Appunti di antropologia medica. I miei appunti presi nelle lezioni integrative del corso di “Antropologia medica” tenuto d...
Il corpo tra biologia e cultura. (1) <ul><li>Il corpo è il punto di partenza di qualsiasi ricerca antropologica, anche per...
Corpo come biocultura perché: </li><ul><li>Solo dal punto di vista biologico non è completo, infatti senza gli altri l'uom...
Un uomo si incultura di una solo cultura, la sua, anche se inizialmente è predisposto a tutte le culture.
La cultura seleziona le percezioni, alcune culture a differenza di altre sono per esempio più predisposte a notare alcune ...
Antropopoiesi, ogni società interviene attivamente nel processo di dare una forma all’essere umano.
Vi è una plasmazione del corpo. </li></ul><li>Il corpo non si esaurisce dunque nei discorsi intesi come individuali poiché...
Il corpo tra biologia e cultura. (2) <ul><li>Il concetto di incorporazione prevede l'impossibilità di pensare separatament...
Esistono abitudini che apprendiamo tramite la cultura che noi rendiamo così tanto nostre che le incorporiamo come se fosse...
L'incorporazione è il dato essenziale della vita quotidiana, ci fa classificare tutto (per esempio pulito/sporco) e ci fa ...
Spesso i concetti di “pulito” e di “sporco” sono usati per “tenere sotto controllo” certi ambiti della vita sociale.
Gli esseri umani in ogni contesto sociale modellano i corpi dei suoi membri attraverso numerosi procedimenti.
Habitus: disposizioni incorporate, strutturate e strutturanti, espressione della continua dialettica fra individuo e socie...
Agentività: capacità del soggetto di produrre azioni e rappresentazioni </li></ul>
Il corpo tra biologia e cultura. (3) <ul><li>Il corpo ha la capacità di “naturalizzare” gli habitus, le pratiche e le tecn...
La neuroplasticità è la capacità del cervello di adattarsi in modo duraturo in risposta a stimoli o circostanze specifiche...
Il corpo non può essere inteso come un’entità naturale, al di fuori dei processi di costruzione del corpo e delle forze st...
Secondo Foucault la psichiatria, la prigione, l’esercito e la scuola sono ambiti di disciplinamento dei corpi.
Corpi indocili: corpi in cui la malattia è uno strumento di legittimazione, di riconoscimento sociale e di resistenza.
Anche il mondo fisico non è percepito fedelmente o passivamente, vi è una sorta di “grammatica della percezione” che è col...
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Appunti lezioni integrative_antropologia

  1. 1. Appunti di antropologia medica. I miei appunti presi nelle lezioni integrative del corso di “Antropologia medica” tenuto dalle docenti Cristina Vargas e Lucia Portis. Anno 2010/2011
  2. 2. Il corpo tra biologia e cultura. (1) <ul><li>Il corpo è il punto di partenza di qualsiasi ricerca antropologica, anche perché esso è il primo strumento attraverso cui conosciamo la realtà.
  3. 3. Corpo come biocultura perché: </li><ul><li>Solo dal punto di vista biologico non è completo, infatti senza gli altri l'uomo non è in grado di sopravvivere.
  4. 4. Un uomo si incultura di una solo cultura, la sua, anche se inizialmente è predisposto a tutte le culture.
  5. 5. La cultura seleziona le percezioni, alcune culture a differenza di altre sono per esempio più predisposte a notare alcune differenze o particolari.
  6. 6. Antropopoiesi, ogni società interviene attivamente nel processo di dare una forma all’essere umano.
  7. 7. Vi è una plasmazione del corpo. </li></ul><li>Il corpo non si esaurisce dunque nei discorsi intesi come individuali poiché si è sempre collegati ad altro. </li></ul>
  8. 8. Il corpo tra biologia e cultura. (2) <ul><li>Il concetto di incorporazione prevede l'impossibilità di pensare separatamente la mente e il corpo, questi sono 2 elementi inscindibili per questo si parla di “corpo pensante”.
  9. 9. Esistono abitudini che apprendiamo tramite la cultura che noi rendiamo così tanto nostre che le incorporiamo come se fossero azioni naturali (per esempio ciò che mangiamo).
  10. 10. L'incorporazione è il dato essenziale della vita quotidiana, ci fa classificare tutto (per esempio pulito/sporco) e ci fa percepire queste categorie come normali.
  11. 11. Spesso i concetti di “pulito” e di “sporco” sono usati per “tenere sotto controllo” certi ambiti della vita sociale.
  12. 12. Gli esseri umani in ogni contesto sociale modellano i corpi dei suoi membri attraverso numerosi procedimenti.
  13. 13. Habitus: disposizioni incorporate, strutturate e strutturanti, espressione della continua dialettica fra individuo e società e interiorità o esteriorità.
  14. 14. Agentività: capacità del soggetto di produrre azioni e rappresentazioni </li></ul>
  15. 15. Il corpo tra biologia e cultura. (3) <ul><li>Il corpo ha la capacità di “naturalizzare” gli habitus, le pratiche e le tecniche del corpo.
  16. 16. La neuroplasticità è la capacità del cervello di adattarsi in modo duraturo in risposta a stimoli o circostanze specifiche, è un esempio di interazione tra biologia e cultura.
  17. 17. Il corpo non può essere inteso come un’entità naturale, al di fuori dei processi di costruzione del corpo e delle forze storico sociali di controllo della corporeità.
  18. 18. Secondo Foucault la psichiatria, la prigione, l’esercito e la scuola sono ambiti di disciplinamento dei corpi.
  19. 19. Corpi indocili: corpi in cui la malattia è uno strumento di legittimazione, di riconoscimento sociale e di resistenza.
  20. 20. Anche il mondo fisico non è percepito fedelmente o passivamente, vi è una sorta di “grammatica della percezione” che è collegata all’apprendimento e alla cultura. La percezione è un processo attivo, in cui vi è una continua interazione fra ambiente, soggetto, biologia e cultura. </li></ul>
  21. 21. Il corpo tra biologia e cultura. (4) <ul><li>Le nostre emozioni anche sono soggette a costruzioni culturali, esse sono strumenti cognitivi e relazionali.
  22. 22. Il diario permette di lasciare traccia di quello che vedo e sento, permette di passare dal dato osservato all'interpretazione dello stesso. </li></ul>
  23. 23. Violenza, conflitto e sofferenza sociale. (1) <ul><li>Per l'antropologia il corpo si divide in 3 dimensioni: corpo come esperienza, io ho un corpo e le politiche del corpo. Queste 3 insieme concorrono a formare la violenza, il conflitto e la sofferenza sociale.
  24. 24. Si cerca di individuare le dinamiche di produzione sociale della sofferenza e come la violenza agisca non solo nell'astratto ma anche a livello corporeo e soggettivo.
  25. 25. Il concetto di violenza strutturale è stato elaborato da Johan Galtung e poi da Paul Farmer, essa è un tipo di violenza indiretta, inflitta attraverso le istituzioni e le strutture sociali; è diversa dalla violenza esplicita anche se non si può separarle completamente. È un tipo di sofferenza che non è vista come qualcosa di anomalo, non la si percepisce nemmeno se non la si guarda dall'esterno.
  26. 26. La sofferenza sociale è quel tipo di sofferenza incorporata che deriva dal contesto di forze politiche, economiche e strutturali, all'interno del quale l'individuo deve negoziare i termini della propria esistenza. Tale processo non è derivato dalle “contingenze” della vita, ma è attivamente prodotto dalle istituzioni sociali. </li></ul>
  27. 27. Violenza, conflitto e sofferenza sociale. (2) <ul><li>Il concetto di violenza simbolica è stato introdotto da Pierre Bourdieu per indicare un tipo di coercizione cognitiva volta a imporre dei modelli di pensiero e a restringere il ventaglio delle possibilità di azione e di riflessione nel soggetto sociale. Qualsiasi forma di violenza ha bisogno di presentarsi in modo legittimo all'interno di una società, in questo caso oltre che legittima essa è intesa come ovvia e indiscutibile.
  28. 28. Anche Basaglia da il suo contributo definendo la malattia mentale come una dimensione politica che viene negata attraverso un discorso di apparente scientificità che maschera una concreto tentativo di “criminalizzazione della malattia”.
  29. 29. Tra i crimini di pace e i genocidi, secondo l'autrice Nancy Scheper-Hughes, esiste un “continuum genocida” vi è perciò una continuità fra le violenze inserite e tollerate nella quotidianità e la manifestazione di forme estreme di violenza, come il genocidio. I crimini di pace creano le condizioni perché certe forme di violenza possono essere presentate come necessarie. </li></ul>
  30. 30. Violenza, conflitto e sofferenza sociale. (3) <ul><li>C'è connessione tra vulnerabilità, diritti umani e sofferenza sociale; questi si intrecciano tra loro attraverso 3 assi che differenziano le varie situazioni: </li><ul><li>Asse del genere;
  31. 31. Asse della razza o etnicità;
  32. 32. Asse della discriminazione e dell'oppressione. </li></ul><li>Quando si parla di violenza esplicita è necessaria una riflessione antropologica sulla violenza e sulle persone che l'hanno subita. È sbagliato trovare cause culturali in eventi che dipendono da cause per esempio economiche. La violenza esplicita è collegata alla violenza strutturale attraverso il concetto di circolarità. </li></ul>
  33. 33. Approfondimenti di antropologia medica. (1) <ul><li>Esistono diversi modi di rappresentare la malattia in antropologia: </li><ul><li>Disease: malattia dal punto di vista organico, curata dal servizio sanitario e che riporta all'oggettività. (modo occidentale).
  34. 34. Illness: malattia come evento esistenziale, evento che stravolge la propria vita e fa pensare a ciò che non si potrà più fare. Si parla di rottura biografica che causa discontinuità esistenziale. Malattia come esperienza che riguarda anche il contesto famigliare.
  35. 35. Sickness: malattia come evento sociale, è possibile che il posto dove mi trovo determini la mia malattia oppure l'indisponibilità delle cure. Situazioni economiche, politiche e sociali determinano o influiscono sulla malattia. </li></ul><li>Per superare la malattia appieno bisognerebbe occuparsi di tutti e 3 i modi di rappresentare la malattia.
  36. 36. Byron Good parla della malattia come un oggetto estetico, ossia un oggetto che può avere definizioni diverse e può essere letto da diversi punti di vista. Il processo di costruzione culturale della malattia avviene attraverso la narrazione. </li></ul>
  37. 37. Approfondimenti di antropologia medica. (2) <ul><li>Il linguaggio della malattia non è solo differenziato dall'esperienza ma anche dall'appartenenza culturale.
  38. 38. L'utilizzo di metafore per comunicare il dolore accomuna molti contesti culturali.
  39. 39. La medicina è vista come sistema culturale, per esempio in occidente c'è la biomedicina, che si dedica all'organo malato riducendo ad esso la multidimensionalità dell'individuo, ma sono presenti anche le medicine non convenzionali.
  40. 40. Arena = luoghi in cui si affronta la malattia.
  41. 41. La maggior parte dei sistemi medici comprende tre arene sociali: </li><ul><li>Arena famigliare: in essa si trova l'autocura e l'aiuto della rete famigliare o della rete primaria.
  42. 42. Arena popolare: in essa vi sono non professionisti della cura, come i guaritori.
  43. 43. Arena professionale: medicina professionale scientifica. Questa spiega la malattia in base alla causa eziologica, sintomi iniziali, patofisiologia, decorso della malattia e terapia. </li></ul></ul>
  44. 44. Approfondimenti di antropologia medica. (3) <ul><li>Medicina centrata sulle evidenze scientifiche: essa si basa su linee guida internazionali che dicono come comportarsi di fronte a determinati sintomi. Più le linee guida sono validate più la cura è sicura. Con questa medicina però il medico conosce solo una parte della malattia, il disease, mentre il paziente continuerà a fare riferimenti alla illness. La scarsa conoscenza della illness può portare ad una scarsa adesione al trattamento. (i comportamenti si modificano non facendo informazione ma con un accompagnamento.)
  45. 45. Medicina centrata sul paziente: questa non è alternativa alla prima, si capisce la necessita di confrontarsi con il significato che la malattia acquisisce per il malato che la vive. I medici tengono un diario su cui annotano cosa secondo loro prova il paziente, cosa effettivamente questo prova e cosa si aspetta dalla cura, si descrive la situazione famigliare del paziente e come questa si connette con la malattia. </li></ul>
  46. 46. Approfondimenti di antropologia medica. (4) <ul><li>Medicina narrativa: nasce negli anni '70, si comprende come il paziente porta sempre una storia di malattia che è parte integrante della sua storia di vita. Con questo tipo di medicina si ha la capacità di assorbire (attraverso l'ascolto attivo e riflessivo), di interpretare e rispondere alle storie di malattia (attraverso la restituzione). L’incontro clinico è un incontro in cui si co-costruisce una storia di malattia, è quindi una pratica di tipo narrativo. L'azione educativa non è solo prendere informazioni ma anche darne, ci si mette in gioco per costruire un percorso di malattia; si parla di trama terapeutica.
  47. 47. La medicina narrativa si muove in 2 direzioni: verso il paziente, con contesti collettivi o individuali in cui narrare, e verso l'operatore, che sperimenta la narrazione del sé e costruisce un bagaglio di esperienze narrative.
  48. 48. Non si può lavorare con la storia dell'altro senza prima aver analizzato la propria. </li></ul>
  49. 49. Approfondimenti di antropologia medica. (5) <ul><li>Cartella parallela: è simile ad un diario professionale individuale, in essa i professionisti della cura possono descrivere come il paziente interpreta i suoi sintomi (illness) e le emozioni che gli stessi operatori provano durante l’incontro. Molto importante è che quello che si scrive sia poi portato in équipe per una possibile discussione.
  50. 50. Scrittura esperienziale: la scrittura che ripercorre gli eventi.
  51. 51. Scrittura espressiva: la scrittura che procede attraverso le metafore.
  52. 52. Resilienza = anche detta capacità negativa, essa è la capacità di far fronte a situazioni di crisi facendole diventare situazioni di apprendimento, magari per conoscere meglio sé stessi.
  53. 53. Exotopia = capacità di stare nei panni dell'altro e nello stesso tempo essere consapevoli di essere altro; è la capacità che ci impedisce di essere simbiotici. </li></ul>
  54. 54. Colloquio narrativo. (1) <ul><li>Raccogliere una storia vuol dire diventar testimoni ascoltando qualcun altro che racconta, riconoscendo l'importanza e l'unicità del narrante.
  55. 55. Il testimone ascolta e restituisce la storia riconoscendola; egli diventa portavoce.
  56. 56. Quando raccontiamo facciamo esperienza di: </li><ul><li>Eterostima: emozione che si prova nel momento in cui la nostra storia diventa importante per qualcun altro.
  57. 57. Esostima: emozione che proviamo quando siamo in grado di fare un discorso di senso compiuto.
  58. 58. Autostima: emozione in cui il narratore riconosce di avere una storia significativa e degna di essere narrata. </li></ul><li>Lo svelamento è il momento in cui il riconoscimento e la restituzione della nostra storia ci fa rendere conto di ciò che ci è successo.
  59. 59. Lo scrivano intelligente è l'operatore sanitario che trascrive la storia dell'altro non come un caso clinico ma come una vicenda umana. Egli è colui che stimola la narrazione e la prende in custodia. </li></ul>
  60. 60. Colloquio narrativo. (2) <ul><li>Il colloquio narrativo costituisce lo strumento di raccolta di una storia e si configura come un percorso relazionale. </li></ul><ul><li>Patto: deve essere chiaro nel definire gli scopi e i tempi del percorso.
  61. 61. Colloqui narrativi: si raccoglie la storia o parte di essa seguendo una traccia.
  62. 62. Trascrizione dei colloqui: sbobinamento.
  63. 63. Restituzione dei testi: attraverso un colloquio di approfondimento, in esso è possibile chiarire alcune parti, ampliare la narrazione o modificarla.
  64. 64. Trascrizione colloquio di approfondimento: si trasforma il testo in una monografia narrativa.
  65. 65. Restituzione della monografia: il narratore in questa fase si dovrebbe riconoscere in essa. La storia finale è sempre co-costruita perché scritta a 4 mani. </li></ul>
  66. 66. Colloquio narrativo. (3) <ul><li>Alcune caratteristiche del colloquio narrativa: </li><ul><li>Luogo: deve essere tranquillo, accogliente e dove non si rischia di essere interrotti, se possibile si va a casa del soggetto.
  67. 67. Tempo: va calcolato in basa alla durata della nostra attenzione, quanto si riesce a sostenere un ascolto attivo.
  68. 68. Atteggiamento: sono necessari l'ascolto attivo, l'assenza di giudizio e l'empatia. Gli interventi devono favorire la comunicazione, per questo si possono usare interventi: </li><ul><li>Ad eco: ripetere le ultime cose dette chiedendo chiarificazioni.
  69. 69. Di riformulazione: ripetere con parole nostre ciò che ha detto l'altro chiedendo se si è capito correttamente.
  70. 70. Di riflessione dei sentimenti: si ripropongono i sentimenti che l'altro sta provando.
  71. 71. Di ricapitolazione: utili per evidenziare le contraddizioni. </li></ul></ul><li>Nel caso in cui l'altro non riesca ad esprimere alcune cose, non bisogna mai insistere.
  72. 72. È necessario evitare l'atteggiamento da esperto e il consolare l'altro. </li></ul>
  73. 73. Colloquio narrativo. (4) <ul><li>Il colloquio segue sempre una traccia semi-strutturata che analizzerà i temi che ci interessano, essa va imparata a memoria.
  74. 74. La traccia è composta da domande: </li><ul><li>Sugli eventi della storia personale, si utilizza la memoria episodica.
  75. 75. Sui significati che richiedono definizioni, il significato che ha avuto quel determinato evento.
  76. 76. Evocative, che richiamano l'uso della metafora.
  77. 77. Meta-cognitive, chiedono di riflettere sulla propria immagine/storia alla luce di quello che si è raccontato, si fa una riflessione sulla riflessione. </li></ul></ul>
  78. 78. Narrazione e intercultura. (1) <ul><li>La narrazione può essere usata come strumento di educazione interculturale, ossia un educazione alla differenza, essa riguarda tutte le differenze ma in particolare l'approccio con persone che arrivano da culture differenti.
  79. 79. L'identità è qualcosa che ha che fare con noi stessi, quello che siamo ma anche con l'alterità, ovvero ciò che pensiamo degli altri.
  80. 80. L'identità presuppone l'esistenza di esseri unici ed irripetibili, è fatta di caratteristiche personali, non esiste aldilà dell'esperienza e ha bisogno di qualcuno a cui mostrarsi, necessita della relazione.
  81. 81. L’identità si mostra e cambia attraverso la narrazione.
  82. 82. Identità plurima = caratteristica dell'età adulta dove si concentrano più identità che si influenzano reciprocamente, si adegua la propria identità al contesto.
  83. 83. Identità multipla = in un mondo attraversato da flussi culturali diversi e contraddittori, l’identità deve fare i conti con la diversità, deve sapersi adattare sopportando le ambivalenze. </li></ul>
  84. 84. Narrazione e intercultura. (2) <ul><li>Identità “traiettoria” = è come se l'identità fosse un percorso, essa è temporale e spaziale, c'è qualcosa dentro di noi che si modifica continuamente perciò l'identità può seguire traiettorie identitarie convergenti o divergenti.
  85. 85. L'Io tessitore è l'identità che tiene insieme, ricompone le esperienze e fa si che noi siamo sempre noi stessi.
  86. 86. L'identità nomade e la doppia assenza sono concetti che hanno a che fare con le persone che si spostano nello spazio. Queste caratteristiche portano a sentirsi fuori luogo ovunque, manca l'appartenenza.
  87. 87. L'alterità è tutto ciò che non sono io, “l'altro comincia accanto a me”
  88. 88. Non esistono alterità totali perché sono sempre presenti elementi di somiglianza tra me e l'altro.
  89. 89. Alterità immediata = si riconoscono molti elementi di somiglianza.
  90. 90. Alterità lontana = si riconoscono pochi elementi di somiglianza.
  91. 91. Non si può capire o conoscere pienamente l'altro come non si può conoscere interamente noi stessi.
  92. 92. Si può accogliere l'altro con le sue differenze. </li></ul>
  93. 93. Narrazione e intercultura. (3) <ul><li>Gli stereotipi sono un modo per categorizzare e generalizzare le esperienze.
  94. 94. Noi viviamo d stereotipi, l'importante è non farsi guidare solo da essi e non trasformarli in pregiudizi.
  95. 95. Il pregiudizio ci fa pensare che le cose negative siano legate ad alterità lontane.
  96. 96. Per fare si che identità e alterità si fondano si può utilizzare un laboratorio autobiografico, ovvero uno spazio riflessivo attraverso la scrittura del sé.
  97. 97. Il laboratorio autobiografico consente di raccontare frammenti di sé all'altro che condivide e connette questi racconti con i propri.
  98. 98. Il laboratorio autobiografico è definito come uno spazio soglia, ovvero una frontiera dove le identità si affacciano verso l'altro mantenendo però le proprie caratteristiche, ovviando così alla nostra paura di diventare altro.
  99. 99. La raccolta di storie di migrazione hanno importanza sia per chi le racconta che per la collettività, diventano processo di apprendimento e cambiamento sociale. </li></ul>

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