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VII
                                LA PRIMA GUERRA MONDIALE




                    Il 28 giugno 1914, al ritorno da una lunga escursione nelle
                 valli di Lanzo che mi aveva tenuto lontano dal mondo per di­
                 versi giorni, seppi dell’assassinio del principe ereditario au­
                 striaco e di sua moglie per mano di un bosniaco, Gavrilo Prin­
                 cip, armato da movimenti irredentisti serbi. Il tragico episodio
                 aveva messo in allarme le cancellerie di tutta l’Europa, per le
                 conseguenze che avrebbe potuto avere sugli instabili equilibri
                 allora esistenti.
                    Com’è noto, l’Europa era allora dominata dalla Triplice Al­
                 leanza (Germania­Austria­Italia) e dall’Intesa (Russia­Francia­
                 Inghilterra), ma i Balcani erano una polveriera di irredentismi.
                 L’Austria presentò alla Serbia un ultimatum che fu respinto: di
                 qui lo scoppio della prima guerra mondiale.
                    L’Italia era in una posizione decisamente difficile: legata da
                 un trattato di alleanza militare ad Austria e Germania, era però
                 del tutto impreparata sotto il profilo militare. Uscita stre mata
                 dalla guerra di Libia, agitata da correnti antiaustriache, come
                 poteva schierarsi a fianco dell’Austria contro Francia e Inghil­
                 terra? Sarebbe stata, da parte dei suoi governanti, una mossa
                 assolutamente impopolare.
                    Dato che non eravamo stati minimamente consultati prima
                 della dichiarazione di guerra, ci fu possibile dichiarare la no­
                 stra neutralità. Seguirono mesi di pressioni diplomatiche da
                 parte sia della Triplice che dell’Intesa per coinvolgerci nel con­




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                    L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo a Sarajevo
                 il 28 giugno 1914. Tavola di A. Beltrame dalla «Domenica del Corriere».




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                       Attilio.                  Ettore.




                       Umberto.                  Rodolfo.




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LA PRIMA GUERRA MONDIALE                   123




                               Ugo.                              Virginio.


                 flitto. Neutralisti e interventisti presero posizione contro gli
                 Imperi Centrali. La corrente interventista (al fianco di Russia
                 ­Francia­Inghilterra) era trascinata dalle infuocate orazioni di
                 D’Annunzio e dagli articoli del quotidiano «Il Popolo d’Ita­
                 lia», il cui direttore, Benito Mussolini, lasciato il Partito Socia­
                 lista, era diventato un veemente propagandista dell’interven­
                 to italiano a fianco dell’Intesa. I contrasti sfociarono in scontri
                 violenti nelle vie e nelle piazze, mentre il governo Salandra si
                 atteggiava a neutralista ad oltranza.
                     Ma intanto, in assoluta segretezza, era stato raggiunto l’ac­
                 cordo sul nostro passaggio a fianco dell’Intesa e persino sulla
                 data della nostra entrata in guerra (24 maggio 1915).
                     Nel 1912, avendo un fratello ufficiale in servizio permanen­
                 te, avevo fruito di una ferma ridotta: sei mesi ad Asti, al ter­
                 mine dei quali ero stato congedato con i gradi di caporale. Ora
                 − frequentavo il quarto anno del Politecnico − ero soggetto alla




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                 chiamata alle armi secondo il manifesto di mobilitazione del
                 24 maggio.
                     Mi presentai così a Torino alla caserma di raccolta dei ri­
                 chiamati. Immediatamente intruppato, la sera stessa fui spedito
                 al fronte in una colonna autotrasportata. Avevo avuto appe na il
                 tempo di avvertire i familiari.
                     In tre giorni, salutati ovunque da folle in festa, arrivammo
                 al settore assegnatoci, con base a Pieve di Cadore. Il rombo
                 delle cannonate arrivava fino al nostro accampamento, ma a ri­
                 cordarci che eravamo in guerra era soprattutto il passaggio del­
                 le ambulanze cariche di feriti.
                     Dopo a lcune setti ma ne fummo trasferiti nel settore
                 dell’Isonzo, verso le alture di San Michele del Carso. Alla fine
                 di un luglio rovente, attraversati Veneto e Friuli, raggiungem­
                 mo Gradisca, devastata dalle cannonate. L’impatto con la realtà
                 della guerra fu tremendo.
                     Mentre era in pieno svolgimento una delle tante battaglie
                 per la conquista dell’altopiano carsico, attraversammo l’Ison­
                 zo appoggiandoci alle travature del ponte in ferro fatto crollare
                 dal nemico. Il fracasso era infernale; tra scoppi di granate e si­
                 bili di mitragliatrici procedevamo verso la postazione assegna­
                 taci incrociando uomini orribilmente mutilati che, riversi sulle
                 barelle, urlavano di dolore.
                     Per tutta l’estate e l’autunno proseguirono gli scontri, senza
                 vantaggi decisivi per l’una o l’altra parte, ma con un immane
                 spreco di vite umane.
                     In agosto il nostro reparto, non poco provato, venne ritirato
                 dalla linea di combattimento e mandato nelle retrovie a Palma­
                 nova. Mentre ci godevamo il breve periodo di riposo, arrivò
                 l’ordine del Comando di Armata di provvedere all’esecuzione
                 della sentenza del Tribunale di Guerra che condannava due di­
                 sertori alla fucilazione. L’ordine precisava che l’esecuzione do­
                 veva avvenire su uno spalto del muro di cinta della città, alla




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LA PRIMA GUERRA MONDIALE                     125
                 presenza di drappelli di militari dei vari corpi operanti nel set­
                 tore. Quando seppi di essere compreso nel drappello del no­
                 stro reparto ne fui terribilmente sconvolto, tanto che trovai il
                 coraggio di implorare il mio comandante perché mi esentasse
                 dall’obbligo di subire lo strazio di quello spettacolo, e alla fine
                 fui accontentato.
                     Purtroppo nel corso del conflitto, poco prima di Caporetto,
                 dovetti assistere a un caso di applicazione della terribile legge
                 di guerra della decimazione.
                     Con l’arrivo delle piogge e il calo della temperatura, la vita
                 in trincea divenne quasi intollerabile; dato che l’equipaggia­
                 mento era del tutto inadeguato, ci furono innumerevoli casi di
                 congelamento degli arti inferiori con conseguenti spaventose
                 amputazioni. Il nemico, che era invece ben attrezzato, non ci
                 dava respiro con tiri di disturbo giorno e notte.
                     Essendo rallentata l’azione offensiva nella stagione inverna­
                 le, il Comando Supremo organizzò un turno di licenze di due
                 settimane. Arrivò infine il mio turno. La partenza avveniva
                 dalla stazione di Udine dove si fermava la «tradotta», un con­
                 voglio composto da alcune carrozze passeggeri, riservate agli
                 ufficiali, e una lunga fila di carri merci, i famosi «cavalli otto­
                 uomini quaranta».
                     In attesa della partenza, incontrai un amico di famiglia, ca­
                 pitano dei bersaglieri. Mentre ci stavamo raccontando le reci­
                 proche disavventure, gli arrivò l’ordine di rientrare immediata­
                 mente, dato che si riteneva imminente un’offensiva nemica. Al
                 ritorno dalla licenza venni a sapere che quella stessa notte una
                 granata aveva centrato in pieno la sua postazione e che l’amico
                 era stato dilaniato dall’esplosione.
                     Da parte mia, impiegati una notte e un giorno per raggiun­
                 gere Milano, arrivai infine ad Asti e potei riabbracciare i miei
                 genitori, la sorella Andreina con la sua famiglia, parenti ed
                 amici e i fratelli Ettore e Ugo anch’essi in licenza: né di Etto­




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                 re, tenente medico in un battaglione di bersaglieri, né di Ugo,
                 te nente di artiglieria, avevo saputo più nulla dall’inizio della
                 guerra. Andai anche a Torino a salutare i compagni del Politec­
                 nico, che però per la maggior parte erano stati chiamati alle
                 ar mi e intruppati in corsi accelerati per conseguire la nomina
                 di ufficiali di complemento. Furono poi avviati al fronte dove
                 non pochi trovarono la morte in combattimento.
                     Il ritorno al fronte fu piuttosto avventuroso. Non me l’ero
                 sentita di affrontare il viaggio in tradotta e avevo deciso di usu­
                 fruire dei normali treni viaggiatori, cosa che era rigorosa mente
                 vietata. Ma riuscii a raggiungere il mio reparto senza incappare
                 nelle ronde di sorveglianza.
                     Arrivò infine il giorno in cui il nemico sferrò l’offensiva nel
                 Trentino, la Strafexpedition. Dato che il fronte cedette in vari
                 punti, poté dilagare sugli altipiani, cercando di aprirsi un varco
                 verso la pianura veneta.
                     Per tamponare l’avanzata, fummo smistati nei settori più
                 caldi. Furono giorni e notti da tregenda, ma alla fine la linea
                 del fronte venne ricostituita e potemmo far ritorno sull’Isonzo.
                     Ai primi di agosto ottenni una breve licenza per presentar­
                 mi agli esami di tecnologia meccanica e economia politica. La
                 mia preparazione era nulla, ma l’importante era la licenza, non
                 la promozione. Il Comando aveva però disposto che se non si
                 fosse superato l’esame, i giorni di licenza sarebbero stati scalati
                 da quelli della licenza invernale. Ma grazie alla comprensione
                 dei professori ottenemmo tutti quanti il necessario diciotto.
                     Nel frattempo si era scatenata con grande violenza la nostra
                 controffensiva. Raggiunta Gorizia, conquistato il monte Sabo­
                 tino, oltrepassato l’Isonzo, le nostre truppe rimontarono l’alto­
                 piano della Bainsizza occupando importanti punti strategici.
                 In quei mesi affluivano al fronte i miei compagni del Politec­
                 nico, nominati nel frattempo ufficiali di complemento, come
                 ho già accennato. Avevano così evitato le mie dure esperien­




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LA PRIMA GUERRA MONDIALE                    127
                 ze come soldato nel primo anno di guerra, al termine del quale
                 ero ancora allo stato di semplice graduato.
                    Mi rallegrò quindi la disposizione del Comando di invia­
                 re i militari, in possesso di un determinato titolo di studio,
                 a un corso accelerato per conseguire la nomina di ufficiale
                 di complemento. Il corso, in parte teorico a Padova, in parte
                 pratico presso reparti di linea, avrebbe avuto inizio in no­
                 vembre.
                    Dopo due mesi molto piacevoli a Padova, fui inviato in un
                 reggimento di fanteria nelle Giudicarie, in Val di Ledro. A fine
                 dicembre uno spesso manto di neve copriva la zona lungo la
                 quale si estendeva la prima linea di trincee. Poiché la neve im­
                 pediva azioni offensive, il grosso delle truppe era stato sistema­
                 to nelle retrovie, mentre davanti alla prima linea era stata
                 predisposta una serie di avamposti per dare l’allarme, accurata­
                 mente mascherati in modo da non essere individuati dal nemi­
                 co. Si trattava di caverne presidiate da una decina di militari,
                 con turno settimanale.
                    Mi toccò il turno che comprendeva il Natale e il Capodan­
                 no, che furono dei più melanconici della mia vita. Passai l’ulti­
                 mo dell’anno in una caverna buia e fredda, mentre dalle trin­
                 cee nemiche arrivava l’eco di canti e di brindisi.
                    Promosso «aspirante ufficiale» (dopo pochi mesi si diven­
                 tava sottotenenti), fui assegnato alla Seconda Armata e presi
                 parte a diverse azioni offensive sull’altopiano della Bainsizza.
                    Parecchi mesi prima una circolare del Comando aveva invi­
                 tato gli ufficiali a presentare domanda d’iscrizione a un corso,
                 a Padova, di specializzazione in apparecchiature elettriche. La
                 mia domanda fu accolta e il 20 ottobre mi trasferii a Padova.
                 Solo due giorni dopo ci fu l’offensiva austriaca di Caporetto
                 che sfondò il fronte proprio all’altezza della Bainsizza, dove si
                 trovava il mio reparto. Che non ebbe scampo e rimase prigio­
                 niero fino alla fine del conflitto.




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                     Padova divenne un inferno. Vi affluivano incessantemente
                 colonne di militari sbandati, disarmati, in fuga verso le retro­
                 vie; ovunque scene di disperazione, con treni insufficienti a tra­
                 sportare le folle di militari e civili e strade inadeguate al flusso
                 dei mezzi bellici.
                     Ovviamente il corso fu annullato e io fui impiegato come
                 comandante di compagnia, col compito di rastrellare gli sban­
                 dati e inquadrarli in nuclei in modo da ricostituire una linea
                 di resi stenza. Nel frattempo il nemico era dilagato nella pia­
                 nura veneta e di lì al Piave dove si era fermato per organizzare
                 l’afflusso di rifornimenti.
                     La mia angoscia per le conseguenze della sconfitta era resa
                 più intensa dai timori per la sorte toccata a Ettore e Ugo, il pri­
                 mo in alta Carnia e quindi tagliato fuori dall’avanzata nemica
                 nella pianura friulana, il secondo in Cadore e quindi con gran­
                 di difficoltà per arretrare sul Piave. Dopo due mesi senza no­
                 tizie ebbi la gioia di saperli salvi entrambi al di qua del Piave.
                 Ettore, fuggendo a piedi, attraverso le montagne, dal suo re­
                 parto che aveva deciso di arrendersi, era giunto al Piave ed era
                 riuscito acrobaticamente ad attraversarlo su un ponte che stava
                 per essere fatto saltare dai nostri in ritirata; Ugo era riuscito a
                 ripiegare dal Cadore sul Montello.
                     Col passare dei giorni e il deflusso di molti profughi verso
                 l’interno del paese, la situazione andava lentamente normaliz­
                 zandosi. Il nemico si era attestato sulle sponde del Piave gon­
                 fiato dalle piogge e quindi difficile da attraversare.
                     A metà ottobre fui trasferito al servizio fotoelettrico della
                 Quarta Armata che operava nel Trentino, con comando a Bel­
                 luno Veronese, un piccolo comune sulle rive dell’Adige. Lì
                 fui subito destinato a dare il cambio al comandante di una
                 stazione fotoelettrica di trincea, a Doss Casina, sulle pendici
                 del monte Altissimo. Ero in preda allo smarrimento, essendo
                 del tutto all’oscuro sia delle attrezzature che del loro impiego.




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                 Raggiunta la postazione, il tenente, che attendeva con ansia il
                 mio arrivo, mi fece rapidamente la consegna lasciandomi al co­
                 mando di una decina di soldati e di un sergente, con i quali
                 dovevo fronteggiare una situazione ricca di incognite e anche
                 di branchi di toponi voraci che si infilavano dappertutto, per­
                 sino nei sacchi a pelo.
                    La stazione era addetta al servizio di illuminazione di un
                 tratto della terra di nessuno che si snodava tra le nostre trincee
                 e quelle del nemico, così poco distanti che di giorno erano per­
                 fettamente visibili le vedette.
                    In quel settore era in atto una singolare azione propagandi­
                 stica del nemico effettuata mediante grandi cartelli che, porta­
                 ti nottetempo in vista delle trincee, incitavano i nostri ad ar­
                 rendersi dato che il Veneto era tutto occupato e ogni resistenza
                 quindi vana. Il Comando aveva organizzato un drappello di ar­
                 diti col compito di impadronirsi dei cartelli e inviarli ai servizi
                 di controspionaggio.
                    La linea era presidiata da alcuni battaglioni di alpini al co­
                 mando del valoroso colonnello Ragni: poco più avanti, altre
                 centinaia di alpini sistemati in cunicoli o caverne scavate nella
                 roccia, armati di mitragliatrici, lanciabombe e cannoncini da
                 trincea. Era una specie di fortezza, dalla quale si potevano ef­
                 fettuare azioni di disturbo fino alle retrovie nemiche.
                    Ma una notte un manipolo di nemici riuscì ad avanzare
                 fino alle nostre vedette e, neutralizzatele, ad aprire la via a re­
                 parti che penetrarono nelle caverne dove gli alpini giaceva­
                 no addormentati. Li fecero prigionieri e organizzarono l’of­
                 fensiva.
                    L’incursione era stata così rapida che il nostro Comando se
                 ne accorse solo il mattino dopo. Fu subito decisa l’azione per
                 riprendere la postazione e gli austriaci furono sorpresi in piena
                 notte da una compagnia di arditi che fecero centinaia di pri­
                 gionieri.




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                     Grazie all’ampia disponibilità dei civili, rimasti nella pianu­
                 ra friulana, a fare dello spionaggio in nostro favore, il Coman­
                 do seppe che il nemico stava preparandosi a una nuova offensi­
                 va nel settore del Piave, mirando a dilagare nella pianura
                 lombarda. Dispose efficaci contromisure: fummo avvertiti del
                 giorno e dell’ora dell’azione che, per quel che riguardava il no­
                 stro settore, si sarebbe limitata a un intensissimo fuoco di arti­
                 glieria. La vera offensiva sarebbe stata concentrata sul medio
                 Piave. Ma il piano del nemico fallì; questo fu anche il suo ulti­
                 mo sforzo offensivo.
                     Nel maggio fui trasferito sul lago di Garda, col compito di
                 provvedere al funzionamento delle stazioni fotoelettriche col­
                 locate all’estremità del lago. Passai così gli ultimi sei mesi di
                 guerra nel modo migliore. Le grandi fotoelettriche di giorno
                 venivano nascoste in caverne e di notte illuminavano il lago per
                 impedire infiltrazioni austriache. Ero quindi in servizio tutta la
                 notte, ma praticamente si trattava di una sinecura dato che ero
                 in un settore, come si soleva dire, di pace separata.
                     Ricordo molto bene che la linea di difesa di quel settore era
                 presidiata da un’unità formata da disertori cecoslovacchi, di
                 straordinario coraggio. Alcuni di loro, ad esempio, dopo esse­
                 re stati trasportati all’estremità del lago, in mano nemica, rag­
                 giungevano a nuoto la riva dove, equipaggiati con divise au­
                 striache, si infiltravano nelle linee nemiche prendendo visione
                 della dislocazione dei reparti, delle postazioni di artiglieria e
                 di eventuali preparativi di azioni offensive. Facevano quindi ri­
                 torno alle nostre linee, prima a nuoto e poi salendo su imbar­
                 cazioni. Ma non tutti tornavano e il giorno dopo, in posizioni
                 bene in vista, si potevano vedere forche con appesi i loro ca­
                 daveri.
                     A difendere le rive dalle incursioni c’era un battaglione di al­
                 pini al comando di uno dei quattro fratelli Calvi, due dei qua­
                 li erano caduti in combattimento sull’Adamello, mentre il ter zo




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LA PRIMA GUERRA MONDIALE                    131
                 era sottotenente nel battaglione del fratello comandante. Nella
                 nostra controffensiva autunnale l’amico comandante (con cui
                 passai molte notti a conversare: ci legava tra l’altro l’amore per
                 la musica) perse la vita, e poco dopo anche il fratello non so­
                 pravvisse alla febbre spagnola.
                     All’armistizio, nella generale euforia, decisi di andare a ve­
                 dere Trento, meta sospirata per più di tre anni. Ma raggiunta
                 Riva del Garda, dove pensavo di approfittare di uno dei tanti
                 automezzi diretti a Trento, mi sentii improvvisamente male e
                 tornai rapidamente indietro. Ero anch’io preda della tremenda,
                 pressoché incurabile spagnola, che stava mietendo più vit time
                 di quattro anni di guerra. Stentavo a respirare e prima di per­
                 dere conoscenza riuscii ancora ad imprecare contro la sorte che
                 mi stroncava proprio a guerra conclusa.
                     Caricato su un camioncino fui subito trasportato al Lazza­
                 retto di Peschiera, vera anticamera del cimitero, dove, a mia in­
                 saputa, era ricoverato anche mio fratello Virginio.
                     Scampai incredibilmente alla morte (e la stessa fortuna toc­
                 cò a mio fratello), non certo grazie a farmaci che allora non esi­
                 stevano, e raggiunsi il Comando del mio reparto a Verona. La
                 città brulicava di ufficiali di ogni arma e grado, tutti esultanti
                 per la vittoria.
                     Al contrario, lo stato di profonda prostrazione fisica accen­
                 tuava in me la malinconia di fronte all’allegria altrui. Pensa­
                 vo al mio incerto futuro (avevo ormai ventisei anni), alla valan­
                 ga di esami da superare prima della laurea e dell’indipendenza
                 economica. Mi aggiravo così con aria depressa negli uffici del
                 mio Comando, in attesa di essere destinato a qualche specifi­
                 ca funzione, infagottato nell’uniforme grigioverde del soldato
                 di truppa, con appuntate le stellette, contrassegno del grado di
                 ufficiale.
                     A Pescantina, un piccolo comune a poche decine di chilome­
                 tri da Verona, ameno luogo di villeggiatura della borghesia cit­




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                 tadina, era stato costituito un centro di raccolta del materia­
                 le elettrico abbandonato dal nemico in fuga. Al Comando non
                 parve vero di accogliere la mia richiesta di provvedere, insieme
                 ad un collega, all’organizzazione dell’immagazzinamento.
                    Mi fermai in quella simpatica cittadina poco più di un mese,
                 godendo, come unica autorità militare, della cordiale considera­
                 zione degli abitanti. Recuperai così rapidamente le forze e la
                 gioia di vivere.
                    D’accordo col mio collega, requisii una confortevole villetta
                 (assenti gli ignari proprietari) e ci vissi comodamente, consu­
                 mando pasti luculliani preparati da un soldato­cuoco provetto.
                 Dopo qualche giorno vedemmo spuntare un paio di topolini di
                 tipo casalingo, attratti dall’odore del cibo. Superato il ricordo
                 dei loro consimili di chiavica, gettammo loro briciole di pane
                 stabilendo rapporti cordiali, sia pure nel rispetto delle recipro­
                 che zone d’influenza.




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VIII
                           L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO




                    Alla fine del dicembre 1918, su disposizioni del Comando
                 Supremo dirette a consentire agli studenti universitari di ri­
                 prendere gli studi interrotti, ottenni una licenza di sei mesi e
                 nell’agosto del ’19 fui definitivamente congedato.
                    Volevo laurearmi al più presto in modo da non gravare ulte­
                 riormente sulle finanze di mio padre, compromesse dalle vicen­
                 de belliche e dalla crescente inflazione.
                    Grazie alla divisa di ex­combattente e alla croce di guerra ri­
                 uscii a laurearmi in poco più di un anno (il 20 marzo 1920), so­
                 stenendo una media di un esame al mese. Ma la congiuntura
                 era decisamente sfavorevole; le industrie, e in particolare quel­
                 le meccaniche ed elettriche, erano in fase di conversione a in­
                 dustrie di pace; gli ex­combattenti reclamavano a ragione di ri­
                 prendere i posti abbandonati per correre al fronte e che nel
                 frattempo erano stati occupati. Che possibilità di impiego po­
                 teva avere un neolaureato? Mi presentai alle imprese più im­
                 portanti, ma senza esito. Alla fine mi ricordai delle «Officine e
                 Fonderie G. Martina e Fratello» (ho già raccontato che il Mar­
                 tina aveva costruito nel 1895 la prima automobile italiana).
                    Alla sua scuola si erano formati ingegneri di alto livello che
                 erano poi andati a dirigere importanti industrie. Ma era noto
                 che Giovanni Martina era molto severo, in particolare con i
                 giovani neolaureati. Chiesi comunque un colloquio.
                    Lo vedevo per la prima volta: un uomo anziano, col pizzo




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                 brizzolato, austero e imponente. Non perse tempo per dirmi che
                 non aveva bisogno di ingegneri; declinò anche la mia successiva
                 richiesta di entrare nell’ufficio tecnico come disegnatore. Stavo
                 congedandomi quando, in dialetto piemontese, mi disse: «Un
                 posto glielo potrei offrire, ma da apprendista meccanico».
                    La proposta mi sembrò una burla: dopo diciotto anni di
                 scuola, di cui cinque al Politecnico, ecco cosa mi veniva offer­
                 to! Ma, superato lo sconcerto, accettai. Avrei fatto pratica in
                 un’officina meccanica, sia pure come apprendista, e la cosa mi
                 sarebbe stata in tutti i casi utile. Nel frattempo poteva venir
                 fuori qualcosa di meglio. Il cav. Martina mi precisò che la gior­
                 nata lavorativa iniziava alle sette, e, dulcis in fundo, che gli ap­
                 prendisti non erano pagati.
                    Già il giorno dopo ero al banco degli aggiustatori dove ven­
                 ni rifornito di utensili, di un disegno, di un pezzo di metallo
                 grezzo dal quale, a forza di lima, avrei dovuto tirar fuori l’og­
                 getto rappresentato dal disegno. Fu un compito non da poco.
                 Dopo diversi mesi passai alle macchine utensili, al tornio, alla
                 fresatrice, alla rettifica: stavo diventando un meccanico pro­
                 vetto!
                    Durante la guerra, come graduato di truppa ero entrato in
                 contatto con gente di varia estrazione sociale; nuovamente, in
                 officina, feci amicizia con semplici lavoratori, solidarizzando
                 con le loro difficoltà sia economiche che personali.
                    In quegli anni la vita degli operai era molto dura: l’orario
                 era di sessanta ore alla settimana (e spesso si lavorava anche la
                 mattina dei giorni festivi), nulla l’assistenza sanitaria, insuffi­
                 ciente quella infortunistica, sconosciute ferie e pensione. I duri
                 sacrifici imposti dalla lunga guerra e le difficoltà economiche
                 aggravate dall’inflazione suscitavano inoltre fermenti, scioperi
                 e richieste di una maggior giustizia sociale.
                    Nel 1920­21 le strade erano percorse da cortei imponenti di
                 operai che sfociarono nell’occupazione delle fabbriche.




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L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO                  135
                     La mia situazione era delicata: ero un lavoratore, un ope­
                 raio, ma nello stesso tempo ero pur sempre dall’altra parte del­
                 la barricata. Se mi fossi unito all’occupazione avrei potuto su­
                 scitare il sospetto di essere un informatore del padrone; decisi
                 quindi di restarne fuori.
                     Quando le grandi agitazioni operaie ebbero termine, ripre­
                 si il mio posto di lavoro. Fu allora che Martina mi convocò nel
                 suo ufficio. Appurato che sapevo il tedesco, mi propose di ac­
                 compagnare lui, l’amico industriale Giovanni Strola e il dott.
                 Mario Mimolo, rappresentante per l’Italia di una ditta di Pfor­
                 zheim, in un viaggio in Svizzera e in Germania, per esami nare la
                 possibilità di costruire in Italia un’azienda per la produ zione di
                 tubi metallici flessibili. Com’è ovvio, accettai immediatamente.
                 Dato che non avevo mai sentito parlare di questi tubi, Martina
                 mi fece vedere il catalogo della ditta tedesca, la cui copertina
                 era interamente occupata da un mostruoso ser pente a tre teste:
                 una emetteva lingue di fuoco dalle fauci spa lancate, un’altra
                 getti di vapore come un soffione, la terza turbini di vento ciclo­
                 nico. Che idea bizzarra usare per la pubblicità un serpente, che
                 non gode di buona fama!
                     Partimmo per Lucerna per verificare anzitutto la proposta
                 insieme agli industriali svizzeri. Ebbi l’impressione di entra­
                 re in un altro mondo: lasciavo un paese stremato dallo sforzo
                 bel lico, in preda a violente lotte intestine, impoverito, smarrito,
                 sfiduciato, e mi trovavo in un paese dove tutto emanava sicu­
                 rezza, laboriosità, pace sociale.
                     Scendemmo nel lussuoso albergo Eden, dove trovammo ad
                 attenderci due industriali svizzeri. Non potevo certo imma­
                 ginare l’importanza decisiva di quell’incontro per il mio fu­
                 turo di imprenditore. Se all’inizio fu solo una collabora zione
                 tecnico­economica, col passare del tempo si consolidò tra noi
                 una grande amicizia che si tramandò alle generazioni suc­
                 cessive.




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                     I due industriali svizzeri erano l’ingegner Otto Meyer­Kel­
                 ler e Alberi Dreyer, titolari della società «O. Meyer­Keller &
                 C. ­ Metallschlauchfabrik». Prima della guerra la loro azien­
                 da produceva apparecchi di riscaldamento, attività che aveva­
                 no abbandonato per darsi, in collaborazione con i tedeschi, alla
                 produzione dei tubi flessibili.
                     Meyer­Keller era un uomo simpatico, dai modi impeccabi­
                 li; Dreyer, che apparteneva a una famiglia di albergatori, aveva
                 sempre avuto una grande passione per la meccanica (in segui­
                 to potei apprezzarne la geniale capacità inventiva). Ci accompa­
                 gnarono a visitare lo stabilimento che era un modesto capanno­
                 ne di legno, dove alcune macchine producevano tubi flessibili,
                 poi tagliati in varie lunghezze a seconda dell’impiego. Attigua
                 al capannone vidi una baracca di legno per i servizi ammini­
                 strativi. I dipendenti non superavano la decina.
                     Raggiunta un’intesa di massima (con riserva di conclusione
                 dopo aver visitato la fabbrica tedesca), pranzammo insieme in
                 un ristorante con una superba vista sul lago e le montagne in­
                 nevate. Meyer­Keller era accompagnato dalla moglie Henriette,
                 col portamento di una gran dama, Dreyer dalla giovane con­
                 sorte.
                     Il giorno dopo partimmo, noi tre italiani, per Pforzheim,
                 una caratteristica città della Foresta Nera che nella seconda
                 guerra mondiale sarà rasa al suolo dai bombardamenti. Pforz­
                 heim era allora un centro mondiale dell’industria della gioielle­
                 ria che dava lavoro a quasi tutta la popolazione.
                     Ci incontrammo con i fratelli Witzenmann, Emil e Adolf,
                 titolari dell’azienda di tubi flessibili. Anche loro venivano dai
                 gioielli: il padre Heinrich aveva infatti fondato, nel 1854, a ven­
                 tisette anni, un laboratorio per la produzione di braccialetti e
                 collane che ottenne un grande successo, grazie soprattutto a
                 certe collane formate da un tubicino, snodato e flessibile, rica­
                 vato da due nastri sagomati a U (collane che diventeranno fa­




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                        Heinrich Witzenmann.




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                       Emil Witzenmann.




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                         Adolf Witzenmann.




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                 I ragazzi Herbert e
                 Walter Witzenmann in
                 un segmento di tubo di
                 1.800 mm (1910 ca.).

                 mose col nome di Gänsgürtelkette). Per far fronte alla richiesta,
                 studiò macchine speciali per la produzione in serie del serpen­
                 tello, in collaborazione coll’ingegner Eugène Levalasseur, tito­
                 lare dell’ufficio di rappresentanza aperto a Parigi, il maggior
                 centro di vendita dei suoi prodotti.
                    Mentre una sera i due amici, Heinrich e Eugène, passeggia­
                 vano per i boulevard parigini, la loro attenzione fu attratta da
                 alcuni uomini che innaffiavano la strada con tubi di canapa che
                 perdevano acqua da numerosi buchi, infastidendo i passanti. A
                 quel tempo il trasporto di fluidi avveniva attraverso tubi di ca­
                 napa con interno di gomma, che non sopportavano alte tempe­
                 rature ed erano soggetti a strozzature e danneggiamenti.
                    Un mezzo per il trasporto e la conservazione dei liquidi fu in­
                 dispensabile al genere umano fin dai primordi (sull’evoluzione
                 della storia dei contenitori e degli elementi tubolari flessibi li se­
                 gnalo il libro di H. C. Feldhaus, 100 Jahren Metallschlauchfabrik,
                 Knoblauch 1954). L’uomo primitivo traeva principalmen­




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                 te dagli animali quanto gli era indispensabile per la soprav­
                 vivenza, usandone le interiora sia come recipienti sia come ele­
                 menti tubolari per il travaso dei liquidi. Per millenni vennero
                 così utilizzati lo stomaco e le budella degli animali: in un anti­
                 co vaso greco, ad esempio, è raffigurata una persona che versa
                 da un otre, ottenuto dalla pelle di un quadrupede, del liquido
                 in bocca ad un compagno riverso per terra. Quando gli eserciti
                 si mettevano in moto equipaggiavano i reparti con quadrupedi
                 carichi di otri colmi d’acqua. Uno storico greco racconta di un
                 re arabo che per fornire d’acqua una zona desertica si servì di
                 budella di animali colme delle acque del fiume Koris.
                     Per mantenere integra la sezione di passaggio del tubo flessi­
                 bile furono col tempo adottati vari accorgimenti; il più usato
                 era quello di infilare dentro il tubo, a distanze regolari, anel­
                 li di legno. In una miniatura del XIV secolo è raffigurata una
                 persona chiusa in una camera stagna immersa in acqua; la re­
                 spirazione è assicurata da un tubo flessibile irrigidito con i pre­




                                                  Miniatura del 1350 ca.




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                       Miniatura del 1430 ca.                  Pittura del 1430 ca.


                 detti anelli, il quale mette in comunicazione la camera stagna
                 con un galleggiante situato a fior d’acqua. Così, in un mano­
                 scritto redatto intorno al 1430, è raffigurato un sommozzato­
                 re intento al recupero di materiali giacenti sul fondo. L’uomo
                 è chiuso in una specie di scafandro da cui si diparte un tubo
                 flessibile. Col passare del tempo le budella furono sostituite da
                 elementi tubolari ottenuti con strisce di tela o di cuoio, cucite
                 longitudinalmente.
                     Nei nostri anni ’30 si verificò un singolare ritorno all’impie­
                 go di budella di maiale. Col passaggio, nei motori degli aerei,
                 dal tipo raffreddato ad acqua con cilindri in linea ai motori
                 stellari raffreddati ad aria, si rese necessario collegare il carbu­
                 ratore con un tubo flessibile che presentasse un’adeguata resi­
                 stenza alle fortissime vibrazioni del motore, oltre a non esse­
                 re aggredito dal carburante. Venne depositato il brevetto di un




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                 tubo flessibile formato da budella di maiale, convenientemen­
                 te trattato con sostanze chimiche antiputrefacenti, e rafforzato
                 da spirali metalliche in modo da impedirne lo schiacciamento e
                 assicurarne la resistenza alla pressione interna. Venne impiega­
                 to con successo, ma durava poco perché la parete delle budel­
                 la diventava rapidamente fragile e incapace di resistere alle vi­
                 brazioni.
                    L’impiego del cuoio e della tela consentì di fabbricare tubi di
                 diametri e lunghezza vari, aprendone l’utilizzazione a nuovi set­
                 tori. Nella cattedrale di Würzburg si può ammirare un curioso
                 bassorilievo che rappresenta Dio assiso in cielo che conversa
                 con la Vergine Maria tramite un lungo tubo portavoce. Ad Am­
                 sterdam un monumento è dedicato a Jan van Maler, inventore
                 nel 1673 del tubo antincendio. L’evoluzione radicale della tec­
                 nologia dei tubi flessibili avvenne grazie al caucciù, una resina
                 attaccaticcia ricavata da un albero, l’albero della gomma, por­
                 tato in Europa da viaggiatori di ritorno da lontani continenti.
                 Si appurò che, impregnati di caucciù, i tessuti diventavano im­
                 permeabili. Ben presto questa resina venne me scolata ad altre
                 sostanze e ne furono stabilizzate le caratteristiche con la vulca­
                 nizzazione.
                    Osservando a Parigi quei tubi difettosi, Witzenmann ebbe
                 la geniale idea di utilizzare il suo serpentello per farne un tubo
                 flessibile che, a differenza di quello di gomma, avesse un’ade­
                 guata resistenza meccanica, termica e chimica. Costruì così un
                 tubo flessibile di metallo, la cui fabbricazione era semplificata
                 dato che impiegava un nastro anziché due. Per ridurre i costi
                 ricorse all’acciaio dolce, reso inossidabile da un sottile strato
                 di zinco.
                    Ottenne in questo modo un tubo flessibile di metallo a tenu­
                 ta perfetta, di lunghezza e diametro a piacere e lo brevettò as­
                 sicurandosene l’esclusiva. Il successo fu immediato, tanto che il
                 giovane inventore abbandonò la produzione di collane e diede




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                       Portale della Cattedrale di Würzburg, 1450.




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                 vita a una nuova industria cui si dedicò totalmente, la «Schlau­
                 chfabrik Pforzheim».
                     Fu un’innovazione di grande importanza nel campo delle
                 co struzioni meccaniche, elettriche, chimiche, siderurgiche, in
                 agricoltura, nelle industrie alimentari ecc. (Una curiosità: tro­
                 vò un ingegnoso impiego anche nella realizzazione di un orolo­
                 gio che traeva la forza necessaria per azionare il suo meccani­
                 smo dalle variazioni di temperatura dell’ambiente).
                     In un clima di grande cordialità discutemmo con i fratelli
                 Witzenmann le condizioni dell’accordo e visitammo lo stabili­
                 mento: un fabbricato a più piani, con macchinari in piena atti­
                 vità. Rimasi molto impressionato dall’ordine, la pulizia, la di­
                 sciplina delle maestranze, i cui capireparto ci accoglievano con
                 un ossequio quasi militaresco.
                     Un piano era occupato da una serie di avvolgitrici del nastro
                 in tubo che funzionavano automaticamente, senza bisogno di
                 manodopera. Una vera e propria anticipazione dell’attuale au­
                 tomazione!
                     Dal primo brevetto (1855) erano passati diversi decenni du­
                 rante i quali l’impresa si era ampliata e perfezionata, creando
                 tutta una serie di tipi adatti alle più svariate applicazioni. Dava
                 lavoro a centinaia di operai e impiegati e godeva di una fama
                 mondiale.
                     Ogni nostro dubbio si dileguò e al posto del serpente con
                 le sue tre paurose teste ci apparvero le sorridenti sembianze di
                 quattro Re Magi (Emil e Adolf Witzenmann, Meyer­Keller e
                 Dreyer) che ci recavano in dono i tesori della loro esperienza di
                 industriali di successo. La collaborazione con loro si rafforzò
                 di anno in anno e così l’amicizia e la solidarietà.
                     I promotori torinesi si convinsero rapidamente delle pro­
                 spettive e redditività dell’investimento, ma si trattava ora di
                 passare alla costituzione della nuova impresa, alla realizzazione
                 totale dell’impianto industriale e all’avviamento della produ­




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                                         Lo stabilimento




                       Due brevetti della ditta «Witzenmann» (1885 e 1889).




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                 zione. Per questo era indispensabile disporre di una persona di
                 piena affidabilità, con la capacità di affrontare e risolvere i nu­
                 merosi e complessi problemi tecnici e amministrativi.
                     Il cav. Martina, che negli anni dell’apprendistato si era fatto
                 di me un giudizio favorevole, dopo essersi consultato con i soci,
                 propose il mio nome, tenuto anche conto della mia conoscenza
                 della lingua tedesca, di notevole importanza per i rapporti con
                 i soci svizzeri e tedeschi.
                     Il sogno di diventare imprenditore si stava così realizzando
                 in modo insperato. Inutile dire che quando il cav. Martina mi
                 fece la proposta, la mia disponibilità fu immediata ed entusia­
                 stica. Posi un’unica condizione: di essere accolto anche come
                 socio. Non mi parve vero di passare di colpo da apprendista a
                 imprenditore.
                     Tornai a Pforzheim e vi rimasi circa sei mesi, durante i quali
                 mi impadronii dei procedimenti tecnologici di produzione del
                 nuovo prodotto per l’impianto della fabbrica torinese, nonché
                 delle tecniche per la sua commercializzazione. A Pforzheim
                 avevo temuto di imbattermi in un’atmosfera ostile: dopo tutto
                 ero un «traditore italiano», di quell’Italia che, in spregio al
                 trattato di alleanza, era passata nel campo nemico. Ebbi invece
                 un’accoglienza calorosa, a partire dalla famiglia Witzenmann
                 (in particolare da mamma Berta).
                     Nel frattempo − novembre 1921 − si era legalmente costi­
                 tuita la società, sotto la ragione sociale «Compagnia Italiana
                 Tubi Metallici Flessibili S.A.», con capitale 1.100.000 lire. Ne
                 facevano parte:
                     Cav. Giovanni Martina ­ Ing. Rodolfo De Benedetti ­ Ca­
                 millo De Benedetti ­ Giovanni Strola ­ Salomone Sinigaglia ­
                 Isaia Levi ­ Conte Corsi ­ Metallschlauchfabrik Lucerna (nelle
                 persone dell’ing. Otto Meyer­Keller e Albert Dreyer) ­ Metall­
                 schlauchfabrik Pforzheim (nelle persone di Emil e Adolf Wit­
                 zenmann).




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                       Walter Witzenmann.




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                                                                                                          149




                     Pforzheim 1988. Da sinistra: Walter Witzenmann, Rodolfo De Benedetti e Otto Meyer.




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                        Otto Meyer.




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                           Albert Dreyer.




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                    Fu una decisione coraggiosa, in una congiuntura così poco
                 favorevole ad iniziative imprenditoriali. Sugli imprenditori e
                 sulla borghesia facoltosa incombeva infatti lo spauracchio del
                 bolscevismo, la cui ideologia trovava un fertile terreno tra i la­
                 voratori: scioperi a macchia d’olio, occupazione delle fabbri­
                 che, dimostrazioni contro i «nuovi ricchi», i «pescecani» che
                 avevano accumulato ricchezze dalle forniture all’esercito e non
                 di rado avevano il cattivo gusto di esibirle.
                    In questo clima maturava l’affermazione del movimento fa­
                 scista: branchi di avventurieri, con l’appoggio del capitale, si
                 radunavano sempre più consistenti sotto le bandiere del tribu­
                 no Mussolini.
                    Mio padre, liberale di lunga tradizione e ferma convinzione,
                 non cessò mai di manifestare la sua viscerale avversione al fa­
                 scismo. Con intuito profetico continuava a dire: «Questo Mus­
                 solini ci porterà tutti alla rovina» e noi figli condividevamo le
                 sue idee.
                    Dalla fine del 1918, tra ex­combattenti ed ex­arditi si an­
                 davano costituendo squadre fasciste, sotto il comando di ras lo­
                 cali che si facevano largo col terrore e le spedizioni punitive a
                 base di manganello e olio di ricino. Il fascismo nascente trova­
                 va anche seguito in larghi strati di ex­mezzadri, diventati pro­
                 prietari agricoli, che vi vedevano un utile alleato nella difesa
                 dei diritti acquisiti nello smembramento delle grandi proprie­
                 tà terriere.
                    Nella ormai totale ingovernabilità del paese, con il parla­
                 mento paralizzato dalle lotte tra i partiti e da continue crisi
                 di governo, il fascismo prendeva sempre più piede anche tra i
                 commercianti e gli industriali. I ministeri si succedevano ai mi­
                 nisteri, tutti impotenti di fronte al disordine dilagante e al ter­
                 rore; a nulla servivano gli ordini impartiti dai prefetti, senza
                 autorità di fronte alle violenze delle squadracce fasciste. Così
                 nel giro di pochi anni si assisté al consolidamento della dittatu­




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                 ra fascista, alla capitolazione della monarchia, alla costituzione
                 della milizia di regime, all’Ovra, al confino degli indesiderabi­
                 li: alla soppressione insomma di ogni libertà.
                     Mentre l’opposizione era costretta alla clandestinità, il regi­
                 me inneggiava al benessere riconquistato e all’ordine restaura­
                 to. Ci fu, è innegabile, una ripresa delle attività produttive
                 (mentre si dava il via alla bonifica di zone incolte e malsane).
                 Apparvero allora eccezionali figure di capitani d’industria che
                 precorsero i tempi delle nuove tecnologie: l’imprenditore Gua­
                 lino, anche artista e umanista, Donegani e Panzarasa, alfieri
                 delle industrie chimiche e petrolchimiche, Motta e Ponti, ani­
                 matori dell’utilizzazione del «carbone bianco», Olivetti con le
                 sue macchine da scrivere, Toepliz come tecnico bancario e, tra
                 tutti il più grande, Giovanni Agnelli.
                     La costituzione della nostra società fu per me una svolta de­
                 cisiva: con la mia partecipazione alla sottoscrizione del capitale
                 sociale entravo, spiantato ma orgoglioso, nel mondo capitalisti­
                 co. Dato che non disponevo di capitali, né avrei osato chieder
                 soldi a mio padre, mi rivolsi a suo fratello Camillo, grande zio
                 e grande banchiere, e ottenni in prestito L. 25.000, che per i
                 tempi costituivano un notevole indebitamento.
                     Con slancio e passione incominciai a dar esecuzione al pro­
                 getto. Acquistai un fabbricato (per motivi economici avevamo
                 escluso l’idea di costruircelo) che consisteva in un paio di ca­
                 pannoni nei quali sistemai l’officina, il magazzino, i servizi e l’uf­
                 ficio. Il riscaldamento dipendeva da alcune stufe, che avevano
                 però più che altro una funzione di rappresentanza. Inizialmente
                 assunsi alcuni operai che dovetti addestrare alla specifica tecno­
                 logia di fabbricazione: fra essi il primissimo fu Angelo Bellotti,
                 che dimostrò particolari capacità e mi seguì in tutte le congiun­
                 ture favorevoli ed avverse sino al pensionamento.
                     Gli investimenti nel fabbricato, per renderlo adatto alla pro­
                 duzione, nei macchinari, nelle attrezzature ecc., assorbirono




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                 pressoché totalmente il capitale sociale, cosicché, quando si fu
                 in grado di iniziare la produzione, lo si dovette reintegrare, il
                 che non entusiasmò la maggior parte dei soci. L’orgoglio di aver
                 impiantato in Italia una nuova industria altamente specia lizzata
                 si sgonfiava di fronte alla necessità di dover riaprire i cordoni
                 della borsa, dopo appena due anni. Dubbi e perplessità erano
                 alimentati anche dalle impreviste difficoltà commerciali. La
                 clientela non era infatti granché disposta ad abbandonare le
                 abituali fonti di rifornimento per la problematica produzione
                 di una fabbrica che muoveva i primi passi.
                     La politica di abbassare i prezzi sarebbe stata controprodu­
                 cente sia sotto il profilo economico, sia perché non è facile con­
                 vincere il cliente a giudicare la bontà di un oggetto dalle sue
                 qualità e non dal prezzo. Era un circolo vizioso: per realizzare
                 maggiori profitti era necessario aumentare le vendite e quindi
                 la produzione, cosa che richiedeva investimenti. Ma per procu­
                 rarseli, occorreva aumentare le vendite, cosa che richiedeva in­
                 vestimenti per ridurre i costi di produzione.
                     La sola via di scampo era l’afflusso di capitali freschi, con
                 l’intervento finanziario dei soci, oppure l’indebitamento, l’u­
                 nica cosa che si può fare quando non si hanno soldi, che però
                 diventano difficili da trovare per un’impresa appena nata.
                 Un’impresa, la nostra, che in realtà era stata impostata male
                 e superficialmente: era stato stanziato un capitale insufficien­
                 te a coprire le spese del primo impianto, non si era previsto un
                 adeguato capitale circolante, si era assurdamente divisa la parte
                 tecnico­produttiva da quella commerciale e amministrativa.
                     Convocai allora i soci, dichiarando con fermezza la mia non
                 disponibilità ad andare avanti in una situazione che si sareb­
                 be fatalmente conclusa col fallimento dell’impresa. Chiesi per
                 me la carica di consigliere delegato, con pieni poteri statutari,
                 avendo sotto il mio diretto controllo la parte contabile­ammi­
                 nistrativa e il diritto di sorveglianza sulla parte commerciale.




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                        Raffaello Mondini.                  Ferdinando Mondini.



                     Avuto il consenso, mi occupai prima di tutto della riorganiz­
                 zazione dell’ufficio vendita, affidandolo a un ingegnere di gran­
                 de intelligenza, Raffaello Mondini e a suo fratello Ferdi nando,
                 i quali mi furono validi collaboratori e amici fraterni fi no alla
                 loro prematura scomparsa.
                     Il mercato assorbiva un volume limitato di tubi metallici
                 flessibili, e lo sforzo di rosicchiare qualche cliente alla concor­
                 renza estera avrebbe prodotto ben poco. Non era questione di
                 prezzo o di qualità del prodotto, bisognava scoprire nuove pos­
                 sibilità di impiego che utilizzassero le valenze tecnologiche pro­
                 prie del tubo flessibile di metallo, superando le limitazioni dei
                 tubi di gomma o di materie plastiche. Era dunque necessa rio
                 offrire alla clientela validi e efficienti servizi, affrontando pro­
                 blemi che il tubo metallico flessibile poteva vantaggiosa mente
                 risolvere.
                     Questa fu l’impostazione commerciale che assicurò successi
                 e profitti alla società.




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                     L’industria automobilistica era in crescente espansione e
                 stava per lanciare la vetturetta 509, in allestimento nei gran­
                 diosi stabilimenti del Lingotto, appena ultimati. Giovanni
                 Agnelli coinvolgeva nel suo entusiasmo e gusto del rischio uno
                 staff di collaboratori eccezionali, tra cui l’ingegner Dante Gia­
                 cosa, dalla cui fervida fantasia uscirono per decenni modelli di
                 auto che diffusero il nome della Fiat nel mondo. Non mi fu dif­
                 ficile attirare la sua attenzione sulle insolite possibilità di im­
                 piego dei tubi flessibili.
                     La 509 era la prima vettura Fiat con impianto di illumina­
                 zione e avviamento azionati attraverso cavi elettrici che aveva­
                 no bisogno di essere protetti dal calore del motore e dagli agen­
                 ti chimici. Allo scopo poteva servire il nostro tubo flessibile.
                 Che infatti venne adottato.
                     Sempre nel settore dell’auto, pensai di utilizzare il nostro
                 tubo nella disagevole operazione di rifornimento del carburan­
                 te. Non esistevano ancora le stazioni di servizio con distributo­
                 ri automatici e il rifornimento avveniva mediante latte o bidoni
                 e con l’aiuto di un imbuto. Operazione molto scomoda e pe­
                 ricolosa: non di rado un po’ di benzina si spandeva per terra o
                 sulla carrozzeria danneggiandone la verniciatura e con rischio
                 di incendi.
                     Pensai di eliminare l’imbuto sostituendolo con un pezzo di
                 tubo flessibile saldamente avvitato alla latta: immesso il tubo
                 nel serbatoio si sollevava il bidone. Ma il liquido defluiva dalla
                 latta a condizione che vi entrasse dell’aria. Superai l’ostaco­
                 lo mettendo a un’estremità del tubo una specie di bocchetto­
                 ne terminante con una filettatura multipla, in modo da poterlo
                 av vitare ai vari tipi di bidoni in commercio, e che a metà aveva
                 una presa d’aria che metteva in comunicazione l’esterno con
                 l’interno facendovi entrare tanta aria quanto liquido ne usciva.
                     Col nome di «travasatore di benzina CIT» (dove CIT stava
                 per Compagnia Italiana Tubi) entrò in commercio. Fu un suc­




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                                                    Il travasatore di benzina CIT.




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                 cesso al di là di ogni previsione; i rivenditori di benzina ne dif­
                 fusero l’uso; le società petrolifere ne fecero consistenti acqui sti.
                 Ne traemmo anche indirettamente un vantaggio di tipo propa­
                 gandistico: il nostro tubo poteva garantire prestazioni scono­
                 sciute a quelli di gomma.
                     Col diffondersi dei distributori a contatore, la vendita del
                 nostro travasatore diminuì, ma nel frattempo la situazione eco­
                 nomica della società era migliorata. Per promuovere la cono­
                 scenza del nostro prodotto, decisi di presentarlo alla Fiera
                 Campionaria di Milano, che in quegli anni era allestita in ba­
                 racche di legno allineate sui bastioni di Porta Venezia. La Fiera
                 fu solennemente inaugurata da Vittorio Emanuele III, che mo­
                 strò interesse per il nostro prodotto e lo esaminò a lungo.
                     Ben presto gli esercizi si chiusero in nero, consentendo
                 mi glioramenti tecnici e operativi. Il parco macchine fu ade­
                 guato alle esigenze produttive, il fabbricato ristrutturato, mi­
                 gliorati i servizi, gli uffici ampliati e dignitosamente arreda­
                 ti. Nel frat tempo si era stabilita una proficua collaborazione
                 con Alberi Dreyer, con scambio di idee, progetti, notizie sulla
                 concorren za in Europa. Nacque così l’idea di avviare i contat­
                 ti con aziende americane. Un’idea che ebbe più tardi svilup­
                 pi di grande importanza in campo imprenditoriale, tecnico e
                 commerciale.
                     In Italia Mussolini aveva rafforzato la sua posizione, imbri­
                 gliando in una certa misura sia le spedizioni punitive delle
                 squadracce sia la lotta sindacale. Il paese sembrava avviato ver­
                 so un periodo di prosperità. In questo clima, nel giugno 1924,
                 un fatto criminoso sconvolse l’opinione pubblica facendo va­
                 cillare il regime: il rapimento dell’on. Giacomo Matteotti, in­
                 flessibile leader dell’opposizione. Dopo alcuni mesi di indagi­
                 ni il suo cadavere venne ritrovato sotto mezzo metro di terra
                 sul ciglio di un bosco. Gli autori dell’omicidio vennero iden­
                 tificati.




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                    I deputati dell’opposizione disertarono il parlamento riti­
                 randosi sull’Aventino. Dopo un periodo di grande tensione
                 Mussolini riprese il controllo della situazione e col discorso del
                 3 gennaio 1925 annunciò misure che imposero definitivamente
                 la sua dittatura, con la repressione di ogni forma di opposizio­
                 ne e l’instaurazione di un duro regime poliziesco.
                    Nella seconda metà del decennio 1920­30 l’andamento pro­
                 duttivo e commerciale della nostra impresa era decisamente
                 positivo. Mi ero tra l’altro assicurato la possibilità di partecipa­
                 re a gare per la fornitura alle Ferrovie dello Stato, alla Regia
                 Marina, al Regio Esercito, alla nascente aviazione. Con soddi­
                 sfazione dei soci i profitti si facevano sempre più consistenti,
                 assicurando una remunerazione al capitale investito.




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IX
                                     TRA LE DUE GUERRE




                     A metà del 1929, in piena crisi mondiale, mio cugino Isaia
                 Levi, un industriale torinese affermato nel ramo tessile e pio­
                 niere dell’industria della confezione, mi convocò nel suo uffi­
                 cio. Mi raccontò che nel lontano 1917 si era lasciato convince­
                 re ad entrare in un’impresa per lui anomala, quella della penna
                 stilografica, dove imperava la Waterman.
                     A convincerlo era stato un giovane ragioniere, Franco Negri,
                 che, mostrandogli una Waterman, aveva pressappoco detto:
                 «Forse non sa che questa penna, venduta a 15 lire, ha un costo
                 di fabbricazione che arriva al massimo a 4 lire. Le propongo un
                 affare fantastico: fabbricarne una lei alle stesse condizioni».
                     Il cugino Isaia era un uomo disponibile a lanciarsi in nuove
                 iniziative in campo commerciale. Una decina d’anni prima,
                 sotto la sigla «Fabbriche Riunite per la Vendita Diretta ai Sar­
                 ti», aveva organizzato un sistema per raggiungere i numerosis­
                 simi sarti dei comuni e paesi lontani dai grandi centri, offrendo
                 loro l’occorrente per la confezione degli abiti. I sarti potevano
                 ordinarli sulla base di un ricco campionario inviato in ogni sta­
                 gione.
                     Era un mezzo che consentiva anche di liberarsi di tessuti
                 fuori moda ma ancora vendibili in provincia. Il successo strepi­
                 toso aveva indotto mio cugino ad esaminare senza pregiudi­
                 zi ogni nuova proposta. Nel caso della stilografica, però, Isaia,
                 che non era certo uno sprovveduto, fece osservare al Negri che




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                 l’iniziativa avrebbe comportato ingenti investimenti e che non
                 sarebbe stato facile trovare capi e maestranze all’altezza.
                     Ma Negri riuscì a convincerlo che con sole 50.000 lire gli
                 avrebbe consegnato una fabbrica perfettamente funzionante.
                 Spesso gli «onesti incapaci» sono più pericolosi dei «capaci di­
                 sonesti». Isaia si lasciò convincere. Le prime cinquantamila
                 svanirono in un battibaleno, ne servirono altre cinquanta e an­
                 cora cinquanta.... fino ad arrivare ai milioni, sempre col mirag­
                 gio dell’affermazione di una stilografica nazionale cui era stato
                 dato un nome pretenzioso, «Aurora». Mio cugino aveva ormai
                 impegnato nella fabbrica ingenti capitali e, quel che più gli pre­
                 meva, il suo prestigio.
                     Restava però affezionato all’impresa. A chi lo invitava a de­
                 sistere ribatteva che non esisteva al mondo un prodotto che as­
                 sommasse in sé tante qualità positive: la penna stilografica si
                 acquista, si rompe, si perde, si regala, si ruba. Aveva comunque
                 nel frattempo licenziato il Negri. Ora gli occorreva un sostitu­
                 to: conoscevo qualcuno adatto?
                     L’azienda aveva all’incirca 250 dipendenti e l’organizzazione
                 tecnico­commerciale lasciava molto a desiderare. Potevo tem­
                 poraneamente assisterlo io nelle scadenze più immediate? Ben­
                 ché la mia azienda richiedesse una continua presenza, non me
                 la sentii di deluderlo e accettai, limitatamente all’ordina ria am­
                 ministrazione e in attesa dell’assunzione di un nuovo diretto­
                 re generale. Così tutti i dopocena presi ad andare nella sua fab­
                 brica. La mia giornata lavorativa sfiorava in tal modo le tredici
                 ore!
                     Per un paio di settimane mi limitai a guardarmi attorno, ar­
                 rivando ben presto a conclusioni decisamente negative: il nu­
                 mero di operai e capireparto era esorbitante; la produzione pro
                 capite era bassa e quindi i costi sproporzionatamente alti ri­
                 spetto ai possibili ricavi; la qualità del prodotto molto discuti­
                 bile, con una forte percentuale di scarti.




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                    Si era lanciato sul mercato, con molta réclame, un prodotto
                 difettoso. Ricordo ancora benissimo la pubblicità: una grossa
                 testa d’uomo dall’espressione soddisfatta sulla cui fronte, trac­
                 ciata da una mano che impugnava una penna Aurora, troneg­
                 giava la scritta «Ricordate».
                    Ma ricordare un prodotto difettoso è sempre controprodu­
                 cente. Isaia aveva inviato un’Aurora in avorio con guarnizioni
                 d’oro a Gabriele D’Annunzio. Dopo qualche tempo gli tornò
                 indietro con le seguenti parole scritte di pugno dal poeta: «Vi
                 restituisco la vostra arcigocciolante Aurora! ». Si seppe poi che
                 D’Annunzio, intervenendo a una cerimonia, aveva messo l’Au­
                 rora nel taschino della sua bianca giubba da Comandante, sulla
                 quale era ben presto apparsa una larga chiazza d’inchiostro.




                                                          Una delle prime pubblicità
                                                          della penna «Aurora».




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                 Pubblicità «Aurora» (1923).




                    Ero rimasto molto sorpreso dall’esistenza in fabbrica di un
                 reparto in cui si costruiva un modello di tornio a revolver auto­
                 matico, una macchina molto complicata che si poteva reperire
                 sul mercato. Altrettanto sorprendente risultò la mia visita al la­
                 boratorio chimico dove ci si era imbarcati nell’impresa di pro­
                 durre leghe ferrose inossidabili. Vidi coi miei occhi un chimico
                 affaccendarsi attorno a un forno per inventare l’acciaio inossi­
                 dabile! Non sto a citare altre assurdità; mi parve chiaro che per
                 riassestare l’azienda occorreva procedere a totale ridimensio­
                 namento e ristrutturazione.
                    Allo scopo mi furono concessi pieni poteri. Presi subito i
                 provvedimenti più urgenti: chiusi il laboratorio chimico e il




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                 reparto addetto ai torni automatici, ridussi di un centinaio le
                 unità lavorative, introdussi macchinari più moderni, dispo­
                 si un’accurata vigilanza nel reparto fabbricazione pennini, in
                 modo da evitare o rendere molto difficile la sottrazione del­
                 l’oro.
                     Alla fine del primo semestre la produzione era sensibilmen­
                 te migliorata e il virus della stilografica mi si era insinuato nelle
                 vene, dove sarebbe restato a lungo.
                     Ritenni opportuno informarmi sulla situazione tecnologi­
                 ca e commerciale delle industrie del ramo e per questo andai
                 in Germania. Già il primo viaggio ad Amburgo (nel 1930) si
                 ri velò proficuo e feci ritorno in patria con un certo nume­
                 ro di utensili per la lavorazione dell’ebanite e con un note­
                 vole ba gaglio di documentazione su tipi, prezzi, pubblicità...
                 Nel 1933, in occasione di un viaggio negli Stati Uniti, pensai
                 di presentarmi alle tre maggiori fabbriche di penne stilografi­
                 che: Waterman, Scheaffer, Parker, nella mia qualità di diret­
                 tore della fabbrica di penne Aurora di Torino. Chiesi di visi­
                 tare le loro fabbriche dichiarandomi lieto di una loro visita al
                 mio stabilimento a Torino. Tutte e tre si dichiararono dispo­
                 nibili, ma sia Waterman che Parker mi fissarono una data
                 troppo lontana. Non così la Scheaffer che potei visitare in
                 tutti i reparti di lavorazione acquisendo dati sui tempi e sui
                 sistemi di produzione.
                     Restava da affrontare lo scoglio principale, quello commer­
                 ciale. Bisognava riuscire a imporre la nostra penna alla clientela
                 in concorrenza con ditte di fama mondiale. Il nome Aurora era
                 molto compromesso, ma mio cugino, non senza validi motivi,
                 preferì non cambiarlo. Bisognava escogitare novità vantaggio­
                 se per il consumatore e che giustificassero un prezzo eventual­
                 mente superiore, dato che, se la «mia» Aurora fosse costata di
                 meno, sarebbe apparsa svalutata secondo la psicologia dell’ac­
                 quirente.




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                    Ma cosa mai si poteva introdurre di sostanzialmente nuovo
                 in una stilografica? Furono cervelli americani della fabbri­
                 ca Parker a scoprirlo: il punto debole della Waterman, fatta in
                 ebanite, era la sua fragilità, per cui se la penna cadeva, spesso si
                 rompeva. Ecco l’idea! Fare la penna in materiale infrangibi le,
                 sostituendo all’ebanite la celluloide. Tramite la stampa il pub­
                 blico fu informato che da un grattacielo sarebbero stati lanciati
                 fasci di penne Parker che sarebbero rimaste intatte piombando
                 a terra.
                    La penna era di colore diverso (rosso mattone) rispetto a
                 quella in ebanite, ma il suo prezzo di vendita era quasi il dop­
                 pio, cosa che permetteva di allearsi il venditore e di incremen­
                 tare la spesa pubblicitaria. Con grande prontezza uscii sul mer­
                 cato italiano con penne infrangibili.
                    Pensai anche al modo di facilitare il rifornimento di inchio­
                 stro. Col sistema in uso era facile imbrattarsi le dita; ricorsi al­
                 lora a una «cartuccia», un piccolo serbatoio pieno d’inchiostro
                 di facile e rapida sostituzione. Feci domanda di brevetto al «Pa­
                 tentamt» tedesco, che disponeva di una documentazione ecce­
                 zionale nel campo dei brevetti.
                    La vicenda di un’invenzione e del suo brevetto è molto simi­
                 le all’incontro con la donna dei propri sogni. La si conosce per
                 caso, ci si sente di colpo conquistati e quando si è corrisposti
                 può capitare di accorgersi di essere stati preceduti. Così fu per
                 la mia «cartuccia»: l’ufficio brevetti mi comunicò che quella
                 che credevo una novità aveva «anteriorità».
                    Abbandonai comunque l’idea perché all’epoca non erano
                 disponibili le materie prime adatte. Solo l’avvento della plastica
                 consentirà, parecchi anni dopo, la produzione di cartucce pie­
                 ne d’inchiostro. Ebbe invece successo la creazione di una sot­
                 tomarca dell’Aurora, che battezzai «Olo», di colore nero, messa
                 in vendita esclusivamente nelle edicole delle stazioni. Costava
                 anche di meno, dato che non era gravata da spese pubblicita­




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                 rie. Pari successo ebbe un’altra sottomarca, la «Asco», offer ta
                 a scopi propagandistici. Un terzo successo arrivò con la stilo­
                 grafica da scrittoio, 1’«Aurotavo».
                    Ritenni a questo punto utile farmi conoscere all’estero e par­
                 tecipai alla Fiera Campionaria di Lipsia, che mi aprì la via all’e­
                 sportazione in Svizzera, Spagna, Polonia ecc. Firmai anche un
                 accordo con una fabbrica francese che produceva matite a mi na
                 continua, la «Edacoto», ottenendone l’esclusiva per l’Italia e
                 concedendo in cambio quella della penna per la Francia.
                    Ero vicino ai quarant’anni e ancora scapolo: il lavoro mi
                 aveva totalmente assorbito. Ma ora che l’impresa cui mi ero de­
                 dicato anima e corpo figurava tra le prime in Europa nel set­
                 tore, pensai seriamente al matrimonio.
                    Così, nel dicembre 1931, mi sposai con Pierina Fumel, che
                 era entrata nella mia ditta come giovanissima ragioniera nel
                 1921 e con gli anni era diventata una delle mie collaboratri­
                 ci più preziose. Dotata di una forte personalità, aliena da ogni
                 compromesso, intelligente e sensibile, divenne per me una com­
                 pagna incomparabile, avendo in comune gli stessi ideali nella
                 vita privata e in quella pubblica.
                    Rimasta orfana a sei anni del padre Sciamyl Fumel, colon­
                 nello di fanteria morto prematuramente cadendo da cavallo
                 durante manovre militari a Spilimbergo, conobbe insieme al
                 fratello Giorgio e alla giovane madre Emilia, donna dotata di
                 grande equilibrio e straordinaria dolcezza, un lungo periodo di
                 ristrettezze.
                    La carriera militare era una tradizione nella famiglia Fumel:
                 un avo paterno, nobile francese del marchesato di Fumel (dal­
                 l’omonima città situata nel dipartimento Lot­et­Garonne), allo
                 scoppio della rivoluzione era fuggito in Italia stabilendosi a
                 Ivrea. Suo figlio Pietro, nonno di Pierina, entrò poi nell’eserci­
                 to italiano e vi raggiunse il grado di generale. Le cronache del
                 tempo ricordano i suoi inflessibili − e anche sbrigativi − sistemi




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                 nella repressione del brigantaggio meridionale, un incarico che
                 gli era stato affidato, con pieni poteri, dal governo.
                     La mamma di Pierina apparteneva invece alla famiglia Maz­
                 za nella quale era tradizione seguire la carriera giudiziaria. Il
                 nonno Enrico Mazza arrivò al grado di procuratore generale
                 della Corte di Cassazione. Nell’ambito della numerosa paren­
                 tela di mia moglie fui accolto con affetto e considerazione, per
                 cui mi inserii con naturalezza nell’atmosfera familiare.
                     Fin dall’inizio del nostro matrimonio, Pierina con generosi­
                 tà e amore si dedicò alla nuova famiglia, senza mai un attimo di
                 cedimento o sconforto nei momenti difficili, e da allora è stata
                 una forza determinante nella mia vita di sposo, di padre, di im­
                 prenditore, nella sorte favorevole e avversa.
                     Ben presto Pierina mi regalò due tesori: Franco e Carlo, che
                 furono oggetto di tutti i nostri pensieri, sogni, affanni e gioie.
                     Ma torniamo al lavoro. In quegli anni avevo esaminato, in­
                 sieme ad Alberi Dreyer, l’idea di fabbricare un prodotto già in
                 uso all’estero. Si trattava di una specie di soffietto interamen­
                 te metallico (chiamato «membrana elastica metallica»), capace
                 di movimenti assiali sotto l’azione di forze interne o esterne, e
                 che era impiegato soprattutto nella fabbricazione dei termosta­
                 ti. Realizzammo l’idea allargando così ulteriormente la no­
                 stra attività (anche se non potevamo prevedere lo sviluppo che
                 avremmo impresso ai soffietti quando saremmo entrati nel set­
                 tore dei compensatori di dilatazione, che divenne in seguito il
                 più prestigioso e rilevante sotto il profilo economico).
                     Sempre in quegli anni ebbi la fortuna di conoscere l’ingegner
                 Giuseppe Gabrielli, il numero uno della nascente scienza delle
                 costruzioni aeronautiche, un esperto di livello mondiale. Studiai
                 l’impiego del mio tubo nel campo aeronautico. Il problema era
                 che il tubo doveva sopportare forti vibrazioni, mantenere una
                 perfetta resistenza chimica e meccanica ed essere incombusti­
                 bile. Quest’ultima condizione era la più difficile da realizzare.




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                       Pierina De Benedetti Fumel nel giorno del matrimonio.




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                 Rodolfo De Benedetti nel giorno del matrimonio.




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                     Un reparto della «Compagnia Italiana Tubi Metallici Flessibili» negli anni ‘30.




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TRA LE DUE GUERRE                             171




                 Concessione al Giappone del brevetto per i tubi flessibili.




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                     Dopo molti tentativi riuscii nell’impresa e presentai il mio
                 tubo agli organi competenti del Genio aeronautico che lo ap­
                 provarono, autorizzandone l’impiego prima negli aerei milita­
                 ri, poi in quelli civili. Feci subito domanda di brevetto in Ger­
                 mania (avevo battezzato il prodotto «Avioflex») e, ottenutolo,
                 ne estesi la registrazione in tutti i paesi industrializzati, Giap­
                 pone incluso.
                     Il successo riportato mi permise di affrontare il mercato
                 mondiale. Quanto a quello italiano, le ordinazioni affluivano in
                 numero sempre crescente, costringendomi a grossi investi menti
                 in macchinari, soprattutto nella produzione della raccorderia (i
                 tubi erano muniti di raccordi terminali, in modo da poterli im­
                 mediatamente montare sugli aerei).
                     Costituii allora, appositamente, la «Torneria Meccanica Su­
                 balpina» che sistemai in vasti capannoni con un adeguato par­
                 co macchine.
                     Le vicende della mia vita di cittadino, imprenditore, padre
                 di famiglia sono state così intimamente intrecciate e condizio­
                 nate dalla situazione del mio paese e dal clima internazionale,
                 che nel raccontarle non posso fare a meno di situarle nell’intri­
                 cata storia di quegli anni.
                     Anche Mussolini aveva dovuto confrontarsi con i terribili
                 problemi conseguenti alla crisi del 1929­31. Prese, ad esempio,
                 provvedimenti eccezionali per il salvataggio di imprese indu­
                 striali, commerciali, finanziarie e bancarie. I fallimenti, infatti,
                 erano in aumento pauroso: per tamponare le falle che si apriva­
                 no in tutti i rami dell’economia nazionale venne creato, com’è
                 noto, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) che, se
                 servì a tenere in piedi imprese pericolanti, aprì la strada all’im­
                 presa pubblica, con pesanti conseguenze politiche, economi­
                 che e sociali.
                     Date le modeste dimensioni della mia azienda (una cinquan­
                 tina di dipendenti), riuscii a fronteggiare la terribile crisi bar­




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TRA LE DUE GUERRE                              173
                 camenandomi tra riduzioni d’orario, lavori di manutenzione,
                 ampliamento delle scorte. Mi fu così possibile, grazie anche ai
                 soci che si erano rassegnati a non percepire utili, non ricorrere
                 ai licenziamenti, fedele alla regola che mi ero imposto fin dal­
                 l’inizio: non licenziare mai nessuno. Soprattutto non avevo il
                 peso di debiti a breve e medio termine, avendo sempre aborrito
                 gli investimenti finanziati da istituti di credito.
                    Ma le misure antirecessione non bastarono a placare il mal­
                 contento popolare: esse non diminuivano il numero dei disoc­
                 cupati e stentavano a rivitalizzare industrie, commercio e agri­
                 coltura. È in questa congiuntura che Mussolini cominciò a
                 caldeggiare l’idea della conquista dell’Etiopia che avrebbe ri­
                 solto molti problemi: si dava lavoro alle industrie e si contribui­
                 va al l’occupazione, tenuto conto che gli obblighi militari avreb­
                 bero assorbito una buona percentuale di disoccupati.
                    La diplomazia italiana dovette misurarsi con l’ostilità delle
                 grandi potenze coloniali. Inghilterra e Francia si appellarono
                 alla Società delle Nazioni che decretò di applicare all’Italia san­
                 zioni economiche. Ma le sanzioni non bastarono a far desi stere
                 Mussolini dalle sue decisioni, e all’inizio dell’ottobre 1935, dal
                 famoso balcone di Palazzo Venezia, davanti a una folla osan­
                 nante, il duce, riferendosi all’incidente­scontro di Ual­Ual1, an­
                 nunciò di aver dato ordine alle nostre truppe di varcare il con­
                 fine etiopico.
                    Il Comando Supremo venne affidato al quadrumviro gen.
                 Emilio De Bono, che si dimostrò ben presto l’uomo sbaglia­
                 to nel posto sbagliato e dovette essere sostituito dal gen. Pietro
                 Badoglio. Badoglio, ottenuti rapidamente i rinforzi richiesti,

                      1
                        Località in una zona di incerta appartenenza che, a causa della presenza
                 di pozzi di importanza vitale, era rivendicata sia dai somali che dagli etiopi­
                 ci. Il 5 dicembre 1934 avvenne lo scontro, con decine di morti da entrambe le
                 parti. Intervennero allora Francia e Inghilterra, timorose dello scoppio di una
                 guerra coloniale, e avviarono trattative anche col governo italiano.




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                 completò la conquista e entrò trionfalmente ad Addis Abeba.
                 L’Etiopia, assieme ai possedimenti somali ed eritrei, diventava
                 parte del ricostituito impero romano che Mussolini, il 9 maggio
                 1936, proclamò riapparso sui colli di Roma. Respinto l’estremo
                 tentativo del Negus di far condannare l’Italia dalla Società del­
                 le Nazioni, cessarono le sanzioni e Mussolini fu acclamato fon­
                 datore dell’impero e primo maresciallo d’Italia.
                     Negli anni dalla fine della grande crisi allo scoppio della se­
                 conda guerra mondiale la mia impresa compì un eccezionale
                 salto di qualità. Grazie a notevoli innovazioni tecnologiche ero
                 diventato il leader indiscusso del mercato nazionale del tubo
                 flessibile. Ero il principale, se non esclusivo, fornitore dell’avia­
                 zione civile e militare, delle forze armate, dell’industria pe­
                 trolchimica, elettrotecnica e dei trasporti. In stretta collabora­
                 zione con gli amici Dreyer, Meyer e Witzenmann pensai a
                 un’espansione a livello europeo, anche per aggirare le sempre
                 maggiori difficoltà nell’esportazione. Non era impossibile, dato
                 che le nostre tre imprese costituivano un complesso che era di
                 gran lunga il più agguerrito e completo in campo mondiale.
                     Proponemmo così a concorrenti stranieri, scelti tra i più
                 qualificati, piani di collaborazione, offrendo lo sfruttamento
                 della nostra tecnologia, brevetti, strutture di ricerca in cam­
                 bio di «royalties» o di cessioni di pacchetti azionari. In Fran­
                 cia scegliemmo la « Manifacture Métallurgique de la Joncher»;
                 in Inghilterra «The Power Flexible Tubing Co.». Le trattative si
                 conclusero positivamente e con reciproca soddisfazione. (Ov­
                 viamente, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Inghil­
                 terra, sarò espulso dal consiglio di amministrazione e dalla
                 par tecipazione azionaria della società inglese, mentre quella
                 francese sospenderà il pagamento di «redevances».)
                     I lusinghieri risultati ottenuti in Europa ci indussero a pren­
                 dere in esame la possibilità di estendere la nostra presenza an­
                 che agli Stati Uniti. Poiché non disponevamo di dati sulla si­




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TRA LE DUE GUERRE                175




                 Alcuni tipi di tubi flessibili.




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176                   NATO AD ASTI




                       Un compensatore di dilatazione per alte pressioni.




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Nato ad Asti. Vita di un imprenditore - Capitoli 7-12

  • 1. VII LA PRIMA GUERRA MONDIALE Il 28 giugno 1914, al ritorno da una lunga escursione nelle valli di Lanzo che mi aveva tenuto lontano dal mondo per di­ versi giorni, seppi dell’assassinio del principe ereditario au­ striaco e di sua moglie per mano di un bosniaco, Gavrilo Prin­ cip, armato da movimenti irredentisti serbi. Il tragico episodio aveva messo in allarme le cancellerie di tutta l’Europa, per le conseguenze che avrebbe potuto avere sugli instabili equilibri allora esistenti. Com’è noto, l’Europa era allora dominata dalla Triplice Al­ leanza (Germania­Austria­Italia) e dall’Intesa (Russia­Francia­ Inghilterra), ma i Balcani erano una polveriera di irredentismi. L’Austria presentò alla Serbia un ultimatum che fu respinto: di qui lo scoppio della prima guerra mondiale. L’Italia era in una posizione decisamente difficile: legata da un trattato di alleanza militare ad Austria e Germania, era però del tutto impreparata sotto il profilo militare. Uscita stre mata dalla guerra di Libia, agitata da correnti antiaustriache, come poteva schierarsi a fianco dell’Austria contro Francia e Inghil­ terra? Sarebbe stata, da parte dei suoi governanti, una mossa assolutamente impopolare. Dato che non eravamo stati minimamente consultati prima della dichiarazione di guerra, ci fu possibile dichiarare la no­ stra neutralità. Seguirono mesi di pressioni diplomatiche da parte sia della Triplice che dell’Intesa per coinvolgerci nel con­ CAP07.indd 120 8-07-2011 11:57:35
  • 2. LA PRIMA GUERRA MONDIALE 121 L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo a Sarajevo il 28 giugno 1914. Tavola di A. Beltrame dalla «Domenica del Corriere». CAP07.indd 121 8-07-2011 11:57:36
  • 3. 122 NATO AD ASTI Attilio. Ettore. Umberto. Rodolfo. CAP07.indd 122 8-07-2011 11:57:37
  • 4. LA PRIMA GUERRA MONDIALE 123 Ugo. Virginio. flitto. Neutralisti e interventisti presero posizione contro gli Imperi Centrali. La corrente interventista (al fianco di Russia ­Francia­Inghilterra) era trascinata dalle infuocate orazioni di D’Annunzio e dagli articoli del quotidiano «Il Popolo d’Ita­ lia», il cui direttore, Benito Mussolini, lasciato il Partito Socia­ lista, era diventato un veemente propagandista dell’interven­ to italiano a fianco dell’Intesa. I contrasti sfociarono in scontri violenti nelle vie e nelle piazze, mentre il governo Salandra si atteggiava a neutralista ad oltranza. Ma intanto, in assoluta segretezza, era stato raggiunto l’ac­ cordo sul nostro passaggio a fianco dell’Intesa e persino sulla data della nostra entrata in guerra (24 maggio 1915). Nel 1912, avendo un fratello ufficiale in servizio permanen­ te, avevo fruito di una ferma ridotta: sei mesi ad Asti, al ter­ mine dei quali ero stato congedato con i gradi di caporale. Ora − frequentavo il quarto anno del Politecnico − ero soggetto alla CAP07.indd 123 8-07-2011 11:57:37
  • 5. 124 NATO AD ASTI chiamata alle armi secondo il manifesto di mobilitazione del 24 maggio. Mi presentai così a Torino alla caserma di raccolta dei ri­ chiamati. Immediatamente intruppato, la sera stessa fui spedito al fronte in una colonna autotrasportata. Avevo avuto appe na il tempo di avvertire i familiari. In tre giorni, salutati ovunque da folle in festa, arrivammo al settore assegnatoci, con base a Pieve di Cadore. Il rombo delle cannonate arrivava fino al nostro accampamento, ma a ri­ cordarci che eravamo in guerra era soprattutto il passaggio del­ le ambulanze cariche di feriti. Dopo a lcune setti ma ne fummo trasferiti nel settore dell’Isonzo, verso le alture di San Michele del Carso. Alla fine di un luglio rovente, attraversati Veneto e Friuli, raggiungem­ mo Gradisca, devastata dalle cannonate. L’impatto con la realtà della guerra fu tremendo. Mentre era in pieno svolgimento una delle tante battaglie per la conquista dell’altopiano carsico, attraversammo l’Ison­ zo appoggiandoci alle travature del ponte in ferro fatto crollare dal nemico. Il fracasso era infernale; tra scoppi di granate e si­ bili di mitragliatrici procedevamo verso la postazione assegna­ taci incrociando uomini orribilmente mutilati che, riversi sulle barelle, urlavano di dolore. Per tutta l’estate e l’autunno proseguirono gli scontri, senza vantaggi decisivi per l’una o l’altra parte, ma con un immane spreco di vite umane. In agosto il nostro reparto, non poco provato, venne ritirato dalla linea di combattimento e mandato nelle retrovie a Palma­ nova. Mentre ci godevamo il breve periodo di riposo, arrivò l’ordine del Comando di Armata di provvedere all’esecuzione della sentenza del Tribunale di Guerra che condannava due di­ sertori alla fucilazione. L’ordine precisava che l’esecuzione do­ veva avvenire su uno spalto del muro di cinta della città, alla CAP07.indd 124 8-07-2011 11:57:37
  • 6. LA PRIMA GUERRA MONDIALE 125 presenza di drappelli di militari dei vari corpi operanti nel set­ tore. Quando seppi di essere compreso nel drappello del no­ stro reparto ne fui terribilmente sconvolto, tanto che trovai il coraggio di implorare il mio comandante perché mi esentasse dall’obbligo di subire lo strazio di quello spettacolo, e alla fine fui accontentato. Purtroppo nel corso del conflitto, poco prima di Caporetto, dovetti assistere a un caso di applicazione della terribile legge di guerra della decimazione. Con l’arrivo delle piogge e il calo della temperatura, la vita in trincea divenne quasi intollerabile; dato che l’equipaggia­ mento era del tutto inadeguato, ci furono innumerevoli casi di congelamento degli arti inferiori con conseguenti spaventose amputazioni. Il nemico, che era invece ben attrezzato, non ci dava respiro con tiri di disturbo giorno e notte. Essendo rallentata l’azione offensiva nella stagione inverna­ le, il Comando Supremo organizzò un turno di licenze di due settimane. Arrivò infine il mio turno. La partenza avveniva dalla stazione di Udine dove si fermava la «tradotta», un con­ voglio composto da alcune carrozze passeggeri, riservate agli ufficiali, e una lunga fila di carri merci, i famosi «cavalli otto­ uomini quaranta». In attesa della partenza, incontrai un amico di famiglia, ca­ pitano dei bersaglieri. Mentre ci stavamo raccontando le reci­ proche disavventure, gli arrivò l’ordine di rientrare immediata­ mente, dato che si riteneva imminente un’offensiva nemica. Al ritorno dalla licenza venni a sapere che quella stessa notte una granata aveva centrato in pieno la sua postazione e che l’amico era stato dilaniato dall’esplosione. Da parte mia, impiegati una notte e un giorno per raggiun­ gere Milano, arrivai infine ad Asti e potei riabbracciare i miei genitori, la sorella Andreina con la sua famiglia, parenti ed amici e i fratelli Ettore e Ugo anch’essi in licenza: né di Etto­ CAP07.indd 125 8-07-2011 11:57:37
  • 7. 126 NATO AD ASTI re, tenente medico in un battaglione di bersaglieri, né di Ugo, te nente di artiglieria, avevo saputo più nulla dall’inizio della guerra. Andai anche a Torino a salutare i compagni del Politec­ nico, che però per la maggior parte erano stati chiamati alle ar mi e intruppati in corsi accelerati per conseguire la nomina di ufficiali di complemento. Furono poi avviati al fronte dove non pochi trovarono la morte in combattimento. Il ritorno al fronte fu piuttosto avventuroso. Non me l’ero sentita di affrontare il viaggio in tradotta e avevo deciso di usu­ fruire dei normali treni viaggiatori, cosa che era rigorosa mente vietata. Ma riuscii a raggiungere il mio reparto senza incappare nelle ronde di sorveglianza. Arrivò infine il giorno in cui il nemico sferrò l’offensiva nel Trentino, la Strafexpedition. Dato che il fronte cedette in vari punti, poté dilagare sugli altipiani, cercando di aprirsi un varco verso la pianura veneta. Per tamponare l’avanzata, fummo smistati nei settori più caldi. Furono giorni e notti da tregenda, ma alla fine la linea del fronte venne ricostituita e potemmo far ritorno sull’Isonzo. Ai primi di agosto ottenni una breve licenza per presentar­ mi agli esami di tecnologia meccanica e economia politica. La mia preparazione era nulla, ma l’importante era la licenza, non la promozione. Il Comando aveva però disposto che se non si fosse superato l’esame, i giorni di licenza sarebbero stati scalati da quelli della licenza invernale. Ma grazie alla comprensione dei professori ottenemmo tutti quanti il necessario diciotto. Nel frattempo si era scatenata con grande violenza la nostra controffensiva. Raggiunta Gorizia, conquistato il monte Sabo­ tino, oltrepassato l’Isonzo, le nostre truppe rimontarono l’alto­ piano della Bainsizza occupando importanti punti strategici. In quei mesi affluivano al fronte i miei compagni del Politec­ nico, nominati nel frattempo ufficiali di complemento, come ho già accennato. Avevano così evitato le mie dure esperien­ CAP07.indd 126 8-07-2011 11:57:37
  • 8. LA PRIMA GUERRA MONDIALE 127 ze come soldato nel primo anno di guerra, al termine del quale ero ancora allo stato di semplice graduato. Mi rallegrò quindi la disposizione del Comando di invia­ re i militari, in possesso di un determinato titolo di studio, a un corso accelerato per conseguire la nomina di ufficiale di complemento. Il corso, in parte teorico a Padova, in parte pratico presso reparti di linea, avrebbe avuto inizio in no­ vembre. Dopo due mesi molto piacevoli a Padova, fui inviato in un reggimento di fanteria nelle Giudicarie, in Val di Ledro. A fine dicembre uno spesso manto di neve copriva la zona lungo la quale si estendeva la prima linea di trincee. Poiché la neve im­ pediva azioni offensive, il grosso delle truppe era stato sistema­ to nelle retrovie, mentre davanti alla prima linea era stata predisposta una serie di avamposti per dare l’allarme, accurata­ mente mascherati in modo da non essere individuati dal nemi­ co. Si trattava di caverne presidiate da una decina di militari, con turno settimanale. Mi toccò il turno che comprendeva il Natale e il Capodan­ no, che furono dei più melanconici della mia vita. Passai l’ulti­ mo dell’anno in una caverna buia e fredda, mentre dalle trin­ cee nemiche arrivava l’eco di canti e di brindisi. Promosso «aspirante ufficiale» (dopo pochi mesi si diven­ tava sottotenenti), fui assegnato alla Seconda Armata e presi parte a diverse azioni offensive sull’altopiano della Bainsizza. Parecchi mesi prima una circolare del Comando aveva invi­ tato gli ufficiali a presentare domanda d’iscrizione a un corso, a Padova, di specializzazione in apparecchiature elettriche. La mia domanda fu accolta e il 20 ottobre mi trasferii a Padova. Solo due giorni dopo ci fu l’offensiva austriaca di Caporetto che sfondò il fronte proprio all’altezza della Bainsizza, dove si trovava il mio reparto. Che non ebbe scampo e rimase prigio­ niero fino alla fine del conflitto. CAP07.indd 127 8-07-2011 11:57:37
  • 9. 128 NATO AD ASTI Padova divenne un inferno. Vi affluivano incessantemente colonne di militari sbandati, disarmati, in fuga verso le retro­ vie; ovunque scene di disperazione, con treni insufficienti a tra­ sportare le folle di militari e civili e strade inadeguate al flusso dei mezzi bellici. Ovviamente il corso fu annullato e io fui impiegato come comandante di compagnia, col compito di rastrellare gli sban­ dati e inquadrarli in nuclei in modo da ricostituire una linea di resi stenza. Nel frattempo il nemico era dilagato nella pia­ nura veneta e di lì al Piave dove si era fermato per organizzare l’afflusso di rifornimenti. La mia angoscia per le conseguenze della sconfitta era resa più intensa dai timori per la sorte toccata a Ettore e Ugo, il pri­ mo in alta Carnia e quindi tagliato fuori dall’avanzata nemica nella pianura friulana, il secondo in Cadore e quindi con gran­ di difficoltà per arretrare sul Piave. Dopo due mesi senza no­ tizie ebbi la gioia di saperli salvi entrambi al di qua del Piave. Ettore, fuggendo a piedi, attraverso le montagne, dal suo re­ parto che aveva deciso di arrendersi, era giunto al Piave ed era riuscito acrobaticamente ad attraversarlo su un ponte che stava per essere fatto saltare dai nostri in ritirata; Ugo era riuscito a ripiegare dal Cadore sul Montello. Col passare dei giorni e il deflusso di molti profughi verso l’interno del paese, la situazione andava lentamente normaliz­ zandosi. Il nemico si era attestato sulle sponde del Piave gon­ fiato dalle piogge e quindi difficile da attraversare. A metà ottobre fui trasferito al servizio fotoelettrico della Quarta Armata che operava nel Trentino, con comando a Bel­ luno Veronese, un piccolo comune sulle rive dell’Adige. Lì fui subito destinato a dare il cambio al comandante di una stazione fotoelettrica di trincea, a Doss Casina, sulle pendici del monte Altissimo. Ero in preda allo smarrimento, essendo del tutto all’oscuro sia delle attrezzature che del loro impiego. CAP07.indd 128 8-07-2011 11:57:37
  • 10. LA PRIMA GUERRA MONDIALE 129 Raggiunta la postazione, il tenente, che attendeva con ansia il mio arrivo, mi fece rapidamente la consegna lasciandomi al co­ mando di una decina di soldati e di un sergente, con i quali dovevo fronteggiare una situazione ricca di incognite e anche di branchi di toponi voraci che si infilavano dappertutto, per­ sino nei sacchi a pelo. La stazione era addetta al servizio di illuminazione di un tratto della terra di nessuno che si snodava tra le nostre trincee e quelle del nemico, così poco distanti che di giorno erano per­ fettamente visibili le vedette. In quel settore era in atto una singolare azione propagandi­ stica del nemico effettuata mediante grandi cartelli che, porta­ ti nottetempo in vista delle trincee, incitavano i nostri ad ar­ rendersi dato che il Veneto era tutto occupato e ogni resistenza quindi vana. Il Comando aveva organizzato un drappello di ar­ diti col compito di impadronirsi dei cartelli e inviarli ai servizi di controspionaggio. La linea era presidiata da alcuni battaglioni di alpini al co­ mando del valoroso colonnello Ragni: poco più avanti, altre centinaia di alpini sistemati in cunicoli o caverne scavate nella roccia, armati di mitragliatrici, lanciabombe e cannoncini da trincea. Era una specie di fortezza, dalla quale si potevano ef­ fettuare azioni di disturbo fino alle retrovie nemiche. Ma una notte un manipolo di nemici riuscì ad avanzare fino alle nostre vedette e, neutralizzatele, ad aprire la via a re­ parti che penetrarono nelle caverne dove gli alpini giaceva­ no addormentati. Li fecero prigionieri e organizzarono l’of­ fensiva. L’incursione era stata così rapida che il nostro Comando se ne accorse solo il mattino dopo. Fu subito decisa l’azione per riprendere la postazione e gli austriaci furono sorpresi in piena notte da una compagnia di arditi che fecero centinaia di pri­ gionieri. CAP07.indd 129 8-07-2011 11:57:38
  • 11. 130 NATO AD ASTI Grazie all’ampia disponibilità dei civili, rimasti nella pianu­ ra friulana, a fare dello spionaggio in nostro favore, il Coman­ do seppe che il nemico stava preparandosi a una nuova offensi­ va nel settore del Piave, mirando a dilagare nella pianura lombarda. Dispose efficaci contromisure: fummo avvertiti del giorno e dell’ora dell’azione che, per quel che riguardava il no­ stro settore, si sarebbe limitata a un intensissimo fuoco di arti­ glieria. La vera offensiva sarebbe stata concentrata sul medio Piave. Ma il piano del nemico fallì; questo fu anche il suo ulti­ mo sforzo offensivo. Nel maggio fui trasferito sul lago di Garda, col compito di provvedere al funzionamento delle stazioni fotoelettriche col­ locate all’estremità del lago. Passai così gli ultimi sei mesi di guerra nel modo migliore. Le grandi fotoelettriche di giorno venivano nascoste in caverne e di notte illuminavano il lago per impedire infiltrazioni austriache. Ero quindi in servizio tutta la notte, ma praticamente si trattava di una sinecura dato che ero in un settore, come si soleva dire, di pace separata. Ricordo molto bene che la linea di difesa di quel settore era presidiata da un’unità formata da disertori cecoslovacchi, di straordinario coraggio. Alcuni di loro, ad esempio, dopo esse­ re stati trasportati all’estremità del lago, in mano nemica, rag­ giungevano a nuoto la riva dove, equipaggiati con divise au­ striache, si infiltravano nelle linee nemiche prendendo visione della dislocazione dei reparti, delle postazioni di artiglieria e di eventuali preparativi di azioni offensive. Facevano quindi ri­ torno alle nostre linee, prima a nuoto e poi salendo su imbar­ cazioni. Ma non tutti tornavano e il giorno dopo, in posizioni bene in vista, si potevano vedere forche con appesi i loro ca­ daveri. A difendere le rive dalle incursioni c’era un battaglione di al­ pini al comando di uno dei quattro fratelli Calvi, due dei qua­ li erano caduti in combattimento sull’Adamello, mentre il ter zo CAP07.indd 130 8-07-2011 11:57:38
  • 12. LA PRIMA GUERRA MONDIALE 131 era sottotenente nel battaglione del fratello comandante. Nella nostra controffensiva autunnale l’amico comandante (con cui passai molte notti a conversare: ci legava tra l’altro l’amore per la musica) perse la vita, e poco dopo anche il fratello non so­ pravvisse alla febbre spagnola. All’armistizio, nella generale euforia, decisi di andare a ve­ dere Trento, meta sospirata per più di tre anni. Ma raggiunta Riva del Garda, dove pensavo di approfittare di uno dei tanti automezzi diretti a Trento, mi sentii improvvisamente male e tornai rapidamente indietro. Ero anch’io preda della tremenda, pressoché incurabile spagnola, che stava mietendo più vit time di quattro anni di guerra. Stentavo a respirare e prima di per­ dere conoscenza riuscii ancora ad imprecare contro la sorte che mi stroncava proprio a guerra conclusa. Caricato su un camioncino fui subito trasportato al Lazza­ retto di Peschiera, vera anticamera del cimitero, dove, a mia in­ saputa, era ricoverato anche mio fratello Virginio. Scampai incredibilmente alla morte (e la stessa fortuna toc­ cò a mio fratello), non certo grazie a farmaci che allora non esi­ stevano, e raggiunsi il Comando del mio reparto a Verona. La città brulicava di ufficiali di ogni arma e grado, tutti esultanti per la vittoria. Al contrario, lo stato di profonda prostrazione fisica accen­ tuava in me la malinconia di fronte all’allegria altrui. Pensa­ vo al mio incerto futuro (avevo ormai ventisei anni), alla valan­ ga di esami da superare prima della laurea e dell’indipendenza economica. Mi aggiravo così con aria depressa negli uffici del mio Comando, in attesa di essere destinato a qualche specifi­ ca funzione, infagottato nell’uniforme grigioverde del soldato di truppa, con appuntate le stellette, contrassegno del grado di ufficiale. A Pescantina, un piccolo comune a poche decine di chilome­ tri da Verona, ameno luogo di villeggiatura della borghesia cit­ CAP07.indd 131 8-07-2011 11:57:38
  • 13. 132 NATO AD ASTI tadina, era stato costituito un centro di raccolta del materia­ le elettrico abbandonato dal nemico in fuga. Al Comando non parve vero di accogliere la mia richiesta di provvedere, insieme ad un collega, all’organizzazione dell’immagazzinamento. Mi fermai in quella simpatica cittadina poco più di un mese, godendo, come unica autorità militare, della cordiale considera­ zione degli abitanti. Recuperai così rapidamente le forze e la gioia di vivere. D’accordo col mio collega, requisii una confortevole villetta (assenti gli ignari proprietari) e ci vissi comodamente, consu­ mando pasti luculliani preparati da un soldato­cuoco provetto. Dopo qualche giorno vedemmo spuntare un paio di topolini di tipo casalingo, attratti dall’odore del cibo. Superato il ricordo dei loro consimili di chiavica, gettammo loro briciole di pane stabilendo rapporti cordiali, sia pure nel rispetto delle recipro­ che zone d’influenza. CAP07.indd 132 8-07-2011 11:57:38
  • 14. VIII L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO Alla fine del dicembre 1918, su disposizioni del Comando Supremo dirette a consentire agli studenti universitari di ri­ prendere gli studi interrotti, ottenni una licenza di sei mesi e nell’agosto del ’19 fui definitivamente congedato. Volevo laurearmi al più presto in modo da non gravare ulte­ riormente sulle finanze di mio padre, compromesse dalle vicen­ de belliche e dalla crescente inflazione. Grazie alla divisa di ex­combattente e alla croce di guerra ri­ uscii a laurearmi in poco più di un anno (il 20 marzo 1920), so­ stenendo una media di un esame al mese. Ma la congiuntura era decisamente sfavorevole; le industrie, e in particolare quel­ le meccaniche ed elettriche, erano in fase di conversione a in­ dustrie di pace; gli ex­combattenti reclamavano a ragione di ri­ prendere i posti abbandonati per correre al fronte e che nel frattempo erano stati occupati. Che possibilità di impiego po­ teva avere un neolaureato? Mi presentai alle imprese più im­ portanti, ma senza esito. Alla fine mi ricordai delle «Officine e Fonderie G. Martina e Fratello» (ho già raccontato che il Mar­ tina aveva costruito nel 1895 la prima automobile italiana). Alla sua scuola si erano formati ingegneri di alto livello che erano poi andati a dirigere importanti industrie. Ma era noto che Giovanni Martina era molto severo, in particolare con i giovani neolaureati. Chiesi comunque un colloquio. Lo vedevo per la prima volta: un uomo anziano, col pizzo CAP08.indd 133 8-07-2011 11:56:39
  • 15. 134 NATO AD ASTI brizzolato, austero e imponente. Non perse tempo per dirmi che non aveva bisogno di ingegneri; declinò anche la mia successiva richiesta di entrare nell’ufficio tecnico come disegnatore. Stavo congedandomi quando, in dialetto piemontese, mi disse: «Un posto glielo potrei offrire, ma da apprendista meccanico». La proposta mi sembrò una burla: dopo diciotto anni di scuola, di cui cinque al Politecnico, ecco cosa mi veniva offer­ to! Ma, superato lo sconcerto, accettai. Avrei fatto pratica in un’officina meccanica, sia pure come apprendista, e la cosa mi sarebbe stata in tutti i casi utile. Nel frattempo poteva venir fuori qualcosa di meglio. Il cav. Martina mi precisò che la gior­ nata lavorativa iniziava alle sette, e, dulcis in fundo, che gli ap­ prendisti non erano pagati. Già il giorno dopo ero al banco degli aggiustatori dove ven­ ni rifornito di utensili, di un disegno, di un pezzo di metallo grezzo dal quale, a forza di lima, avrei dovuto tirar fuori l’og­ getto rappresentato dal disegno. Fu un compito non da poco. Dopo diversi mesi passai alle macchine utensili, al tornio, alla fresatrice, alla rettifica: stavo diventando un meccanico pro­ vetto! Durante la guerra, come graduato di truppa ero entrato in contatto con gente di varia estrazione sociale; nuovamente, in officina, feci amicizia con semplici lavoratori, solidarizzando con le loro difficoltà sia economiche che personali. In quegli anni la vita degli operai era molto dura: l’orario era di sessanta ore alla settimana (e spesso si lavorava anche la mattina dei giorni festivi), nulla l’assistenza sanitaria, insuffi­ ciente quella infortunistica, sconosciute ferie e pensione. I duri sacrifici imposti dalla lunga guerra e le difficoltà economiche aggravate dall’inflazione suscitavano inoltre fermenti, scioperi e richieste di una maggior giustizia sociale. Nel 1920­21 le strade erano percorse da cortei imponenti di operai che sfociarono nell’occupazione delle fabbriche. CAP08.indd 134 8-07-2011 11:56:39
  • 16. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 135 La mia situazione era delicata: ero un lavoratore, un ope­ raio, ma nello stesso tempo ero pur sempre dall’altra parte del­ la barricata. Se mi fossi unito all’occupazione avrei potuto su­ scitare il sospetto di essere un informatore del padrone; decisi quindi di restarne fuori. Quando le grandi agitazioni operaie ebbero termine, ripre­ si il mio posto di lavoro. Fu allora che Martina mi convocò nel suo ufficio. Appurato che sapevo il tedesco, mi propose di ac­ compagnare lui, l’amico industriale Giovanni Strola e il dott. Mario Mimolo, rappresentante per l’Italia di una ditta di Pfor­ zheim, in un viaggio in Svizzera e in Germania, per esami nare la possibilità di costruire in Italia un’azienda per la produ zione di tubi metallici flessibili. Com’è ovvio, accettai immediatamente. Dato che non avevo mai sentito parlare di questi tubi, Martina mi fece vedere il catalogo della ditta tedesca, la cui copertina era interamente occupata da un mostruoso ser pente a tre teste: una emetteva lingue di fuoco dalle fauci spa lancate, un’altra getti di vapore come un soffione, la terza turbini di vento ciclo­ nico. Che idea bizzarra usare per la pubblicità un serpente, che non gode di buona fama! Partimmo per Lucerna per verificare anzitutto la proposta insieme agli industriali svizzeri. Ebbi l’impressione di entra­ re in un altro mondo: lasciavo un paese stremato dallo sforzo bel lico, in preda a violente lotte intestine, impoverito, smarrito, sfiduciato, e mi trovavo in un paese dove tutto emanava sicu­ rezza, laboriosità, pace sociale. Scendemmo nel lussuoso albergo Eden, dove trovammo ad attenderci due industriali svizzeri. Non potevo certo imma­ ginare l’importanza decisiva di quell’incontro per il mio fu­ turo di imprenditore. Se all’inizio fu solo una collabora zione tecnico­economica, col passare del tempo si consolidò tra noi una grande amicizia che si tramandò alle generazioni suc­ cessive. CAP08.indd 135 8-07-2011 11:56:39
  • 17. 136 NATO AD ASTI I due industriali svizzeri erano l’ingegner Otto Meyer­Kel­ ler e Alberi Dreyer, titolari della società «O. Meyer­Keller & C. ­ Metallschlauchfabrik». Prima della guerra la loro azien­ da produceva apparecchi di riscaldamento, attività che aveva­ no abbandonato per darsi, in collaborazione con i tedeschi, alla produzione dei tubi flessibili. Meyer­Keller era un uomo simpatico, dai modi impeccabi­ li; Dreyer, che apparteneva a una famiglia di albergatori, aveva sempre avuto una grande passione per la meccanica (in segui­ to potei apprezzarne la geniale capacità inventiva). Ci accompa­ gnarono a visitare lo stabilimento che era un modesto capanno­ ne di legno, dove alcune macchine producevano tubi flessibili, poi tagliati in varie lunghezze a seconda dell’impiego. Attigua al capannone vidi una baracca di legno per i servizi ammini­ strativi. I dipendenti non superavano la decina. Raggiunta un’intesa di massima (con riserva di conclusione dopo aver visitato la fabbrica tedesca), pranzammo insieme in un ristorante con una superba vista sul lago e le montagne in­ nevate. Meyer­Keller era accompagnato dalla moglie Henriette, col portamento di una gran dama, Dreyer dalla giovane con­ sorte. Il giorno dopo partimmo, noi tre italiani, per Pforzheim, una caratteristica città della Foresta Nera che nella seconda guerra mondiale sarà rasa al suolo dai bombardamenti. Pforz­ heim era allora un centro mondiale dell’industria della gioielle­ ria che dava lavoro a quasi tutta la popolazione. Ci incontrammo con i fratelli Witzenmann, Emil e Adolf, titolari dell’azienda di tubi flessibili. Anche loro venivano dai gioielli: il padre Heinrich aveva infatti fondato, nel 1854, a ven­ tisette anni, un laboratorio per la produzione di braccialetti e collane che ottenne un grande successo, grazie soprattutto a certe collane formate da un tubicino, snodato e flessibile, rica­ vato da due nastri sagomati a U (collane che diventeranno fa­ CAP08.indd 136 8-07-2011 11:56:39
  • 18. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 137 Heinrich Witzenmann. CAP08.indd 137 8-07-2011 11:56:39
  • 19. 138 NATO AD ASTI Emil Witzenmann. CAP08.indd 138 8-07-2011 11:56:40
  • 20. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 139 Adolf Witzenmann. CAP08.indd 139 8-07-2011 11:56:40
  • 21. 140 NATO AD ASTI I ragazzi Herbert e Walter Witzenmann in un segmento di tubo di 1.800 mm (1910 ca.). mose col nome di Gänsgürtelkette). Per far fronte alla richiesta, studiò macchine speciali per la produzione in serie del serpen­ tello, in collaborazione coll’ingegner Eugène Levalasseur, tito­ lare dell’ufficio di rappresentanza aperto a Parigi, il maggior centro di vendita dei suoi prodotti. Mentre una sera i due amici, Heinrich e Eugène, passeggia­ vano per i boulevard parigini, la loro attenzione fu attratta da alcuni uomini che innaffiavano la strada con tubi di canapa che perdevano acqua da numerosi buchi, infastidendo i passanti. A quel tempo il trasporto di fluidi avveniva attraverso tubi di ca­ napa con interno di gomma, che non sopportavano alte tempe­ rature ed erano soggetti a strozzature e danneggiamenti. Un mezzo per il trasporto e la conservazione dei liquidi fu in­ dispensabile al genere umano fin dai primordi (sull’evoluzione della storia dei contenitori e degli elementi tubolari flessibi li se­ gnalo il libro di H. C. Feldhaus, 100 Jahren Metallschlauchfabrik, Knoblauch 1954). L’uomo primitivo traeva principalmen­ CAP08.indd 140 8-07-2011 11:56:41
  • 22. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 141 te dagli animali quanto gli era indispensabile per la soprav­ vivenza, usandone le interiora sia come recipienti sia come ele­ menti tubolari per il travaso dei liquidi. Per millenni vennero così utilizzati lo stomaco e le budella degli animali: in un anti­ co vaso greco, ad esempio, è raffigurata una persona che versa da un otre, ottenuto dalla pelle di un quadrupede, del liquido in bocca ad un compagno riverso per terra. Quando gli eserciti si mettevano in moto equipaggiavano i reparti con quadrupedi carichi di otri colmi d’acqua. Uno storico greco racconta di un re arabo che per fornire d’acqua una zona desertica si servì di budella di animali colme delle acque del fiume Koris. Per mantenere integra la sezione di passaggio del tubo flessi­ bile furono col tempo adottati vari accorgimenti; il più usato era quello di infilare dentro il tubo, a distanze regolari, anel­ li di legno. In una miniatura del XIV secolo è raffigurata una persona chiusa in una camera stagna immersa in acqua; la re­ spirazione è assicurata da un tubo flessibile irrigidito con i pre­ Miniatura del 1350 ca. CAP08.indd 141 8-07-2011 11:56:41
  • 23. 142 NATO AD ASTI Miniatura del 1430 ca. Pittura del 1430 ca. detti anelli, il quale mette in comunicazione la camera stagna con un galleggiante situato a fior d’acqua. Così, in un mano­ scritto redatto intorno al 1430, è raffigurato un sommozzato­ re intento al recupero di materiali giacenti sul fondo. L’uomo è chiuso in una specie di scafandro da cui si diparte un tubo flessibile. Col passare del tempo le budella furono sostituite da elementi tubolari ottenuti con strisce di tela o di cuoio, cucite longitudinalmente. Nei nostri anni ’30 si verificò un singolare ritorno all’impie­ go di budella di maiale. Col passaggio, nei motori degli aerei, dal tipo raffreddato ad acqua con cilindri in linea ai motori stellari raffreddati ad aria, si rese necessario collegare il carbu­ ratore con un tubo flessibile che presentasse un’adeguata resi­ stenza alle fortissime vibrazioni del motore, oltre a non esse­ re aggredito dal carburante. Venne depositato il brevetto di un CAP08.indd 142 8-07-2011 11:56:41
  • 24. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 143 tubo flessibile formato da budella di maiale, convenientemen­ te trattato con sostanze chimiche antiputrefacenti, e rafforzato da spirali metalliche in modo da impedirne lo schiacciamento e assicurarne la resistenza alla pressione interna. Venne impiega­ to con successo, ma durava poco perché la parete delle budel­ la diventava rapidamente fragile e incapace di resistere alle vi­ brazioni. L’impiego del cuoio e della tela consentì di fabbricare tubi di diametri e lunghezza vari, aprendone l’utilizzazione a nuovi set­ tori. Nella cattedrale di Würzburg si può ammirare un curioso bassorilievo che rappresenta Dio assiso in cielo che conversa con la Vergine Maria tramite un lungo tubo portavoce. Ad Am­ sterdam un monumento è dedicato a Jan van Maler, inventore nel 1673 del tubo antincendio. L’evoluzione radicale della tec­ nologia dei tubi flessibili avvenne grazie al caucciù, una resina attaccaticcia ricavata da un albero, l’albero della gomma, por­ tato in Europa da viaggiatori di ritorno da lontani continenti. Si appurò che, impregnati di caucciù, i tessuti diventavano im­ permeabili. Ben presto questa resina venne me scolata ad altre sostanze e ne furono stabilizzate le caratteristiche con la vulca­ nizzazione. Osservando a Parigi quei tubi difettosi, Witzenmann ebbe la geniale idea di utilizzare il suo serpentello per farne un tubo flessibile che, a differenza di quello di gomma, avesse un’ade­ guata resistenza meccanica, termica e chimica. Costruì così un tubo flessibile di metallo, la cui fabbricazione era semplificata dato che impiegava un nastro anziché due. Per ridurre i costi ricorse all’acciaio dolce, reso inossidabile da un sottile strato di zinco. Ottenne in questo modo un tubo flessibile di metallo a tenu­ ta perfetta, di lunghezza e diametro a piacere e lo brevettò as­ sicurandosene l’esclusiva. Il successo fu immediato, tanto che il giovane inventore abbandonò la produzione di collane e diede CAP08.indd 143 8-07-2011 11:56:41
  • 25. 144 NATO AD ASTI Portale della Cattedrale di Würzburg, 1450. CAP08.indd 144 8-07-2011 11:56:42
  • 26. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 145 vita a una nuova industria cui si dedicò totalmente, la «Schlau­ chfabrik Pforzheim». Fu un’innovazione di grande importanza nel campo delle co struzioni meccaniche, elettriche, chimiche, siderurgiche, in agricoltura, nelle industrie alimentari ecc. (Una curiosità: tro­ vò un ingegnoso impiego anche nella realizzazione di un orolo­ gio che traeva la forza necessaria per azionare il suo meccani­ smo dalle variazioni di temperatura dell’ambiente). In un clima di grande cordialità discutemmo con i fratelli Witzenmann le condizioni dell’accordo e visitammo lo stabili­ mento: un fabbricato a più piani, con macchinari in piena atti­ vità. Rimasi molto impressionato dall’ordine, la pulizia, la di­ sciplina delle maestranze, i cui capireparto ci accoglievano con un ossequio quasi militaresco. Un piano era occupato da una serie di avvolgitrici del nastro in tubo che funzionavano automaticamente, senza bisogno di manodopera. Una vera e propria anticipazione dell’attuale au­ tomazione! Dal primo brevetto (1855) erano passati diversi decenni du­ rante i quali l’impresa si era ampliata e perfezionata, creando tutta una serie di tipi adatti alle più svariate applicazioni. Dava lavoro a centinaia di operai e impiegati e godeva di una fama mondiale. Ogni nostro dubbio si dileguò e al posto del serpente con le sue tre paurose teste ci apparvero le sorridenti sembianze di quattro Re Magi (Emil e Adolf Witzenmann, Meyer­Keller e Dreyer) che ci recavano in dono i tesori della loro esperienza di industriali di successo. La collaborazione con loro si rafforzò di anno in anno e così l’amicizia e la solidarietà. I promotori torinesi si convinsero rapidamente delle pro­ spettive e redditività dell’investimento, ma si trattava ora di passare alla costituzione della nuova impresa, alla realizzazione totale dell’impianto industriale e all’avviamento della produ­ CAP08.indd 145 8-07-2011 11:56:42
  • 27. 146 NATO AD ASTI Lo stabilimento Due brevetti della ditta «Witzenmann» (1885 e 1889). CAP08.indd 146 8-07-2011 11:56:42
  • 28. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 147 zione. Per questo era indispensabile disporre di una persona di piena affidabilità, con la capacità di affrontare e risolvere i nu­ merosi e complessi problemi tecnici e amministrativi. Il cav. Martina, che negli anni dell’apprendistato si era fatto di me un giudizio favorevole, dopo essersi consultato con i soci, propose il mio nome, tenuto anche conto della mia conoscenza della lingua tedesca, di notevole importanza per i rapporti con i soci svizzeri e tedeschi. Il sogno di diventare imprenditore si stava così realizzando in modo insperato. Inutile dire che quando il cav. Martina mi fece la proposta, la mia disponibilità fu immediata ed entusia­ stica. Posi un’unica condizione: di essere accolto anche come socio. Non mi parve vero di passare di colpo da apprendista a imprenditore. Tornai a Pforzheim e vi rimasi circa sei mesi, durante i quali mi impadronii dei procedimenti tecnologici di produzione del nuovo prodotto per l’impianto della fabbrica torinese, nonché delle tecniche per la sua commercializzazione. A Pforzheim avevo temuto di imbattermi in un’atmosfera ostile: dopo tutto ero un «traditore italiano», di quell’Italia che, in spregio al trattato di alleanza, era passata nel campo nemico. Ebbi invece un’accoglienza calorosa, a partire dalla famiglia Witzenmann (in particolare da mamma Berta). Nel frattempo − novembre 1921 − si era legalmente costi­ tuita la società, sotto la ragione sociale «Compagnia Italiana Tubi Metallici Flessibili S.A.», con capitale 1.100.000 lire. Ne facevano parte: Cav. Giovanni Martina ­ Ing. Rodolfo De Benedetti ­ Ca­ millo De Benedetti ­ Giovanni Strola ­ Salomone Sinigaglia ­ Isaia Levi ­ Conte Corsi ­ Metallschlauchfabrik Lucerna (nelle persone dell’ing. Otto Meyer­Keller e Albert Dreyer) ­ Metall­ schlauchfabrik Pforzheim (nelle persone di Emil e Adolf Wit­ zenmann). CAP08.indd 147 8-07-2011 11:56:43
  • 29. 148 NATO AD ASTI Walter Witzenmann. CAP08.indd 148 8-07-2011 11:56:43
  • 30. CAP08.indd 149 L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 149 Pforzheim 1988. Da sinistra: Walter Witzenmann, Rodolfo De Benedetti e Otto Meyer. 8-07-2011 11:56:43
  • 31. 150 NATO AD ASTI Otto Meyer. CAP08.indd 150 8-07-2011 11:56:44
  • 32. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 151 Albert Dreyer. CAP08.indd 151 8-07-2011 11:56:44
  • 33. 152 NATO AD ASTI Fu una decisione coraggiosa, in una congiuntura così poco favorevole ad iniziative imprenditoriali. Sugli imprenditori e sulla borghesia facoltosa incombeva infatti lo spauracchio del bolscevismo, la cui ideologia trovava un fertile terreno tra i la­ voratori: scioperi a macchia d’olio, occupazione delle fabbri­ che, dimostrazioni contro i «nuovi ricchi», i «pescecani» che avevano accumulato ricchezze dalle forniture all’esercito e non di rado avevano il cattivo gusto di esibirle. In questo clima maturava l’affermazione del movimento fa­ scista: branchi di avventurieri, con l’appoggio del capitale, si radunavano sempre più consistenti sotto le bandiere del tribu­ no Mussolini. Mio padre, liberale di lunga tradizione e ferma convinzione, non cessò mai di manifestare la sua viscerale avversione al fa­ scismo. Con intuito profetico continuava a dire: «Questo Mus­ solini ci porterà tutti alla rovina» e noi figli condividevamo le sue idee. Dalla fine del 1918, tra ex­combattenti ed ex­arditi si an­ davano costituendo squadre fasciste, sotto il comando di ras lo­ cali che si facevano largo col terrore e le spedizioni punitive a base di manganello e olio di ricino. Il fascismo nascente trova­ va anche seguito in larghi strati di ex­mezzadri, diventati pro­ prietari agricoli, che vi vedevano un utile alleato nella difesa dei diritti acquisiti nello smembramento delle grandi proprie­ tà terriere. Nella ormai totale ingovernabilità del paese, con il parla­ mento paralizzato dalle lotte tra i partiti e da continue crisi di governo, il fascismo prendeva sempre più piede anche tra i commercianti e gli industriali. I ministeri si succedevano ai mi­ nisteri, tutti impotenti di fronte al disordine dilagante e al ter­ rore; a nulla servivano gli ordini impartiti dai prefetti, senza autorità di fronte alle violenze delle squadracce fasciste. Così nel giro di pochi anni si assisté al consolidamento della dittatu­ CAP08.indd 152 8-07-2011 11:56:44
  • 34. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 153 ra fascista, alla capitolazione della monarchia, alla costituzione della milizia di regime, all’Ovra, al confino degli indesiderabi­ li: alla soppressione insomma di ogni libertà. Mentre l’opposizione era costretta alla clandestinità, il regi­ me inneggiava al benessere riconquistato e all’ordine restaura­ to. Ci fu, è innegabile, una ripresa delle attività produttive (mentre si dava il via alla bonifica di zone incolte e malsane). Apparvero allora eccezionali figure di capitani d’industria che precorsero i tempi delle nuove tecnologie: l’imprenditore Gua­ lino, anche artista e umanista, Donegani e Panzarasa, alfieri delle industrie chimiche e petrolchimiche, Motta e Ponti, ani­ matori dell’utilizzazione del «carbone bianco», Olivetti con le sue macchine da scrivere, Toepliz come tecnico bancario e, tra tutti il più grande, Giovanni Agnelli. La costituzione della nostra società fu per me una svolta de­ cisiva: con la mia partecipazione alla sottoscrizione del capitale sociale entravo, spiantato ma orgoglioso, nel mondo capitalisti­ co. Dato che non disponevo di capitali, né avrei osato chieder soldi a mio padre, mi rivolsi a suo fratello Camillo, grande zio e grande banchiere, e ottenni in prestito L. 25.000, che per i tempi costituivano un notevole indebitamento. Con slancio e passione incominciai a dar esecuzione al pro­ getto. Acquistai un fabbricato (per motivi economici avevamo escluso l’idea di costruircelo) che consisteva in un paio di ca­ pannoni nei quali sistemai l’officina, il magazzino, i servizi e l’uf­ ficio. Il riscaldamento dipendeva da alcune stufe, che avevano però più che altro una funzione di rappresentanza. Inizialmente assunsi alcuni operai che dovetti addestrare alla specifica tecno­ logia di fabbricazione: fra essi il primissimo fu Angelo Bellotti, che dimostrò particolari capacità e mi seguì in tutte le congiun­ ture favorevoli ed avverse sino al pensionamento. Gli investimenti nel fabbricato, per renderlo adatto alla pro­ duzione, nei macchinari, nelle attrezzature ecc., assorbirono CAP08.indd 153 8-07-2011 11:56:44
  • 35. 154 NATO AD ASTI pressoché totalmente il capitale sociale, cosicché, quando si fu in grado di iniziare la produzione, lo si dovette reintegrare, il che non entusiasmò la maggior parte dei soci. L’orgoglio di aver impiantato in Italia una nuova industria altamente specia lizzata si sgonfiava di fronte alla necessità di dover riaprire i cordoni della borsa, dopo appena due anni. Dubbi e perplessità erano alimentati anche dalle impreviste difficoltà commerciali. La clientela non era infatti granché disposta ad abbandonare le abituali fonti di rifornimento per la problematica produzione di una fabbrica che muoveva i primi passi. La politica di abbassare i prezzi sarebbe stata controprodu­ cente sia sotto il profilo economico, sia perché non è facile con­ vincere il cliente a giudicare la bontà di un oggetto dalle sue qualità e non dal prezzo. Era un circolo vizioso: per realizzare maggiori profitti era necessario aumentare le vendite e quindi la produzione, cosa che richiedeva investimenti. Ma per procu­ rarseli, occorreva aumentare le vendite, cosa che richiedeva in­ vestimenti per ridurre i costi di produzione. La sola via di scampo era l’afflusso di capitali freschi, con l’intervento finanziario dei soci, oppure l’indebitamento, l’u­ nica cosa che si può fare quando non si hanno soldi, che però diventano difficili da trovare per un’impresa appena nata. Un’impresa, la nostra, che in realtà era stata impostata male e superficialmente: era stato stanziato un capitale insufficien­ te a coprire le spese del primo impianto, non si era previsto un adeguato capitale circolante, si era assurdamente divisa la parte tecnico­produttiva da quella commerciale e amministrativa. Convocai allora i soci, dichiarando con fermezza la mia non disponibilità ad andare avanti in una situazione che si sareb­ be fatalmente conclusa col fallimento dell’impresa. Chiesi per me la carica di consigliere delegato, con pieni poteri statutari, avendo sotto il mio diretto controllo la parte contabile­ammi­ nistrativa e il diritto di sorveglianza sulla parte commerciale. CAP08.indd 154 8-07-2011 11:56:44
  • 36. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 155 Raffaello Mondini. Ferdinando Mondini. Avuto il consenso, mi occupai prima di tutto della riorganiz­ zazione dell’ufficio vendita, affidandolo a un ingegnere di gran­ de intelligenza, Raffaello Mondini e a suo fratello Ferdi nando, i quali mi furono validi collaboratori e amici fraterni fi no alla loro prematura scomparsa. Il mercato assorbiva un volume limitato di tubi metallici flessibili, e lo sforzo di rosicchiare qualche cliente alla concor­ renza estera avrebbe prodotto ben poco. Non era questione di prezzo o di qualità del prodotto, bisognava scoprire nuove pos­ sibilità di impiego che utilizzassero le valenze tecnologiche pro­ prie del tubo flessibile di metallo, superando le limitazioni dei tubi di gomma o di materie plastiche. Era dunque necessa rio offrire alla clientela validi e efficienti servizi, affrontando pro­ blemi che il tubo metallico flessibile poteva vantaggiosa mente risolvere. Questa fu l’impostazione commerciale che assicurò successi e profitti alla società. CAP08.indd 155 8-07-2011 11:56:45
  • 37. 156 NATO AD ASTI L’industria automobilistica era in crescente espansione e stava per lanciare la vetturetta 509, in allestimento nei gran­ diosi stabilimenti del Lingotto, appena ultimati. Giovanni Agnelli coinvolgeva nel suo entusiasmo e gusto del rischio uno staff di collaboratori eccezionali, tra cui l’ingegner Dante Gia­ cosa, dalla cui fervida fantasia uscirono per decenni modelli di auto che diffusero il nome della Fiat nel mondo. Non mi fu dif­ ficile attirare la sua attenzione sulle insolite possibilità di im­ piego dei tubi flessibili. La 509 era la prima vettura Fiat con impianto di illumina­ zione e avviamento azionati attraverso cavi elettrici che aveva­ no bisogno di essere protetti dal calore del motore e dagli agen­ ti chimici. Allo scopo poteva servire il nostro tubo flessibile. Che infatti venne adottato. Sempre nel settore dell’auto, pensai di utilizzare il nostro tubo nella disagevole operazione di rifornimento del carburan­ te. Non esistevano ancora le stazioni di servizio con distributo­ ri automatici e il rifornimento avveniva mediante latte o bidoni e con l’aiuto di un imbuto. Operazione molto scomoda e pe­ ricolosa: non di rado un po’ di benzina si spandeva per terra o sulla carrozzeria danneggiandone la verniciatura e con rischio di incendi. Pensai di eliminare l’imbuto sostituendolo con un pezzo di tubo flessibile saldamente avvitato alla latta: immesso il tubo nel serbatoio si sollevava il bidone. Ma il liquido defluiva dalla latta a condizione che vi entrasse dell’aria. Superai l’ostaco­ lo mettendo a un’estremità del tubo una specie di bocchetto­ ne terminante con una filettatura multipla, in modo da poterlo av vitare ai vari tipi di bidoni in commercio, e che a metà aveva una presa d’aria che metteva in comunicazione l’esterno con l’interno facendovi entrare tanta aria quanto liquido ne usciva. Col nome di «travasatore di benzina CIT» (dove CIT stava per Compagnia Italiana Tubi) entrò in commercio. Fu un suc­ CAP08.indd 156 8-07-2011 11:56:45
  • 38. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 157 Il travasatore di benzina CIT. CAP08.indd 157 8-07-2011 11:56:45
  • 39. 158 NATO AD ASTI cesso al di là di ogni previsione; i rivenditori di benzina ne dif­ fusero l’uso; le società petrolifere ne fecero consistenti acqui sti. Ne traemmo anche indirettamente un vantaggio di tipo propa­ gandistico: il nostro tubo poteva garantire prestazioni scono­ sciute a quelli di gomma. Col diffondersi dei distributori a contatore, la vendita del nostro travasatore diminuì, ma nel frattempo la situazione eco­ nomica della società era migliorata. Per promuovere la cono­ scenza del nostro prodotto, decisi di presentarlo alla Fiera Campionaria di Milano, che in quegli anni era allestita in ba­ racche di legno allineate sui bastioni di Porta Venezia. La Fiera fu solennemente inaugurata da Vittorio Emanuele III, che mo­ strò interesse per il nostro prodotto e lo esaminò a lungo. Ben presto gli esercizi si chiusero in nero, consentendo mi glioramenti tecnici e operativi. Il parco macchine fu ade­ guato alle esigenze produttive, il fabbricato ristrutturato, mi­ gliorati i servizi, gli uffici ampliati e dignitosamente arreda­ ti. Nel frat tempo si era stabilita una proficua collaborazione con Alberi Dreyer, con scambio di idee, progetti, notizie sulla concorren za in Europa. Nacque così l’idea di avviare i contat­ ti con aziende americane. Un’idea che ebbe più tardi svilup­ pi di grande importanza in campo imprenditoriale, tecnico e commerciale. In Italia Mussolini aveva rafforzato la sua posizione, imbri­ gliando in una certa misura sia le spedizioni punitive delle squadracce sia la lotta sindacale. Il paese sembrava avviato ver­ so un periodo di prosperità. In questo clima, nel giugno 1924, un fatto criminoso sconvolse l’opinione pubblica facendo va­ cillare il regime: il rapimento dell’on. Giacomo Matteotti, in­ flessibile leader dell’opposizione. Dopo alcuni mesi di indagi­ ni il suo cadavere venne ritrovato sotto mezzo metro di terra sul ciglio di un bosco. Gli autori dell’omicidio vennero iden­ tificati. CAP08.indd 158 8-07-2011 11:56:45
  • 40. L’INGRESSO NEL MONDO DEL LAVORO 159 I deputati dell’opposizione disertarono il parlamento riti­ randosi sull’Aventino. Dopo un periodo di grande tensione Mussolini riprese il controllo della situazione e col discorso del 3 gennaio 1925 annunciò misure che imposero definitivamente la sua dittatura, con la repressione di ogni forma di opposizio­ ne e l’instaurazione di un duro regime poliziesco. Nella seconda metà del decennio 1920­30 l’andamento pro­ duttivo e commerciale della nostra impresa era decisamente positivo. Mi ero tra l’altro assicurato la possibilità di partecipa­ re a gare per la fornitura alle Ferrovie dello Stato, alla Regia Marina, al Regio Esercito, alla nascente aviazione. Con soddi­ sfazione dei soci i profitti si facevano sempre più consistenti, assicurando una remunerazione al capitale investito. CAP08.indd 159 8-07-2011 11:56:45
  • 41. IX TRA LE DUE GUERRE A metà del 1929, in piena crisi mondiale, mio cugino Isaia Levi, un industriale torinese affermato nel ramo tessile e pio­ niere dell’industria della confezione, mi convocò nel suo uffi­ cio. Mi raccontò che nel lontano 1917 si era lasciato convince­ re ad entrare in un’impresa per lui anomala, quella della penna stilografica, dove imperava la Waterman. A convincerlo era stato un giovane ragioniere, Franco Negri, che, mostrandogli una Waterman, aveva pressappoco detto: «Forse non sa che questa penna, venduta a 15 lire, ha un costo di fabbricazione che arriva al massimo a 4 lire. Le propongo un affare fantastico: fabbricarne una lei alle stesse condizioni». Il cugino Isaia era un uomo disponibile a lanciarsi in nuove iniziative in campo commerciale. Una decina d’anni prima, sotto la sigla «Fabbriche Riunite per la Vendita Diretta ai Sar­ ti», aveva organizzato un sistema per raggiungere i numerosis­ simi sarti dei comuni e paesi lontani dai grandi centri, offrendo loro l’occorrente per la confezione degli abiti. I sarti potevano ordinarli sulla base di un ricco campionario inviato in ogni sta­ gione. Era un mezzo che consentiva anche di liberarsi di tessuti fuori moda ma ancora vendibili in provincia. Il successo strepi­ toso aveva indotto mio cugino ad esaminare senza pregiudi­ zi ogni nuova proposta. Nel caso della stilografica, però, Isaia, che non era certo uno sprovveduto, fece osservare al Negri che CAP09.indd 160 8-07-2011 11:56:13
  • 42. TRA LE DUE GUERRE 161 l’iniziativa avrebbe comportato ingenti investimenti e che non sarebbe stato facile trovare capi e maestranze all’altezza. Ma Negri riuscì a convincerlo che con sole 50.000 lire gli avrebbe consegnato una fabbrica perfettamente funzionante. Spesso gli «onesti incapaci» sono più pericolosi dei «capaci di­ sonesti». Isaia si lasciò convincere. Le prime cinquantamila svanirono in un battibaleno, ne servirono altre cinquanta e an­ cora cinquanta.... fino ad arrivare ai milioni, sempre col mirag­ gio dell’affermazione di una stilografica nazionale cui era stato dato un nome pretenzioso, «Aurora». Mio cugino aveva ormai impegnato nella fabbrica ingenti capitali e, quel che più gli pre­ meva, il suo prestigio. Restava però affezionato all’impresa. A chi lo invitava a de­ sistere ribatteva che non esisteva al mondo un prodotto che as­ sommasse in sé tante qualità positive: la penna stilografica si acquista, si rompe, si perde, si regala, si ruba. Aveva comunque nel frattempo licenziato il Negri. Ora gli occorreva un sostitu­ to: conoscevo qualcuno adatto? L’azienda aveva all’incirca 250 dipendenti e l’organizzazione tecnico­commerciale lasciava molto a desiderare. Potevo tem­ poraneamente assisterlo io nelle scadenze più immediate? Ben­ ché la mia azienda richiedesse una continua presenza, non me la sentii di deluderlo e accettai, limitatamente all’ordina ria am­ ministrazione e in attesa dell’assunzione di un nuovo diretto­ re generale. Così tutti i dopocena presi ad andare nella sua fab­ brica. La mia giornata lavorativa sfiorava in tal modo le tredici ore! Per un paio di settimane mi limitai a guardarmi attorno, ar­ rivando ben presto a conclusioni decisamente negative: il nu­ mero di operai e capireparto era esorbitante; la produzione pro capite era bassa e quindi i costi sproporzionatamente alti ri­ spetto ai possibili ricavi; la qualità del prodotto molto discuti­ bile, con una forte percentuale di scarti. CAP09.indd 161 8-07-2011 11:56:13
  • 43. 162 NATO AD ASTI Si era lanciato sul mercato, con molta réclame, un prodotto difettoso. Ricordo ancora benissimo la pubblicità: una grossa testa d’uomo dall’espressione soddisfatta sulla cui fronte, trac­ ciata da una mano che impugnava una penna Aurora, troneg­ giava la scritta «Ricordate». Ma ricordare un prodotto difettoso è sempre controprodu­ cente. Isaia aveva inviato un’Aurora in avorio con guarnizioni d’oro a Gabriele D’Annunzio. Dopo qualche tempo gli tornò indietro con le seguenti parole scritte di pugno dal poeta: «Vi restituisco la vostra arcigocciolante Aurora! ». Si seppe poi che D’Annunzio, intervenendo a una cerimonia, aveva messo l’Au­ rora nel taschino della sua bianca giubba da Comandante, sulla quale era ben presto apparsa una larga chiazza d’inchiostro. Una delle prime pubblicità della penna «Aurora». CAP09.indd 162 8-07-2011 11:56:13
  • 44. TRA LE DUE GUERRE 163 Pubblicità «Aurora» (1923). Ero rimasto molto sorpreso dall’esistenza in fabbrica di un reparto in cui si costruiva un modello di tornio a revolver auto­ matico, una macchina molto complicata che si poteva reperire sul mercato. Altrettanto sorprendente risultò la mia visita al la­ boratorio chimico dove ci si era imbarcati nell’impresa di pro­ durre leghe ferrose inossidabili. Vidi coi miei occhi un chimico affaccendarsi attorno a un forno per inventare l’acciaio inossi­ dabile! Non sto a citare altre assurdità; mi parve chiaro che per riassestare l’azienda occorreva procedere a totale ridimensio­ namento e ristrutturazione. Allo scopo mi furono concessi pieni poteri. Presi subito i provvedimenti più urgenti: chiusi il laboratorio chimico e il CAP09.indd 163 8-07-2011 11:56:14
  • 45. 164 NATO AD ASTI reparto addetto ai torni automatici, ridussi di un centinaio le unità lavorative, introdussi macchinari più moderni, dispo­ si un’accurata vigilanza nel reparto fabbricazione pennini, in modo da evitare o rendere molto difficile la sottrazione del­ l’oro. Alla fine del primo semestre la produzione era sensibilmen­ te migliorata e il virus della stilografica mi si era insinuato nelle vene, dove sarebbe restato a lungo. Ritenni opportuno informarmi sulla situazione tecnologi­ ca e commerciale delle industrie del ramo e per questo andai in Germania. Già il primo viaggio ad Amburgo (nel 1930) si ri velò proficuo e feci ritorno in patria con un certo nume­ ro di utensili per la lavorazione dell’ebanite e con un note­ vole ba gaglio di documentazione su tipi, prezzi, pubblicità... Nel 1933, in occasione di un viaggio negli Stati Uniti, pensai di presentarmi alle tre maggiori fabbriche di penne stilografi­ che: Waterman, Scheaffer, Parker, nella mia qualità di diret­ tore della fabbrica di penne Aurora di Torino. Chiesi di visi­ tare le loro fabbriche dichiarandomi lieto di una loro visita al mio stabilimento a Torino. Tutte e tre si dichiararono dispo­ nibili, ma sia Waterman che Parker mi fissarono una data troppo lontana. Non così la Scheaffer che potei visitare in tutti i reparti di lavorazione acquisendo dati sui tempi e sui sistemi di produzione. Restava da affrontare lo scoglio principale, quello commer­ ciale. Bisognava riuscire a imporre la nostra penna alla clientela in concorrenza con ditte di fama mondiale. Il nome Aurora era molto compromesso, ma mio cugino, non senza validi motivi, preferì non cambiarlo. Bisognava escogitare novità vantaggio­ se per il consumatore e che giustificassero un prezzo eventual­ mente superiore, dato che, se la «mia» Aurora fosse costata di meno, sarebbe apparsa svalutata secondo la psicologia dell’ac­ quirente. CAP09.indd 164 8-07-2011 11:56:14
  • 46. TRA LE DUE GUERRE 165 Ma cosa mai si poteva introdurre di sostanzialmente nuovo in una stilografica? Furono cervelli americani della fabbri­ ca Parker a scoprirlo: il punto debole della Waterman, fatta in ebanite, era la sua fragilità, per cui se la penna cadeva, spesso si rompeva. Ecco l’idea! Fare la penna in materiale infrangibi le, sostituendo all’ebanite la celluloide. Tramite la stampa il pub­ blico fu informato che da un grattacielo sarebbero stati lanciati fasci di penne Parker che sarebbero rimaste intatte piombando a terra. La penna era di colore diverso (rosso mattone) rispetto a quella in ebanite, ma il suo prezzo di vendita era quasi il dop­ pio, cosa che permetteva di allearsi il venditore e di incremen­ tare la spesa pubblicitaria. Con grande prontezza uscii sul mer­ cato italiano con penne infrangibili. Pensai anche al modo di facilitare il rifornimento di inchio­ stro. Col sistema in uso era facile imbrattarsi le dita; ricorsi al­ lora a una «cartuccia», un piccolo serbatoio pieno d’inchiostro di facile e rapida sostituzione. Feci domanda di brevetto al «Pa­ tentamt» tedesco, che disponeva di una documentazione ecce­ zionale nel campo dei brevetti. La vicenda di un’invenzione e del suo brevetto è molto simi­ le all’incontro con la donna dei propri sogni. La si conosce per caso, ci si sente di colpo conquistati e quando si è corrisposti può capitare di accorgersi di essere stati preceduti. Così fu per la mia «cartuccia»: l’ufficio brevetti mi comunicò che quella che credevo una novità aveva «anteriorità». Abbandonai comunque l’idea perché all’epoca non erano disponibili le materie prime adatte. Solo l’avvento della plastica consentirà, parecchi anni dopo, la produzione di cartucce pie­ ne d’inchiostro. Ebbe invece successo la creazione di una sot­ tomarca dell’Aurora, che battezzai «Olo», di colore nero, messa in vendita esclusivamente nelle edicole delle stazioni. Costava anche di meno, dato che non era gravata da spese pubblicita­ CAP09.indd 165 8-07-2011 11:56:14
  • 47. 166 NATO AD ASTI rie. Pari successo ebbe un’altra sottomarca, la «Asco», offer ta a scopi propagandistici. Un terzo successo arrivò con la stilo­ grafica da scrittoio, 1’«Aurotavo». Ritenni a questo punto utile farmi conoscere all’estero e par­ tecipai alla Fiera Campionaria di Lipsia, che mi aprì la via all’e­ sportazione in Svizzera, Spagna, Polonia ecc. Firmai anche un accordo con una fabbrica francese che produceva matite a mi na continua, la «Edacoto», ottenendone l’esclusiva per l’Italia e concedendo in cambio quella della penna per la Francia. Ero vicino ai quarant’anni e ancora scapolo: il lavoro mi aveva totalmente assorbito. Ma ora che l’impresa cui mi ero de­ dicato anima e corpo figurava tra le prime in Europa nel set­ tore, pensai seriamente al matrimonio. Così, nel dicembre 1931, mi sposai con Pierina Fumel, che era entrata nella mia ditta come giovanissima ragioniera nel 1921 e con gli anni era diventata una delle mie collaboratri­ ci più preziose. Dotata di una forte personalità, aliena da ogni compromesso, intelligente e sensibile, divenne per me una com­ pagna incomparabile, avendo in comune gli stessi ideali nella vita privata e in quella pubblica. Rimasta orfana a sei anni del padre Sciamyl Fumel, colon­ nello di fanteria morto prematuramente cadendo da cavallo durante manovre militari a Spilimbergo, conobbe insieme al fratello Giorgio e alla giovane madre Emilia, donna dotata di grande equilibrio e straordinaria dolcezza, un lungo periodo di ristrettezze. La carriera militare era una tradizione nella famiglia Fumel: un avo paterno, nobile francese del marchesato di Fumel (dal­ l’omonima città situata nel dipartimento Lot­et­Garonne), allo scoppio della rivoluzione era fuggito in Italia stabilendosi a Ivrea. Suo figlio Pietro, nonno di Pierina, entrò poi nell’eserci­ to italiano e vi raggiunse il grado di generale. Le cronache del tempo ricordano i suoi inflessibili − e anche sbrigativi − sistemi CAP09.indd 166 8-07-2011 11:56:14
  • 48. TRA LE DUE GUERRE 167 nella repressione del brigantaggio meridionale, un incarico che gli era stato affidato, con pieni poteri, dal governo. La mamma di Pierina apparteneva invece alla famiglia Maz­ za nella quale era tradizione seguire la carriera giudiziaria. Il nonno Enrico Mazza arrivò al grado di procuratore generale della Corte di Cassazione. Nell’ambito della numerosa paren­ tela di mia moglie fui accolto con affetto e considerazione, per cui mi inserii con naturalezza nell’atmosfera familiare. Fin dall’inizio del nostro matrimonio, Pierina con generosi­ tà e amore si dedicò alla nuova famiglia, senza mai un attimo di cedimento o sconforto nei momenti difficili, e da allora è stata una forza determinante nella mia vita di sposo, di padre, di im­ prenditore, nella sorte favorevole e avversa. Ben presto Pierina mi regalò due tesori: Franco e Carlo, che furono oggetto di tutti i nostri pensieri, sogni, affanni e gioie. Ma torniamo al lavoro. In quegli anni avevo esaminato, in­ sieme ad Alberi Dreyer, l’idea di fabbricare un prodotto già in uso all’estero. Si trattava di una specie di soffietto interamen­ te metallico (chiamato «membrana elastica metallica»), capace di movimenti assiali sotto l’azione di forze interne o esterne, e che era impiegato soprattutto nella fabbricazione dei termosta­ ti. Realizzammo l’idea allargando così ulteriormente la no­ stra attività (anche se non potevamo prevedere lo sviluppo che avremmo impresso ai soffietti quando saremmo entrati nel set­ tore dei compensatori di dilatazione, che divenne in seguito il più prestigioso e rilevante sotto il profilo economico). Sempre in quegli anni ebbi la fortuna di conoscere l’ingegner Giuseppe Gabrielli, il numero uno della nascente scienza delle costruzioni aeronautiche, un esperto di livello mondiale. Studiai l’impiego del mio tubo nel campo aeronautico. Il problema era che il tubo doveva sopportare forti vibrazioni, mantenere una perfetta resistenza chimica e meccanica ed essere incombusti­ bile. Quest’ultima condizione era la più difficile da realizzare. CAP09.indd 167 8-07-2011 11:56:14
  • 49. 168 NATO AD ASTI Pierina De Benedetti Fumel nel giorno del matrimonio. CAP09.indd 168 8-07-2011 11:56:14
  • 50. TRA LE DUE GUERRE 169 Rodolfo De Benedetti nel giorno del matrimonio. CAP09.indd 169 8-07-2011 11:56:15
  • 51. CAP09.indd 170 170 NATO AD ASTI Un reparto della «Compagnia Italiana Tubi Metallici Flessibili» negli anni ‘30. 8-07-2011 11:56:15
  • 52. TRA LE DUE GUERRE 171 Concessione al Giappone del brevetto per i tubi flessibili. CAP09.indd 171 8-07-2011 11:56:16
  • 53. 172 NATO AD ASTI Dopo molti tentativi riuscii nell’impresa e presentai il mio tubo agli organi competenti del Genio aeronautico che lo ap­ provarono, autorizzandone l’impiego prima negli aerei milita­ ri, poi in quelli civili. Feci subito domanda di brevetto in Ger­ mania (avevo battezzato il prodotto «Avioflex») e, ottenutolo, ne estesi la registrazione in tutti i paesi industrializzati, Giap­ pone incluso. Il successo riportato mi permise di affrontare il mercato mondiale. Quanto a quello italiano, le ordinazioni affluivano in numero sempre crescente, costringendomi a grossi investi menti in macchinari, soprattutto nella produzione della raccorderia (i tubi erano muniti di raccordi terminali, in modo da poterli im­ mediatamente montare sugli aerei). Costituii allora, appositamente, la «Torneria Meccanica Su­ balpina» che sistemai in vasti capannoni con un adeguato par­ co macchine. Le vicende della mia vita di cittadino, imprenditore, padre di famiglia sono state così intimamente intrecciate e condizio­ nate dalla situazione del mio paese e dal clima internazionale, che nel raccontarle non posso fare a meno di situarle nell’intri­ cata storia di quegli anni. Anche Mussolini aveva dovuto confrontarsi con i terribili problemi conseguenti alla crisi del 1929­31. Prese, ad esempio, provvedimenti eccezionali per il salvataggio di imprese indu­ striali, commerciali, finanziarie e bancarie. I fallimenti, infatti, erano in aumento pauroso: per tamponare le falle che si apriva­ no in tutti i rami dell’economia nazionale venne creato, com’è noto, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) che, se servì a tenere in piedi imprese pericolanti, aprì la strada all’im­ presa pubblica, con pesanti conseguenze politiche, economi­ che e sociali. Date le modeste dimensioni della mia azienda (una cinquan­ tina di dipendenti), riuscii a fronteggiare la terribile crisi bar­ CAP09.indd 172 8-07-2011 11:56:16
  • 54. TRA LE DUE GUERRE 173 camenandomi tra riduzioni d’orario, lavori di manutenzione, ampliamento delle scorte. Mi fu così possibile, grazie anche ai soci che si erano rassegnati a non percepire utili, non ricorrere ai licenziamenti, fedele alla regola che mi ero imposto fin dal­ l’inizio: non licenziare mai nessuno. Soprattutto non avevo il peso di debiti a breve e medio termine, avendo sempre aborrito gli investimenti finanziati da istituti di credito. Ma le misure antirecessione non bastarono a placare il mal­ contento popolare: esse non diminuivano il numero dei disoc­ cupati e stentavano a rivitalizzare industrie, commercio e agri­ coltura. È in questa congiuntura che Mussolini cominciò a caldeggiare l’idea della conquista dell’Etiopia che avrebbe ri­ solto molti problemi: si dava lavoro alle industrie e si contribui­ va al l’occupazione, tenuto conto che gli obblighi militari avreb­ bero assorbito una buona percentuale di disoccupati. La diplomazia italiana dovette misurarsi con l’ostilità delle grandi potenze coloniali. Inghilterra e Francia si appellarono alla Società delle Nazioni che decretò di applicare all’Italia san­ zioni economiche. Ma le sanzioni non bastarono a far desi stere Mussolini dalle sue decisioni, e all’inizio dell’ottobre 1935, dal famoso balcone di Palazzo Venezia, davanti a una folla osan­ nante, il duce, riferendosi all’incidente­scontro di Ual­Ual1, an­ nunciò di aver dato ordine alle nostre truppe di varcare il con­ fine etiopico. Il Comando Supremo venne affidato al quadrumviro gen. Emilio De Bono, che si dimostrò ben presto l’uomo sbaglia­ to nel posto sbagliato e dovette essere sostituito dal gen. Pietro Badoglio. Badoglio, ottenuti rapidamente i rinforzi richiesti, 1 Località in una zona di incerta appartenenza che, a causa della presenza di pozzi di importanza vitale, era rivendicata sia dai somali che dagli etiopi­ ci. Il 5 dicembre 1934 avvenne lo scontro, con decine di morti da entrambe le parti. Intervennero allora Francia e Inghilterra, timorose dello scoppio di una guerra coloniale, e avviarono trattative anche col governo italiano. CAP09.indd 173 8-07-2011 11:56:16
  • 55. 174 NATO AD ASTI completò la conquista e entrò trionfalmente ad Addis Abeba. L’Etiopia, assieme ai possedimenti somali ed eritrei, diventava parte del ricostituito impero romano che Mussolini, il 9 maggio 1936, proclamò riapparso sui colli di Roma. Respinto l’estremo tentativo del Negus di far condannare l’Italia dalla Società del­ le Nazioni, cessarono le sanzioni e Mussolini fu acclamato fon­ datore dell’impero e primo maresciallo d’Italia. Negli anni dalla fine della grande crisi allo scoppio della se­ conda guerra mondiale la mia impresa compì un eccezionale salto di qualità. Grazie a notevoli innovazioni tecnologiche ero diventato il leader indiscusso del mercato nazionale del tubo flessibile. Ero il principale, se non esclusivo, fornitore dell’avia­ zione civile e militare, delle forze armate, dell’industria pe­ trolchimica, elettrotecnica e dei trasporti. In stretta collabora­ zione con gli amici Dreyer, Meyer e Witzenmann pensai a un’espansione a livello europeo, anche per aggirare le sempre maggiori difficoltà nell’esportazione. Non era impossibile, dato che le nostre tre imprese costituivano un complesso che era di gran lunga il più agguerrito e completo in campo mondiale. Proponemmo così a concorrenti stranieri, scelti tra i più qualificati, piani di collaborazione, offrendo lo sfruttamento della nostra tecnologia, brevetti, strutture di ricerca in cam­ bio di «royalties» o di cessioni di pacchetti azionari. In Fran­ cia scegliemmo la « Manifacture Métallurgique de la Joncher»; in Inghilterra «The Power Flexible Tubing Co.». Le trattative si conclusero positivamente e con reciproca soddisfazione. (Ov­ viamente, dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia all’Inghil­ terra, sarò espulso dal consiglio di amministrazione e dalla par tecipazione azionaria della società inglese, mentre quella francese sospenderà il pagamento di «redevances».) I lusinghieri risultati ottenuti in Europa ci indussero a pren­ dere in esame la possibilità di estendere la nostra presenza an­ che agli Stati Uniti. Poiché non disponevamo di dati sulla si­ CAP09.indd 174 8-07-2011 11:56:16
  • 56. TRA LE DUE GUERRE 175 Alcuni tipi di tubi flessibili. CAP09.indd 175 8-07-2011 11:56:16
  • 57. 176 NATO AD ASTI Un compensatore di dilatazione per alte pressioni. CAP09.indd 176 8-07-2011 11:56:17