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Health Online - 12

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Il primo periodico di informazione dedicato completamente al mondo della salute e della sanità integrativa

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Health Online - 12

  1. 1. Il periodico di informazione sulla Sanità Integrativa HEALTH marzo/aprile 2016 - N°12 secondo appuntamento con i DCA. cosa succede quando “scatta la voglia” di cibo? questi impulsi sono una caratteristica esclusiva di un comportamento alimentare disturbato? tecnologia ricerca benessere sanità integrativa in evidenza E-Health, la sanità Digitale cresce ma fatica a decollare AIRC presenta 14 programmi speciali di ricerca sul cancro Saper riconoscere il dolore cervicale e la Sindrome del Piriforme Approfondimento sul Socio Promotore mutualistico
  2. 2. Tante e diverse opportunità a chi intende passare 7 o più giorni nel nord della Sardegna, negli incantevoli scenari di Valledoria, Terme di Casteldoria e San Pietro a Mare. Di seguito le condizioni esclusive riservate agli aderenti alla convenzione Health Italia, per l’affitto di appartamenti: 10% di sconto per il periodo che va da Maggio a Settembre Soggiorno gratuito dal mese di Ottobre ad Aprile, con il solo vincolo del pagamento delle spese di pulizia finali (60€) Scegli il tuo alloggio su www.casainvestimento.it ITALIA casa investimento e health italia propongono La richiesta dovrà essere effettuata tramite l’invio di una mail a info@casainvestimento.it. La mail dovrà riportare le seguenti indicazioni: Oggetto: Convenzione Health Italia Allegato: Tesserino Health Italia Nome e Cognome Periodo e struttura scelte Numero di persone Spese non comprese nel soggiorno: Pulizie finali_60 € (obbligatorio con tutte le tariffe) Check-in o Check-Out fuori orario_20 € Set biancheria letto e bagno su richiesta (per persona)_20 € Telo mare su richiesta_5 € Animali domestici. Extra per pulizie_20 € Culla da campeggio e biancheria su richiesta_20 € Deposito cauzionale rimborsabile (da versare all’arrivo)_200 € www.casainvestimento.it info@casainvestimento.it
  3. 3. Health Online periodico bimestrale di informazione sulla Sanità Integrativa Anno 3° marzo/aprile 2016 - N°12 Direttore responsabile Ing. Roberto Anzanello Comitato di redazione Alessandro Brigato Manuela Fabbretti Mariachiara Manopulo Nicoletta Mele Giulia Riganelli Fabio Vitale Redazione e produzione Fabio Vitale Direzione e Proprietà Health Italia Via di Santa Cornelia, 9 00060 - Formello (RM) info@healthonline.it Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte può essere riprodotta in alcun modo senza permesso scritto del direttore editoriale. Articoli, notizie e recensioni firmati o siglati esprimono soltanto l’opinione dell’autore e comportano di conseguenza esclusivamente la sua responsabilità diretta. iscritto presso il Registro Stampa del Tribunale di Tivoli 9 maggio 2016 ImPaginazione e grafica Giulia Riganelli Tiratura 100.013 copie Visita anche il sito www.healthonline.it potrai scaricare la versione digitale di questo numero e di quelli precedenti! E se non vuoi perderti neanche una delle prossime uscite contattaci via email a info@healthonline.it e richiedi l’abbonamento gratuito alla rivista, sarà nostra premura inviarti via web ogni uscita! Per la tua pubblicità su Health Online contatta mkt@healthonline.it HEALTH
  4. 4. Si discute sempre di più sull’importanza della medicina a distanza come strumento indispensabile per una razionalizzazione dei costi sanitari. Si discerne sempre più spesso su quale modello sia utilizzabile per la cartella clinica informatizzata come strumento per una maggiore qualità delle informazioni sul paziente. Si argomenta sempre più frequentemente sull’utilizzo della tecnologia quale strumento indispensabile al benessere delle persone. Tutti sforzi concettuali ed espressivi significativi, di sicuro interesse ed importanti, però noi che abbiamo come obiettivo la salute dell’individuo non possiamo non affrontare il problema sicuramente con spirito costruttivo ma anche con un occhio critico. Costi, informatizzazione e sviluppo tecnologico sono sicuramente elementi indispensabili in una logica di efficientamento del sistema sanitario con un “però” importante: solo se in tutto questo si mette al centro dell’interesse la salute dell’individuo. L’utilizzo di sistemi tecnologici ed informativi sempre più rapidi, efficienti, performanti è ormai una costante nella vita di ciascuno di noi, basti pensare a quanti aggiornamenti di strumenti di telefonia mobile, computer, applicazioni, device ricorriamo quotidianamente per mantenerci on line. Quando si discute di salute, che è il bisogno primario di ciascun individuo, però non è corretto farsi influenzare dalle mode, innamorarsi degli strumenti, farsi soggiogare dalla pubblicità. La medicina a distanza è uno strumento indispensabile per curare i malati cronici, gli anziani, i bambini e coloro che non hanno possibilità di ricorrere rapidamente alle strutture sanitarie sul territorio ma è anche uno strumento indispensabile per la prevenzione, per effettuare controlli che altrimenti si tenderebbe a rimandare continuamente, per monitorare la propria situazione sanitaria. Ma prima di avviare un sistema di medicina a distanza è opportuno stabilire dei criteri guida: innanzitutto bisogna definire quali siano gli strumenti propri e corretti e successivamente in che modello inserirli. Oggi è un proliferare di possibili strumenti ma nessuno ha mai definito quali siano i requisiti che tutelino l’individuo se non in termini di applicazione di alcune norme generiche di sicurezza. Definire i criteri ed i protocolli però è possibile oltre che indispensabile: è sufficiente stabilire quali debbano essere i valori da controllare nei malati cronici, negli anziani od in chi non può muoversi, ma anche i valori da controllare preventivamente negli individui sani, siano essi all’interno di gruppi o in ogni famiglia. Ecco che allora le aziende del settore produrrebbero solo strumenti utili ad effettuare il quadro sanitario di ciascuno di noi e gli strumenti di medicina a distanza potrebbero, se rispettano gli standard definiti, essere utilizzati per i malati ma anche per i soggetti sani. Pensate come sarebbe più semplice l’accesso alle cure se per ogni malato, ma anche se in ogni azienda, in ogni condominio, in ogni casa, ci fosse uno strumento che potesse rilevare i parametri utili, storicizzarli e confrontarli. Certo che il tutto andrebbe inquadrato in un modello operativo che consenta un’analisi da effettuarsi a cura di un medico ed un contatto anche visivo con il medico stesso, utile a prendere decisioni concrete per la salute di chiunque ricorra a strumenti di medicina a distanza. Definito chiaramente il quadro tecnico degli strumenti ed il modello operativo da utilizzare, è poi importante gestire ed immagazzinare l’informazione in un modello condiviso e fruibile, altrimenti sarebbe come avviare una strategia evoluta senza però avere i mezzi per alimentarla. Il tema della cartella clinica deve pertanto essere strutturato, condiviso e definito nel dettaglio, affinché le informazioni siano confrontabili, standardizzabili e comprensibili da parte di qualsiasi presidio sanitario. Ma qui si apre un altro tema ed è quello della riservatezza delle informazioni, che deve essere necessariamente gestita in base a regole che non possono essere solo quelle proprie (ed abbastanza complicate) della legge sulla privacy. Infine sarebbe necessario fare chiarezza sulla tecnologia, perché sulla salute non si scherza e quindi tutti quegli strumenti non in regola con i protocolli che verranno stabiliti, tutte quelle applicazioni non regolamentate ed utili solo ai fini di marketing e tutti quei modelli di stoccaggio delle informazioni non conformi non dovrebbero essere consentiti. In tutto questo la collaborazione tra chi gestisce la salute in una logica di intervento pubblico, cioè il Ministero della Sanità, e gli unici enti abilitati ad occuparsi di sanità integrativa, cioè Fondi Sanitari e Società di Mutuo Soccorso, può essere un valore aggiunto in termini di progettazione, razionalizzazione, investimenti, utilizzo. Perché lo Stato potrebbe concertare le regole e chi fa della tutela della salute dell’individuo un modello societario e sociale applicare i protocolli ed implementare gli strumenti in una sana e virtuosa collaborazione tra stato sociale e mutualità. Perché, come è semplice comprendere, esistono gli strumenti, la tecnologia è già sufficiente, i modelli sono eseguibili, bisogna solo normare il tutto in un quadro univoco e chiaro, per far sì che la medicina a distanza diventi già oggi una realtà e non rimanga solo un’idea futuribile. A cura di Roberto Anzanello editoriale Medicina a distanza e dati sanitari: un futuro vicino
  5. 5. ommari 22 8 10 16 14 26 31 Mai sentito parlare di ZEOLITE? AIRC:14 programmi speciali di ricerca sul cancro, 14 sfide L’anoressia non fa paura, è possibile sconfiggerla La dipendenza da Internet La medicina rigenerativa e il gel piastrinico. Intervista al dottor Marco Ballerini Sull’ottovolante dei Disturbi Alimentari con Santa Caterina da Siena e Pantagruele, tra controllo e abbandono. seconda parte: Tu chiamale se vuoi…emozioni E-Health, la sanità Digitale cresce ma non decolla in evidenza 19 Sterilità di coppia: una visione di insieme 35 Cervicale: sintomi e cause
  6. 6. ommari39 Il Promotore Mutualistico, un socio al servizio della mutualità italiana 45 50 36 42 Che cosa è la Sindrome del Piriforme? Le ricette della salute Sclerosi multipla: al via call to action per le persone che convivono con questa malattia Il valore dell’acqua 46 L’endometriosi è una malattia invalidante e verrà inserita nei livelli essenziali di assistenza (lea) il più letto sul blog di mutua mba
  7. 7. Health tips Sapevi che... I cetrioli hanno un effetto benefico sugli organi, perché grazie al loro contenuto di acqua e sali minerali, favoriscono la diuresi e quindi l’eliminazione delle sostanze di scarto, presenti nel nostro corpo. Le fragole, grazie alla presenza di sostanze antiossidanti, aiutano a combattere i tanto temuti radicali liberi e rallentano il naturale processo di invecchiamento delle cellule del nostro organismo. La villocentesi, o prelievo dei villi coriali, è un test che permette di diagnosticare anomalie cromosomiche o genetiche e può essere eseguito a partire dalla decima settimana di gravidanza. L’Holter cardiaco è un test non invasivo e indolore che permette di registrare 24 ore su 24 l’attività elettrica del cuore. È importante per lo studio di tutte le aritmie e di sintomi come il cardiopalmo, le vertigini, le perdite di coscienza. Le alghe abbondano di micronutrienti: la wakame è ricca di ferro, previene l’osteoporosi e le intossicazioni. L’arame tiene lontani i crampi e sotto controllo il peso corporeo, la kombu riduce il gonfiore intestinale e la nori è benefica per il fegato. I carotenoidi contenuti nelle albicocche sono importanti per proteggere la vista, in particolare dai danni provocati dall’avanzamento dell’età. Ci aiutano a proteggere la retina, una delle parti più delicate dell’occhio. I benefici dell’olio extravergine d’oliva sono legati soprattutto ai polifenoli e ai tocoferoli, sostanze dall’elevato potere antiossidante che contribuiscono a prevenire malattie vascolari e tumori oltre a svolgere un’azione antinfiammatoria e antibatterica. Il grano saraceno è un ottimo alleato per chi deve tenere sotto controllo la glicemia: il chiro- inositolo è in grado infatti di abbassarla del 19%. Le banane sono ricchissime di potassio e dopo l’attività sportiva aiutano ad alleviare i dolori muscolari.
  8. 8. 8 Mai sentito parlare di Zeolite? a cura di Barbara Visca Si parla tanto di metalli pesanti e dei loro effetti nocivi sulla salute. Si parla di allergie al nichel in continuo aumento. Si può fare qualcosa? La risposta è sì. Esiste un minerale di origine vulcanica dal nome quasi impronunciabile, ma dalla indiscussa validità nel contrastare vari tipi di accumulo nell’organismo. Si chiama zeolite clinoptilolite ed è un dispositivo medico perché ha un’azione puramente meccanica, non viene metabolizzato. Il nome zeolite deriva dalle parole greche zeo=bollire e lithos=pietra, pertanto significa “pietra che bolle” e deriva dal fatto che, quando viene scaldata, libera acqua senza modificare la struttura dell’alluminosilicato e sembra che bolla. Esistono più di 100 tipi diversi di zeolite, che possono essere raggruppate secondo le caratteristiche strutturali in: fibrose, lamellari e cristalline sferiche. La zeolite clinoptilolite, i cui cristalli hanno struttura sferica, negli anni ha dimostrato essere la più adatta per l’uso nella medicina umana e veterinaria. MECCANISMO DI AZIONE L’azione della zeolite si esplica nel tratto gastro-intestinale, dove tossine, microtossine, ioni ammonio, metalli pesanti e radicaliliberisileganoallazeoliteequindivengonoeliminati con le feci. Nell’intestino quindi, la loro concentrazione tende a zero e tale situazione attiva il meccanismo osmotico che richiama dal resto dell’organismo le sostanze tossiche che passeranno prima nel sangue e da qui nell’intestino, per cui potranno essere eliminate sia attraverso le urine che nelle feci. La sottrazione è progressiva e selettiva verso le sostanze tossiche, non coinvolge sostanze nutritive né farmaci e agevola la fisiologia detossificante sistemica. L’azione della zeolite si rileva molto efficace sui T.R.A.M. L’acronimo riassume le principali sostanze tossiche che, se non debitamente eliminate dall’organismo, sono in grado di alterare l’intero equilibrio psico-neuro-endocrino- immunologico e la naturale capacità reattiva dell’organismo, tesa a mantenere e difendere la sua integrità. IT.R.A.M.sonosostanzenormalmentepresentinell’ambiente in cui viviamo, onnipresenti nella vita quotidiana: sono in ciò che mangiamo, respiriamo, tocchiamo, sentiamo, pensiamo. T - tossine esogene ed endogene R - radicali liberi A - ione ammonio M - metalli pesanti (alluminio, antimonio, arsenico, cadmio, mercurio, piombo) TOSSINE Sostanze esogene ed endogene che alterano l’omeostasi organica. Tossine esogene: inquinanti ambientali, additivi e conservanti alimentari (come nitriti e nitrati). Tossine endogene: sostanze prodotte dall’organismo come conseguenza del catabolismo fisiologico, ma anche in seguito ad utilizzo di farmaci (anche chemio e radioterapici) o ad infezioni virali, batteriche o micotiche. Queste tossine si depositano in particolare a livello intestinale. Le micotossine rappresentano una categoria eterogenea di sostanze che derivano dai diversi passaggi della filiera alimentare. Alterano la salubrità dei cibi e possono
  9. 9. 9 compromettere lo stato di salute generale dell’organismo: i distretti interessati possono essere quello cerebrale, cutaneo, ma soprattutto intestinale. Anche le patologie infettive, soprattutto micotiche, a carico dell’apparato digerente, possono rilasciare tossine che permangono a lungo all’interno dell’organismo, alterando funzionalità e permeabilità della mucosa intestinale e con ripercussioni sistemiche in particolare sul sistema immunitario. RADICALI LIBERI La specie reattiva dell’ossigeno (ROS) e i radicali liberi in genere svolgono importanti funzioni fisiologiche, ma possono anche causare danno cellulare. Essi, se in eccesso, possono reagire con la maggior parte delle strutture organiche della cellula, generando una reazione a catena che può provocare danni rilevanti alla sua funzionalità. Lo stress ossidativo rappresenta un disequilibrio tra la produzione di ROS e la capacità di difesa antiossidante della cellula. Questo stress ossidativo di tipo cronico sembra essere collegato a patologie quali malattie cardiovascolari, diabete, cancro, malattie neuro-degenerative e autoimmuni. La zeolite mostra un’azione proteggente nei confronti dei radicali liberi, una diminuzione della produzione di ROS mitocondriali ed un aumento dell’attività endogena antiossidante, che si riflette in una maggiore vitalità cellulare e generale. Le esperienze cliniche effettuate hanno mostrato come l’effetto della zeolite risulti particolarmente evidente nei pazienti sottoposti a chemioterapia e radioterapia che manifestavano un considerevole incremento della tollerabilità alla terapia. IONE AMMONIO L’azione della zeolite risulta rilevante nei confronti dello ione ammonio per la diminuzione dei livelli ematici di ammoniaca. L’iper ammoniemia da deficienza di enzimi del ciclo dell’urea o da danni epatici provoca disfunzioni cerebrali severe: il cervello infatti non è fisiologicamente predisposto al metabolismo del ciclo dell’urea. Dati clinici confermano la sua attività nell’uomo: netto miglioramento della lucidità e delle capacità cognitive di tutti i soggetti trattati, ma in particolare di quelli affetti da patologie cerebrali quali Alzheimer o morbo di Parkinson. METALLI PESANTI I danni derivanti dal contatto o ingestione di elevate concentrazioni di metalli tossici sono noti: esempi classici sono rappresentati dalle intossicazioni da arsenico e da piombo, dall’allergia da nichel per contatto con oggetti che lo contengono e per assunzione di particolari alimenti, o dal mercurio delle amalgame dentali. Una volta entrati nell’organismo umano i metalli pesanti permangono per un tempo limitato nel torrente ematico e successivamente si depositano all’interno del tessuto in particolare di fegato (cd), reni (cd), pancreas (cd), polmoni (cd), ossa (pb,cd,cs), sistema nervoso (hg). I meccanismi di tossicità dei metalli pesanti sono di vario tipo: - diretto, quali l’inibizione di enzimi importanti per l’organismo e nel caso del piombo la sostituzione di cationi fisiologici come il calcio nelle ossa; - indiretto: come nelle patologie croniche neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson), a causa di danni alle funzioni fisiologiche, ma anche per la loro capacità di catalizzare la formazione di radicali liberi. Risultautileosservarecheimetallipesantisononormalmente nei vaccini, come veicolo di penetrazione all’interno delle cellule del nostro organismo. È fondamentale utilizzare una zeolite di buona qualità. Le molecole devono essere frantumate per essere attive, il tutto deve avvenire per auto-collisione in vortice di aria. Alcune aziende utilizzano le pale meccaniche, ma a quel punto il prodotto finale è una zeolite carica di metallo pesante e quindi tossica. CARDEA CASSA MUTUA La forza di un sistema mutualistico è determinata dalla consapevolezza che la contribuzione di ogni singolo Socio produrrà un vantaggio comune a tutti, senza arricchire soggetti terzi che si limitano a calcolare il rischio e, di fatto, a scommettere sulla nostra salute, peraltro a fine di lucro. Una mutua che tutela, una mutua che previene, una mutua che unisce! www.cassamutuacardea.org info@cassamutuacardea.org
  10. 10. 10 L’anoressia non fa paura, è possibile sconfiggerla Il messaggio di speranza di chi ce l’ha fatta e la scoperta di un nuovo metodo in grado di ridurre i sintomi della patologia a cura di Nicoletta Mele Isabelle Caro, la sua immagine, molto forte, è ancora impressa nelle nostre menti. Quel cartellone pubblicitario di una nota azienda di abbigliamento, apparso nelle più grandi città d’Italia, ha decretato la modella francese il più celebre simbolo dell’anoressia, generando polemiche che ancora oggi, se argomentate, riemergono. “Mi sono nascosta e coperta per troppo tempo, adesso voglio mostrarmi senza paura, anche se so che il mio corpo mi ripugna”. Queste le dichiarazioni rilasciate in quel periodo dalla modella colpita dalla malattia che l’aveva ridotta a pesare 31 chili. Nonostante la consapevolezza, la forza di uscire allo scoperto, di mettersi in gioco e di rivelare al mondo le sofferenze che subisce un malato di anoressia, Isabelle purtroppo non è riuscita a vincere il male ed è deceduta nel 2010. I disordini alimentari, di cui anoressia e bulimia nervosa sono le manifestazioni più frequenti e conosciute, negli anni sono diventati una vera e propria emergenza per gli effetti devastanti che hanno sulla salute e sulla vita di adolescenti e giovani adulti (prevalentemente donne tra i 15 e i 25 anni). Secondo Epicentro, il portale dell’epidemiologia della sanità pubblica, in Italia gli studi pubblicati rilevano una prevalenza dello 0,2-0,8% per l’anoressia e dell’1-5% per la bulimia, in linea con i dati forniti dagli altri paesi. Una ricerca condotta su un campione complessivo di 770 persone di età media di 25 anni, tutte con disordini alimentari, che si sono rivolte all’Associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia, la bulimia e l’obesità a Roma e Milano dalla dottoressa Anna Maria Speranza, ha rilevato una percentuale del 70,3% di bulimia nervosa e il 23,4% di anoressia nervosa. Nel campione analizzato, la data di esordio del disturbo è mediamente tra i 15 e i 18 anni, con due picchi (15 e 18 anni) che rappresentano i due periodi evolutivi significativi, la pubertà e la cosiddetta ‘autonomia’ ovvero il passaggio alla fase adulta. La diagnosi si ottiene quando la cattiva condotta alimentare determina una riduzione del proprio peso corporeo per sesso, altezza ed età, superiore all’85%. Deperire a vista d’occhio, è questo lo sviluppo della patologia, eppure le pazienti continuano a vedersi grasse e percepiscono alcune parti del loro corpo, come le cosce o la pancia, terribilmente grosse. Hanno un rapporto con lo specchio molto contorto. Anoressia e bulimia sono quindi malattie complesse, determinate da condizioni di disagio psicologico ed emotivo e che richiedono un trattamento sia del problema alimentare in sé che della sua natura psichica. La componente psicologica, quindi, gioca un ruolo molto importante. “Purtroppo non ho un bel ricordo di Isabelle Caro. Era una ragazza molto malata, prima nella testa poi nel corpo, perché, come tutte le persone che soffrono di questo disturbo, era anoressica nel cervello”. Le parole di allora alla stampa di Oliviero Toscani, autore della contestata campagna fotografica. Quali sono le cause del disordine alimentare provocato dal fattore psicologico che portano allo sviluppo di comportamenti anoressici e bulimici? Per Health Online risponde la dottoressa Marinella Cozzolino, psichiatra e psicoterapeuta. “I disturbi del comportamento alimentare nascono in famiglia -ha spiegato la Cozzolino- il nutrimento è, in linea di massima, legato alla figura materna. è la mamma che ci nutre, che ci sostiene, che ci accudisce. Anche la figura paterna ha un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo tipo di patologia. Si tratta spesso di famiglie in cui la figura materna è algida, severa e “potente” e quella paterna è debole, assente, distante, impotente. Il disagio che si manifesta attraverso il cibo sta ad indicare proprio la non accettazione del “nutrimento” che arriva da questi genitori. Nel caso specifico dell’anoressia è stata spesso riscontrata la cosiddetta “sindrome della figlia perfetta”: si tratta di ragazze, spesso figlie uniche o primogenite, che sentono sulle spalle il peso e la responsabilità, attraverso i loro successi, della realizzazione dei genitori. Sono spesso considerate figlie perfette, programmate per vincere”.
  11. 11. 11 I dati sono allarmanti. In sostanza, una ragazza si sottopone a diete eccessive per corrispondere a un canone estetico che premia la magrezza, con conseguenze devastanti per la salute. Il fattore psicologico è molto influente. Quanto spaventa questo fenomeno? “Purtroppoeparadossalmente, spaventa ancora poco. La linea tra un peso congruo, il mantenersi in buona salute ed essere anoressiche è molto sottile. Molti genitori, mamme soprattutto, incitano le figlie a non mangiare, a non ingrassare o addirittura a dimagrire. Oggi il rapporto con il cibo e quello con il proprio corpo ed eventuali chili di troppo ha sostituito il rapporto che le ragazze avevano con il sesso una trentina di anni fa. Mentre prima, in molte famiglie, si puntava al fatto che la figlia arrivasse vergine al matrimonio e si considerava il contrario una cosa di cui vergognarsi, oggi è divenuto vergognoso avere una figlia con dei chili di troppo. Il cibo e i suoi eccessi sono la cosa di cui vergognarsi”. Se non trattati in tempo e con metodi adeguati, i disordini alimentari possono diventare una condizione permanente e nei casi gravi portare alla morte come il caso della modella Isabelle Caro? “Sicuramente sì. Sono vere e proprie patologie che vanno diagnosticate in tempo, seguite e curate. Spesso si risolvono con una terapia familiare, ma solo a patto che la famiglia sia disponibile a mettersi in gioco, cosa però, purtroppo molto rara”. Più tempo passa prima di intraprendere il giusto percorso di cura, minori sono le possibilità di guarire. C’è chi, fortunatamente riesce a trovare la luce in fondo al tunnel e vince l’anoressia. Guarire è possibile. I dati disponibili dicono che di anoressia nervosa si può guarire nel 20-30% dei casi dopo 2-4 anni dalla comparsa del disturbo e nel 70-80% dei casi dopo 8 anni. Haley Harris, una 23enne inglese, ce l’ha fatta e ha così deciso di pubblicare su Instagram il diario di foto di una lunga e dura battaglia contro l’anoressia che l’aveva ridotta pelle e ossa e quasi uccisa. Haley ha lottato contro il male, passando tanto tempo in ospedale a leggere le più illuminanti storie a favore del ricovero, storie che le hanno dato tanta speranza, libertà e forza. Postando sui social la sua storia, la giovane inglese ha voluto ringraziare chi ha scritto le storie e urlare al mondo intero che farcela è possibile. Dottoressa Cozzolino, nel corso della sua carriera avrà avuto modo di curare persone con disturbi alimentari. Cosa ne pensa della storia di Haley e di chi come lei ha avuto la consapevolezza e la voglia di guarire? è davvero possibile vedere una luce in fondo al tunnel? “Certo che si può. Haley più o meno consapevolmente lo ha fatto percorrendo la strada giusta: il contatto empatico con l’esterno. Spesso i ragazzi che soffrono di questo tipo di patologia, non sono in grado (perché non abituati in famiglia) di esprimere le emozioni, di condividere i propri stati d’animo, soprattutto quelli negativi come l’angoscia, la paura e la rabbia. I social in questo hanno sicuramente aiutato tantissimo, permettendo la condivisione, ma nello stesso tempo un certo distacco”. Qual è l’approccio e l’obiettivo degli specialisti che prendono in carico pazienti colpiti da questa malattia? “Un approccio empatico, un’alleanza o, addirittura in alcuni casi, una complicità con i pazienti. L’obiettivo dipende dal tipo di specialista che affronta il problema. I medici tenderanno ad evitare che il paziente rifiuti il cibo e che peso e valori fisici rientrino a livelli vicini alla normalità. Gli psicologi cercheranno di ricostruire l’IO frantumato, vale a dire la struttura psichica ed emotiva del soggetto, facendo in modo che ritrovi la forza di cui necessita per affrontare e gestire le tappe della sua vita. è inutile dire che questo tipo di patologie, quelle cioè che partono dall’anima, ma arrivano a ferire il corpo, andrebbero trattate in contemporanea da medici e psicologi”. è recente la notizia di un metodo del King’s College di Londra, grazie al quale i sintomi della malattia potrebbero ridursi. Si tratta della stimolazione magnetica transcranica, già testata su pazienti colpiti dalla depressione, in cui il cervello viene stimolato con degli speciali magneti, che assomigliano a delle bobine, applicati in una zona direttamente collegata allo sviluppo della malattia e che si chiama corteccia prefrontale dorsolaterale. Questa tecnica, sperimentata su 49 persone, riduce il bisogno di limitareicibi,diminuendoillivellodisazietà,facendosisentire meno grassi e portando anche a prendere decisioni più
  12. 12. 12 prudenti. La ricercatrice, la dottoressa Jessica McClelland ha spiegato che non è una tecnica invasiva, il paziente percepisce solo una picchiettatura sul lato della testa interessato e i risultati sembrano promettenti già con una sola sessione. Per arrivare a questa conclusione, ad alcune delle persone coinvolte è stato offerto un trattamento placebo, mentre altre sono state sottoposte a una sessione di stimolazione vera e propria. Non un’osservazione prima del trattamento, dopo venti minuti e dopo 24 ore, i ricercatori del King’s College di Londra hanno rilevato una riduzione dei sintomi principali della malattia, sottoponendo ai partecipanti immagini di cibo appetitoso e chiedendo di dare un punteggio a sapore, aroma e desiderio di mangiarli una volta che li avevano davanti. Gli scienziati hanno anche notato che la stimolazione del cervello portava anche a decisioni più equilibrate, ad esempio, tra una ricompensa in denaro inferiore, ma immediata e una con una cifra più alta, ma per cui occorreva attendere, la scelta è ricaduta più sulla seconda opzione. Ora gli studiosi puntano a un trial più ampio. “L’anoressia nervosa si stima interessi fino al 4% delle donne nel corso della vita. Con l’aumento della durata della malattia, si radica nel cervello ed è sempre più difficile da trattare. I nostri risultati preliminari supportano le potenzialità di trattamenti di cui c’è disperato bisogno -ha spiegato alla stampa internazionale Ulrike Schmidt, autrice senior dello studio-. Stiamo ora valutando i benefici a lungo termine, in uno studio clinico primo al mondo con 20 sedute su persone con anoressia nervosa”. Dottoressa Cozzolino, cosa ne pensa di questo metodo? Potrebbe funzionare davvero? “Non ci sono dubbi sul fatto che le nuove tecniche e la medicina possano in maniera meccanica aiutare i pazienti a migliorare. Questo accade perché è indubbio (per mia personalissima convinzione) che le nostre emozioni e i nostri pensieri abbiano un’influenza potentissima anche sui nostri organi. L’ansia distrugge il colon ad esempio, la paura crea problemi alle ginocchia. è naturale quindi che determinati comportamenti patologici vadano a creare scompensi anche a livello cerebrale. Troverei più corretto però associare a questo tipo di terapie una psicologica che tenda a risolvere il dolore che ha causato l’origine del problema”. Testimonianze, messaggi di speranza e ricerca aiutano a combattere la malattia. “Le sofferenze fisiche e psicologiche che ho subito hanno un senso solo se possono essere d’aiuto a chi è caduto nella trappola da cui io sto cercando di uscire”. Queste le parole di Isabelle, lei non ce l’ha fatta, ma il brutto e subdolo male, quello che colpisce il cervello, lo stomaco, ma soprattutto l’anima, può essere sconfitto.
  13. 13. 13 ITALIA “La salute è la più grande forza di un popolo civile” Siamo una delle più grandi realtà nel panorama della Sanità Integrativa e lo dobbiamo al lavoro, alla passione e alla professionalità che mettiamo in ogni sfida che dobbiamo affrontare. Siamo impegnati nella ricerca costante di nuovi traguardi da raggiungere, forti di un credo che vede la Salute e il Benessere della persona al centro di ogni nostra attività, diritti fondamentali da tutelare e promuovere. In questi anni abbiamo formato professionisti della Salute, sposando i principi di una Società moderna e collaborativa in cui tutti possano contribuire alla costruzione di un sistema socio-assistenziale solido, orientato sulla Cura Totale della persona. Insieme abbiamo creato una rete efficiente e ben organizzata sul territorio credendo nei nostri progetti, ma soprattutto nelle persone che ci hanno dimostrato, nel tempo, dedizione e disponibilità a formarsi. Persone che, ogni giorno, ci consentono di scrutare l’orizzonte con serenità e voglia di fare e alle quali vorremmo dire il nostro grazie.
  14. 14. 14 La medicina rigenerativa e il gel piastrinico. Intervista al dottor Marco Ballerini a cura di Cristiana Ficoneri Il Centro Medico Demetra è un centro di eccellenza per la pratica e lo studio di terapie d’avanguardia nel settore della medicina personalizzata e rigenerativa; in virtù della struttura e delle dotazioni tecnologiche in suo possesso, è sede di progetti di ricerca e sperimentazioni cliniche in collaborazione con centri universitari e ospedalieri. Ne abbiamo parlato con il dottor Marco Ballerini, responsabile del Centro. Cosa si intende per medicina rigenerativa e quali sono i principi sui quali si fonda? Per medicina rigenerativa si intende l’utilizzo a scopo terapeutico di quei processi che presiedono alla sostituzione e rigenerazione delle cellule, dei tessuti e degli organi al fine di ripristinarne le normali funzioni. L’obiettivo è quindi quello di rigenerare tessuti e organi danneggiati nel corpo rimpiazzandoiltessutodanneggiato e/o stimolando e potenziando quei meccanismi di riparazione che l’organismo già possiede. Il gel piastrinico o meglio PRP e cioè Plasma Arricchito di Piastrine, è forse il primo caso di medicina rigenerativa e personalizzata, basandosi sul potenziamento degli effetti terapeutici delle piastrine estratte e concentrate dal sangue dello stesso paziente, in termini di modulazione dell’infiammazione, riduzione della sintomatologia dolorosa e rigenerazione tissutale. Qual è l’attinenza del PRP con la medicina rigenerativa? Come dicevamo, il principio è quello di sfruttare e potenziare le armi a disposizione dello stesso paziente per trarne beneficio nella cura di svariate patologie. In particolare, lo scopo è quello di amplificare gli effetti beneficideicosiddetti“fattoridicrescitapiastrinici”,prodotti appunto da questi corpuscoli cellulari, concentrandoli in un piccolo volume e veicolandoli nel sito da trattare, per esempio attraverso una infiltrazione intra articolare in caso di gonartrosi. Sappiamo che esiste una normativa abbastanza complessa che regola le autorizzazioni alla preparazione del Gel Piastrinico, ce ne può parlare? Esiste una legge dello Stato che impone che una struttura, pubblica o privata che sia, possa produrre e utilizzare gel piastrinico, o meglio i cosiddetti “emocomponenti ad uso topico di origine autologo” solo previa autorizzazione e supervisione del Centro Emotrasfusionale Regionale di Riferimento. Ad oggi sono pochissime le strutture in Italia a possedere tale requisito. Il Centro Medico Demetra di Terni in Umbria è una di queste. In quale modo viene prodotto il PRP o Gel Piastrinico? Le modalità possono variare, in quanto non esiste ancora una uniformità di comportamenti. Comunque in genere viene fatto un prelievo di un piccolo quantitativo di sangue periferico, mediante centrifugazione si ottiene la separazione dei globuli rossi dal plasma da cui si ottiene un concentrato di piastrine ed altre cellule quali i leucociti. Mediante la cosiddetta “attivazione”, le piastrine vengono stimolate a produrre i cosiddetti “fattori di crescita piastrinici”, che sono delle sostanze di natura proteica che giocano un ruolo fondamentale in processi di riparazione tissutale e che stanno alla base dell’efficacia terapeutica di tale metodica. Ci può descrivere quali sono le applicazioni del PRP più frequenti in Medicina? Il campo di utilizzo più comune di questa terapia è quello delle patologie ostearticolari di origine cronica o traumatica e nella traumatologia sportiva. Il PRP viene inoltre utilizzato in odontoiatria, medicina estetica e in particolari patologie urologiche e ginecologiche. La gamma di applicazioni è comunque in continua espansione. Quali sono le specifiche patologie in cui trova indicazioni e soprattutto benefici la terapia a base di gel piastrinico? Come dicevamo le patologie relative all’ambito osteoarticolare sono quelle dove c’è già una consolidata esperienza. In particolare è possibile trattare con successo processi
  15. 15. 15 infiammatori e degenerativi a carico di articolazioni quali ginocchio, spalla, anca e gomito. Anche in caso di tendinopatie e traumi muscolari il trattamento con PRP può essere molto efficace. In medicina estetica la metodica è utilizzata con buoni risultati nel ringiovanimento cellulare del viso, nella riduzione del danno estetico da cicatrici e nella calvizie. Il trattamento presenta controindicazioni ed effetti collaterali? Fermo restando che a tutela del paziente il trattamento con gel piastrinico può essere effettuato solo in centri autorizzati e sotto costante verifica degli organi competenti, la terapia con PRP è assolutamente sicura e priva di effetti collaterali in quanto naturale per antonomasia utilizzando per la preparazione esclusivamente il sangue dello stesso paziente. Esistono delle banali avvertenze, quali per esempio la sospensione qualche giorno prima dell’applicazione di eventuali anticoagulanti orali o antinfiammatori (FANS) assunti dal paziente. Quali sono i benefici che possiamo attenderci da questo tipo di cura? In caso di patologie osteoarticolari, per esempio una gonartrosi, avremo la riduzione della sintomatologia dolorosa e una stimolazione della rigenerazione tissutale nel caso di lesioni della cartilagine. è ovvio che in situazione in cui la cartilagine è ormai pressoché assente, l’obiettivo non può essere quello della ricrescita totale ma del miglioramento della qualità di vita. Lei ha parlato di medicina estetica, qual è il razionale dell’utilizzo di PRP in questo campo? In questo caso si sfruttano le proprietà dei fattori di crescita piastrinica per stimolare la rigenerazione tissutale, la vascolarizzazione e la riduzione della formazione di strutture fibrotiche (cicatrici). L’effettoèquellodiungraduale,fisiologico,ringiovanimento dei tessuti. E nella calvizie? Esistono ormai molte evidenze scientifiche dell’efficacia del PRP nel trattamento della calvizie. Essendo un processo assolutamente naturale di rigenerazione, i risultati sono graduali e dipendono dalla situazione di partenza. Tanto più il problema è incipiente, tanto migliori saranno i risultati. Come si svolge il trattamento? La procedura inizia con un piccolo prelievo di sangue (10 ml), che viene opportunamente trattato in condizioni che devono essere di assoluta sterilità e quindi sicurezza. Una volta ottenuto il concentrato piastrinico, esso DEVE essere inoculato prima possibile nella sede da trattare. In genere un ciclo di terapia prevede 3-4 trattamenti con scadenza quindicinale nelle patologie osteoarticolari, mensili in medicina estetica e calvizie.
  16. 16. 16 a cura della Dr.ssa Teresa BicchettiLa dipendenza da Internet L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) descrive la dipendenza patologica come quella condizione psichica, e talvolta anche fisica, causata dall’interazione tra una persona e una sostanza tossica. Tale interazione determina un bisogno compulsivo di assumere la sostanza in modo continuativo o periodico, allo scopo di provare i suoi effetti psichici e talvolta di evitare il malessere della sua privazione. Nella società del XXI secolo, accanto alle forme già studiate di dipendenza, compaiono le cosiddette New Addictions (“Nuove Dipendenze”), che comprendono tutte quelle forme di dipendenza in cui l’oggetto è un comportamento o un’attività lecita e socialmente accettata. Perlamaggiorpartedellepersonequesteattivitàsonoparte integrante del normale svolgimento della vita quotidiana e talvolta rappresentano una forma di “aiuto” in particolari situazioni di stress, ma per alcuni individui possono assumere caratteristiche patologiche, fino a provocare gravissime conseguenze come la compromissione delle relazioni interpersonali, del funzionamento scolastico o lavorativo, del tempo libero, della salute fisica e psichica. Tra i principali tipi di dipendenza comportamentali si annoverano quelle da esercizio fisico, da cibo, da lavoro, dalle tecnologie e in particolare da Internet. Il mondo della rete è entrato a far parte della vita quotidiana di milioni di persone ormai da tempo, rappresenta di sicuro un’importante risorsa ma, se mal gestita, può diventare un pericolo e l’abuso può trasformarsi in una vera e propria dipendenza. Nella metà degli anni Novanta la psicologa statunitense Kimberly Young è stata la prima a tentare di dare una sorta di dignità scientifica ai fenomeni di apparente dipendenza dalla rete. Il termine Internet Addiction Disorder, IAD
  17. 17. 17 (Dipendenza da Internet) è stato coniato nel 1995 da Ivan Goldberg, psichiatra e docente alla Columbia University di New York, e nel 2013 tale forma di dipendenza è stata inserita nel DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali) come diagnosi sperimentale. L’IAD racchiude in sé diverse forme e sottocategorie legate alla tecnologia e al mondo della rete: • game, dipendenza dai videogiochi di rete; • sex, dipendenza dalla visione e scambio di materiale pornografico e dalla frequentazione di chat per soli adulti; • social network, dipendenza dalle relazioni interpersonali virtuali; • info surfing, dipendenza dalla continua ed estenuante ricerca di notizie su internet; • net compulsion, dipendenza dallo shopping online, dalle aste online, da eBay, dal trading finanziario; • gambling, dipendenza dal gioco d’azzardo online. La dipendenza dalla rete passa attraverso tre fasi: • il coinvolgimento (per curiosità, gratificazioni emozionali, sensoriali, culturali, sociali) • la sostituzione (le nuove tecnologie sostituiscono ciò che manca o è inaccessibile nella vita reale) • la fuga (diventa un antidoto efficace a stress e sofferenza; in questa fase si instaura la dipendenza). La rete quindi ha assunto progressivamente la valenza di una fuga nell’illusorio a scapito del reale, diventando un “rifugio della mente”, esperienza di isolamento e di sottrazione del Sé dalla realtà ordinaria, luogo mentale ma anche comportamento ripetitivo, rito, abitudine personale, in cui ci si ritira quando si vuole sfuggire a una realtà ritenuta insostenibile perché angosciosa. Scrive Steiner: “il rifugio funziona come una zona della mente in cui non si deve affrontare la realtà, in cui le fantasie e l’onnipotenza possono esistere senza controllo e qualunque cosa è permessa. È spesso questa caratteristica che costituisce l’attrattiva del rifugio per il paziente”. La dinamica della dipendenza tecnologica sembra centrata sull’impellenza del desiderio, sull’immediatezza della gratificazione e la necessità della realizzazione in tempo reale. Le conseguenze di un uso eccessivo e incontrollato della rete possono avere delle ripercussioni negative sia sulla salute che sulla vita familiare e sociale dell’individuo. La persistente privazione di sonno, ad esempio, può portare irritabilità, agitazione psicomotoria, può nuocere al sistema immunitario, aumentando la vulnerabilità a diverse malattie. La mancanza di esercizio fisico e la postura (lo stare seduti per ore davanti al computer) possono causare mal di schiena, sindrome del tunnel carpale, affaticamento agli occhi, irregolarità dei pasti, scarsa cura del corpo. Aumentando progressivamente le ore di collegamento, diminuisce il tempo da dedicare anche alle relazioni familiari e sociali. L’Iad è un emergente disturbo in grande aumento negli ultimi decenni. Una ricerca condotta dall’Università di Hong Kong e pubblicata sulla rivista Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking rivela che il 6% della popolazione mondiale soffrirebbe di tale disturbo. In Europa la dipendenza da Internet riguarda il 2,6% della popolazione, in Medio Oriente ne sono affette 10,9 persone su cento. Igiovani(icosiddettinatividigitali)risultanoparticolarmente adattabili ai nuovi dispositivi tecnologici, ma sono anche i più vulnerabili alla dipendenza, specie in adolescenza, momento in cui la struttura della personalità dell’individuo è in fase di consolidamento ed espansione. Secondo una ricerca promossa dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, i soggetti più a rischio sono gli adolescenti di sesso maschile, il 27 % tra gli 11 ed i 14 anni ed il 36 % tra i 15 ed i 17 si dichiara dipendente da Internet, mentre tra le ragazze le medie nelle identiche fasce d’età scendono al 16 ed al 22 %. A tal proposito, sarebbe importante promuovere attitudini “sane” nei confronti delle nuove tecnologie, attraverso il processo educativo familiare e scolastico, per favorire quindi una vera e propria cultura dell’utilizzo, evidenziando anche i numerosi fattori positivi. Le strategie di trattamento possono essere diverse a seconda del tipo di disagio in cui si è coinvolti. Si può intervenire attraverso i gruppi di auto-aiuto, la psicoterapia individuale e il counseling terapeutico.
  18. 18. Nessuna distinzione per numero di componenti della famiglia Nessuna distinzione di età Sussidi per Single o Nucleo famigliare Detraibilità fiscale (Art. 15 TUIR) Nessuna disdetta all’associato Durata del rapporto associativo illimitata Soci e non “numeri” perché abbiamo scelto mba? rimborso inteventi home test alta diagnostica assistenza rimborso ticket conservazione cellule staminali visite specialistichesussidi per tutti check up MBA si pone come “supplemento” alle carenze, ad oggi evidenti, del Servizio Sanitario Nazionale. L’innovazione dei Sussidi che mette a disposizione dei propri associati identifica da sempre MBA come una vera “Sanità Integrativa” volta a migliorare la qualità di vita degli aderenti. Mutua MBA Tel. +39 06 90198060 - Fax +39 06 61568364 www.mbamutua.org - info@mbamutua.org
  19. 19. 19 La sterilità di coppia è un problema di proporzioni sempre più importanti; essa viene definita come l’incapacità a procreare dopo almeno 18 mesi di rapporti spontanei non protetti. Si parla di sterilità primaria quando una coppia non ha mai avuto gravidanze, secondaria se ha già avuto gravidanze ma non riesce ad averne un’altra. Secondo le ultime stime ISTAT, le coppie sterili in Italia si attestano ogni anno tra le 60.000 e le 80.000, rappresentando circa il 20-25% delle 300.000 nuove unioni. Il dato è confermato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), secondo cui il 25% circa delle coppie in età fertile troverà difficoltà nel concepire e il 15% è sterile. La ricerca di un lavoro ottimale e, di conseguenza, l’età posticipata al matrimonio e al primo figlio comportano uno slittamento della genitorialità. Questo vuol dire superare il picco di massima fertilità che, biologicamente per una donna, si colloca tra i 16 e i 28 anni, decrescendo in modo significativo dai 35. Oltrepassati i quaranta anni l’indice di fertilità diviene bassissimo: solo una donna su dieci riesce a concepire. Nel corso degli anni, l’età media delle donne alla prima gravidanza è aumentata in tutti i Paesi europei, attestandosi a 28.8 nel 2014 contro i 26 anni nel 1995; è l’Italia ad essere a cura di Daniela Pastore Sterilità di coppia: una visione di insieme la più ritardataria, essendo il Paese in cui si fa il primo figlio a 30,7 anni circa. A seguire ci sono le spagnole, che fanno il primo figlio a 30,6 anni, le lussemburghesi a 30,2 e le greche a 30. Comportamento completamente opposto si osserva nei Paesi come Bulgaria, Romania, Lettonia, Estonia, Polonia, Lituania e Slovacchia. Avere un figlio non è visto più come un evento naturale, ma come una scelta consapevole e sempre di più programmata. è aumentata l’età media al primo figlio e si è ridotto contemporaneamente anche il numero di figli: negli ultimi anni si è passati da 1,44 a 1,22 figli a coppia. è molto complesso valutare quali siano le cause della sterilità; alla base del problema sono individuabili sia fattori di origine femminile che maschile, oltre a cause esclusivamente femminili e maschili. Le cause più importanti dell’infertilità femminile possono essere riscontrate in disfunzioni ormonali, che incidono ostacolando il processo dell’ovulazione e quindi la crescita e maturazione del follicolo; la presenza di fibromi, malformazioni uterine, malattie sessualmente trasmissibili, endometriosi. L’età della donna, come già detto, è un fattore concreto,
  20. 20. 20 in quanto la correlazione tra la fertilità femminile e l’età dipende dalla graduale ed irreversibile diminuzione del numero di ovociti e dal peggioramento della qualità degli stessi. La componente maschile, nella sterilità di coppia, è in continuo e costante aumento. Il numero degli spermatozoi per millimetro è andato progressivamente riducendosi fino a dimezzarsi completamente negli ultimi 50 anni, ma non è un indice certo di fertilità, in quanto non è stata effettivamente dimostrata alcuna correlazione tra il numero e l’aumento della fertilità maschile. Il problema in oggetto sembra essere sempre più comune soprattutto nelle società industrializzate, si stima che circa un italiano su dieci sia sterile. A differenza delle donne, nell’uomo l’età non ha un impatto rilevante sulla fertilità, in quanto la formazione degli spermatozoi si svolge ininterrottamente nei testicoli. L’intero ciclo di maturazione, detto spermatogenesi, dura 70 giorni, e la maturazione finale degli spermatozoi ha la durata di 12-21 giorni. Questo processo avviene per tutta la vita fino alla vecchiaia, per questo motivo un uomo può essere fertile sempre, anche in età avanzata. La letteratura medica evidenzia sempre di più anche il ruolo di fattori psico-sociali di infertilità, dovuti a fenomeni complessi come lo stile di vita, il fumo, l’uso di droghe, l’abuso di alcol, e l’inquinamento. L’obesità e la magrezza eccessiva causano ben il 12% del totale dell’infertilità. Un’alimentazione ricca di grassi, zuccheri, povera di fibre e una vita sedentaria, incidono pesantemente sulla salute riproduttiva. Infatti, il grasso corporeo emette estrogeni che, a loro volta, impediscono alla cellula uovo di raggiungere la parete delle ovaie rendendo quindi difficile il concepimento. L’obesità colpisce anche il ciclo mestruale e aumenta il rischio di aborto spontaneo. Dall’altro lato, anche la magrezza eccessiva può essere causa di infertilità, in quanto una presenza eccessivamente ridotta di grasso corporeo non consente una regolarità nei cicli mestruali. In questi casi si può correre il rischio che, quando presenti, i cicli mestruali sono anovulatori (non avviene ovulazione e quindi non c’è la possibilità di concepire) oppure si potrebbe andare incontro ad un difetto della fase luteale, ovvero una condizione in cui l’ovulo, anche se fecondato, non ha il tempo e la possibilità di impiantarsi in utero. Anche il fumo ha un impatto negativo sulla possibilità di concepimento; nella donna, tutti i metalli presenti nel fumo, interferiscono con la capacità delle cellule ovariche a produrre estrogeni e incrementano il numero di ovociti portatori di malattie cromosomiche. Negli uomini il fumo interferisce sia sul numero che sulla qualità degli spermatozoi, compromettendo quindi la loro concentrazione, la motilità, la morfologia. Nei fumatori la concentrazione di spermatozoi è del 13-17% in media più bassa rispetto ai non fumatori. Ovviamente, anche il fumo passivo causa effetti negativi. è risaputo che anche l’uso eccessivo di alcol danneggia il sistema riproduttivo maschile e femminile, interferendo con il funzionamento delle ghiandole che regolano la produzione degli ormoni sessuali. Nelle donne, l’abuso di alcol è responsabile di una minore produzione degli ormoni, causando quindi irregolarità mestruali fino alla scomparsa del ciclo, assenza di ovulazione, infertilità e precoce menopausa. Nell’uomo comporta riduzione dei livelli di testosterone ed LH, numero ridotto di spermatozoi ed elevata incidenza di alterazioni morfologiche degli stessi. Anche l’inquinamento ambientale può agire sulla fertilità: basta pensare agli ormoni presenti negli alimenti, agli estrogeni che vengono utilizzati illegalmente nell’allevamento e nell’agricoltura, ma anche alle sostanze chimiche che contaminano l’ambiente attraverso scarichi di fabbriche, dei veicoli, oppure che sono rilasciate dagli imballaggi contenenti gli alimenti. Oltre ai fattori appena elencati, è stato osservato da ricerche condotte che anche lo stress e le onde elettromagnetiche dei telefoni cellulari possono giocare un ruolo negativo sulla fertilità. Una ricerca americana ha confermato quanto da tempo si supponeva, ovvero che anche piccoli livelli di stress possono essere causa di infertilità. Ad analizzare l’associazione tra stress e infertilità femminile è stata una ricerca americana dell’Ohio State University, pubblicata sulla rivista Human Reproduction e diretta dal gruppo della dottoressa Courtney Denning-Johnson Lynch. Il team di ricerca ha seguito circa 400 coppie, effettuando sulle donne un prelievo del sangue, esaminandolo in laboratorio e concentrandosi in particolare sul livello nel sangue di un ormone dello stress, ovvero l’alfa-amilasi. Dalla ricerca è emerso che le donne con elevate concentrazioni dell’ormone nel sangue avevano una probabilità più bassa del 30% circa di restare incinta. Le situazioni di durevole
  21. 21. tensione causano l’aumento dei livelli degli ormoni, tra cui l’LH, che consente la maturazione dei follicoli ovarici. Una situazione di questo tipo comporta, nella donna, l’assenza dell’ovulazione e la scomparsa delle mestruazioni. Un’ulteriorericerca,pubblicatasuEnvironmentInternational ed effettuata dalla facoltà di Biologia dell’Università di Exeter, nel Regno Unito, ha voluto dimostrare il rapporto esistente tra cellulari e fertilità maschile. Il campione analizzato era di circa 1.500 uomini, di cui si conosceva la qualità ed il numero di spermatozoi; è emerso come la vicinanza del cellulare alle parti dell’apparato genitale maschile, dovuta alla cattiva abitudine di tenerlo in tasca, comporti un calo dell’8% della fertilità, in quanto si è osservato che gli spermatozoi perdono capacità di movimento e vitalità. Evitare di bere più di una bevanda alcolica al giorno, evitare di indossare biancheria e vestiti stretti, smettere di fumare, evitare l’esposizione a prodotti chimici come quelli prodotti da fabbriche, cercare di mangiare cibi sani: questi sono solo alcuni dei molteplici accorgimenti da seguire, nell’intento di custodire e preservare il corretto funzionamento del nostro apparato riproduttivo, in modo da affrontare uno dei momenti più belli della vita con la massima serenità. Direzione operativa ed organizzazione Back Office Consulenza mirata per costituzione o restyling societario Assistenza soci dedicata ad hoc con numero verde e personale dedicato Health Service Provider con 1560 strutture sanitarie sul territorio Marketing e strategie di comunicazione ai soci Organizzazione di convegni nazionali di settore Formazione personale interno ed incaricati al contatto con i soci Social Media Strategist per una comunicazione al passo con i tempi Consulenza per compliance e policy interna Consulenza giuridica e fiscale Operation per la gestione dei regolamenti applicativi Assistenza, realizzazione piattaforme, siti web ed aree intranet Dati, studi e ricerche sul mondo della Sanità Integrativa Ansi, Associazione Nazionale Sanità Integrativa, nasce dalla volontà di alcuni primari fondi sanitari di creare non solo un’associazione di categoria “indipendente”,maancheuninterlocutorequalificato che si renda portavoce attivo tra Istituzioni, Sistema Sanitario Nazionale e Fondi Sanitari Integrativi. ANSI vuole diventare il soggetto capace di tutelare, aggregare e sostenere le diverse forme mutualistiche operanti in Italia, che garantiscono la salute di circa ¼ della popolazione italiana. “Auspichiamoilbenessereelasalutepertuttii cittadini,comedirittofondamentaledell’uomo epatrimoniosocialedellacollettività” www.sanitaintegrativa.org segreteria@sanitaintegrativa.com
  22. 22. 22 AIRC:14 programmi speciali di ricerca sul cancro, 14 sfide a cura di Nicoletta Mele 14 sfide, 14 programmi speciali di ricerca sul cancro finanziati dall’Associazione Italiana per la ricerca sul cancro (AIRC), grazie a 10 anni di contributi 5 per mille. è possibile vedere i risultati raggiunti nel nuovo sito, costruito da AIRC, programmi5permille.airc.it. Il sito presenta sia la parte scientifica, con il dettaglio dei singoli progetti, sia quella legata ai numeri. Ad oggi, i programmi speciali di AIRC, resi possibili grazie alla fiducia di milioni di italiani, coinvolgono oltre 1.000 ricercatori in 119 istituzioni in tutta Italia e hanno prodotto più di 1.600 pubblicazioni internazionali. “AIRC ha avuto una grande manifestazione di stima e di fiducia dagli italiani. è doveroso da parte di AIRC mettere a disposizione tutto il lavoro che è stato fatto. Uno sforzo che, nel settore dell’oncologia, colloca l’Italia al livello dei grandi paesi stranieri. I risultati sono importanti non solo per le pubblicazioni scientifiche, ma soprattutto perché stanno passando dal banco di laboratorio al letto del paziente. Sono stati già realizzati degli studi clinici e crediamo che questo sforzo, nato dalla fiducia degli italiani, abbia risultati vicini, promettenti e importanti”. Questo il messaggio del Direttore Scientifico AIRC Federico Caligaris Cappio il quale ha spiegato ancora che “Partiti per primi, i programmi specialidioncologiaclinicamolecolarehannoprodotto,nei cinque anni di lavoro previsti dal bando, risultati al di sopra di ogni aspettativa. La maggioranza dei gruppi coinvolti ha sviluppato, infatti, qualcosa di importante e applicabile ai pazienti, alcuni sono arrivati fino alla somministrazione delle terapie ai pazienti nell’ambito di iniziali sperimentazioni cliniche. Per poter rafforzare quanto scoperto fino a questo punto, per il 2016 abbiamo deliberato più di 15 milioni di euro per finanziare un bando di estensione rivolto ai coordinatori dei programmi, per consentire loro di proseguire il lavoro, raccogliere ulteriori riscontri per validare i risultati, verificare che le cure individuate non producano effetti tossici e per confermarne l’efficacia anche in un gruppo più ampio di pazienti, prima di richiedere le approvazioni alle autorità competenti”. Numerosi i risultati che hanno destato interesse scientifico a livello internazionale, tra questi quello inerente alla scoperta dei segreti delle malattie mieloproliferative croniche che Health Online ha approfondito con il Professor Alessandro Maria Vannucchi, ricercatore AIRC presso il Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica - Università degli Studi di Firenze, nonché coordinatore del progetto. Le malattie mieloproliferative croniche, rappresentate soprattutto da policitemia vera, trombocitemia essenziale e mielofibrosi primaria, sono disturbi ematologici abbastanza comuni, ma poco conosciuti. Si tratta, infatti,
  23. 23. 23 di neoplasie in gran parte sconosciute, dal momento che solo ora si comincia a far luce sui meccanismi molecolari che le generano e ne provocano la progressione da forme tumorali di leucemia mieloide acuta ad andamento prevalentemente cronico, a quadri rapidamente fatali. Alessandro Maria Vannucchi, ematologo dell’Università di Firenze, coordina un programma che coinvolge oltre 80 ricercatori riuniti virtualmente nel gruppo AGIMM (AIRC- Gruppo italiano malattie mieloproliferative). Professor Vannucchi, quali sono i principali obiettivi del programma dal lei coordinato? Quali sono stati i vostri primi risultati? “Il programma di ricerca da me coordinato, che abbiamo denominato AGIMM, cioè Gruppo Italiano per le Malattie Mieloproliferative, finanziato da AIRC nell’ambito dei programmi speciali 5 per mille, si è posto come obiettivo generale quello di far avanzare le conoscenze sui meccanismi cellulari e molecolari alla base di questi tumori cronici del sangue, trasferendo i risultati della ricerca di laboratorio al paziente nel minor tempo possibile, così da migliorare i mezzi diagnostici e la terapia. In entrambe queste direzioni abbiamo effettuato passi significativi: abbiamo scoperto nuove mutazioni del DNA per la diagnosi e anomalie aggiuntive del DNA e dell’RNA che condizionano la prognosi; abbiamo compreso che la fibrosi che si sviluppa nelle forme più avanzate è causata da alterazioni dei megacariociti del midollo osseo e che anche i vasi sanguigni possono essere coinvolti, almeno in alcuni casi; inoltre, abbiamo completato studi clinici con nuovi farmaci e definito le strategie più efficaci per ridurre il rischio di trombosi nella policitemia vera. Tutti questi risultati concorrono al miglioramento della gestione globale dei pazienti secondo il principio della medicina personalizzata, per il quale ogni individuo deve essere considerato un unicum dal momento della diagnosi alla scelta della terapia più efficace e meno tossica. Ancora molto resta da fare in questo settore, ma non possiamo negare che gli ultimi dieci anni siano stati esaltanti per i progressi compiuti, ai quali i ricercatori AGIMM hanno dato un contributo ampiamente riconosciuto a livello internazionale”. Per raggiungere traguardi così ambiziosi serve la piena collaborazione di un’equipe multidisciplinare, in che modo? “Il successo del progetto AGIMM si è basato, sin dall’inizio, sul concetto della multidisciplinarietà come miglior approccio per decifrare l’intrinseca complessità della malattia tumorale. Oggi sappiamo, da modelli diversi che valgono anche per le neoplasie mieloproliferative croniche, che il tumore è il risultato di una serie di alterazioni che, originate da un danno al DNA, inducono a cascata la compromissione di proteine nelle cellule che ne controllano la normale crescita e maturazione. Il tumore origina, si diffonde e si modifica anche grazie agli abnormi rapporti che le cellule tumorali stabiliscono con l’ambiente circostante. Poicisonocaratteristichegeneticheindividualichepossono influenzare la presentazione clinica, la progressione e la risposta del tumore alla terapia. Per questo il nostro gruppo di ricerca ha incluso professionalità diverse operanti in sette centri italiani di eccellenza: il biologo molecolare per scoprire nuove alterazioni del DNA; il bioinformatico per decifrare le informazioni ottenute con le più complesse analisi genetiche; il biologo cellulare per studiare le alterazioni della cellula e dell’ambiente circostante e il ricercatore clinico, cioè il medico che accompagna il paziente nella sua storia di malattia sin dalla diagnosi e può aiutare a interpretare al meglio i risultati della ricerca di laboratorio riferiti al singolo individuo. Per mettere assieme tutte queste anime diverse, si è compreso che dovevamo parlarci, incontrarci, discutere e progettare assieme, ricercatori più esperti e più giovani, avendo un unico obiettivo condiviso. Le nostre riunioni, a cadenza sempre più ravvicinata nel corso del progetto, sono risultate lo strumento di lavoro più efficace”. C’è una correlazione tra predisposizione genetica e sviluppo della malattia? “I tumori mieloproliferativi cronici sono causati da mutazioni del DNA acquisite, cioè mutazioni che compaiono, per motivi che ancora non conosciamo, ad un certo momento della vita di un individuo. Sappiamo che queste mutazioni non vengono trasmesse dal genitore al figlio, come accade per le malattie genetiche ereditarie. Studi degli ultimi anni, ai quali i ricercatori AGIMM hanno contribuito, hanno però dimostrato che esistono delle varianti geniche, relativamente comuni nella popolazione generale, che aumentano il rischio di sviluppare una di queste malattie, ma va sottolineato che, proprio perché comuni, non ha assolutamente senso ricercare tali varianti nel soggetto
  24. 24. 2424 sano, anche se ha un familiare affetto dalla malattia mieloproliferativa. Questa è una delle domande più comuni che i pazienti, specialmente i più giovani, fanno al medico: posso avere trasmesso la malattia ai miei figli? La risposta è no, si può solo ipotizzare una generica, e non misurabile, predisposizione, come avviene per tante altre malattie, a iniziare dal diabete alle malattie cardiache, a quelle neurologiche”. Quanto è importante la diagnosi precoce? “Tra le manifestazioni più comuni dei tumori mieloproliferativi cronici si annoverano le trombosi delle arterie e delle vene e le emorragie. Nel recente passato, la maggior parte dei casi veniva diagnosticata proprio in soggetti che avevano presentato da poco un evento del genere. Grazie alla diffusione dei test ematologici di routine e alla scoperta delle mutazioni del DNA, negli ultimi anni, si è assistito a un numero crescente di diagnosi in fase iniziale, che si riflette anche nell’aumento percentuale di soggetti più giovani nei quali si scopre la malattia. Una diagnosi precoce è di grande importanza per instaurare prontamente una terapia appropriata, spesso con procedure e farmaci come il salasso e l’aspirina, poco costosi, ben tollerati e molto efficaci, e per controllare i fattori di rischio aggiuntivi legati ad esempio al fumo, al sovrappeso, all’errata alimentazione, ad altre malattie croniche trascurate. Gli studi fanno intravedere una riduzione notevole delle trombosi e delle emorragie, quindi siamo sulla buona strada. Purtroppo, la diagnosi precoce non ci aiuta ancora a contrastare efficacemente la più temuta, sia pure relativamente rara, evoluzione della malattia verso una leucemia acuta”. Quali sono i progetti per il futuro? “Ad essere sinceri, di progetti ne avremmo ancora molti, ma abbiamo deciso di concentrarci su alcuni aspetti che sono già stati affrontati con successo nella prima parte del progetto e che quindi vorremmo portare a compimento ulteriore. Primo fra tutti, la scoperta di nuove mutazioni del DNA in quei pochi soggetti dei quali ancora non disponiamo un marcatore molecolare. Poi, completare gli studi sulle cellule del midollo e dei vasi, per comprendere meglio quali siano le ragioni della loro alterata crescita e funzione. Infine, lavorare su alcuni farmaci che sono risultati promettenti in laboratorio e in modelli animali, sviluppando studi clinici sia in soggetti con fasi molto precoci della malattia sia in coloro che non hanno risposto soddisfacentemente alle terapie di prima linea. Se, come speriamo, queste ulteriori ricerche saranno fruttuose, faremo un ulteriore passo avanti nella gestione di queste malattie del sangue ancora inguaribili, se non in pochissimi casi”. L’unione fa la forza. Grazie allo sforzo da parte di molti cittadini che hanno contributo al 5 per mille AIRC, è stato possibile raggiungere dei risultati eccellenti. L’auspicio è quello che in un futuro, non molto lontano, sia possibile guarire tutti i pazienti affetti dalle malattie del sangue. Noi ci crediamo. Grazie AIRC che da oltre 50 anni ti impegni nella ricerca oncologica nel nostro Paese con particolare attenzione ai giovani ricercatori, sensibilizzando e informando, come in quest’ultimo caso, l’opinione pubblica.
  25. 25. Museo del Mutuo Soccorso Via di Santa Cornelia, 9 | 00060 | Formello (RM) Aperto dal lunedì al venerdì solo su appuntamento contattando info@fondazionebasis.org Il Museo del Mutuo Soccorso di MBA è il "forziere della storia della mutualità italiana". Al suo interno sono raccolti documenti, medaglie, gagliardetti, vessilli, statuti, regolamenti, cartoline di un pezzo dell'Italia che va dal 1840 fino al periodo fascista. Il museo ripercorre i passi salienti di questi ultimi 150 anni di storia sociale. Tra i reperti più rari, documenti dove risulta socio onorario Giuseppe Garibaldi, ma anche statuti e regolamenti ante Regio Decreto. è presente all'interno anche il testo integrale, originale del Regio Decreto n. 3818 del 15 aprile 1886, stampato dalla regia tipografia, oltre a una bandiera di Mutua emigrata con lo scudo Sabaudo rovesciato in segno di protesta.
  26. 26. 26 a cura della Dott.ssa Cristiana Ficoneri Se Santa Caterina da Siena si sentiva terribilmente in colpa dopo aver ceduto alle tentazioni della carne, tanto da morire per gli stenti compensatori autoinflittisi, la figura di Pantagruele passa alla storia per la sua capacità di godere pienamente delle gioie della vita e di soddisfare un appetito insaziabile. Entrambi probabilmente furono sottoposti ai violenti venti di un’impusività irrefrenabile e per entrambi fu difficile dire di no. La Santa proveniva da lunghi periodi di restrizione alimentare ed è ormai noto come questa costituisca un fattore scatenante per le abbuffate, ma Pantagruele aveva, a dire di Rablais che lo aveva creato, accesso libero ai migliori e più lauti banchetti… Perchè continuava a mangiare con la stessa foga? Cosa succede quando “scatta la voglia”? E questi impulsi sono una caratteristica esclusiva di un comportamento alimentare disturbato? Quando si parla di impulsività si intende quella predisposizione più o meno marcata a reagire rapidamente ad uno stimolo (il freddo, lo stress, un’emozione forte..) senza curarsi delle conseguenze, guardando selettivamente il beneficio a breve termine che deriva da questo comportamento. Manca la pianificazione, è un impulso appunto. Ma secondo gli studiosi del comportamento, nell’impulsività entra in gioco anche un’altra componente: quella della sensibilità alla “ricompensa”. Questa sensibilità porta alcuni individui ad impegnarsi più degli altri nella ricerca di stimoli gratificanti. Per capire quali sono e cosa significa “stimoli gratificanti” dobbiamo però addentrarci in una descrizione necessariamente sintetica del ben più complesso comportamento alimentare. In breve, questo è gestito in ognuno di noi da due sistemi di regolazione . Un primo Sistema (dell’Omeostasi Energetico-Metabolica) mantiene in equilibrio il bilancio energetico, il peso corporeo, le riserve adipose, ricevendo segnali dalla periferia verso il Sistema nervoso centrale (Ipotalamo) e controllando l’appetito e la sazietà. Un secondo Sistema (della Ricompensa) è finalizzato al nostro benessere psichico attraverso l’induzione di effetti piacevoli e si localizza in alcune strutture mesolimbiche (Striato) e nella Corteccia Prefrontale. Qui viaggiano i segnali che rinforzano i comportamenti alimentari (ma anche sessuali e di dipendenza) tramite il neurotrasmettitore Dopamina. Tutte queste attività condividono e attivano gli stessi circuiti neurali del sistema. Esse costituiscono “stimoli gratificanti” in quanto la persona che viene a contatto con loro si prefigura molto vividamente il senso di benessere (sebbene a breve termine) che si instaurerà dopo averli sperimentati e si attiva per riprodurlo, ripetendo quel comportamento. In determinate circostanze il cervello attribuisce ad uno stimolo una rilevanza talmente importante che la qualità di attrazione che esso esercita diventa irresistibile e tutto grazie al rilascio della Dopamina. Questi due sistemi dialogano tra di loro e si integrano in condizioni fisiologiche influenzando la sfera emotiva, cognitiva e motoria ed assicurando che mangiamo non solo quando ne abbiamo bisogno ma anche quando la nostra psiche richiede delle sensazioni di gratificazione. In altre condizioni però il Sistema della Ricompensa può prendere il sopravvento, ad esempio spingendoci a consumare cibo anche se lo abbiamo appena fatto. Ora che mangiare sia gratificante è una percezione che non sfugge quasi a nessuno, ma questo piacere a cosa serve? Sembra probabile che la gratificazione in termini di benessere derivante dal consumo di cibo, sia il motore che la Natura ha predisposto fin dai tempi più remoti per incentivare l’uomo a procacciarselo nonostante le ostilità ambientali. Peccato però che nessuno si sia preso la briga di avvisare Madre Natura dell’attuale disponibilità amplificata di risorse commestibili: non sapersi sottrarre all’impulso di alleviare lo stress o le avversità della vita attraverso il cibo è rimasto da milioni di anni lo stesso riflesso inconsapevole. La “costruzione” in laboratorio di alimenti particolarmente palatabili, ricchi di zuccheri, grassi e sale diffusi sugli scaffali Sull’ottovolante dei Disturbi Alimentari con Santa Caterina da Siena e Pantagruele, tra controllo e abbandono. Seconda parte: tu chiamale se vuoi…emozioni
  27. 27. 27 in evidenza
  28. 28. 28 di ogni angolo della terra, è sicuramente responsabile dell’epidemia di diabesità cui assistiamo oggi. Molti studi ci mostrano che queste sostanze da sole o combinate nell’alimento, attivano circuiti neurali implicati nel Sistema della Ricompensa, che sollecitano il consumo di altro cibo. Gli zuccheri sono in grado di stimolare il rilascio di Dopamina e oppiodi ma c’è una soglia quantitativa oltre la quale disturbano. Diversamente le sostanze grasse non stancano se in eccesso, si mimetizzano meglio e aumentano la palatabilità dell’alimento in cui sono contenuti, amplificando l’effetto di attrazione degli zuccheri. Insomma un’associazione a delinquere! è stato dimostrato che la sola vista di un alimento saporito (come pure di una droga), l’odore o un ricordo possono essere sufficienti per scatenarne il forte desiderio. Però… questa è solo una parte della verità e occorre tornare all’inizio della nostra storia. Non tutti reagiscono nello stesso modo, alcuni sono più vulnerabili di altri alle lusinghe alimentari, sentono di più la necessità di bilanciare certe emozioni, mangiano e vedono il loro peso aumentare di più. Per alcuni la mancata capacità di regolare le proprie emozioni in modo funzionale al proprio benessere globale (a breve e a lungo termine) porta al “craving”, cioè al desiderio intenso e urgente di assumere una sostanza o di soddisfare un bisogno. Questo si traduce spesso nel sopravvento di comportamenti impulsivi che in campo nutrizionale spaziano dalla semplice iperfagia alle abbuffate con o senza condotte di eliminazione che caratterizzano certi disturbi dell’alimentazione (dal Binge Eating alla Bulimia). Le persone affette da questi disturbi spesso mostrano anche una impulsività di tipo diverso che può spingerle ad atti di autolesionismo, dipendenza da sostanze, relazioni sessuali con sconosciuti e altro ancora. L’impulsività sembra comunque avere una componente genetica ed è modulato dal Sistema serotoninergico, in grado di inibire questi comportamenti. Quando gli impulsi non sono ben contrastati da un’efficace attività inibitoria della corteccia prefrontale (deputata all’autocontrollo) essi tendono col passare del tempo a trasformarsi in compulsioni, perchè i circuiti che presiedono il comportamento impulsivo e compulsivo sono interconnessi. In pratica ciò significa che a forza di ripetere gli stessi schemi impulsivi di comportamento si formano abitudini che tendono a perpetrarsi in modo meccanico o anche contro la nostra volontà: così una iperfagia reiterata da simpatica ed innocua eccezione può scivolare pian
  29. 29. 29 piano in una routine involontaria e pericolosa. Stiamo forse parlando di una dipendenza? è molto probabile a detta dei vari esperti che hanno prodotto più di 2.000 pubblicazioni scientifiche sull’argomento negli ultimi 10 anni. Gli studi effettuati su modelli animali ci dicono che mantenendo dei roditori tendenti all’obesità ad una dieta ricca di alimenti raffinati, questi continuano ad ingozzarsi oltremisura a dispetto delle scosse elettriche somministrate; col protrarsi nel tempo della stimolazione dopaminergica i recettori D2R della Dopamina di una determinata zona dello Striato diminuiscono. Poichè la sensibilità alla Dopamina si è ridotta, i poveri roditori cercheranno sempre maggiori quantità di cibo per riprodurre il senso di benessere iniziale. Si sviluppa così il meccanismo della tolleranza, caratteristico delle dipendenze e si sviluppa un atteggiamento compulsivo che porta gli animali ad aumentare di peso. L’evidenza di una dipendenza chimica per l’uomo non è stata ancora dimostrata ma molti indizi inducono a pensare che essa possa svilupparsi in soggetti più vulnerabili e geneticamente predisposti. Anche alcuni studi su esseri umani obesi hanno mostrato una densità significativamente più bassa dei recettori D2R nello Striato rispetto a soggetti non obesi. Carenza di dopamina, carenza di ricompensa/ benessere: complice il poco controllo, aumenta il desiderio di cibo o di droghe. Ma c’è di peggio: se in seguito all’aumento del peso ci si mette comunemente a dieta, è probabile che questa restrizione alimentare stimoli in alcune persone una perdita di controllo che a sua volta porta all’aumento di peso. Nel periodo della restrizione la Dopamina aumenta, contribuendo a creare una maggior dipendenza dal cibo. E l’effetto combinato di una ripetuta esposizione e restrizione è che i sistemi omeostatici non operano più come dovrebbero: la dipendenza si amplifica. Ci sono delle importanti precisazioni da aggiungere a questo quadro: innanzitutto la sovrapposizione tra la dipendenza da cibo e quella da altre sostanze non è affatto completa, poi non è ancora chiaro se i cambiamenti nei recettori della dopamina siano una causa o una conseguenza dell’aumento di peso e se abbiano un peso dei malfunzionamenti nei sistemi omeostatici. Inoltre siamo ancora agli inizi di una caratterizzazione dei soggetti che si ritengono più vulnerabili a questa “nuova” dipendenza (che infatti come tale non è stata ancora riconosciuta nel DSM-V). Le ricerche si sono concentrate particolarmente sui casi di Binge Eating Disorder (BED) assumendo spesso che tutti i pazienti BED sono anche obesi, ma in realtà esiste un sottotipo di persone a peso normale. In ogni caso il BED viene considerato come un particolare fenotipo di obesità con una impulsività maggiore e anche all’interno di questa categoria gli studi hanno mostrato l’esistenza di pazienti BED più vulnerabili di altri alla dipendenza da cibo, con cravings più forti e maggiore sensibilità alla ricompensa. Per la caratterizzazione dell’obesità stessa il criterio diagnostico dell’indice di massa corporea (IMC o BMI) continua ad essere fortemente criticato. Anche la Bulimia Nervosa (BN) potrebbe ascriversi tra le dipendenze, considerando le forti caratteristiche di perdita di controllo, craving, uso del cibo a dispetto degli effetti negativi, astinenza. E non ultimo, sono significative l’elevata propensione al consumo di droghe e la riduzione dei recettori dopaminergici riportata anche dagli studi su questi pazienti. Che la dipendenza di cui si dibatte sia una dipendenza “comportamentale” oltre che da sostanza, è un’idea sempre più accettata dagli studiosi. Essa è chiaramente esemplificata dalla compulsione dei pazienti bulimici o anoressici -secondo alcuni autori- ad adottare comportamenti di compenso quali il vomito, i diuretici. è stato anche calcolato che circa l’80% delle pazienti anoressiche e il 50% delle bulimiche in fase acuta cercano un sollievo compulsivo nell’ esercizio fisico strenuo. E già negli anni ’90 si era ipotizzato che gli oppioidi endogeni prodotti dall’iperattività o dalla restrizione potessero ridurre in qualche misura gli stati d’ansia o di depressione di questi pazienti. Dunque per rispondere agli interrogativi iniziali, Pantagruele non poteva proprio far fronte alle superbe tentazioni della tavola sia a causa di un loro oggettivo potere ammaliante sia a causa di una situazione di “scardinamento “dei suoi sistemi omeostatici troppo protratta nel tempo. Ma quel che il dibattito attuale su questi argomenti ci consegna è la necessità di osservare con più attenzione non solo i classici disturbi del comportamento alimentare, ma anche quei casi più sfumati di iperfagia “socially correct” in cui il campanello d’allarme deve essere non solo un peso ma anche un comportamento. Una perdita di controllo inconsapevole di pochi minuti, sufficiente a spazzolare un piatto, una soddisfazione incompleta per un piatto goloso, un desiderio di cibo sempre vivo indipendentemente dalla fame e dalla sazietà sono lì per dirci qualcosa…
  30. 30. Scegliere ITALIA
  31. 31. 31 Presentata la ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano: crescono prenotazioni e referti online, ma gli investimenti sulla sanità digitale non sono ancora ai livelli degli altri paesi europei. Sempre di più i cittadini italiani utilizzano strumenti basati sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per sostenere e promuovere la prevenzione, la diagnosi, il trattamento e il monitoraggio delle malattie, la gestione della salute e dello stile di vita. Si chiama e-health, la “sanità digitale”, e quest’anno, pur non essendo ai livelli degli altri paesi europei, è in crescita: il 24% degli utenti prenota visite ed esami online, e il 15% consulta documenti clinici su internet. Le ricette dematerializzate sono sette su dieci, e oltre la metà dei medici di Medicina Generale comunica con i pazienti tramite WhatsApp. In generale i cittadini, soprattutto nella fascia di età tra i 35 e i 54 anni, hanno incrementato l’utilizzo di servizi sanitari online rispetto a quanto rilevato lo scorso anno. Sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano, presentata nel capoluogo lombardo lo scorso 4 maggio. L’Osservatorio, che si pone l’obiettivo di analizzare e promuovere il ruolo delle tecnologie digitali a supporto del miglioramento e dell’innovazione dei processi della sanità in Italia, ha realizzatolostudioincollaborazioneconDoxapharma,suun campione di mille persone statisticamente rappresentativo della popolazione italiana. Il tema della sanità in rete è da tempo al centro di varie azioni a livello europeo, nazionale, regionale e locale, che puntano così a migliorare la qualità dell’assistenza e della produttività del settore sanitario. L’innovazione digitale dei processi sanitari è infatti un passaggio fondamentale per migliorare il rapporto costo-qualità dei servizi, limitare sprechi e inefficienze, ridurre le differenze tra le regioni. Attenzione però: i dati mostrano sì una sanità digitale in crescita, ma evidenziano anche come molto sia ancora da fare, per superare dubbi, barriere, resistenze e una mentalità che spesso continua a guardare indietro invece che al futuro. a cura di Mariachiara Manopulo E-Health, la sanità Digitale cresce ma non decolla
  32. 32. 32 Come ha sottolineato il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nel corso di una audizione presso la commissione Igiene e Sanità del Senato, “l’innovazione della sanità digitaleèfondamentalepertuttoilsistemasanitario,nonsolo per gli aspetti organizzativi ma anche clinici. Il politecnico di Milano stima che le strutture sanitarie potrebbero risparmiare circa 2,2 miliardi di euro grazie al fascicolo sanitario elettronico, alla cartella clinica elettronica e alla dematerializzazione dei referti, altri 800 milioni grazie ai sistemi di gestione informatizzata dei farmaci, circa 400 milioni con la consegna dei referti via web, 160 milioni con la prenotazione online delle prestazioni e 150 milioni con la razionalizzazione dei data center presenti sul territorio”. “I possibili risparmi economici per i cittadini per il miglioramento del livello del servizio sono stimabili complessivamente in 5,4 miliardi di euro: 4,6 miliardi dovuti alla possibilità di ritirare i referti via web, oltre 600 milioni grazie alle prenotazioni via web e telefono delle prestazioni, 170 milioni grazie a soluzioni di gestione informatizzata dei farmaci. La realizzazione del fascicolo sanitario elettronico - ha concluso - costituisce un salto culturale di notevole importanza, non solo per il miglioramento dell’assistenza e delle cure del paziente, ma anche per evitare inefficienze e abbattere gli sprechi nel settore della sanità”. Gli investimenti per la digitalizzazione della Sanità italiana nel 2015 sono stati 1,34 miliardi di euro, pari all’1,2% della spesa sanitaria pubblica, circa 22 euro per abitante, e sono sostanzialmente gli stessi del 2014 (1,37 miliardi di euro). In particolare, le strutture sanitarie hanno speso 930 milioni di euro, le Regioni 320 milioni, 47mila Medici di medicina Generale 70 milioni e 18 milioni sono stati spesi direttamente dal Ministero della Salute. Le aziende sanitarie investono soprattutto nella cartella clinica elettronica. Nel 2015 è stato dematerializzato il 40% dei referti e il 9% delle cartelle cliniche. Il 16% dei referti è stato consegnato online al cittadino mentre le prenotazioni e i pagamenti effettuati via internet sono rispettivamente, il 12% e l’8% del totale. La prenotazione online di esami e visite, utilizzata dal 24% dei cittadini, è aumentata dell’85% rispetto all’anno precedente. La ricetta elettronica è sempre più diffusa, grazie all’entrata in vigore del dpcm del 14 novembre 2015. Secondo Federfarma, più del 70% delle ricette mediche è oggi dematerializzato, rispetto al 26% del dicembre 2014. Il numero delle persone che ha sentito parlare del fascicolo sanitario elettronico (Fse), che contiene tutte le informazioni cliniche del paziente e raccoglie i documenti digitali di tipo sanitario e socio-sanitario generati da eventi clinici riguardanti l’assistito, è raddoppiato (32%). È stato però utilizzato solo dal 5%, perché per ora solamente sei Regioni italiane (Emilia Romagna, Lombardia, Toscana, Sardegna, Valle d’Aosta e Provincia Autonoma di Trento) hanno un Fse già attivo (ma avrebbe dovuto essere operativo ovunque già dal 2015). Non sono molto positivi nemmeno i dati sulla telemedicina. Le strutture sanitarie hanno aumentato gli investimenti in soluzioni ICT a supporto dell’assistenza domiciliare e della medicina sul territorio, nel 2015 hanno raggiunto 20 milioni di euro, con un aumento del 24% rispetto al 2014. Quelle più diffuse sono il Tele-consulto (il più utilizzato è quello degli ospedali periferici che trasmettono ECG e radiogrammi, TAC e RM ai centri specialistici, riducendo in tal modo i costi, non avendo necessità di personale specialistico in loco), presente nel 34% delle aziende e le soluzioni di Tele- salute (14%). Soluzioni che però vengono utilizzate solo dal 4% dei medici di medicina generale. Online i cittadini cercano soprattutto informazioni sulle strutture sanitarie, sui reparti, gli orari, e i medici; moltissimi cercano informazioni su problemi di salute, farmaci e terapie. È evidente che c’è una sempre maggiore spinta ad informarsi, a cercare le strutture e i servizi migliori e a confrontarli. Anche per questo sono nati progetti come ScegliereSalute, la start-up partner di Health Italia che ha realizzato il “Tripadvisor della salute”: online, gli utenti possono scegliere una struttura, il medico, o il veterinario, attraverso le recensioni di tutti quelli che già hanno scelto tra i tantissimi specialisti e centri sanitari presenti sulla piattaforma. Successo anche per le app sulla salute: spopolano quelle perilmonitoraggiodellecalorie,deipassi,degliallenamenti. WhatsApp ha conquistato buona parte dei medici di base, che ormai lo utilizzano quotidianamente per comunicare con i propri pazienti. I dati sono chiari: il 53% dei medici di base utilizza il servizio di chat, con un incremento del 33% rispetto allo scorso anno. La sfida è ora quella di facilitare l’accesso a queste applicazioni a tutti i cittadini, anche a quelli più anziani, che hanno meno confidenza con i canali digitali, ma che più degli altri necessitano di servizi veloci e di qualità. Secondo Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Innovazione digitale in Sanità, “i primi
  33. 33. 33 risultati della ‘Strategia per la crescita digitale 2014- 2020’ mostrano come la sanità digitale in Italia non sia più un miraggio, ma un piano perseguibile che dà frutti concreti. Tuttavia, la velocità di attuazione è ancora modesta e disomogenea, inadeguata rispetto alla portata e all’urgenza delle sfide in gioco. È necessario attuare la sanità digitale con una governance partecipata e responsabile ai diversi livelli: è auspicabile un ruolo centrale del ministero e dell’Agenzia per l’Italia digitale per fornire standard e linee guida secondo le scadenze temporali. Servono politiche regionali coerenti tra loro. E sono necessari progetti coraggiosi di aziende sanitarie e operatori, superando la logica delle sperimentazioni”. Le nuove tecnologie sono fondamentali per aiutare il cittadino ad esercitare sempre più e sempre meglio il diritto alla salute. Soprattutto i cittadini, infatti, stanno dimostrando di essere pronti per i cambiamenti, e sarà loro il compito di premere sempre di più sull’amministrazione pubblica per avere servizi sempre più moderni, tecnologici, ed efficienti. Uscire dalla sanità fatta di fogli su fogli, ricette, richieste, referti, per entrare finalmente nel mondo dell’e-health.
  34. 34. “Health Book” il primo libro di mutua mba dedicato alla prevenzione! L‘importanza della prevenzione in un libro Health book I libri della salute di Mutua MBA Da un recente studio effettuato in Italia è emerso come quasi una persona adulta su due sia completamente avulsa dall’adottare una linea di prevenzione medica adeguata. Prerogativa di una società di Mutuo Soccorso non può, pertanto, essere “solo” quella di garantire l’accesso privilegiato alla salute attraverso una valida integrazione al Sistema Sanitario Nazionale, ma deve forzatamente infondere la cultura della prevenzione intesa come cura di sé stessi, poiché in essa stessa risiede l’unica via utile a soddisfare la crescente domanda di assistenza che la sanità pubblica non riesce – e non riuscirà - ad accontentare. Per tale motivo Mutua MBA ha deciso di raccogliere interviste, analisi e studi di settore, ma soprattutto consigli pratici, esercizi e ricette culinarie per innescare l’attitudine a prendersi cura di noi stessi, con l’intento di prevenire il più possibile malattie e infortuni. Vuoi ricevere “Health Book - L’importanza della prevenzione” nella tua casella di posta elettronica? Invia una email a info@healthonline.it e segnalaci i tuoi contatti, ti sarà inviato senza alcuna spesa aggiuntiva. Inoltre, su espressa richiesta e con un contributo di soli 10€ (+s.s.), potrai ricevere direttamente a casa la versione cartacea del libro. La somma sarà devoluta da Mutua MBA alla Fondazione Basis, ente no-profit dedicato alla promozione e allo sviluppo di iniziative culturali, educative, formative, di integrazione sociale e assistenza sanitaria.
  35. 35. 35 Cos’è la cervicale? Le problematiche legate alla cervicale, così come avviene per il mal di schiena, stanno diventando sempre più diffuse al giorno d’oggi, in particolar modo anche tra i giovani, a causa delle posture sbagliate che la società moderna molto spesso ci impone di assumere. Prima però di analizzare nel dettaglio quali sono le problematiche che possono insorgere da alterazioni della cervicale, è bene chiarire cosa sia esattamente la cervicale, questo perché ho notato che nel linguaggio comune alcune persone utilizzano questo termine per indicare genericamente un dolore al collo. La “cervicale” è quella parte della colonna vertebrale che si compone di 7 vertebre ed ha il compito di sostenere il capo e permettere i movimenti della testa. Sarebbe dunque più corretto utilizzare questo termine non solo per indicare un dolore al collo ma anche quando ci si riferisce ad ogni altro disturbo o problema di questa zona anatomica. I disturbi cervicali, che per alcune persone possono essere episodi isolati, mentre per altre possono diventare problemi ciclici e ricorrenti, hanno tutti in comune la presenza di rigidità e tensione muscolare, avvertita soprattutto nella zona del collo. Tra i sintomi più comuni della cervicale troviamo: Mal di collo: tutte le strutture che compongono il tratto cervicale sono innervate e possono dunque generare dolore o fastidi. Il dolore può avere origine da contratture muscolari, infiammazione delle articolazioni tra le vertebre, irritazione dei nervi a seguito di protrusioni e ernie, o da stiramento dei legamenti e dei tendini che forniscono stabilità al collo. In tutti questi casi, terminata la fase acuta, il dolore può persistere e diventare cronico trasformandosi in un senso di indolenzimento o di fastidio continuo alla base del collo e sulle spalle, che può rimanere presente anche per mesi, se non per anni. Mal di testa o cefalea: esistono diversi tipi di mal di testa, alcuni dei quali hanno origine da alterazioni a livello dei muscoli del collo (mal di testa miotensivo) o delle vertebre cervicali (mal di testa cervicogenico). In questi casi, rilassare i muscoli contratti e ristabilire la giusta mobilità delle vertebre cervicali intervenendo al tempo stesso anche per migliorare la postura, può essere di grande aiuto per risolvere il tuo mal di testa. Vertigini e senso di sbandamento: non tutti sanno che le vertigini o comunque quel senso di sbandamento che si avverte quando ci si alza velocemente o si muove la testa di scatto, molto spesso dipende dalla cervicale. Infatti oltre il labirinto (struttura dell’apparato vestibolare che si trova all’interno dell’orecchio) ed il cervelletto, esiste una terza area del corpo responsabile di aiutarci a mantenere l’equilibrio: le prime due vertebre cervicali (C1 e C2). Intervenendo per riallineare queste due vertebre e rilassare i muscoli del collo aiuta a risolvere in maniera definitiva il tuo problema di vertigini. Nausea e vomito: attraverso i muscoli del collo passa il nervo vago, un importante nervo implicato in molte funzioni viscerali tra le quali la digestione e la regolazione del battito cardiaco. Se i muscoli del collo sono troppo contratti possono stimolare il nervo vago, causando un abbassamento del battito cardiaco e una riduzione della pressione cardiaca, che poi provocano il senso di nausea e vomito generalmente avvertito in associazione al dolore al collo. Disturbi dell’udito e acufeni: la presenza di un ronzio nell’orecchio è spesso associata a problematiche di cervicale. Per anni ci si è chiesto se esistesse un legame tra acufeni e disfunzioni del tratto cervicale ed oggi sempre più studi hanno dimostrato che nei casi in cui il ronzio non sia dovuto a problematiche legate direttamente all’orecchio, intervenire sui muscoli del collo e sulle vertebre cervicali possa rappresentare una soluzione al tuo problema di acufeni. Cause della cervicale Le cause scatenanti delle problematiche cervicali vanno da un semplice colpo di freddo, cattiva postura, stress e vita sedentaria fino ad arrivare a cause più serie quali problematiche ai dischi intervertebrali, artrite o fratture. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, l’origine dei disturbi è un’alterazione non grave che interessa i muscoli, i dischi intervertebrali e le articolazioni del collo, permettendo di conseguenza una rapida risoluzione della tua problematica, con interventi mirati e definitivi. a cura di Christian Tonanzi info: www.osteopata-roma.it Cervicale: sintomi e cause 35
  36. 36. 36 Sclerosi multipla: al via call to action per le persone che convivono con questa malattia a cura di Nicoletta Mele I sogni e progetti di vita non si fermano nonostante la sclerosi multipla. A testimoniarlo sono i messaggi di speranza di coloro che, colpiti dalla patologia, non smettono di lottare e sognare. Persone speciali che contagiano con la creatività, il coraggio, la determinazione, la dolcezza. Così racconta Menia, una donna, una mamma che ha superato gli ostacoli che la SM le ha messo davanti e che ha dato vita, con grinta, determinazione e un sorriso contagioso, al progetto “A scuola di sogni”. Menia, grazie all’iniziativa “IO NON SCLERO” di Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, si ripromette di diventare “un’allenatrice di sogni” per infondere coraggio alle altre persone, aiutandole a non temere gli ostacoli e a non aver paura di far volare in alto i propri sogni. La sua allegria dilagante ci fa venire voglia di discostare lo sguardo dalle avversità, da tutto ciò che ci tiene ancorati a terra e tornare a fantasticare su cosa può farci volare, portarci lontano. Sognare non vuol dire dimenticare la realtà, o rinnegare le difficoltà, anzi, come insegna la sua storia, ogni grande cambiamento, ogni grande sogno, deve affondare le sue radici in una, altrettanto grande, consapevolezza. Il suo messaggio lascia intuire che, anche quando ci sembra di non avere affatto coraggio, possiamo imparare ad averne. La sclerosi multipla (SM) è considerata la seconda malattia neurologica del giovane adulto e la prima di tipo infiammatorio cronico. Nel mondo si contano circa 2,5-3 milioni di persone colpite da sclerosi multipla (SM), di cui 600.000 in Europa e circa 75.000 in Italia. Nel nostro Paese si stimano 2.000 nuovi casi all’anno. è una malattia neurologica autoimmune, spesso progressivamente invalidante, che colpisce il sistema nervoso centrale. è imprevedibile, può colpire a qualunque età, è una patologia prevalentemente femminile e la fascia di età, compresa tra 20 e i 40 anni, risulta essere quella più a rischio. è una malattia che colpisce nel pieno della vita attiva, motivo per il quale ha anche un forte impatto sociale se si considera anche l’evoluzione poco prevedibile della malattia e le sue conseguenze spesso invalidanti. La sclerosi multipla può presentare diversi sintomi, i più frequenti sono disturbi delle sensibilità, disturbi della vista, fatica e debolezza; tutti sintomi che possono variare da persona a persona. Per questa patologia, purtroppo, oggi non esiste ancora una cura risolutiva, ma il trattamento precoce può rallentarne la progressione. Le cause non sono ancora note, ma la scienza e la ricerca hanno fatto grandi passi in avanti per diagnosticare la malattia e consentire così alle persone colpite di avere una buona qualità di vita. Non è considerata una patologia ereditaria, ma gli studi hanno dimostrato una maggiore predisposizione e frequenza per le persone appartenenti alla stessa famiglia, pero l’accidentalità è molto bassa in termini assoluti: figli e fratelli o sorelle di persone con SM hanno infatti una percentuale trascurabile (3-5%) di maggior rischio, rispetto ai familiari di persone senza sclerosi multipla. Nel caso in cui in un nucleo familiare che presenta un caso di SM ci siano dei gemelli, la percentuale di rischio per questi varia: nei gemelli omozigoti, cioè quelli che condividono lo stesso corredo genetico, è di circa il 30%, mentre nel caso di gemelli eterozigoti la percentuale scende al 4%. Ci sono quattro diverse forme di SM: la recidivante-remittente, multipla secondariamente progressiva, primariamente progressiva e a decorso progressivo con ricadute. La maggior parte dei pazienti, l’85%, è inizialmente affetta dalla forma recidivante-remittente di sclerosi multipla. Ad oggi, non sono note le cause della SM, ma i progressi in campo medico e scientifico hanno permesso una sempre migliore gestione dei pazienti affetti dalla malattia, per ridurre il rischio di recidive e la progressione della disabilità. Tuttavia il percorso da compiere resta ancora lungo, non solo nella ricerca scientifica, ma anche nell’informazione e nella comunicazione sui tanti aspetti della malattia. In Italia, annualmente, si organizzano diverse iniziative e campagne di informazione. IO NON SCLERO ne è un esempio (www.iononsclero.it). La campagna, giunta alla sua terza edizione, è promossa dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda), con il patrocinio della Società Italiana di Neurologia e in collaborazione con Biogen. L’Osservatorio nazionale sulla salute della donna (Onda), studia le principali patologie che colpiscono l’universo femminile e opera su tre fronti, il primo, rappresentato dall’attività di advocacy che influenza i policymaker e le agende legislative attraverso la presentazione di

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