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Health Online 26

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ll primo periodico di informazione dedicato completamente al mondo della salute, del welfare e della sanità integrativa.

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Dal Venezuela per combattere il cancro infantile: la storia di Javer. Intervista alla Prof.ssa Franca Fagioli dell’Ospedale infantile Regina Margherita della Città della Scienza di Torino.

Published in: Health & Medicine
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Health Online 26

  1. 1. Il periodico di informazione sulla Sanità Integrativa HEALTH luglio/agosto 2018 - N°26 in evidenza DAL VENEZUELA PER COMBATTERE il cancro infantile: LA STORIA DI JAVER. INTERVISTA ALLA PROF.SSA FRANCA FAGIOLI DELL’OSPEDALE INFANTILE REGINA MARGHERITA DELLA CITTà DELLA SCIENZA DI TORINO. alimentazione oncologia attualità Il made in Italy nel mirino dell’Onu: “grassi e sale nuocciono gravemente alla salute” Tumore prostatico: avanguardia nella diagnostica e nel trattamento Parto cesareo made in Italy, un intervento chirurgico in crescita I social network che fanno male ai bambini
  2. 2. A tutti i lettori di Health Online Health Point regala un esclusivo pacchetto di servizi! codice promo: hpHOL18 Step 1 Attiva la promozione registrandoti su https://promo.healthpoint.srl/healthonline2018 Step 2 Cerca sul sito www.healthpoint.srl l’Health Point più vicino a te! Step 3 Condividi la promozione con i tuoi amici e regala anche a loro la prevenzione! • Misurazione della pressione arteriosa • Misurazione della frequenza cardiaca • EGG a 1traccia • Pulsossimetria (Misurazione della percentuale di ossigeno presente nel sangue) • Calcolo dell’Indice di Massa Corporea • Misurazione della composizione corporea (Impedenziometria) Servizi in regalo Health Point S.r.l. Gruppo Health Italia S.p.A. Sede legale c/o Palasalute Via di Santa Cornelia, 9 - 00060 - Formello (RM) Per maggiori informazioni: Tel. +39 06 40411457 - info@healthpoint.srl www.healthpoint.srl
  3. 3. Health Online periodico bimestrale di informazione sulla Sanità Integrativa Anno 5° luglio/agosto 2018 - N°26 Direttore responsabile Nicoletta Mele Direttore editoriale Ing. Roberto Anzanello Comitato di redazione Alessandro Brigato Mariachiara Manopulo Giulia Riganelli Hanno collaborato a questo numero: Beatrice Casella Alessia Elem Giuseppe Iannone Alessandro Notarnicola Silvia Terracciano Direzione e Proprietà Health Italia Via di Santa Cornelia, 9 00060 - Formello (RM) info@healthonline.it Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte può essere riprodotta in alcun modo senza permesso scritto del direttore editoriale. Articoli, notizie e recensioni firmati o siglati esprimono soltanto l’opinione dell’autore e comportano di conseguenza esclusivamente la sua responsabilità diretta. iscritto presso il Registro Stampa del Tribunale di Tivoli n. 2/2016 - diffusione telematica n.3/2016 - diffusione cartacea 9 maggio 2016 ImPaginazione e grafica Giulia Riganelli immagini © Fotolia Tiratura 103.259 copie Visita anche il sito www.healthonline.it potrai scaricare la versione digitale di questo numero e di quelli precedenti! E se non vuoi perderti neanche una delle prossime uscite contattaci via email a info@healthonline.it e richiedi l’abbonamento gratuito alla rivista, sarà nostra premura inviarti via web ogni uscita! Per la tua pubblicità su Health Online contatta mkt@healthonline.it HEALTH
  4. 4. Molto spesso nasce spontaneo osservare che, in alcune situazioni, nonostante numeri e logiche esplicitino una situazione chiara, si rende quasi indispensabile argomentare comunque ed a prescindere a favore di una tesi o di un’altra. Questa italica caratterizzazione la possiamo notare anche in campo sanitario ove troviamo chi argomenta sul fatto che la spesa pubblica destinata alla sanità negli ultimi 10 anni sia cresciuta di percentuali marginali nonostante il diritto alla salute sia sancito dalla Costituzione, chi osserva che la sanità privata ha percentuali di crescita ben maggiori, chi determina che la spesa privata degli italiani per le prestazioni sanitarie è una cifra imponente, chi rappresenta il fatto che dare spazio alla sanità privata significa far crescere redditualmente le società private del settore e potremmo continuare all’infinito. Sicuramente, a seconda del punto di vista da cui vogliamo partire, ognuno degli assunti sopra esposti esprime una parte di verità, infatti vero è che il diritto alla salute per tutti i cittadini è sancito dalla costituzione, vero è che la parte di spesa pubblica che lo stato ha assegnato negli ultimi 10 anni alla sanità pubblica è cresciuta di una cifra percentuale inferiore all’unità, vero è che la sanità privata ha avuto una crescita percentuale in doppia cifra, vero è che la spesa privata degli italiani per la sanità ha sforato i 40 miliardi di euro, vero è che gli imprenditori privati stanno comprendendo che il mercato dell’assistenza sanitaria può essere redditizio. E quindi? Osserviamo bene alcuni numeri ed alcune logiche in modo neutro: • la popolazione italiana negli ultimi 10 anni è invecchiata, l’Istat ci dice che l’indice di vecchiaia è cresciuto del 14,7%; • la scienza medica si è notevolmente ampliata con la nascita di nuove importanti discipline; • la tecnologia sanitaria ha sviluppato strumenti di indagine sempre più sofisticati, precisi e costosi; • la pressione fiscale nel nostro paese è ai massimi. Conseguenze? • oltre al doveroso ed indispensabile recupero degli sprechi in campo sanitario l’unico nodo per consentire al governo di incrementare la spesa per la sanità è aumentare le tasse; • il modello di vita che abbiamo deciso di precorrere presuppone che l’età media degli individui si incrementi costantemente; • le problematiche sanitarie sempre di più, grazie alla scienza medica, possono essere affrontate con successo; • il nostro paese ha sempre avuto un modello sanitario evoluto, tanto che siamo uno dei popoli più longevi. Allora la domanda che dobbiamo farci è se socialmente vogliamo rinunciare a tutto questo. Poichépresuppongoche,perdefinizione,nessunovogliarinunciare ad una qualità di vita migliore o destinare una percentuale ancora maggiore dei propri redditi alle tasse, dobbiamo essere consapevoli che: 1. le risorse economiche che lo stato può e potrà dedicare alla spesa sanitaria sono e saranno sempre e comunque, ovviamente, limitate; 2. la scienza medica e le tecnologie sanitarie continueranno a progredire; 3. il paese Italia continuerà ad invecchiare; Da queste semplici logiche ne deriva che: 1. le risorse economiche che lo stato potrà dedicare alla sanità pubblica dovranno essere sempre più dedicate alle fasce più deboli della popolazione; 2. la scienza medica salverà sempre più individui e curerà sempre più malattie; 3. la tassazione non può essere ulteriormente aumentata perché coloro che operano nel mondo del lavoro non saranno sufficienti a contribuire per le fasce più anziane della popolazione ormai inattive. Quindi la risposta ovvia è quella di dare maggiore spazio a coloro che tu offrono soluzioni privatistiche in campo sanitario e che quindi incrementerebbero i loro ricavi? No, la risposta giusta è di dare maggiore spazio a noi stessi recuperando la nostra capacità sociale ed i nostri valori di individui. Come? Seguendo quello che i nostri bis nonni o nonni hanno fatto in tempi assai remoti, cioè consorziandoci, proteggendoci insieme, unendosi in una visione mutualistica, dando ancora maggiore valore sociale alla nostra vita e dedicando maggiore attenzione alla prevenzione, cioè facendo prima esami ed indagine sanitarie chefattidopohannominoresensoepassarequindi,dalparadigma ormai consolidato “soggetto malato-cura medica” a quello ben più intelligente di “soggetto sano-prevenzione sanitaria”. Il nostro paese ha sviluppato, primo al mondo, ormai due secoli fa, il modello mutualistico, che poi ha conosciuto un periodo di blocco quando le risorse economiche del paese Italia erano in abbondanza per tutti, per poi essere ripristinato e, con grande lungimiranza, sostenuto ed ampliato da tutti i governi che si sono susseguiti dalla fine degli anni ’80 ad oggi. Gli strumenti quindi li abbiamo e sono i Fondi Sanitari, le Casse di Assistenza Sanitaria e le Società Generali di Mutuo Soccorso, enti senza scopo di lucro che destinano buona parte di quanto incassano per occuparsi sanitariamente dei loro associati. La strada corretta da imboccare non è un bivio tra maggiore spesa pubblica per la sanità o maggiore spazio ai privati, la strada corretta è quella rappresentata dagli enti mutualistici che in una logica economica, sociale, assistenziale hanno proprio il compito ed il ruolo di mediare tra le risorse degli iscritti e le loro necessità sanitarie e che stanno anche sviluppando interessanti ed opportuni programmi di prevenzione che potrebbero consentirci di essere anziani più sani. Quindi il vero problema è che questa scelta non l’abbiamo ancora fatta compiutamente perché questi enti intermediano solo poco più del 6% della spesa sanitaria privata quando invece sono la soluzione corretta, praticabile ed immediata al problema della sanità italiana. Sta a noi deciderci di scegliere definitivamente questa strada senza perderci in un bicchiere d’acqua. A cura di Roberto Anzanello editoriale Non perdiamoci in un bicchiere d’acqua
  5. 5. 22 13 16 27 Ondata West Nile. Anziani nel mirino. L’esperto invita alla prevenzione L’occhio di pernice: cause, sintomi e rimedi Pompelmo: valori nutrizionali, tipologie e benefici in evidenza 18 Tumore prostatico: metodiche sempre più all’avanguardia nella diagnostica e nel trattamento Cancro infantile, dal Venezuela per combattere la malattia. La storia di Javer 08 Il made in Italy nel mirino dell’Onu: “grassi e sale nuocciono gravemente alla salute” 30 Parto cesareo made in Italy, un intervento chirurgico in crescita
  6. 6. 33 Tumore al seno nelle donne con meno di 40 anni. L’intervista a Barbara Belletti 38 40 42 I social network che fanno male ai bambini Odori e sapori made in Italy. Nasce la guida “Mangiare in riviera – Istruzioni per l’uso” Alopecia areata, la prima giornata nazionale dedicata a chi soffre della malattia flash attualità Vuoi sostenerci? iban: IT 19A0335967684510700284182 Causale: Donazioni ASSOCIAZIONE ALOPECIA & FRIENDS Beneficiario: ASSOCIAZIONE NO PROFIT ALOPECIA & FRIENDS e dall’età di due anni cia areata. la Dott.ssa Bertolini, ella dermatologia e o essermi laureata in he presso l’Università io dottorato di ricerca Germania presso il dermatologo tricologo. ontinuato a lavorare in e, fino ad assumere di ricerca sul follicolo rsitá tedesca, e la azienda emergente in Quindi, da più di nove e energie a studiare a, che cosa accade al erapeuticamente. F O L L O W U S info@alopeciaareataandfriends.com www.alopeciaareataandfriends.com Cos’è l’alopecia? nte che si eglio e bene avvenimenti no erlomeno arta, cara amica ROFIT ALOPECIA in questa mia ua fantastica e rice da sempre a. C laudiaCassia
  7. 7. L’angolo della poesia “Di cosa dovrei parlarvi ora... Ah, sì di come è strana la vita. Di come senza sosta persone come Me vengono continuamente “etichettate”, perché al di fuori della massa. Ma ci tengo a dirvi che questo Cambiamento non dovrebbe spaventarvi, anzi.” Onde oceaniche DOREL CARUSO Nato a Resita (Romania), sono sempre stato un amante dell’arte e della storia. Mi sono approcciato ad ogni forma di poesia nel lontano 2003 tramite la pagina Facebook “Liberi Pensieri” su cui ho mosso i miei primi passi e che attualmente gestisco. ...e come disse Charles Baudelaire “Ogni uomo in buona salute può fare a meno di mangiare per due giorni; della poesia, mai”; per tale motivo, a partire da questo numero, abbiamo il piacere di omaggiare i nostri lettori con una selezione di poesie di Dorel Caruso, poeta amatoriale.
  8. 8. 8 Il made in Italy nel mirino dell’Onu: “grassi e sale nuocciono gravemente alla salute” a cura di Nicoletta Mele Prosciutto, parmigiano, pizza, olio extravergine di oliva, vino, sono prodotti alimentari che da sempre contraddistinguono il nostro Paese nelle tavole internazionali e che oggi potrebbero finire nel mirino dell’ONU nella lotta contro i grassi saturi, sale, zuccheri, ed essere contrassegnati come prodotti poco sani, paragonati addirittura alle sigarette. L’obiettivo è quello di ridurre di un terzo entro il 2030 i morti per diabete, malattie cardiovascolari e cancro. L’Organizzazione delle Nazioni Unite e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel portare avanti la battaglia contro i grassi saturi, pur riconoscendo il valore della Dieta Mediterranea come la migliore - è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità - hanno intenzione di mettere nel mirino gran parte degli alimenti che ne fanno parte, quali appunto il Parmigiano, il prosciutto e l’olio extravergine. È quanto è emerso da un report del giugno scorso del “Time To Deliver”, redatto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che potrebbe introdurre sistemi di etichetta sugli alimenti che contengono zuccheri, sale e grassi saturi simili a quelli utilizzati in Francia e Gran Bretagna, Nel report, l’OMS ha presentato una serie di possibili raccomandazioni ai Paesi per ridurre l’impatto negativo di questi cibi e migliorare la regolamentazione, non menzionando però una maggiore tassazione, ad eccezione di quella sull’alcol e sui tabacchi, come invece era accaduto con una precedente proposta riguardo alle bibite dolci e gassate. Neldocumento,incuisifacevariferimentoallariduzione del sale anche tramite la fissazione di livelli nei prodotti alimentari e tramite campagne di informazione sui media, non erano esplicitamente menzionati alcuni prodotti del Made in Italy, ma secondo Il Sole 24 ore, potrebbero finire nel mirino dell’Oms anche eccellenze del paniere agroalimentare italiano. La notizia ha scatenato una serie di polemiche. Pronta la risposta della Coldiretti, che ha definito l’atteggiamento dell’ONU “schizofrenico”, aggiungendo che si tratta di “una posizione priva di solide basi scientifiche che va contro gli stessi principi della dieta mediterranea, fondata principalmente su pane, pasta, frutta, verdura, carne, olio extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari, che ha
  9. 9. 9 consentito agli italiani di conquistare valori record nella longevità a livello mondiale, con una speranza di vita di 82,8 anni (85 per le donne e 80,6 per gli uomini)”. “In questo modo – ha ricordato Coldiretti - si mette in pericolo non solo la salute dei cittadini italiani ed europei, ma anche un sistema produttivo di qualità che si è affermato pure grazie ai riconoscimenti dell’Unione Europea. In gioco per l’Italia c’è la leadership in Europa nelle produzioni di qualità, con 293 riconoscimenti di prodotti a denominazione (Dop/Igp)”. C’è davvero il rischio che alcuni prodotti italiani vengono messi al bando? In che modo è possibile aumentare la consapevolezza alimentare? Health Online l’ha chiesto al dottor Filippo Biamonte, Dottore di Ricerca, Biologo nutrizionista del network Health Point (centri di servizi di telemedicina). Dott. Biamonte, l’azione dell’Onu è quella di limitare i cibi che contengono grassi saturi, zucchero e sale. Cosa ne pensa? Si corre davvero il rischio che alcuni prodotti Made in Italy possano essere classificati dall’OMS come poco sani? “L’argomento ‘lotta contro i grassi saturi, zuccheri e sale’ è ad oggi di grande interesse, poiché ormai è noto il loro ruolo determinante nelle diverse patologie a carico dell’organismo umano. Non vedo grandi preoccupazioni o pericoli circa i prodotti con marchio mediterraneo o made in Italy, poiché tali alimenti, anche se definiti ‘sotto accusa’ dall’ONU, quando contestualizzati in un regime alimentare equilibrato non sono affatto pericolosi, anzi tutt’altro. Ricordo in breve che per regime alimentare equilibrato si intende un consumo giornaliero del 50-55 % di Glucidi, 25-30% Protidi e 25-30 % Lipidi. Perciò, il concetto di ‘poco sano’ lo tradurrei in un’attenta valutazione delle quantità. Inoltre, aggiungo, secondo il parere dell’autorevole rivista Lancet e come già ha specificato nella domanda, il nostro Paese occupa il terzo posto per aspettativa di vita. Tale risultato correla al fatto che, rispetto ad altri paesi, la maggior parte della popolazione ha accesso a prodotti ‘sani e freschi’, indipendentemente dal reddito”. I grassi saturi sono da sempre sul banco degli imputati, perché ritenuti i principali responsabili dell’insorgenza di malattie cardiovascolari, oltre che causa primaria di sovrappeso e obesità. Quali sono? E qual è la differenza tra grassi saturi e insaturi? “Gli acidi grassi appartenenti alla famiglia dei lipidi vengonodistintiingrassisaturi,presentiprevalentemente nei grassi di origine animale, quali ad esempio burro, lardo e strutto, e grassi insaturi o polinsaturi, contenuti soprattutto negli alimenti di origine vegetale, come l’olio di oliva, di soia o di girasole. La differenza tra grassi saturi e grassi insaturi è nella loro struttura chimica; ciò che deve essere chiaro è che i grassi insaturi, per loro intrinseca struttura, presentano un grado di fluidità migliore rispetto ai grassi saturi, questi ultimi spesso causa di patologie cardio-vascolari”. Da qualche anno, però, c’è stata una rivalutazione dei grassi saturi, se inseriti in una dieta sana perché, secondo gli esperti e come confermato da una rassegna di studi pubblicata sul British Medical Journal, danno energia ed inoltre possono migliorare la funzione cognitiva e il metabolismo. Anche una dieta a basso contenuto di grassi può quindi far male al nostro organismo, come un’alimentazione ricca di grassi. Dott. Biamonte, cosa ne pensa? Come dobbiamo comportarci? “è noto il ruolo cardioprotettivo e neuroprotettivo dei grassi polinsaturi (Omega-6; Omega-3) presenti in carni bianche magre, pesce, oli vegetali crudi, olio di pesce (Omega-3), quest’ultimo da recenti studi oltre ad aumentare il colesterolo “buono” ed abbassare i livelli di trigliceridi nel sangue è ritenuto anche un potente antinfiammatorio. Studi recenti inoltre hanno osservato che la regolazione del microbiota intestinale è fortemente influenzata dall’apporto di grassi nella dieta. Introduzioni errate di tali composti sono la principale causa di alterazione del microbiota intestinale, che, se non trattata, negli anni porta a patologie anche gravi. Il punto chiave è dunque ‘la ratio’ saturi/insaturi, base solida in una dieta equilibrata, di primaria importanza per molte funzioni cellulari, quali ad esempio la formazione di membrane cellulari, e nel processo di mielinizzazione del sistema nervoso centrale, oltre che per la conservazione delle scorte energetiche stesse. Non bisogna mettere le due categorie di grassi ‘l’un contro l’altro armato’, ma è importante tenere presente e dosare bene il rapporto grassi saturi/insaturi. In un piano alimentare equilibrato, la percentuale di lipidi ovvero di grassi, come già detto, è del 25-30%, i quali dovranno essere ripartiti in 50 % monoinsaturi, 25% polinsaturi, 25 % saturi. Al fine di dosare le giuste quantità giornaliere, ricordiamoci che il rapporto saturi/insaturi ad esempio
  10. 10. 10 è di circa 2:1 nei formaggi, scende a 0.7:1 nelle carni e intorno a 0.1-0.3:1 nel pesce e negli oli vegetali”. I grassi non sono tutti uguali. Quali sono quelli da eliminare e quali invece possiamo mantenere sulla nostra tavola? E qual è la quantità consigliata che serve ogni giorno per poter ottenere un effetto benefico senza rischio per la salute? “Tenendo in considerazione la categoria dei lipidi, ai quali appartengono i temuti grassi saturi, ricordo che da linee guida non dovrebbero superare il 7-10% delle calorie giornaliere, limitando ad esempio il consumo di carni grasse, insaccati, fritture, burro, strutto, margarine, grassi idrogenati, latte intero, panna, formaggi grassi. Circalaquantitàdaassumere,èsempredapersonalizzare e contestualizzare con l’aiuto di un Nutrizionista o Medico Specialista del settore, in funzione innanzitutto dello stato fisio-patologico del paziente, dello stato nutrizionale generale, ovvero della composizione corporea o massa grassa/muscolare, che solo lo specialista può misurare. In un piano alimentare di tipo mediterraneo ed equilibrato di circa 1800 kcal, in un soggetto sano, e con normale attività fisica, a solo titolo di esempio, 60 gr/die di grassi potrebbero essere una quantità giusta. Ripeto, il tutto va però valutato da professionisti del settore, evitando di affidarsi a chi purtroppo abusa di questo non facile settore bio-medico”. Niente demonizzazione. È importante la qualità, oltre che la quantità, dei diversi grassi. Per mangiare sano quindi non bisogna eliminarli tutti, è così? “Esaltare o demonizzare nel campo scientifico non hanno la stessa valenza che assumono in altri contesti, ad esempio è proprio di questi giorni un lavoro scientifico svolto presso la University School of Medicine di Atlanta, dove gli autori hanno rivalutato il ruolo del così detto colesterolo buono ‘HDL’. Dallo studio si è evidenziato che alti livelli di ‘HDL’, esaltati per anni, non sono protettivi ma aumentano il rischio di stroke cardiaco o decesso per cause cardiovascolari. Addirittura, quando vengono superati i 60 mg/dl di sangue il pericolo di eventi ischemici o decessi raddoppia. Ovviamente, come già specificato, la categoria dei grassi non va affatto demonizzata, si tratta semplicemente, a mio avviso, di equilibrare il sistema, di assumere i giusti rapporti o non allontanarsi da questo equilibrio tra ‘l’esaltare e il demonizzare’. A tal proposito, quando si parla di grassi, vale a dire di grassi buoni o polinsaturi, un ruolo pilota è svolto dall’olio extra vergine di oliva, che non a caso è il prodotto più contraffatto. L’olio italiano, in particolare l’olio del bacino mediterraneo, quando estratto a freddo è fonte di moltissime sostanze nutritive nobili. Ricordo che 100 gr di olio extravergine apportano intorno alle 800 cal. e contengono circa 14 gr di acidi grassi saturi, 12 grammi di acidi grassi polinsaturi e 74 grammi di acidi grassi monoinsaturi, oltre a piccole quantità di Sodio, Potassio, Calcio, Ferro e Vitamina E. È chiaro che fa bene, ma a dosi ridotte, dato l’alto apporto calorico, ad esempio 4-6 cucchiaini al giorno!”. Nel mirino dell’ONU c’è anche l’olio, ma l’olio extravergine d’oliva, tra tutti gli oli vegetali non è quello più equilibrato e che ha una serie di funzioni favorevoli per il benessere dell’organismo? “Uno dei ricordi della mia infanzia, forse perché i profumi rimangono ‘ben stampati’ nella circuiteria neuronale del sistema limbico, è il profumo del frantoio del mio piccolo paese (Torano Castello, in provincia di Cosenza), piccolo centro del sud Italia, nonché dell’area mediterranea. Tra l’altro, ricordo bene che la produzione dell’olio extravergine di oliva all’epoca era un bene più pregiato della lira stessa, poiché il lavoro della spremitura veniva ben pagato con una sorta di baratto tra il contadino che portava le olive, ed il gestore dei locali del frantoio, ivi quest’ultimo non veniva pagato in lire ma ‘a litri d’olio’. Episodi ormai scomparsi di piccole realtà del bacino mediterraneo; realtà che di sicuro non sono una fonte autorevole come l’ONU, tuttavia rappresentano insieme ad altre popolazioni del bacino meridionale Europeo, il luogo di nascita della Dieta Mediterranea. Sono proprio queste popolazioni, queste piccole realtà rurali, che hanno dato le basi al modello alimentare ad oggi notoriamente più equilibrato e sano. Non dimentichiamo, nel 2010, tale stile alimentare, o dieta Mediterranea, nata nei contesti su descritti, è stata identificato dall’ UNESCO come bene protetto ed inserito nei patrimoni immateriali dell’umanità. La fonte principale di lipidi, o se vogliamo uno dei
  11. 11. 11 pilastri sui cui nasce il regime alimentare Mediterraneo è proprio il corretto utilizzo dell’olio extravergine di oliva, composto principalmente da grassi monoinsaturi, da una piccola percentuale di grassi saturi, da omega-3 e omega-6. Tale rapporto nell’olio di palma o nell’olio di cocco è totalmente stravolto a favore dei grassi saturi, che come precedentemente spiegato, vanno assunti con moderazione. Inoltre, l’olio extravergine di oliva è fonte di vitamine liposolubili A ed E, di Ferro, e di oligoelementi quali Selenio, Rame e Zinco. I preziosi elementi contenuti nell’olio extravergine di oliva e che Madre Natura ci offre, una dieta sana ed equilibrata ed un corretto stile di vita sono pronti in maniera sinergica ad agire con un effetto protettivo nei diversi ‘pathways molecolari’ coinvolti ad esempio in patologie cardiovascolari, nello stress ossidativo e nella prevenzione di neoplasie”. Il sale invece spesso si nasconde in alcuni alimenti, qual è la dose giornaliera che dovremmo consumare? “Domanda che spesso in sede di pianificazione di un piano alimentare fanno i pazienti, ed alla quale rispondo in maniera secca, invitando ad evitare il consumo del NaCl (cloruro di sodio o sale da cucina), poiché lo stesso è già contenuto in quasi tutti gli alimenti di origine animale e vegetale. Facendo così traspirare ad esempio, che ulteriori aggiunte in realtà sono un surplus spesso pericoloso in soggetti ipertesi, o in soggetti ad esempio con mutazioni genetiche (gene ACE) che aumentano la sensibilità al sale. Tra l’altro, lo studio di tale mutazione fa parte dei test di nutrigenetica messi a disposizione negli Health Point”. Per quanto riguarda gli zuccheri? “Circa i glucidi ai quali appartengono gli zuccheri, il discorso è completamente diverso, sono altamente energetici, e in una società ormai di tipo non rurale o sedentaria come la nostra vanno sicuramente ridotti. A tal proposito, si intuisce quanto sia importante associare una corretta attività fisica ad un piano alimentare equilibrato, al fine di garantire un corretto consumo soprattutto di glucidi, ricordando che con l’assunzione di zuccheri a livelli inferiori al 10% del consumo totale di energia è possibile ridurre il rischio di sovrappeso, obesità, i quali sono spesso anche l’anticamera del diabete non insulino- dipendente”. Le Nazioni Unite hanno rassicurato che non ci sarà nessun bollino nero, ma l’obiettivo è quello di promuovere la consapevolezza alimentare. Quanto è importante che un prodotto abbia un’etichetta chiara che consenta al consumatore di capire la sua composizione? Aumentare la consapevolezza alimentare è possibile solo grazie ad una migliore educazione alimentare? “L’importanza che un alimento abbia un’etichetta chiara che consenta al consumatore di capire la sua composizione e la sua provenienza è fondamentale. La presenza di eventuali allergeni presenti nel prodotto, il paese e luogo di provenienza, le date di produzione e scadenza, l’indicazione del lotto, il codice di eventuali conservanti, e la tabella con i valori nutrizionali non devono mai sfuggire al consumatore. Tutte queste informazioni ormai sono o stanno per essere riportate su ogni prodotto alimentare, ma in quanti sono in grado di leggerle? Ad esempio, se qui indicassi la sigla di tracciabilità che compare sul guscio delle uova: ‘3IT001VR036’, a quanti è chiara? Sono sicuro che la percentuale di consumatori alla quale non è nota la sigla è molto alta. Proviamo qui a chiarire: il primo numero, cioè il 3, indica il tipo di allevamento delle galline, in questo caso allevate in gabbia, IT il Paese, in questo caso Italia, 001 è il codice Istat del Comune di allevamento, VR la provincia di appartenenza, 036 è il codice allevamento di deposizione. Esiste un ulteriore classificazione in A B C, la scritta ‘Categoria A’ indica semplicemente che si tratta di uova da vendere al pubblico e non per uso industriale. Queste informazioni, insieme alle nozioni di una dieta varia ed equilibrata, dovrebbero essere introdotte a partire già dalle scuole primarie o nel ciclo della scuola dell’obbligo. È ora che il nostro Ministero dell’Istruzione pensi ad introdurre Educazione Alimentare/Scienze dell’alimentazione già nelle primissime fasi della scolarizzazione, altrimenti c’è chi da un lato si sforza ed investe al fine di rendere sempre più sicuri e tracciabili i nostri prodotti, e chi dall’altro lato non recepisce il messaggio”.
  12. 12. 12 tutta la tua salute, ora, in un’app! Nasce MyMBA, l’app dedicata ai soci di Mutua MBA, attraverso cui è possibile accedere a tutti i servizi legati alla tua posizione o sussidio direttamente dal tuo smartphone o tablet.
  13. 13. 13 L’occhio di pernice somiglia a una sorta di callo, è però più piccolo e generalmente si forma sulle dita dei piedi, anche se può comparire sotto la pianta. L’occhio di pernice risulta essere, oltre che fastidioso, anche doloroso. È un accumulo di pelle la cui parte più profonda va a toccare le fibre nervose, da qui si genera il dolore che si avverte. È anche antiestetico, pertanto è bene intervenire subito, oltre che cercare di prevenirne la comparsa. L’occhio di pernice compare quando si portano scarpe nuove, troppo strette o rigide e non adeguate al proprio piede. La sua formazione dipende dalla reazione di attrito tra la pelle del piede e il tessuto delle scarpe. Altre cause sono: • borsite al piede, ovvero un’infiammazione di una borsa articolare; • dito a martello, un problema articolare che interessa a volte anche le mani. Il dito o le dita si presentano piegati in corrispondenza dell’articolazione centrale. I soggetti più a rischio sono quelle persone che hanno meno tessuto tra le ossa e la pelle del piede, le persone che svolgono lavori che obbligano a stare molto in piedi, chi cambia spesso modello di scarpe e chi pratica sport in maniera intensiva e con calzature non adeguate. Quando compare l’occhio di pernice, in alcuni casi, è quasi impossibile indossare le scarpe per via del dolore. I sintomi più comuni dell’occhio di pernice sono: • dolore, soprattutto fra il quarto e il quinto dito del piede; • inspessimento della pelle, con un punto più scuro centrale; • difficoltà a camminare o a rimanere in piedi per molto tempo; • difficoltà nell’indossare le scarpe; • aumento della sensibilità del piede. L’occhio di pernice può presentarsi in due modi: • duro: è il più comune, ha dimensioni di circa 5 millimetri e compare, solitamente, all’esterno del quinto dito per sfregamento con la scarpa. a cura di Silvia Terracciano L’occhio di pernice: cause, sintomi e rimedi
  14. 14. 14 Limone Si può sfregare una fetta di limone nella zona colpita dal disturbo. Il limone, dalle tante proprietà benefiche, ha anche degli effetti antibatterici e previene le infezioni. È possibile anche mettere le bucce del limone in aceto per tre giorni e poi applicarle sull’occhio di pernice; coprire con una garza e lasciare agire. Aloe vera in gel Il gel di aloe vera ha delle proprietà rinfrescanti e per questo motivo è molto utile. Va applicato delicatamente più volte al giorno sulla pelle, fino a quando non sarà completamente assorbito. Calendula Un impacco con la calendula permette di ammorbidire la pelle e agisce sull’arrossamento cutaneo; gli impacchi con la tintura madre vanno lasciati agire per 20 minuti. Aglio Applicare una cremina creata frullando dell’aglio sull’occhio di pernice: agirà sull’infiammazione - l’aglio è un potentissimo antinfiammatorio naturale. Lavare i piedi più volte al giorno e applicare amido di mais aiuta in linea generale a mantenere il piede morbido, evitare di tenere le scarpe a lungo e lasciare il piede libero sono piccoli accorgimenti che permettono di sfiammare e guarire quanto prima. Quando asciugate il piede, ricordatevi di non sfregare con il panno, per evitare di peggiorare la situazione e creare micro lesioni che potrebbero infettarsi, limitatevi a tamponare bene. È utile anche l’uso della limetta, che va utilizzata però se non si avverte dolore e in maniera molto delicata. Nel caso dopo qualche settimana l’occhio di pernice non sia scomparso, bisogna rivolgersi ad uno specialista per la valutazione di una eventuale asportazione chirurgica. Complicazioni Chi soffre di diabete deve prestare particolare attenzione alla comparsa dell’occhio di pernice, in quanto può causare delle complicazioni per via della cattiva circolazione come: • infiammazione; • infezione con produzione di pus; • degenerazione in ulcere, anche profonde e difficilmente guaribili. Inoltre in caso di occhio di pernice di tipo molle è possibile la comparsa di infezione da batteri o funghi, che si può curare con trattamenti appositi prescritti dal proprio medico curante. • molle: è quasi sempre biancastro e ruvido al tatto e si presenta spesso tra le dita, dove si suda maggiormente. L’occhio di pernice nella maggior parte dei casi può scomparire dopo qualche settimana, seguendo piccolo accorgimenti come: • evitare di indossare le scarpe che hanno procurato il disturbo • evitare di indossare scarpe strette, preferirle morbide e larghe • ammorbidire le dita infiammate, utilizzando delle creme specifiche • inserire dei dischi di gomma intorno alle dita affette dalla malattia per evitare ulteriori attriti • mantenere la pelle ben asciutta e pulita • lavare i piedi 2 volte al giorno con un antibatterico • il medico può anche consigliare una crema antibiotica per evitare un’infezione. Oltre a questi piccoli accorgimenti, esistono anche dei rimedi naturali che possono venire in aiuto per aiutare la regressione della malattia o alleviarne i sintomi. Acqua calda e sale o bicarbonato Un pediluvio con questi ingredienti può dare un po’ di sollievo. Lasciare i piedi in ammollo per circa mezz’ora in modo che la parte si ammorbidisca; dopo si può passare la zona affetta dall’occhio di pernice con una limetta apposita o la pietra pomice, senza esagerare per non espandere la zona. Se si avverte dolore, è necessario fermarsi. I pediluvi possono essere realizzati anche con acqua caldaesalediEpsom.IsalidiEpsomhannovarieproprietà, in questo caso, possono aiutare ad ammorbidire la parte dolorante.
  15. 15. 15 Health Italia S.p.A. nasce dalla volontà di alcuni imprenditori fortemente convinti che la salute e il benessere della persona siano diritti fondamentali da tutelare e promuovere. è un player di riferimento nella promozione di soluzioni di sanità integrativa e sostitutiva, nell’erogazione di servizi amministrativi, liquidativi, informatici e consulenziali a Fondi Sanitari, Casse di Assistenza Sanitaria e Società di Mutuo Soccorso. La creazione di un sistema in grado di fornire servizi a 360° in questo ambito, ha permesso a Health Italia di diventare una delle più grandi realtà indipendenti operanti nel mercato italiano dell’assistenza sanitaria e, integrando l’offerta di piani sanitari e servizi assistenziali con programmi di flexible benefit, di rivolgersi al mercato con un approccio completo al welfare aziendale. Health Italia S.p.A. c/o Palasalute - Via di Santa Cornelia, 9 | 00060| Formello (RM) | info@healthitalia.it | www.healthitalia.it Società quotata sul mercato AIM ITALIA e iscritta alla sezione speciale “PMI innovativa” del Registro delle Imprese “La salute è la più grande forza di un popolo civile”
  16. 16. 16 Tra ricoveri, decessi e malori, in molti si domandano quale sia realmente la causa del virus West Nile che da qualche settimana impazza in Europa e in Italia (prime Emilia-Romagna e Veneto) mietendo vittime, tra queste soprattutto soggetti vulnerabili (anziani e malati). Centinaia di persone, la maggior parte ha un’età che si aggira tra gli 80 e i 90 anni, ha fatto i conti con l’epidemia del momento, alcune hanno perso la vita, altre la affrontano in ospedale e infine ci sono coloro che cercano consigli sulla prevenzione. Le vittime sono in gran parte soggetti vulnerabili che si presentano con una bassa massa muscolare, abbastanza pallidi e con scarsa forza fisica. “Questo tipo di persone non riesce a combattere la potenza del virus, per tale ragione dovrebbero giocare d’anticipo tanto da prevenire le punture delle zanzare”. A sostenerlo è il professore Roberto Vecchiatini, gerontologo e geriatra bolognese che spiega come la febbre West Nile (West Nile Fever) è una malattia provocata dal virus West Nile (West Nile Virus, Wnv), della famiglia dei Flaviviridae isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda, nel distretto West Nile (da qui prende il nome). Il virus è diffuso in Africa, Asia occidentale, Europa (dal 1958), Australia e America. Dottore il virus può trasmettersi da uomo a uomo? Eccetto in casi eccezionali avvenuti per trapianti di organi, trasfusioni di sangue o trasmissioni madre-feto in gravidanza, non può accadere perché l’uomo non è ospite d’elezione per il patogeno. Il virus infatti ha sviluppato un adattamento per gli uccelli che gli consente,quandooccasionalmentepungealtrianimali, quali l’uomo o il cavallo, di dare origine a sintomi ma al tempo stesso lo rende incapace di trasmettersi. Come va prevenuta questo tipo di ‘epidemia’? L’anziano, o qualsiasi altra persona che viene punta, nel momento in cui si rende conto che quel pizzicotto ha provocato un rossore e un gonfiore fuori dalla normalità deve immediatamente contattare il proprio medico. Questo tipo di infezione può essere curata, ma non prevenuta perché al momento non esiste un vaccino. Sono allo studio dei vaccini, ma ad oggi la migliore prevenzione consiste nel ridurre l’esposizione alle punture di zanzare. In assenza di un vaccino, esistono metodi fai da te? È possibile prevenire le punture dell’insetto utilizzando repellenti cutanei o per l’ambiente e vestendo con abiti Ondata West Nile. Anziani nel mirino. L’esperto invita alla prevenzione a cura di Alessandro Notarnicola
  17. 17. 17 17 KNOW YOUR HOME, Protect your health. Scopri gli inquinamenti nella tua casa con N1 N1 è il primo dispositivo specifico per il monitoraggio delle principali fonti di inquinamento indoor che con il tempo possono nuocere alla salute della famiglia. www.nuvap.comwww.healthitalia.it/check-up ITALIA leggeri, ma che coprano braccia e gambe tanto al mattino quanto nelle ore serali della giornata soprattutto se si passeggia a ridosso di aree naturali. Importante anche non fare uso di profumi che attirerebbero gli insetti. Sono a rischio tutti gli anziani? Non è corretto generalizzare. Sarebbe più opportuno specificare che tutti noi potremmo essere punti ravvisando sintomi più o meno preoccupanti. Nell’80% dei casi però non ci sono conseguenze, in alcuni il paziente non presenta alcuna sintomatologia. Resta il 20%. Di chi si tratta? Questo campione restante potrebbe invece avere delle conseguenze, più o meno gravi. Stando però al dato odierno, in queste settimane in cui il virus continua a mietere vittime, il 19% delle persone punte avverte un malessere generale, un rossore più evidente, un po’ di febbre e debolezza agli arti, ma sono fuori pericolo di vita. In questi casi i sintomi scompaiono dopo qualche giorno, alle volte anche dopo settimane. Il problema si pone per quel restante 1%. Ossia gli anziani? Loro rischiano avendo un quadro clinico abbastanza critico. Si tratta di gente già vulnerabile. A perdere la vita infatti sono le persone più deboli e che hanno a loro carico patologie di vario genere. Questi pazienti non riescono a far fronte a febbri alte, alla debolezza muscolare, alle convulsioni e persino, in alcuni casi, al coma. Ricorda un’epidemia simile che ha colpito gli anziani in egual modo? Negli ultimi anni, dal 2008 circa, l’Italia e altri Paesi europei sono stati interessati da casi importati ed autoctoni di alcune malattie acute virali di origine tropicale trasmesse da zanzare. Nel Ravennate qualche anno fa spaventò molto la Dengue che colpiva soggetti più deboli a livello immunitario.
  18. 18. 18 a cura di Alessia Elem Ogni anno nel nostro Paese vengono diagnosticati circa 36 mila nuovi casi di tumore alla prostata. Nonostante l’88% delle persone con tumore della prostata sopravviva a 5 anni dalla diagnosi, l’alta diffusione della malattia la rende la terza causa di morte per tumore nella popolazione maschile (8% di tutti i decessi per cancro). Stando ai dati più recenti, nel corso della propria vita un uomo su 8 nel nostro Paese ha la probabilità di ammalarsi di tumore della prostata. L’incidenza, cioè il numero di nuovi casi registrati in un dato periodo di tempo, è cresciuta fino al 2003, in concomitanza della maggiore diffusione del test PSA (Antigene prostatico specifico, in inglese Prostate Specific Antigene) quale strumento per la diagnosi precoce, e successivamente ha iniziato a diminuire. (fonti: www.salute.gov.it e AIRC) La prostata è una ghiandola posizionata di fronte al retto e produce una parte del liquido seminale rilasciato durante l’eiaculazione. Normalmente, è grande come una noce, ma andando avanti con gli anni o a causa di alcune patologie può ingrossarsi fino a dare disturbi soprattutto di tipo ostruttivo. Il tumore della prostata ha origine proprio dalle cellule presenti all’interno della ghiandola che cominciano a crescere in maniera incontrollata. Quasi tutti i tumori prostatici diagnosticati, infatti, hanno origine dalle cellule della ghiandola e sono chiamati adenocarcinomi. Ci possono essere anche sarcomi, carcinomi a piccole cellule e carcinomi a cellule di transizione. Sono comuni le patologie benigne, soprattutto tra gli uomini over 50. Uno dei principali fattori di rischio per il tumore della prostata è l’età: le possibilità di ammalarsi di tumore della prostata aumentano sensibilmente dopo i 50 anni. Oltre i 65 anni le percentuali aumentano ulteriormente, tanto che 2 tumori su 3 vengono diagnosticati proprio in questa fascia di età. Oltre gli 80 anni il tumore della prostata è ancora più frequente ma nella maggior parte dei casi la malattia è asintomatica o ha una progressione molto lenta. Un altro fattore rilevante è la familiarità, il rischio di ammalarsi è doppio per chi ha un parente consanguineo (padre, fratello, ecc.) che ha sviluppato la malattia. La componente genetica è un fattore da tenere sotto controllo: la presenza di mutazioni in alcuni geni come BRCA1 e BRCA2 o del gene HPC1, può aumentare il rischio di sviluppare un cancro alla prostata. Lo stile di vita può incidere sul benessere generale dell’organismo e in tutti i casi determinate abitudini come una dieta ricca di grassi saturi, la mancanza di esercizio fisico e il sovrappeso possono favorire lo sviluppo e la crescita del tumore della prostata. Nella fase iniziale il tumore prostatico è asintomatico solo quando la massa tumorale cresce, dà origine a sintomi urinari: difficoltà a urinare o bisogno di urinare spesso, dolore, sangue nelle urine o nello sperma, sensazione di non riuscire a urinare in modo completo. Negli ultimi anni, grazie alla sempre maggiore sensibilizzazione della popolazione maschile, alla necessità di una diagnosi precoce e allo sviluppo di metodiche di diagnosi sempre più all’avanguardia, la gran parte dei carcinomi prostatici viene diagnosticato nelle fasi iniziali, quando il tumore non dà sintomi. Health Online, per saperne di più, ha intervistato il professor Giampaolo Bianchi, Direttore della Struttura Complessa di urologia dell’AOu di Modena, nonché uno dei presidenti del 67 esimo Convegno SUNI (Società degli Urologi del Nord Italia). Prof. Bianchi quanto è importante la diagnosi precoce del tumore alla prostata? E quali sono gli esami di screening disponibili? “Esistono ancora dubbi sul fatto che la diagnosi precoce del carcinoma prostatico abbia un impatto positivo sulla prognosi. Proprio per questo motivo non esistono relativamente al tumore della prostata degli esami di screening obbligatorio come invece accade per il tumore del seno, del colon retto e della cervice uterina. Tuttavia, dall’introduzione del dosaggio del PSA si è assistito a un incremento delle diagnosi precoci di carcinoma prostatico. Per sua natura il carcinoma della prostata è un tumore a evoluzione relativamente lenta per cui la sua diagnosi deve essere accompagnata da una valutazione da parte dello specialista che in base alle caratteristiche della malattia ed all’aspettativa di vita Tumore prostatico: metodiche sempre più all’avanguardia nella diagnostica e nel trattamento
  19. 19. 19 del paziente valutrerà i tempi e i modi più corretti per seguire e trattare la patologia”. L’unico esame che può con certezza dimostrare la presenza di cellule tumorali all’interno della ghiandola prostatica è la biopsia prostatica, è così? In cosa consiste? “Sì, ancora l’unico esame che può dimostrare con certezza la presenza di cellule tumorali all’interno della ghiandola è la biopsia prostatica. Al momento abbiamo a disposizione due tipologie di biopsia della prostata. La prima, ambulatoriale, in cui, con il paziente in posizione ginecologica, si eseguono in anestesia locale e sotto guida ecografica dei prelievi in zone predeterminate della prostata. La seconda è la biopsia prostatica con tecnica Fusion. Viene eseguita in regime di “day surgery” e prevede dei prelievi dalle zone sospette rilevate alla RMN ed in zone predeterminate. La percentuale di diagnosi di tumore è del 30% con la biopsia tradizionale e del 90% con la Fusion Per scuola tutte le biopsie eseguite nel nostro centro vengono eseguite per via transperineale, senza quindi passare con l’ago attraverso il retto, con un ovvio vantaggio nella riduzione dei rischi di infezione a seguito della procedura”. Tra le metodiche innovative di diagnosi oggi si ha a disposizione la tecnica Fusion per la biopsia prostatica stereotossica, considerata il fiore all’occhiello dell’urologia modenese. Può spiegare di cosa si tratta? Quali sono i vantaggi rispetto alla biopsia classica? “è una tecnica che è stata introdotta a Modena nel 2013. Da allora abbiamo effettuato 450 biopsie stereotassiche, dato che ci colloca tra i migliori centri italiani per casistica. Siamo stati i primi a introdurre questa metodica in Italia e terzi in Europa. La biopsia tradizionale prevede l’esecuzione delle biopsie alla cieca in quanto l’ecografia non è in grado di riconoscere il tumore. Quindi spesso è necessario aumentare il numero dei prelievi o ripetere le biopsie nel tempo prima di poter diagnosticare la neoplasia. La tecnica fusion prevede la sovrapposizione delle immagini della risonanza magnetica nucleare (RMN) ad un ecografia tridimensionale. La RMN è molto sensibile nel diagnosticare i noduli neoplastici e grazie all’utilizzo di una tecnologia molto sofisticata è possibile biopsiare con precisione millimetrica le zone sospette”.
  20. 20. 20 è uno strumento innovativo grazie al quale è possibile un approccio diverso alle terapie? “Non tanto la biopsia stereotassica, quanto la risonanza magnetica multi parametrica può fornire informazioni utili ad un miglior approccio terapeutico. La risonanza magnetica multi parametrica, infatti, permette di localizzare in maniera precisa la sede dei noduli neoplastici sospetti. Tuttavia non è in grado di fornire indicazioni precise su eventuali invasioni della capsula prostatica da parte della malattia. In altre parole non ci dà notizie particolarmente attendibili sul fatto che la malattia sia uscita o meno dalla prostata, andando a invadere i tessuti circostanti. Proprio per questi limiti della RMN, al fine di conservare la potenza sessuale e la continenza, mantenendo la radicalità oncologica, abbiamo sviluppato nel nostro centro un nomogramma, “PRECE”, che su basi statistiche, per ogni paziente, fornisce la distanza di sicurezza in millimetri che il chirurgo deve tenere dalla prostata. Sulla base della risonanza magnetica multi parametrica, unita alle notizie fornite dal nostro nomogramma, da alcuni mesi stiamo sviluppando, assieme ad un gruppo di ricerca di Torino, delle ricostruzioni 3D che vengono sovrapposte alle immagini della prostata durante l’intervento e guidando il chirurgo nella dissezione come un GPS guida un automobilista. Tutto questo al fine di ottimizzare i risultati di mantenimento di continenza e potenza sessuale, senza avere brutte sorprese da un punto di vista oncologico”. Una volta diagnosticato il tumore quali sono le terapie da seguire? “Diagnosticata la presenza di neoplasia prostatica le strade che si possono seguire sono molteplici e variano in base all’età, stadio del tumore ed altre malattie concomitanti. La prima scelta, soprattutto nel paziente giovane, è la chirurgia robotica. La prostatectomia robotica, grazie alla magnificazione dell’immagine, alla precisione di movimento degli strumenti e alla visione tridimensionale, permette in maniera mini-invasiva una completa eradicazione della malattia riuscendo a preservare al massimo le strutture anatomiche circostanti deputate al mantenimento della continenza e della potenza sessuale. La chirurgia solitamente è riservata ai pazienti sotto i 75 anni. Nei pazienti più anziani, nei quali la malattia procede lentamente e non modifica la spettanza di vita, le terapie a disposizione possono essere la radioterapia o la terapia medica con soppressione ormonale. Con l’avvento di nuove tecnologie come la RMN multi parametrica e la biopsia prostatica stereotassica, la diagnosi di tumore prostatico può avvenire precocemente e quando la malattia è clinicamente indolente. In questa fase si può anche, in casi selezionati, attuare la cosiddetta “sorveglianza attiva”. Questa consiste nel seguire l’andamento della malattia, già diagnosticata, attraverso esami ematici seriati e l’esecuzione di una risonanza magnetica ed eventualmente una biopsia all’anno che controlli lo stato della patologia. La sorveglianza attiva permette così di procrastinare il timing della chirurgia, valutando un’eventuale progressione, che comporti la necessità di esecuzione dell’intervento”. La diagnosi precoce è fondamentale per combattere la neoplasia. In conclusione: quando e quali sono gli esami diagnostici comunemente utilizzati per monitorare lo stato di salute della ghiandola prostatica? E quando è opportuno consultare lo specialista? “È consigliabile, nei soggetti di età superiore a 50 anni, eseguire un esame del PSA e successiva visita specialistica urologica con esplorazione rettale. Questi due elementi sono già in grado di fornire allo specialista importanti notizie che permetteranno di progettare un corretto iter diagnostico-terapeutico. Pazienti con famigliarità per il tumore della prostata devono anticipare questo controllo alla soglia dei 45 anni. Certamente è opportuno affidarsi ad un centro ad alto volume, che possa mettere a disposizione le più moderne tecnologie e una vasta esperienza”.
  21. 21. 21 La prevenzione salva la vita! Se anche tu: Vuoi evitare le lunghe liste di attesa... Vuoi il meglio per la tua salute e benessere... Rilevazioni non invasive, realizzate con device innovativi Cosa aspetti? vieni a scoprire tutti i nostri servizi! Con Health Point la tua salute è sempre sotto controllo in modo veloce, innovativo e vicino a te! Prezzi competitivi Servizio rapido Televisita con medici specialisti Senza necessità di prendere appuntamento Il punto sulla tua salute Offriamo oltre 40 servizi di telemedicina, con l’assistenza di personale infermieristico qualificato! vieni all’health point! Sei sempre di corsa... Health Point S.r.l. - Gruppo Health Italia S.p.A. Sede legale c/o Palasalute Via di Santa Cornelia, 9 - 00060 - Formello (RM) Per maggiori informazioni: Tel. +39 06 40411457 - info@healthpoint.srl www.healthpoint.srl
  22. 22. 22 in evidOgni anno nel mondo sono circa 250.000 i bambini e gli adolescenti che vengono colpiti dal cancro infantile. Purtroppo, solo 6 su 10 hanno una speranza di sopravvivere a queste patologie, prima tra tutte la leucemia (fonte: Childhood Cancer International). Nei Paesi del Sud del mondo, come il Venezuela, questa percentuale rischia di essere ancora più drammatica, a causa della difficoltà ad accedere alle cure specialistiche, in particolar modo al trapianto di midollo osseo, soprattutto per le molte famiglie che non hanno le possibilità economiche di sostenere spese molto ingenti nelle strutture private del Paese. Per offrire una risposta concreta a questo bisogno, ATMO - Associazione per il Trapianto di Midollo Osseo – si impegna per garantire il diritto alla salute dei pazienti oncologici venezuelani ed italo-venezuelani, grazie ad un programma di cooperazione sanitaria internazionale che dà la possibilità ai pazienti del Paese sudamericano di curarsi in Italia e di sottoporsi a quelle tipologie di trapianto di midollo osseo che non è possibile realizzare in Venezuela. Il programma è sostenuto dallo Stato venezuelano, grazie al contributo di PDVSA (Petróleos de Venezuela SA)che,dallasuanascitaadoggi,hadatounasperanza di vita a 482 pazienti, permettendo la realizzazione di 382 trapianti di midollo osseo. Attualmente, sono tredici le strutture sanitarie di eccellenza che collaborano al Programma di Cooperazione Sanitaria Internazionale di ATMO, tra cui la Città della Salute di Torino, uno dei primi Centri italiani ad offrire le sue cure ai pazienti di origine venezuelana da più di 10 anni. L’ultimo paziente arrivato, il 100esimo, che sta ricevendo le cure, si chiama Javer, ha 12 anni, viene da Caracas, la capitale del Venezuela, ed ha compiuto un lunghissimo viaggio per raggiungere Torino, la città che lo ospiterà per i prossimi mesi. Nonostante la sua giovane età, questo ragazzo si trova oggi di fronte ad una sfida durissima: una sindrome a cura di Alessia ElemCancro infantile, dal Venezuela per combattere la malattia. La storia di Javer 22
  23. 23. 23 denzaMielodisplastica, una patologia che può evolvere in leucemia se non si interviene in maniera efficace e tempestiva con le cure adeguate, che nel suo Paese, il Venezuela, attualmente non sono disponibili. Javer si trova in Italia proprio per guarire da questa malattia, che potrà affrontare grazie alle cure presso la Oncoematologia dell’Ospedale Infantile Regina Margherita della Città della Scienza di Torino, diretta dalla professoressa Franca Fagioli. Health Online ha intervistato la professoressa Fagioli, la quale ha spiegato l’importanza di questa cooperazione che ha come obiettivo quello di offrire ai malati una seconda opportunità di vita e ridurre il tasso di mortalità legato alle malattie onco-ematologiche in Venezuela. Quanto è importante questa cooperazione? “Inambitosanitario,lacooperazionefraiPaesiconridotta accessibilità alle prestazioni di più alta specializzazione e i Paesi dove queste ultime risultano accessibili è fondamentale, perché è in grado di incrementare le possibilità di guarigione, indipendentemente dallo stato economico e sociale del paziente. Nel caso specifico dell’oncoematologia pediatrica, è dimostrato che poter accedere a procedure complesse come il trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche è in grado di incrementare in maniera significativa le possibilità di guarigione a lungo termine per numerose patologie. Attraverso la cooperazione, è possibile inoltre promuovere iniziative di interscambio professionale bidirezionale sia medico che paramedico tra l’equipe del centro che accoglie i pazienti e quella del centro del paese di provenienza del paziente stesso. Tale interscambio risulta finalizzato da un lato alla formazione del personale venezuelano alle procedure mediche, infermieristiche, amministrative, direttive e tecniche di un centro ad alta specializzazione, dall’altro consente al personale della struttura che accoglie i pazienti di poter conoscere sempre meglio la realtà non solo sanitaria, ma anche socio-culturale del paese di provenienza dei pazienti trattati. La cooperazione con ATMO, nata nel 2006, continua e continuerà nei prossimi anni, con lo scopo di implementare lo scambio di conoscenze mediche e scientifiche e di contribuire a dare speranza e migliori condizioni di salute ai molti bambini venezuelani che necessitano di cure oncologiche complesse”. Com’è nata l’idea del programma? “Il Venezuela è un paese bellissimo, dotato di una natura rigogliosa e affascinante; purtroppo però la realtà interna è tutt’altro che serena. Gli ultimi dati ci parlano di povertà, di famiglie che vivono in condizioni disagiate (52%) e di una grave crisi sociale ed economica che sta attraversando il Paese. I bambini sono tra le maggiori vittime di questa attuale difficile situazione. Molti di essi, con meno di un anno di età, sono deceduti a causa delle difficoltà di accesso alle cure mediche. Qualche anno fa, nel 1997, a Maracaibo, ad ammalarsi fu la piccola Michelle, colpita dalla leucemia. Benché la malattia avesse inizialmente risposto ai trattamenti disponibili in patria, al fine di incrementare le probabilità di guarigione a lungo termine, alla paziente risultava necessario essere sottoposta a trapianto allogenico di CSE, impensabile da attuarsi però a quell’epoca in Venezuela. La zia di Michelle, Mercedes Elena Álvarez, attuale presidente dell’ATMO, riuscì ad organizzare un viaggio in Italia ed un successivo ricovero per Michelle all’ospedale di Pisa. La bambina riuscì così a ricevere tutte le cure necessarie per combattere e sconfiggere la malattia, e a tornare a casa in Venezuela completamente guarita. Mercedes, alla luce delle proprie esperienze personali e di quelle degli altri bambini incontrati durante il percorso terapeutico della nipote, nel 1999 decide di dare vita alla ‘Fundación para el trasplante de médula osea’, per aiutare i bambini affetti dal cancro ad ottenere le migliori terapie possibili. Nel 2006, fondò poi l’ATMO, filiale italiana della Fondazione venezuelana, per promuovere e rafforzare un programma di cooperazione sanitaria internazionale tra Italia e Venezuela, permettendo ai pazienti venezuelani di venire in Italia e di essere sottoposti al trapianto di CSE. Pressa la Struttura Complessa Oncologia Pediatrica dell’Ospedale Infantile Regina Margherita della AOU Città della Salute e della Scienza di Torino, dal 2006 ad oggi sono stati complessivamente accolti 100
  24. 24. 24 pazienti (83 hanno effettuato un trapianto di CSE, 13 non avevano indicazione a TCSE per differenti motivi, ma sono stati comunque presi in carico e 4 sono in fase di valutazione di idoneità al trapianto). I primi pazienti risultavano più che altro affetti da patologie oncologiche, mentre successivamente sono stati anche accolti pazienti affetti da patologie congenite (anemie congenite, emoglobinopatie, immunodeficienze) curabili mediante trapianto. Inoltre, sempre grazie alla collaborazione di ATMO con l’equipe trapiantologica diretta dal prof. Salizzoni (SC Chirurgia Generale II, AOU Città della Salute e della Scienza di Torino), nella primavera del 2015 è stato possibile eseguire il primo caso al mondo di trapianto di fegato, seguito da trapianto di midollo osseo per un paziente affetto da una patologia interessante entrambi gli organi”. Javer è il 100esimo paziente preso in carico. Qual è il vostro protocollo? “Il percorso terapeutico di questi pazienti inizia in Venezuela dove, se necessario, i pazienti malati entrano in contatto con la Fundación e il loro caso viene valutato da un comitato scientifico che decide sulla necessità del trapianto in Italia. Il Ministero della Salute, a seguito di questa valutazione, dà la sua approvazione. Almeno 2 mesi prima dell’arrivo dei pazienti in Italia, i medici venezuelani devono inviare la documentazione relativa alla storia clinica del paziente ed eventualmente del familiare individuato come compatibile per la donazione del midollo, ai medici italiani. Una volta che i medici italiani hanno valutato la documentazione richiesta e accertati tutti i requisiti, il paziente potrà giungere in Italia, dove verrà sottoposto a tutti gli accertamenti e procedure atte a verificarne le condizioni fisico-cliniche. In Venezuela vi è quindi l’attivazione del programma della partenza verso l’Italia, che significa ottenere i visti, organizzare il viaggio e affrontare le spese necessarie per il malato e i suoi accompagnatori (il viaggio è totalmente sostenuto dalla compagnia petrolifera statale venezuelana, la Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima). Presso il nostro Centro, i pazienti vengono presi in carico in maniera globale mettendo in atto, grazie a specifiche figure professionali, una rete di interventi integrati per affrontare, oltre al problema strettamente medico, anche quello assistenziale, sociale, scolastico, psicologico, riabilitativo che gravano in ogni patologia”. Come avviene la gestione dei pazienti? “La gestione di questi pazienti presenta difficoltà specifiche, dovute principalmente alla complicata storia clinica che precede l’arrivo del paziente, con sintesi cliniche spesso di difficile traduzione ed interpretazione, quadri di malattia per lo più non controllata e precedenti trattamenti non attribuibili ad un protocollo standardizzato. Inoltre i pazienti possono presentare, oltre alla malattia neoplastica e alla tossicità secondaria alle cure già eseguite, patologie “endemiche” virali o parassitarie della loro nazione di origine. Il lavoro di accoglienza coinvolge tutto lo staff, in particolare il personale infermieristico ricopre un ruolo di primaria responsabilità nell’introdurre i nuovi arrivati in un luogo sconosciuto ed ansiogeno, dove sono ancora incerti sia il tempo di permanenza sia le esperienze da affrontare. Grazie al fondamentale supporto di alcune attive associazionidivolontariatocheoperanoincollaborazione con il nostro Centro (Unione Genitori Italiani contro il tumore dei bambini –U.G.I.-, Servizio Missionario Giovani –SERMIG-, Casa Cilla) viene garantita anche l’assistenza del paziente straniero e della sua famiglia rispetto al progetto di accoglienza sociale, intesa come l’ospitalità alloggiativa, il loro mantenimento, i necessari trasporti tra domicilio ed ospedale”. Qual è il supporto sotto l’aspetto psicologico? È un altro aspetto altresì fondamentale. Nell’offerta di opportunità di cure adeguate, non esistenti nel Paese di origine, è necessario tenere presente la complessità della gestione del paziente straniero e della sua famiglia e i costi psicologici spesso elevatissimi cui essi sono esposti. Unitamente al trauma per la diagnosi della malattia, vi è quello dovuto allo sradicamento dalla propria terra, alla separazione dai propri familiari, alla difficoltà di comunicazione a causa della differente lingua e cultura e al sentimento di profonda solitudine che frequentemente accompagna tutto l’iter terapeutico. La conoscenza da parte del personale sanitario delle caratteristiche socioculturali di questi pazienti e del loro nucleo familiare è di fondamentale importanza per poter comprendere e soddisfare le esigenze di ogni singolo paziente e della sua famiglia. Dopo la fase di accoglienza ed inquadramento diagnostico, il processo di presa in carico del bambino e dei genitori prosegue con un momento fondamentale, rappresentato dalla comunicazione della diagnosi e dell’iter terapeutico, con la valutazione dell’eleggibilità al trapianto di cellule staminali emopoietiche e la tempistica a tale procedura, in base anche alla disponibilità di un donatore familiare oppure non correlato. La diagnosi viene comunicata ai genitori e al paziente durante un colloquio a cui prendono parte, oltre al medico, anche la psicologa e la mediatrice culturale. La comunicazione al piccolo paziente viene
  25. 25. 25 effettuata in un momento separato, sempre con il supporto psicologico e della mediatrice culturale, con modalità appropriate all’età del paziente stesso. Spesso ci si trova di fronte ad una ricerca di donatore non familiare difficoltosa, dovuta proprio alle caratteristiche genetiche di alcune etnie peculiari, per cui diventa di fondamentale importanza sensibilizzare la donazione di cellule staminali cordonali in queste popolazioni, al fine di aumentare la probabilità di reperire una fonte di cellule staminali utilizzabili per il trapianto. Una volta stabilita l’indicazione trapiantologica, vengono eseguiti una serie di accertamenti ematologici e strumentali che precedono il ricovero vero e proprio presso il Centro Trapianti”. La fase del trapianto di cellule staminali emopoietiche come avviene? “Il trapianto di cellule staminali emopoietiche richiede una ‘fasedicondizionamento’,che consiste in una chemioterapia associata o meno a radioterapia, con il duplice fine di indurre un’ulteriore distruzione delle cellule tumorali ancora presenti nell’organismo e di evitare che l’organismo rigetti le cellule staminali del donatore. Alla fase di condizionamento segue l’infusione delle cellule staminali, che andranno a sostituire il midollo del paziente e contribuiranno, attraverso un complesso meccanismo immunoterapico, al controllo prolungato della malattia. Al trapianto segue una fase di monitoraggio post- trapianto, volto ad identificare e curare le complicanze a breve, medio o lungo termine. Questo percorso si conclude con il rientro in Venezuela del paziente e della sua famiglia, con tempi variabili che dipendono dall’insorgenza o meno di complicanze post- trapiantologiche e dal controllo della malattia di base”. Qual è la sua esperienza? “Lamiaesperienzanonpuòcheesserepositivaecitengo a sottolineare il grande impegno che ogni professionista dedica a far sì che il percorso di accoglienza e di cura sia il più possibile ottimale per queste famiglie. Il lavoro, l’impegno e la dedizione nostra, dei nostri infermieri e di tutti gli operatori che partecipano alla assistenza e alla cura di questi bambini sono massime, in relazione alla complessità dei pazienti e alle difficoltà linguistiche e culturali specifiche. Il Servizio di Mediazione Culturale rappresenta un utile, ed ormai indispensabile, servizio che ha il compito di interfacciarsi con le famiglie e l’équipe curante. A tale proposito, in passato sono stati organizzati alcuni incontri volti alla formazione dei Mediatori Culturali da parte dei medici, infermieri e psicologi della nostra Struttura e degli operatori sanitari stessi da parte del Servizio Sociale e dei Mediatori Culturali delle etnie più rappresentate, tra cui quella sudamericana. Nell’ambito di questo progetto, ogni Mediatore Culturale ha illustrato le caratteristiche geografiche, la situazione socio-politica, l’istruzione, la famiglia (ruolo uomo/donna – padre/madre – adulto/ bambino, educazione dei figli), le abitudini alimentari ed igieniche, il servizio Sanitario interno, la concezione delle cure, del dolore e della morte, il rapporto salute/malattia, la religione e la spiritualità dell’etnia rappresentata. L’arrivo di un paziente e della sua famiglia presuppone inoltre un modello organizzativo complesso per la presa in carico globale del nucleo familiare. I bambini e le famiglie migranti non sono una categoria uniforme, ma vi sono infatti differenze sociali e migratorie che influiscono sul loro benessere, sul loro stato di salute e sulla loro integrazione e di cui noi sanitari dobbiamo tenere conto. Inoltre, dobbiamo considerare i loro desideri: questi bambini e le loro famiglie arrivano in Italia fiduciosi che la nostra opera possa finalmente guarirli per la vita e che un giorno, alla fine del loro viaggio, potranno tornare in Venezuela, finalmente guariti e liberi di tornare a sorridere alla vita. Offrire una concreta speranza di guarigione a queste famiglie non sarebbe possibile quindi, senza il grande lavoro di tutti: volontari, mediatori culturali, educatori e insegnanti, oltre a tutti coloro che fanno parte dell’equipè sanitaria”. Il percorso di cure di Javer sta andando avanti, il piccolo paziente è entrato da poco in Unità trapianto per eseguire il trapianto di cellule staminali da sangue di cordone. Come ogni “Millennial”, ama i social network ed è stato capace di usarli in maniera delicata e costruttiva, per raccontare la sua storia e la sua quotidiana lotta contro la malattia. I tanti video che ha pubblicato sul suo profilo Instagram (@javprado11) segnano ognuno un piccolo passo del duro percorso che lo ha portato sin qui, in Italia, dove sta ricevendo le dovute cure.
  26. 26. 26 Scegliere ITALIA
  27. 27. 27 Il pompelmo è una pianta della famiglia delle Rutaceae, il frutto presenta sotto la buccia una sostanza bianca spugnosa chiamata albedo che, come nella maggioranza degli agrumi non è commestibile. Tipicamente dal sapore aspro, se è maturo il gusto è piacevole, più dolce di quello dell’arancio amaro e senza alcuna acidità. Ogni spicchio del frutto è piuttosto grande e presenta piccoli semi ricchi di flavonoidi che svolgono un’azione antivirale, antibatterica e antifungina. Valori Nutrizionali medi 100 grammi di pompelmo apportano 32 calorie e contengono: • acqua 91 g • carboidrati 7,3 g • proteine 0,6 g • grassi 0 g • fibre 1,1 g Inoltre contengono vitamine del gruppo B, vitamina C, vitamina A, folati, licopeene, luteina, mentre i sali minerali contenuti sono calcio, magnesio, fosforo, potassio, selenio, fluoro e in piccole quantità anche rame, zinco, ferro e manganese. Esistono diverse tipologie di pompelmo: • Pompelmo rosa: un ibrido che nasce dall’incrocio tra arancia e pompelmo tradizionale. Indicato per la disintossicazione del fegato, è spesso introdotto nelle diete per ridurre il colesterolo LDL e i trigliceridi nel sangue. Il consumo del pompelmo rosa è efficace per combattere la ritenzione idrica; nelle diete, il suo effetto dimagrante è dovuto principalmente all’alto contenuto di acqua e alla ricchezza di fibre che danno un senso di sazietà. a cura di Silvia Terracciano Pompelmo: valori nutrizionali, tipologie e benefici 27
  28. 28. 28 • Alleato contro il diabete, grazie alla presenza di flavonoidi che regolano i livelli di zucchero nel sangue, il pompelmo contribuisce ad evitare picchi glicemici. • Difende la mucosa del colon grazie alla pectina contenuta, proteggendolo da tumori e altre malattie. Inoltre la pectina tiene sotto controllo i livelli di colesterolo nel sangue. Un bicchiere di succo di pompelmo al giorno previene la formazione di placche nelle arterie. • Ottimo antiossidante, mantiene in salute gli occhi e quindi la vista, oltre che la pelle grazie al contenuto di vitamina A, C, beta-carotene, licopene, luteina, zeaxantina, naringenina e naringina. Il licopene inoltre, contenuto soprattutto nel pompelmo rosa è utile contro il tumore alla prostata. • Rinforza il sistema immunitario e sviluppa protezione contro le infezioni grazie alla vitamina C, ottimo assunto se si ha la febbre. • Tiene sotto controllo la fame, per questo è utilizzato nelle diete dimagranti. Consumato a fine pasto, accelera la trasformazione dei grassi in energia. Aiuta a combattere cellulite e ritenzione idrica grazie alla presenza di potassio. Inoltre aiuta la funzione di reni e fegato avendo anche azione diuretica e disinfettante delle vie urinarie. Curiosità Il consumo di pompelmo sembrerebbe aumentare la produzione di muco vaginale, pertanto è utile alle donne in cerca di una gravidanza in quanto serve per capire più agevolmente quando sono nel periodo ovulatorio e quindi fertile del ciclo. • Pompelmo rosso: ha un sapore più dolce di quello bianco ed è succoso. Generalmente viene consumato al naturale come un normale frutto, ma viene anche impiegato in ricette di dolci. Ha effetto digestivo e il ridotto numero di calorie lo rende indicato per il dopocena. • Pompelmo bianco: dal sapore piuttosto aspro e amaro. Possiede proprietà antiossidanti e antitumorali, garantite dagli abbondanti flavonoidi. Contiene anche una particolare sostanza, il limonene, che pare abbia proprietà anti-cancro. Il licopene, inoltre, protegge la pelle dai raggi Uva e offre protezione contro il tumore alla prostata. Gli usi in cucina del pompelmo bianco sono più limitati rispetto alle varietà rosa o rossa perché possiede un sapore più acidulo e amaro. Può essere utilizzato per creare antipasti sfiziosi e “digestivi” o per torte e sorbetti. Proprietà del pompelmo Le proprietà riconosciute al pompelmo sono numerose. • Utile per le infezioni dell’apparato digerente e per le difficoltà di digestione. Per questo motivo ne è consigliato il consumo a fine pasto. Il pompelmo stimola la secrezione dei succhi gastrici, grazie anche alla presenza di fibra alimentare, e aiuta a digerire meglio le proteine. • Depura il sangue e aumenta le difese contro alcuni batteri come gli streptococchi e gli stafilococchi. • Combatte l’insonnia essendo un’ottima fonte di triptofano, basta bere un bicchiere si spremuta di pompelmo prima di andare a dormire per conciliare il sonno.
  29. 29. 29 Coopsalute il primo network italiano in forma cooperativa al servizio della salute e del benessere PuntodiincontrotralaDomandael’Offertadiprestazionineisettoridell’Assistenza SanitariaIntegrativa,deiserviziSocioAssistenzialieSocioSanitari,grazieaFamilydea si rivolge anche al comparto del Welfare e dei servizi ai privati! Coopsalute - Società Cooperativa per Azioni c/o Palasalute - Via di Santa Cornelia, 9 - 00060 - Formello (RM) - Italia | www.coopsalute.org | Facebook: Coopsalute Per i servizi sanitari e socio assistenziali, anche domiciliari: 800.511.311 Per le Strutture del Network o a coloro che intendano candidarsi al convenzionamento: Ufficio Convenzioni: 06.9019801 (Tasto 2) e-mail: network@coopsalute.com www.familydea.it
  30. 30. 30 In Italia un bambino su tre nasce a seguito di un taglio cesareo (tc). A riferirlo sono i dati raccolti all’interno del Rapporto annuale sull’evento nascita in Italia, CeDap 2015, che sulla base di un campione di 500 punti nascita ha tracciato una articolata fotografia italiana. Inoltre, per le donne del Belpaese generalmente la prima gravidanza arriva attorno ai 31 anni, età giustificata nella quasi totalità dei casi dalla carriera professionale della gestante. La donna al momento del parto (esclusi i cesarei) nel 92,27% dei casi è sostenuta dal padre del bambino, nel 6,36% da un familiare e nell’1,37% da un’altra persona di fiducia. Ancora, 9 future mamme su 10 si sottopongono a più di 4 visite ginecologiche e una donna su 4 dopo i 40 anni si sottopone all’amniocentesi. L’ 89,1% dei parti è avvenuto negli Istituti di cura pubblici ed equiparati, il 10,9% nelle case di cura private e solo lo 0,1% altrove (altra struttura di assistenza, domicilio, etc). Naturalmente nelle Regioni in cui è più alta la presenza di strutture private accreditate rispetto alle pubbliche, le percentuali sono sostanzialmente a cura di Alessandro NotarnicolaParto cesareo made in Italy, un intervento chirurgico in crescita
  31. 31. 31 diverse: il 62,2% dei parti si svolge in strutture dove avvengono almeno 1.000 parti annui. Queste strutture, in numero di 172 rappresentano il 34,4% dei punti nascita totali. Il 6,7% dei parti ha luogo invece in strutture che accolgono meno di 500 parti annui. Tutti dati molto interessanti che si inseriscono nella complicata cornice demografica dell’Italia, paese che segue la media occidentale del calo della nascite che trascina un incremento notevole del tasso di mortalità. Tuttavia, il numero dei parti cesarei sale vertiginosamente nei paesi più ricchi ed eccessivamente basso in quelli più poveri. È la conclusione di uno studio realizzato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità pubblicato sul British Medical Journal. Il tasso di cesarei passa dallo 0,6 per cento nel Sudan del Sud al 58,9 per cento della Repubblica Dominicana, più di un terzo dei Paesi ha un tasso di cesarei superiore al 15 per cento, i Paesi che ricorrono al bisturi con più disinvoltura sono Argentina, Colombia, Repubblica Dominicana ed Egitto dove un terzo delle nascite avviene con il taglio chirurgico. All’estremo opposto si trovano Chad, Etiopia, Nigeria e Sudan del Sud con percentuali di cesarei inferiori al 2 per cento. In Europa, il fenomeno dei tagli cesarei oggi conta almeno 160 mila interventi non necessari per un costo annuo extra di 156 milioni di euro e l’Italia detiene il primato europeo. Come si legge all’interno della Relazione CeDap, anche in Italia, come in molti Paesi del mondo, la maggior parte delle partorienti opta per il parto cesareo, vero e proprio intervento chirurgico non scevro da complicazioni. è questa una delle ragioni per cui andrebbe scelto solo su indicazione, ovvero solo se necessario dal punto di vista medico. Il parto cesareo può essere effettuato a partire dalla ventiquattresima settimana di gravidanza. Per quanto riguarda il cesareo programmato a termine di gravidanza, inoltre, sarebbe bene non fissare la data dell’intervento prima della trentanovesima settimana, cioè una settimana prima della data presunta del parto. Programmarlo anticipatamente, come accadeva anni fa, accresce le probabilità di ricovero per difficoltà respiratorie del bambino per quello che può essere definito polmone bagnato (la differenza per il neonato tra parto naturale e parto cesareo sta, dunque, soprattutto nel suo adattamento respiratorio). Recenti studi stanno analizzando il possibile impatto del parto cesareo sulla salute del bambino a distanza di tempo, ragionando sul lungo periodo e partendo dalla modificazione del microbiota intestinale (la flora batterica intestinale del bambino). I dati oggi disponibili, inoltre, evidenziano una maggiore probabilità di allattamento al seno prolungato se il piccolo è nato con parto naturale. Questo dato può essere legato alla maggiore stanchezza della mamma dopo il cesareo, dovuta sia alla ferita chirurgica sia all’anemia. Come ritengono molti esperti, se il cesareo è stato programmato, la ripresa dello stato di salute della partoriente generalmente è più rapida. Se invece il taglio cesareo si è reso necessario durante il travaglio la ripresa può essere più lenta, graduale e non meno faticosa. In caso di parto cesareo la convalescenza deve tener conto della presenza di una ferita chirurgica. Quest’ultima può essere più o meno dolente a seconda del tipo di analgesia post-parto praticata nelle diverse strutture ospedaliere. Nelle prime 24-48 ore dopo il cesareo, la mamma può fare più fatica ad alzarsi o a trovare una posizione comoda e non dolorosa per allattare il neonato, rispetto a chi ha partorito naturalmente.
  32. 32. Nessuna distinzione per numero di componenti della famiglia Nessuna distinzione di età Sussidi per Single o Nucleo familiare Detraibilità fiscale (Art. 15 TUIR) Nessuna disdetta all’associato Durata del rapporto associativo illimitata Soci e non “numeri” perché abbiamo scelto mba? rimborso interventialta diagnostica assistenza rimborso ticket conservazione cellule staminali visite specialistichesussidi per tutti check up Mutua MBA è da sempre impegnata nell’assistenza sanitaria integrativa e rappresenta l’innovazione, il dinamismo e la qualità nella mutualità italiana ponendosi come “supplemento” alle carenze, ad oggi evidenti, del Servizio Sanitario Nazionale. Vanta un costante incremento del numero di Soci Promotori e propone numerose combinazioni assistenziali che offrono un’ampia gamma di prestazioni sanitarie a costi agevolati per oltre 350.000 assistiti, tra famiglie e nuclei. Mutua MBA c/o Palasalute - Via di Santa Cornelia, 9 - 00060 - Formello (RM) Tel. +39 06 90198060 - Fax +39 06 61568364 www.mbamutua.org integratori alimentari
  33. 33. 33 Ogni anno si effettuano oltre 50.000 nuove diagnosi, il che significa che circa 135 donne ogni giorno scoprono di avere un tumore al seno e iniziano un percorso di cura e di coraggio. Ricevere oggi una diagnosi di tumore al seno fa però meno paura rispetto a vent’anni fa, perché la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è aumentata dall’81 all’87% e la mortalità diminuisce costantemente. (Dati AIOM e AIRTUM, I numeri del cancro in Italia 2017) Puntare al 100% di sopravvivenza è l’obiettivo di AIRC che ha scelto come simbolo della campagna un nastro rosa diverso dagli altri, incompleto, a rappresentare il suo impegno per una sfida più grande: puntare al 100% di sopravvivenza al tumore al seno. “Grazie ai progressi della ricerca, il tumore al seno è sempre più curabile, ma il nostro obiettivo è migliorare ulteriormente la sopravvivenza. Per questo è necessario continuare a investire in ricerca con costanza e senza interruzioni. I ricercatori sono al lavoro per conoscere sempre più a fondo i meccanismi molecolari che portano allo sviluppo del tumore, per sviluppare nuovi strumenti di screening per la diagnosi precoce, per valutare l’efficacia di nuovi farmaci contro i diversi sottotipi della malattia, per offrire terapie mirate con farmaci innovativi capaci di contrastare la crescita di cellule neoplastiche e la diffusione delle metastasi”. Le parole di Federico Caligaris Cappio, Direttore Scientifico dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. “Grazie allo sviluppo di tecniche che permettono il sequenziamento dei geni, all’inizio degli anni 2000 i ricercatori hanno infatti scoperto che il tumore al seno non è un’unica malattia, ma almeno quattro tipi diversi, perché diverse sono le alterazioni molecolari che lo caratterizzano. Questo ha consentito di mettere a punto trattamenti mirati, che permettono ai medici di a cura di Alessia Elem Tumore al seno nelle donne con meno di 40 anni. L’intervista a Barbara Belletti 33
  34. 34. 34 curare le pazienti in modo sempre più personalizzato e con minori effetti collaterali. Il tumore alla mammella può colpire le donne con meno di 40 anni e il nuovo obiettivo di AIRC, grazie al lavoro della dottoressa Barbara Belletti, ricercatrice del CRO di Aviano IRCSS - Dipartimento di Ricerca Traslazionale Divisione di Oncologia Molecolare, è quello di trovare uno strumento che si riveli prezioso per contrastare sempre più e sempre meglio la neoplasia. “Iltumorealseno-hadettoBelletti- staperdendoterreno nel confronto con la ricerca che avanza trovando strategie e soluzioni, ma che lo sta guadagnando quando parliamo di donne giovani”. Dottoressa, combattere il tumore al seno nelle donne con meno di 40 anni è più difficile. Perché? “Nelle giovani di solito questo tumore ha un decorso peggiore perché è più aggressivo, risponde meno alle terapie e ha una maggiore incidenza di recidive locali o metastasi a distanza. Ciò non è solo dovuto al fatto che in queste pazienti si riscontrano con maggiore frequenza i sottotipi più aggressivi, come i tumori triplici negativi, o che, già alla diagnosi, queste pazienti si presentino con tumori in stadio più avanzato. Il decorso delle pazienti giovani è comunque più aggressivo, purtroppo, soprattutto nel sottotipo luminale, a parità di stadio e grado. Finora”, sottolinea Belletti, “queste pazienti non hanno terapie personalizzate a disposizione e vengono sottoposte allo stesso tipo di trattamento delle pazienti meno giovani”. Ecco allora l’idea dello studio, in stretta collaborazione con un gruppo di ricerca più clinico, costituito da patologi, chirurghi e oncologi: si tratta di eseguire l’analisi molecolare di campioni di tumori insorti nelle pazienti giovani e trovare le variabili che potrebbero permettere di predire in anticipo i tumori più aggressivi e la terapia più adatta”. In cosa consiste il vostro progetto? “è un progetto appena iniziato grazie al sostegno di AIRC di cinque anni. Grazie al lavoro di squadra con il gruppo di Oncologia Molecolare e con tanti colleghi clinici del CRO di Aviano ci impegneremo a individuare le alterazioni molecolari che potrebbero essere alla base della maggiore aggressività che si riscontra nel tumore al seno nella donna giovane”, spiega Belletti e aggiunge: “L’obiettivo è trovare cure più personalizzate, efficaci e meno invasive per le donne più giovani che si ammalano di cancro al seno, attraverso la caratterizzazione molecolare e la generazione di modelli preclinici appropriati con cui testare e, possibilmente, validare le nostre ipotesi”. Una donna che cura le donne. C’è più passione e più convinzione in una donna ricercatrice quando ha come obiettivo quello di trovare uno strumento pressione per combattere una neoplasia femminile? Perché questa scelta? “Siamo tutte amiche, parenti, sorelle, cugine, vicine di una donna che ha o ha avuto un tumore al seno. è indubbio che per una ricercatrice lavorare in quest’ambito abbia una valenza emotiva forte che rinnova energie e determinazione. Non solo. Ho sempre ritenuto la ghiandola mammaria un organo estremamente affascinante da studiare, fino a quando, appena arrivata al CRO nel 2002, ho stretto una buona amicizia professionale con il chirurgo della mammella Samuele Massarut, persona curiosa e appassionata, sempre propensa ad andare oltre alla routine del quotidiano. è lui ad aver posto le domande cliniche alla base dei primi due progetti finanziati da AIRC sulla recidiva locale e il ruolo della radioterapia intraoperatoria”. Si è messa in gioco in prima persona come testimonial dell’Associazione. Come vive questo ruolo? “Con grande onore, ma anche con una certa dose di trepidazione. Spero di essere all’altezza dell’immagine di AIRC che rappresenta così tanto per i ricercatori italiani. Da sempre, AIRC è un riferimento di serietà: passare le selezioni AIRC è una conferma della qualità del proprio lavoro. Un lavoro che ha sempre presente il paziente”. Secondo lei, qual è l’obiettivo principale di ogni ricercatore? “è quello di cambiare la storia del tumore. Un obiettivo
  35. 35. 35 Il tumore del seno Cosa fanno i ricercatori Cosa puoi fare tu Il tumore del seno colpisce 1 donna su 8 nell’arco della vita* ed è il più frequente nel genere femminile 50.000 donne* ogni anno si ammalano di tumore del seno La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è in costante aumento: negli ultimi 20 anni è passata dall’81% all’87% Il 5-7% dei tumori del seno è ereditario ovvero causato da geni mutati che sono stati trasmessi dai genitori ai figli. Circa un quarto dei casi di tumore del seno ereditario è caratterizzato dalla presenza di mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2 • Studiano i meccanismi molecolari che portano allo sviluppo del tumore • Cercano di sviluppare nuovi strumenti di screening per la diagnosi precoce • Valutano l'efficacia di nuovi farmaci contro i diversi sottotipi della malattia • Analizzano le specifiche alterazioni di ogni singolo tumore, per offrire alle donne terapie mirate con farmaci innovativi capaci di contrastare la crescita di cellule neoplastiche e la diffusione delle metastasi *Fonte: AIOM e AIRTUM, I numeri del cancro in Italia 2017 A OGNI ETÀ FAI IL GIUSTO CONTROLLO Sempre | visita annuale dal ginecologo 40-50 | esami specifici in caso di familiarità 50-70 | mammografia ogni due anni FAI PREVENZIONE • Non fumare • Fai attività fisica • Scegli un’alimentazione equilibrata e ricca di vegetali • Se sei o sarai una mamma e ci sono le condizioni prosegui l’allattamento del bambino fino ad almeno sei mesi d'età FAIATTENZIONE AI CAMPANELLI D’ALLARME • Presenza di un nodulo • Rossore e ispessimento della pelle attorno al capezzolo • Modifiche della forma del capezzolo • Perdita di sangue, siero o latte dal capezzolo • Tumefazione ascellare oggi20 anni fa 0 20 40 60 80 100 81% 87% Il tumore del seno Cosa fanno i ricercatori Cosa puoi fare tu Il tumore del seno colpisce 1 donna su 8 nell’arco della vita* ed è il più frequente nel genere femminile 50.000 donne* ogni anno si ammalano di tumore del seno La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è in costante aumento: negli ultimi 20 anni è passata dall’81% all’87% Il 5-7% dei tumori del seno è ereditario ovvero causato da geni mutati che sono stati trasmessi dai genitori ai figli. Circa un quarto dei casi di tumore del seno ereditario è caratterizzato dalla presenza di mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2 • Studiano i meccanismi molecolari che portano allo sviluppo del tumore • Cercano di sviluppare nuovi strumenti di screening per la diagnosi precoce • Valutano l'efficacia di nuovi farmaci contro i diversi sottotipi della malattia • Analizzano le specifiche alterazioni di ogni singolo tumore, per offrire alle donne terapie mirate con farmaci innovativi capaci di contrastare la crescita di cellule neoplastiche e la diffusione delle metastasi *Fonte: AIOM e AIRTUM, I numeri del cancro in Italia 2017 A OGNI ETÀ FAI IL GIUSTO CONTROLLO Sempre | visita annuale dal ginecologo 40-50 | esami specifici in caso di familiarità 50-70 | mammografia ogni due anni FAI PREVENZIONE • Non fumare • Fai attività fisica • Scegli un’alimentazione equilibrata e ricca di vegetali • Se sei o sarai una mamma e ci sono le condizioni prosegui l’allattamento del bambino fino ad almeno sei mesi d'età FAIATTENZIONE AI CAMPANELLI D’ALLARME • Presenza di un nodulo • Rossore e ispessimento della pelle attorno al capezzolo • Modifiche della forma del capezzolo • Perdita di sangue, siero o latte dal capezzolo • Tumefazione ascellare oggi20 anni fa 0 20 40 60 80 100 81% 87% del seno Cosa fanno i ricercatori Cosa puoi fare tu Il tumore del seno colpisce 1 donna su 8 nell’arco della vita* ed è il più frequente nel genere femminile 50.000 donne* ogni anno si ammalano di tumore del seno La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è in costante aumento: negli ultimi 20 anni è passata dall’81% all’87% Il 5-7% dei tumori del seno è ereditario ovvero causato da geni mutati che sono stati trasmessi dai genitori ai figli. Circa un quarto dei casi di tumore del seno ereditario è caratterizzato dalla presenza di mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2 • Studiano i meccanismi molecolari che portano allo sviluppo del tumore • Cercano di sviluppare nuovi strumenti di screening per la diagnosi precoce • Valutano l'efficacia di nuovi farmaci contro i diversi sottotipi della malattia • Analizzano le specifiche alterazioni di ogni singolo tumore, per offrire alle donne terapie mirate con farmaci innovativi capaci di contrastare la crescita di cellule neoplastiche e la diffusione delle metastasi *Fonte: AIOM e AIRTUM, I numeri del cancro in Italia 2017 A OGNI ETÀ FAI IL GIUSTO CONTROLLO Sempre | visita annuale dal ginecologo 40-50 | esami specifici in caso di familiarità 50-70 | mammografia ogni due anni FAI PREVENZIONE • Non fumare • Fai attività fisica • Scegli un’alimentazione equilibrata e ricca di vegetali • Se sei o sarai una mamma e ci sono le condizioni prosegui l’allattamento del bambino fino ad almeno sei mesi d'età FAIATTENZIONE AI CAMPANELLI D’ALLARME • Presenza di un nodulo • Rossore e ispessimento della pelle attorno al capezzolo • Modifiche della forma del capezzolo • Perdita di sangue, siero o latte dal capezzolo • Tumefazione ascellare oggi20 anni fa 0 20 40 60 80 100 81% 87%
  36. 36. 36 ambizioso che ogni giorno si scontra con le frustrazioni della quotidianità. Amo molto la ricerca traslazionale, la collaborazione con i clinici, la possibilità di lavorare con campioni di materiale prelevato dalle pazienti; lo ritengo un materiale prezioso, che ha un consenso alle spalle, che ha una storia. E’ uno stimolo continuo a fare sempre meglio, in maniera più solida e seria possibile. Per poter avere un impatto sul futuro”. Da cosa nasce la passione per il suo lavoro? “Spesso i ricercatori ricordano di aver intuito la propria strada fin da piccoli. Ma non per tutti è così. Se guardo indietro vedo che le mie scelte sono state spesso frutto del caso. Non ho mai pianificato molto. Della decisione di intraprendere biologia ho un ricordo divertente: indecisa fino all’ultimo giorno, camminavo nella segreteria dell’Università di Bologna incerta se iscrivermi a biologia o a ingegneria. Per il dottorato ho risposto a una serie di concorsi post laurea presi dalla Gazzetta Ufficiale. Ci comportavamo come se avessimo tutte le opportunità davanti: ho sempre pensato di avere tutte le strade di fronte a me, non mi ponevo limiti. Ora mi accorgo che tra i giovani con cui vengo in contatto non è affatto così. Hanno le stesse infinite opportunità che avevamo noi: con entusiasmo e determinazione si arriva ovunque e questo vale anche per i giovani di adesso. Eppure oggi nelle scuole e nelle famiglie si respira un’aria diversa, i ragazzi che incontro non vivono più la sensazione di onnipotenza, di poter scegliere e fare tutto. A vent’anni non dovresti avere dubbi o sovrastrutture pessimistiche sul futuro; è un atteggiamento che rende gli sforzi meno efficaci. Quel senso di crisi, di scarsa stabilità e poche opportunità di concorso, che ha sempre permeato la vita professionale dei ricercatori, ora si è infiltrato in altri ambiti lavorativi. Nel mio caso le scelte si sono incanalate e ho iniziato il dottorato; è stato cruciale l’incontro con la ricercatrice Maria Graziella Persico che ha spalancato di fronte a me il mondo della ricerca. All’inizio sembrava difficile relazionarsi con lei: poteva respingerti oppure farti innamorare. Ti metteva in difficoltà, ti interrogava con gli occhi su ciò che neanche tu sapevi di volere. In questa disamina forzata di te stesso ti scoprivi più forte, determinato e consapevole delle tue scelte. E poi naturalmente c’è stato l’incontro con Gustavo Baldassarre, mio marito e mentore, tuttora la mia spinta quotidiana personale ad andare avanti a fare ricerca con passione”. Lei ama anche trasmettere la sua passione.. “Sì, partecipo spesso a incontri nelle scuole o nelle biblioteche, da anni partecipo ai momenti organizzati nelle sale d’attesa del mio ospedale in cui medici e ricercatori raccontano ai pazienti cosa significa fare ricerca o approfondiscono diverse tematiche. Durante le giornate della ricerca di novembre ho partecipato per AIRC a ad incontri con i ragazzi del liceo: ti danno la carica, un senso di responsabilità, ma anche un entusiasmo adrenalico”. Nel suo lavoro può anche capitare che si verifichi un fallimento. In che modo è possibile andare avanti e crescere nonostante un insuccesso? “Insuccesso e frustrazione fanno parte del nostro lavoro e si imparano a gestire con il tempo. è fondamentale non vivere ogni insuccesso come la fine dell’importanza del proprio lavoro, ma come stimolo a cambiare strada; diventare consapevoli che il fallimento è fisiologico e guardare avanti. è un percorso personale che avviene nel tempo, con gradualità: si impara a gestire la frustrazione, a tramutarla in senso produttivo. Ciò non toglie che gli interrogativi, in questa professione, siano all’ordine del giorno. Sull’altro piatto della bilancia c’è la gioia incontenibile dei piccoli progressi. Il momento più intenso è quando si materializza un risultato; allora è un’esplosione di gioia pura e contagiosa, da condividere con tutti coloro con cui lavoro e vivo, in particolare con i giovani. Per loro le delusioni sono più cocenti”. è mamma di due figlie, Maria Giulia, di 22 anni, che sta studiando medicina a Siena, mentre Bianca frequenta il terzo anno di liceo scientifico. In che modo riesce a conciliare lavoro e famiglia? “Sono due ragazze davvero indipendenti. Figlie di due ricercatori trapiantati in Friuli da molti anni, siamo stati agevolati da asili, scuole a tempo pieno e dall’indipendenza precoce delle ragazze. Quello del ricercatore è un lavoro totalizzante e impegnativo, che richiede lo sforzo continuo di ottimizzare i tempi. L’ingrediente che può far sì che tutto funzioni è l’entusiasmo. Se l’insoddisfazione si insinua in uno degli aspetti della tua vita, può far cadere tutto il palco. Certo, sei sempre di corsa e magari lacunoso, non hai tempo per te o per le amicizie, ma sei soddisfatto e questo basta. Non ho mai vissuto questi aspetti come una rinuncia, l’importante era far quadrare le 24 ore. E adesso che le ragazze sono grandi ho persino tempo, ogni mercoledì sera, di uscire prima dal laboratorio per andare a yoga!”.
  37. 37. L’allestimento museale è stato progettato per offrire al visitatore un quadro completo ed esaustivo sulla storia delle società di mutuo soccorso. Il percorso si apre con dei pannelli informativi che raccontano, in una sequenza cronologica, il fenomeno del mutualismo e continua con delle grandi teche espositive in cui è racchiusa una notevole varietà di materiale documentario, nonché un ragguardevole insieme di medaglie, spille, distintivi ed alcuni cimeli di notevole rarità, riconducibilli ad oltre duecentro tra enti e società di mutuo soccorso, con sedi in Italia e all’estero. All’interno del museo è presente uno spazio multifunzionale nel quale coesistono un archivio storico, una biblioteca e un centro studi. Inoltre, è stato riservato uno spazio per ospitare ogni forma d’arte: mostre, concerti di musica e rappresentazioni teatrali. Previa prenotazione, ogni artista potrà esporre o esibirsi gratuitamente all’interno dello spazio dedicato. Il Museo del Mutuo Soccorso, nato dalla volontà di valorizzare la storia delle società di mutuo soccorso, si prefigge di salvaguardare e rendere fruibile al pubblico i beni attualmente in dotazione e di promuovere la conoscenza e la ricerca sul tema della mutualità. Visitando il museo si ha la possibilità di conoscere da vicino le società di mutuo soccorso, le loro tradizioni e l’importanza sociale che hanno ricoperto nelle varie vicende storiche del nostro Paese. La struttura accoglie i visitatori anche con visite guidate e per le scuole sono pensati percorsi e laboratori didattici tematici. Sono, inoltre, previste aperture straordinarie nelle quali sarà possibile visitare le mostre in corso, assistere agli spettacoli e partecipare ad eventi e attività didattiche Apertura: Dal lunedì al venerdì previa prenotazione 11.00 - 13.00 | 15.00 - 18.00 Ultimo ingresso 17.30 (ingresso libero) Info e prenotazioni: +39 337 1590905 info@museomutuosoccorso.it www.museomutuosoccorso.it Indirizzo: Palasalute via di Santa Cornelia, 9 00060 - Formello (RM)

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