Il metodo autobiografico

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Il metodo autobiografico

  1. 1. Sessione di creativitàapproccio autobiografico storie di vita Nome relatore di Emilia Aulicino Giugno 2011
  2. 2. "Ognuno di noi ha una storia delproprio vissuto, un racconto interiore,la cui continuità, il cui senso è la nostravita.Si potrebbe dire che ognuno di noicostruisce e vive un racconto, e chequesto racconto è noi stessi, la nostraidentità.Per essere noi stessi, dobbiamo averenoi stessi, possedere se necessarioripossedere, la storia del nostro vissuto.Dobbiamo ripetere noi stessi, nel sensoetimologico del termine, rievocare ildramma interiore, il racconto di noistessi.Luomo ha bisogno di questo racconto,di un racconto interiore continuo, perconservare la sua identità, il suo sé".Oliver SacksLuomo che scambiò sua moglie per un cappello,Milano, Adelphi, (tr.it.), 1986, pp.153-4.)
  3. 3. IntroduzioneIl racconto autobiografico è da sempre presente nellastoria dell’umanità: fin dall’antichità l’uomo ha avvertito ilbisogno di fissare la propria esperienza, non solo neltentativo di vincere la caducità della sua esistenza, maanche per riflettere sul proprio vissuto, comprenderne ilsenso ed acquisire nuovo slancio vitale.L’approccio biografico indica in sociologia una serie ditecniche metodologiche alquanto diversificate volte allaraccolta ed all’analisi di racconti di vita, scritti o orali,sollecitati o autoprodotti, di soggetti “indicati comerappresentativi di una certa realtà o significativi proprioper la particolarità del loro percorso esistenziale”.Tendenzialmente si può affermare che l’approcciobiografico può essere utilizzato per valorizzare gli aspettisoggettivi di una narrazione (avvicinandosi cosi allapsicologia) oppure quelli oggettivi relativi all’analisi delcontesto.
  4. 4. La pratica della scrittura della propria vital’uso dell’autobiografia (autobiografia) e della narrazione orale di sé (autobiologia) si sta affermando in molti luoghi educativi e trattamentali (scuole, carceri, comunità di recupero per tossicodipendenti, residenze per anziani, centri di accoglienza per immigrati, case famiglia, centri di orientamento, etc…), come proposta formativa non terapeutica e non direttiva finalizzata allattivazione o ri-attivazione di percorsi di crescita individuali e di gruppo. Tale pratica tende a sollecitare nei soggetti il recupero di quelle "tracce di senso" esistenziali, spirituali, relazionali, cognitive, affettive presenti lungo il continuum esperienziale della storia di vita personale e, spesso, sommerse, opacizzate, alienate, rese intelleggibili.
  5. 5. Le storie di vita sono e fanno formazione, per unBiografia storia di vita obiettivo autoconoscitivo e trasformativo. Ogni biografia è il testo di una vita, il libro scritto quotidianamente senza accorgersene, con gli altri, che equivale al tracciato che appartiene ad una storia di formazione. L’esercizio della riflessività che si determina nel discutere, non da soli, sulle proprie storie di formazione produce pratiche trasformative mediante la variazione dei punti di vista, la presa di distanza affettiva, i distacchi dal proprio passato, dal presente, dallo stesso futuro.” Duccio Demetrio introduce così il libro scritto da Peter Alheit e Stefania Bergamini Storie di vita. Metodologia di ricerca per le scienze sociali, ediGuerini Studio. l’approccio autobiografico si viene sempre più affacciando nelle pratiche pedagogiche e trattamentali perché essa si offre da sempre, in quanto le è congeniale, con la caratteristica della sfida educativa; tende a incoraggiare e a sostenere, cioè, il sentimento di autostima che è alla base della capacità proattiva di ridisegnare la personale storia di vita sia in termini di ri- comprensione di quella precedente, sia in termini di permanente riformulazione progettuale.
  6. 6. La pratica autobiografica, come ogni altra tecnologia della cura di sé, assume lidea guida che ogni uomo và incoraggiato e sostenuto nello svelamento di quella storia personale faticosamente costruita allinterno delle relazioni che ha organizzato e costantemente ri-organizza nellincontro con gli altri e con il mondo circostante.Nella prospettiva delineata dagli studi piùrecenti, l’autobiografia viene considerata unvero e proprio metodo educativo, capacedi portare concreti risultati in termini direcupero, cambiamento e nuovaprogettualità.
  7. 7. Compito delleducatore autobiografo è quello di favorire lo sviluppo di uno spazio riflessivo e conversazionale condiviso sì da promuovere forme di esperienza individuali e collettive autenticamente vissute.l’educatore autobiografico Il lavoro con gli altri attraverso la ricostruzione della loro storia narrata mediante le più diverse forme comunicative (il racconto orale o scritto, il disegno, il mimo, la recitazione, l’autovideonarrazione ) implica, però, in primo luogo un’autoformazione da parte dell’educatore o formatore . L’educatore che lavora con il metodo autobiografico incontra spesso la difficoltà di porre le necessarie distanze tra la sua vita e il racconto di coloro che aiuta, spesso a scapito di un sano equilibrio relazionale. Diventa quindi essenziale lo scambio e il contatto con i colleghi, per evitare "scivolamenti empatici . Si dovrà quindi adottare un metodo di lavoro che sviluppi l’empatia, contrasti l’assunzione di comportamenti moralistici o diagnostici, eviti l’emissione di giudizi e l’adozione di atteggiamenti direttivi o distaccati. In sintesi occorre sviluppare le seguenti abilità sociali: sensibilità percettiva, consapevolezza emotiva, capacità di valorizzare, gratificare e rinforzare.
  8. 8. “La comprensione che ognunoLa storia siamo noi ha di se stesso è narrativa: non posso cogliere me stesso al di fuori del tempo e dunque al di fuori del racconto” (Paul Ricoeur, 1988) “Questo mi fa venire in mente una storia...” (Gregory Bateson) Accanto al pensiero paradigmatico che persegue l’ideale di un sistema descrittivo ed esplicativo formale e matematico, esiste un pensiero narrativo. (v. J. Bruner, 1996)
  9. 9. Emergono con forza le interconnessioni che leganopratiche riflessive e la riflessione autobiografica conorientamento orientamento l’ e la progettazione prospettica, affinchè si possano dispiegare per la persona, prospettive di scelta e di azione la narrazione di sé deve produrre dei cambiamenti nelle rappresentazioni mentali che essa ha di sé e quindi dovrà apportare nuove consapevolezze all’identità, nel concetto di sé e nell’autostima. La riflessione autobiografica deve essere orientata alla reale attuazione del sé e della prospettiva di progettazione futura.
  10. 10. il colloquio narrativo/1 • Raccogliere una storia vuol dire diventar testimoni ascoltando qualcun altro che racconta, riconoscendo limportanza e lunicità del narrante. • Il testimone ascolta e restituisce la storia riconoscendola; egli diventa portavoce. • Quando raccontiamo facciamo esperienza di: eterostima: emozione che si prova nel momento in cui la nostra storia diventa importante per qualcun altro. esostima: emozione che proviamo quando siamo in grado di fare un discorso di senso compiuto. autostima: emozione in cui il narratore riconosce di avere una storia significativa e degna di essere narrata. • Lo svelamento è il momento in cui il riconoscimento e la restituzione della nostra storia ci fa rendere conto di ciò che ci è successo. • Lo scrivano intelligente è loperatore sanitario che trascrive la storia dellaltro non come un caso clinico ma come una vicenda umana. Egli è colui che stimola la narrazione e la prende in custodia.
  11. 11. il colloquio narrativo/2 il colloquio narrativo costituisce lo strumento di raccolta di una storia e si configura come un percorso relazionale. 1. Patto: deve essere chiaro nel definire gli scopi e i tempi del percorso. 2. Colloqui narrativi: si raccoglie la storia o parte di essa seguendo una traccia. 3. Trascrizione dei colloqui: sbobinamento. 4. Restituzione dei testi: attraverso un colloquio di approfondimento, in esso è possibile chiarire alcune parti, ampliare la narrazione o modificarla. 5. Trascrizione colloquio di approfondimento: si trasforma il testo in una monografia narrativa. 6. Restituzione della monografia: il narratore in questa fase si dovrebbe riconoscere in essa. La storia finale è sempre co-costruita perché scritta a 4 mani.
  12. 12. il colloquio narrativo/3 Alcune caratteristiche del colloquio narrativo: Luogo: deve essere tranquillo, accogliente e dove non si rischia di essere interrotti, se possibile si va a casa del soggetto. Tempo: va calcolato in basa alla durata della nostra attenzione, quanto si riesce a sostenere un ascolto attivo. Atteggiamento: sono necessari lascolto attivo, lassenza di giudizio e lempatia. Gli interventi devono favorire la comunicazione, per questo si possono usare interventi:  Ad eco: ripetere le ultime cose dette chiedendo chiarificazioni.  Di riformulazione: ripetere con parole nostre ciò che ha detto laltro chiedendo se si è capito correttamente.  Di riflessione dei sentimenti: si ripropongono i sentimenti che laltro sta provando.  Di ricapitolazione: utili per evidenziare le contraddizioni. Nel caso in cui laltro non riesca ad esprimere alcune cose, non bisogna mai insistere. È necessario evitare latteggiamento da esperto e il consolare laltro
  13. 13. il colloquio narrativo/4 Il colloquio segue sempre una traccia semi-strutturata che analizzerà i temi che ci interessano, essa va imparata a memoria. La traccia è composta da domande: • Sugli eventi della storia personale, si utilizza la memoria episodica. • Sui significati che richiedono definizioni, il significato che ha avuto quel determinato evento. • Evocative, che richiamano luso della metafora. • Meta-cognitive, chiedono di riflettere sulla propria immagine/storia alla luce di quello che si è raccontato, si fa una riflessione sulla riflessione.
  14. 14. La narrazione può essere usata comenarrazione e intercultura strumento di educazione interculturale, ossia un educazione alla differenza, essa riguarda tutte le differenze ma in particolare lapproccio con persone che arrivano da culture differenti. Lidentità è qualcosa che ha che fare con noi stessi, quello che siamo ma anche con lalterità, ovvero ciò che pensiamo degli altri. Lidentità presuppone lesistenza di esseri unici ed irripetibili, è fatta di caratteristiche personali, non esiste aldilà dellesperienza e ha bisogno di qualcuno a cui mostrarsi, necessita della relazione. L’identità si mostra e cambia attraverso la narrazione. Identità plurima = caratteristica delletà adulta dove si concentrano più identità che si influenzano reciprocamente, si adegua la propria identità al contesto. Identità multipla = in un mondo attraversato da flussi culturali diversi e contraddittori, l’identità deve fare i conti con la diversità, deve sapersi adattare sopportando le ambivalenze.
  15. 15. Identità “traiettoria” = è come se lidentità fossetraiettoria individuale un percorso, essa è temporale e spaziale, cè qualcosa dentro di noi che si modifica continuamente perciò lidentità può seguire traiettorie identitarie convergenti o divergenti. LIo tessitore è lidentità che tiene insieme, ricompone le esperienze e fa si che noi siamo sempre noi stessi. Lidentità nomade e la doppia assenza sono concetti che hanno a che fare con le persone che si spostano nello spazio. Queste caratteristiche portano a sentirsi fuori luogo ovunque, manca lappartenenza. Lalterità è tutto ciò che non sono io, “laltro comincia accanto a me” Non esistono alterità totali perché sono sempre presenti elementi di somiglianza tra me e laltro. Alterità immediata = si riconoscono molti elementi di somiglianza. Alterità lontana = si riconoscono pochi elementi di somiglianza. Non si può capire o conoscere pienamente laltro come non si può conoscere interamente noi stessi. Si può accogliere laltro con le sue differenze.
  16. 16. Gli stereotipi sono un modo per categorizzare eio mi scrivo generalizzare le esperienze.io sono il mio Noi viviamo d stereotipi, limportante è non farsi guidare solo da essi e non trasformarli in pregiudizi.racconto Il pregiudizio ci fa pensare che le cose negative siano legate ad alterità lontane. Per fare si che identità e alterità si fondano si può utilizzare un laboratorio autobiografico, ovvero uno spazio riflessivo attraverso la scrittura del sé. Il laboratorio autobiografico consente di raccontare frammenti di sé allaltro che condivide e connette questi racconti con i propri. Il laboratorio autobiografico è definito come uno spazio soglia, ovvero una frontiera dove le identità si affacciano verso laltro mantenendo però le proprie caratteristiche, ovviando così alla nostra paura di diventare altro. La raccolta di storie di migrazione hanno importanza sia per chi le racconta che per la collettività, diventano processo di apprendimento e cambiamento sociale.
  17. 17. BibliografiaALHEIT, A., BERGAMINI, S. (1996) Storie di vita. Metodologia di ricercaper le scienze sociali. Guerini Reprint, Milano.AMMANITI, M., STERN, D. (a cura di) (1991) Rappresentazioni e narrazioni.Laterza, Roma-Bari.ANDERSON, B.J., RUBIN, R.R. (1996) Practical Psychology for DiabetesClinicians. American Diabetes Association, Alexandria, Virginia.ANDERSON, B., FUNNEL M. (2000) The art of empowerment: Storiesand Strategies for Diabetes Educators. American Diabetes Association,Alexandria, Virginia.ATKINSON, R. (1998) The Life story interviews. Sage, Newbury Park.Tr. it.: L’intervista narrativa. Cortina, Milano 2002.BALDASSARRE V.A. , DI GREGORIO L., SCARDICCHIO A.C. (1999)La vita come paradigma. L’autobiografia come strategia di Ricerca-Form-Azione. Edizioni dal Sud Modugno, Bari.BATESON, G. (1977) Vers une écologie de l’esprit. Seuil, Paris. Tr. it.:Verso un’ecologia della mente. Adelphi, Milano 1977.BATESON, G. (1984) La nature et la pensée. Seuil, Paris. Tr. it.: Mentee natura. Adelphi, Milano1984.
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