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Festschrift Blanke

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Festschrift Blanke

  1. 1. DIRITTO, LAVORO E MUTAMENTI CULTURALI. FRAMMENTI AUTOBIOGRAFICI DI UNGIURISTA ITALIANO (XX-XXI SECOLO)di Lorenzo GaetaI. 1978 Mi sono laureato in Giurisprudenza il 10 maggio 1978. Poche ore prima, le Brigate rosseavevano fatto ritrovare il corpo di Aldo Moro, al termine di un sequestro durato quasi due mesi.Quel giorno tutta l’Italia si svegliò in preda a sentimenti di angoscia e preoccupazione. Quel giornosembrò il culmine degli “anni di piombo” che insanguinarono il nostro Paese e gli impressero unaprecisa svolta sociale e politica. Quel giorno io andai all’Università (quella di Salerno, la città doveallora vivevo) con l’assoluta certezza che la data della mia laurea sarebbe stata posticipata; perciò,ci andai vestito come sempre, senza una giacca o una cravatta che solennizzassero l’avvenimento,senza un genitore, fratello o amico, vicino ed orgoglioso di partecipare con me a quella importantetappa della vita. Eppure, mi laureai: in quell’atmosfera irreale, in tutta fretta, quasi di nascosto,senza parenti o cravatte, con pochissimi festeggiamenti, mi laureai.La mia carriera di giurista è cominciata così, in silenzio.II. 1973 Ma perché, a fine 1973, avevo deciso di iscrivermi ad una Facoltà giuridica? Non certo pertradizioni di famiglia: avevo uno zio giudice a Roma, col quale però non avevo mai avuto grandirapporti, e sapevo che un mio antenato nell’Ottocento aveva fatto il notaio, non foss’altro per ilfatto che ne conservavo in casa i libri ormai polverosi, con interesse più che altro antiquariale; ma lamia famiglia più prossima si occupava di tutt’altro, mio padre era un artigiano e mia madre unacasalinga, e mi lasciarono libero di fare le mie scelte, sostenendole.Posso allora dire di aver deciso di entrare nel mondo del diritto, in piena autonomia e senzacondizionamenti familiari, seguendo sostanzialmente due motivazioni, del tutto differenti tra loro,se non addirittura contraddittorie. In primo luogo, per banali considerazioni di carattere utilitaristicoe di comodo: non sapendo ancora quale mestiere mi sarebbe piaciuto fare “da grande”, scelsi la viapiù tranquilla, aspettare ancora qualche anno, entrando in quella sorta di “parcheggio” costituito dauna Facoltà universitaria, che allora (ma temo ancora oggi) era utile ad un giovane dell’Italiameridionale per ritardare di qualche tempo l’ingresso nel mondo della disoccupazione; e qualeparcheggio migliore di una Facoltà di Giurisprudenza fondata l’anno prima, che per di più potevoraggiungere a piedi in dieci minuti da casa? Non si diceva, poi, in giro che Giurisprudenza “apretutte le porte”, cioè ti consente di non prendere subito una decisione, ma di rinviarla, potendo poicomodamente scegliere, una volta laureato, se fare il magistrato, l’avvocato, il notaio, il funzionariodi una pubblica amministrazione, e tanto altro ancora? Entrai, perciò, nella Facoltà giuridica diSalerno con un po’ di indolenza, con un atteggiamento molto attendistico, ma anche con tantacuriosità.Perché qui viene in gioco la seconda motivazione, quella nobile, quella ideale. E, allora, devonecessariamente tornare indietro ancora di qualche anno, al tempo in cui entrai alla scuola
  2. 2. superiore, in un anno che per forza di cose doveva significare molto per un ragazzo giovanissimo edentusiasta: quell’anno era il 1968.III. 1968 In realtà, avevo appena compiuto quattordici anni, ma, nonostante fossi ancora un timidissimoadolescente, assai meno smaliziato di un quattordicenne di allora (figuriamoci di oggi…), mi trovaiimmerso all’improvviso in un clima di contestazione globale dell’autorità, qualunque autorità, fossequella dei professori o dei genitori o dei rappresentanti delle istituzioni, e coinvolto inmanifestazioni vivaci, cortei chiassosi, lunghe occupazioni, che mi fecero scoprire improvvisamentel’interesse per la politica e per le motivazioni sociali e ideali. Si trattò di un percorso assolutamentecomune a tanti ragazzi della mia età, oggi forse poco immaginabile: un percorso che, visto con gliocchi di adesso, anche con qualche indulgenza si palesa pieno di assolutistiche certezze preconcette:in una parola, di tanti errori. Nei primi anni ‘70 mi trasformai, per reazione, da ragazzino compito inadolescente vestito in modo approssimativo, coi capelli lunghissimi, che trascorreva il suo tempo tralunghi studi (la causa del proletariato si serve con letture impegnate) ed assemblee e dibattitiestenuanti, tra rapporti quasi sempre burrascosi con ragazze immancabilmente iperfemministe, efuribondi litigi politici generazionali (mio padre era un liberale di vecchio stampo, ma ai miei occhidi allora era solo un pericoloso reazionario). Ebbi, insomma, con tutti gli errori di cui dicevo, unaforte formazione politica, attratto da un lato dal carisma dell’indiscusso leader del nostro liceo, unragazzo che sarebbe poi diventato uno dei più famosi anchormen televisivi italiani (contro cui, annidopo, si sarebbe scagliato il capo della destra in persona) e, dall’altro lato, dall’altrettantoindiscusso punto di riferimento scientifico, un professore di italiano di solida cultura marxista, checi formò a uno studio politicamente orientato ma molto critico, facendoci apprezzare aspettieconomici e sociali che mai prima di allora mi erano stati fatti considerare, in uno studio che siesauriva spesso nell’apprendimento di nozioni aride e scollegate. Dopo qualche tempo, quindi,abbandonai il libretto rosso del presidente Mao, che era stato mio compagno fedele di quegli anni, ecominciai a leggere con passione di storia, di letteratura, di cinema e un po’ anche di economia.Quindi, per tornare al punto di partenza, l’altra motivazione della scelta di dedicarmi a studigiuridici – e non, ad esempio, letterari, verso i quali forse mi sarei sentito più portato perinclinazioni e temperamento – dipese anche in qualche misura dalla considerazione di potermaggiormente incidere con quei mezzi sulle dinamiche di una società che, finiti i fasti degli annidella contestazione, stava cominciando a dibattersi nelle spire di una profonda crisi, non soloeconomica. Iscrivendomi a Giurisprudenza, mi sembrò, insomma, che potessi fare qualcosa permettere in pratica le idee, talvolta confuse o retoriche, di rivolta e di affrancamento sociale che mierano rimaste dagli anni di scuola. Non sapevo ancora come, ma ero certo, giovanilmente edentusiasticamente certo, che qualcosa avrei fatto.IV. 1975 E la Facoltà di Giurisprudenza non mi deluse. Certo, si trattava – come ho già detto – di unaFacoltà appena istituita, che aveva poco del prestigio plurisecolare del vicinissimo Ateneo
  3. 3. federiciano di Napoli. Ma, forse proprio per questo, era popolata per buona parte di docenti giovanie promettenti, che spesso avevano lo stesso entusiasmo di molti di noi studenti e coi quali si potevaavere un rapporto molto diretto e collaborativo, sia a causa dei tempi – che avevano molto smussatole tradizionali distanze tra studenti e professori – che grazie ad una struttura non ipertrofica dellaFacoltà. Ebbi a che fare, naturalmente, col tecnicismo talvolta spiazzante di molte materie, ma – conl’aiuto di tanti docenti bravi, che poi avrebbero fatto molta strada – riuscii a coniugarediscretamente studio tecnico e passione politica, diritto positivo e istanze sociali; a leggere lepremesse di quell’idea di diritto che mi ero venuto formando, come di uno strumento di riequilibriosociale, se non addirittura di riscatto di classe, che esso poteva diventare se interpretato e applicatoin un certo modo. Erano passati i tempi in cui mi sembrava giusto che, a prescindere da tutto,“trionfasse la giustizia proletaria” (come diceva una non dimenticata canzone dell’epoca), e che ilgiurista dovesse semplicemente assecondare tale aspirazione. Cominciai, piuttosto, a districarmi trale sottigliezze delle tecniche ermeneutiche, trovandovi il vero nodo dell’utilizzo della legge comestrumento di volta in volta di dominio o di rivolta o di compromesso.Era quasi ovvio, con queste premesse, appassionarsi al diritto del lavoro. E, nell’estate del 1975,ebbi questo folgorante colpo di fulmine.Ebbi la fortuna di trovarmi in un periodo interessantissimo del diritto del lavoro, segnato da grandicambiamenti. Ed ebbi la fortuna di studiarlo con un Maestro che era uno dei più convinti aderentialla scuola dell’“uso alternativo del diritto”, il che segnò in modo profondo la mia passione per unamateria dai predominanti contenuti sociali. Si viveva, allora, una stagione ancora percorsa dalleforti tensioni sociali che, da noi, avevano portato all’ingresso del sindacato nelle fabbriche, alla finedel feudalesimo delle relazioni industriali che aveva imperato fino a metà degli anni ’60, alloStatuto dei lavoratori del 1970 che si stava imponendo come la Magna Charta del nostro diritto dellavoro. Nel contempo, emergevano i primi sintomi di quella crisi susseguente allo shock petroliferodel 1973 che, dapprima ritenuta passeggera, stava manifestando tutte le caratteristiche diendemicità. Si stava passando, proprio davanti ai miei occhi curiosi, dal diritto del lavoro delgarantismo a quello dell’emergenza o della crisi. Mi trovai perciò ad appassionarmi con forza di unamateria in cui convivevano contraddittoriamente i grandi aneliti sociali di spinte liberatorie appenaconquistate e le preoccupazioni contingenti affidate a pessime leggine frammentate edestemporanee. Per me, ormai, la passione era quella: l’entusiasmo politico aveva trovato la suaconcretizzazione; in quel tempo esisteva solo il diritto del lavoro e poco più. Seguii con attenzioneogni attività universitaria che lo riguardasse; lavorai con entusiasmo e impegno a una tesi di laureasul lavoro nero e il decentramento produttivo, che inquadrai tenendo conto del dato economico, diquello sociologico e di quello giuridico (sul lavoro a domicilio era appena stata approvataun’importante legge). E alla fine diventai dottore in Giurisprudenza, quel giorno triste e silenziosodel 1978. E non ebbi neanche un momento di esitazione nello scegliere quello che avrei fatto dopo.Mi interessava un’unica cosa, e quella cosa avrei fatto, a qualunque costo: studiare e capire il dirittodel lavoro, restare aggrappato all’Università con le unghie e con i denti.V. 1980 Essendo qui a parlarne, evidentemente ci sono riuscito. Con le unghie e con i denti, come miero ripromesso: in anni nei quali il precariato più nero era destinato a durare tanto e in un momentoparticolare della mia vita, rimasto improvvisamente senza padre e perciò divenuto in pochissimotempo molto più solo (ed economicamente dipendente) ma anche molto più adulto, mio malgrado.
  4. 4. La mia crescita culturale andò, dagli anni ’80 in poi, di pari passo con i mutamenti epocali dellamateria cui mi ero votato con dedizione. Cambiai molto in quegli anni, ovviamente maturai molto,ma intorno a me cambiò tanto anche il diritto del lavoro. Iniziarono gli anni della concertazione,della politica economica e del lavoro decisa nei tavoli trilaterali con governo, imprenditori esindacati; il nostro diritto del lavoro diventò – con una brutta parola che evocava un infelice passato– “neocorporativo”. Passati gli entusiasmi forse eccessivi di qualche anno prima, non so se per unanostra maturazione o per gli oggettivi mutamenti sociali, finimmo col diventare tutti un po’ piùguardinghi e cauti, ammorbidendo tante posizioni date per scontate fino a poco prima. Il diritto dellavoro stava diventando, nostro malgrado, qualcosa di diverso da quel diritto antagonista che mi/ciaveva conquistati appena qualche anno prima.Fu il momento nel quale, crescendo, cercai di estendere i miei orizzonti scientifici e culturali, conl’aiuto di tanti amici: quelli, a me così vicini, della scuola napoletana, che mi insegnarono il difficilemestiere di coniugare teoria e prassi; quelli della scuola bolognese, da cui affinai la passione per lastoria e la politica del diritto; quelli della scuola barese, da cui cominciai a sentir parlare di relazioniindustriali e di comparazione. Non so dire se si sia trattato di una semplice crescita personale oinvece di un (ancora inconscio) allontanamento da una materia che mi stava cominciando a sfuggiredi mano; fatto sta che, a partire dai primi anni ’80, mi dedicai con sempre maggiore interesse allastoria giuridica del lavoro ed alla comparazione, scegliendo un paese che lentamente mi avevacominciato ad affascinare: la Germania. Fu merito sostanziale di un amico carissimo che da temponon c’è più, Gaetano Vardaro, il quale tanto influenzò i miei itinerari culturali e personali; egli miintrodusse allo studio dei giuslavoristi weimariani e all’ampliamento degli orizzonti scientifici al dilà di un angolo visuale che mi ero imposto quasi naturalmente, e che ora mi appariva troppoangusto. La Germania, dove passavo ormai diverso tempo, diventò uno dei miei punti di riferimentoobbligato, e non solo per lo studio del diritto.Sviluppai, poi, fin da quel momento un interesse marcato per i profili teorici e di fondo dellamateria, prediligendo lo studio di grandi temi concettuali, spesso a scapito di tanti suoi aspettiricostruttivi. Facendo un esame di coscienza, non posso dire di avere interagito in maniera sensibilecon la società che mi circondava. Tanto per dirne una, per mia predisposizione personale (cui non èaliena una certa dose di pigrizia), non mi ha mai interessato troppo il rapporto con il mondo forense;perciò, mi è forse mancato qualcosa circa l’approccio applicativo di quel che studiavo (e di sicuromi sono mancati i soldi che avrei potuto guadagnare facendo l’avvocato).VI. 1987 Poco significarono, e non lo dico per snobismo, le vicende della mia carriera accademica,nelle quali comunque – com’è naturale – riversai passioni e arrabbiature. Capii subito chepromozioni e bocciature impreviste rientravano tra gli “incerti del mestiere”, e il mio percorso loemblematizzò, poiché diventai professore associato in anticipo rispetto a quanto “doveva essere” eprofessore ordinario piuttosto tardi rispetto alla stessa tabella di marcia. Salendo per la prima voltaalla titolarità ufficiale di un insegnamento, mi toccò una piccola Università, quella di Catanzaro, lacui Facoltà giuridica era stata fondata l’anno prima: vissi perciò dall’altra parte la stessa esperienzache avevo fatto da studente. Eravamo un corpo docente piuttosto giovane e motivato, con studentiin buona parte intelligenti e curiosi, ma piuttosto diversi da come lo eravamo stati noi appena
  5. 5. qualche anno prima: molto più “rispettosi” ma anche più rassegnati, meno entusiasti, come se giàsapessero “come andava a finire”.Il diritto del lavoro che cercai di trasmettere loro si era ormai trasformato in una materia piùcontrattata e partecipata, in cui stava cominciando ad irrompere la rivoluzione tecnologica, con unaparte sindacale che si allontanava progressivamente dalle istanze autonomistiche tipiche del sistemaitaliano. Un diritto frammentato, al passo coi tempi “postmoderni” degli anni ’90 e sempre piùlontano dalle monolitiche ricostruzioni di un ordinamento a misura di grande fabbrica; una sorta didiritto più “maturo”, ormai lontano da quelle intemperanze giovanili che me lo avevano fatto amare,forse anche perché gli rassomigliavo un poco.VII. 2000 Nel 2000, diventato ordinario, mi trasferii a Siena e per la prima volta mi trovai in una Facoltànon fondata l’anno prima ma nel XIII secolo, accanto a tanti colleghi più esperti. Gli studenti, però,non mi sembrarono molto cambiati, anche perché provenivano quasi tutti dall’Italia meridionale,facendomi perciò ancora sentire gli accenti ai quali ero abituato. L’atteggiamento complessivo diattesa, scetticismo e poca fiducia nel futuro era segno dei nuovi tempi, che stavano lentamentesvelando una società televisivamente appiattita su una realtà in cui sembrava contare solo il facilesuccesso economico, mentre venivano messi in disparte valori che mi/ci erano apparsi centrali,come l’impegno, la critica, l’etica. Il diritto del lavoro non poteva non seguire il percorso generale,ed era perciò man mano diventato qualcosa di più simile ad una parte di diritto commercialepiuttosto che al vecchio diritto antagonista dei ceti subalterni, che era stato una volta. Sulla nostramateria si proiettò, poi, la tragica ombra del terrorismo, che prese di mira, fin dai primi momenti,chi si occupava di lavoro; e ripenso soprattutto a Massimo D’Antona. La scia del diritto del lavoroinsanguinato, che colpì i mediatori e i costruttori di pace, non poteva non avere conseguenze su untema così centrale per la società attuale e per il giurista che vi deve operare; e così è stato per tuttinoi.Non ho mai fatto mistero della circostanza che questo nuovo diritto del lavoro neoliberista,intessuto di riscoperta del contratto, di flessibilità, di frammentazione, di precarietà, sempre piùindividuale e meno collettivo, non mi entusiasma troppo. Confesso di essermene di giorno in giornostaccato ed estraniato, avendo sempre meno voglia di rincorrere l’ultimo provvedimento, l’ultimacircolare, l’ultima sentenza. Ho perciò reagito ricavandomi una nicchia stabile e rassicurante,rinsaldando uno dei miei primi amori scientifici, ovvero lo studio storico della disciplina. Sonoconsapevole del fatto che si tratta di una fuga. Così come, in qualche modo, una strada ancora piùagevole in questa direzione mi è stata offerta quando, nel 2004, sono stato eletto Preside dellaFacoltà giuridica senese: ciò mi ha consentito in un certo senso di “cambiare mestiere”,occupandomi della gestione di una Facoltà importante e difficile e mettendo del tutto in un angolonon i miei doveri di docente, ma i miei impegni di studioso.Non ho, infine, trovato una via d’uscita a questa situazione nell’allargamento d’orizzonte derivantedalla massiccia europeizzazione del nostro sistema giuridico, quindi anche (e forse soprattutto) deldiritto del lavoro. Sarò forse “euroscettico”, ma il diritto comunitario mi è sempre sembratoqualcosa di più burocratico e calato dall’alto rispetto ad una materia dal forte orgoglioautonomistico. L’ardore comparatistico, come tante passioni, è andato maturando, mentre ilriferimento del cuore è diventato la Spagna, dove ho incontrato colleghi vivaci e affettuosi. Horiversato, alla fine, alcune mie energie nell’organizzazione di seminari comparatistici destinati alla
  6. 6. crescita dei più giovani studiosi europei della materia; i seminari di Pontignano, che già venivanosvolti con successo da una ventina d’anni.VIII. 2008 I giovani, allora. Senza timore di essere patetico, potrebbe essere questo un buon modo dicontinuare a perseguire alcuni ideali ai quali può sembrare che sia stata messa la sordina. Hosempre più netta la sensazione di riuscire a fare bene il mio lavoro di giurista in una società come lanostra solo cercando di comunicare qualcosa a quegli studenti (non moltissimi) nei cui occhi misembra di leggere la scintilla della curiosità intellettuale; e, soprattutto, interagendo coi più giovanicolleghi che in questi anni senesi hanno avuto la pazienza di raccogliersi intorno a me. Nei progetticomuni, nei consigli che reciprocamente ci scambiamo, trovo una salutare valvola di sfogo rispettoad un contesto nel quale vedo sempre più difficile per il giurista continuare ad avere il ruolo divigile coscienza critica che aveva, o pensava di avere, un tempo.Conclude amaramente un bellissimo film di qualche tempo fa: “Volevamo cambiare il mondo, e nonci siamo accorti che nel frattempo il mondo ha cambiato noi”.

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