrokhin" e l'attività d'intelligence italiana • Membro 3a Commissione permanente (Affari esteri, emigrazione) • Commissione speciale per la tutela e la promozione dei diritti umani • Delegazione italiana all'Assemblea parlamentare della organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) [1] Pagina istituzionale Parlamento italiano Camera dei deputati Partito Democrazia Cristiana Legislatura I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X Incarichi parlamentari • Membro 1a Commissione (Affari Interni) • Commissione speciale per l'esame della proposta di legge De Francesco N.1459: "Norme generali sull'azione amministrativa" • Commissione speciale per l'esame del disegno di legge N.1264: "Norme in materia di locazioni e sublocazioni di immobili urbani" e delle proposte di legge in materia di locazioni e sfratti • Membro 5a Commissione (Bilancio e Partecipazioni Statali) • Membro 7a Commissione (Difesa) • Componente della Giunta per il Regolamento • Componente della 3a Commissione (Esteri) • Presidente della 3a Commissione (Esteri) • Componente della Rappresentanza italiana al Parlamento Europeo [2] Pagina istituzionale
  5. 5. Giulio Andreotti 3 Parlamento italiano Assemblea costituente Titolo di studio Laurea in Giurisprudenza Professione Politico Partito Democrazia Cristiana Collegio XX (Roma) Incarichi parlamentari • 1a commissione per l'esame dei disegni di legge [3] Pagina istituzionale « Il potere logora chi non ce l'ha » (Giulio Andreotti, citando Talleyrand) Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919) è un politico, scrittore e giornalista italiano. È stato uno dei principali esponenti della Democrazia Cristiana. Giulio Andreotti è stato al centro della scena politica italiana per tutta la seconda metà del XX secolo. Ha ricoperto più volte numerosi incarichi di governo: • sette volte Presidente del Consiglio (tra cui il governo di "solidarietà nazionale" durante il rapimento di Aldo Moro (1978-1979), con l'appoggio del Partito Comunista Italiano, e il governo della "non-sfiducia" (1976-1977), con la prima donna-ministro, Tina Anselmi, al dicastero del Lavoro); • otto volte ministro della Difesa; • cinque volte ministro degli Esteri; • tre volte ministro delle Partecipazioni Statali; • due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell'Industria; • una volta ministro del Tesoro, ministro dell'Interno, ministro dei beni culturali (ad interim) e ministro delle Politiche Comunitarie. È sempre stato presente all'Assemblea costituente e nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. A riguardo della sua lunghissima carriera, è noto per aver fatto proprio l'aforisma di Talleyrand "Il potere logora chi non ce l'ha", che da molti gli viene erroneamente attribuito. È attualmente Presidente della Casa di Dante in Roma.
  6. 6. Giulio Andreotti 4 Biografia Inizio della carriera politica Nato a Roma da genitori originari di Segni, intraprese la carriera politica nel corso degli studi universitari, durante i quali allacciò contatti, poi mostratisi durevoli, con esponenti delle formazioni cattoliche fra i quali Aldo Moro, al quale successe nell'incarico di presidente nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (1942-1944). Fu segretario di Alcide De Gasperi. Secondo quanto si racconta, molto probabilmente un semplice aneddoto, si incontrarono durante la seconda guerra mondiale nella Biblioteca Vaticana, in cui De Gasperi era rifugiato (grazie alla extraterritorialità). Durante la guerra scrisse per la Rivista del Lavoro, pubblicazione di propaganda fascista, assumendo posizioni da taluni definite compiacenti, se non proprio allineate al regime. Partecipò anche alla redazione clandestina de Il Popolo. Nel 1944 fu eletto nel Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana. Dopo la cessazione delle ostilità, divenne responsabile dei settori giovanili del suo partito. Giulio Andreotti Nel 1946 fu eletto all'Assemblea costituente e, nel 1948, alla Camera dei deputati per la circoscrizione di Roma-Latina-Viterbo-Frosinone. Il pragmatismo e i rapporti con De Gasperi Del rapporto con De Gasperi, intenso e stretto nonostante le profonde differenze caratteriali e metodologiche, Indro Montanelli disse che "quando andavano in chiesa insieme, De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete".[4] Il "motteggio" rende al meglio la peculiare inclinazione di Andreotti al pragmatismo, alla visione più marcatamente concreta della politica, per la quale gli obiettivi si perseguono usando i mezzi che consentono di farli ottenere. Altrettanto noto è l'aneddoto raccontato dall'interessato proprio per descrivere le ragioni di tale inclinazione, che sarebbero la necessità di rapportarsi con un elettorato semplice come quello ciociaro: dovendo tenere un comizio elettorale in un paesino del suo collegio noto per i suoi carciofi, Andreotti esordì chiedendo se gli astanti preferissero parlare di civiltà cristiana o piuttosto di carciofi. Quasi ovviamente si parlò soltanto di questi ultimi ed Andreotti fu eletto con amplissimo successo; naturalmente, nel narrare questo aneddoto, Andreotti volutamente sottovaluta l'influenza che ebbe, nel suo successo elettorale, l'appoggio del vecchio ceto agrario e del "partito d'ordine" post-fascista, simboleggiato dalla pubblica apparizione che fece, in un suo comizio a Ceccano in quegli anni, il maresciallo Graziani.[5] Non è facile, effettivamente, immaginare De Gasperi assumere un ruolo analogo in simili contesti; tuttavia il sodalizio fu lungo, profondo e duraturo. Esso proiettò Andreotti al centro della fase costitutiva della democrazia del dopoguerra, tanto che portano la sua firma alcuni degli atti simbolicamente fondanti la stessa vita repubblicana: la scelta dell'Inno di Mameli come inno nazionale[6] ; la revisione, con circolare della Presidenza del consiglio, dell'ordine delle precedenze nel cerimoniale, introducendovi le autorità repubblicane e parlamentari ma mantenendo ai cardinali di Santa romana chiesa la massima posizione dopo il Capo dello Stato.[7]
  7. 7. Giulio Andreotti 5 I primi incarichi di governo: gli anni cinquanta e sessanta Fu nel 1947 che Andreotti esordì come uomo di governo, diventando sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel quarto governo De Gasperi carica mantenuta fino al 1954. A questa si sarebbero succeduti altri innumerevoli incarichi, tanto che Andreotti fu presente in quasi tutti i governi della Prima Repubblica. Nell'agosto 1958 fu coinvolto nello "scandalo Giuffrè" per la mancata vigilanza quando era Ministro delle Finanze, ma fu scagionato dalla Camera nel dicembre dello stesso anno. Venne invece censurato da una Commissione d'inchiesta parlamentare del 1961-1962 su alcune irregolarità nei lavori dell'aeroporto di Fiumicino. Quasi parallelamente all'affermarsi della segreteria nazionale di Fanfani, la corrente andreottiana nasce in quegli anni, ereditando nella capitale i quadri della destra clericale che nel 1952 s'erano coalizzati - con la benedizione del Vaticano - dietro il tentativo di espugnare il Campidoglio con la lista civica guidata da Luigi Sturzo. Essa esordì con la campagna di stampa che coinvolse il figlio del vicesegretario nazionale Piccioni nel delitto di Torvajanica, dove fu trovata uccisa Vilma Montesi: eliminata così la vecchia guardia degasperiana dalla guida del partito, gli andreottiani aiutarono la neonata corrente dei dorotei a conseguire la maggioranza necessaria per scalzare Amintore Fanfani dalla Presidenza del consiglio e dalla segreteria della Democrazia cristiana. Si trattava di "una sorta di curva Sud del partito (...) anche se marginale all'interno della Dc"[8] : Franco Evangelisti la battezzò "corrente Primavera", prendendo il nome in prestito dal gergo calcistico, ed in cambio del sostegno offerto ebbe mano libera nel gestire la speculazione edilizia nella Capitale nel successivo ventennio. Il 20 novembre 1958 il consiglio nazionale del CONI nomina all'unanimità l'allora ministro del Tesoro Andreotti presidente del comitato organizzatore delle Olimpiadi di Roma 1960[9] . Fu Ministro della Difesa, nei primi anni sessanta quando esplose lo scandalo dei fascicoli SIFAR e del Piano Solo, un presunto progetto di un golpe neofascista promosso, secondo il settimanale L'Espresso, dal generale missino Giovanni De Lorenzo[10] . L'incarico ministeriale rivestito da Andreotti fu onerato, da una successiva legge, della responsabilità della distruzione dei fascicoli, con cui il Sifar aveva schedato importanti politici italiani, di cui aveva composto dei ritratti poco favorevoli. Gli si addebita perciò una responsabilità quanto meno oggettiva nel fatto che - come è stato accertato[11] - quei fascicoli fossero stati prima fotocopiati e poi passati alla P2 di Licio Gelli, che aveva portato quei materiali all'estero[12] , a dispetto del fatto che la commissione parlamentare d'inchiesta avesse deciso di far bruciare a Fiumicino, nell'inceneritore, i fascicoli abusivi. Quasi a rimarcare la differente cifra della sua condotta, Francesco Cossiga, che nella veste di sottosegretario alla Difesa procedette parallelamente all'espunzione con omissis del rapporto della commissione ministeriale di inchiesta del generale Manes sul piano Solo, ha sempre pubblicamente vantato il suo intervento censorio, dichiarando di averlo svolto nella piena legalità. I primi anni settanta: Andreotti Presidente del Consiglio Nel 1972, Giulio Andreotti diventa per la prima volta Presidente del Consiglio, incarico che reggerà, alla guida di due esecutivi di centro-destra, fino al 1973. Continua a ricoprire incarichi di primo piano, nei successivi esecutivi. Nel ruolo di ministro della difesa, rilascia una famosa intervista a Massimo Caprara con cui rivela le coperture istituzionali dell'indagato per la strage di piazza Fontana, Guido Giannettini[13] (Andreotti sarà prosciolto, nel 1982, dall'accusa di favoreggiamento nei confronti di In visita alla Casa Bianca nel 1973 Giannettini). Nel ruolo di Ministro degli Esteri esalta le sue abilità di mediatore, già emerse nella capacità di mediare fra le varie correnti della DC. Infatti egli si impegnò a comporre importanti relazioni orientate verso la distensione. Sempre
  8. 8. Giulio Andreotti 6 coerente con la scelta atlantica, fatta dal suo maestro, Alcide De Gasperi, nella divisione di schieramenti della guerra fredda, coltivò proficui rapporti anche con i paesi del Mediterraneo, aprendo il filone del filoarabismo che fino ad allora era stato percorso solo in via non governativa (dall'ENI di Enrico Mattei). Dopo l'Atto di Helsinki, che diede valenza internazionale alla richiesta occidentale di democratizzazione dell'Est, colse l'occasione per un'intensa stagione di affari economici tra l'Italia e l'Unione Sovietica. La non-sfiducia e la solidarietà nazionale: Andreotti ritorna a Palazzo Chigi Nel 1976, il governo, presieduto da Aldo Moro, perse la fiducia dei socialisti in Parlamento e il Paese si avviò alle elezioni anticipate, che videro un forte aumento del Partito Comunista Italiano, guidato da Enrico Berlinguer. La Democrazia Cristiana riuscì, anche se solo per pochi voti, a restare il partito di maggioranza relativa. Forte del buon risultato elettorale, Berlinguer propose, appoggiato anche da Aldo Moro e Amintore Fanfani, di dare concretezza al compromesso storico, ovvero alla formazione di un governo di coalizione fra PCI e DC. Da sinistra Andreotti con Takeo Fukuda, Jimmy Carter, Helmut Schmidt e Valéry Giscard d'Estaing al summit meeting del G7 a Bonn 1978 Fu proprio Andreotti ad essere prescelto per guidare il primo esperimento in questa direzione: egli varò nel luglio del 1976 il suo terzo governo, detto della "non sfiducia"[14] perché, pur essendo un monocolore, si reggeva grazie all'astensione dei partiti dell'"arco costituzionale" (tutti tranne il MSI-DN). Questo governo cadde però nel gennaio del 1978. Pochi giorni prima del suo sequestro, Aldo Moro spinse alla creazione di un nuovo esecutivo, presieduto sempre da Andreotti, un monocolore democristiano: stavolta il sostegno Helmut Schmidt, Pierre Trudeau, Valéry Giscard parlamentare di tutti i partiti (ad eccezione di MSI, PLI e SVP) si d'Estaing, James Callaghan, Jimmy Carter, Giulio espresse con il voto favorevole alla fiducia, contrattata già prima del Andreotti e Takeo Fukuda al summit del G7 nel 1977 a Londra sequestro ma riconfermata con rafforzata decisione per fronteggiare il delicato periodo che l'Italia viveva, con il sequestro da parte delle Brigate Rosse, di Aldo Moro. Era la solidarietà nazionale, che nasceva nell'emergenza del rapimento Moro e veniva accettata dal PCI "sia pure faticosamente e in modo non pienamente adeguato alla situazione", come ebbe a dire la mattina del rapimento Enrico Berlinguer alla Camera dando voce allo scontento interno al suo partito[15] , dovuto alla decisione di Andreotti di non accettare alcuna richiesta avanzata dal PCI (riduzione del numero dei ministri, inclusione di alcuni indipendenti, esclusione di ministri quali Antonio Bisaglia e Carlo Donat Cattin, apertamente contrari alla politica di solidarietà nazionale). Il ruolo di Andreotti nella gestione del sequestro Moro è tuttora incerto. Andreotti fu un teorico della "linea della fermezza" e rifiutò ogni trattativa con i terroristi. La legge sul divieto di partecipazione alle manifestazioni pubbliche a volto coperto rimonta a quei giorni e la decisione di Amintore Fanfani di rifiutare la sede deliberante (accordata da Ingrao alla Camera) per la sua discussione in Senato fu letta come atto di ostilità verso la sua gestione bipartisan della crisi: del resto, l'avvicinamento al PCI aveva provocato numerose critiche; all'interno della DC, Carlo Donat-Cattin fu autore dell'epigramma che rispondeva alla duplice domanda su quanto sarebbe costato il pane e chi
  9. 9. Giulio Andreotti 7 sarebbe stato il premier dopo vent'anni: "Il pane costerà due rubli, ed il Presidente del Consiglio sarà Giulio Andreotti". Dopo l'omicidio di Moro, nel maggio del 1978, l'esperienza della solidarietà nazionale proseguì, portando all'approvazione di importanti leggi, come la riforma sanitaria. La richiesta dei comunisti, per una partecipazione più diretta alle attività di governo, fu respinta dalla DC: di conseguenza Andreotti si dimise nel gennaio del 1979, ma per lungo tempo restò nell'immaginario il referente di quell'ipotesi di governo aperto al PCI[16] . In realtà, egli aveva in proposito teorizzato la "strategia dei due forni", secondo cui il partito di maggioranza relativa avrebbe dovuto rivolgersi alternativamente a PCI e PSI a seconda di chi dei due "facesse il prezzo del pane più basso". Sta di fatto che ciò produsse per lungo tempo un pessimo rapporto con Bettino Craxi: esso s'era degradato quando Andreotti aveva fissato le elezioni anticipate del 1979 ad una settimana dalle europee di quell'anno (disattendendo la richiesta del PSI, che riteneva di avere maggiori chance di trascinamento con la coincidenza tra le due date), Andreotti e il Presidente americano Carter ed era crollato definitivamente quando la vicenda di finanziamento illecito di correnti anticraxiane del PSI - che era dietro lo scandalo ENI-Petromin - fu (a torto od a ragione) ricondotta da Craxi ad ambienti andreottiani. Ne scaturì il veto ad incarichi di governo per tutta la successiva legislatura (quando - prematuramente - Craxi disse che "la vecchia volpe è finita in pellicceria"): si trattò dell'unico quadriennio della Prima Repubblica (oltre al periodo 1968-1971) in cui Andreotti non rivestì alcun incarico di governo. Gli anni ottanta: Andreotti Ministro degli Esteri e per l'ultima volta presidente del consiglio Andreotti fu nominato, nel 1983, Ministro degli Esteri nel primo governo Craxi, incarico che mantenne nei successivi governi fino al 1989. Forte della sua pluridecennale esperienza di uomo politico, Andreotti favorì il dialogo fra USA e URSS, che in quegli anni si stava aprendo. All'interno del governo, si rese protagonista di diversi scontri con Craxi - prevalentemente surrettizi, come quando sussurrò ad un giornalista di essere stato "in Cina con Craxi e i suoi cari..."[17] - ma nella gestione filoaraba della politica estera fu oggettivamente in consonanza con il premier, schierandosi con lui nella questione della risoluzione negoziata del dirottamento della nave Achille Lauro. Anche grazie a questi sviluppi, svolse successivamente un ruolo di tramite fra Craxi e la Democrazia Cristiana, i cui rapporti erano tutt'altro che idilliaci. Gli scontri fra il carismatico leader socialista e il segretario democristiano Ciriaco De Mita erano all'ordine del giorno, tanto che i giornali parlarono dell'esistenza del triangolo CAF (Craxi-Andreotti-Forlani): quando tale intesa sottrasse a De Mita la guida del governo, nel 1989, fu chiamato nuovamente alla presidenza del Consiglio, incarico che resse fino al 1992. Si trattò di un governo dal decorso turbolento: la scelta di restare alla guida del governo nonostante l'abbandono dei ministri della sinistra democristiana - dopo l'approvazione della norma sugli spot televisivi (favorevole alle emittenze private di Silvio Berlusconi, reso "oligopolista" dalla legge Mammì) - non impedì il riemergere di antichi sospetti e rancori con Craxi (che alluse ad Andreotti quando disse che dietro il ritrovamento delle lettere di Moro in via Montenevoso vedeva una "manina", guadagnandosi la sua piccata replica che forse c'era stata una "manona"); lo scandalo Gladio e le "picconate" del presidente Francesco Cossiga lo videro destinatario di pressioni istituzionali fortissime, cui replicò con la consueta ma oramai consunta levità di spirito dichiarando che era "meglio tirare a campare che tirare le cuoia"[18] .
  10. 10. Giulio Andreotti 8 Nel 1992, finita la legislatura, Andreotti rassegnò le sue dimissioni, non mancando di chiosare che facendo le valigie aveva trovato nei suoi cassetti alcune lettere del Presidente della Repubblica ancora chiuse. Eppure a quel Presidente dovette la sua sopravvivenza politica nella sua quarta età: l'anno prima era stato nominato senatore a vita proprio da Cossiga. Priva di radicamento territoriale al di fuori del Lazio (dove si valeva di proconsoli territoriali come Franco Evangelisti prima e Vittorio Sbardella poi, oltre che di "specialisti" nelle varie istituzioni come il magistrato di Cassazione Claudio Vitalone ed il vescovo di Curia monsignor Angelini), la corrente andreottiana si alleava periodicamente con correnti espresse da altre realtà territoriali: da ultimo, negli anni ottanta furono organici all'andreottismo le correnti napoletane di Enzo Scotti e Paolo Cirino Pomicino, quella veneta di Giovanni Prandini, quella romagnola di Nino Cristofori e quella palermitana di Salvo Lima; al di là delle espressioni geografiche, un lungo tratto di cammino insieme compirono anche le frange politiche di Comunione e liberazione, pur mantenendo un ampio margine di autonomia. Alle prime elezioni successive alla nomina come senatore a vita, i suoi voti in Lazio conversero sul nipote (da parte di moglie) Luca Danese. Andreotti senatore a vita In quello stesso anno, il 1992, Andreotti era considerato uno dei candidati più papabili per la carica di presidente della Repubblica, ma la sua corrente non si espose mai con una candidatura esplicita che portasse alla conta dei voti, preferendo l'esercizio di un'estenuante interdizione che tenne sulla corda gli altri candidati del CAF (fino a "bruciare", in due memorabili scrutini di metà maggio, la candidatura di Arnaldo Forlani, che non riuscì a raggiungere il quorum per meno di trenta voti). Quella di Andreotti, che era studiata come una candidatura da far emergere dopo l'affossamento delle altre, divenne però a sua volta del tutto impraticabile dopo l'assassinio del giudice Giovanni Falcone a Palermo: il fatto che due mesi prima fosse stato assassinato a Palermo Salvo Lima, della medesima corrente di Andreotti, fu giudicato in Parlamento un evento di scarsa presentabilità pubblica, in una situazione di emergenza nazionale nella lotta alla mafia. Così si passò a considerare altri nomi più "istituzionali": prima il presidente del Senato Giovanni Spadolini e poi, con successo, quello della Camera Scalfaro, sostenuto anche dalla sinistra. Dall'ottobre del 1993, Giulio Andreotti diviene direttore del mensile internazionale 30 giorni nella Chiesa e nel Mondo, in vendita solo nelle edicole intorno al Vaticano e nelle librerie Paoline, ma a cui è possibile abbonarsi[19] . Nel 1994, allo scioglimento della Democrazia Cristiana, aderì al Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli, partito che lascerà nel 2001, in seguito alla nascita della Margherita. Nel febbraio del 2001 diede vita,insieme a Ortensio Zecchino e Sergio D'Antoni,al partito denominato Democrazia Europea, un partito di ispirazione cristiana che alle elezioni del 2001 si schierò al centro equidistante dalla Cdl di Belusconi e dall'Unione di Prodi. Democrazia europea nel 2002, sarà parte fondativa, insieme al CCD di Pierferdinando Casini, e al CDU di Rocco Buttiglione, del partito UDC (Unione Democratici Cristiani e Democratici di Centro). Le elezioni politiche del 2006, che videro una vittoria di misura dell'Unione di Romano Prodi, con al Senato un leggero vantaggio di seggi tra lo schieramento vincente e la Casa delle Libertà, fecero discutere sui futuri assetti istituzionali e sulla necessità di ricompattare un'Italia sostanzialmente divisa in due. Perciò, da alcuni settori del centro-destra era giunta la proposta di assegnare la Presidenza del Senato al senatore a vita Andreotti, ritenuto capace di mediare tra i due schieramenti e tra le due anime del Paese. Il senatore a vita aveva dichiarato «Deciderò sul momento» se accordare o meno la fiducia all'eventuale governo Prodi II. Sull'ipotesi di una sua elezione alla Presidenza del Senato, in un'intervista al quotidiano La Stampa del 22 aprile 2006, si rese disponibile purché «In un'ottica di conciliazione». L'elezione di Andreotti, secondo alcune fonti, avrebbe dovuto ottenere i consensi di un'ampia fetta dei moderati del centrosinistra, fra La Margherita e l'Udeur di Mastella, mettendo in crisi la scelta, data ormai per certa, del diellino Franco Marini.
  11. 11. Giulio Andreotti 9 Ma l'elezione, tenutasi il 29 aprile, al terzo scrutinio, portò al ruolo di presidenza del Senato Franco Marini con 165 voti (quelli della maggioranza più quelli di alcuni senatori a vita e, verosimilmente, alcuni provenienti dai gruppi di minoranza della Cdl), contro le 156 preferenze raccolte dall'ex-presidente del consiglio tra le file del centro-destra. L'elezione fu molto importante perché alcuni hanno ritenuto nei giorni precedenti, e soprattutto durante le prime due votazioni, che la coalizione di centrosinistra non sarebbe stata in grado di avere una duratura maggioranza dei voti per l'attività del Senato. Il 19 maggio 2006 accordò la fiducia al governo Prodi II, assieme agli altri sei senatori a vita, suscitando vive polemiche nella Casa delle Libertà, che aveva sostenuto la sua candidatura alla Presidenza del Senato. Successivamente, si è spesso consultato con il nuovo Presidente del Consiglio riguardo alla politica estera, che continua a seguire in qualità di membro della Commissione Affari Esteri del Senato della Repubblica. Il 21 febbraio 2007 suscitò scalpore la sua astensione in Senato alla risoluzione della maggioranza di centrosinistra, relativa alle linee guida di politica estera illustrate dal Ministro degli Esteri Massimo D'Alema al Senato della Repubblica, che non ottenne il quorum di maggioranza, iniziando così la crisi di Governo che portò il Presidente del Consiglio Romano Prodi a rassegnare, in serata, le dimissioni dal suo incarico al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il senatore a vita aveva annunciato il giorno prima il suo voto favorevole. L'indomani dichiarò ai mass media che il suo cambio di scelta fu dovuto al discorso di D'Alema, teso a marcare fortemente la discontinuità della politica estera del centrosinistra rispetto all'esecutivo dell'ex premier Silvio Berlusconi; dichiarò inoltre il suo totale disaccordo su di una politica tesa da un lato ad osannare il leader di Forza Italia e dall'altro a demonizzarlo[20] . Alcuni tra commentatori e giornalisti insinuarono che l'astensione di Andreotti fosse dovuta alla tensione politica tra il Vaticano e il Governo Prodi sorta circa il disegno di legge sui DICO. Andreotti parteciperà nel maggio 2007 ad una manifestazione "in difesa della famiglia" (Family Day)[21] . Il 29 aprile 2008, a seguito della rinuncia dei senatori Rita Levi Montalcini e Oscar Luigi Scàlfaro, Andreotti ha svolto le funzioni di presidente provvisorio del Senato della Repubblica in quanto senatore più anziano. Ha quindi diretto le votazioni che hanno portato all'elezione del senatore Renato Schifani alla seconda carica dello Stato. Il suo notevole archivio cartaceo (3.500 faldoni, dal 1944 in poi) che, negli ultimi anni della sua carriera parlamentare, aveva sede nel suo ufficio di piazza in Lucina, è stato acquisito dalla Fondazione Sturzo[22] ed è tuttora utilizzato da Andreotti. Vicende giudiziarie Rapporti con la mafia Andreotti è stato sottoposto a giudizio a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Mentre la sentenza di primo grado, emessa il 23 ottobre 1999, lo aveva assolto perché il fatto non sussiste, la sentenza di appello, emessa il 2 maggio 2003, distinguendo il giudizio tra i fatti fino al 1980 e quelli successivi, stabilì che Andreotti aveva «commesso» il «reato di partecipazione all'associazione per delinquere» (Cosa Nostra), «concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980», reato però «estinto per prescrizione». Per i fatti successivi alla primavera del 1980 Andreotti è stato invece assolto. L'obiter dicta (parte di una sentenza che non "fa diritto") della sentenza della Corte di Appello di Palermo del 2 maggio 2003, parla di «un'autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980»[23] . Interrogato dalla procura di Palermo il 19 maggio 1993, il sovraintendente capo della polizia Francesco Stramandino, dichiarò di aver assistito il 19 agosto 1985, in qualità di responsabile della sicurezza dell'allora ministro degli Esteri Andreotti, ad un incontro tra lo stesso politico e quello che solo successivamente sarà identificato come boss Andrea Manciaracina, all'epoca sorvegliato speciale e uomo di fiducia di Totò Riina.
  12. 12. Giulio Andreotti 10 Lo stesso Andreotti ammise in aula l'incontro con Manciaracina, spiegando che il colloquio ebbe a che fare con problemi relativi alla legislazione sulla pesca. La sentenza di primo grado definì «inverosimile» la «ricostruzione dell'episodio offerta dall'imputato». Pur confermando che Andreotti incontrò uomini appartenenti a Cosa Nostra anche dopo la primavera del 1980, il tribunale stabilì che mancava «qualsiasi elemento che consentisse di ricostruire il contenuto del colloquio». La versione fornita dall'onorevole Andreotti, secondo il tribunale, potrebbe essere dovuta «al suo intento di non offuscare la propria immagine pubblica ammettendo di avere incontrato un soggetto strettamente collegato alla criminalità organizzata e di avere conferito con lui in modo assolutamente riservato». Sia l'accusa sia la difesa presentarono ricorso in Cassazione, l'una contro la parte assolutiva, e l'altra per cercare di rifiutare la prescrizione e consentire di indagare a fondo (come poté fare solo il giudice di primo grado). Tuttavia la Corte di Cassazione il 15 ottobre 2004 rigettò la richiesta di poter rifiutare la prescrizione (possibile solo nel processo civile) confermando la prescrizione per qualsiasi ipotesi di reato prima del 1980 e l'assoluzione per il resto[24] . Nella motivazione della sentenza di appello confermata dalla cassazione si legge (a pagina 211): « Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione. » Se la sentenza definitiva fosse arrivata entro il 20 dicembre 2002 (termine per la prescrizione), Andreotti sarebbe potuto essere condannato in base all'articolo 416, cioè all'associazione "semplice", poiché quella aggravata di stampo mafioso (416-bis) fu introdotta nel codice penale soltanto nel 1982, grazie ai relatori Virginio Rognoni (Dc) e Pio La Torre (Pci). Nel dettaglio, il giudice di legittimità, scrive: « Pertanto la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l'imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall'imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale (certamente sperato, solo parzialmente conseguito) e di interventi extra ordinem, sinallagmaticamente collegati alla sua disponibilità ad incontri e ad interazioni (il riferimento della Corte territoriale è alla questione Mattarella), oltre che alla rinunzia a denunciare i fatti gravi di cui era venuto a conoscenza. » Ai fini di una valutazione più approfondita, anche sul piano storico, bisogna tenere presente che la Cassazione in più punti sottolinea l'opinabilità della ricostruzione fornita dalla Corte d'Appello. In particolare in due passi della sentenza afferma: « al termine di questo articolato excursus, il Collegio ritiene di dover riprendere l'osservazione iniziale: i giudici dei due gradi di merito sono pervenuti a soluzioni diverse; non rientra tra i compiti della Corte di Cassazione, come già reiteratamente precisato, operare una scelta tra le stesse perché tale valutazione richiede l'espletamento di attività non consentite in sede di legittimità » « La ricostruzione dei singoli episodi e la valutazione delle relative conseguenze è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise e a cui sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica, ma che non sono mai manifestamente irrazionali e che, quindi, possono essere stigmatizzate nel merito, ma non in sede di legittimità. » La Cassazione, come risulta dai passi citati, afferma che rispetto a quella della Corte d'Appello sono possibili altre interpretazioni "dotate di uguale forza logica", pur non potendo per questo cassare la sentenza d'appello in quanto ciò
  13. 13. Giulio Andreotti 11 richiederebbe un giudizio di merito che è sottratto alle competenze della Suprema Corte, giudice della sola legittimità delle sentenze.[25] . Omicidio Pecorelli Andreotti è stato anche processato per il coinvolgimento nell'omicidio Pecorelli avvenuto il 20 marzo 1979. Secondo i magistrati investigatori Andreotti commissionò l'uccisione del giornalista Mino Pecorelli, direttore del giornale Osservatorio Politico (OP). Pecorelli - che aveva già pubblicato notizie ostili ad Andreotti, come quella sul mancato incenerimento dei fascicoli SIFAR sotto la sua gestione alla Difesa - aveva predisposto una campagna di stampa su finanziamenti illegali del partito della Democrazia Cristiana e segreti riguardo il rapimento e l'uccisione dell'ex primo ministro Aldo Moro avvenuto nel 1978 ad opera delle Brigate Rosse. In particolare, il giornalista aveva denunciato connessioni politiche dello scandalo petroli, con una copertina intitolata "Gli assegni del Presidente" con l'immagine di Andreotti, ma accettò di fermare la pubblicazione del giornale già nella rotativa. Il pentito Tommaso Buscetta testimoniò che Gaetano Badalamenti gli raccontò che l'omicidio fu commissionato dai cugini Salvo per conto di Giulio Andreotti, il quale avrebbe avuto paura che Pecorelli pubblicasse informazioni che avrebbero potuto distruggere la sua carriera politica. In primo grado nel 1999 la corte di assise di Perugia prosciolse Andreotti, il suo braccio destro Claudio Vitalone (ex ministro del commercio con l'estero), Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, il presunto killer Massimo Carminati (uno dei fondatori del gruppo di estrema destra NAR - Nuclei Armati Rivoluzionari) e Michelangelo La Barbera. Successivamente, il 17 novembre 2002 la corte di appello ribaltò la sentenza di primo grado e Badalamenti ed Andreotti furono entrambi condannati a 24 anni di carcere come mandanti dell'omicidio Pecorelli. Il 30 ottobre 2003 la sentenza d'appello venne quindi annullata senza rinvio dalla Corte di Cassazione, annullamento che rese definitiva la sentenza di assoluzione di primo grado. Coinvolgimenti in altre vicende oscure La figura di Andreotti è oggetto di interpretazioni e polemiche di varia natura. Le numerose contestazioni che gli sono state volte hanno riguardato praticamente tutti i campi della sua attività e sono venute anche da politici e giornalisti illustri (come Indro Montanelli[26] ). In parte ciò è ascrivibile all'assolutamente inedito curriculum ministeriale accumulato, che fece sì che anche senza più rivestire cariche formali egli fosse referente di alti funzionari e burocrati ministeriali e dei servizi di sicurezza, con un coinvolgimento personale in vicende che non lo riguardavano più sotto il profilo istituzionale[27] . Accuse e sospetti gli sono stati rivolti a proposito delle sue relazioni con la loggia P2, Cosa Nostra, la Chiesa cattolica e con alcuni individui legati ai più oscuri misteri della storia repubblicana. Tali voci - e specialmente il reato relativo al rapporto con Cosa Nostra - hanno certamente danneggiato la sua immagine pubblica: come s'è visto nel 1992, scaduto il mandato del dimissionario Francesco Cossiga come Presidente della Repubblica, la candidatura di Andreotti sembrava destinata ad avere la meglio finché, durante i giorni delle votazioni di maggio, la strage di Capaci orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro.
  14. 14. Giulio Andreotti 12 Andreotti e Dalla Chiesa Nel 1982 Andreotti spinge molto sulla disponibilità del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ad accettare l'incarico propostogli di Prefetto di Palermo. In un diario un appunto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa datato 2 aprile 1982 al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini scriveva che la corrente democristiana siciliana facente capo ad Andreotti sarebbe stata la famiglia politica più inquinata da contaminazioni mafiose.[28] Sempre Dalla Chiesa, nel suo taccuino personale scrive: «Ieri anche l'on. Andreotti mi ha chiesto di andare [da lui, ndr] e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori.[...] Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno [...] lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione e circostanze.»[29] Rapporti con Michele Sindona Secondo la Corte di Perugia ed il Tribunale di Palermo «Andreotti aveva rapporti di antica data con molte delle persone che a vario titolo si erano interessate della vicenda del banchiere della Banca Privata Italiana ed esponente della loggia massonica P2 Michele Sindona, oltre che con lo stesso Sindona.»[30] Tali rapporti si intensificarono nel 1976, al momento del crac delle banche di Sindona: Licio Gelli, capo della loggia P2, propose un piano per salvare la Banca Privata Italiana all'allora Ministro della Difesa Andreotti. Quest'ultimo, nonostante le dichiarazioni pubbliche di stima verso Sindona, definito "il salvatore della lira", non riuscì a fare accettare il piano di salvataggio al Ministro del Tesoro Ugo La Malfa. In seguito, Andreotti negò ogni suo coinvolgimento, sostenendo che il suo interessamento per il salvataggio della Banca Privata Italiana era solo di natura istituzionale. Tuttavia, anche durante la lunga latitanza di Sindona all'hotel Pierre di New York, Andreotti continuò a mantenere contatti con il banchiere, pur rivestendo il ruolo di Presidente del Consiglio. Solo dopo il falso rapimento di Sindona, la sua estradizione e conseguente arresto per bancarotta fraudolenta e per l'omicidio del liquidatore della Banca Privata Italiana Giorgio Ambrosoli, Andreotti se ne distanziò pubblicamente. Sindona morì avvelenato da un caffè al cianuro il 22 marzo 1986 nel carcere di Voghera, due giorni dopo essere stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Ambrosoli. Tale morte venne archiviata come suicidio, poiché le prove e le testimonianze riguardo il veleno utilizzato ed il comportamento di Sindona stesso facevano supporre un tentativo di auto-avvelenamento: tale atto sarebbe stato compiuto nella speranza di una re-estradizione negli Stati Uniti, paese con il quale l'Italia aveva un accordo sulla custodia del banchiere legato alla sicurezza e incolumità di quest'ultimo. Sindona, quindi, avrebbe messo in scena un avvelenamento e sarebbe morto a causa di un errore di dosaggio. Diversi osservatori, tra cui il giornalista e docente universitario Sergio Turone, ipotizzarono che fu Andreotti a far pervenire la bustina di zucchero contenente il cianuro fatale a Sindona, facendo credere a quest'ultimo che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un malore. Secondo Turone, il movente del presunto omicidio sarebbe stato il timore che Sindona rivelasse durante il processo d'appello segreti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa Nostra, e la P2: "fino alla sentenza del 18 marzo 1986 Sindona [aveva] sperato che il suo potente protettore [Andreotti] trovasse la via per salvarlo dall'ergastolo. Nel processo d'appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che fin ora aveva taciuto."[31]. Va tuttavia sottolineato che tale ipotesi non è stata suffragata da alcuna prova concreta che implichi in alcun modo Andreotti nella morte di Sindona.
  15. 15. Giulio Andreotti 13 Andreotti e il Golpe Borghese A seguito delle rivelazioni sull'indagine legata al tentativo di Golpe da parte di Junio Valerio Borghese, il 15 settembre 1974 Giulio Andreotti, all'epoca Ministro della Difesa, consegnò alla magistratura romana un dossier del SID diviso in tre parti che descriveva il piano e gli obiettivi del golpe, portando alla luce nuove informazioni. Il dossier fu redatto dal numero due del SID, il generale Gianadelio Maletti, che avviò un'inchiesta sulle cospirazioni mantenendolo nascosto anche a Vito Miceli, direttore del servizio. Scoperto il progetto Maletti fu costretto a scavalcare Miceli e a parlare direttamente con Andreotti. Andreotti per questo destituì Miceli e altri 20 generali e ammiragli. Ma nel 1991 si scoprì che le registrazioni consegnate nel 1974 da Andreotti alla magistratura non erano in versione integrale. Vi erano infatti i nomi di numerosi personaggi di spicco in ambito politico e militare, per cui Andreotti stesso ha recentemente dichiarato che ritenne di dover tagliare quelle parti per non renderle pubbliche, in quanto tali informazioni erano "inessenziali" per il processo in corso e, anzi, avrebbero potuto risultare "inutilmente nocive" per i personaggi ivi citati. Nelle parti cancellate vi era il nome di Giovanni Torrisi, successivamente Capo di Stato Maggiore della Difesa tra il 1980 e il 1981; ma anche riferimenti a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che si doveva occupare del rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat; infine si facevano rivelazioni circa un "patto" stretto da Borghese con alcuni esponenti della mafia siciliana, secondo cui alcuni sicari della mafia avrebbero ucciso il capo della polizia, Angelo Vicari. L'esistenza di tale patto sarebbe poi stata confermata da vari pentiti di mafia, tra cui Tommaso Buscetta. Grazie al Freedom of Information Act nel 2004 si è inoltre scoperto che il piano di Borghese era noto al governo degli Stati Uniti e che esso aveva l'"avallo" a condizione che fosse assicurato il coinvolgimento di un personaggio politico italiano "di garanzia". Il nome indicato fu quello di Andreotti, che sarebbe dovuto diventare una sorta di presidente "in pectore" del governo post-golpe. Tuttavia non è accertato che Andreotti fosse al corrente dell'indicazione statunitense. Il dottor Adriano Monti, complice di Junio Valerio Borghese nel tentato golpe, afferma che il suo nome, come "garante politico" del colpo di stato, sarebbe stato fatto da Otto Skorzeny, promotore dell'organizzazione Geleme, una branca dei servizi segreti tedeschi durante la guerra, poi inserita tra le organizzazioni di intelligence fiancheggiatrici della CIA. Sinossi degli incarichi di Governo Ministro Mandato Governo Segretario del Consiglio dei Ministri 31 maggio 1947 - 23 maggio 1948 Governo De Gasperi IV Segretario del Consiglio dei Ministri 23 maggio 1948 - 12 gennaio 1950 Governo De Gasperi V Segretario del Consiglio dei Ministri 27 gennaio 1950 - 16 luglio 1951 Governo De Gasperi VI Segretario del Consiglio dei Ministri 26 luglio 1951 - 29 giugno 1953 Governo De Gasperi VII Segretario del Consiglio dei Ministri 16 luglio 1953 - 2 agosto 1953 Governo De Gasperi VIII Segretario del Consiglio dei Ministri 17 agosto 1953 - 5 gennaio 1954 Governo Pella Ministro dell'Interno 18 gennaio 1954 - 30 gennaio 1954 Governo Fanfani I Ministro delle Finanze 6 luglio 1955 - 6 maggio 1957 Governo Segni I Ministro delle Finanze 19 maggio 1957 - 19 giugno 1958 Governo Zoli Ministro del Tesoro 1º luglio 1958 - 15 febbraio 1959 Governo Fanfani II Ministro della Difesa 15 febbraio 1959 - 23 marzo 1960 Governo Segni II Ministro della Difesa 25 marzo 1960 - 26 luglio 1960 Governo Tambroni Ministro della Difesa 26 luglio 1960 - 21 febbraio 1962 Governo Fanfani III Ministro della Difesa 21 febbraio 1962 - 21 giugno 1963 Governo Fanfani IV
  16. 16. Giulio Andreotti 14 Ministro della Difesa 21 giugno 1963 - 4 dicembre 1963 Governo Leone I Ministro della Difesa 4 dicembre 1963 - 22 luglio 1964 Governo Moro I Ministro della Difesa 22 luglio 1964 - 23 febbraio 1966 Governo Moro II Ministro dell'Industria, Commercio e Artigianato 23 febbraio 1966 - 24 giugno 1968 Governo Moro III Ministro dell'Industria, Commercio e Artigianato 24 giugno 1968 - 12 dicembre 1968 Governo Leone II Presidente del Consiglio 17 febbraio 1972 - 26 giugno 1972 Governo Andreotti I Presidente del Consiglio 26 giugno 1972 - 7 luglio 1973 Governo Andreotti II Ministro della Difesa 14 marzo 1974 - 23 novembre 1974 Governo Rumor V Ministro del Bilancio e Programmazione Economica 23 novembre 1974 - 12 febbraio 1976 Governo Moro IV Ministro del Bilancio e Programmazione Economica 12 febbraio 1976 - 29 luglio 1976 Governo Moro V Presidente del Consiglio 29 luglio 1976 - 11 marzo 1978 Governo Andreotti III Presidente del Consiglio 11 marzo 1978 - 20 marzo 1979 Governo Andreotti IV Presidente del Consiglio 20 marzo 1979 - 4 agosto 1979 Governo Andreotti V Ministro degli Affari Esteri 4 agosto 1983 - 1º agosto 1986 Governo Craxi I Ministro degli Affari Esteri 1º agosto 1986 - 17 aprile 1987 Governo Craxi II Ministro degli Affari Esteri e Ministro delle Politiche Comunitarie 17 aprile 1987 - 28 luglio 1987 Governo Fanfani VI Ministro degli Affari Esteri 28 luglio 1987 - 13 aprile 1988 Governo Goria Ministro degli Affari Esteri 13 aprile 1988 - 22 luglio 1989 Governo De Mita Presidente del Consiglio 22 luglio 1989 - 12 aprile 1991 Governo Andreotti VI Presidente del Consiglio 12 aprile 1991 - 28 giugno 1992 Governo Andreotti VII La figura di Andreotti Soprannomi Ad Andreotti sono stati attribuiti una nutrita gamma di soprannomi: • Per via della personalità carismatica e pragmatica, è stato soprannominato "Divo Giulio" dal giornalista Mino Pecorelli, prendendo spunto da Giulio Cesare, evidenziandone la "sacralità" nella politica italiana. • È stato chiamato anche "Zio Giulio", sia per l'epiteto con il quale sarebbe stato conosciuto dai clan mafiosi secondo l'accusa rivoltagli al processo palermitano (Zù Giulio, secondo i pentiti), sia per il tono paterno con cui tante volte - durante la Seconda Repubblica - si è espresso nei suoi discorsi, atteggiandoli ad uno stile "super partes" proprio di uno degli ultimi Costituenti ancora in vita. • Soprannominato Belzebù in ambiente socialista, quando lo si volle distinguere da Belfagor, denominazione applicata a Licio Gelli. • Da ricordare anche altri soprannomi citati nel film Il Divo: "Molok", "la Sfinge", "il Gobbo" e "il Papa Nero". • "La Volpe" o talvolta vecchia volpe è un altro soprannome con cui ci si è riferiti ad Andreotti. • Un ultimo appellativo usato più di frequente è anche "Indecifrabile"[32] .
  17. 17. Giulio Andreotti 15 Satira Bersaglio molto frequente di strali satirici e di prese in giro sul suo difetto fisico (ha una pronunciata quanto innascondibile cifosi), ha sempre risposto con una proverbiale ironia di scuola epigrammatica romana che nel tempo lo ha reso fonte di una nutrita schiera di commenti e battute ancora oggi di uso comune (tra le più famose la già citata "Il potere logora chi non ce l'ha"). Fra i suoi imitatori più celebri vi sono Ugo Tognazzi, Enrico Montesano e Oreste Lionello. Pochi sanno tuttavia che Andreotti a dispetto della fama di gobbo (che farebbe presupporre nell'immaginario popolare, una statura particolarmente ridotta) non è basso, infatti, in una carta d'identità di molti anni fa, risulta alto 1,78, che è sicuramente una statura non elevata ma neanche catalogabile come bassa statura. Anche Beppe Grillo ha dedicato diversi commenti satirici ad Andreotti: « Credo che Andreotti non abbia mai rubato, ma ha fatto tutto il resto... » « Non sapremo mai la verità su Andreotti, la sapremo quando morirà e gli toglieranno la scatola nera dalla gobba... » • Paolo Rossi in una scenetta dello spettacolo Su la testa! lo mostra, ormai morto, alla porta dell'Inferno; bussa e il diavolo piantone, con voce infastidita, chiede: "Chi è?" ...; "Giulio Andreotti!" ed il diavolo piantone, mentre realizza, comincia a sorridere per poi esultare: "È tornato papàààà!" In un suo altro spettacolo teatrale Il signor Rossi e la Costituzione - Adunata Popolare di Delirio Organizzato il comico "recapita" una lettera [33] all'amministratore condominiale Andrea Giuliotti. Questo stesso sketch è stato riproposto nel programma di Enzo Biagi RT Rotocalco Televisivo. Andreotti nel cinema, canzone e cultura popolare • Il Senatore a Vita è stato protagonista di un celebre cartone animato italiano, Giulio Andreotti (2000), firmato da Mario Verger, trasmesso più volte dalla RAI [34] ; • È apparso nel film Il tassinaro, con Alberto Sordi dove con la solita acida ironia, suggerisce le Università a numero chiuso, in modo da risolvere il problema dei laureati disoccupati. • È probabilmente ispirata alla figura di Andreotti anche L'Uomo Falco di Antonello Venditti. • A lui si ispira la figura del potente politico italiano Licio Lucchesi nel film Il padrino - Parte III di Francis Ford Coppola, al quale, tra l'altro, viene pronunciata all'orecchio la celebre frase "Il potere logora chi non ce l'ha". • Totò nel film Gli onorevoli fa dire alla moglie che voterà per "Giulio" perché "non c'è rosa senza spine, non c'è governo senza Andreotti". • Ne Il Commissario Lo Gatto, con Lino Banfi, alla fine del film un attore imita Andreotti che ringrazia il commissario per il servigio reso alla DC grazie al polverone creato dalla sua inchiesta che aveva svelato il legame di una soubrette con Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio. • Nel film I banchieri di Dio (2002) di Giuseppe Ferrara, nel quale vengono ricostruite le vicende del banchiere Roberto Calvi. Il film ha avuto problemi durante la lavorazione, in quanto la magistratura ha voluto accertarsi delle ricostruzioni ancora al vaglio.[35] • Nell'album Nomi e cognomi di Francesco Baccini gli è dedicata la canzone dal titolo Giulio Andreotti. • Alla vita di Andreotti è ispirato il film Il Divo di Paolo Sorrentino, presentato al Festival di Cannes del 2008 e vincitore del Premio della Giuria. Il film narra gli anni dal 1989 al 1993, cioè dalla fiducia all'ultimo governo Andreotti all'inizio del processo per associazione mafiosa. Il film è basato su documenti politici reali e libri che ne fanno riferimento; Andreotti ha definito il film "una mascalzonata"[36] , salvo poi rettificare[37] . • Nella trasmissione di Maurizio Costanzo, il Maurizio Costanzo Show su Canale 5 del 17 gennaio del 2009, per festeggiare i 90 anni compiuti da Andreotti il 14 gennaio, Costanzo ricorda una frase detta in confidenza da Andreotti con la sua tipica ironia "A pensar male non si andrà in paradiso ma si dice la verità". • Nel 2000 ha prestato immagine e voce per alcuni spot della Diners, dove reinterpretava alcune sue famose frasi.
  18. 18. Giulio Andreotti 16 Opere su Andreotti Filmografia • Giulio Andreotti film d'animazione di Mario Verger, 2000 • Il Divo film di Paolo Sorrentino, 2008 Scritti Elenco parziale, in ordine cronologico • Concerto a sei voci (1946) • Pranzo di magro per il Cardinale (1954) • De Gasperi e il suo tempo (1965) • La sciarada di Papa Mastai (1967) • I minibigami (1971) • Ore 13: Il Ministro deve morire (1975) • A ogni morte di Papa (1980) • Diari 1976-1979 (1981), vincitore del Premio Il Libro dell'Anno • Visti da vicino (1982) • Visti da vicino, seconda serie (1983) • Visti da vicino, terza serie (1986) • De Gasperi, visto da vicino (1986) • Onorevole stia zitto (1987) • L'URSS vista da vicino (1988) • Gli USA visti da vicino (1989) • Il potere logora, ma è meglio non perderlo (1990) • Governare con la crisi, dal 1944 ad oggi (1991) • Onorevole stia zitto, Atto secondo (1992) • Il Ministero dell'uomo in grigio (1993) • Cosa Loro. Mai visti da vicino.(1995) • De prima re publica (1996) • Operazione via Appia (1998) • A non domanda rispondo (1999) • I quattro del Gesù (1999) • Teneteli su e altri racconti (1999) • Piccola storia di Roma (2000), vincitore del Premio Cimitile • Sotto il segno di Pio IX (2000) • Volti del mio tempo. Personaggi della storia, della politica, della Chiesa (2000) • Un gesuita in Cina. 1552-1610: Matteo Ricci dall'Italia a Pechino (2001) • I nonni della Repubblica (2002) • Altri cento nonni della Repubblica (2003) • La fuga di Pio IX e l'ospitalità dei Borbone (2003) • 1947 (2005) • 1948 (2005) • 1949 (2006) • Concerto a sei voci (2006) • De Gasperi (2006) • 1953 (2007)
  19. 19. Giulio Andreotti 17 • 2000 (2007) Galleria Fotografica Andreotti e il Presidente Nixon nel 1973 Andreotti incontra Carter nel 1978 Bibliografia • Massimo Franco, Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un'epoca, Mondadori, 2008 ISBN 9788804581505 • Antonio Nicaso, "Io e la mafia, la verità di Giulio Andreotti", Monteleone, [1995, ISBN 88-8027-016-8] Voci correlate • Governo Andreotti I • Governo Andreotti II • Governo Andreotti III • Governo Andreotti IV • Governo Andreotti V • Governo Andreotti VI • Governo Andreotti VII • Operazione Gladio • Crisi di Sigonella • Stanotte e per sempre, racconto grottesco di Daniele Luttazzi su Andreotti e il caso Moro • Il Divo
  20. 20. Giulio Andreotti 18 Altri progetti • Wikimedia Commons contiene file multimediali su Giulio Andreotti • Wikiquote contiene citazioni di o su Giulio Andreotti Collegamenti esterni • Scheda personale all'Assemblea Costituente [3] • Scheda di attività senatoriale [38], sul sito istituzionale del Senato • Gli atti del processo Andreotti [39] • Gli atti del processo Andreotti usati come materiale didattico per gli studenti di legge [40] • Testo della sentenza del processo di Palermo [41] • La sentenza Andreotti-Badalamenti della Corte di assise di appello di Perugia, 13-02-2003 [42] • Il processo Andreotti secondo Marco Travaglio [43] • Intervista a Gian Carlo Caselli sul caso Andreotti [44] • Scheda [45] su Openpolis • Almerighi diffamato: Andreotti condannato in appello [46] • Centro Studi Politici e Sociali Franco Maria Malfatti [47] Predecessore: Presidente del Consiglio Successore: dei ministri italiano Emilio Colombo 1972 - 1973 Mariano Rumor I Aldo Moro 1976 - 1979 Francesco Cossiga II Ciriaco De Mita 1989 - 1992 Giuliano Amato III Presidenti del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi | Giuseppe Pella | Amintore Fanfani | Mario Scelba | Antonio Segni | Adone Zoli | Fernando Tambroni | Giovanni Leone | Aldo Moro | Mariano Rumor | Emilio Colombo | Giulio Andreotti | Francesco Cossiga | Arnaldo Forlani | Giovanni Spadolini | Bettino Craxi | Giovanni Goria | Ciriaco De Mita | Giuliano Amato | Carlo Azeglio Ciampi | Silvio Berlusconi | Lamberto Dini | Romano Prodi | Massimo D'Alema Predecessore: Ministro della Difesa della Repubblica Successore: Italiana Antonio 1959 - 1966 Roberto I Segni Tremelloni Mario 1974 Arnaldo Forlani II Tanassi Predecessore: Ministro dell'Interno Successore: Amintore 18 gennaio 1954 - 10 febbraio Mario Fanfani 1954 Scelba Predecessore: Ministro degli Esteri della Repubblica Successore: Italiana Emilio 1983 - 1989 Gianni De Colombo Michelis Predecessore: Ministro per le Politiche Comunitarie Successore:
  21. 21. Giulio Andreotti 19 istituito nel 17 maggio 1987 - 28 luglio 1987 Antonio La 1987 Pergola Predecessore: Presidente del Consiglio dell'Unione europea Successore: Charles 1990 Jacques Haughey Santer Note [1] http:/ / www. senato. it/ leg/ 16/ BGT/ Schede/ Attsen/ 00000074. htm [2] http:/ / legislature. camera. it/ chiosco. asp?cp=1& position=X%20Legislatura%20/ %20I%20Deputati& content=deputati/ legislatureprecedenti/ Leg10/ framedeputato. asp?Deputato=1d200021 [3] http:/ / legislature. camera. it/ chiosco. asp?cp=1& position=Assemblea%20CostituenteI%20Costituenti& content=altre_sezioni/ assemblea_costituente/ composizione/ costituenti/ framedeputato. asp?Deputato=1d200021 [4] Nell'intervista a Il Corriere del 14/11/2007 su il caso Moro Francesco Cossiga spiega che Andreotti era uomo di Papa Montini. [5] Fertilio Dario, A come Andreotti Giulio: Statista o Belzebù? - Corriere della Sera,19 novembre 2002, pagina 8. [6] Nel verbale del Consiglio dei Ministri del 12 ottobre 1946 si legge: "On. Cipriano Facchinetti, Ministro per la Guerra – In merito al giuramento delle Forze armate avverte che sarà effettuato il 4 novembre. Quale inno si adotterà l'inno di Mameli (...)". Quel verbale, che resta l'unico atto da cui emerge il valore conferito all'Inno, reca l'unica sigla del segretario del Consiglio dei ministri, cioè il sottosegretario alla Presidenza Giulio Andreotti. [7] Circolare PdCM 92019/12840.16 del 26 dicembre 1950. Peraltro, il R.D. 16 dicembre 1927 n. 2210 all'art.2 già poneva i cardinali prima dei Presidenti delle Camere. [8] Così Fernando Proietti, "Morto Franco Evangelisti il camerlengo di Andreotti", in Corriere della Sera, 12 novembre 1993, pagina 15, secondo cui "Uno per tutti, tutti per Giulio" era il motto della squadra, fondata nel 1954 da Evangelisti. [9] Le date da ricordare, dal sito del CONI (http:/ / www. coni. it/ fileadmin/ user_upload/ sessantesimo/ le_date_da_ricordare. pdf). URL consultato il 02-04-2009. [10] C. Ruta, Il processo. Il tarlo della Repubblica, Eranuova edizioni, Perugia 1994; Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori riuniti, Roma 1985; Gallo Giuliano, Piano «Solo», fu vero golpe? De Lorenzo divide ancora, Corriere della Sera (17 giugno 2003- Pagina 18). [11] SENATO DELLA REPUBBLICA-CAMERA DEI DEPUTATI, XII LEGISLATURA, Doc. XXXIV, n. 1, RELAZIONE DEL COMITATO PARLAMENTARE PER I SERVIZI DI INFORMAZIONE E SICUREZZA E PER IL SEGRETO DI STATO, § 4.2: "Appare credibile quanto affermato a suo tempo dall'ingegnere Francesco Siniscalchi e dai dottori Ermenegildo Benedetti e Giovanni Bricchi circa una possibile donazione di fascicoli che l'ex capo del SIFAR Giovanni Allavena avrebbe effettuato a Gelli al momento di aderire alla loggia P2 nel 1967. Negli anni successivi, inoltre, l'adesione alla loggia di pressoché tutti i principali dirigenti del SID rende più che plausibile un travaso informativo da questi ultimi a Gelli". [12] Sergio Flamigni, Dossier Pecorelli, Kaos ed., 2005. [13] XII legislatura, Camera dei deputati-Senato della Repubblica, Doc. XXXIV n. 3, RELAZIONE DEL COMITATO PARLAMENTARE PER I SERVIZI DI INFORMAZIONE E SICUREZZA E PER IL SEGRETO DI STATO SUI DOCUMENTI TRASMESSI DALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI MILANO - RILIEVI E VALUTAZIONI: "In particolare, nel 1974, egli aveva provocato una crisi nel SID, sia attraverso un'intervista a Massimo Caprara, per il settimanale "Il Mondo", rivelando la identità del neofascista Guido Giannettini, confidente del Servizio, sia attraverso iniziative contro il generale Vito Miceli (allora Direttore del SID), in rapporto alle vicende del cosiddetto golpe Borghese e della "Rosa dei venti", sia offrendo, dal marzo 1974, come Ministro della difesa, un attivo sostegno al generale Gianadelio Maletti (allora Capo dell'Ufficio D), nello scontro interno che lo contrapponeva a Miceli". [14] "Ho pertanto proposto al Capo dello Stato la nomina dei ministri che oggi con me si presentano per ottenere la fiducia o almeno la non sfiducia del Senato e della Camera dei deputati." Seduta della Camera dei Deputati del 4 agosto 1976 (http:/ / legislature. camera. it/ _dati/ leg07/ lavori/ stenografici/ sed0007/ sed0007. pdf) [15] Discorsi parlamentari di Enrico Berlinguer, pubblicato dalla Camera dei Deputati, a cura di M.L. Righi, 2001, pag. 183. [16] Contribuì a questa percezione la geniale gestione della crisi di governo che portò alla mancata fiducia al governo Andreotti V: quando si apprese che i secessionisti missini di Democrazia nazionale avrebbero potuto offrire il loro sostegno esterno al governo (predestinato alla sconfitta parlamentare per il veti pronunciati da Berlinguer e Craxi) - piuttosto che rischiare una fiducia con confluenza di voti esterni all'arco costituzionale proprio la corrente del premier all'interno della DC fece mancare la presenza in Senato del senatore Onio Della Porta ed il governo cadde, consentendo ad Andreotti di gestire le elezioni promesse al PCI. Come sottoprodotto della manovra, la corrente andreottiana poté riassorbire nelle sue fila i voti dei missini che abbandonarono il partito senza più riconoscersi nel tentativo vano di Democrazia nazionale. [17] Il riferimento è al viaggio diplomatico che Craxi fece in Cina con una delegazione ipertrofica, comprensiva di familiari: nonostante la consegna del silenzio, seguita da buona parte della stampa (cfr. ((http:/ / valentini. blogautore. espresso. repubblica. it/ 2010/ 01/ 04/ in-cina-con-craxi-e-i-suoi-cari/ )) ), la "battuta" di Andreotti contribuì a dare evidenza alla cosa, dando occasione a Beppe Grillo di farne oggetto di una barzelletta nell'ora di massimo ascolto del varietà serale di Rai 1.
  22. 22. Giulio Andreotti 20 [18] Nota Ansa del 13 gennaio 2009, intitolata "L'ANDREOTTISMO SPIEGATO CON LE SUE BATTUTE", su ((http:/ / www. ansa. it/ opencms/ export/ site/ notizie/ rubriche/ daassociare/ visualizza_new. html_851085871. html)). [19] Trenta Giorni nella Chiesa e nel Mondo (http:/ / www. koinexpo. com/ scheda. html?id=3711& lingua=1& id_espositore=1). 2007. URL consultato il 08-11-2008. [20] Sebastiano Messina. «Andreotti e l'ombra della vendetta "Non sapevo di far cadere Prodi"» (http:/ / www. repubblica. it/ 2007/ 02/ sezioni/ politica/ governo-battuto/ andreotti-dopo-voto/ andreotti-dopo-voto. html). La Repubblica, 22-02-2007. URL consultato in data 13-11-2008. [21] Family Day, piazza San Giovanni gremita Gli organizzatori: siamo più di un milione - Diretta - Repubblica.it (http:/ / www. repubblica. it/ 2007/ 05/ dirette/ sezioni/ politica/ famigliapiazza/ famigliapiazza/ ). 12-05-2007. URL consultato il 13-11-2008. [22] Fondazione Sturzo: Fondo Giulio Andreotti (http:/ / www. sturzo. it/ site/ it-IT/ Menu_principale/ Archivio_storico/ Patrimonio_archivistico/ Fondi_storici/ Fondi_storici/ fondo_giulio_andreotti. html) [23] «Andreotti assolto in appello "Non è un boss mafioso"» (http:/ / www. repubblica. it/ online/ politica/ giuliopalermo/ assolto/ assolto. html). La Repubblica, 02-05-2003. URL consultato in data 08-11-2008. [24] «Andreotti, la Cassazione conferma l'appello» (http:/ / archivio. panorama. it/ home/ articolo/ idA020001028553). Panorama, 28-12-2004. URL consultato in data 13-11-2008. [25] Diego Carmenati Editore - Processo Andreotti, la Sentenza (http:/ / www. diritto. net/ content/ view/ 709/ 8/ ). URL consultato il 08-11-2008. [26] http:/ / it. wikiquote. org/ wiki/ Giulio_Andreotti#Citazioni_su_Giulio_Andreotti [27] Massimo Teodori, P2: la controstoria (SUGARCO EDIZIONI - Dicembre 1985), ricorda ad esempio che il "dossier M.Fo.Biali rimase chiuso nelle casseforti del SID senza che nessuno ne venisse a conoscenza. Solo Andreotti nell'aprile del 1975 ricevette una visita del generale Maletti che gli riferì il contenuto esplosivo del fascicolo apprestato. L'allora ministro del Bilancio, che non aveva più alcuna giurisdizione sul SID, nega di aver saputo della parte riguardante il generale Giudice e la Guardia di Finanza, ma è contraddetto dai suoi interlocutori"; alla Commissione d'inchiesta sulla P2 il generale Maletti depose che riferì ad Anfdreotti della indagine "per cortesia , cioè ad uso personale", trattandosi della persona che aveva commissionato gli accertamenti contenuti nel dossier, nella veste di ministro della difesa, anche se al momento del completamento del dossier egli non rivestiva più quella carica. Anche nel caso Enimont l'ex direttore generale delle Partecipazioni statali Sergio Castellari scelse di fare visita a Giulio Andreotti, alle ore 8,30 della mattina del 18 febbraio 1993 in cui scomparve: Andreotti non aveva più incarichi ministeriali, Castellari non era più al soppresso ministero delle Partecipazioni statali, eppure come ultima persona con cui consigliarsi, prima del suicidio, Castellari scelse l'ex capo corrente del suo ministro, Franco Piga. [28] Sono quattro le domande che restano senza risposta (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2002/ 09/ 02/ sono-quattro-le-domande-che-restano-senza. html), articolo de "La Repubblica", del 2 settembre 2002 [29] Di Rita Di Giovacchino, Il libro nero della Prima Repubblica, Fazi Editore, 2005, ISBN 8881126338, 9788881126330, pag 287 [30] http:/ / www. rifondazione-cinecitta. org/ andreotti-sindona. html [31] http:/ / www. rifondazione-cinecitta. org/ andreotti-sindona1. html [32] Le donne di Andreotti, dall'archivio storico del Corriere della Sera, riga 31 (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2008/ maggio/ 08/ donne_Andreotti_co_9_080508031. shtml). URL consultato il 02-04-2009. [33] http:/ / www. youtube. com/ watch?v=eet8SljtsXY [34] Andreotti diventa un eroe dei cartoni animati (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2000/ settembre/ 28/ Andreotti_diventa_eroe_dei_cartoni_co_0_00092810590. shtml), dal Corriere, 28 settembre 2000 [35] Film su Calvi, soldi bloccati (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2001/ luglio/ 20/ Film_Calvi_soldi_bloccati__co_0_010720679. shtml). Corriere della Sera, 20 luglio 2001 [36] articolo di Repubblica del 15 maggio 2008 (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2008/ 05/ 15/ giulio-andreotti-andreotti-un-film. html) [37] articolo del Corriere della Sera dell'8 giugno 2008 (http:/ / www. corriere. it/ cinema/ 08_giugno_08/ andreotti_sorrentino_divo_51982c5c-355b-11dd-901f-00144f02aabc. shtml) [38] http:/ / www. senato. it/ leg/ 14/ BGT/ Schede/ Attsen/ 00000074. htm [39] http:/ / clarence. supereva. com/ contents/ societa/ memoria/ andreotti/ [40] http:/ / www. pa. itd. cnr. it/ web/ progetti/ Andreotti/ Didattica/ indice. html [41] http:/ / www. diritto. net/ content/ view/ 709/ 8/ [42] http:/ / www. magistraturademocratica. it/ md. php/ 20/ 795 [43] http:/ / www. youtube. com/ watch?v=-sor7rK5DJM [44] http:/ / www. youtube. com/ watch?v=U-9Saud39vg [45] http:/ / www. openpolis. it/ politico/ 1456 [46] http:/ / www. antimafiaduemila. com/ content/ view/ 12384/ 78/ [47] http:/ / www. centrostudimalfatti. org/ index. php?option=com_content& view=article& id=23:giulio-andreotti& catid=10:a-c& Itemid=18
  23. 23. Salvo Lima 21 Salvo Lima Parlamento italiano Camera dei deputati On. Salvo Lima Luogo nascita Palermo Data nascita 23 gennaio 1928 Luogo morte Palermo Data morte 12 marzo 1992 Titolo di Laurea in Giurisprudenza studio Professione dirigente d'azienda Partito Democrazia Cristiana Gruppo Democrazia Cristiana Collegio Palermo Salvo Lima, all'anagrafe Salvatore Lima (Palermo, 23 gennaio 1928 – Palermo, 12 marzo 1992), è stato un politico italiano, parlamentare siciliano della DC. Biografia Figlio di Vincenzo Lima, parlamentare ed europarlamentare per vari anni Lima fu leader della corrente politica vicina all'attuale senatore a vita Giulio Andreotti. Precedentemente apparteneva alla corrente fanfaniana di Giovanni Gioia. Nel 1951, a ventitré anni, Salvo Lima fu eletto per la prima volta Consigliere Comunale di Palermo. Nel 1954 il Congresso Nazionale della Democrazia Cristiana si celebrò a Napoli e si concluse con il successo dell'onorevole Amintore Fanfani. Anche in Sicilia si affermò la corrente fanfaniana detta Nuove Cronache e Lima vi aderì. Vicesindaco di Palermo dal 1956 al 1958 e primo cittadino del capoluogo siciliano dal 1959 al 1963 e poi dal 1965 al 1968. La sua fine fu violenta: il 12 marzo del 1992, mentre stava per recarsi a lavoro dalla sua villa di Mondello a bordo di un'auto civile guidata da un docente universitario, Alfredo Li Vecchi, con un suo collaboratore ed assessore provinciale, Nando Liggio, un commando con alla testa due uomini in motocicletta sparò alcuni colpi di arma da fuoco contro la vettura che fu bloccata. Gli altri occupanti del mezzo non furono stranamente presi di mira dagli assassini (che, contrariamente all'abitudine, non distrussero nemmeno la moto impiegata per il delitto) mentre Lima scese dall'auto cercando di mettersi in salvo ma venne raggiunto dai killer e ucciso a colpi di pistola. La mano che commise il delitto fu sicuramente mafiosa.
  24. 24. Salvo Lima 22 L'accusa di associazione mafiosa Come afferma nel 1996 un teste (l'ispettore della Polizia di Stato Salvatore Bonferraro) del processo a carico di Giulio Andreotti, Lima fu in rapporti di affari con Francesco Vassallo, notissimo costruttore palermitano, spesso citato nelle relazioni della Commissione antimafia:[1] Ho svolto accertamenti anagrafici presso il Municipio di Palermo, dal quale accertamento è emerso che Lima Salvatore Achille Ettore di Vincenzo in altri atti generalizzato, ha risieduto anagraficamente dal 04/08/1961 al 09/07/1979 in un appartamento sito al civico 175 della via Marchese di Villabianca. Vi ha risieduto per diciotto anni. La via Marchese di Villabianca comunemente è nota, per la maggior parte dei palermitani, come via Roma Nuova. Per detto appartamento ho acquisito anche presso la Conservatoria dei Registri Immobiliari di Palermo la nota di trascrizione 19866 del 15/07/1961 e dalla quale si evince che l'appartamento è stato acquistato, intestato a Lima Salvatore, dal costruttore Vassallo Francesco nato a Palermo il 18/07/1909 deceduto, noto come costruttore Ciccio Vassallo. Nel 1974 Paolo Sylos Labini si dimise dal comitato tecnico-scientifico del ministero del Bilancio, di cui faceva parte da circa dieci anni, quando Giulio Andreotti, ministro in carica per quel dicastero, nominò come sottosegretario Salvo Lima, che già all'epoca era comparso varie volte nelle relazioni della Commissione parlamentare antimafia ed era stato oggetto di quattro richieste di autorizzazioni a procedere nei suoi confronti.[2] Prima delle dimissioni, Sylos Labini sollevò il problema col presidente del consiglio Aldo Moro, il quale affermò di non poter fare nulla in quanto «Lima è troppo forte e troppo pericoloso». Sylos Labini si rivolse allora direttamente ad Andreotti, affermando: «O lei revoca la nomina di Lima, che scredita l'immagine del ministero, o mi dimetto». Andreotti non lo lasciò nemmeno finire e lo liquidò rinviando il discorso.[3] [4] Curiosità Compare nel film Il Divo, dove è interpretato dall'attore Giorgio Colangeli.[5] Collegamenti esterni • Relazione conclusiva della commissione antimafia - XIV Legislatura [6] (pdf), pp. 502 -506. Parlamento, 20 gennaio 2006. URL consultato il 7-3-2009. • Menghini Paolo, Nese Marco. La discesa cominciò con i pentiti [7]. Corriere della Sera, 13 marzo 1992. URL consultato il 7-3-2009. Predecessore: Sindaco di Successore: Palermo Luciano 1958-1963 Francesco Saverio Maugeri Diliberto Predecessore: Sindaco di Successore: Palermo Paolo 1965-1968 Paolo Bevilacqua Bevilacqua MPE italiano Gruppo Lista di elezione Partito italiano Area Preferenze
  25. 25. Salvo Lima 23 1979 - 1984 PPE-DE DC DC - - 1984 - 1989 PPE-DE DC DC - - 1989 - mar PPE-DE DC DC - - 1992 Note [1] Processo Andreotti (http:/ / clarence. dada. net/ contents/ societa/ memoria/ andreotti/ tribunale/ and1_0522. html). Banca Dati della Memoria. URL consultato il 7-3-2009. [2] (http:/ / legislature. camera. it/ _dati/ leg05/ lavori/ stampati/ pdf/ 004_122001. pdf) (http:/ / legislature. camera. it/ _dati/ leg05/ lavori/ stampati/ pdf/ 004_050001. pdf) (http:/ / legislature. camera. it/ _dati/ leg05/ lavori/ stampati/ pdf/ 004_137001. pdf) (http:/ / legislature. camera. it/ _dati/ leg06/ lavori/ stampati/ pdf/ 004_071001. pdf) (http:/ / legislature. camera. it/ _dati/ leg06/ lavori/ stampati/ pdf/ 004_081001. pdf) (http:/ / legislature. camera. it/ _dati/ leg06/ lavori/ stampati/ pdf/ 004_084001. pdf) (http:/ / legislature. camera. it/ _dati/ leg06/ lavori/ stampati/ pdf/ 004_085001. pdf) (http:/ / legislature. camera. it/ _dati/ leg06/ lavori/ stampati/ pdf/ 004_213001. pdf) (http:/ / legislature. camera. it/ _dati/ leg07/ lavori/ stampati/ pdf/ 004_008001. pdf) [3] Gli Intoccabili Saverio Lodato e Marco Travaglio, ed. BUR [4] Andreotti, la mafia, la storia d'Italia Di Salvatore Lupo, Ilvo Diamanti 1996 Donzelli Editore ISBN 88-7989-255-X pag 53 [5] Divo, Il (2008) (http:/ / www. imdb. com/ title/ tt1023490/ ). Internet Movie Database. URL consultato il 7-3-2009. [6] http:/ / www. parlamento. it/ parlam/ bicam/ 14/ Antimafia/ documenti/ rel. conclusiva2. pdf [7] http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 1992/ marzo/ 13/ discesa_comincio_con_pentiti_co_0_92031317219. shtml Vito Ciancimino Vito Alfio Ciancimino Vito Alfio Ciancimino (Corleone, 2 aprile 1924 – Roma, 19 novembre 2002) è stato un politico e criminale italiano, appartenente alla Democrazia Cristiana, membro di Cosa Nostra e, secondo documenti resi pubblici dal figlio Massimo, affiliato di Gladio[1] .
  26. 26. Vito Ciancimino 24 Origini Figlio di un barbiere di Corleone, si diplomò ragioniere nel 1943 e ricoprì, nella città di Palermo, la carica di assessore comunale ai lavori pubblici dal 1959 al 1964. In questo periodo egli non si oppose al cosiddetto "Sacco di Palermo". Alla guida del Comune di Palermo Eletto sindaco di Palermo per la Democrazia Cristiana nel 1970, era insieme al suo predecessore Salvo Lima, il leader siciliano della corrente politica "Primavera", guidata a livello nazionale da Giulio Andreotti. Durante gli anni della speculazione edilizia palermitana, sotto il sindaco Ciancimino, venne emesso il numero record di licenze edilizie, gestite dalla mafia di Corleone ma che risultavano intestate invece a tre persone nullatenenti (cosiddetti prestanome). Inizio delle voci di cointeressenze con la mafia Nel 1980 il giornale satirico Il male pubblicò un falso de “Il giornale di Sicilia”, che uscì con il titolo “Ciancimino parla. Ecco nomi e cognomi di mandanti e killers degli ultimi delitti”. Il giornale andò misteriosamente esaurito in poche ore e, altrettanto misteriosamente, non fu possibile farne arrivare nuove copie in Sicilia. Dopo il delitto Dalla Chiesa Enrico Berlinguer concluse la direzione del PCI denunciando le collusioni con la mafia di Vito Ciancimino e Salvo Lima; salvo l'Unità, la notizia non fu ripresa dai giornali nazionali. Le inchieste penali Nel 1984 il pentito Tommaso Buscetta lo definisce "organico" alla cosca dei corleonesi: nello stesso anno Ciancimino viene arrestato, e nel 2001 sarà condannato a tredici anni di reclusione per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 1985 la DC lo espulse dal partito, e pochi giorni prima che morisse, il comune di Palermo gli presentò un'ingente richiesta di risarcimento, pari a 150 milioni di euro, per danni arrecati all'amministrazione comunale: di questi l'ex politico ne consegnò solo sette. Vito Ciancimino rappresenta la pagina più nera per l'amministrazione comunale di Palermo. I magistrati che indagarono su di lui lo definiranno «la più esplicita infiltrazione della mafia nell'amministrazione pubblica»[2] . Secondo quanto ricostruito dal giornalista Gianluigi Nuzzi[3] che si è avvalso dell'archivio di monsignor Renato Dardozzi dall'Istituto per le Opere di Religione sarebbero stati manovrati dei soldi diretti a Ciancimino per conto della mafia. A tal proposito il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, affermò: « Le transazioni a favore di mio padre passavano tutte tramite i conti e le cassette dello IOR.[4] [5]  »
  27. 27. Vito Ciancimino 25 Dopo la condanna Negli ultimi anni della sua vita, cercò di accreditare un suo ruolo di esperto di "cose di cosa nostra": tale ruolo - che produsse il sospetto che potesse essere "utilizzato" dalle cosche per avvalorare versioni di comodo[6] - è ritornato sotto scrutinio nel 2009, quando le rivelazioni del figlio Massimo hanno proposto una ricostruzione alternativa della strage di via D'Amelio. Voci correlate • Mafia • Cosa Nostra • Corleonesi • Palermo • Sindaci di Palermo • Trattativa tra Stato Italiano e Cosa Nostra Collegamenti esterni • Tratto da [7] Blu Notte, 25 giugno 2003 Predecessore: Sindaco di Successore: Palermo Francesco 1970-1971 Giacomo Spagnolo Marchello Note [1] Alfio Sciacca. «Ciancimino jr consegna ai pm il papello originale» (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2009/ ottobre/ 30/ Ciancimino_consegna_papello_originale_co_9_091030031. shtml). corriere.it, 30-10-2009. URL consultato in data 02-12-2009. [2] http:/ / legislature. camera. it/ _dati/ leg05/ lavori/ stampati/ pdf/ 004_135001. pdf [3] Vaticano S.p.a. di Gianluigi Nuzzi. Da un archivio segreto emerge una realtà fatta di soldi, trame, documenti cifrati, tangenti, denaro sporco… | SFUEI DAL FRIÛL LIBAR (http:/ / www. ilgiornaledelfriuli. net/ 2009/ 05/ 31/ vaticano-spa-di-gianluigi-nuzzi-da-un-archivio-segreto-emerge-una-realta-fatta-di-soldi-trame-documenti-cifrati-tangenti-denaro-sporco/ ) [4] Vaticano S.p.A., pag. 259 [5] Vaticano S.p.A. - Da un archivio segreto la verità sugli scandali finanziari e politici della Chiesa - chiarelettere (http:/ / www. chiarelettere. it/ dettaglio/ 64896/ vaticano_spa) [6] Così la Commissione antimafia, che rifiutò di riceverlo in audizione nell'autunno del 1992 malgrado lui si fosse di fatto "proposto", con l'intervista a Giampaolo Pansa a L'espresso in cui cercava di allontanare i sospetti della stagione stragista dalla mafia: cfr NON FU LA MAFIA AD ASSASSINARE LIMA E FALCONE , Repubblica — 01 novembre 1992, pagina 20 [7] http:/ / www. youtube. com/ watch?v=z8MhrMG89EA
  28. 28. Bettino Craxi 26 Bettino Craxi Presidente del Consiglio dei ministri Bettino Craxi Luogo di nascita Milano Data di nascita 24 febbraio 1934 Luogo di morte Hammamet Data di morte 19 gennaio 2000 (65 anni) Partito politico Partito Socialista Italiano Coalizione Pentapartito Mandato 4 agosto 1983 - 17 aprile 1987 Titolo di studio diploma di liceo classico Professione dirigente politico, giornalista Predecessore Amintore Fanfani Successore Amintore Fanfani Benedetto Craxi detto Bettino (Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet, 19 gennaio 2000) è stato un politico italiano. Fu il primo socialista a ricoprire, nella storia repubblicana, la carica di Presidente del Consiglio dei ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987, in due governi consecutivi. È uno degli uomini politici più rilevanti della storia della prima Repubblica[1] , ma anche uno dei più controversi: ciò perché da latitante - in seguito alle indagini di Mani Pulite, che condussero, tra l'altro, all'incriminazione e ad una duplice condanna definitiva in sede penale - "morì in solitudine, lontano dall'Italia (...) dopo che egli decise di lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti"[2] .

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