Tecnologie di libertà

2,105 views

Published on

“Tecnologie di libertà” è una frase colta nel testo di Manuel Castells “Comunicazione e potere” e sono intese quale “base materiale e culturale dei movimenti nella loro battaglia contro la globalizzazione capitalista” e contro il conseguente allontanamento dei luoghi decisionali in sedi sempre più distanti dalle istanze democratiche.

Partendo da questa affermazione, al fine di verificarne la veridicità, la presente tesi ha voluto dapprima sviluppare un approccio teorico che consentisse di raffrontare il pensiero di alcuni tra i più importanti studiosi delle ripercussioni del digitale sulla nostra società e, successivamente, verificarne la rispondenza nei sconvolgimenti politici che hanno caratterizzato l’anno 2011, appena trascorso.

Cercando di non cadere nel determinismo, ci si è resi conto che molte delle teorie di autori quali Bauman, Castells, John Friedmann, Hardt e Negri, Latouche, Mezza, Rheingold, Sassen, ed altri, potevano concorrere alla definizione di un unico quadro teorico nel quale il digitale, ed in particolar modo il web 2.0, stia effettivamente contribuendo alla creazione di un “uomo nuovo”: oggi, come nel Rinascimento, non ci si accontenta più di salire sulle spalle dei giganti del XIX-XX secolo, ma si pretende di essere parti attive nei processi sociali, economici e politici che ci coinvolgono.

Al di là dello scontato effetto di “amplificazione dell’informazione” che internet indubbiamente possiede, si sono evidenziati tre cambiamenti che stanno caratterizzando le persone che stanno mettendo in discussione gli attuali assetti del potere e ad ogni cambiamento è stata associato un preciso metodo di fruizione sociale del digitale:
· Disintermediazione: Presa di coscienza dei fallimenti del secolo breve; Acquisizione di nuovo senso di responsabilità;
· User generated content: Analisi e costruzione condivisa di una alternativa; è la produzione di “nuovo senso”;
· Adhocracy: L’azione, la tendenza a formare gruppi spontanei in rete, su obiettivi anche minimi, ma che nel corso del 2011 ha assunto caratteristiche molto più politiche.

Anche utilizzando il parallelismo tra i movimenti del Social Forum del 2001 e quelli del 2011, si è provveduto a vedere se quanto proposto teoricamente si sia poi effettivamente verificato nelle proteste delle primavere arabe, degli indignados, di Occupy wall street. Per farlo sono stati utilizzati i commenti che giornalisti, scrittori e blogger hanno prodotto per stampa e rete.

La conclusione della tesi è che le dinamiche con le quali i protesters del 2011 sono scesi nelle piazze del mondo arabo e occidentale non sono rintracciabili nelle manifestazioni di protesta degli anni precedenti, eccezion fatta per il primo periodo del social forum 2011, quello caratterizzato dallo “Spirito di Genova”: l’orizzontalità delle decisioni prese sia al momento della nascita che nella gestione dei movimenti rimanda ai tre momenti sopra descritti.

0 Comments
1 Like
Statistics
Notes
  • Be the first to comment

No Downloads
Views
Total views
2,105
On SlideShare
0
From Embeds
0
Number of Embeds
3
Actions
Shares
0
Downloads
14
Comments
0
Likes
1
Embeds 0
No embeds

No notes for slide

Tecnologie di libertà

  1. 1. Università degli Studi di PerugiaFacoltà di Lettere e Filosofia - Facoltà di Scienze politiche - Facoltà di Economia Corso di Laurea interfacoltà in Scienze della Comunicazione di Massa Elaborato Finale Tecnologie di libertà Technologies for freedom LAUREANDO RELATORE Giovanni Ferretti prof. Michele Mezza fwafe@tin.it Anno accademico 2010-2011
  2. 2. Sentivo una canzone, non era mia, né di nessuna. La trama così sottile che non vedevi la cucitura. Son brividi di ragnatela sul volto pallido della luna,son brividi lungo la schiena, sotto le reti della calura. dalla canzone “La fiera della Maddalena” di Max Manfredi qui dedicata ai ragazzi delle piazze dell’estate 2011 a Carlo, fermato in un’altra piazza, dieci anni fa ed a Tom Behan, che quei brividi studiava
  3. 3. ENGLISH ABSTRACT .......................................................................... 2PREMESSA ...................................................................................................... 4 I. OBBIETTIVO DELLA TESI ......................................................................................... 4 II. TECNOLOGIE DI LIBERTÀ.. DA COSA?...................................................................... 4 III. IL POTERE ............................................................................................................ 5 IV. IL MESSAGGIO E LA BOTTIGLIA ............................................................................. 6CAP. 1 - YES, WE CHANGE.......................................................... 8 1.1 DIGITAL NATIVE ANTHROPOLOGY ......................................................................... 8 1.2 DISINTERMEDIAZIONE E RICONOSCIMENTO.......................................................... 10 1.3 DISINTERMEDIAZIONE E COMUNICAZIONE ........................................................... 13 1.4 DISINTERMEDIAZIONE E MONDO DEL LAVORO ..................................................... 14 1.5 MA CHE SUCCEDE IN CITTÀ? ............................................................................... 17 1.6 LONG TAILS VS POP ECONOMY ............................................................................ 18CAP. 2 - IL POTERE NELLO SPAZIO DEI FLUSSI................................................................................................................................... 23 2.1 ARACNOPOTERE ................................................................................................. 23 2.2 LA COSTRUZIONE DEL SIGNIFICATO ..................................................................... 26 2.3 LE MOLTITUDINI................................................................................................. 29 2.4 ADHOCRACY E SOCIAL LONG TAIL ..................................................................... 33CAP. 3 - LE PIAZZE DEL 2011 ................................................. 36 3.1 IL PANOPTICON ROVESCIATO: DA SEATTLE A GENOVA......................................... 36 3.2 L’INDIGNAZIONE: IL GRADO ZERO DI SPINOZA.................................................... 39 3.3 KIFAYA.............................................................................................................. 41 3.4 LEGAMI DEBOLI. ................................................................................................ 43 3.5 TWEETNADWA. .................................................................................................. 46 3.6 L’OCCIDENTE, TRA ISLANDA E SINGLES............................................................... 50CAP. 4 - CONCLUSIONI ............................................................... 55 4.1 LE SALE DEI BOTTONI. ........................................................................................ 55 4.2 ORIZZONTALI E DESIDERANTI. ............................................................................ 56 4.3 IL CARRO ED I BUOI............................................................................................. 58 4.4 TECNOLOGIE DI LIBERTÀ. ................................................................................... 61BIBLIOGRAFIA ........................................................................................ 64SITOGRAFIA ............................................................................................... 65CLOUD .............................................................................................................. 67
  4. 4. English abstract "Technologies for Freedom" is a sentence in Manuel Castells’ "Communicationand power"; they are intended as a "material basis and cultural movements in theirstruggle against capitalist globalization", and against the consequent displacement ofdecision-making places from democratic instances. In order to confirm the validity of this statement, this thesis initially wanted todevelop a theoretical approach that would allow to compare the thought of some of themost important experts in the impact of digital technology on our society and, later, toverify its compliance in political upheaval that characterized the year 2011. Trying not to be determinist, we have realized that many of the theories ofauthors like Bauman, Castells, John Friedmann, Hardt and Negri, Latouche, Mezza,Rheingold, Sassen, and others, could contribute to the definition of a single theoreticalframework in which the digital, and particularly the Web 2.0, is actually helping tocreate a new man: today, as in italian Rinascimento, is no longer sufficient to stand onthe nineteenth-twentieth century giants’ shoulders, but people claim to be an activeparticipant in social, economic and political choices. Beyond the obvious effect of "amplification of informations", there was evidencethat three changes are characterizing people who are questioning the currentarrangements of power, and any change has been associated with a precise method indigital social use:· Disintermediation: Awareness of the failures of the short century and acquisition of new sense of responsibility;· User-generated content: Analysis and construction of a shared alternative; it consists in the production of new meaning;· Adhocracy: The action, the tendency to form spontaneous groups in the network, also chasing minimum goals; fact that in 2011 took a lot more political characteristics. Even using the parallelism between the movements of the 2001 Social Forum andthose of 2011, steps were taken to see if what is proposed is theoretically then actuallyoccurred in the Arab Springs protests, in the indignados and Occupy Wall Street 2
  5. 5. movements. To verify this statement has been used the comments that journalists,writers and bloggers produced for networks and web. The conclusion of the thesis is that the dynamics that made the 2011’s protestersoccupy the squares of Arab and Western worlds are not detectable in the protests ofprevious years, except for the first period of the 2001 Social Forum, characterized byspirit of Genoa: the horizontality of the decisions taken both at birth and in themanagement of movements, refer to the three steps described above. 3
  6. 6. PremessaSommario: I. Obbiettivo della tesi. - II. Tecnologie di libertà.. da cosa? - III. Ilpotere. - IV. Il messaggio e la bottiglia.I. Obbiettivo della tesi Obbiettivo di questa tesi vuol essere quello di delineare il contesto in cui si sonomosse e si muovono le tecnologie digitali nell’ultimo ventennio e di come queste loabbiano o meno influenzato; una lunga stringa scritta in codice binario che percorre lanostra storia e cultura contemporanea: crollo del muro di Berlino, il capitalismo comeunica ed ultima frontiera, capitalismo emozionale e finanziario, le influenze digitali nelradicamento e/o nell’eradicamento del liberismo, nel cambiamento sociale, nel lavoro,nell’informazione, nella nascita e sviluppo dei movimenti; sarà nella parte conclusivadell’elaborato che si proporranno alcune riflessioni su qualche recentissimo eventopolitico e sociale.II. Tecnologie di libertà.. da cosa? Nella sua opera più importante, Comunicazione e potere, Manuel Castells parla di“promessa di reti autogestite rese possibili da tecnologie di libertà” (CASTELLS, pag. 440)quale base materiale e culturale dei movimenti nella loro battaglia contro laglobalizzazione capitalista. Intendiamoci: la formulazione utilizzata dallo studioso castigliano è di tiposociologico, quasi giornalistico: è la presa d’atto di un sentire comune che pervade imovimenti anti/alter/no global. Castells non è certo il primo: non c’è articolo di giornale o servizio televisivo chenon accosti internet o, meglio, web a libertà; questo sentire comune, questoimmaginario collettivo, si ferma, di norma, di fronte alla specificazione di questosostantivo, sottintendendo con questo termine tutta una serie di predicati di volta involta diversi. Proprio per questo motivo, non solo per onestà intellettuale ma per megliodefinire l’ambito di questa tesi, mi sento in dovere di puntualizzare che ogni qualvoltaparlerò di libertà, lo farò nel senso proprio dei movimenti citati da Castells. 4
  7. 7. Conscio di essere di parte, di gettare sul piatto presupposti ideologici, cosìfacendo spero di sgombrare il campo da quelle ambiguità che una vaga definizione dipotere potrebbe comportare: libertà dal potere, ma da quale potere? Dare un volto e unnome alla cappa di piombo che pare attanagli, soprattutto in questi ultimi dieci anni, ilmondo intero, è, a mio avviso, indispensabile per comprendere i meccanismi chegovernano sia le reti materiali che virtuali, sia i tentativi di utilizzo social che diprivatizzazione (normalizzazione, censura?) del web. Si potrebbe anche fare di più, decidere con chi parteggiare nella diatriba tra chivede la globalizzazione liberista quale degenerazione del capitalismo e chi, invece,come una sua ineluttabile conseguenza; la cosa, ovviamente, non è banale né scevra diconseguenze sull’analisi qui proposta: capitalismo riformabile oppure no, tanto percominciare. Rendendomi conto che discorrere di quanto sopra porterebbe ad enucleareargomentazioni non propriamente attribuibili all’ambito scelto per questa trattazione,sempre in nome della ricerca della trasparenza e linearità necessarie, mi limiterò adindicare il mio modo di vedere, l’oppure no, rimandando alla pungente definizione diglobalizzazione, esposta dall’economista Frédéric Lordon, nell’articolo pubblicatorecentemente su Le Monde diplomatique: “la concorrenza non falsata tra economie a standard salariali abissalmente differenti.. la delocalizzazione, il vincolo finanziario che esige redditività senza limiti.. tale da comportare una compressione costante dei redditi salariali.. la presa in ostaggio dei poteri pubblici.. l’esproprio imposto ai cittadini di qualsiasi influenza sulla politica economica.. l’affidamento della politica monetaria a una istituzione indipendente fuori da qualsiasi controllo pubblico.. è tutto questo che si potrebbe chiamare globalizzazione”. LORDON, (2011) La deglobalizzazione e i suoi nemici, in Le Monde diplomatique, settembreIII. Il potere Se può bastare offrire un’immagine plumbea per rendere l’idea di un senso dioppressione, non altrettanto facile, né sufficiente, è dipingere qualche icona perdescrivere i meccanismi che lo causano. Il digitale, le tecnologie che lo utilizzano, sipossono usare per diradare le nebbie che ho descritto? Provare a rispondere a questadomanda, è il compito di questa tesi. 5
  8. 8. Perché questa affermazione sia corretta, occorre però sovrapporre oppressione epotere: occorre, in sostanza, andare oltre la definizione di Stato moderno e di poterelegittimo, razionale-legale che fu data da Weber1, per indagare la deriva ademocraticache ha caratterizzato il mondo occidentale dal 1970 in poi, deriva che ha condotto, perl’appunto, ai fenomeni sociali descritti da Lordon, fenomeni che stanno attualmentedeflagrando a seguito del costante arretramento della possibilità che le istituzionipubbliche hanno di dirigere o, almeno, di influenzare le macro scelteeconomico/finanziarie, nazionali e non. Qualsiasi risposta non può fare a meno di presupporre l’analisi del dove siformino le scelte e di quali meccanismi vengano creati nelle dinamiche di (del) potere.Qui tutto si complica ulteriormente, mettendo in gioco una serie di riflessioni: si passadal potere-dominio, “che è potere che è insito nelle [o escluso dalle] istituzioni sociali”al “ciò che è considerato di valore è definito da relazione di potere.. esercitato concoercizione o con costruzione di significato” (CASTELLS, pag. 1). Dalla “costruzione disignificato” alla biopolitica di Foucault, ed all’incidenza della comunicazione digitale, ilpasso è breve: è Pierre Lévy che ci ricorda che “è come se la digitalizzazione creasseuna sorta di immenso piano semantico, accessibile da ogni punto, che ciascuno puòcontribuire a produrre.. ormai l’interpretazione, vale a dire la produzione di senso, nonrinvia più in modo esclusivo all’interiorità di una intenzione.. il senso emerge da effettidi pertinenza locali.. più che essere interessato a cosa abbia pensato un autoreintrovabile, chiedo al testo di far pensare me, qui e ora. La virtualità del testo alimentala mia intelligenza in atto” (LEVY, pagg. 39-40).IV. Il messaggio e la bottiglia A questa premessa manca ancora almeno un tassello: tecnologie.. quali? E’ palese,dato l’ampio dibattito presente su tutti i media, che ci si riferisca al digitale e,soprattutto, alla sua massima “rilevanza” in termini di Ugc2: sua maestà il web, con lasua corte fatta di “autocomunicazione di massa” (CASTELLS, pag. 64 e segg.). Si tratta,pertanto, di fare una forzatura, riducendo la tecnologia digitale, nel suo complesso, adun unico suo aspetto, anche se credo che questi possa essere considerato il più rilevante.1 in BAGNASCO, BARBAGLI, CAVALLI, Corso di sociologia, Bologna, 1997, pag. 54 e segg.2 User Generated Content 6
  9. 9. Un’ulteriore, ultima, presa di posizione: se vogliamo analizzare quanto e comealcune applicazioni del digitale possano agire o meno sulle opinioni, abitudini e sceltedelle persone che le utilizzano, non possiamo fare a meno di affrontare la vexataquaestio propostaci da McLuhan: il medium è il messaggio? Per rispondere a questa domanda mi affido alle articolazioni offerte da Castells, ilquale afferma che “un mezzo, anche un medium rivoluzionario come questo [internet],non determina il contenuto e l’effetto del suo messaggio..[anche se] ha la potenzialità direndere possibile una illimitata diversificazione e produzione autonoma di gran parte deiflussi di comunicazione che danno luogo a significato nella mente pubblica” (CASTELLS,pag. 81), e dalla sociologa Saskia Sassen, che relativizza in modo ancor più marcato ilconcetto, sostenendo che la relazione tra digitale e sociale tende ad essere caratterizzata,di norma, o da determinismo tecnologico [riferendosi alle posizioni vicine a McLuhan]o da indeterminatezza, con la conseguenza di presentare la tecnologia quale variabileindipendente che funziona come una specie di scatola nera che non viene mai presa inesame; occorre pertanto andare oltre: “Utilizzo il termine “embricature” per significarel’interazione non caratterizzata né da determinismo tecnologico né da indeterminatezza..digitale e sociale possono modellarsi e condizionarsi a vicenda, rimanendo peròciascuno specifico e distinto… ciascuno ha effetto sull’altro senza però ibridarsi”(SASSEN, pag. 228). Embricatura, quindi, termine ripreso dagli embrici dei tetti: sovrapposti, noncorpo unico. La docente della Columbia University esplicita meglio il suo concetto conun esempio, là ove afferma che “molti componenti digitali dei mercati finanziari sonomodellati dalle agende che orientano la finanza globale” (SASSEN, pag. 230); il percorso èbiunivoco: reale e virtuale/digitale si influenzano reciprocamente. L’avvistamento inmare di una bottiglia galleggiante può rappresentare di per sé un messaggio ma epocastorica e latitudini sono molto importanti per stabilirne, con buona approssimazione, ilcontenuto. 7
  10. 10. Cap. 1 - Yes, we changeSommario: 1. Digital native anthropology. - 2. Disintermediazione e riconoscimento. -3. Disintermediazione e comunicazione. - 4. Disintermediazione e mondo del lavoro. -5. Ma che succede in città?. - 6. Long tails vs pop economy.1.1 Digital native anthropology Prima di arrivare ad avanzare ipotesi circa l’impatto del digitale sugli attualisistemi economico-politici, intesi come potere, credo sia opportuno proporre un rapidoexcursus su quanto esso abbia inciso, in questi ultimi venti anni, sugli aspettiantropologici e sociali. L’analisi proposta in questo capitolo non può che essere anticipata dalle soliteraccomandazioni: tutto ciò che può essere indicato come effetto delle nuove tecnologieva inteso come tendenza; guai a dimenticare che metà della popolazione terrestre non hamai fatto una telefonata - altro che chattare! - o che tantissimi tra i pensionatidell’entroterra genovese non possono essere ascritti alla tribù del pollice. Un nettissimodigital devide, quindi, territoriale, sociale, generazionale, che non deve però fardimenticare che “ogni persona che muore è un utente dei media tradizionali,broadcasting, un potenziale couch-potato, mentre ogni bambino che nasce sarà sempredi più fruitore di una comunicazione asincrona, spesso offline e nomadica e, soprattuttoun prosumer”3. Cambiamenti antropologici, dicevamo. La letteratura, scientifica e diintrattenimento, la sociologia, l’economia, il marketing: ogni microgrammo diinchiostro od ogni byte speso da chi abbia voluto cimentarsi nella descrizione di quantoci abbia travolto negli ultimi venti anni, è stato usato per descrivere “cambiamenti”;volendo cercare differenze, le potremo trovare solo tra chi propende per cambiamentilimitati e chi per la radicalità del fenomeno, tra chi ne accentua il beneficio e chi,invece, li descrive come minaccia per un umanesimo in precedenza faticosamenteconquistato.3 Concetto più volte ripetutomi dal professor Michele Mezza; Il termine prosumer è stato coniato da AlvinToffler, nell’ormai lontano 1980 e sta a significare la convergenza, in un unico soggetto, di produzione econsumo di contenuti. 8
  11. 11. Glissando sugli adattamenti più psicofisici che culturali alle nuove tecnologie,quali, per esempio, “un’aumentata tolleranza retinica al fluire delle immagini” (MEZZA,2011, pag. 61), troviamo unanimità di vedute nella constatazione del cambiamento dellapercezione che le giovani generazioni hanno delle dimensioni fondamentali di tempo espazio. Riferendoci allo spazio, possiamo citare il concetto di simultaneità spaziale diRheinglod, parente stretto di quello che Castells definisce lo spazio dei flussi “luogo incui praticare la simultaneità senza contiguità4” (CASTELLS, pag. 33). Unitamente a quelloche quest’ultimo studioso definisce, con splendido ossimoro, il tempo acrono5, saràproprio questa concezione di (non)spazio e di fusione tra le due dimensioni, che negheràla sequenzialità, cioè l’ineluttabile, infinita catena causa-effetto, di positivista memoria,intorbidendo con ciò le differenze tra passato, presente e futuro, plasmando quell’essere[il digital native] che cancella il divenire, cioè il tempo della natura, “la long durée6”(CASTELLS, pagg. 33-34). Chissà cosa direbbe oggi Heidegger; chissà dove immaginerebbeil suo dasein7. Se il sociologo emeritus di Berkeley ci offre alcune potentissime chiavi di lettura,è il saggista Howard Rheingold che parla di “telefonino come telecomando della vita”(RHEINGOLD, pag. 309), attore di una propria cultura urbana e di nuovi stili di vita, di untempo flessibile che conduce a una vita meno pianificata, pregna dell’horror vacui versouna qualsiasi stasi del proprio interfacciarsi col mondo, di una antropormorfizzazionedella tecnologia, che troverà la sua massima espressione in Clark e nella suacoevoluzione, dimensione nella quale i nostri cervelli, cyborg loro stessi, realizzerannouna simbiosi uomo-macchina, tale da far dire all’autore che “le tecnologie cognitiverenderanno difficile tracciare una linea di divisione fra strumento ed utente… Mindwareupgrades” (RHEINGOLD, pagg. 329-330): Una sorta di non-so-quanto-desiderabile bio-ubiquious computing, presumo.4 Rappresenta una nuova concezione di tempo, da affiancarsi ai tradizionali tempi biologico,sociale/burocratico e disciplinare (natura, istituzioni, lavoro ed economia), quest’ultimo ripreso dallatradizione foucaultiana , come dichiarato dallo stesso autore.5 E’ quello della gratificazione immediata: è il tempo dei potenti.6 E’ Pierre Levy, invece, che afferma che “Ogni nuovo mezzo di comunicazione o di trasporto modifica ilsistema delle prossimità concrete.. ogni macchina tecnosociale aggiunge uno spazio-tempo, unacartografia specifica.. gli spazi si biforcano sotto i nostri piedi, costringendoci all’eterogenesi“: (Levy,pagg. 12-13).7 HEIDEGGER, Essere e tempo, 1927; termine tradotto con esserCi, nel senso di essere gettato, scagliatonell’esistenza, la consapevolezza del quale provoca in noi un ontologico spaesamento. 9
  12. 12. Che dire poi delle new entry, almeno per i digital immigrant, augmented reality,magari con proiezione retinica, e dell’app-mania8? Con questi giungiamo finalmenteall’oggi, alla società always on: analizzarne le ripercussioni sposta il nostro sguardo daicambiamenti antropologici a quelli sociali, facendoci avvicinare al cuore di questatrattazione.1.2 Disintermediazione e riconoscimento Da dove cominciare? Tali e tanti sono i contributi forniti sui cambiamenti indottidalle nuove tecnologie, che il problema è quello di individuare cosa salvare dalla falcedello spazio e del tempo (sociale/burocratico) disponibili. Va da sé che, se vogliamo parlare di tecnologie di libertà, non possiamo limitarcia discorrere di aumento dell’estensione della bolla informativa di Goffman, checirconda ognuno di noi; se “si vive con internet9” (CASTELLS, pag. 72), dobbiamoanalizzare quanto questo normalizzi o scompagini le società reali, anche se, comevedremo, uno dei principali nodi da dirimere sarà proprio quello relativo alle nuoveforme di comunicazione. Una prima riflessione riguarda le modifiche che il digitale può aver apportatoalle modalità di interazione tra le persone, soprattutto negli ultimi anni, nel corso deiquali la posta elettronica, regina della comunicazione digitale degli anni ’90, è statasoppiantata da chat e social network. Sono molti gli autori che pongono l’accento sucome si sia sviluppato un nuovo individualismo reticolare, spesso ritenuto altro, se nonuna vera e propria evoluzione, rispetto alle vecchie culture solidaristiche di stamposocialista, religioso o new frontiers alla Toqueville, che fossero. Fondamentale, in quest’ottica, è il concetto secondo il quale la tendenzamassificante, conseguenza dell’organizzazione produttiva necessaria ad un’economiaclassica, fordista, atta a produrre ed a porre le condizioni per invogliare la richiesta diprodotti di massa, aveva plasmato un habitus mentale, divenuto tipico delle classisubalterne, forma mentis per la quale l’individuo stesso veniva ad essere sacrificato innome della classe stessa: in altri termini, secondo questi autori, è solo tramite il8 sommarie informazioni su questi temi nella mia presentazione su slideshare.net/giovanniferretti/ /fonti-informative-digitali-67714899 “la maggioranza della popolazione delle società avanzate e una percentuale crescente del terzo mondovive con internet.. per il lavoro, per i contatti personali.. per l’informazione, l’intrattenimento, per iservizi pubblici, per la politica e la religione” 10
  13. 13. processo di identificazione e annullamento della propria individualità che l’operaio otto-novecentesco poteva pensare di migliorare la propria condizione sociale o, almeno, leproprie immediate condizioni di vita materiale. E’ all’interno di una società di questo tipo (operai massa che producono beni dimassa per un’economia in buona parte nazionale, almeno nei Paesi del primo mondo)che deflagra il narcisismo dei social network (MEZZA (a cura di) 2009, pag. 105). Col narcisismo, però, siamo già alle conseguenze del processo che conduce allasocietà individualizzata che viene descritta (Bauman citato in MEZZA (a cura di) 2009). Se vogliamo trovare il processo-motore del cambiamento sociale, ma ancheeconomico e politico, dobbiamo guardare alla disintermediazione: ad un mondo basatosulla comunicazione di massa, sui partiti e sui sindacati di massa, si sostituisce unmondo nel quale le tecnologie digitali consentono di produrre autonomamentecontenuti, di renderli disponibili per l’intero genere umano (digital devide permettendo)e, ovviamente, di poter scegliere, in piena autonomia, a quale fonte informativaabbeverarsi. Si coniano neologismi, quali il già citato prosumer o lo spettautore (MEZZA, 2011, 10pag. 62), e saltano le mediazioni: si frantumano gli specchi , “siamo alla scomposizionesociale…. è l’individuo che diventa motore e cultura di un intero sistema di sviluppo, diproduzione.. tutto questo ha origine, per Bauman, dalla scomposizione del lavoroindustriale di massa… dalla fine della trimurti concettuale: consumi di massa,produzioni di massa, comunicazione di massa” (MEZZA, PELLEGRINI 2007, pag. 24). Zygmunt Bauman, nell’analizzare la “sua” società liquida, frenetica, insicura,legata al consumo e non alla produzione, non si limita certo ad indicare come le nuoveforme di rapporto interpersonale siano ormai dominate dalla ricerca del minimo sforzocognitivo e sociale, se non addirittura emozionale: social network che piegano legami eimpegni sociali, sino a farli sentire come foto istantanee e non come condizioni stabili[comunque impegnative da gestire]; ricerca di persone con interessi simili, motivataanche dalla scarsa propensione a frequentare menti dissimili (ricerca di chi ha interessi10 DE KERCKHOVE, in MEZZA, PELLEGRINI 2007, pag. 9: prendendo spunto da Borges, Michele Mezzanarra un mondo dove gli specchi si rifiutano di riflettere le immagini date da altri e fanno di testa loro. Ilnuovo specchio è lo schermo, e attraverso lo schermo stiamo trasformando i nostri ruoli.. è l’estensionedella coscienza attiva; per l’immaginario (TV), per il pensiero (calcolatore), per la coordinazione corpo-mente-macchina (videogioco) o per la collaborazione (internet) o ancora per la convergenza di tutte leforme di comunicazione umana (smart mobs) 11
  14. 14. sovrapponibili ai propri ed appartenenza a molte comunità, ma “esclusione del dialogointer-comunitario)” (BAUMAN, pagg. 183 e segg.). Non è certo una visione ottimista, come non lo è quella che ne consegue:Bauman parla di centralità della lotta per il riconoscimento, contrapponendola alla,perdente e perduta, almeno per lui, lotta di classe (DE KERCKOVE in MEZZA, 2011, pag. XI). Qui mi permetto di dissentire, almeno parzialmente: la lotta per ilriconoscimento non è certo concetto nuovo: di “esigenza del riconoscimento” si parladiffusamente già nella hegeliana Fenomenologia dello spirito11: la necessità di esserericonosciuti in quanto uomini, soggettività riconosciuta, humanitas; individui traindividui, per l’appunto. In senso lato, il riconoscimento di Hegel non ha impedito il nascere, epermanere, della lotta di classe: vero è che non esisteva, al tempo, una estesa retemondiale, ma è altrettanto vero che la lotta per il riconoscimento permeava persino leoligarchie degli Stati a socialismo reale12. Preferisco, anche per questi concetti, tornare ariferirmi alle embricature della Sassen, forzandone forse un po’ il senso, ma togliendoquell’alone di determinismo tecno-logico/cratico che mi pare permei l’affermazione diBauman. Può essere che l’autocomunicazione di massa, non solo nelle sue più altemodalità di fruizione, possa influire sulle forme di solidarietà, rimodellarne le cause, mada questo al dichiarare la fine della lotta di classe, il passo è troppo azzardato. Si dovrà giocoforza tornare su questi argomenti; al momento, è sufficienterispondere alla constatazione di chi afferma che le lotte sindacali nel mondo segnano ilpasso, citando Tortorella, quando riporta la frase di Buffet, il più ricco miliardarioamericano: “ma certo che c’è sempre stata la lotta di classe. E l’abbiamo vinta noi 13”.11 HEGEL, La fenomenologia dello spirito, 180712 prova ne sia che, evaporati quei sistemi, i dirigenti di partito si sono subito trasformati in capitanid’impresa.13 TORTORELLA, Lavoro e libertà, in Critica marxista, 6-2011, www.criticamarxista.net/articoli/6_2010tortorella.pdf 12
  15. 15. 1.3 Disintermediazione e comunicazione Se prendiamo per buona la definizione secondo la quale “l’ordine di interazione diGoffman è il luogo in cui le azioni individuali possono influenzare le soglie di azionedelle folle” (in RHEINGOLD, pag. 276), se, in altri termini, partiamo dalla sua teoriasociologica sulle modalità di interazione tra gli individui e visualizziamo la sua bollainformativa, luogo della presentazione del sé, della vita sociale, sino a pochi decenni facaratterizzata quasi esclusivamente da interazioni faccia a faccia e a viva voce,dobbiamo prendere atto che questa si è enormemente ampliata, sia a causa delleinformazioni che ci possono essere fornite da proximity aware, applicazioni sensibilialla vicinanza (Ibidem), sia dalla possibilità di lasciare le nostre tracce in rete.Ovviamente, se è nostra intenzione essere seguiti, riconosciuti, se non in quanto soma,almeno in quanto seme. E, autistici digitali a parte, altrettanto ovviamente, questa èl’intenzione dei prosumer. Siamo all’auranet di Rankin, o alla “noosfera, rete del pensiero attivo e pulsante”(MEZZA, PELLEGRINI 2007, pag. 90); possiamo usare il sostantivo che più ci aggrada,scivolare tra le sfumature che differenziano i concetti ma di sicuro c’è che l’esplosionedelle Ugc ha frantumato gli specchi della comunicazione massmediatica. Su questo nonci piove, lo dicono le statistiche: sempre meno persone comprano giornali e/o siinformano attraverso la televisione broadcasting, sempre più sono quelli che siinformano attraverso media digitali, siano essi di nuovo tipo (newsletter, blog, Tv Ugc,Tv tematiche), siano essi rivisitazioni di media tradizionali (periodici ondine, siti delleTv generaliste). Se si calcola che “nei primi tre anni del terzo millennio sono circolate nel mondopiù informazioni che nei precedenti tre secoli” (PRATELLESI, pag. 13), che le tirature e gliascolti dei media tradizionali sono rimasti, ad essere ottimisti, stabili, ci rendiamo contodi quanto imponente sia il cambiamento intervenuto nel mondo della comunicazione. Intendiamoci: i vecchi media stanno facendo di tutto per mantenere la centralitàinformativa, la valenza della propria mediazione, e non solo attraverso rispostetecnologiche quali la reach Tv (e cinema) dell’hight quality e del 3D: “osserviamo ilprolungamento di una fase di transizione, in cui le nuove e le vecchie forme dellacomunicazione si intrecciano e si sovrappongono, in un doppio movimento diadeguamento dei media generalisti ad alcuni stilemi dell’innovazione (la Tv che si apre 13
  16. 16. ad una maggiore offerta di canali, pur rimanendo Tv) e di incorniciamento di alcunetradizionali strutture di senso nelle nuove piattaforme (ad esempio il recupero di unformato generalista, come il portale, per gestire la cultura disordinata del web)”(ABRUZZESE, MANCINI, pagg. 250-251). Ed è anche vero che i nuovi media rimediano ivecchi, attraverso le strategie indicate da Bolter e Grusin, “definendo il propriosignificato culturale in riferimento a tecnologie già affermate” (BOLTER, GRUSIN, pag. 305).Ma è anche vero che, nonostante quanto sopra, occorre prendere atto che i nuovi mediadigitali hanno la capacità di dilatare a dimensioni planetarie la nostrabolla/noosfera/auranet, modificando, almeno potenzialmente, “le soglie dipartecipazione all’azione collettiva” (RHEINGOLD, pag. 282). Azione collettiva = massa? No. Anzi! Quasi tutti gli autori citati in questa tesipropendono per l’esatto opposto: la rottura degli specchi, la disintermediazione,colpisce in primo luogo la massificazione, ovunque essa si nasconda, sia essa nel mondodel lavoro che nei stili di vita e di consumo, sia essa nel gruppo amicale o nell’azionepolitica. Più spostiamo l’attenzione dal digitale “in astratto” alla rete, più incontriamo losguardo di nuovi soggetti: le vespe di Panama di Bauman, l’individualismo reticolare diRheingold, gli spettautori di Mezza, le moltitudini di Hardt e Negri, i freelance diBologna e Banfi, i comunalisti di Castells. Sono gli abitanti o, meglio, i costruttori di unnuovo neoumanesimo digitale (MEZZA, 2011 pagg. 21 e segg.), fatto di individualismocooperativo, decisivo per di-svelare la vera natura, cooperativistica, del genere umano14.1.4 Disintermediazione e mondo del lavoro Almeno in parte, Saskia Sassen si discostata da questa interpretazione, un po’per l’oggetto della sua opera, per il quale il digitale mi pare risulti più un dato di fattoche un elemento d’analisi, un po’ perché quando si spinge ad analizzare le forme direazione alla globalizzazione, finisce col dar fiato agli abitanti delle sue città globali,vissute sicuramente da freelance occupati nella new economy e nelle reti finanziarie14 Rheingold ci parla delle teorie dell’anarchico russo Kropotkin (è il governo a reprimere la nostranaturale tendenza a cooperare - pag. 79) e dei risultati ottenuti dalle ricerche sociologiche attraverso lateoria dei giochi (il dilemma del detenuto ed altri giochi a somma-non-zero, (RHEINGOLD, pag. 87 et al.) 14
  17. 17. sovraistituzionali, extraterritoriali, i cosiddetti no-collar15, ma anche dagli svantaggiati,dagli “uscieri dominicani di Wall Street” (SASSEN, pag. 108), licenziati in massaall’esplosione della crisi del 1987: sono loro che sono i più inseriti in un luogo di lavoroglobale “dato che i centri finanziari internazionali, come le sedi delle multinazionali,dipendono concretamente da un ampio ventaglio di lavoratori e imprese più di quantonon si creda normalmente.. un capitalismo avanzato che produce un evidentecollegamento alla località delle nuove classi professionali globali e l’evidente globalitàdella nuova forza lavoro svantaggiata… e quindi più indicativi del futuro che non di unpassato arretrato” (SASSEN, pagg. 182-183). Visto che elemento centrale di questa tesi è quello di mettere in relazione digitalee potere, niente male ri-trovare Cipputi nel cuore dell’Impero16. Ma è lo stesso Cipputi di fordista memoria? E’ l’operaio-massa? O il digitale hacambiato anche lui? Non conosco risultati di ricerche volte a stabilire i gusti ed i comportamenti degliinternauti, suddivisi per classe sociale e per scolarizzazione. Certo sarebbe davverointeressante controllare l’esistenza o meno di un maggior uso sociale del digitale.Azzardando un’ipotesi, posso asserire che francamente ne dubito: a maggior livelloculturale, maggior consapevolezza delle potenzialità del mezzo. Ma forse qui sinasconde una vena pessimistica che mi trascina verso una, indesiderata, derivaavanguardista, di gramsciana memoria. Comunque, anche un esito diverso della ricerca non basterebbe a certificare chegli svantaggiati abbiano preso armi e bagagli e che si siano trasferiti nella web class,“luogo in cui nascono socialmente le class action e la cooperazione tra intelligenze”(BOLOGNA, BANFI, pag. 42). Meglio partire dall’evidenza della cronaca: è questa a parlarci di delocalizzazione,soprattutto di quei lavori richiedenti bassa professionalità, in un panorama mondiale dicrescita numerica di quella che era definita classe operaia. E’ sempre la cronaca,soprattutto quella locale, territoriale, da TG3 Regione, che periodicamente fa emergerela difficoltà di chi, ai margini della catena produttiva, prova a difendere il proprio postodi lavoro e la dignità del proprio ruolo.15 BOLOGNA e BANFI, pag. 105: altra cosa rispetto ai tradizionali white o blue collar; indica i freelance.16 HARDT, NEGRI, Impero, (2003) 15
  18. 18. E’ un lavoratore disintermediato, che non si riconosce nel sindacato? Haatteggiamenti culturali diversi da quelli dei suoi nonni? Anche i minatori inglesi del1800 erano individui che cooperavano per i loro singoli interessi (MEZZA, 2011, pag. 12);anche i braccianti agricoli inglesi difendevano i beni comuni. Senza rispolverare ladifferenza marxista tra classe in sé e classe per sé, richiamando la già citataaffermazione del miliardario americano Buffet, si può concordare con chi afferma che,digitale a parte, “è la stessa incertezza sul lavoro che è un potente fattore diindividualizzazione” (BAUMAN in MEZZA, 2011, pag. 138). Se a questo aggiungiamo che“l’individualismo è diverso da egoismo, è un arcipelago e non un’isola” (in MEZZA,2011), se, in definitiva, sommiamo le disillusioni da sconfitta alla perdurante, anche sedeclinata diversamente, solidarietà, potremo trovare che le ricadute della società in retepotrebbero limitarsi, in questo ambito, ad una fiducia data oggi solo pro tempore , unafiducia non ideologica, che gli svantaggiati offrono ai propri mediatori (politici e/osindacali). Il Cipputi del XXI secolo è, almeno nel cosiddetto mondo industrializzato, unlavoratore che ha progressivamente perso di vista la classe per sé e che, dati glioggettivi rapporti di forza, ha seri problemi nel chiedere il riconoscimento dei diritti sullavoro goduti dai propri padri: un proletario molto meno ideologizzato e, in questoanche aiutato dalla net culture, poco propenso ad offrire certificati in bianco versoqualsivoglia mediatore. Per questo aspetto, sì: siamo abbastanza lontani dall’operaio-massa; siamo, all’opposto, in un benthamiano panopticon rovesciato, all’interno delquale la parola fiducia assume un rilievo del tutto nuovo. Se sul net trovo tutte le interpretazioni che voglio, relative a qualsiasi evento osituazione, se, consciamente o meno, mi rendo conto del ruolo dei mediatori, sonosicuramente più portato a verificarne le affermazioni ed a misurare i risultati. In questosenso, ciò che il mondo del lavoro ci ricorda è che la filosofia dei social network èbasata sulla creazione delle webs of trust (RHEINGOLD, pag. 191), sulle reti di fiducia e sullaloro misurazione: eBay docet. 16
  19. 19. 1.5 Ma che succede in città? Non si può parlare di relazioni di potere senza guardare a cosa succede nel mondodel lavoro, non si può parlare del lavoro senza parlare di economia. Urge, quindi,almeno accennare a tre concetti, all’interno dei quali le nuove tecnologie in esamehanno giocato (e giocano) un ruolo di primaria importanza, per di più foriero di(potenziali?) pesanti ripercussioni in quella che potremo definire la sfera del potere: laglobalizzazione, la teoria della lunga coda e la recente tendenza a trasformare beni inservizi. Cosa c’entra il digitale con la globalizzazione? Lapalissiano: senza le reti digitali,la globalizzazione sarebbe molto più difficile, se non addirittura impossibile, da gestire.Con ciò, siamo entrati nel campo dell’uso privato della rete, in un mondo fatto disoftware proprietari, finanziari e no, crittografia e password, magari con l’aggiunta diuna spolverata di marketing tipo web 1.0. La globalizzazione, risultante della dematerializzazione digitale, ha riconfiguratola geografia politica ed economica planetaria ed ha inciso, conseguentemente, suimetodi di gestione e di equilibrio del potere previsti dagli ordinamenti democratici.Lasciamo al prossimo capitolo questa trattazione; occupiamoci, per ora, alla guisa dipremessa, di quanto affermato da Sassen, sicuramente una delle più grandi analiste dellaglobalizzazione, soprattutto per quel che concerne il misconosciuto, permanenterapporto tra globalizzazione e luogo. Sassen afferma che la dematerializzazione (digitale) è fondamentalenell’incremento della mobilità del capitale e, di conseguenza, nel cambio della relazionetra imprese e Stato-nazione; questo è considerato un mero effetto della tecnologia,anche se, per avere mobilità e digitalizzazione occorrono molteplici condizioni, quali uncerto tipo di infrastrutture e di leggi. La globalizzazione, pertanto, non è solo unarisultante della tecnologia. Senza contare, poi, che “occorre cogliere il concetto di logicasociale che organizza l’embricazione: molti componenti digitali dei mercati finanziarisono modellati dalle agende che orientano la finanza globale, agende di per sé nontecnologiche” (SASSEN, pagg. 228 e segg.). Perché tornare a una delle embricature della Sassen? Perché afferma che laglobalizzazione ha radici nel territorio; perché dice che “quanto più l’impresa si 17
  20. 20. globalizza tanto più crescono le sue funzioni centrali” (SASSEN, pag. 59), ridando pesocontrattuale e voce agli svantaggiati “che sono più globali e più indicativi del futuro chenon di un passato arretrato” (SASSEN, pag. 181), creando le reti di città globali; e,soprattutto, perché afferma che le nuove ICT17, “soprattutto l’accesso pubblico adinternet, hanno rafforzato la politica dei luoghi ed hanno ampliato la geografia deimembri attivi della società civile, includendo anche le località periferiche” (SASSEN, pag.186). Riassumendo: digitale come uno dei fattori che hanno permesso la globalizzazionema, per caratteristiche sia intrinseche (aumento funzioni centralizzate) che estrinseche(ruolo nuovamente accresciuto delle periferie geografiche e sociali), economia globaleancora collegata-al e contrastabile-dal territorio; anche grazie alle ICT.1.6 Long tails vs pop economy Analizzare la caratteristica globale dell’economia non significa solo studiare leripercussioni derivanti dall’aver a che fare con competitors soggetti a disciplinelegislative, sociali, culturali e sindacali diverse dalle proprie, significa, prendere atto chela globalizzazione stessa ha cambiato la natura stessa della merce, del prodotto. Anche il concetto-cuore dell’economia ha subito la sua bella frantumazione deglispecchi: da un mercato di massa, a una massa di mercati. E’ Chris Anderson a coniare iltermine lunga coda, long tail18, utilizzandolo per descrivere la linea dei vari graficiprodotto/fatturato, tendente a infinito, e la successiva constatazione che, a livelloglobale, i mercati di nicchia valgono, nel loro insieme, tanto quanto il fatturato deibrands. Tra chi analizza il concetto di lunga coda, troviamo tantissimi pensatori che lointerpretano come segno di liberazione: non più McDonald’s quale letto di Procuste delgusto planetario, non più foresta amazzonica tagliata per far pascolare le McVacche,non più McJobs, e via dicendo. Come non essere d’accordo? Qualsiasi cosa serva a decretare l’inutilità di quegli strateghi del marketing che ciinformano su cosa dobbiamo desiderare (ed acquistare), sia la benvenuta; come ben17 Information and communication technologies18 ANDERSON, The long tail, in Wired magazin, oct 2004 18
  21. 21. accetta è qualsiasi linea di resistenza sulla quale attestarsi a difesa delle culture(pratiche, saperi, sapori) locali: sia il multiculturalismo che il più amalgamantemeticciato culturale vivono delle/nelle differenze. Ciononostante, non si può fare a meno di pensare che, pur nella comprensione delsuo aspetto liberatorio, l’economia disegnata dalla teoria della lunga coda sia ancoraconfacente al sistema (al potere?), sia ancora figlia del web 1.0. Più nel dettaglio: soprattutto da italiani, da cultori del gusto e dei prodotti dinicchia, dovremo essere contentissimi del fatto che il mercato della prescinsêua19 possaestendersi al Nepal? Oggi, i requisiti perché ciò avvenga ci sono tutti: un sito che spiega cosa sia laprescinsêua20, la possibilità di ordinarla e di averla a Kathmandu. Magari un po’ stantia, ma si può far arrivare. La rete fa miracoli. Ma è questa laliberazione che vogliamo21? Il digitale, nella sua versione vetrina, propria del web 1.0, ha fatto certamentecompiere una piroetta all’economia uscita dal secolo breve; una piroetta che puòdefinirsi salutare, per molti versi, ma che presenta due grossi limiti: se ridefinisce,ampliandola, la titolarità del gusto (in senso estetico: il bello, il desiderabile), e se inparte intacca i rapporti di produzione e, di conseguenza, il potere, favorendo le piccoleproduzioni a scapito delle multinazionali, non mette al centro del (nuovo) modello diconsumo la sostenibilità e non scuote il concetto di merce. Per quel che concerne il primo aspetto, l’accento va posto su un tasto, spessorelegato all’analisi dei massimi sistemi e dimenticato allorquando si tratti dipensare/programmare una qualsivoglia attività economica, soprattutto in tempi di crisi:la sostenibilità. Confessando a capo chino la propensione per le ricette proposte dalle varie Teoriedella decrescita22, soprattutto nella loro declinazione Felice23, ammetto che proprio non19 Tipico formaggio del genovesato20 www.agriligurianet.it/21 “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito è un pazzo. Oppure uneconomista” BOULDING, citato in BERTORELLO, CORRADI, pag. 130.22 termine coniato dall’economista contemporaneo Nicholas Georgescu-Roegen.23 in PALLANTE, 2005; da considerarsi nell’accezione proposta da BERTORELLO, CORRADI, pag. 139:“l’idea di una decrescita felice che non metta in discussione la struttura capitalistica dell’accumulazioneci sembra trovi una clamorosa smentita nell’attuale decrescita evidentemente infelice per milioni dipersone e neanche particolarmente allegra per l’ambiente”. 19
  22. 22. riesco a trovare auspicabile un mondo in cui container zeppi di focacce col formaggio(che dovrebbero essere prescinsêua-farcite) dirette in Cina, si incrocino, al largo diGibuti, con navi cisterna traboccanti di acqua minerale naturale proveniente da unasorgente di Pyongyang, ricca di argento solubile, dirette a New York. Questo, dando per scontato che le emissioni delle rispettive ciminiere noncontribuiscano, per quel tanto che serva, a far sgelare l’artico e ad aprire il famosopassaggio a Nord Ovest, cosa che renderebbe superfluo (e povero) Gibuti, oltre chel’intero mediterraneo. No. Credo che il contributo del digitale alla trasformazione del concetto di merce,di roba, verrebbe da dire, citando Verga, venga maggiormente da quello che è definitoessere il web 2.0, ovverosia, il regno dei prosumer. Maurizio Pallante offre una bella immagine dell’economia, disegnata come unafigura composta da tre cerchi concentrici: il più interno, piccolino, è quello dellaautoproduzione dei beni, quello intermedio rappresentante l’area degli scambi nonmercantili24, il terzo, quelli mercantili. Se l’economia capitalistica cerca di fare in modoche il cerchio esterno, quello dell’economia mercantile, fagociti quelli più interni, laTeoria della decrescita si struttura quale spinta centrifuga, tendente a far gonfiare glianelli interni a discapito di quello esterno (che, di suo, più di tanto non può espandersi). Bell’immagine. E il digitale? Il digitale o, meglio, i social network, entrano ingioco con la lettura degli articoli, pubblicati su Wired.it, “L’economia del mutuosoccorso25” e “Pop economy: la nuova economia è partecipativa26”. Se l’articolo diLoretta Napoleoni vaglia le basi teoriche, i mutamenti reali indotti dalla rete, è AlessioLana che, sintetizza, e rilancia la visione: “Come nello shopping sta prendendo piede loswapping (una sorta di baratto su Internet), così nell’attuale panorama socialecrescono sempre più comunità virtuali come eBay o Swaptree, in cui la gente scambia evende di tutto. Fenomeni che l’individualismo degli anni ’80 non avrebbe neanchesaputo spiegare27”.24 Amicali; in senso lato, rifacentesi alla Teoria del dono di Mauss25 NAPOLEONI L., L’economia del mutuo soccorso, in Wired.it, dic. 201026 LANA, Pop economy: la nuova economia è partecipativa, in Wired.it, Ibidem27 Ibidem, http://mag.wired.it/news/storie/pop-economy-la-nuova-economia-e-partecipata.html 20
  23. 23. Swap, baratto: è il cerchio di mezzo che toglie aria a quello esterno. E’ il coredell’economia informale, ben disegnata da Serge Latouche28. Ma “..se swap è una parola chiave, share è sua sorella. Bike, car, house, file, tantele parole che si sono avvicinate al verbo share, condividere. Un accostamento fruttodella rivoluzione dal basso nata dai millennium, i figli dei super-egoisti baby boomers,scrive l’economista [Napoleoni], una generazione nata a cavallo tra gli anni Settanta-Ottanta che all’indomani della crisi del credito ha voltato le spalle all’individualismoneo-liberista”29. Scrive Loretta Napoleoni: “Si tratta di una vera rivoluzione sociale, la prima che dal dopoguerra ridisegna i comportamenti economici e sociali occidentali. Un solo esempio: il bike sharing è diventato il mezzo di trasporto globale che si espande di più.. e tutto ciò avviene senza che ad ispirarla sia stata una teoria economica, al contrario questo cambiamento proviene dal basso e si sviluppa nel quotidiano… Lo scambio e la condivisione rimpiazzano il consumismo sfrenato degli ultimi vent’anni scardinando così un’economia per la quale si è solo e sempre un soggetto passivo: un consumatore… l’economia partecipativa aiuta a rimpinguare gli scarsi redditi. E quando ci si sa organizzare e autoregolarsi le comunità funzionano meglio dello Stato. È quello che ci ha insegnato Elinor Ostrom,vincitrice nel 2009 del premio Nobel per l’economia… «Condividere è pulito, postmoderno, urbano e progressivo», scrive Mark Levine sul New York Times. «Il possesso è noioso, egoista, timido e arretrato»… Potenzialmente la condivisione dei beni è un concetto rivoluzionario tanto quanto lo è stato due secoli fa la nascita del sindacato… Come quella capitalista e marxista, anche l’economia partecipativa è essenzialmente a scopo di lucro: nel 2009 Netflix ha fatturato ben 116 milioni di dollari di profitti, e naturalmente tutte e tre ruotano intorno al controllo dei mezzi di produzione. Se oggi Carlo Marx fosse vivo scriverebbe il Manifesto del Partito Partecipativo, dove parlerebbe della coscienza della Rete quale primo passo verso il controllo dei mezzi di produzione... dai carpool fino all’affitto degli orti, la comunità si riappropria della dimensione economica che le corporation le hanno scippato negli ultimi vent’anni30”. NAPOLEONI L., L’economia del mutuo soccorso, in Wired.it, dic. 2010 Citazione lunghissima, me ne scuso, ma altrimenti era oltremodo difficilesintetizzare in modo efficace quei concetti che, a mio avviso, descrivono se non unribaltamento, almeno la tendenza al superamento dell’economia quale noi laconosciamo. Non si rompe solo lo specchio, i frantumi riflettono altro, e la merce28 LATOUCHE, La scommessa della decrescita, Milano, 200729 LANA, art. cit.30 dello stesso tenore, BUND K. (2012) Avere o usare , Die Zielt, in Internazionale n, 931 21
  24. 24. assomiglia sempre di più al quadro di Dorian Gray! Io non possiedo: affitto, condivido!Si salta a piè pari dalla merce al bene, dalla Proprietà al Servizio: stiamo parlando, aseconda del tipo di bene e di chi lo gestisce o gestirà, del trionfo del terziario, delpubblico; ci si avvicina al comune, per dirla alla Hardt e Negri31. Cosa c’è di diverso rispetto alla nuova forma di lotta di classe descritta da questidue autori, al loro esodo, “che è sottrazione dal rapporto di capitale..riappropriazionedel Comune non corrotto”? (HARDT, NEGRI, pagg. 155 e segg.). Non siamo più nel campo della Lunga coda, non cambia solo chi detiene laproduzione: qui si parla di mettere in discussione il cuore del consumo32, degli stili divita occidentali. Si ridisegnano mappe cognitive e sentimenti: la Roba forse esisterà ineterno, accompagnata dal suo codazzo di vizi capitali, ma è fuori discussione che piùampie saranno le aree delle economie non mercantili disegnate da Pallante, maggioresarà la capacità della società nel suo complesso di gestire criticità. Di più: se questo saràun processo cosciente, avremo messo un piede dentro l’empowerment di JohnFriedmann, saremo alla presa di coscienza collettiva, comunità che "sente di averepotere, che sente di essere in grado di praticare uno sviluppo orientato principalmenteal soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali, per tutti, per permetteresuccessivamente la crescita (flourishing) delle capacità individuali, per permettere cioèche ogni essere umano raggiunga il proprio potenziale, qualunque esso sia... Le istanzeper uno sviluppo alternativo sono universali, sono le istanze dei poveri senza potere(disempowered). La loro realizzazione dipende da una continua lotta nonviolenta, alivello locale e globale, contro gli attuali poteri costituiti del mondo33”. Disempowered(ers). Svantaggiati. Proletari. Invisibili. Consumatori difettosi(BAUMAN, pag. 66). Chiamateli come volete, purché, se è vero quel che afferma Castells,cioè che “sia i micro che i macro poteri sono basati sul controllo della comunicazione”(CASTELLS, pag. XIX), li si immaginino muti; si tratta allora di vedere se resteranno tali alungo o, in altri termini, se gli Ugc, rovesciando il concetto di maggioranza silenziosa,possano diventare o meno “la protesi intelligente dell’opinione pubblica” (MEZZA (a curadi), 2009, pag. 40).31 HARDT, NEGRI, Comune, oltre il privato e il pubblico, Milano, 201032 termine infelice! Etimo che contiene tutta la violenza della parola “fine”: fine dell’oggetto e fine di chinon può e non potrà mai possederlo, se non altro, per la limitatezza delle risorse del pianeta.33 FRIEDMANN J., Rivisitando empowerment; principi per uno sviluppo umano, appunti per le conferenzedi Firenze, 2005 22
  25. 25. Cap. 2 - Il potere nello spazio dei flussiSommario: 1. Aracnopotere. - 2. La costruzione del significato. - 3. Le moltitudini.- 4. Adhocracy e Social Long Tail.2.1 Aracnopotere Come facilmente intuibile, il titolo del capitolo precedente voleva richiamare il“Yes, we can” di un candidato Presidente statunitense che si stava giocando un’elezionepuntando molto sull’identificazione-con più che sull’uso-della rete, ma guardava ancheal “Yes, we camp” di chi, parafrasando il primo, all’Aquila come a Madrid,rappresentava la ricerca di nuove forme di manifestazione della propria indignazione. Intutti e due i sensi, la citazione poteva sembrare un po’ forzata, visto che il “Yes, wechange” presuppone una consapevolezza e ricerca di cambiamento che, nella realtà deifatti, è spesso sottotraccia. All’opposto, “Aracnopotere”, titolo di questo paragrafo, pare termine consono arappresentare l’analisi del macro-potere nell’era del digitale, almeno così come propostada Castells: un potere che può essere scomposto a seconda che ci si soffermi suifrequentatori della rete e sulle loro forme di interazione, oppure, in generale, su internet. Uso social della rete e uso proprietario; ma non solo: le dinamiche del poterepermeano il mondo virtuale al pari di quello reale. Estremizziamo i concetti: potere della rete nel mondo reale e potere della rete nelmondo virtuale. Il primo potere è il potere dei ragni, il secondo, quello dei nodi e deifili: della rete, appunto. Sempre usando iperboli, immaginiamo un potere biologico,quello del ragno tessitore, che deve fare i conti con la propria creatura, impalpabile,onirica, ma detentrice di un potenziale contropotere. E’ vero: c’è molto determinismo tecnologico, in questa immagine! Forse è megliotornare rapidamente coi piedi per terra e ricordare che non esistono reti mutanti e cherete e contenuti sono il frutto di soggetti individuabili ed individuati, di ben determinatestrategie e di dinamiche in costante evoluzione. Lasciamo per un attimo da parte Tim Berners Lee, l’open source, il web 2.0 e le“reti di individui che diventano comunità [di pratica] insorgenti” (CASTELLS, pag. 461) econcentriamo l’attenzione sui ragni e sull’analisi proposta da Castells. E’ il professore 23
  26. 26. della University of Southern California che propone una quadruplice articolazione didistinte forme di potere nella rete (CASTELLS, pag. 42 e segg.): • networking power, potere retificante: esercitato da chi è membro di una rete, verso chi ne è escluso; • network power, potere in rete: di chi impone gli standard interni ad una rete, le regole di inclusione; • networked power, potere reticolare: di chi ha il potere nelle reti dominanti, cioè di chi ha “la capacità relazionale di imporre la volontà di un attore sulla volontà di un altro attore, grazie alla capacità strutturale di dominio insita nelle istituzioni della società” (CASTELLS, pag. 44); • network-making power, potere di creazione delle reti: detenuto dai programmatori (coloro che hanno la capacità di costruire reti e di (ri)programmare reti alla luce di obiettivi assegnati nella rete) e commutatori (che hanno la capacità di connettere ed assicurare la cooperazione di diverse reti, condividendo obiettivi comuni e combinando risorse) (CASTELLS, pag. 44) Il pensatore castigliano conclude questa sua riflessione, affermando che questisoggetti “sono esseri umani organizzati intorno a progetti ed interessi... ma non singoliattori (individui, gruppi, classi, leader), dal momento che l’esercizio del potere nellasocietà in rete richiede un complesso insieme di azioni congiunte, che vanno oltresemplici alleanze, dando vita ad una nuova forma di soggetto, affine a quello che BrunoLatour (2005) ha brillantemente teorizzato come <<attore-rete>>” (CASTELLS, pag. 44). Soggetti, strategie, dinamiche. Non necessariamente identificanti un potereopprimente: networking power può essere esercitato dal singolo appartenente alla rete,network power può essere il frutto di decisioni botton-up, e il network-making power,può essere realizzato tramite open source. Più difficile separare il networked powerdalle strategie del macro potere. E’ nel network-making power che Castells pone, oltre alle ovvie figure deiprogrammatori (chi fa la rete) le figure, più importanti, dei commutatori, gli “switchers”(CASTELLS, pag. 48): coloro che creano e detengono il controllo dei punti di connessionetra le varie reti strategiche; reti non più soltanto digitali o tecnico-scientifiche in sensolato, ma anche militari, economiche, mediatiche, religiose, politiche. 24
  27. 27. Se il ruolo dei switchers è quello di creare reti ad hoc, necessarie alla gestione delpotere, con la già citata capacità relazionale di imporre la volontà di un attore sullavolontà di un altro attore, grazie alla capacità strutturale di dominio insita nelleistituzioni della società, potrebbero essere proprio loro gli attori fondamentali delnetworked power. Sono loro che progettano senso e consenso? A leggere la storiacontemporanea della nostra Repubblica, parrebbe proprio di sì: la constatazionedell’incrementarsi del valore numerico che segue le P di Propaganda, di gellianamemoria, confermerebbe, se non altro, l’anelito reticolare degli eversivi commutatoricaserecci. E’ la società delle reti, non necessariamente digitali che, grazie al digitale,diventano sempre più interconnesse. Lo spazio dei ragni, si diceva: difficile immaginare a questo livello il poteredeflagrante delle tecnologie di libertà. Siamo nello spazio globale dei flussi,irraggiungibile per le istituzioni; Bauman, citando Castells, lo dipinge come uno spazio“dove il potere si è ormai emancipato dalla politica”, contrapposto allo spazio locale,dei luoghi, come lo definirebbe Castells, “dove [oggi] la politica è priva di potere”(BAUMAN, pag. 53). Anche la più ottimista Sassen, proietta il contropotere, di cui dota i suoisvantaggiati, in un mondo estraneo al digitale. E’ sempre Manuel Castells che pare ci venga in aiuto, traendoci fuori da unprincipio di scoramento, proponendo tre tesi che aprono la strada ad un vero e proprioswitch analitico (CASTELLS, pag. 544): • le reti finanziarie e multimediali globali sono strettamente intrecciate, ma non hanno tutto il potere, dipendendo questo anche da altre reti (politiche, militari, criminali…), reti che si intrecciano, ma non si fondono; a volte cooperano, formando reti ad hoc, altre volte si contrappongono; • a differenza di Bauman, Castells assegna un ruolo ancora importante agli Stati, non fosse altro perché garantiscono il funzionamento stabile del sistema, cosa che si potrebbe tradurre con garanzia della socializzazione delle perdite e della gestione dell’ordine pubblico;e, soprattutto, la seguente tesi, presentata per prima dallo studioso castigliano: 25
  28. 28. • tutte le reti di potere lo esercitano influenzando la mente umana prevalentemente (ma non esclusivamente) tramite reti multimediali di comunicazione di massa; così, le reti di comunicazione sono le reti fondamentali di costituzione di potere (power making) nella società. Così fosse, si aprirebbero nuovi scenari: se il potere è quello dei programmatori edei commutatori di reti, per dare gambe al contropotere occorre “riprogrammare le retiattorno ad interessi e valori alternativi, facendo saltare i commutatori dominanti,collegando reti di resistenza e cambiamento sociale” (CASTELLS, pag. 549). Cosa non èquesto, se non la ricerca dei meccanismi condivisi della costruzione dei significati? E,parafrasando Castells, cosa non è questo, se non un esplicito invito ad occupare ilmedium con i propri contenuti? Siamo all’inno alla comunicazione orizzontale, e il citato switch analitico sta nelpassaggio dall’analisi del macropotere all’analisi dei meccanismi di costruzione delsignificato (a base del potere): se possiamo trasporre l’uguaglianza Galileo sta aMacropotere come Bohr sta a Costruzione-di-significato, possiamo ragionevolmentepensare che quest’ultimo possa incidere sulle dinamiche di potere sinora esposte;possiamo allora volgere uno sguardo meno disperato alle nostre Tecnologie di libertà.2.2 La costruzione del significato Se la legittimazione del potere la si ha solo con il con-senso, fondamentale saràallora possedere le leve culturali e massmediatiche, che permettano di costruire eproporre significati. Non è un caso che Castells affermi categoricamente che il potere èbasato sul controllo della comunicazione e dell’informazione: dalla presa d’atto che lacoercizione da sola non basta a stabilizzare il dominio, può derivare che “la formafondamentale di potere consista nella capacità di plasmare la mente umana” (CASTELLS,pagg. XIX e segg.). L’importanza della costruzione del significato rifulge nel momento in cuiiniziamo a condividere l’analisi secondo la quale gli ultimi decenni abbiano visto unprogressivo cambiamento della natura stessa del sistema economico, da merosfruttamento del lavoro dipendente a sfruttamento dei desideri dei consumatori, cioè dasocietà dei produttori a società dei consumatori (BAUMAN, pag. 8). 26
  29. 29. Esaurita, almeno ad occidente, la possibilità di trovare nuovi mercati, atti agarantirne la crescita, il capitalismo ha compreso che “se ci sono poche necessità dellavita reale da trasformare in prodotti, nell’iperrealtà ci sono un’infinità di simboli e unapopolazione pacificata di consumatori di simboli” (RHEINGOLD, pag. 313). In queste frasi si sente odore di biopotere e biopolitica, capitalismo emozionale34e interpretazioni aberranti: da una parte una produzione sempre più invasiva, sempre piùbasata sui desideri dei consumatori che sulle merci tradizionali, la costruzione di un(bio)potere che tenda a permeare tutti gli aspetti della vita dei singoli, con ilconseguente pericolo, esplicitato da Foucault, “che la gente inscriva in sé il principio delproprio assoggettamento, [permeata com’è da un potere] che raggiunge le molecoledegli individui, tocca i loro corpi e s’insinua nelle loro azioni e nei loro atteggiamenti”(RHEINGOLD, pagg. 302 e segg.), dall’altra la resistenza, la biopolitica, “che è la parole chesovverte la langue, che è produzione di eventi di libertà.. pulviscolo di strategieintessute di eventi e resistenze” (HARDT, NEGRI, pag. 69). Parole che sovverte la langue: esplicito il richiamo a de Saussurre: parole che èatto individuale, mero segno linguistico, mentre “la langue è l’aspetto condiviso dellinguaggio e, quindi, collettivo, sociale” (TRAINI, pag. 25). Molto più sottesa, se non addirittura rovesciata, è la teoria delle decodificheaberranti di Eco: qui non siamo in presenza di sistemi culturali che permettano aldestinatario di sviluppare decodifiche (interpretazioni) non conformi al messaggio chel’emittente voleva trasmettere; qui esploriamo il ruolo decisivo del singolo individuonella stessa costruzione del significato: stiamo passando da una forma di resistenzaall’ipotesi di un reale contropotere. Ci stiamo avvicinando al regno dei prosumer: se è vero che “è nelle specificheforme di connessione tra reti di comunicazione e di significato nel nostro mondo e retidi comunicazione e significato nel nostro cervello che è possibile, in ultima analisiidentificare i meccanismi di formazione del potere” (CASTELLS, pag. XXI), allora è forsepartendo da qui che si può ingabbiare quello che sino ad ora ho definito macropotere.34 Il nuovo capitalismo intellettuale, infatti, non è più fondato esclusivamente sullo scambio di merci, masi sviluppa e cresce prevalentemente sulla riproduzione di esperienze e di emozioni, sul valore economicodell’immateriale e dell’intangibile, sulla creatività. In AZZARITI, MASSARO, Il Capitalismo delleEmozioni, www.ferdinandoazzariti.com/files/media/IndiceIntroduzione.pdf 27
  30. 30. Non è certo un caso che molti autori sin qui citati esplorino i sentieri dellasemiotica35, alla ricerca del nesso tra digitale e nuove forme di contropotere. Rheingold cita la Scuola di Francoforte e la sua feroce critica alla comunicazionedi massa, vista quale mezzo di manipolazione necessario allo sviluppo dell’industriaculturale e della società dei consumi, e si spinge sino ai media iperrealistici diBaudrillard, “ultimo distillato del capitalismo, che vendono alla gente convinzioni,speranze e distrazioni.. generando profitti e, al contempo, neutralizzando le possibiliresistenze dei consumatori” (in RHEINGOLD, pag. 313). Tinte fosche che richiamano laMegamacchina di Mumford, priva di qualsiasi riferimento etico, essenzialmenteprogettata per soddisfare le esigenze del sistema. Immagine alla Matrix, che a sua voltaproietta nelle nostre menti gli algoritmi che sono ormai utilizzati da tutti gli agenti diborsa, aridi nel senso che sono progettati con l’unico scopo di massimizzare profitti elimitare perdite. ∆t = 0: esiste solo un mero presente. Megamacchine: automi estraneialla morale ed a qualsiasi politica, cioè ciechi a qualsivoglia progetto di società36. Ancora più deciso, sul terreno della ricerca di nuovi meccanismi di produzione disignificato, è Castells: individui quali veri e propri taccagni cognitivi, che tendono acredere a ciò che vogliono credere, abituati a ragionare per “frame e narrazioni”, chegiungono all’opinione pubblica per mezzo dei media di massa37 (CASTELLS, pagg. 169 esegg.). Sino a questo punto siamo ancora dentro all’analisi francofortese di Adorno eHorkheimer; siamo ancora davanti alla Megamacchina, anche se l’abbiamo ora dotata difucile e delle silver bulletts dell’umana accidia. Qui si possono però inserire due considerazioni, sufficienti a far riprenderecolorito alla nostra scossa autodeterminazione; la prima è, per così dire, psicologica:come detto, per Castells gli individui tendono a selezionare le informazioni checonfermano le opinioni già acquisite; scelgono, cioè, tra quelle che favoriscono ledecisioni che sono già inclini a prendere ma, per far ciò, si muovono sempre utilizzando35 da esplorare la somiglianza tra lo schema proposto da Castells in Tab 2.1 di pag. 146, riguardante latipologia dei modelli culturali, basati sui due opposti Individualismo/Comunalismo eGlobalizzazione/Identificazione e il quadrato semiotico di Greimas, esplicitazione grafica della teoria perla quale un significato può darsi soltanto su basi oppositive.36 Molto bella la provocazione di BERTORELLO e CORRADI (pag.78) per i quali gli algoritmi alla base deititoli derivati complessi potrebbero essere pubblicati ed essere sottoposti al controllo di una folla digitale:una sorta di Linux della modellizzazione finanziaria.37 Per frame, intendiamo una parte della sceneggiatura (quale “litigio violento, richiamato da due personeche iniziano a strattonarsi), una struttura di dati che serve a rappresentare una situazione stereotipata: inTRAINI, 2006, pag. 269 28
  31. 31. il ragionamento e l’emozione. E più sono forti le emozioni e sviluppata l’ansia, piùacquisisce importanza il ragionamento. Più si è tranquilli e sicuri, più si è maggioranzasilenziosa. Più si percepisce il pericolo che qualcosa possa turbare la nostra vita, più si èattenti al contesto in cui ci muoviamo e più siamo disposti a porger ascolto a quelle vociche prima sembravano solo rumore di fondo. La seconda considerazione parte proprio da questo punto, dall’attenzione allevoci, ed è collegata allo sviluppo dei social network: è indubbio che questi ultimiamplifichino la possibilità di diffusione di qualsiasi messaggio, sia da un punto di vistageografico-quantitativo38 che da un punto di vista del confronto e del conseguenteaffinamento dei propri frame e narrazioni39. Riprendendo Eco, Manuel Castells afferma che la possibilità di riprogrammaresignificati (non più solo reinterpretando i messaggi ma anche producendone di nuovi)richiama la maggior autonomia dellindividuo, la possibilità di immaginarsi e praticarestili di vita diversi e, in ultima istanza, prospettare e produrre forme diverse di potere40. Siamo ad un potere diverso, dalla faccia buona, creativa, siamo al poteredell’empowerment, siamo al posse della triade dell’umanesimo rinascimentale, esse,nosse, posse, al quale recentemente hanno fatto riferimento anche Negri ed Hardt perdescrivere il “potere delle moltitudini”41.2.3 Le moltitudini • Irrompe il digitale, trascinando seco la possibilità di globalizzare finanza ed economia; • si afferma la credenza del neoliberismo quale capolinea della storia;38 E’ di grande importanza che un immaginario globale consenta, persino a chi è geograficamenteimmobile, di essere coinvolto nella politica globale .. avere visibilità in platee internazionali in quantoindividui e collettività. (CASTELLS, pag. 185).39 Agendo sui codici culturali che costruiscono i frame mentali, i movimenti sociali creano la possibilitàdi produrre un altro mondo.. si riprogrammano le reti di comunicazione che costituiscono l’ambientesimbolico per la manipolazione delle immagini e informazioni, determinanti ultime delle praticheindividuali e collettive. (CASTELLS, pag. 526).40 Ibidem, pag. 52741 in FANARI, Segnali dal basso: partecipazione ed empowerment nel dilemma dello sviluppo, tesi UniFi,AA. 2000-2001. 29
  32. 32. • ma il digitale porta con sé anche la possibilità di disintermediare la nostra cultura, le nostre scelte e, radicalizzando il concetto, anche la nostra vita; • può essere quindi messa in discussione la struttura del potere come da noi conosciuta negli ultimi due secoli. Fascino e rischio dell’estrema sintesi: un tweet e mille obiezioni! Diamo perbuona questa piccola ricostruzione, in parte avvallata da quanto detto sinora. Il passosuccessivo, la domanda spontanea, diventa: esiste una qualche forma/forza sociale ingrado di dare concretezza a questa disintermediazione, incidendo, conseguentemente, suorganizzazione economica e distribuzione del potere? Se esiste una Tecnologia dilibertà, chi ha l’onóre e l’ónere di estrarre quella spada da quella roccia? Non sono in pochi ad affermare che, se lo spazio dei flussi è quello di un mercatoglobalizzato, che anela alla consunzione di uno stato sociale che limita i profitti privati,mercato per il quale esistono solo consumatori e dove tutte le altre unità-carbonio sonooggetto di ostracismo, siamo allora di fronte ad un mondo in cui lo stesso termine classeè rimosso, dove tutti sono sussunti nel mare magnum del consumo. Chi ne sta fuori, tuttiquelli che non consumano, i clandestini, gli emarginati, i consumatori difettosi, nonsono più nulla: sono un qualcosa di ben diverso dal sottoproletariato pasoliniano,comunque (sotto)classe, soggetto di diritti suo malgrado. Qui l’unica attenzione ad essidestinata è solamente quella legata alla gestione dell’ordine pubblico42. Chi fa vivere il many2many? Sono i consumatori che trasmettono il loropensiero? L’hanno ancora, ubriacati, come sono, dai loro brand? Sviluppanocontropotere o solo un suo simulacro? Eppur si move, direbbe qualcuno. Eppure il panorama sociale e politico non è dacalma piatta. Anzi: uno, due decenni di disinfotainment43 (RHEINGOLD, pagg. 313-314) nonhanno obnubilato del tutto le coscienze critiche. Non solo il web è permeato dacontenuti antagonisti del pensiero unico, ma anche le piazze del pianeta, se purdiscontinuamente, con modalità talvolta carsiche, si riempiono di corpi in aperta sfidaall’ordine costituito.42 Il consumismo è di per sé un mezzo significativo per mantenere l’ordine sociale, lasciando le vecchieforme di sorveglianza e di controllo ad occuparsi dei non consumatori: In RHEINGOLD, 2003, p. 299.Sempre questo autore cita Baudrillard: vendere convinzioni, speranze, distrazione genera profitti epacifica e neutralizza possibili resistenze da parte dei consumatori.43 “Ho imparato ad usare questa parola per descrivere la combinazione tra media sempre piùspettacolari e la progressiva appropriazione e trasformazione del giornalismo da parte degli interessilegati all’industria dell’intrattenimento”. 30
  33. 33. Se la definizione dei movimenti alterglobali, data dal New York Times nel 2003,prima dell’inizio della seconda guerra del Golfo, definiti “seconda potenza mondiale”poteva sembrare allora un tantino forzata, la prima pagina del numero di dicembre 2011di Time che elegge the protesters44 a personaggio dell’anno, pare, invece, riassumeremolto bene un dato di fatto incontestabile. Alla domanda che ritorna chi sono? se neaggiunge unaltra: esiste una differenza tra il 2003 e loggi? Il terzo capitolo di questa tesi proverà ad indagare, brevemente, sui protagonistireali di queste primavere. Qui, invece, si vuole provare a fornirne un ritratto teorico. E,per farlo, cerchiamo aiuto nelle moltitudini di Negri e Hardt. Ad onor del vero, gli autori non descrivono una genesi della moltitudine: offronoampia descrizione delle basi economiche, politiche e filosofiche della necessità dellarivalutazione e riappropriazione del Comune, contrapposto sia alla proprietà privata chealla res-pubblica, si appoggiano alle definizioni di Foucault di biopotere e biopolitica,inserendoli, armoniosamente, allinterno della loro laica teleologia, descrivono ilsoggetto politico in grado di compiere la scalata al cielo.. ma non ne definiscono lagenesi. Le caratteristiche ci sono tutte, ben spiegate, ma queste sembrano essere lalogica conseguenza dellumano essere, piuttosto che una reazione agli accadimenti degliultimi decenni: unevoluzione delle forme di antagonismo, necessaria a seguito deifallimenti del secolo breve e/o indotta dai cambiamenti intercorsi a seguito dellaipercitata frantumazione degli specchi, avvenuta ad opera degli user generated contents. Negri e Hardt si appoggiano alle ricerche socio/filosofiche di un giovane Kant, diun giovane ed umanista Marx e di Spinoza, per definire un attore sociale che non siacorpo politico, comunque ridotto ad ununica volontà, (popolo, definendolo comeHobbes, classe, si direbbe oggi) ma corpo inclusivo, aperto agli altri corpi45 (HARDT,NEGRI, pag. 63). La cosa che appare strana è che il testo, pubblicato nel 2010, attinga scarsamentedalle analisi dei mutamenti sociopolitici indotti dallavvento del digitale. A prescindere dalla sua genesi, il soggetto-moltitudine pare descrivere in modosoddisfacente la risultante dei processi di disintermediazione: “coloro che stanno44 www.time.com/time/person-of-the-year/2011/; da rimarcare che the protesters vengono dopo MarkZuckeberg person of the year 2010.45 Ed anche: moltitudine non è soggetto politico fatto, ne è un programma, è unorchestra in grado diprodurre biopolitica, pur non avendo [né volendo] un direttore. 31
  34. 34. all’interno della produzione sociale indipendentemente dall’ordine della proprietà..unico possibile soggetto della democrazia” (HARDT, NEGRI, pagg. 51 e segg.). Monadi aperteal mondo, tanto da essere definite altro rispetto alle identità, destinate, al massimo, apoter essere emancipate, bensì singolarità, costruite con i mattoni delle diversità, unicosoggetto che possa autoliberarsi (HARDT, NEGRI, pagg. 335 e segg.). Autoliberarsi. Riappropriazione del Comune. Le tre caratteristiche del lavorobiopolitico: cooperazione, autonomia e organizzazione in rete. Esodo = sottrazione dellavoro dal rapporto di capitale = moderna lotta di classe. La tentazione di operare unasorta di sincretismo con altri pensieri qui presentati è fortissima. C’è incompatibilità tra l’esodo di Hardt/Negri con l’autoproduzione dei beni el’area degli scambi non mercantili di Pallante e, in generale, con le ricette presentate daLatouche e dai propugnatori della Decrescita Felice? C’è contrasto tra i soggetti chepossono autoliberarsi e l’Empowerment di Friedmann? Indubbiamente, qualche differenza la si può certo trovare: Friedmann, peresempio, reputa indispensabile un intervento della res-pubblica là ove le condizioni diprecarietà economica e culturale impediscano agli “attori” di prendere meramentecoscienza della possibilità di cambiare, cosa che mi pare assente dalle analisi diHardt/Negri ed addirittura contestata nei testi di Latouche. Ma questi ragionamentiporterebbero altrove rispetto agli obiettivi della tesi. Da quanto esposto, pare invece emergere una convergenza tra pensatori didiversissima estrazione culturale e storia personale, pensatori che pongono al centrodella loro analisi un soggetto estremamente somigliante: un soggetto che abbandonacompletamente lo stereotipo del popolo-bue (dell’operaio-massa, della maggioranza-silenziosa) e che vive di interazioni dirette con il prossimo e, così facendo, aumentaesponenzialmente la sua capacità di analisi.. e di indignazione. Latouche e Friedmann non propongono certo di rifondare il comunismo (quellonon più totalizzante, massificante, proposto dagli autori di Comune) ma le ricetteeconomiche proposte sono molto simili a quelle offerte dai due intellettualifrancoitaliani46 e, come sostenevano i classici, cambiare la struttura è indispensabile perpoter cambiare la sovrastruttura.46 “oggi politici ed economisti vedono il comune fuori dai rapporti economici.. con il comune dentrol’economia, la crescita economica è crescita sociale”: HARDT, NEGRI, pag. 284 32
  35. 35. Un’altra cosa accomuna questi pensatori: tutti e quattro glissano alquanto sulcontributo che la tecnologia digitale può e potrà offrire nel cambiamento dei paradigmisocioculturali (e politici). Anche qui, la tentazione di usare i testi dei sociologi-del-digitale, è forte: quando parliamo (e ne parleremo alquanto) di indignazione, quandoparliamo di globalizzazione delle rivendicazioni sociali, parliamo solo della possibilitàche le attuali generazioni hanno di poter usare un new global media? Il Web è solo unnuovo, enorme, potentissimo megafono?2.4 Adhocracy e Social Long Tail In precedenza si è parlato di quanto il digitale abbia modificato alcuni aspetti delnostro modo di interagire col prossimo e, conseguentemente, con il mondo. Limitiamoora il campo di indagine: se, alla pari degli spettatori di una partita di ping-pong,cercassimo di focalizzare l’attenzione, alternativamente, dapprima sui social-network epoi sulle manifestazioni sociali e politiche, potremo osservare che ad una indiscutibileperdita di appeal del pensiero forte e, significativamente, della forza di analisi, diproposizione e di mobilitazione sociale, legata alle ideologie otto-novecentesche, si stavia via sostituendo quella modalità di condivisione di idee47, progetti, semplici gusti,denominata Ad-Hocracy. Il provare a descrivere cosa questa sia dà già il senso, di per sé, di quanto questotermine (questo nuovo modo di condividere?) sia mutato, nel corso degli ultimissimianni. Punto fermo è la definizione di Ad-hocracy quale tendenza a formare gruppispontanei; ma, mentre in Rheingold, nel 2002, questa cooperazione è riferita a navigantiche utilizzano in questo modo la rete al fine di condividere il surplus della potenza dicalcolo dei propri processori e focalizza l’attenzione, pertanto, sulla elaborazionedistribuita, sul p2p (peer-to-peer) usato a fini quasi esclusivamente scientifici(RHEINGOLD, pagg. 135 e segg.), per Mezza e Pellegrini, nel 2007, solo cinque anni più tardi,la stessa locuzione si fa carico di un etimo socialmente e politicamente molto più denso:47 “alimentando corrispondenze on line.. il testo contemporaneo ricostruisce, anche se in modo diverso esu scala infinitamente più vasta, la compresenza del linguaggio e del suo contesto vivente, caratteristicadella comunicazione orale. Ancora una volta sono i criteri che cambiano. Si fanno simili a quelli deldialogo e della conversazione..” (LEVY, pag. 29) 33
  36. 36. “il modello per il quale, in base al contenuto che mi serve in quel momento, mi faccioautore o consumatore, singolo o platea, individuo o comunità” (MEZZA, PELLEGRINI 2007,pag. 80). Il farsi comunità del 2007 è un qualcosa che è ormai uscito dai laboratoriuniversitari della west coast. Le comunità del 2007 sono quelle che si avviano ad esseretanto mature e consapevoli di sé da ri-mettere in discussione la contemporaneadistribuzione del potere? Sono comunità che, radicate sul territorio o attorno ad unamission, o su entrambi questi fronti, possono riempire di contenuti pesantil’insostenibile leggerezza del postmoderno? Sono loro l’antidoto al biopotere? Possibileche Marx e Vangelo siano sostituiti dall’I like di Facebook? Forse no, se intendiamo laragione profonda, il Pensiero, che spinge giovani e meno giovani ad aderire alle variecause; molto probabilmente sì, se intendiamo un nuovo modo di aggregarsi attorno aquesti coaguli di senso, modo che, sempre più spesso, induce ad uscire dalle piazzevirtuali per incontrarsi (e farsi contare) nelle piazze reali. Due possono essere le peculiarità da rimarcare: • la forma: un digitale che, disintermediando, crea un nuovo modo di stare assieme; • la sostanza: un digitale che permette di aggregare moltitudini anche attorno a micro problemi; una Social Long Tail che consente ad una pletora di timidissimi millennium-attori, figli orfani di genitori smarriti nelle nebbie delle sconfitte del novecento, di fare contropotere. Per quel che riguarda il primo punto, occorre precisare che se è vero che digitale esocial network non eliminano la figura del leader dalla faccia della terra, di sicuro necambiano ruolo e legittimazione: per spiegare le modalità di decisione dei ragazzi diZuccotti Park occorre andare oltre, forse occorre rispolverare alcune ricercheantropologiche, “il Big Man melanesiano, capo condannato a non essere obbedito edascoltato, il potere impotente delle chefferies delle società acefale, societàpoliticamente strutturate pur in assenza di forme di potere riconducibili a un apparatoistituzionale... ma, soprattutto, l’immagine di un potere buono, in cui i capi hannol’obbligo di dimostrare sempre l’innocenza della loro funzione.. dove il potere devesempre giustificarsi e richiedere il consenso e permettere una notevole dose direciprocità” (in FANARI, pag. 71). E’, per questa via, tornando al Mi piace del web 2.0, che 34
  37. 37. ci si rende conto di quanto oggi possa stare stretta la tripartizione di Weber delpotere/herrschaft, potere legittimo, istituzionale48. Se, giocando con il significato datone da Bologna e Banfi nella loro Vita dafreelance, difficilmente i no-collar si faranno rimettere il collare, tutto da vedere, dastabilire, è se la Social Long Tail riuscirà a trasformarsi in un qualcosa di diverso: serimarrà sempre tale, cioè una collezione di pezzi di stoffa oppure se queste andranno acomporre un patchwork di microazioni di contropotere, sufficienti a modificare ladistribuzione del Potere; o, ancor più rilevante, se il dispiegarsi delle moltitudini riusciràa tessere una trama così sottile da non vedersi la cucitura49 , rielaborando, per questavia, vecchi ideali o tessendone di nuovi. L’unica cosa che pare assodata è che, per il momento, ammesso che esistanovecchi maestri, non esiste un uditorio disposto a riconoscersi in una classe. Più in là neltempo, forse. Non oggi. Il fallimento delle ricette novecentesche pensate per porre un argine al potere delcapitale ha lasciato dietro di sé macerie sociali e fantasmi in cerca di (nuova?) identità.C’è bisogno di rielaborazione, di analizzare mutate strutture ed evanescentisovrastrutture. E di un soggetto sociale in grado di gestire il potere di cambiamento chedovrà giocoforza essere al centro di queste nuove elaborazioni. A ben guardare, questo nuovo soggetto politico forse c’è già ed è già abbastanzaaccreditato, tanto da meritarsi il già citato titolo di personaggio dell’anno 2011. Occorre allora scendere nella piazze, nelle ksabi e nelle banlieues, per provare adare la risposta all’ultimo quesito posto: cè differenza tra “voi G8, noi 6 miliardi” e“siamo il 99%”50? Cosa diversifica il movimento di oggi da quello del 2001? Siamo inpresenza di un diverso uso delle tecnologie digitali? Abbiamo oggi un impatto diversosulle strutture di potere?48 Tradizionale, carismatico e razionale-legale; è soprattutto questultima accezione che deve essereampliata e modernizzata: basti pensare al concetto di governance.49 dal testo della canzone di Max Manfredi, citata in dedica.50 I due slogan caratterizzanti, rispettivamente, le manifestazioni di Genova 2001 e New York 2011 35
  38. 38. Cap. 3 - Le piazze del 2011Sommario: 1. Il panopticon rovesciato: da Seattle a Genova. - 2. L’indignazione: ilgrado zero di Spinoza. - 3. Kifaya. - 4. Legami deboli. - 5. Tweetnadwa. - 6.L’occidente, tra Islanda e singles.3.1 Il panopticon rovesciato: da Seattle a Genova. Come il 2011 non è paragonabile ad un fungo sbucato nel Sahara, così anche ilmovimento che ha avuto il suo culmine negli anni 2001-2003, non è stato evento a sèstante, isolato. La seconda potenza mondiale indicata dal NYT aveva già, alle sue spalleun’enormità di ore di estenuanti riunioni e di mobilitazioni di piazza. In Italia, l’Umbria delle marce della/per la pace di Capitini, ma, soprattutto,Genova con le sue mobilitazioni contro la mostra navale bellica (1982), quelle controun’acritica ricorrenza dei 500 anni della scoperta dell’America (1992) e lamanifestazione contro l’esposizione Tebio del maggio 2000, pro-OGM, avevano giàdisegnato la base di una serie di rivendicazioni socio-economiche che, mentre saldavanorivendicazioni pacifiste e ambientaliste alle prime riflessioni no-global, avevano al lorocentro non più la storica classe operaia, ma un inedito potpourrì di partiti, associazioni,intellettuali e gente comune, ideologicamente variegati, accomunati dalla convinzioneche le politiche planetarie liberiste avrebbero portato alla fine della democrazia, se nondel pianeta stesso. Non cattocomunisti, nel senso di sia-cattolici-che-comunisti, masoggetti uniti dallimportanza data a termini quali solidarietà, cooperazione, ambiente,giustizia, diritti umani e sociali, se pur declinati in modo diverso. Sono gli ultimi anni del ’90 che obbligano questi soggetti a cercare un vocabolariocomune, un minimo comun denominatore tattico e, col passare del tempo, anchestrategico. Se escludiamo il suo mero iniziale utilizzo, qui il digitale non è ancoraentrato: forse le mail; forse le mailing list; siamo alla sola possibilità di amplificare lanotizia, di espandere geograficamente il bacino di utenza delle affinità elettive. Seattle ela sua protesta contro il WTO, 1999, è forse l’ultima figlia di questa era e le modalitàcon le quali essa è assurta agli onori della storia, son lì a dimostrarlo: le persone, leassociazioni, i sindacati che cingevano d’assedio lo Sheraton hotel, non erano un 36
  39. 39. unicum ma un insieme estremamente eterogeneo di rivendicazioni, talvolta in apertacontraddizione tra loro. Sarà l’osannato “Spirito di Genova” a rappresentare lo spartiacque culturaledell’opposizione alle politiche liberiste, a dividere il secolo breve dal 2000, a far uscirele rivendicazioni sociali dal monopolio sindacale: non è un caso che siano statisolamente FIOM e sindacalismo di base ad aderire alla metaorganizzazione SocialForum. Lo Spirito di Genova nasce nel dicembre 1999, ad opera di una piccolaorganizzazione pacifista che lancia (anche via mail) un appello, al quale rispondonoalcune singole persone variamente occupate nel sociale, in partiti ed organizzazionidella sinistra genovese51. Sarà la Rete Contro G8: madre di quello che, dopo la ricerca diconsensi internazionali avvenuta in seno al primo Forum Social Mundial di PortoAlegre 2000, diverrà il Social Forum, organizzatore delle iniziative dell’estate 2001. Non è compito di queste pagine ripercorrere la genesi di questo movimento. E’però pertinente agli obiettivi assegnatici il vedere quanto questo movimento sia fruttodella digital anthropology e delle analisi teoriche degli autori qui proposti. E’ in questo senso che possiamo affermare con sicurezza che questo movimentonasce certamente con il contributo delle libertà di coscienza, liberate, attualizzate, dalladisintermediazione digitale, dalla rottura degli specchi, per intenderci, visto che è farcitodi soggetti attivatisi anche in contrasto con le posizioni ufficiali delle loroorganizzazioni di provenienza. Sarà solo in seguito, dopo che l’iniziativa assurgerà allecronache cittadine e nazionali, diventando vetrina mediatica, che alcune di questeorganizzazioni recupereranno l’adesione al Forum. Possiamo pure dire, con altrettanta sicurezza, che il Social Forum, alla pari deimovimenti del 2011, non sembra essere l’espressione di quella che Hardt e Negridefiniscono e descrivono come moltitudine, almeno se intesa nel suo senso compiuto:qui non siamo alla riproposizione delle forme di resistenza al franchismo propugnate dalmovimento anarchico degli anni ‘30, non siamo all’orchestra senza direttori d’orchestra;nel Social Forum, anche nella sua prima fase, quella della sua nascita, della suacomposizione quasi esclusivamente genovese, senza nazionali, esistevano direttorid’orchestra; solo che questi riconoscevano la necessità di giungere a soluzioni51 sostanzialmente, Centro di DocumentAzione per la pace, i centri sociali aderenti alla linea delle tutebianche, Lilliput, Prc, Arci 37

×