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Health Online 35 - Gennaio Febbraio 2020 - 1

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Il periodico di informazione sulla Sanità Integrativa

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Health Online 35 - Gennaio Febbraio 2020 - 1

  1. 1. attualità Quel finto Morbo K inventato dai medici del Fatebenefratelli di Roma salute La mia? Una famiglia Asperger. È stata mia figlia a dirmelo aziende del gruppo Be Health: Community Network per un benessere condiviso il periodico di informazione sulla sanità integrativa gennaio febbraio 2020 Anno VII N°35 Coronavirus emergenza parliamo di... Combattere l’endometriosi grazie alle Apine
  2. 2. ABBIAMO LA RISPOSTA PRONTA Health Assistance fornisce le soluzioni più qualificate in ambito di salute integrativa, servizi sociali e assistenza sanitaria, per privati e aziende. Siamo un Service Provider indipendente sul mercato dell’Assistenza Sanitaria Integrativa, dei servizi Socio Assistenziali e Socio Sanitari, nel comparto del Welfare Aziendale e privato. Per offrirti il meglio, abbiamo stipulato accordi e convenzioni con le più accreditate Società di Mutuo Soccorso, Casse di Assistenza, Fondi Sanitari e Compagnie di Assicurazione, nonché Cooperative, Società di Servizi, strutture sanitarie e liberi professionisti. Per i servizi sanitari e socio assistenziali, anche domiciliari: Numero Verde: 800.511.311 Numero dall’estero: +39 06 90198080 Health Assistance S.C.p.A. c/o Palasalute Via di Santa Cornelia, 9 00060 Formello (RM) Per le strutture del Network o a coloro che intendano candidarsi al convenzionamento Ufficio Convenzioni: 06.9019801 (Tasto 2) email: network@healthassistance.it www.healthassistance.it
  3. 3. sommario attualità salute aziende del gruppo benessere psicologia parliamo di... endometriosi in evidenza pag. 26 pag. 34 emergenza coronavirus pag. 06 pag. 16 pag. 20 pag. 42 pag. 46 pag. 48 pag. 54 pag. 60 pag. 05 - Editoriale pag. 64 - News pag. 12 Quel finto Morbo K inventato dai medici del Fatebenefratelli di Roma Lotta contro il cancro: every action counts La mia? Una famiglia Asperger. È stata mia figlia a dirmelo Acqua Pradis: sorgente di salute per il nostro organismo Be Health: Community Network per un benessere condiviso Diastasi addominale, una patologia da non sottovalutare I rischi della rete: come riconoscerli e proteggersi Apine: Girl Power per combattere l’endometriosi Epidermolisi Bollosa: innovativi protocolli di terapia genica è vero che…? Come gestire l’ansia
  4. 4. periodico bimestrale di informazione sulla Sanità Integrativa Anno 7° - gennaio/febbraio 2020 - N°35 Direttore responsabile Nicoletta Mele Direttore editoriale Ing. Roberto Anzanello coordinamento generale H-Digital SpA Comitato di redazione Alessandro Brigato Michela Dominicis Francesco Maddalena Mariachiara Manopulo Giulia Riganelli Hanno collaborato a questo numero Alessia Elem Giuseppe Iannone Alessandro Notarnicola Direzione e Proprietà Health Italia SpA c/o Palasalute - Via di Santa Cornelia, 9 00060 - Formello (RM) www.healthitalia.it Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte può essere riprodotta in alcun modo senza permesso scritto del direttore editoriale. Articoli, notizie e recensioni firmati o siglati esprimono soltanto l’opinione dell’autore e comportano di conseguenza esclusivamente la sua responsabilità diretta. iscritto presso il Registro Stampa del Tribunale di Tivoli n. 2/2016 - diffusione telematica n.3/2016 - diffusione cartacea 9 maggio 2016 Idea grafica H-Digital SpA impaginazione Giulia Riganelli immagini © AdobeStock Tiratura 103.302 copie Scarica Health Online in versione digitale su www.healthonline.it Se non vuoi perderti neanche una delle prossime uscite contattaci via email a info@healthonline.it e richiedi l’abbonamento gratuito alla rivista, sarà nostra premura inviarti via web ogni uscita. Per la tua pubblicità su Health Online contatta mkt@healthonline.it
  5. 5. e di to ria le SERVIZIO SANITARIO, STRESS TEST E MODELLI FUNZIONANTI In campo industriale quando si deve verificare la tenuta di qualche prodotto lo si sottopone agli stress test od al crash test per verificare quale è il limite massimo di tolleranza prima della rottura, ma nel settore dei servizi, per loro definizione intangibili, effettuare test di rottura risulta molto difficile a meno che non siano gli accadimenti a creare le condizioni per uno stress test. Sicuramente il caso del Covid-19, o Coronavirus come viene comunemente chiamato, sta determinando di fatto una situazione che può rappresentare uno stress test per il nostro Servizio Sanitario Nazionale ed anche per i Servizi Sanitari Nazionali di tutti i paesi del mondo. Preliminarmente è necessario sottolineare il grande lavoro svolto da tutti gli operatori sanitari, Medici, Infermieri, Personale Ausiliario, Volontari, che con grande spirito di abnegazione, con enorme impegno psico-fisico, con forte determinazione stanno aiutandoci ad affrontare questa sfida vitale ove sarà opportuno ricordarsene anche in futuro, per poter avere presente che solo la collaborazione può portare a risultati concreti , quando invece troppo spesso le prestazioni di chi opera in campo sanitario sono criticate, sottovalutate, a volte anche vessate da condizioni pratiche e relazionali difficili. Dobbiamo però comprendere bene che i professionisti, le persone, gli operatori sono tutti inseriti in sistemi organizzati, tanto più nel settore sanitario, e che quindi è in questo ambito che diviene necessario farsi qualche domanda e fare qualche considerazione. Al di là di quello che potrà accadere in futuro nella gestione di questa grande emergenza, già al momentopossiamoaverequalcheelementodiconfrontoe/ovalutazionetraivarimodellisanitari. Può essere valido un modello sanitario come quello USA dove ogni spesa, tranne pochissimi casi, deve essere pagata privatamente e pre garantita (compreso il costo degli ormai conosciuti “tamponi faringei”) pena l’impossibilità di non accedere alle cure? Può essere valido un modello come quello dei paesi dell’Est Europa dove ogni spesa sanitaria è sostenuta dallo stato con il risultato che le strutture mediche sono per lo più fatiscenti e le apparecchiature molto spesso obsolete costringendo molti cittadini a rivolgersi ad altri paesi? Può essere valido un modello sanitario come quello francese dove ogni tipo di decisione sui percorsi sanitari di un individuo è riposta nella responsabilità del medico di base con evidenti riflessi di riduzione degli spazi di autonomia del cittadino? Può essere valido un modello come quello inglese dove si sta cercando, per ridurre i costi e recupere efficienza, di sostituire l’operato dei medici con l’intelligenza artificiale, che per sua natura si auto programma per approssimazioni successive, con un rischio tecnico e relazionale molto elevato perché il paziente è prima di tutto un essere umano? Può essere valido un modello come quello tedesco dove affianco ad un’assistenza statale è indispensabile avvalersi di coperture sanitarie private che per loro definizione badano più al proprio profitto che al rischio sanitario del paziente? Si potrebbe continuare all’infinito, ma già così possiamo farci una domanda conclusiva: può essere valido il modello italiano che consente di coniugare un’assistenza sanitaria di base e diffusa garantita dallo stato con un’assistenza sanitaria integrativa basata sul concetto di mutualità erogata da Fondi Sanitari, Società Generali di Mutuo Soccorso e Casse di Assistenza Sanitaria, con anche l’ulteriore opzione, per chi desidera, di avvalersi di coperture sanitarie private? La risposta, ovvia e scontata, non può essere che un modello come quello italiano, evolutosi in 150 anni di storia sociale, con il contributo di tutte le parti in causa, rappresenta, probabilmente a livello mondiale, la summa di un sistema equo, sociale, fruibile, tutelante, costituzionale e valido nell’interesse di tutti i cittadini. E’, quindi, forse giunta l’ora, perché anche dalle difficoltà possano nascere nuovi orizzonti, di abbandonarelepolemichemoltospessofattesenzacognizionedicausa,ditralasciarelediscussioni magari suggerite da interessi di parte e di non perseguire variazioni legislative strutturali che potrebbero demolire quanto fatto con notevoli risultati, ma piuttosto di sostenere con forza, migliorandone sicuramente l’operatività, un modello funzionante come il modello sanitario italiano, rafforzandolo socialmente, economicamente, legislativamente, ed organizzativamente e collaborando fattivamente con le indicazioni che ci vengono impartite. In conclusione tra i Sistemi Sanitari Nazionali sottoposti a questo (malaugurato) stress test involontario recepiamo con convinzione la forza positiva del modello italiano per continuare a percorrereunastradachecitutelituttimostrando,inoltre,unagrandestimaedungranderispetto per tutti i nostri esperti nel settore sanitario che, spesso, il mondo intero ci invidia. Milanese,homaturatoun’esperienza ultraventennalenelsettoreassicurativo efinanziario,occupandomi siadeiprodottichedelmarketing edellosviluppocommerciale,fino alladirezionedicompagnieassicurative, nazionaliedestere.Nel2005sviluppo unprogettodiconsulenzaestrategia aziendalechehaconsentito dioperareconimaggioriplayer delsettoreassicurativoperrealizzare pianistrategicidisviluppocommerciale. Dal2009mioccupodiSanitàIntegrativa, assumendolacaricadiPresidenteANSI, AssociazioneNazionaleSanitàIntegrativa eWelfare,econtestualmentediHealth HoldingGroup,importanterealtà delsettore.Dal2016sonopresidente diHealthItalia,unadellepiùgrandirealtà nelpanoramadellaSanitàIntegrativa ItalianaesocietàquotatainBorsa sulmercatoAIMItalia. a cura di Roberto Anzanello healthonline.it | 05
  6. 6. o6 | #attualità #attualità Fatebenefratelli di Roma morbo k inventato Quel finto dai medici del Parla il professor Pierluigi Guiducci
  7. 7. healthonline.it | 07 Si possono inventare le malattie? La storia ci suggerisce di sì e uno dei casi più noti riguarda l’arrivo del Morbo K a Roma nel lungo inverno 1943-1944, quando gli ebrei romani erano perseguitati, come accadeva in tutta Europa ormai dagli anni ’30, dai soldati di Hitler. Il Morbo K viene inventato di sana pianta dai medici italiani Adriano Ossicini (scomparso nel febbraio 2019) e Giovanni Borromeo, al fine di salvare la vita a concittadini di religione ebraica e a polacchi che altrimenti sarebbero stati deportati nei campi di concentramento della Polonia e della Germania. “Una malattia dagli esiti drammatici”. Inventato sul momento, così il virus viene definito dal professore Pierluigi Guiducci, storico e già docente di Storia della Chiesa presso il Centro diocesano di teologia per i laici “Ecclesia Mater” della Pontificia Università del Laterano, che in occasione della Giornata della Memoria ripercorre sulle nostre pagine una delle storie solidali che ha inserito a buon diritto l’Italia tra i “Giusti” che si schierarono dalla parte dei perseguitati. Una catena solidale, che vede medicina e scienza protagoniste, messa in piedi all’Ospedale Fatabenefratelli di Roma da medici eroi che misero a repentaglio la propria vita salvandone delle altre. di Alessandro Notarnicola
  8. 8. 08 | #attualità Nel corso del lungo inverno 1943-1944 tante furono le Istituzioni che hanno garantito un riparo agli ebrei perseguitati. In che modo prese avvio quella che è stata definita “l’opera dei giusti”? L’interventoafavoredegliebreiperseguitatirisaleall’epoca delle leggi razziali. Già in quella fase ci furono delle persone che tentarono di sgonfiare dall’interno la normativa, mentre non mancarono le voci critiche che ritenevano non scientifica la teoria della razza. Nel 1943 la situazione precipitò ulteriormente perché la “Soluzione finale” (decisa a Berlino e non a Wannsee, ove si discusse solo della sua applicazione) provocò delle ‘accelerate’, con ufficiali nazisti inviati da Berlino per garantire l’esatta applicazione degli ordini. In tale contesto, sia all’interno del Vaticano che nelle organizzazioni ecclesiali, si erano mosse molte persone a cui venne affidato il compito di proteggere gli ebrei (e altri perseguitati). Questi cattolici, a loro volta, interagirono con le organizzazioni ebraiche di assistenza agli ebrei e con gruppi (es. partigiani, professori universitari, dipendenti del Ministero dell’Interno, tipografi) che si erano costituiti per creare ambienti protettivi. La rete nasce in questo modo. Nell’ambito di molteplici contatti emergono figure notevoli che verranno poi dichiarate ‘Giusti tra le Nazioni’. Tali soggetti rimangono comunque un nucleo parziale. Un elevato numero di cattolici, infatti (inclusa mia madre), non volle raccontare poi le azioni umanitarie svolte per seguire una regola della carità (la mano destra non deve sapere quello che fa la sinistra). Sul piano storico, diverse ricerche hanno incontrato delle difficoltà, perché alcuni studiosi non hanno tenuto conto del fatto che esisteva un linguaggio di copertura. La ‘parola’ ebreo era stata cancellata per legge. Chi la usava commetteva un reato. Si sostituì quindi con il termine ‘non ariano’. Ma anche in questo caso vennero emanate direttive per cancellarlo. Si scelse così il termine profugo (o sfollato). Nei discorsi pontifici, l’insistenza sul termine carità si tradusse in un messaggio in codice (sostegno ai perseguitati). Ne sono prova le direttive ai parrochi di Roma, attraverso il cardinale vicario, che traducevano in orientamenti operativi le volontà del Papa. Prof. Pierluigi Guiducci Storico e già docente di Storia della Chiesa presso il Centro diocesano di teologia per i laici “Ecclesia Mater” della Pontificia Università del Laterano
  9. 9. healthonline.it | 09 Tra le tante storie di solidarietà spicca quella del Fatebenefratelli con la creazione di un reparto per soli ebrei. Cosa accadde? L’ospedale dei Fatebenefratelli, sull’Isola Tiberina a Roma, si trovò in una situazione particolare. Aveva davanti la Sinagoga con l’area dell’antico Ghetto. E, alle spalle, il quartiere di Trastevere popolato anche da famiglie ebree. Quando iniziarono le persecuzioni anti- ebraiche, il primario di medicina, il dottor Giovanni Borromeo, cominciò ad accogliere ebrei (si trattò di due medici e di qualche membro della Comunità ebraica). Poi la situazione divenne drammatica nel 1943. Nelleoredelrastrellamentodel16ottobre, molti ebrei si rifugiarono negli spazi dell’ospedale. Altri ebrei provenivano dal vicino Ospedale Israelitico. Dopoil16ottobresipresentaronoaltriebrei. In tutto furono una sessantina (con periodi di permanenza molto diversi tra loro). Gli ebrei nascosti in ospedale vennero distribuiti in più punti dell’edificio (per non dare troppo nell’occhio). Purtroppo, però, dopo il 16 ottobre scattò una prima irruzione nazi-fascista. Fu in quella occasione che il primario Borromeo dette ordine di radunare gli ebrei in una zona della lunga Sala Assunta (la parte vicina all’altare). Una grande vetrata separava questa zona (ove si celebrava la messa) dall’altra parte (più lunga e con diversi letti allineati in doppia linea). Si trattò di un “reparto” improvvisato. Una delle più interessanti “invenzioni” dei medici del nosocomio romano è stata senza dubbio la creazione del Morbo K. In che modo riuscirono a persuadere i tedeschi? Si dovette in qualche modo spiegare ai tedeschi perché esisteva un gruppo di malati che non era assolutamente avvicinabile (gli ebrei perseguitati). Per questo motivo il primario Borromeo, che per fortuna parlava benissimo in tedesco, si ‘inventò’ una malattia dagli esiti drammatici. Colpivailsistemaneurologico,rovinavaper sempre la vita del paziente, e - soprattutto - era contagiosissima. Davanti alla puntuale descrizione di questo morbo, il medico tedesco che doveva esaminare i pazienti, preferì non andare oltre. I militari si ritirarono. Per ricordare quell’episodio e per indicare i nuovi ebrei in arrivo il giovane medico ebreo dottor Vittorio Emanuele Sacerdoti coniò il termine “morbo di K”. L’espressione dava adito a una doppia lettura. O una lettura scientifica. O una lettura ‘concreta’ (morbo di Kesserling, o di Kappler).
  10. 10. Questo piano di protezione ottenne i risultati auspicati? Siriuscìasalvareunasessantinadiebreicon alterne vicende. Alcuni di loro si rifugiarono nel nosocomio ma poi desiderarono uscire per avere notizie dei propri cari e per controllare la propria abitazione. Altri ebrei furono di passaggio. Si cercò infatti di trovare dei collegati con istituti religiosi della zona. Tale orientamento si spiega con il fatto che l’ospedale era aperto a tutti, quindi anche a possibili spie e a delatori. Furono pochi gli ebrei che rimasero per un periodo di tempo prolungato. Nel frattempo, si attivarono delle difese dall’esterno. Il maresciallo Gennaro Lucignano, ad esempio, in qualità di comandante del gruppo di poliziotti presenti sull’Isola, garantì ai tedeschi sul proprio onore che nella zona non c’erano assolutamente ebrei. In realtà un piccolo gruppo era pure nascosto nella torre medievale dell’Isola. Medicina e persecuzione razziale: una relazione che spesso riemerge dalle pagine della storia. Da storico, come spiega questo legame? Giàprimadellepersecuzioniantiebraiche, diversi medici in Europa (Regno Unito, Francia, Svezia, Finlandia, Italia) e in USA, avevano cominciato ad applicare delle tecniche in materia di eugenetica. Si voleva cioè cercare di studiare le razze con il fine di annullare imperfezioni e tare ereditarie. Lungo questa strada non furono infrequenti i casi di pazienti morti a seguito dei trattamenti subìti. In seguito, anche nella Germania nazista si cominciò a ragionare in termini di razza pura. Tale politica comportò l’eliminazione di soggetti segnati da grave disabilità. A seguito delle proteste del vescovo August von Galen (1941) e degli 10 | #attualità il primario Borromeo si ‘inventò’ una malattia che colpiva il sistema neurologico, rovinava per sempre la vita del paziente, e - soprattutto - era contagiosissima. I militari decisero così di ritirarsi abitanti della Vestfalia, i centri di ricerche si spostarono nei campi di sterminio all’Est. Qui, i programmi vennero ampliati con nuoviesperimentiriguardanti,adesempio, il congelamento e il raffreddamento prolungato o la decompressione per il salvataggio da grande altezza. Anche in Giappone vennero svolti moltissimi esperimenti riguardanti la guerra biologica. Tali vicende si spiegano con l’assoluto asservimento di taluni scienziati ai regimi del tempo, e alla volontà di utilizzare soggetti privi di difesa per esami che erano liberi da qualunque regola etica. Sempre sul piano storico, si deve registrare comunque lo sforzo di ricerca medica per bloccare le infezioni causate da eventi bellici. Si aprì così la strada alla penicillina, che cominciò ad essere distribuita anche ai civili con dosi industriali subito dopo la fine del II conflitto mondiale.
  11. 11. www.acquapradis.com 8.2 pH Acqua alcalina , 0,001 % di Sodio, imbottigliata a soli 140 Passi dalla Sorgente Immersa nella natura delle Prealpi Carniche, in Friuli Venezia Giulia, sgorga un’acqua minerale microbiologicamente pura, dal gusto equilibrato e leggero, che racchiude in sé tutte le benefiche proprietà del luogo in cui nasce. Acqua Pradis è dissetante e perfetta in ogni momento della giornata: al lavoro, in palestra, nel tempo libero e durante i pasti. PH 8.2 Acqua Pradis. Naturalmente buona, naturalmente salutare. Naturalmente.
  12. 12. 12 | #attualità #attualità Centro per Bambini Farfalla epidermolisi bollosa:a Modena nasce un
  13. 13. Lo spiega il Prof. Michele De Luca, Direttore del Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” dell’Università di Modena e Reggio Emilia healthonline.it | 13
  14. 14. #attualità Si chiamerà EB Hub, nascerà al Policlinico di Modena e sarà un centro unico nel suo genere, capace di costituire il punto di incontro tra diagnosi, ricerca, assistenza e terapie avanzate per l’Epidermolisi Bollosa, o “malattia dei bambini farfalla”. di Nicoletta Mele 14 | Prof. Michele De Luca Direttore del Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” dell’Università di Modena e Reggio EmiliaLembo di pelle della fronte - Ruhr-University Bochum L’Epidermolisi Bollosa (EB) è una patologia rara ma molto grave che proprio a Modena vanta promettenti successi nella terapia genica,grazieallavorodelCentrodiMedicina Rigenerativa dell’Università di Modena e Reggio Emilia e dello spin-off universitario Holostem Terapie Avanzate. Proprio per la diagnosi e la cura dei pazienti EB, a gennaio è stata firmata una convenzione tra l’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena e Holostem per la realizzazione entro il 2020, presso il Policlinico modenese, di una nuova area di Dermatologia, dedicata ai bambini farfalla e agli ambulatori per la diagnosi avanzata e la cura dei tumori della pelle, da cuiipazientiEBsonofrequentementecolpiti. A spiegare che cos’è la patologia e in modo più dettagliato in cosa consiste il progetto è il Prof. Michele De Luca, Direttore del Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” dell’Università di Modena e Reggio Emilia. “L’epidermolisi bollosa - afferma - è una rara e invalidante malattia genetica che provoca bolle e lesioni sulla pelle e nelle mucose interne. È accumunata alla fragilità delle ali di una farfalla proprio per come l’epidermide si stacca dal derma. Si calcola che al mondo siano circa 500.000 le persone colpite da questa patologia, con diversi gradi di gravità in base al tipo di mutazione nei geni che producono le proteine di adesione nella giunzione dermo-epidermica. Esistono varie forme di EB (tra cui le principali sono Simplex, Giunzionale e Distrofica), con diversi sottotipi, classificati in base ai geni coinvolti e alle manifestazioni cliniche della patologia”.
  15. 15. healthonline.it Nei casi più gravi questa patologia è incompatibile con la vita, perché’? “La forma più grave, che colpisce in Italia un neonato su 1.470.000, provoca severe compromissioni non solo di vaste aree dell’epidermide ma anche delle membrane di rivestimento degli organi interni, come l’apparato gastrointestinale, quello genitourinario e le vie respiratorie, causando la morte entro i primi mesi di vita”. Ad oggi non esistono terapie risolutive? “No, ma da molti anni al Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” dell’Università di Modena e Reggio Emilia, in collaborazione con Holostem, stiamo mettendo a punto innovativi protocolli di terapia genica per ricostruire in laboratorio lembi di pelle geneticamente corretta tramite le cellule staminali dei pazienti stessi. Il primo paziente con una forma giunzionale è stato trattato nel 2005 e da allora non ha mai più sviluppato lesioni nelle aree trattate. E nel 2017 siamo riusciti a dimostrare, su un piccolo gravissimo paziente in Germania, che è possibile utilizzare lembi di epidermide geneticamente corretta come terapia salvavita sull’intera superficie corporea”. Fino ad oggi sono un’ottantina i pazienti, provenienti da tutta Italia, visitati presso l’Ambulatorio delle ferite difficili della Dermatologia del Policlinico, diretta dal Prof. Giovanni Pellacani, grazie a due progetti | 15 regionali di ricerca sull’EB del valore di quasi 2 milioni di euro, che hanno messo in rete realtà pubbliche e private del territorio. Proprio per la diagnosi e la cura sarà messo a disposizione il nuovo reparto presso il Policlinico di Modena, che costituirà un unicum nel panorama internazionale per la presa in carico dei pazienti grazie alla convergenza di competenze di eccellenza sia in campo clinico, sia nel campo della ricerca e dell’innovazione scientifica. La nuova area che verrà realizzata, metterà a disposizione di questi pazienti le migliori tecnologie in una struttura di Day Hospital progettata sulle loro esigenze. Essendo l’EB una patologia sistemica e complessa, i pazienti saranno seguiti da un’equipe multi-disciplinare che comprende anche neonatologia, pediatria, genetica medica, chirurgia della mano, ortopedia, fisiatria,diagnostica,ecc.elacollocazionenel cuoredelPoliclinicoconsentiràalpazientedi non muoversi, perché sarà l’organizzazione a ruotare intorno a lui. Prof. De Luca, quanto è importante la realizzazione di questo progetto? “È fondamentale portare ai pazienti queste terapie innovative che richiedono una collaborazione strettissima tra la clinica, la diagnostica, la ricerca e l’industria. È inoltre importantissima per gli indubbi vantaggi che avranno i pazienti nell’avere a disposizione, in un unico centro, la diagnosi, la terapia genica e la sorveglianza oncologica, oltre alle migliori cure disponibili per i diversi problemi legati alla malattia nelle diverse fasi della vita”.
  16. 16. 16 | #salute #salute Lotta il cancro contro
  17. 17. healthonline.it | 17 Every action counts
  18. 18. Ogni azione conta. È il messaggio del World Cancer Day che si celebra da 20 anni a febbraio. Una giornata internazionale indetta nel 2000, anno in cui a Parigi si è tenuto il vertice mondiale contro il cancro, promosso dalla Union for International Cancer Control (UICC), che ha deliberato la Carta di Parigi, un documento i cui obiettivi sono: promuovere la ricerca, prevenire il cancro, migliorare i servizi ai pazienti, sensibilizzare e mobilitare la comunità mondiale nei confronti della malattia. La prevenzione riduce di un terzo i casi di tumore, questo è quanto è emerso nel 2003 dal World Cancer Report stilato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’OMS (IARC). Il report fornisce chiare evidenze che è possibile prevenire circa un terzo dei casi di tumore agendo su fumo, dieta e infezioni. Gli interventi che la IARC suggerisce sono: la riduzione del fumo di tabacco; il consumo frequente di frutta e vegetali; praticare regolarmente attività fisica; sottoporsi nei termini indicati dagli esperti agli screening per il tumore del seno e per il cancro alla cervice (nel 2003 era già noto che quest’ultimo è provocato dal Papilloma virus, ma non era ancora disponibile un vaccino, arrivato nel 2006). di Alessia Elem 18 | salute l’italia rappresenta un’eccellenza internazionalenell’ambito della ricerca oncologica: nel nostro paese quasi 3,5 milioni di persone hanno superato la diagnosi di cancro 18 | #salute
  19. 19. healthonline.it | 19 In occasione del ventennale, la Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, ha fatto il punto sui principali traguardi ottenuti dai ricercatori che lavorano ogni giorno per i pazienti e per le loro famiglie, sostenuti dall’impegno dei volontari e dei donatori che ogni anno rinnovano la loro fiducia ad AIRC. Dalla “rivoluzione genomica” iniziata attorno al 2000, con l’annuncio della prima bozza della sequenza del genoma umano, che ha consentito di identificare molti geni coinvolti nel cancro e di sviluppare trattamenti sempre più precisi, siamo oggi arrivati ai progressi dell’immunoterapia, che potenzia le difese del nostro organismo per combattere il tumore. Oggi l’immunoterapia è considerata la quarta arma contro i tumori insieme a chirurgia, chemioterapia e radioterapia. In parallelo vi sono nuovi approcci nella somministrazione della chemioterapia, che continua a essere il trattamento più importante in assenza di altre terapie mirate, e una maggiore comprensione del ruolo dell’alimentazione, dell’esercizio fisico e dell’importanza di smettere di fumare nella prevenzione dei tumori. In questi vent’anni, molti studi hanno permesso di comprendere meglio il ruolo dell’alimentazione e dell’esercizio fisico nel mantenerci in salute e tenere lontano il rischio di sviluppare un tumore. Il sovrappeso e l’obesità, in particolare, sono sempre più considerati un fattore di rischio importante sia per lo sviluppo di un cancro, sia per l’efficacia delle terapie antitumorali. Nuove evidenze mostrano che non conta solo quanti sono i chili di troppo, ma anche dove si accumulano: ormai è certo che un girovita troppo abbondante è un fattore di rischio rilevante non solo per le malattie cardiovascolari ma anche per i tumori. Infine, sempre più studi hanno dimostrato il ruolo positivo dell’esercizio fisico regolare: protegge contro più di dieci tipi di cancro diversi, migliora la risposta alle terapie dei pazienti oncologici e riduce il rischio di recidive. L’Italia ha contribuito in maniera decisiva a molti di questi risultati e continua a rappresentare un’eccellenza internazionale nell’ambito della ricerca oncologica, come testimoniano le pubblicazioni dei nostri scienziati e il dato per numero di guarigioni, che ci pone al vertice in Europa: nel nostro Paese, attualmente, quasi 3,5 milioni di persone hanno superato una diagnosi di cancro e in molti casi hanno un’aspettativa di vita paragonabile a quella di chi non si è mai ammalato (fonte dei dati: I numeri del cancro in Italia, 2019 a cura di AIRTUM, AIOM e Passi). Ma c’è ancora molto da fare: nel 2019 l’Organizzazione mondiale della sanità ha incluso le malattie non trasmissibili, incluso il cancro, fra le dieci principali minacce alla salute pubblica. “Progress is possible”, il progresso è possibile, ribadisce la campagna del World Cancer Day, ma c’è bisogno dell’impegno di tutti.
  20. 20. La mia? é stata mia figlia a dirmelo famiglia asperger Una 20 | #salute Il racconto di Francesca Mela #salute
  21. 21. healthonline.it | 21 “Ho la sindrome di Asperger e questo vuol dire che qualche volta sono un po’ diversa dalla norma. E, date le circostanze, essere diversa è un super potere”. Lo ha detto Greta Thunberg, l’attivista sedicenne svedese che ha mobilitato il mondo contro la crisi climatica e che vive sin da bambina con la sindrome di Asperger. Sono 300 mila i casi diagnosticati di Asperger e Adhd in Italia, ma il problema riguarda almeno 1,5 milioni di adulti. Tra loro c’è Francesca Mela, 46 anni, mediatore familiare ed esperta in terapia cognitivo affettiva, che su Facebook, dove compare con lo pseudonimo Ty Lancieri, ha dato vita a una comunità di uomini e donne accomunati dalla stessa sindrome che cresce a vista d’occhio. “Non sono affetta da sindrome di Asperger – specifica all’inizio della nostra chiacchierata la dottoressa Mela – io sono Asperger”. Uno status? Una condizione? Uno stile di vita? “Di fatto – spiega – è un modo diverso di esperire la vita e la realtà attraverso un diverso sensoriale e un pensiero divergente dalla norma, ma non è una patologia”. Quando ha scoperto di essere Asperger? All’incirca quattro anni fa, dopo che mia figlia, allora dodicenne, che guardava la serie Tv The Big Bang Theory, mi ha detto “mamma, sembri proprio Sheldon, studia la sindrome di Asperger perché secondo me lo sei”. Ho seguito il suo consiglio, ho partecipato a corsi e ho seguito convegni e conferenze. In un secondo momento ho avviato l’iter diagnostico con il dottor Davide Moscone. Subito dopo entrambi i miei figli (oggi 17 e 11 anni) sono stati diagnosticati Asperger. Siamo, quindi, una famiglia di Asperger e loro sono cresciuti in un ambiente naturalmente Aspie-friendly, perché siamo molto simili e quindi non mi ero accorta che sono neurodiversi. A me sembrava normale vivere così. di Alessandro Notarnicola
  22. 22. 22 | #salute Francesca Mela Mediatore familiare ed esperta in terapia cognitivo affettiva Come ha spiegato ai suoi figli questa “scoperta”? Ho subito detto loro che stavamo andando in un centro per iniziare un iter diagnostico, hanno sempre saputo tutto e l’abbiamo sempre gestito insieme. In seguito alle prime diagnosi abbiamo dato avvio a un lavoro in team, che coinvolge anche le psicologhe cognitivo-comportamentali e la scuola. C’è differenza tra “Asperger bambini” e “Asperger adulti”? In generale, il primo aspetto ha a che vedere con il livello di funzionamento. Poiché l’Asperger è una diagnosi recente e molti adulti sono diagnosticati dopo i 30 anni, quando si osservano i bambini si trovano mediamente persone più compromesse, ma questa potrebbe essere un’illusione derivante dal fatto che gli adulti con maggiori difficoltà si trovano all’interno dei servizi con altre diagnosi. Un altro aspetto è che molti adulti imparano a compensare crescendo e quindi le caratteristiche risultano meno marcate. La maggioranza degli adulti soffre delle comorbidità più che dell’Asperger in sé, mentre nei bambini l’Asperger, anche da solo, può provocare difficoltà consistenti. Poi ci sono dei fenomeni che si evidenziano crescendo. Ad esempio, buona parte dei bambini Asperger sono ingenui, ma molti adulti diventano sospettosi crescendo, perché dopo aver avuto molte esperienze negative, se non hanno acquisito sufficienti capacità di comprendere il prossimo, avviene un passaggio di stato da “ingenuo” a “sospettoso” finalizzato a proteggersi. Gli aspetti sensoriali tendono a ridursi con la crescita, anche se più spesso negli uomini, mentre nelle donne possono iniziare ad oscillare con le variazioni ormonali. A livello sociale invece? Da un lato il mondo degli adulti è meno dinamico, quindi c’è modo di “imparare” alcune competenze e farne tesoro per anni, d’altra parte è anche più complesso. Viceversa, però un adulto spesso non è obbligato a socializzare all’interno di una scuola, ma può scegliere la sua “nicchia ecologica” in cui fiorire, ovviamente se è riuscito a superare infanzia e adolescenza senza aver accumulato troppi traumi.
  23. 23. healthonline.it | 23 Circa la metà degli Asperger soffre di alessitimia, che non consente al loro cervello di gestire e processare gli stimoli sensoriali. CIò SCATENA UN sovraccarico CHE SCATURISCE IN UN meltdown o in uno shutdown Gli adulti Asperger possono manifestare anche una difficoltà, più o meno marcata, nel regolare le emozioni, in particolare ansia e rabbia. Si ritrova? Gli Asperger possono avere un modo diverso di percepire le proprie emozioni, spesso più intenso e possono avere un modo diverso di esprimerle. Circa la metà degli Asperger hanno anche l’alessitimia, ovvero la difficoltà a riconoscere e dare un nome alle proprie emozioni o a quelle altrui. Questa per me è una grande difficoltà perché è come se mi mancasse un alfabeto (le emozioni) e quindi non riuscissi a comunicare con quella lingua, che va appresa. Nominare è dominare. Prima lo si fa con una educazione cognitivo affettiva e meglio è, per questo sono fondamentali le diagnosi precoci. Ma quello che viene visto come crisi di rabbia (il meltdown autistico) ha spesso origine da una difficile regolazione sensoriale oltre che emotiva. Possiamo non riuscire a gestire gli stimoli sensoriali perché il nostro cervello non riesce a processarli e allora possiamo andare in sovraccarico e reagire o con il meltdown che si esplicita in una esplosione, o in uno shutdown, che è come uno spegnimento del sistema, il suo opposto. Personalmente sono più incline agli shutdown e anche i miei figli.
  24. 24. A tal proposito, gestisci un gruppo Facebook “Asperger Adulti Italia” che cresce sempre di più. Quanto è importante creare una rete in questo senso e quanto aiuta la presenza dei social? Il gruppo ha scaldato i motori per la prima volta due anni fa in 20 e a oggi siamo 781, tutti Asperger adulti diagnosticati o in attesa di diagnosi. Una rete è fondamentale perché ci scambiamo informazioni (con basi scientifiche dimostrate), parliamo di noi e di ciò che viviamo e sentiamo, delle nostre esperienze, delle difficoltà e dei successi. Spesso gli Asperger sviluppano ansia sociale e poterci conoscere sul gruppo per tanti di noi è stato solo il primo passo per poi vederci di persona. Sono nate amicizie, collaborazioni e amori. Ovviamente non siamo tutti uguali, anzi, abbiamo una sintomatologia comune ma fra noi siamo più diversi che non i neurotipici fra loro, che invece tendono ad aver bisogno di uniformarsi. Perquesto,nelgruppoèessenzialeilrispetto reciproco, esprimersi in modo assertivo, impararemettersineipannideglialtriedevo dire che siamo un gruppo molto rispettoso di tutti, parliamo di ogni argomento in modo estremamente schietto e diretto, le discussioni sono interessanti e utili. L’Asperger è comunicabile su una piattaforma social? Il problema di rivelare pubblicamente una diagnosi di Asperger è lo stigma sociale che ne può derivare, per ignoranza o anche il non essere creduti. Ancora oggi ci sentiamo dire cose come: “non puoi essere Asperger perché parli, guardi negli occhi, provi emozioni, sei sposata, hai figli, lavori, socializzi”. Sui social va per la maggiore “non puoi essere Asperger perché se tu lo fossi non riusciresti a scrivere al computer”. Ne sentiamo dire talmente tante che, fa un po’ paura dirlo, significa lottare ogni volta contro gli stereotipi e comunque rischiare spesso di non essere creduti. Con la Sindrome di Asperger si vive o si sopravvive? Una domanda questa che scaturisce dalla testimonianza diretta di alcuni adulti che hanno confessato di “sopravvivere”. È ancora così oggi, rispetto al passato? Il problema non è la Sindrome di Asperger in sé, ma il mondo neurotipico in cui viviamo. Siamo diversi e già uscire di casa può crearci grossi problemi per via degli stimoli sensoriali. Ogni giorno dobbiamo mettere in atto una socializzazione che abbiamo appreso negli anni ma che non ci viene naturale. È come parlare un’altra lingua, molti di noi si sentono alieni. Ma capita che quando siamo fra noi non abbiamo nessun problema, abbiamo rispetto delle reciproche possibili difficoltà e soprattutto diversità, perché quando hai conosciuto un autistico ne hai conosciuto uno, siamo davvero tutti diversi e quindi comunichiamo moltissimo i nostri bisogni e chiediamo quelli altrui, con profondo rispetto. Per esempio, ai convegni abbiamo dei badge dove viene specificato “no contatto fisico” ed è normale per noi avere stereotipi pubblicamente, perché ci rilassano e ci rendono felici, poterci isolare un po’ per recuperare energie senza che nessuno si senta offeso. Sono le problematiche che si aggiungono all’Asperger che fanno “sopravvivere”. 24 | #salute
  25. 25. healthonline.it | 25 Greta Thunberg, l’attivista che si batte contro i cambiamenti climatici, compirà 18 anni il prossimo anno e diventerà anche lei un’adulta con sindrome di Asperger. Cosa significa per lei vedere un’adolescente con la sua stessa Sindrome salire all’onore delle cronache con tutti che ascoltano le sue tesi ambientalistiche? Intanto è dura far capire che Greta è felice, perché sta seguendo il suo interesse. Per un Asperger è la via per la realizzazione personale. Abbiamo passioni intense, se ci viene permesso di seguirle possiamo raggiungere l’eccellenza e un adolescente può poi farne il lavoro di una vita. Molti credono anche che sia manipolata perchéèAspergerepensanocheperquesto non sia in grado di intendere e volere. Per me quindi veder parlare di Asperger in positivo tramite Greta è importante, far capire alle persone che siamo in grado di pensare, parlare, viaggiare, lavorare e avere amici è fondamentale. Certo, tutto ha un prezzo. Spesso fra noi ci chiediamo quanto possa essere distrutta Greta dopo un bagno di folla, o dopo uno dei suoi viaggi. Per me uscire dalla mia comfort zone, parlare in pubblico, stare in posti ampi e affollati è devastante e riesco a farlo perché seguo i miei interessi, ma dopo devo stare ore in solitudine, al buio, a recuperare. Perimieifiglièstatoancorapiùimportante. Mia figlia aveva sedici anni quando ha fatto coming out a scuola come Asperger e poco dopo si è iniziato a sentir parlare di Greta: questo lo ha sicuramente aiutata. Domenica 16 febbraio, in occasione della Giornata Mondiale della Sindrome di Asperger a Milano, si è tenuto un incontro pubblico dal titolo “Uniche come me. Donne Asperger: le invisibili alla fine dello spettro” e nel corso del quale è stato presentato in anteprima il libro “Autismo al femminile” di Fisher Bullivant F e a cura di David Vagni e edito da Edizioni Edra. “EsseredonneAsperger–haspiegato l’autore del libro – spesso induce a vivere in uno stato di perenne invisibilità, creato da una parte dalle abilità di mascheramento sociale e dall’altra dalla calibrazione dei test diagnostici sulla base dicaratteristichestrettamentemaschili.  L’Asperger al femminile presenta  specificità che spesso sfuggono alla lente clinica, portando in alcuni casi a diagnosi sbagliate, con un carico seguente di sofferenza difficilmente sopportabile”.
  26. 26. #in e vi den za26 | #in evidenza
  27. 27. è vero che...? Risponde il Prof. Giovanni Di Perri healthonline.it | 27 emergenza coronavirus
  28. 28. I coronavirus (CoV) sono un’ampia famiglia di virus respiratori che possono causare malattie da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie come la MERS (sindrome respiratoria mediorientale, Middle East respiratory syndrome) e la SARS (sindrome respiratoria acuta grave, Severe acute respiratory syndrome). Il nuovo nome del virus SARS-Cov-2 (Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2) dato dall’InternationalCommitteeonTaxonomyofViruses(ICTV)chesioccupadelladesignazione e della denominazione dei virus (ovvero specie, genere, famiglia, ecc.), sostituisce quello precedente: 2019-nCoV (“n” sta per nuovo e “CoV” per coronavirus). Ad indicare il nuovo nome è stato un gruppo di esperti appositamente incaricati di studiare il nuovo ceppo di coronavirus. Secondo questo pool di scienziati, il nuovo coronavirus è fratello di quello che ha provocato la Sars (SARS-CoVs), da qui il nome scelto di SARS-CoV-2 (www.salute.gov.it). SARS-CoV-2 è l’infezione responsabile dell’epidemia di polmonite scoppiata in Cina nella città di Wuhan nella provincia di Hubei all’inizio di gennaio e che in pochi mesi si è diffusa in tutto il mondo, arrivando anche in Italia. LasituazioneècostantementemonitoratadalMinisterodellaSalute,cheèincontinuocontatto con l’OMS e l’ECDC, e pubblica tempestivamente ogni nuovo aggiornamento sul suo portale. di Nicoletta Mele 28 | #in evidenza Prof. Giovanni Di Perri Virologo e Direttore Clinica Universitaria Malattie Infettive Ospedale Amedeo Savoia - ASL Città di Torino In questo periodo sono circolate, soprattutto in rete, tante notizie e informazioni e tra queste anche delle fake news. Per capire se e quanto questo fenomeno sia davvero preoccupante, abbiamo rivolto 12 domande al Prof. Giovanni Di Perri, virologo e Direttore Clinica Universitaria Malattie Infettive Ospedale Amedeo Savoia - ASL Città di Torino. È vero che SARS-CoV-2 è di origine animale - terzo salto di specie - e si conosceva già da tempo? Il SARS-CoV-2 si ritiene sia originato dalla ricombinazione di due coronavirus provenienti da due diverse specie. Alla base, come progenitore, sembra esservi il Coronavirus di un pipistrello (Horseshoe Bat), giunto alla specie umana probabilmente attraverso un passaggio di ricombinazione con un altro Coronavirus la cui specie ospitante rimane al momento ignota.Secondo recenti ricostruzioni, questo passaggio sarebbe avvenuto nel Novembre 2019.
  29. 29. healthonline.it | 29 È vero che la trasmissione da una persona infetta a un’altra avviene con la saliva(tosseestarnuto),contattodiretto, toccando con le mani contaminate bocca, naso e occhi? Ciò che si conosce sulla trasmissione è che avviene per via respiratoria, ovverosia per condivisione dello stesso volume d’aria; le particelle acquose o goccioline, in particolare quelle di taglia più piccola, possono “galleggiare” in aria per 20-30 minuti, e rendersi quindi suscettibili di aspirazione da parte di altri individui. Non è da escludere che il contagio possa anche avvenire attraverso il contatto di secrezioni del paziente con la congiuntiva oculare. Da qui la raccomandazione di una scrupolosa igiene delle mani, al fine di evitare l’eventuale autoinoculazione attraverso l’incauto ed involontario trasporto da una superficie infetta alla zona perioculare. È vero che i sintomi più comuni sono febbre, tosse, difficoltà respiratorie e se si dovesse riscontrare uno di questi sintomi la raccomandazione è di non recarsi al pronto soccorso ma chiamare il numero verde 1500, messo a disposizione dal Ministero della Salute? Questa raccomandazione vale per tutti, ed in particolare per chi ha una storia recente di contatto con un caso accertato, ed è tesa ad evitare che il paziente sospetto si rechi in un Pronto Soccorso, ove potrebbe facilmente entrare a sua volta in stretto contatto con numerose altre persone. È vero che i giorni di incubazione sono 24 e non 14? La durata di 14 giorni comprende verosimilmente la stragrande maggioranza dei casi, benché in qualche circostanza è stata sospettata un’incubazione più lunga. La SARS (2002-2003) risultò avere un’incubazione compresa fra 2 e 29 giorni, malamaggiorpartedeipazientisiammalava entro circa una settimana dall’esposizione. Èverochel’infezionepuòesserepresente anche senza febbre e che il virus può essere trasmesso anche in assenza di sintomi e nel periodo di incubazione? Può verificarsi una recidiva? (pare che in Giappone se ne sia registrata una...) Sono stati descritti casi asintomatici in grado di trasmettere l’infezione, e questo aspetto può far parte della spiegazione dell’elevata contagiosità dell’infezione. Sono stati anche descritti casi di ripresa della replicazione virale in pazienti ritenutigiàguariti;sitrattadiunfenomeno da comprendere ancora del tutto, ma va precisato che vi sono altre infezioni virali nelle quali l’eliminazione del virus può avvenire anche in convalescenza.
  30. 30. 30 | #in evidenza È vero che i soggetti più a rischio sono le persone anziane e affetti da patologie croniche? Si, le casistiche cinesi, ma anche l’esperienza italiana in corso individuano nel paziente anziano, specie se affetto già da altri disordini (cardiopatia ischemica ed ipertensiva, diabete) i soggetti più a rischio di sviluppare forme gravi. È vero che non esistono trattamenti specifici per le infezioni causate dai Coronavirus e che lo sviluppo di un vaccino non sarebbe risolutivo? Farmaci specificamente attivi contro il Coronavirus non sono stati ancora sviluppati, benché una serie di antivirali già approvati per altre indicazioni (e.g. infezione da HIV, HCV) vengano attualmente impiegati in virtù di alcune preliminari note positive riscontrate in pazienti affetti da COVID-19. Difficile stimare l’impatto di un vaccino al momento, in quanto non vi è esperienza con i Coronavirus. Si consideri che un’efficacia anche subottimale, in termini di grandi numeri, potrebbe comunque portare a risultati di rilievo in termini di salute pubblica. È vero che per ridurre la trasmissione del virus, dal punto di vista comportamentale, si devono lavare spesso le mani, starnutire in un fazzoletto o sul gomito flesso? È vero che è inutile indossare le mascherine? L’igiene delle mani, così come le comuni norme di igiene e di educazione, sono precauzioni senz’altro utili. Le mascherine ad elevato filtraggio sono utili in ambito ospedaliero e vanno possibilmente indossate dal caso accertatoosospettoincasoditrasferimentoversol’Ospedale ed in ogni altra circostanza di contatto inter-umano. Indossarle nella vita quotidiana è una pratica che riserverei alle circostanze estreme. Èverochepercontenereladiffusionedell’infezionesideve stare in quarantena anche in assenza di sintomi e con il sospetto di essere stati in un luogo a rischio contagio e/o in contatto con una persona infetta? Laquarantenasiapplicaaicontattidicasiaccertati,edèuna misura appunto tesa a ridurre le probabilità di diffusione del virus.
  31. 31. È vero che il Governo italiano ha messo in atto tutte le misure preventive per arginare il dilagarsi dell’infezione? La situazione è indubbiamente difficile, in quanto la contagiosità del virus è veramente elevata. Sirammentacheancheilsolorallentamento del contagio rappresenterebbe in queste condizioni un risultato importante. È vero che SARS-CoV-2 rispetto ai precedenti simili virus è ad alta contagiosità ma con un tasso di mortalità inferiore? E da cosa è dovuta la maggiore contagiosità rispetto alle infezioni precedenti? La maggiore contagiosità del virus SARS- CoV-2 è evidentemente riconducibile a proprietà che questo nuovo virus ha acquisito nel processo di ricombinazione che lo ha generato, ed è certamente superiore rispetto a quanto documentato nel caso della SARS (2002-2003) e della MERS (2012-tuttora). La letalità è al momento più bassa rispetto alle altre forme gravi di malattia da Coronavirus, benché non sia del tutto attendibile calcolare la letalità reale nel corso di un’epidemia. Farmaci attivi contro il coronavirus non sono stati ancora sviluppati, vengono però utilizzati antivirali approvati per altre indicazioni, come ad esempio per le infezioni da hiv, hcv. difficile stimare l’impatto di un vaccino in quanto non vi è esperienza con i coronavirus healthonline.it | 31
  32. 32. È vero che non bisogna avere paura ma essere responsabili e tenersi informati, consultando principalmente fonti autorevoli come il portale del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità? Certo, il rischio individuale di ammalarsi seriamente è basso. La protezione dei soggetti a maggior rischio è la priorità, da partedituttinoièattesouncomportamento prudente, responsabile, nell’interesse personale e della collettività. 32 | #in evidenza
  33. 33. #in e vi den za34 | #in evidenza
  34. 34. gestire ansia Come l’ healthonline.it | 35 emergenza coronavirus La parola alla psicologa-psicoterapeuta Marinella Cozzolino
  35. 35. Supermercati presi d’assalto, scuole chiuse, quarantena, effetti speculativi sui prezzi degli igienizzanti per le mani e mascherine, fake news sono alcune delle conseguenze del nuovo Coronavirus, l’infezione responsabile dell’epidemia di polmonite che ha avuto origine nella città di Wuhan nella provincia di Hubei in Cina, che è arrivata anche in Italia. Percontenereladiffusionedell’epidemiailMinisterodellaSalute,l’IstitutoSuperiorediSanità elaProtezioneCivilehannomessoapuntodellemisurepreventiveequotidianamentetramite i siti ufficiali e conferenze stampa aggiornano l’opinione pubblica, cercando di contenere anche un aspetto molto importante da non sottovalutare: la paura. Tante notizie, purtroppo anche non fondate, stanno contribuendo ad alzare l’asticella del timore della popolazione italiana. La domanda è: quanto dobbiamo preoccuparci del nuovo Coronavirus? E soprattutto: come gestire l’ansia (la paura dell’ignoto cit. dott.ssa Marinella Cozzolino) in una situazione delicata di salute pubblica che è arrivata con il nuovo anno? Ne parliamo con la psicologa-psicoterapeuta Marinella Cozzolino. di Nicoletta Mele Dott.ssa Marinella Cozzolino Psicologa e psicoterapeuta 36 | #in evidenza Dott.ssa Cozzolino, prima di entrare nel vivo dell’aspetto psicologicodelfenomenoCoronavirus,levorreichiedere: che idea si è fatta di tutta questa situazione? Grazie per questa domanda perché la questione parte proprio da qui. Che idea ci siamo fatti? In situazioni di questo tipo dovrebbe essere considerato assurdo farsi idee personali, ma purtroppo la comunicazione è così distorta ed ambivalente che non è possibile ascoltare e credere a quello che ci viene detto dai media. Ad oggi, dopo i primi giorni in cui si parlava di pandemia, la maggior parte dei virologi minimizza ritenendo ciò che sta accadendo una banale influenza. Intanto però ci sono paesi in quarantena, scuole chiuse e sui piazzali degli ospedali stanno allestendo campi utili al primo soccorso. Sembrerebbe un enorme controsenso. Questa è la mia idea, purtroppo. Una serie di evidenti controsensi possono solo nascondere enormi bugie. Fenomeni come questo evidenziano differenze nella gestione del rischio? Quanto influisce il contesto in cui si vive la stessa situazione? Ilcontestoinfluiscesicuramentemacosìnondovrebbeessere. La mia idea è che l’Italia sia una ed in maniera uniforme andava trattata. Oggi grazie ai treni superveloci e alle offerte aeree low-cost la gente si muove di più e tantissimo. Credochelagentestiainiziandoadevitaredidirlo.Perpauradella quarantena ed anche per un sottile velo di imbarazzo. Essere infettiviadalcunepersonedevesembrareunacosabrutta.
  36. 36. La paura può trasformarsi in ansia e attacchi di panico. In che modo è possibile evitarlo? Non si tratta di paura ma di ansia che è proprio la paura dell’ignoto. Non sappiamo cosa accadrà né come difenderci e questo genera ansia. Anche questo aspetto sembra assurdo. Gel disinfettanti da usare mille volte al giorno per le mani, evitare di toccare banconote, maniglie, oggetti… è qualcosa di umanamente impossibile. Si può stare attenti ma non si può evitare questo tipo di contatto. Ovviamente, come si è potuto notare nessuno ha parlato di contatti intimi e sesso. Credo sia stato il canale preferenziale dell’infezione. Qual è la conseguenza principale dell’allarmismo dal punto di vista psicologico e sociale? Ha presente la storia di “al lupo, al lupo”? Ecco credo accadrà questo. La gente continuerà a fidarsi della portiera perché dello Stato non si fida più nessuno. Per rispondere alla domanda quindi, il problema principale è nella distruzione della fiducia. In pochi giorni gli italiani sono stati terrorizzati e gettati in situazioni per loro sconosciute tipo la quarantena. Interi paesi sono stati blindati e poi per aver fatto alcune famiglie spesa per due settimane (i quattordici giorni della quarantena) sono stati derisi. Cosa avrebbero dovuto fare? Andare a fare la spesa dopo essersi ammalati? Sembra una cosa stupida ma è esempio di enorme incoerenza. Fa sorridere ma è come quando, da piccoli al parco, le mamme ci dicevano corri ma non sudare o gioca ma non ti sporcare. Ecco, la stessa cosa. Bambini e Coronavirus. I bambini si accorgono dell’incertezza e della preoccupazione dei grandi. Come rispondere alle loro domande e soprattutto come gestire le loro paure? Ai bambini vanno raccontate le cose come stanno senza agitarli inutilmente. Ma come stanno le cose? In realtà non lo sappiamo ancora bene ma il “non lo so” di un adulto può creare più problemi al bambino di una risposta chiara che può sembrarci negativa. Trasmettere dubbi è un errore che non dovremmo mai fare. Attenzione però, i genitori non devono sapere tutto comunque. Basta dire “sto cercando di capire, per ora non è ancora chiaro, tuttavia dovrebbe trattarsi di un po’ di febbre e raffreddore”. I pericoli purtroppo vengono ingigantiti dai messaggi che circolano in rete, dall’amica che riferisce di aver sentito dire…Tutto questo inevitabilmente genera una paura eccessiva, è così? Ad essere onesta io non ho sentito in giro paura. Sembrerà assurdo quello che dico ma la situazione completamente nuova per tutti, l’interruzione costante delle trasmissioni televisive per fornire informazioni, ed il passa parola che si è generato, hanno dato vita ad una situazione più elettrizzante che deprimente. Questo ovviamente fuori dalla zona rossa. Chi ha dovuto chiudere attività e fabbriche e chi è stato molto male non ha vissuto questo. healthonline.it | 37
  37. 37. Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha stilato un decalogo “anti-panico” composto da 10 punti per una gestione emotiva dei timori del Coronavirus: “Questo breve vademecum non vuole essere esaustivo né sostituirsi ad un aiuto professionale. È un contributo per riflettere ed orientare al meglio i nostri pensieri, emozioni e comportamenti - individuali e collettivi - di fronte al problema Covid-19. Pochi minuti del vostro tempo per una lettura che ci auguriamo possa esservi utile”. David Lazzari – Presidente CNOP – 26 febbraio 2020 Decalogo anti-panico 1. Attenersi ai fatti, cioè al pericolo oggettivo. Il Coronavirus è un virus contagioso ma come ha sottolineato una fonte OMS su 100 persone che si ammalano 80 guariscono spontaneamente, 15 hanno problemi gestibili in ambiente sanitario, solo il 5 hanno problemi più gravi e tra questi i decessi sono circa la metà ed in genere in soggetti portatori di altre importanti patologie. 2. Non confondere una causa unica con un danno collaterale. 3. Molti decessi non sono causati solo dall’azione del coronavirus, così come è successo e succede nelle forme influenzali che registrano decessi ben più numerosi.  Finora i decessi legati al coronavirus sono stimati nel mondo sono cento volte inferiori a quelli che si stima causi ogni anno la comune influenza. E tuttavia questo 1% si aggiunge ed è percepito in modo diverso dai “decessi normali”. Finora nessuno si preoccupava di una forte variabilità annuale perché tutti i decessi venivano attribuiti all’influenza “normale”: nell’ultima stagione influenzale sono scomparsi 34.200 statunitensi e, l’anno prima, 61.099. 4. Se il panico diventa collettivo molti individui provano ansia e desiderano agire e far qualcosa pur di far calare l’ansia, e questo può generare stress e comportamenti irrazionali e poco produttivi. 5. Farsi prendere dal contagio collettivo del panico ci porta a ignorare i dati oggettivi e la nostra capacità di giudizio può affievolirsi. 6. Pur di fare qualcosa, spesso si finisce per fare delle cose sbagliate e a ignorare azioni protettive semplici, apparentemente banali ma molto efficaci (cfr. elenco qui sotto). 7. In linea generale troppe emozioni impediscono il ragionamento corretto e frenano la capacità di vedere le cose in una prospettiva giusta e più ampia, allargando cioè lo spazio-tempo con cui esaminiamo i fenomeni. Consiglio Nazionale Ordine Psicologi 38 | #in evidenza
  38. 38. Dott.ssa Cozzolino, il documento del Consiglio Nazionale degli psicologi è uno strumento rassicurante? Èrassicuranteilfattochel’ordinedeglipsicologi sisiaattivatoperdivulgarequestodocumento. È un modo per dire che noi ci siamo e siamo a disposizione. Il problema però è dato dal fatto che, in questo momento di enorme confusione, la gente non ha voglia di farsi domande ma di ricevere risposte. In teoria noi ancora non abbiamo ben capito se c’è da preoccuparsi o no. Se il pericolo c’è o no. In una situazione di dubbio così potente gli psicologi possono fare poco. L’errore è stato commesso a monte quando si è parlato tanto, tantissimo di imminente catastrofe. Ad oggi sembra tutto molto ridimensionato ma, come dicevo a proposito dei bambini, alla gente è rimasto un dubbio. INCIDENTI AEREI INDIGNAZIONEPUBBLICAPERICOLOOGGETTIVO CELLULARI RISCALDAMENTO GLOBALE INCIDENTI CON PEDONI TUMORI MALATTIE CARDIACHE ATTACCHI TERRORISTICI CRIMINALI ARMATI CROLLO BORSE FRODI CON CARTE DI CREDITO 8. È difficile controbattere le emozioni con i ragionamenti, però è bene cercare di basarsi sui dati oggettivi. La regola fondamentale è l’equilibrio tra il sentimento di paura e il rischio oggettivo. Questa semplice figura permette di vedere la paura del coronavirus in prospettiva. La figura mostra nella parte superiore i pericoli di cui si ha più paura di quanta se ne dovrebbe avere. In questi casi l’indignazione pubblica può suscitare panico e, di conseguenza, ansie sproporzionate e dannose. Nella parte inferiore, al contrario, ci sono i pericoli a cui siamo abituati e che non provocano paure. La sproporzione tra le aree dei due cerchi mostra quanta differenza c’è tra paure soggettive e pericoli oggettivi. (Fonte: Paolo Legrenzi, A tu per tu con le nostre paure. Convivere con la vulnerabilità, Il Mulino, 2019). 9. La figura mostra il fenomeno delle paure nel loro complesso: l’indignazione pubblica sui media accentua alcune paure, come quelle per gli attacchi terroristici e i criminali armati, e induce a sottovalutare altri pericoli oggettivi a cui siamo abituati. Le caratteristiche del panico per coronavirus lo avvicinano ai fenomeni improvvisi e impressionanti che inducono panico perché sollevano l’indignazione pubblica. 10. Siamo preoccupati della vulnerabilità nostra e dei nostri cari e cerchiamo di renderli invulnerabili. Ma la ricerca ossessiva dell’invulnerabilità è contro-producente perché ci rende eccessivamente paurosi, incapaci di affrontare il futuro perché troppo rinchiusi in noi stessi. healthonline.it | 39
  39. 39. Quanto è importante il supporto dello specialista in questo momento? E quando è necessario? Il sostegno e soprattutto l’esempio dello specialista sono importanti. Ai nostri parenti dobbiamo trasmettere anche un po’ del nostro modo di stare al mondo. Diviene necessaria qualche seduta di psicoterapia quando l’ansia diviene invalidante, quando cioè per paura dei virus, degli altri e del mondo, si evita di svolgere faccende di quotidiana amministrazione. 40 | #in evidenza Alla luce di quanto detto, quali sono i suoi consigli? • Rispettare le linee guida, che male non fanno mai. • Costruirsi intanto una propria idea e decidere il proprio comportamento. • È fondamentale non andare troppo contro se stessi e la propria natura, senza mai però dimenticare le regole imposte. • Evitare di parlare sempre di virus ed influenze varie. • Stare attenti ai sintomi del proprio corpo ma senza diventare paranoici. • Basta lavare spesso e bene le mani e misurare la temperatura due volte al giorno se si ha la sensazione che si stia alzando. • Passeggiare molto all’aperto. • Si evitano mezzi pubblici e si guadagna una linea migliore in previsione dell’estate.
  40. 40. #aziende del grup Acqua Pradis 42 | #aziende del gruppo Health Italia
  41. 41. uppo health italia Sorgente di salute per il nostro organismo L’intervista al presidente Luca D’Agostino healthonline.it | 43
  42. 42. Autentica, pura e salutare. Sono le caratteristiche che contraddistinguono Acqua Pradis, un’acqua minerale microbiologicamente pura, alcalina e con un bassissimo contenuto di sodio, perfetta da bere in ogni momento della giornata. Direttamente dalla fonte delle Prealpi Carniche in Fruili Venezia-Giulia, Acqua Pradis arriva sulle nostre tavole apportando all’organismo numerosi benefici. 44 | #aziende del gruppo Health Italia di Alessia Elem Per conoscere meglio le caratteristiche e la sua affascinante storia, abbiamo incontrato il Presidente di Acqua Pradis S.p.A., Luca D’Agostino. Tra i benefici per la salute anche un maggior apporto di collagene, la proteina più presente nel nostro organismo, che equivale a circa il 6% del peso corporeo. È stata infatti recentemente presentata la Linea PH Pradis al collagene, che aiuta a sopperire la carenza della proteina dovuta a disfunzioni e patologie come osteoporosi, indebolimento delle unghie e perdita di capelli, invecchiamento cutaneo. Dottor D’Agostino, Acqua Pradis ha una storia millenaria… “Esatto, ha origini antiche e autentiche: nasce da una sorgente del monte Dagn, a 650 metri dal livello del mare, dove si trova l’altopiano di Pradis, nel cuore delle Prealpi Carniche, in Friuli Venezia-Giulia. È un luogo incontaminato che vede protagonisteleGrottediPradisposizionate su più livelli e di diversa estensione, lungo una forra scavata nei millenni dai Torrenti Cosa e Rio Secco. Ad esse si uniscono cascate e archi naturali, che mostrano la maestosità della natura e la potenza dell’acqua, per disegnare un panorama geologico che ha attratto generazioni di visitatori e studiosi” Acqua Pradis è un’acqua salutare: quali sono le principali proprietà benefiche per l’organismo? “La fase dell’imbottigliamento avviene a 140 passi dalla fonte e questo permette di mantenere intatte le sue caratteristiche organolettiche, perché non percorre tubature e condotti che possano alterarne il gusto e la composizione. È un’acqua alcalina, con un pH8.2, e ha un basso contenuto di sodio, pari allo 0,001%. Sono due caratteristiche molto importanti perchè consentono al nostro organismo di conservare il giusto livello di basicità e di depurarsi”. Per chi è indicata? È un’acqua minerale microbiologicamente pura,dissetanteeperfettainognimomento della giornata: al lavoro, in palestra, nel tempo libero e durante i pasti. Grazie al basso contenuto di sodio è particolarmente indicata per le donne in gravidanza e per le persone che soffrono di ipertensione e osteoporosi. È ideale per chi vuole mantenersi in forma, sempre abbinata ad uno stile di vita sano”.
  43. 43. L’attenzione per la salute e il benessere iniziano proprio dalla scelta di un’acqua sana e salutare anche durante lo svolgimento delle attività sportive. Proprio con l’obiettivo di far conoscere le sue importanti proprietà benefiche Acqua Pradis è main sponsor della squadra “Totti Sporting Club”, impegnata nel campionato di Serie A della Lega Calcio a 8. Il presidente Acqua Pradis S.p.A. D’Agostino ha commentato con entusiasmo la sponsorizzazione che lega la fonte di benessere ad una società nata sul territorio capitolino grazie all’ex capitano dell’AS Roma Francesco Totti e formata da grandi campioni: “È un’iniziativa che conferma la nostra vicinanza al mondo dello sport e ai suoi valori: il gioco di squadra, il rispetto delle regole, la sana competitività”. Non solo fonte di benessere, Acqua Pradis è un’azienda che crede nel valore della solidarietà:sostienel’importanteiniziativa di Banca delle Visite, un progetto di Fondazione Health Italia Onlus che riprende il concetto del caffè sospeso applicato alla salute, donando cure mediche a tutte quelle persone che non possono permetterselo. “Sostenere il progetto di Banca delle visite - conclude Luca D’Agostino - è un ulteriore tassello che va ad aggiungersi al mosaico dei valori della nostra storia. Ci siamo posti l’obiettivo di donare 1000 visite mediche gratuite entro la fine del 2020 e lo faremo anche grazie al contributo di tutti coloro che si uniranno a noi. Il messaggio è: aiutaci ad aiutare”. è con lo slogan “PradiSolidale #1000 visite” che l’azienda partecipa attivamente allaraccoltafondiperaiutarechihabisogno ad ottenere prestazioni sanitarie gratuite. Per raggiungere il traguardo solidale basta collegarsi al sito internet: www.acquapradis.com/ e cliccare su “aiutaci anche tu”. Acqua Pradis: autentica, pura, salutare e… solidale! healthonline.it | 45
  44. 44. #aziende del grup 46 | #aziende del gruppo Health Italia be health: benessere condiviso per un Community Network
  45. 45. uppo health italia Si è svolta domenica 2 febbraio allo Sheraton Parco de Medici a Roma la presentazione di Be Health S.p.A., la nuova realtà del gruppo Health Italia, dedicata alla vendita dei prodotti nutraceutici e cosmeceutici del gruppo. Be Health S.p.A. nasce da due realtà consolidate all’interno del Gruppo, e si pone l’obiettivo di diventare un community network di eccellenza, distribuendo prodotti made in Italy naturali e innovativi. L’azienda offre un percorso coinvolgente e unico, con un business meritocratico che punta garantire ad ogni persona la possibilità di raggiungere una completa realizzazione personale e professionale. Davanti a un pubblico di 200 persone arrivate da tutta Italia e dall’estero, è stato presentato il CDA della nuova azienda, formato da manager di lunga esperienza nel campo imprenditoriale e del network marketing. Insieme al modello di business, è stato illustrato il piano compensi. Protagoniste sono state infine le linee dei prodotti, che spaziano dall’abbigliamento con tecnologia FIR ai cosmeceutici, fino agli integratori. Il nuovo polo distributivo, controllato da Health Italia S.p.A. consentirà di gestire in una logica di sviluppo internazionale integrato e sinergico anche le realtà estere del gruppo, presenti ad oggi in Spagna, in Romania e in Repubblica Ceca. Per informazioni: www.behealthglobal.com di Alessia Elem healthonline.it | 47
  46. 46. #benessere diastasi addominale 48 | #benessere
  47. 47. healthonline.it | 49 Una patologia da non sottovalutare Intervista alla Dott.ssa Simona Colicchia
  48. 48. C’è un problema, che può essere più o meno grave, che affligge tante neomamme dopo il parto: la diastasi addominale. Si tratta di una patologia vera e propria, ancora poco conosciuta e di cui si parla poco anche nei corsi pre parto, dove le informazioni per le future mamme dovrebbero essere chiare e complete. La gravidanza è un momento bellissimo per la vita di una donna, così come il parto, che non deve assolutamente spaventare. Ma è anche vero che le donne devono essere consapevoli che la loro pancia potrebbe non tornare più come prima, se non con esercizi mirati, o addirittura con un intervento chirurgico. La mancata conoscenza di questo disturbo, infatti, porta molte persone a credere che la pancia gonfia anche a diversi mesi dal parto sia comunque sintomo di gonfiore, quando in realtà si tratta di un vero e proprio deficit funzionale dei muscoli addominali. La patologia è facilmente diagnosticabile, si può fare anche un test di autovalutazione, ma solo con un’ecografia addominale se ne può conoscere la reale portata. Ma di cosa si tratta? Sostanzialmente della separazione eccessiva della parte sinistra e dalla parte destra del muscolo retto addominale. Per saperne di più, abbiamo fatto alcune domande alla dott.ssa Simona Colicchia, fisioterapista dell’Health Point Medical Care di Formello (Roma). Dott.ssa Simona Colicchia Fisioterapista dell’Health Point Medical Care di Formello (RM) di Mariachiara Manopulo 50 | #benessere Che cos’è esattamente la diastasi addominale e perché è così probabile che si verifichi dopo una gravidanza? Per Diastasi Addominale si intende l’allontanamento dei due fasci del muscolo retto addominale. Questo muscolo fa parte della parete addominale anteriore e si estende dalla gabbia toracica al pube. È costituito di due metà (destra e sinistra) tra le quali si trova la Linea Alba: una striscia di Tessuto Connettivo che diventa ben visibile verso la fine della gravidanza. Il Tessuto Connettivo è molto resistente, ma poco elastico. Per questo motivo è difficile che si rompa, ma può “stirarsi” e non sempre torna nelle sue condizioni iniziali. Lo stiramento di questa struttura si verifica quando c’è un rapido aumento delle dimensioni dell’addome, per questo motivo è più frequente riscontrare il problema dopo una gravidanza. Anche l’aumento di peso può avere la stessa conseguenza, quindi anche gli uomini possono riscontrare questo problema. Tuttavia gli ormoni che entrano in gioco durante la gravidanza aumentano l’elasticità del Tessuto Connettivo, permettendo un ritorno alle condizioni iniziali in buona parte dei casi.
  49. 49. healthonline.it | 51 Quali problemi comporta, oltre al discorso estetico? Nel tempo può peggiorare o può causare complicanze, come ernie, o problemi alla schiena? Spesso il problema estetico è il primo a far venire il sospetto di Diastasi. Questo perché dopo la gravidanza ci aspettiamo che il corpo, avendo subito dei cambiamenti e degli stress importanti, abbia qualche “difetto di funzionamento” per un certo periodo. Troppo spesso problemi come piccole perdite di urina, sensazioni di peso al basso ventre, cambiamenti nelle sensazioni durante i rapporti, fastidi alla parte bassa della schiena, pancia più prominente, vengono considerati normali dopo una gravidanza. Invece questi sono tutti sintomi, campanelli di allarme che ci indicano che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe. La parete addominale può perdere la sua capacità di sostegno alterando l’equilibrio tra muscolatura anteriore e posteriore del tronco (mal di schiena) e di distribuzione delle pressioni interne (sensazione di peso al basso ventre per discesa degli organi interni - prolasso), o tra addome e pavimento pelvico (perdite involontarie di urina - incontinenza). Se non si rieduca al corretto funzionamento l’addome e le altre strutture compromesse, i sintomi tendono ad essere sempre più evidenti e si può arrivare alla necessità di intervenire chirurgicamente. Esistono delle accortezze che si possono seguireingravidanzapercercaredievitarla? Lecausesonodiverse,avolteanchedonneche hanno una parete addominale molto tonica possonoritrovarsiconunproblemadidiastasi. In questi casi infatti la struttura tende ad essere ancora più rigida e quindi meno elastica e può subire di più lo stiramento durante la crescita del pancione. Durante la gravidanza si dovrebbero evitare attività fisica troppo intensa, addominali classici e sforzi eccessivi che ne richiedano l’utilizzo, fare attenzione ai movimenti con cui ci si alza dal letto (prima girarsi su un fianco) e anche dalle sedie (spostando prima il peso in avanti), evitare inarcamenti eccessivi della schiena (come sdraiarsi su un pallone da palestra), utilizzare un banchetto sotto i piedi ogni volta che si va in bagno e non spingere per fare i propri bisogni! Sotto una guida esperta si possono fare esercizi che attivino in modo corretto la parete addominale, in particolare la muscolatura profonda (muscolo Trasverso dell’Addome) e quella del Pavimento Pelvico. Quali sono i sintomi con cui si manifesta la diastasi? La pancia tende ad essere sempre gonfia, nelle magrissime si può vedere una “striscia vuota”, quasi un buco, al centro dell’addome tra i due retti. Se si fanno movimenti in cui lo sterno si avvicina al pube (come negli addominali classici) la pancia sembra avere una forma a “punta” al centro, molte la chiamano “la pinna”. Si può avere qualche perdita involontaria di urina (magari durante un colpo di tosse), un senso di pesantezza al basso addome, un fastidio o un vero e proprio dolore particolarmente frequente nella parte bassa della schiena soprattutto quando si sta in piedi, e ancora nausea, difficoltà digestive, ernie ombelicali.
  50. 50. Quanto può essere risolutiva la fisioterapia in una distasi da lieve a moderata? La Diastasi viene considerata fisiologica fino a 2 – 2,5 cm. Inoltre è necessario aspettare un periodo di tempo che varia dai 6 ai 12 mesi dopo il parto per poter fare una valutazione corretta (non tutti gli esperti concordano sui tempi e inoltre ci sono da considerare le modificazioni ormonali legate all’allattamento). La Fisioterapia deve servire a restituire alle donne la conoscenza del proprio corpo e le modalità per farlo funzionare al meglio. Il tessuto connettivo una volta che ha perso elasticità non la riacquista. Gli esercizi che si eseguono durante la seduta di Fisioterapia hanno lo scopo di migliorare la postura, la forza e la coordinazione dei muscoli addominali con gli altri muscoli implicati nello svolgimento di determinate funzioni come il sostegno della schiena, il bilanciamento e la distribuzione delle pressioni interne all’addome. Si dà la precedenza al lavoro della muscolatura profonda, in particolare del Trasverso dell’Addome, che ha la funzione di avvicinare tra di loro i retti, con un effetto “busto naturale”: porta l’ombelico in alto e in dentro e assottiglia il punto vita, aumentando la stabilità e il sostegno della schiena (l’immagine più simile al suo lavoro è quella del bustino utilizzato dalle donne nell’800). Con la costanza si può ottenere un buon risultato sul miglioramento della sintomatologia e anche sull’aspetto fisico. Che il corpo cambi dopo una gravidanza non ci sono dubbi, ma se non ricomincia a funzionare bene come prima, si chiama “problema” e non è giusto rassegnarsi quando ci sono delle soluzioni possibili52 | #benessere
  51. 51. healthonline.it | 53 Ci sono esercizi e movimenti che è meglio evitare per non peggiorare la situazione? Tutti i movimenti che avvicinano lo sterno al pube e che fanno aumentare la pressione all’interno dell’addome come gli addominali classici (crunch) e i passaggi posturali scorretti (alzarsi dal letto senza voltarsi prima su un fianco), inoltre tutti gli sforzi fatti trattenendo il respiro (sollevare pesi, spingere per andare in bagno… senza lasciar uscire l’aria). In caso di seconda o terza gravidanza, in presenza di diastasi, quali sono i rischi a cui si va incontro e quali precauzioni bisogna adottare? La gravidanza è di per sé un fattore di rischio per la diastasi dei retti. Ovviamente se questa era già presente, ulteriori gravidanze potrebbero farla peggiorare. Le accortezze sono le stesse per ogni gravidanza, facendo molta più attenzione ad evitare quegli sforzi e/o movimenti che abbiamo visto tra quelli controindicati. Perché si parla così poco di questo problema? Diciamo che se ne è parlato poco fino ad ora. E questo perché (purtroppo) si è sempre associata la “scelta della maternità” a qualche cambiamento del corpo. Che il corpo cambi non ci sono dubbi, ma se non ricomincia a funzionare bene come prima, si chiama “problema” e non è giusto rassegnarsi quando ci sono delle soluzioni possibili. A me preoccupa di più il fatto che in questo periodo la Diastasi dei Retti e il Pavimento Pelvico sono due temi che iniziano ad andare di moda. Ne parlano tutti, anche senza cognizione di causa, strappando pezzetti di discorsi trovati in rete. E cosa ancor peggiore ci lavorano in molti. È necessario considerare che anche se si tratta di muscoli, questi si trovano in una condizione patologica, e come abbiamo visto sono legati ad altri aspetti come la postura e il pavimento pelvico. Quindi non basta entrare in una palestra e scegliere l’attività col nome più accattivante. È importante che chi cura la diastasi sia un operatore sanitario e che sappia trattare il problema nel modo più globale possibile. Quantoèinvasivol’interventochirurgico e in quali casi è davvero consigliato? Esistono diversi tipi di interventi chirurgici che possono essere più o meno invasivi e lasciare delle cicatrici più o meno evidenti. La chirurgia è l’unica in grado di “ricucire” i due retti, ma questo non deve far pensare che si è immuni dalla Rieducazione. È molto importante capire cosa non fare, cosa fare e quali sono le modalità corrette di eseguire alcuni movimenti. Se infatti non si hanno alcune attenzioni, in particolare nel primo periodo post operatorio, e se non si impara a muoversi in modo corretto, possono esserci anche delle recidive. Ciò che rende necessario l’intervento chirurgico è legato soprattutto all’ entità dei sintomi. Come Fisioterapista ritengo che sia sempre meglio provare prima a gestirli con degli esercizi mirati. In questo caso se la Riabilitazione non risultasse sufficiente ci si troverebbe comunque con una muscolatura più pronta ad affrontare (e a recuperare) un intervento chirurgico.
  52. 52. #psicologia 54 | #psicologia rete I rischi della
  53. 53. healthonline.it | 55 a Come riconoscerli e proteggersi Ne parliamo con il Dott. Giuseppe Iannone
  54. 54. Italiani, popolo di Santi, poeti e…navigatori del web. Secondo un’indagine del 2019 condotta da Digital, il 92% degli italiani è connesso a internet. YouTube è la piattaforma social più attiva in assoluto, utilizzata dall’87% dei 35 milioni di Italiani che usano i social ogni giorno. Nella top 3 seguono a breve distanza WhatsApp (84%) e Facebook (81%). Si calcola che ciascun Italiano in media trascorra quasi sei ore al giorno connesso e di queste sei ore due ore sono trascorse sui social. Indubbiamente le tecnologie digitali offrono tante opportunità di apprendere, scambiare, partecipare e creare contenuti. Ma Internet non è scevro da rischi per i suoi utenti, in particolare quelli più vulnerabili, come i bambini e gli “analfabeti digitali”. Per questo motivo, proteggerci dai rischi dei new media diventa di vitale importanza. Ne abbiamo parlato con il dr. Giuseppe Iannone, psicologo e psicoterapeuta. 56 | #psicologia di Alessia Elem Dott. Giusepe Iannone Psicologo e psicoterapeuta Dr. Iannone, a quali minacce ci esponiamo ogni volta che siamo connessi alla rete? Dalla violazione della privacy al cyberbullismo, dalla disinformazione al rischio di essere esposti a contenuti potenzialmente dannosi e comportamenti predatori, di rischi ce ne sono per tutti i gusti. Per non parlare di virus, trojan, rootkit, worm, spyware, tutti programmi malevoli (in inglese malware) che non solo possono impedire un normale funzionamento dei nostri apparati elettronici, ma possono anche costituire una minaccia alla nostra privacy e sicurezza. Ivirus,peresempio,sonoapplicazionichemodificanoilcorretto funzionamentodialtreapplicazioni. I trojan, proprio come il celebre cavallo usato da Ulisse per espugnare la città greca, si inseriscono in un programma assumendoneilpienocontrollo. I worm (in italiano verme), a differenza dei virus, non hanno bisogno di programmi per diffondersi ma possono infettare il computer attraverso l’email o una chiavetta USB. I key logger sono in grado di rubare password e altri dati, perché memorizzano quanto viene scritto sulla tastiera oppure scattando screenshot del desktop. Cisonopoiidialer,programmiingradodifarpartiretelefonate a numeri a tariffe elevate e che il malcapitato di turno, ignaro di tutto, si ritroverà in bolletta come costi aggiuntivi. Gli exploit poi sono in grado di prendere il pieno controllo dei propri dispositivi elettronici, mentre gli spyware agiscono come 007 per spiare la nostra attività online. Infine, il ransomware dopo averti bloccato il pc, chiede un riscatto per lo sblocco. Insomma, di rischi il web è pieno. Per questo motivo, è importante essere saggi nocchieri delle nostre navi virtuali quando ci accingiamo a navigare nell’universo di internet.
  55. 55. Esistono categorie di persone che sono più vulnerabili e quindi maggiormente esposti ai rischi della rete? Sì. Pensiamo, per esempio, ai bambini: l’utilizzo di internet tra i più piccoli è cresciuto notevolmente negli ultimi 50 anni. Se, negli anni ‘70, i bambini iniziavano a guardare la televisione quando avevano circa quattro anni, oggi i bambini in genere iniziano ad avvicinarsi a Internet già all’età di quattro mesi (Chassiakos et al., 2016). Anche l’utilizzo dei dispositivi mobili tra i bambini è aumentato di molto. Mentre nel 2011 “solo” il 38% dei bambini da 0 a 8 anni accedeva ai dispositivi mobili, in soli due anni questo numero è quasi raddoppiato, salendo al 72%, con un tempo medio di presenza in rete di quasi due ore al giorno (Rideout, 2013). Altra popolazione a rischio sono i cosiddetti “analfabeti digitali”, ossia persone la cui conoscenza e competenza di base sull’utilizzo di internet non è sufficiente. L´Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha avviato un’indagine sul livello delle competenze digitali delle persone di 29 Paesi europei e non. I risultati evidenziano che “in Italia solo il 21% degli individui in età compresa tra i 16 e i 65 anni possiede un buon livello di alfabetizzazione e capacità di calcolo. Si tratta del terzo peggior risultato tra i Paesi esaminati”. Siamo al terzultimo posto, dopo di noi solo la Turchia e il Cile hanno fatto peggio. L’indagine ha anche indicato che solo il 36% del campione italiano è in grado di utilizzare Internet in maniera complessa e diversificata. Cosa fare allora per proteggerci dai rischi della rete? E come promuovere un utilizzo efficace di tale strumento? Tanto passa da una formazione che deve essere continua. Le tecnologie cambiano così rapidamente che diventa necessario aggiornarsi sulle nuove possibilità che la rete offre. Conoscere come funzionano le impostazioni sulla privacy di ciascun social o sito, essere consapevoli di quali informazioni possiamo tenere nascoste con gli altri utenti ci protegge dal condividere immotivatamente tanti dati sensibili, come la propria data di nascita, l’indirizzo, l’e-mail o il numero di telefono. Occhio anche a condividere la posizione sul proprio telefono. E mi rivolgo qui soprattutto ai healthonline.it | 57 Come navigare allora in acque sicure, al riparo da Sirene ammaliatrici e tempeste? Naturalmente, gran parte dei rischi che si corrono derivano da una mancata o parziale informazione su come utilizzare internet. Per questo motivo, le campagne di informazione rappresentano un primo, utilissimo, strumento per proteggerci da rischi inutili. Peresempio,lagiornatadell’Internetsicuro (in inglese Safer Internet Day) iniziata e promossa dal progetto Safe Borders dell’Unione Europea nel 2004, e ricordata in circa 160 Paesi in tutto il mondo, ha lo scopo di sensibilizzare gli utenti sulle problematiche online emergenti legate alla sicurezza sul web. Dal cyberbullismo al corretto utilizzo dei social network, sono diversi i temi che ogni anno il Safer Internet Day sceglie per combattere i rischi che si corrono quando si naviga.
  56. 56. genitori. Sapere dove si trovino i propri figli durante la giornata è indubbiamente rassicurante. Ma allo stesso tempo bisogna essere consapevoli che questa informazione potrebbe essere di dominio pubblico e che altre persone potrebbero usare questa informazione per seguire i loro movimenti. Preferite, piuttosto, un sms o una telefonata per monitorare i vostri ragazzi. Sempre più social offrono la possibilità di decidere con chi condividere o come impedire alle persone di vedere determinati tipi di commenti, foto, di commentare il loro stato o i contenuti o chiedere l’autorizzazione prima di consentire la pubblicazione di foto di sé stessi. Anche prima di pubblicare un post o una foto online, chiediamoci: chi lo vedrà? Cosa sto comunicando di me stesso pubblicando questo stato, foto o commento? E cosa potrei suscitare nella persona che lo vedrà? Potrei pentirmene in un secondo momento? Sia i bambini che gli adolescenti vanno coinvolti in questo processo, per dar loro la possibilità di confrontarsi e capire quanto sia facile per un estraneo entrare nella propria vita attraverso le informazioni che si pubblicano in rete, nonché delle conseguenze che possono derivare dal non essere sicuri online. Difendersi da questi rischi si può, per esempio bloccando persone sospette o sconosciute o evitando di condividere con persone conosciute in rete contenuti personali. l’identità del cyberbullo è nella maggior parte dei casi sconosciuta e gli consente di agire in piena libertà. L’invisibilità “fisica” è spesso legata a una percezione di minore gravità ma gli effetti sulla vittima sono paragonabili al subire le vessazioni in presenza 58 | #psicologia
  57. 57. Un’ultima domanda: si fa un gran parlare di cyberbullismo. Quando dobbiamo preoccuparci? Per cyberbullismo si intendono tutti quei tipi di attacco offensivi, ripetuti sistematicamente, mediante gli strumenti della rete a danno di una o più vittime. Gli attacchi possono avvenire tramite telefonate, sms, mail, chat, social network, forum online, siti di giochi. È un fenomeno in costante aumento che può portare conseguenze anche gravi per chi lo subisce. A differenza del bullismo, dove il bullo è identificabile e la cui azione può essere efficacemente contenuta dal contesto (docenti, compagni di classe e personale scolastico), l’identità del cyberbullo è nella maggior parte dei casi sconosciuta e il cyberbullo agisce in piena libertà. Esistono diverse forme di cyberbullismo, tra cui il Flaming, in cui la vittima riceve messaggi offensivi e/o volgari su forum, blog o social; la Masquerade, che consiste nel rubare l’identità della vittima con l’obiettivo di pubblicare a suo nome contenuti. Infine, l’Exposure, in cui una terza persona rende pubbliche le informazioni private della vittima. Infine, ma non ultimo per gravità, l’Happy slapping, una forma ibrida di bullismo e cyberbullismo, in cui una o più persone molestano fisicamente la vittima con lo scopo di riprendere l’aggressione e pubblicare il video sul web. L’invisibilità “fisica” sia del cyberbullo che della vittima che subisce l´angheria sono spesso legate a una percezione di minore gravità di quello che sta succedendo ma gli effetti sulla vittima sono paragonabili al subire le vessazioni in presenza. La peggiore giustificazione per minimizzare il fenomeno del cyberbullismo è di etichettarlo come “ragazzata”. Gli effetti del cyberbullismo sull’autostima e sulla fiducia delle persone non devono essere sottovalutati, soprattutto tra i giovani. Anzi, secondo quanto riportato da Telefono Azzurro, il cyberbullismo è ancor più psicologicamente devastante del bullismo. Le emozioni che si accompagnano all’essere vittima di cyberbullismo vanno dall´imbarazzo alla vergogna e possono produrre nella vittima isolamento sociale. Possono nel tempo poi comparire anche diverse forme psicopatologiche, tra cui depressione, attacchi di panico e, in casi estremi, tentativi di suicidio. Proprio come proteggiamo i nostri dispositivi dai malware, chiedere aiuto diventa un atto obbligato per proteggersi e difendersi dal cyberbullismo. La famiglia, la scuola, lo psicologo, gli amici, le forze dell’ordine, sono tutte risorse che vanno informate e coinvolte e che possono aiutare la vittima ad uscire dal dramma che sta vivendo. E se non ci si dovesse sentire a proprio agio a toccare l’argomento con qualcuno che si conosce, si può sempre cercare aiuto per telefono (per esempio contattando il Telefono Azzurro) oppure contattando il Centro Nazionale Anti Cyberbullismo (CNAC) healthonline.it | 59
  58. 58. #parliamo di 60 | #parliamo di...endometriosi l’endometriosi apine: Girl Powerper combattere Per Health Online, la vice presidente Ape ODV Jessica Fiorini
  59. 59. healthonline.it | 61 ...Endometriosi Siamo giovani donne che ogni mese fanno i conti con una patologia invalidante a cui non permettiamo di toglierci la voglia di vivere ed essere felici. E vogliamo aiutare altre ragazze come noi a tenere testa all’endometriosi e scoprire il nostro Girl Power. QuestoilmessaggiodiApine,le“sorelleminori”delledonnediA.P.E.ODV. Apine della Generazione Z è un “club di amiche confidenti”  tra i 14 e i 20 anni che ogni mese si trovano a fare i conti con una patologia invalidante: l’endometriosi. L’endometriosi è una malattia complessa, cronica e poco conosciuta, originata dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, chiamato endometrio, in altri organi, peresempioovaie,tube,peritoneo,vaginaetalvoltaancheintestino e vescica. È una patologia subdola e difficile da diagnosticare e che potrebbe dare dei problemi molto seri. Ad aiutare le Apine della Generazione Z, a spiegare e a far conoscere la realtà della malattia, a non avere paura e confrontarsi, ci sono le “sorelle maggiori”, le millennials che 15 anni fa hanno fondato A.P.E. ODV - Associazione Progetto Endometriosi, che sono in contatto con i maggiori esperti del settore, promuovono tavole rotonde, conferenze pubbliche, incontri per informare e creare consapevolezza, organizzano sempre nuovi corsi per formare medici, ecografisti, psicologi, per fare in modo che la malattia venga scoperta subito e soprattutto agiscono a tutti i livelli istituzionali  per far valere i propri diritti. “Il progetto è partito da pochi mesi per permettere a sempre più ragazze di diagnosticare in fretta il proprio problema e affrontare insieme dubbi e paure - spiega la Vice presidente APE  Jessica Fiorini - Abbiamo da sempre dedicato molta attenzione all’informazione per le adolescenti: da anni abbiamo attivato un progetto dedicato proprio a loro, il progetto ComprendEndo, informazione nelle scuole. Recandoci nelle scuole superiori e con l’aiuto di ginecologi e psicologi raccontiamo alle ragazze delle classi IV e V cos’è l’endometriosi. Il linguaggio utilizzato naturalmente è pensato per il contesto in cui ci troviamo; il nostro obiettivo è quello di fare in modo che le ragazze sappiano che esiste la patologia e che conoscano i sintomi in modo che possa accendersi il campanello d’allarme, così da arrivare ad una diagnosi precoce. Portiamo sempre la nostra esperienza personale per far capire quanto sarebbe stata importante un’iniziativa così quando eravamo giovani noi”. di Nicoletta Mele
  60. 60. Perchè Girl Power? “Quando è nato il progetto APINE è stato quasi naturale affiancare il concetto di Girl Power: l’endometriosi è una malattia che spesso, purtroppo, colpisce le donne fin dalla giovane età. Convivere con una malattia cronica significa necessariamente avere, o trovare, dentro di noi risorse che ci permettono di affrontarla, è necessario il Girl Power, per questo motivo nella pagina Facebook dedicata vengono riportate storie, interviste e testimonianze di donne di spettacolo, cantanti, sportive, che si sono trovate nella vita a dover affrontare una o più difficoltà e l’hanno affrontata con il Girl Power”. Apine è un progetto completamente dedicato alle adolescenti per far conoscerelapatologiaepercondividere esperienze con chi la sta combattendo. Apine.it è una realtà virtuale sempre connessa e aggiornata. Nella sezione NEWS, tante notizie utili e spunti interessanti, dagli appuntamenti nelle Scuole Comprend-ENDO ai racconti di tipe toste che hanno il girl power e sono un esempio per le APINE, come Simona, campionessa di Thai boxe, o Eleonora, ex pallavolista della Nazionale, che nella vita hanno affrontato momenti difficili e vinto. In “GIRLS4GIRLS” si possono leggere tante testimonianze di giovani donne e di come hanno scoperto di avere l’endometriosi. “Siamo online da novembre - aggiunge la vicepresidente- conunsitodedicatodove sono disponibili contenuti, testimonianze di volontarie A.P.E. le ‘sorelle maggiori’, come Veronica, che ha scritto nel 2007 il primo libro che ha parlato di endometriosi - “Canto XXXV Inferno. Donne affette da endometriosi” - e torna a parlare della sua esperienza per le Apine dopo molti anni di silenzio, o come Vanessa, come me e Annalisa, la nostra Presidente, tutte ci siamo ritrovate a raccontare le noi ‘adolescenti’ per questo nuovo progetto”. In “SCOPRI COME STAI” c’è un test divertente per comprendere meglio il mal di pancia, in “SENZA PAURA” brevi videomessaggi con esperti e volontarie che raccontano e danno consigli e la giovanissima testimonial Aurora che rivela piccoli trucchi per sviluppare il girl power, oltre a info pratiche sui centri specializzati e contatti utili. “Oltre al sito abbiamo creato il canale Youtube, nel quale Aurora si racconta e dà consigli di varia natura alle proprie coetanee, ed il suo profilo Instagram dove i suoi post parlano principalmente del mondo teen, con le bellezze e le fragilità che lo contraddistinguono, rimandando in maniera delicata ad alcune tematiche che possono avere attinenza con la malattia”. Nella COMMUNITY si entra in contatto diretto con Aurora su Instagram, con il Forum APE e gli esperti. Infine, nella sezione “PERCHÉ A ME” si scopre qualcosa di più sulla malattia, anche grazie alle FAQ, 35 domande frequenti con le risposte dei massimi esperti internazionali di endometriosi. 62 | #parliamo di...endometriosi
  61. 61. Qual è la sfida? È quella di arrivare ad un pubblico molto giovane, al fine di avere una diagnosi sempre più precoce. Lo strumento principale è il linguaggio: abbiamo capito che per raggiungere le ragazze più giovani dovevamo utilizzare il loro linguaggio, per questo motivo utilizziamo i social, in particolareInstagrameYoutube,percercare di arrivare a catturare la loro attenzione e portarle poi, in modo delicato e adeguato, a conoscere l’endometriosi, con l’aiuto di una piccola testimonial, Aurora. Un bilancio dei primi mesi di vita… “In soli 4 mesi abbiamo avuto un ottimo riscontro, in particolare sui canali social, e la nuova immagine coordinata creata ad hoc è piaciuta molto nelle scuole”. Quali sono i progetti per il futuro? “L’alveare dell’A.P.E. è sempre in fermento, il progetto APINE si affianca ad altre healthonline.it | 63healthonline.it | 63 iniziative che portiamo avanti da anni, comeperesempioilprogettodiformazione per ginecologi ed ecografisti e quello per psicologi e psicoterapeuti. Al momento, una grossa iniziativa in programma alla quale stiamo lavorando è il nostro quinto Convegno Nazionale che si svolgerà a Bologna ad ottobre e di cui pubblicheremo tutte le informazioni sul nostro sito”. Il progetto APINE, realizzato grazie alle donazioni del 5X1000, ha l’ambizioso obiettivo di raggiungere migliaia di ragazze, di farle sentire meno sole e più consapevoli, perché tante donne sono nella loro stessa condizione e basta poco per far parte di un gruppo, per capire che informarsi è il più grande gesto d’amore verso se stesse. E allora si attenua il dolore dell’anima e si inizia a progettare il futuro.

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