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Relazione gruppo empowerment Psicologia di Comunità

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Relazione gruppo empowerment Psicologia di Comunità

  1. 1. Università Telematica Internazionale Uninettuno Psicologia di Comunità Erogazione febbraio-marzo 2014 Empowerment per i genitori Gruppo di lavoro: Claudio Caparesi, Egidia Martino, Maria Mosconi, Giuseppe Parisi, Giuseppe Prisco, Mara Scarpa, Anna Tava (coordinatrice) 1
  2. 2. Indice 2
  3. 3. Lavoro di gruppo Il Gruppo ha lavorato in sinergia sul contenuto e sui materiali teorici presenti nell'articolo "Gruppo empowerment per i genitori", di Anna Putton, che presenta una ricerca rivolta ai genitori svoltasi a Pesaro, evidenziando le teorie della Psicologia di comunità che hanno sostenuto le attività, le metodologie adottate e risultati ottenuti. Il testo pone in presessa i cambiamenti epocali avvenuti nella società, in particolare nell'ambito della famiglia, quindi si sofferma sulla metodologia dell'educazione socioaffettiva, spiega l'approccio empowerment nel lavoro di gruppo con i genitori, quindi presneta l'esperienza svolta a Pesaro in tutte le componenti operative e nei risultati. Il Gruppo di lavoro ha analizzato tutti i punti trattati e ha approfondito alcuni elementi teorici emetodologici. In allegato si è scelto di accennare anche ad altre esperienze interessanti, svoltesi sul territorio nazionale, che mostrano similitudini con la ricerca dell'articolo. Ciò a dimostrazione di come il lavoro intorno all'articolo ha smosso la curiosità verso queste iniziative in campo sociale. La famiglia oggi di Giuseppe Parisi Se chiedessi a mio nonno, una sua definizione in merito alla "famiglia oggi", sono certo che la sua risposta sarebbe: "quale famiglia?" La rivoluzione strutturale, che ha investito la società moderna, trasformandola radicalmente, ha avuto ripercussioni palesi in vari ambiti, primo fra tutti quello familiare. Essendo la famiglia il cardine, e la cellula primaria, su cui ogni società si fonda, è inevitabile che, qualunque evoluzione morfologica della società stessa, abbia inizio proprio nelle regole e nella struttura stessa della famiglia. Il cambiamento è stato determinato dalla rivoluzione industriale prima e da quella digitale poi; dal sempre minor peso della Chiesa e delle norme morali da essa imposte; e non ultime dalle forti crisi economiche, morali e sociali, che hanno avuto ripercussioni marcate e profonde, sul volto delle famiglie moderne, sulla loro forma, la loro dimensione, solidità, e in un certo senso, persino sul significato stesso di tale istituzione. La famiglia tradizionele era un monolite solido e inalterabile, un punto fermo, con regole tramandate negli anni, e accettate tacitamente da ogni componente, come assiomi indiscussi e indiscutibili. Oggi le famiglie sono dinamiche, multiformi, rispecchiano il melting pot moderno, sia sul piano culturale, che su quello etnico, e ciò rende difficile definire la famiglia come un concetto univoco, e facilmente contestualizzabile. Il ruolo della donna è variato in modo radicale, essa ha assunto, finalmente, una posizione importante nel mondo del lavoro, acquisendo sempre maggior indipendenza, ma questo ha inevitabilmente modificato anche la sua dimensione di madre e moglie, con conseguenti problematiche quotidiane legate appunto al menage intrafamiliare, ed alla educazione e crescita dei figli. Una fotografia che raffigura il cambiamento radicale della base della società del nostro Paese, è quella fatta dall’ISTAT 2010; secondo i rilevamenti infatti, l’istituto familiare, è sempre più in crisi: continua il trend di crescita di separazioni e divorzi (30% dei matrimoni), in gran parte consensuali (85,5%). In media, un matrimonio dura 15 anni. Per ogni 1000 matrimoni nel 1995 vi erano 158 separazioni e 80 i divorzi, nel 2010 ci sono state 307 separazioni e 182 divorzi. 3
  4. 4. L'assenza forzata di entrambi i genitori per via degli impegni lavorativi, o, appunto, per separazione o divorzi, fa entrare in campo i nonni, anch'essi assai diversi dallo stereotipo tradizionale, che li voleva anziani e dipendenti. Oggi i nonni sono giovani e autonomi, e spesso pretendono un ruolo attivo sull'educazione dei nipoti, attuando pericolose ingerenze, con ripercussioni importanti sui ruoli comiugali nelle giovani famiglie. Inoltre, a causa dell'innalzamento dell'età pensionabile, spesso i nonni sono ancora al lavoro e quindi non disponibili per l'accudimento anche parziale dei nipoti. La richiesta sale quindi rispetto ai servizi sociali (nidi, doposcuola, ecc.), mancanti in molte zone. Sotto il profilo demografico, l'Italia si conferma uno dei paesi con il più basso tasso di natalità al mondo; nel 2012 il numero medio di nascite per donna è stimato a 1,42, in calo rispetto all'1,46 del 2010, dunque sempre più figli unici. Nell'articolo in disamina si cita il prof. Pietropolli Charmet1, egli postula che le famiglie hanno smepre più uno stile educativo di tipo affettivo e sempre meno normativo, sempre meno cioè legate all'interiorizzazione di regole e norme di adeguamento al contesto sociale; i genitori ritengono oggi che il loro compito primario sia quello di offrire sicurezza e protezione ai figli, di renderli felici, e di collaborare nella loro realizzazione. Le famiglie moderne tendono inoltre ad allontanarsi dal contesto di comunità, rifugiandosi nelle proprie case, rifuggendo rapporti con vicini di casa, o comunque con altre famiglie del quartiere, vivendo il mondo esterno come preoccupante, quasi come un pericolo latente. Per ovviare a tali rischiosi convincimenti, che determinano comportamenti di chiusura e conseguenti maggiori difficoltà nella crescita dei figli, e con i figli, si debbono attuare strategie legate all'empowerment, o all'educazione socio-affettiva, che favoriscano un processo di crescita, e di autopotenziamento dei genitori, e favoriscano la costituzione di una rete informale di sostegno tra varie famiglie. Il costrutto di empowerment di Maria Mosconi La parola empowerment deriva dal verbo to empower, che significa “favorire l’acquisizione di potere, rendere in grado di”. Difficile dare una definizione univoca del concetto di empowerment. Julien Rappaport (1981) per primo lo descrive come un processo che permette a individui, gruppi e comunità di accrescere le capacità di controllare attivamente la propria vita. Altri autori aggiungeranno poi la consapevolezza critica, l’azione collettiva, la mobilitazione di risorse. Il controllo si riferisce alla capacità di influenzare processi decisionali; la consapevolezza critica si riferisce alla comprensione critica del contesto socio-politico e delle strutture di potere; l’azione collettiva fa riferimento ai processi di partecipazione che mobilitano risorse per il raggiungimento di obiettivi condivisi e desiderabili. Secondo Mark A.Zimmerman2 (1999) il costrutto di empowerment va considerato in 1 Nel 1985, assieme con altri, ho fondato l’Istituto Minotauro, che comprende anche un consultorio gratuito. L'Istituto aveva l’obiettivo di verificare l’utilità del modello del Codici Affettivi nella analisi delle istituzioni, nell’educazione alla pace e nelle pratiche psicoterapeutiche rivolte ad adolescenti in crisi. Da circa venticinque anni è presidente del CAF Onlus Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia in Crisi. È Direttore scientifico della collana “Adolescenza, educazione, affetti”, dell’editore Franco Angeli Editore, e di diversi libri. 2 Professore presso il Center for Human Growth and Development – University of Michigan. 4
  5. 5. una variabile continua e non dicotomica che quindi può presentarsi a diversi livelli quantitativi: 1. si articola, su più livelli: individuale, di gruppo, organizzativo e di comunità; 2. possiede una costruzione evolutiva non necessariamente lineare, vale a dire che un soggetto può sperimentare espansioni o regressioni del suo livello di empowerment; 3. si connota in relazione al contesto e alla popolazione, ossia assume forme diverse per persone diverse (età, fascia sociale, bisogni ecc. ) in contesti diversi (differenze culturali, confini nazionali). Altra definizione accreditata e quella di Kieffer (1982) che ha definito l’empowement in termini di acquisizioni individuali che riguardano il raggiungimento di abilità politiche, di competenze ed informazioni. È “potente” (empowered) chi è in grado di controllare la propria vita e, partecipando attivamente ad associazioni e organizzazioni, acquisisce potere (diventa più powerful) aumentando il proprio grado di consapevolezza politica e l’autopercezione della propria competenza. Kiefer identifica i seguenti requisiti per realizzare l’empowerment: - lo sviluppo di un maggiore senso di sé in rapporto con il mondo (sense of self) che promuove il coinvolgimento sociale attivo; - la costruzione di una comprensione più critica delle forze politiche e sociali che impattano il proprio mondo quotidiano; - l’abilità di sviluppare strategie di azione (essere un soggetto attivo) e di coltivare e utilizzare le risorse per raggiungere i propri scopi - la capacità di agire in modo efficace in collaborazione con altri per definire e raggiungere scopi collettivi. Tra gli autori italiani che si sono occupati di empowerment, ricordiamo Buscaglioni (1994) che lega il concetto a quello di “possibilità”, ovvero l’insieme delle scelte disponibili per un soggetto (livello di empowerment) e “aumento di possibilità”, ovvero l’incremento delle opportunità di scelta dell’individuo (il processo di aumento dell’empowerment). In particolare, il concetto di empowerment psicologico può essere visto come un costrutto complesso, derivante dall’integrazione di varie dimensioni, che appartengono ad almeno tre ambiti diversi: - di personalità (ad esempio l’attribuzione a sé dei risultati delle proprie azioni, internal locus of control); - cognitivi (ad esempio la percezione di autoefficacia, cioè il sentirsi capace di scegliere e di attuare i comportamenti più adeguati per affrontare una data situazione); - motivazionali (ad esempio, il desiderio di partecipare all’azione e alla gestione dei fattori in gioco). Le diverse dimensioni possono essere ricondotte a due fattori principali: un “protagonismo”interno positivo (la persona si sente protagonista dal proprio interno in quanto ha acquisito un senso di padronanza sulla propria vita) e una “fiducia” esterna, negli altri. La maggior parte degli autori evidenzia dunque la multidimensionalità di tale costrutto, distinguendo un empowerment psicologico-individuale, relativo alla persona nel suo rapporto con gli oggetti esterni (passività/pro attività, locus of control interno/esterno, ecc.) un empowerment organizzativo, relativo alle variabili organizzative (strutturali e relazionali), in grado di promuovere coinvolgimento negli attori che vi partecipano e un empowerment sociale e di comunità in cui vengono chiamate in causa variabili sociopolitiche. Zimmerman (1990) parla di empowerment psicologico come prodotto del processo che porta dalla learned helplessness (passività appresa, senso di sfiducia e sconforto nell’affrontare e risolvere i problemi) alla learned hopefulness (acquisizione e utilizzo 5
  6. 6. di abilità di problem solving e conseguimento del controllo percepito) attraverso il raggiungimento della fiducia nelle proprie capacità derivante dal dominio degli eventi, ottenuto tramite la partecipazione e l’impegno nella comunità. Tale processo di empowerment avviene attraverso tre momenti; 1. processi di attribuzione di cause 2. processi di valutazione 3. processi di prefigurazione. L'educazione socioaffettiva e i gruppi di empowerment genitoriale di Mara Scarpa L’articolo presenta il tema dell’educazione socioaffettiva come una metodologia, sperimentata nella scuola, mirata alla formazione dei genitori e degli insegnanti. Gli obiettivi e il metodo utilizzati nascono della teoria dell’empowerment e, più in generale, dall’attenzione propria della psicologia di comunità: promuovere la consapevolezza delle risorse personali e, a partire da queste, sviluppare nuove competenze relazionali, comunicative e sociali per migliorare il rapporto adulti-giovani, considerando i soggetti coinvolti nel loro ambiente di vita; incrementare il sostegno sociale basato sulla solidarietà, in particolare nella promozione di gruppi di mutuoaiuto. I riferimenti teorici da cui nasce questa metodologia sono la già citata Psicologia di comunità e la Psicologia umanistica (nata in America nel 1962). I due approcci hanno, infatti, alcuni aspetti in comune che hanno contribuito a porre le basi per il successo di queste esperienze: concepire ciascuna persona come dotata di potenzialità che, se ben sviluppate, la portano a essere il meglio di ciò che può essere, così come il valore attribuito al processo esperienziale e al gruppo come contesto di apprendimento. Tra gli obiettivi citati della psicologia umanistica trovo di particolare rilievo, per l’educazione socio affettiva, l’importanza data allo studio di qualità tipicamente umane (scelta creatività, valutazione e autorealizzazione) e la scelta delle tematiche da studiare in base al “senso” che hanno per la persona. L’articolo accenna, in seguito, a numerose iniziative, nate dal progetto dell’educazione socio affettiva, sperimentate in diverse città italiane. La «Scala di empowerment» (Zimmerman e Rappaport - 1988), usata per verificare in particolare le ricerche di Francescato, Putton, De Gennaro, Cenni (1999) e Borghi (1998), ha mostrato l’efficacia del metodo in entrambe le ricerche, in particolare nell’aumento dell’autoefficacia personale dei genitori; egualmente positivi sono stati i risultati a livello scolastico nella sperimentazione svolta in una città delle Marche. Il metodo dell’educazione socioaffettiva viene poi presentato come particolarmente indicato nel lavoro di gruppo con i genitori. Anche in questo caso, vengono ricordati obiettivi e metodologie centrali, basate sull’approccio dell’empowerment: accompagnare i genitori a crescere nella consapevolezza delle risorse personali come base su cui migliorare le proprie capacità relazionali e educative; scoprire e sperimentare queste risorse in gruppo, sperimentando così l’accoglienza e, contemporaneamente, la propria capacità di aiuto; privilegiare il sentire rispetto al fare. La presentazione dei gruppi genitoriali termina con la sottolineatura della caratteristica propria dei gruppi citati, che hanno adottato le metodologie classiche della psicologia di comuità (presentate qui di seguito), cioè l’essere di auto-mutuo-empowerment e non di auto-mutuo-aiuto. Le differenze indicate specificano elementi preziosi per 6
  7. 7. coglierne l’identità. I gruppi di auto-mutuo-aiuto non prevedono ruoli tecnici e gerarchie interne se non il ruolo dell’helper ma, soprattutto, questi gruppi hanno sì come obiettivo l’empowerment ma partono da una situazione di disagio, di impotenza e di emarginazione (l’alcolismo, per esempio). I gruppi genitoriali cui si fa qui riferimento, invece, sono avviati da professionisti e, quanto al punto di partenza e agli obiettivi, essi partono da un comune stato di vita dal quale non si desidera uscire ma che anzi si intende migliorare attraverso la conoscenza, la responsabilità e la valorizzazione delle risorse personali. Gli strumenti di ricerca adottati di Mara Scarpa Una delle metodologie più efficaci per l’approccio all’empowerment genitoriale è il metodo che fa riferimento all’educazione socioaffettiva, particolarmente indicata nei lavori di gruppo, in cui i gruppi sono finalizzati all’ampiamento di potenzialità personali e all’accrescimento delle competenze. L’obiettivo generale è nello stimolare ad acquisire conoscenza e consapevolezza delle emozioni proprie e degli altri, insieme alla valorizzazione delle proprie risorse di gestione della comunicazione interpersonale e di autentici rapporti interpersonali. Tale approccio consente un pieno sviluppo della capacità di apprendimento non solo cognitivo, di risoluzione di problemi, di capacità di compiere scelte adeguate e di essere protagonista del proprio percorso di vita, ma anche di apprendimento emotivo che consenta all'individuo di realizzarsi pienamente. Tale obiettivo generale è raggiungibile attraverso una serie di obiettivi specifici, tra i quali troviamo:  saper conoscere e riconoscere le emozioni;  essere capaci di assumere la prospettiva e il ruolo di un altro;  rispettare l’ambiente dove si opera;  sviluppare consapevolezza relativamente ai comportamenti utili alla tutela e allo sviluppo della salute mentale e fisica;  sviluppare la capacità di scelte autonome e responsabili;  avere un atteggiamento positivo nei confronti della sessualità;  giungere alla consapevolezza dei vari aspetti dell’affettività nell’adolescenza  comprendere che le problematiche vissute da ciascuno sono tipiche dell’età adolescenziale e non esclusivamente individuali;  Indurre una riflessione sull’identità di genere e sessuale in un contesto relazionale affettivo e sociale di reciproco rispetto ;  Stimolare il pensiero critico riguardo al ruolo dei mass-media nell’utilizzo dei messaggi pubblicitari attraverso l’uso del corpo, di un corpo perfetto, e dei richiami a sfondo sessuale offerti e quanto questi spesso inducano alla ricerca di un’identità “immaginaria” ostacolando la ricerca soggettiva di una propria ed “autentica” identità. Gli strumenti citati nell'articolo per queste iniziative sono il «Tempo del cerchio» per condivisione di emozioni ed esperienze, il «Role Playing» per migliorare la comunicazione e l’accompagnamento dei figli particolarmente sul piano affettivo e anche brevi lezioni tematiche svolte da un esperto, che mettono a fuoco tematiche di età evolutiva. Nello studio delle lezioni di psicologia di comunità sono stati presentati altri metodi efficaci sia in ambito scolastico, sopra tematizzato, sia nell’ambito dei percorsi con genitori:  il metodo Gordon, finalizzato a migliorare la comunicazione come ambito privilegiato per risolvere conflitti interpersonali. 7
  8. 8.   l’ascolto attivo, per migliorare la comunicazione empatica. Il Circle Time, che aiuta a sperimentarsi in dinamiche di gruppo, promuovendo anche comportamenti di mutuo aiuto e di sostegno reciproco. La tecnica del Circle Time di Claudio Carapesi Il circle time è una delle metodologie più efficaci nell'educazione socio-affettiva: nel “tempo del cerchio” i partecipanti condividono esperienze, ansie, emozioni, una sorta di gioco di ruolo (role playing) con cui apprendono a comunicare. Il partecipante acquisisce consapevolezza di sé, sviluppa atteggiamenti interpersonali positivi e competenze sociali quali la capacità di ascolto attivo, di empatia, di cooperazione. Il circle time infatti:  fa esprimere tutti  favorisce la conoscenza di sé  facilita la comunicazione interpersonale  facilita la libera espressione dei sentimenti e dei vissuti personali  favorisce la conoscenza e il confronto delle idee e delle opinioni. La modalità di comunicazione circolare, oltre a creare un clima di maggiore serenità e fiducia, potenzia enormemente il coinvolgimento e la partecipazione in tutte le attività. La disposizione in cerchio facilita la conoscenza e la comunicazione nella fase dell'accoglienza, ma anche nella formazione dei gruppi di lavoro o all'inizio di una qualunque attività collettiva. La distribuzione paritaria dello spazio fisico e la rigorosa rotazione degli interventi producono quasi subito nei partecipanti un senso di complicità positiva all'interno del gruppo; il cerchio viene percepito come un contenitore solido che sviluppa e potenzia reti di sostegno. I partecipanti ben presto mostrano di preferire questa modalità di lavoro perché la trovano non solo più rilassante, ma più produttiva e favorevole all'apprendimento. La discussione, il confronto, la progettazione, ma anche il gioco didattico e le attività manuali risultano più coinvolgenti ed efficaci se sostenuti dalla cooperazione che la circolarità produce. I partecipanti sono disposti in cerchio, preferibilmente con le sole sedie. Se qualcuno manifesta il desiderio di non partecipare alla discussione gli si chiede comunque di restare all'interno del cerchio.Può essere utile adottare un rituale di inizio (un minuto di silenzio, un esercizio respiratorio, tenersi per mano silenziosamente, o qualunque altro gesto proposto dai partecipanti stessi) che ha la funzione di rilassare e sottolineare, al tempo stesso, l'inizio dell'attività. Nessuno è obbligato a parlare, ma il conduttore chiede nuovamente a ciascuno di intervenire, ogni volta che si ripresenta il suo turno. La successione degli interventi secondo l'ordine del cerchio va rigorosamente rispettata; la durata dell'intervento è libera, ma è cura del conduttore arginare con garbo gli atteggiamenti di protagonismo o sopraffazione. Ognuno ascolta con attenzione gli interventi: è fondamentale promuovere l'ascolto dell'altro. Il conduttore del circle time ha il ruolo di coordinare il dibattito facilitando la comunicazione, facendo rispettare l'ordine degli interventi, richiamando l'attenzione del gruppo sul compito ogni volta che ci si allontana dal tema in discussione. Ma il conduttore del circle time deve soprattutto non essere direttivo, non esprimere giudizi di valore, consenso o dissenso in merito al contenuto degli interventi, non avere il ruolo dell'interlocutore privilegiato che pone domande o fornisce risposte. 8
  9. 9. L'esperienza di Pesaro - Obiettivi e motivazioni di Giuseppe Prisco Una “rete territoriale” composta dal Comune di Pesaro, da comuni limitrofi dal provveditorato agli studi e dal privato sociale 3 ha fondato un Tavolo tecnico per l’impostazione di un progetto di sostegno alla genitorialità. Il Tavolo ha privilegiato un approccio “dal basso” in cui ogni nodo della rete proponesse persone interessate all’attuazione. Si è scelta una modalità non tradizionale, mediante la formazione di facilitatori che, dopo un opportuno training, avrebbero dovuto condurre i gruppi di lavoro. L’obiettivo era quello di favorire la costituzione di gruppi di auto-mutuo empowerment condotti autonomamente da genitori motivati. Svolgimento Le persone, proposte dai componenti del Tavolo di lavoro, hanno seguito un corso di formazione di 120 ore, che ha portato alla individuazione di 18 facilitatori. Sono quindi partiti 18 gruppi il primo anno e altrettanti negli anni successivi, durante i quali alcuni altri genitori hanno richiesto l’accesso al training come facilitatore. La formazione era finalizzata a produrre trasformazioni e cambiamenti a diversi livelli, e ha avuto come primo obiettivo quello di costruire un “gruppo”, che condividesse sia la padronanza della educazione socio affettiva che un linguaggio e un sentire comune. Ogni facilitatore innanzi tutto ha dovuto lavorare sul suo self empowerment, poiché solo la consapevolezza delle proprie risorse e potenzialità permette di promuovere negli altri il processo di riconoscimento delle proprie. Questa attività di consolidamento dell’autostima, di riflessione sul proprio modo di essere e di acquisizione di tecniche di problem solving e presa di decisione è stata oggetto di supervisione, operata con incontri periodici durante i quali si sono valutate le attività in itinere. Contemporaneamente, è stato fatto un intervento sul Tavolo Tecnico, finalizzato a potenziare le competenze necessarie al buon funzionamento delle reti e organizzazioni intergruppo, in particolare affrontando le quattro dimensioni che favoriscono le interazioni cooperative secondo Besson: consenso e accordo sul campo d’azione, consenso ideologico, valutazione positiva e coordinamento operativo. A partire dal terzo anno si sono introdotti nuovi temi su input dei genitori stessi, in particolare tematiche relative alla coppia e alla paternità. Risultati L'intervento è stato oggetto di una ricerca per la valutazione dei risultati, che ha avuto questa impostazione: • è stato costituito un gruppo di genitori esposti all’intervento, e un gruppo di controllo; • ai genitori è stata somministrata una batteria di test. I risultati delineano una generale efficacia dell’educazione socioaffettiva nel cambiamento di una serie di dimensioni associare alla genitorialità. In particolare, essa aumenta la capacità di scambiarsi messaggi chiari, di fornire sostegno e di provare empatia, mentre diminuisce la comunicazione negativa. L’empowerment genitoriale cresce almeno dal punto di vista dell’aumento della percezione dell’autoefficacia, e contemporaneamente nella percezione di essere personalmente responsabili di ciò che accade. Una delle caratteristiche di questa esperienza, per la modalità con cui è stata condotta, è l’aver favorito l’emergere delle competenze già presenti nelle persone, in un percorso che privilegia l’ autonomia e la consapevolezza. 3 non viene esplicitato nell'articolo chi fossero tali soggetti privati. 9
  10. 10. La formazione dei facilitatori e degli helper di Egidia Martino Con il termine formazione si intende un processo complesso che comporta un coinvolgimento totale dell'individuo. Il primo obiettivo dei facilitatori della ricerca è stato quello di costituire un gruppo i cui membri fossero uniti da fiducia, collaborazione, interdipedenza e soprattutto elaborazione un sapere condiviso. Si è prestata attenzione sul self empowerment dei facilitatori in quanto se non si è consapevoli delle proprie capacità non si può pensare di promuovere negli altri il processo di riconoscimento delle potenzialità personali, mettendo in pratica una serie di esercitaizoni, attività basate sul consolidamento di una buona autostima. Approfondendo gli studi su questo argomento, mi sono imbattuta in notizie interessanti rispetto a tale figura: “Il facilitatore visto come un antidoto al comportamento negativo” (dal web di Pino De Sario) in cui si dichaira che la qualità migliore un facilitatore è quella di saper accogliere e gestire la negatività. Come gli enzimi in biologia aiutano le cellule, così i Facilitatori (neutrali) guidano il dialogo nei gruppi, la maturazione attraverso una continua attenzione per sviluppare azioni appropriate.” A fornire una definizione convincente di Facilitatore, sono alcuni ambienti della psicologia sociale italiana (Orletti, 1983) che prevede la presenza di una regia nell’interazione: “(...) la gestione della conversazione è assunta da un partecipante che funge da regista o da leader degli scambi… per la gestione di due meccanismi: quello dell’attribuzione del turno e quello dell’organizzazione tematica”. Il facilitatore è pertanto colui che fa ordine nel caos, infatti non bisogna sottovalutare la confusione, la ridondanza e il disordine di alcune situazioni professionali (i progetti, le azioni, le riunioni) anche perché spesso sono molte le persone a metterci mano. Una grande soddisfazione è quella di vedere un gruppo che all’inizio comincia l’incontro con atteggiamento guardingo, pensando sia la solita riunione in cui è richiesto un atteggiamento passivo, e che poi, grazie al modo di lavorare proposto dal facilitatore, si rende conto che può contare e si entusiasma per ciò che sta facendo condividendo un’ atmosfera positiva di lavoro tra i partecipanti a un workshop. La psicologia di Comunità individua nel Facilitatore “il vigile che dirige il traffico”, operativamente neutrale, che non entra nel merito dei contenuti in discussione con proprie proposte, ma si occupa della gestione della modalità del lavoro funzionale al raggiungimento degli obiettivi, garantendo la massima partecipazione. Nell'esperienza di Pesaro sono stati messi in pratica diversi interventi: quello sul territorio è iniziato con la creazione di 18 gruppi di genitori, la soddisfazione di questi genitori è stata notevole ciò è emerso da un questionario compilato a fine corso. Nel secondo anno si è pensato di verificare l'efficacia del metodo con risultati altrettanto positivi. Nei primi anni si era dimostrata l'esigenza di affrontare la paternità e le tematiche relative alla coppia, dal terzo anno sono emersi gruppi di primo livello con contenuti basati sulla genitorialità e gruppi di secondo livello con nuove tematiche, proprio da questi gruppi sono emersi gli helper per l'auto-mutuo-empowerment condotti in modo automatico da genitori motivati. Il training degli helper consiste nell'elaborazione della esperienza maturata nel gruppo, nello sviluppo di competenze, per arrivare ad una buona conduzione del gruppo e nell'ascolto. Il corso degli helper è basato sui seguenti obbiettivi: 1. conoscere la funzione degli helper; 2. saper condurre un gruppo; 3. saper comunicare in modo efficace. 10
  11. 11. La formazione di questi gruppi si è rivelata fruttuosa e rispondente alle esigenze dei genitori in quanto ha permesso loro di avere spazi per discutere conoscenze già acquisite e apprenderne nuove, soprattutto per condividere esperienze dando loro senso e significato attraverso un confronto diretto, il tutto con il supporto di un formatore-facilitatore. Frank Riessman4 ha elaborato il concetto di helper-teraphy, basato sull'ipotesi che chi aiuta riceve a sua volta un aiuto per questo ruolo attivo, l'helper accresce il senso di controllo, autostima e competenza, apporta riconoscimento e approvazione sociale permette di interiorizzare le strategie di cambiamento e consente di imparare ad osservare “a distanza” problemi simili ai propri. Per diventare un helper è necessario che esistano i seguenti criteri: 1. la persona deve volere diventare helper; 2. chi intende essere un helper deve essere in grado di parlare facilmente della sua esperienza; deve essere capace di “condividere” sia i suoi successi che i suoi fallimenti; 3. l’helper deve aver raggiunto un certo grado di adattamento rispetto al suo problema; 4. nel processo di aiuto, l’ helper deve basarsi sulla sua esperienza personale e non tanto su una sua precedente formazione o training; 5. l’ helper deve avere una certa disponibilità di tempo, ad esempio mezza giornata o una sera alla settimana e deve essere una persona che sa prestare attenzione; 6. l’empatia, la capacità di ascolto e la capacità di apprendere dalla persona che viene aiutata sono caratteristiche fondamentali che un helper deve possedere. 4 Frank Riessman ha descritto il modello "Teoria Helper" o "La terapia di supporto" per la prima nel 1965 nell'articolo "The helper therapy principle" su "Social Work" n.10, dove ha spiegato l'effetto terapeutico sia per le persone aiutate che per quelle aiutanti. Nel processo di aiutare un altro membro, l'assistente guadagna un maggiore senso di auto-efficacia rendendo il rapporto reciprocamente vantaggioso. 11
  12. 12. ALLEGATO Contributi: ricerche similari all'esperienza presentata nell'articolo Esperienza di Bologna di Mara Scarpa A Bologna sono numerose le iniziative che rispecchiano gli elementi propri dell’empowerment in intereventi sociali. In particolare vorrei citare le iniziative promosse dall’Associazione Rivivere, che offre supporto gratuito alle famiglie per i casi di lutto. Il presidente, il professor Francesco Campione 5 – tanatologo di fama internazionale – promuove corsi di Alta formazione, a cui ho avuto il piacere di partecipare, che offrono una preparazione specifica per l’aiuto psicologico nei casi di trauma o lutto traumatico, separazione, perdita del lavoro e ogni piccolo e grande lutto che può colpire la persona. Al corso vengono formati psicologi di tutta Italia. Lo scorso anno il prof. Campione ha pubblicato un testo di particolare rilievo per gli argomenti che stiamo approfondendo nel nostro gruppo di lavoro: "La domanda che vola. Educare i bambini alla morte e al lutto". Da questo testo stanno nascendo, infatti, progetti rivolti a genitori e insegnanti che ben si configurano come iniziative di empowerment: con la guida del professor Campione i genitori sono sollecitati ad esprimere esperienze, domande e difficoltà personali sul tema, e vengono poi guidati a trovare, all’interno e nel totale rispetto dei personali orizzonti sociali, culturali e religiosi, nuove e serene modalità relazionali per affrontare con i propri figli un tema così delicato ed emotivamente coinvolgente. Esperienza di Trento di Anna Tava A Trento nel 2013 si è costituito un Tavolodi lavoro per un ripensamento dei servizi rivolti alla famiglia di un quartiere della citta. Sono stati coinvolti diversi soggetti, delle istituzioni ai privati. Molto forte è stata la volontà di far parlare i genitori, valorizzando le loro idee e accrescendo il loro empowerment per uan aprtecipazione attiva alle scelte future dell'amministarzione comunale. Trenta genitori, venti insegannti, due coordiantori pedagogici, sono stati coinvolti in focus group con un facilitatore professionista. Sono stati sentiti anche i bambini attraverso il metodo del circle times e della "Philosophy for children" con due operatori specificamente formati in essa. La Philosophy for children è una delle più significative esperienze pedagogiche contemporanee. Iniziata negli anni '70 da Matthew Lipman 6, dell'Institute for the Advancement of Philosophy for Children (IAPC), ha avuto ampio seguito e diffusione dapprima negli Stati Uniti e poi nel mondo con l'istituzione di numerosi centri e una 5 Insegna Psicologia Clinica e Psicodiagnostica alla Facoltà di Medicina dell’Università di Bologna. È direttore del Master Universitario in “Tanatologia e Psicologia delle situazioni di crisi” e del Corso di Alta Formazione nell’assistenza psicologica di base al lutto traumatico e naturale. Ha fondato e dirige la Rivista Italiana di Tanatologia (ZETA). Dirige la collana di Tanatologia, Psicologia delle situazioni di crisi e Bioetica presso l’editore Clueb, Bologna, e la collana “Lutto e Scienze Umane” presso l’editore Armando, Roma. 6 Matthew Lipman (1922-2010, New Jersey ), è riconosciuto come il fondatore della Philosophy for Children. La sua decisione di portare la filosofia ai giovani veniva dalla sua esperienza come professore alla Columbia University , dove ha assistito capacità di ragionamento sottosviluppati nei suoi studenti. La convinzione che i bambini possiedono la capacità di pensare in modo astratto dalla più tenera età lo ha portato alla convinzione che portando precocemente la logica nell'educazione dei bambini li avrebbe aiutati a migliorare le loro capacità di ragionamento. 12
  13. 13. consolidata sperimentazione. La Philosophy for children è un progetto educativo centrato sulla pratica del condividere pensieri in una "comunità di ricerca". Si sviluppa in un setting di cui è responsabile un facilitatore che si avvale anche di specifici materiali didattici: una serie di racconti in forma dialogica in cui i protagonisti (bambini, adolescenti, adulti, animali) dialogano su problemi e questioni di natura filosofica, come il valore della vita, il pensiero, il rapporto mente-corpo, la verità, la giustizia, facendo emergere elementi relativi alla loro esperienza. Ci sono inoltre materiali per approfondimenti con piani di discussione, esercizi, attività stimolo. Una documentazione del percorso del Tavolo di lavoro e dei risultati ottenuti a Trento è stata composta dall'Ufficio Infanzia - Servizio Istruzione della Provincia di Trento. Da inserire dati su documentazione Un'esperienza di empowerment in ambito sanitario di Egidia Martino Un tipo di empowerment organizzativo, denominato progetto “Accoglienza nell'emergenza”, è stato attuato nel Pronto Soccorso dell'ospedale di Piacenza. Un gruppo di cittadini ha ideato un progetto di accoglienza nell'area di primo intervento, la cui missione consisteva nel fare da “ponte” tra chi era in attesa per essere curato o stava aspettando un parente e chi si occupava dell'assistenza. Gli obiettivi principali sono stati:  facilitare l'accesso ai codici bianchi e verdi;  creare un tramite tra pazienti e famigliari, pazienti e personale, famigliari e personale;  informare i pazienti sul significato del codice assegnato, i motivi e i tempi di attesa;  assicurare una presenza ai pazienti in attesa di cura aiutandoli nella necessità. I cittadini coinvolti spontaneamente hanno costituito un'associazione di volontariato denominata: G.A.P.S. (Gruppo Accoglienza Pronto Soccorso), in collaborazione con il Comitato consultativo misto all'Azienda USL hanno organizzato i corsi di formazione per volontari. 13
  14. 14. Bibliografia Per un cenno alle prime teorie sull’affettività e la centralità delle relazioni nello sviluppo R. BOWLBY, Attaccamento e perdita, voll. 1-3, Bollati Boringhieri, Torino 1999-2000. L.S. VYGOTSKIJ, Psicologia e pedagogia, con Aleksandr Romanovič Lurija e Aleksej Nikolaevic Leontʼev, Roma, Editori Riuniti, 1969. Sulla psicologia umanistica e le tecniche citate MASLOW A.H., Motivazione e personalità, Armando 1992. – Verso una psicologia dell’essere, Astrolabio Ubaldini 1971. GORDON, T. Relazioni efficaci. Come costruirle, come non pregiudicarle, La Meridiana 2005. – Genitori efficaci. Educare figli responsabili, La Meridiana 2007. – Insegnanti efficaci. Il metodo Gordon; pratiche educative per insegnanti genitori e studenti, Giunti 1991. ROGERS C.R., I gruppi di incontro, Astrolabio 1976. – La terapia centrata sul cliente, La Meridiana, Molfetta 2007. MAY, R. Psicologia esistenziale Astrolabio Ubaldini 1970. Sull’educazione affettiva in psicologia di comunità GIORGILLI F., SPALTRO M.A, Il gruppo come strumento d'intervento nella psicologia di comunità, in «Realtà e Prospettive», ASPIC 1994. FRANCESCATO D., PUTTON A., CUDINI S., Star bene insieme a scuola. Strategie per un’educazione socio-affettiva dalla materna alla media inferiore, Carrocci 2001. FRANCESCATO D., PUTTON A., Stare meglio insieme. Oltre l’individualismo: imparare a crescere e a collaborare con gli altri, Mondadori 1995. PUTTON A., Empowerment e scuola, Carocci 1999. FRANCESCATO D., TOMAI M., GHIRELLI G. Fondamenti di psicologia di comunità. Principi, strumenti e ambiti di applicazione, Carocci 2013. PUTTON A. MOLINARI A., Manuale di Empowerment per i genitori. Preparare i figli ad affrontare la vita, Maggioli Editore 2011. Siti consultati Il libro "Manuale di empowerment con i genitori" di A. Putton e A. Molinari http://books.google.it/books? id=4Sp70xw6uPkC&pg=PA39&lpg=PA39&dq=empowerment+genitori&source=bl&ots =CRdMw8SY58&sig=YYzlfXxL6VepVEyrUDeY5jOu14Y&hl=it&sa=X&ei=jo0PU9VMOmBywOziILIDw&ved=0CHAQ6AEwCQ#v=onepage&q=empowerment %20genitori&f=false L'educazione socioaffettiva http://www.artcounseling.it/bambini/socio_affettiva.html Il Circle time http/www.earth-nlp.com/pubblicazioni/articoli/scuola/un-metodo-per-la-risoluzionedei-conflitti-il-circle-time/ http://resilienza.wikispaces.com/Circle+time Iniziative di empowerment http://www.agenas.it/agenas_pdf/Scheda_rilevazione_Empowerment.pdf 14
  15. 15. Mediazione empowerment familiare http://www.crescita-personale.it/genitori-figli/2098/mediazione-empowermentfamiliare/2800/a Le narrazioni come metodo di indagine sociologica http://www.magma.analisiqualitativa.com/1001/articolo_16.htm Il metodo Philosophy for children http://win.filosofare.org/p4c/checose.htm Esperienze di empowerment sociale Iniziativa al Pronto Soccorso: http://www.clinicacrisi.it/ass_rivivere_iniziative_progetto.asp Educare alla morte e al lutto: http://www.clinicacrisi.it/ass_rivivere_iniziative_progetto.asp http://www.dehoniane.it/edb/cat_dettaglio.php/Domanda-che-vola-La-/?ISBN=80942 Immagine usata tratta da: http://www.retisacireale.it/wpcontent/uploads/2012/04/corso-genitori.png 15
  16. 16. Valutazione del lavoro di gruppo Composizione del gruppo: 7 perosne, alcuni erano conoscenti per precedenti contatti nel web, altri non conosciuti; un sogetto del gruppo non ha partecipato. Operatività: durante una chat si sono suddivisi i compiti senza problema, qualche dubbio è stato risolto nei giorni seguenti, gli assenti sono stati immediatamente informati e hanno subito accolto le proposte avanzate. Atteggiamento: fin dai primi approcci è stato molto partecipativo; ottima l'aggregazione dei nuovi membri stabilitasi durante la prima chat. I materiali sono stati consegnati nei tempi stabiliti e secondo gli accordi presi. L'impressione percepita è stata quella di una comune comprensione delle modalità che il lavoro di gruppo implica, la capacità di mantenere l'obiettivo e la disponibilità a rimodularsi rispetto alle variabili in corso d'opera. Comunicazioni: sono stati adottati diversi strumenti in internet in modo da facilitare tutti e procedere uniti verso l'obiettivo (chat, forum e posta dell'università, chat e post sul gruppo Facebook, Skype, mail personali). Tempi: sono stati rispettati per le consegne, spesso anticipati. Limiti: era nelle volontà del gruppo dar forma ad una esposizione multipla, in diversi formati (PowerPoint, presentazione in web), ma ciò non è stato possibile, causa fattori temporali. Validità dell'esperienza: per l'intero gruppo è stato interessante fa parte per la prima volta di un team di lavoro che ha comunicato esclusivamente in situazione virtuale, avvicinandosi e amalgamendosi attraverso gli strumenti del web; ciò dimostra che i fini condivisi e il clima partecipativo favoriscono l'ampliamento delle potenzialità sia progettuali che operative. 16

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