Ldb lavorare in gruppo modulo 4 (1)

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Ldb lavorare in gruppo modulo 4 (1)

  1. 1. Per parlare di rete a partire dall’esperienza del laboratorio di quartiere Questo scritto vuole essere il tentativo di descrivere l’esperienza di lavoro di rete, a partire da una postazione “non convenzionale inedita “ come quello di un Laboratorio di quartiere; si vuole raccontare, a partire da alcune pratiche, un lavoro che è di rete, ma fortemente intrecciato al contesto – e al dispositivo in cui è inserito, un Contratto di quartiere. Si proverà dunque a dare un quadro del quartiere di Edilizia Residenziale Pubblica di San Siro a Milano e a definire il contratto di Quartiere. Si proverà a delineare le diverse esperienze e modalità di lavoro di rete implementate nel progetto – il lavoro con le reti secondarie e quello con le singole persone – all’interno di un quadro che vede il lavoro di rete al servizio della cura del capitale sociale complessivo del quartiere. Si proverà ad analizzare cosa di questa esperienza è correlabile alle funzioni di segreteria, di servizio di una rete, per concludere con un accenno al ruolo della fiducia in questi specifici contesti di lavoro. Il Contratto di quartiere è un dispositivo di “rigenerazione urbana”, che vede le Regioni premiare i progetti di rinnovazione edilizia, urbana, sociale presentati da amministrazioni comunali e soggetti ATER – ex IACP, che appunto prevedano una consistente parte di miglioramento del patrimonio abitativo – spesso in pessime condizioni, un rinnovamento di infrastrutture urbane, una parte di lavoro sociale; una buona occasione insomma per provare a dare una svolta a quartieri difficili. I Laboratori di quartiere sono in carico all’amministrazione comunale e hanno la responsabilità di implementare il “piano di accompagnamento sociale”, in diversi modi: cercando di dare informazioni relative ai lavori di manutenzione straordinaria previsti dal Contratto di Quartiere, di ridurre - mediando e facilitando la comunicazione nei cortili fra le imprese edili e gli abitanti – i disagi legati ai lavori; di gestire uno sportello e di dare vita al lavoro sociale e di rete. Questo avviene in un quartiere di ERP, vicino allo stadio e a una nota zona “bene” di Milano, villette, consolati, calciatori. Il quadrilatero ha oltre seimila alloggi, una popolazione stimata attorno alle diciottomila persone, in gran parte anziane che vivono lì da sempre, in gran parte giovani stranieri, tanto che in prima elementare non v’è un italiano. A completare il quadro vi è una forte concentrazione di persone con disagio psichico, stimate attorno a seicento, e un alto numero di case occupate senza titolo; la presenza di un certo degrado ambientale, di scarso senso civico e di attività illegali producono visioni che fanno nell’immaginario di molti abitanti un tutt’uno fra occupanti, malavitosi, stranieri. Per raccontare l’esperienza e ragionare di reti occorre valutare le condizioni di partenza rispetto a tale lavoro; da un lato le reti esistono già, anche se magari con cluster ristretti di attori, o con poche buone relazioni ed esperienze di collaborazione; dall’altro va considerata la postazione dalla quale si cerca di attivare lavoro di rete, l‘insieme di aspettative, attribuzioni di senso rispetto al soggetto che ufficialmente è indicato per facilitarla. Ovvero si sale su un treno in corsa e non sempre si è accolti con applausi. E’ importante dunque descrivere l’avvio sul campo del contratto di quartiere. Il dispositivo del Contratto di quartiere definisce in 180 giorni il tempo a disposizione dalla firma del contratto, dal suo avvio ufficiale, alla consegna dei progetti definitivi. Il dispositivo prevede dunque la partecipazione dei cittadini alle definizione dei progetti: sulla carta un dispositivo interessante, che mira ad avviare successivamente progetti condivisi con e dalla popolazione, e ragionevolmente più facili da implementare. Nei fatti tuttavia l’avvio del progetto ha visto la firma in febbraio, mentre il Laboratorio è stato avviato novanta giorni dopo dimezzando il tempo per la condivisione dei progetti – e avendo comunque davanti i mesi estivi, in cui è meno probabile che le persone siano rintracciabili e coinvolgibili; in secondo luogo uno dei progetti che andava condiviso con le persone prevedeva la demolizione di tre palazzi – 7 scale complessive per un 1
  2. 2. totale di 135 famiglie conseguentemente costrette ad abbandonare i propri alloggi; in terzo luogo i progetti erano sula carta provvisori, ma nei fatti già definiti e definitivi; solo quello dell’abbattimento dei palazzi ha visto flessibilità nella gestione del processo partecipato, mentre gli altri – in particolare quello del rifacimento totale della centrale piazza Selinunte ci è stato sottoposto in forma vincolata, impendendo di fatto una concertazione, limitando le attese lecite a quelle di informazione dei cittadini. Questo per descrivere la situazione iniziale, in cui gli attori locali da tempo si erano preparati all’avvio del Contratto di Quartiere, non ne condividevano le progettualità espresse – specie la piazza e la demolizione. Dunque, quella che solitamente, nei progetti è una fase “morbida” di presa di contatto e conoscenza con il territorio e le realtà che lo compongono, in questo caso è stata caratterizzata da una discreta ostilità di partenza, da parte di soggetti che si conoscevano poco, e con il vincolo di dispositivo a definire nella maniera più condivisa possibile, entro la fine del mese di settembre tutti i progetti. inclusi quelli di tipo sociale, per i quali era stato stanziato un budget di 55.000 nell’ambito delle azioni a carattere preventivo del Patto locale di sicurezza. Va specificato come, nel caso di San Siro, il Laboratorio di quartiere oltre a essere uno spazio fisico, è uno staff di quattro professionisti di area psicologico sociale, impiegate a tempo parziale, a garantire una apertura di uno sportello per tre mezze giornate e una presenza in quartiere di poco maggiore. La fase iniziale dell’attività del Laboratorio di quartiere è stata caratterizzata dalla necessità di: aprire uno sportello ufficio, comunicare alla popolazione l’avvio del Contratto di quartiere e delle sue progettualità; facilitare la definizione di un progetto condiviso rispetto all’abbattimento; facilitare la condivisione del progetto della piazza; facilitare la progettazione delle attività sociali con le realtà aggregate che operano in quartiere, dando vita ad un addensato di rete, un “tavolo”, la plenaria. In parallelo è stato avviato un lavoro per conoscere e far conoscere il progetto e le realtà locali, con l’intento di dare visibilità ai soggetti già attivi presenti nel quartiere: è interessante il fatto che la percezione di questi ultimi era quella di attori soli o in piccolissimi raggruppamenti, con una forte sensazione di essere gli unici attivi, spesso con forti pregiudizi nei confronti delle altre realtà presenti. Primo vero banco di prova per la rete è stata la progettazione delle azioni per il Patto Locale di Sicurezza, dispositivo che metteva a disposizione €. 55000, da spendere per azioni di carattere preventivo, da progettare collettivamente entro fine settembre. Attori che non si conoscevano o si rinfacciano “colpe” classiche nelle dualità essere non essere del quartiere e dunque non potere capire, essere non essere pagati, e essere professionisti o volontari, erano messi nelle condizioni di progettare insieme, concordare azioni pena la perdita dei finanziamenti. Rispetto alle reti è interessante notare come in un città di popolazione numerosa come Milano i grandi numeri permettono a qualunque raggruppamento di “bastarsi” in quanto numero sufficiente, e dunque di poter fare a meno di confrontarsi. Le prime assemblee sono state preparate nel mese di luglio con alcuni incontri collettivi e numerosi contatti con le singole realtà, ma sono state convocate nel mese di settembre: il primo incontro, collettivo, ha permesso l’individuazione delle aree tematiche ritenuti prioritarie dall’insieme degli attori presenti: gli adolescenti, la scuola e il suo rapporto con il quartiere e i cortili –oggetti di intervento dei lavori di manutenzione, nonché luogo di vita delle persone. I successivi incontri sono stati convocati in forma di “gruppo di lavoro”, facilitati dal Laboratorio di quartiere e vi hanno partecipato tutti i soggetti interessati. I gruppi di lavoro avevano compiti specifici e hanno ideato un insieme di azioni, 7 per la precisione, che vedevano nella loro implementazione il coinvolgimento di una decina di realtà, inclusi alcuni cittadini coinvolti dal Sindacato degli inquilini. Le 7 azioni sono poi state ridiscusse in plenaria, hanno ottenuto l'assenso 2
  3. 3. di tutto gli attori presenti, inclusa l'amministrazione comunale e l’ALER, e sono state garantite nella fattibilità tecnico economica. Il percorso in questa fase è anche servito a placare alcune ansie dovute al fatto che fra i soggetti attivi ve ne erano alcuni, come i sindacati o alcune associazioni, considerati più come avversari che come alleati. La presenza di un fondo da spendere, la scadenza, il contenitore - facilitatore incarnato dal Laboratorio di quartiere, l’individuazione di temi sentiti come comuni e importanti, il desiderio delle realtà locali di attivarsi per il miglioramento della vita del quartiere hanno portato alla definizione di azioni condivise. L'implementazione di progetti definiti in maniera condivisa, il confronto anche animato sulle metodologie, la corresponsabilità del successo delle azioni, la maggiore conoscenza dei soggetti con cui si lavorava e pertanto una riduzione degli elementi di pregiudizio, hanno costituito la base, le fondamenta delle successive interazioni, forti ormai di una relazione fiduciaria progressivamente sviluppata. Questo successo collettivo ha posto le basi per il lavoro di rete che da quel momento si è andato sviluppando. A latere del lavoro di promozione della rete di quartiere è stato avviato il percorso di partecipazione attorno alla questione “abbattimenti”. In questo caso il lavoro ha visti coinvolti i tecnici di ALER, i le sindacaliste del SICET e architetti del Politecnico che affiancavano gli abitanti. Sono stati quindi avviati numerosi incontri con gli abitanti del cortile (tenutisi nel cortile stesso) che si sono rivelati anche molto accesi. Tali incontri, effettuati nei mesi di giugno, luglio e settembre, hanno permesso di arrivare infine ad una soluzione di mediazione che non prevedeva più l’abbattimento delle palazzine ma la ristrutturazione di quattro delle sette scale e una manutenzione straordinaria delle restanti tre. Anche questa esperienza è stata caratterizzata da un alto grado di conflittualità iniziale e da una capacità di recedere da posizioni difficilmente sostenibili, stando dentro i vincoli imposti dalla situazione: il rischio di perdere in toto il finanziamento ha costretto a rispettare alcuni vincoli forti dell'intervento - costringendo quindi alcuni degli abitanti a lasciare i propri alloggi - ma ha anche visto tutti gli attori coinvolti capaci di modificare le proprie posizioni avvicinandole a quelle degli interlocutori e riconoscendone l’utilità e il senso. La modifica del progetto iniziale è stata vista come una vittoria/conquista sia da parte delle persone che del sindacato, segnalando anche una certa affidabilità di ALER. Un terzo lavoro è stato svolto in parallelo ma con più discrezione: la mappatura di tutte le realtà locali; questo lavoro ha permesso di produrre un piccolo libretto con il quale sono state presentate le 56 realtà - dalla polizia alle scuole, dalle parrocchie alle associazioni di categoria includendo ALER e il comitato per il diritto alla casa - che sono risultate attive nel quartiere. Un contatto personale, un ascolto valorizzante, hanno prodotto, insieme alla relazione, una fotografia che permetteva a tutti di conoscere e riconoscere una ricchezza di attività e realtà organizzate, sino ad allora rimaste in ombra o addirittura ignorate; hanno permesso dunque di uscire da una sensazione di solitudine e di deserto per vedere, riconoscere altri impegnati, attivi e potenziali alleati. Nell’arco di poco tempo dunque si sono addensate le diverse tappe del lavoro di rete. Conoscersi riconoscersi; coordinare armonizzare le strategie contigue, collaborare su alcuni pezzi di lavoro, partendo fin da subito a progettare insieme. La realizzazione di questi processi è avvenuta attraverso la facilitazione degli incontri di progettazione prima e di accompagnamento ai progetti poi, insieme ad un lavoro di cura delle relazioni con tutti i soggetti coinvolti. Il successo e i risultati ottenuti sono stati possibili naturalmente anche grazie alla presenza di attori locali fortemente motivati e coinvolti, alla presenza di diverse persone di grande generosità, affidabilità, competenza, tutti sempre presenti trasversalmente e in tutte le realtà attive in quartiere (ALER , sindacato inquilini, Parrocchia , 3
  4. 4. scuole, comitato di quartiere , associazioni di terzo settore). Tutti hanno contribuito a porre le basi fiduciarie per il lavoro in rete dei soggetti. In presenza di queste condizioni, il Laboratorio ha quindi progressivamente proposto l'avvio di diversi tavoli di lavoro, gruppi tematici che andassero a rafforzare la collaborazione sugli oggetti di lavoro esistenti ed eventualmente a proporre attività e azioni nuove e congiunte. Non entreremo nel dettaglio di quanto avvenuto per timore di annoiare, considerata la difficoltà del raccontare processi e certi che di esperienze positive di lavoro di rete sia oramai riccamente costellata l’Italia. Riportiamo invece l’impianto complessivo e citiamo alcune delle cose avvenute. L’impianto vede l’assemblea plenaria come momento collettivo, cui sono invitati e presenti referenti del comune e di ALER, oltre agli attori del territorio. E’ un momento più politico, di confronto e, ove possibile, di decisione attorno a questioni riguardanti il quartiere. Vi sono poi i tavoli di lavoro: il primo, costituitosi sul tema degli anziani, ha coinvolto le figure operative e di servizio operanti in quartiere, insieme ai Centri di ascolto delle parrocchie. Ha prodotto una concreta conoscenza reciproca e il coordinamento rispetto alla gestione di singoli casi oltre al coinvolgimento dei medici di base, ad un lavoro di analisi sui molteplici bisogni della numerosa popolazione anziana, nel tentativo di individuare eventuali aree non presidiate ipotizzando anche risposte in tal senso. Il secondo tavolo è nato sul tema del disagio psichico; cha coinvolto i servizi territoriali, ancora le parrocchie, un movimento di familiari, che ha prodotto l’avvio di un gruppo di mutuo aiuto per familiari, l’apertura di un servizio psicologico professionale e non pagato presso la parrocchia, due grosse iniziative di sensibilizzazione sul tema, oltre ad una serie di progetti – in particolare sull’abitare assistito per persone con disagio – che non è stato poi finanziato ma era pronto a partire con un grosso contributo del volontariato in stretto vincolo con il servizio di psichiatria. Altro gruppo di lavoro è quello nato a partire dall’insieme che si è occupato del “progetto demolizione”: in questo caso ALER e i sindacati inquilini confliggono e collaborano nel tentativo di presidiare i propri obiettivi e quelli comuni. Ultimo addensamento di rete da segnalare è quella del raggruppamento dei vari attori che si occupano di minori – dunque stranieri - e dell’offerta formativa; le realtà coinvolte, cooperative, associazioni di volontariato, scuole hanno definito insieme il complesso dell’offerta formativa, armonizzandola al meglio, condividendo risorse, sostenendo fra l’altro l’avvio di una situazione di doposcuola – sostegno scolastico, organizzato da una donna di origine dominicana, contribuendo a trovare i volontari, i materiali e quant’altro. I gruppi di lavoro sin qui presentati sono esemplificazioni di ciò che possiamo ragionevolmente chiamare lavoro di rete secondaria, di partnership, con attori aggregati, collettivi; va sottolineato come in assenza di qualunque altro tipo di finanziamento i diversi soggetti si sono concentrati sull’ottimizzazione dell’esistente, e cercando insieme fonti di finanziamento, progettando insieme, concorrendo a bandi. Quello che si può affermare è che le positive esperienze maturate fanno si che le collaborazioni ora sorgano spontanee e che la rete presenta una trama coesa, difficile da sciogliere. Indietro è difficile tornare. Per quanto concerne invece il lavoro con le singole persone sia che i contatti siano originati da bisogni, sia che da desiderio, in tutti i casi si cerca di accogliere e analizzare la domanda per poi capire quali soggetti della rete possano essere portatori di risposta, - tanto della rete dei servizi quanto i reticoli personali. Frequente è la funzione di indirizzamento; in alcuni casi si attiva una piccola rete sul caso specifico – ovvero si connettono gli attori già attivi sula situazione, in altri casi invece vi è una funzione di organizzazione, di messa in contatto, a partire da uno degli assunti di 4
  5. 5. base del lavoro sociale che è quello della moltiplicazione delle relazioni. In questo modo si è originato l’altro gruppo di lavoro che si occupa della piazza del quartiere, della sua vivibilità complessiva. Lo spunto preciso è nato dall’attivazione di una giovane che, la settimana dopo l’inaugurazione, ha improvvisato degli allenamenti di basket con i ragazzi piccoli. A partire da questa iniziativa spontanea si sono cercate altre disponibilità, fondamentalmente attraverso le reti personali di coloro che sino a quel momento erano già coinvolti. Sono stati messi in contatto i diversi reticoli che erano in fermento attorno a questioni riguardanti la piazza, ne è nato un nuovo gruppo di lavoro la cui particolarità consiste nella presenza di un gruppo di cittadinie, - alcuni degli agguerriti anziani del Comitato di quartiere, alcunie giovani, un’insegnante, un operatrice che porta con se le risorse della cooperativa per cui lavora; un nuovo addensato di reti primarie e secondarie. Questo gruppo si sta spendendo per una serie di azioni che vanno dall'avvio vero e proprio di una squadra di basket all'organizzazione di tornei di calcio per coinvolgere la moltitudine di giovani di origine straniera, - che ha originato una autentica fioritura di relazioni -, all'apertura di uno spazio biblioteca gestito da una decina di abitanti del quartiere, al lancio e sostegno di un mercatino dell'usato, con relativo gruppo di abitanti, all’organizzazione di iniziative per la riapertura del mercato comunale, sino ad una iniziativa molto apprezzata - denominata Lingue in Piazza sul modello torinese sperimentato a Porta Palazzo- in cui abitanti di origine straniera del quartiere insegnano in piazza i rudimenti della propria lingua madre. Iniziative ed eventi che hanno fatto leva quasi esclusivamente sulle risorse trovate nella rete, a tutti i livelli: tutte le persone che si sono coinvolte - insegnati di lingua, allenatori, .. fino all’elettricista - sono state intercettate, agganciate attraverso le conoscenze delle persone già attive; tutte le risorse materiali – dai libri agli scaffali, dai gazebo all’allestimento degli aperitivi in piazza – sono state pescate nella rete. Il tenere insieme questi diversi fermenti, il connetterli, produce l’incrocio tra soggetti che in parte già si conoscevano ma soprattutto tra soggetti che precedentemente si ignoravano; permette di fare interagire, attorno a questioni sentite come comunemente importanti, di cogliere gli aspetti di similarità e di comune interesse. Permette di aprire passaggi fra reti tendenzialmente chiuse, di ridurre i gradi di separazione fra persone. Fondamentale in questo lo spazio fisico del Laboratorio, da pochissimi mesi spostato in un negozio proprio sulla piazza e da allora vero luogo di incontro dove si incrociano e interagiscono l’anziano e le donne arabe, persone con disagio psichico e giovani. Lo spazio fisico – e una attenzione al buon fine di ogni singolo incontro fra persone – sono l’addensante ideale per nutrire la reti, in intensità dei legami, ricchezza delle risorse che girano, legami ponte fra mondi separati. E dove l’intravedere interessi condivisi – che siano anche mali comuni come la chiusura del mercato comunale –, constatare la disponibilità di altri ad attivarsi, a metterci del proprio, innesca autentici giochi a somma positiva che vanno ad accrescere il capitale sociale complessivo del contesto, la disponibilità più diffusa a collaborare con altri. E’ evidente come questo processo sia tutto giocato sulle reti personali, sulle relazioni, sulla qualità di queste e dunque dei momenti di incontro. Diventa fondamentale riuscire a produrre una massa critica di relazioni positive, una reale e permanente consistenza di buone relazioni, in modo che anche da qui non si torni indietro; il lavoro con gli attori della plenaria dura da quattro anni, oramai, mentre questo lavorio più con le persone singole è molto più recente e solo da qualche mese sta producendo gli effetti di cui sopra. E’ chiaro che quanto raccontato rispetto alle reti tra e delle persone può risultare un dato scontato nelle dinamiche classiche di paese e piccoli centri abitati, dove forte è quello che possiamo sinteticamente chiamare “senso di comunità” 5
  6. 6. Contrariamente alle realtà più piccole, nelle grandi città il senso di comunità sta progressivamente evaporando per diversi motivi: le relazioni avvengono soprattutto fra simili, fra somiglianti, al di là della prossimità fisica – per dire, i peruviani tenderanno a incontrarsi fra loro anche se abitano nel raggio di diversi chilometri – e dunque le diverse reti non si incontrano, sono cluster, grappoli, raggruppamenti che viaggiano in parallelo, che si ignorano incrociandosi. In questo senso il lavoro di rete nelle modalità descritte mira a riprodurre e rinforzare il capitale sociale presente, disponibile in quartiere. Alcune caratteristica della segreteria Si vuole portare ora l’attenzione su alcune caratteristiche dell’implementazione del lavoro di rete, implicazioni, attenzioni e atteggiamenti, obiettivi e risorse offerte. Facilitare la rete e dare vita ad addensati da una postazione quasi istituzionale come quella del Laboratorio di quartiere, implica aumentare la trasparenza, far accedere in luogo pubblico, processi e prese di decisione di pubblico interesse. Con una importante implicazione valoriale, una sorta di etica dei processi di governance. Implica inoltre offrire una serie di funzioni e garantire una serie di attenzioni metodologiche, indicatori di direzione. Per provare a essere risorsa credibile e facilitante occorre dare vita ad un lavoro di segreteria, metaforicamente un server della rete, nella duplice accezione, quella correlata alla rete web e quella di ruolo di servizio Da un lato vanno considerati il ruolo del pubblico, la committenza, la visione che questa ha dei cittadini e delle risorse del territorio, l’idea che ha della città e della sua prospettive, nonché l’idea che ha dei processi di governo del territorio. Vanno poi considerati gli aspetti strutturali, il dispositivo, le regole del gioco e le risorse messe a disposizione per il funzionamento delle reti e dei relativi addensati. Questo implica considerare i criteri di accesso – chi ha titolo di sedersi ai Tavoli; le risorse e il grado di autonomia – con cosa si fanno i progetti, quanto liberi siamo di deciderne le caratteristiche -; questi elementi riportano fortemente al dispositivo e alle potenzialità di alcuni “meccanismi” - si pensi a quello della possibilità di spesa vincolata a processi di partecipazione in cui decisioni devono essere prese all’unanimità, come è accaduto in occasione della progettazione sui Patti Locali di Sicurezza Dall’altro ci interessa concentrare l’attenzione sulle funzioni di segreteria, di server come accennato prima. Analizzando le funzioni di servizio, occorre intanto fare una prima distinzione fra gli elementi concreti, tangibili offerte ai membri della rete, e gli elementi meno tangibili, più immateriali, in questo senso correlate al modo, alle attenzioni metodologiche: il come e il cosa, consapevoli della frequente ricorsività fra mezzi e fini. Di seguito si prova a passare in rassegna alcuni di questi aspetti. • cura delle relazioni: non saltare le relazioni, riconoscerne l’origine, valorizzare tutti soggetti, rendere l’idea che ognuno è importante. • Attenzione al clima, a garantire un contesto che permetta a tutti di “poterci stare” • affidabilità essere degni di fiducia • moltiplicazione delle relazioni: avere chiaro e aggiornato la rubrica delle relazioni esistenti; connettere • “Neutralità” attingibilità della risorsa da parte di tutti, che permette di configurare la segreteria come un bene comune, a disposizione di tutti, e che in quanto tale restituisce un’idea di soggettività plurale di cittadinanza • Riconoscimento, valorizzazione, sostegno delle competenze presenti • Out reach, andare da, fare il gesto, vedere e far vedere i posti… 6
  7. 7. • Accoglienza e analisi – filtro della domanda; relativo invio verso i soggetti e le realtà in grado di fornire risposte adeguate • Traduttore mediatore facilitatore della comunicazione fra soggetti molto diversi per cultura, interessi, posizioni ideologiche, linguaggi. Molto spesso le distanze reali fra le persone e fra le posizioni sono molto minori di quanto lo siano rappresentazioni e prefigurazioni, mentre spesso gli schemi, i linguaggi sono cristallizzati e distanti, impedendo comprensione e riconoscimento • Antenna, collettore e diffusore delle informazioni – che pone la questione di quale ampiezza gamma di informazione far circolare, dunque i criteri per definire l’interesse dei diversi soggetti; Server, che con i propri contatti ribadisce il “Ci sono “ “ci sei” • Ufficio, studio grafico – produzione e distribuzione di materiale comunicativi; fotocopie, stampa, telefono. Fra queste specificità rientra anche la produzione e gestione di un sito web, nel nostro caso www.laboratoriodiquartiere.it • Il Found raising: facilitare l’individuazione e il concorso a risorse offerti da bandi e altre opportunità; ricerca opportunità, in alcuni casi autentici trovarobe. • “Bacheca”: facilitare l’incontro fra domanda e offerta, come nel caso della compagnia teatrale che si offre per iniziative e la Parrocchia che la ospita, oppure nel caso di persone disposte a insegnare e altre desiderose di apprendere, con relativa organizzazione di corsi • Canale di comunicazione, mediazione ad ampio spettro con la macchina comunale, dall’individuazione di strategie idonee per interventi sociali, al reperimento di permessi per le iniziative proposte • Programmazione curare la convocazione redigere verbali di momenti collettivi; significa permettere di organizzarsi in relazione agli incontri, di avere maggiore garanzie di presenza – fondamentale ad esempio la telefonata alle persone a ridosso degli incontri, nonché agli assenti dopo – a garantire continuità, tenuta del gruppo, visibilità e trasparenza di quanto avviene negli incontri • Condurre le riunioni gestire momenti collettivi, facilitare l‘emersione e il riconoscimento delle diverse posizioni, facilitare i processi di presa di decisione e l’individuazione di soluzioni condivise, una gestione accettabile del conflitto “tenendo dentro” le parti coinvolte e garantendo la praticabilità del campo. • Problem solving e supporto alla progettazione capacità progettuale: in momenti specifici è opportuno offrire competenze specifiche che permettano di analizzare le questioni critiche e individuare ipotesi e percorsi di soluzioni; l’attenzione alla condivisione fra soggetti va posta anche nella fase che dall’idea deve portare alla definizione di un progetto, di un vero programma di lavoro – che può anche comprendere a parte economica. Queste funzioni ci vengono riconosciute anche dai soggetti locali, nel lavoro di valutazione che il Laboratori ha messo in atto, in occasione dell’aggiornamento della mappa delle risorse locali; intervistati singolarmente li si è invitati a ragionare sulle funzioni che riconoscono al Laboratorio, nella prospettiva del termine del lavoro e dunque chiedendo quali funzioni importanti ritengano vadano implementate al di là della conclusione del Contratto di Quartiere Vale la pena invece ribadire che le funzioni di facilitazione dovrebbero essere garantite e “giocate alla bisogna”. La funzione di facilitazione deve essere flessibile come se la funzione della facilitazione nel suo complesso fosse quella di garantire una serie di attenzioni e di contributi complessivi, valorizzando però quanto emerge dal gruppo spontaneamente – dalla rete - , e a quel punto astenendosi anche dall’intervenire per affermare le capacità del gruppo, inclusa quella di autoregolamentarsi. Focalizzando in sintesi l’attenzione sul gruppo e non sulla funzione di facilitazione, che è, appunto, di servizio (e non di narcisismo). 7
  8. 8. Vale la pena ribadire come nell’esperienza di San Siro questo è avvenuto grazie alle persone capaci e generose che hanno “partecipato ai giochi” e che, se molte delle indicazioni emerse possono essere riproposte e per certi versi standardizzate, molto altro invece dipende dalle persone che si incontrano, dal loro modo di stare sulla scena pubblica, dal loro (indice di) affidabilità e dalla fiducia che progressivamente si sviluppa e che si dirama per contaminazione Il tema della fiducia. Samuel Moessner, ricercatore dell’Università di Kiel, che ha studiato i Contratti di Quartiere milanesi, confrontandoli con due esperienze in corso a Francoforte, invita a riflettere su quanto anche progetti complessi e dispositivi articolati come quello del contratto di quartiere debbano il loro possibile successo all’attivazione di reticoli fiduciari che si creano fra alcuni attori rilevanti. Sollecitazione forte che offre, se vera, indicazioni concrete per facilitare il successo di certe progettualità ma pone al contempo la questione della correttezza del processo, della replicabilità, dell’istituzionalizzazione. Il tema della fiducia è generale; per le nostre riflessioni occorre scomporlo maggiormente. Intanto il suo essere medium, indicatore della possibile qualità della relazione. Va precisata la natura di stato sottoprodotto della fiducia, il non essere producibile attraverso una strategia lineare bensì – come per la conquista in amore - il risultato di una equazione nella quale gli attori coinvolti possono “giocare positivo” – come nel caso del dilemma del prigioniero; farsi trovare/scoprire degni di fiducia, così che gli interlocutori possano progressivamente fidarsi. Rispetto al lavoro in quartiere e con le reti che si è cercato di descrivere, si può dire che aumentare il capitale fiduciario fra i diversi attori sia un obiettivo trasversale del progetto, - la cura del capitale sociale - mentre essere soggetto degno di fiducia, affidabile e attendibile è una modalità, un modo di essere che fa sì che gli altri si possano fidare– a prescindere dall’eventuale credito iniziale. Essendo il potere effettivo del Laboratorio molto limitato, il proprio “darsi come degno di fiducia” può essere declinato in diverse sfaccettature – più o meno direttamente correlabili con il tema fiducia. Si possono annoverare: l’essere attendibile – in relazione a cosa è lecito aspettarsi dal tuo comportamento “prevedibilità del comportamento”; l’essere affidabile – ovvero si deve “poter contare su”; l’essere disponibili “ farsi trovare”, accessibili; l’“accogliere” – “riconoscere bisogni” prima ancora che rispondere – empatia; il dire la verità non mentire; il catalizzare speranza, rilanciare, ridare possibilità e prospettiva; crederci, cercare soluzioni, non colpevoli; metterci la faccia; dare credito iniziale, essere il soggetto che gioca positivo, ovvero fare la prima mossa e reggere anche a fronte di risposte “a somma negativa”, dunque: farsi trovare pronto, non aspettandosi reciprocità ne solidarietà. Nell’esperienza del contratto di quartiere, per quanto riguarda gli attori e gli addensati di rete, è possibile dire che è stato superato il “punto critico” relativamente alla fiducia solo dopo aver potuto sperimentare, attraverso l’esperienza concreta, la relazione, la collaborazione, l’affidabilità del contesto e degli interlocutori. Oggi la situazione vede persone che hanno sperimentato contesti ed esperienze fiduciari e dunque l’attivazione della fiducia, a fronte di occasioni degne, è immediata, fluida. E’ chiaro che la disponibilità ad essere degni di fiducia e a darne è diversa da persona a persona e dunque non scatta a parità di condizioni: i percorsi che possiamo costruire in direzione della produzione di fiducia devono essere in grado di misurare sensibilmente il grado progressivo di costi/benefici dello stare dentro/fuori dai reticoli fiduciari. 8
  9. 9. Occorrono dunque situazioni, occasioni, modalità, contesti, medium catalizzatori che permettano l’avvio di certi processi legati alla fiducia che permettano di iniziare a fare giochi di segno diverso, consapevoli altresì che iniziando a prevalere i benefici legati a stare dentro reticoli fiduciari questo permette progressivamente a ciascuno di attivare il proprio “capitale fiduciario” che è lì, come potenziale, poco disponibile a farsi erodere ulteriormente, ma è altrettanto desideroso di alimentarsi all’interno di scambi e circuiti connotati da natura fiduciaria; a condizione di non sentirsi eccessivamente minacciati da reticoli esterni da dover costringere a un atteggiamento con contro. Dunque un lavoro con una precisa intenzionalità, che vede l’opportunità e la necessità di moltiplicare e “irradiare” i contesti degni di fiducia, come elemento da diffondere in rete, affinchè diventi “moda”, buona prassi. Nelle interazioni, nei giochi avvenuti, anche a partire da grossa conflittualità, è possibile individuare alcuni elementi che possono avere facilitato l’evoluzione del rapporto sino a dimensioni di sufficiente fiducia reciproca; sicuramente sono rilevanti le caratteristiche di personalità e gli stili di comunicazione sia personali che delle organizzazioni di riferimento – e valga per il Laboratorio il tentativo di presidiare le attenzioni già elencate. Fra gli elementi che hanno facilitato un avvicinamento fra le parti vi è: il riconoscimento della “buona fede” (la “buona fede” è un dato necessario in entrata, la fiducia è un dato di uscita, un risultato), dell’assenza di obiettivi altri, non menzionati; il riconoscimento legittimazione degli obiettivi degli altri e dei loro bisogni e dunque il riconoscimento della possibile sovrapposizione dei rispettivi obiettivi; implica anche il comprendere i bisogni psicologici – propri e degli interlocutori – quali il volere essere riconosciuto, rispettato, non umiliato, in un quadro in cui ognuno dei soggetti cerca il miglior risultato possibile nell’equazione personale fra l’analisi costi benefici rispetto ai propri “bisogni psicologici” versus la necessità di collaborare – data dal dispositivo, eo dall’intelligenza tattica. Questo implica anche il saper mettere in discussione le proprie posizioni, essere in grado di fare un passo indietro. Inoltre, la presenza di persone con reputazione, degne di fiducia all’interno di diverse organizzazioni, - e i conseguenti cluster e reticoli - ha permesso di facilitare passaggi anche oltre la burocrazia e le rigidità dei protocolli; persone che si caratterizzano con un atteggiamento propenso alla risoluzione dei problemi, disposte in qualche modo a metterci del proprio, ad assumersi rischio e responsabilità, qualità che, nell’implementazione di progetti come questi diventano fondamentali. Dunque da un lato la possibilità di superare ostacoli grazie alla fiducia fra attori, dall’altro la necessità di far sì che i processi importanti, le decisioni avvengano nella massima trasparenza e nei contesti deputati, - quelli pubblici quando così deve avvenire, evitando che questi divengano il luogo della comunicazione di decisioni avvenute altrove. Dall’altro il rischio della tentazione di facili scorciatoie, per evitare il conflitto (spostandolo altrove), nonché la più ampia questione della non prevedibilità ovvero del fatto che al di là dell’organizzazione e della sua cultura, molto dipende dal nome e cognome che va ad incarnare i singoli ruoli e a coprire determinate funzioni; scontata diventa dunque la questione relativa al cambio delle persone all’interno delle organizzazioni; nel caso di San Siro – come probabilmente in gran parte dei progetti – è frequente l’uscita di scena di alcuni soggetti – per promozioni, riassetti organizzativi, elezioni, abbandoni – e dunque la necessità di ricominciare, senza che automaticamente il capitale fiduciario sviluppato sia spendibile. Da sottolineare infine come un pregio di un progetto come questo forse sta nella lunga durata – oltre cinque anni – che va radicalmente contro la tendenza attuale a non potere o volere investire su progettualità di medio o lungo termine, dando vita a quello che in sociologia viene chiamato 9
  10. 10. “basso tasso di sconto del futuro”, cioè prospettiva corta, il muoversi come se il futuro fosse corto. In questi casi è molto più probabile che gli attori si muovano con la prospettiva dei guadagni immediati e a breve termine; come se non ci fosse futuro e dunque non si dovesse tornare a interagire su quel terreno e con quegli attori. La dimensione temporale è una questione fondamentale per cambiare prospettiva: i giochi a somma zero reggono sul breve termine, mentre in una prospettiva a medio - lungo termine, questo approccio erode capitale sociale e spinge al disinvestimento e alla depressione, se non alla voglia di vendetta, di rivincita. In un quartiere in cui le nuove generazioni sono prevalentemente di origine straniera, la percezione del contesto – e di quanto spazio di accoglienza questo è in grado di garantire – diventa fondamentale per orientare le modalità del loro stare in relazione con e tra. 10

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