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Teorie appr

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Teorie appr

  1. 1. “Teorie dell’apprendimento e tecniche di modificazione comportamentale”Definizioni e concetti generaliTra i vari studiosi, esiste un sostanziale accordo riguardo alla definizione di apprendimento.Fondamentalmente, l’apprendimento può essere definito: “un cambiamento permanente nelcomportamento, nei processi cognitivi e negli atteggiamenti, come conseguenza di specificheesperienze d’interazione tra l’organismo ed il suo ambiente”. In questa definizione, possiamoindividuare cinque elementi caratterizzanti e distintivi.In primo luogo, l’apprendimento si manifesta e si sostanzia in un cambiamento. Come affermaCronbach (1980), possiamo inferire il verificarsi di un processo d’apprendimento dall’osservazionedi modificazioni verificatesi nella condotta dell’individuo. La seconda caratteristicadell’apprendimento è la stabilità dei cambiamenti a livello comportamentale e cognitivo. Questocriterio ci permette di distinguere l’apprendimento da quelle modificazioni temporanee nel nostrocomportamento, dovute a fenomeni transitori, quali la noia, la stanchezza, l’effetto di qualchesostanza psicotropa, ecc. Stabilità, però, non significa affatto immutabilità: al pari del processo dimemorizzazione di nuove informazioni, anche i nuovi apprendimenti possono essere modificati operduti, nel caso in cui non vengano esercitati con una certa regolarità e frequenza. La terzacaratteristica è già stata implicitamente indicata. L’apprendimento implica delle modificazioni indiversi repertori del soggetto: nel comportamento, nel modo di elaborare cognitivamente leinformazioni ambientali, nelle attitudini e nei pattern emozionali. In quarto luogo, l’apprendimento èsempre il frutto di un’esperienza. Il processo d’apprendimento, quindi, implica la ricezione dispecifici stimoli ambientali, la loro elaborazione e una risposta conseguente (a livello dicomportamenti od attitudini).Differenti approcci di studio hanno attribuito una diversa importanza al ruolo giocato da questiprocessi cognitivi. Da un lato, possiamo annoverare le varie forme di condizionamento(rispondente od operante), in cui si verifica un’associazione tra stimolo e risposta per contiguitàtemporale. In questi casi, non è necessaria la comprensione cosciente tra i fattori in gioco. In altreparole, l’associazione si stabilisce anche senza che il soggetto ne sia consapevole (come avviene,ad esempio, nell’apprendimento di fobie monotematiche o di altri comportamenti disfunzionali).Dall’altro lato, possiamo classificare tutte quelle forme di apprendimento mediate dai processicognitivi, come nel modeling descritto da Bandura. Infine, come ultima caratteristica,l’apprendimento avviene sempre all’interno di un’interazione tra l’organismo ed il suo ambiente.Al di là della delle definizioni, molte questioni rimangono aperte anche riguardo alla funzionedell’apprendimento. Da un lato, si concorda sul fatto che l’apprendimento ha una funzioneadattativa. D’altro lato, però, non si possono ignorare tutti quei processi d’apprendimento chedanno luogo a comportamenti disfunzionali e patologici. In questi casi, si tratta allora di compiereuna valutazione dei prodotti dell’apprendimento. In linea generale, si può affermare che, attraversol’apprendimento, l’individuo impara strategie e comportamenti per soddisfare meglio i propribisogni e per interagire in maniera più adeguata con l’ambiente. Questa precisazione ci permettedi individuare le due fondamentali classi di oggetti dell’apprendimento. Infatti, possiamo imparare: contenuti, ossia nuove idee, informazioni, dati, ecc.; strategie ed abilità, a livello di elaborazione delle informazioni o a livello di comportamenti manifesti (ad esempio, l’apprendimento di nuove strategie di problem- solving).È anche importante distinguere tra l’apprendimento e la maturazione spontanea dell’organismo.Anche quest’ultima, infatti, comporta delle modificazioni stabili a livello comportamentale, affettivoe cognitivo. Inoltre, i recenti studi in campo neuropsicologico ed evolutivo dimostrano l’importanzadelle esperienze nel canalizzare i processi maturazionali. Quale differenza permane allora conl’apprendimento?
  2. 2. Possiamo individuare un fondamentale criterio distintivo. La maturazione comporta dellemodificazioni relativamente simili in tutti gli individui. Viceversa, l’apprendimento, essendo ilrisultato di specifiche esperienze, porta progressivamente ad una differenziazione delle persone.Infine, è fondamentale distinguere i processi d’apprendimento in base al grado d’intenzionalità delsoggetto che apprende. Da un lato, abbiamo tutte quelle forme di apprendimento nonprogrammate ed incidentali, derivanti dalla semplice interazione dell’individuo con l’ambientecircostante: ad esempio, il bambino che si brucia toccando accidentalmente la stufa, impara a nonavvicinarvisi più. L’apprendimento accidentale può riguardare anche repertori più complessi: adesempio, la gran parte delle abilità sociali che utilizziamo quotidianamente non sono il frutto disessioni d’insegnamento strutturate ed intenzionali, ma derivano dalla continua interazione edosservazione di altri, per noi significativi. Dall’altro lato, abbiamo tutte quelle situazionid’apprendimento strutturate ed intenzionali: ad esempio, il ragazzo che si iscrive ad un corsouniversitario. Anche in questo caso, però, il soggetto non si limiterà ad imparare le nozionitrasmesse dal docente. Piuttosto, osservando ed interagendo con gli altri, potrà apprendere unaserie di strategie comportamentali e cognitive.Teorie dell’apprendimentoNel corso di questo secolo sono state formulate teorie sull’apprendimento molto diverse, partendospesso da concezioni dello sviluppo e del funzionamento umano differenti, se non antitetiche. Ilproliferare di teorie, che talvolta si è tradotto in microteorie (come è avvenuto negli anni Settantacon la micromodellistica di stampo cognitivista), ha determinato grosse difficoltà quando si ècercato di classificare questi modelli. Così, ad esempio, Hilgard e Bower (1987) individuano 10categorie fondamentali: 1. 1. connessionismo di Thorndike; 2. 2. condizionamento classico o rispondente di Pavlov; 3. 3. condizionamento per contiguità di Guthrie; 4. 4. condizionamento operante di Skinner; 5. 5. teoria sistematica di Hull; 6. 6. apprendimento basato su mappe e segnali di Tolman; 7. 7. teoria della Gestalt; 8. 8. psicodinamica; 9. 9. teoria matematica dell’apprendimento; 10. 10. modelli H.I.P.Questo elenco evidenzia immediatamente due aspetti. Da un lato, la difficoltà a trovare un criteriodi classificazione che non conduca ad un proliferare di categorie. Dall’altro lato, tuttavia, taleelenco rischia di non essere esaustivo: ad esempio, nell’ultima categoria (modelli basati sulprocessare informazioni) trovano posto teorie molto diverse e difficilmente accostabili luna allaltra.Gli stessi due autori sottolineano la difficoltà a dividere le teorie dell’apprendimento in due classimolto generali: teorie stimolo-risposta (in cui includere Thorndike, Pavlov, Guthrie, Skinner, ecc.) eteorie cognitivistiche (che andrebbero da Tolman ai modelli H.I.P., passando per la teoria dellaGestalt). Tutto ciò comporta una notevole complessità ed eterogeneità di approcci nello studiodell’apprendimento. Comunque, le teorie sostenute dalle maggiori evidenze scientifiche e daimaggiori risvolti operativi in ambito educativo sono quelle che ricadono nell’ambito degli approccidi stampo comportamentale e cognitivista, che ora passeremo ad indagare.Teorie associazionistiche o comportamenti-sticheI più importanti contributi allo studio dell’apprendimento vengono dalla tradizione associazionistica.Si tratta di ricerche condotte prevalentemente su animali, ma i cui risultati sono applicabili anche aiprocessi d’apprendimento negli esseri umani. Soprattutto, questi risultati sono stati tradotti inspecifiche indicazioni operative per le situazioni d’insegnamento. I pionieri: Thorndike e Pavlov
  3. 3. I primi studi sull’apprendimento, basati su una rigorosa metodologia scientifica, sono stati condottisul finire del 1800 e nei primi del Novecento da Thorndike, negli Stati Uniti, e da Pavlov, in Russia.L’associazionismo sperimentale studiato da Thorndike fu da lui stesso definito ‘connessionismo’.L’intero processo d’apprendimento sarebbe cioè riducibile ad una serie di connessioni trasituazioni-stimolo e risposte comportamentali.Thorndike studiò il comportamento di alcuni gatti inseriti in una gabbia, dalla quale era possibileuscire premendo una leva. Gli animali inizialmente emettevano casualmente una serie di rispostecomportamentali. Infine, arrivavano a premere la leva e ad uscire dalla gabbia. Reintrodotti nellagabbia, i gatti progressivamente eliminavano le risposte non funzionali e finivano con l’emetteresolamente la precisa sequenza comportamentale necessaria a fuggire. Il meccanismo sottostantequesto processo fu chiamato ‘ap-prendimento per prove ed errori’.L’intero processo sarebbe governato da due fondamentali regole: legge dell’effetto: ogni azione in grado di generare una conseguenza gratificante per l’individuo (ad esempio, la fuga dalla gabbia) ha maggiori probabilità di essere ripetuta. Viceversa, gli atti comportamentali che non determinano conseguenze positive sono destinati ad essere abbandonati; legge dell’esercizio: la ripetizione di una determinata risposta comportamentale in una data situazione tende a rinforzare la connessione tra quella risposta e la situazione. Viceversa, il disuso della risposta indebolisce l’associazione.Le conclusioni di Thorndike enfatizzano soprattutto il ruolo della gratificazione sullo stabilirsi delleconnessioni S-R, piuttosto che il semplice esercizio o l’uso di punizioni.Altre ricerche fondamentali per gli studi sull’apprendimento sono quelle del fisiologo russo Pavlov,che portarono alla formulazione del paradigma definito ‘condizionamento rispondente’. Nel corso diricerche sui cani, Pavlov notò che progressivamente la risposta di salivazione non compariva soloquando il cibo veniva posto sulla lingua del cane, ma nel momento in cui l’animale sentiva ilrumore dei passi dello sperimentatore che portava il cibo. Il fisiologo russo, allora, associò lapresentazione del cibo ad un suono o ad una luce. La reazione di salivazione finì con l’essereelicitata semplicemente da questi stimoli sonori o luminosi.Il cibo è definito stimolo incondizionato, in quanto biologicamente e naturalmente provoca lareazione di salivazione (risposta incondizionata). La luce od il suono, invece, sono stimolicondizionati, in quanto biologicamente non sono capaci di suscitare la risposta di salivazione, maraggiungono tale capacità quando vengono ripetutamente associati allo stimolo incondizionato (ilcibo). La risposta di salivazione allo stimolo condizionato viene definita risposta condizionata.Questo processo è stato chiamato nel suo complesso condizionamento rispondente, in quanto nonporta all’apprendimento di nuovi comportamenti, ma al condizionamento di una risposta giàesistente a stimoli biologicamente neutri.Il condizionamento rispondente rappresenta una forma basilare d’apprendimento non solo neglianimali, ma anche negli uomini. Molte nostre risposte automatiche a situazioni-stimolo dipendonodalla presenza di condizionamenti di tipo pavloviano (comprese, ad esempio, molte reazionifobiche). Questo modello d’apprendimento presenta alcune caratteristiche peculiari. Innanzitutto,esiste un intervallo ottimale tra la presentazione dello stimolo condizionato e di quelloincondizionato, affinché si stabilisca un’associazione. Questo intervallo oscilla tra mezzo secondoe 2 secondi. Ciò implica che intervalli troppo lunghi (ad esempio, oltre i 15 secondi) non sono ingrado di determinare alcuna associazione.La seconda caratteristica richiama la legge dell’esercizio formulata da Thorndike: la rispostacondizionata cioè tenderà a scomparire se lo stimolo condizionato viene presentato ripetutamentesenza essere seguito dallo stimolo incondizionato. Questo fenomeno è definito estinzione.Tuttavia, basterà riproporre solo alcune volte lo stimolo condizionato seguito da quelloincondizionato, affinché si ristabilisca l’associazione originaria. È possibile ottenere anchecondizionamenti derivati o di secondo ordine, quando associamo ad uno stimolo condizionato unulteriore stimolo condizionato. Il condizionamento operante di Skinner
  4. 4. Gli studi di Skinner portarono alla formulazione di una seconda forma basilare d’apprendimento,definita condizionamento operante. In questo caso, le ricerche si concentrarono sulle rispostecomportamentali che spontaneamente e casualmente un soggetto esibisce in una determinatasituazione. La probabilità futura d’emissione di tali risposte dipenderà dalle conseguenze che esseavranno prodotto. Le risposte, che vengono in qualche modo premiate, tenderanno a comparire infuturo con maggiore probabilità in situazioni-stimolo simili. Viceversa, quelle risposte che vengonopunite o, comunque, non ricevono un premio, tenderanno ad essere abbandonate.Il modello di Skinner è servito da base per lo sviluppo di molte tecniche educative e riabilitative,che si sono mostrate di notevole efficacia. Attraverso un’attenta somministrazione di premi epunizioni, infatti, è possibile far apprendere (modellare) risposte comportamentali anche moltocomplesse (a titolo di esempio, è sufficiente ricordare la controversia col modello di Chomskisull’acquisizione del linguaggio).È necessario chiarire alcuni termini impiegati in questa teoria. Con rinforzo positivo si intendonoquelle conseguenze positive in grado di aumentare la probabilità futura d’emissione dello stessocomportamento (ad esempio, una lode da parte dell’insegnante). Si parla di rinforzo negativo (danon confondere con la punizione) quando il comportamento permette di evitare una conseguenzaspiacevole (ad esempio, un rimprovero). Anche in questo caso, il comportamento in questionerisulterà rafforzato. Viceversa, la punizione è un qualsiasi evento spiacevole in grado di ridurrel’emissione di una certa risposta.Sicuramente, nella teoria skinneriana e nelle sue applicazioni il rinforzo gioca un ruolo più centralerispetto a quello della punizione. Infatti, attraverso la somministrazione dei rinforzi possiamomodellare il comportamento desiderato (dalla lettura alle abilità sportive). La punizione, invece,provoca solamente una riduzione di un dato comportamento, ma non determina affatto lacomparsa di un altro comportamento desiderato. Anzi, spesso l’uso della punizione generarisposte di fuga che allontanano il soggetto dall’impegnarsi in un dato compito (non a caso, moltefobie per la scuola sono ingenerate da un atteggiamento eccessivamente punitivo dell’insegnante,che porta l’alunno a sviluppare reazioni d’ansia e di fuga nei confronti dell’esperienza scolasticanel suo insieme).Per questi motivi, quando è necessario punire un comportamento particolarmente problematico, èsempre consigliabile rinforzare, al contempo, comportamenti adattivi ed alternativi. Spesso, alcunicomportamenti disadattivi sono mantenuti dal fatto che producono conseguenze positive: tornandoall’esempio della fobia scolastica, le insistenti richieste del ragazzo di non andare a scuola (spessosotto forma di lamentele fisiche) finiscono talvolta con l’ottenere il fine desiderato (il genitore cedealle richieste ed accontenta il ragazzo, rinforzando però in tal modo le sue reazioni di fuga). Ilmodello skinneriano, quindi, rappresenta un ottimo schema per comprendere molti fenomenicoinvolti nel processo d’apprendimento e per intervenire al fine d’implementare un sistemad’insegnamento più efficace.Le due forme di condizionamento descritte (rispondente ed operante) presentano due importanticaratteristiche, funzionali ad ogni processo d’apprendimento. Da un lato, si verifica un fenomeno digeneralizzazione: dopo aver appreso una determinata associazione S-R, impariamo a reagire astimoli simili a quello originario. Questo meccanismo garantisce l’economicità del nostroapprendimento: infatti, non siamo costretti ad apprendere specifiche risposte ad ogni situazionedata, ma siamo in grado di trasferire i comportamenti appresi in una circostanza ad altre simili.Dall’altro lato, tuttavia, esiste un processo di discriminazione, grazie al quale siamo in grado dicogliere le differenze tra situazioni-stimolo diverse, mettendo in atto comportamenti differenti. Ciògarantisce la flessibilità del nostro operare. L’apprendimento per imitazioneUna terza fondamentale modalità d’apprendimento (oltre al condizionamento rispondente e quellooperante) è rappresentata dal modeling (modellamento). Questa forma d’apprendimento è statastudiata da Bandura, partendo dalla constatazione che molte abilità e conoscenze vengonoapprese, osservando un’altra persona che manifesta un determinato comportamento. Tutti noi,cioè, apprendiamo imitando un ‘modello’ che mostra una certa padronanza nell’abilità da acquisire.Tale modalità d’apprendimento sarebbe attiva fin dai primi anni d’età, quando il bambino prende amodello soprattutto i genitori o eventuali fratelli maggiori. Il modeling chiama in causa importantiprocessi cognitivi:
  5. 5. processi attentivi, grazie ai quali la persona dirige e mantiene l’attenzione sul modello; processi di ritenzione, in base ai quali si memorizzano le sequenze comportamentali osservate; processi di riproduzione motoria, per mezzo dei quali si ripropongono dette sequenze; rinforzo e processi motivazionali, ossia i premi e le sanzioni che aumentano o diminuiscono la probabilità d’emissione dei comportamenti imitati.Con il contributo di Bandura, i processi cognitivi acquistano un importante ruolo causalenell’apprendimento. Inoltre, il modeling è alla base dell’acquisizione di molte abilità complesse,come ad esempio quelle sportive. Il modello H.I.P.Nel corso degli anni Settanta si affermò un nuovo approccio allo studio dei processi cognitivi,rappresentato dal modello dello Human Information Processing. Fondandosi sulla metafora dellamente umana come computer, si ritenne di poter studiare scientificamente i processid’elaborazione delle informazioni da parte dell’uomo, superando quindi le critiche e lo scetticismopropri del comportamentismo. Lo schema fondamentale adottato dal nuovo approccio di ricerca èquello proprio del funzionamento delle macchine calcolatrici:Il modello H.I.P. (Human Information Processing) Elaborazione input → cognitiva → outputI vari studiosi di scienze cognitive si distinsero nella misura in cui ritenevano di poter descriveredettagliatamente i processi d’elaborazione centrale o, invece, credevano di non poter indagareapprofonditamente questi processi, essendo comunque inaccessibili ad un’osservazione diretta.L’approccio H.I.P. ha ricevuto nel tempo notevoli critiche: la metafora della mente come computerè stata infatti considerata inadeguata a rappresentare la complessità e la capacità costruttiva dellastruttura cognitiva dell’uomo. In particolare, è stata criticata la passività in cui verrebbe relegata lamente umana, destinata solamente ad elaborare gli input forniti dall’ambiente. Parallelamente,mentre alcuni studiosi sottolineano la sostanziale uniformità nel modo di processare le informazionida parte di soggetti diversi (ad esempio, Piaget), altri insistono maggiormente sulla possibilità dipercorsi evolutivi idiosincrasici. Al di là di queste critiche e di questi dibattiti, il modello H.I.P. haavuto il merito di sottolineare il ruolo dei processi cognitivi nell’apprendimento. In questo senso,l’individuo non si limita ad associare situazioni-stimolo a risposte comportamentali: piuttosto,utilizza precisi piani e strategie cognitive, in base ai quali riceve ed elabora le informazioni iningresso, pianifica le risposte e memorizza i dati rilevanti. A tal proposito, rimane fondamentale ilclassico modello cibernetico TOTE, descritto da Miller, Galanter e Pribram (1960). Di fronte ad unnuovo compito d’apprendimento (ad esempio, la risoluzione di un problema) l’individuo segue unpreciso algoritmo: T = Test, ossia verifica della situazione attuale e della discrepanza con la situazione desiderata (nell’esempio, la risoluzione del problema); O = Operate, ossia l’implementazione della strategia scelta per risolvere il problema; T = reTest, ossia verifica del risultato raggiunto; E = Exit, uscita dal processo, in caso di risultato soddisfacente, o avvio di un nuovo processo.
  6. 6. Questo schema permette di descrivere compiti d’apprendimento a differenti livelli di complessità,da semplici memorizzazioni di informazioni ad elaborati compiti di problem-solving.

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