Diario di bordo

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Leggete solo se non siete schizzinosi....

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Diario di bordo

  1. 1. Diario dibordo...tazza Leggete solo se non siete schizzinosi e comunque lontano dai pasti. Daniele Marchettini Edizioni lamistampante
  2. 2. L’organismo è governato, come si sa, da reazionichimiche, fra queste la digestione che produce ri-fiuti che devono essere portati all’esterno del cor-po. Fin qui tutto normale, se nonché il mio rap-porto con questo naturale espletamento biologicoha sempre avuto dei risvolti comici che qui vorreicondividere con chi sta leggendo, facendo diven-tare questo… eh si... si può proprio dire… un librodi merda!Il mio problema principale è sempre stato ed è an-cora, l’impellenza. Niente avviso, nessun segnale,a un certo punto, dal sereno stabile col cielo chepiù terso non ce né, la tempesta, il ciclone, nuvo-loni neri improvvisi e il tifone tropicale che si ab-batte dentro (e fuori…) di me.Leggendo questo diario che potrebbe essere ancheun manuale di “sopravvivenza”, tenete sempre inconsiderazione questa cosa, tutto quello che quiracconto, è accaduto a codice rosso… Daniele
  3. 3. 12 Novembre 1990, Barga - LuccaBellissimo bar quasi davanti al famoso Ponte del Diavolo,quello con gli archi tutti diversi. Io allora non bevevo caffè,ma quando suonavano le campane intestine, se unn’era uncaffè l’era una spuma…All’accoglienza dell’ingresso del locale si contrapponeva losquallore del “vano tecnico”; vecchissima porta in legnosgangherata, semi sverniciata e con paletto rotto. Buca allaturca e niente mattonelle, diverse mani di smalto intonacava-no i muri, l’ultimo, quello visibile era crema ma in un puntosi vedevano alcuni anni di arancio, di verde e di un bel blu co-balto. Lo sciacquone era di quelli classici in alto con la cate-nella di una buona metrata ovviamente senza la nappa, aspor-tata da chissà chi chissà quanto tempo prima. Totale assenzadi carta e di scopino. Meno male che i provvidenziali fazzo-lettini mi sono sempre fedeli compagni di viaggio…Un boato, uno schianto, come un treno liquido che esce digalleria a tutta velocità ed impatta in un muro… quel muro, diquel piccolo bagno di un bar di periferia. Il mio solito perso-nale inferno che trasforma il locale di turno in una scena apo-calittica da mattanza intestinale. E un abbondanza di carta,tanta carta, perché io ne consumo mezzo rotolo per ogni per-formance, ma da quando ci sono i rotoloni Regina e i suoi i-mitatori ce la faccio a farne tre con uno di quei simpatici edutili cilindri bianchi.Torniamo alla scena: interno giorno, il protagonista dopo averconstatato l’entità della copertura, confida nel veloce ripristi-no del locale affidandosi allo sciacquone, se nonché alla mini-ma trazione la catenella si spezza nel punto più alto, vicino al-la cassetta dell’acqua. E ora?
  4. 4. Solo, chiuso dentro un wc, lontano da casa, senza lo scopino,con un metro di catenella da sciacquone in mano, sulla scenadel crimine e con il cadavere lì, ancora caldo da nascondere inqualche modo. Un piano, ci vuole un piano, no no... nientepiano, vado dal barrista (a Firenze si dice con du’ erre) espiego l’accaduto. Esco, chiudo la semisverniciata e mi dirigoverso il banco... che sculo! Il barrista sta facendo un caffè aduna signora con un bambino in braccio, non posso, non pos-so… Grazie mille, arrivederci! Allungo il passo verso la mac-china dall’altra parte della strada e penso al poveretto che perprimo arriverà sulla scena del crimine ma non servirà a nientechiamare il magistrato, meglio un bel secchione d’acqua e unaltro metro di catenella perché senza accorgermene l’ho mes-sa in tasca… 22 Aprile 1991, Stazione di servizio Monte Quiesa - LuccaGià dieci chilometri prima del bivio per la bretella era emer-genza… ma la fortuna questa volta sembra aiutarmi. Fuori daiservizi non c’è la solita fila di persone ed entro subito, menomale perché non ce l’avrei mai fatta ad aspettare anche un so-lo minuto. Chiudo la porta e mi complimento mentalmentecon i gestori, dal portarotolo gigante spunta la carta igienica!Grande! Sarà perché è mattina presto, ma c’è! Meno maleperché oggi non ho i miei preziosi fazzolettini…Passato il tornado con tutte le conseguenze nefaste sul territo-rio, tiro la bobina e… riip! L’unico, ultimo, solo esemplare distrappo di carta… tredici centimetri per dieci, l’unica risorsaper ripulire gli effetti del ciclone! Mi guardo intorno e ovvia-mente non c’è niente che possa espletare la bisogna ma le ide-e più strane mi affiorano nella testa; strofino il culo sulle mat-tonelle? No… Tiro lo sciacquone poi intingo lo scopino
  5. 5. nell’acqua pulita e mi pulisco con quello…Ièh!, così e piglio anche ‘harcosa… E allora?Non posso pulirmi con la maglia, poi che faccio, esco a torsonudo?Non mi sono comprato mai niente di marca, il giorno prima,in preda a non so quale stupido raptus modaiolo avevo acqui-stato un paio di mutande “di grido”, di quelle con scritto no-me e cognome dello stilista in grande sull’elastico. Oggi i ra-gazzi le fanno spuntare giustamente dai pantaloni perché sespendi 15 mila lire di allora per delle mutande, le devi far ve-dere per forza! Mi domando; a chi ha passato il periodo dellecolonie estive o dei collegi, dove sui vestiti e sulla biancheriavenivano scritti nome e cognome del proprietario, che effettofarà mettersi le mutande di Armani Giorgio?Bah! Comunque lì per lì, non c’era altro da fare che sacrifica-re il capo fashion per uno scopo logistico. Finita che fu, lastoffa delle mutande si passò ai calzini cercando di centelli-nare la poca area a disposizione… fatto!Poi ti chiedi: Leonardo, Raffaello, Michelangelo… tutti to-scani! Ci sarà stata una trasmissione di geni? Ma no, la Cap-pella Sistina non avrei mai potuto farla… e poi? Tutta marro-ne? No no… 16 Maggio 1993, Migliarino PisanoPenso che l’articolo più richiesto ai benzinai sia, ovviamentedopo il carburante ma prima dell’olio e delle spazzole tergi-cristallo, il bagno. La stazione di servizio, specialmente in au-tostrada e sulle lunghe strade di campagna è come un’ oasi
  6. 6. nel deserto. Purtroppo i servizi dei benzinai sono super usati epoco ben mantenuti ma questo sulla strada di Migliarino habattuto tutti i primati di sporcizia e scarsa manutenzione.Chiesi se c’era il bagno perché la stazione di servizio era mi-croscopica.“L’è di dietro!“Mi avvio e arrivato alla minuscola porta, questa non si apre,torno dal gestore e mi dice che ci vuole la chiave che tiene luinel piccolo locale del distributore. Non poteva dirmelo pri-ma? Penso… oltretutto devo aspettare perché ora sta facendorifornimento a una macchina di tedeschi in vacanza. Finitocon i tedeschi mi porge la chiave, “ieni!” Che schifo… unpassepartout da interni tutto arrugginito, attaccato con un cor-dino lercio a quella che un tempo doveva essere una palla digomma sporca morsa da un cane. Si intuisce ancora per poco,che doveva essere un regalo Mobil di tanto tempo fa. La por-ta, di noce nazionale con riquadri di vetro molato ambrato,doveva essere in un bel salotto di casa molti anni fa, poi gliagenti esterni e il continuo uso l’hanno fatta diventare unaporta da pollaio. La chiave gira così male che devo tirare lamaniglia per togliere la mandata. Apro e lo spettacolo che sipresenta è da film di Fantozzi; 90 x 90 centimetri con buca al-la turca senza più smaltatura, sporchissima e con un rigagnolodi ruggine che la solca fino dentro la buca. Per entrare si devemettere i piedi sugli appoggi della latrina perché la porta giraall’interno e non c’è posto. Non una piastrella ne una matto-nella, solo diverse mani di smalto dei colori esterni della sta-zione di servizio ormai completamente abrasi. Per terra, queidieci centimetri oltre la superficie della buca, forse una vec-chia mano di catrame. La buca non ha la giusta pendenza el’acqua (e non solo), rimane a lambire tutto il “pavimento”circostante. A sinistra ciondola lo scheletro di un vecchissimoportarotolo di ottone non più cromato, non più portarotolo,
  7. 7. visto che manca il supporto per la carta. Lo scopino, unavolta bianco, di plastica, sta in bilico nell’angolino e mi im-magino quante volte sarà finito nella buca. E’ rivolto verso laporta in modo da far intravedere tutti i prodotti attaccati allaspazzola, ma anche solo per prenderlo per il manico bisognaavere le stesse vaccinazioni di un viaggio in Rwanda. La cas-setta dello sciacquone in alto è di plastica e piena di manatenere probabilmente del gestore, tutte le volte che l’ha riparata.Anche la cassetta, come il portarotolo, l’intonaco e la porta, èparzialmente scardinata, come se tutti questi elementi, schifatidell’ambiente si fossero animati e stessero compiendol’ultimo sforzo per staccarsi dal loro posto e fuggire lontano.La catenella è un collage: in cima un pezzo di spago, poi unpezzo di catenina poi un pezzetto diverso infine la nappa…ho già pensato che la tirerò con un fazzolettino. A completarequesto quadretto ameno, una campionatura degli ultimi due otre utilizzi che lasciano capire che l’odore non viene propriodal profumatore di plastica a forma di margherita appiccicatoalla parete destra. Faccio velocemente la mia funzione perriassaporare l’aria esterna, tiro l’acqua e…una mezza secchiata mi colpisce in piena faccia perché il tubodello sciacquone è staccato dalla parete e quando scarical’acqua rimbalza sulla parete della latrina…Non che bagnarsi un po’ sia un problema, il fatto è chel’acqua rimbalza fuori dopo che è entrata nel quadrato dellabuca! 8 Aprile 1997, Calambrone - PisaIn una giornata di sole primaverile che cosa c’è di meglio diuna bella gita al mare?
  8. 8. Sono quasi le undici e il cappuccino dell’autogrill comincia afarsi sentire…Forse nessuno li ha mai puliti e l’uso probabile degli utentiinvernali è ancora lì, come i cerchi di un albero tagliato deter-minano la sua età, allo stesso modo si potrebbe graficamentequantificare il tempo passato dall’ultima pulizia… Comunquenon è il caso di fare gli schizzinosi quando l’emergenza in-combe. Sono cinque vani tecnici, rigorosamente senza carta esenza scopino, le porte sono aperte, li passo velocemente inrivista e decido che l’ultimo a sinistra è quello che fa al casomio. Entro, chiudo o meglio tento di chiudere la porta, provoa forzare il paletto ma niente, pace, starà aperta… Con laporta chiusa la luce passa solo da una piccola apertura qua-drata di quindici centimetri, probabilmente progettata per unpiccolo aspiratore.Con il pieno sole di fuori ci metto qualche secondo ad abi-tuarmi a questa semi oscurità, ecco, comincio a vederci unpo’… Intanto prendo posizione sulla turca mentre scrutol’ambiente intorno a me. La porta è piena di scritte, frasi ri-volte perlopiù a donne, mi domando; epiteti ingiuriosi o tre-mende verità? Poi numeri di cellulare accompagnati dal menùdelle prestazioni della malcapitata, quindi vari intramontabili“W LA FICA”. Annunci dedicati ai camionisti per prestazio-ni maschili e nell’angolo di destra, in basso, ma così in bassoche mi chiedo come avrà fatto a scriverlo, “LEANDRO TI A-MO ELY 78” tutta infarcita di cuoricini. Mentre scorro i mes-saggi di questi grafomani da gabinetto sento qualcosa che mistriscia sul calcagno destro, no! Me la sono fatta addosso! Michino e vedo una serpente che mi passeggia sul piede. Caccioun urlo, faccio un salto, e il rettile, che non era una vipera mauna innocua biscia d’acqua, si impaurisce più di me e spariscenella buca della turca. Il fatto è che questa cosa è successa nelclou della prestazione e così mi ritrovo a dover fare il bagno
  9. 9. in mare per forza… Il sole è caldo ma il mare ancora no...Quei bagni prima delle dune ora non ci sono più e quindi nonc’è più nemmeno l’alternativa all’affidare al mare il messag-gio intestinale… 12 Agosto 1999, Camaldoli - ArezzoNe ha fatta di strada il bagno pubblico dall’invenzione di Ve-spasiano! Dal semplice urinatoio e quindi destinato solo agliuomini, ai bagni tecnologici a moneta con porta e luce auto-matica, disinfezione della tazza e del locale dopo ogni uso eaggeggi vari tipo atomizzatori di profumo, distributori diciambelle di carta, servi carta elettrici e via e via. Tutte cosinecarine che spesso però troviamo rotte o guaste…L’alternativa economica e funzionale a queste “stazioni igie-niche” penso sia il bagno chimico ma poche amministrazionicomunali in Italia sono così gentili da dislocarli nei propricentri urbani. I pubblici esercizi sono obbligati ad avere il ser-vizio igienico, a seconda delle dimensioni del locale anchepiù di uno e comunque almeno uno attrezzato per l’uso daparte delle persone in carrozzina. Da quando, con la scusa dilimitare l’accesso al bagno di drogati è stato inventata la pro-cedura del chiedere la chiave alla cassa dei bar, è ancora piùdifficile non prendere un caffè o qualcosa altro per ricambiarela cortesia offerta dal locale. Non che sia un problema, ma perme che sono aduso alla frequentazione pluriquotidiana dei ba-gni nei bar… “Dottore, ma ‘un mi faranno miha male, tuttihesti haffè!” . Ecco, dopo questa piccola introduzione vi rac-conto del bagno pubblico di Camaldoli, nelle Foreste Casenti-nesi. Altro che vespasiano, è un vero e proprio edificio in pie-tra, costruito vicino a un ruscello e seminascosto nell’oscuritàdel bosco. Bello, solo che l’oscurità pervade anche i locali a-dibiti alla bisogna… In dieci anni che ci sono tornato in visita
  10. 10. (a Camaldoli, non ai bagni…) non vi ho mai trovato la luceche funzionasse, ma più o meno “l’arredo” è questo: pavi-mento in cotto (wow!), pareti bianche (?), turca datata, senzascopino ne carta, acqua e altri liquidi sul pavimento e dallapiccola finestrella in alto senza vetro, una selva di insetti,un po’ impigliati nelle vecchie ragnatele e alcuni ronzanti chefanno dentro e fuori per curiosare sul prodotto dell’umano diturno.Quel giorno indossavo un paio di pantaloncini da bagno, diquelli con le mutande incorporate fatte a reticella, un po’ piùgrandi della mia taglia, chissà, dovessi crescere ancora…Prendo posizione sulle orme in rilievo sulla turca e cerco discoprirmi il minimo che posso perché già nel bosco in panta-loncini faceva freddino, ma li dentro al buio... ancora di più!La tragedia si consuma in un attimo… lo sforzo,l’avanzamento, il distacco e…E…! Nulla, niente rumore, eppure c’è silenzio…Mi giro per cercare di vedere nell’oscurità e sento qualcosache mi batte nella caviglia destra, noooo!Ho centrato in pieno le mutande… E ora?I fazzolettini sono pochi - non posso lavare i pantaloncini - lamacchina è lontana…Idea! Meno male che ho con me il marsupio e dentro il miostupido coltellino svizzero con quelle inutili fantastiche forbi-cine… Sembro Valentino… tric trac, et voilà! L’inutile mu-tanda sembra ora trasformata in una reticella di castagne delCasentino…Mi sono salvato ancora una volta, e ora via nel bosco… Però,che ventolino che viene da sotto!Ma come dice il saggio, da ogni esperienza si deve trarre un
  11. 11. insegnamento e qui io ho capito che sulla turca si devono te-nere tesi in avanti i pantaloni!Credo che il giorno che non dovessi trovare più la soluzioneper uscire da queste emergenze, potrei fare Harakiri con loscopino o impiccarmi con la catenella dello sciacquone...
  12. 12. Conclusioni? Riflessioni? Boh!Ho lavorato per qualche tempo in un bar e sono giunto allaconclusione che i baristi sono, insieme ai benzinai, ma solodopo i custodi dei bagni pubblici la categoria che vede piùpersone con il ritratto del “bisogno” dipinto in faccia. C’è chiper la sana abitudine di non passare per approfittatore del ser-vizio igienico, prima prende il caffè e rischia di farsela addos-so. C’è chi esplicitamente chiede dove si può fare un po’d’acqua, chi dopo un minimo di confidenza ti dice che va acambiare l’acqua alle olive, chi a dare da bere al canarino, chimolto educatamente (?) e sottovoce ti chiede dove e si può...fare una pisciatina? Chi cerca il cesso, chi in preda a france-sismo domanda la toilette, chi vuole il bagno, il camerino, laritirata, lo zero zero…Chi cerca di nascondere l’impellenza fisiologica, chi te lasbatte sul banco e chi la dichiara anche agli astanti, come al-cune mamme che già dall’ingresso incitano il bimbo a vocealta, “Giacomino, tienila eh?! Ormai siamo arrivati, ora sichiede a questo bravo signore dov’è il bagno e si va a farlatutta, va bene? Tu stringi però, eh?!” Un altra: “Dove possofar fare al bambino un po’ d’acqua benedetta?”Una volta, un signore distinto di mezza età prese il caffè percontraccambiare il piacere che avrebbe di li a poco richiesto,già aveva lo sguardo un po’ torvo di chi stesse “nascondendo”qualcosa, ma quando gli dissi che era guasto ed aspettavamol’idraulico, la faccia gli si contrasse in una smorfia mista fradolore, sgomento e rassegnazione… “Sie..! E ora ‘n do vò!Noo! E mi haho addosso!” E usci, senza salutare, in cerca diuna soluzione veloce…Con una mia collega ci divertivamo a fare il“totouomolavamani” e funzionava così: quando qualcunochiedeva la chiave del bagno, noi si scommetteva se questi si
  13. 13. lavava o no le mani, cronometrando il tempo dalla chiusuradella porta interna alla riapertura di quella esterna. Da questonostro “studio di settore” emerse che erano pochissimi gli uo-mini che si lavavano le mani dopo aver usato il servizio igie-nico, e non c’era distinzione di età, abbigliamento ed estrazio-ne sociale...Comunque ogni tanto c’era chi usciva in strada con un buonmetro di carta igienica attaccata alla scarpa!Ebbene si, questo è un argomento sul quale si possono fareanche delle riflessioni! Prendo i pensieri come mi vengono inmente e li butto sulla carta… il primo riguarda il WC, propriolui, il vater… E non venite a dirmi che la pronuncia è sbaglia-ta, alzi la mano chi lo chiama uòter, magari con la e aperta,all’americana! Comunque il coso lì, se ci pensate è nato per-fetto, anche se nel tempo si è evoluto nel materiale, la forma èrimasta pressoché invariata ed è uguale in tutto il mondo conununica variante che è la turca che sebbene più scomoda,sembra essere fisiologicamente più appropriata alla funzioneproprio in virtù della posizione da assumere una volta sopra.Quello del “uòter” è un universo in cui gira un business da ca-pogiro; carta igienica, salviettine umidificate, sedili, scopini,detergenti, deodoranti, disinfettanti, anticalcare e… acqua,tanta tanta acqua. Se non stiamo attenti, in bagno noi tuttiprovochiamo dei danni irreparabili al pianeta. Dovremmo cer-care di usare carte igieniche ecologiche, nelle quali i processiproduttivi siano compatibili con l’ambiente e la cui cellulosaprovenga da tagli boschivi controllati. Ricordate che l’aceto èil primo anticalcare naturale, economico e biodegradabile al100%. Buon bisogno a tutti!
  14. 14. Daniele Marchettini nasce a Firenze nel pieno dell’alluvione del ‘66. A soli tredici anni prende la licenza media e si butta nel mondo del lavoro, ma scivola e rima- ne ingessato per sei mesi. Dopo aver provato inutilmente ad entrare nel Guinnes dei primati con tredici lavori cam- biati in nove anni decide di fare la foto qui accanto e di-ventare scrittore di successo. Cinema, teatro, televisione, radio, nono, meglio stare a casa a leggere l’informatore della Coop, sua veragrande passione. (Ma perché parlo in terza persona? Boh!)

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