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Funzione del gioco

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Funzione del gioco

  1. 1. LA FUNZIONE EDUCATIVA DEL GIOCO Il tema del gioco è uno dei grandi temi dell’educazione dell’infanzia e dell’educazione famigliare, e come tutti i temi che noi trattiamo è una scusa per parlare di noi e del nostro modo di essere educatori e genitori. Una grande scrittrice svedese, Helen Key, all’inizio del secolo scorso in uno dei suoi testi più importanti aveva previsto che il secolo, appena terminato, sarebbe stato il secolo del bambino. C’era stato questo proclama, e in effetti il bambino per molti versi è stato protagonista di ricerche e di studi, di una sensibilizzazione e coscientizzazione sulle problematiche dell’infanzia, quindi è stato protagonista. Ma nello stesso tempo, dagli anni ’80 in poi, una serie di pubblicazioni a livello internazionali avevano titoli che dichiaravano il contrario. Facciamo qualche esempio: Nill Postman, grande studiosa americana, intitola “La scomparsa dell’infanzia” Mary Win, notissima ricercatrice inglese, “Bambini senza infanzia” Wans Pachard, era stato uno studioso della comunicazione nel ’68, “Bambini in pericolo”. Anche in Italia Alfredo Carlo Moro, giurista interessato ai problemi dell’infanzia e fratello di Aldo Moro, scrive “Erode tra noi - i diritti negati dei minori”. Possiamo dire allora, che probabilmente non lo è stato proprio del tutto il secolo dell’infanzia, o almeno non come avrebbe dovuto, e come avrebbero voluto i bambini. Ciò che quasi tutti questi studiosi denunciano in modo concorde come l’evento più grave capitato all’infanzia è la scomparsa del gioco. Ed è anche la famiglia responsabile di questo fatto, per l’imperizia pedagogica che ci sfida e ci interpella. Anche una buona scuola dell’infanzia – e non solo – dà ovviamente valore al gioco. Personalmente mi preoccupa una scuola con una progettazione didattica al minuto, con spinta alla produttività… talora si liceizza la scuola dell’infanzia, mentre qui il gioco ha una funzione preziosa sia a livello ludico che socializzante. Vediamo se riusciamo a riconoscere l’importanza del gioco: perché è significativo ed educativo. Il gioco è veramente un aspetto caratteristico, inalienabile, dovrebbe essere immancabile nell’esperienza dell’infanzia, perché “l’Infanzia è Gioco”: è come un sinonimo, una relazione strettissima, se rispettiamo la natura dell’infanzia stessa. Come il lavoro è parte dell’adulto, caratteristico del suo agire, con una finalità anche esterna, così il gioco ha una finalità interna, in se stesso: è il giocare che interessa, è il modo di vivere più autentico, naturale, spontaneo e costitutivo dei bambini e delle bambine. Un bisogno che corrisponde ad esigenze esistenziali, psicologiche, affettive, emotive del bambino. Esercita infatti molteplici funzioni nella crescita del soggetto umano:  fisiche  psicologiche
  2. 2.  emotive  sociali  di apprendimento  espressive e comunicative. Il gioco, in primis, manifesta l’interiorità del bambino: osservando i bambini giocare possiamo cogliere aspetti della loro vita interiore, della loro intimità, che altrimenti potrebbero rimanere latenti, chiusi. È il bambino che esprime il suo mondo interiore ricchissimo, perché il gioco è la naturale modalità di vita. E in questo senso è per noi adulti uno strumento diagnostico, perché ci permette - osservando e guardando con capacità autentica- , di cogliere il suo mondo, le sue ansie, le sue difficoltà, le aspirazioni, i nodi conflittuali interni; ci permette la conoscenza e l’interpretazione del bambino, uno scandaglio abbastanza preciso, perchè nel gioco il bambino esplicita e manifesta se stesso. Ma può allora diventare anche strumento terapeutico: qualora ci fossero delle difficoltà, nel dinamismo ludico il gioco permette al bambino di superare certi nodi, certi complessi… Esprime e manifesta la capacità creativa del bambino, la fantasia e l’immaginazione dell’essere umano: nell’infanzia è il gioco che permette a queste componenti creative di esplicarsi, il gioco è l’attività che permette allo spirito di iniziativa, di intraprendenza e di innovazione di se stesso, del contesto, della vita di manifestarsi. Infatti il bambino, giocando, trasforma il mondo, e con la sua fantasia determina nelle cose che vede un cambiamento immaginifico. Una bottiglietta per un bambino diventa ora un’astronave, ora un veicolo… cose per noi inimmaginabili, perché giocando esercita questo potere di una mente e di un’anima aperte al mondo al di là di quanto è visibile e sensibile, ne coglie le potenzialità esplicite che la fantasia ha bisogno di indagare. E lì si manifesta questo potere dell’essere umano, che dovrebbe essere di ciascuno di noi, di migliorare noi stessi e il mondo: siamo chiamati a dare al mondo una spinta costruttiva, ma lo possiamo fare evidentemente non ripetendo ciò che sempre è stato fatto, ma dandogli una spinta innovativa. Ogni generazione, e ogni persona ha la vocazione di costruzione del mondo che gli viene affidato: è una capacità costruttiva, che andando oltre ciò che è stato già detto, nasce dall’infanzia, se consentiamo al bambino di immaginare e creare. Il gioco è questa attività che facilita e promuove l’immaginazione, e permette di trasformare la realtà. Sono attività che il bambino sente sue: sente il potere di costruire, la bellezza di questa immaginazione, un senso di potere e di autostima. Nel gioco si impegna a svolgere un compito, che implica concentrazione, finalizzazione, impegno e conclusione… capacità che nell’esercizio fondano competenze utili in futuro, e che nascono proprio dal gioco. Un altro aspetto è che il gioco prepara ai ruoli della vita, esercitando una funzione sociale: pensiamo ai giochi di finzione. “io sono il fruttivendolo tu sei il cliente”; oppure “io sono la maestra tu sei il bambino”, per questa immaginazione e con l’esperienza del mondo
  3. 3. immagina di essere qualcun altro, si investe di un altro ruolo, assume il modo dell’altro e si mette nei panni dell’altro. Questo permette sin dall’infanzia di comprendere l’altro ruolo, entrando nel gioco dell’empatia sociale, di imparare l’altro, di comprenderlo, perché il gioco lo consente, un tuffo nell’altro nel quale ti immedesimi e che permette di rivestire ruoli sociali di altri, di conoscere gli altri, di interpretarne il ruolo e imparare a socializzare. Perché socializzare significa sapersi riconoscere, comprendere i compiti e il ruolo di ciascuno, le regole e i linguaggi, le relazioni tra i personaggi interpretati. Un modo bellissimo con cui naturalmente il bambino impara la conoscenza dell’altro, e si mette nella palestra della vita. In questo modo il gioco diventa occasione per uscire da un approccio tolemaico – nel quale io sono al centro del mondo e tutti girano intorno – e assumere una posizione copernicana – in cui sono uno tra tanti -, dall’egocentrismo si passa all’altruismo, riconoscendo l’importanza dell’altro. Poi sappiamo che ci sono molti tipi di gioco: proviamo in modo schematico ad affrontarne alcuni… I giochi senso-motori: implicano il movimento del corpo, l’attività fisica. Il bambino esplora il mondo con il suo corpo, si mette a repentaglio, sfida i limiti, affronta le difficoltà, ha un rapporto con la sua corporeità ed è il corpo del bambino strumento di conoscenza, mezzo per dialogare con la realtà, con i suoi pro e i suoi contro, con un approccio talora distruttivo – ma il distruggere è un modo per conoscere, per esplorare il dentro che da fuori non si può conoscere, e che lui ha diritto a conoscere dentro la materia -. È una dinamica fisica che porta in sé sia una dinamica distruttiva che costruttiva: con la realtà si relaziona, anche in fase ricostruttiva, lavora con la materia e il suo corpo. I giochi simbolici: faccio finta di essere ( e ne abbiamo già parlato) I giochi di imitazione: spesso quando i bambini sono più grandi e giocano in gruppo, imitando il gruppo di adulti e il mondo degli adulti: il pettinarsi tra bambine, i maschietti che fanno i soldati… non è tanto un gioco di fantasia – anche se ovviamente la utilizzano! - ma di imitazione consapevole degli adulti, che continua per alcuni anni, sino alla preadolescenza. Il gioco regolato: il gioco che ha delle regole interne, e serve ai bambini per capire l’importanza delle regole. L’educazione morale , che è un regolare i propri comportamenti, ha a che fare anche con giochi regolati, con la capacità di misurarsi con regole esterne, che ne permettono il funzionamento. Il gioco costruttivo: molti giochi sono fatti di costruzioni, di pezzi utili ad edificare. È un gioco che riporta al mondo e in un certo senso anche al lavoro degli adulti, funzionale alla costruzione di qualcosa di ordinato a partire da un caos, che nel gioco viene portato ad unità. È un tipo di gioco importante, giochi che spesso si fanno insieme, e contengono anche un aspetto socializzante. Anche questo tipo di gioco permette di sperimentare delle regole, sono regole fisiche che permettono alla costruzione di reggere o di cadere…
  4. 4. I giochi di gruppo: indipendentemente dal gioco in sé ciò che prevale in questi momenti, dal punto di vista della crescita del bambino, è la presenza del gruppo, il suo funzionamento che dipende da regole, da capacità di comunicazione. La dimensione del gruppo, a partire dalla metà della scuola primaria, diventa prevalente per fare sport, i compiti, e i gruppi diventato stabili. Da qui nascono le bande, che hanno una funzione ludica e sono in questo senso potenzialmente positive: danno ai bambini e ragazzi il senso di appartenenze sociale, anche nelle forme di lotta o competizione con altri gruppi permettono di sperimentare dinamiche di confronto, tipiche poi della vita umana. Ovviamente devono prevalere le dinamiche positive. Ad un certo punto il gioco si stacca dalla dimensione corporea, e diventa un gioco intellettuale, come gli scacchi o i giochi matematici, chimici… nel quale viene implicato l’utilizzo ludico della ragione e della riflessione. È un gioco che può diventare molto piacevole, gratificante. *** Il gioco è questa dimensione spontanea, libera, interna del bambino, ha poco a che fare con ciò che è eterodiretto, eterocondotto, imposto dagli altri: è un esercizio libero della spontaneità del bambino, e questo è il gioco autentico. Il più grande pedagogista del gioco è Froebel, e lo considera l’elemento creativo del bambino, attraverso il quale la spiritualità del bambino e la sua natura vengono a galla. Da questo orizzonte guardiamo alla dimensione concreta del gioco. La prospettiva che vi propongo può sembrare utopica, ma se non lo fosse che educazione proporremmo? Dove Il gioco ha bisogno di spazi, di spazio. Il bambino ha bisogno di correre, di arrampicarsi, di movimento. L’urbanizzazione crescente in molti contesti ha limitato di molto gli spazi a disposizione dell’essere umano-bambino, ormai c’è poco spazio sia all’aperto che dentro alle nostre case, così come si riduce il possibile contatto con la natura. Maria Montessori ha messo in luce l’importanza degli spazi a misura di bambino, perché il bambino ha un altro senso dello spazio e talora noi imponiamo il nostro spazio. La sua libertà di movimento fisico e psicologico ha bisogno di spaziare e dunque lo spazio che si apre è indice di questa possibilità, di non inibirsi. Dunque un primo nostro impegno può essere quello di cercare spazi. Quando qui si apre il problema del tempo: i nostri bimbi spesso vivono un tempo pieno, o forse dovrei dire riempito da cose che non sempre rispettano la sua natura giocosa, di immaginazione. Per esempio la TV, anche se sembra avere una approccio ludico, sottrae molte dimensioni ludiche e di immaginazione autentica: immobilizza, blocca, chiude, inibisce, per dirla con Popper direi “ ruba il tempo” ( Popper ha definito la TV ladra di tempo, un tempo che il bambino vivrebbe giocando, lo spazio in cui l’esercizio dell’infanzia potrebbe manifestarsi). Tanti tempi e giochi sono eterodiretti: abbiamo bambini manager, con l’agenda fitta di programmi , di cose probabilmente tutte bellissime, ma quando tutto il tempo è dato a questo tipo di attività – in se stesse belle e importanti – ma eterodirette,
  5. 5. senza la libertà di cui il bambino ha comunque bisogno, non è più possibile sperimentare il contesto di gioco autentico. Un altro rischio che noi genitori corriamo nell’uso del tempo di gioco, è di portare il bambino ad attività che interessano a noi, lo conduciamo invece di sollecitarlo nelle sue originali aspirazioni . Con che cosa siamo figli di un mercato importante e siamo schiacciati da un’enorme quantità di giocattoli belli e fatti, di cose preparate dal mondo adulto, fisiche e materiali - di cui riempiamo la casa- o virtuali – i videogiochi -. In ogni caso giochi diretti da altri, costruiti e preparati, anche studiati da altri, con cui i bambini si relazionano senza dinamiche di fantasia o creatività. È un fenomeno da guardare con attenzione: talora abbiamo un senso di colpa come adulti e pensiamo di gratificare il bambino comprando cose precostituite, o facendoci ingannare da una pubblicità che utilizza i bambini come mediatori di questi acquisti. In realtà i bambini sanno costruire i loro giochi dal nulla: se c’è materiale povero esso diventa il gioco autentico del bambino, con il quale esprimersi, costruirsi, manifestarsi. Il gioco già precostituito è univoco, prevede una riduzione dell’attività: la forza del gioco non è nello strumento, ma nel bambino. È il bambino, con il suo potere, a costruire invece di prendere un’energia e un modello esteriore ed esercitarsi senza il suo contributo. È il mondo, con gli oggetti ordinari – della nostra cucina, della natura – ad essere candidato a diventare gioco. Vi racconto un episodio significativo. A Copenhagen, città ricca di un paese benestante, è stato affidato a Sorenson, un famoso architetto dei parchi, di progettare e costruire un parco per l’infanzia, con spazi di gioco per i bambini della città. Il giorno dell’inaugurazione del parco, viene organizzato un evento invitando tutti i bambini delle scuole: tagliano il nastro, tutti i bambini entrano di corsa, passano nei diversi luoghi e poco dopo si ritrovano tutti a giocare su un mucchio di materiali di scarto, rimasto nel parco per ultimare i lavori e con questo mucchio di legni, sabbia, etc i bambini cominciano a costruire i giochi da sè. Così Sorenson dovette rivedere il progetto, per costruire spazi in cui i bambini potessero incontrarsi, liberi di costruire, di giocare davvero. Conta pertanto poter agire, magari insieme, sollecitando la costruzione dal nulla. C’è una stretta relazione con la lettura: la lettura delle fiabe porta i bambini in un mondo magico, in cui c’è tutto l’umano - le relazioni umane, tra bene e male, etc – che si manifesta in un modo speciale, che incuriosisce e insieme stimola i bambini al gioco, all’uso della fantasia, a ripetere modalità di attività… così il gioco diventa fiaba che si attua. Quando i bambini hanno bisogno di compagni di gioco: esistono i momenti di gioco solitario, ma non può prevalere, diventa triste. Talora mancano gli adulti, perché assenti fisicamente (per il tempo di lavoro o gli altri impegni) oppure perché assenti psicologicamente o affettivamente (perché non hanno attenzione per il bambino, sono indaffarati su altro). È fondamentale esserci, con uno spazio di rapporto. Oggi sono rari anche i fratelli, così come i coetanei che esistono solo a scuola, mentre è così bello e importante per un bambino giocare con i coetanei anche a casa, offrigli occasioni di gioco insieme! In sintesi possiamo allora darci alcuni consigli concreti:
  6. 6. cercare spazi, all’esterno: impegnarci insieme perché il nostro mondo esterno sia più a misura di bambino. C’è un impegno politico, culturale, pratico, operativo e progettuale rispetto ai nostri spazi e al rapporto che noi possiamo avere con la natura, di cui ha diritto ogni bambino e ogni persona. Non inscatoliamoci nella cementificazione crescente e inibente: non è facile, ma dobbiamo costruire un mondo anche per i bambini. Teniamo presente anche nelle nostre case la possibilità di dare loro lo spazio di cui hanno bisogno, uno spazio del bambino e dei bambini: una società fraterna, amicale, ha bisogno di spazi. Così come l’adulto ha bisogno dello spazio esclusivo. cercare il tempo: difendere il tempo di gioco dei bambini, da vivere con calma e serenità, senza frenesia, tempi liberati e propri. Liberati dall’onnipotente invasione delle cose e delle attività che noi predisponiamo per loro. Attività autonome, momenti in cui organizzarsi da soli, con i fratelli e gli amici. Non c’è più grande soddisfazione nel bambino che sperimentare il potere di coinvolgere il genitore e i genitori nel suo gioco. Ecco la nostra capacità di farsi piccoli – che è un farsi grandi nel senso più profondo del termine – per lasciarci coinvolgere intelligentemente nel loro gioco, facendosi guidare, lasciandoli esercitare la loro capacità di divertirci. È un bisogno che ricostruisce il bambino, nella relazione bellissima e magica che è il suo approccio al mondo, in cui anche le figure adulte possono calarsi. Ed è una risorsa anche per noi, diventare bambini. “Tutti i grandi sono stati bambini” dice il piccolo Principe, e ci ricorda il valore della posizione infantile, positivamente ingenua che ha in sé ogni essere umano. Il nostro compito, come genitori, diventa di consentire il gioco in un mondo che sottrae la dimensione ludica. Un bimbo senza gioco diventa più frequentemente un adulto senza gioia. Perciò, aiutare i nostri figli a diventare adulti più gioiosi e equilibrati, significa preservare per loro la possibilità di essere ciò che deve essere il gioco. DIBATTITO Il gioco nelle diverse età della crescita del bambino… quali giochi regalare? È difficile schematizzare, perché l’evoluzione di ogni bambino è diversa. È chiaro che nei primi anni prevale la modalità di conoscenza del mondo, che si avvale del toccare, manipolare, smontare, rompere. Sono modi di tipo sensomotorio di apprendere, di conoscere, di poter possedere il mondo e relazionarsi con esso. Poi comincia anche l’esigenza del gioco socializzante, di uscire dal mondo fisico e affettivo noto e ristretto per andare verso l’esterno, di incontrare un mondo più ricco di comunicazioni interpersonali e sociali, il mondo degli altri bambini. Anche se poi concretamente non è facile, l’esigenza dell’incontro, della condivisione c’è. E gli oggetti, i giochi, diventano mediatori dell’incontro, della conoscenza reciproca in cui sviluppo la mia identità (il mio è centrale) e anche la relazione. Così nel gioco l’identità si fa partecipazione all’altro. C’è uno studio – su “il bambino buon Samaritano”- che dimostra che già a 2 anni il bambino sa dare all’altro, ha disponibilità verso l’altro, è capace di mettere in comune. È un’età che si apre… Poi, anche per imitazione dell’adulto cominciano anche a costruire. È una sollecitazione che si
  7. 7. manifesta in modo diverso, mano a mano che il bambino cresce, e in modo progressivo. La costruzione di qualcosa di compiuto, intenzionalmente progettato, è possibile in una fase evolutiva successiva, ovviamente. Prima anche con le costruzioni prevale un gioco di fantasia. Infine emerge il senso del gruppo, così come il gioco di intelligenza… L’importante è accompagnare i nostri bambini, proponendo anche alcuni giochi per dare loro occasioni di esercitarsi, osservando la loro reazione e sapendo anche aspettare se lo stimolo non interessa, o non corrisponde allo stadio di sviluppo del bambino. Così come uno stimolo è il coinvolgimento nelle faccende domestiche: pensate alla cucina, a come il fare una torta può diventare un vero e proprio ambiente ludico, in cui possiamo giocare insieme ed essere coinvolti nella relazioni. Quale è il ruolo dell’adulto nel gioco del bambino, è quello di far mantenere le regole? Quello che è importante è capire nella situazione come fare. Certamente, anche se giochiamo in modo paritario, la relazione con il bambino è asimmetrica. Anche se ci facciamo piccoli, come genitori restiamo registi, abbiamo l’intera panoramica della situazione sotto controllo. Io adulto con intenzionalità mi metto ad essere bambino, ma non vivo una dimensione orizzontale, offro al bambino il potere di guidare il gioco. È uno stare al gioco, ma non decade la mia funzione educativa e quando non si rispetta la regola devo ricordarla al bambino. Ovviamente con buon senso, rispettando anche i ritmi e significati che quella regola contiene ed esprime. Prima di tutto conta il bambino, ed esserci. Va rispettato lui, anche quando lo riprendiamo, o non accettiamo la sua proposta di gioco. È chiaro, e lo deve essere anche per il bambino, che la società degli adulti si relaziona con quella dei bambini ma è anche diversa, talora ha degli impegni, va rispettata anche dal bambino. Così la relazione non è appiattita sul bambino, ma ha una dinamica autentica . I bambini non hanno bisogni di adulti-bambini , ma di adulti che giochino e si divertano con loro, che siano presenti affettivamente. Dove il bambino vive una presenza indifferente, non sperimenta il valore della differenza che si mette in relazione. Un parere sui videogiochi. I videogiochi sono certamente divertenti, alcuni anche belli. Quello che si rileva a livello di studi sull’infanzia, è ciò che anche noi adulti capiamo. Sono strumenti così calamitanti e coinvolgenti che ammaliano, catturano con immagini, velocità, musica. Il bambino, soprattutto se è piccolo, si trova paralizzato. Il problema poi è quando, oltre al gioco, si deborda nel tempo e la persona diventa un mero esecutore, e lo spazio del tempo di gioco con il video si dilata, e lo spazio per giocare (di fantasia, socialità, comunicazione, corpo, movimento…ciò che è l’essere umano integrale) si sacrifica in questa invasione di mezzi esterni. Preoccupa la sottrazione di altre modalità di vita, di comportamento. Hanno effetti simili videogiochi, Tv, internet… eppure anche se fosse tutto bellissimo, se fossero programmi meravigliosi – e raramente lo sono – quando debordano oltre un’ora, un’ora e mezza, allora vuol dire che ci svendiamo a questi strumenti e sacrifichiamo altre possibilità di essere attori invece di spettatore. Non parliamo poi dei giochi a contenuto violento, di
  8. 8. per se stessi diseducativi. Ma dovremmo preoccuparci non solo dei contenuti, ma anche del tempo, delle risorse sottratte alla vita di crescita. Il ruolo delle bande: come far capire che deve restare un gioco, e non diventare un’appartenenza. Le bande adolescenziali, o poco prima, esprimono il profondo bisogni di appartenenza che tutti proviamo: è una relazione paritaria, orizzontale , che è importante e va protetta. Ogni gruppo che si forma ha delle regole, proprio per il senso di appartenenza; a scuola i fallimenti più importanti percepiti è l’essere esclusi da parte di un gruppo. Il dinamismo originario è di solito positivo, nasce dalla relazione, dal fare qualcosa insieme , dall’assumersi un compito. Altri gruppi si costituiscono come gruppi chiusi, talora con comportamenti violenti all’interno quando la leadership è negativa, e invece di essere un esercizio di democrazia, di attività in cui ciascuno dà le sue risorse, il gruppo può diventare ambito di onnipotenza e subordinazione, di leadership violenta e gregarismo. Così alcuni gruppi si ritrovano per agire in senso violento, distruttivo. Normalmente queste modalità sono la reazione a relazioni intergenerazionali che non funzionano. Quando funzionano male i rapporti adulto-bambino adulto-ragazzo e i ragazzi non vengono inclusi in un sistema di comunicazione positivo e si sentono frustrati , colpevolizzati da un mondo adulto che li percepisce come negativi, loro trovano un’appartenenza oppositiva o distruttiva rispetto al mondo esterno. È compito della comunità offrire ai ragazzi delle appartenenze orizzontali positive, nonché occasioni di relazioni positive con gli adulti, così che si senta la differenza con gli adulti – che non può non esserci – , però una differenza che non porta solo a sganciarsi ostilmente contro gli altri, ma anche a collaborare, includendo percorsi comuni interregionali. Negli USA dove la disgregazione sociale e culturale è evidente, lì le bande raccolgono chi si sente escluso, derelitto e insieme nel gruppo sperimenta la forza anche di fare grandi danni. Qual è il significato della presenza della violenza, o della morte nel gioco e nei giochi, come quando si gioca a cowboy o con il fucile e ci scappa spesso il morto… ? Direi che non è comunque opportuno esagerare: certo ci sono alcuni giochi, o alcune trasmissioni con una certa dose di violenza. Con un dosaggio sereno non dovrebbero lasciare segni negativi. Ma se siamo sottoposti costantemente alla visione di violenza, sempre giustificata, o subdola perché si inserisce nei rapporto umani… allora la violenza si impara, i comportamenti osservati si imparano. L’eccesso ci abitua alla violenza presente, quasi necessaria, come un modo di comportarsi dell’essere umano, così poi scarichiamo l’aggressività in modo negativo verso l’interno o verso l’esterno: c’è molto autolesionismo nei giovani d’oggi. Personalmente darei sempre il meno possibile giochi di violenza, fucili, pistole, etc perché comunque alludono a relazioni con violenza, con vinti e vincitori. Tra gli esseri umani dovrebbero prevalere modelli che costruiscono una società unita. Qualsiasi prova noi viviamo , questi modelli assumono spesso forme di conflitto, di lotta, ma devono fare sintesi in una prospettiva positiva, nell’intesa delle differenze che si mettono insieme
  9. 9. per costruire qualcosa di nuovo. Se il conflitto e la lotta diventano prevalenti e cadiamo nella visione dell’altro come nemico da combattere, allora assumo una filosofia di vita negativa. Certo il confronto esiste, la competizione positiva stimola a mettere in gioco le proprie risorse, crescendo si può comprendere come gli altri sono dei diversi che si relazionano con noi, che ci sollecitano e ci sfidano per costruire un noi migliore. Il concetto di nemico, di ostile deriva dal latino. “Hostis", era l’epoca romana, significava colui che viene da fuori e che bisogna uguagliare (Hostire), a partire da una differenza, li si doveva uguagliare con un dono. Ostia, infatti, vuol dire dono. Solo dopo è prevalsa l’accezione di nemico. Ma con la stessa radice c’è “ospite”: l’altro può essere ostile o ospite, e noi siamo sempre di fronte a questa ambivalenza, e dipende da noi relazionarsi come ostili o come ospiti (che vuol dire sia colui che viene da fuori che colui che ospita). Certo l’altro viene da fuori, porta una differenza, è altro, ma possiamo far prevalere la dimensione dell’ospitalità dove l’alternità ci fa confrontare, e su questa base cresciamo insieme. Questo implica un lavorio educativo non facile, ma non possiamo lasciarci andare ad una visione della vita sociale, umana e internazionale o interreligiosa dove prevalgono l’ostilità e l’inimicizia… come adulti, come famiglie e poi come scuola dobbiamo avere questa intelligenza di apertura, così quello che Platone chiamava il “pantecù” il “dappertutto” sia un dappertutto positivo, creativo, e il nostro vivere insieme sia positivo. È il ruolo contestativo dell’adulto- educatore, quello di governare il contesto per evitare sia governato da altre regole, da altri interessi che non sono quelli educativi. Talora è la fantasia del bambino a trasformare in spade, fucili, armi ciò che non lo è. Come fare? Stiamo al gioco o esprimiamo il nostro dissenso valoriale? L’essere umano, diceva il grande pedagogista Pestalozzi, nasce un po’ buono e un po’ cattivo. E il bambino porta in sé questa natura, e vive anche nel gioco sia le modalità positive sia quelle negative. Ma all’istinto, l’educazione aiuta a governarlo perché trovi spazio il positivo. È importante che offrendo occasioni di espressione di ogni aspetto del bambino, assumiamo sempre una funzione orientativa, perché l’educazione orienta verso un orizzonte, verso degli ideali, verso un miglioramento e cerchiamo di favorire con il nostro esempio, con la parola, con gli strumenti, con le sollecitazioni verso ciò che ci sembra meglio. Piano, con la gradualità che il bambino sostiene. Per cui, non serve demonizzare l’oggetto o la funzione, perché vale di più la relazione con lui e tra noi adulti, ma è importante guidare, sostenere la scelta di strumenti, giochi, contesti positivi. Il contenuto è meno importante, vale di più la relazione: nella relazione, nel gioco insieme, posso avvertire come questa relazione permette di cambiare contenuto o strumento, e immettere il positivo. Perché ai bimbi piace la fiaba con tutte le componenti, quella lotta tra bene e male? Perché prima c’è una relazione, perché nella fiaba la si legge in 2, insieme, e poi il contenuto si modula nel far crescere ciò che noi percepiamo più importante. È il nostro luogo di incontro, e nella relazione affettiva solida le dimensioni di contenuto spaventose possono essere accolte, comprese, superate. Posso giocare con le spade, ma è un gioco, se diventa distruzione delle relazione, è pericoloso. Non c’è troppa competizione nei giochi dei bambini di oggi?
  10. 10. Io penso che i rapporti tra noi esseri umani siano rapporti in cui siamo chiamati ad essere vincenti insieme. Mentre la maggior parte dei rapporti interpersonali,ma spesso anche interculturali,intergenerazionali sono rapporti tra vincente e perdente. E questa imperante di modalità di vittoria e sconfitta, per cui c’è uno che prevale e un altro che deve perdere, questo diventa negativo. Il problema più grave non è che perdiamo in cose – certo bisogna saper perdere – ciò che si perde è la dignità della persona. Non ci stiamo giocando un aspetto banale,talvolta ci si gioca l’amicizia, la stima,e il perdente è “down” dicono a livello di comunicazione.

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